Dopo la rimozione del presidente ad interim José Jerí, il Congresso peruviano ha nominato il suo sostituto, individuandolo nel parlamentare del partito di sinistra Perù Libre José Balcázar. Balcázar, 83 anni, rimarrà in carica come presidente ad interim fino a quando il candidato delle prossime elezioni non verrà nominato presidente. Le elezioni sono previste il prossimo 12 aprile, con eventuale ballottaggio a giugno. Il candidato vincitore dovrebbe entrare in carica il 28 luglio. La nomina di Balcázar arriva in un momento di instabilità politica per il Perù, inaugurata dopo la rimozione della presidente Dina Boluarte lo scorso ottobre. Il suo sostituto, José Jerí, è stato rimosso dall’incarico il 17 febbraio.
L’UE impone di modificare i libri di storia alle scuole palestinesi per compiacere Israele
La storia, si dice, la scrivono i vincitori. In Palestina, è l’Unione Europea che si starebbe adoperando per modificare i testi scolastici, mettendo mano all’istruzione dei giovani studenti della Cisgiordania e di Gaza. Secondo documenti trapelati e ottenuti dal giornale palestinese Quds Network, i testi delle scuole palestinesi stanno venendo ampiamente modificati secondo le volontà dell’Unione Europea, che è il principale finanziatore dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e di fatto ne continua a permettere il funzionamento. Una lettera datata 19 gennaio, inviata dal ministro dell’Istruzione palestinese Amjad Barham al Ministro delle Finanze e della Pianificazione Stephan Salameh, descrive le cancellazioni e le modifiche richieste dalle autorità europee sui libri di testo su cui studiano i palestinesi.
Secondo l’UE, i testi non rispettano gli standard dell’UNESCO di “pace, tolleranza e non discriminazione” e rischiano di fomentare odio, antisemitismo e violenza verso lo Stato d’Israele. Per anni le autorità palestinesi hanno rifiutato le modifiche in quanto avrebbero portato a cambiamenti dei contenuti educativi relativi alla storia, all’identità, alla geografia del popolo palestinese. Avevano respinto le accuse di antisemitismo e parlato di “doppio standard” e di “interferenza nei contenuti sovrani dell’istruzione”, dichiarando che i propri libri non promuovevano odio antisemita, ma approfondivano con sguardo critico l’occupazione israeliana e il sionismo politico. Nonostante questo, numerose modifiche erano già state apportate negli anni e nel 2024, a causa delle pressioni europee, l’ANP aveva firmato una “Lettera di Intenti” per adeguare i testi alle richieste europee. Modifiche che tuttavia paiono non bastare a Bruxelles. L’Autorità Palestinese dipende fortemente dagli aiuti europei, soprattutto ora che il Paese affronta una grave crisi finanziaria, con Israele che continua a tenere in ostaggio oltre 4 miliardi di euro delle tasse palestinesi destinate al bilancio dell’ANP. Un fattore che certamente rende il governo palestinese – o meglio quello che ne rimane – più debole di fronte alle pressioni europee e di qualsiasi altro finanziatore.
Le modifiche che indeboliscono l’identità palestinese
I documenti ottenuti mostrano revisioni che riguardano testi dalla prima alla decima classe, di materie come arabo, storia, geografia, matematica, educazione civica. Sarebbero 300 le richieste di modifiche, molte di natura esplicitamente politica, che sembrano in realtà mirare a ridurre i riferimenti alla memoria nazionale e alla storia di occupazione sofferta dai palestinesi più che a rispettare gli standard dell’UNESCO. Ad essere cancellati sarebbero l’inno nazionale palestinese, simboli patriottici e riferimenti alla bandiera, oltre alle lezioni sui prigionieri palestinesi e i riferimenti alla Nakba, ossia la cacciata di centinaia di migliaia di palestinesi dalle proprie terre occupate dal nascente Stato di Israele. Poesie e testi sulla resistenza, sull’esilio e sul ritorno verrebbero eliminati e anche le mappe che indicano Gerusalemme come capitale della Palestina verrebbero modificate.
