In seguito a lunghi ed articolati negoziati, le istituzioni europee hanno finalmente sancito un accordo che prevede l’inserimento del concetto di ecocidio – ovvero dei crimini a spese di ecosistemi marini e terrestri, alla loro flora e fauna e l’impatto che ne deriva sul clima e le comunità – nel diritto comunitario. Sebbene l’”ecocidio” non sia ancora stato formalmente inquadrato come crimine internazionale, la Commissione Europea, il Consiglio Europeo e l’Europarlamento si sono compattati attorno a un testo che, attraverso un escamotage lessicale e giuridico, apre la via a una puntuale responsabilizzazione degli autori dei crimini ambientali. È stata infatti introdotta un’infrazione definita “qualificata” che, come si legge nel testo, punta a consentire di incriminare i reati più gravi, ovvero “inquinamenti ambientali estesi, incidenti industriali o gravi incendi, che sono ritenuti coperti dalla fattispecie in forma comparabile al crimine di ecocidio come esso è incardinato nel diritto internazionale”.
Lo scorso marzo il Parlamento europeo aveva approvato un primo testo che puntava al riconoscimento del crimine di ecocidio, ma la situazione si è immediatamente impantanata, portando a uno stop dei negoziati. Poi, su spinta della presidenza di turno spagnola in Consiglio, le istituzioni Ue hanno potuto mettere [1] mano a una soluzione di compromesso che ha accontentato gli attori in gioco. Nella sua prima versione, la direttiva era incentrata sul settore dei rifiuti pericolosi, dei materiali radioattivi e del commercio illegali di specie selvatiche, mentre ora il suo ambito di applicazione abbraccia anche altre attività, come l’estrazione dell’acqua, il riciclaggio, l’inquinamento delle navi e la distruzione dell’ozono, la “deforestazione importata” e il commercio di mercurio, non comprendendo però, almeno ad oggi, pesca, esportazione di rifiuti tossici o frodi nel mercato del carbonio. Dalla nuova normativa potranno sfociare pene detentive a 10 anni per persone o rappresentanti di aziende che si macchiano di reati ambientali che portano alla morte e pene ad 8 anni per i reati “qualificati”, mentre altre fattispecie prevedono un limite massimo di 5 anni. A comparire sono anche pesanti multe: le aziende ritenute responsabili di questi reati potrebbero incorrere [2] in sanzioni fino al 5% del loro fatturato a livello globale (sebbene gli Stati Ue avranno la possibilità scegliere un tasso di sanzione compreso tra il 3 e il 5% o comunque optare per multe fisse di 24-40 milioni di euro).
A salutare favorevolmente la concretizzazione dell’accordo è stato il WWF, il cui Ufficio per le Politiche Europee ha elogiato l’“elevata integrità” e l’”ambizione generale” del testo di compromesso finale. «Il reato riconosciuto per i crimini più gravi è molto vicino a quello del comitato internazionale di giuristi sull’ecocidio», ha dichiarato [3] Marie Toussaint – parlamentare verde francese che faceva parte del gruppo negoziale del Parlamento -, che ha indicato nella modifica dello statuto della Corte penale internazionale, in cui gli Stati europei trovano rappresentanza con il 20% dei membri, la prossima mossa da attuare per chiudere il cerchio. Lo scorso anno, un gruppo di lavoro formato da avvocati e legali internazionali riuniti nella coalizione Stop Ecocide International ha messo a punto una definizione giuridica di ecocidio, chiedendo [4] proprio che il reato venga aggiunto ai crimini di cui si occupa la Corte penale internazionale dell’Aja insieme ai crimini di guerra, ai crimini contro l’umanità e ai genocidi.
[di Stefano Baudino]