martedì 3 Febbraio 2026
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Gli Epstein Files hanno fatto crollare il mito di Bill Gates sui media mainstream

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DEVE Extraordinary meeting - Exchange of views with Bill GATES, Chair of the Gates Foundation

«Intanto, registriamo la caduta del mito del bravo ragazzo Bill Gates». È dalle colonne del Corriere della sera, che Aldo Cazzullo prende atto della disintegrazione di un’icona fino a ieri considerata intoccabile. La pubblicazione della nuova tornata degli Epstein Files sta producendo un effetto domino, che travolge uno dei miti più protetti del nostro tempo: Bill Gates, filantropo globale, il benefattore illuminato, celebrato per decenni dai media mainstream. Le nuove rivelazioni – che lo collegano nuovamente a Jeffrey Epstein, a rapporti sessuali con escort russe, a presunte malattie veneree e a richieste di antibiotici da somministrare di nascosto alla moglie Melinda – stanno incrinando irreversibilmente una narrazione costruita con cura.

Rispondendo ai lettori sulle rivelazioni degli Epstein Files, Cazzullo certifica con rammarico l’imbarazzo di fronte ai dettagli trapelati, ma tenta di rendere meno traumatica la caduta del CEO di Microsoft, osservando che: «Alla fine cascano quasi tutti sul sesso» e che «non sappiamo se rallegrarci nel verificare che anche Gates è un essere umano, o pensare a quanto l’essere umano sia debole, fragile, insicuro, condizionabile». Parole che rivelano lo sforzo di salvare ciò che resta di un mito ormai compromesso. Sempre sul Corriere, Massimo Gaggi ripercorre come le nuove accuse emerse stiano portando «a fondo la reputazione» di Gates e descrive tre fasi della sua parabola: il genio tecnologico degli anni ’90, il filantropo “santificato” del nuovo secolo (con circa 100 miliardi di dollari donati e l’impegno a devolvere oltre il 99% del patrimonio) e, infine, il declino morale dell’«arcangelo Bill in caduta libera verso un abisso luciferino». Eppure, nonostante il Corriere della Sera e molte altre testate – da Open a La Stampa – sembrino accorgersi solo ora delle ombre che circondano Gates, la frantumazione della sua immagine “immacolata” è un processo iniziato da tempo e tutt’altro che improvviso. Per anni, il fondatore di Microsoft ha goduto di una “sorta di lasciapassare” sui media. Generalmente presentato come il genio nerd che vuole salvare il mondo, il cofondatore di Microsoft è stato persino battezzato “Saint Bill da  Rory Carroll su The Guardian, con un ritratto agiografico dell’ex «ragazzo pallido con le lentiggini», che da boy scout è finito per salvare il mondo con la beneficenza, «avendo ereditato il mantello di Rockefeller e Carnegie».

A livello internazionale, la reputazione di Gates ha iniziato a incrinarsi con le notizie di comportamenti sessuali inappropriati a partire dal 2019, ma è stato il divorzio da Melinda Anne French, che ha scoperchiato dettagli compromettenti e la profonda preoccupazione dell’ex moglie per l’amicizia con Jeffrey Epstein, da lei definito “il male in persona”. Se il Corriere lo scopre solo oggi, già nel 2023 erano emerse notizie su un presunto ricatto orchestrato da Epstein, che avrebbe minacciato di rendere pubblica la relazione tra Gates e la giocatrice di bridge russa Mila Antonova. Nel 2024, la giornalista del New York Times Anupreeta Das ha pubblicato la biografia non autorizzata Billionaire, Nerd, Savior, King, elencandone le infedeltà e la compulsività nel provarci con le stagiste. Nonostante ciò, gran parte della stampa mainstream ha continuato a ignorare il fango, proseguendo indisturbata nel racconto edificante (basti ricordare l’intervista di Fabio Fazio a Che tempo che fa dell’anno scorso) solo fino a pochi giorni fa.

