giovedì 19 Marzo 2026
Home Blog

Altre due grandi aziende della moda italiana sono indagate per caporalato

0

La Procura di Milano ha messo sotto controllo giudiziario le aziende di abbigliamento Dama e Alberto Aspesi, allargando l’inchiesta per i casi di caporalato nella moda. Secondo i magistrati, infatti, i dirigenti delle due aziende avrebbero appaltato parte della propria produzione a due opifici nonostante fossero consapevoli che questi sfruttassero i propri operai, facendoli lavorare senza contratto. Il tribunale ha nominato un amministratore giudiziario che affianchi i dirigenti delle aziende, che sono solo le ultime realtà del mondo della moda indagate per casi di caporalato. A queste si aggiungono circa venti società del settore già sotto inchiesta, accusate di non avere fatto abbastanza per prevenire il regime di sfruttamento a cui sarebbero sottoposti gli operai che lavorano in subappalto nella loro filiera produttiva.

Tra gli indagati figura anche Andrea Dini, amministratore delegato della società Dama Spa – proprietaria del marchio Paul & Shark – e cognato del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana. Nel decreto dell’inchiesta si legge che «in relazione ai brand di alta moda, dagli accertamenti effettuati, è stato rilevato che sia Dama Spa che Aspesi Spa mostrano una generalizzata carenza di modelli organizzativi», nonché «un sistema di internal audit fallace» in cui «a nulla valgono i codici etici, i modelli di gestione e controllo, quando, per il raggiungimento del maggior profitto al più basso costo possibile, si consente la creazione di un sistema produttivo che si basa su una produzione con forza lavoro in condizione di sfruttamento». I pubblici ministeri evidenziano inoltre che ciò «stride con il protocollo di intesa, sottoscritto il 26 maggio 2025 presso la Prefettura di Milano con la partecipazione delle associazioni sindacali e datoriali più rappresentative a livello nazionale, volto a garantire il rispetto della legalità nella filiera produttiva della moda».

Il tutto è nato da due ispezioni, effettuate nel 2023 e nel 2025, in un opificio di Garbagnate Milanese in cui, nonostante il cambio di società da M&G Confezioni a G Max 365, sarebbero state appurate le medesime irregolarità. Tra queste, gli orari massacranti che i lavoratori – senza permesso di soggiorno – dovevano fronteggiare e salari al di sotto dei limiti contrattuali. Otto lavoratori su un totale di trenta sarebbero stati trovati «in stato di clandestinità, circostanza che rende evidente il loro stato di debolezza sociale e di vulnerabilità; situazioni alloggiative degradanti al di sotto del minimo etico sotto il profilo igienico sanitario». Elementi in mano agli investigatori, come rapporti frequenti con l’opificio e carte recanti istruzioni operative e riferimenti aziendali, suggeriscono una possibile consapevolezza da parte delle aziende sottoposte all’indagine di tali dinamiche.

L’episodio va a inserirsi in un solco già tracciato da altre importanti inchieste milanesi che hanno coinvolto grandi nomi della moda negli ultimi anni, tra cui Tod’s Alviero Martini spa, Armani Operations, Dior, Loro Piana e Valentino. Lo scorso dicembre, la Procura della città meneghina ha rivelato che almeno altri 200 operai lavorerebbero in condizioni di sfruttamento in centri di produzione che forniscono 13 grandi aziende del lusso ancora non coinvolte nelle indagini. Si tratta di marchi come Dolce e Gabbana, Versace, Prada, Gucci, e Yves Saint Laurent; nella lista appaiono anche Off-White, Missoni, Ferragamo, Alexander McQueen, Givenchy, Pinko, Coccinelle e Adidas. La Procura di Milano ha chiesto alle aziende di consegnare una serie di documenti al fine di appurare il loro eventuale grado di coinvolgimento nel fenomeno dello sfruttamento dei lavoratori. Il mese scorso, anche il marchio di abbigliamento low-cost Piazza Italia è stato sottoposto a un anno di amministrazione giudiziaria dal Tribunale di Firenze, con l’accusa di aver «agevolato», per «colpevole inerzia e mancata vigilanza», un sistema di sfruttamento del lavoro nella sua filiera produttiva.

Dopo 180 anni, le tartarughe giganti sono ritornate alle Galapagos

0
Tartaruga gigante Galapagos

I marinai delle baleniere le caricavano nelle stive, le impilavano le une sulle altre, e le scaricavano su un’altra isola quando serviva alleggerire il carico. Insomma, le tartarughe giganti erano utilizzate come zavorra e come riserva di cibo. Era l’inizio dell’Ottocento, e quello che sembrava puro cinismo si sarebbe rivelato, quasi due secoli dopo, l’unico motivo per cui una specie non si è del tutto spenta. Febbraio 2026: 158 giovani tartarughe giganti vengono rilasciate sull’isola di Floreana, nell’arcipelago delle Galápagos. È la prima volta, dopo 180 anni, che la sottospecie Chelonoidis niger di Floreana rimette le zampe sulla terra in cui si è evoluta. Le tartarughe di Floreana cominciarono a sparire nella prima metà dell’Ottocento catturate dalle baleniere e dalle navi pirata che solcavano il Pacifico e si fermavano alle Galápagos; resistevano mesi senza mangiare nelle stive e ne vennero prelevate a migliaia per essere mangiate, visto che la carne era considerata nutriente e migliore rispetto a quella salata o conservata, o, nei casi migliori, scaricate su altre isole quando serviva far posto o alleggerire il carico.

