Oggi il primo ministro ungherese Viktor Orbán ha steso il tappeto rosso per accogliere, con tutti gli onori del caso, il proprio omologo israeliano Benjamin Netanyahu, violando il mandato d’arresto internazionale emesso dalla Corte Penale Internazionale. Poco dopo il suo arrivo, il portavoce del governo ungherese ha annunciato [1] che il Paese si ritirerà dalla CPI, confermando le voci che giravano da giorni sui media ungheresi. Il tutto avviene nel pieno silenzio di quelle stesse istituzioni europee che hanno ripetutamente condannato, e talvolta sanzionato, Orbán per le più disparate questioni, accusandolo di violare lo stato di diritto: il 17 luglio 2024, il Parlamento europeo approvava una risoluzione [2] per condannare una visita di Orbán a Putin, giudicandola come una «palese violazione dei trattati dell’UE». Oggi, invece, nessuno commenta la violazione delle leggi internazionali e di un mandato di cattura da parte di un’istituzione di giustizia che tutti i Paesi europei, e ancora per poco anche la stessa Ungheria, riconoscono.
Netanyahu è arrivato in Ungheria su invito dello stesso Orbán. È atterrato ieri notte attorno alle 2:30 e si fermerà nel Paese per quattro giorni. Ieri è stato accolto sulla pista dell’aeroporto dal ministro della Difesa Kristof Szalay-Bobrovniczky e oggi, attorno alle 10, è stato ricevuto da Orbán. Qualche minuto dopo è arrivato l’annuncio di Zoltán Kovács, portavoce governativo. Kovács, nello specifico, annuncia che «il processo di ritiro inizierà giovedì, in linea con gli obblighi giuridici costituzionali e internazionali dell’Ungheria». Questo significa che, teoricamente, l’Ungheria non solo doveva arrestare Netanyahu al suo arrivo, ma che sarebbe ancora tenuta a farlo. Contro la decisione di Orbán di invitare Netanyahu si sono schierate diverse organizzazioni internazionali, nonché la stessa Corte, che ha ricordato al primo ministro ungherese che i mandati d’arresto internazionali, almeno in teoria, sono vincolanti. Quando venne emanato [3] lo scorso novembre, Orbán aveva annunciato che non avrebbe arrestato Netanyahu, invitandolo a Budapest, annuncio a cui si sono accodati in molti. Nonostante ciò, questa risulta essere la prima visita di Netanyahu a un Paese firmatario dello Statuto di Roma, con cui venne istituita la stessa CPI e di cui l’Ungheria risulta una delle fondatrici.
Mentre Netanyahu viene accolto in aperta violazione del diritto internazionale, in patria i suoi alleati di governo si danno da fare per ampliare il progetto di occupazione coloniale di Israele. Il 1° aprile, Israel Katz e Bezalel Smotrich, rispettivamente ministro della Difesa e ministro delle Finanze israeliani, hanno visitato la Cisgiordania assieme ad altri alti funzionari del Paese, rilasciando una dichiarazione congiunta [4] in cui annunciano apertamente la loro intenzione di occupare l’intera area e cacciare i palestinesi dalla zona. «Il governo israeliano sta lavorando per sviluppare insediamenti in Giudea e Samaria [ndr. il nome israeliano per la Cisgiordania] e non permetterà la dilagante costruzione araba illegale, che è diventata una piaga dello Stato negli ultimi decenni», si legge nel comunicato. La Cisgiordania è definita «culla della nostra patria, la terra della Bibbia», e i ministri scrivono che gli israeliani «sono qui per restare». Si rovesciano, insomma, le prospettive: sono i palestinesi che si «impadroniscono dei territori di Giudea e Samaria danneggiando l’insediamento ebraico», e non, come sancito [5] svariate volte dall’ONU e da organizzazioni internazionali, viceversa.
Nel frattempo, l’esercito israeliano ha ampliato l’operazione terrestre a Gaza. L’attacco è su larga scala e coinvolge ampie aree del Governatorato di Rafah, all’estremo sud della Striscia, quello di Khan Younis, che confina con Rafah, diverse aree centrali della Striscia e le zone di confine nel Governatorato di Nord Gaza. Lo scopo dichiarato è quello di «catturare un vasto territorio» da aggiungere alle zone cuscinetto nella Striscia, si legge in un comunicato [6] di Katz. Secondo i media israeliani [7], l’obiettivo sarebbe annettere parte del territorio e creare un corridoio aggiuntivo tra Rafah e Khan Younis, il cosiddetto corridoio di Morag, per isolare Rafah. Il piano non si discosta da quello annunciato da Netanyahu, che propone [8] di prendere in mano la gestione della Striscia e portare avanti il progetto di deportazione dei palestinesi promosso [9] da Trump.
Continuano intanto anche i bombardamenti. Dall’alba di stamattina Israele ha ucciso almeno 41 persone in tutta la Striscia, attaccando anche cliniche e aree umanitarie, come successo a Jabaliya. In totale, dall’escalation del 7 ottobre [10], l’esercito israeliano ha ucciso direttamente almeno 50.423 persone, anche se il numero totale dei morti potrebbe superare le centinaia di migliaia, come sostenuto da un articolo [11] della rivista scientifica The Lancet e da una lettera [12] di medici volontari nella Striscia. Dalla ripresa delle aggressioni [13] su larga scala del 18 marzo, invece, Israele ha ucciso almeno 1.066 persone.