martedì 27 Gennaio 2026
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Bologna è tra le 20 città al mondo a “rifiuti zero” secondo l’ONU

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Ridurre i rifiuti non significa soltanto aumentare la raccolta differenziata, ma ripensare l’intero ciclo dei materiali. È su questo terreno che Bologna ha ottenuto il riconoscimento delle Nazioni Unite, entrando nel programma “Zero Waste Cities”, promosso dal Comitato consultivo del Segretario generale dell’ONU e istituito nel 2023 per individuare e valorizzare le esperienze più avanzate di economia circolare a livello globale. Con l’espressione “rifiuti zero” si intende un modello di gestione che mira a ridurre al minimo la produzione di scarti, privilegiando prevenzione, riuso, riciclo e co...

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Spagna: espulso l’ambasciatore del Nicaragua

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La Spagna ha ordinato l’espulsione dell’ambasciatore del Nicaragua e di un altro diplomatico nicaraguense. A dare la notizia è il ministero degli Esteri spagnolo; tale mossa arriva in risposta a una analoga decisione presa dal Nicaragua, che ieri ha espulso l’ambasciatore spagnolo e il suo vice. Non è la prima volta che Spagna e Nicaragua registrano tensioni diplomatiche: già nel 2021, i due Paesi hanno vissuto una simile situazione. Madrid accusa il presidente Daniel Ortega di reprimere duramente le opposizioni e la società civile, sostenendo in sede europea sanzioni nei confronti del Paese.

La rivoluzione del Kurdistan è sotto assedio

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«Nonostante l’accordo di cessate il fuoco firmato tra noi e il governo di Damasco, quest’ultimo continua in modo sistematico i propri preparativi militari e l’escalation sul terreno». Con queste parole, sabato 24 gennaio, le Forze Democratiche Siriane (SDF), gruppo a guida curda attivo nel Rojava (il cosiddetto “Kurdistan siriano”), denunciavano i continui attacchi dell’esercito contro le proprie postazioni. Cominciati a inizio mese, i combattimenti hanno costretto i curdi a ritirarsi da Aleppo, mentre l’esercito non ha mai smesso di attaccare; lo stesso sabato, il ministero della Difesa ha annunciato un’estensione di 15 giorni della tregua, formalmente per permettere agli statunitensi di portare avanti le operazioni di trasferimento di membri dell’ISIS detenuti nelle regioni che fino a qualche settimana prima risultavano a controllo curdo; nonostante ciò, la cavalcata dell’esercito non si è mai arrestata, colpendo infrastrutture e territori di un Rojava tradito per la seconda volta da Trump, nel tentativo di smantellare il progetto politico del confederalismo democratico avviato ormai quasi 15 anni fa.

Gli scontri tra Esercito Nazionale Siriano (SNA) e SDF vanno avanti da settimane. I combattimenti sono iniziati lo scorso 5 gennaio ad Aleppo, dove entrambe le fazioni si sono accusate vicendevolmente di attacchi; le SDF si erano ritirate da Aleppo lo scorso marzo, e i gruppi curdi erano rimasti attivi sul territorio mediante le Asayish, le forze di sicurezza interna. Dopo giorni di combattimenti, i curdi hanno accettato di ritirarsi da Aleppo, ma le SNA hanno continuato ad avanzare, conquistando anche le porzioni curde del Governatorato di Hasakah. Tra le varie postazioni abbandonate dai curdi, figura il campo di Al-Hol, dove si trovano ex membri e familiari dell’ISIS. Il 21 gennaio, il Comando Centrale degli USA ha annunciato l’inizio di una operazione di trasferimento dei detenuti del campo verso l’Iraq, e la Siria ha dichiarato il cessate il fuoco. Nonostante ciò gli scontri sono continuati.

