Il Canada reagisce alla rottura con gli Stati Uniti, in seguito alle politiche commerciali punitive di Donald Trump, siglando “un accordo commerciale preliminare ma storico” con la Cina. Il primo ministro canadese Mark Carney è volato a Pechino, dove ha incontrato il presidente Xi Jinping per avviare quella che ha definito lui stesso una “nuova partnership strategica” tra i due Paesi, dopo otto anni di relazioni tese e dazi reciproci. L’accordo prevede la riduzione delle tariffe su veicoli elettrici cinesi e prodotti agricoli canadesi, e coopera in settori come energia, agricoltura e finanza. Entrambi i leader hanno espresso l’intento di rafforzare i legami bilaterali e contribuire a un ordine multilaterale più stabile.
I Paesi BRICS hanno avviato esercitazioni militari al largo del Sudafrica
Si è conclusa al largo di Città del Capo, l’esercitazione navale multinazionale Will for Peace 2026, guidata dalla Marina cinese e avviata il 9 gennaio sotto il formato BRICS+. Il perimetro del gruppo si è ormai allargato oltre a Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, coinvolgendo anche Egitto, Arabia Saudita, Indonesia, Etiopia ed Emirati Arabi Uniti, con altri Paesi in veste di osservatori. La scelta dell’area – tra False Bay e la base di Simon’s Town, snodo tra Atlantico e Indiano – non è casuale: qui passa una delle alternative chiave allo Stretto di Suez in caso di crisi. In una fase di forte tensione con gli Stati Uniti, il mare torna a essere terreno di competizione strategica e si fa emblema dell’ambizione dei BRICS di conquistare un ruolo nella sicurezza globale, in un ordine internazionale che si sta ridefinendo per blocchi contrapposti.
Sul piano operativo, l’esercitazione ha previsto attività congiunte di sicurezza marittima e interoperabilità tra flotte, con l’obiettivo dichiarato di migliorare il coordinamento nelle operazioni in mare e la protezione delle rotte commerciali. La Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione ha schierato il cacciatorpediniere Tangshan (Tipo 052DL) e la nave di rifornimento Taihu (Tipo 903A), dotati di capacità di comando, scorta e supporto logistico, centrali per un addestramento di coalizione. La Russia ha partecipato con proprie unità di superficie e navi di supporto. Questi assetti hanno permesso di testare capacità quali sorveglianza aerea e di superficie, schermatura di convogli commerciali, esercitazioni antipirateria e coordinamento logistico: competenze che vanno oltre i semplici addestramenti e che replicano con rigore scenari di protezione delle rotte in condizioni di tensione internazionale.
Le manovre al largo del Sudafrica segnano la metamorfosi dei BRICS da forum economico a piattaforma politico-strategica. L’allargamento a nuovi membri africani e mediorientali proietta il gruppo anche sul piano militare, facendo della sicurezza marittima un terreno “neutro” per affermare una crescente autonomia geopolitica. A Washington, la lettura è opposta: vedere unità cinesi, russe e iraniane operare nel Sud globale, a ridosso di rotte vitali per il commercio mondiale, è percepito come una sfida indiretta all’ordine occidentale. Pesa, inoltre, l’esclusione del Sudafrica dal prossimo G20 negli USA, segnale politico che Pretoria non ha dimenticato e che irrigidisce le sue posizioni. In Occidente, prevalgono sospetto e irritazione: le manovre appaiono come un messaggio di cooperazione sulla sicurezza marittima fuori dall’ombrello statunitense, in un contesto già teso a causa dei dazi e frizioni politiche. In patria, l’opposizione accusa il governo di aver compromesso la neutralità storica ospitando flotte russe, cinesi, e iraniane, temendo che il Paese diventi pedina dei giochi globali. Pretoria replica parlando di cooperazione tecnica, ricordando precedenti esercitazioni con gli USA. Il portavoce sudafricano per le esercitazioni congiunte, il tenente colonnello Mpho Mathebulam, ha dichiarato che “non c’è nessuna ostilità [verso gli Stati Uniti]” e che “l’obiettivo è migliorare le nostre capacità e condividere le informazioni” tra le rispettive marine. Al di là dei toni istituzionali, la presenza congiunta di potenze rivali dell’Occidente trasforma lo scenario in una dichiarazione implicita di capacità e intenti strategici.