I documenti mostrano che le lezioni riguardanti la storia palestinese, lo sfollamento e la condizione di rifugiato sarebbero state tra le più profondamente modificate. Il termine “sionismo” sarebbe stato rimosso ovunque comparisse. Termini come “sfollamento forzato” sarebbero stati sostituiti con “migrazione”, mentre affermazioni che descrivono la condizione di rifugiato come un’ingiustizia sarebbero state riscritte per inquadrarla come una questione regionale più ampia. Lezioni su libertà, patria e città palestinesi sarebbero state sostituite con contenuti che enfatizzano convivenza, amicizia e concetti astratti di pace, senza riferimento all’occupazione o al contesto storico. Esercizi che raffigurano la presenza militare israeliana o immagini legate all’occupazione sono stati rimossi e sostituiti con illustrazioni neutrali. Secondo i documenti ottenuti da Quds Network, alcuni libri di testo avrebbero subito revisioni superiori al 30% del loro contenuto originario.
D’altronde, sono anni che l’UE fa pressione affinché i libri scolastici vengano modificati. Già nel 2021, l’Unione Europea aveva congelato oltre 220 milioni di euro di assistenza all’ANP: il blocco era durato 13 mesi, dopodiché una parte degli aiuti aveva cessato di essere erogata in attesa di riforme ai testi. Il 7 maggio 2025, il Parlamento Europeo ha votato nuovamente una risoluzione formale, dove, tra le clausole, chiede che i finanziamenti all’ANP siano congelati fino a quando i testi i scuola non soddisfino gli standard dell’UNESCO e non vengano rimosse le parti considerate “antisemite” e “d’incitamento alla violenza”.
Le scuole palestinesi lasciate senza soldi
Intanto, nelle scuole palestinesi si soffre per la mancanza di fondi: a causa della crisi finanziaria e delle tasse dell’ANP in ostaggio a Tel Aviv, i salari dei professori sono tagliati di almeno un terzo da anni e in segno di protesta gli scioperi sono continui. Da mesi gli studenti stanno andando a scuola solo tre giorni a settimana, per mancanza di professori e perché i docenti rimasti non coprono tutte le ore dato il bassissimo salario. Il risultato è il peggioramento della qualità dell’educazione dei giovani, mentre l’intero sistema scolastico sta arrivando al collasso a causa della guerra economica scatenata da Tel Aviv.
La sospensione dei fondi del 2021 e la risoluzione del 2025 rappresentano i casi più chiari in cui il Parlamento ha formalmente usato i fondi come leva politica per costringere l’ANP ad effettuare le riforme che richiedeva. Nella stessa maniera, ha forzato il governo palestinese a bloccare gli indennizzi alle famiglie dei prigionieri politici, ai martiri palestinesi e ai feriti da Israele. In entrambi i casi, dietro c’è il governo israeliano, che non ha mai smesso di fare pressioni sui suoi partner europei per ottenere queste riforme dall’Autorità Nazionale Palestinese. Riforme che sembrerebbe stare finalmente ottenendo, nonostante il genocidio e il tentativo di annessione della Cisgiordania. Interpretando ancora una volta il ruolo di vittima.
Il doppio standard europeo
Di nuovo, il doppio standard europeo colpisce i palestinesi. Secondo l’UE, l’istruzione delle scuole palestinesi incita alla violenza per i suoi libri di testo che parlano anche della resistenza all’occupazione. Nessuna parola viene tuttavia spesa sul militarismo intrinseco delle scuole israeliane, che spingono gli studenti nelle braccia dell’esercito fin dalla più tenera età. L’Unione accusa l’ANP di raccontare una storia di parte, che rifiuta l’accettazione dello Stato di Israele, ma non dice nulla sulla storia raccontata nelle scuole israeliane, dove la parola “Palestina” non viene quasi pronunciata e la Nakba del 1948 viene descritta come “guerra d’Indipendenza”. Nelle scuole israeliane non si parla di “territori occupati” in Cisgiordania e non si dice nulla sul blocco che affama Gaza da decenni. I palestinesi vengono chiamati “arabi”, e ai bambini israeliani si esaltano le gesta dei soldati che nel 1948 sono morti per ottenere “l’indipendenza d’Israele”.
A metà gennaio di quest’anno, gli studenti palestinesi dei campi profughi in Libano hanno fatto esplodere una protesta quando si sono resi conto che il libro di geografia UNRWA era stato modificato cancellando la parola “Palestina”, e sostituendola con i termini “Gaza” e “Cisgiordania”. In numerose scuole del Paese gli studenti hanno dato fuoco ai testi, rifiutandosi di accettare la modifica, che – secondo loro – mira a normalizzare l’occupazione israeliana e cancellare l’idea di uno stato palestinese e il diritto al ritorno dei profughi palestinesi. In Palestina, si attendono dichiarazioni ufficiali. Ma se le suddette modifiche venissero confermate, lo scoppio di nuove proteste è facilmente prevedibile.