Questa crudeltà si è rivelata un “dono”. Nei primi anni Duemila, analizzando la genetica delle tartarughe del Vulcano Wolf, a nord di Isabela, i ricercatori scoprirono qualcosa di inatteso: alcuni individui portavano tracce di DNA riconducibili alla sottospecie di Floreana, creduta ormai estinta dal 1840. Era il pezzo mancante. Le baleniere che avevano contribuito alla distruzione della specie ne avevano anche, senza saperlo, permesso la sopravvivenza.

Dopo aver identificato una ventina di individui con il profilo genetico più affine all’originale, gli scienziati hanno avviato un programma di allevamento nel centro di riproduzione di Santa Cruz. Il risultato: 158 esemplari tra gli 8 e i 13 anni di età sono stati rilasciati in febbraio in una cerimonia aperta all’intera comunità locale. I bambini dell’isola hanno dato i nomi ai primi animali liberati.

tartarughe liberazione galapagos

Il ritorno della tartaruga gigante non è solo una storia commovente: è una questione di ecologia funzionale. Le tartarughe di Floreana sono quello che gli scienziati chiamano una keystone species, una specie cardine per l’ecosistema in cui vivono. Disperdono i semi delle piante native, modellano la vegetazione con il pascolo e il calpestio, creano microhabitat – tra cui le cosiddette wallows, piccole pozze di fango – che ospitano decine di altre specie.

Lo conferma uno studio pubblicato su Conservation Letters nel 2023, che ha analizzato gli effetti del rewilding delle tartarughe sull’isola di Española: dopo il rilascio degli animali, la popolazione di cactus Opuntia – risorsa chiave per l’intera comunità locale – e le iguana di terra endemiche sono cresciute in modo significativo, grazie all’azione di questi rettili.

«Le tartarughe giganti sono una parte fondamentale di questo sistema», ha dichiarato Rakan Zahawi, direttore esecutivo della Fondazione Charles Darwin, spiegando che: «Contribuiscono a ricostruire processi ecologici da cui dipendono molte altre specie».

L’impatto non si ferma alla terraferma: le tartarughe hanno una relazione simbiotica con gli uccelli marini dell’isola, migliorandone le condizioni di nidificazione, e colonie di uccelli sani contribuiscono a nutrire gli ecosistemi oceanici circostanti, dalle barriere coralline alle aree di pesca. Il rilascio di Floreana è parte dell’Island-Ocean Connection Challenge, un programma che punta a restaurare 40 isole di rilevanza globale entro il 2030.

Su Floreana ratti, gatti e altri animali introdotti dall’uomo nel corso dei secoli avevano decimato la fauna locale. Ma le campagne di eradicazione delle specie invasive avviate nel 2023 stanno dando i loro frutti: le popolazioni di fringuelli endemici sono in ripresa, il Pachay, un uccello che non veniva più avvistato dalla visita di Darwin nel 1835, è stato ritrovato, e lumache native assenti da oltre un secolo sono tornate a vivere. Le tartarughe sono solo l’inizio. Dopo di loro, il piano prevede la reintroduzione del serpente corridore di Floreana, del frosone vermiglione, del gabbiano lavico, del mimo di Floreana e di cinque specie di fringuelli. Alcune torneranno spontaneamente ora che l’habitat si è ripreso; altre richiederanno programmi analoghi a quello appena completato.

«Tutti avevano gli occhi lucidi durante la cerimonia con la comunità», ha raccontato Penny Becker, CEO di Island Conservation. «Cose che per i loro nonni erano solo storie erano finalmente diventate reali. Ricordo di aver parlato con Veronica, la leader della comunità di Floreana, che mi ha detto: non riesco a credere che siamo arrivati fin qui, dopo tanti anni».

Forse è questa la misura più precisa di quanto ci siamo allontanati dal mondo naturale e di quanto sia difficile, e necessario, tornare indietro. Le stesse mani che caricavano le tartarughe nelle stive come zavorra le hanno, senza saperlo, salvate. Quelle di oggi le restituiscono a un’isola che le aspettava da quasi due secoli.

Il petrolio mediorientale è diventato il più caro al mondo

0

Negli ultimi giorni i prezzi del petrolio proveniente dal Medio Oriente hanno raggiunto i massimi storici, diventando i più alti al mondo, a causa della guerra scatenata da USA e Israele contro l’Iran lo scorso 28 febbraio. La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran e gli attacchi agli impianti petroliferi delle nazioni del Golfo hanno determinato una riduzione della produzione che ha fatto impennare i prezzi: martedì, il prezzo del petrolio a Dubai per le spedizioni con carico previsto a maggio ha raggiunto il livello record di 157,66 dollari al barile, superando il massimo storico di 147,50 dollari registrato nel 2008 sui future (contratti derivati) del petrolio. Similmente, i future sul petrolio greggio dell’Oman hanno raggiunto un massimo storico di 152,58 dollari al barile, secondo i dati dell’agenzia di stampa Reuters. Oggi però, per la prima volta, i prezzi del petrolio sono lievemente scesi dopo che l’Iraq ha ripreso le esportazioni di greggio tramite oleodotto verso il porto turco di Ceyhan, sul Mediterraneo.

