giovedì 15 Gennaio 2026
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Zone rosse permanenti e fermi a chi manifesta: arriva l’ennesimo “decreto sicurezza”

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L’annuncio ufficiale è stato fatto il 14 gennaio direttamente dal ministro Piantedosi, alla Camera. Un nuovo pacchetto sicurezza è in arrivo in Parlamento, un «banco di prova per capire a chi davvero interessa collaborare per la sicurezza dei cittadini». Il nuovo pacchetto arriva a poche settimane dalla definitiva entrata in vigore del Decreto Sicurezza (dl 1660) e ad appena un anno e mezzo dal Decreto Caivano, ma ne va già a inasprire molte delle disposizioni. Dovrebbe comporsi di due provvedimenti, un disegno di legge e un decreto legge, per un totale di 65 misure che dovrebbero da un lato andare a colpire duramente movimenti e migranti, dall’altro a rafforzare ulteriormente i poteri e le garanzie alla polizia.

Secondo la bozza circolata su alcuni media, tra le novità principali vi dovrebbe essere l’introduzione permanente delle cosiddette “zone rosse”, ovvero le aree urbane vietate ai soggetti «pericolosi» o con precedenti penali, al fine di garantire la «sicurezza» urbana e degli spazi pubblici – norma già caratterizzata da criteri vaghi e ampia discrezionalità per le forze dell’ordine. Nuovi dispositivi di controllo elettronici come le telecamere potrebbero inoltre essere introdotte negli stadi e nelle sedi degli eventi pubblici, mentre dovrebbe essere autorizzata la presenza di più militari nelle strade cittadine. Nel corso delle manifestazioni di piazza, inoltre, la polizia potrebbe essere autorizzata a perquisire le persone sul posto e trattenere negli uffici fino a 12 ore persone anche solo sospettate di rappresentare un «pericolo» per lo svolgimento pacifico degli eventi. Chi viene poi condannato, anche in via non definitiva, per reati di violenza contro persone o cose durante le manifestazioni pubbliche, potrebbe essere interdetto dal giudice a partecipare a «riunioni o assembramenti in luogo pubblico». Le sanzioni amministrative (insidiose, in quanto non richiedono l’approvazione di un giudice per la loro applicazione) per mancato preavviso di un corteo o sit in, per deviazione del percorso della manifestazione e “reati” simili, potrebbero essere enormemente aumentate (fino a 20 mila euro), andando così a colpire duramente le finanze di gruppi e movimenti. Per quanto riguarda le forze dell’ordine, la direzione dovrebbe essere diametralmente opposta. Gli agenti potrebbero infatti non vedersi iscritti nel registro delle notizie di reato nel caso in cui le proprie azioni siano giustificate da necessità quali la legittima difesa o il legittimo uso di armi. Una versione “soft” dello scudo penale proposto da FdI e Lega, insomma, il cui obiettivo è garantire l’impunità degli agenti nell’esercizio delle proprie funzioni.

Altre misure dovrebbero poi prevedere una stretta sulla vendita delle armi bianche, nell’ottica di prevenzione della violenza giovanile, mentre vengono introdotti nuovi reati contestabili ai ragazzini tra i 12 e i 14 anni. Le navi delle ONG potrebbero inoltre essere sottoposte a un fermo di 30 giorni (misura già cara a Salvini dai tempi del suo incarico come ministro dell’Interno), prorogabile fino a sei mesi, nel caso di «grave minaccia all’ordine pubblico» o «pressione migratoria». Eventuali migranti a bordo? Verrebbero spediti verso Paesi terzi con i quali l’Italia ha accordi – potendo così finalmente riempire, per esempio, i CPR voluti dal governo in Albania. E per evitare che i magistrati si mettano di traverso rispetto alle decisioni del governo su espulsioni e trattenimento in CPR, come avvenuto in passato, i poteri di questi ultimi verrebbero limitati. E proprio in merito al trattenimento in CPR, i provvedimenti dovrebbero introdurre nuove norme che regolano la detenzione amministrativa. Le persone trattenute potrebbero infatti non poter più godere in automatico del patrocinio gratuito per opporsi ai decreti di espulsione.

