Il 2025 è iniziato per me in Siria, circondata da bandiere, canti e tanta speranza per un Paese finalmente unito e libero. Neanche tre mesi dopo, l’equilibrio che lo tiene insieme è sempre più fragile. Raccontare questo Paese senza smarrirsi tra la propaganda delle diverse fazioni non è semplice: troppe voci, troppi interessi intrecciati, troppi fili invisibili che lo legano a giochi di potere. È quindi fondamentale partire dai fatti e, soprattutto, ascoltare il cuore pulsante della Siria: la voce del suo popolo.

Il bilancio di 13 anni di guerra
Prima del 2011, la popolazione siriana era composta da circa 22 milioni di persone. Oggi, oltre 14 milioni sono sfollati: 7,2 milioni internamente in Siria e più di 6 milioni all’estero. La guerra ha causato oltre 600.000 morti e ha lasciato più di un siriano su quattro con una disabilità. La Siria è oggi un Paese ferito, con villaggi e città svuotati, un paesaggio segnato dalla distruzione di oltre l’80% delle infrastrutture e dal peso di sanzioni che ne limitano le possibilità di ricostruzione.
Tre settimane dopo la caduta di Assad, ho varcato la soglia della famigerata prigione di Sednaya, un luogo di terrore ribattezzato “il mattatoio umano“. Lì, migliaia di persone si sono riversate nei giorni successivi all’8 dicembre, disperate nel tentativo di ritrovare i propri cari. La maggior parte di loro però non li ha trovati e ancora oggi, nessuno sa dove — o se —quei corpi siano stati sepolti. Abbiamo attraversato città e villaggi, raccogliendo storie di dolore che si ripetevano con inquietante regolarità. Ogni persona che abbiamo incontrato aveva almeno un caro scomparso, presunto morto. Nella Siria di Assad non sparivano infatti solo i dissidenti, ma anche persone comuni, scelte a caso dalla macchina del terrore.
A Darayya, un sobborgo di Damasco, abbiamo incontrato una donna malata di cancro che da oltre sette anni non ha più notizie di sua sorella e di sua nipote, portate via senza spiegazioni. Ogni tentativo di rintracciarle è stato vano. Fuori Idlib, un insegnante ci ha raccontato la storia di un amico che, un giorno, era semplicemente salito su un pullman per l’università di Aleppo. Un controllo a un checkpoint. Un arresto senza motivo. Non è mai stato trovato.
La fine del regime e l’incertezza del futuro
In un simile contesto, Ahmad Al Sharaa, il nuovo presidente ad interim della Siria, è identificato dalla maggior parte della popolazione come l’uomo che è riuscito a deporre Assad. I festeggiamenti che si sono svolti a dicembre, all’indomani della caduta del regime, non erano tanto volti a celebrare il nuovo governo, quanto piuttosto a esultare per la fine del regime e l’alba di una possibile Siria libera. Piuttosto, suscitano timore i legami passati di Al Sharaa con Al Qaeda e si teme per la sorte che toccherà alle minoranze, specialmente alla luce dei massacri avvenuti nelle ultime settimane sulla costa siriana. Al riguardo, tuttavia, Al Sharaa ha reagito in maniera molto diversa dal suo predecessore, definendo «inaccettabili» i massacri e istituendo una commissione d’inchiesta che (sostiene lui) porterà i responsabili in tribunale, anche se fanno parte del suo stesso governo.
È ancora presto per dire se Al Sharaa sia davvero il leader capace di portare libertà e unità in Siria: ciò che è certo è che questo desidera la maggior parte dei siriani. E per dimostrare di volersi muovere in questa direzione, il governo ad interim ha recentemente siglato un accordo storico con le SDF, le forze a maggioranza curda che governano la parte Nord-Est del Paese, al fine di integrarle nell’amministrazione siriana e riconoscere loro gli stessi diritti. A prescindere dall’esito di tale accordo, una mossa simile sarebbe stata impensabile sotto la dinastia degli Assad.
La diaspora siriana: una risorsa per ricostruire
I dubbi su Al Sharaa restano e il rischio che la Siria ricada nel caos è reale. Eppure, dopo anni di guerra, esilio e distruzione, ai siriani dovrebbe essere finalmente concesso il diritto di ricostruire la propria terra. Se esiste una possibilità per una Siria finalmente libera e unita, allora il mondo dovrebbe farsi carico della responsabilità di non ostacolarla.