venerdì 16 Gennaio 2026
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Fermare traffico e inquinamento sui valichi alpini: la protesta di 67 associazioni

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Una coalizione di 67 organizzazioni, guidata da CIPRA International, ha inviato una lettera aperta al commissario europeo Apostolos Tzitzikostas e ai ministri dei trasporti degli Stati alpini, sollecitando di mantenere e rafforzare gli interventi adottati contro la crescente pressione esercitata dal traffico di transito sulle regioni alpine. La mobilitazione nasce in risposta al ricorso presentato dall’Italia nel 2024 contro le misure di regolamentazione del traffico merci attuate dal Land del Tirolo, il cui esito, atteso per il 2026 dalla Corte di giustizia europea, rischia di diventare un precedente pericoloso per tutta la gestione ambientale dei valichi alpini. Le associazioni chiedono di non far venir meno gli strumenti di contenimento del traffico, indispensabili per proteggere ecosistemi fragili e comunità locali già sotto stress per inquinamento e cambiamenti climatici.

Il caso specifico riguarda il Passo del Brennero, dove l’Austria ha introdotto limitazioni al transito dei mezzi pesanti – quali divieti di circolazione notturna e nei fine settimana, divieti settoriali e contingentamenti orari dei camion sulla A12 – che l’Italia contesta in nome della libera circolazione delle merci. Secondo i firmatari della lettera, l’abolizione di queste misure aprirebbe la strada a un traffico illimitato, con conseguenze insostenibili per la salute delle popolazioni e l’integrità ambientale non solo lungo quel corridoio, ma su tutte le direttrici transalpine. Viene paventato un «effetto domino» che potrebbe portare alla revoca di tutele analoghe su altri valichi, privilegiando definitivamente il trasporto su gomma a scapito della ferrovia.

Per ottenere un volume di traffico che non sia dannoso per l’uomo e la natura, le organizzazioni sostengono la necessità di «promuovere una politica dei trasporti coordinata che favorisca i mezzi di trasporto rispettosi dell’ambiente e delle risorse, aumenti l’efficacia e l’efficienza dei sistemi di trasporto e riduca il volume di traffico in conformità con gli accordi internazionali del protocollo Trasporti della Convenzione delle Alpi». Tra le proposte concrete avanzate figura l’introduzione di una “borsa dei transiti alpini”, un sistema di aste per l’allocazione delle fasce orarie di transito ai camion, capace di distribuire il traffico in base alle capacità effettive e di applicare il principio “chi inquina paga”. La lettera elenca anche una serie di misure complementari: dall’aumento dinamico dei pedaggi stradali per internalizzare i costi esterni (inquinamento, rumore, usura infrastrutturale), al potenziamento dei controlli, dall’armonizzazione delle norme transfrontaliere per il trasporto su rotaia alla modernizzazione della rete ferroviaria senza nuovi ampliamenti stradali. Centrali sono anche il completamento operativo del tunnel di base del Brennero e l’abolizione dei sussidi al gasolio.

«Il mantenimento della regolamentazione del trasporto merci al Brennero e l’attuazione di una gestione sostenibile del traffico stradale e ferroviario sulle direttrici di transito alpino sono fondamentali per garantire un traffico di transito rispettoso dell’ambiente e del clima e, allo stesso tempo, delle persone e dell’ambiente naturale!», ribadisce con forza la lettera. Solo con un trasferimento modale effettivo verso la ferrovia, concludono le associazioni, sarà possibile conciliare la mobilità con la protezione degli ecosistemi alpini e della qualità di vita dei loro abitanti.

