giovedì 15 Gennaio 2026
Home Blog

Congo: il prezzo umano del nostro progresso

0

Dentro telefoni, computer, batterie elettriche ci sono minerali estratti nella Repubblica Democratica del Congo – RDC. Capire cosa succede nei territori da cui provengono significa capire il prezzo umano del nostro progresso

La RDC possiede alcune delle più grandi riserve mondiali di rame e cobalto. Oltre il 70% del cobalto utilizzato a livello globale proviene da qui. Senza questi minerali non esisterebbero le tecnologie digitali, né la transizione energetica. Eppure, questa ricchezza non si traduce in diritti o benessere per chi vive nei territori minerari.

Il settore minerario congolese è segnato da decenni di mala gestione statale, corruzione e dipendenza da compagnie estrattive, spesso internazionali, che operano con l’obiettivo di massimizzare l’estrazione riducendo i costi. Per ottenere entrate rapide e attrarre investimenti, lo Stato congolese concede loro vaste porzioni di territorio senza costruire un sistema di tutela per le comunità che vi abitano.

Le concessioni minerarie sono contratti che assegnano a una compagnia il diritto esclusivo di estrarre risorse da un’area per anni o decenni. Spesso vengono rilasciate senza una mappatura reale delle comunità presenti sul territorio. Molte famiglie vivono su quelle terre da generazioni ma non possiedono documenti di proprietà formalmente riconosciuti, a causa di fattori strutturali come basso livello di istruzione, difficoltà di accesso agli uffici pubblici, costi burocratici, mancanza di informazioni e assenza di supporto legale. In un sistema opaco, chi ha meno strumenti resta invisibile.

Quando una concessione viene attivata o ampliata, le famiglie che vivono su quei terreni – non essendo riconosciute come proprietarie – diventano legalmente sacrificabili. Le compagnie possono chiedere lo sgombero dell’area e lo sfratto forzato diventa parte del modello estrattivo. Secondo il diritto congolese, uno sgombero dovrebbe prevedere informazione preventiva, consultazione, compensazioni adeguate e alternative abitative. Nella realtà questo accade raramente: le case vengono demolite senza preavvisi chiari, senza processi trasparenti, con compensazioni insufficienti o inesistenti e spesso con l’intervento violento della polizia. Interi villaggi vengono cancellati in poche ore.

Gli sfratti forzati non sono un problema isolato, ma si inseriscono in un contesto segnato da lavoro minerario pericoloso, esposizione alle polveri tossiche, assenza di sanità adeguata e mancanza di tutele. I crolli delle miniere sono frequenti e le conseguenze sulla salute gravi. Dal 2021, da quando Still I Rise opera nel territorio, tre membri dello staff sono morti per problemi di salute, una studentessa ha perso la vita e il fratello di un’altra studentessa è morto in seguito a un crollo in miniera. Questo sistema accetta queste perdite come un costo normale dell’estrazione.

Uno sfratto non significa solo perdere una casa. Significa perdere stabilità, sicurezza, reti sociali, reddito e accesso all’istruzione. I bambini vengono spostati continuamente, iniziano a lavorare per sostenere la famiglia o finiscono nelle miniere artigianali. La storia di Ruth, studentessa della Still I Rise Academy a Kolwezi, è un esempio di una dinamica sistemica: dopo che la casa della sua famiglia è stata distrutta durante uno sfratto forzato legato a una concessione mineraria, la madre, vedova, ha iniziato a lavorare in miniera portando con sé la figlia ogni giorno. Ruth non aveva mai frequentato la scuola, non per scelta, ma perché non aveva alternative.

Quando una famiglia può essere sfrattata in qualsiasi momento, la scuola perde continuità e accessibilità. Per questo, intervenire sull’istruzione significa anche intervenire sulle cause che la rendono strutturalmente inaccessibile: garantire informazione legale, supporto nella gestione dei documenti e tutela minima contro sfratti arbitrari non è un’estensione del lavoro educativo, ma una sua condizione di possibilità. 

