Almeno 750 militari USA uccisi in Medio Oriente dal 2023, anno di inizio dell’aggressione israeliana a Gaza. “Centinaia” avrebbero perso la vita o sarebbero rimasti feriti dall’inizio della guerra lanciata da USA e Israele in Iran, appena un mese fa. I dati sono il frutto di una inchiesta del quotidiano di informazione TheIntercept, che accusa il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) di essere coinvolto in un “insabbiamento”. I numeri forniti dal Comando sui soldati uccisi o feriti nel corso della guerra attuale, infatti, sarebbero “obsoleti” e incompleti: il sospetto è che i vertici USA stiano cercando di mascherare la realte entità dei danni inflitti da Teheran, nonostante le ripetute dichiarazioni di Trump secondo le quali gli USA avrebbero pressochè annientato la capacità offensiva del Paese.
Il presidente Trump non ha fatto che ripetere, dall’inizio della guerra, che la fine del conflitto è molto vicina e che gli USA hanno raggiunto pressochè tutti i loro obiettivi militari nell’area. La realtà dei fatti sembra tuttavia essere molto diversa: gli USA avrebbero in più occasioni cercato di nascondere la reale entità dei danni inflitti da Teheran – come anche Israele avrebbe censurato le immagini dei danni subiti dalla controffensiva iraniana. La frustrazione del tyconn sembra emergere in tutta evidenza da uno degli ultimi post sull’Iran pubblicati sul suo social Truth, dove lancia una minaccia molto poco velata: “Aprite il fottuto Stretto, pazzi bastardi, o vivrete nell’Inferno – STATE A GUARDARE! Lode ad Allah”. Trump sta inoltre continuando ad aumentare il proprio contingente militare nell’area: la scorsa settimana il numero delle unità presenti è stato portato a circa 20mila, con l’aggiunta di 3mila soldati, ma la possibilità di una invasione di terra in Iran preoccupa i vertici militari stessi, che temono il verificarsi di un Vietnam 2.0.
Secondo The Intercept, le informazioni diffuse da CENTCOM sul numero delle vittime tra i contingenti militari sono “obsolete”. Il quotidiano riferisce come nel 2024, sotto l’amministrazione Biden, il Comando avesse fornito al giornale “cronologie dettagliate” degli attacchi agli avamposti in Medio Oriente, che specificavano anche il tipo di attacco e il numero di eventuali vittime. Ora, la Difesa si starebbe muovendo in tutt’altra direzione. Tim Hawkins, portavoce di CENTCOM, ha dichiarato lo scorso lunedì che i marines feriti dall’inizio dell’operazione Epic Fury sono 303, ma questo conteggio non avrebbe tenuto conto di alcuni attacchi recenti, come quello di venerdì 27 marzo alla base Prince Sultan in Arabia Saudita, nel quale sarebbero rimasti feriti almeno 15 soldati USA. Un funzionario della Difesa avrebbe dichiarato al giornale che Trump e Hegseth, il Segretario della Difesa USA, starebbero cercando di mantenere il numero reale “rigorosamente segreto”. Non sarebbe stato fornito nemmeno il numero delle basi americane attaccate nell’area anche se, secondo un’analisi del quotidiano, queste potrebbero essere numerose e trovarsi in Bahrein, Iraq, Giordania, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Siria ed Emirati Arabi Uniti. Nel mentre, gli attacchi con missili da parte di Teheran proseguono, nonostante le dichiarazioni di Hegseth secondo le quali questi si sarebbero fatti sempre più radi e inefficaci.
Secondo il quotidiano russo TASS, almeno otto persone sarebbero rimaste ferite in attacchi ucraini portati a termine nella notte con droni sulla città di Novorossiysk. La situazione è “molto seria”, ha dichiarato il sindaco della città al quotidiano, “due dei feriti sono bambini che si trovavano nelle loro abitazioni private”. Secondo alcune testimonianze video circolate sui social, l’attacco avrebbe preso di mira anche le infrastrutture petrolifere di Sheskharis, nei pressi della città.
