martedì 10 Marzo 2026
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Bollette, gas e benzina: i costi della guerra all’Iran si riversano sugli italiani

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Il recente scoppio del conflitto in Medio Oriente ha causato una nuova scossa sui mercati energetici globali, con effetti immediati sui prezzi di petrolio e gas, anche nel nostro Paese. Il greggio Wti ha sfondato quota 93 dollari al barile, registrando un +36% in sette giorni, uno strappo che non si vedeva dal 1983. Gli effetti sui consumatori italiani sono già palpabili, con la benzina self service schizzata ai massimi dal luglio dello scorso anno e il gasolio self service che ha addirittura raggiunto i picchi di ottobre 2023, con punte superiori ai 2,5 euro al litro in autostrada. Secondo le prime stime da parte delle associazioni di rappresentanza, nel nostro Paese un nucleo familiare potrebbe dover affrontare quasi mille euro aggiuntivi all’anno tra bollette, benzina e acquisti al supermercato.

A destare il massimo allarme è, in particolare, la tenuta degli approvvigionamenti. Il blocco dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita un quinto del petrolio mondiale e un terzo del commercio globale di materie prime per fertilizzanti, rischia infatti di provocare un taglio del 15-20% all’offerta di greggio. Il Qatar ha già paventato lo stop all’esportazione di gas naturale liquefatto, di cui è fornitore chiave per i paesi europei e asiatici. «Magari quella sul gasolio fosse una speculazione – commenta Davide Tabarelli di Nomisma Energia –. Questa è una crisi devastante e ci aspetta anche di peggio. Manca il 20% del petrolio mondiale. Manca anche il gas, perché passa dallo Stretto di Hormuz. La situazione è complicatissima».

Rispetto all’impatto di luce e gas, è intervenuta una nota dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, che ha stimato in circa 10 miliardi l’incremento dei costi energetici che, nel 2026, potrebbe gravare sulle imprese del nostro Paese. Nello specifico, si parla di 7,2 miliardi per l’elettricità e 2,6 per il gas, con un +13,5% rispetto al 2025. Le quotazioni, che alla vigilia dell’attacco vedeva il gas a 32 euro al megawattora e l’elettricità a 107,5, sono balzate rispettivamente a 55,2 e 165,7 euro in pochi giorni. Secondo le proiezioni, le regioni che subirebbero maggiormente l’impatto sarebbero Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto – ovvero le “locomotive” del Nord. Tra i settori più in pericolo figurano, secondo l’analisi, la metallurgia, il commercio, l’alimentare, gli alberghi, il trasporto e logistica e la chimica per l’elettricità, oltre all’estrattivo, la lavorazione alimentare, il tessile e la cantieristica navale per il gas. CGIA evidenzia la necessità di interventi immediati: a livello nazionale bonus sociali e taglio dell’Iva, sul versante comunitario il disaccoppiamento tra prezzo del gas e dell’elettricità.

A sottolineare le pesanti ricadute della situazione in Medio-Oriente sull’Italia è anche il Codacons, secondo cui anche solo l’aumento dell’inflazione di un punto percentuale si potrebbe trasformare in circa mille euro annui in più a famiglia tra bollette, carburanti, beni di consumo e mutui. A febbraio l’Istat aveva certificato un’inflazione all’1,6%, ma i dati non incorporavano ancora gli effetti del conflitto. I listini alla pompa intanto corrono: da venerdì scorso la benzina self è aumentata di 9,2 centesimi, il gasolio di 18,9. Le compagnie aeree, che devono fronteggiare deviazioni e cancellazioni, scaricheranno i maggiori costi sui biglietti. Secondo Confesercenti, nel frattempo, il turismo rischia di perdere nei prossimi mesi un miliardo di euro di spesa straniera. Altro comparto in allarme è l’export agroalimentare. Michele Ponso, presidente della Federazione nazionale di prodotto Frutticoltura di Confagricoltura, ha segnalato che «ci sono già navi cariche di mele ferme e sono arrivate numerose disdette di ordini per le prossime settimane». L’Arabia Saudita costituisce infatti il terzo mercato di riferimento per le mele italiane, registrando affari per circa 70 milioni di euro.

Le opposizioni vanno all’attacco del governo, sostenendo che il decreto Bollette da poco varato dall’esecutivo – che, tra misure tampone, coperture creative e riforme dalla dubbia efficacia, già appariva lontano dal rappresentare la soluzione strutturale auspicata – sarebbe già fortemente inadeguato di fronte alla nuova emergenza. «Continuiamo a dialogare con tutti i Paesi della regione e ad assistere i nostri connazionali ancora presenti nell’area, ma siamo anche al lavoro per mitigare il più possibile le conseguenze del conflitto per i cittadini, per la nostra Nazione, con task force attivate per monitorare l’andamento dei prezzi dell’energia, della benzina, dei generi alimentari e per combattere la speculazione – ha dichiarato ieri in un videomessaggio la premier Giorgia Meloni -. In particolare sulla benzina stiamo valutando anche di attivare il meccanismo delle cosiddette “accise mobili” che questo Governo ha reso più efficace con il provvedimento sui carburanti del 2023, nel caso in cui i prezzi aumentassero in modo stabile». Si attendono novità dal consiglio dei ministri previsto per martedì.

