mercoledì 11 Marzo 2026
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Il Cile è il primo Paese delle Americhe e il secondo al mondo a eliminare la lebbra

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Cile lebbra

Dopo oltre trent’anni senza casi di trasmissione locale della malattia, il Cile è stato ufficialmente riconosciuto come Paese libero dalla lebbra. Secondo le verifiche condotte dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e dall’Organizzazione panamericana della sanità (OPS), il sistema sanitario cileno è riuscito a interromperne la diffusione interna, diventando il primo Paese delle Americhe a raggiungere questo risultato e il secondo al mondo, dopo la Giordania, ad aver dimostrato di aver eliminato la malattia dal proprio territorio.
Conosciuta anche come morbo di Hansen, la lebbra è una ...

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Italia: stato di emergenza di 12 mesi per la Calabria

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Il governo italiano ha deliberato lo stato di emergenza per un anno in Calabria per le piogge che lo scorso febbraio hanno colpito le province di Cosenza e Catanzaro. La misura è stata annunciata dal ministro per la Protezione Civile Nello Musumeci, che ha dichiarato anche che il governo stanzierà 15 milioni di euro per la riparazione delle infrastrutture danneggiate e per il ripristino dei servizi pubblici.

Gli obiettivi di Israele e USA nella guerra in Iran

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Da ormai 10 giorni, nel Golfo Persico è scoppiata una guerra provocata dall’azione militare israelo-statunitense contro l’Iran, che ha spinto la Repubblica Islamica a portare avanti azioni di ritorsione contro tutti gli avamposti statunitensi della regione. Nonostante il conflitto sia ormai entrato nella sua seconda settimana di vita, c’è una domanda che resta ancora senza riposta: quali sono gli obiettivi delle forze in gioco? Se Teheran punta a rimanere in piedi, Israele sembra volere indurre un cambio di regime nell’ottica del predominio regionale; chiamando in causa gli Stati Uniti, tuttavia, la risposta a tale quesito non pare così semplice, e le oscillanti dichiarazioni dei suoi vertici non aiutano a fugare i dubbi. Trump non ha ancora affrontato il tema in maniera diretta, contraddicendosi, piuttosto, in diverse occasioni, e diversi commentatori a stelle e strisce paiono ormai convinti che il presidente si sia lasciato trascinare in un conflitto per accontentare le aspirazioni di Netanyahu.

Il principale obiettivo israeliano: rovesciare il regime

Le autorità israeliane sono sempre state esplicite nel descrivere i loro obiettivi in questa nuova guerra nel Golfo Persico. Lo stesso giorno dell’attacco, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dichiarava: «Questa mattina, Israele e Stati Uniti hanno avviato un’operazione congiunta per rimuovere la minaccia esistenziale per Israele rappresentata dal regime degli ayatollah in Iran. Ve l’avevo detto: l’operazione continuerà finché sarà necessario; ci vorrà pazienza». Netanyahu ha fatto riferimento al programma nucleare iraniano, affermando che Israele non può permettere che la Repubblica Islamica sviluppi un arsenale atomico; tale preoccupazione, tuttavia, è stata più volte fugata dalla stessa Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, che ha sempre affermato che non vi fossero indizi che indicassero che Teheran stesse sviluppando una bomba nucleare, come fatto recentemente con lo scoppio di quest’ultimo conflitto. La presunta costruzione di un’arma atomica da parte di Teheran, insomma, sarebbe stata usata come un pretesto per attaccare.

Il giorno dopo i primi attacchi è stato lo stesso Netanyahu a dimostrare come l’eventuale bomba iraniana non c’entrasse con gli scopi per cui Israele ha fatto esplodere questa guerra, chiarendo cosa intende con “rimuovere la minaccia esistenziale rappresentata dall’Iran”: «Creeremo le condizioni affinché il coraggioso popolo iraniano si liberi dalle catene della tirannia», ha detto Netanyahu. «E per questo motivo, vi ripeto: cittadini iraniani, non perdete questa opportunità». Lo scopo finale, insomma, è quello di decapitare il regime, inducendo il rovesciamento dall’interno di quello che risulta da sempre il nemico numero uno di Israele nella regione. Gli attacchi effettivamente arrivano a qualche mese dall’inizio di uno dei più ampi moti di protesta scoppiati in Iran negli ultimi anni; sorte a causa della crisi economica e della svalutazione della moneta locale, le proteste si sono presto allargate in un più ampio moto anti-regime.

La ricerca di un predominio regionale

Gli attacchi israelo-statunitensi non arrivano solo in un momento di tensione interna per l’Iran, ma dopo anni di tensioni geopolitiche in cui il cosiddetto “asse di resistenzadi Teheran è finito notevolmente ridimensionato: nonostante il cessate il fuoco siglato nel novembre del 2024, Israele non ha mai fermato gli attacchi contro le infrastrutture militari di Hezbollah, che nel frattempo ha visto crescere sempre più l’opposizione delle autorità centrali del Libano; con la caduta di Assad, la Siria ha cacciato le milizie vicine all’Iran presenti nel proprio territorio e Teheran ha perso il corridoio terrestre (quello che gli analisti definiscono “corridoio sciita” o “corridoio iraniano”) che la legava al Libano; i gruppi palestinesi hanno dovuto fronteggiare due anni di genocidio e in questo momento risultano destabilizzati da una Striscia di Gaza completamente rasa al suolo e oggetto di piani di ricostruzione mentre le operazioni israeliane di pulizia etnica e annessione in Cisgiordania continuano; Ansar Allah, la milizia yemenita meglio nota con il nome di Houthi, infine, è alle prese con i rinnovati scontri con le altre fazioni interne al Paese, scoppiati dopo un conflitto con Europa e Stati Uniti per il controllo del Mar Rosso.

Va infine rimarcato che negli ultimi anni Israele e Paesi del Golfo si sono avvicinati significativamente: nel 2020, sotto la medesima amministrazione Trump, Tel Aviv ha siglato con Emirati Arabi Uniti e Bahrein gli accordi di Abramo, i primi trattati di normalizzazione tra Paesi arabi e Israele da “Camp David” con l’Egitto – nel 1979 – e “Wadi Araba” con la Giordania – nel 1994. Con l’Arabia Saudita, invece, i contatti informali sono cresciuti con gli anni, interrompendosi parzialmente con l’avvio della campagna genocidaria di Israele a Gaza. Qualche giorno prima del 7 ottobre 2023, i principali quotidiani israeliani e sauditi davano ormai quasi per certa la firma di un accordo tra i due Paesi. Indebolire la capacità di influenza dell’Iran nella regione nell’attuale situazione potrebbe riaprire quei canali e giovare alla stessa Riyad, da anni in conflitto con Teheran per il predominio dell’Asia Occidentale.

