sabato 17 Gennaio 2026
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Il governo italiano sta “schedando” gli studenti palestinesi

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L’ufficio scolastico regionale per il Lazio, su direttive del Ministero dell’Istruzione, ha chiesto ai presidi di fare una “rilevazione” degli alunni palestinesi presenti nelle scuole italiane. «Un atto inaccettabile, che introduce una vera e propria schedatura su base etnica e nazionale all’interno della scuola pubblica statale», ha commentato l’Unione Sindacale di Base (USB). Ha fatto eco la FLC-CGIL, ritenendo «inaccettabile che la rilevazione non contenga nessuna motivazione alla base della richiesta di dati che peraltro dovrebbero essere in possesso del Ministero». Il governo è presto corso ai ripari, sostenendo che la richiesta fosse equiparabile a quella avanzata in passato per gli studenti ucraini. Nessuna parola su tempismo e contesto, con la “rilevazione” degli alunni palestinesi maturata in un periodo di forte repressione per tutto il movimento solidale con la Palestina, tra inchieste, processi e arresti.

Per l’anno scolastico 2025/2026, il Ministero dell’Istruzione ha avviato un’indagine sugli alunni palestinesi, chiedendo (senza alcuna motivazione) ai dirigenti scolastici di inviare entro il 14 gennaio i dati numerici degli studenti e, in via facoltativa, informazioni su percorsi di inserimento o affiancamento predisposti. «Tale attività è stata fatta con le stesse finalità e il medesimo format utilizzati dal precedente governo relativamente agli studenti ucraini», ha dichiarato Carmela Palumbo, capo Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione. Il paragone non convince i  movimenti degli studenti e i sindacati, che manifesteranno a Roma il 19 gennaio presso l’Ufficio Scolastico Regionale (USR) Lazio. «La rilevazione degli studenti ucraini» fu accompagnata — scrive l’USB — «da piani straordinari di accoglienza, risorse dedicate, strumenti didattici, supporto linguistico e misure di integrazione esplicite»; mentre oggi «il Ministero chiede alle scuole di identificare e contare studenti palestinesi senza alcun progetto educativo dichiarato, senza risorse aggiuntive, senza un quadro normativo trasparente e senza tutele chiare».

L’USB cita poi il clima di repressione e criminalizzazione della solidarietà all’interno del quale si inserisce la misura governativa. La prevedibile risposta dello Stato ai partecipati scioperi generali di settembre e ottobre sta arrivando in queste ore, con denunce, multe e misure cautelari. A centinaia di persone è stato notificato l’avvio di indagini, con l’ormai noto schema accusatorio: danneggiamentointerruzione di pubblico servizio e blocco stradale, la novità del decreto sicurezza ex 1660. Nelle stesse ore, Anan Yaeesh veniva condannato a 5 anni e 6 mesi di carcere per “associazione con finalità di terrorismo internazionale”. Yaeesh, arrestato nel 2024 per conto di Israele, è stato accusato di aver finanziato e avuto rapporti con gruppi della resistenza armata palestinese. Un’affiliazione che non ha mai nascosto — «Sono nato in Palestina e questa non è stata una mia scelta. Resistere, invece, è stata la scelta migliore della mia vita», aveva dichiarato — e che gli è valsa il carcere a causa della valutazione dei giudici, secondo cui la resistenza palestinese è terrorismo.

Strage di Bologna, dietro la bomba ci fu lo Stato: le motivazioni della Cassazione

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La Corte di Cassazione ha chiuso il processo a carico del terrorista neofascista Paolo Bellini per la strage di Bologna con motivazioni che evidenziano, ancora una volta, il ruolo dello Stato deviato dietro l’eccidio. L’affermazione della responsabilità di Bellini, che lo scorso luglio era stato definitivamente condannato all’ergastolo dalla Suprema Corte, è il frutto di “una ricostruzione indiziaria rigorosa” e “priva di illogicità manifeste”, scrivono i giudici. Come fatto lungo tutto il corso del processo, anche la Cassazione ha confermato che a mettere in atto la strage furono soggetti legati all’eversione di destra e degli apparati istituzionali, sotto la direzione dei vertici della loggia massonica P2 di Licio Gelli.

