Abdullah Öcalan, leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) in carcere dal 1999, ha invitato le sigle curde a deporre le armi e ha ordinato lo scioglimento dello stesso PKK. L’annuncio è arrivato in occasione di una visita in carcere da parte dei politici del partito turco filo-curdo DEM, i quali hanno diffuso una sua dichiarazione scritta. In essa, Öcalan sostiene che, se una volta la lotta armata contro lo Stato era necessaria, adesso, con il riavvicinamento da parte dei politici turchi, non lo è più. Rimane da capire se l’appello di Öcalan sia rivolto anche ai gruppi attivi nel Rojava (il cosiddetto “Kurdistan siriano”), che in questo momento sembrano a un passo dal venire integrate nell’esercito siriano. Questi non sono infatti formalmente parte del PKK, e le parole di Öcalan sembrano riferirsi al solo contesto turco.
Le dichiarazioni di Öcalan erano attese da giorni. Dalla rottura dell’isolamento di Öcalan dello scorso dicembre, quando la Turchia ha permesso ai politici di DEM di visitare il leader del PKK per la prima volta in 10 anni, i dialoghi per cercare una pace sembrano essersi fatti più serrati. Tutto è partito con un’apertura da parte di Devlet Bahçeli, leader del Partito del Movimento Nazionalista, il più grande alleato esterno del presidente turco. Bahçeli ha chiesto a Erdoğan di aprire un colloquio con Öcalan per porre fine al conflitto, che dura da oltre trent’anni, suggerendo la possibilità di liberare il fondatore del PKK in cambio di un suo eventuale ordine di deporre le armi. La richiesta di cessare i combattimenti da parte di Öcalan, insomma, era nell’aria; non si può tuttavia dire lo stesso dell’ordine di scioglimento del gruppo. In questo, l’annuncio di Öcalan segna il maggiore tentativo di riconciliazione da parte del leader del PKK mai fatto. L’ultima volta che aveva lanciato un appello per la tregua è stata nel 2013, quando aveva annunciato il cessate il fuoco con la Turchia e il ritiro dei guerriglieri del PKK dal territorio turco, dando il via alle trattative di pace, poi arenatesi nel 2015, evento che ha portato al suo isolamento.
Nel testo letto dai delegati di DEM in sede di conferenza stampa, lungo una pagina e mezzo, Öcalan parla delle condizioni storiche che hanno portato alla nascita del PKK e alla «alleanza millenaria» che lega turchi e curdi. «Gli ultimi 200 anni di modernità capitalista hanno cercato di smantellare questa alleanza», dando il via a una necessaria lotta armata. Le cose, però, con la riapertura dei dialoghi, sembrano stare cambiando, e «oggi, il nostro dovere fondamentale è riorganizzare questa fragile relazione storica in uno spirito di fratellanza, senza ignorare le fedi». L’obiettivo non deve dunque essere quello «ultranazionalista» di costituire uno Stato, ma quello di «organizzarsi democraticamente». In una parola, coesistere con la Repubblica Turca. Essendo il discorso incentrato sulla storia del PKK e sulle relazioni tra il popolo curdo e quello turco, non è chiaro se l’appello di Öcalan sia rivolto anche alle forze curde attive nel Rojava, come le Forze Democratiche Siriane, l’Unità di Protezione delle Donne (YPJ) e l’Unità di Protezione Popolare (YPG). Queste, tra l’altro, sebbene condividano parte del proprio impianto ideologico con il PKK, non sono formalmente legate a esso. I gruppi del Rojava, inoltre, sono in aperta trattativa con il nuovo governo del Paese e sembrano avere trovato un accordo per entrare a far parte dell’esercito siriano. La notizia è stata confermata da diversi media curdi, ma manca ancora la conferma dal leader del nuovo governo siriano, Al-Jolani. Non sono noti i dettagli degli accordi.
Di seguito il testo integrale, tradotto in italiano, dell’annuncio di Abdullah Ocalan.
Appello per la Pace e una Società Democratica
Il PKK è nato nel XX secolo — il secolo più violento della storia — nel contesto creato da due guerre mondiali, la Guerra Fredda, la repressione delle libertà e, soprattutto, la negazione dell’identità curda.
Dal punto di vista teorico, programmatico, strategico e tattico, è stato profondamente influenzato dalla realtà del sistema socialista reale del secolo scorso. Tuttavia, il crollo del socialismo reale negli anni ’90, dovuto a ragioni interne, insieme alla dissoluzione delle politiche di negazione dell’identità nel Paese e ai progressi nella libertà di espressione, hanno portato il PKK a uno stato di perdita di significato e ripetizione eccessiva. Di conseguenza, come movimenti simili, ha esaurito il proprio ciclo di vita, rendendo necessaria la sua dissoluzione.
Nel corso di una storia lunga oltre 1.000 anni, turchi e curdi hanno mantenuto un’alleanza — prevalentemente basata su una cooperazione volontaria — per preservare la loro convivenza e resistere alle potenze egemoniche.
Gli ultimi 200 anni di modernità capitalista hanno cercato di smantellare questa alleanza. Le forze coinvolte, in linea con i propri interessi di classe, hanno principalmente servito questo obiettivo. Questo processo si è accelerato con le interpretazioni assimilazioniste della Repubblica [turca]. Oggi, il nostro dovere fondamentale è riorganizzare questa fragile relazione storica in uno spirito di fratellanza, senza ignorare le fedi.
L’emergere e l’ampio sostegno al PKK — la più lunga e vasta insurrezione e [il più lungo e vasto] movimento armato nella storia della Repubblica [turca] — sono derivati dalla chiusura dei canali politici democratici.
Il risultato inevitabile di una traiettoria ultranazionalista — come quello di uno Stato-nazione separato, del federalismo, dell’autonomia amministrativa o di soluzioni culturaliste — non riesce a fornire una risposta alla sociologia storica e sociale.
Il rispetto delle identità, il diritto alla libera espressione e la possibilità di organizzarsi democraticamente — permettendo a ogni segmento della società di plasmare le proprie strutture socio-economiche e politiche — possono realizzarsi solo attraverso l’esistenza di una società e di uno spazio politico democratici.
Il secondo secolo della Repubblica [turca] potrà ottenere una continuità duratura e fraterna solo se sarà coronato dalla democrazia. Non esiste un’alternativa alla democrazia per costruire e attuare un sistema. Non può esserci un’altra via. La riconciliazione democratica è il metodo fondamentale.
Anche il linguaggio di questa era di pace e società democratica deve essere sviluppato in conformità con la realtà.
Alla luce dell’attuale clima, plasmato dall’appello del signor Devlet Bahçeli, dalla volontà espressa dal signor Presidente e dagli approcci positivi di altri partiti politici nei confronti di tale appello, faccio un appello al disarmo e me ne assumo la responsabilità storica.
Così come ogni organizzazione e partito contemporaneo la cui esistenza non sia stata interrotta con la forza farebbe volontariamente, convocate il vostro congresso e prendete la decisione di integrarvi con lo Stato e la società: tutti i gruppi devono deporre le armi e il PKK deve sciogliersi.
Rivolgo i miei saluti a tutti i segmenti della società che credono nella convivenza e ascoltano il mio appello.
Abdullah Öcalan
[di Dario Lucisano]