Svezia, 1,2 miliardi di armi all’Ucraina
La Svezia ha annunciato un pacchetto di aiuti militari da 1,21 miliardi di euro all’Ucraina. Il pacchetto, spiega il ministro della Difesa svedese Pal Jonson, includerà sistemi di difesa aerea, droni, missili a lungo raggio e munizioni. La voce più importante dei nuovi aiuti, continua il ministro, riguarda l’acquisto di attrezzature di difesa aerea a corto raggio di nuova produzione, dal valore di 400 milioni di euro. I nuovi aiuti rientrano nell’ambito di un piano di sostegno militare dal valore di 3,74 miliardi, che la Svezia erogherà all’Ucraina nel corso del 2026. Stoccolma ha inoltre affermato che intende concedere a Kiev garanzie di prestito presso la Banca Mondiale per 230 milioni di euro.
Sicilia, ancora guai per la maggioranza: deputato regionale di FI arrestato per corruzione
Non si fermano gli scandali legati alla corruzione che stanno investendo la Sicilia. Ieri, infatti, il deputato regionale di Forza Italia Michele Mancuso è stato ristretto agli arresti domiciliari per 12mila euro di fondi regionali che, secondo la Procura di Caltanissetta, gli sarebbero stati elargiti sotto forma di dazione corruttiva per favorire l’associazione Gentemergente, destinataria di 98mila euro per realizzare spettacoli nella provincia nissena. Il gip Santi Bologna ha emesso il provvedimento anche per il braccio destro di Mancuso, Lorenzo Tricoli, il quale è accusato di avere consegnato le tangenti. Si tratta solo dell’ultimo fra gli innumerevoli casi giudiziari che hanno acceso i riflettori sui meccanismi di assegnazione dei contributi pubblici regionali e sui controlli interni all’Assemblea, alimentando interrogativi sulla trasparenza nella gestione delle risorse destinate al territorio.
A dare esecuzione all’ordinanza emessa dal giudice sono stati la Squadra mobile e lo Sco di Roma. All’interno del provvedimento, il gip ha modificato il capo di imputazione da corruzione propria ad impropria ovvero asservire la funzione pubblica a interessi privati, il quale prevede una pena più bassa rispetto al primo. Oltre ai domiciliari per Mancuso e Tricoli, è stata stabilita la misura interdittiva del divieto di esercizio di impresa per i rappresentanti legali e componenti dell’associazione ASD Genteemergente, Ernesto Trapanese, Manuela Trapanese e Carlo Rizioli. Per loro è stato inoltre imposto il divieto di assumere uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese per un anno. Secondo la Procura, dei 98mila euro sarebbero in realtà stati spesi solo 20mila. La parte rimanente sarebbe stata rendicontata con fatture false, mentre le fatture dei denari già spesi sarebbero state gonfiate con vari escamotage. Gli indagati sono infatti anche accusati di truffa per aver dedotto in maniera illecita 45 mila euro.
«L’addebito provvisorio riguarda la ricezione da parte di Mancuso di una somma pari a 12.000 € consegnata in tre tranche per favorire l’associazione Genteemergente, destinataria di fondi pubblici pari a 98.000 €, che erano stanziati per la realizzazione di spettacoli nella provincia di Caltanissetta», si legge in un comunicato firmato dal capo della Procura nissena Salvatore De Luca. «Nel provvedimento il GIP ha valutato con la massima attenzione le versioni fornite dagli indagati in sede di interrogatorio preventivo il 22 gennaio, ritenendole idonee a giustificare i gravi indizi di colpevolezza emersi nel corso delle indagini, ferma restando alla presunzione di innocenza sino ad eventuale sentenza irrevocabile di condanna», conclude la nota.
