mercoledì 25 Marzo 2026
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Effetto referendum: Meloni abbandona Delmastro, Bartolozzi e Santanché per limitare i danni

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La sconfitta al referendum produce i primi effetti nella maggioranza. Nonostante tutte le premesse e le mani avanti, un segnale andava dato ai cittadini: la scelta è ricaduta su Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto, e Andrea Delmastro, il sottosegretario travolto di recente da uno scandalo giudiziario. Bartolozzi e Dalmastro, spinti da Fratelli d’Italia, hanno rassegnato le dimissioni, ben accolte dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Quest’ultima ha poi auspicato la stessa «sensibilità istituzionale» per la Ministra del Turismo Daniela Santanché, rinviata a giudizio per truffa aggravata, che da Milano leva gli scudi e prova a resistere, sfruttando l’amicizia col presidente del Senato Ignazio La Russa. Le opposizioni presentano nel frattempo una mozione di sfiducia, su cui Fratelli d’Italia potrebbe astenersi nel tentativo estremo di cacciare la propria ministra, restituendo uno scenario surreale alla politica italiana. Nel frattempo il guardasigilli Carlo Nordio, promotore della fallita riforma della magistratura, resta in bilico.

Doveva essere un referendum “tecnico”, almeno negli auspici della maggioranza, che sperava di evitare qualsivoglia ripercussione politica. Poi la sconfitta con 2 milioni di voti di scarto, i primi malumori e le intenzioni di voto che rivelano come una preferenza su dieci per il sì sia arrivata dal centrodestra. Le dichiarazioni pacate, da vecchia scuola democristiana, rilasciate subito dopo l’esito referendario hanno presto ceduto il passo alle tensioni, che ora potrebbero trasformarsi in un vero e proprio terremoto politico per la maggioranza. Il primo capro espiatorio è stato Andrea Delmastro, il sottosegretario alla Giustizia finito al centro di diverse critiche durante il mandato: prima la diffusione di alcune conversazioni di Alfredo Cospito coperte dal segreto d’ufficio, costata 8 mesi al militante di Fratelli d’Italia, poi la società aperta con la giovane figlia di Mario Caroccia, condannato in via definitiva come prestanome della camorra.

Le dimissioni di Delmastro sono state subito seguite da quelle di Giusi Bartolozzi, la forzista capo di gabinetto. È diventata famosa per aver definito i magistrati dei plotoni d’esecuzione durante le ultime battute della campagna referendaria, arricchita da una dichiarazione rivelatasi poi dai toni semiprofetici: «se vince il no vado via dall’Italia». A febbraio Bartolozzi era stata raggiunta da un avviso di conclusione delle indagini, con la Procura di Roma che le contesta il rilascio di dichiarazioni false nel caso Almasri, il generale libico perseguitato dalla Corte Penale Internazionale che l’Italia ha deciso di rimettere a piede libero, fino a casa sua con un volo di stato.

A giocare un ruolo cruciale nel caso Almasri è stato il Ministro della Giustizia Carlo Nordio.  Per difendere la scarcerazione del torturatore libico ha stravolto le carte della Corte Penale Internazionale (CPI), che ne chiedeva l’arresto. Essendo Nordio anche il promotore della riforma della magistratura, bocciata due giorni fa dal popolo, si comprende la precarietà che al momento avvolge Palazzo Piacentini, soprattutto intorno alla figura del guardasigilli.

Se Nordio resta in bilico, la collega di partito Daniela Santanché sembra avere un destino politico già scritto. L’anno scorso, di fronte agli scandali giudiziari, la Ministra del Turismo si era detta pronta alle dimissioni solo in caso di una richiesta proveniente direttamente da Giorgia Meloni. Ora che questa è arrivata, l’ex proprietaria del Twiga prende tempo, aggrappandosi all’amicizia con La Russa. All’orizzonte si staglia il voto di sfiducia depositato dalle opposizioni in Parlamento, che a questo punto potrebbe passare con l’astensione di Fratelli d’Italia. Tutto per provare a limitare i danni del referendum e tirare avanti, almeno fino all’approvazione della legge elettorale che a fine mese inizierà il suo iter in commissione.

