mercoledì 21 Gennaio 2026
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In Antartide è nato il primo archivio per custodire i ghiacci del mondo

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Ice Memory Sanctuary.

Alla stazione Concordia, uno dei luoghi più freddi e isolati del pianeta nel cuore del plateau antartico, è stato inaugurato l’Ice Memory Sanctuary. Si tratta della prima “biblioteca” mondiale di carote di ghiaccio, campioni prelevati dai ghiacciai di tutto il pianeta e conservati per le generazioni future. L’obiettivo è salvare le tracce dei climi del passato prima che i ghiacciai, sempre più fragili, scompaiano.
I ghiacciai sono infatti vere e proprie pagine di storia climatica. Intrappolano bolle d’aria, particelle di polvere, tracce di eruzioni vulcaniche, inquinanti industriali e gas serr...

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Cisgiordania: Israele ha raso al suolo la sede UNRWA di Gerusalemme Est

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È stata demolita stamattina la sede dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA), a Gerusalemme Est. I bulldozer israeliani, insieme all’esercito, hanno fatto irruzione nel complesso dell’agenzia alle prime luci del mattino, e dopo aver isolato le strade circostanti, hanno proceduto alla demolizione delle strutture. Poi hanno issato la bandiera israeliana sull’edificio, nel quartiere palestinese di Sheikh Jarrah. “Si tratta di un attacco senza precedenti contro l’UNRWA e i suoi locali. Costituisce inoltre una grave violazione del diritto internazionale e dei privilegi e delle immunità delle Nazioni Unite” ha dichiarato il portavoce dell’UNRWA, Jonathan Fowler. L’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente) è l’agenzia ONU creata nel 1949 per fornire assistenza umanitaria, protezione, istruzione e servizi sanitari ai circa 5 milioni di profughi palestinesi registrati in Giordania, Libano, Siria e nei territori palestinesi. Offre servizi essenziali come scuole, centri medici, supporto sociale e aiuti in caso di emergenza.

L’agenzia ONU è nel mirino d’Israele da decenni, ma dal 7 di ottobre 2023 i suoi tentativi di cancellarla hanno trovato anche sostegno internazionale, quando almeno 9 Stati le hanno tagliato i finanziamenti a seguito delle accuse – senza prove – secondo cui alcuni membri del personale erano coinvolti negli attacchi di Hamas del 7 ottobre. Lo Stato ebraico vuole chiudere UNRWA perché l’agenzia difende e rappresenta il diritto dei rifugiati palestinesi a tornare nella propria terra dalla quale sono stati cacciati nel 1948, terra che poi è diventato lo Stato di Israele. Oggi la Rete delle organizzazioni non governative palestinesi (PNGO) ha ribadito che la demolizione e il raid fanno parte dei continui tentativi di smantellare le operazioni di UNRWA ed eliminare il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, garantito dalla risoluzione 194 delle Nazioni Unite. “Ciò fa parte di una campagna continua da parte della potenza occupante che prende di mira i campi profughi palestinesi nella Cisgiordania settentrionale, con l’obiettivo di minarli e rimodellarli come testimonianza della Nakba, nell’ambito della sua guerra aperta contro il popolo palestinese e dei suoi continui crimini di genocidio nella Striscia di Gaza e in Cisgiordana”, scrivono.

Mentre i bulldozer iniziavano a demolire le strutture, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir è arrivato sul posto per assistere alla demolizione. “Questo è un giorno importante per la sovranità a Gerusalemme”, ha affermato. “Oggi questi sostenitori del terrorismo vengono cacciati da qui con tutto ciò che hanno costruito. Questo è ciò che verrà fatto a ogni sostenitore del terrorismo”. UNRWA è uno dei bersagli preferiti del ministro di estrema destra israeliano, forte sostenitore del suprematismo ebraico nonché uno dei leader della colonizzazione della Cisgiordania e della recente proposta di legge che invoca la pena di morte per i prigionieri palestinesi. Anche il vicesindaco della città, Arieh King ha gioito dell’operazione. “Oggi abbiamo sconfitto il nemico, è stato cacciato via da Gerusalemme e, con l’aiuto di Dio, lo cacceremo via da ogni parte della Terra d’Israele. Non c’è scelta: o loro o noi” ha dichiarato .

