lunedì 9 Febbraio 2026
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Torture sistematiche, fame e umiliazioni: il rapporto che svela le carceri israeliane

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L’associazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha pubblicato di recente il nuovo rapporto sulle carceri israeliane intitolato “Living Hell”: ciò che emerge, attraverso approfondite indagini e ricostruzioni e grazie a diverse testimonianze dirette da parte di prigionieri palestinesi, è che le strutture di detenzione dello Stato ebraico funzionano come una rete di campi di tortura per i palestinesi, con abusi fisici, sessuali e psicologici sistematici. Il rapporto del 2026 è il seguito di un altro documentato resoconto uscito nell’agosto 2024 con il titolo “Welcome to hell”. Oltre alle condizioni disumane in cui vengono tenuti i palestinesi e agli abusi fisici e sessuali, nel documento vengono denunciate le umiliazioni, la fame deliberata e la negazione di cure mediche come ulteriori strumenti di tortura che spesso conducono alla morte dei detenuti. La crudeltà di questi campi di tortura fa parte «dell’assalto coordinato» e della pressione psicologica che lo Stato israeliano sta sferrando ormai da lungo tempo alla società palestinese.

Secondo B’Tselem, alla fine di settembre 2025, l’Israel Prison Service (IPS) deteneva 10.914 palestinesi in stato di detenzione o in prigione per motivi definiti «di sicurezza», inclusi 2.931 provenienti dalla Striscia di Gaza. In quel periodo, l’IPS deteneva anche 1.983 palestinesi, 18 dei quali provenienti dalla Striscia di Gaza, per essersi trovati illegalmente in Israele. L’organizzazione, tuttavia, ha sottolineato che alla fine del 2020, l’IPS ha adottato una nuova politica e ha smesso di fornire a B’Tselem i dati richiesti, pubblicandoli solo sul suo sito in modo parziale. In base ai dati disponibili dell’organizzazione, dagli inizi di ottobre del 2023 a gennaio 2026, 84 prigionieri palestinesi (tra cui un minore), le cui identità sono note, sono morti nelle carceri israeliane. Altre organizzazioni per i diritti umani e alcuni media investigativi indicano, invece, un numero superiore, parlando di almeno 94 morti, inclusi alcuni non identificati. Secondo un articolo del quotidiano israeliano Haaretz, invece, a partire da agosto 2025, almeno sei palestinesi sono morti durante gli interrogatori dello Shin Bet (l’agenzia d’intelligence dello Stato ebraico che si occupa della sicurezza interna).

Le condizioni di vita dei detenuti delle carceri israeliane «restano inumane» secondo il rapporto di B’Tselem: l’estremo sovraffollamento, l’incatenamento prolungato, l’assenza di contatti con il mondo esterno, la fame, il cibo scadente, la mancanza di igiene, di vestiti e acqua pulita sono le condizioni disumane a cui sono costretti i prigionieri palestinesi, la maggior parte dei quali sottoposti a detenzione amministrativa, vale a dire privati della libertà senza accuse né processi. Le condizioni nella prigione di Rakefet Wing a Ramla, che è completamente sotterranea, sono particolarmente dure. La documentazione prodotta dall’organizzazione per i diritti umani israeliana raccoglie la testimonianza di 21 prigionieri palestinesi rilasciati in base all’accordo tra Israele e Hamas nell’ottobre 2025 o nei mesi precedenti. Molti detenuti liberati hanno paura di raccontare le loro esperienze nelle carceri israeliane perché – secondo i testimoni – le autorità israeliane minacciano di riarrestare chiunque condivida informazioni circa la realtà dei centri detentivi israeliani. Tuttavia, alcuni di loro hanno rivelato le loro esperienze drammatiche, raccontando gli abusi sistematici.

