domenica 15 Marzo 2026
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Fugazi, Steve Albini e il capolavoro nato da uno sbaglio

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Nell’autunno del 1992 i Fugazi stavano tornando a Washington dopo essere stati alcuni giorni a Chicago a registrare il loro terzo album. C’era una certa eccitazione. La band era entrata in studio per incidere solo pochi pezzi, ma le sessioni erano andate talmente bene che avevano finito col mettere insieme un intero disco. Poco dopo essere arrivati a casa, tuttavia, ricevettero un messaggio da Steve Albini, il produttore del disco che li aveva ospitati nella sua casa a Chicago. Il testo diceva semplicemente: «Forse ci siamo sbagliati». Era esattamente quello che, a mente fredda, avevano pensato anche i Fugazi. Durante il viaggio di ritorno avevano riascoltato più volte il nastro. I brani funzionavano, ma qualcosa non tornava. 

I Fugazi si erano formati nel 1987 e avevano già pubblicato due dischi imponendosi subito come una delle band più importanti della scena punk/hardcore americana. Ma per il terzo album cercavano nuove strade e  avevano bisogno di cambiare aria per liberarsi da un blocco creativo che non gli permetteva di andare avanti. Scelsero quindi di andare a Chicago da Steve Albini, già noto per aver registrato album come Surfer Rosa dei Pixies e Goat dei Jesus Lizard e considerato uno dei produttori più abili all’interno della scena rock alternativa. Solo che lui odiava il termine “produttore”. Albini era conosciuto come musicista, con i Big Black, ma soprattutto come ingegnere del suono capace di catturare le band nel modo più diretto possibile. La sua reputazione era legata a un approccio quasi documentaristico alla registrazione: pochi interventi esterni, niente artifici di studio, molta attenzione al suono reale degli strumenti nella stanza. Tra Albini e i Fugazi c’era una forte stima reciproca, condividevano l’odio verso l’industria musicale e una visione simile del ruolo del produttore, non come qualcuno che “costruisce” il suono della band, ma come chi lo registra nel modo più fedele possibile. Le sessioni a Chicago diedero i loro frutti. In pochi giorni la band mise insieme i 12 brani che sarebbero diventati il loro terzo album, In on the Kill Taker. Eppure, riascoltando i nastri, tutti ebbero la stessa sensazione: il disco non era quello giusto. Decisero quindi di tornare agli Inner Ear Studio, a pochi chilometri da casa, dove avevano già registrato i primi due dischi. Il lavoro fatto con Albini, però, non fu accantonato del tutto: servì come traccia fondamentale per le nuove sessioni. In quei giorni a Chicago la band aveva affinato talmente bene i brani che, tornati in studio, le registrazioni filarono lisce e senza problemi.

La differenza tra le due versioni, tuttavia, è evidente. Albini prediligeva un suono estremamente diretto e fisico: batterie molto presenti, chitarre che si mescolavano nell’ambiente e una sensazione generale quasi “live”, dovuta anche al modo in cui posizionava numerosi microfoni in diversi punti della stanza per catturare l’energia complessiva del gruppo. Il risultato era un suono sporco e denso, in cui gli strumenti sembravano fondersi tra loro. La versione registrata agli Inner Ear Studio, invece, risulta più calibrata. Le chitarre sono più definite e occupano uno spazio più chiaro nel mix, dando ai brani un equilibrio diverso. Anche le voci emergono con maggiore precisione, rendendo le linee vocali più leggibili e incisive. L’energia resta quella dei Fugazi, ma incanalata in un suono più controllato. La traccia che apre In on the Kill Taker, “Facet Squared”, parte con un crescendo memorabile. C’è un feedback intermittente sospeso tra un segnale Morse e un elettrocardiogramma impazzito, su cui entrano gli strumenti. Il basso di Joe Lally e la batteria di Brendan Canty sembrano quasi cercarsi, come se stessero improvvisando, provando a incastrarsi tra loro mentre il volume cresce lentamente. Poi arriva il colpo decisivo: la chitarra di Guy Picciotto irrompe con un giro furioso che spazza via l’incertezza e mette tutti in riga. È il momento in cui il brano si accende davvero. Subito dopo entra la voce di Ian MacKaye, che declama i primi versi con tono tagliente e definitivo: «Pride no longer has definition, everybody wears it, it always fits»

