lunedì 9 Marzo 2026
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Chi c’è dietro i coloni israeliani in Cisgiordania?

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Attacchi, incendi, sabotaggi, minacce, furti, omicidi. I coloni illegali in Cisgiordania assomigliano sempre di più a milizie paramilitari, il cui obbiettivo è lo stesso del governo israeliano: mandare via i palestinesi e colonizzare completamente la Cisgiordania. Mentre i politici inneggiano all’annessione di questo pezzo di Palestina, bande armate di coloni hanno aumentato i loro attacchi contro le comunità palestinesi su tutto il territorio, arrivando a sfollare quasi 700 persone nel solo mese di gennaio. La coordinazione con l’esercito è spesso esplicita e l’impunità, quasi assicurata: rarissimi i casi in cui un colono viene portato in Tribunale per le violenze agite, circa il 3% le condanne dal 2005 ad oggi. Il disegno sembra chiaro: da un lato la politica spinge verso l’annessione, dall’altro, i coloni fanno il lavoro sporco occupando terre e obbligando i palestinesi ad andarsene. Con ogni mezzo.

L’agire dei settlers non è nato dal nulla: è figlio di una lunga strategia politica che dura da anni, alla cui base, ci sono vari gruppi, movimenti, ONG. E politici israeliani.
Amana, Regavim, Im Tirtzu; Lehava, Hashomer Yosh, Artzeinu, Nachala, Elad.
Molte di queste organizzazioni israeliane il cui obiettivo è la colonizzazione di tutta la Palestina e l’allontanamento dei “non-ebrei” dal territorio hanno legami diretti con la politica di Tel Aviv: sono parte della stessa ideologia suprematista e si sostengono e alimentano a vicenda, creando un’alleanza strategica che contribuisce a creare una narrativa, un’agenda politica e una pratica in cui la colonizzazione della Cisgiordania è presentata come parte integrante della sicurezza nazionale e dell’identità sionista. Legittimando politicamente e legalmente pratiche che la comunità internazionale considera illegali o contrarie al diritto internazionale.

L’appoggio ai coloni da parte di Israele

Il movimento dei coloni israeliani sembra aver ricevuto una forte spinta ad agire e la legittimazione totale delle proprie pratiche terroristiche dall’installazione dell’ultimo governo di Netanyahu nel 2022, e poi dal 7 di ottobre 2023. Gli attacchi e le violenze sono quotidiane, da Nord a Sud della Cisgiordania occupata: negli ultimi 3 anni almeno 33 comunità palestinesi sono state interamente sgomberate, 880 famiglie – circa 4.700 persone – sono state sfollate, mentre almeno 37 palestinesi sono stati uccisi. Contemporaneamente, la costruzione di nuove colonie, avamposti, strade e abitazioni israeliane sul territorio occupato nel 1967 non fa che aumentare.
Queste azioni non sono casi isolati: l’agire dei coloni appartiene a un disegno ben più ampio, spinto e finanziato direttamente dalla politica israeliana di Tel Aviv.

È stato Ben Gvir, il ministro della Sicurezza Nazionale a emettere oltre 220mila nuove licenze di porto d’armi ai coloni – illegali secondo il diritto internazionale – creando di fatto vere e proprie milizie armate al servizio di Tel Aviv. È il governo ad aver finanziato con miliardi di shekel l’espansionismo degli avamposti sul territorio, promettendo sostegno, soldi, strade e supporto logistico. Se la costruzione di decine di nuovi “outpost”, inizi di colonie, ha raggiunto numeri che non si registravano da decenni, un motivo c’è. Ed è il supporto economico, politico, militare e giuridico che il governo di Netanyahu, specialmente tramite le figure dei ministri Smotrich e Ben Gvir – entrambi coloni illegali – sta dando all’agire studiatamente violento dei settlers. Che sembrano quasi obbedire a degli ordini dettati dall’alto.

In foto: Ben Gvir

Il governo e i politici sono direttamente responsabili di aver armato i coloni e di star sostenendo la pulizia etnica e la colonizzazione della Cisgiordania. Se prima il discorso pubblico dai leader israeliani era più cauto, negli ultimi due anni la destra al potere parla apertamente di annessione della Cisgiordania e di mandare via i suoi abitanti palestinesi.
Sono 720 i milioni di euro che Israele ha stanziato per la costruzione di 19 nuove colonie e la progettazione di decine di altre; varie migliaia le nuove case approvate nell’ultimo anno in Cisgiordania. Recentissime le nuove regole che permettono agli israeliani ebrei di comprare terre in questo pezzo di Palestina, e che di fatto smantellano il potere dell’ANP anche nelle aree A e B sancite dagli Accordi di Oslo. La politica espansionista, non fa che crescere, nell’inazione della comunità internazionale. Spinta da ONG, movimenti, e gruppi politici, tramite finanziamenti nazionali e internazionali.