Per Pechino e Mosca, manovre di questo tipo funzionano come soft power operativo: mettono in vetrina capacità logistiche, interoperabilità e proiezione congiunta in acque internazionali, segnalando che esistono modelli di sicurezza navale alternativi a quelli guidati dall’Occidente. L’Iran completa il quadro, rafforzando l’idea di un asse marittimo capace di mettere in discussione un’architettura finora dominata dagli Stati Uniti. Per il Sudafrica e altri Paesi del Global South, queste esercitazioni sono anche un’occasione per sviluppare competenze autonome e consolidare forme di cooperazione svincolate dalle alleanze tradizionali. In un contesto di equilibri in trasformazione e di crescente competizione sulle rotte, Will for Peace 2026 segna un passaggio rilevante nell’affermazione dell’ordine multipolare dei BRICS come nuovi attori geopolitici lungo i corridoi commerciali globali.
Boicottare la musica su Spotify? 8 alternative possibili
Negli ultimi anni Spotify è diventato sinonimo stesso di musica in streaming. Non un servizio tra tanti, ma l’infrastruttura dominante attraverso cui milioni di persone scoprono, ascoltano e “consumano” musica. Proprio questa centralità, però, impone di interrogarsi su ciò che Spotify rappresenta oggi, non solo come piattaforma ma come attore politico ed economico. Le ragioni del boicottaggio della piattaforma non nascono da una generica avversione alla tecnologia, bensì da scelte precise compiute dal suo fondatore e CEO, Daniel Ek, che negli ultimi tempi ha investito centinaia di milioni di euro nell’industria bellica europea, in particolare in aziende che sviluppano tecnologie militari basate su intelligenza artificiale. Una presa di posizione netta, che ha suscitato proteste da parte di artisti, lavoratori della cultura e ascoltatori, soprattutto in un contesto geopolitico già segnato da conflitti e riarmo.
A questo si aggiungono criticità strutturali ormai ben documentate che vanno dalle remunerazioni estremamente basse per artisti e autori, al modello che favorisce major, playlist editoriali e musica “funzionale”, fino alla trasformazione della musica in un sottofondo dettato dall’algoritmo, al posto dell’esperienza culturale che dovrebbe rappresentare. L’ultima notizia racconta bene come funziona la piattaforma: gli artisti che la boicottano e chiedono di essere tolti dal catalogo vengono rimpiazzati da band create dall’IA, che scimmiottano nomi, melodie e testi, pensando che gli utenti si possano accontentare di un surrogato raffazzonato che assomiglia in modo improbabile al proprio artista preferito.
Boicottare Spotify, quindi, non significa rifiutare lo streaming in sé, ma rifiutare un modello specifico, scegliendo alternative più trasparenti, più eque o semplicemente più coerenti con un’idea di musica come bene culturale.
La musica prima dello streaming

C’è stato un tempo – non così lontano – in cui la musica non era ubiqua, infinita, immediata. I vinili, i CD e le cassette si compravano nei negozi appositi. Si cercavano i dischi in svariati negozi, si chiamavano gli amici di altre città. A volte si aspettavano mesi solo per sentire un album nuovo. Il disco non era un flusso, ma un oggetto con una copertina da osservare e un libretto da leggere. Ascoltare un album significava spesso farlo dall’inizio alla fine, nel preciso ordine pensato dall’artista. Le cassette e i CD masterizzati con i primi duplicatori erano un gesto quasi rituale: si copiava il disco così com’era, oppure si costruivano playlist personali, vere e proprie narrazioni emotive. Regalare una compilation era un atto intimo, non replicabile con un link. Quella lentezza obbligava a dare valore alla musica, a costruire un rapporto più profondo con ciò che si ascoltava. Oggi non si tratta di idealizzare il passato, ma di recuperare parte di quella intenzionalità, anche attraverso strumenti digitali più etici e meno predatori.
1. Bandcamp
Accesso: gratuito per l’ascolto in streaming limitato; a pagamento per l’acquisto della musica.
Cos’è: piattaforma di vendita diretta di musica digitale e fisica.
Perché sceglierla: Bandcamp consente agli artisti di vendere direttamente al pubblico, trattenendo una quota di gran lunga superiore rispetto allo streaming. L’utente può ascoltare gratuitamente, ma soprattutto acquistare e possedere la musica, costruendo una libreria personale. È il riferimento per musica indipendente, sperimentale e per chi vuole sostenere concretamente chi produce cultura.
