mercoledì 26 Febbraio 2025

Gli scienziati di Gaza che mantengono in vita la ricerca nonostante la distruzione

Nonostante le bombe, la crisi sanitaria ed alimentare e il fatto che la maggior parte dei centri di ricerca siano stati distrutti dalle bombe israeliane, alcuni scienziati palestinesi stanno riuscendo comunque a portare avanti il loro lavoro a Gaza, anche se il conflitto ha spezzato la loro costanza costringendoli spesso ad alternare la ricerca accademica con quella di beni di prima necessità e luoghi sicuri: è la fotografia che emerge dalle decine di racconti fatti a Nature da un gruppo di scienziati della zona, i quali hanno dettagliato i risultati del loro lavoro alla prestigiosissima rivista scientifica. Con il cessate il fuoco entrato in vigore il 19 gennaio, spiegano, risulta essenziale completare una valutazione dettagliata delle esigenze primarie, documentando l’accaduto «per pubblicare risultati con altri ricercatori in tutto il mondo» e per guidare coloro che sono impegnati nella ricostruzione. «La ricerca è fondamentale in questa fase», commenta Samer Abuzerr, ricercatrice che studia le malattie trasmesse dall’acqua presso l’University College of Science and Technology di Gaza e autrice di uno studio scientifico pubblicato a novembre.

Dal 7 ottobre 2023, circa 2,2 milioni di persone (circa il 90% della popolazione) a Gaza sono rimaste senza casa e i sistemi che garantiscono l’approvvigionamento alimentare, idrico e igienico sono stati distrutti o gravemente in pericolo, così come l’economia generale nel territorio. Una devastazione che non ha risparmiato le università: secondo i dati dell’agenzia scientifica e culturale delle Nazioni Unite UNESCO, quindici dei 21 centri accademici, college universitari e community college di Gaza sono stati gravemente danneggiati e ciò, spiegano gli intervistati, ha rappresentato un grande ostacolo per la ricerca scientifica.

Tuttavia, esistono scienziati come Samer Abuzerr, Khamis Elessi e Aya ElMashharawi che, nonostante le difficoltà, stanno riuscendo a contribuire al progresso scientifico generale e nella zona. «Gli sforzi della comunità accademica palestinese nel proseguire il proprio lavoro in circostanze così difficili sono una testimonianza del loro incrollabile impegno nei confronti dell’istruzione e della conoscenza», ha affermato ElMashharawi, ricercatrice di apprendimento online presso l’University College of Applied Sciences di Gaza che ha studiato l’impatto dello sfollamento su quasi 200 membri dello staff della sua università: «Creare rifugi temporanei e accelerare la ricostruzione delle case è una priorità assoluta. La guerra ha spostato la mia attenzione dall’innovazione accademica alla sopravvivenza di base, come andare a prendere l’acqua da fonti lontane e cucinare sul fuoco all’aperto, e stiamo pagando prezzi da lusso per il cibo di base», ha affermato. Nonostante ciò, rimane determinata a continuare la ricerca: «Resto impegnata nel mio percorso accademico. Spesso devo camminare per lunghe distanze per trovare posti dove poter caricare il mio portatile e il cellulare, affidandomi a negozi dotati di sistemi solari. Questo mi consente di lavorare solo per poche ore al giorno».

Altri scienziati come Samer Abuzerr sono addirittura riusciti a raccogliere evidenze scientifiche che sono state premiate con la pubblicazione su importanti riviste scientifiche. Infatti, visto che oltre il 97% dell’acqua di Gaza proviene da una falda acquifera, la quale potrebbe contaminarsi facilmente vista la porosità degli strati che la compongono, risulta essenziale quindi prelevare campioni, analizzarli e, soprattutto, valutare gli impatti sulla popolazione locale, cosa che Abuzerr ha fatto: l’1 novembre 2024 i risultati delle sue interviste sono stati pubblicati sul Journal of Water, Sanitation & Hygiene for Developement, in uno studio che valuta l’insicurezza igienica e la comparsa di focolai di malattie infettive tra le popolazioni sfollate a Gaza. «La cosa più urgente ora è convertire il cessate il fuoco in uno permanente. È la prima volta in 471 giorni che possiamo dormire senza sentire esplosioni supersoniche, gigantesche e forti terremoti giorno e notte. Ci sentiamo come se stessimo ancora sognando. Spero che questo duri per sempre. C’è una determinazione collettiva a rimanere sulla terra e servire le generazioni future», concludono i ricercatori.

[di Roberto Demaio]

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1 commento

  1. Gaza e Leningrado
    Durante l’assedio di Leningrado nella Seconda guerra Sjostakovich compose un’opera che una sera venne trasmessa per mezzo di molti altoparlanti che raggiungevano tutta la regione circostante. La musica raggiunse le truppe tedesche che circondavano la citta’. Si racconta che un ufficiale nazista disse: “Questo popolo non riusciremo mai a vincerlo”. Perché appunto, nonostante la morte, la fame, il freddo, la popolazione di Leningrado trovava ancora la forza di rispondere con la musica alla disperazione.
    Durante i massacri a Gaza, sono circolati video che mostravano giovani studenti di musica mentre davano lezioni di canto a bambini. Non si sa di reazioni di ufficiali dell’esercito sionista ma si sa di vari casi di suicidio tra i propri soldati. Del resto anche durante l’assedio di Leningrado erano giornalieri i casi di suicidio tra i soldati tedeschi.
    Lo scopo dei massacri e’ in ultima istanza annientare la resistenza morale di un popolo, la sua volontà di vivere e di sopravvivere. Questo annientamento non avvenne a Leningrado e non avviene a Gaza. La volontà’ di vivere, guardare al futuro, vince di fronte alla barbarie.
    9/2/25

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