Gli effetti della riduzione dell’offerta del greggio mediorientale si ripercuotono sui consumatori finali e sull’economia globale, con particolare preoccupazione per quanto riguarda i Paesi europei: «Attualmente, la sicurezza fisica dell’approvvigionamento dell’Unione europea è garantita. Tuttavia, l’aumento dei prezzi dei combustibili fossili sta già pesando sulla nostra economia», ha avvertito questa settimana la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Le esportazioni di greggio dal Medio Oriente sono diminuite a 11,665 milioni di barili al giorno (bpd) a marzo, rispetto ai quasi 19 milioni di bpd di febbraio, e in calo di circa il 32% rispetto ai livelli di marzo 2025, a causa del blocco del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del petrolio globalee il 30% di quello commerciato via mare.

Lo Stretto – largo circa 30 chilometri – si trova tra l’Iran e la Penisola arabica e separa il Golfo di Oman – a sud-est – e il Golfo Persico – ad ovest. La sua chiusura sta facendo lievitare i costi anche per le raffinerie asiatiche: l’Asia, che è la principale importatrice di petrolio al mondo, acquista il 60% del suo petrolio e delle materie prime petrolchimiche dal Medio Oriente e ha opzioni limitate a lungo termine per ridurre la sua forte dipendenza dal petrolio mediorientale. La dipendenza asiatica dal petrolio dei Paesi del Golfo può determinare un rallentamento della produzione di beni e materie prima e, di conseguenza, un aumento dei costi con ripercussioni su tutta l’economia a causa della centralità di questa regione nel commercio globale. I principali importatori di petrolio dalla regione del Golfo, infatti, risultano la Cina – che nel 2024 ha importato 5,4 milioni di barili al giorno – e l’India, con 2,1 milioni. In Europa, invece, nello stesso anno sono arrivati 500mila barili al giorno.

La scorsa settimana, l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha affermato che la chiusura dello Stretto di Hormuz ha innescato la più grande interruzione dei mercati petroliferi globali della storia, con un calo previsto dell’offerta di circa 8 milioni di barili al giorno a marzo, ovvero circa l’8%. I maggiori Paesi esportatori di petrolio del Golfo – Arabia Saudita, Kuwait, Iran, Iraq, Oman, Qatar, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti – nella settimana fino al 15 marzo hanno registrato in media un trasporto di 9,71 milioni di barili al giorno, secondo i dati di Kpler. Il che indica un calo del 61% rispetto ai 25,13 milioni di barili al giorno di febbraio. Per questo si stanno affrettando a cercare rotte di trasporto alternative a quella principale di Hormuz: l’Arabia Saudita sta incrementando rapidamente i flussi attraverso il suo gasdotto Est-Ovest verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso, mentre gli Emirati Arabi Uniti stanno aumentando le esportazioni tramite il gasdotto Habshan-Fujairah, che collega i giacimenti terrestri al porto di Fujairah sul Golfo dell’Oman. Secondo il rapporto sul mercato petrolifero di marzo dell’AIE (Agenzia Internazionale dell’Energia), i flussi attraverso l’oleodotto Est-Ovest sono aumentati da una media di 1,7 milioni di barili al giorno (mb/d) nel 2025 a un record di esportazione giornaliera di 5,9 mb/d dal porto occidentale di Yanbu il 9 marzo, e si prevede che l’oleodotto raggiungerà la sua piena capacità di 7 mb/d entro pochi giorni.

Sul piano politico, il presidente statunitense Donald Trump ha cercato un sostegno internazionale per garantire la sicurezza della rotta marittima dello Stretto, auspicando una sorta di “Coalizione Hormuz” per scortare le navi, ma ha ricevuto un secco no sia da parte degli alleati europei che dalla Cina. Sul piano economico, invece, l’industria petrolifera statunitense ha lanciato un allarme: secondo il Wall Street Journal, i vertici delle principali compagnie energetiche hanno avvertito l’amministrazione americana che la crisi energetica legata al conflitto con l’Iran potrebbe intensificarsi nei prossimi mesi. Parallelamente, in Europa cresce la preoccupazione per le ripercussioni sui consumatori e sull’industria europea, tanto che l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha esortato martedì gli Stati Uniti e Israele a porre fine alla guerra con l’Iran. Le prospettive economiche del Vecchio continente, infatti, potrebbero essere viste al ribasso proprio per la situazione in Medio Oriente, mentre sembra che gli Stati Uniti non abbiano un piano preciso per uscire dal conflitto – anche a causa della volontà di Israele di perseguire l’obiettivo del cambio di regime – e l’Iran si sta rivelando più resistente e militarmente organizzato del previsto.

La repressione contro chi racconta Gaza: il caso InfoPal

0

Sono le otto del mattino di sabato 27 dicembre, quando decine di agenti di polizia, guardia di finanza e carabinieri bussano alla porta di Angela Lano a Sant’Ambrogio, in provincia di Torino. Giornalista, orientalista, accademica divisa tra Italia e Brasile, Lano è anche fondatrice e direttrice di InfoPal, unica agenzia di stampa in lingua italiana specializzata nel raccontare quanto avviene in Palestina. Il suo nome è finito all’interno dell’inchiesta della procura di Genova relativa a ipotetici fondi versati dall’Italia al gruppo palestinese Hamas. Nelle stesse ore, mentre gli agenti perquisiscono la sua casa e portano via oltre quarant’anni di studi racchiusi in taccuini, chiavette USB, computer e telefoni, sette persone finiscono in manette. Tra di loro vi è anche Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia. L’intera operazione si basa non su materiale raccolto dalla Procura di Genova, ma su “prove” messe insieme nientemeno che dall’esercito israeliano (IDF) «direttamente sul campo», ovvero la Striscia di Gaza. Proprio dove, da tre anni a questa parte, l’IDF sta commettendo un genocidio. Abbiamo raggiunto telefonicamente Lano, per farci raccontare la vicenda. 