 

Venezuela: liberato anche Luigi Gasperin

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Un altro connazionale, l’imprenditore Luigi Gasperin, è stato scarcerato in Venezuela ed è nell’ambasciata italiana a Caracas. Lo fa sapere il ministro degli Esteri Antonio Tajani su X. Secondo la Farnesina, Gasperin è «provato ma in condizioni stabili» e ha espresso il desiderio di rimanere in Venezuela e tornare alla città di Maturín (nello Stato di Monágas) dove si trova la sua azienda. Negli ultimi giorni, Caracas ha iniziato a rilasciare diversi detenuti stranieri, tra cui l’italo-venezuelano Biagio Pilieri, Alberto Trentini e Mario Burlò, rimpatriati in Italia dopo lunghi mesi di detenzione.

Il Cile creerà un parco nazionale per proteggere la Patagonia più incontaminata

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Patagonia,_Chile

Il governo del Cile ha avviato l’iter per la creazione del Parco nazionale di Cape Froward, all’estremo sud del continente americano e affacciato sullo Stretto di Magellano, che diventerà il 47° del Paese. Secondo le stime ufficiali, la superficie complessiva protetta potrebbe avvicinarsi ai 200mila ettari, mettendo al riparo uno degli ecosistemi più remoti e fragili della Patagonia. L’area, situata sulla penisola di Brunswick, comprende foreste subantartiche, torbiere, ghiacciai e oltre cento chilometri di costa, un mosaico di ecosistemi tanto diversi quanto fragili. La creazione del parco ga...

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Ryanair taglierà 1 milione di posti per il Belgio

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La compagnia aerea Ryanair ha annunciato che ridurrà i voli da e per l’aeroporto belga di Charleroi, riducendo di 1,1 milioni i posti a sedere. La decisione fa seguito alla introduzione di una tassa per ogni passeggero decisa dall’amministrazione di Charleroi, che entrerà in vigore ad aprile. Il prossimo anno, verranno tagliati altri 1,1 milioni di posti.

La repressione dei movimenti per la Palestina colpisce in tutta Italia: decine di denunce

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Bergamo, Bologna, Catania, Treviso; ma anche Massa, Taranto e soprattutto Torino. In tutta Italia piovono denunce, multe e misure cautelari nei confronti delle persone e dei movimenti solidali con la Palestina. A essere bersaglio della repressione sono centinaia di persone a cui le procure dello Stivale stanno notificando l’avvio di indagini per l’ingente moto di protesta culminato con gli scioperi generali di fine settembre e inizio ottobre 2025. I fatti contestati – nella maggioranza dei casi – sono sempre gli stessi: danneggiamento, interruzione di pubblico servizio e specialmente blocco stradale, nuova fattispecie introdotta con il decreto sicurezza. Il disegno, denunciano gli attivisti, è chiaro: «intimorire e punire» chi si espone contro il genocidio in Palestina e «frammentare e spezzare il movimento di solidarietà con il popolo palestinese». Le denunce, inoltre, arrivano dopo mesi dagli eventi, mentre la Palestina sembra essere sparita dai radar dei media mainstream.

«Come ci aspettavamo, in questi giorni ai/alle partecipanti che sono scesi in piazza fra settembre e ottobre, stanno arrivando decine di multe e notifiche di conclusione delle indagini relative alle oceaniche manifestazioni di sostegno al popolo palestinese. Vogliono intimorirci e farci chinare la testa». Così USB Massa commenta l’arrivo delle denunce nei confronti degli attivisti per la Palestina. Nella sola cittadina toscana sono arrivate 37 denunce e oltre 50 multe per fatti risalente allo sciopero generale del 3 ottobre in sostegno alla Palestina e alla Global Sumud Flotilla, lanciato all’insegna del motto “Blocchiamo Tutto”. I reati contestati sono quelli di interruzione di pubblico servizio, blocco ferroviario e manifestazione non autorizzata.