Insomma: tra l’attuale stato del cosiddetto “asse della resistenza” iraniano e la situazione regionale, il tempismo dell’attacco israelo-statunitense risulta calzante, e gli obiettivi israeliani paiono quelli di ridisegnare gli equilibri nell’Asia Occidentale, affermandosi come potenza egemone nella regione. È la realizzazione di quella che, in un discorso all’ONU del 2024, Netanyahu definiva “Benedizione”: un Medio Oriente senza Iran e alleati, in cui investire e creare corridoi economici e infrastrutturali verso l’Europa.

La posizione degli USA

Se gli obiettivi israeliani sembrano relativamente chiari, non si può dire lo stesso di quelli degli Stati Uniti. Vista la vicinanza tra Iran e Cina, si potrebbe ipotizzare che l’obiettivo finale di Trump sia proprio Pechino, ma diversi analisti sostengono che sebbene in un primo momento la Repubblica Popolare potrebbe subire il contraccolpo della crisi energetica, nel lungo periodo finirebbe per uscirne solo rafforzata. Le stesse dichiarazioni delle autorità statunitensi non arrivano in aiuto per comprendere quali siano gli obiettivi di Washington: la guerra doveva inizialmente durare qualche giorno, ma poi è arrivato l’annuncio che sarebbe andata avanti per almeno 40 giorni; se inoltre poco dopo gli attacchi del 28 febbraio, Donald Trump dichiarava che gli USA avrebbero raso al suolo tutte le capacità militari iraniane senza tuttavia citare l’opzione di sostituire i vertici del Paese, il giorno dopo, annunciando la morte di Khamenei, invitava le IRGC e le autorità iraniane a desistere dal rispondere e il popolo iraniano a scendere in piazza, suggerendo un cambio di regime. Il 2 marzo, invece, elencava gli obiettivi degli USA, escludendo nuovamente l’opzione del cambio regime, così come fatto dal segretario del Pentagono Pete Hegseth. Ancora, il 6 marzo, scriveva: «Non ci sarà alcun accordo con l’Iran tranne la resa incondizionata! Dopodiché, dopo la selezione di uno o più leader grandi e accettabili lavoreremo instancabilmente per salvare l’Iran dall’orlo della distruzione», aprendo a una risoluzione analoga a quella portata avanti dagli USA in Venezuela.

La continua oscillazione nelle dichiarazioni dei leader statunitensi non è passata inosservata: nei giorni, diversi opinionisti, commentatori, e giornalisti dei maggiori media statunitensi hanno sollevato dubbi sulla strategia adottata da Trump in questi giorni di guerra, chiedendosi se gli Stati Uniti avessero a tutti gli effetti un piano e degli scopi reali o se l’amministrazione statunitense non si fosse lasciata trascinare in un conflitto regionale da Israele. A suggerirlo, in verità, è stato lo stesso Segretario di Stato Marco Rubio, dichiarando che gli USA fossero a conoscenza del fatto che Israele avrebbe attaccato l’Iran e che per tale motivo avrebbero deciso di unirsi a loro: «Sapevamo che ci sarebbe stata un’azione israeliana, sapevamo che ciò avrebbe fatto precipitare un attacco contro le forze americane, e sapevamo che se non li avessimo colpiti preventivamente prima che lanciassero quegli attacchi, avremmo subito un numero maggiore di vittime e forse anche un numero maggiore di morti».

I pochi obiettivi statunitensi che sono stati dichiarati e non contraddetti dalla stessa amministrazione o da terzi (come nel caso del nucleare) sono tre: distruggere le capacità balistiche iraniane, annientarne la marina, e garantire che il regime non sia nelle condizioni di finanziare i propri alleati regionali. Insomma: rendere l’Iran uno Stato innocuo e fallito, analogamente a come fatto con l’Iraq; questi obiettivi sembrano effettivamente viaggiare in parallelo con l’ipotetico scenario “alla Venezuela” suggerito da Trump, ma – soprattutto – coincidere con quello israeliano di predominio regionale, confermando i dubbi sollevati dai commentatori statunitensi.

Tiziano Terzani: contro il mito del progresso

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Terzani nasce nel settembre del 1938 a Firenze, nel quartiere popolare di Monticelli. Nel 2002, ai ragazzi nelle scuole raccontava: «Sono nato accanto al pisciatoio di Monticelli!.. allora c’erano i pisciatoi lungo le  strade, e ora? Dove va la gente a pisciare? Non sa più dove andare e deve rintanarsi nei bar per chiedere, di sottecchi, le chiavi del bagno!». I ragazzi scoppiavano in grasse risate.

La sua era una famiglia povera, come disse: «Meravigliosamente semplice». Il padre faceva il meccanico di biciclette e la madre, dopo essere stata “a servizio dai signori”, badava alla casa e recitava le preghiere davanti al desco quotidiano.

In varie occasioni, sia davanti a platee gremite che nei suoi scritti, Tiziano ha ribadito che guardando indietro alla sua vita prodigiosa e ricca di riconoscimenti, aveva visto se stesso come un “evaso”.

Da giovanissimo era “evaso” dal suo ambiente familiare un po’ piccolo e angusto,  rifugiandosi nei libri e diventando uno studente eccellente. Aveva potuto così non interrompere gli studi dopo le scuole medie – come facevano tutti i ragazzi del suo ambiente – ed appena conseguita una maturità al liceo Galileo Galilei con il massimo dei voti, era evaso davvero! Era scappato a Pisa per concorrere alla borsa di studio alla Scuola Normale Superiore. 

Una volta laureato in Legge, e già dal 1962 sposato con Angela Staude, erede di una famiglia  tedesca e cosmopolita, i cui nonni avevano vissuto ad Haiti, nessuno poteva più fermarlo.

Nei cinque anni di lavoro in Olivetti, come responsabile del personale estero, aveva visitato  nel 1965 Tokyo, Hong Kong, Singapore e Delhi. Due anni dopo era partito con Angela per New York per conseguire un master in Affari internazionali e in Lingua e cultura cinese. Poi a Milano aveva conseguito il patentino di giornalista, ma solo per ripartire e trovare ad Amburgo un settimanale che gli desse finalmente la possibilità di fare quello che voleva: essere corrispondente estero dall’Asia.

