Un’esplosione ha colpito un imambargah, luogo di culto musulmano sciita, a Islamabad, causando almeno 31 morti e un centinaio di feriti. Lo ha reso noto l’amministrazione distrettuale della capitale pakistana. L’attacco è avvenuto durante la preghiera del venerdì presso il Qasr-e-Khadijatul Kubra, nella zona di Terlai, alla periferia della città. Secondo testimoni si sarebbe trattato di un attentato suicida, ipotesi poi confermata da polizia e autorità locali. I soccorsi sono intervenuti immediatamente e negli ospedali principali è stato dichiarato lo stato di emergenza.
Il governo ci riprova: approvato il nuovo decreto per il Ponte sullo Stretto
Il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera a un nuovo provvedimento sul Ponte sullo Stretto di Messina. Si tratta di un decreto approvato in risposta ai rilievi avanzati dalla Corte dei Conti, con l’obiettivo di sbloccare l’iter per l’opera. Del tutto evidente il dietrofront di Matteo Salvini: scongiurata la creazione di un “super-commissario” per la gestione del progetto inizialmente ipotizzata, il Ministero delle Infrastrutture è chiamato a predisporre adempimenti tecnici e procedurali (dall’aggiornamento del piano economico-finanziario all’acquisizione di pareri specialistici) e a confrontarsi con la Commissione Europea. Finalità primaria del provvedimento è di ottenere l’ok senza riaprire quei contrasti istituzionali che fino a oggi hanno frenato il dossier.
Il testo, arrivato sul tavolo del Consiglio dei Ministri in seguito a una riunione tecnica finalizzata a superare le osservazioni dei giudici contabili, è intitolato “Disposizioni urgenti in materia di commissari straordinari, regolazione e concessioni”. Secondo quanto si legge, il dicastero guidato da Salvini sottoporrà al controllo di legittimità della Corte l’Accordo di programma e, in raccordo con le amministrazioni competenti, effettuerà «gli adempimenti istruttori propedeutici all’adozione di una nuova delibera del Cipess». Tra le altre cose, viene previsto l’aggiornamento del piano economico-finanziario della società concessionaria, l’acquisizione del parere dell’Autorità di regolazione dei trasporti sulle tariffe di pedaggio e la richiesta di parere al Consiglio superiore dei lavori pubblici sui profili tecnici più complessi.
Sul fronte ambientale, il ministero si impegna al completamento degli adempimenti richiesti dalla Direttiva Habitat 92/43/CE attraverso una ricognizione delle valutazioni ambientali curata dal Ministero dell’Ambiente e un provvedimento del Mit sulle conseguenze dell’opera sulla salute e la sicurezza pubblica. Si produrrà inoltre la dovuta documentazione per un dialogo «strutturato» con la Commissione europea, al fine di dimostrate la compatibilità del progetto con la normativa comunitaria. Nel decreto viene poi nominato l’amministratore delegato di Rete Ferroviaria Italiana quale commissario straordinario per le opere ferroviarie a terra di accesso al Ponte, con l’obiettivo che vengano realizzate in tempi rapidi e parallelamente all’opera principale.
Il dato politico più interessante concerne sicuramente il fatto che il testo approvato in CDM sia stato nettamente “sgonfiato” rispetto a indiscrezioni circolate negli scorsi giorni, in cui si faceva riferimento a un commissario straordinario per l’opera – nello specifico si era fatto il nome di Pietro Ciucci, ad della società Stretto di Messina – o a limitazioni dei poteri ispettivi da parte della Corte dei Conti. «Non c’è mai stata nessuna norma che limitava i poteri di controllo della Corte dei Conti, anche perché sarebbe illegale, illegittima, impossibile», ha affermato il ministro e leader leghista Matteo Salvini, aggiungendo che si farà carico al ministero «di tutti i procedimenti per ottemperare alle richieste della Corte dei Conti, per andare a Bruxelles a parlare con la Commissione e per avviare finalmente i cantieri».
A fine ottobre, la Corte dei Conti aveva bocciato il progetto del Ponte sullo Stretto, respingendo la delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile (Cipess) che impegna 13,5 miliardi di euro per la costruzione dell’opera, con motivazioni collegate a documentazione carente, calcoli poco chiari, e mancato rispetto delle norme ambientali. A metà novembre, la Sezione centrale di controllo di legittimità della Corte dei Conti ha inferto un secondo colpo al progetto, non concedendo il visto di legittimità al terzo atto aggiuntivo della convenzione tra il Ministero delle Infrastrutture e la società concessionaria Stretto di Messina Spa, ampliando la crisi amministrativa aperta dal precedente rifiuto e bloccando, di fatto, la definizione degli impegni amministrativi e finanziari necessari per la progettazione e realizzazione dell’opera.