Ivrea, violenze in carcere: 8 agenti condannati per falso

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Un anno e sei mesi (otto, in un caso) di reclusione per falsità in atti nell’ambito del procedimento per le violenze avvenute nel carcere di Ivrea nel 2016: questa la pena decretata dai giudici per otto agenti della polizia penitenziaria, che avrebbero coperto quanto stava avvenendo contro i detenuti con falsi rapporti che citavano cadute e altri “incidenti”. Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, ha definito “fondamentale” il ruolo dell’associazione e della società civile nella vicenda. I reati contestati agli autori delle violenze (accusati di lesioni, in quanto all’epoca dei fatti non esisteva ancora il reato di tortura) sono andati in prescrizione.

NGT: l’assalto alla sovranità alimentare dei nuovi OGM in Europa

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Il 3 dicembre 2025 l’Unione Europea ha compiuto un passo destinato a incidere profondamente sull’agricoltura del continente con l’accordo tra Commissione Europea, Parlamento e Consiglio UE sul regolamento relativo alle Nuove Tecniche Genomiche (NGT), in Italia chiamate anche Tecniche di Evoluzione Assistita (TEA). Con il nuovo quadro regolamentare, la maggior parte delle piante ottenute attraverso le Nuove Tecniche Genomiche sarà considerata equivalente alle varietà convenzionali e, di conseguenza, sarà esentata da obblighi di etichettatura al consumo, tracciabilità lungo la filiera alimentare...

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DIRETTA – Guerra in Iran – Esercito iraniano: “non sono in corso colloqui con gli USA” – Media: altri 2mila soldati USA in Medio Oriente

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Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è ora succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 marzo, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì 9 marzo, i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio.


Hezbollah ha fatto sapere di aver lanciato dei missili su soldati e mezzi militari israeliani nel Sud del Libano, nei pressi della città di Qouzah, dove di fatto è in corso un’invasione terrestre.

Secondo il Ministero della Salute israeliano nelle ultime 24 ore sono state ferite 204 persone, a causa degli attacchi provenienti dal Libano e dall’Iran.


  • L’esercito iraniano ha negato che siano in corso colloqui con l’amministrazione statunitense, dichiarando che sarà la propria amministrazione a decidere tempi e condizioni per la fine della guerra e il conseguente abbassamento dei pezzi del petrolio.
  • Iran e Israele hanno proseguito con un fitto scambio di attacchi sulle rispettive città.
  • Israele ha anche proseguito la propria offensiva nel sud del Libano, dove sta cercando di espandere i propri confini approfittando della guerra in Iran.
  • Nonostante le dichiarazioni di Trump sui colloqui, i media statunitensi riportano che il Pentagono avrebbe inviato altri duemila soldati della 82ma divisione aviotrasportata dell’esercito, in grado di dispiegarsi in qualunque parte del mondo in sole 18 ore, in Medio Oriente. Aggiunti ai 4.500 marines già diretti verso la regione, porterebbero il numero totale di militari USA inviati in Medio Oriente a 7mila. Non è chiaro dove verranno dispiegate queste forze aggiuntive, ma secondo il New York Times potrebbero essere inviati sull’isola di Kharg, principale hub di esportazione del petrolio iraniano recentemente bombardata dagli USA.
  • Il New York Times riporta anche che gli USA avrebbero consegnato all’Iran, attraverso mediatori del Pakistan, un piano di pace in 15 punti, ma non vi è alcuna conferma ufficiale della cosa.
  • Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha dichiarato di aver parlato questa mattina con il principe saudita Mohammed bin Salman, ribadendo la “ferma condanna” per gli attacchi contro il Regno saudita e ribadendo “l’incrollabile solidarietà e l’inequivocabile sostegno” al Paese. Ha anche dichiarato che il Pakistan è impegnato in “sforzi diplomatici” volti a “pace e stabilità regionale”.