Nella versione registrata da Steve Albini tutto sembra rotolare in avanti con una furia quasi incontrollata, in un impasto sonoro cavernoso e turbolento. Nella versione definitiva, invece, è come se la sala prove dei Fugazi ti esplodesse in faccia:

Il disco andò bene. Uscito nel giugno 1993, fu il primo della band a entrare nella classifica dei 200 album più venduti negli Stati Uniti. Il successo era certificato anche dal gran numero di persone che andava a vederli dal vivo nelle situazioni più disparate. I Fugazi erano una band perennemente in tournée, in piena coerenza con il loro approccio alla musica, che aveva come funzione primaria quella di mettere in contatto le persone. In quell’anno misero insieme un numero impressionante di concerti (circa 140), tutti perfettamente documentati in un archivio online dal quale è possibile scaricare la registrazione integrale di quasi ogni data. Il culmine della tournée del 1993 arrivò il 7 agosto, con uno storico concerto gratuito nella loro città, ai piedi del Washington Monument, per il trentesimo anniversario della Marcia di Martin Luther King. 

I Fugazi a Washington. Foto di Bryan Whitson

Questo approccio faceva parte della filosofia DIY (Do It Yourself) che per i Fugazi non era uno slogan da maglietta ma una pratica quotidiana. Significava organizzare i concerti in autonomia, mantenere i prezzi dei biglietti bassi, registrare e pubblicare i dischi attraverso la propria etichetta e prendere ogni decisione senza l’intermediazione dell’industria musicale. Era la vera musica indie, nel senso letterale di indipendente. Termine che oggi in Italia viene sorprendentemente usato per descrivere cantautori romani distribuiti dalla Sony Music, che vendono biglietti dei concerti a sessanta euro rivendicando con grande convinzione la libertà artistica dei propri berretti.

Anche la musica dei Fugazi esprimeva una grande libertà. La band manteneva una forte matrice punk pur sperimentando costantemente nuove strade. Partivano dall’energia dell’hardcore ma ne piegavano le regole dall’interno, con cambi di ritmo improvvisi, chitarre spezzate e uno spericolato controllo tra rumore e silenzio che rendeva ogni brano imprevedibile e vivo. Il risultato è una musica sorprendente, che resta profondamente punk pur aprendosi a influenze di ogni genere. Non per allontanarsi dal punk, ma per scoprire fin dove può arrivare:

Steve Albini non ci ha messo molto a rifarsi dalla delusione della sua versione scartata. Poco dopo le registrazioni di In on the Kill Taker, ha messo la sua abilità di tecnico del suono al servizio di uno dei dischi più importanti della sua epoca: In Utero dei Nirvana. La band di Kurt Cobain stava compiendo il percorso inverso rispetto ai Fugazi. Dopo il successo di Nevermind, i Nirvana volevano allontanarsi da un suono troppo commerciale e raffinato per ritrovare il suono genuino e brutale della sala prove. Con Albini ci riuscirono alla grande. In una lettera che lui stesso scrisse prima delle registrazioni per mettere a punto i termini del loro accordo, Albini cita il lavoro appena fatto coi Fugazi. Poi, in piena coerenza con il suo approccio, precisa che non vorrà ricevere alcuna percentuale sulle vendite del disco: «Vorrei essere pagato come un idraulico – scrive – faccio il lavoro e voi mi pagate quello che vale. La casa discografica si aspetterà che io chieda un punto o un punto e mezzo. Se ipotizziamo tre milioni di copie vendute, si arriva a circa 400.000 dollari. Non c’è una fottuta possibilità che io accetti mai tutti quei soldi. Non riuscirei a dormire».

Per la cronaca, In Utero venderà, nel corso degli anni, circa 16 milioni di copie.