Gli anni in Asia

La sua vita si svolge come sospinta dalla potenza del destino, o come direbbero gli indiani, di un karma inarrestabile. E infatti i trenta anni in Asia sono stati il suo grande approdo e anche la sua grande chance.

Alla fine del 1971 il fiorentino Terzani arriva nel Sudest asiatico come corrispondente estero del settimanale tedesco Der Spiegel e insieme alla moglie e ai due figli, vivrà nel continente asiatico ininterrottamente fino a pochi mesi prima della morte nel 2004.

In foto: Tiziano Terzani. Crediti Fondazione Giorgio Cini

Terzani ha ribadito spesso: «Trent’anni in Asia mi hanno insegnato molte cose».  Gli hanno dato orizzonti eccezionalmente grandi per capire cosa è l’uomo, cos’è la vera felicità, cos’è la sofferenza e cosa la Modernità e il Progresso. Gli hanno offerto una sorta di binocolo che proprio perché si allontana e si allarga, riesce a cogliere la realtà vera.

Vedere il mondo attraverso gli occhiali di una sola cultura, questa è la forza del Mito. E forse  proprio questo è il problema del nostro tempo e della nostra parte del mondo, che non vede che se stessa, chiusa nella propria autoreferenzialità e nell’illusione di essere la civiltà più progredita e superiore.

Vivendo in Asia, parlando le lingue, mescolandosi alla gente locale, ai colori e ai profumi dell’Oriente, Terzani vive in prima persona esperienze fondamentali della seconda metà del Novecento. Con il suo sentire sincero e vigile è testimone diretto della guerra in Vietnam e della vittoria dei vietnamiti sugli americani, della rivoluzione e dell’eccidio in Cambogia, del comunismo in Cina subito dopo la morte di Mao fino alla fine del comunismo in Russia nel 1991. Ne denuncerà le storture ma con altrettanto coraggio, saprà denunciare anche gli esiti del capitalismo in Giappone al tempo del suo massimo successo (1985-1990). Con straordinaria preveggenza, egli vide nel Giappone di quegli anni «la disgrazia che aspettava il mondo»:  quella «della civiltà moderna che disumanizza l’uomo». «A quindici anni di distanza» – scrive nel suo libro-testamento – «tutto quello che avevo deprecato in Giappone, ora me lo ritrovo qui a casa mia. Piccoli negozi che chiudono per lasciar posto ai supermercati; fabbriche che scompaiono perché cambia l’economia; gente che viene sottoposta a ritmi di lavoro spaventosi, che vive in cubicoli sempre più piccoli, sempre più sola, sempre più alienata. Oggi è così, qui in Italia».

Il vero spartiacque della storia, Terzani lo vide però nell’11 settembre 2001. Con una decisione netta, aveva abbandonato la professione di giornalista dal 1996 ad appena 58 anni («mi sono pre-pensionato») perché non sopportava più le implicite pressioni del mainstream e delle grandi testate per cui lavorava. Un anno dopo nel 1997 scoprì di essere  malato di cancro

La via del pacifismo

Eppure, davanti agli attacchi dell’11 settembre 2001, si impegnò di nuovo. Si recò fino in Pakistan e in Afganistan, per capire con i suoi occhi e il suo cuore, evitando ogni conferenza stampa. Scrisse degli articoli memorabili che poi confluirono in Lettere contro la Guerracon tutte le sue forze voleva far capire che non avremmo dovuto imboccare la via del conflitto come l’Occidente ha fatto, con una guerra che dura su vari fronti ormai da oltre venticinque anni. Si mise invece in giro tra la gente, nelle scuole, capire per comunicare che la direzione che avevamo imboccato era folle e che era il momento di perseguire un tipo diverso di evoluzione: più pacifica, più spirituale, più in sintonia con la natura.

Tiziano Terzani a Saigon, 1975. Fondazione Giorgio Cini

In queste occasioni, Terzani voleva e sapeva entrare in sintonia con le platee entusiastiche che lo stavano ad ascoltare, e rimarcava la sua toscanità, mettendosi a parlare con l’accento fiorentino – lui che aveva una dizione perfetta e senza nessun accento. Anche se viveva in India e da molti anni vestiva all’indiana con una giacca bianca, i pantaloni pigiama e la lunga barba, non voleva esser preso per un guru lontano e distante. «Io non voglio affatto indicare l’India, l’Oriente in generale, come luoghi dove si trovano le soluzioni per l’uomo occidentale» – sottolineava -.«Basta cercare la fonte poi l’acqua è uguale dappertutto. La si può trovare a Compiobbi, alle Sieci….. Anche perché quelle soluzioni cosiddette indiane – : il misticismo, il dialogare direttamente con questo dio che può essere uomo, donna, cosa, che  poi è  un Dio che è dappertutto – è un concetto che non è stato solamente orientale, né tanto meno indiano. In origine è stato anche molto occidentale. La mistica occidentale di San Giovanni della Croce, di Meister Eckhart è grandiosa, è grande come quella indiana. La differenza è che la Chiesa l’ha distrutta perché la Chiesa era molto interessata che non ci fosse nessuno che parlasse direttamente con lui, perché sennò il sacerdote che cosa ci sta a fare? La chiesa ha distrutto in Occidente il misticismo. L’ha combattuto tanto è vero che Meister Eckhart fu scomunicato» (Controradio).

Il rapporto con la malattia

Come Malato ci ha poi raccontato come aveva esplorato i diversi modi in cui l’uomo ha concepito il rapporto con la malattia e dunque anche la morte. Aveva studiato e ammirato le varie forme di medicina e di cura elaborate da altre civiltà. Vedendo a Dharamsala i fedeli buddisti che tenevano tra le mani, in atteggiamento di venerazione, le medicine – a forma di palla scura – consegnategli dai medici tibetani al seguito del Dalai Lama, si rammaricava di aver definitivamente perso quella fiducia-fede che fa sì che una cura sia efficace.

