RAMALLAH, PALESTINA OCCUPATA – Almeno 36mila persone sfollate con la forza in un anno; 1.732 episodi di violenza da parte dei coloni israeliani contro comunità palestinesi; 84 nuovi avamposti costruiti, centinaia di ettari di terre sottratte e occupate dai coloni israeliani. Il nuovo rapporto dell’Ufficio ONUper i diritti umani pubblicato martedì 17 marzo è un ennesimo campanello d’allarme: nella Cisgiordania occupata, la violenza di Israele non fa che aumentare. Il governo ha velocizzato l’espansione degli insediamenti, e l’annessione di vaste parti della Cisgiordania occupata, inclusa Gerusalemme Est, sfollando con la forza oltre 36.000 palestinesi. Intanto che e demolizioni e i furti di terre continuano, la violenza dei coloni e dei militari cresce senza freni. E si rischia la pulizia etnica.
«Gli sfollamenti nella Cisgiordania occupata, che coincidono con gli sfollamenti su vasta scala dei palestinesi a Gaza per mano dell’esercito israeliano, sembrano indicare una politica israeliana concertata di trasferimento forzato di massa in tutto il territorio occupato, volta a provocare uno sfollamento permanente, sollevando timori di pulizia etnica», si legge.
Il rapporto copre il periodo di 12 mesi fino a ottobre 2025, e documenta 1.732 episodi di violenza da parte dei coloni israeliani che hanno causato vittime o danni alla proprietà, corrispondendo a un aumento del 24% rispetto ai 1.400 episodi segnalati nello stesso periodo dell’anno precedente.
Fonte foto: Quds News Network
Le ripetute violenze dei coloni non vanno lette come casi isolati, ma appartengono a un preciso schema portato avanti del governo di Tel Aviv. «La violenza dei coloni è proseguita in modo coordinato, strategico e in gran parte incontrastato, con le autorità israeliane che hanno svolto un ruolo centrale nel dirigere, partecipare o consentire tale condotta», ha rilevato il rapporto.
E mentre, come da copione, i diplomatici israeliani a Ginevra accusano l’ufficio di essere «l’epicentro di un vile attivismo anti-israeliano», i fatti in Cisgiordania parlano da soli: dall’inizio della guerra iniziata da Tel Aviv e Stati Uniti contro l’Iran, sono almeno 15 i palestinesi uccisi in questo pezzo di Palestina, di cui 6 da parte dei coloni. Pochi giorni fa, i soldati di Tel Aviv – in borghese – hanno aperto il fuoco contro una macchina a Tammoun, nei pressi di Tubas, sterminando una famiglia che stava tornando a casa. Othman e Mohammed avevano 7 e 5 anni; sono stati crivellati di colpi insieme ai genitori, mentre i due fratellini sopravvissuti sono stati picchiati dai militari. «Abbiamo ucciso dei cani», hanno detto i militari a Khaled, uno dei due bambini ancora in vita, riferendosi alla sua famiglia.
Secondo il rapporto, l’impunità diffusa e radicata «sta facilitando e incoraggiando la violenza e le molestie contro i palestinesi».
Dall’inizio della guerra iniziata da Tel Aviv e Stati Uniti contro l’Iran, sono almeno 15 i palestinesi uccisi in Cisgiordania. Fonte foto: Quds News Network
Durante lo stesso periodo di 12 mesi, «un numero senza precedenti di 84 avamposti è stato istituito nella Cisgiordania occupata, portando il totale a oltre 300».
Il documento evidenzia anche il rischio crescente di sfollamento per migliaia di palestinesi appartenenti a comunità beduine situate a nord-est di Gerusalemme Est a causa dell’avanzamento dei piani di insediamento, nello specifico il famigerato piano E1, che se realizzato taglierà in due la Cisgiordania, mettendo la parola fine all’idea di uno Stato palestinese. Mentre le demolizioni di case continuano, Israele ha approvato o vuole approvare circa 27.200 unità abitative per i coloni in Cisgiordania, oltre a 36.973 unità a Gerusalemme Est.
Il rapporto aggiunge che il trasferimento illegale di persone protette costituisce un crimine di guerra secondo la Quarta Convenzione di Ginevra, osservando che tali atti possono comportare responsabilità penale individuale per i funzionari coinvolti e, in determinate circostanze, possono configurare anche un crimine contro l’umanità.
Il documento conclude inoltre che il trasferimento di potere dall’esercito israeliano alle autorità civili, le misure per confiscare terre palestinesi per l’espansione degli insediamenti, così come altre politiche e pratiche discriminatorie, «equivalgono a un regime istituzionalizzato di discriminazione sistematica, oppressione e violenza da parte di Israele contro i palestinesi», in violazione del divieto del diritto internazionale di segregazione razziale e apartheid.
È così che l’Alto Commissario ONU per i diritti umani Volker Türk ha chiesto a Israele di cessare immediatamente e completamente la creazione e l’espansione degli insediamenti e di invertirne gli effetti, invocando l’evacuazione di tutti i coloni e la fine dell’occupazione del territorio palestinese. Per l’ufficio Onu Israele deve consentire il ritorno dei palestinesi sfollati e porre fine a tutte le pratiche di confisca delle terre, sfratti forzati e demolizioni di abitazioni.