Rigettando il ricorso della difesa, gli ermellini hanno evidenziato come sia stata «ampiamente accertata» la presenza di Bellini sul luogo del delitto «subito dopo lo scoppio dell’ordigno esplosivo», una presenza «che il ricorrente ha contrastato allegando un alibi dimostratosi non solo falso, ma organizzato previamente in modo ‘raffinato’ ed eseguito ‘abilmente’ nei minimi particolari in vista dello specifico contributo che il ricorrente avrebbe offerto per la realizzazione del delitto e degli altrettanto specifici ‘pericoli’ che egli doveva contrastare (essere visto sul posto al momento dello scoppio)», si legge all’interno delle motivazioni. Bellini fu infatti ripreso il 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna da un filmato amatoriale girato dal turista Harald Polzer, che ne ha attestato la presenza in loco pochi minuti dopo lo scoppio della bomba. Maurizia Bonini, ex moglie di Bellini, lo ha identificato come l’uomo ripreso dal filmato a camminare nell’area del binario 1 della stazione. All’interno del provvedimento si confermano «la militanza di Bellini in Avanguardia Nazionale, i suoi rapporti con la destra eversiva militarmente organizzata, con i servizi di sicurezza e segreti deviati e con il procuratore della Repubblica (di Bologna, ndr) Ugo Sisti», nonché «le coperture e le protezioni ricevute anche da apparati istituzionali, in Italia ed all’estero, prima e dopo la strage».

Proprio su queste cointeressenze si concentra la Suprema Corte, che ha messo nero su bianco come l’esecuzione materiale della strage di Bologna sia «imputabile ad un commando terroristico composto da più cellule costituite a loro volta da più soggetti provenienti da varie organizzazioni eversive di destra, uniti dal comune obiettivo di destabilizzare l’ordine democratico o, comunque, anche da soggetti legati ad apparati istituzionali deviati disponibili a partecipare a gravissime operazioni delittuose per ricevere in contropartita agevolazioni, protezioni ed anche compensi in denaro». Tra questi soggetti «vi era senza ombra di dubbio il latitante Paolo Bellini, la cui presenza alla stazione di Bologna al momento della strage era finalizzata a trasportare, consegnare e collocare quantomeno parte dell’esplosivo utilizzato oppure, a voler prescindere dal trasporto, dalla consegna e dalla collocazione dell’esplosivo, a fornire un materiale supporto all’azione degli altri compartecipi, nella piena consapevolezza che presso la sala di aspetto di seconda classe sarebbe stato collocato un micidiale ordigno». Gli esecutori materiali della strage «sono stati coordinati nella esecuzione da funzionari dei servizi segreti e da altri esponenti di apparati dello Stato deviati, che a loro volta hanno risposto alle direttive dei vertici della Loggia P2, il cui capo indiscusso Licio Gelli ha sia direttamente finanziato la strage, sia organizzato ripetutamente operazioni di depistaggio, anche mediatico».

Giovane membro del MSI e poi di Avanguardia Nazionale, legatissimo al capo dell’organizzazione Stefano Delle Chiaie, coperto (secondo la Corte d’assise che lo ha condannato) dai servizi segreti dopo aver ucciso, nel 1975, il militante di Lotta Continua Alceste Campanile, negli anni Novanta Paolo Bellini divenne killer di ‘Ndrangheta, per poi pentirsi e confessare 13 omicidi. Nel giugno del 2023, Bellini era stato perquisito e interrogato dagli inquirenti: nel decreto venivano ricostruiti i suoi viaggi in Sicilia nel 1992, che sarebbero stati effettuati anche per incontrare il boss di Cosa Nostra Nino Gioè, poi protagonista di uno strano “suicidio” in carcere nel 1993.

Il primo processo per la strage di Bologna iniziò nel 1987 e coinvolse oltre venti imputati, accusati di strage, banda armata, associazione sovversiva e calunnia aggravata. Tra loro figuravano esponenti dei NAR (Fioravanti, Mambro, Cavallini), di Avanguardia Nazionale (Delle Chiaie), della P2 (Gelli) e del SISMI (Musumeci, Belmonte, Pazienza). Dopo una complessa vicenda giudiziaria, la Cassazione confermò l’ergastolo per Fioravanti e Mambro come esecutori materiali dell’attentato. Gelli e Pazienza furono condannati a 10 anni per calunnia aggravata con finalità di terrorismo; Musumeci a 8 anni e 5 mesi e Belmonte a 7 anni e 11 mesi per aver eseguito i depistaggi. Tra il 1997 e il 2007 si svolse un secondo processo, che portò alla condanna a 30 anni dell’ex NAR Luigi Ciavardini, anche lui riconosciuto come esecutore materiale.