Bruxelles, indietro tutta: rinviata la proposta per vietare il gas russo

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Nonostante i roboanti annunci di fine anno, la guerra all’Iran ha costretto l’Unione Europea a fare marcia indietro: la Commissione Europea ha deciso di posticipare la presentazione della proposta di legge per vietare in modo permanente le importazioni di gas russo. La notizia arriva da un aggiornamento dell’agenda legislativa dell’UE ripreso dai media internazionali, che tuttavia specificano – citando funzionari anonimi – che la proposta non è stata annullata: essa avrebbe dovuto apparire entro la metà di aprile, ma «a causa degli attuali sviluppi geopolitici» verrà avanzata in una fase successiva.

La proposta avrebbe dovuto essere presentata il prossimo 15 aprile: nei programmi iniziali dell’Unione Europea, il divieto avrebbe dovuto essere applicato a partire da sei settimane dopo l’entrata in vigore del regolamento (salvo per i contratti in essere, per i quali sarebbe stato previsto un periodo di transizione). Il divieto totale per le importazioni di GNL sarebbe dovuto entrare in vigore a partire dal gennaio 2027, mentre le importazioni di gas da gasdotto avrebbero dovuto essere completamente fermate a partire dall’autunno dello stesso anno. Lo stop avrebbe dovuto essere imposto anche nel caso in cui le sanzioni alla Russia fossero state revocate: se tra Mosca e Kiev si raggiungesse un accordo di pace, insomma, l’UE smetterebbe comunque definitivamente di importare gas russo. Un guadagno assicurato per gli Stati Uniti, che dall’inizio della guerra in Ucraina si sono progressivamente sostituiti a Mosca come fornitore principale di GNL per l’Europa, rappresentando oltre un quarto (27%) delle importazioni odierne – contro il 5% del 2022. Una situazione ulteriormente complicata dalla scarsa possibilità di diversificazione dell’approvvigionamento, dal momento che l’offerta globale di GNL è limitata a pochi Paesi, tra i quali Qatar ed Emirati Arabi Uniti – entrambi coinvolti, come tutti i Paesi del Golfo, nella guerra contro l’Iran di USA e Israele.

Recentemente, l’AIE (Agenzia Internazionale per l’Energia) ha affermato che la guerra in Iran – e in particolare la chiusura dello Stretto di Hormuz, dal quale passano il 20% delle forniture globali di petrolio e GNL – ha causato “la più grande interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale”, con una riduzione nella produzione di petrolio pari a dieci milioni di barili al giorno. L’UE aveva inizialmente dichiarato che non vi fossero “preoccupazioni immediate sulla sicurezza delle forniture”, mentre si teme invece l’aumento dei prezzi, che secondo l’AIE potrebbero subire il contraccolpo dalla chiusura prolungata dello Stretto. I timori che la guerra possa durare ancora a lungo hanno aggravato le previsioni, al punto che gli USA hanno rilasciato una licenza di 30 giorni che permette l’acquisto di petrolio russo – per un totale di circa 100 milioni di barili di greggio russo, pari a circa un giorno di produzione mondiale.

Al momento l’esito della situazione è incerto: ieri, il presidente USA Donald Trump ha annunciato l’esistenza di colloqui con l’Iran per giungere a un accordo di pace, ma Teheran ha smentito fermamente le dichiarazioni, sostenendo che l’unico interesse del presidente fosse quello di calmare i mercati. Con le prospettive di una fine del conflitto a breve termine che si allontanano, la crisi energetica globale non può che peggiorare. E in questa situazione di incertezza, l’UE è sempre più legata a doppio filo alle sorti di Washington.