Il frame di Bill Gates quale “bravo ragazzo” che vuole salvare il mondo con la beneficenza e i vaccini, non è stato il risultato di un’ingenua ammirazione: è il prodotto di una strategia precisa, che ha trasformato la filantropia in leva di potere. Nel quadro del filantrocapitalismo, la Fondazione Gates ha agito da kingmaker, orientando non solo le priorità della salute globale, ma anche l’ecosistema informativo. Un’inchiesta di MintPress News firmata da Alan MacLeod ha documentato come la Fondazione abbia distribuito 319 milioni di dollari a media e organizzazioni legate all’informazione, coinvolgendo grandi testate internazionali, scuole di giornalismo, centri di formazione, associazioni di stampa e borse di studio universitarie. Ne emerge un circuito autoreferenziale in cui formazione, accesso alla professione e carriera giornalistica risultano intrecciati agli stessi flussi di finanziamento, generando un evidente conflitto d’interessi e una forma strutturale di subordinazione informativa nei confronti del principale finanziatore.

Alla luce di tutto questo, gli Epstein Files non fanno che rendere visibile ciò che inchieste giornalistiche e libri documentati avevano già smontato da anni: il mito filantropico di Bill Gates era una costruzione funzionale al potere. La stampa mainstream, legata da interessi economici, finanziamenti e convergenze ideologiche, ha scelto a lungo di non vedere, minimizzare o addirittura difendere, alimentando l’aura salvifica attorno a Bill Gates. Ora, il mito è caduto, e con esso l’illusione dell’intoccabilità.

Bangladesh: condannata per corruzione ex premier Hasina

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Un tribunale del Bangladesh ha condannato l’ex primo ministro Sheikh Hasina a dieci anni di carcere per corruzione, insieme a diversi membri della sua famiglia. La nipote Tulip Siddiq, parlamentare nel Regno Unito, è stata condannata a quattro anni, mentre altri due nipoti hanno ricevuto pene tra i sette e i quattro anni. Secondo l’autorità anticorruzione, Hasina avrebbe agito in collusione con funzionari pubblici per ottenere illegalmente sei lotti nel progetto residenziale Purbachal New Town, vicino a Dhaka. Le sentenze arrivano mentre il governo ad interim di Muhammad Yunus prepara le elezioni del 12 febbraio, da cui l’Awami League è esclusa.

Olimpiadi, la cabinovia “imprescindibile” non sarà pronta in tempo: è costata 35 milioni

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Mentre i media nazionali si concentrano sul primo caso di doping delle Olimpiadi Milano-Cortina, quelli internazionali puntano il dito contro i ritardi delle opere: secondo carte visionate da agenzie di stampa internazionali, la cabinovia Apollonio Socrepes non verrà ultimata entro l’inizio dell’evento, tanto che le autorità starebbero operandosi per sostituire l’opera con delle navette. L’impianto, giudicato «imprescindibile», era finito sotto i riflettori mesi fa, quando a causa dei lavori il terreno attorno all’opera era ceduto, provocando un cratere di 15 metri di lunghezza. L’opera doveva rappresentare il pilastro della mobilità olimpica, ma lascia ora in eredità alla comunità disagi, polemiche e un conto salato, costringendo a soluzioni tampone che rischiano di mettere a dura prova un sistema viario già al limite.

La gravità della situazione è emersa chiaramente da una lettera inviata dal responsabile operativo dei Giochi, Andrea Francisi, alle autorità locali. Il documento, motivato dalla «mancata messa in funzione della cabinovia», avverte che «il venir meno, a ridosso dell’avvio delle operazioni olimpiche, di tale infrastruttura strategica genera rilevantissime criticità organizzative, con impatti significativi sulla gestione dei flussi, sulla sicurezza e sulla capacità complessiva del sistema». Per cercare di evitare il collasso della viabilità, già fragile in una valle sprovvista di ferrovia, Francisi ha chiesto formalmente la «temporanea chiusura delle scuole secondarie di primo e secondo grado» di Cortina per i giorni 10, 11 e 12 febbraio, date delle gare femminili di sci alpino.