Nigeria, scontri tra miliziani ed esercito: 15 morti

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Miliziani afferenti ai gruppi di Boko Haram – affiliato ad Al Qaeda – e dello Stato Islamico della Provincia dell’Africa Occidentale (ISWAP) – affiliato all’ISIS – hanno lanciato diversi attacchi negli Stati nigeriani del Borno e dello Yobe, uccidendo almeno 15 persone. Tra i morti, 12 soldati e tre civili. Gli attacchi hanno preso di mira una base militare nel distretto Kukawa, una nel distretto di Goniri e una a Dalwa; incendiate inoltre abitazioni e veicoli militari. Secondo fonti militari, gli attacchi sarebbero stati coordinati.

Kenya, alluvioni a Nairobi: 43 morti, l’allerta ignorata e il governatore sotto accusa

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Nairobi, Kenya, inondazioni

In poche ore Nairobi si è trasformata in una città sommersa dall’acqua a causa delle forti piogge: auto trascinate via dalla corrente, strade collassate, quartieri isolati e un bilancio di vittime che continua a salire. Ma dietro le alluvioni che hanno colpito la capitale e il Paese più in generale da venerdì scorso, non c’è soltanto la violenza della pioggia: c’è anche la storia di una metropoli fragile, avvertita in anticipo dal servizio meteorologico eppure rimasta esposta, ancora una volta, al disastro.

Il bilancio delle vittime delle inondazioni di venerdì sera è salito a 43 e in almeno 16 contee le famiglie stanno contando le perdite dopo che le inondazioni hanno spazzato via case, fattorie e strade, lasciando molte persone sfollate.

A Nairobi le acque hanno travolto oltre 170 veicoli, colpito infrastrutture e mandato in crisi la mobilità della capitale; in diversi quartieri si sono registrati blackout e disagi ai servizi. Nel quartiere di Hazina, nel Sud-Ovest di Nairobi, Citizen digital riporta che centinaia di residenti sono rimasti senza casa dopo che inondazioni improvvise hanno travolto il quartiere, distruggendo case e spazzando via proprietà. Una situazione simile è stata segnalata a Kinoo, dove alcune famiglie non hanno potuto accedere alle loro case rimaste sommerse. I residenti hanno affermato che almeno cinque chiese e diverse scuole sono state colpite.

«Ogni anno abbiamo un problema perenne di inondazioni. Oggi alcuni non possono nemmeno pregare. Molte famiglie sono intrappolate nelle loro case», ha riferito un cittadino alla testata, facendo trasparire la rabbia degli abitanti per i mancati interventi. Dopo un silenzio di 48 ore il governatore di Nairobi Johnson Sakaja, intervistato da Citizen Tv, ha tentato con difficoltà di scaricare le proprie responsabilità, dopo che i keniani l’hanno accusato di aver ignorato la priorità data all’installazione di canali di drenaggio efficienti. «Non mi dimetto. Lavoro e ogni giorno faccio del mio meglio, visti i limiti che abbiamo come città. Certo, le aspettative sono estremamente alte e le capisco, ma mi impegno davvero per risolvere i problemi con ciò che ho», ha detto, annunciando compensazioni per chi ha perso tutto e sottolineando che la situazione non può essere risolta con una soluzione rapida e che il sistema di drenaggio della città non è progettato per gestire l’intensità delle precipitazioni attuali.

Il Dipartimento meteorologico del Kenya aveva emesso un’allerta il 3 marzo 2026, valida fino al 9 marzo alle 19:00, avvertendo di precipitazioni superiori a 20 mm in 24 ore in gran parte del Paese, Nairobi compresa, con picco previsto tra il 4 e il 7 marzo e rischio esplicito di alluvioni.

Nicolò Govoni, fondatore di Still I Rise che è proprio a Nairobi per seguire le attività della scuola fondata qui, che dal 2024 è riconosciuta come International Baccalaureate (IB) world school, risponde al telefono mentre il cielo è tornato sereno e spende il sole.

«La città è assolutamente impreparata alla stagione delle piogge, che da aprile a giugno sono quotidiane. Capita spesso che piova fortissimo per qualche ora, con delle vere e proprie bombe d’acqua che travolgono tutto, per poi vedere tornare il sole, come accade ora», racconta a L’Indipendente. I cittadini sono disperati, vivendo in attesa della prossima tragedia. «Nel 2024 le forti piogge [nella foto di copertina, NdA] avevano causato 300 morti in tutto il Paese, con alluvioni devastanti. Cinque persone erano morte qui nel quartiere dove sorge la scuola e moltissime persone avevano perso la casa, in molti casi baracche costruite lungo l’argine del fiume, che scorre vicinissimo alla scuola e che sto guardando proprio mentre ti parlo».