Già nella sentenza di appello del processo Cavallini, su cui ha recentemente messo il timbro la stessa Corte di Cassazione, si leggeva: «Può ritenersi che il Gelli, tramite i servizi da lui dipendenti e che a lui rispondevano, finanziò e attuò la strage, servendosi come esecutori di esponenti della destra eversiva (NAR, esponenti di Tp e per quanto da ultimo accertato dalla Corte d’Assise di Bologna, anche Avanguardia Nazionale)», trovando «terreno fertile in quei ragazzini che in quella fase avevano il convergente interesse, nella loro prospettiva ideologizzata, a disintegrare in radice le basi dello stato democratico». I depistaggi, hanno chiarito i giudici, vennero «posti in essere da appartenenti ai servizi (sia Sisde sia Sismi) tutti facenti parte della P2 o ad essa comunque collegati (Grassini, Santovito, Umberto D’Amato, Pazienza, Musumeci, Cioppa, Pompò, Belmonte), i quali tutti rispondevano direttamente o indirettamente a Gelli».

Uganda, Museveni è presidente per la 7° volta

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Yoweri Museveni, 81 anni, ha ottenuto la maggioranza (71,65%) dei voti alle ultime elezioni del Paese, conquistando per la 7° di fila il mandato di presidente. La vittoria è giunta dopo una campagna elettorale ricca di «repressione e intimidazioni diffuse», secondo le Nazioni Unite. Museveni, leader del Movimento di Resistenza Nazionale (MRN), è al potere nel Paese dal 1986 (39 anni). Subito prima dell’apertura dei seggi, il 13 gennaio, è stato schierato l’esercito nelle strade della capitale Kampala, mentre internet e alcuni servizi di telefonia sono stati bloccati «per salvaguardare la sicurezza nazionale».

Gli improbabili numeri sui morti della repressione in Iran (e chi li produce)

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“Iran, voci dalla carneficina: si temono 12 mila morti” (il Corriere della sera); “12mila persone uccise durante le proteste” (Il Giornale), “Orrore Iran, la strage degli oppositori: i morti sono migliaia” (Avvenire); “Si temono 12mila morti” (Ansa). In pochi giorni, agenzie di stampa e quotidiani italiani hanno scolpito nella pietra cifre granitiche, elaborate a distanza, sui morti durante le proteste in Iran. Ai numeri ripetuti come verità acquisite, senza fonte primaria verificabile in maniera indipendente, si è saldata una narrazione semplificata e a tesi, costruita per incorniciare emotivamente l’evento della repressione di Teheran, scegliendo l’impatto al posto del rigore.

In un Paese sotto blackout internet e con reporter stranieri quasi assenti, stimare le vittime – che nessuno nega esserci né tantomeno intende minimizzare – è un esercizio ad altissimo rischio di errore. I dati ufficiali sui morti e i feriti durante le proteste sono, infatti, a oggi non verificabili in maniera indipendente. Le ONG internazionali non hanno accesso diretto e dipendono da reti di informatori interni, social media, segnalazioni anonime. Il presunto bilancio di 12mila morti viene rilanciato da testate come Iran International, una rete di informazione digitale che, però, ha sede a Londra, non a Teheran. In questo contesto, qualunque stima è per definizione parziale e rivedibile. I morti possono essere sottostimati dal regime e sovrastimati da fonti militanti. Il compito del giornalista è dichiarare l’incertezza, non cancellarla se fa comodo per questioni ideologiche.