Steve Albini in sala prove, Foto di Paul Natkin

Steve Albini è morto nel 2024. Lui e i Fugazi non hanno più fatto musica insieme, ma il legame tra loro è rimasto forte. La band non si è mai sciolta, anche se dal 2002 sono ufficialmente “in pausa”. La versione alternativa di In on the Kill Taker ha girato per anni in maniera clandestina sul web. Fino a pochi giorni fa, quando la band ha deciso di renderla interamente disponibile su Bandcamp. In una lettera pubblicata sulla propria pagina, i Fugazi ricordano l’affinità e l’amicizia profonda che si creò con Albini, fatta di giornate trascorse a suonare e di ore passate a giocare a dadi mentre Steve si divertiva a “cucinare pasta fresca fatta in casa per il gruppo.”

Una scelta fatta per rendere omaggio a un amico dopo la sua morte, ma non solo. Il ricavato della vendita del disco, infatti, verrà interamente devoluto a Letters Charity, organizzazione no profit di Chicago che aiuta le famiglie in difficoltà economica e a cui Steve Albini si è dedicato per tutta la vita, insieme alla moglie Heather Whinna, presidente dell’associazione.

Forse, a distanza di 30 anni, non si erano poi davvero sbagliati.

Naufragio a Lampedusa: 64 tratti in salvo, un bambino disperso

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Ieri pomeriggio, al largo delle coste di Lampedusa, una imbarcazione con a bordo persone migranti è naufragata. Un bilancio sull’incidente è stato dato oggi, 15 marzo: 64 persone sono state tratte in salvo dalla guardia costiera, mentre un bambino risulta ancora disperso. Nelle ultime 24 ore gli hub delle Pelagie hanno accolto 292 persone migranti provenienti da Burkina Faso, Camerun, Costa d’Avorio, Guinea e Sierra Leone, arrivate con sette diverse imbarcazioni. Il bambino è originario della Sierra Leone e sarebbe partito dalla Tunisia.

Stuprare un palestinese non è reato: l’allucinante sentenza della giustizia israeliana

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Stuprare un palestinese non è reato. Questo il succo della decisione del procuratore militare Itai Ofir, che ha scelto di archiviare il caso che chiamava a giudizio cinque soldati israeliani per le violenze sessuali documentate sudi un detenuto palestinese nel centro di detenzione di Sde Teiman. Nonostante le prove a carico fossero schiaccianti, documentate da un video e dal referto dei medici, il primo ministro Israeliano Netanyahu ha esultato per la chiusura del processo: «lo Stato di Israele deve dare la caccia ai propri nemici, non ai propri eroici combattenti», ha dichiarato parlando degli imputati. Da tutto il governo arrivano dichiarazioni di giubilo. Il ministro della Difesa, Israel Kantz, si complimenta con il procuratore e afferma: «Giustizia è fatta». Ancora una volta, lo stato israeliano assolve se stesso, mandando un chiaro messaggio a tutto il mondo: contro i palestinesi, vale tutto. Anche lo stupro.

Molti ricorderanno il video. È luglio 2024 nella base militare costruita nel deserto del Negev ora utilizzata per rinchiudere i prigionieri di Gaza. Un uomo viene prelevato con la forza da terra e trascinato in un angolo. I soldati lo coprono con gli scudi, per nascondersi dalla registrazione della telecamera interna. E abusano di lui. L’uomo arriva in ospedale in gravi condizioni: ha fratture alle costole, danni agli organi interni e una lacerazione rettale dovuta alla penetrazione con un oggetto appuntito. Operato d’urgenza, verrà rispedito pochi giorni dopo nello stesso carcere, conosciuto per le ripetute torture verso i prigionieri.

Israele apre un indagine interna, i militari sospettati sono arrestati. L’estrema destra sionista si scatena: una folla di manifestanti accompagnata da alcuni deputati e ministri assalta la prigione di Sde Teiman e poi la base militare di Beit Lid, in protesta contro il processo aperto a scapito dei militari. Pochi giorni dopo il video dei fatti viene pubblicato su Channel 12, e poi ripreso dai media di tutto il mondo. A pagare, alla fine di tutta questa storia, sarà solo lei, l’allora procuratrice generale Yifat Tome-Yerushalmi. Aveva dato il via alle indagini, e aveva permesso la diffusione del video. Per questo verrà arrestata nel novembre scorso, con vari capi d’accusa tra cui quella di aver divulgato informazioni riservate e per intralcio alla giustizia, dopo che le pressioni interne l’avevano già portata a dimettersi. Netanyahu aveva definito la diffusione del video «il più grave attacco propagandistico e mediatico contro Israele dalla sua fondazione».