La risposta di due ani fa del governo era stata quella di demolire tutte le baracche e le costruzioni abusive situate entro 30 metri dalle rive del fiume. Posto che molte di quelle case nel tempo sono state ricostruite, manca una visione a lungo termine per scongiurare le prossime emergenze. «Bisogna costruire gli argini del fiume che scorre in piena città, ripristinando dei canali di drenaggio efficienti», spiega, per evitare che le persone muoiano «o perché la baracca viene travolta dalla furia dell’acqua, o perché rimangono bloccati in auto e sommersi. Sono morti terribili».

Venerdì sera Nicolò era con 30 studenti in centro città a vedere una mostra su Pinocchio organizzata dall’ambasciata italiana. Sarebbero dovuti rientrare alle 18, ma sono rimasti bloccati dal diluvio. «Io stesso ho perso casa quella notte, che è all’interno della scuola. Avevo da qualche settimana delle infiltrazioni, e quella mattina l’impresa edile è venuta e ha tolto il tetto di lamiera per aggiustare le infiltrazioni, lasciandola così, senza metterla in sicurezza. Quindi ha piovuto per ore e il controsoffitto di gesso è crollato in tutta la casa. Sembrava di essere in un film apocalittico, tutto distrutto. Certamente non paragonabile rispetto a chi ha perso la vita, ma serve per far capire la situazione. Poi un conto è l’errore di un’impresa, un altro quello di un governo che non fa gli scarichi, nonostante i soldi ci siano».

Ora tutti sono in balia degli eventi. «Sicuramente verrà fatta qualche azione eclatante: come il rifare una singola strada con tutti i crismi costruttivi, per tranquillizzare il popolo inferocito, e poi basta. Ma gli interventi dovrebbero essere strutturali».

Nel frattempo il presidente William Ruto ha ordinato il dispiegamento di una risposta multi-agenzia, il rilascio di aiuti alimentari dalle riserve strategiche e la copertura delle cure per i feriti nelle strutture pubbliche. Misure necessarie nell’emergenza, ma che difficilmente basteranno a risolvere il problema più grande: una città che, ad ogni stagione delle piogge, torna a scoprire quanto sia fragile.

 

DIRETTA – G7: “Pronti a rilasciare le scorte di petrolio” – Turchia: “Intercettato missile iraniano” – Guerra all’Iran: Gli ayatollah designano nuova Guida Suprema

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Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è ora succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica e lunedì, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio.


Un aggiornamento dei morti annunciati dai singoli Paesi dallo scoppio del conflitto lo scorso 28 febbraio.

  • Iran: 1.230
  • Libano: 394
  • Iraq: 15
  • Israele: 13
  • USA: 7
  • Kuwait: 5
  • Emirati Arabi Uniti: 4
  • Siria: 4
  • Arabia Saudita: 2
  • Bahrein: 1
  • Oman: 1

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha convocato il Consiglio Supremo di Difesa al Quirinale. L’incontro si terrà venerdì 13 marzo alle ore 10.


Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato il dispiegamento di nuove navi militari nel Mediterraneo orientale. L’annuncio è arrivato durante una sua visita a Cipro, dove Macron ha visitato la portaerei parigina Charles de Gaulle, inviata questo fine settimana nella regione: “Quando Cipro viene attaccata, l’Europa viene attaccata”, ha detto Macron dopo l’incontro con il proprio omologo. “Il nostro obiettivo è mantenere una posizione strettamente difensiva, schierandoci al fianco di tutti i Paesi attaccati dall’Iran nella sua rappresaglia, per garantire la nostra credibilità e contribuire alla de-escalation regionale. In definitiva, miriamo a garantire la libertà di navigazione e la sicurezza marittima”. Macron ha annunciato che invierà nuovi navi nell’ambito della missione europea Aspides, lanciata oltre un anno fa contro le attività di Ansar Allah, il gruppo yemenita meglio noto con il nome di Houthi, nel Mar Rosso; ha poi aggiunto che chiederà la partecipazione di altri Paesi alla missione e il rafforzamento della stessa da parte di chi già vi fa parte, anche nell’ottica di una possibile “difesa” dello Stretto di Hormuz.

L’Indipendente aveva parlato della missione Aspides in occasione del suo lancio, nel settembre del 2024.