Il cessate il fuoco è stato rinnovato sabato con un annuncio del ministero della Difesa. Nella medesima giornata, le SNA hanno denunciato attacchi con drone da parte delle SDF, che hanno invece dichiarato di essere state aggredite nelle aree di Giazira e Kobane. Nei giorni successivi, le accuse reciproche sono continuate: le SNA hanno segnalato ulteriori attacchi con drone e mortaio nelle aree di al-Jamel, Shuyoukh e Sarrin, presso il Governatorato di Aleppo, e attacchi a sud di Kobane; hanno inoltre rivendicato il controllo di Raqqa. I curdi, invece, hanno riportato attacchi a Kharab Ashk e Chalabiya, a sud di Kobane, e scontri presso la diga di Tishrin e presso Çil Axa, nel Governatorato di Hasakah. Testimonianze video condivise dalle piattaforme curde mostrano inoltre attacchi presso il villaggio di Qasimiye, a sud di Kobane. Secondo una mappa diffusa dalle medesime piattaforme, le forze siriane sarebbero ormai riuscite a penetrare nelle aree del Rojava, dove pare stiano continuando l’avanzata.

Quello che si prospetta davanti è un tentativo di smantellare il progetto decennale di confederalismo democratico portato avanti dai curdi del Rojava. Il governo di Al Sharaa mira a un controllo centralizzato di tutta la Siria, come testimoniato dalla sua decisione di escludere le comunità curde – assieme a quelle delle donne e delle comunità druse – dalle prime elezioni legislative. Gli Stati Uniti, intanto, stanno pensando di ritirare le proprie truppe dal Paese, scommettendo sullo stesso Al Sharaa e abbandonando i curdi per la seconda volta, come già fatto nel 2019. Questa mossa, di fatto, è stata vista dalla Turchia come un via libera da parte di Trump per attaccare le postazioni curde; molti degli attacchi segnalati dalle SDF, infatti, avrebbero avuto il supporto di tecnologia e droni turchi. Il tradimento dei curdi è stato informalmente confermato dall’inviato speciale di Trump Tom Barrack, con un lungo post su X: «La più grande opportunità per i curdi in Siria in questo momento risiede nella transizione post-Assad sotto il nuovo governo guidato dal presidente Ahmed Al Sharaa», scrive Barrack. Il progetto curdo, spiega Barrack, era utile agli Stati Uniti per contrastare l’avanzata di Daesh e per controbilanciare l’influenza russa sulla Damasco di Bashar Al Assad; oggi, Assad è caduto e l’ISIS potrebbe essere tenuto a bada dalla Siria di Al Sharaa. L’abbandono del fronte curdo da parte di Trump, rimarcano commentatori politici, avvicina gli USA ai Paesi confinanti con le aree rivendicate dai curdi, anche nell’ottica di una normalizzazione dei rapporti degli stessi – prime fra tutti la stessa Siria e la Turchiacon Israele. Le medesime aree, inoltre, sono ricche di risorse e infrastrutture energetiche.

Il progetto del Rojava e del confederalismo democratico è iniziato nel 2012, con la rivolta di Kobane e il respingimento delle truppe di Assad da parte dei curdi, che hanno così istituito un proprio autogoverno. Le discussioni sul suo statuto iniziarono sin da subito, e nel 2014 i tre cantoni di Cizîrê, Kobane e Afrînvenne adottarono una prima versione del Contratto Sociale del Rojava. Inizialmente pensato specificamente per la popolazione del Rojava, il Contratto – più volte rivisto negli anni successivi, senza che i principi fondanti ne fossero modificati – finì per includere tutta la popolazione siriana, mirando a stabilire un modello di società basato sulla parità di genere, sul multiculturalismo, sull’inclusività e sull’ecologia. Tra i principi fondanti vi sono democrazia diretta, parità di genere ed ecologia integrata, con un rifiuto netto di militarismo, autoritarismo, centralismo e di ogni forma di ingerenza della religione nella vita dei cittadini, pur nel rispetto della pluralità di culto e nel multiculturalismo. Il pensiero di fondo è quello di superare l’istituzione statale-nazionale senza tuttavia modificare i confini dei Paesi, restituendo il potere ai cittadini in un sistema federale; centrale poi, il respingimento della struttura capitalistica dell’economia moderna, da sostituire con un sistema a cooperative.

Microplastiche e metalli pesanti nell’aria delle città: l’inquinamento invisibile di gomme e freni

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Gomme pneumatici consumo microplastiche

Le microplastiche non entrano nel nostro organismo solo attraverso ciò che mangiamo o beviamo: chi vive in città le respira quotidianamente. Un nuovo studio che ha visto la collaborazione dell’ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) mostra che nelle aree urbane ad alto traffico l’aria è sempre più contaminata da particelle microscopiche generate dall’usura di pneumatici e freni, insieme a metalli pesanti come zinco, rame e ferro. È un inquinamento quotidiano, legato alla normale circolazione dei veicoli, che si concentra soprattutto nelle zone di traffico “stop and go” e che accompagna la vita urbana senza essere percepito dai cittadini. I dati confermano che le scelte sulla mobilità non incidono solo su smog e CO₂, ma anche su una forma di contaminazione invisibile che si accumula nell’aria e viene inalata, giorno dopo giorno.