Dopo le dimissioni e l’arresto di Yifat Tome-Yerushalmi, Ofir ha assunto l’incarico nel novembre 2025. Con una delle sue prime e controverse mosse, ha deciso di archiviare un procedimento penale a carico di un ufficiale di riserva di alto rango, accusato di essere coinvolto nella morte di un soldato e di un ricercatore civile avvenuta nel Libano meridionale nel novembre 2024. E ora ha archiviato il caso che ha aperto gli occhi al mondo sugli stupri che avvengono nelle carceri d’Israele.

Le sei pagine di documento che riassumono la decisione emessa giovedì dalle IDF, parlano di riprese video «non conclusive» dato che le guardie coprivano la visuale con gli scudi, di un «abuso di procedura»per la diffusione del video che pregiudica il procedimento, e dell’impossibilità di poter contro-interrogare il testimone dagli avvocati della difesa.
Tutto questo comprometterebbe la capacità degli imputati di ricevere un processo equo. Esigendo di conseguenza la chiusura del caso.

L’uomo era stato deportato nella Striscia di Gaza poco dopo lo scoppio dello scandalo, una maniera – secondo molti – di eliminare il problema, nascondendolo in una Striscia di Gaza che l’esercito d’Israele non ha mai smesso di assediare, colpire, affamare. Impedendo così che l’uomo potesse continuare a parlare.

«La calunnia del sangue nota come “caso Sde Teiman”… che ha infangato la reputazione di Israele in tutto il mondo in modo senza precedenti, è giunta al termine», ha dichiarato l’Ufficio del Primo Ministro in un comunicato stampa.

Questo caso di stupro non è che la punta di un iceberg fatto di violenze e torture dentro le prigioni di Tel Aviv: decine di rapporti, inchieste, centinaia di testimonianze parlando di un sistema carcerario studiato deliberatamente per annichilire e torturare i detenuti. Negazione di cibo, di cure mediche, di visite familiari; sovraffollamento, deprivazioni materiali, violenze fisiche e sessuali sono la strategia che Israele sta attuando sotto il controllo delle carceri di Ben Gvir come forma di “vendetta” verso l’intera popolazione palestinese dopo il 7 ottobre 2023. Mentre i detenuti morti in carcere da quella data sfiorano le cento unità, la cosiddetta “unica democrazia del Medioriente” continua a fare carta straccia di tutte le convenzioni sui diritti umani, assicurando l’impunità a ogni crimine commesso dai suoi concittadini, a patto che sia effettuato contro i palestinesi.

Venti negli USA: diffusi blackout e un morto

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I forti venti che si sono abbattuti da oriente, hanno lasciato diversi cittadini statunitensi senza luce e provocato danni agli edifici del Paese. Secondo siti di monitoraggio, sono state interessate circa 346.000 utenze tra Ohio, Pennsylvania e Michigan. Il vento ha inoltre abbattuto la tettoia di una stazione di servizio a New Franklin, Ohio, e l’insegna di un negozio di ricambi auto a Baldwin, Pennsylvania. Alberi e rami sono caduti su case e automobili da Cleveland a Pittsburgh. Nel Nebraska, invece, i venti hanno provocato la caduta di alberi e ingenti danni alle proprietà e hanno alimentato un incendio boschivo, in seguito a cui è morta una persona.

Mentre il mondo guarda all’Iran, in Cisgiordania aumenta la violenza dei coloni

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TEL AVIV – Dieci palestinesi uccisi in meno di due settimane. Pogrom quotidiani contro villaggi in tutto il territorio, incendi, furti, distruzione di uliveti. L’esercito israeliano ha intensificato i check-points, e chiuso molti dei cancelli di metallo posizionati agli ingressi dei paesi, rendendo la mobilità impossibile. Intanto che i coloni costruivano almeno due nuovi outpost, il ministro degli Interni israeliano Ben Gvir ha autorizzato 300.000 coloni residenti a Gerusalemme a ottenere il porto d’armi personale, di fatto armando quasi tutti i civili ebrei della città. Mentre gli occhi del mondo sono puntati sulla nuova guerra in corso, la violenza dell’occupazione si scatena con ancora più forza in Cisgiordania occupata.