In particolare, hanno denunciato un grave sistema di abusi sessuali che include percosse ai genitali, penetrazione anale con vari oggetti e l’uso di cani aggressivi contro i detenuti. Oltre a questo tipo di torture, i detenuti sono sottoposti ad altre frequenti e istituzionalizzate violenze, tra cui shock elettrico, uso di gas lacrimogeni e granate stordenti. Anche l’uso di spegnere le sigarette sui loro corpi o ustionarli con liquidi bollenti sono pratiche diffuse nell’inferno nelle carceri israeliane. Al contempo, la stessa mancanza di cure mediche è una tortura che si traduce in danni irreversibili che vanno dall’amputazione degli arti, alla perdita dell’udito e della vista e, in alcuni casi, arrivano alla morte. Sono dilaganti le malattie della pelle, tra cui la scabbia, a causa della mancanza di cure e igiene. Non mancano poi umiliazioni e abusi psicologici: i prigionieri liberati hanno raccontato di essere stati filmati mentre erano nudi, di essere stati costretti a scusarsi per crimini che non avevano commesso e a cantare “Am Chai Yisrael”, uno slogan ebraico che significa “Il popolo di Israele vive”. Inoltre, hanno subito insulti e minacce verso i loro familiari. In diversi casi, gli abusi psicologici sono stati descritti dai testimoni come parte di un tentativo per arruolare collaboratori.

Per quanto riguarda i minori, da settembre 2025 i soldati israeliani hanno preso 350 bambini. Secondo un rapporto di Defence for Children International-Palestine, il 74% dei minori incarcerati ha subito violenza, il 26% è stato interrogato in condizioni di pressione e il 21% è stato posto in isolamento per due o più giorni come mezzo di pressione durante l’interrogatorio. Nel marzo del 2025, il diciassettenne palestinese Walid Ahmad è stato il primo minore a morire in un centro detentivo come conseguenza di malnutrizione e mancanza di adeguate cure mediche.

A partire dal 2023 i detenuti palestinesi nelle strutture detentive dello Stato sionista sono più che raddoppiati: mentre nel settembre 2023 erano 4.935, nel settembre del 2025 risultano 10.863. Di fronte ai sistematici orrori dell’esercito e dello Stato ebraico, testimoniati e messi nero su bianco da organizzazioni internazionali e anche israeliane, i media occidentali tacciono così come la politica, concentrati a debellare l’“antisemitismo”, annichilendo di fatto la verità e libertà d’espressione.

India e Malesia accordi sotto il partenariato globale

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India e Malesia hanno rilanciato i propri accordi di partenariato commerciale e annunciato nuove collaborazioni nei settori dei semiconduttori, della difesa e della gestione delle catastrofi. Negli incontri, tenutisi oggi, 9 febbraio, sono stati firmati 11 accordi di cooperazione. Il primo ministro malese Anwar Ibrahim ha ricordato che il partenariato con l’India, siglato nell’agosto del 2024, prevede la collaborazione in molteplici settori, tra cui commercio e investimenti, sicurezza alimentare, difesa, sanità e turismo. L’anno scorso, il partenariato ha fruttato oltre 18 miliardi di dollari agli scambi commerciali tra i due Paesi.

Ghali, Bad Bunny e la ribellione a furia di balletti

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E insomma, alla fine l’esibizione del cantante Ghali alla cerimonia delle Olimpiadi invernali a Milano non ha risollevato le sorti del popolo palestinese. Non era tanto una speranza, quanto semmai un timore. Almeno a sentire le parole del governo e degli organizzatori delle Olimpiadi, che avevano assicurato che Ghali, qualsiasi cosa fosse accaduta, non avrebbe mai espresso il suo libero pensiero sul palco. Per la serenità delle Olimpiadi, per il rispetto verso la Patria, per la stabilità del delicato equilibrio globale. La scena è ormai familiare: grande evento mondiale, artista pop con un passato di prese di posizione, dichiarazioni preventive per sterilizzare il messaggio, rassicurazioni istituzionali per tenere tutto “neutro”. E infatti Ghali ha rispettato gli accordi. È salito sul palco, ha letto la poesia di Rodari, ha preso gli applausi, e ha tolto il disturbo ricevendo lo stesso trattamento che si riserva ai bambini durante il cenone di Natale.

Il paradosso è evidente. Mai come oggi la musica è globale, interconnessa, al passo coi tempi e in grado di raggiungere un pubblico vastissimo. Eppure, mai come oggi le viene chiesto di stare zitta. O meglio, di dire qualcosa che non disturbi, che non prenda posizione e che soprattutto non rompa i coglioni il delicato equilibrio tra sponsor, governi e broadcaster. L’artista può esserci, basta che non significhi nulla. Un po’ come Mariah Carey, che infatti ha cantato Volare leggendo un gobbo sul quale c’erano scritti solo versi incomprensibili.