«Il più grande problema di tutta questa storia è che non posso proseguire col mio lavoro accademico, non posso dare voti agli studenti… L’unica attività che non si è fermata è proprio quella di Infopal, perché prosegue tutta online». Nel verbale che le è stato rilasciato, il materiale sequestrato è indicato come «relativo al reato» in oggetto: concorso in terrorismo. Infopal è infatti accusato di agire come «megafono di Hamas», facendo sostanzialmente attività di propaganda del gruppo. Un’accusa che, commenta, «svilisce profondamente il lavoro che portiamo avanti da vent’anni a questa parte». Infopal, racconta a L’Indipendente la giornalista, si pone l’obiettivo di «riportare quello che succede a Gaza, a Gerusalemme, in Cisgiordania, ovvero raccontare la colonizzazione genocida della terra di Palestina». 

Angela Lano a Gaza

Per capire quanto accaduto, bisogna conoscere la storia dell’agenzia. «Io mi occupo da sempre di studi orientalistici, in particolare di Palestina, come accademica e come giornalista, inizialmente su canali di informazione mainstream come La Repubblica», racconta Lano. Dopo l’11 settembre 2001, però, svolgere questo mestiere è stato sempre più difficile. «Io volevo decostruire l’islamofobia e il razzismo che gli apparati politici e di informazione americani ed europei stavano costruendo a tavolino»: un lavoro che l’ha messa in contatto con diverse realtà del mondo islamico, come l’ABSPP (Associazione Benefica e di Solidarietà con il Popolo Palestinese, fondata pochi anni prima da Mohammad Hannoun), ma che le ha reso impossibile continuare a collaborare con le testate mainstream, che definisce «la grancassa del potere colonialista occidentale». In questo contesto, le realtà del mondo arabo le chiesero di creare un organo di informazione alternativo, specializzato in Palestina e Medio Oriente, che potesse fornire una contronarrazione. «La comunità musulmana sentiva l’asfissia di non poter apparire sui mezzi di informazione senza essere tacciata di terrorismo», ci spiega. Così, nel 2006, l’agenzia stampa Infopal viene ufficialmente iscritta presso il Tribunale di Genova e inizia il suo percorso di «critica della narrazione egemonica». 

L’agenzia, spiega Lano, nasce come eredità diretta dell’omonima associazione Infopal. I soldi con i quali si finanziava venivano dalla zakāt, l’elemosina legale obbligatoria raccolta nelle moschee durante la preghiera del venerdì, che venivano poi versati all’associazione. «Tutto questo è sempre stato alla luce del sole, anche perché noi come agenzia partecipavamo spesso a incontri pubblici. Non è pensabile che gli inquirenti si siano accorti ora che ricevevamo soldi dall’associazione, che a sua volta li riceveva dalle moschee e quindi dalla comunità musulmana». Secondo Lano, criminalizzare tutto ciò significa confermare l’impianto ideologico «razzista, suprematista, bianco, islamofobo, etnocentrico ed eurocentrico». A suo parere, «è come scandalizzarsi che il bollettino parrocchiale riceva fondi dalla Chiesa, o che i giornali li ricevano dallo Stato».

Raed Dawoud, presidente dell’associazione Infopal, si trova al momento in carcere in forma cautelare, insieme a Mohammad Hannoun, Yasser Al-Assali e Riyad Al-Bustanji. Per Raed Salahāt, Khalil Abu Deiah e Adel Abu Rawā’, invece, è stata disposta la scarcerazione. Il motivo: il materiale che l’IDF avrebbe raccolto contro di loro (la cosiddetta battlefield evidence, ovvero “le prove raccolte sul campo di battaglia”) è quasi del tutto inutilizzabile. «Si tratta di materiale che ha bypassato i tribunali israeliani e che proviene direttamente dall’intelligence, raccolta in un contesto di guerra, dove stupri, omicidi e violenze sono quotidiani», spiega Lano. 

In vent’anni di vita, Infopal ha visto collaborare al suo progetto tanti giornalisti ma anche tanti studenti, che presso l’agenzia hanno svolto stage universitari di traduzione. «A seguirci non sono solo attivisti per la causa palestinese, ma anche cittadini comuni e persone del mondo accademico», spiega Lano. E nonostante i temi del sito siano altamente specializzati, il numero di lettori è altissimo: dopo un iniziale picco di lettori immediatamente dopo il 7 ottobre 2023, l’interesse per la causa palestinese non ha accennato a scomparire, nonostante la Palestina sia sparita dai radar dell’informazione mainstream.

