giovedì 12 Marzo 2026
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DIRETTA – In Iran colpiti 245 tra scuole e ospedali – l’AIE sblocca le riserve di petrolio

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Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è ora succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica e lunedì, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio.


La Mezzaluna Rossa iraniana ha affermato che dal 28 febbraio gli attacchi israelo-statunitensi in Iran hanno colpito 21.720 edifici. Tra di essi: 4.122 esercizi commerciali, 17.353 abitazioni, e 245 tra centri sanitari, scuole e infrastrutture umanitarie.


Le Forze di Difesa Israeliane hanno annunciato il completamento di una ulteriore ondata di attacchi contro obiettivi militari iraniani e del movimento libanese Hezbollah. In Iran, sarebbe stata presa di mira prevalentemente Teheran, dove l’aeronautica israeliana avrebbe ucciso dei membri dei pasdaran, attaccato quartieri generali e complessi militari delle IRGC e colpito siti di stoccaggio di armi; in Libano, invece, l’aviazione israeliana ha preso di mira Beirut, colpendo depositi di armi e infrastrutture militari.


L’Agenzia internazionale dell’energia (AIE) ha annunciato che i Paesi membri avrebbero concordato il rilascio di 400 milioni di barili di petrolio per stabilizzare i prezzi degli idrocarburi in aumento dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz. La misura segue un annuncio rilasciato dai Paesi del G7, che avevano dichiarato che sarebbero stati pronti a liberare le proprie riserve strategiche di petrolio per far fronte alla crisi energetica. Anche Germania e Giappone hanno detto di essere pronti a rilasciare sul mercato parte delle proprie riserve, annuncio di intenti a cui è seguito una analoga dichiarazione dall’Austria.


Gli Stati Uniti hanno raccomandato i civili iraniani di stare lontani dai porti lungo lo Stretto di Hormuz affermando che Teheran li starebbe utilizzando come base per le proprie operazioni militari.


I pasdaran iraniani hanno annunciato il lancio della trentanovesima ondata di attacchi contro Israele e USA. In questa ondata, si legge in un comunicato diffuso dai media iraniani, “le basi dell’esercito criminale e terroristico americano nella regione del Golfo Persico sono state distrutte dai sistemi di artiglieria multipla Qader, Khorramshahr e Emad”. Continuano, inoltre, gli attacchi contro le petroliere presso lo stretto di Hormuz. Da questa mattina sono state prese di mira tre navi, e le autorità di Teheran hanno annunciato che continueranno il blocco del transito, minacciando un possibile aumento del prezzo del petrolio a 200 dollari al barile.


Il governo spagnolo, il più critico a livello europeo verso le politiche di USA e Israele, ha deciso di ritirare il suo ambasciatore da Tel Aviv. Madrid ha anche deciso di declassare la sua rappresentanza diplomatica in Israele al livello di incaricata d’affari.


Giorgia Meloni ha definito l’intervento americano e israeliano contro l’Iran una violazione del diritto internazionale. Nel farlo, ha precisato che l’attacco si inserirebbe infatti in un filone più ampio, che vede «venir meno un ordine mondiale condiviso» e ha «un punto di svolta ben preciso»: l’invasione russa dell’Ucraina. «La destabilizzazione globale che ne è derivata— continua Meloni — ha avuto le sue ripercussioni anche in Medio Oriente, dove pure l’attuale conflittualità ha una data di inizio chiara e non è quella del 28 febbraio 2026 ma quella del 7 ottobre 2023».


L’esercito israeliano ha riferito di aver concluso una nuova ondata di attacchi contro Beirut e quelli che ha dichiarato essere i “quartieri generali” di Hezbollah. “Prima degli attacchi, sono state adottate misure per ridurre il rischio di danni ai civili, tra cui allerte preventive, l’uso di armi di precisione e osservazioni aeree” hanno riferito i militari.


  • Israele ha condotto una nuova ondata di bombardamenti su Teheran, dopo aver detto di aver registrato una nuova serie di lanci di missili dall’Iran, che hanno fatto scattare l’allarme nel centro di Tel Aviv e altri luoghi del Paese.
  • Israele ha anche bombardato un edificio nel centro di Beirut, mentre si sono verificati attacchi incrociati con Hezbollah.
  • L’esercito USA ha dichiarato di aver distrutto 16 navi posamine iraniane nei pressi dello Stretto di Hormuz, poche ore dopo che Trump aveva promesso ritorsioni nel caso in cui l’Iran avesse bloccato il passaggio di petrolio dallo stretto.
  • Droni iraniani avrebbero nuovamente preso di mira il giacimento petrolifero di Shaybah, in Arabia Saudita, ma sarebbero stati intercettati e distrutti.
  • Oggi Giorgia Meloni riferirà in Parlamento sulla guerra in Iran.