Le organizzazioni israeliane attive nell’occupazione e il loro legame con la politica

REGAVIM è stata fondata nel 2006 da Bezalel Smotrich, il Ministro delle Finanze nonché capo del Partito Religioso Sionista. Nascosta dietro vesti ambientaliste, l’organizzazione sionista usa cause legali e pretesti tecnici (come la “protezione delle risorse”) per chiedere allo Stato israeliano di demolire case e villaggi palestinesi in Cisgiordania occupata. Regavim ha una ampia mappatura dei territori occupati, che utilizza per presentare ripetute petizioni alla Corte Suprema israeliana per accelerare sfratti e demolizioni. L’organizzazione ha legami politici e finanziari con coloni israeliani e donatori esteri – soprattutto americani, – e negli anni ha sviluppato una grande capacità di influenzare la politica di occupazione di Tel Aviv. Le nuove regole decise da Smotrich sulla pubblicazione dei registri catastali e sulla possibilità di acquisire immobili da parte dei non-arabi, aiuta enormemente il lavoro di colonizzazione di ONG come Regavim.

Bentzi Gopstein il fondatore di LAHEVA, l’organizzazione israeliana di estrema destra

LAHEVA è un’organizzazione israeliana di estrema destra e suprematista ebraica fondata nel 2009 che si oppone ai matrimoni misti e alle relazioni personali tra ebrei e non ebrei, prendendo di mira in particolare le relazioni tra ebrei e palestinesi. Supporta la colonizzazione della Cisgiordania e spinge per l’annessione totale dei territori palestinesi a Israele, e ha una grande influenza nella politica israeliana. Guidata da Bentzi Gopstein, è nota per le sue azioni violente contro i palestinesi e nel 2024 è stata anche sanzionata dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea come organizzazione estremista violenta. Bentzi Gopstein è uno dei leader dei coloni israeliani ed è considerato un discepolo del rabbino suprematista Meir Kahane. Amico e consigliere informale di Ben-Gvir, il ministro della Sicurezza nazionale con la quale condividono la stessa ideologia kahanista, è attivo nel blocco politico Sionismo Religioso. Ben Gvir, avvocato di formazione, ha più volte difeso Gopstein in tribunale dalle accuse di incitamento all’odio e violenze contro i palestinesi.

AMANA è stata fondata nel 1979 per sostenere la costruzione di insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata, nella Striscia di Gaza, sulle Alture del Golan, nella Galilea e nel Negev. Opera tramite controllate come Binyanei Bar Amana Ltd e Al-Watan, occupandosi di incoraggiare coloni ad andare nei nuovi insediamenti, pianificare e costruire colonie e avamposti, oltre ad assistere le autorità israeliane in questi luoghi. Amana è una delle organizzazioni di coloni più forti dal punto di vista finanziario e politico. Con beni valutati a circa 600 milioni di shekel e un budget annuo di decine di milioni di shekel, Amana è considerata la “madre e il padre” degli avamposti illegali, che rappresentano un fattore importante nella violenza dei coloni contro i palestinesi. Politici come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich hanno sostenuto pubblicamente iniziative legate ad Amana: nella pratica, Ben-Gvir rappresenta una sorta di “canale” politico che traduce le istanze di Amana in provvedimenti legislativi o in protezioni legali, mentre Smotrich, in qualità di ministro delle Finanze, ha promosso finanziamenti statali per insediamenti che spesso coinvolgono l’organizzazione in prima persona.

IM TIRTZU si descrive come “il più grande movimento sionista in Israele.” Fondato nel 2006 da intellettuali, studenti e riservisti, “lavora per rafforzare e promuovere i valori del sionismo e per rinnovare il discorso, il pensiero e l’ideologia sionista nella società israeliana. Im Tirtzu enfatizza la formazione della futura generazione della leadership dello Stato e la costruzione di un’élite sionista”. Il movimento è molto attivo nell’opporsi e nel delegittimare ogni critica verso lo stato di Israele, in particolare verso i gruppi per i diritti umani e le organizzazioni che criticano la politica israeliana nella colonizzazione della Cisgiordania e per le violenze contro i palestinesi. L’organizzazione, nonostante sia extra-parlamentare, ha stretti legami con la destra israeliana, ed è considerata vicina a figure come Ben-Gvir e Smotrich, sia politicamente che ideologicamente.

ARTZEINU significa “La nostra terra” in ebraico. L’organizzazione israeliana di destra è conosciuta per la sua posizione fortemente nazionalista e sionista. Il suo obbiettivo principale è quello di promuove la sovranità israeliana su tutta la Palestina, inclusa la Cisgiordania (che loro chiamano Giudea e Samaria), aiutando gli acquirenti ebrei-israeliani a trovare terre da acquisire e fornendo loro supporto logistico. L’organizzazione si oppone al processo di pace con i palestinesi e a qualsiasi concessione territoriale, e organizza campagne politiche e manifestazioni a sostegno degli insediamenti e contro accordi o iniziative internazionali considerate “anti-israeliane”. Pur non essendo un partito politico, Artzeinu esercita influenza politica indiretta tramite la sua collaborazione con politici di estrema destra, campagne mediatiche per influenzare l’opinione pubblica, e la partecipazione a lobby pro-coloni.

NACHALA è un’organizzazione israeliana fondata nel 2005 che sostiene la creazione di nuovi insediamenti e avamposti in Cisgiordania, fornendo supporto logistico, legale e promozione mediatica. Ambisce all’annessione totale della West Bank e di Gaza. Collegata alla destra nazionalista e a politici come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, contribuisce all’espansione della presenza ebraica sul territorio e alla pressione politica per la legalizzazione retroattiva degli insediamenti.