Harry Partch era un musicista americano dei primi del Novecento che cercava di farsi strada come compositore, in un periodo storico nel quale si mettevano in discussione tutti i canoni della cosiddetta musica classica. Si era dato un obiettivo piuttosto modesto: distruggere il sistema sul quale si fondava la musica occidentale. In parole povere, voleva cambiare le note.
Do re mi fa sol la si. Più i semitoni. Dodici in tutto. La domanda alla base del suo ragionamento era molto semplice ma anche incredibilmente complicata: perché?
Perché in un’ottava ci sono dodici note? Non riuscì a darsi una risposta soddisfacente. Così decise di cercarne di nuove. Cominciò a studiare le tradizioni musicali del mondo antico e scoprì che molte civiltà avevano suddiviso l’ottava in maniera completamente diversa, percependo intervalli che l’orecchio occidentale moderno non era nemmeno addestrato a riconoscere. Esistevano spazi sonori tra una nota e l’altra. Interstizi che il sistema temperato, quello dei dodici semitoni uguali consacrato da Bach a inizio Settecento, aveva semplicemente ignorato. La scala di Partch passò così da 12 a 43 note. I cosiddetti microtoni. Suoni che esistevano eccome, ma che la civiltà occidentale aveva educatamente fatto finta di non sentire per qualche secolo.
Quelle note, tuttavia, non dovevano essere solo riscoperte. Dovevano essere letteralmente costruite, nel senso più artigianale e concreto del termine. Nessuno strumento esistente era in grado di suonarle. Il pianoforte, il violino, gli strumenti a percussione e persino l’organo erano tutti complici del vecchio sistema. Subdoli collaborazionisti irrimediabilmente temperati. Non ci si poteva fidare di loro, bisognava ripartire a zero. Da grande individualista qual era ci pensò lui stesso. Iniziò a costruire i propri strumenti inventando cordofoni, percussioni e tastiere che non assomigliavano a nulla di già visto. Li battezzò con nomi evocativi e vagamente mitologici: il Chromelodeon, il Quadrangularis Reversum, il Cloud Chamber Bowls e via dicendo. Il risultato era un’orchestra intera, costruita da un solo uomo, per eseguire una musica che nessun altro avrebbe potuto suonare.
Il Quadrangularis Reversum di Harry Partch
Nessuno la poteva suonare e nessuno la voleva ascoltare. In effetti il nuovo stile compositivo di Partch non ebbe molto successo e non scosse gran che le fondamenta dell’Occidente. A quello contribuì molto di più la Grande Depressione, che travolse gli Stati Uniti e lo stesso compositore. Dal 1936 al 1943 visse come un vagabondo spostandosi in treno e in autostop lungo la costa ovest degli Stati Uniti, senza però rinunciare mai alla sua vocazione compositiva. Da quel peregrinare nacque però una delle opere che lo renderanno celebre: Barstow. Il titolo prende il nome da una piccola cittadina californiana dove Partch si imbatté in una ringhiera sul ciglio della strada ricoperta di scritte lasciate da altri anonimi viandanti. Nomi, destinazioni, sfoghi, appelli. Le copiò tutte. Quegli scarabocchi dimenticati diventarono il libretto di un’opera in otto sezioni, recitati e cantati sopra la sua inconfondibile orchestra di strumenti modificati. Perché niente esprime meglio l’alienazione moderna e la crisi del capitalismo americano che andare letteralmente a copiare i graffiti su un muretto in mezzo al nulla e trasformarli in musica microtonale. Uno dei primi versi recita così: It’s 4 p.m. and I’m hungry and broke. I wish I was dead. But today I am a man!