La filiera della contabilità dei morti conduce alla Human Rights Activists News Agency (HRANA), un’agenzia con base negli Stati Uniti, a Fairfax, in Virginia. La catena è corta: HRANA produce stime cumulative basate su report non sempre verificabili sul campo, mentre i media occidentali, come Cnn, Abc News, The Guardian e Reuters, le trasformano in dogma, poi ripresi dai mezzi di informazione italiani con titoli apodittici. L’ONG precisa che i numeri diffusi derivano da una raccolta cumulativa di segnalazioni provenienti da attivisti interni ed esterni al Paese, incrociate – per quanto possibile – con materiale visivo, testimonianze dirette e riscontri in ambito medico. HRANA è la piattaforma informativa legata a Human Rights Activists in Iran (HRAI), ONG fondata nel 2006 da Keyvan Rafiee, attivista iraniano apertamente oppositore della Repubblica islamica. L’organizzazione è legata all’ecosistema di ONG finanziate dal National Endowment for Democracy (NED), organismo sostenuto dal Congresso americano. Il NED nasce nel 1983 su impulso di Ronald Reagan, con l’obiettivo di esternalizzare, dentro una struttura formalmente privata ma sotto l’ombrello istituzionale di Washington, molte delle operazioni di influenza e propaganda, che in precedenza erano appannaggio diretto della CIA. Nel caso iraniano, la missione dichiarata dal NED è «promuovere un Iran libero e democratico, contrastando la repressione interna e l’espansionismo esterno del regime»: una formulazione che esplicita una finalità non neutrale, inscritta in una strategia di pressione geopolitica. Ciò non invalida automaticamente il lavoro di HRANA, ma ne qualifica la cornice politica.

Intanto, il 14 gennaio, ad Agorà su Rai 3, nel tentativo di mostrare un Iran “libero” prima della Rivoluzione islamica del 1978, il conduttore Marco Carrara ha ripreso in diretta una serie di post da X, mandando in onda un’immagine spacciata per foto storica di una famiglia iraniana. In realtà, si trattava di una immagine del backstage del celebre film di Martin Scorsese del 1990 Quei bravi ragazzi, con i volti inconfondibili di Robert de Niro, Ray Liotta e Lorraine Bracco. Un errore grossolano che evoca un caso simile, quando durante l’edizione straordinaria del Tg La7, Enrico Mentana e Gerardo Greco si sono trovati a commentare un breve spezzone del film Project X – Una festa che spacca, pubblicato su X, che avrebbe dovuto immortalare le violenze dei sostenitori di Trump nei sobborghi di Washington. Lo stesso giorno della “gaffe” di Agorà, HuffPost pubblicava una intervista al fondatore di Micromega, Paolo Flores D’Arcais, che si dice favorevole alla violazione del diritto internazionale“, nel caso in cui Trump decidesse di “abbattere il giogo islamista”.

Tutto ciò converge nella creazione di una narrazione precostituita, che riduce la complessità, rende superflua la verifica e accelera il giudizio morale. Non si tratta di assolvere Teheran né di negare la repressione. Si tratta di pretendere metodo da coloro che dovrebbero accertare i fatti. Il resto è storytelling geopolitico che, in tempi di guerra cognitiva, finisce per valere più dei fatti.

Venezuela, destituito ministro all’Industria Alex Saab

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Delcy Rodríguez, presidente ad interim del Venezuela, ha destituito Alex Saab dall’incarico di ministro dell’Industria, fondendo il suo dicastero con quello del Commercio e annunciando che Saab «assumerà nuove responsabilità», dopo averlo ringraziato per il servizio reso. La decisione segue le pressioni di Washington dopo il raid militare statunitense del 3 gennaio che ha portato alla caduta di Nicolás Maduro. Saab, uomo d’affari venezuelano di origine colombiana considerato alleato di Maduro, era stato arrestato nel 2020 per accuse di riciclaggio negli Stati Uniti, rilasciato nel 2023 con uno scambio di prigionieri e nominato ministro nel 2024 da Maduro.

Il trattato sulla tutela degli oceani è entrato in vigore, senza la firma dell’Italia

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Un nuovo capitolo per la governance globale degli oceani si apre oggi con l’entrata in vigore del Trattato sull’Alto Mare, un accordo storico delle Nazioni Unite destinato a proteggere le acque internazionali che coprono circa il 60% degli oceani mondiali. Dopo quasi vent’anni di negoziati e il superamento, lo scorso settembre, della soglia delle 60 ratifiche necessarie, lo strumento fornisce finalmente un quadro giuridico vincolante per salvaguardare la biodiversità marina al di fuori delle giurisdizioni nazionali. L’obiettivo centrale è ambizioso: permettere la creazione di una rete di Aree Marine Protette (AMP) per tutelare almeno il 30% degli oceani entro il 2030. Mentre oltre 80 nazioni hanno già perfezionato la loro adesione, tra cui potenze come Cina e Francia, un grande paese marittimo come l’Italia rimane inspiegabilmente assente dall’elenco.