Sudafrica: convocato l’ambasciatore USA

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Il ministro degli Esteri sudafricano ha convocato l’ambasciatore statunitense nel territorio, dopo una nuova ondata di critiche pervenuta dallo stesso diplomatico. Da quando Trump è tornato in carica, i rapporti diplomatici tra Sudafrica e USA si sono incrinati, con Washington che accusa Pretoria di perseguire la popolazione bianca nel Paese e di condurre una politica estera anti-Stati Uniti. Con lo scoppio della guerra in Iran, lo stesso ambasciatore USA Leo Brent Bozell III ha criticato il Sudafrica e i suoi legami con Teheran e ha affermato che le leggi del Paese favorirebbero la popolazione nera a detrimento di quella bianca.

Sardegna, la repressione colpisce il movimento contro la speculazione energetica: 8 indagati

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La repressione si abbatte sulla Rivolta degli Ulivi, il movimento sardo che nel 2024 si era opposto alla speculazione energetica, mettendo su il presidio di Selargius. Alle porte di Cagliari, centinaia di persone occuparono un terreno che stava per essere espropriato a vantaggio di Terna Spa, per effettuare i lavori del Thyrrenian Link, il cavo che dovrebbe trasportare l’energia elettrica prodotta sull’isola verso il continente. Il 20 novembre 2024, alle prime luci dell’alba, il presidio venne sgomberato da un ingente schieramento di forze dell’ordine dopo oltre 4 mesi di attività e cura del territorio, fornendo carta bianca a Terna. Oggi, a un anno e mezzo di distanza, gli otto attivisti presenti al momento dello sgombero sono stati raggiunti da un avviso di conclusione delle indagini preliminari e accusati dei reati di invasione di terreni, danneggiamento e violenza privata.

Nel caldo di luglio la notizia dell’esproprio coattivo ai danni di Gianluca Melis fece ben presto il giro dell’hinterland cagliaritano. Ai primi sradicamenti degli ulivi presenti nelle campagne di Selargius, ad opera di Terna Spa, la cittadinanza insorse, dando vita a un presidio permanente. L’obiettivo era fermare i lavori, ripiantando gli ulivi estirpati con un gesto pregno di autodeterminazione e volontà di decidere sul proprio territorio, già colpito da una devastazione ambientale imposta dall’alto. La Sardegna paga da anni, infatti, la presenza di basi e poligoni di tiro, l’organizzazione di esercitazioni militari e per ultima la speculazione energetica. «La transizione energetica deve essere ecologica e giusta. Vogliamo dare il nostro contributo per la difesa del pianeta ma lo vogliamo fare in una posizione di parità, non ci sono cittadini e territori di categoria inferiore», chiedono i comitati schieratisi a difesa del territorio.

Per Selargius lo Stato italiano, di concerto con Terna Spa, aveva altri piani: nei terreni di Gianluca Melis doveva passare l’ultimo tratto del Tyrrhenian Link. Quest’ultimo, secondo manifestanti e attivisti, permetterà alle multinazionali di fossile e rinnovabile di installare un numero enorme di impianti, costituendo un preludio alla devastazione del territorio sardo. L’opera, che entrerà in funzione nel 2028, serve infatti a dimostrare che l’energia producibile nell’isola possa effettivamente essere trasportata verso il continente.

Per fare fronte all’esproprio, Melis ha presentato ricorso, le cui procedure sono ancora attive, come confermato a L’Indipendente da Giulia Lai, avvocata degli otto presidianti indagati. «Riteniamo le accuse mosse dalla Procura totalmente infondate. In primo luogo perché su quei terreni Terna ha semplicemente il possesso ma non ne è proprietaria. La procedura espropriativa non si è ancora conclusa», commenta Giulia Lai. «Appare quindi assurdo che sia stata contestata l’invasione di terreni, danneggiamento e violenza privata».

Axonius, l’azienda israeliana che controlla la cybersicurezza del governo USA

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Il concetto di confine nazionale, nell’era della guerra ibrida e del dominio cibernetico, ha smesso di essere una linea tracciata sulle mappe per trasformarsi in un intricato groviglio di stringhe di codice e protocolli di crittografia. Negli Stati Uniti, da questo groviglio, nel cuore delle infrastrutture critiche sta avvenendo una infiltrazione che sta sottraendo sovranità digitale. Non da parte di russi o cinesi, ma da parte di israeliani. La sicurezza informatica del governo federale USA, un tempo gelosamente custodita all'interno del perimetro delle agenzie di intelligence domestiche, è s...

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Repubblica Democratica del Congo: attacchi con drone

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Oggi, 11 marzo, sono stati segnalati degli attacchi con drone nella città di Goma, nella regione orientale della Repubblica Democratica del Congo, in seguito a cui sono state uccise almeno tre persone, tra cui un operatore umanitario francese. L’attacco risulta il primo nella città dallo scorso anno, quando il movimento ribelle dell’M23 ha conquistato l’area. L’M23 lo ha attribuito all’esercito congolese, sostenendo che avrebbe colpito un’area popolata. L’attacco arriva in un momento di tensione tra le parti coinvolte nel conflitto, nonostante il cessate il fuoco siglato tra RDC e Ruanda con la mediazione degli USA. Nelle ultime settimane si sono registrati diversi attacchi nelle aree a controllo dell’M23.