2. Apple Music

Accesso: solo a pagamento, tramite abbonamento (con periodo di prova).
Cos’è: servizio di streaming musicale on demand.
Perché sceglierla: Apple Music paga mediamente meglio gli artisti rispetto a Spotify e mantiene un’impostazione meno dipendente dalle playlist. L’album resta centrale e la curatela editoriale ha un ruolo significativo. Non è una scelta “anti-sistema”, ma può essere quella più adatta a chi lavora in ambienti Apple.
3. Tidal
Accesso: a pagamento, con diversi livelli di abbonamento (spesso con prova gratuita).
Cos’è: piattaforma di streaming orientata alla qualità audio.
Perché sceglierla: Tidal offre formati audio ad alta qualità e si è storicamente distinta per una maggiore attenzione alla remunerazione degli artisti. È particolarmente apprezzata da chi ascolta jazz, hip hop ed elettronica e da chi considera l’ascolto un’esperienza attiva, non un semplice sottofondo.
4. Qobuz

Accesso: a pagamento per lo streaming e per il download dei file.
Cos’è: servizio di streaming e download in alta qualità.
Perché sceglierlo: Qobuz si rivolge a un pubblico attento alla qualità sonora e alla profondità dell’ascolto. Permette non solo di ascoltare in streaming, ma anche di acquistare file audio in qualità studio master. È una piattaforma meno guidata dall’algoritmo e più dalla competenza musicale, ideale per chi ascolta meno musica, ma meglio.
5. SoundCloud
Accesso: gratuito con pubblicità e limitazioni; a pagamento per versioni premium.
Cos’è: piattaforma aperta di pubblicazione e ascolto.
Perché sceglierlo: SoundCloud è un ecosistema creativo prima che un semplice servizio di streaming. Offre accesso gratuito a una quantità enorme di produzioni indipendenti, demo e sperimentazioni. È fondamentale per scoprire nuove scene e linguaggi musicali, soprattutto fuori dai circuiti commerciali.
6. Deezer

Accesso: gratuito con pubblicità; a pagamento per l’abbonamento completo.
Cos’è: piattaforma di streaming musicale generalista.
Perché sceglierlo: Deezer rappresenta un’alternativa europea a Spotify e ha sperimentato modelli di remunerazione più equi, come il sistema user-centric. Non stravolge l’esperienza dello streaming, ma offre una soluzione più trasparente e meno concentrata.
7. Idagio
Accesso: a pagamento tramite abbonamento (con periodo di prova).
Cos’è: piattaforma di streaming specializzata esclusivamente in musica classica.
Perché sceglierlo: È il punto di riferimento mondiale per chi ascolta musica classica. Permette di cercare per compositore, orchestra, direttore, interprete o periodo storico, offrendo un sistema di catalogazione pensato per chi vuole davvero comprendere ciò che ascolta: in più offre qualità audio elevata e curatela editoriale affidata a esperti del settore.
8. Audius

Accesso: gratuito, con possibilità di funzioni premium per artisti e utenti.
Cos’è: piattaforma di streaming decentralizzata basata su tecnologia blockchain.
Perché sceglierlo: È una piattaforma dove non è una grande azienda a controllare catalogo, ma la comunità stessa tramite tecnologia blockchain. Questo modello consente agli artisti di ottenere una quota di compenso più trasparente e diretta, mantenendo maggiore controllo sulle proprie opere.
L’ANP fa il lavoro sporco per Israele abbandonando le famiglie dei martiri palestinesi
TULKAREM, PALESTINA OCCUPATA – «Ricevevo 1400 shekel al mese da quando mio figlio è stato ucciso. Ora, più niente. Io sono divorziata. Prima che diventasse martire mio figlio mi aiutava a guadagnare ciò che serviva per sopravvivere. Non so come farò adesso». La madre di Saddam Hussein Rajab, il bambino di 10 anni ucciso dai militari israeliani mentre camminava per le strade di Tulkarem il 28 gennaio scorso sta bloccando una delle strade della città insieme a decine di altre donne e uomini. Sono tutte madri, padri, sorelle o figli di palestinesi uccisi o detenuti da Israele a cui il governo palestinese ha bloccato i fondi. Da sempre, infatti, l’Autorità Palestinese elargiva un contributo mensile alle famiglie dei prigionieri nelle carceri israeliane e agli ex-detenuti, ai feriti dai soldati di Tel Aviv e alle famiglie di quelli che vengono chiamati “martiri”, ossia tutti coloro che sono morti per mano dell’occupazione. A febbraio dell’anno scorso, il presidente palestinese Mahmūd Abbās ha approvato un decreto presidenziale che revoca le leggi e i regolamenti relativi a tutte le indennità elencate, istituendo al suo posto un nuovo meccanismo chiamato Palestinian National Economic Empowerment Institution (Pneei). Tramite questo nuovo istituto, le famiglie palestinesi potranno ricevere sussidi solo se conformi a determinati criteri di welfare, come il reddito, l’occupazione e l’alloggio.