Check-point a Qalandya per entrare a Gerusalemme. Foto di Moira Amargi

Muhammad Muammar, 52 anni, e Fahim Muammar, 48, erano due fratelli. Sono morti il 2 marzo, uccisi mentre provavano a difendere la propria famiglia dall’ennesimo assalto dei coloni armati. A uno hanno sparato in testa, all’altro all’arteria femorale. Poi è arrivato l’esercito, che ha bloccato l’ambulanza. L’uomo è morto dissanguato, mentre i soldati sparavano gas lacrimogeni e detenevano numerosi palestinesi. Nessun israeliano è stato arrestato.

Si è aperta così l’ondata di rinnovata violenza che ha invaso la Cisgiordania. Sono dieci i palestinesi uccisi dall’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele ed Iran. Almeno cinque tra essi sono stati freddati dal fuoco dei coloni armati, che hanno aumentato le loro aggressioni dall’inizio del conflitto, protetti, come ormai d’abitudine, dall’esercito israeliano. I restanti cinque, invece, sono stati uccisi dai militari in tre diversi episodi.

Tra sabato 7 e domenica 8 marzo ci sono state 24 ore di sangue. I coloni hanno ucciso un palestinese di 27 anni a Massafer Yatta, mentre il fratello è stato trasportato in ospedale in gravi condizioni. Nella notte, una settantina di settlers mascherati ha attaccato il villaggio di Abu Falah, vicino a Ramallah, armati di bastoni e pistole. I residenti hanno provato ad allontanarli; i coloni hanno aperto il fuoco, uccidendo sul colpo Thaer Hamayel e Farea Hamayel e ferendo almeno altre 7 persone. I militari, sopraggiunti sul posto, invece di fermare gli assassini hanno sparato lacrimogeni contro la comunità. È a causa dei gas inalati che è morto poche ore dopo anche il 54enne Mohammed Murra.

Il funerale dei fratelli Qaryut. Foto di Moira Amargi

Non si ferma la violenza in Cisgiordania occupata, anzi non fa che aumentare. Secondo l’agenzia palestinese Wafa, le stime indicano un aumento di quasi il 25% rispetto al periodo precedente lo scoppio del conflitto militare israelo-americano con l’Iran. Su tutto il territorio si sono registrate decine di assalti da parte di coloni armati, con incendi alle proprietà palestinesi, danneggiamenti, attacchi con armi da fuoco mentre avanzano le occupazioni di terre e la costruzione di nuovi outpost, gli avamposti agricoli che segnano l’inizio di una nuova colonia. Nell’ultima settimana almeno venti famiglie sono state costrette a lasciare la propria terra a causa delle ripetute violenze dei coloni nell’area di Tubas (11 famiglie da Khirbet Yerza, 6 da al-Aqaba, 3 da Atouf), mentre i soldati continuano la campagna di incursioni e arresti, che solo nella prima settimana di marzo hanno portato alla detenzione di almeno 225 palestinesi.

Sono almeno 700 i palestinesi sfollati dalle proprie terre dall’inizio dell’anno, portando il numero totale dal 7 ottobre 2023 a superare le 4000 unità. Cinquantuno comunità sono state spazzate via, altre quattordici quelle fortemente decimate. Almeno 1,064 palestinesi sono stati uccisi dall’esercito e dai coloni, di cui 231 bambini.

Con il pretesto della sicurezza, la Cisgiordania è semi-bloccata. Foto di Moira Amargi

La Cisgiordania è semi-bloccata: con il pretesto della sicurezza, i soldati di Tel Aviv hanno imposto misure militari severe e senza precedenti, chiudendo molti dei cancelli di metallo che collegano città e strade palestinesi, impedendo a migliaia di persone di muoversi, andare a scuola, al lavoro, all’ospedale.