Il Parlamento italiano ha approvato nuovi aiuti militari all’Ucraina

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«Continuare a sostenere l’Ucraina, in coordinamento con la Nato, l’Unione Europea, i Paesi G7 e gli alleati internazionali, attraverso un contributo coerente con gli impegni assunti e finalizzato alla difesa della popolazione, delle infrastrutture critiche ed in prospettiva alla sicurezza complessiva del continente europео». Recita così la mozione sugli aiuti all’Ucraina approvata ieri, 15 gennaio, dal Parlamento. La risoluzione è frutto di una mediazione tra Lega e Fratelli d’Italia, e arriva dopo giorni di tensioni interne tra gli alleati di governo. Il testo, oltre a rinnovare gli aiuti, impegna l’esecutivo a perseguire una soluzione diplomatica, a contribuire a mantenere stabile l’economia ucraina, a fornire sostegno civile e umanitario, e a tenere aggiornato il Parlamento sulle iniziative di pace e sull’attuazione del decreto che proroga l’invio di armi. Proprio questi ultimi due punti paiono essere il risultato della mediazione con la Lega, che ha anche ottenuto la cancellazione dell’espressione «aiuti militari» dal testo, salvo poi spostarla nelle premesse.

A testimonianza delle frizioni interne, durante le fasi di votazione, la risoluzione di maggioranza ha ottenuto due voti contrari da parte di deputati della Lega, mentre al Senato il leghista Claudio Borghi non era presente alla consultazione. In ogni caso, dopo giorni di mediazione e schermaglie tra alleati, è arrivata l’approvazione, non priva di stoccate da parte del ministro della Difesa Crosetto, che si è detto «orgoglioso» di inviare armi all’Ucraina, nonostante «qualcuno di voi si vergognerà». Il contenuto della mozione si sviluppa su cinque punti preceduti da una lista di premesse, in cui viene ribadito il supporto militare fornito dall’Italia all’Ucraina appoggiandosi sullo stesso decreto che rinnova l’invio di armi.

Il Parlamento impegna il governo a continuare a sostenere l’Ucraina; a «proseguire l’azione diplomatica dell’Italia, lavorando per favorire le iniziative volte a un cessate il fuoco ed al compimento del processo negoziale in corso» che si fondino sul rispetto della «sovranità dell’Ucraina»; a «rafforzare il contributo italiano in materia di resilienza energetica, di ricostruzione sviluppo, e stabilizzazione macro-finanziaria dell’Ucraina» in coordinazione con le piattaforme del G7 e attraverso forme di cooperazione industriale; a «coinvolgere il Parlamento sull’attuazione del decreto e sugli sviluppi dei negoziati internazionali in corso, assicurando pieno rispetto delle prerogative parlamentari e trasparenza nei limiti imposti dalla necessaria tutela delle informazioni a carattere classificato»; e infine a «valorizzare il rafforzamento degli aiuti di carattere civile, sanitario, logistico e umanitario».

La votazione arriva un giorno dopo la proposta di prestito all’Ucraina avanzata dalla Commissione Europea, che prevede di erogare un prestito di 90 miliardi a Kiev. Di questi, 30 sarebbero rivolti a sostenere il bilancio statale ucraino al fine di garantire servizi pubblici e stabilità economica al Paese; gli altri 60, invece, sarebbero destinati al supporto militare contro la Russia. La Commissione spera di approvare tale programma in modo da erogare la prima parte di fondi entro aprile. Nel frattempo, sono già iniziate le discussioni per anticipare parte dei finanziamenti al primo trimestre di quest’anno, in modo da coprire il deficit che in questo momento sta affrontando Kiev.

USA: accordo commerciale con Taiwan

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Gli USA hanno siglato un accordo commerciale con Taiwan: l’isola si impegna a investire 250 miliardi di dollari nei settori dei semiconduttori, dell’energia e delle tecnologie IA statunitensi, ottenendo in cambio una riduzione dei dazi sulle importazioni dell’isola, che passeranno dal 20% al 15%. Il governo di Taiwan, inoltre, fornirà altri 250 miliardi in garanzie di credito alle imprese taiwanesi per supportare le aziende statunitensi della filiera dei chip.