I tagli dei “salari” sono cominciati più di mesi fa, cominciando dalle famiglie di prigionieri o martiri legati ai partiti di Hamas e Jijad Islamica. Ma ormai nessuno riceve più nemmeno uno shekel da vari mesi. Le proteste stanno crescendo di numero da dicembre, e in molte città come Jenin, Tulkarem, Ramallah, Nablus, i manifestanti sono scesi per strada chiedendo che l’ANP faccia un passo indietro e che il vecchio sistema di indennizzi venga restaurato.
Tramite i nuovi criteri infatti, molte delle famiglie non riceveranno più nessun aiuto. Inoltre, la questione, oltre ad essere economica, è politica: “I prigionieri, i feriti, le famiglie dei martiri e i prigionieri liberati sono una causa della resistenza, e non una causa sociale” recita un cartello nelle mani di una delle donne in protesta. In Palestina circa una persona su cinque finisce in carcere nella sua vita, e sono numerose le famiglie private di più di un loro membro per anni. Sono oltre 1000 i palestinesi uccisi da Israele in Cisgiordania solo dal 7 ottobre 2023. I morti, i feriti, e i prigionieri sono una conseguenza dell’occupazione, e i manifestanti sottolineano come la questione sia politica, non legata alla sfera della beneficenza.
A causa dalla violenta guerra economica che Tel Aviv ha intensificato dal 7 di ottobre, le condizioni finanziarie sono catastrofiche in Cisgiordania. I detenuti, i feriti e i martiri non possono contribuire a sostenere i propri cari. Ora che i sussidi sono stati cancellati, migliaia di famiglie si trovano in grosse difficoltà economiche.
Le donne palestinesi sono coloro che più soffrono a causa di questa nuova politica del governo di Mahmūd Abbās. Stringono le foto dei figli morti o in prigione, e sono le prime a mettersi in mezzo alla strada per bloccarne la circolazione.
«I feriti hanno bisogno di cure. I prigionieri necessitano avvocati, le famiglie non possono visitarli. Devono restaurare gli indennizzi, è inaccettabile tutto questo» dice la madre di Alaa Abdallah, un giovane martire ucciso dai soldati israeliani nel campo profughi di Nour Shams. Accanto, il figlio piccolo regge la foto di un ragazzo nemmeno ventenne. «Hanno fatto questo in un momento molto sbagliato. Sfollamento, affitto… non è abbastanza che siamo senza casa?» chiede. «Prendevamo solo 700 shekel al mese. Ma ci impatta molto». E conclude: «i politici che hanno approvato queste scelte devono andarsene. Non ci rappresentano».
Sono anni che Israele vuole che i sussidi vengano bloccati. Per i media israeliani si tratta di una forma di sostengo dell’ANP a chi compie azioni “terroristiche”, incentivando i cittadini palestinesi ad agire violenza contro lo Stato di Israele. Tel Aviv ha soprannominato la forma di pagamento dell’indennità ai prigionieri politici – che cresce con il crescere degli anni spesi in prigione – o delle famiglie dei martiri “pay to slay”, ossia pagati per uccidere.
I leader palestinesi hanno cercato di difendere gli indennizzi, descrivendoli come una forma di assistenza sociale e un necessario risarcimento per le vittime del sistema di violenza e occupazione militare israeliana in Cisgiordania. Ma le proteste non sono servite, e USA e Unione Europea si sono allineate alle richieste di Tel Aviv. Nonostante le forti opposizioni da parte della società palestinese, dopo anni l’ANP ha ceduto alle richieste internazionali e ha cancellato il Fondo Martiri.