Il trattato, noto anche come Accordo BBNJ sulla biodiversità oltre la giurisdizione nazionale, rappresenta una svolta epocale per la cooperazione multilaterale. Il meccanismo consentirà di designare AMP in acque internazionali attraverso un processo che prevede anche l’adozione per voto, evitando il veto di un singolo paese. Oltre a ciò, il testo rafforza gli obblighi per le valutazioni di impatto ambientale per attività come pesca, trasporto marittimo o estrazione, promuove la cooperazione scientifica e stabilisce una ripartizione equa dei benefici derivanti dalle risorse genetiche marine. I Paesi aderenti si impegnano innanzitutto a creare aree marine protette in alto mare e a rafforzare la cooperazione tra istituzioni, enti di ricerca e organizzazioni regionali. In secondo luogo, ma non per importanza, il trattato stabilisce anche un principio fondamentale: chi causa danni all’ambiente marino dovrà farsene carico. Paesi, aziende o gli enti coinvolti in attività potenzialmente inquinanti saranno dunque obbligati a valutare in anticipo l’impatto delle proprie azioni e ad assumersi la responsabilità economica e legale di eventuali danni causati.

Tuttavia, in questo quadro, l’Italia si presenta con una grave lacuna. Il nostro Paese, nonostante facesse parte della coalizione che ne promuoveva una rapida attuazione, non ha ancora ratificato il trattato. La discussione nel parlamento italiano è lontana dalla conclusione, incappando nei consueti rimpalli istituzionali che hanno già caratterizzato il ritardo su altri accordi marittimi. «Una rapida ratifica costituirebbe un segnale concreto e coerente rispetto agli impegni assunti, contribuendo a colmare l’attuale distanza dagli obiettivi internazionali di protezione della biodiversità: l’invito al Governo è di procedere quanto prima alla ratifica dell’Accordo», ha dichiarato WWF Italia. La criticità della situazione italiana non riguarda solo la scena internazionale, ma si riflette drammaticamente nelle acque nazionali. La protezione dei mari italiani versa in condizioni critiche, con meno dell’1% di superficie effettivamente tutelata da misure di conservazione valide, dato ben lontano dall’obiettivo del 30% al 2030. «Le Aree Marine Protette in Italia sono poche, piccole e coprono una superficie irrisoria di mare», ha affermato Valentina Di Miccoli, responsabile della campagna Mare di Greenpeace Italia. Per provare a colmare questo gap, da un anno è attivo il progetto “AMPower”, promosso da Blue Marine Foundation e Greenpeace Italia, che supporta le AMP esistenti nei processi di ampliamento e gestione efficace, affiancandole anche nella tutela dei siti Natura 2000 marini, spesso protetti solo sulla carta.

Non mancano, a livello globale, le sfide e i timori sull’efficacia del nuovo trattato. «Oggi è un giorno di festa per la biodiversità e il multilateralismo, ma il lavoro di proteggere l’oceano è ben lontano dall’essere completo», avverte Sofia Tsenikli della Deep Sea Conservation Coalition. Una delle maggiori preoccupazioni riguarda le possibili scappatoie, in particolare per quanto concerne l’estrazione mineraria in acque profonde, un’attività promossa da alcuni Paesi firmatari nonostante i suoi impatti deleteri. «Il Trattato sull’Alto Mare alza sensibilmente l’asticella, ma da solo non impedirà l’avvio dell’estrazione mineraria in acque profonde nel nostro oceano», ha concluso Tsenikli.