Negli ultimi anni, sono numerosi i casi i terremoti collegati alla mala amministrazione che hanno scosso l’ARS. Uno dei casi più celebri è quello che ha coinvolto il deputato regionale forzista ed ex presidente dell’Assemblea Gianfranco Miccichè, rinviato a giudizio per peculato e concorso in truffa aggravata poiché accusato di aver utilizzato l’auto di servizio circa 33 volte per fini privati nel corso del 2023, in un caso anche per portare al politico cocaina. Nel 2014 partì invece l’inchiesta “spese pazze all’ARS”, poiché concerneva le spese dei gruppi parlamentari dell’Assemblea regionale. In appello sono stati condannati Salvo Pogliese, oggi senatore di FDI ed ex sindaco di Catania, e Cataldo Fiorenza (Gruppo Misto).
Più di recente, si sono succeduti l’arresto e le misure cautelari a carico del deputato regionale Dario Safina per presunte gare truccate (2024), e il coinvolgimento del presidente dell’ARS, Gaetano Galvagno, e dell’assessora regionale Elvira Amata in un’indagine su finanziamenti a eventi e presunte utilità in cambio di incarichi. Per entrambi è stato richiesto il rinvio a giudizio. In un quadro più ampio di fragilità del sistema politico regionale, pesa anche il recente filone giudiziario che ha coinvolto l’ex presidente della Regione Salvatore Cuffaro. L’indagine, che non riguarda direttamente l’ARS come istituzione, si concentra su presunte irregolarità nella gestione di appalti e nomine, in particolare nel settore sanitario, con ipotesi di corruzione e associazione a delinquere.
Caso Epstein: l’ex principe Andrea arrestato per abuso d’ufficio
«Dopo un’attenta valutazione, abbiamo aperto un’inchiesta con l’accusa di abuso d’ufficio». Così il vicecomandante della polizia Oliver Wright ha confermato l’arresto dell’ex principe Andrew Mountbatten-Windsor, avvenuto il 19 febbraio 2026 nel giorno del suo 66° compleanno. L’ex duca di York è stato fermato e prelevato dalla polizia nella sua casa del Norfolk, nell’ambito di un’indagine che riguarda presunti scambi di informazioni sensibili con il finanziere condannato per reati sessuali Jeffrey Epstein, durante il periodo in cui Andrea ricopriva il ruolo di emissario commerciale del governo britannico. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha commentato la notizia, dichiarando che: «Nessuno è al di sopra della legge».
Fratello del sovrano e per anni considerato il figlio prediletto di Elisabetta II, Andrea era stato incaricato dal governo britannico di svolgere missioni economiche all’estero per favorire affari e investimenti. In quel contesto, nel 2014 aveva fondato anche l’iniziativa “Pitch@the Palace”, piattaforma pensata per mettere in contatto investitori e startup, aprendo le porte della corte a imprenditori e faccendieri di varia provenienza. Tra questi figurava anche il cittadino cinese Yang Tengbo, successivamente indicato dalla polizia britannica come presunta spia al servizio di Pechino. Nonostante l’imbarazzo istituzionale, la vicenda non aveva allora prodotto conseguenze giudiziarie per il principe. Negli anni, però, le ombre si sono addensate su episodi più gravi. Nel 2010, durante missioni ufficiali in Asia e Afghanistan, Andrea avrebbe condiviso report riservati relativi alle sue attività governative utilizzando l’indirizzo e-mail di Jeffrey Epstein, in potenziale violazione degli obblighi di riservatezza connessi al suo incarico. Un comportamento che, in casi analoghi, è costato l’incarico ad altri funzionari pubblici. Oggi gli inquirenti valutano se vi siano stati profili di responsabilità anche sul piano penale.