Tale richiesta emergenziale costituisce la prova definitiva di un fallimento annunciato. La società Simico, stazione appaltante incaricata della realizzazione delle opere fisse, aveva più volte rassicurato sulle tempistiche; fino a pochi giorni fa, il commissario straordinario Fabio Massimo Saldini dichiarava che «i lavori della cabinovia Apollonio‑Socrepes di Cortina stanno proseguendo secondo cronoprogramma». Tuttavia, una comunicazione della Simico del 28 gennaio ha costretto la Fondazione Milano Cortina 2026, organizzatore dei Giochi, a prendere atto del ritardo e a correre ai ripari attivando un costoso “Piano B”, basato su navette e una grande area di parcheggio. Il ritardo ha esacerbato le tensioni latenti tra i due enti, portando a uno scontro a viso aperto. La Simico, in una replica piccata, ha cercato di rimpallare le responsabilità, affermando che «la chiarezza dei ruoli e dei compiti è condizione fondamentale per lavorare al meglio», afermando che «Simico è concentrata su dossier specifici (cabinovia Socrepes inclusa) e non è deputata alla programmazione e alla gestione della logistica». All’interno del medesimo comunicato, l’ente ha anche cercato di deviare l’attenzione, osservando che «sono dossier di altri soggetti la scelta dei tedofori, la gestione dei volontari o l’eventuale chiusura delle scuole».

Al netto delle polemiche, la vicenda ha un costo economico preciso. Il valore dell’appalto è infatti lievitato in modo drammatico: dai 22 milioni di euro iniziali, la stima è salita prima a 28 milioni, per poi alzarsi ulteriormente fino a 35 milioni. Si tratta di un aumento del 60%, direttamente collegato alle problematicità tecniche e ambientali del tracciato. Nel frattempo, a pochi giorni dalla prima gara, la cabinovia non ha ancora ottenuto l’omologazione necessaria. Le speranze sono ora ridotte alla possibilità di un via libera in extremis per il supergigante femminile del 12 febbraio, gara che vedrà la presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, mentre l’obiettivo più realistico sembra ormai essere il pieno utilizzo dell’impianto solo in occasione delle Paralimpiadi.

Più in generale, a pochi giorni dall’inizio dei Giochi, i dati sulle opere non sono affatto confortanti. Secondo quanto riporta SIMICO, su 98 interventi complessivi 40 risultano formalmente conclusi, mentre 29 sono in esecuzione, 27 ancora in fase di progettazione e 2 in gara. L’Arena di Santa Giulia – uno dei simboli del caos in atto – è stata inaugurata in extremis a gennaio, ma resta circondata da gru; durante una partita di test si è aperto anche un buco nel ghiaccio, sollevando dubbi tecnici e riserve da parte di nazionali come USA e Canada. I trasporti rappresentano il vero tallone d’Achille: l’aumento di corse Trenord rischia di creare un effetto domino su linee già congestionate e lo stop alle ferie del personale ha innescato tensioni sindacali. Sul fronte stradale, svincoli strategici slittano al 2027; molte varianti e opere infrastrutturali registrano sforamenti di costi e ritardi che potrebbero lasciare eredità problematiche anche oltre i Giochi.

Generazione sotto diagnosi: l’Italia che risponde al disagio dei giovani con gli psicofarmaci

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A prima vista potrebbe sembrare un fenomeno marginale, ma racconta invece una trasformazione profonda nel modo in cui affrontiamo il malessere dei più giovani. L’ultimo rapporto nazionale OsMed dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) indica che l’uso di psicofarmaci tra i minori è più che raddoppiato tra il 2016 e il 2024, passando da 20,6 a 59,3 confezioni per mille bambini, con un ulteriore aumento del 9,3% solo nell’ultimo anno. Nel 2016 lo 0,26% dei minori assumeva psicofarmaci; oggi siamo allo 0,57%, cioè un ragazzo ogni 175. Non è una semplice variazione statistica: è il segnale di un s...

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In Brasile, da una settimana, gli indigeni bloccano i rifornimenti a una multinazionale americana

