Dopo giorni di proteste della popolazione iraniana, gli Stati Uniti si dicono pronti a intervenire a sostegno degli iraniani nel caso in cui le forze di sicurezza dovessero aprire il fuoco contro la popolazione. A dichiararlo è stato Donald Trump che, dopo aver attaccato Teheran sul dossier nucleare, ha avvertito che gli USA sono «armati e pronti a partire» se il regime iraniano dovesse reprimere violentemente le proteste. In risposta, la Guida Suprema Ali Khamenei ha replicato promettendo di non «cedere al nemico». Le manifestazioni, iniziate due settimane fa per l’aumento dei prezzi e il crollo del rial, si sono estese a 27 delle 31 province del Paese e hanno provocato un bilancio di vittime ancora incerto.
Secondo l’ong Human Rights Activists, i morti sarebbero almeno 35, tra cui circa 29 manifestanti, quattro minori e due membri delle forze di sicurezza, mentre gli arresti supererebbero le 1.200 unità, dati che non è possibile però accertare in maniera indipendente. Dal canto loro, le autorità iraniane riferiscono di aver arrestato presunti rivoltosi e organizzatori accusati di essere armati e in possesso di esplosivi. Secondo la versione ufficiale, le manifestazioni sarebbero state rapidamente strumentalizzate da “elementi sovversivi”, alcuni dei quali avrebbero confessato legami finanziari con l’estero e piani di sabotaggio contro infrastrutture e obiettivi governativi. Il capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha ammonito che il sistema giudiziario non mostrerà «alcuna clemenza» verso i “rivoltosi”, pur riconoscendo il diritto a manifestare per rivendicazioni economiche. Il governo iraniano ha inoltre annunciato di aver ordinato un’indagine sui disordini nella provincia occidentale di Ilam: martedì hanno iniziato a circolare dei video che mostrerebbero i membri dell’esercito fare incursione nell’ospedale Imam Khomeini, dove si trovavano attivisti e civili feriti, per poi aprire il fuoco e lanciare gas lacrimogeni nella struttura.
Le forze dell’ordine hanno puntato il dito contro media e organizzazioni straniere come fonti d’ispirazione per gli insorti. Lunedì, il Ministero degli Esteri iraniano ha accusato gli Stati Uniti e Israele di interferire negli affari interni dell’Iran e di incoraggiare la violenza attraverso dichiarazioni pubbliche. Il 30 dicembre, il giornalista israeliano Zvi Yehezkeli si è vantato del ruolo svolto dall’intelligence straniera nel fomentare le rivolte in Iran, durante un’intervista al canale israeliano i24NEWS. Il Mossad, che monitora attentamente la situazione, ha utilizzato il suo account X in lingua persiana per incoraggiare gli iraniani a protestare contro il governo, affermando che si sarebbe unito a loro durante le dimostrazioni: «Uscite insieme per le strade. È giunto il momento». Sempre su X, l’intelligence israeliana promuove la narrazione secondo cui «il regime è spaventato e sta perdendo il controllo», sostenendo che «un crollo del regime islamico rimodellerebbe immediatamente la sicurezza regionale». Resta da capire se questi messaggi mirino a favorire un cambio di regime o facciano parte di una più ampia strategia di pressione e guerra psicologica. Al termine dell’Operazione Rising Lion di giugno, il direttore del Mossad David Barnea rilasciò una dichiarazione inusuale, lasciando intendere una presenza operativa continua di agenti del Mossad in Iran.
Alla Knesset, Netanyahu ha espresso il suo sostegno alle proteste, dichiarando che «potremmo essere di fronte a un momento cruciale, in cui il popolo iraniano deciderà il proprio destino» e ha aggiunto che lui e Trump non permetteranno all’Iran «di ricostruire la sua industria missilistica balistica e certamente non gli permetteremo di rinnovare il suo programma nucleare». Proprio Trump, in un post su Truth, ha sfidato apertamente Teheran: «Se l’Iran sparerà e ucciderà in modo violento manifestanti pacifici, come sua abitudine, gli Stati Uniti accorreranno in loro soccorso». Immediata la reazione delle autorità iraniane che hanno minacciato di «colpire i soldati statunitensi» presenti nell’area, in risposta alle interferenze di Washington. Intanto, la stampa internazionale tratteggia scenari sempre più cupi per la leadership iraniana: Time arriva a immaginare un futuro di fuga, con la Guida Suprema Khamenei costretta all’esilio a Mosca accanto a Bashar al-Assad, mentre il New York Times descrive il potere in affanno, impegnato in una lotta per la sopravvivenza. In questo clima sospeso tra lettura dei fatti e costruzione della narrazione, la crisi interna iraniana si intreccia sempre più con le tensioni regionali, trasformando le proteste in un nuovo terreno di confronto geopolitico.












