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Speciale elezioni, l’identikit dei partiti: Movimento 5 Stelle

Il Movimento 5 Stelle si presenta alle elezioni del 25 settembre dopo aver governato nei vari esecutivi dell’ultima legislatura. Il risultato delle politiche del 2018 – 32,68% dei consensi raccolti – appare oggi irripetibile, con i sondaggi che danno il partito guidato da Giuseppe Conte appaiato con la Lega sul 10-12% delle preferenze totali. La redazione de L’Indipendente punta a riassumere il programma [1] elettorale del M5S e a riflettere criticamente sul suo operato e sulle intenzioni future, in vista di un voto consapevole.

Carta d’identità

Capo politico: Giuseppe Conte

Orientamento politico: collocazione trasversale

Ultima legislatura: al governo nel Conte I, Conte II e Draghi; 225 deputati e 111 senatori

Coalizione: nessuna

Slogan e programma

“Dalla parte giusta, cuore e coraggio per l’Italia di domani”

Giovani e istruzione

Economia e lavoro

Diritti

Beni comuni

Politica estera

Politiche sanitarie

Riforme costituzionali proposte

Limite dei due mandati esteso a tutti i partiti, stop ai cambi di casacca in Parlamento e uso limitato della decretazione d’urgenza.

Considerazioni

Agli occhi degli elettori, la fiducia nei confronti del Movimento 5 Stelle è minima. D’altronde, non potrebbe essere altrimenti. Alle elezioni europee del 2014, il M5S indossò le vesti del partito anti-sistema, avverso all’establishment. Allora, Luigi di Maio parlava di un referendum per chiedere agli italiani di restare o meno nell’Euro. Un’iniziativa poi riposta nel cassetto durante le esperienze governative. A distanza di anni, si può affermare che la spinta “innovativa” del Movimento si sia esaurita, lasciando alle sue spalle promesse mancate, scissioni e trasformismo politico. Pochi obiettivi raggiunti e tanti compromessi a fronte di un elevato numero di parlamentari a disposizione: 225 deputati e 111 senatori, specchio del 32,68% di consensi ricevuti alle elezioni del 2018. Si moltiplicano, dunque, i dubbi sull’effettiva realizzazione delle misure proposte, contando che – secondo gli ultimi sondaggi – il partito guidato da Giuseppe Conte perderà circa i due terzi dei consensi raccolti alla scorsa tornata elettorale e potrà dunque fare affidamento su un numero esiguo di rappresentanti in Parlamento.

Il penultimo punto del programma elettorale si concentra sui migranti, proponendo in maniera generica di “predisporre un meccanismo comunitario per definire la gestione dei flussi migratori, di combattere la tratta di esseri umani, di rafforzare le politiche di inclusione”. Peccato che durante i due esecutivi targati Conte siano stati reiterati gli accordi con la Libia, chiudendo gli occhi sui mezzi [3] (non proprio democratici) utilizzati dal Paese nordafricano per “gestire” il fenomeno migratorio. Nemmeno la scuola è stata risparmiata dalla retorica dei pentastellati, dal momento in cui le varie proposte – fondi maggiori per università e ricerca, adeguamento degli stipendi degli insegnanti ai livelli europei, psicologi e pedagogisti negli istituti – si scontrano con la realtà: nel PNRR formulato dal secondo esecutivo di Conte sono stati destinati all’istruzione circa 30 miliardi di euro, meno della metà dei fondi necessari per risollevare il settore. Ad esempio, soltanto per la messa in sicurezza degli edifici servivano, e servono, oltre 19 miliardi.

Alla retorica elettorale (e di questi anni al governo) si affianca poi l’incertezza relativa alla mancanza di coperture finanziare all’interno del programma. Ad esempio, il Movimento 5 Stelle intende rendere gratuito il riscatto della laurea ai fini pensionistici, azione che oggi può arrivare a costare oltre 25 mila euro per una magistrale. Secondo il presidente dell’INPS Pasquale Tridico, rendere gratuito il riscatto costerebbe fino a 5 miliardi di euro all’anno per le casse dello Stato. Si tratta di una spesa lasciata dal M5S senza copertura finanziaria all’interno del programma. In generale, Conte sembra puntare forte su una sorta di Recovery Fund 2.0 (Energy Recovery Fund), ignorando i centinaia di vincoli [4] che il primo ha imposto – e sta imponendo – al nostro Paese in cambio dei 209 miliardi di euro concordati a Bruxelles.