Ci spostiamo di diversi chilometri. Tra poche ore, nella notte tra domenica e lunedì, si svolgerà un altro evento di carattere globale: la finale del Super Bowl negli Stati Uniti, dove durante l’intervallo si esibirà il cantante di origini portoricane Bad Bunny

Bad Bunny è uno che ultimamente fa molta fatica a non rompere il delicato equilibrio tra sponsor, governi e broadcaster.

Lo scorso 1 febbraio il suo ultimo disco Debí Tirar Más Fotos ha vinto il Grammy come miglior album dell’anno, diventando il primo nella storia del premio a essere interamente cantato in spagnolo. Un risultato che fotografa bene il successo di un album che ha avuto un enorme riscontro di pubblico pur senza mostrarsi particolarmente accomodante verso il mercato statunitense. Non solo per la lingua, ma anche per i temi affrontati: l’immigrazione, l’identità, la condizione di sentirsi sempre ospiti, persino quando si è a casa propria. Bad Bunny racconta tutto questo in modo diretto, personale, spesso quotidiano. Ed è probabilmente qui la chiave del successo del disco: non punta il dito su problemi, ma li attraversa. E chi ascolta, anche senza comprenderne ogni parola, riceve il messaggio.

L’album ha avuto un successo enorme, al punto da rendere Bad Bunny l’artista più ascoltato al mondo su Spotify. Un risultato che ha attirato l’attenzione della NFL, la lega che organizza il Super Bowl, che ha deciso di affidargli il seguitissimo show dell’intervallo. C’è però un problema, tutt’altro che marginale: Bad Bunny odia Trump e ha più volte criticato apertamente le sue politiche migratorie. A settembre ha dichiarato di aver escluso gli Stati Uniti dal suo prossimo tour mondiale per paura che l’ICE potesse compiere una retata contro i suoi fan. Come se non bastasse, durante la cerimonia dei Grammy, al momento di ritirare il premio, è salito sul palco e prima ancora di ringraziare ha detto: «ICE OUT. Non siamo selvaggi, non siamo animali, non siamo alieni. Siamo esseri umani e siamo americani».

La cosa ha suscitato l’indignazione del governo e della galassia MAGA, che infatti per il Super Bowl, forse l’evento più orgogliosamente americano che esista, ha organizzato in tutta fretta una controprogrammazione: un “All American Halftime Show” trasmesso in streaming durante il quale si esibirà Kid Rock, rassicurando gli ascoltatori con la cara vecchia nostalgia reazionaria.

Bad Bunny, dal canto suo, ha promesso una grande festa nella quale “tutto il mondo ballerà”.

Insomma, ci sono tutti gli ingredienti per garantire al pubblico un grande spettacolo americano. Resta il dubbio che, visto cosa sta succedendo negli Stati Uniti, non basti trasformare la ribellione in uno spettacolo da intervallo per scuotere veramente le coscienze. Se la protesta, o il suo contrario, diventano un contenuto “streamabile” tra uno spot e l’altro, il rischio è che il messaggio finisca per valere quanto un applauso tra una azione di gioco e l’altra. E finché la protesta resterà confinata nell’intervallo, ci ritroveremo sempre lì, a chiederci se quello che abbiamo appena visto era un grido d’aiuto o solo l’ennesimo, perfetto, balletto.

Cucina italiana patrimonio UNESCO, ma sul cibo crescono scandali e irregolarità

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La cucina italiana è stata ufficialmente riconosciuta come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO il 10 dicembre 2025, un traguardo storico che celebra non solo i piatti, ma le pratiche, i valori sociali e la trasmissione delle conoscenze culinarie, rendendo l’Italia il primo Paese al mondo a ricevere tale onore. «La cucina italiana è Patrimonio dell’Umanità. Oggi l’Italia ha vinto ed è una festa che appartiene a tutti perché parla delle nostre radici, della nostra creatività e della nostra capacità di trasformare la tradizione in valore universale». Così il ministro dell’Ag...

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Haiti, il Consiglio presidenziale cede il potere al premier

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Il presidente del Consiglio presidenziale di transizione (CPT) di Haiti, Laurent Saint-Cyr, ha trasferito il mandato al primo ministro Alix Didier Fils-Aimé. Il CPT era stato istituito nel 2024 con il compito di indire elezioni e riportare sicurezza nel Paese, colpita da scontri tra bande armate; ieri è scaduto il suo mandato, e oggi il presidente ha ceduto la guida del Paese al premier. Con tale decisione, il presidente rinvia ulteriormente la chiamata dei cittadini alle urne, che era prevista per agosto. L’ultima tornata elettorale si è tenuta nel 2016.

