In Abruzzo e Molise è in arrivo il ciclone Erminio. La tempesta dovrebbe portare neve a partire da quota 1.000 metri, con fiocchi fino a quote collinari. La diga di Liscione, in provincia di Campobasso, ha aperto gli scarichi al massimo per frenare il rischio esondazioni, e in diversi comuni delle due regioni sono state chiuse le scuole; a Termoli è stata evacuata tanto la caserma dei Vigili del Fuoco, quanto la zona industriale, dove si trova lo stabilimento di Stellantis, che ha fermato la produzione. Con le prime piogge, un uomo è stato salvato dalla piena del Sinarca.
Israele ha dichiarato che distruggerà tutte le case libanesi vicino al suo confine
Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato ieri che Israele distruggerà tutte le case nei villaggi libanesi vicino al confine, con l’obiettivo di istituire una zona cuscinetto nel Libano meridionale, sulla quale manterrà il controllo una volta cessate le operazioni di guerra. «Al termine dell’operazione, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) istituiranno una zona di sicurezza all’interno del Libano, una linea di difesa contro i missili anticarro, e manterranno il controllo della sicurezza sull’intera area fino al fiume Litani, compresi i restanti ponti sul Litani», ha dichiarato Katz, aggiungendo che «Tutte le case nei villaggi vicino al confine libanese saranno distrutte, secondo il modello utilizzato a Rafah e Beit Hanoun a Gaza, al fine di eliminare definitivamente le minacce che incombono sugli abitanti del nord in prossimità del confine». La ministra degli affari sociali libanese Haneen Sayed ha definito il piano un’«appropriazione di terre», spiegando che l’operazione di terra israeliana «sta aggravando il rischio che i libanesi rimangano intrappolati in una condizione di sfollamento a lungo termine».
La crisi umanitaria in Libano è allarmante e rischia di aggravarsi dal momento che il ministro della Difesa dello Stato ebraico ha fatto sapere che a 600.000 persone fuggite dal sud del Libano non sarà permesso di tornare a casa finché il nord di Israele non sarà considerato sicuro. Da quando lo scorso 2 marzo sono riprese le ostilità tra Libano e Israele, più di 1,2 milioni di persone sono state sfollate e altre 1.200 sono state uccise in Libano. È chiara la volontà di Israele di ampliare il territorio con il controllo dell’area compresa tra il fiume Litani e il confine israeliano, corrispondente a quasi un decimo del territorio libanese. Israele aveva già annunciato l’intenzione di creare una cosiddetta «zona cuscinetto» lo scorso 24 marzo, quando il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich aveva affermato che «L’attuale guerra in Libano deve concludersi con un cambiamento radicale, che vada oltre la sconfitta del gruppo terroristico Hezbollah» dicendo chiaramente che «Il fiume Litani deve essere il nostro nuovo confine con lo Stato libanese […]». Dichiarazioni che hanno allarmato anche il portavoce delle Nazioni Unite Stephane Dujarric, secondo il quale «Questa è l’ultima cosa che il popolo libanese del sud vorrebbe vedere». Da parte loro, i Paesi europei hanno esortato Israele a evitare un’ulteriore escalation, mentre il primo ministro canadese Mark Carney ha affermato che l’occupazione israeliana del territorio libanese costituisce una «violazione della sovranità territoriale, quindi la condanniamo».
Il professore di diritto alla Stanford Law School, Tom Dannenbaum, ha spiegato all’agenzia di stampa Reuters che le leggi di guerra richiedono che qualsiasi demolizione controllata di abitazioni sia giustificata da «assoluta necessità militare», e che distruggere tutte le case vicino al confine non soddisferebbe tale criterio. «La distruzione non necessaria di proprietà può essere considerata un crimine di guerra», ha chiarito. Inoltre, ha aggiunto che le dichiarazioni di Katz, che impediscono ai residenti di tornare a casa, «indicano chiaramente una politica illegale di sfollamento a lungo termine o permanente». Da parte sua, l’esercito israeliano ha motivato la decisione di demolire le abitazioni libanesi sostenendo che all’interno ci sarebbero armi del gruppo sciita Hezbollah, ma non ha portato alcuna prova a sostegno delle sue dichiarazioni.