Gates chiuso per l’ingresso alla Moschea Ibrahim di Hebron. Foto di Moira Amargi

La notte scorsa i coloni hanno dato fuoco a una moschea a Duma, mentre in nome della sicurezza contro il conflitto da loro iniziato, da giorni Israele ha bloccato gli accessi a due delle Moschee più importanti per il mondo mussulmano. A migliaia di palestinesi viene così impedito di pregare nella Moschea al-Aqsa di Gerusalemme e nella Moschea Ibrahim di Hebron, in una guerra aperta – anche – alla religione nel mese sacro del Ramadan.

Intanto Ben Gvir dà il meglio di sé, e dopo aver concesso 240mila licenze di porto d’armi ai coloni illegali in Cisgiordania post 7 ottobre, continua ad armare gli ebrei israeliani. Sono circa 300mila i residenti ebrei di Gerusalemme che potranno ottenere un arma, indipendentemente dal fatto che siano o siano stati membri delle forze armate israeliana. Il ministro di estrema destra ha pubblicizzato la mossa sottolinenado il “diritto fondamentale” dei residenti di Gerusalemme a “difendere se stessi e le loro famiglie”, “Proprio all’ombra della guerra e durante il Ramadan”. Utilizzando sia il conflitto in corso che il mese sacro ai mussulmani per giustificare la nuova ondata di militarizzazione della società in 41 quartieri della città santa alle tre religioni che Israele vuole completamente occupare.

Roma, in migliaia sfilano per il No al Referendum

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Almeno 5mila persone stanno sfilando a Roma, alla manifestazione indetta da Potere al Popolo per sostenere il fronte del No al referendum sulla magistratura. Presenti diversi movimenti pacifisti, da cui si è levata la condanna all’aggressione israelo-americana ai danni dell’Iran. Tante le bandiere cubane e palestinesi. A Torino, in migliaia hanno contestato il governo Meloni per la complicità nel genocidio condotto da Israele nella Striscia di Gaza. Giornata di mobilitazione anche a Vicenza, dove è stato organizzato un corteo “contro l’uso delle nostre città come ingranaggio della guerra globale”.

Bruno Contrada: una vita tra antimafia, accuse e misteri di Stato

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Quando si presentarono a prendere 'U Dottore, la vigilia di Natale del 1992, Bruno Contrada era in famiglia come la maggior parte degli italiani. La Procura di Palermo gli mandò a casa una decina di uomini della DIA, che lo portarono via in manette davanti alla moglie Adriana e al figlio, poliziotto della Questura dove lui ormai era un pezzo da novanta. Sessantuno anni compiuti, originario di Napoli ma ormai trapiantato in Sicilia da una vita, un cursus honorum da uomo di Stato predestinato. Entrato in Polizia nel 1958, a 27 anni, ex ufficiale dei Bersaglieri, capo della Squadra Mobile cinque ...

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È morto il sociologo Jürgen Habermas: aveva 96 anni

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Jürgen Habermas è morto all’età di 96 anni. Il filosofo e sociologo tedesco era conosciuto come uno dei principali esponenti della Scuola di Francoforte, che nella seconda metà del Novecento mise in crisi il paradigma capitalistico attraverso un impianto neo-marxista. Habermas si è spento a Starnberg, nella Germania meridionale. Lo ha reso noto la sua casa editrice Suhrkamp Verlag, citando la famiglia.

Una petroliera russa, senza equipaggio, è alla deriva nel Mediterraneo

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La petroliera russa Arctic Metagaz si trova alla deriva nelle acque del Mediterraneo e, dopo giorni di navigazione incontrollata, si sta avvicinando pericolosamente alle coste italiane. Dopo l’attacco subito il 3 marzo attraverso l’utilizzo di droni mentre si trovava al largo della Libia, l’imbarcazione, che trasporta 900 tonnellate di gasolio e 60mila tonnellate di gas naturale liquefatto (GNL), può diventare una bomba a orologeria e causare un disastro ecologico.

Mosca avrebbe accusato l’Ucraina, attribuendole la responsabilità dell’azione militare, mentre da Kiev non sono ancora arrivate spiegazioni né commenti a riguardo. Non sarebbe in ogni caso la prima volta che si verifica un attacco ucraino ai danni di un’imbarcazione russa, come nel caso della petroliera Qendil nel dicembre del 2025. La Metagaz è soggetta a sanzioni e, come in altri casi, è considerata parte della cosiddetta “flotta ombra” del Cremlino.