Negli anni ’60 il lavoro di Partch uscì finalmente dall’ombra dei circoli accademici e andò a colpire dove meno ci si aspettava: nel rock d’avanguardia. Musicisti come Frank Zappa e Captain Beefheart lo scoprirono e ne furono contagiati. Decenni dopo, anche Tom Waits avrebbe attinto a quella vena. Tutti presero qualcosa dal suo stile. Zappa e Beefheart l’uso delle dissonanze trasformate in una sorta di blues bianco e contorto, mentre Waits trovò nella ruvidezza timbrica il suo marchio di fabbrica. I microtoni, tuttavia, vennero lasciati da parte. Dodici note erano sufficienti per l’umanità, e così tornarono nell’ombra del silenzio, dove rimasero per alcuni anni. Ricomparvero in un luogo inaspettato: il Canada.
Alla fine degli anni ’80, in Quebec un altro musicista raccoglierà il testimone della sperimentazione microtonale e lo porterà in una direzione del tutto inedita. Si chiama René Lussier. Chitarrista, compositore e instancabile agitatore culturale, Lussier è una figura centrale della scena musicale québécoise d’avanguardia. La sua opera più rappresentativa, Le trésor de la langue, è un lavoro monumentale che intreccia la sperimentazione sonora con una riflessione profonda sull’identità culturale e linguistica del Quebec francofono. Anche qui ci sono strumenti autocostruiti per catturare gli sfuggenti quarti di tono. Anche qui ci sono voci raccolte altrove e reimpiantate nella partitura come frammenti di memoria collettiva. Tra queste c’è quella del generale Charles de Gaulle, che il 24 luglio 1967, dal balcone del municipio di Montréal, lanciò davanti a una folla in delirio la frase che avrebbe fatto tremare lo Stato canadese: «Vive le Québec libre!». Quattro parole che in pochi secondi trasformarono una visita di Stato in un incidente diplomatico internazionale. Lussier la preleva dalla storia e la riconsegna alla musica, non come citazione retorica ma come materia sonora grezza: la voce di de Gaulle diventa uno strumento tra gli altri, il suo francese carico e solenne si piega alle stesse regole microtonali delle chitarre e dei legni artigianali che lo circondano.
Arriviamo così ai giorni nostri. Marzo 2026. Accade l’inaspettato. La microtonalità, la stessa che Partch inseguiva costruendosi gli strumenti da solo e che Lussier utilizzava per fomentare le rivolte indipendentiste del suo paese, diventa virale su YouTube. Il merito è di un altro gruppo del Québec: gli Angine de Poitrine. Sono un duo, uno alla batteria l’altro alla chitarra/basso. Fanno musica prevalentemente strumentale, anche se ogni tanto compaiono alcuni versi che sembrano provenire da un altro pianeta e che potrebbero ricordare quelli registrati dal loro concittadino Lussier. La loro musica è un rock dal suono molto compatto ma allo stesso tempo visionario, costruito su ritmi dispari che spostano continuamente il baricentro sul quale si innestano i nostri amici microtoni. Anche in questo caso gli strumenti se li sono costruiti da soli, modificando le tastiere della chitarra e del basso per ricavare spazi più piccoli di un semitono, in modo da contenere i quarti di tono che il sistema temperato aveva messo al bando. Il risultato è un suono evocativo e fortemente ipnotico, ma anche tremendamente ballabile grazie alle eccellenti capacità tecniche dei due, che riescono a cavalcare questo progressive-rock esotico con la grazia di chi trasforma ogni nota in un passo di danza.
Pochi giorni fa è uscito il loro secondo album, Vol. II, lanciato da un’esibizione dal vivo che ha fatto il giro del web. Il loro live alla stazione radio KEXP è diventato immediatamente virale, grazie al loro stile musicale inaspettato ma anche alla presenza scenica. I due si presentano sempre sul palco interamente vestiti a pois bianchi e neri e indossando due grosse maschere vagamente aliene. L’effetto visivo immediato è simile alla loro musica: straniante ma anche irresistibile. Il successo di quella prima esibizione ufficiale su YouTube è stato tale che gli Angine sono passati da sconosciuti a essere sulla bocca di tutti, generando milioni di visualizzazioni e arrivando a programmare un tour mondiale che li porterà anche in Italia, il 31 maggio, al Poplar Utopia Festival di Rovereto. Insomma, cento anni dopo la musica microtonale sembra prendersi la propria rivincita. Ci sono voluti la Grande Depressione, una ringhiera californiana, il discorso di de Gaulle e due maschere aliene dal Québec ma forse ora le fondamenta dell’Occidente stanno davvero cedendo.