Ponte sullo Stretto, i costi non tornano: la Ragioneria rispedisce il decreto al governo

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Nonostante l’approvazione dello scorso 5 febbraio da parte del Consiglio dei Ministri, il decreto infrastrutture tornerà in CdM. Secondo fonti di governo, la Ragioneria di Stato avrebbe rimandato indietro il decreto, che contiene le disposizioni sul progetto del Ponte sullo Stretto di Messina e Reggio Calabria, per chiedere una rimodulazione dei costi: la Ragioneria chiederebbe che tutte le procedure siano finanziate con fondi già previsti, imponendo lo stop all’approvazione di nuovi aumenti di spesa. Il provvedimento insomma deve restare entro il limite dei 13,5 miliardi già stanziati dal decreto, e ora dovrà venire approvato nuovamente dal governo. Dopo l’annuncio, Salvini ha fatto buon viso a cattivo gioco, rispondendo alle richieste della Ragioneria: «Il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini esprime grande soddisfazione per l’approvazione in CdM dell’iter del Ponte sullo stretto di Messina», scrive il ministero. «Confermato infatti lo stanziamento di 13,5 miliardi per la realizzazione dell’opera a partire dal 2026, in accordo con tutti i dicasteri interessati».

La notizia dello stop al decreto Ponte è stata data da agenzie di stampa come Ansa, e ripresa in via ufficiale da gruppi politici come Europa Verde. «Ancora una volta Salvini scrive decreti sul Ponte sullo Stretto senza nemmeno passare dagli apparati dello Stato, e poi arriva la Ragioneria a fermarlo e a correggerlo», scrive il portavoce Bonelli. «Il decreto infrastrutture dovrà tornare in Consiglio dei ministri perché la Ragioneria ha imposto che tutte le procedure per far ripartire il progetto del Ponte siano fatte senza nuovi o maggiori costi per lo Stato». Il ministero delle infrastrutture, dal canto suo, ha diffuso un comunicato dai toni trionfali in cui sostiene che sarebbe stato confermato lo stanziamento di 13,5 miliardi per la realizzazione dell’opera; l’Amministratore Delegato della società Ponte sullo Stretto, Pietro Ciucci, invece, ha rassicurato che non sarebbero previsti fondi extra per la realizzazione dell’opera. Da quanto si apprende dalle ricostruzioni, la somma, più che venire confermata – come sostiene Salvini, sarebbe stata imposta come soglia limite: la Ragioneria, infatti, avrebbe rispedito al mittente il decreto perché esso non esprimeva in maniera chiara che tale cifra avrebbe costituito il tetto massimo di spesa. Più che approvare le soglie di finanziamento, insomma, la Ragioneria avrebbe chiesto che queste non vengano superate, ipotesi a cui il decreto in qualche modo avrebbe lasciato la porta aperta. Il governo dovrebbe dunque inserire una garanzia che i costi non superino i 13,5 miliardi di euro.

Il decreto sul Ponte sullo Stretto era stato approvato lo scorso 5 febbraio per rispondere ai rilievi avanzati dalla Corte dei Conti, con l’obiettivo di sbloccare l’iter per l’opera. A fine ottobre, la Corte dei Conti aveva bocciato il progetto del Ponte sullo Stretto, respingendo la delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile (Cipess) che impegna 13,5 miliardi di euro per la costruzione dell’opera, con motivazioni collegate a documentazione carente, calcoli poco chiari, e mancato rispetto delle norme ambientali. A metà novembre, la Sezione centrale di controllo di legittimità della Corte dei Conti ha inferto un secondo colpo al progetto, non concedendo il visto di legittimità al terzo atto aggiuntivo della convenzione tra il Ministero delle Infrastrutture e la società concessionaria Stretto di Messina Spa, ampliando la crisi amministrativa aperta dal precedente rifiuto e bloccando, di fatto, la definizione degli impegni amministrativi e finanziari necessari per la progettazione e realizzazione dell’opera.

I ragazzi croati tornano a marciare: dopo 18 anni ripristinata la leva militare obbligatoria

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Il 9 marzo 2026 è una data destinata a rimanere nella memoria collettiva della Croazia. Infatti, dopo diciotto anni dalla sospensione del servizio di leva, circa ottocento giovani hanno fatto ingresso nelle caserme di Knin, Slunj e Pozega per cominciare l’addestramento militare di base. La scelta di ripristinare la leva obbligatoria, che era stata approvata lo scorso ottobre in sede parlamentare su input dell’esecutivo guidato dal premier Andrej Plenković, segna una tangibile inversione di tendenza per uno Stato che aveva abolito la coscrizione nel 2008, un anno prima di entrare nella Nato. Torna così sotto le armi l’unico Paese oggi parte dell’UE ad aver combattuto una guerra lunga e su larga scala nel conflitto seguito alla dissoluzione della Jugoslavia, in un’area dove le relazioni con i vicini balcanici restano tutt’altro che idilliache.

