Il Sottosegretario alla Giustizia Andrea Dalmastro Delle Vedove si è dimesso. L’annuncio di Dalmastro segue uno scandalo riguardante la costituzione di una società con una ragazza appena maggiorenne, figlia di Mario Caroccia, condannato in via definitiva come prestanome del clan camorristico Senese. Secondo ricostruzioni mediatiche, Dalmastro sarebbe stato ricevuto dal ministro della Giustizia Carlo Nordio assieme alla Capa di Gabinetto Giusi Bartolozzi; secondo varie indiscrezioni, anche Bartolozzi sarebbe sulla via delle dimissioni a causa della vittoria del No al referendum sulla magistratura.
La Russia dichiara guerra a Telegram per sostituirla con una chat di Stato
Già da diverse settimane i cittadini russi hanno iniziato a riscontrare massicci disservizi nell’utilizzo della piattaforma Telegram. Non si tratta di semplici problemi tecnici, ma di un’operazione coordinata dal regolatore statale delle comunicazioni. Quello che per anni è stato il “porto sicuro” della dissidenza, dell’informazione indipendente e persino della comunicazione istituzionale e militare russa potrebbe presto diventare un ricordo. La Federazione Russa avrebbe infatti avviato le procedure per l’eliminazione di Telegram dal proprio spazio cibernetico. Secondo le ultime dichiarazioni ufficiali rilasciate da Roskomnadzor (Servizio federale per la supervisione delle comunicazioni, della tecnologia dell’informazione e dei mass media), l’app sarebbe colpevole di violazioni sistematiche della legislazione russa sulla conservazione dei dati e sulla cooperazione con le autorità inquirenti in materia di reati gravi, come il terrorismo.
Il governo ha da tempo implementato sofisticate tecniche di throttling, ovvero il rallentamento intenzionale della velocità di connessione che rende l’invio di video e messaggi vocali quasi impossibile. Ma il blocco totale pare ormai imminente: diverse testate locali indicano la data del 1° aprile come il termine ultimo oltre il quale l’applicazione verrà completamente oscurata sul territorio nazionale. Con circa 100 milioni di utenti, Telegram (che funge anche da social network e piattaforma di informazione) è l’app di messaggistica più popolare della Russia. Quasi tutte le agenzie statali russe hanno canali Telegram, incluso il Cremlino, così come i politici dell’opposizione, i giornalisti indipendenti e i media non censurati. Telegram è utilizzata anche dai soldati russi per trasmettere le coordinate del campo di battaglia, tenere riunioni e parlare con le loro famiglie. Insomma, l’app è utilizzata da tutti, senza distinzioni.
Tuttavia, l’attuale esigenza dello Stato di esercitare un controllo sui flussi informativi in un periodo di estrema tensione geopolitica sembra portare verso altre direzioni. La crittografia end-to-end e la natura decentralizzata della piattaforma sono state identificate come una minaccia alla sicurezza nazionale. L’obiettivo finale, però, non è il semplice oscuramento, ma la sostituzione. Sebbene la storia tra Russia e Telegram, e il suo fondatore Pavel Durov, non sia mai stata “rose e fiori”, gli attacchi più duri sono iniziati qualche mese fa, dopo la nascita di MAX, una “super-app” sviluppata dal colosso tech nazionale VK (Vkontakte). MAX è stata paragonata alla cinese WeChat, combinando social media e funzioni di messaggistica con accesso a un sistema di identità digitale, banche, pagamenti e servizi pubblici vari.
Il 4 giugno 2025, durante una riunione di governo, in risposta alla relazione del ministro dello Sviluppo Digitale, delle Comunicazioni e dei Mass Media della Federazione Russa, Maksut Shadayev, lo stesso Presidente Putin, rivolgendosi a tutti i ministri, ha detto: «Vi prego di tenere a mente e chiedervi di organizzare intenzionalmente il lavoro per sostenere l’applicazione russa, e per questo i servizi forniti da vari dipartimenti, istituzioni finanziarie e così via, dovrebbero essere trasferiti su questa piattaforma. Questo è estremamente importante». Alla fine del mese di giugno Putin ha poi firmato la legge approvata dalla Duma di Stato e dal Consiglio della federazione, sulla “Creazione di un servizio multifunzionale per lo scambio di informazioni”. Da settembre scorso, MAX è stata preinstallata su tutti i telefoni e i tablet venduti in Russia.