Stellantis ha corso troppo sull’elettrico: 22 miliardi di oneri
Stellantis ha annunciato oneri per circa 22,2 miliardi di euro nel 2025, legati al riposizionamento strategico verso l’elettrico e alla cancellazione di modelli e programmi privi di adeguate prospettive di redditività. La perdita netta comporterà lo stop alla distribuzione dei dividendi. La nuova strategia, che sarà illustrata nel piano di maggio, punta su una gamma più ampia di veicoli elettrici, ibridi e termici avanzati, oltre a una profonda riorganizzazione produttiva. I risultati preliminari del secondo semestre 2025 mostrano segnali di ripresa, con ricavi, flussi di cassa e volumi in crescita, soprattutto in Nord America.
Mosca attentato a un alto ufficiale russo: è ricoverato in ospedale
Approvato l’ennesimo “Decreto sicurezza”: scudo per la polizia e fermo preventivo ai cortei
Dopo una settimana intensa di discussioni, sono due i pacchetti sicurezza approvati dal Consiglio dei Ministri. Il primo, un disegno di legge contenente 29 distinte misure; il secondo, un decreto legge presentato in conferenza stampa dai ministri Nordio e Piantedosi. La riforma, ha spiegato Piantedosi, prevede l’introduzione del tanto discusso fermo preventivo, con la possibilità di trattenere – in vista di manifestazioni – per un massimo di 12 ore e prima della convalida del magistrato, una persona con precedenti specifici. Nordio si è invece soffermato sul cosiddetto “scudo penale”, che consiste nell’introduzione di un «modello» distinto dal registro degli indagati in cui i pm possono decidere di inserire gli agenti accusati di avere commesso un reato per motivi di «giustificazione»; come anticipato, tale misura interesserà anche i cittadini comuni, come forma di ampliamento della legittima difesa.
Delle due misure annunciate dopo il CdM di ieri, 5 febbraio, la più attesa era certamente il decreto; per via della sua natura di carattere “emergenziale”, potrà essere approvato in tempi più ristretti per poi essere convertito in legge successivamente, analogamente a quanto fatto con l’ultimo decreto sicurezza – sebbene fosse inizialmente concepito sotto forma di ddl. Le misure introdotte dal decreto sono 33, descritte brevemente da Piantedosi in conferenza stampa e da un comunicato del governo. La prima era già stata anticipata nei giorni scorsi: il governo vuole introdurre una stretta sul porto di coltelli e armi atte ad offendere, allungandone la lista e inasprendo le sanzioni relative, «che passano da natura contravvenzionale a delitto punito con la reclusione fino a tre anni». Nel caso in cui la persona interessata fosse un minore – a cui viene applicato il divieto di vendita, i genitori sarebbero puniti con una sanzione dai 200 ai 1.000 euro. «Il tema dei coltelli viene visto anche come una delle motivazioni per le quali si può prevedere – riguardo lo straniero – l’arresto facoltativo in flagranza e, in tal caso, il divieto di ingresso sul territorio nazionale o l’espulsione», ha poi specificato Piantedosi.
Il decreto legge introduce poi la procedibilità d’ufficio per il reato di furto con destrezza; crea il reato di rapina nei confronti di istituti di credito o portavalori; rafforza e stabilizza gli strumenti delle cosiddette “zone rosse” e del daspo urbano; introduce la possibilità di confisca di auto nel caso in cui queste siano state utilizzate nell’ambito di reati relativi agli stupefacenti; propone il reato di fuga per «il soggetto che non si ferma all’alt degli organi di polizia», in un richiamo al caso di Ramy Elgaml; prevede la possibilità per il giudice di vietare la partecipazione ad assembramenti e riunioni pubbliche a persone condannate – anche in primo grado – per reati gravi; introduce l’aggravante particolare nel caso di violenza contro gli insegnanti.
Le misure più discusse, tuttavia, erano due: fermo preventivo e scudo penale. Riguardo alla prima, il decreto dispone che «gli ufficiali е gli agenti di polizia possono accompagnare nei propri uffici persone rispetto alle quali, in relazione a specifiche e concrete circostanze di tempo e di luogo e sulla base di elementi di fatto, о dalla rilevanza di precedenti penali o di segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza sulle persone o sulle cose in occasione di pubbliche manifestazioni nel corso degli ultimi cinque anni, sussista un fondato motivo di ritenere che pongano in essere condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione, e trattenerle per il tempo strettamente necessario ai fini del compimento dei conseguenti accertamenti di polizia е comunque non oltre le 12 ore». Insomma: in occasione di una manifestazione, le persone che costituiscono un potenziale pericolo – perché già ree di illeciti durante i cortei o segnalate alle forze dell’ordine – possono essere prelevate e trattenute nelle stazioni di polizia per 12 ore. La misura, ha spiegato Piantedosi, «ribalta» l’autorizzazione da parte del giudice: le forze dell’ordine possono limitarsi ad avvisare i magistrati del fermo, e questi ultimi potranno concedere l’autorizzazione – o revocare la misura – a trattenimento già avvenuto.