L’arresto rappresenta una svolta formale in una vicenda che da anni si intreccia con il caso Epstein. Secondo le accuse, durante i soggiorni a Londra, Andrea avrebbe chiesto al finanziere di procurargli giovani donne, tra cui la principale accusatrice, Virginia Giuffre. Tra le frequentazioni che ruotavano attorno a quel circuito figuravano anche personalità come il produttore cinematografico Harvey Weinstein, oggi detenuto per violenza sessuale, che avrebbe avuto accesso ad ambienti istituzionali grazie alle relazioni garantite dal duca di York. In un’intervista rilasciata alla BBC, Giuffre aveva ricostruito gli abusi subiti, dichiarando di essere stata costretta, quando aveva 17 anni, ad avere rapporti sessuali con Andrea Mountbatten-Windsor sull’isola privata caraibica di Epstein, Little St. James, e successivamente a Londra e New York tra il 1999 e il 2002. La vicenda si era chiusa formalmente con un accordo extragiudiziale, che prevedeva un risarcimento di circa 12 milioni di sterline. Secondo quanto riportato dal Sun, una parte dell’indennizzo sarebbe stata coperta con il contributo della famiglia reale, nella convinzione che l’accordo potesse mettere fine allo scandalo in vista del Giubileo di Platino del 2022. Un tentativo di contenimento che, col tempo, si è rivelato inefficace. Nell’ottobre 2025 emerse inoltre che Andrea si era rivolto a Scotland Yard nel tentativo di reperire informazioni compromettenti per screditare Giuffre, senza successo. Nel frattempo, la famiglia reale ha progressivamente preso le distanze, relegandolo a un ruolo defilato nelle campagne del Norfolk, dopo le polemiche emerse anche sulle condizioni abitative di cui aveva beneficiato per anni.
La gestione interna dello scandalo che non è bastata a chiudere il caso, ora tornato al centro dell’attenzione giudiziaria. A riaccendere i riflettori sull’ex duca di York sono stati i documenti emersi con la pubblicazione degli Epstein Files. La commissione americana che indaga sul caso Epstein aveva più volte invitato Andrea a collaborare e a fornire la propria testimonianza. Il principe ha sempre respinto ogni accusa, proclamandosi innocente e rifiutando di comparire. Oggi, l’indagine si concentra su un altro fronte: il possibile utilizzo improprio del suo ruolo istituzionale. In un comunicato, la Thames Valley Police ha confermato perquisizioni in immobili situati nel Berkshire e nel Norfolk. Il vicecapo della polizia Wright ha sottolineato la necessità di tutelare l’integrità delle indagini. Al di là dell’esito giudiziario, l’arresto di Andrea riporta una domanda al centro della scena: fino a che punto i meccanismi di potere sono stati in grado, per anni, di proteggere se stessi?
Rai Sport, il direttore Petrecca rimette il mandato dopo le polemiche
Il direttore di Rai Sport, Paolo Petrecca, lascerà l’incarico al termine delle Olimpiadi di Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026. La Rai ha comunicato che la guida sarà affidata temporaneamente al vicedirettore Marco Lollobrigida. Le dimissioni seguono le forti polemiche per la telecronaca della cerimonia d’apertura, segnata da errori, commenti inopportuni e sovrapposizioni agli altri cronisti. In passato Petrecca era già stato sfiduciato da RaiNews. Dopo le critiche, il sindacato USIGRai ha proclamato uno sciopero delle firme. La chiusura è stata poi affidata ad Auro Bulbarelli.
Il gas russo continua ad arrivare in Europa, ma passando per la Turchia
Nonostante i propositi dell’UE di bandire il gas russo, il colosso energetico Gazprom vende ancora gas all’Europa attraverso il gasdotto turco TurkStream e nel gennaio del 2026 ha addirittura aumentato le esportazioni di gas al Vecchio continente del 10% rispetto all’anno precedente. È il paradosso delle politiche dell’UE che, da un lato, non compra più gas direttamente da Mosca, ma dall’altro, continua a importarlo indirettamente attraverso il gasdotto turco. Secondo i dati dell’agenzia di stampa britannica Reuters, le forniture totali di gas russo all’Europa tramite TurkStream ammontavano a 1,73 miliardi di metri cubi (bcm) a gennaio, rispetto a 1,57 miliardi di bcm nello stesso periodo dell’anno precedente. Giornalmente, le esportazioni tramite il gasdotto sottomarino turco sono aumentate a 55,8 milioni di metri cubi (mcm) al giorno a gennaio, rispetto ai 50,6 mcm di gennaio 2025. Questo dato è in linea con quello di dicembre, quando le esportazioni erano di 56 milioni di metri cubi al giorno. Da parte sua, Gazprom – che non pubblica le proprie statistiche mensili dall’inizio del 2023 – non ha commentato l’aumento delle forniture.