Ma mentre l’ennesimo rapporto certifica l’apartheid israeliano, parla di “rischio” di pulizia etnica e di annessione della Cisgiordania, l’inazione e il silenzio intorno sono assordanti: i governi occidentali tacciono, continuando a finanziare ed appoggiare politicamente Israele. Mentre a Gaza il genocidio non si è mai fermato. La Palestina è ormai diventata la pietra tombale del sistema internazionale, dell’Onu, e del diritto internazionale.
Il presidente bielorusso Alexander Lukashenko ha liberato 250 prigionieri politici. Il rilascio arriva nell’ambito di una trattativa con Washington per ottenere un allentamento delle sanzioni statunitensi sul Paese e risulta il maggiore dall’inizio dei negoziati. Secondo le ONG locali, prima dell’annuncio di oggi, nel Paese erano presenti oltre 1.100 prigionieri politici. Tra i liberati c’è Marfa Rabkova, coordinatrice della rete di volontari della ONG Viasna, arrestata nel settembre 2020 e condannata a 14 anni e nove mesi.
Un patrimonio naturale che intreccia salute, economia e tradizioni locali è oggi sotto pressione crescente. Nel report 2026 “Natura selvatica a rischio”, Legambiente segnala che diverse specie vegetali officinali – sia per uso medicinale che aromatico – sono a rischio di estinzione a causa dell’effetto combinato di crisi climatica, perdita di habitat, raccolta intensiva e commercio illegale. Il settore vale oltre un miliardo di euro, con 9.000 ettari coltivati e più di 400 produttori.
Tra le specie più vulnerabili figurano la genziana (Gentiana lutea), utilizzata per le sue radici dalle proprietà digestive e amare-toniche, l’arnica (Arnica montana), impiegata in preparazioni topiche per contusioni e infiammazioni, e l’artemisia nana (Artemisia schmidtiana), anch’essa tradizionalmente impiegata in fitoterapia. Queste piante sono classificate come “vulnerabili” o “quasi minacciate” secondo i criteri dell’Unione Internazionale per la Conservazione delle Natura (IUCN), soprattutto a causa della raccolta intensiva e degli effetti della crisi climatica negli ambienti montani delle Alpi e degli Appennini. Alla lista si aggiungono anche il ginepro (Juniperus communis), le cui bacche aromatiche sono utilizzate sia in fitoterapia sia nella tradizione alimentare, la liquirizia (Glycyrrhiza glabra), apprezzata per le radici con proprietà emollienti e digestive, la valeriana, nota per l’uso sedativo e rilassante, e l’Erba di San Giovanni (Hypericum perforatum), impiegata per le sue proprietà antinfiammatorie e antidepressivo naturali. Comprendere le caratteristiche e la storia delle piante officinali è vitale per sfruttare tutto il loro potenziale in termini di proprietà curative. Nonostante l’uso secolare di medicinali a base di erbe da parte di praticamente tutte le società umane, solo un numero relativamente piccolo di specie vegetali è stato oggi studiato come possibile farmaco. Gli studi etnobotanici ed etnofarmacologici aumentano così la possibilità di identificare nuove molecole utili, a patto che nel mentre queste risorse genetiche non si perdano irrimediabilmente. Secondo i dati dell’IUCN, 17.000 specie di piante medicinali sono minacciate a livello globale a causa della perdita di habitat, dello sfruttamento eccessivo, delle specie invasive e dell’inquinamento.
In Italia, particolarmente critica è la situazione della genziana. Negli ultimi anni le popolazioni naturali di questa specie hanno registrato una contrazione significativa sia sulle Alpi sia lungo l’Appennino, nonostante la specie sia protetta e inserita nell’Allegato V della Direttiva UE Habitat (92/43/CEE), che regola il prelievo delle radici in natura per uso erboristico e commerciale. Il caso più allarmante riguarda la Sardegna, dove studi condotti tra il 2016 e il 2023 classificano la specie come “in pericolo” a causa della riduzione della qualità dell’habitat. A livello nazionale, secondo i dati IUCN, alcune regioni mediterranee potrebbero registrare entro il 2050-2070 una riduzione dell’areale superiore al 50%. La situazione appare ancora più rilevante se si considera il peso economico del settore. In Italia il comparto delle piante officinali muove infatti un mercato superiore al miliardo di euro. Nel Paese si contano circa 9.000 ettari coltivati, i quali interessano circa 130 specie coltivate e 430-450 produttori specializzati. Il Piemonte rappresenta la regione leader per coltivazione e produzione, con circa 750 ettari. Tra le aree più note spicca Pancalieri, tra Cuneo e Torino, storicamente legata alla coltivazione di menta piperita, ma anche di melissa, salvia, camomilla, assenzio ed echinacea. Importanti distretti produttivi sono presenti anche in Toscana, Marche, Puglia, Emilia-Romagna e Lombardia. La distribuzione naturale delle piante officinali segue invece le caratteristiche climatiche e ambientali della penisola. Le regioni del centro-sud e le isole maggiori, grazie al clima mediterraneo e ai suoli ben drenati, ospitano numerose specie aromatiche spontanee. In Sicilia, ad esempio, crescono origano, rosmarino, timo, cappero e finocchietto selvatico, mentre in Sardegna sono diffusi mirto, elicriso e lentisco. Ugualmente Calabria, Puglia e Basilicata, dove è altrettanto presente la macchia mediterranea costiera ricca di specie da millenni utilizzate dall’uomo per vari scopi. L’Arco Alpino e l’Appennino garantiscono invece la presenza, spesso all’interno di aree protette, di specie tipiche degli ambienti montani, prime fra tutte arnica e genziana.