«Che piaccia o no», ricorda Lano, «Hamas ha vinto le elezioni del 2006, elezioni che l’Occidente ha riconosciuto. Quindi nella Striscia ora sono loro che governano e chiunque voglia aiutare la popolazione deve fare riferimento a loro». Nonostante ciò, e nonostante le indagini siano ancora in corso, il giornalismo mainstream non ha esitato un attimo a poggiarsi sulle posizioni israeliane, dando per buona la definizione di “terrorista” e continuando a utilizzarla. «Il giornalismo indipendente, al contrario, mi ha concesso molto più spazio», racconta. Nemmeno l’Ordine dei Giornalisti ha profferito parola: «Non mi hanno mai contattata per chiedere a me cosa fosse successo». 

In questo contesto, conclude Lano, «mi sento una perseguitata politica dentro un regime sempre più totalitario. Contro di me si sono scatenate istituzioni e media, tutto su input israeliano. È una cosa disumana, soprattutto dal momento che c’è un genocidio in corso. Io sono una giornalista e una studiosa di Asia Occidentale e di Palestina: se mi si impedisce di farlo per un pregiudizio razzista verso i palestinesi, in quanto arabi e musulmani, allora la torsione autoritaria è sempre più evidente».

Scontri tra bande in Nigeria, 18 morti

0

Nello stato nordoccidentale di Katsina, in Nigeria, sono scoppiati scontri tra una forza di vigilanti armati e una banda locale, che hanno provocato un totale di 18 morti. Da quanto comunica la polizia statale, il gruppo di vigilanti avrebbe ucciso tre banditi nel villaggio di Falale, scatenando una rappresaglia da parte delle medesime bande. Gli scontri hanno provocato altre 15 vittime tra lo stesso villaggio di Falale e quello di Kadobe. L’area è particolarmente soggetta ad attacchi e scontri tra bande armate, mentre altri Stati nigeriani sono alle prese con una insurrezione lanciata da gruppi islamisti della zona.

L’esperimento basato sull’IA al contrario: il computer diventa intelligente come un moscerino

2

Negli ultimi anni si discute incessantemente di intelligenza artificiale. Lo strumento è al centro della ricerca e degli interessi strategici delle grandi potenze, eppure quando si tratta di definirne con precisione la natura di questa tanto decantata “intelligenza”, il discorso resta sorprendentemente vago. In netto contrasto con l’IA così come la intendiamo oggi, un’azienda ha realizzato qualcosa che si avvicina molto di più all’idea di “intelligenza artificiale” che fa parte dell’immaginario collettivo: una simulazione virtuale estremamente dettagliata capace di riprodurre le funzioni cerebrali di un moscerino, modellandone i processi neuronali con un realismo senza precedenti.

Alex Weissner-Gross, cofondatore di Eon Systems, ha presentato su X i risultati del progetto, certo di attirare l’attenzione grazie a un titolo altamente virale: “il primo caricamento cerebrale multi‑comportamentale”. Nel post, l’accademico‑imprenditore richiama subito il concetto di singolarità – l’ipotesi secondo cui le macchine potrebbero raggiungere capacità cognitive paragonabili a quelle umane – contribuendo così ad amplificare la risonanza del suo annuncio. Un richiamo che ha certamente acceso i riflettori sul progetto, ma che ha anche alimentato non pochi fraintendimenti.

L’esperimento non ha collegato un moscerino a sensori neuronali per “caricarne” la mente all’interno di un chatbot, né ha sfruttato il cervello dell’insetto per addestrare nuovi modelli di IA. In realtà, l’intelligenza artificiale non ha alcun ruolo diretto nell’operazione. Il team guidato da Weissner-Gross ha piuttosto imboccato la strada opposta rispetto agli odierni addestramenti digitali basati sulle operazioni di calcolo di ampi data center: ha sviluppato un’emulazione del funzionamento di un cervello biologico, riproducendo in modo estremamente dettagliato neuroni e sinapsi per simulare dall’interno il comportamento della mosca.

Tutto nasce da una ricerca pubblicata nell’ottobre 2024. Un gruppo internazionale di ricercatori guidato dal dottor Philip Shiu – oggi senior scientist di Eon Systems – è riuscito a ricostruire la mappa completa delle connessioni neuronali della Drosophila melanogaster, il comune “moscerino della frutta”. Da questo lavoro è nato un modello informatico capace, secondo quanto riportato nel paper, di prevedere con notevole accuratezza l’attivazione dei neuroni dell’animale quando questi viene esposto a stimoli tattili e gustativi.

Il passo reclamizzato da Weissner-Gross consiste nel dare “corpo” a quegli impulsi neuronali utilizzando il modello NeuroMechFly e una seconda ricerca dedicata al coordinamento degli arti degli animali durante la loro toelettatura, il tutto riversato in una ricostruzione virtuale del corpo di una mosca. In questo modo, l’insetto digitale viene animato da “un flusso di input sensoriali che si propagano attraverso il connettoma, con i comandi motori inviati verso l’esterno e il corpo simulato che esegue fisicamente l’output”. Non si tratta quindi di un’emulazione statistica ricavata dai dati, ma di una vera e propria “copia” dell’attività neuronale di un moscerino.