Il caso di Massa è uno dei più recenti, ma non è l’unico. A inizio anno, a Catania, circa dieci attivisti sono stati denunciati per avere tentato di occupare l’ingresso del porto commerciale lo scorso 22 settembre, e sono ora sottoposti a obbligo di firma; altri 43 sono invece stati sanzionati da una multa da poco meno di 1.000 euro per avere bloccato la stazione per un breve lasso di tempo lo scorso 3 ottobre. Analoghe multe da 200 e 300 euro sono arrivate ad attivisti di Treviso e Bergamo. A Taranto, 28 persone sono indagate per blocco ferroviario; nella città pugliese, oltre alle misure della procura, è arrivato anche il silenziamento di Meta, l’azienda di Mark Zuckerberg, che ha bloccato la pagina Instagram del comitato Taranto per la Palestina. A Bologna, in questi giorni decine di persone stanno ricevendo avvisi di inizio indagine, sempre per il reato di blocco stradale.

La realtà maggiormente colpita da questa nuova ondata di repressione è certamente Torino. Nel capoluogo piemontese, è scattata la cosiddetta “Operazione Riot”, con lo scopo di «smantellare la rete di violenti che si nascondeva dietro i cortei pro Pal del 3 ottobre»; il risultato è quello di 11 misure cautelari, che vanno ad aggiungersi alle 13 nei confronti di attivisti che hanno preso parte a manifestazioni e cortei per la Palestina alla fine del 2024; questi ultimi sono costretti a obbligo di dimora, firme quotidiane, e rientri notturni. Sempre a Torino, è noto il tentativo di espulsione dell’imam Shahin, così come quello dei 6 ragazzi del liceo Einstein, tutti finiti ai domiciliari con le accuse di resistenza aggravata e lesioni a pubblico ufficiale. Altri 36 attivisti sono stati identificati e denunciati nel caso del cosiddetto “assalto a La Stampa”, accusati di danneggiamento aggravato, invasione di edifici e, per alcuni, minacce. La Procura valuta, inoltre, la possibile contestazione dell’associazione per delinquere, che costituirebbe un salto di scala giudiziaria. Recentemente è stato infine sgomberato il centro sociale Askatasuna, realtà radicata nel territorio da anni.

I movimenti colpiti da questa nuova ondata di repressione sono concordi nella loro lettura dei casi. Si tratterebbe di tentativi di intimidazione, volti da una parte a criminalizzare la lotta e a riscrivere la narrazione delle proteste, e dall’altra a disincentivare la partecipazione e a far desistere le persone coinvolte dal proseguire nelle mobilitazioni; le stesse tempistiche con cui sono arrivate multe e denunce sembrano supportare la tesi dei movimenti: esse arrivano a mesi dall’apice dei moti di protesta, in un momento di bassa intensità in cui i media, sulla scorta del cessate il fuoco di ottobre, trattano il genocidio in Palestina solo marginalmente.

La Siria “benedetta” dall’Occidente all’attacco dei curdi: testimonianza dal Rojava

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A partire dal 6 gennaio scorso sono ricominciati gli scontri armati tra le forze legate al nuovo governo Damasco e le milizie popolari legate all’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (DAANES): l’offensiva ha colpito soprattutto i quartieri a maggioranza curda di Aleppo e ha riattivato la tensione anche lungo il confine con il Rojava. Il risultato è stato un nuovo picco di violenza con decine di morti e feriti, migliaia di sfollati e, secondo le ricostruzioni locali, la presa di controllo di alcuni quartieri da parte del governo centrale. L’escalation arriva nel pieno del confronto sul futuro assetto del Paese: da una parte il nuovo regime di Damasco, benedetto da Occidente, punta a ricentralizzare il controllo dei territori; dall’altra i rappresentati curdi chiedono garanzie politiche e amministrative per proseguire la rivoluzione collettiva e antiautoritaria del confederalismo democratico che difendono in armi dal 2012.