Danimarca, elezioni: socialdemocratici primi ma senza maggioranza

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Le elezioni parlamentari in Danimarca hanno confermato i socialdemocratici come prima forza politica. Calano però i consensi: il partito guidato dalla premier Mette Frederiksen ha ottenuto il 21,9% dei voti (a fronte del 27,5% del 2022). I partiti della coalizione di sinistra hanno conquistato 84 dei 179 seggi del Parlamento, dunque al di sotto della maggioranza assoluta. Per governare dovranno stringere un accordo coi moderati, ma non si esclude lo stallo politico.

In Sudafrica sta diminuendo il bracconaggio di rinoceronti

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Secondo i dati diffusi dal Ministero delle Foreste, della Pesca e dell’Ambiente, lo scorso anno in Sudafrica, Paese situato sull'estrema punta meridionale del continente, sono stati uccisi illegalmente 352 esemplari, contro i 420 registrati nel 2024. Una riduzione del 16%, pari a 68 rinoceronti in meno, registrata in un contesto globale in cui il traffico illegale di fauna selvatica resta una delle principali minacce per molte specie.
Per contrastare il fenomeno, negli ultimi anni il governo sudafricano, insieme ai gestori delle aree protette e alle organizzazioni per la conservazione, ha prev...

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Mentre tutti guardano l’Iran, Israele lancia il piano per annettersi un pezzo di Libano

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«L’attuale guerra in Libano deve concludersi con un cambiamento radicale, che vada oltre la sconfitta del gruppo terroristico Hezbollah». Così il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, ha commentato le operazioni militari israeliane in Libano, recentemente aumentate di intensità. Chiarendo le sue posizioni sulla campagna contro il gruppo libanese Hezbollah, Smotrich è stato più che diretto: «Il fiume Litani deve essere il nostro nuovo confine con lo Stato libanese, proprio come la “Linea Gialla” a Gaza e come la zona cuscinetto e la cima dell’Hermon in Siria». Israele, insomma, deve espandersi, in tutte le direzioni. Alle sue dichiarazioni hanno fatto eco quelle del ministro della Difesa israeliano Israel Katz, che ha annunciato che Tel Aviv occuperà il Libano meridionale fino al fiume Litani per creare una «zona cuscinetto difensiva».

L’annuncio di Smotrich è arrivato ieri, 23 marzo, in occasione di una riunione del suo partito, Sionismo Religioso, alla Knesset, il parlamento monocamerale israeliano. «Non possiamo tornare alla situazione del 6 ottobre, quando il nemico era alle nostre porte», ha affermato Smotrich. «Respingeremo il nemico su tutti i fronti e creeremo un cordone di sicurezza sanitario che separerà il nemico dai nostri cittadini». Smotrich è da molti considerato uno dei leader politici più estremisti del governo israeliano; colono di nascita e per scelta, è uno dei principali promotori del movimento di annessione della – e di espansione degli insediamenti in – Cisgiordania e nelle sue dichiarazioni ha spesso fatto espliciti riferimenti all’ideologia della Grande Israele.

Le ultime considerazioni pubbliche di Smotrich sono seguite all’annuncio di una nuova operazione per ampliare il controllo militare israeliano nel sud del Libano, rilasciato la scorsa settimana da Katz. Lo stesso ministro della Difesa aveva inoltre dichiarato che i cittadini libanesi che vivono a sud del Litani non potranno tornare nelle proprie case finché il nord di Israele non sarà considerato «sicuro». Oggi stesso ha ribadito tale concetto, affermando che Israele manterrà il controllo dell’area a sud del fiume Litani finché Hezbollah non sarà «neutralizzata»: in un incontro con il Capo di Stato Maggiore, Katz ha affermato che le forze israeliane «controlleranno i ponti rimanenti e la zona di sicurezza fino al Litani». L’area interessata si estende 30 chilometri in profondità nel territorio libanese, e corrisponde a circa un decimo dell’area del Paese. Tanto l’annuncio della scorsa settimana quanto quello di oggi corrispondono di fatto a una dichiarazione di annessione del sud del Libano, che è stata confermata dalla più esplicita dichiarazione di Smotrich.