Eppure.
Eppure ancora una volta viene spontaneo fermarsi a riflettere sulla velocità con cui una musica in apparenza così innovativa sia stata assimilata così velocemente dal grande pubblico senza alcuna difficoltà. Viene da chiedersi quanto sia merito della effettiva qualità della musica e quanto sia invece affidato alla performance, abilmente costruita per generare condivisione sui social. I grandi cambiamenti richiedono tempo. Gli Angine de Poitrine, invece, sono stati digeriti con la stessa disinvoltura bulimica con cui si consuma una serie tv di scarso livello farcita di colpi di scena costruiti ad arte per farti mangiare anche la puntata successiva. L’album appena uscito, per quanto interessante, non aggiunge niente alle canzoni già ascoltate nell’esibizione da vivo, facendo temere che non ci sia molto altro oltre l’hype di qualche settimana. Un compositore ben più celebre dei precedenti, Leonard Bernstein, diceva che il compito dell’arte è suscitare domande, e che il suo valore sta nel contrasto che si crea tra le diverse risposte. Qui invece sembrano tutti d’accordo.
Una imbarcazione con a bordo circa 105 persone migranti è naufragata ieri pomeriggio al largo delle coste libiche di Tajoura. La notizia è stata data oggi dalla ONG Mediterranea, che ha comunicato che almeno 70 persone risultano disperse, mentre altre 32 sono state tratte in salvo a Lampedusa, dove sono sbarcate questa mattina; altre 2 persone sono state ritrovate morte. Il naufragio è avvenuto 14 miglia nautiche a Nord-est delle piattaforme petrolifere ENI-NOC di Bouri; i naufraghi sono stati soccorsi da due navi mercantili e portati a Lampedusa dalla Guardia Costiera.
L’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, tornerà al suo incarico. A dare la notizia è il ministero degli Esteri svizzero, due mesi dopo che il diplomatico italiano è stato richiamato in patria. L’ambasciatore era stato richiamato dopo la tragedia di Crans-Montana, per protestare contro il rilascio su cauzione del proprietario del locale in cui, la notte di Capodanno, è esploso un incendio che ha provocato la morte di 41 persone, tra cui 6 cittadini italiani. Il ministero degli esteri svizzero ha precisato che l’ambasciatore dovrebbe arrivare a Berna lunedì.
Secondo l’agenzia di stampa serba Tanjug, le autorità serbe avrebbero trovato un esplosivo «ad alto potenziale distruttivo» nei pressi di un oleodotto che collega la Serbia all’Ungheria. L’ordigno, sarebbe stato rinvenuto assieme ai detonatori necessari per attivarlo nella provincia autonoma serba della Vojvodina. Il presidente serbo Aleksandar Vučić avrebbe parlato oggi al telefono con il primo ministro ungherese Viktor Orbán, notificandolo dei primi risultati dell’indagine condotta dalle autorità militari e di polizia serbe. Ancora scarse le informazioni a riguardo.