«C’è vento di guerra» dice A., solidale italiana trasferitasi da qualche mese nel Kurdistan occidentale, al telefono con L’Indipendente. A. parla dalla Comune Internazionalista del Rojava, un’esperienza nata nel Nord-Est della Siria che accoglie persone da tutto il mondo per formarsi sull’ideologia dell’autonomia democratica, unirsi alla rivoluzione delle donne e imparare le basi del confederalismo democratico teorizzato da Ocalan. Per motivi di sicurezza, ha preferito rimanere anonima. «I soldati di Al-Joulani si sono avvicinati moltissimo al confine con DAANES; ma anche l’esercito turco si è avvicinato dalla parte turca», riferisce. «Il governo siriano ha rotto gli accordi stipulati il 1° aprile con le SDF [le Forze Democratiche Siriane, ndr] e ha attaccato i quartieri a maggioranza curda di Aleppo, Sheikh Maqsoud e Ashrafiye. Data la situazione, anche un nuovo inizio degli attacchi da parte dello Stato turco sul Rojava non è da escludere, nonostante le trattative di pace in corso tra lo stato turco e il leader del Movimento di Liberazione del Kurdistan, Abdullah Ocalan, che ancora oggi si trova nel carcere di massima sicurezza di Imrali».

«È chiaro che eventuali attacchi andrebbero a minare gli accordi di pace e la possibilità di costruire una soluzione democratica in Medio Oriente» riporta. «Qui in questi giorni ci sono cortei quasi quotidiani. C’è molta voglia di resistere in tutto il Rojava, c’è molta solidarietà. Erano partiti convogli da tutte le città per arrivare a sostenere i quartieri assediati Ashrafieh e Sheikh Maqsoud di Aleppo» continua A. Con il cessate il fuoco concordato tra le milizie del governo di transizione siriano e le Forze di Sicurezza Interna alla città, questi convogli sono rientrati accompagnando e supportando la popolazione sfollata di Aleppo e le persone cadute difendendo la città.

L’11 gennaio il governo di transizione siriano ha preso il controllo dei due quartieri, dopo giorni di massacri, che hanno visto decine di morti e feriti e migliaia di sfollati. Gli scontri sono stati i più violenti dalla caduta del regime di Bashar al Assad nel dicembre del 2024. Scoppiati il 6 gennaio, si sono configurati come un messaggio chiaro da parte del governo siriano e dello Stato turco della loro volontà di ostacolare la possibilità di costruire una Siria unita e democratica. «L’accordo firmato il 1 aprile scorso prevedeva che i due quartieri venissero smilitarizzati; in cambio, Ashrafieh e Sheikh Maqsoud sarebbero rimasti sotto l’autonomia amministrativa che fa riferimento al confederalismo democratico, con la garanzia che non sarebbero stati attaccati» continua la solidale italiana. Accordo che è stato rotto con l’attacco di pochi giorni fa che ha portato alla completa evacuazione di tutta la popolazione, terminato ieri. «Ma si trattava di Asayish, le forze di sicurezza interna, non militari dei curdi. Le Forze Democratiche Siriane avevano lasciato il territorio secondo gli accordi».

I militari siriani giustificano l’aggressione come una risposta a presunti attacchi imputati alle SDF nelle settimane precedenti verso posti di blocco affiliati a Damasco nell’area circostante alla città di Aleppo; le leadership della DAANES respingono le accuse denunciando invece che si tratta di una operazione contro le popolazioni civili più fragili dopo anni di isolamento e violenze, e ricordando che le SDF non hanno alcuna presenza militare nella città. In una dichiarazione diffusa il 7 gennaio, il comando Generale delle SDF aveva lanciato un appello agli attori regionali e internazionali affinché intervenissero per fermare l’attacco, segnalando che la prosecuzione dell’offensiva nei due quartieri rischiasse di creare conseguenze che sarebbero andate ben oltre Aleppo, riaprendo una fase di instabilità e di conflitto su scala nazionale.