L’applicazione ovviamente non sarà obbligatoria ma non averla renderà la vita più complicata, per via di schemi e logiche che abbiamo già avuto modo di sperimentare nel recente passato di emergenza pandemica. Il destino di Telegram si inserisce in un quadro di desertificazione digitale già avviato. La prima vittima eccellente era stata WhatsApp, resa inaccessibile attraverso la rimozione dei suoi domini dai DNS nazionali dopo l’inclusione, nel 2022, della società madre, META, nella lista delle organizzazioni terroristiche ed estremiste. Se Telegram era riuscito a sopravvivere più a lungo grazie alla sua enorme popolarità tra i blogger patriottici e i corrispondenti di guerra, l’attuale stretta dimostra che nessuna eccezione è più concessa. Anche altre piattaforme minori e servizi di messaggistica criptata stranieri stanno subendo la stessa sorte, lasciando i cittadini russi con una scelta binaria: utilizzare i canali controllati dallo Stato o tentare via delle VPN, che a loro volta sono oggetto di una caccia tecnologica senza sosta da parte del Roskomnadzor.
L’eliminazione di Telegram rappresenta l’ultimo mattone di un muro digitale che separa la Russia dal resto del web globale, come già fatto da tempo dalla Cina. Mentre il governo giustifica queste misure con la necessità di combattere il terrorismo e le frodi informatiche, il risultato tangibile è la creazione di un ecosistema informativo a circuito chiuso.
La NASA annuncia la costruzione di una base lunare da 20 miliardi
La NASA ha annunciato che costruirà una base da 20 miliardi di dollari sulla superficie lunare. La base verrà costruita nei prossimi sette anni, e sostituirà il programma Gateway, che prevedeva la costruzione di una stazione spaziale nell’orbita lunare. La Lunar Gateway era stata progettata per stazionare nell’orbita della Luna, fungendo sia da piattaforma di ricerca che da stazione di trasferimento che gli astronauti avrebbero utilizzato per salire a bordo dei moduli lunari prima di scendere sulla superficie del satellite. La struttura, già parzialmente costruita, dovrà ora venire riadattata per i nuovi obiettivi.
DIRETTA – Guerra in Iran – Teheran nomina il sostituto di Larijani – Il Libano espelle l’ambasciatore iraniano
Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è ora succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 marzo, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì 9 marzo, i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio.
24 marzo – ore 17.53 – Il Pakistan si offre di ospitare colloqui di pace
Il primo ministro pakistano ha dichiarato di essere disposto a ospitare colloqui tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra nel Golfo. L’annuncio è arrivato con un post su X, in cui il primo ministro ha fatto riferimento al presunto accordo tra USA e Iran annunciato ieri da Trump, smentito dalle autorità iraniane; Trump aveva affermato che nella notte tra il 22 e il 23 marzo, i suoi delegati diplomatici avevano raggiunto una quadra sui primi punti fondamentali per arrivare alla riapertura dello Stretto di Hormuz; ha dunque affermato che non avrebbe attaccato le infrastrutture elettriche iraniane contrariamente a quanto dichiarato il giorno precedente.
24 marzo – ore 16.06 – QatarEnergy dichiara forza maggiore per i contratti per l’Italia
QatarEnergy ha dichiarato lo stato di “forza maggiore” su alcuni contratti di fornitura di GNL a lungo termine, che tra i vari interessano clienti in Italia, Belgio, Corea del Sud e Cina. La forza maggiore è una clausola contrattuale che consente a una parte di venire esonerata dai propri obblighi a causa di eventi imprevedibili. Anche le compagnie petrolifere in Kuwait e Bahrein hanno recentemente invocato la forza maggiore.
24 marzo – ore 14.20 – L’Iran nomina il sostituto di Larijani
Mohammad Baqer Zolghadr è stato nominato Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale l’organismo che coordina le risposte del Paese alle minacce alla sicurezza interna ed esterna. Zolghadr sostituisce così Ali Larijani, considerato da molti uno degli uomini più influenti nella catena di comando iraniano, ucciso in un raid israeliano lo scorso 17 marzo.