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«Vogliamo il nostro fiume vivo, non un corridoio di esportazione morto»: questo il principio dietro l’azione dei membri di 14 popoli originari del Brasile che, da oltre una settimana, sta bloccando l’ingresso agli stabilimenti di Santarém della multinazionale statunitense Cargill. Il dragaggio del fiume attraverso il quale deve avvenire il trasporto, secondo gli attivisti, avviene infatti senza licenza ambientale e senza consultazione libera, preventiva e informata, come stabilito dalla Convenzione n. 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL). Le operazioni potrebbero comportare ripercussioni negative su alcune zone del comune di Itaituba, di Santarém e altre città toccate dal fiume. Il ministero dei Popoli Indigeni, nelle scorse ore, ha confermato che non esiste alcuna autorizzazione per la realizzazione del dragaggio e che questa non potrà essere presa senza una corretta consultazione con le popolazioni locali e senza previa valutazione ambientale. Le operazioni, denunciano gli attivisti, sarebbero autorizzate dal decreto 12.600/2025, che concede vie navigabili alle aziende private e amplia i tratti di intervento in aree sensibili, comprese regioni con siti archeologici e terreni sacri. Per questo motivo, circa 150 persone si sono accampate nella zona a partire dallo scorso 22 gennaio, chiedendo la sospensione immediata dei dragaggi. In tutta risposta, l’azienda ha dichiarato di non avere «nessuna influenza» sulla questione sollevata dalle popolazioni originarie. Il problema, per gli attivisti (riuniti nel CITA, il Conselho Indigena Tapajò e Arapiuns, che rappresenta sociopoliticamente i 14 popoli del Basso Tapajòs), è che le operazioni di dragaggio potrebbero avere conseguenze sull’intero letto del fiume, comrpomettendo le attività delle popolazioni che vivono lungo la riva del fiume e intaccando l’intero bioma della regione.
La protesta presso la sede Cargill di Santarém. Credits: CITA, Conselho Indígena Tapajós e Arapiuns
«Da oltre dieci giorni combattiamo per la vita, per la nostra e per la vita del fiume Tapajòs. L’occupazione di Cargill a Santarém è frutto dell’incuria, della malafede e della violenza di uno Stato che insiste nel negarci risposte e nel servire gli interessi delle grandi corporazioni. Il governo ci ha promesso dialogo, ma è ancora assente. Nessuna risposta concreta, nessuna autorità con potere decisionale, nessun impegno reale. Anche questa è violenza. Riconfermiamo: siamo contro ogni progetto di morte. Siamo contro il decreto 12.600/2025, che minaccia i nostri territori e i nostri fiumi. Siamo contro il dragaggio a Rio Tapajòs. Andremo avanti nella resistenza, con coraggio e dignità, perchè difendere Tapajòs è difendere la vita» dichiara il CITA. In una lettera pubblica, ricondivisa dai quotidiani locali e letta dagli attivisti nella sede della protesta, le popolazioni indigene del Basso Tapajós ricollegano inoltre la misura a una serie di politiche che starebbero minacciando i territori indigeni nel Paese, tra le quali il Marco Temporal (legge che modifica il sistema di delimitazione delle terre indigene nel Paese), la proposta di modifica della Costituzione, l’indebilimento delle autorizzazioni ambientali e i conflitti fondiari nella regione. Nelle scorse ore, il ministero dei Popoli Indigeni (MPI) ha rilasciato un comunicato nel quale dichiara che il fiume Tapajós «è vita, territorio, memoria e base dell’esistenza fisica, culturale e spirituale delle popolazioni indigene e delle comunità tradizionali che da esso dipendono e se ne prendono cura», sottolineando che la sua difesa richiede più che «semplici procedure amministrative», ma «comprensione, collaborazione, presenza dello Stato e misure efficaci di protezione dei popoli e dei difensori dei diritti umani». Il ministero ha dichiarato legittime le motivaizoni della manifestazione, ribadendo che nessuna attività di dragaggio del fiume piò procedere senza che sia portato correttamente a termine il processo di consultazione con le popolazioni locali. «Il MPI riconosce che il contesto dello Stato del Pará è caratterizzato da una storia di violenza contro le popolazioni indigene e i difensori dei diritti umani. Per questo motivo, ribadisce il porprio impegno nei confronti del dovere di prevenzione, agendo affinché non si amplino i conflitti che espongono i leader a rischi». Nonostante si fosse posto come difensore dei popoli originari e dell’ambiente, con iniziative quali l’introduzione dello stesso MPI, il governo del presidente Lula ha preso una lunga serie di decisioni che sembrano in realtà muoversi nella direzione opposta e che hanno suscitato lo scontento delle popolazioni originarie. Tra queste vi sono, per esempio, il via libera concesso alle trivelle nel Rio delle Amazzoni, che permette all’azienda statale Petrobras di dare il via alle azioni di ricerca e poi di estrazione del greggio, o la decisione di svendere alle multinazionali estere i propri giacimenti petroliferi, anche quelli che si trovano in aree incontaminate – come la foce del Rio delle Amazzoni. (Credits foto di copertina: Conselho Indígena Tapajós e Arapiuns, CITA)