Eurosuicidio: il tabù europeo e il declino italiano (un libro di Gabriele Guzzi)

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Da oltre trent’anni, i Paesi dell’Eurozona, in particolare l’Italia, attraversano una fase di declino raccontata come una fatalità, schermata da slogan rassicuranti e da una fede cieca nei dogmi di Bruxelles. Eurosuicidio dell’economista Gabriele Guzzi parte da qui: dal rifiuto di considerare inevitabile ciò che è stato, invece, il risultato di scelte politiche precise. La tesi del saggio è brutale nella sua semplicità: «La causa della crisi dell’UE è l’UE stessa». Secondo l’autore, «la crisi che stiamo vivendo oggi non è fortuita», ma è «l’esito logico e coerente di scelte strutturali compiute fin dalle origini dell’Unione Europea». L’adozione dell’euro non ha corretto i difetti strutturali dei Paesi membri, ma li ha irrigiditi fino alla paralisi. Il problema «è la struttura istituzionale, monetaria, politica ed economica che gli europei stessi hanno costruito».

Il libro, pubblicato da Fazi Editore, si muove contro un tabù che da decenni blocca il dibattito pubblico, quello che impedisce di mettere in discussione l’architettura europea senza essere accusati di “eresia politica”. Guzzi, che ha lavorato come consulente economico a Palazzo Chigi e presso il Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica della Presidenza del Consiglio dei Ministri, non scrive un manifesto ideologico, ma un atto di accusa documentato contro un sistema che ha prodotto stagnazione economica, impoverimento sociale e una progressiva desertificazione della sovranità democratica. Il cuore del saggio, che vanta la prefazione di Lucio Caracciolo, è proprio la demolizione dell’idea secondo cui l’euro sarebbe stato uno strumento neutro, mal utilizzato dagli Stati membri. Al contrario, Guzzi mostra come l’unione monetaria fosse viziata fin dall’origine: «Mettere insieme Paesi differenti, con economie differenti, con mondi del lavoro differenti, con tassi d’inflazione differenti, con politiche industriali differenti, con rapporti sociali differenti in una sola unione monetaria, senza prevedere contemporaneamente un’unione politica vera e propria, voleva dire preparare tutte le precondizioni per l’autoannichilimento economico, tecnologico, geopolitico e sociale. E questo è ciò che è esattamente avvenuto».

Ampio spazio è dedicato al nostro Paese, che, secondo l’autore, «ha pagato il prezzo più alto», il cui declino in atto dalla metà degli anni Novanta, «trova nell’UE la causa istituzionale più rilevante». L’Italia, lungi dall’essere un allievo indisciplinato come si suole raccontare, è stata, invece, «la più brava della classe», applicando con zelo austerità, riforme strutturali, privatizzazioni e compressione salariale. Il punto, secondo l’economista, è che il Belpaese era quello che peggio si conciliava con il modello che si stava ponendo alla base dell’UE. Il risultato non è stata la crescita promessa, ma quella che l’autore definisce un’economia “zombizzata”, “non-morta”. I dati sulla stagnazione del PIL, sulla produttività ferma e sulla perdita di posizioni relative rispetto agli altri grandi Paesi occidentali diventano la prova materiale di un fallimento che non può più essere attribuito a cause vaghe o morali.

Uno degli elementi più incisivi di Eurosuicidio è l’analisi del carattere quasi religioso assunto dall’integrazione europea nel discorso pubblico italiano. L’euro non viene più valutato in termini di costi e benefici, ma difeso come un dogma. Guzzi parla esplicitamente di «approccio parareligioso» e di «feticcio religioso-politico», alimentato da un senso di colpa collettivo e dall’idea che l’Italia dovesse essere “corretta” dall’esterno. L’integrazione europea diventa un surrogato ideologico capace di sostituire la politica con la fede. In questo quadro, si inserisce il mito della generazione Erasmus, smontato senza indulgenze: dietro la retorica della mobilità e dell’apertura si nasconde la “generazione Maastricht”, segnata da precarietà, emigrazione forzata e assenza di futuro. «Il futuro, in Italia, non esiste perché ha smesso di essere un oggetto possibile del pensiero», scrive Guzzi, cogliendo una frattura non solo economica ma antropologica, dettata dall’impossibilità di immaginare il domani come spazio di trasformazione. La parte finale del libro affronta il nodo più delicato: le alternative. Guzzi non promette soluzioni indolori né scorciatoie tecniche. Avverte che «l’euro non è eterno», come nessuna costruzione storica, e che continuare a considerarlo irreversibile equivale a rinunciare alla politica. L’uscita dalla gabbia europea viene presentata come un processo rischioso, ma ormai necessario, se si vuole evitare una lunga agonia gestita. Il merito principale di Eurosuicidio sta proprio qui: nel restituire legittimità alla domanda che per anni è stata espulsa dal discorso pubblico. Non propone certezze, ma rompe l’incantesimo dell’inevitabile, ricordando che «all’interno di questa integrazione non ci sono possibilità per l’Italia di ridarsi una direzione».