Lo studio internazionale è stato pubblicato sulla rivista scientifica Atmospheric Enviroment e condotto nell’ambito del progetto europeo POLYRISK, il cui obiettivo principale è quello di valutare gli effetti dell’esposizione alle micro e nano plastiche sulla salute dell’uomo. I ricercatori hanno analizzato campioni di aria prelevati in diversi contesti urbani e stradali, mettendo a confronto aree a traffico intenso, zone residenziali e tratti extraurbani. Il risultato è netto: nei punti caratterizzati da continue frenate e ripartenze la concentrazione di microplastiche disperse nell’aria può risultare fino a cinque volte superiore rispetto alle aree meno congestionate. Non si tratta solo di frammenti di plastica, ma di un mix complesso di particelle che incorpora anche metalli pesanti, rilasciati dal consumo di freni e pneumatici.

Queste particelle rientrano nella categoria del particolato fine, assimilabile al PM10, e contribuiscono a una quota di inquinamento che sfugge alle politiche tradizionali sulla qualità dell’aria, ancora largamente centrate sulle emissioni di scarico. L’usura meccanica dei veicoli, invece, continua a produrre contaminanti anche quando le auto sono elettriche o a basse emissioni. Anzi, il peso maggiore di molti veicoli di nuova generazione rischia di accentuare il fenomeno, aumentando l’attrito su asfalto e freni. “In città una delle principali fonti di inquinamento da microplastiche è rappresentata dalle minuscole particelle generate dall’attrito degli pneumatici sull’asfalto durante la normale circolazione dei veicoli”, racconta infatti Maria Rita Montereali, ricercatrice del Laboratorio ENEA Impatti sul Territorio.

Il punto critico è che questo tipo di inquinamento non è regolato con la stessa attenzione riservata ai gas di combustione. Le normative europee e nazionali fissano limiti stringenti per ossidi di azoto e particolato da scarico, ma lasciano sostanzialmente fuori dal radar le emissioni non di combustione, nonostante rappresentino una quota crescente dell’inquinamento urbano. Le microplastiche, inoltre, hanno una capacità di persistenza e accumulo che le rende particolarmente problematiche: una volta rilasciate nell’ambiente, non scompaiono, ma si frammentano ulteriormente e si disperdono.

La scoperta mette in discussione anche una narrazione ormai consolidata, che associa l’esposizione alle microplastiche quasi esclusivamente alla plastica alimentare, alle bottiglie o agli imballaggi. Lo studio ENEA dimostra invece che una parte significativa dell’esposizione avviene per via inalatoria, direttamente nello spazio urbano, indipendentemente dalle scelte individuali di consumo. È una forma di contaminazione che riguarda tutti, anche chi riduce l’uso della plastica o segue diete attente.

In questo quadro, la questione non è tecnologica ma politica. Ridurre le microplastiche e i metalli pesanti nell’aria significa ripensare l’organizzazione delle città, il modello di mobilità, la centralità dell’auto privata e la gestione del traffico. Significa innanzitutto denunciare il problema, per poi intervenire: ma finché resterà invisibile, a livello istituzionale continuerà ad essere ignorato.

Niscemi, si allarga il fronte della frana: 1000 evacuati

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Il fronte della frana causata dal ciclone Harry a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, si è allargato fino a raggiungere circa 4 chilometri, costringendo le autorità a evacuare i quartieri di Sante Croci, Trappeto e via Popolo. Circa 300 famiglie, composte da 1.000 persone sono state trasferite in altre abitazioni e in un palazzetto dello sport e sono state chiuse le strade provinciali 10 e 12, che costituiscono le principali arterie del paese. Chiuse le scuole, dispiegate forze della protezione civile e chiusa anche la Statale Gela-Catania.