I due quartieri di Aleppo furono i primi a liberarsi dal regime di Assad durante la rivoluzione del 2011; a maggioranza curda, erano riusciti a mantenere la loro autonomia in tutti questi anni. I curdi rappresentano circa il 10% della popolazione siriana, ma detengono il controllo di circa il 30% del territorio del Nord-Est del paese. Lì, nel “Rojava Kurdistan”, con la rivoluzione incominciata nel luglio 2012, la popolazione ha costruito una forma di governo autonoma basata sui principi della liberazione delle donne e del confederalismo democratico, istituendo forze autonome di difesa della popolazione, le SDF.

Con l’uscita di scena del regime di Bashar al-Assad l’8 dicembre 2024 e l’avanzata delle milizie guidate da Hayat Tahrir al-Sham (HTS), è incominciata una nuova fase di transizione per la Siria. Il potere centrale che ha sostituito il regime di Assad vuole ricomporre lo Stato riprendendo il controllo sui territori che ha perso, tra cui il Nord-Est della Siria. Dall’altra parte, le leadership della DAANES cercano di proteggere i propri diritti e le proprie forme di autogoverno all’interno del nuovo perimetro statale. Da questo confronto sono nati gli accordi del 10 marzo 2025 tra il governo di transizione e le SDF, presentati come un’intesa per integrare le istituzioni civili e militari della DAANES. Gli accordi hanno aperto a una traiettoria di unificazione che sarebbe dovuta terminare entro la fine del 2025, ma gli scontri dei giorni scorsi testimoniano il tentativo di ostacolarla da parte dell’amministrazione centrale.

Il governo di Ahmea Al Sharaa aveva più volte affermato di voler difendere le minoranze presenti nel Paese, ma gli attacchi scoppiati ad Aleppo nei giorni scorsi rappresentano il terzo episodio di violenze e massacri ai danni delle minoranze, dopo quelli di marzo contro la popolazione alawita, nell’ovest del Paese, e quelli di luglio contro la popolazione drusa, a sud. «Molti non hanno interesse affinché il Paese venga unito, anzi», dice ancora A. «La presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen è andata a Damasco proprio l’8 gennaio, appena dopo l’inizio dell’attacco» continua, «portando a Damasco un dono di 620 milioni di euro per il prossimo biennio». Un aiuto alla popolazione per ricostruire i servizi essenziali, come parte della proposta di cooperazione economica tra UE e Siria. «Le popolazioni che da anni si impegnano e lottano per la costruzione di una Siria unita e democratica, secondo principi di convivenza, uguaglianza e rispetto delle diversità, continuano a fare la loro parte e a impegnarsi per trovare una soluzione politica ai conflitti. Purtroppo però, molti interessi, nazionali e internazionali, si scontrano in Siria. Il futuro, è tutto da vedere».

Thailandia, deraglia un treno, 32 morti

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Un treno è deragliato nel nord-est della Thailandia uccidendo almeno 32 persone e ferendone 66. L’incidente è avvenuto nella provincia di Nakhon Ratchasima, nel distretto di Sikhio, a circa 200 chilometri a nordovest della capitale Bangkok. Il ministro dei trasporti thailandese ha dichiarato che a bordo del treno erano presenti 195 persone e che sono ancora in corso le indagini sull’accaduto. Dalle prime ricostruzioni, sembra che una gru impiegata in un cantiere ferroviario sia caduta su una delle due carrozze mentre il treno stava transitando, facendolo deragliare e causando un breve incendio.