La nuova legge prevede, nello specifico, un percorso di due mesi per tutti i giovani che compiono 19 anni, con possibilità di chiamata fino ai 30 anni. Durante il periodo di formazione, le reclute riceveranno un’indennità mensile di 1.100 euro e il servizio sarà conteggiato come anzianità lavorativa. Al termine, i giovani resteranno nella riserva fino ai 55 anni. Per gli individui di sesso femminile c’è l’esenzione dall’obbligo, ma la possibilità di adesione per via volontaria. Ad oggi, su 800 partecipanti complessivi, figurano 82 volontarie. Obiettivo dell’esecutivo croato è di addestrare circa 4mila reclute ogni anno, da suddividere in diversi scaglioni, per un costo complessivo annuo che arriverebbe quasi a 24 milioni di euro. I programmi prevedono l’utilizzo di armi personali, droni, tecniche di primo soccorso e autodifesa.

Occorre aggiungere che la Costituzione croata tutela l’obiezione di coscienza. Chi sceglie questa strada può optare per tre mesi di formazione nella Protezione civile nazionale oppure per quattro mesi di attività presso enti locali o regionali, in entrambi i casi senza alcun compenso. Secondo i dati del ministero della Difesa, finora solo una decina di giovani ha presentato obiezione. Il ministro Ivan Anušić ha motivato la reintroduzione del servizio obbligatorio con la necessità di far fronte a «minacce alla sicurezza, alle azioni di carattere ibrido, agli attacchi informatici e alle sempre più frequenti calamità naturali». Il provvedimento assume un significato particolare in Croazia, reduce dalla guerra d’indipendenza degli anni Novanta e inserita in un contesto balcanico ancora segnato da tensioni latenti.

La decisione di Zagabria di ripristinare la leva obbligatoria non rappresenta un caso isolato, ma si inserisce in un trend più ampio che sta investendo l’intero continente europeo. Negli ultimi anni, infatti, numerosi Paesi hanno avviato una radicale revisione delle proprie politiche di difesa, aumentando le spese militari e introducendo misure di preparazione civile senza precedenti dalla fine della Guerra fredda. La Finlandia, entrata nella Nato nel 2023, ha annunciato l’intenzione di abbandonare la Convenzione di Ottawa che vieta le mine antiuomo e di portare la spesa per la difesa oltre il 3% del PIL entro il 2029, dopo aver già distribuito ai cittadini una guida su come prepararsi a crisi e attacchi militari. La Svezia ha aumentato la spesa al 2,8% del PIL, mentre la Norvegia, che condivide 196 chilometri di confine con la Russia, sta riattivando i bunker della Guerra fredda e investe 51 miliardi di euro per modernizzare le forze armate. Ancora più radicali le misure adottate da Estonia, Lettonia e Lituania. Tallinn ha approvato la costruzione di un fossato anti-carro lungo 40 chilometri con oltre 600 bunker lungo il confine orientale, mentre Riga ha reintrodotto la coscrizione obbligatoria per i maschi tra 18 e 27 anni. La Lituania, oltre a ritirarsi dalla Convenzione di Ottawa, ha reso obbligatorio un rifugio antiaereo per ogni edificio residenziale di oltre cinque piani.

La Polonia spende già il 4,7% del PIL per la difesa e punta a diventare la terza potenza militare della Nato con 300mila effettivi. Anche le grandi potenze europee accelerano: la Germania ha varato un piano da 377 miliardi per modernizzare la Bundeswehr, puntando a diventare la “spina dorsale” della sicurezza europea. Il Regno Unito ha aumentato la spesa al 2,5% del PIL con l’obiettivo del 3%, mentre la Francia punta a 64 miliardi annui entro il 2027. L’Italia, infine, ha approvato un decreto per ampliare il personale militare a 160mila unità entro il 2033, con una spesa che nel 2026 sfiorerà i 34 miliardi di euro. Un quadro complessivo che delinea una vera e propria mobilitazione continentale, dove la retorica della «preparazione» normalizza l’idea del conflitto come scenario potenziale.

Il caso della famiglia nel bosco: un’occasione mancata per pavidità e opportunismo politico

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No, non riguarda il rapporto tra stato e famiglia o tra Potere e Magistratura, e non è certamente una contrapposizione tra vita idilliaca nei boschi e vita cittadina. Né le destre né le sinistre sembrano interessate a portare alla luce i veri nodi irrisolti alla base di questa vicenda che ha spaccato in due l’opinione pubblica. Nodi che vanno molto al di là del caso singolo della famiglia del bosco. Ma per capire fino in fondo la posta in gioco bisogna fare un passo indietro. E risalire alle origini del Tribunale dei Minorenni.

