L’esercito tedesco sarà addestrato dagli istruttori delle forze armate ucraine, in virtù dell’esperienza acquisita da queste ultime sul campo di battaglia nel confronto militare diretto contro la Russia. Il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, venerdì scorso ha firmato un accordo in tal senso a margine di un incontro con il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky. L’obiettivo, secondo quanto riferito da un portavoce dell’esercito, è quello di «integrare le esperienze dei soldati ucraini nell’addestramento militare presso le scuole di addestramento dell’esercito», sfruttando la loro conoscenza sull’uso di droni armati e sulla difesa contro gli attacchi nemici. «Nessuno nella NATO ha attualmente più esperienza di combattimento dell’Ucraina, dobbiamo sfruttarla», hanno affermato alcuni ufficiali della Bundeswehr (l’esercito tedesco). L’iniziativa rientra nel più ampio contesto di riarmo delle forze armate tedesche, nel quadro della presunta necessità di difendersi dalla cosiddetta “minaccia russa”, ma anche della volontà tedesca di raggiungere il primato militare nell’Ue, configurandosi come l’esercito più forte del Vecchio continente in una rinnovata proiezione di potenza di Berlino.
Secondo quanto riferito dal giornale tedesco Der Spiegel, i dettagli dell’addestramento non sono ancora del tutto noti: si prevede che gli istruttori ucraini raggiungano la Germania il prima possibile per addestrarsi con le unità di fanteria dell’esercito. Tuttavia, a causa della difficile situazione sul campo nei territori ucraini, è probabile che gli ufficiali di Kiev potranno fermarsi in Germania solo poche settimane. In ogni caso, se prima era l’esercito tedesco a addestrare quello ucraino, anche sull’uso di mezzi militari che la Germania ha fornito a Kiev (ad esempio il sistema di difesa aerea Gepard, l’obice semovente Panzerhaubitze 2000 e il carro armato Leopard), ora la situazione appare invertita e Berlino sembra ansiosa di acquisire le tecniche di combattimento più efficaci anche sulla base della conoscenza delle strategie militari russe. In particolare, l’addestramento verterà sull’uso dei droni e sulla difesa contro gli stessi, ma anche sulla trasmissione dell’esperienza che gli ucraini hanno accumulato con gli stessi sistemi d’arma tedeschi.
Inoltre, verranno trasmesse anche le conoscenze delle Forze armate ucraine sui moderni sistemi di comando e controllo: le forze di Kiev, infatti, hanno sviluppato sistemi relativamente semplici per la pianificazione del combattimento e il controllo delle loro unità attraverso l’uso di applicazioni su normali smartphone. Attraverso tali applicazioni vengono anche organizzati il rifornimento delle munizioni e l’evacuazione del personale ferito. A differenza dei sistemi della Bundeswehr, sviluppati in tempo di pace e tecnicamente molto complessi, i programmi ucraini sono stati testati in prima linea e vengono migliorati di giorno in giorno. Da parte sua, lo Stato maggiore russo ha recentemente reso noto di stare sviluppando nuove tendenze di combattimento: secondo il colonnello generale russo Sergey Rudskoy, capo della Direzione principale delle operazioni, i combattimenti in Ucraina hanno introdotto nuovi modelli nella guerra moderna, tra cui «un notevole aumento dell’uso di sistemi robotici aerei, navali e terrestri» nelle missioni di ricognizione, nella guerra controbatteria, nella posa di mine, nella consegna di munizioni e rifornimenti al fronte, nonché nell’evacuazione dei feriti dal campo di battaglia.
Entrambe le parti, dunque, stanno perfezionando e mettendo a punto nuove tattiche militari in una guerra che dura ormai quattro anni e non accenna a concludersi, mentre la situazione sul campo di battaglia rimane in stallo, con l’Ucraina che ha comunque fallito gli obiettivi della controffensiva. In questo contesto, l’Ue continua a perseguire la linea dello scontro più o meno diretto con la Russia non escludendo, e anzi preparandosi, a un confronto militare con la nazione eurasiatica dotata di armi nucleari. La Germania è una delle nazioni che sta investendo di più in questa direzione, rafforzando il suo esercito e approvando il ritorno alla leva militare obbligatoria. Nel «Piano Operativo Germania», infatti, la Bundeswehr punta a raggiungere le 460.000 unità entro il 2029, con 80.000 soldati attivi e circa 120.000 riservisti, per garantire una forza mobilitabile in tempi rapidi. A questo si aggiunge un massiccio programma di investimenti in armamenti, logistica e tecnologia, pensato per riportare l’esercito tedesco al vertice europeo per capacità operative. È quello che Berlino ha definito “Zeitenwende” ossia una “svolta epocale” che indica il cambio di rotta della Germania dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Inoltre, Berlino ha introdotto un nuovo modellodi servizio militare su base volontaria, sostenuto da una procedura di registrazione obbligatoria per gli uomini e facoltativa per le donne.
La recente iniziativa di addestramento della Bundeswehr da parte degli ufficiali ucraini segna una continuità di azione con le precedenti mosse legislative e militari, confermando la volontà della Germania, e in generale dell’Ue, di muoversi in una direzione di scontro con Mosca, piuttosto che potenziare le soluzioni diplomatiche. Il tutto mentre il Vecchio continente affronta una crisi economico-sociale rilevante e risulta sempre più marginale nello scacchiere politico internazionale.