Nonostante una diversità di piante officinali tra le più spiccate al mondo, il documento del Cigno Verde sottolinea l’urgenza di rafforzare le politiche di tutela in Italia. Tra le principali proposte avanzate da Legambiente vi sono la necessità di evitare il sovrasfruttamento delle specie spontanee, promuovere una raccolta sostenibile attraverso criteri e tecniche uniformi su tutto il territorio nazionale e sviluppare linee guida informative rivolte ai cittadini. «La flora officinale italiana – spiega Stefano Raimondi, responsabile nazionale biodiversità di Legambiente – rappresenta una risorsa biologica ed economica strategica, ma non illimitata». La sua conservazione – ha aggiunto – richiede infatti politiche basate su dati scientifici, tutela degli habitat e filiere trasparenti e tracciabili, condizioni indispensabili per garantire nel tempo sia la salute degli ecosistemi sia la disponibilità di piante officinali di qualità. L’associazione propone inoltre di adottare soluzioni basate sulla natura per il ripristino degli ecosistemi degradati e di accelerare la creazione di nuove aree protette, migliorando al contempo la gestione di quelle esistenti. Un’altra priorità riguarda l’adattamento alla crisi climatica e il contenimento delle specie aliene invasive, fattori che possono compromettere ulteriormente gli habitat naturali. Accanto alle criticità, il report evidenzia però anche alcune esperienze positive. In Toscana è stato approvato il primo elenco regionale delle piante officinali spontanee con l’obiettivo di rafforzarne la tutela. In Calabria è nata l’alleanza “Calabria Oasi della Biodiversità d’Europa”, che riunisce circa cinquanta realtà impegnate nella salvaguardia della flora e della fauna locali. In Alto Adige si punta invece sulla valorizzazione delle sementi autoctone e su un catasto digitale per migliorare tracciabilità e conservazione.
Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è ora succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 marzo, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì 9 marzo, i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio.
19 marzo – Ore 19.50 – Anche Crosetto smentisce il comunicato: “Nessuna missione di guerra”
“Ho letto interpretazioni totalmente errate sul documento approvato oggi da alcune nazioni europee e non, tra cui l’Italia. Nessuna missione di guerra. Nessun ingresso ad Hormuz senza una tregua e senza un’iniziativa multilaterale estesa. Siamo consapevoli però dell’importanza per tutti di lavorare per la riapertura in sicurezza di Hormuz e riteniamo che sia giusto ed opportuno che siano le Nazioni Unite ad offrire la cornice giuridica per un’iniziativa pacifica e multilaterale per raggiungere questo obiettivo”.
Così il ministro della Difesa Guido Crosetto ha commentato le ultime notizie sul comunicato rilasciato da Italia, Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone. Con tali parole, arriva la smentita definitiva del fatto che i Paesi non avvieranno iniziative militari sullo Stretto di Hormuz.
19 marzo – Ore 18.58 – USA: 16 miliardi in armi ai Paesi del Golfo
Gli Stati Uniti hanno approvato pacchetti di vendita militari per un valore di 16,46 miliardi ai Paesi del Golfo. A dare l’annuncio è l’ufficio del Segretario di Stato USA Marco Rubio, in una serie di note stampa: i pacchetti prevedono la vendita di munizioni da intercettazione, pezzi di ricambio e attrezzatura di difesa e andranno a Kuwait, Emirati e Giordania. Il Segretario, si legge nelle varie note, “ha determinato e fornito una giustificazione dettagliata dell’esistenza di un’emergenza che richiede la vendita immediata” dell’equipaggiamento militare, rinunciando così al requisito dell’approvazione del Congresso.
19 marzo – Ore 18.00 – Tajani: “Non siamo in guerra e non vogliamo entrarci”
Dopo le ambigue dichiarazioni rilasciate da Italia, Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e Giappone, il ministro Tajani è intervenuto per chiarire la natura del documento sottoscritto dai sei Paesi e rilasciato da Londra: “La dichiarazione di Londra è un documento politico, non militare, per cercare di creare le condizioni per garantire la libertà di circolazione marittima, per lavorare insieme parlando con le varie parti, dando messaggi politici. Non siamo parte della guerra, e non vogliamo essere parte della guerra”.
Le dichiarazioni del ministro sembrano insomma smentire l’ipotesi di una possibile missione marittima per garantire il delle petroliere Hormuz, che avrebbe incontrato le richieste del presidente degli USA Trump. Abbiamo parlato della proposta di Trumo di formare una “Coalizione Hormuz” in un articolo de L’Indipendente.
19 marzo – Ore 17.30 – L’Iran colpisce la raffineria di Haifa
Il ministro dell’Energia israeliano Eli Cohen ha annunciato che la raffineria di petrolio di Haifa, appartenente al gruppo Bazan, è stata colpita da un attacco missilistico iraniano. Il ministro ha comunicato che una persona è rimasta leggermente ferita, ma che la struttura non ha riportato danni significativi.
19 marzo – Ore 17 – Italia e altri cinque Paesi annunciano misure per il passaggio da Hormuz
Il Regno Unito, la Francia, la Germania, l’Italia, i Paesi Bassi e il Giappone affermano che adotteranno misure per stabilizzare i mercati energetici e si dichiarano pronti a partecipare agli “sforzi appropriati” per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz. L’annuncio è stato dato in una dichiarazione congiunta apparsa sul sito del governo britannico.