Dal 2018 gli Stati Uniti hanno sospeso gli aiuti economici versati all’ANP proprio a causa dei sussidi forniti ai detenuti, tramite una legge nota come Taylor Force Act. Di fatto la riforma della politica assistenziale promossa da Abbas è stata concepita per rendere l’Autorità Palestinese conforme a ricevere aiuti americani, ma forse soprattutto a non perdere gli aiuti a marca UE, dato che l’Unione è il principale fornitore di assistenza esterna ai palestinesi. E l’ANP in questo momento ha un disperato bisogno di soldi: Israele infatti continua a trattenere centinaia di milioni di dollari dei fondi delle entrate fiscali dell’Autorità Palestinese, rendendo difficile per Ramallah effettuare pagamenti ai suoi dipendenti e supportare qualsiasi politica sociale.
«L’Autorità Palestinese è messa alle strette dall’Unione Europea che chiede che questi sussidi vengano interrotti» dice una fonte interna dell’ANP che preferisce rimanere anonima a L’Indipendente. «Ci sono anche vari funzionari italiani che stanno venendo a controllare i conti. Israele da anni vuole che l’ANP elimini i sussidi, e l’Unione Europea di fatto minaccia di non fornire aiuti finanziari se non si rispettano certi punti».
L’UE ha stanziato 1,36 miliardi di euro tra il 2021 e il 2024, e ha presentato nell’aprile scorso un pacchetto di aiuti finanziari fino a 1,6 miliardi per sostenere l’ANP e finanziare le sue attività in Cisgiordania, a Gerusalemme e nella Striscia di Gaza per il periodo 2025/2027. Ma solo se si seguono determinate “condizioni”. Di fatto, nella pratica una di esse è proprio la fine dei pagamenti del Fondo Martiri. Dimenticando le cause di quelle morti e le conseguenze sociali dei migliaia di palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane o uccisi dai soldati di Tel Aviv nei continui raid in Cisgiordania occupata.
Libano, Unifil accusa Israele: granata contro i caschi blu
Un drone israeliano «ha sganciato una granata a circa 30 metri dalle forze di pace». Lo denuncia la missione ONU in Libano (Unifil), riferendo che l’episodio è avvenuto ieri ad Adeisse, nel sud del Paese, vicino alla Blue Line, durante un’operazione dei caschi blu. I peacekeeper, avvertiti da residenti di un possibile pericolo in un’abitazione, avevano individuato un ordigno e creato un cordone di sicurezza. Poco dopo, un drone ha sganciato una granata nelle loro vicinanze. Nessun militare è rimasto ferito. Unifil ha inviato una formale richiesta di cessazione del fuoco alle Forze di Difesa israeliane, sottolineando che azioni che mettono a rischio i caschi blu violano la Risoluzione 1701 dell’ONU e minano la stabilità della regione.
L’economia cinese vola nonostante i dazi: surplus di 1.200 miliardi di dollari
Nonostante i dazi imposti da Donald Trump alla Cina e il conseguente calo delle esportazioni verso gli USA, l’economia del gigante asiatico ha registrato nel 2025 risultati record, contrariamente alle aspettative. Il surplus commerciale dell’anno appena trascorso, infatti, ha raggiunto la cifra eccezionale di 1.189 miliardi di dollari, con le esportazioni salite del 5,5% annuo e le importazioni stabili. Sebbene l’export verso gli USA sia diminuito a doppia cifra durante l’anno, il Dragone ha incrementato le spedizioni verso altri mercati, aumentando lo squilibrio commerciale con i principali partner, tra cui l’UE. Un risultato dovuto anche al successo della BRI (Belt and Road Initiative), l’ambizioso progetto infrastrutturale per incrementare le connessioni commerciali e politiche, lanciato dal presidente cinese Xi Jinping nel 2013. Secondo He Yongqian, portavoce del Ministero del Commercio cinese (MOFCOM), infatti, gli scambi commerciali con i paesi partner della BRI rappresentano il 51,9% del totale. Solo nel mese di dicembre, il surplus commerciale di Pechino si è attestato a livello globale a 114,1 miliardi, con l’export a +6,6% e l’import a +5,7%.