La guerra sul fronte libanese si è riaccesa quando Hezbollah (letteralmente “Partito di Dio”) – l’organizzazione paramilitare sciita facente parte del cosiddetto “asse della resistenza” sostenuto dall’Iran – ha deciso di schierarsi apertamente con Teheran e di vendicare l’uccisione della Guida suprema iraniana Ali Khamenei. Il 2 marzo il gruppo ha dunque lanciato una raffica di razzi e droni verso il nord di Israele, affermando di agire per vendicare l’assassinio di Khamenei e gli attacchi quasi quotidiani di Israele contro il Libano. Israele ha risposto colpendo i sobborghi meridionali di Beirut con attacchi violenti e emettendo avvisi di evacuazione per più di 50 città, costringendo decine di migliaia di persone a lasciare le proprie case. Israele sembra ora voler approfittare della situazione per estendere illegalmente i suoi territori.
Fin dal 1967 Israele occupa illegalmente diversi territori confinanti, tra cui la Cisgiordania, Gerusalemme est e le Alture del Golan sottratte alla Siria. Tali annessioni illegali violano diverse risoluzioni delle Nazioni Unite, quali la risoluzione 478 del 1980 che condanna l’annessione di Gerusalemme Est, dichiarando illegale lo spostamento delle ambasciate, la risoluzione 2334 del 2016, la quale afferma che la costruzione di colonie israeliane nei territori palestinesi occupati dal 1967 (inclusa Gerusalemme Est) non ha validità legale e costituisce una flagrante violazione del diritto internazionale. Tra le altre, la risoluzione 497 del 1981, adottata all’unanimità, dichiara illegale l’estensione delle leggi, della giurisdizione e dell’amministrazione israeliana sulle alture del Golan. Israele sembra ora intenzionata ad annettere una parte di territorio libanese, ampliando così ulteriormente i suoi confini, mentre la sua decisione di radere al suolo le case della popolazione libanese del sud potrebbe costituire l’ennesimo crimine di guerra.
Artemis II, il piccolo passo verso il progetto delle basi lunari
L’essere umano torna alla Luna. O, perlomeno, verso la Luna. Mancano infatti poche ore al lancio della missione statunitense Artemis II, la quale porterà in orbita un equipaggio umano composto da quattro astronauti con l’obiettivo di sorvolare il nostro satellite naturale. Un’impresa che richiama i successi raggiunti tra gli anni Sessanta e Settanta, ma che oggi assume un valore nuovo: testare tecnologie e sistemi di nuova generazione in vista dei futuri allunaggi previsti per il 2028 e, più in prospettiva, di un’era in cui le ambizioni politiche e scientifiche puntano alla realizzazione di basi lunari autosufficienti.
Artemis II è considerata la prima missione con equipaggio a spingersi oltre l’orbita terrestre bassa (LEO) dal 1972, anno della missione Apollo 17. Questa spedizione mira a dimostrare che, dopo il pensionamento degli Space Shuttle, la NASA e gli Stati Uniti sono pronti a inaugurare una nuova generazione di sistemi spaziali, in grado non solo di replicare, ma anche eventualmente di superare i traguardi raggiunti durante l’epoca d’oro della corsa allo spazio. Oltre al suo valore come strumento di soft power, Artemis II rappresenta anche un banco di prova fondamentale per tecnologie chiave: tra queste, i sistemi di supporto vitale e le nuove tute spaziali, finora testati prevalentemente in ambienti simulati. Nel 2022, Artemis I aveva infatti già iniziato a raccogliere dei dati grazie a una spedizione priva di equipaggio.