Nel comunicato i leader chiedono all’Iran di cessare gli attacchi contro le navi mercantili e le infrastrutture petrolifere del Golfo. I leader non hanno specificato quali siano le misure che adotterebbero per garantire il passaggio da Hormuz
19 marzo – Ore 11.13 – Rapporto sui danni agli edifici in Iran
Secondo un rapporto preliminare diffuso dall’agenzia di stampa ufficiale iraniana Irna, l’aggressione israelo-statunitense ha provocato danni a 44.656 unità abitative, commerciali e uffici del settore privato in 18 province del Paese. Si parla, in totale di 799 unità abitative e commerciali del settore privato completamente distrutte e 44.656 unità danneggiate.
19 marzo – Ore 10.55 – I futures sul petrolio aprono in rialzo
Gli effetti della nuova escalation della guerra in Asia Occidentale iniziano a farsi sentire. Questa mattina, i future sul petrolio Brent hanno superato i 115 dollari al barile, il livello più alto da oltre una settimana. Anche i prezzi del gassono aumentati del 30%. Nonostante l’annuncio serale di Trump, l’Iran ha continuato la propria ritorsione sui siti energetici dei Paesi limitrofi anche questa mattina, rispondendo agli attacchi israeliani di ieri sul sito di South Pars.
La presa di mira diretta degli impianti petroliferi e del gas alza il livello del conflitto e rischia – come testimoniato dai prezzi di apertura della mattina – di aggravare la crisi del costo del carburante e degli idrocarburi. Ne abbiamo parlato in un articolo de L’Indipendente.
19 marzo – Ore 10.45 – Parlamento Iran: tasse per transitare da Hormuz
Un parlamentare iraniano ha proposto di imporre pedaggi e tasse alle navi che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz. La proposta deve ancora venire discussa dal Parlamento iraniano.
19 marzo – Ore 10.35 – L’esito degli attacchi notturni su Tel Aviv. Intanto, lanciati nuovi attacchi
Un video che circola online mostra l’impatto di un missile iraniano su Tel Aviv. In generale, dalle immagini che girano sui canali indipendenti, pare che la capitale israeliana sia stata colpita diffusamente dagli attacchi di risposta di Teheran.
Intanto le sirene di allarme stanno risuonando su tutta l’area attorno a Tel Aviv.
19 marzo – Ore 10.25 – Israele uccide 3 persone a Gaza e riapre il valico di Rafah
Due palestinesi sono stati uccisi da un attacco di droni israeliani che ha colpito il quartiere di Zeitoun a Gaza City. A dare la notizia sono fonti mediche dell’ospedale di al-Shifa al quotidiano qatariota Al Jazeera. In generale, nonostante diminuiti di intensità, gli attacchi israeliani non si stanno fermando, nemmeno a guerra in corso. Sempre questa mattina, è stato riportata l’uccisione di un altro palestinese in seguito a un’ulteriore attacco israeliano con drone; l’attacco ha preso di mira il quartiere Tuffah di Gaza City. Altri attacchi sono stati condotti a Khan Younis.
Intanto, le autorità israeliane hanno comunicato di avere parzialmente riaperto il valico di Rafah. È la prima volta che il confine viene riaperto dall’inizio della guerra all’Iran.
19 marzo – Ore 10.15 – Incendi in raffinerie del Kuwait
I vigili del fuoco del Kuwait hanno dichiarato che sei squadre di pompieri stanno operando per contrastare due incendi presso le raffinerie di Mina Al-Ahmadi e Mina Abdullah. Le autorità hanno confermato che gli incendi sono seguiti ad attacchi mirati contro gli impianti.
بيان من قوة الإطفاء العام 6 فرق إطفاء تتعامل حالياً مع حريقي في مصفاة ميناء الأحمدي ومصفاة ميناء عبدالله اثر تعرضهم لاستهداف بواسطة طائرات مسيرات ما أدى إلى اندلاع حريق محدود في تلك الوحدات، سيتم الإعلان عن التفاصيل لاحقاً.#kff_kwpic.twitter.com/Nh5PyBdlXB
19 marzo – Ore 10.02 – Media USA: 200 miliardi per la guerra e truppe
La stampa statunitense e internazionale sta diffondendo diverse indiscrezioni sulla futura gestione dell’amministrazione Trump della guerra. Secondo un articolo del Washington Post, il Pentagono avrebbe chiesto alla Casa Bianca di avanzare una richiesta al Congresso degli Stati Uniti per un finanziamento di oltre 200 miliardi di dollari da indirizzare verso la guerra in Iran. L’agenzia di stampa Reuters, invece, riporta che l’amministrazione Trump starebbe valutando la possibilità di schierare migliaia di soldati per rafforzare le proprie operazioni in Asia Occidentale.
19 marzo – Ore 9.40 – Arabia Saudita: droni su Samref
Il Ministero della Difesa dell’Arabia Saudita afferma che un drone si è schiantato presso la raffineria Samref di Saudi Aramco nel porto di Yanbu. La stima dei danni è ancora in fase di valutazione.
Siamo entrati nel ventesimo giorno di guerra. Ecco i principali fatti della notte.
Con 53 voti a favore e 47 contro, il Senato statunitense ha nuovamente respinto una risoluzione che avrebbe obbligato Donald Trump a ottenere l’autorizzazione del Congresso per qualsiasi azione militare contro l’Iran limitandone i poteri.