Nell’ottobre del 2024, la Knesset ha approvato due leggi che vietano ad UNRWA di operare nel territorio israeliano e che proibiscono ai funzionari israeliani di avere contatti con l’agenzia. Il mese scorso ha modificato la legge per vietare la fornitura di elettricità o acqua alle strutture UNRWA, che includono scuole e centri medici. La settimana scorsa, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha avvertito il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che potrebbe portare il suo Paese davanti alla Corte internazionale di giustizia se non abroga le leggi che prendono di mira l’UNRWA e restituisce i beni e le proprietà sequestrati. In una lettera dell’8 gennaio a Netanyahu, Guterres ha affermato che l’ONU non può rimanere indifferente alle “azioni intraprese da Israele, che sono in diretta violazione degli obblighi di Israele ai sensi del diritto internazionale. Devono essere revocate senza indugio”.

Gli edifici di UNRWA erano stati posti sotto sequestro il mese scorso, anche in quel caso sostituendo la bandiera ONU con quella israeliana. L’ONU considera Gerusalemme Est occupata da Israele, mentre Tel Aviv, violando gli accordi sanciti in passato nonché numerose risoluzioni ONU, considera tutta Gerusalemme parte del proprio territorio.

La Camera approva il decreto Ilva: è legge

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Con 136 voti a favore, 96 contrari e 4 astenuti, la Camera dei Deputati ha approvato il decreto-legge ex Ilva; il provvedimento era già stato approvato dal Senato, e diventerà ora legge. Esso prevede lo stanziamento di 149 milioni di euro di prestito a Ilva volti a garantire la continuità degli stabilimenti di interesse strategico, da erogare nel caso in cui la procedura di cessione a terzi non si concluda entro il 30 gennaio. Il testo dispone inoltre una integrazione del trattamento economico dei dipendenti per cui – nel 2025 e nel 2026 – è stato prorogato il ricorso alla cassa integrazione.

Togo: estradato ex presidente del Burkina Faso

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Il Togo ha annunciato di avere estradato l’ex presidente ad interim del Burkina Faso, Paul-Henri Sandaogo Damiba su richiesta del governo burkinabé. Ouagadougou accusa l’ex presidente di appropriazione indebita di fondi pubblici, istigazione delinquere e di avere architettato un golpe contro il Paese; il Togo ha affermato di avere ricevuto la garanzia che Damiba non sarà condannato a morte. L’ex leader del Paese si trovava in Togo dopo la sua destituzione da parte dell’attuale presidente Ibrahim Traoré col golpe del 2022; precedentemente ricopriva la carica di presidente ad interim, assunta a seguito di un altro colpo di Stato.

La Corte dei Conti UE demolisce la TAV: costi più che raddoppiati, lavori in ritardo di 18 anni

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Un aumento dei costi del 127% rispetto alle stime iniziali e un ritardo cumulato di diciotto anni nella consegna dell’opera: sono questi i dati impietosi con cui la Corte dei Conti europea ha bollato il progetto della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione. L’analisi, contenuta in un aggiornamento della relazione sulle grandi “infrastrutture-faro” dei trasporti UE, disegna un quadro di criticità condiviso da molti megaprogetti continentali, ma particolarmente problematico per il collegamento transalpino. I costi, già lievitati a 11,1 miliardi di euro in valuta 2012 (circa 14,7 miliardi a valori correnti), continuano a salire, mentre la data di inaugurazione slitta ormai al 2033, ben oltre la scadenza del 2030 fissata per il completamento della rete centrale europea.

La relazione dei revisori di Lussemburgo inserisce la Torino-Lione nel novero delle opere strategiche che hanno riscontrato le maggiori difficoltà. Rispetto all’ultimo aggiornamento del 2020, i costi sono cresciuti di un ulteriore 23% negli ultimi sei anni. Il confronto con il progetto originario degli anni ’90 è ancora più spietato: da una stima iniziale di 5,2 miliardi si è passati agli attuali 11,1 miliardi, con un incremento, appunto, del 127%. Un percorso di rincari che accomuna la TAV ad altri colossi infrastrutturali: tra i casi più emblematici, la Rail Baltica, che ha visto i costi quadruplicare (+291%), e il canale Senna-Nord Europa, che fa segnare un +225%.

