domenica 30 Marzo 2025

Nel porto di Ravenna è stato sequestrato un carico di materiale militare diretto a Israele

Un carico di oltre 13 tonnellate di componenti metallici destinati a Israele è stato sequestrato nel porto di Ravenna dall’Agenzia delle Dogane. Il sequestro, risalente al 4 febbraio scorso e convalidato dal Gip del Tribunale di Ravenna, riguarda centinaia di pezzi metallici grezzi, tra cui cilindri, lamiere e manovelle, per un valore complessivo di oltre 250mila euro. Questi materiali, secondo gli inquirenti, erano destinati alla società israeliana IMI Systems Ltd, specializzata nella produzione di armamenti per le forze armate. Nei prossimi giorni, il Tribunale del Riesame si pronuncerà sulla richiesta di dissequestro avanzata dall’azienda lecchese, mentre la rete antisionista e anticolonialista per la Palestina ha convocato per sabato prossimo un presidio a Piazza del Popolo, a Ravenna, per protestare contro i «traffici di morte» nei porti italiani e «ogni complicità» con Israele.

L’indagine ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di un imprenditore 57enne di Lecco, amministratore unico della Valforge srl, accusato di esportazione non autorizzata di materiale bellico. L’azienda lecchese, infatti, non risulta iscritta al Registro nazionale delle imprese autorizzate dal Ministero della Difesa e non dispone delle necessarie autorizzazioni per operare nel settore degli armamenti. Secondo la ricostruzione della Procura, la Valforge avrebbe agito come intermediaria, commissionando la produzione dei componenti a due aziende della provincia di Varese e inviandoli poi a Ravenna per l’imbarco. La difesa dell’imprenditore contesta l’accusa, sostenendo che i materiali sequestrati fossero semplici componenti metallici grezzi, privi di una chiara identificazione come parti di armamenti. Secondo l’avvocato dell’azienda, Luca Perego, la Valforge si sarebbe limitata a certificare la qualità dei materiali senza avere conoscenza della loro destinazione finale. Tuttavia, il fatto che il carico fosse diretto a IMI Systems, azienda esclusivamente impegnata nella produzione di armamenti, ha fatto emergere dubbi su tale ricostruzione.

Attivisti e associazioni pacifiste, tra cui il Coordinamento lecchese Stop al Genocidio e la campagna BDS, denunciano da tempo il coinvolgimento di aziende italiane nella fornitura di armamenti a Israele. Secondo queste organizzazioni, oltre alle esportazioni autorizzate e tracciate, vi sarebbero traffici paralleli di materiali che sfuggono ai controlli ufficiali, rendendo ancora più preoccupante il quadro complessivo. Evidenziando come, ormai da tempo, il Porto di Ravenna sia «un luogo dove la scarsissima trasparenza dei traffici rende possibile farlo diventare un Hub per il trasporto di armi, come gli altri scali portuali dell’Alto Adriatico, in particolare verso i teatri di guerra in Medio Oriente», i membri della Rete antisionista ed anticolonialista per la Palestina hanno indetto un presidio che si terrà in Piazza del Popolo, a Ravenna, alle ore 16 di sabato 29 marzo, con l’obiettivo di «denunciare con forza ogni complicità, a qualsiasi livello, del nostro Paese con Tel Aviv, e mettere in luce la pericolosa riconversione a fini bellici dell’apparato produttivo».

Il recente sequestro ha riportato l’attenzione sul porto di Ravenna come possibile snodo per il transito di forniture militari dirette in zone di conflitto. Non è la prima volta che il traffico di armi attraverso lo scalo romagnolo suscita polemiche. Già nel 2021, infatti, i sindacati del porto di Ravenna avevano proclamato uno sciopero per impedire il carico di armi dirette in Israele. Scene simili si erano viste anche a Livorno e Napoli, dove i dipendenti del porto avevano rifiutato di caricare navi che erano sospettate di trasportare armamenti verso Israele, per esprimere «vicinanza ai palestinesi, che da anni subiscono una spietata repressione». A Genova, invece, nel novembre del 2023 oltre 400 persone avevano risposto all’appello dei portuali contro l’invio di armi in Israele che transitano dal porto, presentandosi al blocco del varco di San Benigno e provocando disagi e deviazioni del traffico. Principale bersaglio della protesta è stato il trasporto di materiale bellico verso Tel Aviv da parte della compagnia marittima israeliana Zim Integrated Shipping Services (Zim). Poi, nel giugno del 2024, circa 800 persone erano tornate in presidio per bloccare i varchi portuali del capoluogo ligure in sostegno alla Palestina.

[di Stefano Baudino]

*Errata corrige: a differenza di quanto riportato in una precedente versione dell’articolo, il carico non era di armi ma di materiale militare.

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4 Commenti

  1. Che siano armi, o pezzi di ferro grezzi atti a diventare armi, e er questo basta vedere la dedtinazione e l’azienda cosa produce, è comunque vergognoso che l’Italia partecipi al massacro che sta succedendo in Palestina.

  2. Come notato già dal lettore Francesco Pitscheider, il titolo è fuorviante. In generale sto notando questa tendenza per me spiacevole, da parte di un giornale che tuttora reputo serio, soprattutto in articoli e news flash riguardanti Israele, difesa e forze armate.

  3. Perdonatemi, ma voi (L’Indipendente) non eravate quelli che fanno i titoli chiari e non sensazionalistici, per poter vendere di più? Il titolo qui dice “carico di armi” mentre nell’articolo si parla di “pezzi metallici grezzi”. Come un qualsiasi giornalino che troviamo in edicola (Si, ce n’è ancora qualcuna). Non cadetemi in questi tranelli per attirare l’attenzione del lettore della domenica. Su…

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