Il Tribunale per i minorenni nasce nel 1934, durante il regime di Benito Mussolini. La legge è il Regio Decreto-Legge n. 1404. Non nasce né era stato pensato come un tribunale normale: l’idea di fondo era che lo Stato potesse fungere da  «padre dei minori» quando la famiglia era considerata inadeguata.

Fin dall’inizio si decide che i procedimenti debbano essere riservati, senza stampa e senza pubblico. L’idea era proteggere i minori dal disonore pubblico. Ma la conseguenza è che il sistema nasce fin dal suo esordio come poco soggetto a un controllo esterno.

Il giudice, inoltre, non è solo un arbitro tra due parti, ma una figura che decide cosa è meglio per il bambino. E prende le sue decisioni non solo in base a prove giuridiche, ma soprattutto in base a valutazioni sociali e psicologiche. 

A differenza però di una prova materiale (documenti, testimoni, fatti), le valutazioni psicologiche sono interpretative, si basano cioè su modelli teorici, e sono influenzate dall’esperienza e della formazione del professionista. 

Occorre innanzitutto ricordare che la psichiatria, la psicologia e la sociologia non sono scienze esatte, come la matematica, la fisica, la chimica, la biologia, scienze cioè che basano le loro teorie su risultati misurabili, replicabili e universalmente validi.

La psichiatria come la psicologia, invece, sono scienze speculative e interpretative, basano le loro teorie su fenomeni complessi e variabili, su modelli probabilistici e non su leggi universali. Al loro interno vi sono, e vi sono sempre state, correnti e scuole di pensiero molte diverse l’una dall’altra: basti pensare al diverso approccio tra freudiani, junghiani e adleriani, alle visioni contrapposte della psiche e dell’esistenza umana che sono alla base del cognitivismo, dell’approccio comportamentista, della psicologia psicodinamica e via dicendo. Ma che impatto ha tutto ciò? Due psicologi o due psichiatri possono leggere la stessa famiglia in un modo molto diverso. 

Entrando nello specifico della famiglia del bosco, psichiatri, psicologi, sociologi che si sono pronunciati sulla questione, riconoscono dei dati oggettivi di partenza: alcune criticità nella situazione abitativa della famiglia Trevallion, una scarsa alfabetizzazione dei minori, una certa «rigidità» nella personalità della madre dei bambini.

La famiglia Trevallion

Ma è nelle strategie terapeutiche proposte che emergono le differenze. Se per i periti nominati dal Tribunale dei Minori dell’Aquila è necessario allontanare i bambini dalla madre, la perizia realizzata della Asl Lanciano Vasto Chieti ritiene «indispensabile favorire e ripristinare una consuetudine affettiva stabile, garantendo la continuità dei legami familiari quale elemento fondamentale per il superamento delle manifestazioni di disagio evidenziate nei minori».

Per Massimo Ammanniti, neuropsichiatra infantile e professore onorario alla Sapienza di Roma, la decisione di spezzare il nucleo familiare rischia di produrre effetti molto gravi sulla salute dei minori.  «Una decisione come questa si prende in situazioni estreme, quando il pericolo di maltrattamenti è concreto ed elevato». L’allontanamento è, infatti, una misura drastica, che lo Stato prende in considerazione solo come estrema ratio. Per una ragione molto semplice: il legame familiare non è un dettaglio. È una struttura emotiva fondamentale, un bisogno primario. Anche gli educatori più preparati e sensibili non possono sostituire una famiglia.  Un istituto non può colmare il vuoto dei legami familiari perduti. E se per migliorare alcune criticità emerse nella vita dei piccoli, si va ad infliggere un danno maggiore, la misura, come ha sottolineato anche la garante dell’infanzia, diventa sproporzionata.

Vittorino Andreoli, luminare della psichiatria, usa parole ancora più dure ed esplicite: lo sradicamento dal contesto familiare produce traumi così profondi da innescare lo sviluppo di gravi psicopatologie che compromettono ogni singolo aspetto della vita di un individuo. «Distaccare un figlio di quell’età dalla madre genera una dissociazione che, nella fase dell’adolescenza, promuove le condizioni della schizofrenia». 

Una psicopatologia talmente grave e invalidante che giustamente suscita terrore. E ha aggiunto: «Se non si ritiene che la madre sia “all’altezza”, allora si crei un sistema di supporto che le permetta di svolgere il suo compito».

La domanda sorge spontanea: qual è il bene maggiore? O per dirla in altri termini: qual è il male minore? Quale diritto del minore va maggiormente tutelato? A quale bisogna dare la precedenza? Cosa conta maggiormente per il benessere psico-fisico di un bambino? Gli affetti? La salute mentale? O il diritto all’istruzione? 