Se le responsabilità dell’accaduto sono incerte, il futuro della nave e gli effetti della sua permanenza nel Mediterraneo restano gravemente precari. Secondo le analisi dei siti specializzati in traffico navale, il 3 gennaio la nave si trovava nel porto di Tieshan nella provincia del Guangxi, nel sud della Cina, per poi ritrovarsi il 27 gennaio a Port Said, in Egitto. Le autorità egiziane negano ogni relazione con la metaniera e alcun tipo di contratto per la fornitura o la ricezione di GNL. L’attacco è avvenuto a centocinquanta miglia nautiche dalla città di Sirte, in Libia, e le stesse autorità libiche hanno affermato che la nave proveniva dal porto russo di Murmansk, nel mare di Barents. Le autorità maltesi, dopo essere venute a conoscenza della presenza di una nave colpita nella propria zona di Ricerca e Soccorso (SAR, Search and Rescue), hanno soccorso celermente l’equipaggio, dimostrando indubbiamente una rapidità d’azione poco usuale rispetto a situazioni simili, ma che hanno visto nel corso degli anni protagoniste imbarcazioni di migranti alla deriva.

In seguito all’operazione di salvataggio dell’equipaggio russo, la nave, inizialmente considerata affondata dalle testimonianze libiche, si trova alla deriva da più di dieci giorni. Lunga 277 metri e gravemente danneggiata da uno squarcio sul lato sinistro e nella zona della poppa dall’incendio provocato dall’esplosione del drone, la metaniera rischia di sversare tonnellate di petrolio e gas liquefatto in mare elevando la possibilità di recare un danno ambientale in un’area ricca di biodiversità.

Nella giornata di venerdì 13 marzo, a Palazzo Chigi si è svolta una riunione tra la premier Giorgia Meloni e i ministri Guido Crosetto, Antonio Tajani, Nello Musumeci e Gilberto Pichetto Fratin con il fine di monitorare la questione. Secondo il rapporto del governo maltese, l’imbarcazione si trova ancora nella zona SAR dell’isola ed è stato stabilito l’obbligo di mantenere una distanza di almeno cinque miglia nautiche. Attraverso la nota di Palazzo Chigi il governo italiano assicura la collaborazione con le autorità maltesi. Secondo quanto affermato dal sindaco di Lampedusa, Filippo Mannino, la metaniera sarebbe sotto il controllo della Marina Militare italiana, di un rimorchiatore e di una nave finalizzata ad interventi ambientali. La condizione precaria dell’imbarcazione, però, aumenta il livello di incertezza sui prossimi passi da compiere per risolvere il problema. Difatti la nave, che si sta allontanando gradualmente dalle coste maltesi per avvicinarsi con tutta probabilità alle coste dell’isola di Linosa, potrebbe necessitare di azioni di rimorchio o di traino estremamente complesse. Se da un lato si è esclusa l’opzione dell’affondamento attraverso l’utilizzo di cariche esplosive per ragioni di sicurezza, non è ancora chiaro cosa abbia intenzione di fare il governo italiano oltre alle operazioni di monitoraggio.

Questa situazione si somma all’attuale vulnerabilità del traffico petrolifero navale in seguito alla guerra e alla conseguente chiusura dello stretto di Hormuz. Se l’attacco con droni è la causa dell’incidente, i gravi ritardi dei nostri governi nei confronti di una transizione ecologica reale sono la radice di quello che rischia di diventare uno dei più gravi disastri ambientali del Mediterraneo.

La guerra all’Iran sta mettendo la Cina in una situazione molto delicata

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L’attuale escalation bellica che coinvolge l’Iran ha senz’altro un sapore amaro per Pechino. Per la Cina, l’Iran non è solo un partner commerciale, ma un alleato geopolitico importante nel quadro del grande scontro tra Occidente e “sud globale”. Integrato ufficialmente nei BRICS e snodo cruciale della Belt and Road Initiative (BRI), l’Iran rappresenta per Xi Jinping il principale bastione anti-egemonico in una regione storicamente dominata da Washington. Mentre Teheran porta avanti la sua strategia di guerra asimmetrica di saturazione, tanto militare quanto economica, Pechino vede il conflitto come una minaccia per i suoi piani economici che necessitano di stabilità energetica e mercati aperti.