Il gip del Tribunale di Roma ha disposto il proscioglimento di 32 persone, tra cui il presidente di Casapound Gianluca Iannone, indagate per i saluti romani e il grido “presente” durante la commemorazione della strage di Acca Larentia del 7 gennaio 2024. Il giudice ha motivato la decisione sostenendo che non vi fosse alcuna “previsione di condanna”, escludendo quindi i presupposti per sostenere l’accusa in giudizio. L’inchiesta riguardava i partecipanti alla cerimonia, ritenuti dall’accusa responsabili di manifestazioni di matrice fascista. Con il provvedimento si chiude la fase preliminare per tutti gli indagati.
Il Parlamento venezuelano ha approvato all’unanimità, in seconda e definitiva lettura, la legge di amnistia per la convivenza democratica, al termine di una lunga trattativa tra la maggioranza chavista e l’opposizione. Il testo, presentato a fine gennaio dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez, è stato modificato con emendamenti condivisi che hanno superato lo stallo della scorsa settimana. La legge punta a favorire la riconciliazione nazionale e riguarda persone indagate, processate o condannate per reati connessi a fatti politici, dal tentato colpo di Stato dell’aprile 2002 fino alla fine del 2025.
Dopo mesi di proclami e rinvii, il governo italiano ha dato il via libera al cosiddetto “decreto energia”. Si tratta di un pacchetto di misure del valore di circa 3 miliardi di euro, approvato con l’obiettivo dichiarato di ridurre il costo delle bollette per nuclei familiari e imprese nel nostro Paese, che attualmente sconta un costo dell’energia strutturalmente più alto rispetto ad altre nazioni europee. Il testo combina bonus una tantum per le famiglie più vulnerabili e interventi più massicci per il gli attori dell’universo produttivo. In realtà, come testimoniano anche le reazioni degli operatori, il quadro è meno trionfalistico di come il governo vuole farlo apparire: tra misure tampone, coperture creative e riforme dalla dubbia efficacia, il provvedimento in questione appare lontano dal rappresentare la soluzione strutturale auspicata.
Per quanto concerne le famiglie, il potenziamento del bonus sociale rappresenta l’intervento cardine del provvedimento. I circa 2,7 milioni di nuclei con Isee inferiore ai 9.796 euro (20mila euro per le famiglie con almeno 4 figli) che già usufruiscono dello sconto di 200 euro potranno ottenere un contributo aggiuntivo di 115 euro per il 2026. Il sostegno totale, dunque, ammonterà a 315 euro. Nel provvedimento compare anche una misura di dubbia efficacia pratica: un invito alle aziende energetiche a praticare uno sconto volontario di almeno 60 euro alle famiglie con Isee fino a 25mila euro, che sono dunque escluse dal bonus sociale. In cambio, le imprese riceverebbero dall’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) un’attestazione – una specie di “benefit di reputazione” – che potrà essere utilizzata per finalità commerciali. Una mossa che però difficilmente potrà tradursi in un reale alleggerimento delle bollette per la cosiddetta fascia media, la quale, pur non trovandosi in condizione di indigenza, patisce fortemente l’impatto del caro-energia. Il resto dei consumatori, infatti, non riceve alcun beneficio diretto dal decreto.
Il capitolo imprese contiene interventi più articolati e con numeri diversi: il decreto stanzia circa 850 milioni per ridurre gli oneri generali di sistema, traducendosi in un minor costo unitario stimato intorno a 6–7 euro per megawattora su alcune fasce di consumo. Il decreto prevede inoltre intervent sul trasporto del gas per settori ad alta intensità energetica e correttivi come l’azzeramento dell’extra prezzo che gravava sul mercato gas italiano (PSV) rispetto al TTF di Amsterdam, con un limite di spesa di 200 milioni. Il risultato che l’esecutivo sostiene di attendersi è un alleggerimento delle bollette per milioni di aziende. I risparmi andrebbero da poche centinaia di euro per piccoli artigiani fino a cifre molto più alte per soggetti gasivori. A finanziare parte delle misure sono però scelte di fiscalità mirata: il provvedimento aumenta l’IRAP per alcune società del settore energetico — una maggiorazione di circa due punti percentuali — e prevede che parte degli oneri sia ricoperta tramite contributi o modifiche agli incentivi. È una soluzione che ha già provocato reazioni negative nelle società di servizi energetici e che solleva questioni sugli effetti a medio termine sugli investimenti nel settore.
Nel decreto sono poi presenti misure sui PPA e le piattaforme pubbliche finalizzate a che l’energia prodotta da fonti rinnovabili venga venduta con contratti a prezzo fisso e stabile nel tempo, così che il suo costo non dipenda più dalle oscillazioni del prezzo del gas. Nello specifico, il provvedimento rafforza garanzie pubbliche per i contratti di lunga durata e chiama in causa soggetti come il GSE e l’Acquirente Unico per facilitare accordi tra produttori rinnovabili e acquirenti industriali. Si tratta di misure utili per la stabilità dei prezzi nel medio-lungo periodo, ma i loro effetti richiederanno anni e l’adesione delle imprese per produrre impatti significativi.