Il Regno Unito nega un maxi contratto alla israeliana Elbit Systems dopo mesi di proteste

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Il governo britannico ha negato a Elbit Systems, il più grande produttore di armamenti israeliano, un contratto pubblico da circa 2 miliardi di sterline che avrebbe previsto l’addestramento di oltre 60mila soldati britannici ogni anno per un periodo di dieci anni. La decisione arriva dopo mesi di proteste, azioni dirette e mobilitazioni pubbliche che hanno tenuto alta l’attenzione sul ruolo di una delle aziende più centrali dell’industria militare israeliana nel Regno Unito.
L’esito della vicenda ha avuto un impatto immediato soprattutto tra attivisti e sostenitori di Palestine Action, il movi...

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Turchia: aerei nel Baltico e in Romania

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Il ministero della Difesa turco ha annunciato che il Paese schiererà aerei da combattimento in Estonia e in Romania nell’ambito delle missioni di sorveglianza della NATO. La Turchia prevede di effettuare un dispiegamento di quattro mesi in Estonia tra agosto e novembre 2026, seguito da un’altra rotazione in Romania da dicembre 2026 a marzo 2027. L’annuncio arriva dopo che diversi Paesi hanno denunciato la violazione del proprio spazio aereo da parte di droni non identificati, accusando la Russia di condurre una “guerra ibrida” contro l’Europa. Mosca ha sempre rigettato le accuse.

Gaza: gli USA annunciano la “fase 2”, mentre Israele annuncia nuove operazioni militari

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Si passa alla seconda fase del cessate il fuoco a Gaza. Almeno, questa sembra la volontà americana annunciata sui social media dall’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, che ha dichiarato su X che il piano in 20 punti di Trump per Gaza sta “passando dal cessate il fuoco alla smilitarizzazione, alla governance tecnocratica e alla ricostruzione”.
La nuova fase prevede l’istituzione di un Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza, incaricato di assumere la gestione quotidiana del territorio per un periodo di transizione che durerà idealmente fino a fine 2027, e avvia la completa smilitarizzazione e ricostruzione di Gaza, cominciando dal disarmo di tutto “il personale non autorizzato”. Nel frattempo, ignorando quanto previsto dalle disposizioni statunitensi, Israele ha annunciato nuove massicce operazioni militari nella Striscia, volte ad espandere ulteriormente il controllo sul territorio.

La prima riunione del Comitato Nazionale, composto da 15 personalità palestinesi e guidato da Ali Shaath – ex viceministro della pianificazione dell’Autorità Palestinese, – si dovrebbe tenere oggi al Cairo, presso l’Ambasciata degli Stati Uniti. Fonti egiziane hanno precisato che la sede del Comitato tecnico palestinese sarà per il momento all’estero e che l’organismo sarà trasferito a Gaza “dopo il ritiro israeliano”. Il Comitato sarà supervisionato da un “Consiglio di pace” guidato da Trump in persona e formato da osservatori internazionali, la cui composizione non è ancora stata dichiarata.

“Gli Stati Uniti si aspettano che Hamas rispetti pienamente i propri obblighi, compreso il ritorno immediato dell’ultimo ostaggio deceduto. Il mancato rispetto di tali obblighi comporterà gravi conseguenze”, ha affermato Witkoff. Sono oltre 1190 le violazioni del cessate il fuoco da parte di Israele dall’inizio della tregua a ottobre denunciate dall’ufficio stampa del governo di Gaza, ma di queste, non si parla. Così come non si parla degli almeno 400 palestinesi uccisi della Striscia negli ultimi 3 mesi, di cui oltre 100 bambini, e delle oltre 2500 ulteriori strutture abitative demolite.

Mercoledì Hamas e Jihad Islamico hanno espresso il proprio sostegno al Comitato tecnocratico e così ha fatto l’Autorità Palestinese in Cisgiordania, sottolineando però l’importanza di “collegare le istituzioni dell’Autorità palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, senza creare accordi amministrativi, giuridici o di sicurezza che rafforzino la duplicazione, la divisione, la separazione o la frammentazione, sostenendo al contempo il principio di un unico sistema, un’unica legge e un’unica arma legittima.” La Presidenza dell’ANP ha inoltre riaffermato la necessità di adottare parallelamente misure decisive in Cisgiordania, sotto attacco continuo da parte dei militari israeliani e dai coloni.