I Ministri delle Finanze del G7 hanno rilasciato una dichiarazione in cui sostengono di essere “pronti ad adottare le misure necessarie, anche per sostenere l’approvvigionamento energetico globale”, tra cui il rilascio delle riserve strategiche di idrocarburi per stabilizzare il mercato. L’annuncio è stato rilasciato in seguito a un incontro virtuale tenutosi tra i ministri e i Presidenti del Fondo Monetario Internazionale (FMI), del Gruppo della Banca Mondiale (BMG), dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE).


Le IRGC hanno annunciato di avere attaccato 5 basi statunitensi e israeliane nella regione: in particolare sono state colpite la base della Quinta Flotta della Marina degli Stati Uniti in Bahrein, la base elicotteristica americana Al-Adairi in Kuwait, e basi militari israeliane a Tel Aviv e Haifa. La base in Kuwait sarebbe stata distrutta.

Il movimento libanese Hezbollah, intanto, ha dichiarato di avere lanciato un attacco missilistico contro la base di difesa aerea “Zaifdi Haifa; colpita anche l’area di Kiryat Shmona, nel nord di Israele e rinnovati gli scontri al confine.


Il ministero della Difesa turco ripreso dall’agenzia di stampa statale Anadolu ha dichiarato che un missile balistico è stato lanciato dall’Iran verso la Turchia; il proiettile sarebbe stato intercettato dai sistemi di difesa NATO all’altezza di Gaziantep, nell’area meridionale del Paese. Quella di oggi è la seconda volta che Ankara sostiene di avere ricevuto un attacco dall’Iran. In occasione dell’ultimo episodio, le autorità iraniane hanno dichiarato di non avere preso di mira il territorio turco. Non si sono ancora espresse sul presunto attacco di oggi.


Il Financial Times ha riferito che i ministri degli Esteri del G7 dovrebbero riunirsi oggi per discutere delle possibili iniziative da mettere in atto dopo che il prezzo del petrolio ha ampiamente superato i 100 dollari, come effetto della guerra. La riunione dovrebbe essere ufficializzata in giornata.


Secondo quanto riferito ad Axios da un funzionario anonimo dell’amministrazione statunitense, gli USA non sarebbero affatto contenti dei bombardamenti lanciati da Israele contro i depositi di petrolio iraniani nella sera di sabato 7 marzo scorso. Nonostante fossero stati comunicati in anticipo, questi sarebbero andati ben oltre quanto previsto: il timore, riporta Axios, è che la distruzione delle infrastrutture strategiche porti i cittadini iraniani a sostenere il regime, con il conseguente aumento dei prezzi del petrolio.


Human Rights Watch ha accusato l’esercito israeliano di aver impiegato fosforo bianco per colpire le abitazioni della città di Yohmor, nel sud del Libano, lo scorso 3 marzo. L’organizzazione avrebbe geolocalizzato e verificato l’autenticità di alcune immagini che mostrano l’esplosione di ordigni al fosforo sopra le case e l’intervento dei vigili del fuoco per spegnere alcuni incendi che ne sono conseguiti.

Il fosforo bianco è un’arma micidiale se usata in guerra, in quanto si incendia immediatamente al contatto con l’ossigeno causando sofferenze indicibili e morti atroci per le persone che vi entrano in contatto. Le convenzioni internaizonali ne vietano l’uso, ma Israele è stata accusata di aver impiegato quest’arma in diversi contesti, compreso nel corso dell’attuale aggressione contro la popolazione palestinese di Gaza.


  • I media di Stato hanno confermato l’elezione di Mojtaba Khamenei, 56enne secondogenito dell’Ayatollah Ali Khamenei (ucciso negli attacchi congiunti di USA e Israele), come nuovo leader supremo dell’Iran. La sua elezione è stata appoggiata dai Pasdaran e dai leader politici del Paese. Trump non ha ancora commentato l’elezione, ma avrebbe commentato a Fox News di non essere “contento” della scelta.
  • Esplosioni sono state registrate per tutta la notte a Teheran, mentre altri Stati del Golfo (Bahrein, Qatar, Iraq, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) hanno denunciato attacchi con droni o con missili; gli USA hanno ordinano l’evacuazione di parte del personale delle proprie ambasciate a Riyadh.
  • Mentre conduceva attacchi contro l’Iran centrale, Israele ha nuovamente aggredito Beirut, in Libano, dichiarando di aver preso di mira strutture di Hezbollah. In Iran, l’esercito israeliano avrebbe colpito siti di lancio dei missili balistici e il quartier generale delle Forze di Sicurezza interna e della milizia Basij in Iran, insieme ad altri siti.
  • Il costo del petrolio brent ha superato i 108 dollari a barile, il prezzo più alto dall’inizio della guerra in Ucraina.