Attraverso la diffusione dei risultati di questo esperimento, Eon Systems si propone come una sorta di salto qualitativo – non quantitativo – all’interno della sfera tecnologia, posizionandosi implicitamente come alternativa alle aziende di intelligenza artificiale che hanno promesso miracoli basati sulla sola scalabilità e che ora faticano a spiegare perché si trovino impantanate, incapaci di replicare i progressi vertiginosi dei primi anni dei chatbot. L’azienda sembra voler attirare l’attenzione di quegli investitori ormai stanchi delle promesse disattese, proponendo un paradigma più radicale rispetto alla corsa all’edificazione di colossali data center. Weissner-Gross, da parte sua, non nasconde l’ambizione: dopo aver replicato la mappatura neuronale del moscerino, sta già lavorando a un modello basato sul cervello di un topo e ammette apertamente che il suo obiettivo finale è arrivare un giorno a mappare e riprodurre anche le sinapsi di un essere umano.

DIRETTA – Guerra in Iran: uccisi i ministri della Difesa e dell’Intelligence iraniani – Teheran: “Le raffinerie di petrolio sono diventati obiettivi legittimi”

13

Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è ora succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 marzo, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì 9 marzo, i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio.


La capitale dell’Arabia Saudita Riyad sta venendo bombardata intensamente dall’Iran. L’offensiva arriva dopo lanci balistici contro il Kuwait, e poco dopo un annuncio della milizia libanese Hezbollah, che ha dichiarato di avere colpito obiettivi israeliani nel nord di Israele, nel sud del Libano e di avere portato avanti la battaglia terrestre con i soldati delle IDF situati a sud del fiume Litani.


Il Ministero della Salute libanese ha annunciato che dall’inizio del conflitto l’esercito israeliano ha ucciso 968 persone nel Paese. Secondo il Ministero tra le vittime figurano 77 donne, 116 bambini e 40 operatori sanitari, oltre a 2.432 feriti.


Con un post sul social X, il Presidente iraniano ha confermato l’uccisione del ministro dell’Intelligence di Teheran Esmail Khatib, e quella del ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh.


Israele ha lanciato un attacco missilistico contro uno dei maggiori impianti di lavorazione di gas naturale iraniano. Si tratta del giacimento di gas di South Pars, descritto come la più grande riserva di gas naturale al mondo, gestito congiuntamente da Iran e Qatar. La riserva è situata nel Golfo Persico; video che circolano online mostrano del fumo sollevarsi dagli impianti. Ancora ignoti i danni causati dall’attacco.


Le autorità iraniane hanno emanato ordini di evacuazione a tutti i cittadini degli Stati limitrofi che abitano nei pressi di cinque raffinerie di petrolio. Gli impianti interessati sono: 1) la Raffineria Samref in Arabia Saudita, 2) il Complesso petrolchimico di Al Jubail in Arabia Saudita, 3) il Campo di gas di Al Hosn negli Emirati Arabi Uniti, 4) il Complesso petrolchimico di Mesaieed in Qatar, e 5) la Raffineria Ras Laffan (fasi 1 e 2) sempre in Qatar.

Questi siti sono diventati obiettivi diretti e legittimi e saranno presi di mira nelle prossime ore”, comunica Teheran. “In precedenza, erano stati dati avvertimenti chiari e ripetuti ai vostri governanti riguardo all’ingresso in questo pericoloso percorso e al rischio che comporta per il destino delle loro nazioni. Tuttavia, hanno deciso di continuare su questa strada di cieca obbedienza e di prendere decisioni che non riflettono la volontà del loro popolo, ma che sono imposte dall’esterno dei loro confini e in assenza di qualsiasi reale sovranità”.


Il ministro della Difesa israeliano ha resto noto che nei raid tra ieri e oggi sarebbe stato preso di mira e ucciso anche il ministro dell’Intelligence di Teheran Esmail Khatib. L’Iran non ha confermato la sua morte.

Nell”immagine, l’ex ministro della Difesa iraniano Mohammad-Reza Ashtiani (a sinistra), il ministro dell’Intelligence Esmail Khatib (al centro), e il ministro della Giustizia Amin-Hossein Rahimi (a destra).

Le sirene tornano a suonare a Tel Aviv e nel centro di Israele. I pasdaran hanno minacciato massicci attacchi dopo il tramonto. «Stanotte verrà la pena osservare il cielo del nemico», avrebbe detto il generale Seyyed Majid Mousavi, stando al Tehran Times.

L’inviato speciale dell’UE per il Golfo Luigi Di Maio ha incontrato a Riyad il viceministro degli Esteri saudita Waleed Elkhereiji. La riunione è stata organizzata «per esprimere la piena solidarietà dell’Ue al Regno e al suo popolo». «L’escalation militare regionale e gli attacchi iraniani contro il Regno e i Paesi del Golfo devono cessare», ha detto Di Maio, sottolineando la necessità di «ripristinare la libertà di navigazione» nello Stretto di Hormuz.


  • Le autorità iraniane hanno confermato la morte di Ali Larijani in un attacco israelo-americano. Si tratta di una delle più importanti perdite del regime dopo la morte di Ali Khamenei. Larijani, ex comandante dei pasdaran, guidava infatti il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano. Negli ultimi mesi si era ritagliato sempre più spazio all’interno degli equilibri politici del Paese.
  • Non si è fatta attendere la reazione iraniana, che nella notte ha intensificato gli attacchi su Israele. Colpita la stazione Savidor di Tel Aviv, i cui danneggiamenti hanno bloccato per ore la circolazione ferroviaria del Paese. Il servizio di ambulanze Magen David Adom ha annunciato la morte di due persone a Ramat Gan, periferia est della capitale, a seguito dell’esplosione di una bomba a grappolo.
  • La reazione iraniana si è abbattuta anche sui Paesi del Golfo. A Baghdad è stata colpita nuovamente l’ambasciata USA, mentre un drone è stato intercettato nei pressi dell’aeroporto. Arabia Saudita e Kuwait fanno sapere di aver neutralizzato diversi missili e droni provenienti dall’Iran. Un incendio ha interessato la base militare australiana di Al Minhad, negli Emirati Arabi Uniti.
  • La coalizione israelo-americana ha condotto nuovi attacchi su Teheran e Beirut, colpendo aree densamente popolate. I raid sulla capitale libanese non hanno riguardato soltanto la periferia meridionale ma si sono estesi alle zone centrali, colpendo anche un condominio di 15 piani. Negli attacchi sul Libano sono morte almeno 6 persone, cui si aggiungono decine di feriti.