Le cause di questo deterioramento finanziario e temporale sono molteplici. La Corte riconosce che i cantieri strategici “hanno dovuto affrontare ulteriori sfide legate alla pandemia di COVID-19 e alla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, a cui si sono aggiunti nuovi requisiti normativi e alcuni problemi tecnici imprevisti”. Tuttavia, il giudizio complessivo rimane severo. «Le conclusioni sono inequivocabili: l’obiettivo di completare la rete centrale Ten-T dell’Ue entro il 2030 non sarà sicuramente raggiunto», si legge nel report. Per la Torino-Lione, la data di completamento è ora il 2033, «contrariamente alla scadenza del 2015 fissata inizialmente o a quella del 2030 indicata nel calendario del 2020».

La società pubblica italo-francese Telt, responsabile della costruzione, ha replicato alle critiche, sostenendo che il paragone con le stime degli anni ’90 non sia corretto. In una nota afferma: «La Corte confronta tempi e costi attuali con quelli dell’ipotesi originaria che non è stata concretizzata. Una comparazione che non riflette la realtà». La società sottolinea come il progetto sia radicalmente mutato, passando dall’idea di una «singola galleria» a un «tunnel a doppia canna», e ricorda l’impegno formale di Italia, Francia e Commissione Ue a completare i lavori, siglato nel 2025.

Il rapporto della Corte non si limita alla Torino-Lione, ma delinea un panorama generale di ritardi e costi fuori controllo per l’intera rete transeuropea dei trasporti (TEN-T). Per i cinque megaprogetti di cui si hanno dati completi, il ritardo medio è salito a 17 anni, rispetto agli 11 stimati nel 2020. Anche il tunnel di base del Brennero, i cui costi sono lievitati del 40%, non aprirà prima del 2032, con 16 anni di ritardo. Nel complesso, gli otto progetti esaminati hanno visto l’aumento reale dei costi passare dal +47% del 2020 all’attuale +82%.Un aspetto che la Corte dei Conti europea contesta all’Esecutivo Ue è la scarsa assertività nel far rispettare le scadenze. Il rapporto rileva come la Commissione «si è avvalsa solo una volta, «e per nessuno degli otto megaprogetti esaminati, del principale (seppur limitato) strumento giuridico a sua disposizione per ottenere spiegazioni a proposito dei ritardi». Nonostante le criticità, i progetti hanno continuato a ricevere finanziamenti comunitari consistenti, con ulteriori 7,9 miliardi stanziati dal 2020, per un totale di 15,3 miliardi di euro di fondi Ue.

Nel frattempo, in Val di Susa hanno avuto inizio gli sfratti forzati per fare spazio ai cantieri. Dallo scorso 19 novembre, le forze dell’ordine hanno infatti eseguito gli ordini di rilascio per tre abitazioni a San Giuliano, dove sorgerà la stazione internazionale. L’area, oggetto di un decreto di esproprio del 2023, servirà alla logistica dello scavo e poi alla stazione stessa. Un capitolo doloroso per una comunità che da tre decenni si oppone all’opera, e che vive questi atti come una violenza. «Perdere una casa non è solo una questione economica: significa vedere cancellata una parte della propria vita», ha denunciato il Movimento No Tav. L’estensione complessiva dei terreni espropriati è di circa quattromila metri quadrati, per un totale di oltre un migliaio di proprietari. Tanti erano stati, infatti, gli attivisti che nel 2012 avevano comprato una porzione di territorio a testa, al fine di rendere più difficoltosa per le aziende l’appropriazione dei terreni.

Afghanistan, attentato dell’ISIS: 7 morti

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Il gruppo islamista dello Stato Islamico ha reclamato un attacco avvenuto nella capitale Kabul. L’attacco è stato lanciato ieri contro un ristorante cinese, e ha provocato la morte di 7 persone, tra cui un cittadino cinese. A essere bersaglio dell’attentato erano proprio i cittadini cinesi: l’ISIS accusa la Cina di discriminare le persone di fede musulmana residenti nel proprio territorio e di violare i loro diritti umani. Pechino rigetta le accuse; la Cina ha inoltre contattato le autorità di Kabul chiedendo loro di proteggere i propri cittadini. L’attentato di ieri è il quarto attacco ai danni di cittadini cinesi in Afghanistan negli ultimi tre mesi.

