giovedì 27 Febbraio 2025

Vivere sotto occupazione: intervista a una famiglia palestinese decimata per la sua resistenza

TULKAREM, PALESTINA OCCUPATA –Della casa della famiglia Salit non è rimasto praticamente niente. I detriti e le macerie occupano la stradina davanti a quello che era il cancello, ora sfondato. Proiettili sparsi a terra indicano che i militari devono essersi sfogati con i loro mitra prima di fare esplodere la casa. Era il 9 gennaio 2025. I militari israeliani avevano invaso il campo profughi di Tulkarem, nei Territori palestinesi occupati, un paio di giorni prima. Cecchini sui tetti, strade distrutte, infrastrutture attaccate. Un po’ il solito schema, ma questa volta l’obbiettivo sembra fosse proprio la casa della famiglia Salit. «Avevamo ricevuto un ordine di demolizione qualche mese fa», dice Fatma, la madre. Piccolina, un velo rosato che le copre i capelli, Fatma esprime una grande forza d’animo e di determinazione. Sorride mentre ci da’ il benvenuto tra le macerie delle sua casa, le due figlie piccole che giocano tra i detriti lì accanto.

«In questa casa hanno vissuto tre ragazzi», comincia. «Erano eroi e combattenti per la libertà». Parla dei suoi figli Fatma, dei tre figli che non sono più con lei. «Vorrei baciare i muri distrutti di questa cara casa. Le mie emozioni… non riesco a descriverle. Ma io sono molto orgogliosa dei miei figli». E continua. «Mio figlio è un prigioniero, e per il fatto che è un resistente, le forze di occupazione hanno fatto questo alla nostra casa». Parla di Mahmoud Moati Salit, Abu Hanod per gli amici, arrestato poco più che ventenne a settembre del 2024 e condannato a diversi ergastoli per due operazioni (Beit Lid e Bal’a) che hanno portato alla morte di alcuni militari israeliani in Cisgiordania Occupata.

Gli altri suoi due figli invece erano stati uccisi pochi mesi prima. Ahmad Salit aveva 20 anni quando il 22 novembre 2023 un drone l’ha colpito nel campo profughi di Tulkarem. Erano in sei: sono morti tutti, vari i feriti. I militari avevano prima impedito alle ambulanze di raggiungere i sopravvissuti e poi hanno cercato di sequestrare i corpi dall’ospedale.

Nemmeno due mesi dopo, è il figlio maggiore a cadere sotto il fuoco dell’esercito occupante di Israele. Muhammad Muti’ Salit aveva 26 anni. È stato ucciso in uno scontro a fuoco il 17 gennaio 2024, durante un’incursione israeliana nel campo profughi dove viveva. Nelle circa 45 ore di operazione israeliana che seguirono otto palestinesi sono rimasti uccisi. Almeno tre di loro erano minorenni.

Due figli martiri, uno in carcere a vita. Ora ha perso anche la sua casa. La famiglia Salit è solo un esempio di quello che molte famiglie palestinesi sono costrette a vivere sotto l’occupazione israeliana.

«I militari sono venuti con una unità specializzata in esplosivi, e hanno minato la casa prima di farla esplodere completamente». Un video girato dagli stessi militari testimonia l’operazione minuziosamente. «Questa incursione l’hanno fatta principalmente per (demolire) la nostra casa. Hanno anche distrutto le strade».

«Ogni volta che vengono, entrano in alcune abitazioni e le distruggono, distruggono le strade, fanno esplodere case, arrestano molto persone e mirano ai bambini. La distruzione che causano è immensa. I bulldozer israeliani prendono di mira le infrastrutture e le distruggono appositamente, specialmente quelle che portano acqua ed elettricità, che costituiscono i bisogni più importanti per le persone nel campo profughi. Rimaniamo giorni senz’acqua.» Specifica: «fanno questo regolarmente per privarci dai nostri bisogni essenziali. La sofferenza è davvero senza precedenti.» E conclude: «E’ una piccola Gaza questa».

Anche le case vicine sono rimaste danneggiate: le finestre non esistono più il salotto e la cucina della famiglia adiacente sono invase dai detriti. È lì che ci offrono il caffè, mentre per strada numerosi volontari del quartiere aiutano a liberare la via dalle macerie e le portano via.

Ci fanno visitare la struttura: tutte le stanze sono sottosopra, mobili spaccati, nessuna finestra e polvere causata dall’esplosione ovunque. I ferri della casa abbattuta sono a pochi metri da quello che era il salotto. «Non so quante volte i militari sono entrati in questa casa e hanno fatto danni. Una volta hanno fatto esplodere la porta e sono entrati puntandoci contro le armi. Mi hanno preso e portato fuori, usandomi come scudo umano per le vie. Lo fanno spesso con gli abitanti del campo. Mi tenevano davanti a loro, con le armi puntate. Poi quando hanno finito mi hanno riportato a casa e c’erano alcuni militari che picchiavano mio fratello piccolo. Ha 15 anni. Gli avevano trovato delle foto “non gradite” sul cellulare», dice I., il vicino della famiglia Salit.

«La volta prima avevano distrutto questo», dice, indicando la parete di fronte a me, dove il muro danneggiato testimoniava la presenza di qualcosa che non c‘era più. «Qui c’era un bassorilievo della Moschea di Al-Aqsa. L’hanno distrutto». Si accende una sigaretta. «Questa è la nostra vita quotidiana sotto occupazione».

[testo e foto di Moira Amargi – corrispondente dalla Palestina]

Nota di redazione: quest’intervista risale al 9 gennaio. Oggi il campo profughi di Tulkarem è sotto occupazione israeliana dal 27 gennaio. Decine di abitazioni sono state fatte esplodere o rase al suolo dai bulldozer di Tel Aviv, e la distruzione che sta subendo il campo non ha precedenti. Netanyahu ha annunciato che l’esercito occuperà permanentemente il campo profughi per i prossimi mesi. Circa l’80% della popolazione è stata forzata a lasciare le proprie case.

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