Il linguaggio umano è emerso almeno 135.000 anni fa e il suo utilizzo si è diffuso ben 35.000 anni più tardi, accendendo la scintilla del pensiero simbolico: è quanto emerge da un nuovo studio condotto da ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT), sottoposto a revisione paritaria e pubblicato sulla rivista scientifica Frontiers in Psychology. Gli scienziati hanno proposto un nuovo metodo per datare la nascita del linguaggio umano, basandosi sul DNA piuttosto che su reperti fossili o archeologici. Ricostruendo le migrazioni delle prime popolazioni dell’Homo Sapiens e basandosi su 15 lavori scientifici pubblicati negli ultimi anni, gli autori sono riusciti a datare le radici della nostra storia, stimando il periodo in cui è emerso il linguaggio come lo conosciamo. «La logica è molto semplice. Ogni popolazione ramificata nel mondo ha un linguaggio umano e tutte le lingue sono correlate», ha spiegato Shigeru Miyagawa, professore del MIT e coautore della ricerca.
Nonostante il significativo accordo riguardante la nascita degli esseri umani moderni, risalente a circa 230.000 anni fa, gli scienziati si sono a lungo confrontati sull’origine del linguaggio, che resta incerta. Tradizionalmente, infatti, gli studiosi hanno spesso cercato indizi in manufatti e fossili, ottenendo risultati contrastanti. Per questo motivo, il team del MIT ha deciso di scegliere un approccio differente [1], ipotizzando che tutte le lingue umane derivino da una radice comune. Se ciò fosse vero, allora la comparsa del linguaggio dovrebbe precedere la prima grande divisione genetica delle popolazioni di Homo sapiens, un evento che però i dati genomici possono aiutare a individuare. Basandosi su 15 studi precedenti – di cui 3 focalizzati sul cromosoma Y, 3 sul Dna mitocondriale e 9 sull’intero genoma – e incrociando questi dati, i ricercatori hanno tracciato il mosaico della variabilità genetica umana, stimando che le popolazioni di homo sapiens formassero ancora un unico gruppo fino a circa 135.000 anni fa. Questo implicherebbe, secondo quanto riportato, che la capacità di comunicare verbalmente fosse già presente prima di quella data.
Si tratta di un’analisi che è stata resa possibile dal fatto che «dal punto di vista quantitativo abbiamo più studi, e dal punto di vista qualitativo, la finestra temporale è più ristretta», ha spiegato Miyagawa, aggiungendo che la diffusione su larga scala avvenuta più tardi – circa 100.000 anni fa – potrebbe essere la prova che fu proprio il linguaggio ad aver innescato la rivoluzione cognitiva che portò a nuove forme di comunicazione e cultura: «Il linguaggio è stato l’innesco del comportamento umano moderno. In qualche modo ha stimolato il pensiero umano e ha contribuito a creare questo tipo di comportamenti. Se abbiamo ragione, le persone imparavano le une dalle altre (grazie al linguaggio) e incoraggiavano innovazioni del tipo di quelle che abbiamo visto 100.000 anni fa», ha aggiunto [2]. Infine, i coautori hanno spiegato che sebbene lo studio aggiunga un tassello fondamentale al dibattito sull’origine del linguaggio – un tema ancora aperto nella paleoantropologia – e sebbene i dati genomici offrano una nuova prospettiva temporale, ulteriori conferme dovranno arrivare dall’archeologia, dalla linguistica comparativa e da future analisi genetiche per stabilire con maggiore certezza quando e come sia nata la capacità linguistica umana.
[di Roberto Demaio]