La Cina risponde all’embargo USA e dona cinquemila sistemi fotovoltaici a Cuba

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La vita a Cuba resta avvolta nella precarietà. Il presidente USA Donald Trump è tornato a minacciare l’isola, annunciando un «grande cambiamento» in arrivo e la fine dell’esperienza socialista «così come la conosciamo». La stretta sul petrolio decisa da Washington mina la continuità dei servizi e la tutela dei diritti, anche quelli più basilari. Il popolo cubano rigetta l’ipotesi di un intervento americano, sperando nel superamento della crisi, non senza critiche verso il governo dell’Avana. Quest’ultimo, guidato da Miguel Díaz-Canel, è corso ai ripari, varando un piano emergenziale. Nel frattempo dalla Cina arriva una risposta concreta all’embargo USA, con la donazione di 5mila sistemi fotovoltaici che le autorità cubane stanno installando per mitigare gli effetti della crisi energetica. La “Nuestra América Flotilla” si prepara invece a partire, fissando al 21 marzo la data di arrivo sull’isola.

Va avanti il lavoro di diversificazione energetica intrapreso dall’Avana per aumentare la resistenza alle minacce esterne. L’anno scorso è stato inaugurato, sempre grazie all’alleanza commerciale con Pechino, il primo dei 92 parchi solari che entro il 2028 forniranno oltre 2mila megaWatt di elettricità. Agli impianti già esistenti, che oggi coprono circa il 10-15% del fabbisogno nazionale, si andranno ad aggiungere i nuovi 5mila sistemi fotovoltaici da 2kW donati dalla Cina. Più della metà contribuiranno all’alimentazione dei servizi essenziali nei centri urbani, come ambulatori, centri per anziani, filiali bancarie. Si tratta di impianti autonomi, non connessi cioè al sistema elettrico nazionale, il che li rende operativi anche in caso di blackout.

Installazione di un sistema fotovoltaico al “Policlinico Pablo Noriega de Quivicán”.

2329 dei 5mila sistemi fotovoltaici saranno destinati a famiglie che vivono in luoghi remoti, di difficile accesso, privi della copertura del sistema elettrico nazionale. Gli impianti da 2kW, composti da più pannelli solari, rendono autosufficienti le piccole abitazioni, alimentando elettrodomestici e pompe di calore. Intervenire nelle aree più remote del Paese risponde a una duplice finalità: rinsaldare il sentimento di uguaglianza tra i cittadini e ridurre la migrazione interna verso i grandi centri.

L’intervento cinese è un primo passo verso il miglioramento delle condizioni di vita a Cuba, messe a dura prova dall’embargo USA e dal suo recente inasprimento. Il suo popolo resiste come può, ricorrendo all’ingegno e alla creatività, oltre che al radicato sentimento anti-imperialista. Nel frattempo la Nuestra América Flotilla si prepara a rompere l’assedio americano, portando cibo, medicinali e altri beni di prima necessità a Cuba. Il convoglio umanitario raggiungerà l’Avana il 21 marzo. 4 giorni prima la spedizione europea partirà alla volta dei Caraibi, per unirsi agli altri attivisti: «In un mondo dove infuriano sempre più i venti di guerra, la solidarietà internazionale tra i popoli deve tornare a essere la nostra stella polare», ha dichiarato l’eurodeputata Ilaria Salis, presente per l’Italia insieme a Mimmo Lucano e ai portuali di Genova.

Quando il processo decisionale viene demandato alle intelligenze artificiali

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L’avvento delle intelligenze artificiali è stato accompagnato dalla promessa di mantenere l’essere umano “in the loop, ovvero di assicurarsi che ogni decisione finale restasse nelle mani di un dirigente in carne e ossa. Ma, pur continuando a ripetere questo principio, si moltiplicano gli indizi di un cambiamento profondo: il processo amministrativo sta scivolando sempre più verso una dipendenza strutturale dai chatbot. Una nuova ricerca britannica evidenzia infatti che la maggior parte dei dirigenti si trovi ormai nelle condizioni di assumere decisioni importanti solo dopo aver consultato un’IA.

Il dato arriva da Quick Thinking 2.0, un report che sintetizza i risultati di un sondaggio commissionato nel Regno Unito da Confluent, azienda attiva nel cloud e nell’analisi dei dati. Considerando il tipo di servizi offerti dalla società, non stupisce che il documento adotti un tono marcatamente propositivo, invitando le imprese ad abbracciare l’innovazione per non restare indietro. Ciò non toglie che le cifre riportate siano interessanti: offrono infatti uno spaccato significativo degli atteggiamenti manageriali emersi tra i 200 “business leader” coinvolti.

Tra i partecipanti al sondaggio emerge che il 62% ricorre ai chatbot ogni volta che deve compiere scelte manageriali significative. Nel 27% dei casi, queste riguardano assunzioni o licenziamenti. Inoltre, il 46% dei dirigenti interpellati ammette di affidarsi più ai suggerimenti dell’intelligenza artificiale che alle opinioni dei propri colleghi. Un quadro che solleva più di una perplessità, soprattutto considerando che i chatbot possono generare informazioni errate – “allucinare” – con una frequenza stimata tra il 3% e il 27%.