Ucraina, finisce la tregua: attacchi russi su Kiev e Kharkiv

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La “tregua del gelo” tra Russia e Ucraina è finita. Nella notte, Mosca ha lanciato attacchi su Kiev, Kharkiv e diversi villaggi lungo la linea del fronte. In un primo momento, intorno alla mezzanotte locale, la capitale è stata colpita da alcuni gruppi di droni, seguiti da missili provenienti dalla regione di Bryansk, per un attacco durato almeno un’ora. Nei centri colpiti si sono registrati danni agli edifici e blackout; per quanto riguarda le eventuali vittime dell’attacco non sono ancora disponibili informazioni. Nelle prossime ore è previsto un incontro diplomatico trilaterale tra USA, Russia e Ucraina.

Dal ketchup all’olio, l’UE dice addio alle bustine monodose

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bustine monodose

Dal 12 agosto 2026 le classiche bustine monodose di ketchup, maionese e salse inizieranno a scomparire gradualmente dai tavoli di bar e ristoranti europei. Non sarà un’uscita immediata, ma l’avvio di un percorso che porterà al loro divieto definitivo entro il 2030. A stabilirlo è il nuovo Regolamento europeo sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio (PPWR), entrato in vigore a febbraio 2025 e destinato a diventare pienamente operativo in tutti gli Stati membri a partire dalla prossima estate.
Da quella data scatteranno i primi obblighi per il settore Horeca – hotel, ristoranti, bar e caterin...

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Alluvioni in Marocco, 50mila evacuati

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Le autorità marocchine hanno evacuato oltre 50mila persone nella città nord-occidentale di Ksar el-Kebir. Gli ordini di evacuazioni, che toccano circa la metà della popolazione della città, arrivano in seguito alle inondazioni di settimana scorsa, che minacciavano di sommergere la città. Le autorità hanno allestito rifugi e campi temporanei e hanno impedito l’ingresso nella città. Consentite solo le uscite dalla città, mentre l’elettricità è stata interrotta, e le scuole hanno ricevuto l’ordine di rimanere chiuse fino a sabato.

No, quella che l’esercito israeliano ha ammesso 71mila morti a Gaza NON è una bufala

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Negli ultimi giorni, giornalisti e influencer attivi nell’informazione si sono prodigati nel tentativo di smentire che l’esercito dello Stato ebraico abbia ammesso che le persone uccise a Gaza sarebbero 71mila. I contro-argomenti? Il discredito della fonte della notizia — individuata in giornali antigovernativi — e l’assenza di un comunicato ufficiale dell’esercito. Completamente ignorati il fatto che di fonti ve ne siano diverse, tra cui media particolarmente vicini a Netanyahu, nonché l’assoluta assenza di smentite da parte dello stesso esercito; ma — ancor più importante — i “fact-checkers” paiono essersi dimenticati che, in discussioni pubbliche passate, alti funzionari delle IDF avevano già indirettamente ammesso che la conta dei civili uccisi fornita dalle autorità palestinesi fosse realistica. Il risultato di questo fine lavoro di verifica sono titoli come: “Gaza, 70mila (fake) o 70 morti” de Il Riformista, quotidiano già ampiamente attivo nel tentativo di denigrare la Relatrice ONU Francesca Albanese, che oggi compie un passo in più, ridicolizzando lo sterminio di un popolo diffuso in diretta streaming.

La notizia del riconoscimento delle cifre degli uccisi forniti da ONU e ministeri della Striscia è stata data lo scorso giovedì da diversi quotidiani israeliani. Uno degli argomenti utilizzati per smentirla si appoggia proprio alla presunta fonte primaria, individuata nel quotidiano israeliano Haaretz, di orientamento di sinistra e fortemente critico nei confronti del governo Netanyahu. Secondo i detrattori, Haaretz avrebbe inventato la notizia perché schierato politicamente e abituato alle fake news. Il giornale continuano i fact-checkers, sarebbe poi minoritario, praticamente non letto in Israele; quest’ultimo, naturalmente, non può essere considerato un argomento, perché la tiratura di un quotidiano non è in alcun modo sintomo della sua attendibilità, specie in un Paese di ristrette dimensioni come Israele, in cui la diffusione dei media è per ovvi motivi ridotta. Gli altri o non sono supportati da alcun esempio o, ancora una volta, non c’entrano con l’attendibilità della notizia.

