venerdì 4 Aprile 2025

Dentro la nuova Siria, tra timore e speranze di rinascita

Il 2025 è iniziato per me in Siria, circondata da bandiere, canti e tanta speranza per un Paese finalmente unito e libero. Neanche tre mesi dopo, l’equilibrio che lo tiene insieme è sempre più fragile. Raccontare questo Paese senza smarrirsi tra la propaganda delle diverse fazioni non è semplice: troppe voci, troppi interessi intrecciati, troppi fili invisibili che lo legano a giochi di potere. È quindi fondamentale partire dai fatti e, soprattutto, ascoltare il cuore pulsante della Siria: la voce del suo popolo.

In foto: Giulia Cicoli, cofondatrice di Still I Rise

Il bilancio di 13 anni di guerra 

Prima del 2011, la popolazione siriana era composta da circa 22 milioni di persone. Oggi, oltre 14 milioni sono sfollati: 7,2 milioni internamente in Siria e più di 6 milioni all’estero. La guerra ha causato oltre 600.000 morti e ha lasciato più di un siriano su quattro con una disabilità. La Siria è oggi un Paese ferito, con villaggi e città svuotati, un paesaggio segnato dalla distruzione di oltre l’80% delle infrastrutture e dal peso di sanzioni che ne limitano le possibilità di ricostruzione.

In foto: la prigione di Sednaya, ribattezata come ”il mattatoio umano” [foto di Still I Rise]
In più di 13 anni di guerra, atrocità si sono susseguite per mano di molteplici attori, ma il bilancio più tragico ricade sulle spalle di Assad e dei suoi alleati. Secondo il Syrian Network for Human Rights, a loro è attribuito oltre il 90% delle uccisioni verificate di civili. Inoltre, il regime ha fatto sparire 130.000 persone; arresti e torture arbitrarie erano all’ordine del giorno e il sistema di governo altamente corrotto ha trasformato la Siria in un vero e proprio “narco-Stato”, lasciando il 90% della popolazione sotto la soglia di povertà.

Tre settimane dopo la caduta di Assad, ho varcato la soglia della famigerata prigione di Sednaya, un luogo di terrore ribattezzato il mattatoio umano. Lì, migliaia di persone si sono riversate nei giorni successivi all’8 dicembre, disperate nel tentativo di ritrovare i propri cari. La maggior parte di loro però non li ha trovati e ancora oggi, nessuno sa dove — o se —quei corpi siano stati sepolti. Abbiamo attraversato città e villaggi, raccogliendo storie di dolore che si ripetevano con inquietante regolarità. Ogni persona che abbiamo incontrato aveva almeno un caro scomparso, presunto morto. Nella Siria di Assad non sparivano infatti solo i dissidenti, ma anche persone comuni, scelte a caso dalla macchina del terrore.

A Darayya, un sobborgo di Damasco, abbiamo incontrato una donna malata di cancro che da oltre sette anni non ha più notizie di sua sorella e di sua nipote, portate via senza spiegazioni. Ogni tentativo di rintracciarle è stato vano. Fuori Idlib, un insegnante ci ha raccontato la storia di un amico che, un giorno, era semplicemente salito su un pullman per l’università di Aleppo. Un controllo a un checkpoint. Un arresto senza motivo. Non è mai stato trovato.

La fine del regime e l’incertezza del futuro

In un simile contesto, Ahmad Al Sharaa, il nuovo presidente ad interim della Siria, è identificato dalla maggior parte della popolazione come l’uomo che è riuscito a deporre Assad. I festeggiamenti che si sono svolti a dicembre, all’indomani della caduta del regime, non erano tanto volti a celebrare il nuovo governo, quanto piuttosto a esultare per la fine del regime e l’alba di una possibile Siria libera. Piuttosto, suscitano timore i legami passati di Al Sharaa con Al Qaeda e si teme per la sorte che toccherà alle minoranze, specialmente alla luce dei massacri avvenuti nelle ultime settimane sulla costa siriana. Al riguardo, tuttavia, Al Sharaa ha reagito in maniera molto diversa dal suo predecessore, definendo «inaccettabili» i massacri e istituendo una commissione d’inchiesta che (sostiene lui) porterà i responsabili in tribunale, anche se fanno parte del suo stesso governo. 