Gli sfratti forzati nella Repubblica Democratica del Congo non sono un effetto collaterale inevitabile, ma il risultato di scelte politiche precise che permettono al nostro modello di progresso di avanzare scaricandone il costo umano sulle comunità più vulnerabili. Finché le concessioni continueranno a valere più delle persone, i diritti resteranno selettivi e l’istruzione non sarà mai davvero universale.

Russia: espulso un diplomatico britannico accusato di spionaggio

0

La Russia ha espulso un diplomatico britannico accusandolo di essere una spia per i servizi segreti del Regno Unito. Il diplomatico, identificato dai media russi con Gareth Samuel Davies, ha ora due settimane per lasciare il Paese. Il ministero degli esteri russo ha inoltre convocato l’incaricato d’affari britannico per parlare della situazione. Londra ha condannato l’espulsione del proprio diplomatico, definendo le accuse «maliziose e infondate» e affermando che esse minino alla base il funzionamento delle ambasciate. Ha inoltre ha dichiarato di star valutando una risposta.

Aumenti ingiustificati dei prezzi: la grande distribuzione finisce sotto inchiesta

0

Negli ultimi cinque anni, in Italia i prezzi dei beni alimentari sono cresciuti del 24,9%. Un rincaro che pesa sui consumatori, mentre per i produttori non si traduce in maggiori guadagni: gli agricoltori denunciano margini fermi, compressi lungo una filiera sempre più sbilanciata. Su questo squilibrio si concentra l’indagine conoscitiva avviata dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato sulla Grande Distribuzione Organizzata (GDO), accogliendo le denunce del Codacons. L’Antitrust passerà al setaccio potere contrattuale, pratiche commerciali e peso dei prodotti a marchio, per capire se dietro il caro-spesa si nascondano dinamiche distorsive.

Secondo i dati ISTAT, tra ottobre 2021 e ottobre 2025 i prezzi dei beni alimentari sono aumentati di quasi otto punti più dell’inflazione generale (17,3%). Un rincaro che, per l’Antitrust, richiede risposte e trasparenza: l’obiettivo è capire se gli aumenti siano “ingiustificati”, oppure il risultato di meccanismi di mercato alterati. Alcuni rincari possono essere spiegati da eventi eccezionali e dalle normali oscillazioni del mercato: a dicembre cacao e cioccolato in polvere costavano il 20% in più rispetto all’anno precedente, il caffè il 18%, carne e uova quasi l’8%. Si tratta dei prezzi sugli scaffali, che la grande distribuzione ha sempre giustificato con l’aumento dei costi a monte, dalle materie prime all’energia e al packaging. L’autorità guidata da Roberto Rustichelli, però, mette in dubbio che questa narrazione sia del tutto fondata e sospetta che non tutti gli aumenti siano realmente legittimati. Per l’Antitrust, anche con costi stabili o in calo, la grande distribuzione potrebbe aver mantenuto prezzi elevati grazie al proprio potere di mercato. Lo squilibrio tra pochi grandi gruppi e molti piccoli produttori potrebbe aver inciso sui rincari più dei reali aumenti dei costi.

Gli aumenti dei prezzi alimentari non sono un fenomeno isolato, ma rappresentano un trend costante degli ultimi anni. Con 30 euro di spesa oggi si compra molto meno di quanto si poteva fare nel 2021, e questa dinamica pesa soprattutto sulle famiglie e sui redditi più bassi. Secondo l’Antitrust, va valutato anche il crescente ruolo delle cosiddette “private label” (prodotti a marchio dei distributori), che, pur presentandosi come alternative più economiche, possono influenzare le dinamiche concorrenziali e i rapporti di forza con i fornitori. Sotto la lente finiranno anche meccanismi poco visibili al pubblico, come i contributi che i fornitori devono versare per entrare nei supermercati e ottenere spazio nelle promozioni, oltre alle alleanze tra catene che uniscono gli acquisti per rafforzare il proprio potere negoziale.