Il lancio è previsto per le 00:14 – ora italiana – del 2 aprile dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral, Florida. A portare gli astronauti nello spazio sarà il razzo Space Launch System (SLS), che trasporterà la capsula Orion, sistema che non ha ancora effettuato voli con esseri umani a bordo. Dopo il lancio, la missione prevede inizialmente una fase in orbita terrestre per verificare il corretto funzionamento dei sistemi. In seguito, se non ci saranno intoppi, la capsula imboccherà finalmente la traiettoria verso la Luna, effettuando un sorvolo senza entrare in orbita stabile. Il volo mira, tra le altre, a raccogliere dati fondamentali per le missioni successive del programma Artemis, in particolare in vista degli allunaggi umani previsti nei prossimi anni. In origine, questo traguardo era stato associato alla missione Artemis III; tuttavia, il programma ha subito diversi rinvii e permangono incertezze legate allo sviluppo dei moduli di allunaggio e di alcune tecnologie chiave. Ora come ora, la NASA è convinta di poter riportare i suoi astronauti sulla Luna con Artemis IV.
Artemis II sarà caratterizzata da due momenti particolarmente delicati. Una volta raggiunta la Luna, gli astronauti sperimenteranno una temporanea interruzione delle comunicazioni con la Terra, dovuta alla posizione della capsula dietro il satellite durante il sorvolo. Successivamente, nella fase di rientro, la capsula Orion dovrà dimostrare la propria capacità di resistere alle temperature estreme generate dall’attraversamento dell’atmosfera terrestre. Quest’ultima fase è di particolare rilevanza: durante la missione Artemis I, infatti, lo scudo termico aveva mostrato un livello ablativi differenti dalle attese emerse dai test di laboratorio, rendendo necessari ulteriori approfondimenti e verifiche.
Il 24 marzo, a pochi giorni dal lancio previsto di Artemis II, la NASA ha annunciato ufficialmente l’intenzione di investire 20 miliardi di dollari nei prossimi sette anni per costruire una base lunare permanente vicino al polo sud della Luna. Il progetto prevede lo sviluppo di habitat, rover pressurizzati e sistemi energetici avanzati, inclusa la propulsione nucleare, con l’obiettivo di garantire una presenza umana stabile sulla superficie lunare, favorire l’esplorazione, condurre ricerche scientifiche e preparare future missioni verso Marte. Un’informazione che era già parzialmente trapelata a febbraio, nel momento in cui Elon Musk, proprietario dell’azienda spaziale SpaceX, aveva ufficialmente accantonato i suoi sogni di viaggi marziani per ridirezionarsi – guarda caso – verso il sogno delle basi lunari.
Il disastro della nazionale italiana di calcio viene da lontano
Perché tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi. La frase più celebre del Gattopardo ben descrive il disastro della nazionale italiana di calcio, per certi versi specchio del Paese che rappresenta. Un disastro che nel merito ha poco a che fare coi due tiri sbagliati ieri nella lotteria dei rigori, ma ha piuttosto radici lontane, ben salde in un terreno colmo di personalismi, scandali e riforme mancate. Anche e soprattutto in risposta agli scarsi risultati internazionali, a partire dall’eliminazione ai gironi ai Mondiali del 2010, bissata quattro anni dopo. Da quel momento l’Italia, alla massima competizione calcistica, non c’è più nemmeno arrivata, mancando la qualificazione per due volte di fila. Tre, aggiungendo l’eliminazione di ieri sera contro la Bosnia. Chissà se sarà la volta buona per la tanto agognata rifondazione del sistema calcistico italiano.
Chi dopo la debacle di Zenica si aspettava una sostanziale ammissione di responsabilità, con dimissioni corali, da parte dei vertici della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) è rimasto deluso. «Capisco la richiesta di dimissioni — dice Gabriele Gravina, presidente della FIGC dal 2018, in conferenza stampa — ma le valutazioni spettano di diritto al Consiglio Federale della prossima settimana». C’è spazio anche per una frecciatina poco velata alla Lega di Matteo Salvini, che pochi minuti dopo il fischio finale di Bosnia-Italia aveva scritto: «ancora eliminati. Niente Mondiale per l’Italia: è una vergogna inaccettabile. Il calcio italiano è da rifondare, partendo dalle dimissioni di Gabriele Gravina». Quest’ultimo, di tutta risposta, ha parlato di «un momento di grande crisi» vissuto dal calcio italiano, «che richiede una riflessione» non soltanto alla Federazione «ma anche alla politica, che si prodiga e accelera solo per richiedere le dimissioni». Insomma, è andato in scena il classico scaricabarile accompagnato dal valzer delle accuse: una prerogativa tutta italiana che permea anche il mondo calcistico.