Gli affetti erano per lui davvero importanti, erano il luogo dell’anima. Quando rientrava in Italia, il suo luogo di elezione e suo rifugio era l’Orsigna. Una manciata di case in una valle dimenticata nelle montagne pistoiesi – dove era stato fin da ragazzo e dove aveva costruito una semplice casa per la famiglia e poi una gompa di legno in stile tibetano. Era quello il posto dove ogni estate tutta la famiglia si ritrovava. Non la casa sulle colline di Firenze, ma quella casa campagnola chiamata Il Contadino, sulle montagne, lontano dalla città. Ed è lì che Tiziano tornerà per vivere gli ultimi mesi, per attendere in grande pace il momento del trapasso. Nel 2002, di fronte al cancro che si era rimesso in moto aggressivamente, aveva deciso di non sottoporsi più alla chemio e alla radioterapia. La morte non gli sembrava più qualcosa da combattere con armi tecnologiche sempre più efficaci. La morte non gli sembrava affatto una sconfitta. Il suo lungo viaggio di esplorazione del mondo – una sorta di profonda esperienza iniziatica tra oriente ed occidente – gli aveva fatto capire che accettare la morte è dare senso alla vita e che l’armonia e la bellezza stanno nell’accettare e accogliere i contrari.

Tre mesi prima di lasciare il corpo, aveva parlato proprio di questo ai microfoni di una emittente radiofonica: «Nel libro Un altro giro di giostra – diceva – mi metto alla ricerca non di una medicina per il cancro che non esiste, ma per una medicina della malattia che è di tutti: la mortalità.

Vorrei far notare, perché questo parallelismo mi interessa moltissimo – per tornare sul problema della materia – che così come il cancro è la malattia del corpo, della materia, così il terrorismo è la malattia della società.

Foto tratta da uno dei tantissimi viaggi in Asia di Terzani

Interessante è come noi occidentali reagiamo ai due problemi. Non ci chiediamo le cause del cancro, non ci chiediamo le cause del terrorismo. Ma cerchiamo per tutti e due i fenomeni di male, di malattia, una cura, una medicina. Perché? Perché in verità ciò che determina le nostre scelte è l’industria. Così come col cancro la cosa importante è trovare una medicina per venderla a tutti i poveri malati, e costa sempre di più perché è sempre più complicata, così come per il terrorismo finiamo per non occuparci delle cause, ma per vendere la medicina contro il terrorismo: più armi, più bombe, più aerei, più sicurezza, più sistemi che ci controllano la vita. Questo è un parallelo interessante. Se davvero ci mettessimo a studiare le ragioni del cancro scopriremmo che è una malattia epidemica. Certo anche i romani avevano il cancro, ma non con l’incidenza di oggi. Ma se ci mettessimo a studiare davvero le ragioni del cancro, scopriremmo che ha a che vedere con l’assurdo modo in cui viviamo, con i troiai che mangiamo prodotti con l’industria degli alimenti, con il modo in cui relazioniamo con il nostro prossimo, con cui abbiamo rapporti con i bambini, senza avere più rapporto con la natura. Qui sono le vere ragioni del cancro.

Ma se veramente arrivassimo a queste ragioni? Tutto finisce perché tutta l’industria, tutta la nostra società fondata su quella materia che deve aumentare, riprodursi, fare profitti verrebbe messa in discussione. Stessa cosa con il terrorismo. Se davvero ci mettessimo a studiare le ragioni profonde del terrorismo, scopriremmo che hanno a che fare con la nostra cultura. Che è una cultura di aggressività, secolare, specialmente nei confronti del mondo che ci circonda. Anche il mondo mussulmano. Per cui non potremmo che dover analizzare di nuovo il modo in cui viviamo e il modo in cui riavviciniamo agli altri. Tutto questo lo vogliamo ignorare e andiamo invece alla ricerca di una cura che così possiamo produrre e vendere» (aprile 2004 a Controradio).

Contro il dominio della tecno-scienza

Le sue parole sono davvero lontane da quelle del mainstream di allora, ma ancora di più da quello di oggi. Perché non c’è dubbio che in 22 anni la narrazione dei media si è oltremodo ristretta in una ottusa ed acritica esaltazione della superiorità dell’Occidente. Terzani, invece, già dal 2001 aveva l’urgenza di comunicare che abbiamo sbagliato strada e dobbiamo fermarci, ripensare e lasciare da parte il dominio dell’economia e della tecno-scienza. Gli stavano a cuore i giovani e chiariva loro la sua posizione controcorrente: «Io volevo scappare da Firenze, questa città piccola, un po’ chiusa, che ha la pretesa di aver già scoperto tutto con l’Umanesimo e il Rinascimento e crede che non ci sia più nulla» (Discorso al Michelangelo).

Piuttosto che la patria della modernità e del progresso, Firenze per lui era una città che si è ripiegata su se stessa e in varie occasioni ribadisce la sua insofferenza verso la sua città natale, fino a formulare nei suoi riguardi alcune critiche basilari.

Mentre viveva in India, gli era spesso capitato di interrogarsi su questi grandi temi del presunto progresso e si domandava: «Che ci sia davvero una grande saggezza nel pensiero orientale secondo cui ciò che è fuori è immutabile e che la sola speranza è cambiare dentro di noi?» Nel Diario privato appuntava con ancora maggior chiarezza: «Che l’infelicità occidentale venga dal fatto che noi abbiamo sempre voluto cambiare il mondo? Forse la profonda infelicità occidentale viene dalla nostra indecente, sacrilega presunzione di poter capire e persino cambiare il mondo» (Diari).

Crediti foto: Fondazione Giorgio Cini

La data del 1945 rimbombava spesso nella sua coscienza. «Sì, con il nostro ‘progresso’ abbiamo saputo scoprire l’energia nucleare, ma abbiamo anche sganciato due bombe atomiche su inermi civili giapponesi a Hiroshima e Nagasaki. Erano due bombe americane che hanno provocato circa 300.000 morti, tutti civili!!».

Non poteva esimersi dal riflettere ancora: «Ma nel 1945 le bombe atomiche non le abbiamo vissute, mentre l’11 settembre tutto il mondo – dai lapponi ai bantu, agli eschimesi – tutta l’umanità attraverso la televisione, ha visto questo orrore che è il risultato dell’Uomo, quello che l’uomo è capace di fare» (Discorso a Sesto Fiorentino, 2002). 

Ciò che Terzani avvertiva con immenso dolore era la spirale della violenza, la catena infinita di cause e di effetti, di violenza che provoca sempre altra violenza. Con tutto il bagaglio di esperienza che si era fatto in una vita, non poteva esimersi dall’indicare: «Quelle bombe sono nostre, sono il prodotto del nostro cercare di possedere la natura, forse quelle bombe ideologicamente nascono nella mia bella Firenze del Rinascimento, quando l’uomo vuol conquistare la natura» (Ibidem).