In Abruzzo sono stati abbattuti almeno 90 ulivi secolari per il gasdotto SNAM

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«Questo è un reato contro la natura, contro le persone, contro la civiltà». Così commenta Vincenzo Virtù lo sradicamento di almeno 90 ulivi secolari, abbattuti nel suo terreno durante i lavori del gasdotto SNAM in Abruzzo. A quanto pare, per un tubo dal diametro di 40cm sarebbe stato aperto un varco largo diversi metri. La temporanea e coatta servitù di passaggio notificata al contadino abruzzese ha così comportato danni irreparabili alla sua proprietà e al paesaggio di Paglieta, nella Val di Sangro. Virtù ha quindi lanciato un appello a istituzioni e società civile, affinché veglino sui territori. Nel frattempo i lavori di potenziamento del gasdotto SNAM fanno discutere anche nelle altre regioni interessate, sollevando non pochi dubbi sul loro impatto ambientale.

«Il permesso ce l’hanno, ma non quello di fare il maggior danno possibile», dice Vincenzo Virtù ai microfoni di Telemax, in riferimento alla coatta servitù di passaggio notificatagli per i lavori di potenziamento del gasdotto SNAM. Quest’ultimo attraversa attualmente la Puglia e termina in Abruzzo. Il progetto della Linea Adriatica prevede un prolungamento fino a Minerbio, in provincia di Bologna. I lavori sono in corso, nonostante la bocciatura della giunta abruzzese, e Paglieta si è ritrovata lungo la strada per Torino di Sangro e Casalbordino, prossimi snodi abruzzesi verso nord. Contrada San Nicola, dove Vincenzo Virtù possiede due terreni, si è vista cambiare volto, con lo sradicamento di almeno 90 ulivi secolari. Di fronte alla vicenda, il presidente dell’associazione ambientalista Nuovo Senso Civico, Alessandro Lanci, ha parlato di schema ricorrente, dove le società «cercano di risparmiare e velocizzano il lavoro a scapito del territorio». Lo spettro di cause risarcitorie milionarie fa il resto, spingendo i proprietari all’inazione mediatica e giuridica. Virtù ha invece deciso di esporsi, denunciando e appellandosi alle istituzioni, affinché vigilino su quanto accade sui propri territori.

L’ampliamento del gasdotto SNAM semina preoccupazione lungo il suo nuovo percorso. Nelle Marche, il comitato Voci dalla Valle ha ad esempio chiesto controlli indipendenti sui lavori della Linea Adriatica, preoccupato dalle modifiche al paesaggio e dalle criticità ambientali. Queste ultime sono diverse, a partire dalle stime che prevedono per la realizzazione della Linea Adriatica l’abbattimento di ben due milioni di alberi. C’è poi la questione del dissesto idrogeologico, col tracciato del gasdotto SNAM in una zona ad alto rischio. Tra le associazioni ecologiste in prima linea contro la grande opera figura il Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG), che ne mette in discussione persino l’utilità, citando la dotazione italiana di infrastrutture sovradimensionate rispetto al fabbisogno nazionale, sempre più slegato dal gas. A questo punto la Rete Adriatica diventerebbe sì strategica, ma «soltanto per gli interessi economici del Gruppo ENI e del Gruppo SNAM».

Si dimette il CEO del Washington Post

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Will Lewis, editore e Amministratore Delegato del Washington Post, noto giornale statunitense, ha annunciato che lascerà il giornale. L’annuncio arriva dopo che l’azienda ha deciso di licenziare circa 300 persone tra giornalisti e altri membri dello staff, che corrispondono a oltre un terzo dei dipendenti del WP. Nel suo comunicato, Lewis scrive di avere scelto di dimettersi «per assicurare un futuro sostenibile» al giornale. Al suo posto subentrerà temporaneamente Jeff D’Onofrio, attuale direttore finanziario del quotidiano.