Il prossimo 9 aprile il porto di Rotterdam dovrebbe accogliere la nave “Rong Lin Wan”, colosso di 250 metri di lunghezza che consegnerà l’ultimo carico europeo di cherosene per aerei dai Paesi del Golfo dallo scoppio della guerra in Iran. Sono gli effetti della chiusura dello Stretto di Hormuz imposta da Teheran in risposta all’aggressione israelo-statunitense contro il Paese, che ha innescato una crisi del carburante in tutto il mondo, e i cui effetti iniziano a farsi sentire anche in Europa. Gli aeroporti stanno già iniziando ad agire di conseguenza: di qui al 9 aprile, negli scali di Bologna, Milano Linate, Treviso e Venezia, verranno imposte restrizioni al tetto di rifornimento per aerei. Intanto, a guadagnare dalla guerra continuano a essere le grandi aziende del petrolio, a tal punto da spingere i governi di Italia, Germania, Spagna, Portogallo e Austria a proporre una tassa sugli extraprofitti delle cosiddette “Big Oil” per garantire che gli effetti dell’imminente emergenza economica «siano distribuiti equamente».
La notizia dei limiti alle forniture negli aeroporti di Bologna, Linate, Treviso e Venezia è arrivata dopo la diffusione di un bollettino aeronautico da parte di Air BP Italia, il ramo specializzato nel settore dell’aviazionedel colosso del petrolio britannico BP. Nel Notam, Air BP sostiene che i limiti sarebbero legati alla intensa attività pasquale e non alla chiusura dello Stretto di Hormuz, predicando la calma. Il fornitore spiega che, di qui al 9 aprile, verrà fornita priorità nel rifornimento ai voli ambulanza, a quelli di Stato e a quelli con durata superiore a tre ore; per tutti gli altri si parla di una «distribuzione contingentata», con un limite di 2.500 litri di cherosene ad aeromobile a Treviso, e di 2.000 litri per aeromobile a Bologna e Venezia; proprio a Venezia, Air BP ha raccomandato i piloti di fare carburante prima di arrivare. Per quanto riguarda lo scalo milanese di Linate, infine, non è stato reso noto il tetto massimo di rifornimento per aereo da non oltrepassare.
Nonostante i limiti negli scali e i vari decreti per calmierare i prezzi del carburante, c’è chi continua a guadagnare dall’innalzamento dei prezzi del petrolio: le Big Oil, i colossi mondiali del settore petrolifero, tra cui si annovera anche l’italiana Eni. Di fronte all’aumento stellare dei guadagni di tali aziende i ministri dell’Economia di Italia, Germania, Spagna, Portogallo e Austria hanno inviato una lettera alla Commissione Europea per chiedere all’esecutivo comunitario di tassarne gli extraprofitti: «Il conflitto in Medio Oriente ha causato un aumento dei prezzi del petrolio, imponendo un onere significativo sull’economia europea e sui cittadini europei», si legge nella lettera; «è importante garantire che tale onere sia distribuito equamente». I ministri ricordano di aver «sostenuto e promosso misure per tassare gli extraprofitti delle imprese energetiche» e chiedono alla Commissione di pensare «uno strumento analogo a livello dell’UE, fondato su una solida base giuridica». L’iniziativa sarebbe rivolta a «finanziare misure temporanee di sostegno, in particolare per i consumatori, e contenere l’aumento dell’inflazione, senza gravare ulteriormente sui bilanci pubblici», e lancerebbe «un messaggio chiaro» di unità a cittadini e aziende, rimarcando che «coloro che traggono profitto dalle conseguenze della guerradevono fare la loro parte per alleviare il peso sulla collettività». La Commissione ha affermato di avere ricevuto la proposta, che sarebbe ancora sotto esame; nel frattempo starebbe lavorando «a stretto contatto con gli Stati membri su possibili misure politiche mirate», che tuttavia non sono state rese pubbliche.
Con 200 voti a favore, 18 contrari e 4 astensioni, il parlamento del Camerun ha approvato un emendamento costituzionale per reintrodurre la carica di vicepresidente. Il disegno di legge è stato ampiamente criticato e, secondo i detrattori, aumenterebbe i poteri del presidente Paul Biya. Biya, 93 anni, è il leader più anziano del mondo e guida il Paese africano dal 1982; l’emendamento conferisce al presidente l’autorità assoluta sulla carica di vicepresidente, di cui può stabilire i poteri e che può nominare e revocare a piacimento. In caso di morte, dimissioni o incapacità del presidente, il vicepresidente assumerebbe la carica di presidente ad interim per il resto del mandato.