In foto: Il ministro delle finanze israeliano Bezalel Smotrich

HASHOMER YOSH è una ONG israeliana fondata nel 2013 con stretti legami con ministeri statali. Il gruppo, il cui nome significa “Il Guardiano di Giudea e Samaria” (riferendosi al termine biblico per la Cisgiordania), sostiene gli agricoltori coloni in tutto il territorio occupato e ogni anno invia centinaia di volontari adolescenti — alcuni dei quali sono coloni stessi — a lavorare negli avamposti illegali e a difenderli. Hashomer Yosh non è un partito politico, ma la sua attività è strettamente integrata con lo Stato israeliano, ricevendo risorse, legittimazione e supporto istituzionale. In pratica, è una rete che connette coloni, governo, esercito e università per promuovere l’espansione degli insediamenti e consolidare la presenza israeliana in Cisgiordania.

I palestinesi nelle zone rurali della Cisgiordania sostengono che Hashomer Yosh sia diventato un attore centrale nella violenza dei coloni. L’ONG si concentra sul coinvolgimento dei giovani israeliani, offrendo programmi di volontariato e pre-militari che mandano i ragazzi a sorvegliare terre negli avamposti illegali. L’esercito israeliano ha proposto questi programmi come alternativa al servizio militare tradizionale, mentre l’Università di Ariel, situata in un insediamento in Cisgiordania, concede crediti accademici agli studenti che vi partecipano come volontari. L’organizzazione ha ricevuto milioni di shekel dal governo israeliano, inclusi finanziamenti dal Ministero dell’Agricoltura e dal Ministero del Negev, della Galilea e della Resilienza Nazionale. Riceve finanziamenti anche dall’estero. Nel 2021 ha ricevuto fondi statali per finanziare droni, nonostante un decreto generale proibisca il possesso di droni in Cisgiordania.

I GIOVANI DELLE COLLINE  (gli Hilltop Youth), sono gruppi informali di coloni israeliani che occupano avamposti non autorizzati in Cisgiordania, usando metodi violenti per espandere la presenza israeliana sul territorio. Le loro azioni, pur essendo spesso illegali anche per la legge israeliana, ricevono un sostegno politico indiretto da figure della destra nazional-religiosa come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, che spingono per la legalizzazione retroattiva degli avamposti e l’espansione degli insediamenti. Sono responsabili di decine di aggressioni, incendi, e pogrom contro i palestinesi in questi ultimi anni. Attraverso legami con ONG pro-coloni, questi giovani sono il braccio operativo di un’agenda politica che mira a consolidare e militarizzare la colonizzazione della Cisgiordania.

ATERET COHANIM ed ELAD (Ir David Foundation) sono due tra le più influenti organizzazioni non governative israeliane impegnate nell’insediamento ebraico a Gerusalemme Est. Il loro obbiettivo è la “giudeizzazione” di Gerusalemme, e mirano a cambiare la demografia dei quartieri non ebraici, spingendo i palestinesi ad andarsene o espropriandogli le case. Il legame tra queste organizzazioni e la politica israeliana è diventato, nel corso del 2024 e all’inizio del 2025, un pilastro della strategia di governo per il controllo di Gerusalemme Est. Non sono più viste come semplici entità private, ma come veri e propri partner esecutivi dello Stato. Finanziamenti pubblici, agevolazioni fiscali e il sostegno di figure politiche di alto profilo come Bezalel Smotrich e Ben Gvir mostrano le profonde interconnessioni tra le ONG e il governo.

I nomi elencati, sono i principali; ma di gruppi fondamentalisti, di ONG colonizzatrici, e di movimenti suprematisti ce ne sono numerosi altri in Israele. Questa è la realtà nella Palestina sotto attacco: l’impennata di violenze da parte dei coloni, e l’onda colonizzatrice che sembra stia investendo il territorio, non è nata da sola. È il frutto di una rete di attivismo e sostegno ideologico, dove ONG, movimenti, e organizzazioni giovanili offrono supporto materiale, formazione ideologica, e azioni concrete che vengono poi tradotte in leggi da politici di estrema destra come Ben Gvir o Bezalel Smotrich. Gli stessi politici che da anni supportano – o addirittura hanno fondato – le stesse organizzazioni ed ONG che inneggiano alla colonizzazione e alla pulizia etnica. Insomma, un cane che si morde la coda. Correndo verso la colonizzazione totale e l’annessione della Cisgiordania.

DIRETTA – Guerra all’Iran: Gli ayatollah designano nuova Guida Suprema – Petrolio alle stelle, media: convocata riunione del G7

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Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è ora succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica e lunedì, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio.

Il Financial Times ha riferito che i ministri degli Esteri del G7 dovrebbero riunirsi oggi per discutere delle possibili iniziative da mettere in atto dopo che il prezzo del petrolio ha ampiamente superato i 100 dollari, come effetto della guerra. La riunione dovrebbe essere ufficializzata in giornata.


Secondo quanto riferito ad Axios da un funzionario anonimo dell’amministrazione statunitense, gli USA non sarebbero affatto contenti dei bombardamenti lanciati da Israele contro i depositi di petrolio iraniani nella sera di sabato 7 marzo scorso. Nonostante fossero stati comunicati in anticipo, questi sarebbero andati ben oltre quanto previsto: il timore, riporta Axios, è che la distruzione delle infrastrutture strategiche porti i cittadini iraniani a sostenere il regime, con il conseguente aumento dei prezzi del petrolio.