L’ambasciatore iraniano all’ONU ha chiesto un risarcimento agli Emirati Arabi Uniti per il loro coinvolgimento nella guerra e per le perdite provocate alla Repubblica Islamica.
La ritorsione iraniana è andata avanti tutta la notte, e si è abbattuta sui Paesi del Golfo, le loro infrastrutture, e le petroliere situate nello Stretto di Hormuz. In Arabia Saudita, l’Iran ha scagliato almeno due attacchi, prendendo di mira una raffineria nell’area meridionale di Riyad. Sulle coste degli Emirati è esplosa una petroliera. Le campane di allarme hanno iniziato a suonare anche in Qatar, dove è stata presa di mira la raffineria Ras Laffan, una delle maggiori al mondo; nel Golfo è stata inoltre colpita una petroliera. In Iraq sono state attaccate le infrastrutture energetiche, oltre alle ormai solite aree a controllo statunitense di Erbil e Baghdad. Attacchi, infine, anche in Kuwait – dove è stata colpita una base americana – e in Bahrein.
L’Iran ha lanciato un poderoso attacco missilistico contro Israele, prendendo di mira 118 punti nel nord e nel centro del Paese. Tra gli obiettivi colpiti, la capitale Tel Aviv. Scagliati inoltre attacchi in 80 punti nelle aree centro-meridionale e meridionale del Paese, che hanno bersagliato le zone di Rishon, Letzion e Ramla, Eilat, Ramat, Gan Bnei Brak, Bat Yam, e Holon; qui sono stati colpiti più bunker e droni distruttivi.
I combattimenti tra Hezbollah e Israele nel sud del Libano sono andati avanti tutta la notta. Il movimento libanese reclama di avere distrutto tre carri armati Merkala, portando a sei il numero di carri armati distrutti nelle ultime 24 ore. Scagliato inoltre un attacco con droni congiunto nel nord di Israele.
Le IDF hanno continuato ad attaccare tanto il Libano quanto l’Iran. In Libano sono andati avanti scontri e bombardamenti nel sud. In Iran, invece, sono state bombardate Shiraz, la capitale Teheran ed Esfahan, importante impianto nucleare nel Paese.
La Banca Centrale Europea ha mantenuto invariati i tassi di interesse per la sesta volta consecutiva dopo otto riduzioni di fila. La BCE ha motivato tale decisione affermando che nonostante la guerra in Asia Occidentale generi prospettive più incerte, l’inflazione risulta relativamente stabile attorno all’obiettivo del 2%, livello considerato adeguato per la sanità dell’economia. I tassi di interesse sui depositi presso la banca centrale, sulle operazioni di rifinanziamento principali e sulle operazioni di rifinanziamento marginale rimarranno dunque rispettivamente al 2,00%, al 2,15% e al 2,40%.
Banca d’Italia aveva torto, Report ha documentato in modo corretto lo scandalo dei diamanti venduti dalle banche ai propri clienti e sui quali – documenti e testimonianze alla mano – aveva evidenziato tutte le criticità del sistema di controllo, su quella che si è poi rivelata una gigantesca truffa su scala milionaria. Questa è la decisione del Tribunale di Roma che ha rigettato l’istanza dell’istituto di via Nazionale che aveva avanzato richieste di risarcimento milionarie (condannandola anche al pagamento delle spese legali 7.616 euro), citando la trasmissione per la puntata nella quale, con metodo giornalistico considerato corretto dal giudice, era stato raccontato al grande pubblico una vicenda che ha truffato almeno centomila persone per un valore stimato di almeno 2 miliardi (rimborsati 1.2), con 297 segnalazioni ma migliaia di persone finite nella trappola. Al centro della vicenda giudiziaria, la puntata del 2021 che aveva messo sotto i riflettori tutte le falle dei controlli bancari sullo scandalo dei diamanti offerti da diverse banche tra cui Unicredit, Banco BPM, Banca Intesa e Monte dei Paschi, un raggiro che ha truffato almeno centomila persone, secondo le stime, per un valore di 2 miliardi. La sola MPS ha venduto diamanti per 370 milioni, trovandosi alla fine una minusvalenza – cioè un saldo negativo – di 250 milioni in pancia.
Buchi e disattenzioni
In foto: Carlo Bertini
Nella trasmissione condotta da Sigfrido Ranucci, è venuta alla luce la testimonianza di Carlo Bertini, ispettore di Bankitalia e coordinatore del gruppo di vigilanza congiunto su Mps (“Joint Supervisory Team” o Jst) che è poi diventato suo malgrado un whistlerblower. Nella puntata oggetto delle ire di Via Nazionale, Bertini aveva raccontato alle telecamere di Report l’”omessa vigilanza prudenziale” dell’istituto sulle banche che si occupavano della commercializzazione dei diamanti, descrivendo i buchi e le disattenzioni nei controlli sulla compravendita dei diamanti da parte degli istituti e sulle conseguenti operazioni finanziarie. Per Bertini è iniziata una durissima vicenda personale all’interno di Banca d’Italia che si è poi conclusa col suo licenziamento, dopo essere stato inizialmente sospeso, sostanzialmente per aver appunto parlato davanti alle telecamere di Report. Il bubbone dei diamanti era già scoppiato anni prima, con un’ispezione della Banca d’Italia che faceva seguito ad una segnalazione giunta da un dipendente di Mps a Siena, e con una prima trasmissione di Report (2016) che aveva raccontato per prima questa colossale truffa sulla quale la Procura di Milano ha poi aperto un’inchiesta penale, col sequestro di 80 milioni. Bertini ha semplicemente verificato, e raccontato alla trasmissione Report, che il traffico di pietre preziose non si era arrestato, ma anzi proseguiva in modo quasi indisturbato da parte degli istituti coinvolti. Ne è venuto fuori un report che Bertini ha consegnato ai suoi superiori, in Via Nazionale, scatenandone l’ira e venendo accusato di gettare discredito e grave danno alla reputazione dell’istituto. Nel frattempo il Tar del Lazio aveva dato ragione a Bertini, stabilendo che il suo licenziamento (è stato destituito dal suo incarico il 18 luglio 2022) è avvenuto in modo illegittimo, in quanto durante la seduta della Commissione di disciplina di Banca d’Italia a cui era stato convocato, non gli è stato permesso di essere assistito da un avvocato. Ma nel proseguo, altre pronunce dello stesso tribunale amministrativo hanno ribaltato questa decisione, fino a quella del Consiglio di Stato che ha definitivamente confermato la validità del licenziamento.