L’1% della spesa militare globale basterebbe a sconfiggere la fame nel mondo

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Nel mondo si spendono ogni anno somme record per la difesa: miliardi destinati a armi, basi e operazioni che superano la soglia dei trilioni di dollari. Contestualmente, statistiche alla mano, studi internazionali e agenzie umanitarie sostengono che una frazione minima di quei bilanci — anche solo l’1% della spesa militare mondiale — sarebbe sufficiente per finanziare programmi alimentari e di protezione sociale in grado di cancellare fame e malnutrizione su scala globale. La questione, sollevata dall’ONU, non è solo aritmetica, ma istituzionale e morale, e svela le grandi contraddizioni che stanno segnando l’azione politico-economica delle grandi potenze del mondo e dei loro alleati.

I dati parlano chiaro: nel 2024 le persone che hanno sofferto di fame acuta erano 295 milioni, ben 14 milioni in più rispetto ai 12 mesi precedenti. Il Programma alimentare mondiale (WFP) dell’Onu stima che, nell’arco del 2026, le persone che soffriranno la fame saranno 318 milioni, il doppio rispetto a quanto registrato nel 2019. Come evidenzia il nuovo rapporto dell’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma (SIPRI), a crescere fortemente è anche la spesa militare mondiale, che ha ormai raggiunto livelli record: nel 2024, ha raggiunto i 2.718 miliardi di dollari, registrando un aumento rispetto all’anno precedente del 9,4%, il più consistente dal lontano 1988. Il valore risulta in crescita per il decimo anno consecutivo, con un peso della spesa militare sul PIL globale salito al 2,5%, mentre la spesa pro capite ha raggiunto i 334 dollari, la quota più alta da 35 anni a questa parte.

L’1% di questi importi si traduce in decine di miliardi l’anno: risorse che, se reindirizzate verso programmi alimentari, sistemi di protezione sociale e agricoltura sostenibile, avrebbero un impatto immediato su milioni di persone affamate o vulnerabili. Ad attestarlo sono direttamente le stime dell’Onu. L’organizzazione afferma infatti che mettere fine alla fame entro la fine del decennio avrebbe un costo di 93 miliardi di dollari all’anno. Una quota addirittura inferiore all’1% dei 21,9 trilioni di dollari che negli ultimi 10 anni sono stati riversati nel riarmo. «Il WFP offre un’ancora vitale fondamentale alle persone in prima linea di conflitti e disastri meteorologici, così come a chi è costretto a lasciare le proprie case, e stiamo trasformando il nostro modo di investire in soluzioni a lungo termine per affrontare l’insicurezza alimentare», ha dichiarato la Direttrice Esecutiva del WFP Cindy McCain, aggiungendo che «il mondo sta affrontando carestie simultanee a Gaza e in alcune parti del Sudan», una situazione «completamente inaccettabile nel ventunesimo secolo».

Questa contraddizione investe direttamente anche il nostro Paese. Secondo i dati raccolti da Milex (Osservatorio indipendente sulle spese militari italiane), la spesa militare italiana continua a segnare record storici, con le risorse destinate agli armamenti che nel 2026 sfioreranno i 34 miliardi di euro. L’incremento è di circa un miliardo rispetto all’anno in corso. Le statistiche riguardano specificamente la «spesa militare “pura”, cioè riferita esclusivamente alle forze armate» e mostrano un consolidamento della crescita che ha portato i fondi per i militari ad aumentare di oltre il 45% nell’ultimo decennio. La cifra stimata da Milex non include le uscite per la sicurezza nazionale in senso più ampio, la quota complementare che la NATO inserisce nel target complessivo del 5% del PIL. Proprio per questo, alcune possibili fonti aggiuntive (tra cui cybersicurezza, sicurezza infrastrutturale e mobilità militare) restano complesse da contabilizzare.

Whatsapp introdurrà un abbonamento per evitare le pubblicità

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Nel tentativo di monetizzare l’app, Meta sta introducendo gradualmente le inserzioni pubblicitarie all’interno del suo servizio di messaggistica più noto al mondo: Whatsapp. Parallelamente, come prevedibile, la società starebbe però sperimentando internamente anche un piano in abbonamento che consentirebbe agli utenti di rimuovere le pubblicità che verranno altrimenti inserite nelle sezioni Stato e Canali.

