Nonostante gli Stati Uniti abbiano cercato in tutti i modi di evitarlo con una vera e propria campagna diffamatoria, è stato rinnovato il mandato come Relatrice speciale ONU per la Palestina a Francesca Albanese, la giurista italiana che ha avuto il coraggio di pubblicare un rapporto intitolato senza mezzi termini Il genocidio come cancellazione coloniale [1], nel quale viene dettagliato come quella compiuta da Israele a Gaza sia da considerare a tutti gli effetti un’azione di stampo genocida. Un’attività giuridica evidentemente insopportabile per Tel Aviv e il suo grande protettore internazionale, il governo americano, che aveva chiesto formalmente che non le venisse rinnovato il mandato a causa del «suo virulento antisemitismo, che demonizza Israele e sostiene Hamas». Il rinnovo del mandato non doveva essere votato dall’ONU, come scritto senza conoscere i regolamenti da molti media: era previsto che il Consiglio dei Diritti Umani (HRC) valutasse se le accuse statunitensi avessero un fondamento. Ma il Consiglio ha ratificato di non aver ravvisato violazioni del codice di condotta da parte di Francesca Albanese e quindi è scattato il rinnovo automatico per un secondo incarico triennale come previsto dal regolamento.
La violenta campagna americana contro Francesca Albanese si era basata sulle estrapolazioni di alcune sue frasi ritenute antiebraiche, come per esempio la condanna a Israele per genocidio, la sua «maliziosa fissazione» nel chiedere che Israele risponda delle sue azioni in Palestina. E il suo ritenere che il diritto alla resistenza, anche armata, del popolo palestinese sia garantito dalla legge internazionale: un’opinione che aveva saldamente ribadito anche in un’intervista esclusiva [2] rilasciata a L’Indipendente e che in effetti è sancita oltre ogni ragionevole dubbio dalla Risoluzione ONU 37/43 del 1982 [3]. Tra l’altro, anche nel caso in cui si fossero rivelate sensate, nessuna di queste accuse avrebbe evidentemente testimoniato nessun atteggiamento antisemita che, giova ricordarlo, è definito l’odio etnico contro gli ebrei e non certo la critica legittima e documentata contro le azioni del governo israeliano né tantomeno il sostegno alla resistenza anticoloniale di un popolo che vive sotto occupazione straniera da quasi 80 anni come quello palestinese.
Nonostante il tentativo strumentale degli Stati Uniti, la campagna di delegittimazione non ha quindi fatto breccia nel Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, che ha confermato come l’attività della giurista sia stato in linea con il codice di condotta presente nel suo mandato. Il popolo palestinese potrà così trovare ancora nel lavoro di Francesca Albanese una sponda in difesa dei diritti umani e disposta a condannare le evidenti violazioni del diritto internazionale da parte del governo Netanyahu. Con buona pace degli Stati Uniti e di molti media occidentali che hanno condotto in questi mesi diffamatorie campagne volte a screditarne il lavoro agli occhi dell’opinione pubblica. Ultimi in ordine di tempo un paio di articoli imbarazzanti per faziosità filoisraeliana usciti in Italia su La Stampa [4] e sul Riformista [5], dove una giurista di fama internazionale e relatrice ONU veniva definita nel titolo «attivista pro-Pal» come se fosse una qualsiasi studentessa ribelle.