È partita la Flotilla per rompere l’assedio statunitense contro Cuba

0

Al grido di “Lasciate respirare Cuba” (“Let Cuba Breath”) è ufficialmente partita la missione umanitaria per rompere l’assedio statunitense contro l’isola. La Nuestra América Flotilla sta navigando verso le coste dell’Avana, dove è appena giunta la prima delegazione, quella italiana, del Convoglio europeo. «Quando le politiche folli dettano legge, è compito della società civile alzare la voce in difesa della vita umana», dice un infermiere italiano in partenza da Roma. Con lui un centinaio di compagni di viaggio e diverse tonnellate di medicinali, frutto di una raccolta organizzata nelle scorse settimane. La data prevista per il ricongiungimento di tutte le delegazioni è stata fissata al 21 marzo. Nei giorni successivi verranno distribuiti tutti gli aiuti umanitari e sarà prestato soccorso alla popolazione, soffocata dal bloqueo e dal suo recente inasprimento, su ordine del presidente USA Donald Trump. Lunedì l’assenza di carburante ha provocato un blackout generale sull’isola, lasciando al buio milioni di cubani.

Un centinaio di persone — tra politici, infermieri, medici, studenti — ha lasciato ieri l’Italia in direzione Cuba, come parte del Convoglio europeo che ha affiancato la Nuestra América Flotilla. Quest’ultima può contare su una dozzina di navi, con a bordo 20 tonnellate di aiuti umanitari, partita dal Messico e attesa all’Avana il prossimo 21 marzo. Gli attivisti dei Caraibi si incontreranno dunque nella capitale con le 19 delegazioni europee che hanno deciso di unirsi alla campagna internazionale “Let Cuba Breathe“. Dall’Italia sono stati raccolti più di 45mila euro in donazioni e 5 tonnellate di medicinali, tra prodotti di base e farmaci da migliaia di euro, come quelli impiegati nelle cure antitumorali. Rimpingueranno il sistema sanitario cubano, messo alle strette dalle ultime sanzioni americane, tra blackout, carenza di forniture e difficoltà negli spostamenti. A fine gennaio Donald Trump ha infatti imposto il divieto di scaricare carburante sull’isola, minacciando vecchi e potenziali partner commerciali di Cuba, come il Venezuela, che a inizio anno ha visto Washington rapire il presidente Maduro e bloccare le esportazioni di greggio verso l’Avana.

«Noi oggi stiamo partendo per Cuba innanzitutto per portare aiuti umanitari — dice l’eurodeputata Ilaria Salis — ma vogliamo anche mettere i governi e l’Unione Europea davanti alle loro responsabilità. Questo embargo è stato ripetutamente considerato contrario al diritto internazionale da risoluzioni dell’ONU che sono state votate a larghissima maggioranza, e quindi ci chiediamo come sia possibile che l’Italia, che il governo italiano, che l’Unione europea stiano in silenzio quando ad esempio l’Italia ha votato per le risoluzioni che vietavano l’embargo e ne chiedevano la sospensione immediata».

L’inasprimento dell’embargo sta avendo ripercussioni negative sulla qualità della vita di milioni di persone. Servizi a singhiozzo, difficoltà nel reperire cibo e medicinali, minacce frequenti di un intervento militare minano la quotidianità dei cubani. Il bloqueo illegale sta mettendo a rischio 30mila donne incinte e 60mila neonati, come rivelato a febbraio dal Ministero della Salute. Lunedì un blackout generale ha lasciato al buio l’isola, vedendo i primi ripristini soltanto nella notte tra martedì e mercoledì.

Mentre la solidarietà internazionale porta aiuti e soluzioni a breve-medio termine, il governo cubano starebbe tentando la via del dialogo con Washington per scongiurare un’aggressione militare che Trump paventa a giorni alterni, contraddicendosi sul futuro dell’isola. Due giorni fa, il presidente USA ha parlato di un probabile accordo all’orizzonte; poco dopo si è detto pronto ad «avere l’onore di conquistare Cuba».

Venezia: incendio al padiglione Serbia della Biennale

0

La mattina di oggi, 18 marzo, è scoppiato un incendio presso il padiglione serbo della Biennale di Venezia. I vigili sul fuoco sono giunti sul posto per spegnere le fiamme, che tuttavia, dopo una prima operazione di spegnimento, sono state ravvivate dal forte vento. Ora il rogo risulta domato, ma resterà sotto monitoraggio fino al calare del vento. Al momento dello scoppio dell’incendio erano in corso i lavori per la ristrutturazione del padiglione in vista della nuova edizione della mostra internazionale d’arte; non sono stati segnalati feriti. Restano ignote le cause dell’incendio, che ha danneggiato il tetto della struttura.