Naturalmente se la famiglia del bosco fosse una famiglia perfetta non sarebbe necessario prendere tali decisioni. Ma il Tribunale dei Minorenni non avrà mai a che fare, data la sua natura, con famiglie ideali. Una sovrastima delle criticità inziali può produrre effetti devastanti. E allora ritorna la domanda: a quale esperto bisogna dare ragione?

Sebbene sia naturale chiedersi chi abbia ragione e chi abbia torto, questa domanda purtroppo non aiuta a inquadrare il vero problema.

Ognuno di noi, infatti, in base alla sua sensibilità e alle esperienze che hanno forgiato il suo carattere, sarà propenso ad accogliere più favorevolmente una tesi rispetto all’altra. Non esiste perito, figura professionale, psichiatra o esperto che in una certa misura non sia influenzato, in quanto essere umano, dal proprio background culturale, familiare, sociale.

Prendiamo ad esempio in esame la critica mossa alla famiglia Trevallion di non favorire lo sviluppo relazionale dei suoi figli. Naturalmente si può obiettare che la scuola non è l’unico luogo che favorisce la socializzazione. I bambini, si difendono i genitori, socializzano con i loro coetanei al di fuori dell’ambiente scolastico, frequentano i figli delle altre famiglie neo-rurali di Palmoli, fanno gite al parco, intessono relazioni che prescindono dall’ambiente-scuola. Ma il modo in cui tale difesa viene accolta è anche influenzato da qualcosa di molto personale: i ricordi scolastici legati all’infanzia e alla prima adolescenza. Chi non ha lieti ricordi della scuola primaria, chi è stato bullizzato e isolato, sarà più propenso ad accogliere favorevolmente le parole dei Trevallion. Chi al contrario ha avuto esperienze positive della scuola primaria tenderà a vedere nella non frequentazione scolastica dei piccoli Trevallion una grave perdita, una mancanza. 

Come si esce allora da tale cortocircuito? L’imparzialità e l’oggettiva assoluta non sono una prerogativa di noi esseri umani. Le nostre esperienze, il nostro vissuto, le scuole di pensiero a cui aderiamo orientano e plasmano le nostre opinioni, professionali e non, e influenzano le nostre decisioni. Non è realistico pretendere di mutare la nostra natura, ciò che invece si può fare è fissare delle modalità strutturali che promuovano una maggiore dialettica tra le parti, e limitino l’influenza del singolo e/o dei singoli sull’esito di un processo.

Ed ecco che ritorniamo alla struttura intrinseca del Tribunale dei Minorenni. Mentre nei normali processi il contraddittorio tra le parti bilancia e controbilancia agli occhi dei giudici le opinioni e i pareri delle parti in causa, nei processi per i minori, in Italia, il contradditorio, seppur presente, ha minor peso. Nella pratica ciò significa che il peso delle perizie e delle valutazioni degli esperti nominati dal Tribunale hanno de facto un peso vincolante. Ecco perché il modello italiano è definito come uno tra i più chiusi in Europa.

Bisogna ricordare infatti che nei casi di affido, allontanamento e sospensione della potestà genitoriale i giudici hanno un contatto molto limitato con le famiglie, e/o del tutto assente con i minori coinvolti. È facile colpevolizzare i giudici, o accusarli di scarsa sensibilità, ma quale giudice si assumerebbe la responsabilità di emanare un provvedimento che vada in opposizione ai suggerimenti formulati dai periti che il Tribunale stesso ha nominato? 

Quando poi come nel caso della famiglia del bosco è emerso che la psicologa incaricata di fare la perizia, aveva pubblicato su Facebook messaggi caustici nei confronti della coppia, la questione diventa ancora più problematica.

Nel modello garantista di tradizione anglosassone, invece, i processi dei minori hanno un impianto più simile ai processi normali: danno più spazio al contradditorio degli avvocati, vi è una minor discrezionalità nei poteri dei giudici e una maggiore trasparenza per i criteri che devono adottare per formulare decisioni tanto delicate. 

Un aspetto critico del modello italiano, infatti, riguarda proprio il tema della giustizia preventiva. I magistrati coinvolti nel caso della famiglia del bosco hanno ribadito che il loro intervento è, ed è stato, in funzione «dell’interesse del minore». Credo si possa affermare che tutte le parti coinvolte abbiano agito per preservare «l’interesse del minore», ciò che diventa problematico è stabilire cosa sia l’interesse del minore. Alcuni sostengono che il sistema italiano rischia di diventare troppo soggettivo, «perché» come sostiene Gustavo Sergio, presidente del Tribunale dei Minori di Napoli, «il giudice perde di vista il principio di legalità, ed abdica alla sua funzione di garante».

