Una delle peggiori catastrofi nucleari che ha rischiato l’Italia, infinitamente peggio delle scorie velenose arrivate in silenzio da Chernobyl, è rimasta a bagnomaria per qualche giorno nel blu dipinto di blu del Mare Nostrum, prima di spostarsi altrove, a migliaia di miglia marine, dove è poi diventata un giallo internazionale che non è ancora arrivato all’ultima pagina. Correva il 1968, c’era la Guerra Fredda, il Muro di Berlino se ne stava lì, possente e minaccioso. Nel cuore dello Ionio, Taranto era già uno dei porti italiani abilitati al transito e all’attracco di unità navali a propulsio...
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Bell’ articolo che serve a rinfrescare la memoria ai lettori. Certamente le testate nucleari presenti in Italia, su suolo non italiano, ad Aviano, a Ghedi e forse anche a Sigonella, non possono essere comparate con i propulsori dei sommergibili atomici; però ci sono e rappresentano un goloso bersaglio tattico per i “malintenzionati”. Meglio sarebbe per i cittadini comuni inattivare definitivamente questi ordigni rispedendoli al mittente ma, visto il carattere bellicista dei burocrati di Bruxelles, si potrebbero anche distribuire equamente sul fronte orientale, dalla Finlandia, al posto delle obsolete mine antiuomo, passando per l’ agguerrita Polonia fin giù all’ Ucraina. E se per caso ci fosse qualche testata in eccesso, con la compiacenza della Danimarca, si potrebbe regalarla alla Groenlandia…