Il fiume Litani – situato nell’area meridionale del Libano – costituisce il confine della zona cuscinetto istituita con la tregua siglata nel novembre del 2024 tra Israele ed Hezbollah. Secondo essa, solo l’esercito regolare libanese e le forze internazionali possono stazionare a sud della barriera naturale che, almeno in teoria, non potrebbe essere oltrepassata neanche dall’esercito israeliano. Nonostante l’accordo, Israele non ha mai cessato di bombardare il Libano e di far progredire le proprie forze terrestri sempre più a fondo nell’area meridionale del Paese. Con i mesi, e la salita al potere del nuovo governo libanese guidato da Nawaf Salem e del nuovo presidente Joseph Aoun – entrambi fautori di una politica anti-Hezbollah – l’amministrazione centrale ha disposto la smilitarizzazione dell’area e della totalità degli avamposti militari di Hezbollah, che si è opposto all’ipotesi di cedere le armi nelle aree del Paese escluse dagli accordi di cessate il fuoco.

Le dichiarazioni di Smotrich non si limitano al solo Libano, ma coinvolgono anche aree della Siria e della Palestina. Smotrich ha affermato che la linea gialla – la linea di demarcazione nella parte orientale della Striscia di Gaza dietro la quale i soldati israeliani dovrebbero rimanere stazionati – dovrebbe costituire il nuovo confine di fatto con l’exclave palestinese. Anche in tal caso – come in quello del Libano – il tentativo di annessione da parte di Israele non si è mai davvero arrestato, come dimostrato da immagini satellitari e dichiarazioni della stessa politica di Tel Aviv.

Giustizia: si dimette il sottosegretario Dalmastro. Bartolozzi in bilico

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Il Sottosegretario alla Giustizia Andrea Dalmastro Delle Vedove si è dimesso. L’annuncio di Dalmastro segue uno scandalo riguardante la costituzione di una società con una ragazza appena maggiorenne, figlia di Mario Caroccia, condannato in via definitiva come prestanome del clan camorristico Senese. Secondo ricostruzioni mediatiche, Dalmastro sarebbe stato ricevuto dal ministro della Giustizia Carlo Nordio assieme alla Capa di Gabinetto Giusi Bartolozzi; secondo varie indiscrezioni, anche Bartolozzi sarebbe sulla via delle dimissioni a causa della vittoria del No al referendum sulla magistratura.

La Russia dichiara guerra a Telegram per sostituirla con una chat di Stato

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Già da diverse settimane i cittadini russi hanno iniziato a riscontrare massicci disservizi nell’utilizzo della piattaforma Telegram. Non si tratta di semplici problemi tecnici, ma di un’operazione coordinata dal regolatore statale delle comunicazioni. Quello che per anni è stato il “porto sicuro” della dissidenza, dell’informazione indipendente e persino della comunicazione istituzionale e militare russa potrebbe presto diventare un ricordo. La Federazione Russa avrebbe infatti avviato le procedure per l’eliminazione di Telegram dal proprio spazio cibernetico. Secondo le ultime dichiarazioni ufficiali rilasciate da Roskomnadzor (Servizio federale per la supervisione delle comunicazioni, della tecnologia dell’informazione e dei mass media), l’app sarebbe colpevole di violazioni sistematiche della legislazione russa sulla conservazione dei dati e sulla cooperazione con le autorità inquirenti in materia di reati gravi, come il terrorismo.