Zolghadr ha assunto diverse funzioni su diretta nomina dell’ex leader supremo Ali Khamenei ed è considerato un leader influente nei suoi rapporti con alcuni dei gruppi paramilitari affiliati al governo centrale di Teheran. Nella sua carriera politico-istituzionale ha scalato le gerarchie di forze generalmente considerate più conservatrici e ha ricoperto ruoli di rilevanza prevalentemente sul piano militare e giudiziario.
Tra i vari incarichi ricoperti, Zolghadr è stato un membro di alto rango dei pasdaran, vice capo dello Stato Maggiore delle Forze Armate per gli affari del Basij, vice strategico del potere giudiziario, e vice per la protezione sociale e la prevenzione della criminalità del potere giudiziario. Ha inoltre servito come viceministro della Difesa e come Capo dello staff elettorale del Fronte Popolare delle Forze della Rivoluzione Islamica e Segretario dell’Assemblea per la Discernimento del Interesse del Sistema – organo che media i rapporti tra il Parlamento e il Consiglio dei Guardiani.
24 marzo – ore 12.05 – Il Libano espelle l’ambasciatore iraniano: via entro domenica
Il ministero degli Esteri libanese ha ritirato le credenziali al neo ambasciatore iraniano a Beirut, Sheibani, dichiarandolo persona non grata e annunciando dunque la sua espulsione dal Paese. Avrà tempo di lasciare il Libano entro domenica. Lo riporta Al Jazeera.
24 marzo – ore 10.15 – Media iraniani: “Colpite infrastrutture del gas da USA e Israele”
Un attacco congiunto attribuito dai media iraniani a Stati Uniti e Israele avrebbe colpito infrastrutture del gas in Iran, nelle città di Isfahan e Khorramshahr. Secondo l’agenzia Fars, a Isfahan sono stati danneggiati un edificio amministrativo e una stazione di decompressione, con ripercussioni anche su abitazioni vicine. A Khorramshahr un ordigno avrebbe colpito un gasdotto collegato a una centrale elettrica, senza causare vittime. Se confermati, gli attacchi smentirebbero le dichiarazioni del presidente Donald Trump, che aveva annunciato una sospensione delle operazioni contro infrastrutture energetiche.
24 marzo – Ore 8.00 – I fatti della notte
- Netanyahu ha dichiarato che, a prescindere dai colloqui tra Trump e Iran, lui continuerà ad attaccare questo e il Libano: “stiamo annientando il loro programma missilistico e quello nucleare e continuiamo a infliggere gravi danni a Hezbollah”, ha detto in un video alla nazione. Gli attacchi contro il Libano si sono intensificati durante la notte, con almeno due persone uccise.
- I coloni israeliani hanno assaltato la popolazione in Cisgiordania per la terza notte di fila, lanciando sassi contro la popolazione e anche sparando contro i cittadini palestinesi in diverse città, come riporta il quotidiano locale Wafa.
- Nonostante gli annunci di Trump, non vi è alcun segno di de-escalation: attacchi con droni sono continuati tutta la notte in tutti i Paesi del Golfo, mentre sono proseguiti i bombardamenti su Teheran così come su altre città iraniane; missili iraniani sono caduti su alcune città israeliane.
- La Cina ha nuovamente invitato i propri cittadini a lasciare Israele “quanto prima”.
- La premier Sanae Takaichi ha annunciato che il Giappone inizierà a usare le riserve nazionali di carburante a partire dal 26 marzo.
È morto il cantautore Gino Paoli: aveva 91 anni
A Elkann i giornali non servono più: vendute Repubblica e La Stampa
Dopo mesi di annunci e indiscrezioni, ora è ufficiale: il gruppo mediatico GEDI, che controlla i quotidiani Repubblica e La Stampa, è stato venduto. Come preannunciato da un contratto preliminare sancito all’inizio del mese, La Stampa verrà venduta al gruppo editoriale italiano SAE, proprietario di diverse testate locali. Repubblica e gli altri rami di GEDI, invece, sono stati ceduti al gruppo Antenna, azienda greca di proprietà della famiglia Kyriakou, attiva nel settore dei media, delle navi, della finanza e degli immobili. Dal punto di vista economico, per il gruppo guidato da John Elkann si tratta di un fallimento: dopo anni di perdite, GEDI è stata praticamente svenduta.
