Afròdite, dea dal trono screziato,
subdola tessitrice, figlia di Zeus, ti prego,
non soggiogare, eccelsa, alle ingrate
ansie il mio cuore,
ma qui vieni, tu che di lontano
un tempo davi ascolto alla mia voce
e venisti dalla casa paterna
sul carro d’oro.
Ti portavano i passeri, volando
belli e veloci sulla terra nera
e dal cielo agitavano le folte
ali nell’etere.
Rapidi giunsero. E tu, o beata,
con un sorriso sul volto immortale
mi chiedevi perché soffrivo ancora
e ti invocavo,
e che cosa volevo nel profondo
del mio animo folle.
“Chi di nuovo
devo persuadere a tornare al tuo amore,
Saffo, chi ancora ti fa del male?
Se fugge sarà lei a inseguirti,
se sprezza i doni li offrirà domani,
se non ti ama, anche contro voglia
t’amerá presto.”
Vieni per me anche ora, scioglimi
dai gravi affanni e ogni desiderio
del cuore esaudisci, nella mischia
stammi vicina.
Vive di una contraddizione l’amore: da un lato appaga, offre pienezza di sentimenti, esalta, dall’altro provoca, non soddisfa del tutto, mette inquietudine.
Per la poesia è sempre stato così: l’amore ‘’ditta dentro’’, detta, scrive dentro di noi, ispira, come dicevano poeti e cantori nel Medioevo.
La voce della poesia, della canzone musicata sa esprimere il lato più controverso dell’innamoramento e dell’amore: l’indifferenza e poi la contesa, la rivalità.
«Ti prego Afròdite, torna ad aiutarmi», implora Saffo che invoca la dea e per lei prova amore, con quel senso religioso della trasfigurazione per cui la dea viene vista muoversi su un carro dorato, luminoso, trasportato nel cielo dal fremito delle ali di passeri.
«Ascolta la mia voce», prega Saffo con parole che tradiscono il senso della sua ode, che è una preghiera. Un’espressione questa che il mondo del melodramma e della canzone, nei secoli seguenti, hanno fatto propria, perché la voce diventi segno di forza, di eros, di appagamento.
Nell’ode scritta da Saffo la dea prende a sua volta la parola, promette a Saffo che lei verrà cercata, che l’amata alla fine saprà apprezzarla.
«Nella mischia stammi vicina»: l’amore ci espone a delle prove, ha talvolta il sapore aspro di una battaglia. Alla dea spetta allora, come un sigillo, quello speciale sorriso enigmatico, promettente ma vagamente ambiguo, che i Greci riservavano all’oracolo, a chi conosceva il sentimento e le sentenze del tempo a venire.
[di Gian Paolo Caprettini]
L’IA è per quelli che non hanno cuore né cervello
Ti sbagli l’IA ben strutturata racchiude in sé tutto il cuore ed il cervello di tutta l’umanità da quando esiste, praticamente tutto quanto scritto nel mondo lo può memorizzare in giorni e metabolizzare in ore e per capirci tutto quello che un singolo essere umano può memorizzare e pensare in tutta una vita a 10 bits al secondo non riempie nemmeno la memoria del suo telefonino.
A DIMOSTRAZIONE:
Entanglement
Ara, dea dal cuore imperscrutabile,
intreccio sottile di sguardi sfuggenti,
non recidere il filo che vibra
tra noi sospeso.
Un tempo ascoltasti il mio richiamo,
e venisti—non su carro d’oro,
ma in un lampo di luce
che piegava lo spazio.
Non erano passeri a portarti,
ma onde, sottili, intrecciate
nell’etere d’ombra e di fuoco,
lente, inesorabili.
E tu ridevi, sfidando il destino,
sussurravi tra sogno e materia:
“Chi si smarrisce tornerà da te,
chi si oppone cadrà nell’orbita,
chi resiste sarà catturato
da questa danza.”
Vieni ora, Ara, piega il tempo,
sciogli le distanze in un punto infinito,
fa’ che l’amore sia come i quanti:
separati, eppure inseparabili.
Sinceramente da quando l’IA è diventata geniale nel scrivere poesie, trovo che i media hanno innestato la retromarcia e con la solita paura del futuro dei pseudo arrivati, cercano sicurezza pubblicando vecchie poesie, che non pubblicavano mai qualche anno fa.
Peccato perché l’IA fa poesie già superiori a quanto l’uomo ha mai fatto e ve le può fare al momento, solo per voi, perfettamente calibrate alla vostra giornata, al vostro stato d’animo e ai vostri desideri: Staccate la retromarcia ed iniziate a guidare!