La crescente propensione ad affidarsi alle intelligenze artificiali viene spiegata dal fatto che l’82% dei leader aziendali intervistati dichiara di trovarsi spesso costretto a scegliere tra agire rapidamente o prendersi il tempo necessario per maturare decisioni più ponderate. Il 92% sostiene inoltre che, negli ultimi tre anni, il ritmo imprenditoriale sia aumentato in modo significativo, rendendo più urgente che mai dimostrare prontezza manageriale. Non sorprende quindi che il 60% lamenti di avere sempre meno tempo per prendere decisioni cruciali per il raggiungimento degli obiettivi di business.

In questo scenario, i chatbot vengono percepiti come un ponte di connessione tra i due estremi: strumenti capaci di sintetizzare in pochi istanti una mole di informazioni che, impiegando i metodi tradizionali, richiederebbe molto più tempo per essere analizzata. Le IA finiscono così per essere impiegate non piú come assistenti, ma come consulenti, soprattutto in situazioni che richiedono scelte critiche e tempi stretti – un contesto che rende ancora più difficile controllare l’affidabilità delle informazioni generate dai modelli.

Quanto riportato da Confluent offre uno spaccato del settore privato britannico che si basa su di un campione tutto sommato ristretto, non è detto che possa essere esteso automaticamente ad altri contesti. Tuttavia, queste statistiche restituiscono una misura concreta di un fenomeno che sta già incidendo su molti ambiti in cui figure apicali sono retribuite per farsi carico delle decisioni – talvolta anche difficili. Un assunto che, come dimostrano segnali sempre più frequenti, non riguarda soltanto il mondo aziendale ma tocca anche il perimetro dell’amministrazione pubblica.

Sappiamo, per esempio, che i recenti attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran sono stati supportati in qualche misura da sistemi di intelligenza artificiale. Sappiamo inoltre che il Department of Government Efficiency – guidato ufficiosamente da Elon Musk – ha delegato a ChatGPT la selezione di alcune realtà a cui tagliare i fondi, ritenute colpevoli di aver approfittato delle politiche di inclusività ed eguaglianza. I tagli sono stati eseguiti, salvo poi scoprire che in molti casi le valutazioni automatizzate erano errate e la supervisione umana é stata annullata in favore di una maggiore “efficienza”. Nel contesto militare, dove la trasparenza è ancora più limitata, è difficile ottenere dati affidabili sul tasso di errore: ciò che possiamo ipotizzare, però, è che le IA impiegate in ambito bellico non siano magicamente esenti da fallimenti e che, durante le operazioni più recenti, gli Stati Uniti hanno colpito anche delle scuole.

Migranti, incidente in Turchia: 14 morti

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Un gommone con a bordo diverse persone migranti si è schiantato contro una imbarcazione della guardia costiera turca, provocando la morte di almeno 14 persone. Non è chiara la dinamica dell’incidente. Secondo quanto comunica la guardia costiera, l’imbarcazione sarebbe stata avvistata nelle prime ore di oggi, 9 marzo, al largo della costa del distretto di Finike ad Antalya, da dove sarebbe fuggita dalle autorità turche. La guardia costiera ha aggiunto che 6 migranti e un cittadino turco sono stati tratti in salvo, mentre altri 15 sono stati catturati dopo avere raggiunto la terraferma.

“Il calcio è della gente”: la petizione che unisce le tifoserie per riprendersi il pallone

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Qualcosa si sta muovendo sulle gradinate italiane, al di là del ritmo martellante dei tamburi, delle torciate, delle sciarpe tenute strette per novanta minuti. Le tifoserie organizzate stanno mettendo da parte le rivalità per portare avanti una petizione a livello nazionale, dal titolo eloquente: “Il calcio è della gente”. Da Salerno a Genova, passando per Vicenza: le piazze promotrici si moltiplicano per raccogliere quante più firme possibili. L’obiettivo è semplice: “rimettere al centro del progetto i tifosi e non solo gli interessi economici”. È stata dunque stilata una lista di richieste, che spaziano dai prezzi accessibili dei biglietti alla tutela delle trasferte e della libertà di movimento, oggi ostaggi di punizioni collettive disposte dalle autorità.

“Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità”. Così recita l’articolo 50 della Costituzione, a cui i tifosi hanno deciso di fare appello, lanciando un’iniziativa nazionale contro la deriva del calcio moderno. Di fronte alle sabbie mobili fatte di prezzi alti, criminalizzazione dei tifosi, sottomissione alle regole delle pay tv, gli ultras italiani hanno deciso di unirsi e levare un coro unitario: “per un calcio giusto e popolare”. La petizione sta girando nelle curve durante le partite; ad inaugurarla è stata la Curva Sud Siberiano, durante l’incontro Salernitana-Catania del 1 marzo. Proprio il Catania è una delle ultime vittime della repressione statale. I tifosi etnei si sono infatti visti vietare la trasferta a Benevento appena 24 ore prima l’inizio della partita (tra prima e seconda in classifica), con oltre 1300 biglietti staccati per gli ospiti. A quanto pare, l’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive e la Procura di Benevento hanno voluto evitare un possibile incrocio in autostrada con altri tifosi, come quelli della Cavese o del Cosenza (raggiunti anch’essi da un provvedimento analogo).

Non a caso la tutela delle trasferte e della libertà di movimento figura tra le richieste avanzate dagli ultras. In poche parole, si chiede agli organi statali di fare il proprio lavoro e difendere i diritti dei cittadini. Oggi — e i recenti casi di Catania, Cavese e Cosenza lo dimostrano — è diventata prassi estirpare alla radice il “problema”, tutelando l’ordine pubblico non attraverso un’organizzazione statale sul campo (si pensi banalmente al dispiegamento delle forze dell’ordine) bensì coi divieti generalizzati. A tal proposito, gli ultras avanzano anche lo “stop a misure ingiuste e sproporzionate”, come le nuove tipologie di DASPO o le diverse punizioni collettive. Si pensi ad esempio alle sanzioni — consistenti nella chiusura del settore ospite fino alla fine del campionato — per i tifosi di Napoli, Roma, Lazio e Fiorentina comminati dopo gli scontri avvenuti tra alcune decine di sostenitori. Al calcio delle trasferte vietate e dei settori chiusi, viene così opposto il “tifo libero con l’utilizzo degli strumenti propri del tifo (tamburi, striscioni, torce e bandiere)”, anch’essi sottoposti oggi a severi controlli.

Volantino diffuso dalla Curva Sud Siberiano.

Dagli spalti al campo: gli ultras chiedono “campionati meritocratici (no alle squadre B), contrasto alle multiproprietà, prezzi accessibili, orari e calendari rispettosi dei lavoratori“. Cosa che gli attuali turni di Serie A, ideati dalle pay tv per massimizzare i profitti e accettati sommessamente dalle autorità calcistiche, non fanno, iniziando di venerdì sera e finendo dopo tre giorni, il lunedì alle 20.45.

“Le misure richieste — si legge nel volantino diffuso dalla Curva Sud Siberiano — mirano a salvaguardare il patrimonio sociale e culturale legato al calcio e a garantire a tutti la possibilità di parteciparvi. Affinché il calcio italiano torni ad essere davvero patrimonio della collettività con al centro i tifosi, l’identità e la salvaguardia di piazze storiche e non il prevalere di interessi esclusivamente legati al profitto”. La raccolta firme è ufficialmente iniziata e punta a moltiplicarsi in tutte le curve d’Italia. Nelle ultime ore anche la Gradinata Sud doriana è uscita con un comunicato, seguita dagli ultras vicentini.

L’articolo 50 della Costituzione non prevede alcuna soglia minima per poter avanzare una petizione alle Camere, tuttavia presentarsi con decine di migliaia di adesioni lancerebbe un segnale diverso, soprattutto se accompagnato da una copertura nell’opinione pubblica e da sponde politiche in Parlamento. Il tutto senza dimenticare il potere espressivo che le curve conservano, quale luogo di denuncia e di influenza.

Milano, deraglia un altro tram: nessun ferito

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Un altro tram è deragliato a Rozzano, alle porte di Milano. Il mezzo della linea 15 è uscito dai binari all’altezza del centro commerciale La Vettura. Si stava muovendo a bassa velocità e non ha registrato alcun ferito. È il terzo incidente del genere in 10 giorni per la linea milanese. Il 27 febbraio il deragliamento del tram della linea 7 ha provocato 2 morti e decine di feriti; sabato una vettura della linea 9, senza passeggeri a bordo, è uscita dai binari nei pressi della stazione centrale.

I fondi ora preoccupano il mercato: Blackrock limita i prelievi e crolla in borsa 

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San Francisco, CA, USA - Feb 9, 2020: American global investment management corporation BlackRock, Inc.'s office in San Francisco, California.