La portavoce del ministero del commercio cinese ha anche evidenziato che i partner commerciali della Cina sono aumentati: il Dragone, infatti, ha esteso le sue importazioni ed esportazioni a oltre 190 Paesi e regioni. Il funzionario cinese ha inoltre sottolineato che lo slancio innovativo nella nazione asiatica ha continuato a rafforzarsi: le esportazioni di prodotti meccanici ed elettronici sono cresciute del 9%, con una quota che ha superato per la prima volta il 60%. La competitività internazionale dei “prodotti verdi” e a basse emissioni di carbonio è migliorata notevolmente, mentre nuovi modelli di business come l’e-commerce transfrontaliero si stanno affermando rapidamente.
I risultati dell’economia cinese sono il frutto di una strategia ben precisa formulata dal Partito comunista cinese , il quale intende fare del Dragone un Paese autosufficiente, capace di produrre tutto internamente in modo da ridurre al minimo ogni tipo di dipendenza dall’estero. A questo si aggiunge, come anticipato, l’estensione del commercio grazie alla BRI e all’instaurazione di buoni rapporti politici e commerciali con gran parte delle nazioni euroasiatiche. Grazie a un’economia pianificata e a un insieme di sussidi e agevolazioni, la Cina sta riuscendo nell’impresa di espandere la sua produzione interna, rendendola sempre più competitiva a livello globale. Questo quadro economico rischia di creare però anche un problema di sovrapproduzione, motivo per cui Pechino esporta sempre di più beni all’estero. In questo contesto, le esportazioni verso il sud-est asiatico sono cruciali, in quanto – secondo alcuni analisti – permetterebbero alla Cina di aggirare i dazi di Trump: nazioni come la Thailandia o il Vietnam sono usati, infatti, come Paesi intermedi dai quali le merci cinesi vengono poi spedite negli Stati Uniti.
Non è un caso che, come riporta il Financial Times (FT), il surplus della Cina con la regione del sud-est asiatico sia stato di 245 miliardi di dollari per i primi 11 mesi del 2025, ben al di sopra dei 191 miliardi di dollari registrati per l’intero anno del 2024. Ma il sud-est asiatico non è l’unica regione verso cui il Dragone ha aumentato le sue esportazioni: altri mercati importanti sono l’Africa, l’UE e l’America latina. Nel dettaglio, il surplus con l’Africa relativo ai primi 11 mesi del 2025 è aumentato di 27 miliardi di dollari rispetto ai dati del 2024 per l’intero anno, guidato da Nigeria, Liberia ed Egitto. Il surplus con l’Ue, invece, è aumentato di quasi 20 miliardi e quello con l’America latina di 20 miliardi. Allo stesso tempo, il surplus commerciale con gli Stati Uniti è diminuito di oltre 100 miliardi nel 2025 rispetto al totale del 2024. Se, dunque, da un lato, i dazi di Trump hanno avuto effetto nel ridurre il deficit commerciale con Pechino, dall’altro, hanno contribuito a creare nuovi mercati spostando il polo commerciale verso il sud-est asiatico e incrementando gli scambi con Ue e America latina.
Analizzando i settori da cui deriva maggiormente l’eccedenza commerciale, al primo posto troviamo quello automobilistico: in quest’ambito l’avanzo è aumentato di 22 miliardi di dollari nei primi 10 mesi del 2025 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, portando il suo totale a 66 miliardi di dollari. Al secondo posto c’è la produzione di batterie, ambito nel quale il Dragone ha registrato un’eccedenza commerciale di 64 miliardi di dollari nel primi dieci mesi del 2025. Cosa che ha anche permesso un impulso ai veicoli elettrici a livello nazionale, trasformando i principali produttori di auto elettriche del paese come BYD in nomi conosciuti a livello mondiale.
La rapida espansione del commercio cinese e la sua sovrapproduzione, unitamente ai prezzi competitivi di Pechino, stanno suscitando seria preoccupazione nei Paesi occidentali e da parte del FMI (Fondo monetario internazionale): a dicembre la direttrice del Fondo, Kristalina Georgieva, ha affermato che «Come seconda economia del mondo, la Cina è troppo grande per creare tanta crescita tramite le esportazioni, e continuare a dipendere da una crescita generata dalle esportazioni rischia di aumentare le tensioni commerciali globali». I Paesi occidentali, in particolare europei, non hanno ancora trovato una strategia commerciale efficace e continuano a dipendere eccessivamente dalle importazioni estere, senza sviluppare un piano economico interno per risollevare il crollo della produzione industriale. Da parte sua, la Cina ha dichiarato che intensificherà gli sforzi per promuovere lo sviluppo integrato del commercio e degli investimenti e per sviluppare nuovi motori di crescita anche nel 2026.