Il TurkStream è l’ultima via di transito rimasta per il gas russo verso l’Europa dopo che l’Ucraina, alla fine del 2024, ha deciso di interrompere l’accordo quinquennale per il trasporto in Europa del gas proveniente dal gigante eurasiatico attraverso il gasdotto russo-ucraino. Kiev aveva rifiutato di estendere l’accordo, poiché – secondo quanto dichiarato – non voleva sostenere finanziariamente la macchina bellica di Mosca. L’interruzione delle forniture attraverso l’Ucraina ha provocato diversi problemi di rifornimento energetico a alcuni Paesi europei, tra cui Slovacchia, Italia, Austria e Repubblica Ceca, a conferma del fatto che il Vecchio Continente non ha ancora raggiunto una sua indipendenza energetica, né da Mosca né da altre nazioni considerate “alleate”.
Proprio il recente aumento di importazioni di gas russo indica che il Vecchio continente è ancora lontano dal raggiungere la completa autonomia energetica da Mosca, nonostante Bruxelles abbia varato a dicembre un accordo che prevede lo stop definitivo a tutte le importazioni di gas naturale russo entro l’autunno del 2027. Un’iniziativa che ha comunque suscitato la contrarietà di alcuni Paesi, tra cui soprattutto l’Ungheria, che ha annunciato un ricorso alla Corte di giustizia, in quanto lo stop imposto da Bruxelles minaccia la sicurezza energetica e la stabilità economica del Paese. Da parte sua, invece, il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha accusato l’Europa di “auto-sabotaggio” e ha previsto costi energetici più alti e perdita di competitività.
Le importazioni di gas russo nel Vecchio continente hanno raggiunto il picco negli anni 2018-2019 con oltre 175-180 miliardi di metri cubi. A partire dal 2022, dopo l’inizio della guerra in Ucraina, le importazioni sono via via diminuite, raggiungendo il livello più basso dalla metà degli anni Settanta nel 2025, quando sono calate del 44% proprio a causa della chiusura del gasdotto russo-ucraino. In questo periodo, si è registrata una crisi energetica in Europa a causa degli alti prezzi del gas, fattore che ha velocizzato il processo di deindustrializzazione del Vecchio continente. Il recente aumento delle importazioni di metano da Mosca, tuttavia, mostra la difficoltà a trovare fonti energetiche alternative a basso costo, ma anche a mettere in atto quella transizione energetica che prevede l’uso di energie rinnovabili e che dovrebbe rappresentare un cardine delle politiche comunitarie.
Nonostante tali difficoltà e scompensi economici, Bruxelles ha sancito la necessità di porre fine definitivamente alle importazioni di gas russo, sia esso veicolato tramite gasdotti o trasportato come gas naturale liquefatto (GNL), entro il 2027. Il regolamento approvato dal Consiglio Ue a dicembre non impone un’interruzione immediata delle forniture, ma traccia un percorso graduale di abbandono dell’energia russa per evitare crisi sui mercati e sui prezzi al consumo. A partire dal 2027, i Paesi dell’Unione avranno l’obbligo di verificare con estrema precisione il Paese d’origine di ogni singola fornitura prima di autorizzarne l’ingresso nel territorio comunitario. Il recente aumento di importazioni di gas russo, però, indica che diversi Paesi europei hanno ancora bisogno del gas naturale di Mosca. Nel frattempo, i Paesi europei hanno accentuato in maniera drastica la loro dipendenza dal GNL statunitense, legandosi così ulteriormente a Washington che ha acquisito una più forte leva strategica per influenzare o orientare direttamente le politiche del Vecchio continente. In sintesi, la dipendenza, seppure minima, dal gas russo permane e risulta difficile eliminarla completamente. Allo stesso tempo, la sua forte riduzione ha comunque causato importanti danni al tessuto industriale europeo, avvantaggiando i colossi energetici USA che vendono il loro GNL a prezzi decisamente sconvenienti per le industrie e i cittadini europei.
Migranti, illegittimo il fermo della Sea Watch di Carola Rackete: governo condannato
Il tribunale di Palermo ha condannato lo Stato italiano a risarcire con 76mila euro, più 14mila per spese legali, la ong tedesca Sea-Watch per il fermo illegittimo della nave Sea-Watch 3, che nel giugno 2019 forzò il blocco navale imposto dall’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini per far sbarcare a Lampedusa 40 migranti. Alla guida dell’imbarcazione c’era la comandante tedesca Carola Rackete. La vicenda, che portò al suo arresto e a un’inchiesta poi archiviata, è stata segnata da un lungo iter giudiziario: il tribunale civile ha ora stabilito che il prefetto di Agrigento, non rispondendo alla richiesta di revoca del fermo, ha di fatto reso illegittima la detenzione della nave, protrattasi da luglio a dicembre 2019.