«Fatti veri, non fake news»
Bertini ha raccontato una vicenda quasi kakfiana, condita da pressioni, minacce e varie forme di mobbing interno agli uffici dove il suo report su Mps era stato accolto, pare, tra le urla inviperite dei suoi superiori. Il suo avvocato, Paolo Maddalena, commentando l’allontanamento dell’ispettore l’aveva definito «una vendetta contro chi osa denunciare le magagne interne». Bertini è stato anche denunciato per per violazione del segreto d’ufficio e dovrà essere sottoposto a processo penale nel quale, tuttavia, Banca d’Italia rischia un altro boomerang, nel caso non fossero accertate le sue responsabilità e quindi venisse assolto dalle accuse. Naturalmente la notizia della sentenza del tribunale di Roma è stata accolta con entusiasmo da Sigfrido Ranucci, conduttore di Report: «Fatti veri, non fake news. La giustizia ha riconosciuto il nostro diritto a informare i cittadini». Per la trasmissione, che è stata spesso nell’occhio del ciclone per le inchieste e i reportage offerti al grande pubblico Rai, una vittoria morale che corrobora anche chi crede ancora nella possibilità di fare un’informazione non asservita al potere sulla televisione pubblica. La puntata del programma finita nell’occhio del ciclone da parte di Banca d’Italia si intitolava “The whistleblower” e nell’inchiesta realizzata da Emanuele Bellano raccontava appunto «le lacune nel sistema di controllo delle banche nella distribuzione e vendita dei diamanti». Il reportage che si è basato sulle dichiarazioni e le testimonianze di Bertini, raccontava come Banca d’Italia non avesse bloccato la vendita dei diamanti, nonostante fosse al corrente delle irregolarità e delle problematiche che sono poi sfociate anche in class action dei cittadini che sono stati truffati dagli istituti coinvolti. I diamanti venivano venduti da società terze, “WI.D.B S.p.a.” e “D.P.I S.p.a”, ad un prezzo almeno tre volte superiore il loro reale valore e con condotte da parte degli istituti di credito a dir poco discutibili.
Tecniche di raggiro
Ai clienti, infatti, veniva tra l’altro proposto l’acquisto dei diamanti mostrando grafici e tabelle nelle quali la curva delle quotazioni era in continua crescita, e spiegando loro che potevano verificare le quotazioni stesse sul Sole24Ore. Peccato che tali valori fossero in realtà pubblicati nella sezione riservata alle inserzioni e alle pubblicità a pagamento da parte delle società venditrici, quindi senza nessuna attendibilità certificata. La reazione di Banca d’Italia alla trasmissione di Report era stata durissima. Prima di presentare un ricorso con richiesta di risarcimento, Via Nazionale aveva pubblicato un comunicato nel quale dichiarava che nel corso della puntata del 13 dicembre 2021 di Report «l’azione della Banca d’Italia è stata rappresentata in modo fortemente distorto, anche sulla base delle affermazioni di un dipendente della Banca stessa, il dottor Carlo Bertini». Nella nota si fa anche riferimento al «procedimento disciplinare a cui l’ispettore è stato sottoposto nel 2021 (il suo report risaliva a due anni prima, ndr) per violazioni di disposizioni del Regolamento del personale della Banca d’Italia. Tra questi, assume un rilievo centrale la divulgazione tra il personale dell’Istituto e all’esterno del medesimo di comunicazioni idonee a gettare discredito e a nuocere gravemente alla reputazione della Banca d’Italia e di suoi rappresentanti, nonché l’indebita divulgazione all’esterno della Banca d’Italia di informazioni in suo possesso in relazione all’attività lavorativa svolta». Anche di questo, Report aveva dato conto nella puntata di Report che il tribunale di Roma ha assolto da ogni accusa, ribadendo che si è trattato solo ed esclusivamente di esercizio corretto e professionale del diritto di cronaca. Proprio in questi giorni, a Milano – dove è partita nel 2017 l’inchiesta principale sui diamanti, poi finita in uno spezzatino di vari filoni e stralci – è stato condannato l’ex notaio Franco Novelli, associato alla “IDB Intermarket Diamond Business”, società poi fallita che operava sul mercato dei diamanti da investimento offerti e venduti a prezzi largamente superiori. Novelli è stato ritenuto di fatto l’amministratore della Idb (al cui vertice si trovava Claudio Giacobazzi, suicidatosi nel 2017), che poi è fallita, e dopo alterne vicende giudiziarie è stato appunto condannato dal tribunale per autoriciclaggio ad una pena di 4 anni più la confisca di 113 milioni di euro.