Uno dei punti più dibattuti del testo concerne il trattamento dei costi delle emissioni di CO2, i cosiddetti ETS. Il decreto prevede di rimborsare ai produttori termoelettrici a gas il costo delle quote di emissione (circa 25 euro a megawattora), con l’obiettivo di abbassare il prezzo all’ingrosso dell’elettricità. Una soluzione che, a detta del governo Meloni, varrebbe da sola 5 miliardi di euro di risparmi. Come evidenziato da più parti, però, vi è il forte rischio che tale sistema si tramuti in un sostegno indiretto ai produttori di gas, trasferendo in bolletta i costi del sistema ETS e facendoli gravare su nuclei familiari e imprese. Il think tank ECCO parla di una cifra compresa tra 3 e 4 miliardi di euro che verrebbe socializzata, senza alcuna garanzia che i produttori riflettano il rimborso nel prezzo finale.
Certo è che le critiche stanno arrivando da più parti. Le aziende energetiche vedono aumentare le tasse sul loro giro d’affari, mentre i produttori di rinnovabili sottolineano la mancanza di interventi strutturali per il settore, paventando il rischio che la riduzione del prezzo dell’energia, ottenuta artificialmente, vada a erodere i loro margini. Molte associazioni ambientaliste, WWF in primis, fanno notare il pericolo che si ribalti il principio del “chi inquina paga” a spese delle famiglie. Confartigianato e Confcommercio, pur rappresentando le imprese che dovrebbero beneficiare del decreto, giudicano le misure per le micro e piccole imprese ancora insufficienti.
Coloro che prestano fede nella Bibbia possono leggere come la stirpe umana sia nata, all’origine, dall’omicidio di Abele da parte del fratello Caino (Genesi 4,8). Possono, inoltre, leggere in che modo l’allora migrante popolo di Israele sterminò i popoli nativi della cosiddetta “Terra promessa” (Libro deiNumeri 21, 1-3 e Numeri 21, 21-35 e Numeri 31 tutto e poi altri), mascherando, con pretesti religiosi, la loro bramosia di accaparrarsi le risorse di altri. Nel seguito dei Libri, è evidenziata, molto spesso, la violenza, fisica e/o psicologica, dei “molti” contro i “pochi”.
Vedendo come gli Israeliani di adesso trattano i Palestinesi di Gaza, viene da considerare che la Storia si ripete, ma con maggiore cattiveria e con tecnologie innovative. Molte volte, tuttavia, ho pensato che la Storia non sia “maestra di vita”. Se fosse così, Hitler non avrebbe invaso la Russia alle soglie dell’inverno come fece, sbagliando, anche Napoleone. Tuttavia, molte volte, l’attuale innovazione sociale ci porta a vedere nuovi significati del nostro passato. In effetti, potremmo considerare che le guerre e le rivoluzioni sociali possano apparire non più eventi a sé stanti, ma parti costituenti della vita di tutti i popoli, spesso con vantaggi e svantaggi non corrispondenti ai relativi successi, o insuccessi, sul campo.
I peccati originali sono pragmatici
Gli attuali problemi mondiali, tra cui le continue guerre, derivano spesso da una miriade di cause ed effetti tra loro strettamente correlati che originano confusione o disinteresse in chi li subisce. Quasi mai questi problemi sono considerati nel loro insieme integrato o ridotti a dimensioni più semplici e comprensibili. Le teorie che tentano di spiegarli sono parziali, spesso “di parte”, e vengono modificate di continuo, forse, per far sì che non siano capite. Per comprendere meglio l’attuale stato di guerra continua, al posto delle inefficaci dichiarazioni di “pace”, di “civiltà” e di “democrazia”, bisogna chiedersi «a chi maggiormente conviene» fare una certa cosa e «per quale ragione» è stata fatta, ma senza partiredai risultati ottenuti, i quali sono, per loro natura, “di parte”.
Una possibile risposta è che un conflitto con armi convenzionali e in zone lontane dagli interessi delle grandi Potenze potrebbe avere, in prevalenza, la giustificazione di “svecchiare” gli arsenali militari delle stesse Potenze, producendo danni limitati e mediaticamente dimenticabili. Di contro, un conflitto nucleare causato da una importante parte geo-politica mondiale non avrebbe alcun senso pratico,poiché la risposta immediata della controparte sarebbe quella di estendere il conflitto al mondo intero. L’ultima parola contro l’intera Specie Umana non l’avrebbe dunque un Governo, ma solamente le radiazioni mortali causate dalla catastrofe nucleare.
Un eventuale conflitto nucleare mondialepotrebbe, infatti, significare:
La perdita di molti milioni di attuali clienti commerciali (“clienti”, non persone …);
Il crollo totale e subitaneo delle risorse e dell’economia mondiali;
L’effettiva inutilità, nel medio periodo, di ogni tentativo di ricostruzione;
L’effettiva inconsistenza di un qualunque vincitore.
A chi gioverebbe, dunque, un eventuale conflitto nucleare esteso a tutto il mondo? Al momento, a nessuno.
Per argomentare che un conflitto nucleare mondiale non avrebbe una sostanziale utilità pratica e che non porterebbe vantaggi ad alcuno, accenno solamente a 3 argomenti sostanzialmente tecnici.