La complessa vicenda giudiziaria affonda le radici nella notte tra il 28 e il 29 giugno 2019, quando Carola Rackete, alla guida della Sea-Watch 3 con a bordo 53 migranti soccorsi al largo della Libia e bloccati in mare per due settimane, decise di forzare il blocco navale e attraccare nel porto di Lampedusa. Ne seguirono l’arresto per resistenza a nave da guerra e il sequestro dell’imbarcazione. Se il procedimento penale sfociò dapprima nel suo proscioglimento davanti al gip di Agrigento, concludendosi con un’assoluzione definitiva in – che riconobbe la legittimità della sua azione in quanto «adempimento di un dovere» – la battaglia legale si è poi spostata sul piano amministrativo. Dopo il dissequestro penale, la nave rimase ferma a Licata per ordine della prefettura di Agrigento. L’ong presentò opposizione, ma il prefetto non rispose mai entro i dieci giorni previsti dalla legge, facendo così scattare il principio del silenzio assenso che avrebbe dovuto determinare la liberazione immediata del mezzo. Solo il ricorso al tribunale di Palermo, a dicembre, permise alla Sea-Watch 3 di salpare. A distanza di anni, ora la pronuncia di primo grado ha quantificato il danno subito dall’organizzazione per quei mesi di fermo illegittimo, riconoscendo il rimborso delle spese patrimoniali documentate tra ottobre e dicembre 2019: spese portuali, di agenzia, carburante per mantenere la nave in efficienza e le spese legali. Il giudice non ha invece concesso il risarcimento per il danno extrapatrimoniale.
La decisione ha scatenato l’ira della maggioranza, che ha subito reagito in maniera molto piccata. La premier Giorgia Meloni ha attaccato duramente la magistratura in un video diffuso sui social, accostando il verdetto sulla Sea-Watch 3 alla recente sentenza che ha condannato lo Stato a risarcire un migrante trasferito illegalmente in Albania. «Non solo all’epoca la Rackete è stata assolta perché secondo alcuni magistrati è consentito forzare un blocco di polizia in nome dell’immigrazione illegale di massa. Oggi i giudici prendono un’altra decisione che lascia letteralmente senza parole». Puntando con tutta evidenza a scaldare gli animi dell’opinione pubblica in vista del referendum di marzo sulla riforma della magistratura, Meloni ha aggiunto: «Il compito dei magistrati è quello di far rispettare la legge o quello di premiare chi si vanta di non rispettare la legge?». E ancora: «Qual è il messaggio che si sta cercando di far passare con questa lunga serie di decisioni oggettivamente assurde? Che non è consentito al governo provare a contrastare l’immigrazione illegale di massa, che qualunque legge si faccia una parte politicizzata della magistratura è pronta a mettersi di traverso?». Sono arrivate anche le parole del vicepremier leghista Matteo Salvini, il quale ha parlato di un «pregiudizio politico da parte di alcuni giudici che si trasforma in azione contro l’Italia e contro gli italiani».
A replicare al messaggio di Giorgia Meloni è stato subito Piergiorgio Morosini, presidente del tribunale di Palermo, che ha definito la pronuncia sulla Sea-Watch «una sentenza emessa da una magistrata competente e preparata, dopo l’esame del materiale probatorio e il contraddittorio tra le parti». «Come ogni decisione è impugnabile – ha evidenziato Morosini –. Denigrare i giudici per un provvedimento non condiviso o non gradito, magari senza neppure conoscerne le motivazioni, non ha nulla a che vedere con quel diritto di critica delle decisioni giudiziarie che va riconosciuto ad ogni cittadino». Si tratta, dunque, dell’ennesimo tassello dello scontro politico-istituzionale che continua a spaccare in due il nostro Paese sul tema dei migranti e del soccorso in mare. Certo è che, nelle settimane che precedono l’appuntamento referendario, si è intensificata una strategia molto chiara da parte degli esponenti della maggioranza: enfatizzare la portata di notizie di cronaca che nulla hanno a che fare con i contenuti del referendum per cercare di portare dalla loro parte la partita contro una presunta “magistratura politicizzata”. Il No, infatti, sta vedendo nell’ultima fase un significativo recupero nei sondaggi.