L’apertura dell’indagine ha suscitato reazioni diversificate. Le associazioni di consumatori e alcuni operatori di settore parlano di pratiche che hanno penalizzato sia famiglie sia produttori, costringendo molte famiglie a ridurre la spesa alimentare e a modificare le proprie abitudini di consumo. D’altro canto, rappresentanti della grande distribuzione, hanno minimizzato l’impatto dell’inchiesta, affermando che il settore ha già adottato misure per contenere il trasferimento dei costi sui prezzi al consumo. «Abbiamo operato fin dai primi picchi inflattivi nel 2022-2023 per frenare il rincaro», garantisce il presidente di Federdistribuzione, Carlo Alberto Buttarelli, mentre Mauro Lusetti, presidente di Conad e di Adm (Associazione distribuzione moderna), assicura che l’intenzione di «chiarire ogni dubbio».

Avviata il 16 dicembre 2025, l’indagine si concluderà entro la fine del 2026 con una relazione che potrà aprire la strada a interventi correttivi, anche sul piano normativo. In un contesto di prezzi sotto pressione, l’azione dell’Antitrust intercetta una domanda crescente di trasparenza su come si formano i costi lungo la filiera. Non si tratta solo di individuare eventuali condotte scorrette, ma di capire come ristabilire condizioni di concorrenza effettiva, tutelando chi acquista e chi produce. Se emergeranno abusi o distorsioni, l’Autorità potrà intervenire per riequilibrare un sistema che oggi appare sbilanciato. Per famiglie e agricoltori è un tentativo di dare voce alle difficoltà di questi anni: dalla tavola alla politica dei prezzi, il nodo resta quello di un sistema che deve funzionare in equilibrio, senza ingiustificati aumenti che pesano sul bilancio quotidiano delle persone.

Kurt Cobain, i Clash e il golpe in Venezuela

0

La prima volta che Kurt Cobain ascoltò un disco dei Clash rimase quantomeno sconcertato. Era il 1981: il futuro leader dei Nirvana aveva appena 14 anni e cercava, con scarso successo, di capire qualcosa di quel genere musicale che da qualche tempo andava per la maggiore in Inghilterra: il punk. Conosceva di fama i Sex Pistols tramite gli articoli che leggeva sulle riviste, ma non aveva ancora ascoltato praticamente nulla. Il problema era che, nell’era pre-internet, l’unica fonte a disposizione per sentire qualcosa di nuovo era la radio cittadina. Ma ad Aberdeen, il paese di boscaioli dove era nato, i DJ non erano esattamente in sintonia con le ultime novità.

«Avevamo solo una stazione che trasmetteva soft rock – raccontò tempo dopo – era praticamente impossibile ascoltare il punk inglese». Un giorno, però, il giovane Kurt entra in un negozio di dischi e si imbatte in una copia di Sandinista!, l’ultimo album dei Clash. Lo compra, lo porta a casa e lo mette nello stereo. Provate ora a immaginare la faccia di un adolescente che ha fantasticato per mesi su un suono fatto di chitarre veloci e rabbia, di Anarchy in the U.K. urlata in faccia al mondo, e si ritrova invece ad ascoltare una base rap con un grazioso basso saltellante nel brano di apertura: The Magnificent Seven. Non certo l’urlo secco e distruttivo che si aspettava. Non a caso, anni dopo, commenterà con ironia: «Sandinista! non era proprio la migliore introduzione possibile al punk rock».

Non la migliore introduzione possibile al punk rock

In effetti il quarto disco dei Clash di punk aveva ben poco, almeno nei suoni. Dopo il grande successo di London Calling, la band inglese aveva deciso di allargare drasticamente i propri orizzonti: reggae, dub, funk, gospel e il primo rap che arrivava dagli Stati Uniti, tutti condensati in un triplo album dall’ambizione quasi enciclopedica, tanto affascinante quanto dispersivo.