Primo: la complessità del Teatro Militare Spaziale
Fino alla metà degli anni ’80, il predominio dello spazio spettò sostanzialmente agli USA e all’URSS, i quali spesero miliardi di dollari nella corsa spaziale. Furono anche gli anni di quello straordinario, ma costosissimo, sviluppo tecnologico che meritò all’Inghilterra, alla Francia, alla Germania e all’Italia il primato dello sviluppo dei sistemi più innovativi nel campo delle telecomunicazioni, dell’osservazione della Terra, della navigazione satellitare e dei lanciatori di classe media.
Successivamente alla prima guerra del Golfo, dopo il 1990, i Sistemi Spaziali hanno trovato nuovi e crescenti ruoli nel supporto alle varie forme di guerra convenzionale, fornendo rilevanti vantaggi operativi e tattici ai Militari. Le risorse spaziali sono, infatti, fondamentali in molte operazioni militari tra cui gli allarmi missilistici, la geo-localizzazione, l’identificazione dei bersagli ed il rilevamento delle attività avversarie. Ogni attività militare, difensiva o aggressiva, nucleare o convenzionale, è impensabile senza il supporto dei Sistemi Spaziali. L’occupazione dello Spazio a fini militari è divenuta poi ancora più preponderante all’inizio degli anni 2000, con l’avvento della cosiddetta guerra al terrorismo. Sono state coniate, allora, le parole “tecnologie duali”, quelle tecnologie che possono soddisfare sia i bisogni civili che quelli militari, adottando un’ambivalenza dettata dall’interesse economico o strategico.
Una replica dello Sputnik 1, il primo satellite artificiale mandato in orbita intorno alla Terra: la replica è conservata nel Museo Nazionale dell’Aria e dello Spazio.
L’uso “duale” dei Sistemi Spaziali può fare diventare “bersagli” gli obiettivi, i “vettori” diventano missili intercontinentali e il “carico utile” diventa esplosivo mortale. I molti e non-chiari problemi mondiali degli ultimi anni hanno, inoltre, permesso l’ulteriore moltiplicazione delle spese militari, nonché le speculazioni delle società finanziarie, le quali si sono sviluppate attorno al pretesto della ricerca di una sedicente maggiore sicurezza internazionale e di una maggiore estensione della democrazia. La finanza mondiale deve molto al “terrorismo”, dovrebbe ringraziarlo per questo enorme giro di denaro che si dimostra molto più rilevante di quello del traffico della droga, della prostituzione e delle tecnologie innovative.
Tuttavia, la crescente militarizzazione dello spazio è in parte ostacolata dai Trattati internazionali i quali, essendo scomodi, sono quasi sempre disattesi o modificati in maniera unilaterale. La tendenza a ritrattare gli accordi internazionali deriva dal fatto che lo Spazio, a differenza del territorio, non presenta limiti, se non quelli economici, per lo sviluppo dei relativi programmi e delle tecnologie sempre più complesse.
Agli inizi degli anni 2000 ci fu un profondo mutamento tecnologico e finanziario nello sviluppo dei lanciatori e dei satelliti, dovuto essenzialmente alla diversa concezione della loro affidabilità operativa. Prima di allora, i lanciatori e i satelliti costavano molto, erano pochi, avevano dimensioni più grandi, erano costretti in orbite più alte e ospitavano quasi il doppio degli apparati elettronici e delle protezioni meccaniche necessari al funzionamento, un’opportuna ridondanza operativa calcolata perché questi continuassero a funzionare normalmente anche in caso di eventuali guasti. Grazie anche all’avvento delle più performanti tecnologie “duali” e militari, prodotte in larga serie e quindi più economiche, si passò alle costellazioni di molti satelliti, di dimensioni più piccole e posizionati a quote orbitali più basse (dai 100 ai 2000 Km invece che dai 10.000 ai 36.000 Km), soppiantando la filosofia operativa del “singolo satellite” con quella del “sistema operativo di molti satelliti”. Tutto questo ha mutato non solo il concetto stesso di affidabilità, ma anche i costi delle Assicurazioni spaziali e della Finanza spaziale, determinando una loro drastica riduzione che ha a sua volta favorito il proliferare incontrollato delle flotte spaziali e dell’occupazione orbitale.
Secondo: la complessità delle Strutture di Comando e di Controllo delle armi spaziali
Nelle operazioni militari di una qualunque Parte, la conoscenza non contaminata delle informazioni ha sempre svolto un ruolo fondamentale per il successo delle missioni. Un’efficace operatività dei Sistemi Spaziali Militari, soprattutto quelli nucleari, richiede necessariamente una o più specifiche Strutture di Comando e di Controllo. Tuttavia, qualsiasi componente di queste strutture è vulnerabile agli attacchi della controparte, che vanno dalle vulnerabilità fisiche dei siti di terra alla cosiddetta guerra elettronica (EW), che possono interrompere o deteriorare le connessioni tra il segmento spaziale e gli operatori. L’insieme di tutti questi strumenti, applicazioni, servizi e funzioni è stato tradizionalmente sintetizzato nell’acronimo C3I2 ovvero: “Comunicazione, Comando, Controllo, Informazione e Intelligence”. Negli ultimi anni la sigla C3I2 si è arricchita di altri termini tra cui: Computer, Collaborazione, Interoperabilità, Informatica, Sorveglianza e Nucleare, parole a cui corrispondono Sistemi d’arma che devono necessariamente essere interoperabili fra loro, ma che implicano un loro sistema autonomo di comando e controllo che complica la loro affidabilità operativa.