Per Mattarella la guerra è brutta, ma inizia sempre per colpa degli altri

6

Secondo uno di quei patti non scritti ma inviolabili che esistono nel giornalismo italiano, gli uomini politici si possono attaccare tutti, tranne uno: il presidente della Repubblica. Come in una monarchia, il suo verbo deve essere semplicemente trasmesso, come se possedesse il divino potere dell’infallibilità. Sulla nostra stampa, ormai, nemmeno il papa gode di un simile riguardo. Per questo, difficilmente troverete una sola riga critica sul surreale comunicato rilasciato dal Quirinale sulla guerra all’Iran. In casi come questi, su L’Indipendente sentiamo il dovere di ricoprire il ruolo che tutti i grandi media rifiutano di assumere, al fine di permettere un dibattito pubblico basato su dati di realtà. Perché il comunicato rilasciato dalla presidenza della Repubblica a margine della riunione del Consiglio supremo di difesa contiene una serie di inesattezze e ribaltamenti della realtà preoccupanti, tanto più se espressi dal vertice del Consiglio che è responsabile della difesa nazionale. Un ruolo che imporrebbe, quantomeno, di saper interpretare con lucidità le crisi internazionali alle quali il nostro Paese si trova di fronte, anziché analizzarle con il paraocchi ideologico delle alleanze internazionali cui l’Italia è costretta dal lontano 1948.

Il comunicato presidenziale si apre esprimendo «grande preoccupazione per i gravi effetti destabilizzanti» provocati dall’azione militare «degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran». E fino a qui tutto bene, ché a leggere quello che viene dopo ci si stupisce quasi che dal Consiglio supremo della difesa non pensino che la guerra sia stata scatenata direttamente da Teheran. Nel passaggio immediatamente successivo, infatti, si denunciano «le progressive lacerazioni della pacifica convivenza internazionale, l’indebolimento delle istituzioni multilaterali e le numerose violazioni del diritto internazionale» ma si afferma che questo attacco al diritto internazionale è stato «irresponsabilmente aperto dall’aggressione della Russia all’Ucraina». I bombardamenti illegali di USA e NATO sulla Serbia nel 1999, quelli sull’Afghanistan del 2001, o sull’Iraq nel 2011 e sulla Siria dal 2014? A quanto pare non sono mai esistiti, e nemmeno i milioni di morti provocati. Per il Quirinale, se gli USA e Israele stanno attaccando mezzo mondo contravvenendo quotidianamente al diritto internazionale e a quello umanitario, è certamente una cosa brutta. Ma la colpa, in fondo, è di Putin.

Da qui è un crescendo. La guerra all’Iran? Il comunicato presidenziale mette le mani avanti affermando che «sono sempre inaccettabili» gli attacchi ai civili che spesso uccidono i bambini, «come nel caso della strage della scuola di Minab» (170 morti, quasi tutte bambine, ma nel comunicato la paternità delle bombe rimane ignota, senza specificare che la strage è stata provocata da un missile americano), ma subito si precisa che l’estensione del conflitto avviene «ad opera dell’Iran» e che «il Consiglio valuta gravi le azioni dell’Iran per ostacolare la libera navigazione nello Stretto di Hormuz». È il teatro dell’assurdo: un Paese sovrano viene bombardato dalla massima potenza mondiale, che fa massacri di civili per ribaltarne il governo, ma la colpa della guerra che si sta allargando all’intera regione viene fatta ricadere sul Paese aggredito, evidentemente colpevole di non arrendersi e di cercare di colpire le basi militari da cui partono gli aerei e i missili che lo bombardano. Una risposta, tra l’altro, legittimata dal «diritto inalienabile all’autodifesa» stabilito dall’articolo 51 della Carta dell’ONU.

Non è tutto. Il comunicato analizza anche l’aggressione israeliana al Libano, dove le forze comandate dal premier Benjamin Netanyahu (già ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità) hanno provocato in pochi giorni centinaia di morti e quasi un milione di sfollati e, se al solito mette le mani avanti affermando che «chiede a Israele di astenersi da reazioni spropositate», precisa che sono le «inaccettabili azioni di Hezbollah che hanno trascinato il Libano in un nuovo drammatico conflitto». Israele occupa illegalmente parte del territorio del Paese dal lontano 1978, lo ha invaso più volte, lo bombarda con regolarità da anni, non si fa problemi a colpire perfino le postazioni della missione ONU e, dal solo 8 ottobre 2023, ha ucciso circa 5.000 civili: ma per il Quirinale la colpa è tutta dei miliziani libanesi.

Così, dietro il linguaggio felpato delle istituzioni e la retorica della responsabilità, la logica del doppio standard e del suprematismo occidentale riempie anche i comunicati della più alta carica dello Stato italiano. Nella post-verità presidenziale la guerra è brutta e l’Italia la condanna sempre, ci mancherebbe. Ma non dimenticate che Israele e USA, anche quando invadono Paesi e fanno stragi di civili sono, come li definisce ripetutamente il comunicato, «amici e alleati». Se l’Occidente è perennemente in guerra, in fondo, la colpa è di Putin e di quei Paesi come l’Iran che si ostinano a non arrendersi. Se questa è la capacità di leggere la realtà dei nostri leader, la pace è parecchio lontana.