Hamas ha dichiarato che, come previsto dagli accordi, non ha intenzione di assumere alcun ruolo nell’autorità governativa futura di Gaza e che intende limitare il proprio ruolo a una funzione di monitoraggio, ma non ha ancora accettato di consegnare completamente le armi. Fidarsi di Israele infatti, è difficile: solo pochi giorni fa Tel Aviv ha annunciato di aver elaborato “piani per lanciare nuove massicce operazioni militari intensive a Gaza a marzo”, con un’offensiva mirata a Gaza City volta a spingere la linea gialla di demarcazione del cessate il fuoco verso la costa dell’enclave, espandendo ulteriormente il controllo sul territorio. Il tutto in netta contraddizione con la “Fase due” del piano Trump, che prevede il ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia e l’invio di truppe straniere che dovrebbero occuparsi di mantenere la pace nell’area. Netanyahu ha già annunciato che l’inizio della nuova fase è una mossa formale, “simbolica”, e che essa non cambia i piani di Israele su Gaza. In una dichiarazione condivisa sui social media, parlando dell’ultimo corpo disperso, l’ufficio di Benjamin Netanyahu ha affermato che “il ritorno di Ran è la nostra massima priorità”, aggiungendo che i piani per istituire il comitato tecnocratico per governare Gaza “non influiranno sugli sforzi” per riportare i resti di Gvili in Israele. Una mossa che sembra anticipare la retorica che utilizzerà Israele per continuare a rompere il cessate il fuoco.

Di fatto gli accordi sanciti non sono mai stati pienamente rispettati: le aggressioni militari delle IDF non si sono mai fermate, e il governo israeliano continua a impedire l’ingresso di molti degli aiuti umanitari concordati. La guerra alla popolazione di Gaza continua anche la recente espulsione di almeno 37 ONG dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania e con il blocco del valico di Rafah.

La Fase due e il Board of Peace di Trump

La prima fase del piano di cessate il fuoco è iniziata il 10 ottobre, con lo scambio degli ostaggi israeliani detenuti da Hamas e dai suoi alleati con i detenuti palestinesi detenuti da Israele. Le forze israeliane si sono ritirate su una “linea di tregua (gialla)”, la Yellow Line che ha permesso loro di mantenere il controllo della maggior parte del territorio della Striscia.

In questa seconda fase appena iniziata, il lavoro del comitato di transizione palestinese sarà supervisionato da Nickolay Mladenov, un veterano diplomatico bulgaro delle Nazioni Unite che ha tenuto colloqui sia con funzionari israeliani che palestinesi. Mladenov ha ricoperto il ruolo di inviato delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente dall’inizio del 2015 fino alla fine del 2020 ed è ampiamente rispettato in tutta la regione.

Mladenov riferirà a sua volta al comitato di pace di Trump, che dovrebbe essere composto da un gruppo di leader mondiali i cui nomi saranno resi noti nei prossimi giorni. Il “Board of Peace” potrebbe vedere la luce la prossima settimana nel corso del World Economic Forum (Wef) a Davos. Tony Blair continua ad essere uno dei politici che sembra assumeranno un ruolo decisivo sul futuro di Gaza; secondo alcuni media, l’ex primo ministro inglese è candidato per un posto nel comitato esecutivo che gestirà le scelte del Board of Peace presieduto da Trump. Anche rappresentanti di Italia e Germania entreranno probabilmente a far parte del gruppo, mentre Israele sembra determinato a tenere fuori dai giochi la Turchia.

La nuova fase si apre nell’incertezza: mentre ancora si deve capire come funzionerà il Comitato appena nominato, e se Israele non lo ostacolerà, il gigante nella stanza che è la questione iraniana appare in tutta la sua grandezza. Il futuro prossimo della regione è legato al “dossier iraniano”, e in molti temono una escalation che potrebbe distogliere l’attenzione di Washington – e del resto del mondo – dalla causa palestinese, lasciando a Tel Aviv la libertà totale di continuare a distruggere e occupare la Striscia di Gaza.