Sabotaggi, occupazioni e cortei: le proteste travolgono le Olimpiadi invernali

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La notizia è di questa mattina: intorno alle 8.30, la circolazione dei treni nella stazione di Bologna è andata in tilt per via di quello che sembrerebbe essere stato un atto di sabotaggio ai cavi lungo la linea. A danneggiarli sarebbe stato un incendio di natura dolosa. Sulla linea Bologna-Padova, poi, è stato ritrovato un ordigno rudimentale, che ha imposto lo stop alla circolazione del traffico. Alla stazione di Pesaro, invece, è andata a fuoco una cabina elettrica. Tutti gli episodi sono molto simili a quelli verificatisi durante le Olimpiadi di Parigi del 2024, quando una serie di incendi danneggiò strutture nevralgiche per la circolazione dei treni della capitale. Per questo, il ministero dei Trasporti italiano ipotizza che dietro ai gesti vi sia, anche stavolta, la volontà di boicottare l’evento in svolgimento a Cortina. E a nemmeno 24 ore dalla cerimonia inaugurale le contestazioni sono già numerose: tra sabotaggi, occupazioni e cortei, una parte di cittadinanza sta cercando di gridare con forza la propria contrarietà ai Giochi e alla presenza, tra gli altri, di delegazioni USA e israeliane e della polizia federale antimmigrazione statunitense (ICE).

Le proteste promettono di essere frequenti e di seguire l’intero svolgersi delle Olimpiadi. Nel pomeriggio di oggi, circa diecimila persone, secondo gli organizzatori, si sono radunate a Milano in piazza Medaglie d’Oro, con direzione Corvetto. Il corteo nazionale ha sfilato per i quartieri a sud-est della città e le zone maggiormente coinvolte dalla «devastazione del grande evento», costeggiando anche la zona dove sorge il Villaggio Olimpico. A partecipare sono stati «movimenti che difendono le montagne dalla cementificazione, reti dello sport popolare, spazi sociali, comitati per l’acqua pubblica che contestano il saccheggio idrico per l’innevamento artificiale, associazioni ambientaliste, comunità locali espulse dal turismo tossico, movimenti per la casa e sindacalismo conflittuale», riferisce il Comitato popolare Insostenibili Olimpiadi (CIO), organizzatore. Nella serata di ieri, sempre il CIO, insieme ad altre realtà, aveva organizzato una fiaccolata di protesta nella zona popolare di San Siro, in concomitanza con l’inizio della cerimonia inaugurale. Per «riportare coi piedi per terra la narrazione di chi vive quotidianamente problemi e difficoltà delle periferie milanesi», scrivono i comitati. Al centro delle proteste anche la presenza dell’ICE, che ha scortato gli atleti statunitensi. Nel mentre, a San Siro, migliaia di spettatori fischiavano l’arrivo del vicepresidente statunitense Vance e della delegazione israeliana. Alcune ore prima, membri dello stesso CIO avevano occupato l’ex Palasharp, struttura milanese ora abbandonata che in passato ha ospitato diversi eventi sportivi. Qui gli attivisti hanno dato il via a tre gionate di Utopiadi, tra sport popolare e iniziative di stampo politico contro le Olimpiadi.

«Crediamo che lo sport sia un patrimonio popolare e che debba avere come prima missione quella accessibilità a tutt*, a prescindere dalla classe, dal genere, dalla provenienza o dalla condizione fisica o sanitaria», riporta un comunicato. «Le Olimpiadi di Milano e Cortina sono il contrario di tutto ciò: costi insostenibili, militarizzazione delle città che ospitano i giochi e un clima che dice chiaramente che questo è un evento esclusivo». In aggiunta a ciò, «un evento sportivo non può di certo giustificare la devastazione dei territori o l’abbattimento e l’allontanamento delle persone che abitano le aree interessate dai giochi».

Da mesi, il CIO denuncia la devastazione compiuta in nome delle Olimpiadi invernali, che, oltre ad avere un enorme impatto sull’ambiente, hanno comportato anche un ingente spreco di risorse pubbliche e fondi – per poi finire con buona parte delle opere fondamentali per l’evento non terminate. Nel frattempo, una grossa parte dei biglietti è rimasta invenduta e molte delle case sfitte (in entrambe i casi per via dei prezzi astronomici), mentre il territorio è stato devastato e militarizzato, le scuole sono state chiuse, gli indigenti espulsi e il traffico per i residenti mandato completamente in tilt.

Valtellina, un morto e un disperso per valanga

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Nei pressi del Comune di Albosaggia, sull’alpe Meriggio, in Valtellina, una valanga ha travolto tre scialpinisti: uno di loro sarebbe deceduto, mentre un altro sarebbe riuscito a tirarsi da solo fuori dalla neve e un terzo risulta disperso. Sul luogo stanno operando il Aoccorso Alpino e la Guardia di Finanza, mentre elicotteri dei vigili del fuoco stanno sorvolando l’area.