Human Rights Watch ha accusato l’esercito israeliano di aver impiegato fosforo bianco per colpire le abitazioni della città di Yohmor, nel sud del Libano, lo scorso 3 marzo. L’organizzazione avrebbe geolocalizzato e verificato l’autenticità di alcune immagini che mostrano l’esplosione di ordigni al fosforo sopra le case e l’intervento dei vigili del fuoco per spegnere alcuni incendi che ne sono conseguiti.

Il fosforo bianco è un’arma micidiale se usata in guerra, in quanto si incendia immediatamente al contatto con l’ossigeno causando sofferenze indicibili e morti atroci per le persone che vi entrano in contatto. Le convenzioni internaizonali ne vietano l’uso, ma Israele è stata accusata di aver impiegato quest’arma in diversi contesti, compreso nel corso dell’attuale aggressione contro la popolazione palestinese di Gaza.


  • I media di Stato hanno confermato l’elezione di Mojtaba Khamenei, 56enne secondogenito dell’Ayatollah Ali Khamenei (ucciso negli attacchi congiunti di USA e Israele), come nuovo leader supremo dell’Iran. La sua elezione è stata appoggiata dai Pasdaran e dai leader politici del Paese. Trump non ha ancora commentato l’elezione, ma avrebbe commentato a Fox News di non essere “contento” della scelta.
  • Esplosioni sono state registrate per tutta la notte a Teheran, mentre altri Stati del Golfo (Bahrein, Qatar, Iraq, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) hanno denunciato attacchi con droni o con missili; gli USA hanno ordinano l’evacuazione di parte del personale delle proprie ambasciate a Riyadh.
  • Mentre conduceva attacchi contro l’Iran centrale, Israele ha nuovamente aggredito Beirut, in Libano, dichiarando di aver preso di mira strutture di Hezbollah. In Iran, l’esercito israeliano avrebbe colpito siti di lancio dei missili balistici e il quartier generale delle Forze di Sicurezza interna e della milizia Basij in Iran, insieme ad altri siti.
  • Il costo del petrolio brent ha superato i 108 dollari a barile, il prezzo più alto dall’inizio della guerra in Ucraina.

Crosetto ha convocato una riunione d’emergenza per il riarmo dell’Italia

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L’Italia vuole accelerare il rafforzamento delle proprie capacità militari di fronte a un contesto internazionale sempre più instabile. Per questo il ministro della Difesa Guido Crosetto ha riunito vertici militari e rappresentanti dell’industria della difesa italiana, sollecitando un aumento rapido della produzione. All’incontro hanno partecipato oltre 130 persone, tra cui il capo di Stato Maggiore della Difesa Luciano Portolano e il direttore nazionale degli Armamenti Giacinto Ottaviani. Il ministro ha chiesto alle aziende di indicare subito capacità operative, programmi in fase di finalizzazione e iniziative utili a rafforzare soprattutto la difesa aerea del Paese, invitando a ridurre ostacoli burocratici e ad agire con tempi rapidi per la tutela della «sicurezza».

L’impegno desiderato da Crosetto prevede di superare i «normali canoni commerciali». Il ministro ha dunque sollecitato i comparti preposti alla Difesa a «segnalare tutte le proprie disponibilità operative, i programmi in fase di finalizzazione e ogni iniziativa che possa contribuire, in tempi brevissimi, a rafforzare ulteriormente la difesa, specie quella di area, del Paese, nonchè quella dei Paesi alleati e dei Paesi amici». In un momento «così delicato e drammatico» è inoltre «fondamentale ridurre al minimo gli impedimenti e le procedure burocratiche che sempre meno si sposano con esigenze che non possono aspettare e che incidono negativamente sull’efficienza e, in ultima analisi, sulla sicurezza stessa del Paese».

Le nuove spese straordinarie per la Difesa, insomma, dovranno essere ingenti, rapide e possibilmente evitare cavilli burocratici che ne rallentano i termini. Che Crosetto avesse intenzione di stanziare maggiori risorse per il comparto militare è cosa nota da tempo: nonostante il comunicato del ministero non dia informazioni ulteriori sulle previsioni di spesa, il ministro aveva già dichiarato che sarebbero necessari «almeno» 30 mila unità in più solamente tra i militari. Quello che cambia ora è l’emergenza: mentre qualche mese fa si trattava della «guerra ibrida» scatenata dalla Russia, ora il pericolo proviene dalla «complessa situazione geopolitica in Medio Oriente».

Per il 2026, però, l’Italia ha già previsto di spendere la cifra più alta di sempre per la Difesa: 34 miliardi di euro in tutto, un miliardo in più dell’anno precedente, il 45% in più rispetto agli ultimi 10 anni. La cifra, calcolata in base alle spese dell’Osservatorio MilEx, non tiene conto delle uscite per la sicurezza nazionale in senso più ampio, quelle complementari che la NATO inserisce nel target complessivo del 5% del PIL – quali cybersicurezza, sicurezza infrastrutturale, mobilità militare ecc. Il tutto mentre altri capitoli di spesa, quali la sanità e l’istruzione, vedono tagli netti sempre più ingenti – la nostra spesa sanitaria è ben al di sotto della media UE, mentre siamo il Paese con il rapporto più basso in assoluto tra spesa per l’istruzione e spesa pubblica totale.