È stata depositata presso il TAR del Lazio una class action popolare contro la Rai e il Ministero dell’Economia e delle Finanze per porre fine alla «occupazione partitica» del servizio pubblico radiotelevisivo. Il ricorso è stato promosso dall’associazione Generazioni Future, rappresentata dal professor Ugo Mattei, docente di Diritto civile all’Università di Torino, insieme a Media Pluralisti Europei, con il patrocinio dell’avvocato Luigi Paccione. Secondo i ricorrenti, l’attuale governance di viale Mazzini si trova infatti una «situazione di assoluta illegalità» rispetto alla normativa europea, che richiede procedure di nomina trasparenti e del tutto svincolate dalla politica. La Rai, dicono i promotori, è stata ed è ancora segnata da «un’occupazione pluridecennale che annienta il diritto degli utenti alla trasparenza e alla imparzialità dell’informazione».
L’azione legale collettiva, che ha già raccolto oltre diecimila adesioni, denuncia la violazione del Regolamento europeo 2024/1083, il cosiddetto Media Freedom Act, entrato in vigore lo scorso 8 agosto, che impone l’indipendenza editoriale e funzionale dei media di servizio pubblico dai condizionamenti politici. Nella realtà, fanno notare i ricorrenti, il metodo dell’«occupazione partitocratica» e della spartizione del servizio pubblico continua a segnare, senza soluzione di continuità, le dinamiche interne alla Rai. «Dall’agosto scorso la Rai versa in situazione di assoluta illegalità e la sua governance è radicalmente contraria ai principi e alle regole di un Regolamento Europeo fonte primaria del nostro diritto», spiegano i promotori, sottolineando come «le polemiche di queste settimane relative alle nomine mostrano come il metodo dell’occupazione partitocratica e della spartizione del servizio pubblico, con relativa collocazione di figure fedeli nei posti chiave, continui imperterrito senza che dell’illegalità europea e delle relative responsabilità e costi ben pochi si preoccupino». Il CDA Rai è oggi formato da 7 membri: 4 sono eletti dal Parlamento (2 dalla Camera, 2 dal Senato), 2 sono designati dal governo – nello specifico dal Ministero dell’Economia e delle Finanze – e 1 è eletto dai dipendenti dell’azienda.
La class action mira a ottenere dal Tar una sentenza di accertamento che verifichi la mancata applicazione della normativa europea, con l’obiettivo di ripristinare il pluralismo e l’indipendenza dell’informazione pubblica. I sostenitori dell’iniziativa chiedono inoltre un intervento sulla gestione finanziaria dell’azienda, con particolare riferimento alla «restituzione del canone non dovuto» e alla «limitazione delle spese stravaganti di retribuzione di noti personaggi televisivi, complici del generale progetto di disinformazione pubblica, di cui la Rai partitocratica è protagonista», aprendo così la strada a un possibile coinvolgimento della Corte dei Conti. Sostenuta da un patto di oltre venti organizzazioni, la class action rappresenta un tentativo di mobilitazione popolare per difendere un «bene comune» pagato dai cittadini attraverso il canone. La piattaforma per aderire è accessibile sul sito generazionifuture.org, dove i cittadini possono prenotarsi come partecipanti all’azione collettiva.
«L’occupazione della Rai, dopo entrata in vigore del Media Freedom Act, ha raggiunto un nuovo livello – dichiara a L’Indipendente il Prof. Ugo Mattei -. Essa non è più soltanto politicamente vergognosa ma oggi è anche smaccatamente illegale. Questa volta davvero “ce lo chiede l’Europa!”». Sulla Rai, prosegue Mattei, «emerge in modo chiarissimo il comune interesse all’occupazione tanto della destra quanto della cosiddetta sinistra: emerge così in modo plastico come il Italia la vera contrapposizione sia fra chi vuole la Rai bene comune e chi vuole mantenerla come puro strumento di propaganda. Il popolo contro la casta. Lo strumento giuridico della class action può dare al primo uno strumento per coalizzarsi per difendere i beni comuni».
Il parlamento thailandese ha riconfermato Anutin Charnvirakul come premier con 293 voti su 493, battendo il rivale del centrosinistra Natthaphong Ruengpanyawut, fermo a 119. In carica da settembre dopo una crisi di governo, Anutin aveva indetto elezioni anticipate a febbraio, vinte dal suo partito conservatore Bhumjaithai, con cui ha poi formato una coalizione di centrodestra. La sua ascesa è stata favorita anche dal nazionalismo legato alle tensioni con la Cambogia. La nomina attende l’approvazione del Re, ma pesa un ricorso alla Corte costituzionale che potrebbe invalidare il voto, a causa della presenza di codici a barre e QR sulle schede elettorali che avrebbe compromesso l’anonimato del voto.