Nel carcere di Torino si tortura: condannati 7 agenti

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Si è concluso con otto condanne il processo di primo grado incentrato sulle violenze ai danni di alcuni detenuti avvenute nel carcere Lorusso Cutugno di Torino tra il 2017 e il 2019. Nello specifico, sette agenti della polizia penitenziaria sono stati condannati per il reato di tortura, un altro per rivelazioni di atti d’ufficio. Ad altri sei è andata meglio, tra assoluzioni o proscioglimenti per intervenuta prescrizione. I fatti oggetto del processo riguardano, nello specifico, violenze consumatesi all’interno del padiglione C, dove sono reclusi i detenuti puniti per reati a sfondo sessuale, a cui, secondo i giudici, sono stati inflitti abusi, vessazioni e minacce.

L’inchiesta era nata dalle segnalazioni della garante dei detenuti di Torino, Monica Gallo, venuta a conoscenza degli episodi poi entrati nel processo. 22 gli agenti sotto inchiesta in una fase iniziale, con alcune contestazioni che erano poi cadute nel corso del dibattimento. A settembre, la procura aveva chiesto 14 condanne, con pene fino a sei anni di reclusione. Contestati, a vario titolo, reati di tortura, abuso di autorità, lesioni, violenza privata, stato di incapacità procurato mediante violenza, favoreggiamento, omessa denuncia e rivelazione di segreti d’ufficio. Il tribunale, presieduto dal giudice Paolo Gallo, ha comminato pene comprese tra cinque mesi e tre anni e cinque mesi di carcere per i soggetti alla sbarra. Tra questi, vi sono diversi vertici e lavoratori del carcere, alcuni dei quali impegnati nei sindacati della polizia penitenziaria. Un processo civile dovrà anche stabilire l’entità dei risarcimenti dovuti da alcuni imputati alle loro vittime, all’Associazione Antigone – che da anni si occupa delle condizioni dei carcerati – e al garante dei detenuti; nel frattempo, sono stati disposti risarcimenti provvisionali per 40mila euro.

Secondo quanto ricostruito dai pubblici ministeri, sono almeno undici i detenuti che avrebbero subito torture e abusi dai poliziotti della penitenziaria attivi nel padiglione C della casa circondariale. Le persone che facevano ingresso nel reparto, ha messo nero su bianco la Procura, dovevano ricevere il “battesimo”: alcuni imputati avrebbero infatti «agito con crudeltà, cagionando sofferenze psichiche, fisiche e traumi», attraverso schiaffi, insulti, minacce, perquisizioni vessatorie e umiliazioni, con uno «svilimento totale della personalità». Sempre secondo la Procura, quando gli agenti picchiavano i detenuti facevano riferimento al reato di violenza sessuale per cui erano dietro le sbarre. «Questo non è un processo alla polizia penitenziaria, ma ad alcune persone che indossano la divisa e con il loro comportamento l’hanno infangata», ha affermato il Procuratore Francesco Pelosi in sede di requisitoria, ricordando anche come Don Guido, il cappellano del carcere, avesse «raccontato di aver udito un agente riferire agli altri di un detenuto che era stato “spaccato” da due ispettori», mentre «un altro era stato costretto a rimanere in piedi nel corridoio e costretto a ripetere: “Sono un pezzo di merda”».

Sulla fattispecie del reato di tortura – introdotta nel nostro ordinamento, con grave ritardo solo nel 2017 – si sono concentrate nel tempo le critiche di un largo pezzo di maggioranza. Che infatti, una volta al governo, non ha perso tempo per presentare progetti di legge in cui si intende intervenire in maniera dirompente sulla materia. In particolare, Fratelli D’Italia ha proposto l’abrogazione del reato di tortura attraverso l’eliminazione degli articoli 613-bis e 613-ter del codice penale che lo delineano, mantenendo soltanto una nuova aggravante comune. Nel dicembre del 2023, il Consiglio d’Europa è intervenuto per bacchettare l’esecutivo italiano, invitandolo «caldamente» a «garantire che qualsiasi eventuale modifica al reato di tortura sia conforme ai requisiti della Convenzione europea dei diritti umani e alla giurisprudenza della Cedu».