Strage Crans Montana, 5 nuovi indagati: c’è anche il sindaco

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Vanno avanti le indagini per accertare le responsabilità della strage di Crans Montana, dove la notte di Capodanno hanno perso la vita 41 ragazzi nell’incendio del Constellation. Ci sono cinque nuovi indagati, tutti funzionari dell’amministrazione della località svizzera, sindaco compreso. Le accuse contestate sono: incendio, omicidio e lesioni colpose. Le stesse mosse verso i coniugi Jacques e Jessica Moretti, proprietari della discoteca Constellation.

In Brasile le proteste indigene fermano la privatizzazione di tre fiumi dell’Amazzonia

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Tapajós, Brasile, fiume, Amazzonia

In Brasile una lunga mobilitazione delle comunità indigene ha portato il governo a ritirare un decreto che apriva alla privatizzazione di tratti di tre grandi fiumi dell’Amazzonia: il Tapajós, il Madeira e il Tocantins. La decisione arriva dopo oltre un mese di proteste nella regione di Santarém, nello stato amazzonico del Pará, dove centinaia di attivisti Munduruku, Arapiun e Apiaká hanno bloccato l’accesso a un terminal cerealicolo della multinazionale statunitense Cargill. Sfidando alcune delle forze più potenti del capitalismo globale. Per le popolazioni indigene i fiumi amazzonici, oltre ...

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8 marzo, “Non una di meno” in piazza contro il governo

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In occasione della Giornata internazionale della donna, il movimento Non Una Di Meno promuove un “weekend lungo” di mobilitazione contro le politiche del governo su violenza di genere, diritti sociali e guerra. Oggi, domenica 8 marzo, sono previsti cortei e iniziative in circa 60 città italiane. A Roma la manifestazione principale parte alle 17 da piazza Ugo La Malfa, vicino al Circo Massimo. Nella capitale, alle 19, alla Nuvola di Fuksas inaugura anche la mostra fotografica “Women for Women Against Violence”. Le proteste contestano in particolare il ddl Bongiorno sulla violenza sessuale, le politiche sul lavoro e la riconversione bellica. Domani è previsto uno sciopero generale transfemminista.

Una canzone dei Clash ogni volta che Trump bombarda

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Nel 1981 l’allora presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, aveva un problema: riuscire a vendere armi all’Iran senza essere scoperto. I proventi di quelle vendite gli servivano per finanziare i Contras, i gruppi controrivoluzionari del Nicaragua che cercavano di rovesciare il governo dei Sandinisti, saliti al potere due anni prima. Sostenerli apertamente era impossibile. Reagan si inventò allora un meccanismo clandestino che passava proprio dall’Iran, già governato dall’ayatollah Ruhollah Khomeini e dalla nuova Repubblica Islamica.

Per far funzionare il suo astuto piano senza attirare troppa attenzione, il presidente degli Stati Uniti chiese aiuto ad alcuni amici che si trovavano in zona: lo Stato di Israele. Così, a pochi anni dalla nascita dell’odiato regime degli ayatollah, Israele e Stati Uniti iniziarono a fornire armi ai pasdaran iraniani, utilizzando i proventi di quelle vendite per finanziare la controrivoluzione contro il governo Sandinista in Nicaragua. Una specie di girotondo geopolitico: armi a Teheran, soldi ai Contras, e tutti che fanno finta di niente. Una situazione abbastanza paradossale se si pensa che già allora l’Iran era considerato uno dei principali nemici dell’Occidente. Ma si sa: in politica estera, gli amici e i nemici cambiano spesso, mentre gli interessi economici restano sorprendentemente stabili, per gli USA come per lo Stato di [termine censurato in ottemperanza al Ddl antisemitismo].

Il piano funzionò alla grande fino al 1986, quando lo scandalo Iran-Contra venne alla luce e molti dei responsabili vennero incriminati. Nel frattempo però gli Stati Uniti erano riusciti a finanziare abbondantemente la guerra civile in Nicaragua, contribuendo alla morte di decine di migliaia di persone, alla distruzione delle principali infrastrutture del paese e a una profonda crisi economica.

Se pensate che questa sia un introduzione perfettamente calzante per il disco dei Clash Sandinista!, uscito proprio in quegli anni e dedicato alle ingerenze statunitensi in America Latina, avete perfettamente ragione. Peccato che questo album sia già stato chiamato in causa una volta in questa rubrica: quando l’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump, subito dopo aver festeggiato l’anno nuovo, ha deciso di bombardare il Venezuela. È successo appena due mesi fa, il 3 gennaio per la precisione. Esattamente lo stesso giorno in cui, nel 1990, gli Stati Uniti avevano bombardato un altro paese del Sudamerica, Panama, deponendo il capo di Stato Manuel Noriega. Evidentemente ci tengono a festeggiare le ricorrenze.

Quando dal Sudamerica ci si sposta in Medio Oriente, però, i Clash vengono in nostro aiuto con un altro disco: Combat Rock, uscito due anni dopo Sandinista!. Tra i brani più celebri dell’album c’è una canzone che sembra scritta pensando proprio al clima politico dell’Iran post-rivoluzionario.

