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I dazi di Trump: colpiti oltre cento Paesi, anche “i ladri europei” nel mirino

Dopo mesi di attese, annunci e minacce, ieri è andato in scena quello che Trump ha definito Liberation Day (Giorno della Liberazione), in cui il presidente degli Stati Uniti ha illustrato i dazi rivolti a quasi tutti i Paesi del mondo. Gli occhi dei Paesi europei si sono concentrati sulla voce relativa all’Unione Europea, che, secondo Trump, «truffa» gli Stati Uniti, e per tale motivo sarà oggetto di una tariffa del 20% su tutti i prodotti esportati nel Paese. La tariffa base valida per tutti gli Stati è del 10%, ma per alcuni i dazi saranno molto più elevati, come nel caso della Cina, a cui Trump ha imposto dazi del 34%. In generale, le tariffe arriveranno fino al 50%. La misura è pensata per rispondere alle tariffe che gli altri Paesi impongono agli Stati Uniti, tanto che Trump ha preferito parlare di «dazi reciproci». L’UE, per ora, ha offerto una risposta molto vaga, dicendo di essere «pronta a rispondere», ma lanciando un possibile tavolo di negoziazioni.

I dazi [1] di Trump sono arrivati dopo settimane di annunci generici, che hanno gettato nel panico i mercati globali. La misura impone una tariffa base del 10% per quasi tutti i Paesi del mondo, ad eccezione di una manciata di Stati africani (come Burkina Faso, Eritrea e Repubblica Centrafricana), di piccoli Paesi come Andorra e, soprattutto, della Russia, che tuttavia è già soggetta a sanzioni e dazi mirati. In aggiunta, Trump ha dichiarato che, almeno per ora, le misure non colpiranno Canada e Messico, anch’essi già colpiti da tariffe mirate. La tariffa del 10% entrerà in vigore il 5 aprile, e si applicherà a tutti i prodotti importati dagli Stati Uniti, escludendo quelli già soggetti a dazi, sia generalizzati che specifici per Paese. A livello globale, restano in vigore i dazi del 25% su acciaio e alluminio, nonché sulle automobili; verso maggio dovrebbero entrare in vigore ulteriori tariffe del 25% sulle componenti del settore automotive.

All’Unione Europea è stata imposta una tariffa generalizzata del 20% su tutti i prodotti. Essa, come quella destinata ai Paesi a cui verrà applicata una tariffa superiore a quella standard del 10%, entrerà in vigore il 9 aprile. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen [2], ha commentato la misura poche ore dopo l’annuncio di Trump, mentre si trovava a Samarcanda, in Uzbekistan, dicendo in modo molto generico che l’Europa è pronta a rispondere, ma anche a negoziare. In precedenza, l’UE aveva già risposto [3] all’annuncio di dazi su acciaio e alluminio, applicando una tariffa sui medesimi prodotti provenienti dagli Stati Uniti, entrata in vigore il 1° aprile. Nel corso del mese di marzo, i funzionari dell’Unione hanno condotto delle riunioni con azionisti e parti chiamate in causa per concordare una possibile seconda tornata di dazi. Anche la premier Meloni si è espressa sulla scelta di Trump, giudicandola «sbagliata», ma predicando moderazione e dialogo: «L’introduzione da parte degli USA di dazi verso l’Unione Europea è una misura che considero sbagliata e che non conviene a nessuna delle parti. Faremo tutto quello che possiamo per lavorare a un accordo con gli Stati Uniti, con l’obiettivo di scongiurare una guerra commerciale che inevitabilmente indebolirebbe l’Occidente a favore di altri attori globali. In ogni caso, come sempre, agiremo nell’interesse dell’Italia e della sua economia, anche confrontandoci con gli altri partner europei», recita il comunicato [4] del governo, riportato integralmente.

La Cina [5] ha chiesto agli Stati Uniti di rivedere le tariffe, minacciando risposte. In generale, la risposta all’annuncio di Trump è stata di condanna, condita da richieste di dialogo e minacce di ritorsione. Negli ultimi mesi, Trump ha usato i dazi come strumento politico per spingere i Paesi a negoziare, tanto che in alcune occasioni li ha annunciati per poi ritirarli nel giro di poche ore. Non è da escludere che anche a questa tornata vengano rivisti in base alla reazione dei Paesi. Intanto, anche i mercati hanno reagito agli annunci. Il dollaro è calato rispetto alle altre valute, mentre i mercati azionari asiatici sono crollati rapidamente. Tutti i più importanti indici giapponesi sono scesi di almeno un punto percentuale, i titoli dei gruppi di estrazione mineraria australiani hanno perso tra il 2% e il 3%, e anche i futures sulle azioni statunitensi sono diminuiti. La borsa di Milano è aperta in calo.

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Dario Lucisano

Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.