Come se ciò non bastasse, Haaretz non è né il primo né tantomeno l’unico media ad avere riportato il comunicato delle IDF: a farlo sono anche media lontani da Netanyahu, ma a favore della campagna a Gaza, come il Times of Israel, e giornali vicini al Likud, il partito del premier, come il Jerusalem Post. Se poi si vuole usare il non argomento della tiratura, la notizia è stata diffusa anche da media di ampissima portata nel Paese, come Ynet. Ciascuno di questi giornali riporta – come spigato da L’Indipendente – che la notizia proviene da alti funzionari anonimi dell’esercito, senza menzionare gli altri giornali.

L’articolo del Riformista, invece, si poggia interamente sull’assenza di fonti ufficiali. Esso è stato scritto dall’ormai solito Iuri Maria Prado già abituato a invettive contro la Relatrice Speciale ONU per i territori Palestinesi Occupati, spesso dipinta alla stregua di un’attivista liceale. Dopo avere brevemente “smentito” la notizia senza fornire alcuna analisi critica delle fonti, Prado passa alla coppia di dettagli di cui – a detta sua – «non si tiene conto quando si evoca quel numero». Il primo è il fatto è che nelle 71mila persone uccise sarebbe contato «il totale dei decessi», e dunque anche dei «morti per cause naturali»; ciascuno degli articoli israeliani, tuttavia, scrive apertamente che le IDF si sono limitate a contare gli «uccisi». Il secondo «è che quei morti, che sarebbero tantissimi anche se fossero la metà, sono stati fatti in una guerra», “dettaglio”, come lo definisce Prado, che non è chiaro per quale motivo dovrebbe smentire la notizia.

Prima di pubblicare la notizia noi de L’Indipendente abbiamo valutato attentamente tutti gli elementi a disposizione; a farci scegliere di riportarla – usando comunque i condizionali che la deontologia impone – sono stati diversi fattori: la sua diffusione su media israeliani diversi e diversificati, alcuni dei quali riportandola sono andati contro i propri interessi di schieramento; il fatto che il rapporto combattenti-civili di cui parlano i giornali sia lo stesso che i membri dell’esercito hanno sempre ammesso pubblicamente; l’assenza, infine, di smentite dalle IDF, che per anni hanno provato a silenziare la portata distruttiva delle proprie operazioni a Gaza, contestando i numeri di Hamas. Se non avessero realmente riconosciuto il numero ufficiale di persone uccise, sarebbe stato nel loro interesse dirlo, visto che la notizia ha fatto il giro del mondo; hanno però preferito fare finta di niente, e oggi, dopo cinque giorni dall’uscita della dichiarazione, non si sono ancora esposte.

Nel giornalismo, tre indizi non fanno una prova, ma, in certe circostanze, sono abbastanza per potere considerare di riportare una notizia fornendo una analisi critica delle fonti. Soprattutto in questo caso, visto che alti funzionari delle IDF si sono spesso traditi pubblicamente, ammettendo implicitamente che il numero delle persone uccise a Gaza navigasse proprio attorno alle stime fornite dalle autorità palestinesi. L’ultima volta è successo lo scorso settembre, negli studi del giornalista statunitense Piers Morgan, dove il sergente delle IDF Benjamin Anthony ha affermato che le stime dell’esercito dello Stato ebraico si aggiravano sui due civili uccisi per combattente; il numero di combattenti uccisi stimati riportato da Anthony era di 30mila.

L’Italia recepisce la norma UE che declassa la tutela del lupo: cosa cambia adesso

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Lupo

L’Italia resta sorda ai numerosi appelli scientifici arrivati da più parti negli ultimi mesi, ed è tra i primi Paesi europei a recepire la norma sul declassamento della protezione del lupo, che passa dall’essere “rigorosamente protetto” a solamente “protetto”. L’eliminazione dell’avverbio “rigorosamente”, però, non comporta solo una modifica grammaticale, perché avrà effetti precisi nella vita di questo animale e, anche se non si tratta di un via libera alla caccia al lupo, sarà più semplice prevederne gli abbattimenti.