«Avevamo appena fatto un tour molto lungo in Gran Bretagna e negli Stati Uniti – racconta Joe Strummer – e invece di crollare esausti e partire per gli angoli opposti del mondo, eravamo così entusiasti che siamo andati direttamente in studio. Il fatto che sia stato buttato giù tutto in una volta e poi pubblicato in quel modo lo rende doppiamente scandaloso, triplicatamente scandaloso».

Se sul piano musicale i Clash sperimentano nuove direzioni, su quello politico non hanno mai avuto incertezze. Sandinista! (che da ora in poi chiameremo amichevolmente Sandinista) non è soltanto un laboratorio sonoro ambizioso, ma anche uno degli album più esplicitamente ideologici del suo tempo. Il gruppo continua a interrogarsi su imperialismo, lotta di classe, razzismo, violenza di Stato e rivoluzioni tradite, ampliando però lo sguardo oltre i confini britannici. L’Inghilterra thatcheriana resta sullo sfondo, mentre il centro del discorso si sposta verso l’America Latina, l’Africa e i ghetti statunitensi.

Il tutto senza rinunciare a un po’ di sana provocazione tipicamente punk: il titolo del disco si fa palesemente beffe del tentativo del governo inglese di proibire l’uso della parola “Sandinista” dopo la rivoluzione in Nicaragua. Quella parola diventa anzi un grido di lotta nella canzone che la rivista Rolling Stone giudicherà il vero cuore del disco: Washington Bullets. Qui i Clash, tra suoni di marimba e atmosfere da spiaggia, ripercorrono le ingerenze statunitensi in America Latina nel Novecento, seguendo la traiettoria simbolica di un proiettile che dal Cile passa per Cuba fino ad arrivare al Nicaragua. Da Salvador Allende alla Baia dei Porci, fino alla rivoluzione sandinista che ha destituito Anastasio Somoza, ultimo anello di una dinastia sostenuta per decenni dagli Stati Uniti: «The people fought the leader and up he flew / With no Washington bullets what else could he do?», canta Joe Strummer.

Un gruppo punk che non ha paura di usare le marimba

Riascoltarla oggi rende difficile non pensare agli eventi recenti in Venezuela. Eppure, di fronte all’ennesimo golpe orchestrato dagli Stati Uniti nel loro “giardino di casa”, molti hanno parlato di un fatto eccezionale, senza precedenti, sostenendo che con l’attacco a Caracas e il rapimento di Nicolás Maduro si segni l’inizio di una nuova era caratterizzata da un nuovo equilibrio mondiale, in cui gli Stati Uniti fanno valere la legge del più forte.

Un’affermazione che tradisce una sorprendente amnesia storica: la politica estera degli Stati Uniti è da sempre segnata da pratiche di dominio e prevaricazione, soprattutto nei confronti dell’America Latina. 

A volte serve ricordarlo. La musica dei Clash, sicuramente, non lo dimentica.

Referendum, iniziativa dei comitati del No supera 500mila firme

0

Sono state raggiunte stamattina le 500 mila firme per la richiesta del referendum confermativo sulla riforma costituzionale della giustizia da parte dei sostenitori del No. In seguito alla richiesta di referendum avanzata dai parlamentari di maggioranza per il Sì alla separazione delle carriere, a partire dal 22 dicembre una nuova raccolta firme è stata infatti promossa da 15 cittadini dal fronte opposto. I promotori hanno inoltre presentato un ricorso al Tar del Lazio contro la decisione del governo di fissare la consultazione per il 22 e 23 marzo, contestando un’interpretazione restrittiva della legge sui tempi di convocazione. Il Tar non ha concesso la sospensiva e discuterà il ricorso il 27 gennaio.