Qualche anno dopo, Terzani ritornò a parlare in pubblico di Firenze esattamente in questi termini: «Lasciate che vi parli di questa città» – precisò – «Oggi è diventata una città di bottegai senza anima, senza ideali, senza valori se non quello dell’ingordigia. A distanza di secoli, potrebbe perfino essere vista come l’origine del tracollo dell’uomo, perché con quella sua idea di dominare la natura, l’uomo ha perso il contatto con quell’Intelligenza che potete chiamare Dio» (Diari).

Sono parole tanto inusitate quanto rilevanti; andrebbero studiate, meditate, dibattute. Nella seconda delle Lettere contro la Guerra ribadisce la stessa posizione controcorrente: «Anche a me ogni volta che ci passo, questa città mi fa male e mi intristisce. Tutto è cambiato, tutto è involgarito. Ma la colpa non è dell’Islam o degli immigrati che ci si sono installati. Non sono loro che hanno fatto di Firenze una città bottegaia, prostituita al turismo! È successo dappertutto. Firenze era bella quando era più piccola e più povera. Ora è un obbrobrio, ma non perché i musulmani si attendano in Piazza del Duomo, perché i filippini si riuniscono il giovedì in Piazza Santa Maria Novella e gli albanesi ogni giorno attorno alla stazione. È così perché anche Firenze s’è “globalizzata”, perché non ha resistito all’assalto di quella forza che, fino ad ieri, pareva irresistibile: la forza del mercato».

L’economia subordinata all’etica

Terzani ha una posizione totalmente critica sul ruolo occupato dall’economia nella modernità. Ripeteva che dobbiamo rimettere la moralità nella nostra vita. La sua posizione non deriva però da una nostalgia per la morale dei tempi andati. Tutt’altro: la sua critica è conoscitiva. «Il male del nostro tempo è che abbiamo messo la materia al centro di tutto e non vediamo altro che la materia». È per questo motivo che la ‘scienza economica’ e il capitalismo hanno assunto un ruolo così abnorme. Piuttosto che pensare in termini di scienza meccanicistica e quindi in termini di quantità e di settori separati l’uno dall’altro, dovremmo iniziare a pensare come la scienza post-Einstein ci ha insegnato: la materia in sé non esiste e tutto è energia. Tutto è uno, e il tratto essenziale è l’impermanenza e l’interrelazione. Allora le cose cambiano radicalmente e le relazioni armoniche diventano l’aspetto primario della realtà. L’etica è la cosa essenziale. L’economia deve essere subordinata al ben agire e non viceversa. L’economia deve pensare alla vita degli uomini e delle comunità e non al profitto.

Di fronte allo spartiacque dell’11 settembre, la via che è stata scelta dal giornalismo e dai media è stata invece sempre quella di esaltare la “superiore civiltà occidentale”, incitando alla vendetta, ma in realtà questa posizione è cieca e sorda rispetto agli enormi problemi oggi manifesti: l’imperare delle guerre e della violenza, il collasso climatico, la sofferenza dilagante dei giovani.

Terzani 20 anni fa aveva colto invece perfettamente la deriva che oggi è diventata palese. «Noi umani siamo in mezzo a una fase di grande decivilizzazione… In nome della civiltà, il mondo occidentale sta distruggendo la pace raggiunta attraverso un incivilimento che era stato lungamente meditato e per il quale si era combattuto. Nel giro di un anno si è visto questo smantellamento, questo disfacimento delle Nazioni Unite con la crisi irachena, dell’Europa, della sua costituzione, del piano di pace per il Medio Oriente, del Trattato di non proliferazione nucleare, nonché la rinuncia a trattati che già erano stati firmati, come quello di Kyoto sulla protezione dell’ambiente. […] L’ingordigia e la violenza dominano sempre di più le nostre vite. Siatene coscienti. Le comodità sono diventate il solo valore sul quale ci orientiamo e l’educazione moderna mette in risalto il valore della violenza e dell’attaccamento alle cose più inutili […]. Non insegnate ai vostri figli ad adattarsi alla società, ad arrangiarsi con quel che c’è, dategli dei valori interiori con i quali possano cambiare la società e resistere al diabolico progetto della globalizzazione di tutti i cervelli. Perché la globalizzazione non è solo un fenomeno economico, ma anche biologico, in quanto ci impone desideri globali e comportamenti globali che finiranno per indurre modifiche globali al nostro modo di pensare. Il mondo oggi ha bisogno di ribelli, di ribelli spirituali» (Diari).

Mentre si preparava a raggiungere il Pakistan nell’ottobre 2001, scrive alla figlia parole che denotano un’enorme sofferenza: «Ho una gran voglia di rimettermi in cammino per vedere con i miei occhi la follia del ‘nostro’ mondo, che con una mano getta bombe e con l’altra offre fette di pane ai bambini afgani che correndo per prendere quella manna, saltano sulle mine nascoste nella terra» (Diari). Ed oggi in Palestina, non c’è nemmeno più la retorica delle fette di pane.

Ed in una lettera alla moglie scrive: «Gli afgani continueranno a morire in silenzio sotto le ‘nostre’ bombe di civiltà. Come scriverne senza apparire Savonarola?»

Nei diari privati di Tiziano che sono stati pubblicati a dieci anni dalla scomparsa, ritorna spesso la figura del frate domenicano che – in mezzo al fervore del Rinascimento – ammoniva i fiorentini sulla perdita dell’etica.

Già nel 1996, Tiziano annotava: «Sono un pesce fuor d’acqua, sempre con le idee più folli sul mondo. Lei è come Savonarola o Pannella – dice uno a tavola».

E ancor prima: «Mi sogno a Firenze a guidare una campagna sulla moralità, mi vedo portare via i giovani dal consumismo, farli pensare, ridare loro la gioia delle piccole cose. Mi vedo su un camioncino, vestito normale, per non essere preso per un matto, e per dire le banali verità ed esser poi bruciato come Savonarola sulla piazza della Signoria» (Diari).

Terzani è a Quetta, in Pakistan, per vedere con i suoi occhi – piuttosto che attraverso i comunicati stampa – quello che accadeva mentre le potenze occidentali e i loro B52 erano schierate per rovesciare il governo in Afganistan, e vorrebbe scrivere «liberamente cose che gli sembrano ovvie, senza dover aver paura di essere messo al rogo in Piazza Signoria».

A Firenze, in Piazza Signoria, Girolamo Savonarola fu bruciato nel 1498. Il noto predicatore ferrarese era stato richiamato a Firenze nel 1490, invitato da Lorenzo de Medici e da Pico della Mirandola, ma aveva cominciato ben presto a denunciare la tremenda caduta etica della città.