Tutte queste Strutture prevedono un insieme di variabili dipendenti molto complesse che crescono in funzione del relativo numero dei satelliti operativi. La logistica e l’elettronica che le compongono, per esempio, sono particolarmente complesse perché ogni Rete Satellitare operativa richiede almeno due identiche Strutture dedicate, situate in posti lontani tra loro e in ridondanza operativa per la loro necessità di sicurezza e di sopravvivenza ad un attacco della controparte. Questo implica necessariamente un’ulteriore connessione informatica, che a sua volta è soggetta alle contromisure di una eventuale guerra elettronica. Si consideri, infatti, che, per motivi di massima sicurezza contro eventuali attacchi del “nemico”, ogni Struttura Militare di Comando e Controllo deve essere duplicata e la seconda deve essere pronta a subentrare completamente ed in pochissimi secondi alla Struttura gemella eventualmente distrutta.
Ma in quale luogo si possono allocare queste Strutture di comando e controllo in modo tale che non si sappia dove siano, al fine di minimizzare un eventuale attacco nucleare distruttivo della controparte? In quale sede logistica si possono far vivere le decine di persone addette a queste Strutture senza far sapere chi esse siano e cosa facciano? Chi potrà garantire l’assoluta impenetrabilità delle informazioni, sia volontaria che involontaria, in ingresso ed in uscita? Quanto si devono pagare gli “addetti ai lavori” al fine di proteggersi dalla fuga intenzionale di notizie classificate?
Come risulta evidente, la complessità tecnologica, logistica e finanziaria di queste Strutture di Comando e di Controllo è di gran lunga superiore a quella degli stessi Sistemi Satellitari Militari. Ricordiamoci, tuttavia, che tanto maggiore è la complessità dei Sistemi d’arma, tanto minore è la loro affidabilità operativa in termini di reazione alla minaccia.
Proprio dalla complessità e dagli enormi costi di sviluppo e di gestione di questi capolavori tecnologici, logistici e finanziari di cui i militari sono giustamente fieri, si può trarre l’ipotesi che un qualunque conflitto nucleare che li possa distruggere sia effettivamente poco probabile. Un conflitto nucleare mondiale genererebbe solamente un mucchio di perdenti morti e di vincitori destinati, prima o poi, a morire a loro volta, oltre che a un mucchio di macerie contaminate dalle radiazioni per moltissimi anni. I militari non potrebbero più ottenere le ingenti sovvenzioni nazionali e neanche potrebbero utilizzare più i loro costosissimi apparati, una volta che questi verrebbero distrutti o contaminati. Nessun avversario avrebbe alcuna possibilità di azzerare l’intero arsenale nucleare dell’altro e/o di sfuggire ad un apocalittico attacco di rappresaglia. Il senso pratico, oggi, di una tale resistenza sarebbe solamente quello di morire per ultimi.
Terzo: l’enorme giro economico finanziario mondiale dovuto alle Multinazionali e alle loro collegate
Oggi la Cina detiene l’effettiva proprietà di almeno un quarto degli asset degli USA e volendo potrebbe mettere in seria difficoltà l’economia a stelle e strisce
Fino alla fine degli anni 1990, gli USA si sono posti come i principaliartefici di questo giro. Oggi, invece, lo scenario vede una pluralità di concorrenti e si caratterizza per un fortissimo contrasto mondiale, esteriormente militare, mediatico e sociopolitico, ma che, nella sostanza, è economico e finanziario. Ne sono protagonisti due grandi blocchi contrapposti: l’uno, quello Occidentale, è forse in declino, ma è apparentemente coeso. L’altro, quello Orientale, è in ascesa, ma presenta una notevole discordanza di interessi.
Il vero obiettivodi questo contrasto è quello di gestire le rimanenti risorse del pianeta, determinando il predominio assoluto dello schieramento che risulterà vincitore. Questo contrasto si avvale anche delle attuali innovazioni tecnologiche: una su tutte è il WEB, quel nuovo modello mondiale civile di comando, controllo e informazione (ma chi lo gestisce veramente…?) che sembra stia progressivamente sostituendo la tradizionale istituzione politica e sociale delle singole Nazioni.
Oggi, la fittissima rete delle Multinazionali e delle loro controllate non proviene più da una sola Potenza egemone, ma da tutti i gruppi nazionali più importanti, cosa che consente a questi ultimi di sfruttare le ricchezze di un qualunque Paese senza lederne, almeno in apparenza, l’integrità sociopolitica. Un esempio eclatante è la Cina, la quale detiene l’effettiva proprietà di almeno un quarto degli asset degli USA e che, volendo, potrebbe mettere in seria difficoltà l’economia a stelle e strisce. Questa evenienza, però, non conviene ad alcuno! La rete delle Multinazionali apporta ingenti capitali ai Centri di Ricerca, alle Università, alle Fondazioni, alle Associazioni Sociali, ai Consumatori e, soprattutto, al mondo politico ed è praticamente impossibile da disarticolare. Sotto questo punto di vista, l’espansione del settore privato può sostituire efficacemente le tradizionali guerre di conquista territoriale.