 

La sentenza su Chiara Ferragni è piuttosto diversa da come la raccontano molti media

0

No, per la vicenda del “Pandoro Gate” Chiara Ferragni non è stata dichiarata innocente nel merito. Infatti, a dispetto dei tanti titoli emersi su giornali e testate online, che parlano in maniera errata di “assoluzione”, la sentenza di cui tanto si sta parlando non contiene una pronuncia di non colpevolezza, ma sfocia da una improcedibilità formale. Nello specifico, infatti, il giudice ha riqualificato l’accusa da “truffa aggravata” a “truffa semplice”, reato per il quale è necessaria una querela della parte offesa per procedere. Una querela che, però, non c’è più: il Codacons l’ha ritirata dopo i risarcimenti corrisposti dalla Ferragni in seguito allo scoppio dello scandalo. In poche parole, dunque, la sentenza non attesta l’innocenza nel merito, ma sancisce l’impossibilità di processarla: una verità giudiziaria ben diversa dalle semplificazioni rilanciate in queste ore dai media.

La vicenda trae origine dalla commercializzazione del pandoro Balocco “Pink Christmas” nel Natale 2022 e delle uova di Pasqua “Sosteniamo i Bambini delle Fate” tra il 2021 e il 2022. Secondo la ricostruzione della Procura, le campagne di promozione online e sui social network avrebbero lasciato intendere in modo ingannevole che una parte significativa del ricavato di ogni acquisto fosse destinata a iniziative benefiche. Una rappresentazione che avrebbe indotto in errore i consumatori, generando un vantaggio economico ingiustificato per le società coinvolte, stimato dagli inquirenti in oltre 2,2 milioni di euro, oltre ai profitti in termini di immagine e notorietà. Il cuore della questione processuale risiede nell’aggravante contestata dall’accusa, quella della “minorata difesa dei consumatori”, che avrebbe reso il reato procedibile d’ufficio, cioè senza la necessità di una querela delle parti offese. I magistrati sostenevano che la comunicazione delle campagne, veicolata attraverso la potenza amplificatrice dei profili social personali dell’influencer, avesse sfruttato una presunta vulnerabilità degli utenti online. Il giudice, al contrario, non ha ritenuto che questa circostanza aggravante sussistesse, riducendo l’imputazione a “truffa semplice”.

A questo punto è scattato il meccanismo che ha portato all’archiviazione: secondo l’articolo 640 del codice penale, per il reato di truffa semplice è infatti necessaria una querela di parte. Il Codacons, associazione dei consumatori che l’aveva sporta, l’ha però formalmente ritirata alla fine del 2024 in seguito a un accordo risarcitorio. Senza quella querela, il processo non poteva più proseguire. Un risultato tecnicamente diverso da quanto auspicato dalla difesa di Ferragni, che chiedeva l’assoluzione del merito, e da quanto fatto intendere da numerose agenzie e testate giornalistiche, che hanno pubblicato sulla questione titoli a dir poco fuorvianti. Solo per citarne alcuni: «Chiara Ferragni assolta a Milano al processo con rito abbreviato sui casi Pandoro Pink Christmas e delle uova di Pasqua: “È finito un incubo”» (Ansa); «Si chiudono Pandoro e Uova-gate, Chiara Ferragni assolta dalle accuse: “Commossa, fatta giustizia”» (RaiNews); «Chiara Ferragni assolta per il Pandorogate: “Finito un incubo, mi riprendo la vita”» (Agi); «Chiara Ferragni assolta dopo un processo durato due anni per il pandoro gate, festeggiano i fan» (Rtl.it).