Il governo ha da tempo implementato sofisticate tecniche di throttlingovvero il rallentamento intenzionale della velocità di connessione che rende l’invio di video e messaggi vocali quasi impossibile. Ma il blocco totale pare ormai imminente: diverse testate locali indicano la data del 1° aprile come il termine ultimo oltre il quale l’applicazione verrà completamente oscurata sul territorio nazionale. Con circa 100 milioni di utenti, Telegram (che funge anche da social network e piattaforma di informazione) è l’app di messaggistica più popolare della Russia. Quasi tutte le agenzie statali russe hanno canali Telegram, incluso il Cremlino, così come i politici dell’opposizione, i giornalisti indipendenti e i media non censurati. Telegram è utilizzata anche dai soldati russi per trasmettere le coordinate del campo di battaglia, tenere riunioni e parlare con le loro famiglie. Insomma, l’app è utilizzata da tutti, senza distinzioni

Tuttavia, l’attuale esigenza dello Stato di esercitare un controllo sui flussi informativi in un periodo di estrema tensione geopolitica sembra portare verso altre direzioni. La crittografia end-to-end e la natura decentralizzata della piattaforma sono state identificate come una minaccia alla sicurezza nazionale. L’obiettivo finale, però, non è il semplice oscuramento, ma la sostituzione. Sebbene la storia tra Russia e Telegram, e il suo fondatore Pavel Durov, non sia mai stata “rose e fiori”, gli attacchi più duri sono iniziati qualche mese fa, dopo la nascita di MAX, una “super-app” sviluppata dal colosso tech nazionale VK (Vkontakte). MAX è stata paragonata alla cinese WeChat, combinando social media e funzioni di messaggistica con accesso a un sistema di identità digitale, banche, pagamenti e servizi pubblici vari.

Il 4 giugno 2025, durante una riunione di governo, in risposta alla relazione del ministro dello Sviluppo Digitale, delle Comunicazioni e dei Mass Media della Federazione Russa, Maksut Shadayev, lo stesso Presidente Putin, rivolgendosi a tutti i ministri, ha detto: «Vi prego di tenere a mente e chiedervi di organizzare intenzionalmente il lavoro per sostenere l’applicazione russa, e per questo i servizi forniti da vari dipartimenti, istituzioni finanziarie e così via, dovrebbero essere trasferiti su questa piattaforma. Questo è estremamente importante». Alla fine del mese di giugno Putin ha poi firmato la legge approvata dalla Duma di Stato e dal Consiglio della federazione, sulla “Creazione di un servizio multifunzionale per lo scambio di informazioni”. Da settembre scorso, MAX è stata preinstallata su tutti i telefoni e i tablet venduti in Russia.

L’applicazione ovviamente non sarà obbligatoria ma non averla renderà la vita più complicata, per via di schemi e logiche che abbiamo già avuto modo di sperimentare nel recente passato di emergenza pandemica. Il destino di Telegram si inserisce in un quadro di desertificazione digitale già avviato. La prima vittima eccellente era stata WhatsApp, resa inaccessibile attraverso la rimozione dei suoi domini dai DNS nazionali dopo l’inclusione, nel 2022, della società madre, META, nella lista delle organizzazioni terroristiche ed estremiste. Se Telegram era riuscito a sopravvivere più a lungo grazie alla sua enorme popolarità tra i blogger patriottici e i corrispondenti di guerra, l’attuale stretta dimostra che nessuna eccezione è più concessa. Anche altre piattaforme minori e servizi di messaggistica criptata stranieri stanno subendo la stessa sorte, lasciando i cittadini russi con una scelta binaria: utilizzare i canali controllati dallo Stato o tentare via delle VPN, che a loro volta sono oggetto di una caccia tecnologica senza sosta da parte del Roskomnadzor.

L’eliminazione di Telegram rappresenta l’ultimo mattone di un muro digitale che separa la Russia dal resto del web globale, come già fatto da tempo dalla Cina. Mentre il governo giustifica queste misure con la necessità di combattere il terrorismo e le frodi informatiche, il risultato tangibile è la creazione di un ecosistema informativo a circuito chiuso.