Le immense risorse gestite dalle Multinazionali servono anche ad alimentare, diversificandoli, numerosi settori strategici delle attività umane: la colonizzazione dello Spazio, le applicazioni delle nuove biotecnologie, lo sviluppo delle mutazioni genetiche e delle eventuali pandemie, le applicazioni dell’industria del divertimento e dell’informazione, lo sviluppo del militare e degli armamenti, lo sviluppo della IA, lo sfruttamento delle risorse energetiche e delle scienze in generale. In definitiva, i destini di tutti gli Stati e di tutte le persone dipenderanno da chi vincerà questa contesa, il cui successo è molto più efficace e conveniente rispetto alla tanto paventata distruzione nucleare.
Quindi, se la probabilità del rischio di un conflitto nucleare mondiale risulta sostanzialmente bassa, allora perché ci si preoccupa tanto? E, ancora, perché i Media ed i relativi Profeti lo pubblicizzano tanto e lo danno quasi per inevitabile? La risposta è molto articolata ed implica molteplici competenze, a meno che la convenienza economica non sia il principale motore di coloro che manovrano le leve del potere mondiale.
Lascio ad ogni Lettore la cura di trarre le proprie conclusioni. Tuttavia vorrei che gli uomini e le donne di cattiva volontà (quelli di buona volontà sono inutili proprio perché sono già buoni…) meditassero sulla foto seguente, non perché c’è la firma di un Papa, ma per la sua sostanza, e perché i nostri figli o i nostri nipoti non abbiano a soffrire un dramma del genere.
Il Comando di Difesa Aerospaziale Nordamericano (NORAD), organizzazione binazionale USA-Canada, ha dichiarato di aver rilevato e tracciato diversi aerei militari russi operanti nella Zona di Identificazione della Difesa Aerea dell’Alaska. Di preciso, il Norad ha affermato di avere registrato la presenza di due Tu-95 russi, due Su-35 e un A-50, e di avere risposto lanciando due F-16, due F-35, un E-3 e quattro KC-135 per intercettare, identificare e scortare gli aerei. I jet russi sono rimasti nello spazio internazionale e non sono entrati nello spazio aereo statunitense o canadese. La notizia è stata riportata dall’agenzia di stampa governativa russa TASS, ma il Cremlino non ha commentato la vicenda.
In fatto di potere e prestigio «non c’è mai stato nulla di vicino a qualcosa del genere». Così Trump ha presentato il Board of Peace, davanti una platea di “osservatori”, tra cui spicca la presenza della Commissione Europea – criticata da Macron – e quella dell’Italia, con il ministro degli Esteri Tajani. La riunione inaugurale tenutasi ieri, 19 febbraio, a Washington, si è concentrata sul piano di pace per Gaza, la prima missione del Board: durante la conferenza stampa, Trump ha annunciato lo stanziamento di 17 miliardi per la ricostruzione della Striscia, l’invio di soldati per la costituzione della forza di pace internazionale e l’avvio del programma di formazione della polizia civile. «Non esiste un piano B», ha detto perentorio il Segretario di Stato Rubio, mentre Trump ha rilanciato il ruolo della sua nuova istituzione, che avrebbe il compito di «vigilare l’ONU», e a cui prevede che tutti, anche i più «furbi», finiranno per aderire.
I toni del debutto del Board of Peace sono stati analoghi a quelli dei comizi a cui Trump ci ha abituati sin dalla sua discesa in politica, con playlist da spiaggia, battute, e volti sorridenti. Il presidente ha raggiunto il palco dove sarebbe stata scattata la foto con tutti i partecipanti sulle note della celebre Gloria di Umberto Tozzi – o meglio, della versione inglese nota internazionalmente cantata da Laura Branigan; la conferenza stampa, invece, si è chiusa con l’ormai immancabile YMCA, marchio di fabbrica della campagna elettorale di Trump. A farla da padrona è stata proprio la conferenza stampa. Trump ha esordito celebrando il presunto successo del Board of Peace, a cui partecipano «i più grandi leader mondiali», per poi scoccare qualche freccia contro gli altri leader – evidentemente considerati da Trump meno prestigiosi – che stanno «giocando un po’», «facendo i furbi», ma che prima o poi, a detta del presidente, aderiranno al Corpo. Trump ha detto che Cina e Russia verranno coinvolte nel processo di pace e che proverà a organizzarsi con l’ONU, sostenendo che le Nazioni Unite abbiano del «potenziale», e che da ora in avanti sarà compito del Board of Peace «vigilare» su di esse.
Gli annunci sul piano per Gaza sono stati diversi, ma gli elementi sono ancora in fase di definizione. Sul piano dei finanziamenti, Trump ha annunciato che gli Stati Uniti stanzieranno 10 miliardi di dollari per ricostruzione e aiuti, che andranno ad aggiungersi a ulteriori 7 miliardi versati da parte degli alleati: 1,2 miliardi dagli Emirati Arabi Uniti, 1 miliardo dall’Arabia Saudita, 1 miliardo dal Kuwait, e non precisati contributi economici da Azerbaigian, Bahrein, Qatar, Kazakistan, Marocco e Uzbekistan. Secondo la stampa internazionale, dovrebbero arrivare altri 2 miliardi dall’ONU; infine, Gianni Infantino, il presidente della FIFA, la maggiore confederazione calcistica mondiale, ha annunciato lo stanziamento di 750 milioni per la costruzione di stadi e impianti nel settore sportivo. La cifra totale si aggira attorno ai 20 miliardi, ma non è chiaro quanti di questi soldi verrebbero utilizzati per i lavori e quanti per gli aiuti umanitari; all’annuncio della tregua di ottobre, la Banca Mondiale aveva stimato che la ricostruzione sarebbe costata almeno 67 miliardi di dollari, e nei mesi Israele non ha mai fermato le aggressioni. Sebbene sia un inizio, insomma, la strada appare ancora in salita.