Nel modello garantista, invece, il principio guida è che l’allontanamento dai genitori va attuato solo quando c’è un rischio concreto per il minore, un pericolo tangibile. Detta in parole povere: più dati oggettivi e prove concrete e meno interpretazioni e analisi probabilistiche che riguardano spazi e tempi incerti come il futuro. Fissare dei criteri più definiti e vincolanti che regolamentino la sospensione della potestà genitoriale e le decisioni di allontanamento non significa sminuire il ruolo dei giudici e degli assistenti sociali, ma offrire a entrambi degli strumenti più precisi con cui orientarsi in situazioni di per sé fortemente complesse e problematiche.

Infine, c’è un ultimo punto che andrebbe affrontato e su cui da anni si discute: l’ascolto del minore coinvolto.

Il bambino, colui che più di tutti subisce il peso di tali decisioni, di rado ha la possibilità concreta di far valere la sua voce. Il bambino è oggetto di valutazioni, perizie, indagini, ma non soggetto parlante. C’è sempre qualcuno che si fa portavoce dei suoi interessi, dei suoi bisogni e delle sue necessità e che filtra la sua voce. Con le Convenzioni internazionali (ONU 1989), si è imposta, invece, la necessità di trattare il minore come titolare di diritti, non solo come oggetto di tutela. Eppure in Italia l’ascolto del bambino non viene sempre attuato. 

«Io credo» afferma Piercarlo Pazè, direttore della Rivista Minorigiustizia, che l’ascolto diretto, tanto nei procedimenti civili che penali, sia più importante ai fini della decisione di tante relazioni sociali o indagini psicologiche o testimonianze. Esso offre infatti la possibilità di “sentire” il disagio e/o l’abbandono del bambino e di raccogliere la sua opinione per individuare i progetti possibili. Un giudice deve essere capace di capire e di praticare l’ascolto, prima di determinare se recidere legami troppo deboli o malati oppure ricostituirli L’ascolto», conclude, «evita delle decisioni zoppe».

In definitiva il caso della famiglia del bosco, essendo diventato mediatico, avrebbe potuto esercitare una leva per gettare luce su questioni spesso sommerse e dimenticate dall’opinione pubblica. Tale interesse infatti è spesso la conditio sine qua non affinchè vengano attuate delle riforme su un sistema che ha ancora criticità irrisolte.

Invece le destre hanno deciso di cavalcare questa vicenda per muovere voti verso il sì nel referendum della giustizia, referendum che però non c’entra nulla e non avrà alcun impatto su questa questione specifica; mentre le sinistre si sono trincerate nella loro posizione, perché hanno visto nell’interesse delle destre un attacco alla magistratura.

Ma la vera questione di fondo, il funzionamento del Tribunale dei Minorenni, è stata ignorata da entrambe le parti. Non è neanche stata sfiorata. E ancora una volta si è perduta l’occasione di operare dei miglioramenti su un sistema che riguarda non solo la famiglia del bosco ma tante altre famiglie e i loro bambini. Ma per loro grande sfortuna i bambini non votano. E forse bisognerà attendere il prossimo secolo affinchè i loro bisogni possano essere messi davvero al centro.

Paraguay, ok alla presenza di militari USA

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Con 53 voti favorevoli, 8 contrari e 4 astensioni, la Camera dei Deputati del Paraguay ha approvato un accordo di difesa che consente il dispiegamento temporaneo di personale militare e civile statunitense all’interno dei confini del Paese. Manca ora la firma del presidente del Paese Santiago Peña, il quale dovrebbe ratificare l’intesa nei prossimi giorni. L’accordo stabilisce un quadro giuridico per la presenza delle forze di sicurezza statunitensi in Paraguay per operazioni di addestramento, esercitazioni congiunte e assistenza umanitaria. Esso inoltre, autorizza gli Stati Uniti ad esercitare giurisdizione penale sul proprio personale presente nel Paese.

La Commissione UE ha approvato un piano per il rilancio del nucleare in Europa

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Allontanandosi dall’energia nucleare l’Europa ha commesso un «errore strategico». Così la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen è intervenuta a Parigi davanti al summit sull’energia nucleare organizzato da Macron. Le parole di von der Leyen sono arrivate in parallelo all’annuncio da parte dell’esecutivo europeo di una nuova strategia per l’energia, che prevede, tra le varie cose, proprio lo stanziamento di 200 milioni di euro per istituire un fondo volto a «sostenere gli investimenti in tecnologie nucleari innovative». L’investimento nel nucleare rientra in un pacchetto energetico più ampio approvato ieri dalla Commissione europea a Strasburgo, il cui obiettivo è ridurre le dipendenze dalle importazioni estere e garantire autonomia strategica al Vecchio continente. Il tutto avviene in un contesto geopolitico turbolento che non fa altro che confermare ai Paesi europei la necessità dell’indipendenza energetica: «La situazione in Iran ci ricorda una semplice verità: l’energia pulita prodotta localmente è l’unica soluzione duratura per l’UE per spezzare il ciclo di dipendenza dai combustibili fossili e volatilità dei prezzi», ha affermato Teresa Ribera, vicepresidente dell’esecutivo UE per una Transizione pulita, giusta e competitiva.