Le sue appassionate prediche dividevano la città tra ferventi seguaci e i potenti calunniatori. «Noi non diciamo se non cose vere, ma sono i vostri peccati che profetano contra di voi […] noi conduciamo li uomini alla semplicità e le donne ad onesto vivere, voi li conducete a lussuria e a pompa e a superbia». Il suo rigore morale gli creò molte ostilità fino a che, nel maggio 1497, ricevette la scomunica da papa Alessandro VI Borgia. Poco dopo, il governo fiorentino – tornato in mano al partito dei Medici – decise di incarcerarlo e quindi il domenicano fu giudicato eretico e bruciato in piazza nel maggio del 1498.

Tre mesi prima, Savonarola aveva organizzato a Firenze il famoso falò delle vanità in cui vennero bruciati oggetti che sviluppavano la superficialità come vestiti lussuosi, specchi, cosmetici, perché esprimevano la decadenza della fibra morale che da Firenze si stava diffondendo nel mondo.

A distanza di secoli, e dopo tutte le promesse disattese da parte del presunto progresso, varrebbe la pena di fermarci a riflettere. È giunto il momento di ascoltare con attenzione le parole di Savonarola, insieme a quelle di Tiziano Terzani.

Canada: spari contro un consolato USA

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La polizia di Toronto, capitale della provincia canadese dell’Ontario, ha annunciato che oggi, 10 marzo, sono stati segnalati colpi di arma da fuoco contro il consolato statunitense nella città. Non sono stati segnalati feriti e la polizia non ha ancora raccolto informazioni su potenziali autori dell’attacco. Le indagini sono ancora in corso.

Un’auto elettrica nel Sahel: la scommessa industriale del Burkina Faso

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itaoua_sahel auto elettrica Burkina Faso

Una linea di auto elettriche prodotte localmente per rappresentare il riscatto industriale e tecnologico: accade in Burkina Faso, nel cuore del Sahel, mentre il Paese affronta una guerra contro i gruppi jihadisti e una fase politica guidata dalla giunta militare guidata da Ibrahim Traoré.

ITAOUA ed è stato presentato nel gennaio 2025 come il primo marchio nazionale di mobilità elettrica, in un’operazione che ha immediatamente assunto un valore che va oltre il settore automobilistico. Per le istituzioni burkinabé, infatti, non si tratta solo di vendere veicoli, ma di mostrare che anche un Paese povero, fragile e sotto pressione militare può rivendicare un proprio posto nella corsa all’innovazione. Il nome ITAOUA, ispirato alla lingua mooré per richiamare simbolicamente l’idea di futuro e progresso, è anche a una località nei pressi di Ouagadougou, dove è stato inaugurato il primo showroom alla presenza del ministro del Commercio Serge Poda, con la presentazione di due modelli, Native e Sahel, 100% elettrici e con autonomia compresa fra 200 e 330 chilometri. La stampa locale riportava la posizione del manager Alpha Kafando, che sostiene che questi mezzi si inseriscano in una strategia di mobilità sostenibile e riduzione delle emissioni, mentre Poda invitava i burkinabé ad adottare il marchio come contributo allo sviluppo socio-economico del Paese.

Il progetto prevede anche un progressivo ampliamento della gamma con veicoli destinati a segmenti diversi del mercato. Tra questi figura Tenakuru, un modello più equipaggiato, pensato per un utilizzo più versatile e dotato di sistemi come telecamere 3D, tetto panoramico e diverse modalità di guida. A questo si affiancherà Land Elder, un pickup destinato soprattutto a impieghi professionali e commerciali, dal trasporto merci alle attività nei contesti rurali. Nel loro insieme, questi modelli delineano la prima gamma prevista del marchio burkinabé, con l’obiettivo di coprire sia la mobilità urbana sia esigenze di lavoro e logistica in un Paese dove i veicoli multifunzionali sono particolarmente richiesti.

«Scegliendo ITAOUA non scegli solo un mezzo di trasporto, scegli una visione», ha dichiarato il ministro Poda, legando apertamente il marchio a un immaginario di futuro nazionale. È una formula che si inserisce perfettamente nella linea politica promossa dalla giunta guidata da Ibrahim Traoré, centrata sull’idea di emancipazione economica, valorizzazione della produzione locale e riduzione della dipendenza esterna. «Acquistare prodotti locali non è solo un atto patriottico; è una strategia fondamentale per stimolare la nostra industria, creare posti di lavoro dignitosi e garantire la resilienza di fronte alle sfide globali», recitava infatti un comunicato presidenziale anticipando il lancio.

Diverse fonti vicine all’iniziativa – in particolare media cinesi e portali specializzati nel mercato automobilistico africano – suggeriscono che i primi modelli presentati deriverebbero da auto elettriche prodotte in Cina, successivamente adattate e assemblate localmente. Non si tratta dunque di vetture progettata interamente da zero in Burkina Faso, ma di un’operazione industriale più comune nei mercati emergenti: l’avvio di una filiera locale attraverso assemblaggio e adattamento tecnologico di modelli esistenti. La conferma è arrivata direttamente dal direttore Abdoulatif Rouamba, che durante un’inaugurazione aveva spiegato che: «Grazie all’assemblaggio effettuato direttamente in Burkina Faso, potremo ridurre ulteriormente il costo dei veicoli, facilitando così l’accesso ai veicoli elettrici da parte della popolazione».

Una fase che molti Paesi hanno attraversato prima di sviluppare una propria capacità progettuale autonoma e che, nelle intenzioni dei promotori, potrebbe rappresentare il primo passo verso una vera industria automobilistica nazionale. Diversi analisti hanno fatto notare che operazioni simili sono state lanciate in Nigeria con il marchio Innoson Vehicle Manufacturing e in Ghana con Kantanka.