Nel continuare la sua invettiva politica, Gravina dice di essere stato inascoltato sui provvedimenti chiesti «per sostenere la crescita del sistema italiano». Ciò che però dimentica il presidente della FIGC è di avere uno strumento, quello delle dimissioni, con il quale si possono inviare dei messaggi inequivocabili. Lo sa bene l’icona del calcio italiano Roberto Baggio che, dopo la disfatta ai Mondiali in Sudafrica, venne nominato dalla FIGC presidente del settore tecnico. Nel 2011 Baggio produsse, insieme a decine di collaboratori, un documento di quasi mille pagine, attraverso il quale rifondare il sistema calcistico del nostro Paese. Presentato al Consiglio Federale, il progetto venne liquidato in un quarto d’ora, con la promessa di uno stanziamento di dieci milioni di euro per la sua attuazione. Parole rivelatesi vuote, a cui Baggio ha risposto con le dimissioni, lasciando l’incarico.

A rivedere oggi quel progetto si ha la sensazione di ritrovarsi al cospetto di una profezia rimasta inascoltata. Cinque anni dopo Calciopoli, lo scandalo delle partite truccate messo velocemente sotto il tappeto dalla vittoria ai Mondiali del 2006, Baggio tirò fuori un piano per liberare il sistema calcistico da corruzione e logiche clientelari, premiando competenze e passione. L’idea era quella di un calcio virtuoso, aderente per davvero ai valori che si vantava di trasmettere: solidarietà, gioco di squadra, altruismo. Si doveva partire dagli allenatori, non più tecnici improvvisati ma maestri, preparati dal punto di vista pedagogico oltre che tecnico. L’ossessione tutta italiana per la fisicità — la stessa che continua oggi a escludere i giovani dai vivai — andava messa da parte, a vantaggio di competenze tecniche, creatività e coltivazione del talento. I ragazzi andavano cercati e monitorati attraverso un database nazionale, diffuso su cento distretti, forniti di strutture, servizi e personale. Un progetto che nel suo complesso avrebbe colpito i giochi di potere che ruotano intorno ai giovani calciatori, tra raccomandazioni, corse agli sponsor e megalomania dei procuratori.
Soltanto l’anno scorso aveva fatto scalpore l’inchiesta realizzata dalle Iene, riguardante il giro di affari per giocare in Serie C. Secondo questo scouting a pagamento “basterebbero” 30mila euro per diventare un calciatore professionista in una competizione, la Lega Pro, segnata da fallimenti sistemici e scarsità di infrastrutture, esasperando una condizione diffusa. C’è poi un giro parallelo, questa volta legale, introdotto dalla FIGC con la cosiddetta riforma Zola. Si tratta di incentivi economici ai club che impiegano i ragazzi del settore giovanile. Al di là degli scopi nobili, relativi a un maggiore impiego dei giovani, la realtà sul campo dice altro e vede i ragazzi come galline dalle uova d’oro piuttosto che perni centrali di un progetto.
«Dalla stagione sportiva 2025-26 le premialità per l’impiego dei giovani provenienti dal settore giovanile arriveranno sino al 400%, il doppio rispetto a quanto già previsto per il campionato in corso», scrive entusiasta la Lega Pro. I club finiscono così per costruire le rose in base a quanti bonus possono ottenere, anche sacrificando il talento, meno remunerativo a breve termine: un ragazzo più giovane sarà tendenzialmente preferito a un compagno di squadra più grande, dal momento che i premi dipendono dall’età, oltre che dal minutaggio. Alla luce di ciò, gli allenatori sono costretti dalle necessità economiche delle società a turnover fittizi, che puntano non tanto a far crescere i ragazzi quanto piuttosto a incassare i soldi della Federazione. Meccanismi simili per l’impiego dei giovani sono da anni in vigore anche nelle Leghe minori, come la Serie D. In questo sistema assumono spazio e potere gli sponsor e i procuratori, veri protagonisti del calcio moderno.