Il pacchetto energetico dell’esecutivo europeo prevede tre iniziative: la Clean Energy Investment Strategy, il Citizens Energy Package e la Strategy for Small Modular Reactors. Quest’ultima è il capitolo centrale del programma complessivo e punta al rafforzamento del ruolo europeo nell’ambito delle tecnologie a zero emissioni. In particolare, la Strategia per i Reattori Modulari di Piccole Dimensioni (SMR) si propone l’obiettivo di sviluppare gli SMR a partire dal 2030, accelerando in parallelo lo sviluppo di progetti sul nucleare avanzato. L’idea di Bruxelles è sostenere lo sviluppo in questo ambito attraverso l’Alleanza Industriale Europea sugli SMR, composta da governi, operatori del settore e parti interessate che cercano di accelerare lo sviluppo delle tecnologie nucleari. Sul piano dei finanziamenti, la Commissione europea prevede un ulteriore stanziamento temporaneo di InvestEU di 200 milioni di euro fino al 2028 per lo sviluppo di tecnologie nucleari innovative, tra cui reattori nucleari a bassa frequenza (SMR) ad acqua leggera, tipicamente sviluppati a partire da reattori nucleari esistenti raffreddati ad acqua, reattori modulari avanzati (AMR), microreattori, che in genere producono meno di 10 megawatt di elettricità, hanno lunghi cicli di rifornimento e possono essere trasportati. Le risorse proverranno dalle entrate del sistema ETS (Emission Trading System) e andranno a integrare temporaneamente il programma InvestEU. La Commissione promuove un approccio strategico sui mini reattori che «dovrebbero essere considerati un progetto industriale europeo condiviso, basato su una forte collaborazione dell’Ue in materia di ricerca, catena di approvvigionamento, licenze, competenze e finanziamenti». Inoltre, incoraggia i Paesi a semplificare le procedure amministrative sui controlli sulle esportazioni tra gli Stati membri.

Secondo Bruxelles, l’impiego degli SMR (Small Modular Reactors) entro il 2050 potrebbe far risparmiare all’UE fino a 60 miliardi di metri cubi di gas, mentre le azioni dell’UE per accelerare la transizione verso le energie pulite «ridurranno la spesa per le importazioni di combustibili fossili nell’UE, anno dopo anno, fino a raggiungere un risparmio di 130 miliardi di euro all’anno entro il 2030». La questione dell’energia nucleare è strettamente collegata a quella della sicurezza e dell’autonomia del Vecchio continente. Secondo la Commissione, «la nostra dipendenza dai combustibili fossili importati espone l’Europa a vulnerabilità che colpiscono direttamente cittadini e imprese. Il modo più sicuro per ottenere energia a prezzi accessibili e garantire la sicurezza dell’approvvigionamento è affidarsi a tecnologie energetiche pulite sviluppate internamente. I piccoli reattori modulari (SMR) potrebbero diventare uno dei prossimi grandi progetti di sviluppo industriale in Europa».

Le altre due iniziative del pacchetto energetico europeo riguardano la Strategia per gli investimenti nell’energia pulita e il Citizens Energy Package (Pacchetto Energia per i Cittadini): la prima mira a colmare il divario tra il capitale privato disponibile e gli ingenti investimenti necessari per reti, tecnologie innovative e interventi di efficienza energetica. Si prevede che per la transizione saranno necessari investimenti pari a 660 miliardi di euro all’anno fino al 2030. Per far fronte a questi cospicui finanziamenti, Bruxelles intende coinvolgere la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) che fornirà oltre 75 miliardi di euro di finanziamenti nei prossimi tre anni a sostegno della transizione energetica. La seconda iniziativa, invece, ha l’obiettivo di ridurre le bollette, rafforzare la trasparenza dei contratti energetici e consentire ai cittadini di produrre e condividere la propria energia pulita.

L’Ue è giunta a formulare la sua strategia energetica nel mezzo di sconvolgimenti geopolitici che rischiano di produrre nel continente una crisi peggiore di quella del 2023 con un considerevole aumento dei prezzi dell’energia e dei carburanti. La mancata realizzazione di un programma razionale e conveniente rischia di esporre i Paesi europei a gravi vulnerabilità energetiche, ma anche economiche e geopolitiche. Per questo, nell’ambito del Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034, la priorità sembra essere proprio quella energetica: la Commissione Ue ha, infatti, proposto di quintuplicare la dotazione del CEF (Connecting Europe Facility) per l’energia (lo strumento per collegare l’Europa), passando da 5,84 miliardi di euro a 29,91 miliardi di euro.