Fondi ad Hamas, scarcerati in tre: smontato l’impianto basato sui dossier israeliani

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Il Tribunale del Riesame di Genova ha disposto la scarcerazione di tre dei sette arrestati nell’inchiesta sui presunti finanziamenti ad Hamas, annullando le misure cautelari emesse il 27 dicembre scorso nei confronti di Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa, Raed Al Salahat e Khalil Abu Deiah. Restano invece in carcere Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia, accusato di essere il vertice della presunta cellula italiana e finanziatore dell’organizzazione, e altri quattro indagati, con conferma della custodia cautelare. Secondo il Riesame, parte dell’impianto probatorio – in particolare la cosiddetta “battlefield evidence”, ossia il materiale di intelligence di origine israeliana – non è stato ritenuto pienamente utilizzabile. Il Riesame ha messo in discussione l’assunto più delicato dell’inchiesta: che materiale di intelligence militare, raccolto in un contesto di guerra, possa diventare automaticamente prova processuale, riaffermando il confine tra attività bellica e garanzie dello Stato di diritto. Le motivazioni della decisione verranno depositate entro 30 giorni.

Tutti e sette gli indagati erano stati detenuti alla fine dello scorso dicembre, quando, sulla base di documentazione proveniente per la maggior parte di Israele, erano stati accusati di finanziare il gruppo di resistenza palestinese Hamas. Il gip di Genova ha deciso di procedere nonostante le accuse provenissero da uno Stato sul quale pende una causa per genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia e nonostante, come emerge dagli atti, non vi fossero prove schiaccianti contro Hannoun e gli altri indagati. Non vi sono nemmeno indicazioni su come l’esercito israeliano (IDF) abbia raccolto le prove delle accuse che il governo di Tel Aviv rivolge ad Hannoun e agli altri sei arrestati, nonostante sia fondamentale, ricorda l’istanza stessa del gip, che siano raccolte «in modo conforme allo Stato di diritto e ai diritti umani».

Per coloro che rimangono in carcere, il Tribunale avrebbe ritenuto di poter valutare in maniera separata l’esistenza di indizi di colpevolezza, basandosi su fonti differenti – e quindi non sulle accuse israeliane. Nel frattempo, la scarcerazione rappresenta «un risultato importante», ha commentato Nicola Canestrini, avvocato, che sottolinea come «la giustizia non può essere usata come strumento di guerra».

Come la concentrazione della ricchezza erode la democrazia: il nuovo rapporto Oxfam

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democrazia sotto attacco Oxfam

La disuguaglianza non è più soltanto una questione economica: sta diventando un problema politico, istituzionale e democratico. È questo uno dei messaggi più netti che emergono dal rapporto Nel baratro della disuguaglianza pubblicato da Oxfam in occasione del Forum di Davos 2026. Nelle pagine intitolate "Quando la disuguaglianza erode la democrazia", l’organizzazione descrive un processo ormai strutturale: l’estrema concentrazione di ricchezza sta progressivamente erodendo le fondamenta delle democrazie contemporanee, anche quella italiana. Negli ultimi anni, mentre miliardi di persone hanno a...

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Australia, allarme squali: spiagge chiuse lungo la costa orientale

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Decine di spiagge lungo la costa orientale dell’Australia, comprese quelle di Sydney, sono state chiuse dopo quattro attacchi di squali registrati in appena due giorni. Le forti piogge hanno reso l’acqua torbida, creando condizioni favorevoli alla presenza degli squali, in particolare degli squali toro. A Port Macquarie, circa 400 chilometri a nord di Sydney, un uomo è stato morso mentre faceva surf ed è ora ricoverato in condizioni stabili. Un altro attacco è avvenuto a Manly, dove un surfista è stato soccorso grazie a un laccio emostatico improvvisato. Le chiusure arrivano nel pieno dell’estate australe.

PFAS: dal Veneto parte la proposta di divieto in tutta Italia, già 129 comuni favorevoli

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Dall’epicentro del disastro ambientale causato dalla ex fabbrica Miteni, il Veneto lancia una battaglia nazionale per la messa al bando dei PFAS, le sostanze perfluoroalchiliche note come “inquinanti eterni”. Una vasta coalizione di associazioni, riunita nel coordinamento Rete Zero Pfas Veneto, sta infatti promuovendo in tutte le regioni una mozione per chiedere al Parlamento di vietare produzione, commercializzazione e uso di queste sostanze. L’iniziativa, partita due anni fa, ha già raccolto l’adesione formale di 129 amministrazioni comunali, con l’obiettivo di invertire un paradigma che troppo spesso antepone gli interessi industriali alla salute delle persone e alla tutela dell’ambiente.