Calcio, la repressione alza il tiro: daspo al cagliaritano Cossu per i rapporti coi tifosi

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Andrea Cossu, ex calciatore del Cagliari diventatone poi dirigente, dovrà stare quattro anni lontano dai campi da calcio. Lo ha stabilito il TAR della Sardegna, confermando il DASPO emesso dalla Questura. A Cossu sono stati contestati i rapporti con gli Sconvolts. La storica sigla del tifo organizzato rossoblù era finita di recente nel mirino della magistratura: l’operazione Frari ha portato a 33 misure cautelari, all’interno di uno schema accusatorio articolato, che ha scomodato persino l’associazione a delinquere per condotta violenta. Nei confronti degli Sconvolts, come ricostruito dal TAR, Cossu «forniva un contributo causalmente rilevante alla sopravvivenza e al rafforzamento», consegnando «abbigliamento tecnico utilizzato dai calciatori del Cagliari Calcio durante le partite, materiale che successivamente veniva fatto oggetto di lotterie o vendita, il cui ricavato serviva per finanziare l’associazione». Il dirigente sardo ha dunque pagato per il suo ruolo “diplomatico”, di ponte tra società e tifosi, in un calcio, soprattutto a livello professionistico, sempre più spersonalizzato e distante dalla sua base popolare.

Centinaia di agenti, unità cinofile, scientifica e persino un elicottero. Il maxi-blitz dell’operazione Frari ha dato prova della durezza che lo Stato italiano riserva da almeno 40 anni al movimento ultras. Un conflitto a bassa intensità che talvolta si riaffaccia sulla cronaca, come nel caso dei tifosi della Cavese multati per aver ricordato Stefano Cucchi allo stadio. L’attacco frontale al tifo organizzato rossoblù, avvenuto con un’operazione che rievoca le retate anti-mafia, ha portato nel 2022 a 33 misure cautelari. Secondo l’accusa, gli Sconvolts avevano organizzato nel quinquennio precedente diverse aggressioni verso i tifosi avversari, configurando così il reato di associazione a delinquere.

Buona parte degli ultras interessati hanno scelto la via del patteggiamento, così come Andrea Cossu, che il simbolo degli Sconvolts se l’è tatuato sul polpaccio dopo anni di militanza prima di spiccare il volo verso il calcio professionistico e diventare una bandiera del Cagliari. Dopo aver appeso i tacchetti al chiodo, Cossu è diventato dirigente rossoblù, non nascondendo mai le proprie origini. Coinvolto nell’operazione Frari proprio per il suo ruolo “diplomatico”, l’ex trequartista ha visto la sua pena di sei mesi convertita in multa da 22,5 mila euro. Poco dopo si è però attivata la Questura, emettendo nei suoi confronti un DASPO di 4 anni, confermato pochi giorni fa dal TAR. Il divieto di accedere alle manifestazioni sportive risponde a una valutazione di pericolosità sociale dell’interessato, avanzata dalla questura e non rigettata dai giudici. Nel motivare la propria decisione, il TAR della Sardegna ha sottolineato il ruolo di Cossu nel sostentamento economico degli Sconvolts, che negli anni non hanno mancato di realizzare iniziative a sfondo sociale, come raccolte fondi per i bambini dell’isola. Secondo gli inquirenti, l’ex calciatore avrebbe poi favorito «gli incontri tra gli associati e alcuni tesserati del Cagliari Calcio», presenziando «alle riunioni del gruppo ultrà» e frequentandone la sede, «tanto che aveva disponibilità delle chiavi».

Daspo preventivi, di gruppo, fuori contesto: sono tanti gli strumenti repressivi collaudati negli anni sugli ultras, al punto da trasformarli in una sorta di categoria a se stante dei cittadini italiani. Con il caso Cossu lo Stato italiano alza il tiro, stabilendo un indirizzo ben preciso ai rapporti tra calciatori, società e tifosi. Gli addetti ai lavori del panorama calcistico sono avvertiti: spersonalizzazione e distanza dalla base popolare o repressione giudiziaria.