Nello specifico, la holding della famiglia Agnelli-Elkann Exor ha perfezionato la cessione del 100% del capitale di GEDI al gruppo greco Antenna, controllato dalla famiglia Kyriakou, in un’operazione che segna l’uscita definitiva della dinastia torinese dall’editoria italiana dopo un secolo. L’accordo, che diventa effettivo immediatamente, include il quotidiano La Repubblica, le radio Deejay, Capital e m2o, HuffPost Italia, National Geographic Italia, Limes e la concessionaria Manzoni. Il quotidiano La Stampa – storicamente legato alla famiglia – verrà invece girato nei prossimi mesi dai greci al gruppo SAE, che pubblica testate come Il Tirreno, La Nuova Sardegna, Gazzetta di Modena, Gazzetta di Reggio e La Nuova Ferrara.
Nel contratto non sono previste garanzie occupazionali né indicazioni sul collocamento politico-editoriale, le due richieste avanzate dai giornalisti durante le mobilitazioni dei mesi scorsi in vista della chiusura dell’operazioni. Alla guida del quotidiano fondato da Scalfari resterà per ora Mario Orfeo, mentre Mirja Cartia d’Asero assume il ruolo di amministratore delegato del gruppo. Nel frattempo, la nuova proprietà ha promesso «nuove e significative risorse per ampliare la diffusione di Repubblica e valorizzare il lavoro, più volte premiato, dei suoi numerosi e talentuosi giornalisti», oltre a voler sviluppare un hub radiofonico nel Mediterraneo. Antenna, che è presieduta dal magnate greco Thodòris Kyriakou – che non ha mai fatto mistero della sua collocazione politica a destra e della sua vicinanza a Donald Trump – ha inoltre assicurato di voler «mantenere l’indipendenza editoriale di tutte le testate giornalistiche, preservando identità, credibilità e pluralismo di ciascun marchio».
Verso metà dicembre, in seguito all’annuncio ufficiale dell’avvio delle trattative per la vendita dell’intero gruppo GEDI, il comitato di redazione di Repubblica aveva lanciato lo stato di agitazione, mentre La Stampa aveva indetto una assemblea permanente. Già in quei giorni i portali online dei due quotidiani non erano stati aggiornati per protesta contro l’azienda. Due mesi dopo, sempre per protesta contro le trattative per la vendita del gruppo GEDI da parte di Exor, il comitato di redazione di Repubblica ha poi deciso di incrociare le braccia: il giornale non è uscito in edicola martedì 10 febbraio né mercoledì 11 febbraio.
Leggendo la vicenda in maniera più ampia, è opportuno ricordare come negli anni in cui Stellantis (di cui Exor è principale azionista) ha ridotto progressivamente la sua presenza in Italia, con dati fallimentari su produzione e occupazione – il gruppo GEDI abbia rappresentato per la famiglia Agnelli-Elkann uno strumento di influenza sul dibattito pubblico, come sovente evidenziato da sindacati e osservatori critici. La cessione de La Stampa, che appartiene alla dinastia torinese da ben 100 anni, recide l’ultimo legame con Torino. Una città che, da sede di un gruppo che nel suo momento di massima espansione dava lavoro a circa 60mila persone nel solo stabilimento di Mirafiori, oggi vede l’indotto automobilistico ridimensionato in modo radicale, con i lavoratori del settore in gran parte in cassa integrazione o in contratti di solidarietà.
Accordo UE-Australia: via il 99% dei dazi
Dopo otto anni di negoziati e uno stop nel 2023, Unione Europea e Australia hanno firmato a Canberra un accordo di libero scambio destinato a rafforzare i rapporti economici tra i due blocchi. L’intesa, siglata alla presenza di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, e Anthony Albanese, primo ministro australiano, arriva in un contesto globale instabile, segnato da tensioni geopolitiche e incertezze commerciali. L’obiettivo è diversificare i partner economici, riducendo la dipendenza dalla Cina e dai dazi statunitensi. L’accordo prevede l’eliminazione di oltre il 99% dei dazi e un aumento significativo delle esportazioni europee nei prossimi anni.