La questione non diventa tanto il talento in sé — migliorabile comunque in termini qualitativi e quantitativi attraverso investimenti su vivai e infrastrutture — e lo dimostrano gli ottimi risultati raggiunti dalla nazionale italiana nelle competizioni Under. Nel 2023 l’Italia U19 ha vinto gli europei e l’anno dopo la selezione U17 ha fatto lo stesso, conquistando anche un terzo posto ai mondiali. Il problema principale, come visto, si palesa successivamente, quando questi giovani devono fare il loro debutto nel calcio professionistico, avere continuità e centralità nel progetto, come avviene negli altri grandi Paesi europei, Spagna su tutti. La crescita diventa utopia se i ragazzi vengono scavalcati da logiche clientelari e di profitto, le stesse che hanno ad esempio guidato la riforma dei calendari (spezzatino) a vantaggio delle paytv.
Emerge un sistema elitario, poco aperto alle istanze della base, che inevitabilmente fa scemare la passione per il calcio. In nome del profitto si sono create delle competizioni non solo contro gli interessi dei giovani ma anche contro quelli dei tifosi, veri proprietari di questo e di tutti gli sport. Piuttosto che concentrarsi sulla rifondazione di un sistema obsoleto e sofferente, superando una volta per tutte gli interessi particolaristici, la classe politica e le autorità calcistiche hanno dedicato tempo ed energie per reprimere chi invece tentava di tutelare l’essenza sociale e popolare del calcio, anche mettendo in crisi le logiche attuali. D’altronde si sa, perché tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi.
Iraq: colpiti depositi petroliferi della britannica Castrol
Continuano gli attacchi ai siti energetici nella guerra in Asia Occidentale. In mattinata sono stati colpiti a Erbil, nel Kurdistan iracheno, tre depositi di petrolio della multinazionale britannica Castrol. Lo riporta l’agenzia di stampa Shafaq, non specificando la provenienza degli attacchi. Ieri le forze iraniane avevano preso di mira una petroliera ferma nel porto di Dubai. Le rappresaglie seguono gli attacchi effettuati dalla coalizione israelo-americana sui siti energetici di Teheran.
PFAS: i Paesi europei (forse) si apprestano a intervenire, lobby permettendo
L’Unione Europea accelera sul fronte della regolamentazione degli PFAS, i composti chimici sintetici noti come “inquinanti eterni”, approvando nuovi standard di qualità delle acque in parallelo alla pubblicazione di rinnovate raccomandazioni scientifiche dell’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche (ECHA). Secondo l’ECHA, gli PFAS rappresentano un rischio crescente per la salute umana e per l’ambiente. Nel rapporto diffuso dall’agenzia si sottolinea che queste sostanze, in alcuni casi associate a patologie gravi come tumori e disturbi della riproduzione, “persistono a lungo nell’ambiente, percorrono lunghe distanze e contaminano le falde acquifere e il suolo”. La conclusione è che le misure attualmente in vigore non sono sufficienti e servono nuove norme a livello comunitario. Una richiesta finalmente senza mezze misure, tuttavia già avanzata da decenni di battaglie sociali supportate da ormai inespugnabili evidenze scientifiche.
Il Comitato per la Valutazione dei Rischi (RAC) dell’ECHA ha in particolare espresso un parere chiaro sulla proposta di restrizione degli PFAS avanzata nel 2023 da Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia: una restrizione ampia, idealmente senza deroghe, sarebbe la misura più efficace per ridurre l’impatto di queste sostanze per- e polifluoroalchiliche. Anche laddove venissero concesse eccezioni, queste comporterebbero “emissioni aggiuntive” e “rischi incontrollati” dato che non esistono livelli sicuri di emissione per queste sostanze. Diverso, ma solo in parte, l’approccio del Comitato per l’analisi socio-economica (SEAC), che nella sua bozza di parere sostiene anch’esso una restrizione ampia, ma accompagnata da deroghe mirate nei casi in cui manchino alternative tecniche o i costi siano considerati sproporzionati. Tuttavia, lo stesso SEAC evidenzia come la scarsità di dati forniti dall’industria renda difficile valutare pienamente l’impatto economico delle restrizioni. La consultazione pubblica su questo parere resterà aperta fino al 25 maggio e il documento finale è atteso entro il 2026. A quel punto, la Commissione europea dovrà tradurre le indicazioni scientifiche in una proposta legislativa nell’ambito del regolamento sulle sostanze chimiche REACH.