Anno 1982. La rivoluzione iraniana si era compiuta da appena tre anni e nel nuovo Stato islamico la musica occidentale, rock compreso, era stata bandita come simbolo della decadenza culturale dell’Occidente. L’idea per il testo della canzone era venuta al cantante dei Clash, Joe Strummer, che aveva iniziato a immaginare la storia di un sovrano mediorientale che decide di vietare la musica rock nel suo paese. Il re ordina allora ai musicisti, i “boogie men”, di smettere di suonare, ma il popolo non ci sta: la gente continua a organizzare concerti nelle piazze, nei templi e nei quartieri. A quel punto il sovrano perde la pazienza e ordina ai suoi caccia militari di bombardare i ribelli. Ma anche i piloti, una volta decollati, ignorano gli ordini, accendono le radio nelle cabine di pilotaggio e si mettono ad ascoltare la musica assieme al resto della popolazione. Strummer aveva abbozzato il testo, ma non sapeva bene che farci. La svolta arrivò quando il batterista dei Clash, Topper Headon, iniziò a improvvisare in studio un riff suonato al pianoforte. Quando Strummer lo sentì, capì immediatamente di aver trovato la canzone giusta: Rock the Casbah.

Il successo del brano andò ben oltre le più rosee aspettative, al punto da finire per rivoltarsi contro gli stessi Clash.

Pochi anni dopo, nel 1991, durante la Guerra del Golfo, Rock the Casbah entrò nella heavy rotation delle radio militari ascoltate dai soldati statunitensi diretti a bombardare l’Iraq. In un caso, secondo diversi racconti dell’epoca, la scritta “Rock the Casbah” venne addirittura dipinta su una bomba destinata a essere sganciata su Baghdad. La notizia mandò su tutte le furie Joe Strummer, che si disse sconvolto per l’uso distorto della canzone: un brano in cui i piloti militari si rifiutano di bombardare trasformato nella colonna sonora dei caccia che partivano per l’Iraq. Del resto, in tutto il disco, Combat Rock, i Clash non avevano certo risparmiato le critiche alla politica guerrafondaia degli Stati Uniti. L’album è pieno di riferimenti alla presenza militare americana nel mondo, alle guerre per procura e agli effetti devastanti che queste politiche avevano sulle popolazioni civili. Il caso più evidente è la traccia che chiude il primo lato del disco, Straight to Hell, un brano descritto dallo scrittore Pat Gilbert come “saturo di malinconia e tristezza coloniale”.

Qui il tono cambia completamente. Se Rock the Casbah è ironica ed energica, Straight to Hell è cupa, lenta e sofferente. La canzone parla, tra le altre cose, dei figli abbandonati dai soldati americani nelle basi asiatiche dopo la Guerra del Vietnam. Bambini meticci rifiutati, figli di padri che sono tornati negli Stati Uniti lasciandoli a crescere in paesi che spesso li discriminavano, lontani dal sogno americano che non li voleva riconoscere. A un certo punto Joe Strummer si rivolge direttamente a uno di loro in uno dei versi più belli di tutto il disco: «Let me tell you ‘bout your blood, bambu kid — it ain’t Coca-Cola, it’s rice».

È un brano che racconta cosa resta dentro le persone quando la guerra se ne va. Non le battaglie, non le vittorie, ma le conseguenze. Un’idea che verrà ripresa in modo quasi speculare appena due anni dopo da Bruce Springsteen con Born in the U.S.A. Non a caso The Boss ha sempre riconosciuto un debito artistico nei confronti dei The Clash. Nella versione registrata in studio, Joe Strummer sembra davvero cantare in mezzo a una risaia. Le percussioni di Topper Headon hanno il suono secco e legnoso delle canne di bambù che battono tra loro mentre si lavora nei campi, il basso di Paul Simonon procede lento e ostinato, mentre le chitarre di Mick Jones, cariche di riverbero, sembrano echi di sinfonie che arrivano da lontano. La voce di Strummer è densa e sofferente, perfetta per quello che deve dire. Ma forse l’interpretazione più intensa del brano arriverà qualche anno dopo, nella versione dal vivo pubblicata nell’album From Here to Eternity. Lì non canta semplicemente la canzone: la trasforma. Le parole diventano più lente, i respiri più pesanti, come se ogni verso fosse trascinato fuori con una fatica immane.

È quello il punto in cui Straight to Hell smette di essere solo una canzone contro la guerra e diventa, quasi, una preghiera.

Mosca: “Uccisi in 24 ore 1.255 soldati ucraini”, colpiti 143 siti di lancio droni

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Il Ministero della Difesa russo ha dichiarato che nelle ultime 24 ore le forze ucraine avrebbero perso circa 1.255 militari nell’area delle operazioni militari. Secondo Mosca, le perdite ammonterebbero a circa 235 soldati nel settore del gruppo tattico Nord, 180 in quello Ovest, oltre 150 nell’area Sud e 345 nel settore Centro. Altri 265 militari sarebbero caduti nella zona controllata dal gruppo tattico Est e fino a 80 nell’area del gruppo Dnepr. Il ministero afferma inoltre che aviazione, droni, missili e artiglieria russi hanno colpito siti di lancio di droni ucraini e basi temporanee di truppe e mercenari stranieri in 143 aree.