Fiorentina, è morto il presidente Rocco Commisso

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Il presidente della Fiorentina Rocco Commisso è morto all’età di 76 anni. Imprenditore statunitense di origini italiane, Commisso aveva rilevato il club toscano dalla famiglia Della Valle nel 2019. La Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) ha disposto un minuto di silenzio prima delle gare in programma nel fine settimana. «Siamo vicini alla famiglia Commisso e alla Fiorentina per questa dolorosa scomparsa. Rocco Commisso ha lasciato un segno indelebile nel calcio italiano, lo ricorderemo sempre per il suo entusiasmo e per la sua visione», ha detto il presidente della FIGC Gabriele Gravina.

Anan Yaeesh condannato a 5 anni: per i giudici la resistenza palestinese è terrorismo

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Grida e cori di protesta di tanti solidali hanno accolto la sentenza con la quale i giudici della Corte d’Assise dell’Aquila hanno condannato il palestinese Anan Yaeesh a cinque anni e sei mesi di reclusione per “associazione con finalità di terrorismo internazionale”. Yaeesh, arrestato nel gennaio 2024, è stato accusato di aver finanziato e avuto rapporti con gruppi della resistenza armata palestinese. Un’affiliazione che non ha mai nascosto: «Sono nato in Palestina e questa non è stata una mia scelta. Resistere, invece, è stata la scelta migliore della mia vita», aveva dichiarato. Nel processo i suoi avvocati chiedevano che venisse rigettata la definizione di “terrorismo” per le azioni dei gruppi palestinesi nel contesto della lotta contro l’occupazione. Il tribunale, invece, ha ammesso solo delle attenuanti rispetto alla condanna di 12 anni chiesta dai PM. Assolti invece, dopo sei mesi in carcere da innocenti, altri due indagati: Ali Irar e Mansour Doghmosh. La decisione è stata letta dal presidente del collegio, Giuseppe Romano Gargarella, al termine di una camera di consiglio durata circa sei ore.

La procura aveva chiesto la condanna a 12 anni per Yaeesh, 9 per Irar e 7 per Doghmosh, accusati di far parte del Gruppo di Risposta Rapida, uno dei gruppi della resistenza armata palestinese della città di Tulkarem. Alla sbarra oggi c’era la resistenza palestinese, definita “terrorismo” dal pubblico ministero Roberta D’Avolio. La difesa invece aveva chiesto l’assoluzione contestando l’intero impianto accusatorio, ricordando la legittimità della resistenza armata in un territorio occupato militarmente. Il procedimento infatti non riguarda solo tre individui: in gioco c’è la formula con la quale lo Stato italiano qualifica e reprime la resistenza palestinese all’occupazione israeliana in Cisgiordania.

«Anan è stato condannato a 5 anni e sei mesi come organizzatore di un’organizzazione terroristica», ha dichiarato l’avvocato Flavio Rossi Albertini fuori dal Tribunale. «Sappiamo perfettamente che non c’è un solo elemento che accrediti il fatto che il Gruppo di Risposta Rapida di Tulkarem volesse aggredire, attaccare, coinvolgere, coloni nelle loro azioni. Tutte le azioni che sono state dimostrate e acquisite attraverso delle chat parlavano sempre di azioni rivolte contro i militari, ovvero contro quell’esercito occupante che dal 1967 impedisce al popolo palestinese di autodeterminarsi. Pertando questa sentenza per noi è profondamente ingiusta, perché condanna Anan Yaeesh e perché ritiene che quell’esperienza di resistenza palestinese sia terroristica, mentre invece è un legittimo utilizzo delle forme della lotta armata in vista dell’autodeterminazione dei popoli.»

