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Taiwan: cosa sta succedendo nel teatro principe dello scontro tra Usa e Cina

Che l’isola di Taiwan fosse soggetta a situazioni politiche contorte era cosa nota, tuttavia nelle ultimissime settimane il clima sembra si sia scaldato velocemente, con Stati Uniti e Cina che hanno intensificato toni e frequenza delle dichiarazioni ideologiche, delle esercitazioni militari e delle minacce amministrative riguardanti questa particolare area geografica.

Per capire i motivi di una simile escalation è necessario prendere atto di un presupposto essenziale: tecnicamente Taiwan non esiste. Quando si parla di Taiwan, si parla in verità della Repubblica di Cina (ROC), ovvero uno Stato non riconosciuto dalla Cina continentale, ma neanche dai membri permanenti dell’ONU o dall’Unione Europea. Gli USA, almeno formalmente, non riconoscono la sovranità di Taiwan.

Una situazione già di per sé complessa che negli ultimi mesi è stata acuita dalle rivoluzioni politiche di Hong Kong, storico baluardo dell’Occidente reclamato da Beijing, dalla gestione dell’uscita militare dall’Afghanistan, la quale è stata facilmente inquadrata come la dimostrazione empirica dell’inaffidabilità statunitense, e dall’aumento delle tensioni militari nell’Indo-Pacifico [1]. Le veloci e frequenti evoluzioni del panorama geopolitico stanno portando dunque Taipei, sostenuta da Washington, e la Cina a rimettere in discussione lo status dell’isola.

In tal senso, di recente ha fatto clamore l’eclatante dimostrazione di forza ordinata dall’Amministrazione Xi Jinping in occasione dell’anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese: 149 jet militari si sono lanciati in reiterate incursioni aeree nella zona di difesa aerea di Taiwan. La strategia, chiaramente coercitiva, è stata dunque seguita da una proposta diplomatica, con Beijing che ha suggerito alla Repubblica di formalizzare i rapporti sotto il format del “una nazione, due sistemi”, ovvero l’impalcatura amministrativa che viene applicata anche a Hong Kong. L’Ufficio presidenziale di Taipei ha bruscamente rifiutato [2] l’offerta.

In tutto questo gli USA non sono certo rimasti inermi a guardare, piuttosto stanno portando avanti da tempo delle manovre militari e strategiche che per delicatezza diplomatica sono assolutamente comparabili a quelle della controparte cinese, seppur non vengano reclamizzate con altrettanta enfasi. La cosa è evidente quando gli statunitensi organizzano operazioni di «routine» per cui navi da guerra vengono dispiegate [3] nelle acque dell’area, tuttavia l’ingerenza semiocculta è decisamente più vasta e capillare.

Ecco dunque che la Casa Bianca ha venduto a Tawian equipaggiamento militare per 5 miliardi di dollari [4] nel solo 2020, evidenziando una tendenza bellico-strategica che peraltro non si è arrestata [5] neppure con l’avvento di Joe Biden al potere. Parallelamente è inoltre emerso [6] che Taipei stia già ospitando truppe speciali degli USA, dimostrando un’accoglienza mirata all’addestramento del proprio esercito.

Ambo le parti, insomma, stanno facendo il possibile per non abbassare i toni dello scontro diplomatico. Non resta che consolarsi del fatto che, almeno per ora, non sembra che sussistano i presupposti di una guerra vera e propria, anche perché i piani di sbarco previsti dalla Cina dovrebbero essere pronti solamente nel giro di tre anni [7]. Biden ha inoltre dichiarato di aver trovato un punto d’accordo con l’omologo cinese. Un patto che tuttavia non risulta formalizzato e che somiglia più che altro a un patto tra “gentiluomini” affinché nessuno oltrepassi la proverbiale linea rossa in questo gioco di guerra.

[di Walter Ferri]