La prospettiva di un modello di sottoscrizione, sebbene non ancora ufficialmente confermata, emerge con chiarezza dall’analisi di WaBetaInfo della versione Android di WhatsApp Beta 2.26.3.9, portale specializzato che segnala la presenza di un servizio di abbonamento opzionale destinato agli utenti dell’Unione Europea e del Regno Unito. L’assenza di riferimenti ad altri Paesi suggerisce che la soluzione sia stata progettata ad hoc per conformarsi alle normative locali, una scelta coerente con la decisione di Meta di rinviare l’introduzione delle pubblicità in Europa, così da avere il tempo di intavolare un confronto con le autorità di regolamentazione.

Nel caso specifico, c’è chi sospetta che questa nuova mossa della Big Tech possa entrare in conflitto con il Digital Markets Act (DMA), rafforzandone la posizione dominante e contribuendo a normalizzare ulteriormente il modello coercitivo del “pay or ok”, il quale costringe gli utenti a scegliere tra la cessione dei propri dati e il pagamento di un abbonamento ricorrente. Meta, dal canto suo, ribadisce che le inserzioni non compariranno nelle conversazioni private, ma esclusivamente nella componente più social dell’app, e che le “raccomandazioni” si baseranno unicamente su segnali generici come le impostazioni di lingua, l’area geografica e le interazioni effettuate nella sezione Aggiornamenti.

La credibilità dell’azienda, tuttavia, non è delle più granitiche. Senza rispolverare vecchi scandali, nel 2023 il responsabile di WhatsApp, Will Cathcart, aveva smentito in modo netto un’inchiesta del Financial Times secondo cui Meta stava valutando già all’epoca l’introduzione di pubblicità e abbonamenti. Indiscrezione che, alla luce degli sviluppi attuali, appare tutt’altro che infondata. Inoltre, proprio in questi giorni, WhatsApp è finita al centro di una causa legale internazionale con l’accusa di aver travisato il livello di crittografia garantito dall’app. Secondo le contestazioni, Meta sarebbe in grado di conservare, accedere e analizzare una parte significativa dei messaggi scambiati dagli utenti: un’ipotesi che, se confermata, aprirebbe alla possibilità che i contenuti delle chat vengano condivisi con le autorità di polizia con estrema facilità.

Sul piano concreto, sembra comunque che Meta si appresti a introdurre su WhatsApp un modello molto simile a quello già adottato su Instagram e Facebook, il quale è a sua volta oggetto di indagine da parte della Commissione Europea per una possibile violazione del DMA. I costi ipotizzati, invece, si discosterebbero al ribasso rispetto a quanto visto sugli altri servizi del gruppo: al momento, le indiscrezioni parlano di un abbonamento che dovrebbe aggirarsi intorno ai 4 euro al mese, contro i 7,99 euro richiesti dai due social network.

L’UE lancia una indagine contro Grok

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La commissione europea ha avviato una indagine sul social X e su Grok, il chatbot di Elon Musk. L’indagine arriva dopo uno scandalo che ha coinvolto le piattaforme di Musk, impiegate dagli utenti per generare immagini di natura pornografica, spogliando persone reali. La Commissione indagherà sulle misure impiegate per evitare che le piattaforme propongano agli utenti contenuti illegali. Anche il Regno Unito ha avviato indagini sulla piattaforma per analoghi motivi, mentre la Malesia e l’Indonesia hanno annunciato il blocco di Grok. In altri Paesi, come in Irlanda, organizzazioni della società civile hanno chiesto di aprire un caso contro la piattaforma.

In Francia due neonati sono morti dopo aver consumato latte artificiale Nestlé

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Due inchieste giudiziarie sono state aperte a Bordeaux e ad Angers dopo la morte di due neonati, avvenuta a pochi giorni di distanza. I bambini, deceduti rispettivamente il 23 dicembre e l’8 gennaio, erano stati entrambi alimentati con latte in polvere Guigoz, prodotto da Nestlé. Le autorità sanitarie francesi hanno disposto il ritiro di tutti i lotti sospetti, precisando che, allo stato attuale, non esiste ancora un nesso causale accertato tra i prodotti e i decessi. Il caso riporta il colosso svizzero al centro delle cronache, dopo lo scandalo dell’acqua “minerale” trattata con tecniche di purificazione illegali, e riapre un dibattito che va oltre il singolo lotto: per molti critici, dipinge una multinazionale più orientata al profitto che alla trasparenza e alla tutela dei consumatori.