Per anni i giganti di Wall Street hanno venduto il “private credit” (ovvero i finanziamenti al di fuori del sistema bancario tradizionale) come l’isola che non c’è della finanza moderna: rendimenti alti, rischi contenuti e una gestione lontana dai riflettori della borsa. Ma qualcosa sta cambiando. BlackRock e altri fondi hanno infatti deciso di sbarrare le porte ai propri investitori: non si tratta di un evento isolato, ma è piuttosto sintomo di un sistema ormai divenuto insostenibile, proprio mentre il mondo affronta una delle crisi geopolitiche più feroci degli ultimi decenni. Il primo scricchiolio è arrivato dal fondo HLEND di BlackRock. Con una mossa che ha gelato i mercati, il colosso guidato da Larry Fink ha attivato i “gate“, limitando i riscatti trimestrali al 5% a fronte di richieste che hanno superato il 9% del valore totale. Questo però è anche un meccanismo di sicurezza, previsto nel regolamento del fondo, affinché non si generi un effetto “domino” che porterebbe al collasso del fondo. Dunque, anziché erogare 1,2 miliardi di dollari richiesti, saranno distribuiti 620 milioni di dollari

Ma il problema non è solo “quanti” soldi escono, ma “cosa” resta dentro. Già sul finire di gennaio, il fondo TCP Capital Corp di BlackRock ha ammesso svalutazioni del 19% sul valore degli asset azzerando così il valore di prestiti concessi ad aggregatori di e-commerce e aziende del settore arredamento che, strozzate dai tassi e dal calo dei consumi, sono semplicemente evaporate. Per questo è stata indetta una class action contro TCP Capital Corp a cui possono aderire tutti coloro che hanno acquistato titoli BlackRock TCP tra il 6 novembre 2024 e il 23 gennaio 2026.

Tuttavia, BlackRock non è solo. Blackstone, con il suo fondo BCRED, sta vivendo una pressione analoga: richieste di riscatto record del 7,9% del valore totale, hanno costretto il management a un uso senza precedenti di capitale proprio per evitare il blocco totale. Blackstone aveva già avuto un problema di questo tipo. Tra il 2022 e il 2024, il suo fondo immobiliare, BREIT, non riuscì ad adempiere a tutte le richieste di rimborso per 15 mesi consecutivi, poiché superavano sistematicamente le soglie di sicurezza.

Peggio è andata a Blue Owl Capital, che ha sospeso permanentemente la liquidità per alcuni rami del suo business, vedendo il proprio titolo crollare del 10% in una sola seduta e riaccendendo i timori di un effetto contagio simile a quello che portò al fallimento di Bear Stearns nel 2008.

Il filo conduttore tra oggi e il 2008 è il seguente: la mancata corrispondenza di liquidità. I fondi promettono agli investitori un accesso regolare ai loro soldi mentre detengono attività che non possono essere facilmente vendute. Questo è esattamente ciò che è avvenuto nel 2008 ed è quello che sta accadendo oggi con il private credit. Fino a che a chiedere i soldi è un numero gestibile di clienti va tutto bene, ma se diventano troppi non è possibile accontentare tutti. Questo crea il panico e l’effetto contagio all’interno del settore private credit, con la concreta possibilità che possa travasare e contagiare anche altri settori della finanza e dell’economia. 

Con l’espressione private credit si indica infatti un tipo di finanziamento che avviene fuori dal sistema bancario tradizionale. In pratica grandi fondi di investimento raccolgono denaro da investitori – fondi pensione, assicurazioni o privati molto ricchi – e lo prestano direttamente alle aziende. Queste imprese spesso ricorrono al private credit perché non riescono a ottenere prestiti dalle banche oppure perché cercano finanziamenti più rapidi e meno vincolati. Il problema è che questi prestiti non vengono scambiati sui mercati pubblici, come accade per le azioni o molte obbligazioni, e quindi non possono essere venduti facilmente. In tempi normali questo sistema funziona e promette rendimenti più alti rispetto agli investimenti tradizionali. Ma quando molti investitori chiedono indietro i propri soldi nello stesso momento, i fondi vanno in difficoltà: i prestiti concessi alle aziende non possono essere recuperati o rivenduti rapidamente, e il denaro per rimborsare gli investitori semplicemente non c’è.

Molti analisti sostengono che siamo lontani dal poter vedere un collasso come quello del 2008, sia per quantità di capitale coinvolto rispetto al totale dei settori finanziari, sia per la capacità del sistema di poter assorbire e attutire i colpi. Quel che è certo però che la situazione geopolitica mondiale attuale non può che aumentare il senso di insicurezza e paura nelle persone che investono il proprio denaro. Così come porterà maggiore povertà per i cittadini comuni dei Paesi occidentali.

La guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, con la chiusura dello Stretto di Hormuz come rappresaglia iraniana, hanno fatto impennare i prezzi dell’energia sul mercato mondiale, portando inevitabilmente ad un successivo aumento dei prezzi di ogni genere. Le stesse persone e aziende che hanno investito i propri soldi ne avranno sempre più bisogno. Per effetto della crisi attuale, a cui sommiamo emergenza pandemica, guerra in Ucraina e sanzioni alla Russia, in un filo drammatico di crisi senza fine, molte aziende, di quelle che non lo hanno ancora fatto, falliranno, non potendo così onorare più i propri debiti. E questo crea un effetto a spirale che risucchia tutto quanto. Insomma, non è il 2008 ma non promette niente di buono.