Il referendum oltre la propaganda: cosa si vota (davvero) il 22 e 23 marzo

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Il referendum del 22 e 23 marzo si avvicina, cresce il lavoro propagandistico di comitati e partiti ma i dubbi restano, come dimostrano gli alti livelli di indecisione. Ciò che è certo è che si parla della riforma della magistratura. A latitare, in mezzo a un mare di fake news, attacchi gratuiti e ricostruzioni parziali, sono i contenuti. Maggioranza e opposizione hanno semplificato il confronto fino a renderlo mero motivo di sostegno o contrasto al governo. Sotto c’è tanto altro e riguarda l’organizzazione della magistratura, titolare del potere giudiziario, che insieme a quello legislativo ed esecutivo tiene in piedi lo Stato moderno. Di fronte alla peggior campagna elettorale di sempre, suscettibile di minare il diritto a essere informati di oltre 50 milioni di elettori, la redazione de L’Indipendente ha deciso di pubblicare un articolo che faccia una volta per tutte chiarezza in vista del voto.

La riforma della magistratura

Domenica 22 marzo, dalle ore 7 alle 23, e il giorno successivo dalle 7 fino alle 15, gli elettori saranno chiamati a esprimersi su un unico quesito referendario. Si tratta di un referendum confermativo, che non prevede cioè alcun quorum da raggiungere per la validità del voto (come invece successo nei recenti appuntamenti di natura abrogativa). A dover essere confermata dai cittadini è la legge costituzionale n. 253/2025, meglio nota come riforma della magistratura. Quest’ultima è stata approvata in Parlamento, ottenendo la maggioranza assoluta dei voti. Non è stato invece raggiunto il quorum dei due terzi dei membri di ciascuna Camera; per questo motivo è stato possibile chiedere l’indizione del referendum confermativo, previa raccolta delle canoniche 500mila firme.

Si tratta di una riforma articolata, come dimostra la formulazione del quesito che gli elettori si troveranno di fronte su scheda verde: «Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”?». Sbarrando la casella del sì si voterà a favore delle nuove disposizioni, mentre con il no ci si opporrà alla riforma, che interviene su 7 articoli della Costituzione. Vengono sostanzialmente modificati i meccanismi di autogoverno della magistratura e rimarcata la distinzione dei percorsi professionali voluta ai tempi dalla riforma Cartabia. Vediamo nel dettaglio cosa cambia con la legge costituzionale voluta dal governo.

La divisione del Consiglio Superiore della Magistratura

Attualmente il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) è l’organo di autogoverno dei magistrati, sia giudici che pubblici ministeri. Al CSM la Costituzione affida “le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati” (art. 105). Funzioni che la legge costituzionale n. 253/2025 intende assegnare a tre nuovi organi. Nel caso in cui al referendum trionfasse il sì, nascerà un Consiglio Superiore dei giudici (magistrati giudicanti) e un Consiglio superiore dei pubblici ministeri (magistrati requirenti) — che si occuperanno del governo delle carriere. La competenza sui provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati verrà invece affidata all’Alta Corte Disciplinare, di rango costituzionale. L’obiettivo dichiarato è quello di evitare sovrapposizioni tra funzioni amministrative e giurisdizionali. La nuova corte sarà composta da 15 membri: 9 togati e 6 laici.

La riforma promossa dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio non si limita allo spacchettamento del CSM ma ne supera anche gli attuali criteri selettivi. Al momento, infatti, i membri del Consiglio Superiore della Magistratura “sono eletti per due terzi da tutti i magistrati ordinari tra gli appartenenti alle varie categorie, e per un terzo dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari di università in materie giuridiche ed avvocati dopo quindici anni di esercizio” (art. 104 Cost.). Con la prima elezione vengono scelti i cosiddetti togati, mentre con la seconda i membri laici.

In caso di esito positivo al referendum, i nuovi Consigli Superiori saranno composti da giudici non eletti in modo diretto bensì sorteggiati. Ciò vale sia per i togati sia per i membri laici. Nel primo caso, il sorteggio avviene tra i magistrati della rispettiva carriera (giudicante o requirente), secondo modalità che stabilirà la legge. Nel secondo caso invece il campione si restringe a un limitato numero di persone (avvocati e professori ordinari di materie giuridiche) scelto dal Parlamento. Per approvare il “listino” non è prevista alcuna maggioranza qualificata, rafforzata — che nella pratica si traduce in una garanzia, seppur minima, per la minoranza di turno, coinvolta in qualche modo nella decisione.

Il sorteggio è previsto anche per definire la composizione dell’Alta Corte Disciplinare. Dei 9 membri togati, 6 saranno estratti tra i giudici e 3 tra i pm. In entrambi i casi, i funzionari dovranno avere almeno 20 anni di esperienza. Per quanto riguarda i membri laici, 3 saranno nominati dal Presidente della Repubblica e 3 sorteggiati tra professori ordinari di materie giuridiche e avvocati, presenti nel famoso listino parlamentare. Anche in questo caso saranno obbligatori i venti anni di esercizio della professione.

