«Carmen, per amore della nostra professione, ti devi scusare! Dillo e chiudiamo la cosa». Quante volte negli ultimi tre anni abbiamo assistito al tentativo di “catechizzare” i dissidenti? Lo schema è sempre il medesimo: dopo aver denigrato, umiliato e processato mediaticamente il malcapitato, accusandolo di ogni possibile nefandezza, si richiede l’abiura dal pensiero critico e un atto di contrizione: questi deve rinnegare il virus mentale dell’eresia, vergognarsi di essersi macchiato di psicoreato, pentirsi e chiedere pubblicamente scusa. Sono molti i giornalisti, gli intellettuali e gli artisti che, dalla pandemia a oggi, sono stati costretti a fare ammenda per aver esposto un pensiero divergente o solo vagamente critico rispetto alla narrazione dominante.
Le fallacie per intimidire l’avversario
Rieducare i dissidenti
All’indomani dell’attacco a sorpresa di Hamas, i mezzi di informazione italiani si sono uniti non solo nel biasimarne la violenza, ma persino nel ribaltare la realtà e abbracciare una narrazione orwelliana, in cui gli oppressori storici sono diventati gli oppressi indifesi da sostenere a ogni costo e Israele è stata descritta come la democrazia perfetta che combatte contro i “terroristi islamisti”. Le istituzioni e i media occidentali hanno riproposto con toni isterici il boicottaggio e la censura delle voci divergenti, mettendo in scena i soliti luoghi comuni e il consueto registro emotivo, volti a imporre una narrazione manichea, falsificando le origini delle ostilità per approvare la vendetta di Israele, riproponendo
persino la minaccia del terrorismo in Europa.
A suffragare il fanatismo dei professionisti dell’informazione sono corsi in aiuto i mastini dell’Inquisizione digitale. Nessuno è immune alla furia dei novelli Torquemada, né le icone mainstream come Patrick Zaki, scaricato brutalmente per il suo sostegno alla causa palestinese, né Moni Ovadia, costretto a dimettersi dall’Abbado di Ferrara (per aver osato dire: «La responsabilità di tutto quello che è accaduto ricade sul governo israeliano. Hanno lasciato marcire la situazione»), tantomeno l’ex ambasciatrice Elena Basile, vittima della consueta macchina del fango, con cui si è cercato di screditare il suo curriculum: non avrebbe i titoli per farsi chiamare ambasciatrice, essendo solo ministra plenipotenziaria…
Dal framing alle liste di proscrizione
Disinformazione e propaganda mainstream
La vicenda israelo-palestinese è paradigmatica di come l’informazione dei media di massa – in particolare quella italiana – continui ad avallare qualunque notizia provenga da fonte israeliana, senza nemmeno ponderarla (lo abbiamo visto con la notizia della presunta decapitazione dei bambini e con il bombardamento dell’ospedale di Gaza City, in cui si era deciso a monte di chi fosse la responsabilità): spariscono i virgolettati, si usano gli indicativi per suffragare con certezza ricostruzioni false o infondate, si pesa, addirittura, il numero dei morti a seconda della provenienza e delle alleanze internazionali. Come era già successo con l’Operazione speciale, l’informazione finisce cannibalizzata dalla propaganda, generando anche diverse forme di schizofrenia. Un esempio su tutti: quando Mosca non aveva rinnovato l’accordo sul grano, si era biasimato il “ricatto” di Putin, evocando scenari apocalittici, mentre molti media hanno ignorato, o addirittura sostenuto col silenzio, la strategia di affamare la Striscia di Gaza, interrompendo le forniture di energia e cibo.
