“Se non hanno più case, che abitino in quelle alte 2,4 metri e con una superficie di 20 metri quadri”. Sarà andata più o meno così in via Bellerio quando i cervelli della Lega hanno elaborato la riforma “salva casa”, dando il via libera ai «micro monolocali» (sic!). Il colpo di mano è contenuto in un emendamento al decreto-legge [1] 29 maggio 2024, n. 69, recante disposizioni urgenti in materia di semplificazione edilizia e urbanistica, la cui conversione [2] in legge è attualmente in discussione alla Camera. La misura, subito rivendicata da Matteo Salvini come la soluzione alle necessità di studenti e lavoratori, «supera una legge [3] in piedi dal 1975 (!)». Il segretario della Lega dimentica però di aggiungere che così facendo si annulleranno le modifiche alle disposizioni [4] del 1896, quando il governo era guidato da Antonio Starabba, marchese di Rudinì. L’emendamento approvato in Commissione Ambiente della Camera cancella dunque oltre un secolo di vittorie sociali e fa rivivere agli italiani i tempi in cui il popolo era assoggettato ai privilegi nobiliari.
Il caro-affitti continua a sgretolare il potere di acquisto di chi vive in Italia, l’unico Paese europeo in cui i salari reali non sono cresciuti negli ultimi trent’anni. Per rispondere all’emergenza abitativa la Lega ha pensato bene di «riabilitare finalmente tante proprietà, rendendo abitabili anche quelle con 2,40m di altezza e con una superficie di 28 mq per 2 persone e di 20 mq per 1 persona», scrive Salvini [5] su X. Se la proposta dovesse passare alla Camera prima e al Senato poi verrebbe abrogata la normativa vigente, la quale prevede che “l’alloggio monostanza, per una persona, deve avere una superficie minima, comprensiva dei servizi, non inferiore a mq 28, e non inferiore a mq 38, se per due persone”. Il decreto ministeriale Sanità 5 luglio 1975 fissa inoltre a 2,70 metri l’altezza minima per le abitazioni, migliorando la situazione risalente al 1896, quando l’articolo 122 delle istruzioni ministeriali stabiliva che “l’altezza delle camere d’abitazione non [dovesse] essere inferiore a 2,50 metri”. I micro monolocali della Lega scendono sotto questa soglia, per un tuffo a piè pari nel passato.
Il decreto ministeriale Sanità 5 luglio 1975 – recante modificazioni alle istruzioni ministeriali 20 giugno 1896 – venne adottato dal governo Moro IV, al culmine di un’intensa mobilitazione promossa da collettivi di base, sindacati e partiti dell’area socialcomunista. Si ricordano, tra le varie iniziative per ottenere la tutela del diritto alla casa, le occupazioni di edifici sfitti e in disuso, spesso represse violentemente dalle forze dell’ordine. Iniziative che vanno inquadrate in un più ampio filone di mobilitazioni capace di portare in Italia, tra la fine degli anni ’60 e la prima metà degli anni ’70, un’inedita ventata di diritti, come quello riguardante il divorzio (1970), il lavoro (con lo Statuto del ’70) o l’aborto (1974).
Il diritto alla casa, funzionale al godimento di una vita dignitosa, è tra i temi più costanti delle agende, tanto mediali quanto del pubblico. Un tema oggi associato all’emergenza [6], vista la crescita vertiginosa dei prezzi degli alloggi: stando alle ultime rilevazioni [7], affittare una stanza singola a Venezia costa in media 577 euro, a Roma 610 euro e a Milano 730 euro. Un tema che la narrazione dominante bolla come divisivo (per usare una parola di moda ultimamente), mettendo di fronte chi vorrebbe un tetto sulla testa a un prezzo umano e chi invece, in nome della “libertà economica”, pretende di poter possedere senza alcun vincolo decine di case, in bilico tra l’affittarle per lunghi periodi o il caricarle su AirBnB [8], moltiplicando in questo caso i guadagni. I turisti (e la trasformazioni [9] delle città in mega souvenir) ringraziano; studenti, lavoratori e famiglie un po’ meno.
Lasciato a sé, l’homo economicus tende a massimizzare i profitti e a non curarsi delle questioni sociali che comportano le proprie azioni. La Costituzione italiana, però, non prevede come unica libertà quella economica; andrebbe ad esempio riletto l’articolo 42, che assegna un preciso scopo sociale alla proprietà privata. C’è poi tutta una schiera di diritti civili, sociali e politici che vengono quotidianamente invalidati dalle disuguaglianze economiche e dalla mancanza di pari opportunità. In Italia gli interventi delle istituzioni latitano o lasciano il tempo che trovano, mentre il resto del mondo si muove: poche settimane fa il comune di Barcellona ha annunciato che dal 2029 vieterà gli affitti brevi nel centro; l’anno scorso il Portogallo [10] ha annunciato un piano per affittare o acquistare oltre 700mila edifici abbandonati per poi subaffittarli a prezzi sociali.
In Italia l’edilizia residenziale pubblica [11](riguardante le cosiddette case popolari) rappresenta soltanto il 4% dello stock abitativo, a fronte di una media europea del 20%. C’è poi la questione degli studentati, che in teoria dovrebbe essere affrontata attraverso i fondi del PNRR, legati alla realizzazione, entro il 30 giugno 2026, di 60 mila posti letto. Un obiettivo ambizioso, il cui raggiungimento (almeno formale) a tutti i costi rischia di passare dal favore alla speculazione privata. Il decreto ministeriale del 26 febbraio scorso, con cui è stato lanciato [12] il bando da 1,2 miliardi di euro, presenta infatti diversi coni d’ombra: gli alloggi saranno affittati agli studenti con uno sconto del 15 per cento rispetto al prezzo di mercato, la quota degli alloggi da destinare “agli studenti meritevoli e provenienti da famiglie a basso reddito” è stata fissata al 30 per cento, i privati avranno l’obbligo di impegnare i posti letto – per ciascuno dei quali riceveranno subito 20 mila euro – per 12 anni.
[di Salvatore Toscano]