In parallelo, il Parlamento europeo ha già approvato nuovi standard sull’inquinamento idrico, inserendo ufficialmente gli PFAS tra le principali sostanze da monitorare e limitare non solo nelle acque potabili, ma anche in fiumi, laghi e falde sotterranee. Le nuove regole forniscono inoltre agli Stati membri strumenti più chiari per intervenire: dall’inasprimento delle autorizzazioni agli scarichi industriali alla limitazione di pesticidi nocivi, fino agli investimenti nei sistemi di trattamento delle acque reflue. L’obiettivo è integrare queste misure nei Piani di gestione dei bacini idrografici per il periodo 2028-2033. Secondo l’European Environmental Bureau, questa svolta normativa arriva in un momento critico, in cui la pressione sulle risorse idriche europee è in aumento proprio a causa dell’inquinamento. La stessa organizzazione denuncia però anche tempistiche troppo dilatate, con gli Stati membri avranno tempo fino al 2039, con possibili proroghe fino al 2045, per conformarsi pienamente agli standard. Il ritardo nell’adozione di misure efficaci potrebbe avere conseguenze economiche enormi. Un recente studio commissionato dall’UE stima che i costi legati all’inquinamento da PFAS oscillino già oggi tra i 440 e oltre 1000 miliardi di euro. Proiezioni a lungo termine indicano cifre fino a 1700 miliardi entro il 2050, considerando bonifiche ambientali e costi sanitari. Sul piano sanitario, le evidenze continuano invece ad accumularsi. Già nel 2023 uno studio condotto da trenta scienziati dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), certificava che alcune sostanze della famiglia PFAS, PFOA e PFOS, sono rispettivamente cancerogeni “certi” e “probabili” per l’uomo, grazie a prove di correlazione causale con tumori renali e testicolari. Altri effetti, ormai ampiamente avvallati dalla comunità scientifica, includono alterazioni metaboliche e dei sistemi immunitario, riproduttivo e neuroendocrino.
Nonostante il crescente consenso scientifico sulla pericolosità degli PFAS, il percorso verso una regolazione stringente resta accidentato. Diversi settori industriali continuano a difendere l’uso di queste sostanze, ritenute essenziali in numerosi processi produttivi. Un’inchiesta dell’organizzazione no-profit F-Minus ha evidenziato come alcune grandi società statunitensi di lobbying operino sia rappresentando le industrie chimiche, contro le restrizioni, e sia organizzazioni sanitarie o ambientali, a favore di norme più severe. Questo fenomeno in definitiva contribuisce in ogni caso a rallentare o indebolire le normative, pur garantendo profitti ai gruppi di pressione. Secondo il rapporto, tali dinamiche hanno già portato all’affossamento o all’annacquamento di diverse proposte legislative negli Stati Uniti. In Europa – come denunciato da innumerevoli lotte popolari – la situazione non è troppo distante con il rischio che, ancora una volta, il principio di precauzione a tutela della salute pubblica venga subordinato a interessi economici di breve periodo.
“Lavoro da casa e niente viaggi”: l’Europa valuta le restrizioni per la crisi energetica
“Mentre la crisi in Medio Oriente entra nel suo secondo mese, è chiaro che ci troviamo di fronte a una situazione molto grave”, che “rischia di imporre ulteriori costi alle nostre imprese e alle nostre famiglie”: così si è pronunciato ieri Dan Jorgesen, commissario UE per l’Energia, al termine della riunione informale con i ministri europei. Per far fronte alla situazione, sarà necessario che gli Stati adottino “misure volontarie” e “temporanee” di riduzione del consumo di carburante”, come suggerito anche dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE), con particolare attenzione al settore dei trasporti, soprattutto quelli privati. Meno viaggi in aereo e su mezzi privati, dunque, e più incentivi al car-sharing e al trasporto pubblico, oltre che un maggiore ricorso al lavoro da casa.
“Dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, nell’UE i prezzi del gas sono aumentati di circa il 70% e quelli del petrolio del 60%. In termini finanziari, 30 giorni di conflitto hanno già aggiunto 14 miliardi di euro alla fattura dell’Unione per l’importazione di combustibili fossili”, spiega Jorgensen. La ricaduta sui prezzi è quindi evidente, ma l’UE non si trova ancora al punto di registrare carenze immediate di approvvigionamento di carburante. Tenendo presente che le conseguenze della crisi “non saranno di breve durata”, è necessario che gli Stati offrano una risposta “unitaria” alla situazione. E mentre la Commissione lavora a un pacchetto di misure da presentare agli Stati membri (che questa volta, al contrario del 2022, non conterrà una tassazione sugli extra-profitti), Jorgensen ha inviato a ciascuno di essi una lettera con le prime indicazioni da seguire, basate sulle 10 raccomandazioni diffuse dall’AIE.
Secondo l’Agenzia, il trasporto su strada rappresenta circa il 45% della richiesta mondiale di petrolio, motivo per il quale le azioni consigliate si concentrano soprattutto su questo settore – ma anche sul settore aereo, della cucina e dell’industria. Proprio da qui bisogna partire per far fronte alla crisi: più smart-working, quindi, e riduzione della circolazione delle auto private tramite la promozione del trasporto pubblico, l’accesso in centro a targhe alterne e incentivi al car sharing. Oltre a questo, andrebbero ridotti i limiti di velocità di almeno 10 km/h sulle autostrade, mentre per i trasporti commerciali si consigliano “migliori pratiche di guida, manutenzione dei veicoli e ottimizzazione del carico. Andrebbero poi ridotti i viaggi aerei, specie se di affari, mentre andrebbe incentivata la cottura elettrica. Si consiglia, infine, che l’industria sfrutti “la flessibilità delle materie prime petrolchimiche e attuare misure di efficienza e manutenzione a breve termine”. In questo contesto, secondo la Commissione, i Paesi UE dovrebbero operare un “monitoraggio rigoroso” e “disincentivare la produzione delle raffinerie UE”.
Al netto delle iniziative emergenziali, secondo Jorgensen l’unico mezzo per l’UE per sottrarsi a queste crisi ripetute è l’indipendenza energetica, “un imperativo strategico dal punto di vista economico e della sicurezza, non solo per il clima”. “L’unica via da seguire”, per il commissario, vede “energia pulita prodotta localmente, elettrificazione, interconnessioni modernizzate ed efficienza energetica”. Non esattamente la strada che ha scelto di percorrere l’Italia, che ha recentemente posticipato la chiusura delle centrali a carbone di 12 anni, muovendosi in direzione sostanzialmente opposta rispetto buona parte degli Stati UE. Nel suo intervento alla riunione dei ministri di ieri, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Pichetto Fratin ha dichiarato che, a fronte della situazione attuale, l’unica soluzione possibile è, per quanto riguarda il gas, “massimizzare l’uso delle infrastrutture via pipeline già esistenti” e diversificare ulteriormente le rotte di approvvigionamento. Non dovrebbero inoltre esservi “particolari esitazioni sull’uso di biocarburanti sostenibili anche per il trasporto stradale”, mentre vanno riconsiderate le politiche energetiche e di decarbonizzazione del nostro Paese – ad esempio valutando di “attenuare il ricorso alle onerose soluzioni per la decarbonizzazione che fanno leva sugli ETS e sul mercato del carbonio”.
Crimea, precipita aereo militare russo: 29 morti
Un aereo da trasporto militare russo Antonov An-26 si è schiantato contro una scogliera mentre sorvolava la Crimea. Lo riferisce la TASS, l’agenzia di stampa russa. Nello schianto sono morti sei membri dell’equipaggio e 23 soldati. Secondo Mosca, l’incidente sarebbe stato causato da un guasto tecnico che dal pomeriggio aveva interrotto i contatti con l’aereo, facendone perdere le tracce. Le indagini continuano.