Insieme a Chiara Ferragni, per le medesime ragioni sono stati prosciolti anche il suo ex braccio destro Fabio Damato (i pm chiedevano per lui 1 anno e otto mesi) e il presidente di Cerealitalia Francesco Cannillo (per lui l’accusa chiedeva un anno). Occorre ricordare che si tratta ancora di una sentenza di primo grado. «Chiara è una cittadina modello. Se tutti i cittadini si comportassero come lei sarebbe una gran bella cosa, il rispetto che ha portato nei confronti dell’autorità giudiziaria è di esempio a tutti perché in questo paese la giustizia c’è», hanno dichiarato Giuseppe Iannacone e Marcello Bana, gli avvocati di Chiara Ferragni. «Avevo fiducia nella giustizia e giustizia è stata fatta», ha dichiarato quest’ultima commossa davanti alle telecamere. In verità, come abbiamo visto, lo scenario appare ben più articolato di quanto si voglia far credere.

La Commissione UE vuole prestare all’Ucraina altri 60 miliardi per comprare armi

0

90 miliardi di euro: è a tanto che ammonta la cifra che la Commissione Europea propone di prestare all’Ucraina per il biennio 2026-2027. Il piano è stato inoltrato al Parlamento Europeo, che è stato sollecitato ad approvarlo il prima possibile, entro la fine di febbraio o al più tardi all’inizio di marzo. Secondo la proposta, 60 miliardi saranno destinati al supporto militare contro la Russia e 30 miliardi al bilancio statale di Kiev per garantire servizi pubblici e stabilità economica. Nel frattempo, sono già iniziate le discussioni per anticipare parte dei fondi al primo trimestre di quest’anno, in modo da coprire il deficit che in questo momento sta affrontando Kiev.

La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha sottolineato che la decisione «riflette l’impegno incrollabile dell’Europa per la sicurezza, la difesa e la prosperità futura dell’Ucraina». La mozione dovrà essere esaminata e approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio prima di poter entrare in vigore, con possibili erogazioni già a partire da aprile, se i tempi procedurali lo consentiranno. «Siamo consapevoli del fabbisogno finanziario dell’Ucraina, sia consistente che urgente. Per questo motivo ci proponiamo di iniziare a erogare i fondi ad aprile», ha dichiarato il Commissario europeo per l’Economia e la Produttività, Valdis Dombrovskis. Il prestito sarà coperto tramite debito congiunto dell’UE e non richiederà rimborsi da parte dell’Ucraina fino a quando la Russia non pagherà eventuali risarcimenti per i danni di guerra. Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca sono state esentate dal garantire il debito comune al fine di assicurare l’unanimità necessaria per l’approvazione del prestito. Ciò significa che le loro quote, stimate in circa 3-4 miliardi di euro all’anno, ricadranno sugli altri 24 Stati membri. Il rimborso del prestito è ancorato a presupposti fragili: dipende da scenari geopolitici imprevedibili e, in parte, dall’eventualità che Mosca riconosca responsabilità e accetti di versare riparazioni, ipotesi oggi lontana. L’operazione si inserisce in un quadro già molto oneroso: dall’inizio del conflitto, l’Unione e i suoi Stati membri hanno complessivamente mobilitato circa 193,3 miliardi di euro a favore dell’Ucraina, tra aiuti militari, finanziari e umanitari.

Una delle questioni politiche più dibattute riguarda l’origine delle forniture e i vincoli sugli acquisti. È stata la stessa von der Leyen a ribadire quanto aveva già dichiarato a novembre, ossia che «con l’assistenza militare, l’Ucraina può resistere con forza alla Russia e, allo stesso tempo, può integrarsi più strettamente nella base industriale della difesa europea». Il prestito prevede, infatti, una clausola “Made in Europe”, con almeno il 65% delle forniture da industrie europee o ucraine e solo il 35% da Paesi terzi, ammessi quando i materiali non siano disponibili nel continente. Ma gli Stati membri sono divisi: Paesi Bassi e Germania chiedono maggiore flessibilità, con l’ipotesi di destinare fino a 15 miliardi ad acquisti extra-UE, anche tramite il canale NATO per armi statunitensi. Nel vertice del 18 agosto 2025 alla Casa Bianca, l’Ucraina siglò un patto per acquistare 100 miliardi di dollari di armi statunitensi, finanziate dall’UE, in cambio di garanzie di sicurezza post-pace, una cifra anticipata dal Financial Times, confermata da Zelensky nei giorni successivi. Lo scorso novembre, gli Stati Uniti hanno approvato una vendita di nuove armi all’Ucraina per un valore di 105 milioni di dollari, centrata sul supporto ai sistemi Patriot. Washington non invia solo armi, ma pacchetti completi: ricambi, aggiornamenti software, logistica e addestramento.

