La sconfitta al referendum produce i primi effetti nella maggioranza. Nonostante tutte le premesse e le mani avanti, un segnale andava dato ai cittadini: la scelta è ricaduta su Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto, e Andrea Delmastro, il sottosegretario travolto di recente da uno scandalo giudiziario. Bartolozzi e Dalmastro, spinti da Fratelli d’Italia, hanno rassegnato le dimissioni, ben accolte dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Quest’ultima ha poi auspicato la stessa «sensibilità istituzionale» per la Ministra del Turismo Daniela Santanché, rinviata a giudizio per truffa aggravata, che da Milano leva gli scudi e prova a resistere, sfruttando l’amicizia col presidente del Senato Ignazio La Russa. Le opposizioni presentano nel frattempo una mozione di sfiducia, su cui Fratelli d’Italia potrebbe astenersi nel tentativo estremo di cacciare la propria ministra, restituendo uno scenario surreale alla politica italiana. Nel frattempo il guardasigilli Carlo Nordio, promotore della fallita riforma della magistratura, resta in bilico.
Doveva essere un referendum “tecnico”, almeno negli auspici della maggioranza, che sperava di evitare qualsivoglia ripercussione politica. Poi la sconfitta con 2 milioni di voti di scarto, i primi malumori e le intenzioni di voto che rivelano come una preferenza su dieci per il sì sia arrivata dal centrodestra. Le dichiarazioni pacate, da vecchia scuola democristiana, rilasciate subito dopo l’esito referendario hanno presto ceduto il passo alle tensioni, che ora potrebbero trasformarsi in un vero e proprio terremoto politico per la maggioranza. Il primo capro espiatorio è stato Andrea Delmastro, il sottosegretario alla Giustizia finito al centro di diverse critiche durante il mandato: prima la diffusione di alcune conversazioni di Alfredo Cospito coperte dal segreto d’ufficio, costata 8 mesi al militante di Fratelli d’Italia, poi la società aperta con la giovane figlia di Mario Caroccia, condannato in via definitiva come prestanome della camorra.
Le dimissioni di Delmastro sono state subito seguite da quelle di Giusi Bartolozzi, la forzista capo di gabinetto. È diventata famosa per aver definito i magistrati dei plotoni d’esecuzione durante le ultime battute della campagna referendaria, arricchita da una dichiarazione rivelatasi poi dai toni semiprofetici: «se vince il no vado via dall’Italia». A febbraio Bartolozzi era stata raggiunta da un avviso di conclusione delle indagini, con la Procura di Roma che le contesta il rilascio di dichiarazioni false nel caso Almasri, il generale libico perseguitato dalla Corte Penale Internazionale che l’Italia ha deciso di rimettere a piede libero, fino a casa sua con un volo di stato.
A giocare un ruolo cruciale nel caso Almasri è stato il Ministro della Giustizia Carlo Nordio. Per difendere la scarcerazione del torturatore libico ha stravolto le carte della Corte Penale Internazionale (CPI), che ne chiedeva l’arresto. Essendo Nordio anche il promotore della riforma della magistratura, bocciata due giorni fa dal popolo, si comprende la precarietà che al momento avvolge Palazzo Piacentini, soprattutto intorno alla figura del guardasigilli.
Se Nordio resta in bilico, la collega di partito Daniela Santanché sembra avere un destino politico già scritto. L’anno scorso, di fronte agli scandali giudiziari, la Ministra del Turismo si era detta pronta alle dimissioni solo in caso di una richiesta proveniente direttamente da Giorgia Meloni. Ora che questa è arrivata, l’ex proprietaria del Twiga prende tempo, aggrappandosi all’amicizia con La Russa. All’orizzonte si staglia il voto di sfiducia depositato dalle opposizioni in Parlamento, che a questo punto potrebbe passare con l’astensione di Fratelli d’Italia. Tutto per provare a limitare i danni del referendum e tirare avanti, almeno fino all’approvazione della legge elettorale che a fine mese inizierà il suo iter in commissione.











