In Lombardia esiste un consorzio mafioso che vede allo stesso tavolo membri di spicco di Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra. Lo ha confermato ieri una storica sentenza, sfociata da un processo celebrato con rito abbreviato, che ha portato alla condanna di 62 soggetti riconducibili ai principali sodalizi criminali operanti nel nostro Paese. Lo scorso ottobre, i giudici del tribunale del Riesame avevano riconosciuto la presenza dell’alleanza, ampiamente documentata dalle ricostruzioni dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano sugli incontri tra i loro esponenti, interamente confluite nell’inchiesta “Hydra”. Ma ora, con una pronuncia storica che porta la firma del gup Emanuele Mancini, lo attesta anche una sentenza di merito.
Dopo 6 ore di camera di consiglio, il giudice ha disposto complessivamente 62 condanne e 18 assoluzioni per gli 80 imputati che avevano scelto il rito abbreviato. Questi ultimi erano accusati a vario titolo di reati quali associazione mafiosa, estorsione, traffico e spaccio di droga, detenzione abusiva di armi, intestazione fittizia di beni, frode fiscale e omesso versamento delle imposte, riciclaggio e false fatture. All’interno della pronuncia si legge che in Lombardia è presente «una imponente e capillarmente strutturata associazione mafiosa costituita da appartenenti a Cosa Nostra, ’ndrangheta e camorra, avente struttura confederativa orizzontale».
Nello specifico, l’accusa di associazione di stampo mafioso è stata riconosciuta per tutti i 24 soggetti alla sbarra a cui era contestata, ad eccezione di uno (Antonio Romeo). I personaggi più influenti a cui sono state comminate le condanne sono i presunti capi mafiosi Filippo Crea (14 anni di carcere), Giuseppe Fidanzati (14 anni), Massimo Rosi (16 anni) Bernardo Pace (14 anni e 4 mesi), Domenico Pace (11 anni e 4 mesi), Michele Pace (12 anni), Giacomo Cristello (11 anni) e Giovanni Abilone (13 anni). Nella pronuncia, si spiega che «i vertici di ciascuna delle tre componenti mafiose operano sullo stesso livello, contribuendo alla realizzazione di un sistema mafioso lombardo la cui operatività veniva decisa congiuntamente dalle tre componenti mafiose nel corso di 21 summit». Il consorzio «manteneva contatti con esponenti del mondo politico, istituzionale, imprenditoriale, bancario» e «condizionava il libero esercizio di voto».
Parallelamente, 45 persone sono state rinviate a giudizio (10 hanno invece patteggiato, mentre 11 sono state prosciolte), con il dibattimento che inizierà nella seconda metà di marzo. Il giudice ha inoltre ordinato la confisca di circa 225 milioni di euro, nonché quella del presunto credito d’Iva imposta falso (218 milioni di euro) detenuto da due degli imputati. Sono stati poi riconosciuti provvisionali risarcimenti per le parti civili Regione Lombardia, i comuni di Milano e Varese, la Città metropolitana e le associazioni Libera e Wikimafia.
Nella pronuncia emessa lo scorso ottobre dal Tribunale del Riesame, i giudici avevano attestato come, al centro del “patto” mafioso lombardo, vi sarebbero stati la gestione del traffico di droga, l’infiltrazione del tessuto economico e imprenditoriale della regione, il riciclaggio e le estorsioni. Accogliendo le tesi dei pm, che un anno prima non erano state avallate dal GIP, il Riesame ha ritenuto «ampiamente dimostrato che il sodalizio contestato abbia fatto effettivo, concreto, attuale e percepibile uso, anche con metodi violenti o minacciosi, della forza di intimidazione nella commissione di delitti come nella acquisizione del controllo e gestione di attività economiche», ovvero degli «ambiti di attività che, secondo il parametro normativo, tipizzano la natura mafiosa del gruppo».
Un notevole contributo alle indagini è stato dato, negli ultimi mesi, da una serie di importanti collaborazioni. Tra queste, quelle del professionista Saverio Pintaudi, del membro della ‘Ndrangheta Francesco Bellusci e del referente catanese del clan Mazzei William Cerbo. Quest’ultimo ha fornito alla Procura di Milano dettagli inediti sulla nascita e il funzionamento del Consorzio, che a suo dire avrebbe avuto origine nel 2019 per gestire il patrimonio del superlatitante Matteo Messina Denaro e creare una “camera di compensazione” al fine di risolvere i conflitti interni.