Ad AFP, Nestlé ha dichiarato che avrebbe collaborato alle indagini, aggiungendo che al momento non vi sono “prove” che colleghino il suo latte artificiale alle morti infantili. Intanto, nei primi giorni di gennaio 2026, la multinazionale svizzera ha avviato un vasto richiamo di lotti di latte artificiale per neonati dei marchi Guigoz e Nidal, distribuiti in Francia e in una sessantina di Paesi, tra i quali anche l’Italia, dopo la scoperta di una possibile contaminazione da Bacillus cereus, un batterio in grado di produrre la tossina cereulide, che può causare vomito, diarrea e gravi disturbi gastrointestinali nei lattanti. La ministra francese della Salute Stéphanie Rist ha annunciato a BFM Tv che tutti i prodotti potenzialmente contaminati sono stati ritirati dagli scaffali e che è in corso un monitoraggio costante della situazione per proteggere i consumatori e fornire indicazioni ai genitori. Accanto a Nestlé, anche altre aziende del settore come Lactalis e Danone hanno esteso per precauzione i richiami o bloccato alcuni lotti.

Le inchieste penali aperte dalla magistratura francese puntano ora a verificare se il latte in polvere possa avere avuto un ruolo diretto nelle morti dei due neonati. Gli esami tossicologici e anatomopatologici sono in corso per accertare la presenza del batterio o della tossina nei campioni biologici. Le procure hanno incaricato laboratori specializzati di analizzare i prelievi e i prodotti sequestrati, mentre lo Stato mantiene una linea cautelativa. La vicenda ha, però, già innescato forti critiche da parte delle ONG, che denunciano ritardi e opacità nei richiami. Foodwatch ha pubblicato una cronologia dello scandalo, accusando Nestlé di non aver gestito con trasparenza la scoperta e il ritiro dei lotti potenzialmente contaminati da cereulide. Secondo l’organizzazione, i richiami massicci sarebbero partiti solo il 5 gennaio 2026, nonostante allerte già a dicembre, e alcuni prodotti sospetti sarebbero rimasti in commercio per mesi. Il 23 gennaio, Foodwatch ha annunciato l’intenzione di presentare una denuncia penale. Fonti della stampa francese riferiscono che il ministero fosse al corrente dei rischi dal 16 gennaio: il “denominatore comune” tra i casi sospetti sarebbe «una materia prima fornita da un produttore in Cina». Per Foodwatch si tratterebbe dell’acido arachidonico (ARA), fonte di omega-6, la cui sintesi è «strettamente regolamentata in Europa». Il nome del fornitore non è stato reso noto.

Non si tratta di un episodio isolato. Da decenni, Nestlé è al centro di contestazioni globali: dalla promozione aggressiva dei latti artificiali negli anni Settanta – che in molte aree del mondo ha contribuito all’abbandono dell’allattamento materno – alle accuse di pratiche opache, violazioni nelle filiere, marketing spinto oltre i limiti, impatti ambientali e violazioni normative. Per associazioni e gruppi di consumatori, Nestlé resta un bersaglio ricorrente di boicottaggi e contestazioni proprio per la gestione dei prodotti destinati ai più fragili: per costoro, è il simbolo di un sistema che mercifica anche l’infanzia, una multinazionale che proclama la sicurezza come valore cardine, ma che viene ciclicamente travolta da scandali, richiami e opacità sui prodotti destinati ai neonati. In questo scarto tra narrazione e realtà industriale, la tutela dei fragili rischia di ridursi a uno slogan, mentre a dettare l’agenda resta, ancora una volta, la priorità del profitto.

Messico, attacco armato in campo da calcio: 11 morti e 12 feriti

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Almeno 11 persone sono morte e 12 sono rimaste ferite in un attacco armato avvenuto domenica in un campo da calcio a Salamanca, nello stato messicano di Guanajuato. Lo hanno dichiarato le autorità locali, affermando che dieci vittime sono decedute sul posto, mentre un’altra è morta in ospedale. I feriti, colpiti da arma da fuoco, sono in cura. L’episodio si inserisce in un contesto già teso: la sera precedente, nella stessa città, erano stati abbandonati quattro sacchi con resti umani. Guanajuato è un polo industriale e turistico conteso da gruppi criminali legati a droga e furti di carburante.