Il lancio di ITAOUA, però, avviene in un contesto nazionale particolarmente complesso. Il Burkina Faso attraversa da anni una profonda crisi di sicurezza legata alla presenza di gruppi jihadisti affiliati ad Al-Qaida e allo Stato Islamico, che controllano o influenzano ampie porzioni del territorio, soprattutto nel nord e nell’est del Paese. Dal 2022 il potere è nelle mani del capitano Ibrahim Traoré, arrivato alla guida dello Stato con un colpo di Stato militare. Il suo governo ha adottato una linea fortemente sovranista e panafricanista, puntando su una retorica di emancipazione economica, valorizzazione delle risorse nazionali e riduzione della dipendenza dai partner occidentali. Negli ultimi anni il Burkina Faso ha rafforzato la cooperazione con altri Paesi saheliani guidati da giunte militari, come Mali e Niger, creando nel 2023 l’Alleanza degli Stati del Sahel, mentre sul piano economico Traoré insiste sulla necessità di sviluppare produzioni locali, industrializzazione e autosufficienza energetica. In questo quadro, iniziative come ITAOUA vengono presentate dal governo non solo come progetti industriali, ma come simboli di una strategia più ampia di rilancio nazionale e autonomia tecnologica

La svolta della Cina: la crescita del PIL sparisce dagli obiettivi economici

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Per la prima volta in più di trent’anni, la Cina ha deciso di abbassare le aspettative di crescita del PIL. L’annuncio è stato fatto dal premier Li Qiang nel corso del consueto appuntamento annuale delle Due Sessioni, le riunioni tra Assemblea Nazionale del popolo e Conferenza consultiva del popolo, nel quale si decidono gli obiettivi economici, politici e militari dell’anno corrente. Dopo anni in cui gli obiettivi si sono aggirati dal 5% in sui, il premier ha infatti annunciato che quello fissato dal governo per il 2026 si attesterà su un intervallo tra il 4,5 e il 5%. Con questa misura, che ha fatto particolarmente scalpore nella stampa occidentale in quanto sancirebbe il rallentamento economico che da anni attanaglia il Paese, il governo intende mandare un messaggio chiaro: in questa fase storica appare necessario abbandonare la ricerca affannosa del PIL, accettare la situazione e i limiti del contesto socioeconomico cinese e iniziare una transizione verso una crescita economica basata sulla sostenibilità e sulla qualità, invece che sulla quantità e sui numeri.

Questa visione economica si sposa perfettamente con gli obiettivi messi a punto dal Comitato Centrale del Partito Comunista cinese nel XV piano quinquennale (che verrà approvato ufficialmente entro la prossima settimana), attraverso il quale il Paese darà vita ad un processo di trasformazione industriale basato, tra le altre cose, sull’innovazione tecnologica. Questi elementi, che caratterizzeranno la Cina del decennio a venire, sono stati affrontati nelle riunioni degli scorsi giorni; davanti all’incertezza economica globale, il Paese punterà sull’autosufficienza tecnologica per prevenire limitazioni commerciali imposte da rivali internazionali come gli Stati Uniti. In quest’ottica, il settore dell’intelligenza artificiale, dei semiconduttori, della biomedicina e dell’industria aerospaziale diventano punti cardine dello sviluppo industriale e degli investimenti del governo.

Alla base della corsa verso l’autosufficienza risiede la necessità di mettere mano sullo squilibrio tra offerta e domanda interna: tra gli obiettivi principali annunciati durante le Due Sessioni e nel XV piano quinquennale l’espansione dei consumi interni resta uno dei propositi più complessi da portare a termine, complice, tra gli altri, la crisi del settore immobiliare e un tasso di disoccupazione giovanile pari al 17%. L’aumento nei consumi potrebbe rivelarsi una mossa efficace in virtù dei dati demografici, seppur in calo, della popolazione cinese. Tale crescita permetterebbe così di porre fine definitivamente al paradigma della “fabbrica del mondo”, che per lungo tempo si è basato principalmente sulle esportazioni e le fluttuazioni del mercato internazionale.

Spazio anche alla definizione degli obiettivi militari: in leggero calo la previsione della spesa per la difesa nazionale che passa dal 7,2% al 7%. L’innovazione tecnologica entra anche nel settore militare, con lo stesso premier Li che ha riconosciuto i progressi nell’addestramento militare e nel combattimento. Nonostante il momento storico di profonda incertezza, nel quale la Cina sembra restare a guardare gli sconvolgimenti che la circondano, la posizione assunta in ambito militare sembra essere particolarmente conservativa, dove non si registrano preoccupazioni riflesse negli obiettivi annuali. Attraverso le parole di Li Qiang si può osservare una inconsueta aggressività nella formula utilizzata per rivolgersi a Taiwan, per la quale Pechino ha promesso di «reprimere» eventuali azioni separatiste. Il premier, inoltre, ha riaffermato l’interesse da parte della Repubblica Popolare di insistere sulla politica dell’Una sola Cina e del Consenso del ‘92, che riscontra peraltro l’accordo del Kuomintang, partito attualmente all’opposizione del governo taiwanese e vicino alle posizioni di Pechino.

Con la chiusura dell’evento e l’attesa per l’ufficializzazione del nuovo piano quinquennale, si aprono settimane di grande fermento per la visita prevista per fine marzo di Donald Trump nella Repubblica Popolare. Davanti al fuoco della guerra e all’imprevidibilità statunitense, la Cina sceglie ancora una volta di muoversi lentamente mentre pianifica i cambi essenziali dei prossimi anni.

Mali, attacchi di gruppi islamisti: 12 morti

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Militanti di Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), milizia islamista affiliata ad Al Qaeda, hanno ucciso 10 camionisti e due apprendisti nella regione di Kayes, nel Mali occidentale. La notizia è stata data dall’ONG Human Rights Watch, in un rapporto riguardante gli attacchi dello scorso gennaio. Secondo testimoni locali, i miliziani di JNIM avrebbero preso di mira un convoglio di 40 camion, che trasportava carburante verso la regione di Kayes. Il convoglio era partito dalla capitale del Senegal, Dakar, il 27 gennaio per attraversare il confine con il Mali il giorno successivo. Da settimane JNIM sta portando avanti una offensiva contro gli Stati del Sahel, prendendo di mira la catena di approvvigionamento di carburante.

La magistratura tedesca processa gli ambientalisti per “organizzazione criminale”

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Processare gli ambientalisti per “organizzazione criminale” non è più una novità in Germania, che da un paio d’anni a questa parte ha visto abbattersi su Letzte Generation una forte repressione giudiziaria. Il movimento ambientalista e non violento si è sciolto nel 2025 proprio a seguito delle incriminazioni dei suoi attivisti nonché della violenza poliziesca; ora la Procura di Monaco alza il tiro e indaga su Melanie Guttmann e Lea Bonasera, co-fondatrici dell’organizzazione. A essere contestato è ancora una volta l’articolo 129 del Codice Penale, ideato per combattere la criminalità organizzata e oggi usato contro attivisti pacifici, come sottolineano giuristi e associazioni per i diritti umani.