È ancora presto per dire se Al Sharaa sia davvero il leader capace di portare libertà e unità in Siria: ciò che è certo è che questo desidera la maggior parte dei siriani. E per dimostrare di volersi muovere in questa direzione, il governo ad interim ha recentemente siglato un accordo storico con le SDF, le forze a maggioranza curda che governano la parte Nord-Est del Paese, al fine di integrarle nell’amministrazione siriana e riconoscere loro gli stessi diritti. A prescindere dall’esito di tale accordo, una mossa simile sarebbe stata impensabile sotto la dinastia degli Assad. 

L’abolizione delle sanzione sarebbe un aiuto concreto per la ricostruzione della Siria [Foto di Still I Rise]
Al di là dei problemi settari, spesso alimentati dai media da una parte e dall’altra per portare divisione, la sfida maggiore ora è l’estrema povertà del Paese. Sulla Siria gravano infatti ancora le sanzioni internazionali: nel momento in cui scriviamo non vi sono banche funzionanti nè circuiti di carte di credito attivi, è impossibile importare materiali e le aziende non possono commerciare con l’estero. Ogni tentativo del Paese di rialzarsi risulta, in un tale contesto, estremamente complesso da portare a termine. L’abolizione delle sanzioni, oltre a permettere la ripresa economica del Paese, aprirebbe le porte a esperti internazionali che potrebbero supportare il governo negli sforzi di sminamento, riforestazione, strutturazione del sistema giudiziario e dei diritti umani e intervenire in molti altri ambiti, nei quali i siriani stessi hanno chiesto supporto. 

La diaspora siriana: una risorsa per ricostruire

[Foto di Still I Rise]
Tutti i siriani con i quali ho parlato, tanto all’interno dei confini della Siria quanto all’esterno, condividono un desiderio profondo: ricostruire il proprio Paese senza interferenze estere. Molti dei 6 milioni di siriani all’estero sarebbero pronti a farlo in prima persona, ma sono bloccati dalla burocrazia dei Paesi che li hanno accolti dopo che hanno abbandonato le loro case distrutte e percorso lunghe e difficili rotte migratorie per poter ricominciare una nuova vita. Se fossero libere di muoversi liberamente tra la Siria e i Paesi in cui hanno trovato asilo, e se le sanzioni fossero finalmente revocate, queste persone potrebbero giocare un ruolo chiave nella ricostruzione, riportando nel proprio Paese abilità e competenze e creando legami economici con l’Occidente.

I dubbi su Al Sharaa restano e il rischio che la Siria ricada nel caos è reale. Eppure, dopo anni di guerra, esilio e distruzione, ai siriani dovrebbe essere finalmente concesso il diritto di ricostruire la propria terra. Se esiste una possibilità per una Siria finalmente libera e unita, allora il mondo dovrebbe farsi carico della responsabilità di non ostacolarla.

Avatar photo

Giulia Cicoli

Cofondatrice e Direttrice Comunicazione, Advocacy e Fundraising di Still I Rise. Da sempre in prima linea nella difesa dei diritti umani, gestisce le strategie globali di raccolta fondi e diffusione delle attività dell'organizzazione.

L'Indipendente non riceve alcun contributo pubblico né ospita alcuna pubblicità, quindi si sostiene esclusivamente grazie agli abbonati e alle donazioni dei lettori. Non abbiamo né vogliamo avere alcun legame con grandi aziende, multinazionali e partiti politici. E sarà sempre così perché questa è l’unica possibilità, secondo noi, per fare giornalismo libero e imparziale. Un’informazione – finalmente – senza padroni.

Ti è piaciuto questo articolo? Pensi sia importante che notizie e informazioni come queste vengano pubblicate e lette da sempre più persone? Sostieni il nostro lavoro con una donazione. Grazie.

Articoli correlati

Iscriviti a The Week
la nostra newsletter settimanale gratuita

Guarda una versione di "The Week" prima di iscriverti e valuta se può interessarti ricevere settimanalmente la nostra newsletter

Ultimi

Articoli nella stessa categoria