Obbligo di identità digitale, dopo le proteste il Regno Unito cambia idea

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Dopo aver trasformato il tema in una delle sue principali battaglie politiche, il governo del Regno Unito guidato da Keir Starmer ha fatto marcia indietro sull’ipotesi di rendere obbligatoria un identità digitale per tutti i lavoratori. In seguito alle forti proteste dei cittadini e alle opposizioni di diverse parti politiche, la cosiddetta “Brit card” si apre dunque a una nuova interpretazione: il documento sarà erogato solo su base volontaria e ai lavoratori sarà sufficiente digitalizzare un documento di identità già in loro possesso. Annunciata il 26 settembre, l’iniziativa era stata subito presentata come uno strumento per contrastare l’immigrazione illegale. “L’identificativo digitale rappresenta un’enorme opportunità per il Regno Unito”, aveva dichiarato allora il Primo Ministro Starmer. “Renderà più difficile lavorare illegalmente in questo Paese, contribuendo così a rafforzare la sicurezza dei confini”. Nel giro di poche settimane, però, il sostegno pubblico all’establishment è precipitato: dal 53% registrato a giugno è sceso a un ben più modesto 31% in ottobre.

Ufficialmente, il Partito Laburista evita accuratamente di definire il cambio di rotta come una vera e propria retromarcia, preferendo parlare di un semplice aggiustamento in vista di una consultazione pubblica, la quale dovrebbe essere avviata “a breve”. In un commento al The Times, una fonte governativa offre però una lettura più pragmatica: “compiere un passo indietro sull’obbligatorietà aiuterà a disinnescare i principali punti di attrito. Non vogliamo correre il rischio che un sessantacinquenne di un’area rurale si ritrovi impossibilitato a lavorare solo perché non ha installato il documento digitale sul proprio telefono”.

Gli abitanti del Regno Unito si sono visti imporre l’obbligo di possesso di documenti d’identità con il National Registration Act del 1939, varato in piena Seconda Guerra Mondiale. La norma, tuttavia, è decaduta nel 1952 e già allora non mancavano alcuni coriacei detrattori. Nel 2006, nel pieno della “guerra al terrore”, anche il governo Blair tentò di introdurre carte d’identità contenenti dati biometrici, tuttavia la forte opposizione politica e popolare fece naufragare il progetto ancor prima che potesse decollare.

La storia, dunque, sembra ripetersi. In risposta all’introduzione dell’identificativo digitale è stata lanciata una petizione parlamentare che ha raccolto circa tre milioni di firme, mentre da ogni fronte si moltiplicano le contestazioni guidate da gruppi che temono un indebolimento delle libertà civili e il rafforzamento di una sorveglianza statale dai tratti apertamente discriminatori. Secondo un funzionario governativo interpellato da The Guardian, la decisione di Starmer di ammorbidire la propria posizione nasce proprio dal diffuso malcontento e dalla necessità di stemperare le tensioni. O, per usare le sue parole, dalla volontà di mettere a tacere “queste assurdità complottiste sul controllo Statale”.

 

Due petroliere greche sono state colpite nel Mar Nero

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Prosegue la guerra ibrida nella regione del Caucaso, dove ieri due petroliere sono state attaccate da droni nel Mar Nero. Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, entrambe le imbarcazioni erano dirette allo scalo di Yuzhnaya Ozereyevka, in Russia, ultima tappa dell’oleodotto Caspian Pipeline, che trasporta circa l’80 per cento del petrolio esportato dal Kazakistan e gestito dal Caspian Pipeline Consortium (CPC). Le navi erano in attesa di caricare petrolio proveniente dai grandi giacimenti di Tengizchevroil e Karachaganak in kazakistan. Si tratta di siti produttivi gestiti da consorzi internazionali che coinvolgono compagnie statunitensi, italiane, russe e kazake. In base a quanto riferito dall’ufficio stampa del Ministero dell’Energia del Kazakistan, le petroliere Matilda e Delta Harmony battevano rispettivamente bandiera di Malta e Liberia e sono entrambe gestite da compagnie greche. Secondo il ministero «nessun membro dell’equipaggio è rimasto ferito».