Secondo la Procura di Monaco, Melanie Guttmann e Lea Bonasera avrebbero guidato un’organizzazione con scopi criminali. L’accusa è stata depositata al Tribunale Regionale, che dovrà decidere se dare luogo al processo oppure no. Le co-fondatrici di Letzte Generation rischierebbero fino a cinque anni di carcere. Entrambe respingono il teorema accusatorio: «Abbiamo protestato pacificamente per la protezione del clima e questo non dovrebbe essere criminalizzato», dice Bonasera al Taz. La strategia messa in campo da Letzte Generation si ispirava ai principi della non violenza, prediligendo l’azione diretta del blocco stradale«Le soglie per applicare l’articolo 129 sono molto alte — commenta Green Legal Impact — e trasformare manifestanti pacifici in una minaccia per la sicurezza pubblica crea un precedente pericoloso. La Procura tenta persino di attribuire alla Letzte Generation la violenza di alcuni automobilisti per costruire questa presunta minaccia. Questo rovesciamento tra vittime e responsabili è assurdo».

Se l’impianto accusatorio dovesse essere accettato dai giudici si creerebbe un nuovo precedente repressivo in Germania, mettendo sullo stesso piano criminalità organizzata e protesta politica, tutelata costituzionalmente. Bonasera parla di attacco alla democrazia e di intimidazione nei confronti dei manifestanti, che negli ultimi anni sono ritornati a occupare un ruolo rilevante nella scena pubblica. L’ambiente resta un argomento cardine, come dimostrano le preferenze raccolte dai Verdi alle varie tornate elettorali, ma non isolato: si pensi alle recenti mobilitazioni contro il genocidio del popolo palestinese o agli scioperi per gli aumenti salariali. I manifestanti si sono ritrovati di fronte violenza poliziesca e repressione, al punto da far arretrare il terreno democratico. Lo ha messo nero su bianco l’organizzazione internazionale CIVICUS, da anni impegnata nel monitoraggio dello stato di salute della democrazia nel mondo. Per il 2024, CIVICUS ha declassato lo spazio civico tedesco, da “ristretto” a “ostruito” (fino al 2022 la Germania vantava piene opportunità civili). «Questa valutazione significa che lo spazio civico è fortemente limitato, con le autorità che impongono vincoli legali e sostanziali al pieno godimento dei diritti fondamentali. La Germania si unisce ad altri 39 Paesi con la stessa valutazione, tra cui Ungheria, Brasile e Sudafrica».

Giorgia Meloni: “Non condanno né condivido l’attacco all’Iran, non ho elementi”

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Dopo essersi detta «preoccupata da un conflitto che, in particolare con la reazione scomposta dell’Iran, comporta il rischio di un’escalation», Giorgia Meloni è tornata a parlare della guerra in Asia Occidentale. Durante un’intervista a Fuori dal Coro, il programma condotto da Mario Giordano, alla presidente del Consiglio è stato chiesto se condivida o condanni l’intervento militare di Israele e Stati Uniti in Iran. «Risponderei nessuno dei due — ha detto Meloni — perché io non ho oggettivamente gli elementi necessari, come non ce li ha quasi nessuno in Europa, anzi nessuno, per prendere una posizione che sia da questo punto di vista categoria». Eppure gli elementi sono chiari e fanno capo al diritto internazionale, il quale vieta aggressioni alla sovranità di un altro Stato senza il consenso del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Una materia che evidentemente la leader di Fratelli d’Italia conosce bene, avendo dichiarato nella stessa intervista che «dobbiamo fare i conti con un quadro nel quale sono oggettivamente saltate le regole del diritto internazionale».

Cambiano gli studi radiotelevisivi ma non la sostanza. Fresca degli elogi ricevuti da Donald Trump, Meloni non prende posizione sull’aggressione israelo-americana all’Iran, nonostante le centinaia di vittime provocate e le ripercussioni economiche già giunte in Italia, a suon di aumenti generalizzati su bollette, gas e benzina. Dopo aver sostanzialmente scaricato la colpa del conflitto su Teheran, prima ai microfoni di RTL e poi a quelli di Canale 5, Meloni ha deciso di non condannare né condividere l’intervento militare voluto da Israele e appoggiato dagli USA. Durante un’intervista a Fuori dal coro, la presidente del Consiglio dice di non avere gli elementi necessari per prendere posizione, aggiungendo che soltanto il premier spagnolo Pedro Sánchez lo ha fatto. Quest’ultimo non ha usato mezzi termini nel condannare l’attacco unilaterale, configuratosi come una violazione del diritto internazionale. A venir meno sono sia i presupposti della legittima difesa sia il consenso del Consiglio di Sicurezza dell’ONU — gli unici due casi che legittimano l’uso della forza tra gli Stati.

In un passaggio successivo della sua intervista, Meloni cita parzialmente Rafael Grossi, capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), sulle scorte iraniane di uranio arricchito e dichiara: «l’Iran sarebbe arrivato a un livello di arricchimento dell’uranio molto più alto di quello che serve per usi civili. Oggettivamente nessuno può permettersi che il regime degli Ayatollah si doti di armi nucleari, atteso che ha anche missili a lungo raggio». Nessuna parola sulle contestuali precisazioni dell’AIEA, secondo cui «non vi sono prove che l’Iran stia costruendo una bomba nucleare».

Dopo oltre due anni passati a coprire le violazioni del diritto internazionale compiute dagli alleati — si pensi ai voli effettuati da Netanyahu sui cieli italiani nonostante il mandato di cattura della Corte Penale Internazionale — ci si accorge che il banco è saltato e a regnare nelle relazioni statali è il caos. La mancata condanna all’aggressione israelo-americana così come le dichiarazioni successive suggeriscono una posizione di rassegnazione di fronte alla legge del più forte: «Dobbiamo fare i conti con un quadro nel quale sono oggettivamente saltate le regole del diritto internazionale», dice Meloni.

Ursula von der Leyen e Kaja Kallas, rispettivamente presidente della Commissione europea e Alta Rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri, alzano il tiro e suggeriscono un adattamento all’ordine mondiale coercitivo. «L’Europa non può più essere custode del vecchio ordine mondiale, di un mondo che non c’è più e che non tornerà», ha detto Ursula von der Leyen alla conferenza annuale degli Ambasciatori Ue a Bruxelles. Anche in quest’occasione, seguendo l’esempio dell’alleata ritrovata Giorgia Meloni, i vertici comunitari non hanno condannato l’aggressione israelo-americano all’Iran. Cade dunque la maschera del rispetto (a intermittenza) del diritto internazionale che ha segnato l’Unione europea nella sua storia recente, tra gestioni opache di dati e informazioni, libertà dei migranti violatecomplicità nel genocidio del popolo palestinese.