Una quota rilevante dei 60 miliardi di prestito UE potrebbe così finire nelle casse di Washington per sistemi statunitensi già in uso, attraverso contratti che restano esplicitamente consentiti dal meccanismo europeo. L’“autonomia strategica” proclamata da Bruxelles rischia di rimanere una formula priva di sostanza: mentre si invoca una difesa europea, l’Unione finanzia filiere industriali esterne e consolida la propria dipendenza tecnologica e militare dagli Stati Uniti. Ne deriva un impegno strutturale, destinato a durare nel tempo, senza garanzie concrete di rientro delle somme erogate. Il debito resta interamente sulle spalle dei contribuenti europei, mentre valore e profitti possono migrare altrove. Bruxelles finisce così per assumere il ruolo di garante finanziario di un conflitto che non governa e che contribuisce a prolungare.

Filippine-Giappone: firmato nuovo patto di cooperazione militare

0

Filippine e Giappone hanno siglato a Manila un nuovo accordo di cooperazione logistica in ambito difensivo che permetterà la condivisione di forniture civili e militari, dalle munizioni al carburante fino ai beni di prima necessità, durante addestramenti congiunti e in caso di emergenze. L’intesa, firmata dai ministri degli Esteri Theresa Lazaro e Toshimitsu Motegi, punta a rafforzare la deterrenza verso la Cina e a migliorare la capacità di risposta a crisi e disastri naturali. Il Giappone ha inoltre annunciato nuovi aiuti per la sicurezza e lo sviluppo delle Filippine. L’accordo dovrà ora essere ratificato dal Parlamento giapponese.

Raffineria di Falconara: carburante per genocidio e devastazione

0

La raffineria API di Falconara Marittima, con i suoi 700mila mq di estensione, 3,9 milioni di tonnellate all’anno di greggio lavorate e una capacità di stoccaggio superiore a 1,5 milioni di metri cubi, sta per essere venduta alla State Oil Company of Azerbaijan Republic (SOCAR), interamente controllata dallo Stato dell’Azerbaijan. Lo scorso 15 settembre è stato sottoscritto l’accordo preliminare con cui API-Holding (di proprietà della famiglia Brachetti Peretti) si impegna alla cessione della totalità delle quote di IP (Italiana Petroli) agli azeri, per 3 miliardi di euro. Nei primi mesi del 2...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

Zone rosse permanenti e fermi a chi manifesta: arriva l’ennesimo “decreto sicurezza”