Secondo quanto trapelato, i danni alle imbarcazioni sarebbero stati di lieve entità: sulla Matilda, gestita dalla compagnia greca Thenamaris, sarebbe scoppiato un incendio che però è stato subito domato senza danni significativi e senza feriti. La nave sarebbe stata colpita da due droni mentre era in attesa in condizioni di zavorra a 30 miglia (48 km) dagli ormeggi della CPC. La Delta Harmony, invece – gestita dalla compagnia greca Delta Tankers – sarebbe stata colpita da un proiettile e anche in questo caso non si sono registrati gravi problemi. Il governo ucraino e il CPC non hanno rilasciato dichiarazioni sull’accaduto, ma i principali sospetti ricadono al momento sull’Ucraina, che aveva già colpito l’infrastruttura due volte in passato. Tra gli azionisti dell’oleodotto, lungo 1500 chilometri figurano, infatti, la compagnia petrolifera statale del Kazakistan KazMunayGas, le unità dei giganti petroliferi statunitensi Chevron e Exxon Mobile, ma soprattutto le compagnie russe Transneft e Rosneft che detengono rispettivamente il 24% e il 7,5% delle quote azionarie. Anche l’italiana ENI partecipa al consorzio con il 2% delle quote. L’attacco dei droni penalizza soprattutto gli introiti di queste società che non hanno la possibilità di fare uscire il greggio dal bacino del Mar Nero.

Anche i due maggiori giacimenti del Kazakistan, Tengizchevroil e Karachaganak, strategicamente importanti per le esportazioni energetiche, sono gestiti da joint venture internazionali: il primo comprende le società Chevron (Stati Uniti), KazMunayGas (Kazakistan), ExxonMobil (Stati Uniti), Lukoil (Russia) ed Eni (Italia) come azionisti principali e produce milioni di barili di petrolio all’anno. Il secondo, invece, partecipato da aziende come Eni, Chevron, BG Group e KazMunayGas, è uno dei più grandi giacimenti di gas e condensati della regione. Entrambi i giacimenti sono fondamentali per la sicurezza energetica della regione e per il flusso costante di petrolio e gas verso i mercati internazionali, attraverso il gasdotto CPC.

Già negli scorsi mesi, si sono registrati degli attacchi al terminal di Yuzhnaya Ozereyevka, situato nei pressi del porto di Novorossiysk, in Russia. Il 29 novembre scorso, infatti, un drone ucraino aveva colpito uno dei tre ormeggi principali della CPC, secondo Reuters, e il ministero dell’energia del Kazakistan ha dichiarato che la struttura continua a esportare petrolio tramite un unico ormeggio. Non è un caso, dunque, che la produzione di gas e petrolio in Kazakistan sia crollata del 35% tra il primo e il 12 gennaio rispetto alla media di dicembre, proprio a causa delle limitazioni all’esportazione tramite il terminale russo. Nel frattempo, secondo fonti del settore, i costi dell’assicurazione di guerra per le navi dirette al Mar Nero sono quasi raddoppiati in seguito agli attacchi.

La centralità del Caucaso e dell’Asia centrale dal punto di vista energetico e geopolitico spiega il crescendo di tensioni che si verificano nell’area in un momento di forte turbolenza internazionale. Sebbene, infatti, la responsabilità degli attacchi non sia ancora attribuibile a attori geopolitici precisi, la vicenda si inserisce nel contesto della guerra tra Russia e Ucraina, confermando come la pace – o quantomeno la cessazione delle ostilità – sia ancora lontana, nonostante i tentativi in tal senso dell’amministrazione americana.

 

Giorgetti replica il modello DOGE: funzionari assunti per tagliare le spese

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Assumere specialisti per tagliare le spese. È questa la nuova idea del governo per imporre le politiche di austerità, che replica il modello del “DOGE” di Elon Musk degli Stati Uniti. Il Dicastero dell’Economia, capitanato da Giancarlo Giorgetti, ha pubblicato un bando per l’assunzione di 294 funzionari per razionalizzare e aiutare il governo a gestire la revisione della spesa pubblica. L’operazione arriva in un contesto di forti tagli, che ha coinvolto tutti i settori a eccezione di quello della difesa. La legge di Bilancio del 2026 ha inoltre imposto una serie di aggiustamenti dal valore di oltre 10 miliardi di euro per il prossimo triennio.