Altro punto cardine della conferenza stampa è stata la costituzione del corpo internazionale per la pace, la cosiddetta Forza di Stabilizzazione Internazionale (ISF). A essa parteciperanno Albania, Kazakistan, Kosovo, Indonesia e Marocco; il comando sarà affidato al generale statunitense Jasper Jeffers, mentre il comando in seconda spetterà all’Indonesia, che ha annunciato di essere disposta a inviare 8.000 soldati. Secondo un piano visionato dal quotidiano britannico The Guardian, il Board avrebbe concordato di costruire una base militare per 5.000 soldati. I piani esaminati dal Guardian prevedono la costruzione graduale di un avamposto militare che fungerebbe da base centrale dell’ISF, dalla superficie di 1.400 metri per 1.100 metri; la base sarebbe circondata da 26 torri di guardia blindate montate su rimorchi, un poligono di tiro per armi leggere, bunker e un magazzino per l’equipaggiamento militare per le operazioni, il tutto posto entro un perimetro di filo spinato. Il luogo individuato per la costruzione della base è una «arida distesa di pianura nel sud di Gaza, disseminata di cespugli di atritolo e ginestre bianche e di lamiere danneggiate a causa di anni di bombardamenti israeliani».
Non è chiaro quale sarebbe l’effettivo ruolo sul campo dell’ISF, né quali sarebbero le regole di ingaggio nel caso di avvicinamenti sospetti; pare tuttavia certo che le truppe contribuiranno alla formazione della forza di polizia civile gazawi, che secondo quanto riportano i media internazionali avrebbe finora raccolto 2.000 richieste di adesione. L’obiettivo è quello di formare 12.000 agenti e schierare 20.000 soldati. Il ministro degli Esteri Tajani ha affermato che l’Italia sarebbe pronta a contribuire alla formazione degli agenti. Lo stesso Tajani era presente alla riunione di ieri, per rappresentare l’Italia in qualità di Paese osservatore. In patria è stato parecchio contestato dalle opposizioni, che si sono appellate all’Articolo 11 della Costituzione, che sostiene che l’Italia promuove l’adesione alle organizzazioni internazionali “in condizioni di parità con gli altri Stati”, condizione che secondo lo Statuto del Board verrebbe meno. Macron ha lanciato analoghe critiche nei confronti della Commissione Europea, ricordando che la decisione di inviare un “osservatore” non è stata concordata dal Consiglio.
C’è una dinamica poco raccontata ma strutturalmente significativa che si sta consolidando in tutta Italia: la crescita delle buone pratiche territoriali fondate su innovazione sociale, partecipazione civica e governance collaborativa. Secondo le più recenti rilevazioni dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), sono oltre duecento le esperienze locali che stanno traducendo in interventi concreti obiettivi di sostenibilità, inclusione e coesione sociale, in aumento rispetto alle circa centosettanta censite nell’edizione precedente.
Non si tratta di iniziative episodiche, bensì di processi radicati nei territori. Un esempio emblematico è quello di diversi Comuni delle aree interne che hanno riattivato spazi pubblici inutilizzati trasformandoli in centri civici multifunzionali, luoghi di aggregazione e servizi di prossimità, contribuendo a contrastare isolamento sociale e spopolamento. Analogamente, in numerose realtà urbane e periurbane si stanno diffondendo modelli di welfare comunitario basati su reti locali tra associazioni, enti del terzo settore e amministrazioni, capaci di intercettare bisogni sociali con maggiore rapidità rispetto ai sistemi centralizzati.
Nel campo della rigenerazione territoriale, alcune esperienze di recupero di borghi e immobili abbandonati stanno assumendo una valenza sistemica: cooperative di comunità e fondazioni locali hanno riattivato edifici dismessi destinandoli a residenze sociali, spazi culturali e attività economiche sostenibili. In parallelo, diversi territori stanno sperimentando forme di gestione condivisa dei beni comuni, come orti urbani, spazi verdi e infrastrutture sociali, rafforzando il senso di appartenenza e la responsabilità collettiva.
Significativi sono anche i progetti legati alla partecipazione civica e alla sicurezza comunitaria, come iniziative di protezione civile partecipata e programmi di cittadinanza attiva che coinvolgono direttamente i residenti nella cura del territorio. In ambito culturale, fondi territoriali e bandi locali hanno sostenuto iniziative che coniugano inclusione sociale e valorizzazione del patrimonio, generando ricadute economiche e sociali su scala locale.
L’elemento comune a queste esperienze è la dimensione collaborativa: amministrazioni locali, società civile e cittadini operano come attori interdipendenti, costruendo soluzioni adattate ai contesti specifici. È un percorso che evidenzia una trasformazione della governance territoriale, sempre meno verticale e sempre più partecipativa.
In un Paese segnato da profonde disuguaglianze territoriali, la diffusione di queste pratiche rappresenta una buona notizia strutturale: indica l’esistenza di una trama diffusa di risposta sociale e innovazione dal basso, capace di produrre effetti concreti sulla vita di tutti i cittadini.