Torino: la procura vuole mandare in carcere un No TAV per un’intervista
«Sarà importante tenere il fiato sul collo per lavorare a una sorta di logoramento dello schieramento avversario». A causa di queste parole, la procura generale di Torino ha chiesto la revoca dei domiciliari e la conversione della pena in detentiva a Giorgio Rossetto, storico attivista NO TAV. «Bisogna accettare il terreno del conflitto, il terreno della lotta, e qualche volta il terreno dello scontro», ha continuato Rossetto. Le dichiarazioni sono state rilasciate in occasione di una intervista a Radio Onda d’Urto relativa allo sgombero del centro sociale Askatasuna. Secondo le ricostruzioni mediatiche, la procura le avrebbe interpretate come una chiamata alle armi, un tentativo di fomentare le piazze e lanciare la mobilitazione; per gli inquirenti, le frasi incriminate dimostrerebbero in maniera «evidente e concreta l’inefficacia della misura alternativa al carcere» a cui Rossetto è sottoposto da mesi per il suo attivismo in Val di Susa.
L’intervista rilasciata da Giorgio Rossetto risale al 18 dicembre, poco dopo lo sgombero dell’Askatasuna. L’attivista, ai domiciliari da mesi, era stato invitato a parlare telefonicamente della vicenda, e a condividere le sue opinioni a riguardo. Prima ancora di iniziare a riflettere sul tema, Rossetto ha fatto una premessa, rimarcando che dal 2012 ha spostato il baricentro della sua attività in Val di Susa e che dal 2018 non mette più piede dentro Askatasuna a causa degli obblighi di firma e delle restrizioni a cui è sottoposto. Nonostante ciò, pare che le sue parole siano state prese come un incitamento alla ribellione violenta. Lo stesso giudice di sorveglianza non ha rilevato alcuna ipotesi di reato, rinviando le discussioni sulle dichiarazioni di Rossetto al prossimo 21 gennaio. La procura tuttavia sostiene che le sue parole siano «la dimostrazione evidente e concreta della inefficacia della misura alternativa al carcere in esecuzione a realizzare la primaria finalità rieducativa e dell’insussistenza dei presupposti per la prosecuzione della misura medesima»; per tale motivo l’attivista dovrebbe essere messo in carcere, nonostante egli si sia limitato a esprimere una opinione.
È rilevante inoltre sottolineare che le parole di Rossetto più che inneggiare alla violenza di piazza, sembravano proporre una riflessione su quello che a suo parere sarebbe stato l’indirizzo che avrebbe preso il movimento dopo lo sgombero dell’Askatasuna: quando parlava di «tenere il fiato sul collo» dello «schieramento avversario», Rossetto si stava riferendo al periodo che avrebbe preceduto le manifestazioni, non alle manifestazioni stesse: «Le feste permettono livelli di mobilitazione maggiori, perché quando la gente non lavora si muove», diceva Rossetto. «Stasera c’è una prima risposta, e penso – e mi auspico – che dopo le feste ci sarà una manifestazione nazionale; ma per quella si andrà dopo la befana, non è che si può fare prima; però nel frattempo, sarà importante tenere il fiato sul collo, lo stesso fiato che si tiene nelle montagne della Val di Susa, per lavorare a una sorta di logoramento dello schieramento avversario». E ancora, il riferimento ad accettare «il terreno del conflitto» è preceduto dalla considerazione che «qualche volta bisogna accettare i terreni anche quando non li hai scelti tu». Le frasi contestate all’attivista, insomma, non solo sono opinioni e riflessioni personali, ma non c’entrano nulla con presunti inneggiamenti alla violenza.
Giorgio Rossetto, 62 anni, è uno dei volti più noti del movimento NO TAV. Ai domiciliari da mesi, nel 2022 è stato sottoposto assieme ad altri 12 attivisti a misure cautelari per le mobilitazioni in Val di Susa contro l’alta velocità. Le accuse mosse contro di loro erano quelle di presunti reati di resistenza aggravata a pubblico ufficiale e violenza privata aggravata commessi sia a Torino che in Valle. Rossetto, di preciso, è stato sottoposto a obbligo di firma.