Per la prima volta, il governo italiano mira non solo a imporre tagli lineari, ma a generare competenze interne dedicate all’analisi e alla riduzione dei costi, in un modello che richiama – per intenti e spirito – il Dipartimento per l’efficienza governativa (DOGE), organismo nato sotto l’egida di Elon Musk, con l’obiettivo – poi fallito – di snellire la burocrazia, ridurre gli sprechi pubblici e aumentare l’efficienza tecnologica e amministrativa. Il DOGE incarna un principio cui Giorgetti sembra guardare come fonte di ispirazione: l’inserimento di competenze specifiche direttamente all’interno delle amministrazioni per affrontare problemi sistemici di spesa pubblica. Il concorso, “per titoli ed esami”, prevede infatti 33 posti nell’Area delle elevate professionalità – figure apicali con competenze avanzate in ambito economico, giuridico, statistico e gestionale – e 261 posti nell’Area dei funzionari. Le professionalità richieste includono esperti in analisi dei bilanci pubblici, valutazione delle politiche, auditing, gestione finanziaria e controllo della spesa. Il bando chiarisce che le nuove assunzioni serviranno a potenziare le strutture centrali del MEF impegnate nella programmazione economica, nel monitoraggio dei conti e nella spending review. Per le posizioni più alte, la retribuzione può arrivare fino a 100 mila euro annui: un segnale della centralità strategica attribuita a queste figure chiamate a incidere sulle scelte strutturali della macchina statale.

L’operazione si colloca in un contesto di forte compressione delle risorse. La legge di Bilancio 2026 impone aggiustamenti per oltre 10 miliardi di euro nel triennio, con tagli che coinvolgono quasi tutti i comparti della pubblica amministrazione. I ministeri sono chiamati a ridurre spese per beni e servizi, consulenze, costi operativi. La Ragioneria Generale dello Stato ha delineato decine di misure che gli enti pubblici devono osservare, coinvolgendo anche comuni, province e città metropolitane nel percorso di risanamento dei conti. Giorgetti, protagonista di queste operazioni di controllo della spesa, ha più volte sollecitato le amministrazioni centrali a individuare tagli reali e sostenibili, minacciando sanzioni o interventi diretti laddove i ministeri non presentassero proposte concrete. La proposta dei super funzionari assume una doppia valenza: da un lato si presenta come strumento operativo per coadiuvare le amministrazioni interne nel processo di spending review; dall’altro riflette la difficoltà, anche a livello politico, di ottenere risultati rapidi in un sistema caratterizzato da complessità e resistenze burocratiche. La spesa pubblica italiana, infatti, è da tempo soggetta ad analisi sulla sua efficienza e, in questo quadro, i nuovi funzionari diventano lo strumento per trasformare l’austerità da imposizione esterna a processo permanente interno all’amministrazione.

Resta aperta la questione politica e istituzionale. Senza un quadro normativo chiaro che definisca poteri, autonomia e perimetro d’intervento di queste figure, il rischio è duplice: creare nuova burocrazia o trasformare l’operazione in una distribuzione discrezionale di incarichi ben retribuiti. La scommessa del governo è costruire una spending review permanente e interna alla macchina pubblica, ma il precedente americano invita alla cautela. Il DOGE, nato per snellire la macchina federale statunitense, è stato sciolto nell’autunno 2025 con mesi di anticipo: i risparmi promessi non si sono materializzati e molte funzioni sono state riassorbite dall’Ufficio per la Gestione del Personale, riportando l’efficienza sotto il controllo della burocrazia tradizionale. Il rischio è che anche l’iniziativa del MEF segua lo stesso destino: un corpo speciale pensato per riformare l’apparato che finisce inglobato dall’apparato stesso. Senza autonomia reale e potere d’intervento, i nuovi funzionari potrebbero diventare osservatori senza leva, aggiungendo un ulteriore strato amministrativo a un sistema già saturo.