Una sentenza che segna una svolta in un momento delicato per il reato di tortura in Italia. La Corte d’Appello di Firenze ha messo il timbro sulle condanne per 15 agenti penitenziari accusati accusati di aver pestato brutalmente un detenuto tunisino nel carcere di San Gimignano (Siena) nel 2018. Torture, falso e minaccia aggravata i reati accertati. La pronuncia rafforza la tenuta del reato di tortura, introdotto nel nostro ordinamento nel 2017 e oggi al centro di proposte di modifica o cancellazione da parte delle forze di maggioranza.
I fatti risalgono all’11 ottobre 2018. Le videocamere di sorveglianza del carcere di San Gimignano ripresero gli agenti trascinare fuori dalla cella un giovane tunisino, detenuto per spaccio di droga, schiacciarlo a terra e colpirlo ripetutamente, prima di trascinarlo in un punto cieco, non coperto dall’impianto di videosorveglianza. Quelle immagini, mostrate in aula, sono state uno degli elementi principali dell’accusa, supportata da un fascicolo investigativo di oltre 4500 pagine. L’inchiesta da cui è scaturito il processo era emersa grazie alle segnalazioni delle educatrici della casa circondariale, le quali avevano raccolto le testimonianze di altri detenuti.
I giudici della seconda sezione, presieduta da Alessandro Nencini, hanno accolto in larga parte le richieste del procuratore generale Ettore Squillace Greco. Confermate le pene, comprese tra i 2 anni e 3 mesi e i 2 anni e 8 mesi, per dieci agenti che avevano scelto il rito abbreviato. Ridotte, invece, quelle di altri cinque imputati che avevano optato per il rito ordinario: da condanne di primo grado comprese tra i 5 anni e 10 mesi e i 6 anni e mezzo, si è scesi a pene tra i 3 anni e 8 mesi e i 4 anni e 2 mesi di reclusione. Al contempo, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici è stata sostituita con una sospensione di cinque anni, mentre sono state revocate l’interdizione legale e la sospensione della responsabilità genitoriale. Confermato, infine, il risarcimento da 80mila euro al detenuto vittima delle violenze, oltre a quelli disposti in favore del Garante nazionale dei detenuti – assistito dagli avvocati Michele Passione e Raffaella Tucci – e dell’associazione “L’altro diritto”.
«La Corte d’Appello ha confermato l’impostazione della Procura, pur intervenendo su alcune pene – ha spiegato l’avvocato Michele Passione, che rappresentava il Garante Nazionale dei Detenuti –. È una sentenza importante perché riafferma che il reato di tortura tutela la dignità dell’uomo e serve a prevenire nuovi abusi. Non rendersi conto della sua necessità significa non voler vedere che certi fenomeni accadono ancora». Gli agenti condannati erano presenti in aula, insieme ad alcuni familiari. All’uscita, non sono mancate reazioni di dissenso: una parente ha battuto le mani in direzione dell’aula, un altro ha sussurrato: «Questa non è giustizia». I legali degli imputati hanno già annunciato che presenteranno ricorso in Cassazione, dunque servirà ancora del tempo per avere la parola fine.
La vicenda rappresenta un tassello importante della storia giudiziaria del nostro Paese, dal momento che il procedimento è stato il primo in Italia in cui – accanto a lesioni, minaccia e falso ideologico – si è contestato il reato autonomo di tortura a componenti delle forze dell’ordine. Una fattispecie su cui, però, sin dalla sua creazione si concentrano le critiche di un largo pezzo di maggioranza. Che infatti, una volta al governo, non ha perso tempo per presentare progetti di legge in cui si intende intervenire in maniera dirompente sulla materia. In particolare, FDI ha proposto l’abrogazione del reato di tortura attraverso l’eliminazione degli articoli 613-bis e 613-ter del codice penale che lo delineano, mantenendo soltanto una nuova aggravante comune. Nel dicembre del 2023, il Consiglio d’Europa è intervenuto per bacchettare l’esecutivo italiano, invitandolo «caldamente» a «garantire che qualsiasi eventuale modifica al reato di tortura sia conforme ai requisiti della Convenzione europea dei diritti umani e alla giurisprudenza della Cedu».
Magari usare la parola brutalità invece di tortura per i pestaggi dovuti ad intemperanza, sarebbe lingua Italiana invece che barbarie linguistica, perché la barbarie linguistica non può che trasformarsi in barbarie giuridica.