Anan Yaeesh è accusato di essere tra i promotori del Gruppo di Risposta Rapida, una delle brigate armate nate nel 2022 che cercavano di resistere all’occupazione israeliana nella città di Tulkarem, territorio martoriato dall’esercito di Tel Aviv e i cui campi profughi sono chiamati “le piccole Gaza” per l’enorme livello di devastazione subita.
Da Tulkarem Anan se ne era andato nel 2013, nel tentativo di scampare alla persecuzione israeliana dopo aver subito diverse detenzioni e tentativi di assassinio. Si era rifugiato in Europa. Arriva prima in Norvegia e in Svezia e infine giunge a L’Aquila, dove fa richiesta d’asilo nel 2017 e ottiene poi la protezione speciale. Anan non è mai stato nel mirino della polizia italiana, fino al giorno della richiesta di estradizione di Tel Aviv, per la quale è detenuto dal 29 gennaio 2024, inizialmente nel carcere di Terni e poi a Melfi. La Corte d’Appello dell’Aquila aveva negato la consegna di Anan a Israele riconoscendo che l’imputato potrebbe essere sottoposto a «trattamenti crudeli, disumani o degradanti». Due giorni prima, tuttavia, la procura italiana aveva aperto un secondo procedimento penale, che riprende le stesse accuse formulate da Israele verso il giovane palestinese. Coinvolgendo altri due connazionali residenti in Abruzzo, Ali Irar e Mansour Doghmosh, che vengono accusati di aver supportato Anan tramite attività di reclutamento e propaganda per la Brigata. Una mossa che sembra molto più indicare la necessità della Procura di avere un numero minimo di indagati per un reato associativo piuttosto che a indizi concreti.

«Signor Giudice, l’entità sionista uccide e distrugge in Palestina sin dal 1947 e non dal 7 ottobre. Ci troviamo ad affrontare una violenza squadrista, così come il popolo italiano ha affrontato l’aggressione e la violenza nazista tedesca. La resistenza palestinese, legittimata da tutte le corti internazionali, a cui l’Italia ha aderito, oggi la considerate terrorismo». Anan si è sempre definito un resistente, fin dalle prime dichiarazioni spontanee rilasciate a partire dal 26 febbraio scorso. «Il diritto e le convenzioni internazionali assicurano il diritto all’autodifesa, anche armata, di un popolo contro un esercito occupante» aveva dichiarato Flavio Rossi Albertini a L’Indipendente. «L’Autorità italiana si è sostituita a Israele». Il processo è politico e ogni sua fase ha esplicitato e messo in evidenza la stretta alleanza e condivisione di obiettivi tra lo Stato d’Israele e quello italiano.

Nell’udienza del 19 dicembre scorso, l’avvocato difensore Flavio Rossi Albertini aveva denunciato nuovamente la «rimozione sistematica di ogni elemento di contesto: l’occupazione della Cisgiordania, la colonizzazione, i crimini umanitari e il genocidio in corso», sottolineando come, senza questi punti cardinali, la “giustizia” dei tribunali perda la capacità stessa di distinguere tra terrorismo e resistenza. Rossi Albertini ha ricordato che il processo «serve ad accertare fatti, non a giudicare la causa politica di un altro popolo», richiamando in aula la Resistenza italiana e la detenzione di Sandro Pertini durante l’occupazione nazifascista. Dagli albori il processo appare influenzato e diretto da Tel Aviv, più che dal codice penale del Belpaese. Questa sentenza ne è la conferma, e costituisce un precedente pericoloso nella repressione giudiziaria della causa palestinese nei tribunali italiani. «Tra 90 giorni leggeremo le motivazioni della corte di Assisi e presenteremo certamente appello», conclude Albertini.

Siria, esercito lancia operazione contro combattenti curdi

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Le forze armate del governo di transizione siriano hanno avviato un’operazione di rappresaglia contro i combattenti delle Forze Democratiche Siriane (SDF), a guida curda, e i loro alleati nei pressi di Deir Hafer, sulla riva occidentale dell’Eufrate, nella provincia di Aleppo. Secondo l’agenzia siriana SANA, l’azione prende di mira posizioni del PKK e di elementi legati al regime deposto, accusati di usare basi militari per lanciare droni contro aree residenziali di Aleppo. Le autorità avevano invitato i civili a evitare le zone interessate. Dal 13 gennaio l’area a est di Aleppo è stata dichiarata zona militare chiusa.