rapporti tra Cina e Iran sono molto buoni e dal 2016 i due Paesi hanno elevato la propria collaborazione al rango di partnership strategica globale. Come riportato da Reuters, la Cina, primo importatore mondiale di greggio, lo scorso hanno ha acquistato quasi il 90% di tutto il petrolio iraniano esportato. Si tratta di 1,38 milioni di barili al giorno di petrolio iraniano, su un totale di 10,27 milioni di barili che importa via mare al giorno. Questo significa che la Cina ha acquistato dall’Iran il 13,4% del totale di greggio importato via mare. Numeri significativi, seppur gestibili per un gigante come la Cina. Oltre le rotte marittime del greggio e di varie altre sostanze chimiche che rientrano nel progetto BRI, ci sono anche le rotte terrestri, come il treno merci che collega Yiwu, importante hub commerciale nella provincia cinese dello Zhejiang, con Qom, in Iran. Il treno attraversa l’Asia centrale prima di raggiungere l’Iran dopo un viaggio lungo 4.000 chilometri.

Questa tratta ferroviaria permette di compiere in 15 giorni un viaggio che ne richiederebbe 40 con le rotte marittime. Questo corridoio permette alla Cina, e anche all’Iran, di aggirare lo Stretto di Malacca. Quest’ultimo, collo di bottiglia marittimo che collega l’Oceano Indiano al Pacifico, è da decenni il tallone d’Achille della Cina. Attraverso questo passaggio transita circa l’80% delle importazioni di petrolio cinese via mare e il 60% del suo commercio marittimo totale, rendendo Pechino vulnerabile a un potenziale blocco navale da parte degli Stati Uniti o dei loro alleati. Nonostante il corridoio terrestre, la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, che ha causato la paralisi del commercio di gas, greggio e della logistica in generale del Golfo Persico, dovrebbe risultare molto svantaggiosa per la Cina.

Oltretutto la navigazione nello Stretto non sarebbe completamente interrotta. Seppur ridotto ai minimi termini, secondo quanto riferito dal South China Morning, le navi legate alla Cina avrebbero via libera al passaggio. Tanto che diverse navi avrebbero cambiato i loro dati di tracciamento per tentare il transito. La cosa certa è che la chiusura di Hormuz fa male alla Cina ma ancor di più all’Occidente, Europa in particolare. Tuttavia, la sfida per Xi Jinping non è solo logistica o energetica, ma profondamente politica. L’accordo di cooperazione strategica della durata di 25 anni firmato nel 2021, che prevede investimenti cinesi in Iran per decine di miliardi di dollari in settori chiave come telecomunicazioni, porti e ferrovie, rischia di vedere gli investimenti cinesi vanificati dal cadere delle bombe e dei missili. Le infrastrutture possono dunque essere distrutte ancora prima che vengano completate.

C’è poi la questione del delicatissimo equilibrio con le monarchie del Golfo, in primis l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Questi Paesi, pur essendo rivali storici dell’Iran, sono diventati partner economici vitali per Pechino. Il commercio bilaterale della Cina con il Consiglio di cooperazione del Golfo e l’Iran è stato di oltre 300 miliardi di dollari nel 2023, con un aumento del 48% rispetto al 2019. Un appoggio troppo esplicito a Teheran potrebbe alienare le monarchie del Golfo, spingendole nuovamente, e in modo definitivo, tra le braccia del sistema di sicurezza americano, proprio mentre Pechino stava cercando di scalfirne l’egemonia. Proprio in quest’ottica, nel 2023, la Cina aveva mediato il processo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Iran, col fine di pacificare la regione a spese dei piani statunitensi e israeliani (che hanno in mente il loro piano di “pace”).

Insomma, la Cina si trova in una posizione scomoda. La sua politica della non interferenza rimane al momento ferrea e si concentra invece sulla diplomazia. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, intervistato nel programma statunitense NBC Nightly News ha comunque detto che Russia e Cina stanno dando il proprio supporto, anche se meno visibile. E visti i danni prodotti dalla controffensiva iraniana, potremmo dedurre un supporto nel lavoro d’intelligence.