3
L’annuncio ufficiale è stato fatto il 14 gennaio direttamente dal ministro Piantedosi, alla Camera. Un nuovo pacchetto sicurezza è in arrivo in Parlamento, un «banco di prova per capire a chi davvero interessa collaborare per la sicurezza dei cittadini». Il nuovo pacchetto arriva a poche settimane dalla definitiva entrata in vigore del Decreto Sicurezza (dl 1660) e ad appena un anno e mezzo dal Decreto Caivano, ma ne va già a inasprire molte delle disposizioni. Dovrebbe comporsi di due provvedimenti, un disegno di legge e un decreto legge, per un totale di 65 misure che dovrebbero da un lato andare a colpire duramente movimenti e migranti, dall’altro a rafforzare ulteriormente i poteri e le garanzie alla polizia. Secondo la bozza circolata su alcuni media, tra le novità principali vi dovrebbe essere l’introduzione permanente delle cosiddette “zone rosse”, ovvero le aree urbane vietate ai soggetti «pericolosi» o con precedenti penali, al fine di garantire la «sicurezza» urbana e degli spazi pubblici – norma già caratterizzata da criteri vaghi e ampia discrezionalità per le forze dell’ordine. «In questo momento non è possibile togliere divise dalle strade o dalle stazioni» ha dichiarato Salvini, riferendo che proprio su treni e stazioni sono in arrivo almeno altri 250 militari. Nuovi dispositivi di controllo elettronici come le telecamere potrebbero inoltre essere introdotte negli stadi e nelle sedi degli eventi pubblici, mentre dovrebbe essere autorizzata la presenza di più militari nelle strade cittadine. Nel corso delle manifestazioni di piazza, inoltre, la polizia potrebbe essere autorizzata a perquisire le persone sul posto e trattenere negli uffici fino a 12 ore persone anche solo sospettate di rappresentare un «pericolo» per lo svolgimento pacifico degli eventi. Chi viene poi condannato, anche in via non definitiva, per reati di violenza contro persone o cose durante le manifestazioni pubbliche, potrebbe essere interdetto dal giudice a partecipare a «riunioni o assembramenti in luogo pubblico». Le sanzioni amministrative (insidiose, in quanto non richiedono l’approvazione di un giudice per la loro applicazione) per mancato preavviso di un corteo o sit in, per deviazione del percorso della manifestazione e “reati” simili, potrebbero essere enormemente aumentate (fino a 20 mila euro), andando così a colpire duramente le finanze di gruppi e movimenti. Una strategia già perseguita dal governo, con le multe che proprio in queste ore stanno fioccando contro i movimenti per la Palestina, proprio per reati quali blocchi ferroviari e manifestazioni non autorizzate. Per quanto riguarda le forze dell’ordine, la direzione dovrebbe essere diametralmente opposta. Gli agenti potrebbero infatti non vedersi iscritti nel registro delle notizie di reato nel caso in cui le proprie azioni siano giustificate da necessità quali la legittima difesa o il legittimo uso di armi. Una versione “soft” dello scudo penale proposto da FdI e Lega, insomma, il cui obiettivo è garantire l’impunità degli agenti nell’esercizio delle proprie funzioni. Altre misure dovrebbero poi prevedere una stretta sulla vendita delle armi bianche, nell’ottica di prevenzione della violenza giovanile, mentre vengono introdotti nuovi reati contestabili ai ragazzini tra i 12 e i 14 anni. Le navi delle ONG potrebbero inoltre essere sottoposte a un fermo di 30 giorni (misura già cara a Salvini dai tempi del suo incarico come ministro dell’Interno), prorogabile fino a sei mesi, nel caso di «grave minaccia all’ordine pubblico» o «pressione migratoria». Eventuali migranti a bordo? Verrebbero spediti verso Paesi terzi con i quali l’Italia ha accordi – potendo così finalmente riempire, per esempio, i CPR voluti dal governo in Albania. E per evitare che i magistrati si mettano di traverso rispetto alle decisioni del governo su espulsioni e trattenimento in CPR, come avvenuto in passato, i poteri di questi ultimi verrebbero limitati. E proprio in merito al trattenimento in CPR, i provvedimenti dovrebbero introdurre nuove norme che regolano la detenzione amministrativa. Le persone trattenute potrebbero infatti non poter più godere in automatico del patrocinio gratuito per opporsi ai decreti di espulsione. L’arrivo delle nuove misure era stato annunciato dalla Lega già a metà novembre, anche se non sembrerebbe contenere alcune delle norme inizialmente annunciate – come l’inasprimento delle misure contro occupazioni abusive e sgomberi. «È fondamentale che i delinquenti abbiano paura» ha detto Salvini, ministro dei Trasporti ma principale promotore delle nuove norme, che dovrebbero essere discusse già nei prossimi Consigli dei Ministri, entro la fine del mese.