Riccardo Magherini, ucciso dalla polizia: la Cedu condanna l’Italia

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Nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014, Riccardo Magherini vagava per le strade di Borgo San Frediano in preda ad allucinazioni. Quattro carabinieri gli si avvicinarono, lo immobilizzarono e lo tennero fermo a terra in posizione prona per circa venti minuti. All’arrivo dei paramedici, Magherini era già in arresto cardiaco. Oggi, a quasi 12 anni dalla sua uccisione, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha riconosciuto che la scelta di utilizzare quella manovra da parte dei carabinieri fu sproporzionata, e condannato l’Italia a pagare 140mila euro per danni morali e 40mila di risarcimento delle spese legali ai familiari della vittima, sollevando diverse preoccupazioni sull’addestramento degli agenti riguardo all’uso della forza e delle manovre di costrizione. Non si è tuttavia pronunciata sulla responsabilità penale dei carabinieri coinvolti, accettando di fatto la sentenza della Cassazione che nel 2018 portò alla loro assoluzione.

La sentenza della CEDU accoglie in parte le richieste dei ricorrenti, i genitori, la moglie, il figlio, il fratello, lo zio, il nipote e i cugini di Magherini. La Corte contesta due violazioni dell’Articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo sul diritto alla vita e sul diritto all’indagine. Nella sentenza, si legge che i giudici ritengono che l’iniziale immobilizzazione di Magherini fosse «assolutamente necessaria», senza tuttavia comprendere la ragione per cui la vittima sia stata tenuta in quella posizione per tutto quel tempo. «La Corte rileva inoltre che, all’epoca dei fatti, non esistevano in Italia direttive che spiegassero, attraverso istruzioni chiare e adeguate, come porre una persona in posizione prona con il minimo rischio per la sua salute e la sua vita», continuano i giudici. «La questione della formazione degli agenti delle forze dell’ordine è strettamente legata a questa carenza». La condanna arriva proprio a causa della mancanza di adeguati programmi di formazione riservati agli agenti. Oltre a ciò, la Corte ha rilevato una violazione del diritto all’indagine, perché gli agenti che hanno raccolto la testimonianza della testimone oculare – uno dei volontari della Croce Rossa arrivate in soccorso di Magherini – furono gli stessi coinvolti nei fatti.

Con tale pronuncia, la CEDU mette fine a una odissea giudiziaria durata dodici anni. La perizia medica stabilì che la morte di Magherini avvenne a causa di una combinazione di fattori, tra cui l’intossicazione da cocaina, lo stress causato dalla manovra di costrizione degli agenti, i suoi tentativi di liberarsi, e la stessa posizione in cui era stato tenuto; tra il 2016 e il 2017, i tribunali di grado inferiore condannarono tre carabinieri per omicidio colposo, ma nel 2018 la Cassazione annullò tale sentenza, sostenendo che non ci si potesse aspettare che i carabinieri fossero consapevoli della gravità della situazione o delle sue conseguenze.

USA sequestrano petroliera legata al Venezuela nei Caraibi

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Gli Stati Uniti hanno sequestrato una petroliera legata al Venezuela. A dare la notizia è l’agenzia di stampa Reuters, citando funzionari statunitensi del comando meridionale. L’operazione, spiega il comando, è stata effettuata prima dell’alba, e ha coinvolto la motocisterna Veronica. «La nave stava operando in violazione della quarantena stabilita dal Presidente Trump per le navi sanzionate nei Caraibi». Veronica è la sesta petroliera legata al Venezuela sequestrata dagli Stati Uniti dallo scorso dicembre. Lo scorso 7 gennaio gli USA hanno anche sequestrato una nave russa mentre si trovava nell’Atlantico settentrionale.

