Ripartono da Aleppo le prove di pace tra i curdi e il nuovo governo siriano, dopo lo storico accordo siglato il 10 marzo scorso tra il presidente ad interim Al-Jolani e Mazloum Abdi, comandante delle Forze Democratiche Siriane (SDF), un’alleanza militare a difesa del Rojava. In linea con l’intesa, che prevede un graduale assorbimento delle SDF all’interno dell’apparato statale, queste ultime si ritireranno dai quartieri a maggioranza curda di Aleppo, Sheikh Maqsoud e Ashrafieh, ripristinando l’autorità del governo centrale. La responsabilità della protezione dei cittadini curdi ricadrà dunque sul Ministro degli Interni e sulle sue forze di sicurezza, le uniche a cui sarà permesso detenere delle armi. Oltre alla difesa, il governo si impegna nel riconoscimento dell’identità culturale locale, a partire dal mantenimento delle scuole in lingua curda. Anche i Consigli Civili, gli organi amministrativi dei due quartieri, saranno integrati nelle istituzioni cittadine. I primi passi verso la pace stanno avvenendo in un contesto estremamente incerto, visti i tanti dubbi che circondano Al-Jolani e le minacce provenienti dall’esterno. Ciò che è certo è che i curdi non esiteranno a riprendere le armi nel caso in cui il dialogo fallisse.
L’arretramento delle SDF a Sheikh Maqsoud e Ashrafieh non è l’unica notizia che giunge da Aleppo. Qui, la Direzione della Sicurezza, agenzia del Ministro degli Interni siriano, ha raggiunto un accordo con le SDF per il rilascio di circa 250 prigionieri e la restituzione di decine di corpi appartenenti a entrambi gli schieramenti. Il dialogo ad Aleppo tra le forze armate del Rojava, dunque l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est, e il regime guidato da Al-Jolani giunge a poche ore di distanza dall’ufficializzazione del secondo governo di transizione, nominato appunto dall’ex membro di Al-Qaeda. La formazione comprende 23 ministeri, sette dei quali (i più importanti) sono stati affidati ai jihadisti di Hayʾat Taḥrīr al-Shām (HTS), il gruppo guidato da Al-Jolani protagonista del colpo di Stato contro Assad. La composizione del nuovo governo è stata criticata dal Rojava poiché non tiene conto «della diversità siriana»: la sovrarappresentazione dei sunniti stride con la presenza unitaria di un druso, una cristiana (Hind Kabawat, unica donna della compagine governativa e dal 2011 figura chiave dell’opposizione ad Assad, che guiderà il ministero del lavoro e degli affari sociali), un alawita e un curdo, che non fa parte dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord-Est.
Ciò che emerge dagli sviluppi siriani è un quadro incerto, reso tale da un fragile equilibrio interno e da costanti minacce provenienti dall’esterno. Poche ore prima che Al-Jolani e Mazloum Abdi siglassero un accordo storico per la Siria, le milizie affiliate al nuovo regime avevano consumato una brutale aggressione nei confronti della comunità alawita, uccidendo centinaia di civili. «La popolazione siriana ha alle spalle già oltre un decennio di impunità per le gravi violazioni dei diritti umani e per le atrocità di massa compiute dal governo di Assad e dai gruppi armati. Quest’ultimo massacro contro la minoranza alawita ha aperto una nuova ferita in un paese segnato da precedenti ferite non ancora cicatrizzate. È fondamentale che le nuove autorità assicurino verità e giustizia, segnando una rottura col passato e indicando che vi sarà tolleranza zero per gli attacchi contro le minoranze», ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.
I curdi sono stati spinti a trovare un accordo col nuovo regime da diversi fattori: la storica apertura di Ocalan, che ha chiesto agli alleati del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) di deporre le armi e abbandonare la lotta armata; le continue minacce turche, che negli ultimi mesi si sono trasformate in attacchi costanti all’esperienza del Rojava; il disimpegno degli Stati Uniti dalla regione.
Se la Turchia fa sentire la sua voce a nord, Israele ha approfittato della caduta di Assad per approvare un piano per espandere i propri insediamenti nelle Alture del Golan occupate, realizzando nuove infrastrutture e basi militari. Lo Stato ebraico ha sfruttato il cambio di regime per rendere militarmente inoffensivo il Paese a suon di bombardamenti. Gli attacchi – centinaia da dicembre – hanno ucciso decine di civili, nell’inerzia del nuovo governo e della cosiddetta comunità internazionale. Soltanto ieri, lo Stato ebraico ha condotto una serie di bombardamenti accompagnati da un’incursione via terra, durante le quali sono state uccise 13 persone.