Le ragioni del sì e del no

Il sorteggio dei magistrati è stato proposto dalla maggioranza guidata da Fratelli d’Italia con l’obiettivo di superare le cosiddette correnti interne, che l’avvocato Mario Cicala qualifica come «centri di potere, espressione politica, strumenti di dibattito ideale». Ogni corrente ha la propria visione circa il ruolo della magistratura ed esercita un’influenza affinché quella visione sia predominante. Una dinamica non troppo distante da ciò che accade in politica con i partiti. I sostenitori del no al referendum affermano che il sorteggio dequalifichi l’istituzione, sollevando problemi di responsabilità e competenze, il tutto senza assicurare l’effettivo superamento delle correnti. La nuova modalità selettiva viene poi accusata di rendere la magistratura più vulnerabile alle pressioni politiche: se un terzo dei magistrati sarà pescato da un listino ristretto, i restanti due terzi verranno sorteggiati tra migliaia di funzionari (salvo eventuali requisiti che la legge ordinaria potrà introdurre, magari a seguito della pressione organizzata dei magistrati).

La separazione delle carriere

La distinzione dei Consigli Superiori viaggia di pari passo al consolidamento della tanto chiacchierata separazione delle carriere, già oggi in vigore de facto. La riforma Cartabia ha infatti introdotto una rigida separazione delle funzioni tra giudici e pubblici ministeri, consentendo un solo passaggio di carriera nei primi 10 anni. Si tratta di un’opzione storicamente scelta da meno dell’1% dei magistrati, come evidenziato dal Consiglio Superiore della Magistratura nella delibera dell’8 gennaio 2025. Nel 2023, ad esempio, si sono registrati appena 8 passaggi da giudice a pm e 26 nella direzione opposta, per un totale di 34 magistrati su 8851 (0,38%) in servizio. Il progetto normativo voluto dal guardasigilli Carlo Nordio elimina anche questa possibilità residuale. I magistrati saranno obbligati a scegliere la funzione giudicante o quella requirente all’inizio delle loro carriere, senza possibilità di cambiamenti successivi.

Tabella elaborata dal Consiglio Superiore della Magistratura nella delibera 8 gennaio 2025.

Le ragioni del sì e del no

Per i sostenitori della riforma e del sì al referendum, separare in modo definitivo le carriere tra chi giudica e chi accusa è funzionale a un processo equo e imparziale. In altre parole, si intende evitare la vicinanza culturale o professionale tra il giudice e l’accusa.

Seppur al centro di dibattiti e scontri tra le parti, la separazione delle carriere resta elemento secondario rispetto alla modifica del CSM. Come affermato dalla Corte Costituzionale, alla separazione tra pm e giudici si sarebbe potuto giungere attraverso una legge ordinaria, senza passare per la più articolata revisione costituzionale. Per questo motivo, il fronte contrario alla riforma afferma che le modifiche alle carriere dei magistrati siano uno “specchietto per le allodole”, utile a portare avanti altri cambiamenti, come l’immediato spacchettamento del CSM.

Allo stesso tempo, c’è preoccupazione per possibili passaggi successivi alla riforma, che tuttavia non sono automatici. Una volta isolati in modo definitivo giudici e pm — sostiene il fronte del no — si procederà con l’introduzione di forme di coordinamento tra pm e governo. In questo modo il lavoro del pubblico ministero e dunque dell’accusa si muoverà nei confini tracciati dal Ministero della Giustizia di turno. Non si tratta però di uno scenario consequenziale e per attuarlo saranno necessarie nuove leggi.

Cosa non è la riforma

Dopo aver visto i punti nodali della riforma della magistratura è utile, per un voto libero e informato, soffermarsi su cosa non è, sviluppando così degli anticorpi alla propaganda delle parti. Partiamo dalla definizione. Parlare di riforma della giustizia è improprio e punta a fare leva su un sentimento di generale insoddisfazione circa i tempi e l’efficienza dell’apparato giudiziario. La legge costituzionale n. 253/2025 interviene sulla magistratura, che è diverso. Riguarda infatti il modo in cui lo Stato intende organizzare coloro che applicano la legge, non incidendo su tempi ed efficienza amministrativa. Quest’ultimo aspetto lo ha sottolineato lo stesso Carlo Nordio durante un convegno alla Camera dei Deputati.

Eppure, come ampiamente argomentato in un articolo sul tema, più che ruotare intorno ai contenuti concreti, questa campagna referendaria si è concentrata su insulti, linguaggio divisivo e logica dello scontro. Al punto da richiedere un insolito intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha invitato le parti al «rispetto vicendevole». Se i sostenitori del sì “confondono” giustizia e magistratura, strumentalizzando episodi di cronaca, quelli del no non sono da meno, invocando imminenti scenari da regime totalitario.

Norvegia, esplosione nell’ambasciata USA a Oslo nella notte

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Un’esplosione ha colpito nelle prime ore del mattino l’ambasciata degli Stati Uniti a Oslo, senza provocare feriti. La detonazione è avvenuta intorno all’1 di notte e ha causato soltanto lievi danni materiali a uno degli ingressi dell’edificio. La polizia della capitale norvegese ha avviato un’indagine, impiegando cani, droni ed elicotteri alla ricerca di uno o più possibili responsabili. Gli investigatori non hanno ancora chiarito l’origine dell’esplosione, anche se ritengono l’episodio particolarmente grave. Il comandante della polizia Michael Dellemyr ha spiegato che non verranno diffusi ulteriori dettagli perché l’inchiesta è ancora in una fase iniziale. L’area attorno all’ambasciata è stata successivamente dichiarata sicura.