La campagna, che vede in prima linea le Mamme No Pfas, Legambiente, ISDE e Italia Nostra, muove dalla drammatica esperienza del territorio veneto, dove la contaminazione della falda interessa tre province (Vicenza, Verona e Padova) coinvolgendo circa 350.000 utenti degli acquedotti. La strategia è quella di costruire un’ampia pressione dal basso, partendo proprio dai consigli comunali delle zone più colpite. L’azione si è concretizzata con l’invio di un testo di mozione ai municipi: un’opera di persuasione che nella sola provincia di Verona ha portato all’approvazione del documento in 95 comuni su 98, grazie al contatto diretto con sindaci e amministratori. Oltre ai consigli comunali, hanno aderito i consigli regionali del Veneto, del Piemonte e dell’Umbria, nonché le province di Verona e Vicenza. «Entriamo in una nuova fase, a livello nazionale, per identificare un comune in ogni regione d’Italia dove portare in approvazione la mozione», hanno annunciato i promotori, evidenziando come il problema dei PFAS sia erroneamente considerato limitato ad alcune aree, mentre la diffusione è ormai capillare in tutto il territorio.

La spinta dal basso arriva in un momento critico dal punto di vista normativo. Dal 13 gennaio 2026 sono infatti entrati in vigore i primi limiti europei sui PFAS nelle acque destinate al consumo umano. Tuttavia, come denunciano le Mamme No Pfas, «il percorso intrapreso resta estremamente lento e insufficiente». Con la Legge di Bilancio 2026, il Governo ha infatti introdotto una proroga di sei mesi per l’applicazione di due misure più restrittive: il limite di 20 ng/L per i quattro PFAS più pericolosi e il monitoraggio di sei molecole ADV associate allo stabilimento di Spinetta Marengo, in Piemonte, dove un impianto gestito per anni dalla multinazionale belga Solvay ha lasciato un’impronta tossica nelle acque e nei terreni della zona. In questo scenario, le associazioni ribadiscono con forza l’insufficienza dei soli limiti. In una nota, le Mamme No Pfas evidenziano come si stia creando un perverso meccanismo di gestione permanente: «Il principio “Chi inquina paga” viene ribaltato in “I cittadini pagano per essere stati inquinati”». E aggiungono: «Le aziende produttrici mantengono i profitti derivanti dall’uso dei PFAS, l’industria della filtrazione guadagna vendendo i sistemi per rimuoverle e il cittadino è l’unico attore che perde». La richiesta è una scelta politica chiara: vietare la produzione e l’uso dei PFAS, a partire dagli utilizzi non essenziali.

Sul fronte delle istituzioni e degli organismi tecnici si registrano iniziative parallele: i Vigili del Fuoco, attraverso il Coordinamento USB, hanno chiesto accesso agli atti relativi a studi epidemiologici e alle forniture di dispositivi e schiumogeni antincendio, per verificare la presenza di PFAS nei materiali in uso e le procedure di smaltimento adottate. Nelle richieste compaiono, tra gli altri, i protocolli di ricerca, le metodologie analitiche e i capitolati tecnici legati ai DPI e agli schiumogeni; una mossa che mira a chiarire rischi occupazionali e responsabilità amministrative.

Nel giugno 2025, una sentenza storica ha chiuso in primo grado uno dei più gravi casi di inquinamento ambientale mai registrati in Italia, con le condanne comminate a undici ex dirigenti della Miteni di Trissino (Vicenza) per il disastro provocato dai PFAS. Per decenni essi hanno contaminato le acque e i territori delle province di Vicenza, Verona e Padova, mettendo a rischio la salute di oltre 350mila persone. Le pene inflitte superano di vent’anni le richieste dell’accusa, arrivando complessivamente a 141 anni di carcere contro i 121 chiesti dalla Procura. Sono stati disposti risarcimenti a oltre 300 parti civili: 58 milioni al ministero dell’Ambiente, 6,5 milioni alla Regione Veneto, 800mila euro ad Arpav, oltre a Comuni ed enti. Nel frattempo, le aziende ritenute responsabili dell’inquinamento sono state incaricate di predisporre un piano per la messa in sicurezza del sito: il progetto dovrà assicurare che «l’acqua che uscirà dal sito avrà le stesse caratteristiche dell’acqua potabile», oltre che definire modalità e tempi delle operazioni di gestione e bonifica.