Circa quaranta agenti forestali del Burkina Faso sono stati uccisi in un attacco jihadista lanciato nella provincia orientale di Gourma. L’attacco è stato lanciato lo scorso sabato, ma è stato riportato oggi da fonti di sicurezza riprese dall’agenzia di stampa AFP. L’offensiva è stata rivendicata dal Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (JNIM), affiliato ad Al Qaeda; il Burkina Faso e i Paesi della regione africana del Sahel sono da tempo al centro di violenti scontri con gruppi islamisti. Contro di essi, la giunta burkinabé ha stretto un’alleanza assieme al Mali e al Niger, rilanciando la collaborazione nel settore della sicurezza.
«Il sito di RWM Italia (Gruppo Rheinmetall) diviene pienamente operativo». Così il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha annunciato il via libera per il rilancio dello stabilimento dell’azienda tedesca delle armi Rheinmetall di Domusnovas, nel Sulcis, in Sardegna. Il progetto permette all’azienda partner di Leonardo per lo sviluppo di sistemi d’arma e carri armati di raddoppiare la propria produzione di armi. La decisione del ministero dell’Ambiente è arrivata dopo un lungo percorso nelle aule di tribunale, al termine del quale la Regione avrebbe dovuto pronunciarsi sull’autorizzazione in merito alla Valutazione di Impatto Ambientale. Dopo settimane di inazione da parte della giunta, è subentrato il MASE, che ha dato il via libera al piano. Le nuove linee di produzione sono contestate da diverse realtà ambientaliste e pacifiste sarde, che chiedono la riconversione dell’impianto nell’ottica della diversificazione della produzione e del rispetto degli ideali di pace.
L’approvazione dell’autorizzazione ambientale per l’ampliamento della produzione nella fabbrica di RWM Italia da parte del MASE è arrivata il 17 febbraio, ma il provvedimento del ministero non è ancora stato pubblicato. Il progetto prevede investimenti per circa 140 milioni di euro per rilanciare la produzione del sito, raddoppiandone i volumi. Lo stabilimento produce bombe, droni, testate per missili e sistemi subacquei che vengono inviati in diversi teatri di guerra; con il rilancio della piena operatività verrebbero assunti circa 200 operai in più e gli ordini di materiali e droni dovrebbero toccare la soglia dei 200 milioni di euro. I gruppi pacifisti e ambientalisti si sono scagliati contro la decisione del MASE. «E sanatoria sia» ha commentato il gruppo ambientalista Italia Nostra, sostenendo che «i vizi già accertati dal Consiglio di Stato in ben due sentenze permangono integralmente, così come permangono i danni ambientali e paesaggistici causati dall’“anomalo” ampliamento dello stabilimento». Il gruppo ha affermato di non escludere eventuali impugnazioni davanti ai tribunali amministrativi.
Quando menziona Palazzo Spada, Italia Nostra fa riferimento a uno dei vari passaggi che ha attraversato il piano. Le nuove linee di produzione erano state realizzate tra il 2018 e il 2019, ma erano state bloccate proprio dal Consiglio di Stato nel 2020 perché approvate dalla Regione in assenza di procedura di Valutazione di Impatto Ambientale. Ne è seguito un lungo e intricato iter, culminato nella decisione del MASE: negli anni, Rwm ha elaborato e presentato una VIA ex post(a lavori già compiuti). Presentata la documentazione, gli uffici della Regione hanno trasmesso alla Giunta la procedura, chiedendone l’approvazione. L’esecutivo regionale, tuttavia, non si è espresso. Rwm ha dunque deciso di ricorrere al TAR, che lo scorso autunno ha stabilito che la Regione era inadempiente e che si sarebbe dovuta esprimere entro 60 giorni dal rilascio della sentenza, ossia entro dicembre. La Regione ha iniziato a valutare la VIA presentata ex post, senza tuttavia approvarla né respingerla. Vista l’inazione, il TAR ha nominato una Commissaria ad acta per emettere l’approvazione, che è stata rilasciata questo mese e approvata dal MASE.
Associazioni come la stessa Italia Nostra criticano l’inazione della Regione, sostenendo che nel periodo di esame della procedura VIA avrebbe potuto esprimere parere negativo, e che la sua inerzia è risultata di fatto in un silenzio-assenso. Il piano di ampliamento della produzione è largamente contestato per via dei suoi possibili danni su ambiente, paesaggio e patrimonio culturale del Sulcis, ma anche dal punto di vista produttivo e occupazionale. Questi ultimi sono i punti su cui il governo ha puntato maggiormente nel dibattito relativo all’approvazione delle nuove linee di produzione: il comunicato del governo insiste sul presunto «rilancio economico del Sulcis» che verrebbe garantito dalla piena operatività della fabbrica, rimarcando come il provvedimento porterà alla «stabilizzazione di centinaia di lavoratori e a nuovi posti di lavoro». Le associazioni, tuttavia, non sono d’accordo: da un lato, per una questione ideale; gli armamenti prodotti nello stabilimento di Domusnovas, infatti, vengono impiegati in diversi scenari di guerra, tra cui nel Medio Oriente. Dall’altro lato, la società civile contesta la fragilità produttiva del territorio, che dal punto di vista industriale è prevalentemente rivolta proprio al settore bellico, chiedendo di diversificare le possibilità occupazionali per evitare di scivolare in una economia basata interamente sul comparto delle armi.
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