Congo: il prezzo umano del nostro progresso

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Dentro telefoni, computer, batterie elettriche ci sono minerali estratti nella Repubblica Democratica del Congo – RDC. Capire cosa succede nei territori da cui provengono significa capire il prezzo umano del nostro progresso

La RDC possiede alcune delle più grandi riserve mondiali di rame e cobalto. Oltre il 70% del cobalto utilizzato a livello globale proviene da qui. Senza questi minerali non esisterebbero le tecnologie digitali, né la transizione energetica. Eppure, questa ricchezza non si traduce in diritti o benessere per chi vive nei territori minerari.

Il settore minerario congolese è segnato da decenni di mala gestione statale, corruzione e dipendenza da compagnie estrattive, spesso internazionali, che operano con l’obiettivo di massimizzare l’estrazione riducendo i costi. Per ottenere entrate rapide e attrarre investimenti, lo Stato congolese concede loro vaste porzioni di territorio senza costruire un sistema di tutela per le comunità che vi abitano.

Le concessioni minerarie sono contratti che assegnano a una compagnia il diritto esclusivo di estrarre risorse da un’area per anni o decenni. Spesso vengono rilasciate senza una mappatura reale delle comunità presenti sul territorio. Molte famiglie vivono su quelle terre da generazioni ma non possiedono documenti di proprietà formalmente riconosciuti, a causa di fattori strutturali come basso livello di istruzione, difficoltà di accesso agli uffici pubblici, costi burocratici, mancanza di informazioni e assenza di supporto legale. In un sistema opaco, chi ha meno strumenti resta invisibile.

Quando una concessione viene attivata o ampliata, le famiglie che vivono su quei terreni – non essendo riconosciute come proprietarie – diventano legalmente sacrificabili. Le compagnie possono chiedere lo sgombero dell’area e lo sfratto forzato diventa parte del modello estrattivo. Secondo il diritto congolese, uno sgombero dovrebbe prevedere informazione preventiva, consultazione, compensazioni adeguate e alternative abitative. Nella realtà questo accade raramente: le case vengono demolite senza preavvisi chiari, senza processi trasparenti, con compensazioni insufficienti o inesistenti e spesso con l’intervento violento della polizia. Interi villaggi vengono cancellati in poche ore.

Gli sfratti forzati non sono un problema isolato, ma si inseriscono in un contesto segnato da lavoro minerario pericoloso, esposizione alle polveri tossiche, assenza di sanità adeguata e mancanza di tutele. I crolli delle miniere sono frequenti e le conseguenze sulla salute gravi. Dal 2021, da quando Still I Rise opera nel territorio, tre membri dello staff sono morti per problemi di salute, una studentessa ha perso la vita e il fratello di un’altra studentessa è morto in seguito a un crollo in miniera. Questo sistema accetta queste perdite come un costo normale dell’estrazione.

Uno sfratto non significa solo perdere una casa. Significa perdere stabilità, sicurezza, reti sociali, reddito e accesso all’istruzione. I bambini vengono spostati continuamente, iniziano a lavorare per sostenere la famiglia o finiscono nelle miniere artigianali. La storia di Ruth, studentessa della Still I Rise Academy a Kolwezi, è un esempio di una dinamica sistemica: dopo che la casa della sua famiglia è stata distrutta durante uno sfratto forzato legato a una concessione mineraria, la madre, vedova, ha iniziato a lavorare in miniera portando con sé la figlia ogni giorno. Ruth non aveva mai frequentato la scuola, non per scelta, ma perché non aveva alternative.

Quando una famiglia può essere sfrattata in qualsiasi momento, la scuola perde continuità e accessibilità. Per questo, intervenire sull’istruzione significa anche intervenire sulle cause che la rendono strutturalmente inaccessibile: garantire informazione legale, supporto nella gestione dei documenti e tutela minima contro sfratti arbitrari non è un’estensione del lavoro educativo, ma una sua condizione di possibilità. 

Gli sfratti forzati nella Repubblica Democratica del Congo non sono un effetto collaterale inevitabile, ma il risultato di scelte politiche precise che permettono al nostro modello di progresso di avanzare scaricandone il costo umano sulle comunità più vulnerabili. Finché le concessioni continueranno a valere più delle persone, i diritti resteranno selettivi e l’istruzione non sarà mai davvero universale.