Sarebbero almeno 900 gli affiliati alla ‘ndrangheta presenti in Piemonte, distribuiti in 24 comuni e inseriti in 16 “locali” e 30 ‘ndrine. È la fotografia scattata dall’ultimo rapporto “Non è altrove” di Libera Piemonte, che ha esaminato le statistiche diramate dall’ultimo rapporto della Direzione Investigativa Antimafia. Un numero, quello degli uomini d’onore calabresi attivi nella regione, che emerge incrociando i dati delle inchieste giudiziarie con le evidenze investigative, e che colloca il Piemonte tra le regioni del Nord Italia con la più alta densità di presenze mafiose. Dal 2011, inoltre, sono state oltre 25 le inchieste giudiziarie che hanno portato in aula più di 450 indagati, con decine di condanne per associazione di tipo mafioso.
Oltre ai numeri specifici sul fenomeno mafioso e sul narcotraffico – che nel 2024 vede numeri in forte crescita rispetto all’anno precedente, con 1.748 denunce e il sequestro di 4,4 tonnellate di droga, il report si concentra anche sui cosiddetti “reati spia”, quei delitti che più di altri segnalano l’infiltrazione nell’economia legale. I numeri destano infatti grande allarme: nel 2024, secondo l’elaborazione di Libera su dati del Ministero dell’Interno, la regione ha registrato 29.515 reati spia, piazzandosi al secondo posto in Italia dopo la Lombardia (inquadrata come centro nevralgico dell’alleanza “organica” tra mafie nel nord Italia, come testimoniato dalla maxi-inchiesta “Hydra”, appena sfociata in un processo). In particolare, in Piemonte le estorsioni sono aumentate del 16% (902 casi) e il riciclaggio è cresciuto del 54% (74 episodi). Le truffe e frodi informatiche hanno invece segnato un calo del 6,5%; nel 2025 Libera ha censito cinque inchieste piemontesi su corruzione e concussione, con 80 indagati, mentre il gioco d’azzardo – settore particolarmente vulnerabile e tradizionalmente ricollegato a usura e riciclaggio – ha superato nel 2024 i 9 miliardi e mezzo di euro di raccolta.
Il quadro che emerge dalle analisi giudiziarie e investigative è quello di una ‘ndrangheta che, esattamente come la mafia siciliana, non cerca più lo scontro frontale, prediligendo invece quella “strategia della sommersione” che consente di mimetizzarsi con grande efficacia all’interno dell’economia legale. In occasione dell’apertura dell’anno giudiziario 2026, la Procuratrice Generale di Torino – il magistrato Lucia Musti – ha affermato che «non è più il tempo delle semplificazioni quali “gli ‘ndranghetisti soffocano gli imprenditori con le richieste del pizzo”», dal momento che «sempre più sono gli imprenditori che si rivolgono alle organizzazioni di ‘ndrangheta per appaltare segmenti dei loro cicli produttivi, ad esempio logistica, sicurezza, smaltimento rifiuti, recupero crediti a costi dimezzati».
Negli ultimi anni, le inchieste hanno fatto luce sull’influenza e gli interessi delle ‘ndrine in settori strategici dell’economia regionale: dal turistico-alberghiero alla ristorazione, dalla gestione di servizi pubblici all’edilizia e ai trasporti, fino al commercio di prodotti petroliferi e metalli. Nel 2025, la sola Prefettura di Torino ha adottato 22 provvedimenti antimafia, tra informazioni interdittive e dinieghi di iscrizione nelle white list, mentre le segnalazioni di operazioni sospette all’Unità di Informazione Finanziaria hanno raggiunto quota 8.871, con un incremento del 10% rispetto all’anno precedente. Sul fronte dei beni confiscati, il Piemonte risulta la settima regione in Italia per numero di beni sottratti, ma penultima per la capacità di riutilizzo: solo il 23% contro una media nazionale del 45%. «I fattori che portano a questo magro risultato sono diversi e chiamano in causa alcune caratteristiche specifiche del territorio piemontese: nella Regione insistono circa 1180 Comuni, molti dei quali molto piccoli e scarsamente popolati, con una macchina amministrativa ridotta e non sempre in grado di far fronte alle numerose incombenze che gravano sugli Enti Locali – scrive Libera -. A questo si aggiunge una scarsa conoscenza e percezione del fenomeno mafioso sul territori».
La storia della presenza pervasiva della criminalità organizzata in Piemonte è ormai di lungo corso. Il territorio porta ancora addosso la ferita dell’omicidio del procuratore capo di Torino Bruno Caccia, ucciso nel 1983, e quella di una lunga sottovalutazione istituzionale e sociale che per anni ha favorito l’idea di un Nord immune dalle mafie. La svolta è arrivata con l’operazione Minotauro, nel 2011, quando l’arresto di 142 presunti affiliati e complici ha reso evidente il radicamento della ’ndrangheta e i suoi legami con la politica locale. Da allora il sistema delle indagini è cambiato, ma soprattutto è cambiata la lettura del fenomeno: non più semplice importazione criminale, bensì capacità di insediamento stabile in contesti altamente permeabili.
Un violento temporale ha colpito ieri la città di Karachi, centro più popoloso del Pakistan, provocando almeno 16 morti. Piogge intense e venti fino a 90 km/h hanno provocato crolli di edifici, muri, alberi e insegne. Nella zona di Baldia Town, i soccorritori hanno recuperato 13 corpi da un edificio collassato e continuano a cercare dispersi. La maggior parte delle vittime è morta per cedimenti strutturali. Si registrano anche numerosi feriti, blackout e problemi al traffico. Le autorità hanno invitato alla prudenza, mentre il servizio meteorologico avverte di possibili nuove tempeste nei prossimi giorni.
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