Pedro Sanchez l’ha fatto di nuovo. Pochi giorni dopo le aggressioni militari degli Stati Uniti e di Israele all’Iran ha deciso di schierarsi apertamente contro Donald Trump e l’intero asse atlantista. In un discorso pronunciato nella mattinata di ieri, 4 marzo, il premier socialista ha rimarcato un messaggio chiaro, già annunciato nelle sue ultime apparizioni pubbliche: «la posizione del governo di Spagna si riassume in quattro parole, no alla guerra». Dimostrandosi ancora una volta l’unico governo europeo capace di non cedere alle decisioni dell’asse israelo-statunitense, la Spagna ha scelto di distinguersi dalla cieca ubbidienza degli altri esecutivi e ha messo in evidenza la necessità di restare ancorati alla diplomazia del diritto internazionale.
Tutto nasce dal rifiuto da parte del governo socialista di permettere l’utilizzo della base navale di Rota, situata nella provincia di Cadice, e della base aerea di Morón de la Frontera, nella provincia di Siviglia, alle forze armate statunitensi. Queste basi, secondo la Costituzione spagnola, sono il frutto di una concessione della Spagna agli Stati Uniti, ma per essere utilizzate necessitano di un’autorizzazione previa dell’esecutivo spagnolo. Il veto di Sánchez ha portato alle ire del tycoon, che, in una conferenza stampa alla Casa Bianca, si è scagliato contro il governo socialista e ha minacciato di rompere le relazioni commerciali e imporre un embargo sul paese iberico, tutto davanti al silenzio del premier tedesco Friedrich Merz, unico rappresentante europeo presente in quel momento.
Le parole pronunciate da Pedro Sanchez fanno eco ad un contesto sociale e geopolitico che è parte della memoria collettiva del paese: ventitré anni fa una grande parte del popolo spagnolo scese in piazza per protestare contro l’appoggio militare offerto dal governo del premier Aznar in occasione dell’aggressione militare statunitense in Iraq. L’attuale premier, ieri, ha improntato il suo discorso sulle conseguenze della guerra voluta da George W. Bush nel 2003, allarmando sulle conseguenze, ancora ipotetiche, che questo nuovo conflitto potrebbe arrecare all’intera regione e al contesto economico europeo.
Non è la prima volta che Sanchez si sfila dagli interessi dell’alleanza bilaterale tra Stati Uniti d’America e Israele. Nel giugno del 2025 fece scalpore il rifiuto dell’esecutivo spagnolo di non adeguare la spesa militare del paese al 5% imposto da Donald Trump e Mark Rutte verso tutti i paesi NATO. In quell’occasione Sanchez, dopo aver scelto di incrementare nei primi mesi dello stesso anno il PIL sulla difesa al 2,1%, affermò di avere ottenuto un’eccezione da parte degli USA senza però evitare un primo, acceso, confronto con la dirigenza statunitense.
Più recentemente, il governo spagnolo si è rivelato essere una mosca bianca in Europa anche nel condannare l’aggressione statunitense ai danni del Venezuela, definita come una «violazione della legalità internazionale». In quell’occasione, Sanchez ha evitato di appoggiare apertamente il governo venezuelano (e oggi quello iraniano), ma ha rimarcato la necessità di rispettare le leggi della diplomazia internazionale.
Anche sul genocidio a Gaza la posizione del governo di Spagna ha provato a distinguersi dagli alleati europei. Nonostante una prima fase, durante la quale Sanchez reiterò il «diritto di Israele a difendersi», nel corso degli anni la sua posizione si è mossa verso una condanna netta dei crimini di guerra del governo Netanyahu. Il governo spagnolo è stato tra i primi stati europei a riconoscere lo stato palestinese dal 2023 (insieme a Norvegia e Irlanda) e nell’estate del 2025 ha annunciato una serie di misure per porre fine alla compravendita di armi e munizioni con lo stato di Israele.
Se la mediaticità delle dichiarazioni del premier spagnolo ha reso Sanchez il nuovo leader, de facto, di quella parte di sinistra europea che cerca di allontanarsi da Washington, non mancano le contraddizioni. Lo stesso pacchetto di misure che avrebbe segnato l’embargo alla compravendita armamentistica israeliana, dopo poco tempo risultò essere poco efficace e lontano dall’essere definito “totale”. Inoltre, solo pochi giorni dopo l’approvazione al Congresso dei Deputati spagnolo delle suddette misure, Sanchez prese parte alla firma a Il Cairo del piano di “pace” ordito da Trump per porre fine al genocidio a Gaza.
Inoltre, le prime dichiarazioni ufficiali del premier spagnolo in merito alle aggressioni statunitensi e israeliane contro l’Iran sono state pronunciate in occasione dell’inaugurazione del Mobile World Congress di Barcellona: secondo quanto denunciato dal collettivo catalano la Fira en la Mira, questo evento fieristico che tratta telefonia mobile e tecnologia all’avanguardia ospita trentasette aziende israeliane, nove delle quali direttamente interessate nello sviluppo di tecnologie militari per aziende di armi e governi, tra i quali spicca il ministero della Difesa israeliano.
Se il governo spagnolo al momento vive un momento particolarmente teso in politica interna, tra scandali di corruzione, instabilità politica e profonda incertezza riguardo il futuro prossimo del mandato legislativo, è necessario sottolineare che le varie dichiarazioni di Pedro Sanchez, per quanto spesso poco efficaci e probabilmente finalizzate ad un ritorno elettorale, risultano essere l’unico controcanto non bellicista in un contesto europeo ormai completamente assoggettato dagli interessi imperialisti degli Stati Uniti e Israele. Anche in ambito commerciale, la Spagna ha cercato di proseguire sulla propria strada, mantenendo una multilateralità che ha permesso a Sanchez di divenire uno tra i più rispettati interlocutori europei, ad esempio, con la Repubblica Popolare Cinese.