«Negli ultimi mesi numerosi esposti disciplinari presentati agli Ordini regionali dei Giornalisti si sono trasformati in uno strumento di pressione volto a colpire chi documenta la realtà del conflitto e la sofferenza della popolazione civile». Lo denuncia la Rete #NoBavaglio, insieme ad Articolo 21 e ad altre associazioni di operatori dell’informazione. A fare eco è l’interrogazione parlamentare presentata dalle opposizioni alla Camera, «per chiedere quali iniziative il governo intenda assumere a tutela della libertà di stampa». Di fronte a esposti e querele temerarie — un abuso per cui l’Italia è già nota — la società civile leva gli scudi e, insieme a una parte dello spettro politico, prova a tutelare chi ha rifiutato le narrazioni di comodo, documentando il genocidio a Gaza e le violazioni dei diritti umani compiute da Israele.
Mercoledì scorso, nella sala stampa della Camera dei Deputati, è stata presentata l’interrogazione che le parlamentari Elisabetta Piccolotti (AVS), Laura Boldrini (PD) e Stefania Ascari (M5S) hanno rivolto al governo. Accogliendo l’appello della Rete #NoBavaglio, Articolo 21 e altri collettivi giornalistici, è stato chiesto al governo quali iniziative intenda assumere a tutela della libertà di stampa. Come infatti denunciato dai promotori, negli ultimi mesi sono fioccati gli esposti agli Ordini regionali dei giornalisti, rivolti ai lavoratori impegnati nel racconto critico del genocidio a Gaza, scevro delle veline israeliane che invece hanno inondato la stampa mainstream.
L’esposto implica l’apertura di un procedimento disciplinare volto ad accertare eventuali comportamenti scorretti. Secondo le associazioni impegnate nella tutela della libertà di stampa, si tratta di procedimenti che frutteranno solo intimidazioni nei confronti dell’informazione indipendente. Da qui l’aggettivo temerario, per indicare la presentazione in malafede. Questi esposti — dice la deputata Piccolotti — riguardano «articoli e prese di posizione sulla guerra e sul genocidio a Gaza, segno di un forte tentativo di limitare la libertà di espressione e di informazione sul conflitto israelo-palestinese». Le fa eco Boldrini, ricordando l’elevatonumero di giornalisti uccisi a Gaza e il divieto, da parte del governo Netanyahu, di farvi accedere operatori internazionali.
Presente alla conferenza stampa anche la senatrice Stefania Ascari, che ha citato i diversi disegni di legge fermi in commissione, tra cui una proposta sulle querele temerarie «che prevede sanzioni economiche per chi promuove azioni infondate», sulla scorta della direttiva approvata dal Parlamento europeo. Si tratta di un tema estremamente attuale, che ogni anno colpisce in Italia soprattutto attivisti e giornalisti. In Europa, il nostro Paese è maglia nera per azioni legale infondate, presentate in malafede o con colpa grave, al solo scopo di intimidire o bloccare (SLAPP – Strategic Lawsuit Against Public Participation) il soggetto querelato. Tali azioni giudiziarie si concludono spesso con un’archiviazione, comportando comunque spese e traducendosi in una condizione di precarietà. La stessa che ha ad esempio vissuto per due anni Miriam Falco, attivista di Ultima generazione colpita da una querela di Coldiretti archiviata di recente.
Una nuova ondata di missili iraniani dotati di testate a grappolo ha causato ingenti danni nel centro di Israele, colpendo una decina di siti. Si contano almeno 6 feriti lievi. Lo riporta il Times of Israel riprendendo le autorità locali. Bombardate anche Tel Aviv e Petah Tikva. Nella capitale israeliana due submunizioni sono cadute nei pressi del quartier generale delle Forze di Difesa Israeliane (IDF).
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