Accelera l’inflazione: +1,5% nel 2025
A dicembre 2025 l’inflazione è tornata a salire. Secondo l’Istat, l’indice nazionale dei prezzi al consumo (Nic), al netto dei tabacchi, cresce dello 0,2% rispetto a novembre e dell’1,2% su base annua, in lieve accelerazione. In media, nel 2025, i prezzi al consumo registrano una crescita dell’1,5% in accelerazione dall’1% nel 2024. La risalita di dicembre è trainata soprattutto dai servizi di trasporto, dagli alimentari non lavorati e dai servizi vari. Restano invece stabili o rallentano altri comparti, mentre prosegue il calo dei prezzi degli energetici regolamentati. L’inflazione di fondo rimane sostanzialmente stabile.
Fermare traffico e inquinamento sui valichi alpini: la protesta di 67 associazioni
Una coalizione di 67 organizzazioni, guidata da CIPRA International, ha inviato una lettera aperta al commissario europeo Apostolos Tzitzikostas e ai ministri dei trasporti degli Stati alpini, sollecitando di mantenere e rafforzare gli interventi adottati contro la crescente pressione esercitata dal traffico di transito sulle regioni alpine. La mobilitazione nasce in risposta al ricorso presentato dall’Italia nel 2024 contro le misure di regolamentazione del traffico merci attuate dal Land del Tirolo, il cui esito, atteso per il 2026 dalla Corte di giustizia europea, rischia di diventare un precedente pericoloso per tutta la gestione ambientale dei valichi alpini. Le associazioni chiedono di non far venir meno gli strumenti di contenimento del traffico, indispensabili per proteggere ecosistemi fragili e comunità locali già sotto stress per inquinamento e cambiamenti climatici.
Il caso specifico riguarda il Passo del Brennero, dove l’Austria ha introdotto limitazioni al transito dei mezzi pesanti – quali divieti di circolazione notturna e nei fine settimana, divieti settoriali e contingentamenti orari dei camion sulla A12 – che l’Italia contesta in nome della libera circolazione delle merci. Secondo i firmatari della lettera, l’abolizione di queste misure aprirebbe la strada a un traffico illimitato, con conseguenze insostenibili per la salute delle popolazioni e l’integrità ambientale non solo lungo quel corridoio, ma su tutte le direttrici transalpine. Viene paventato un «effetto domino» che potrebbe portare alla revoca di tutele analoghe su altri valichi, privilegiando definitivamente il trasporto su gomma a scapito della ferrovia.
Per ottenere un volume di traffico che non sia dannoso per l’uomo e la natura, le organizzazioni sostengono la necessità di «promuovere una politica dei trasporti coordinata che favorisca i mezzi di trasporto rispettosi dell’ambiente e delle risorse, aumenti l’efficacia e l’efficienza dei sistemi di trasporto e riduca il volume di traffico in conformità con gli accordi internazionali del protocollo Trasporti della Convenzione delle Alpi». Tra le proposte concrete avanzate figura l’introduzione di una “borsa dei transiti alpini”, un sistema di aste per l’allocazione delle fasce orarie di transito ai camion, capace di distribuire il traffico in base alle capacità effettive e di applicare il principio “chi inquina paga”. La lettera elenca anche una serie di misure complementari: dall’aumento dinamico dei pedaggi stradali per internalizzare i costi esterni (inquinamento, rumore, usura infrastrutturale), al potenziamento dei controlli, dall’armonizzazione delle norme transfrontaliere per il trasporto su rotaia alla modernizzazione della rete ferroviaria senza nuovi ampliamenti stradali. Centrali sono anche il completamento operativo del tunnel di base del Brennero e l’abolizione dei sussidi al gasolio.
«Il mantenimento della regolamentazione del trasporto merci al Brennero e l’attuazione di una gestione sostenibile del traffico stradale e ferroviario sulle direttrici di transito alpino sono fondamentali per garantire un traffico di transito rispettoso dell’ambiente e del clima e, allo stesso tempo, delle persone e dell’ambiente naturale!», ribadisce con forza la lettera. Solo con un trasferimento modale effettivo verso la ferrovia, concludono le associazioni, sarà possibile conciliare la mobilità con la protezione degli ecosistemi alpini e della qualità di vita dei loro abitanti.