Tra le prime reazioni quella di WWF Italia: “Il declassamento rappresenta una scelta politica e ideologica che non genererà alcun vantaggio per il comparto zootecnico, minacciato da problemi ben più gravi della presenza del lupo, come dimostrano anche i recenti numeri a livello italiano ed europeo (il lupo è responsabile della perdita di solo lo 0,6% del bestiame)”. Non solo, perché l’assegnazione punta il dito sulle mancanze istituzionali, spiegando che: “Per anni Governo e Regioni si sono rifiutati di approvare il Piano Lupo, spesso non mettendo in atto le misure di prevenzione dei danni, che una gestione oculata avrebbe dovuto prevedere: hanno anzi alimentato un allarme sociale proprio per giustificare questa soluzione, tanto drastica, quanto inutile”.

Dante Caserta, Direttore Affari Istituzionali e Legali di WWF Italia, mette l’accento su una questione formale, sottolineando che: “È fondamentale ribadire che il declassamento non significa che il lupo diventerà una specie cacciabile. Occorre ricordare che il lupo resterà una specie protetta, e andrà comunque assicurato il mantenimento dello stato di conservazione soddisfacente. Manca peraltro un passaggio formale e sostanziale di rilievo: la modifica della legge 157/92 per la quale il lupo è ancora specie rigorosamente protetta”.

Con il cambio legislativo le Regioni potranno definire i cosiddetti “piani di prelievo”, a fronte di necessità specifiche, tenendo presente che un documento tecnico dell’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, riportato anche nel decreto del MASE, stabilisce che non si potranno abbattere più 160 esemplari sui circa 3.500 che compongono l’intera popolazione nazionale. “Oggi mancano dati aggiornati per molte aree italiane su quanti lupi vengono abbattuti già ora illegalmente. Si aprirà quindi un’ulteriore fase di contenziosi a dimostrazione che sulla gestione faunistica la politica non è in grado di dare risposte capaci di risolvere efficacemente i problemi”, sostiene Isabella Pratesi, Direttrice del programma Conservazione di WWF Italia.

“La strada intrapresa dalla politica è una scorciatoia pericolosa che certo va contro una tradizione di tutela portata avanti da circa mezzo secolo nel nostro Paese”, ribadiscono dall’associazione spiegando una gestione lungimirante dovrebbe basarsi su dialogo e investimenti su misure di prevenzione che, se applicate correttamente, si dimostrano l’unica soluzione efficace per mitigare i conflitti sul medio-lungo termine.

Sono diversi gli studi scientifici che spiegano infatti come l’abbattimento non sia la soluzione ai conflitti con le attività umane. La letteratura scientifica indica che l’abbattimento del lupo non è una soluzione affidabile e generalizzabile: può ridurre i danni su un’azienda ma aumentare il rischio nelle aree vicine, e in molti casi l’effetto dipende più dal contesto gestionale che dal numero di lupi. Le revisioni scientifiche mostrano che le misure non letali (recinzioni, cani da guardiania, gestione del pascolo) sono spesso quelle con evidenze più consistenti per ridurre i danni, mentre le prove a favore del controllo letale sono più deboli o variabili.

I dati raccolti dalla rete dei parchi italiani evidenziano come la gestione del lupo sia un processo articolato, che va ben oltre il semplice controllo della specie. Include attività costanti di monitoraggio, misure di prevenzione dei danni agli allevamenti, sistemi di indennizzo, azioni di contrasto al bracconaggio, valutazioni sanitarie e interventi nelle aree periurbane – le zone di transizione ai confini dei centri abitati – oggi sempre più frequenti. Un insieme di competenze ed esperienze che, secondo i promotori del progetto WolfNext – che ha riunito presso il Ministero dell’Ambiente i rappresentanti di 18 parchi nazionali per condividere dati scientifici e pratiche operative sulla convivenza con il lupo – rappresenta ora una base fondamentale a supporto delle Regioni.

“Se l’approccio è mandare i cacciatori a sparare, è quello sbagliato, non per ideologia ma perché non produce risultati”, ha spiegato Simone Angelucci, referente di WolfNext per il Parco nazionale della Maiella, sottolineando che senza monitoraggio, selettività e conoscenza del territorio i prelievi rischiano di essere inefficaci.