La reductio ad Hitlerum
Nella narrazione del conflitto israelo-palestinese si continua a sventolare lo spauracchio dell’accusa di antisemitismo e a fare leva sui ricordi della Shoah. Proprio l’ex ambasciatore Dror Eydan ha paragonato i palestinesi ai nazisti, invocando senza mezzi termini l’annientamento degli abitanti della Striscia di Gaza: «Per noi c’è uno scopo di distruggere Gaza, distruggere questo male assoluto. Non c’è la possibilità, dopo l’Olocausto, di vivere vicino a questi nazisti». In questo caso, ha utilizzato un’altra fallacia logica, la reductio ad Hitlerum (o reductio ad nazium): coniata negli anni Cinquanta dallo studioso Leo Strauss, che designa, sotto forma di falsa citazione latina, una tattica oratoria mirante a squalificare un interlocutore comparandolo ad Adolf Hitler o al Partito nazista. Questa tecnica è stata usata con disinvoltura anche in passato con tutti i nemici dell’Occidente, da Putin a Saddam Hussein. Se osserviamo le caratteristiche con cui vengono delineati e offerti al pubblico i nemici di turno, possiamo notare uno schema di fondo ripetitivo, e in qualche modo banale, che ricalca l’Emmanuel Goldstein orwelliano. Il nemico di turno si macchierà di efferati delitti, attentati e stragi e su di lui verranno proiettate anche caratteristiche esagerate, grottesche e inverosimili, pur di spingere l’opinione pubblica ad averne paura e a legittimare qualunque mezzo per sopprimerne la minaccia. Proprio come avveniva in 1984, questa tattica apre la porta al bipensiero e a una serie di cortocircuiti. Per esempio, per poter legittimare agli occhi dell’opinione pubblica internazionale gli aiuti alle milizie neonaziste ucraine, si è messo mano a un raffinato processo di edulcorazione e falsificazione della storia, mentre l’ordine di scuderia per i giornalisti è diventato che “il Battaglione Azov non è nazista”.
La disumanizzazione del nemico
E quando non basta la rieducazione, si usa la censura
Quando fallacie, propaganda e fake news non bastano per plasmare l’opinione pubblica si silenziano le voci divergenti e i giornalisti scomodi attraverso la censura. Per imporre il monopolio della narrazione dominante, dal 7 ottobre è scattata la censura sui social network, portando alla cancellazione dei contenuti ritenuti scomodi su Meta e su X. Elon Musk, per esempio, è rimesso seccamente in riga da Thierry Breton, commissario al mercato unico UE, che con una lettera in tipico stile mafioso, ha evocato una censura preventiva su X e ha imposto la rimozione di contenuti ritenuti scomodi, senza però elencare le violazioni – come richiesto dal magnate – in quanto starebbe alla piattaforma social dimostrare di mantenere la parola. Era già accaduto più volte in passato, come ha rimarcato su X il premio Pulitzer Glenn Greenwald: «Esattamente come è accaduto con il COVID, e poi con la guerra in Ucraina, il sistema di censura su più fronti implementato dai governi occidentali è stato nuovamente attivato – ancora una volta a un livello sorprendentemente nuovo – per vietare il dissenso dalla politica dell’UE
nei confronti di Israele/Guerra di Gaza». Insomma, ormai rodate e applicate con disinvoltura in epoche e stagioni diverse, si continuano a usare le medesime tecniche e lo stesso schema, pur di garantire l’infallibilità del Sistema e il consenso delle masse.
[di Enrica Perucchietti]
Otimo articolo e chiarisssimo. Grazie
Refuso…Ottimo articolo e chiarissimo ragionamento
Enrica, complimenti per questo articolo. Avrei voluto scriverlo io!
Grazie E.P. Articolo fondamentale tramite il quale si evince che il controllo globale delle coscienze, sempre più spinto, aiuta anche la crescita della consapevolezza.
10 e L
Ottimo articolo.
Ottimo!
Magnifico articolo
In fondo son meglio gli assassini di Rabin che ancora comandano in Israele, che i loro scagnozzi in Italia che li inneggiano da dietro una scrivania.
Come sempre ottima la Perucchietti.
Articolo molto interessante che fa luce in modo chiaro ed efficace sulle “diaboliche” tecniche messe in atto dal potere per condizionare, e stravolgere, l’informazione e colpire i “colpevoli” di opinioni divergenti. Merita ampia diffusione.