Per quanto riguarda il cosiddetto scudo penale, invece, il ministro Nordio – dopo avere contestato l’utilizzo di tale espressione – ha spiegato che la misura prevista viene estesa a tutti i cittadini e che intende far sì che le persone coinvolte non vengano iscritte nel registro degli indagati e messe davanti l’opinione pubblica pur garantendo loro la possibilità di partecipare alle indagini. Le novità riguardano «l’uso legittimo delle armi o altre cause di giustificazione» quali la legittima difesa, l’adempimento di un dovere, o lo stato di necessità: «Qualora appaia evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una di queste cause, il pubblico ministero non iscrive il soggetto nel registro delle notizie di reato, ma effettua un’annotazione preliminare in un modello separato». Viene, dunque, creato un registro diverso, precedente al cosiddetto registro degli indagati, in cui il pm può iscrivere le persone che hanno commesso un reato per cause di giustificazione. «Il pm ha 120 giorni per svolgere gli accertamenti necessari (più 30 giorni per l’eventuale richiesta di archiviazione) e l’iscrizione nel registro degli indagati scatta obbligatoriamente solo se si deve procedere a un incidente probatorio». Per quanto la misura coinvolga tutti, alle forze dell’ordine è garantita la tutela legale, con l’anticipazione delle spese di difesa.
India, 16 morti per esplosione in miniera
Almeno 16 persone sono morte in una esplosione di una miniera illegale di carbone nello Stato indiano di Meghalaya, situato nell’area nordorientale del Paese. Secondo le autorità altre persone potrebbero essere rimaste intrappolate nella miniera. Le operazioni di soccorso non sono ancora terminate, ma sono state momentaneamente interrotte a causa della mancanza di attrezzatura. La miniera è una cosiddetta miniera a tunnel di topi, definita così per i suoi tunnel particolarmente stretti; esse erano ampiamente utilizzate negli Stati nordorientali dell’India, ma sono state vietate nel 2014, a causa dell’elevato numero di vittime per cause ambientali.
La Patagonia brucia ancora: in fumo 60mila ettari di foresta
È passato oltre un mese dall’inizio degli incendi nella Patagonia argentina, ma le fiamme continuano a divorare il Paese. A ora si stima che circa 60mila ettari di terreno siano stati inghiottiti dagli incendi, che si stanno concentrando nelle province di Chubut, Río Negro, Neuquén e La Pampa. Tra le aree più colpite, quella del parco nazionale di Los Alerces, patrimonio dell’umanità dell’UNESCO che ospita alberi millenari. Le fiamme stanno venendo alimentate dalle forti raffiche di vento, sotto la spinta delle temperature elevate. Per contenere i danni, sono stati schierati centinaia di vigili del fuoco e all’inizio di gennaio sono state effettuate evacuazioni di massa dalle aree maggiormente colpite. Il governo ha stanziato 100 milioni di pesos per finanziare le operazioni dei pompieri, ma le associazioni di categoria lamentano l’assenza di reali misure straordinarie, sostenendo che tale cifra sarebbe piuttosto uno stanziamento ordinario imposto dalla legge.
È difficile quantificare i danni degli incendi che – da ormai lo scorso dicembre – stanno devastando la Patagonia. In questo momento sono attivi roghi in diverse aree del Paese, tra cui in quattro diversi parchi nazionali, come quelli di Lago Puelo, Nahuel Huapi e Lanín. Il più colpito tuttavia è il parco patrimonio UNESCO di Los Alerces, nella provincia meridionale del Chubut, dove dimorano alberi di oltre 2.600 anni: qui, secondo i media locali, sarebbero bruciati almeno 15mila ettari di foresta, e sarebbero stati dispiegati 247 membri dell’Agenzia Federale per le Emergenze. Proprio la provincia del Chubut è quella maggiormente interessata dagli incendi, che stanno minacciando strade, abitazioni e luoghi di lavoro; le stesse operazioni antincendio, riportano i media, stanno riscontrando diverse difficoltà: in diverse occasioni i pompieri sarebbero stati costretti a procedere a piedi, aprendosi la strada tra terreni impervi e sentieri angusti con motoseghe e utensili manuali. Certe aree sarebbero risultate inaccessibili a causa dell’eccessiva pericolosità. In generale, le condizioni meteorologiche stanno contribuendo alla propagazione delle fiamme, tra temperature elevate, forti venti e bassa umidità relativa.
Le fiamme non stanno risparmiando neanche le città della provincia del Chubut; tra i centri urbani più coinvolti figura El Hoyo, dove – riportano i media – sono stati evacuati cittadini e residenti, e sono state distrutte 70 case. Colpite anche Puerto Patriada ed Epuyén, dove a inizio gennaio sono stati evacuati circa 3.000 turisti. Le fiamme sono giunte anche nelle province di Río Negro, Neuquén e Santa Cruz, dove il governo ha annunciato lo stato di emergenza. La misura stanzia oltre 100 milioni di euro e dovrebbe accelerare l’assegnazione di risorse, l’assistenza e il coordinamento intergiuridico. Eppure, i vigili del fuoco la pensano diversamente: «Questi fondi non costituiscono un contributo straordinario o un aiuto aggiuntivo per gli incendi boschivi che hanno colpito la Patagonia, ma corrispondono al rispetto della legge», ha dichiarato ai giornali la Federazione dei Vigili del Fuoco Volontari di Chubut. Secondo la Federazione, tale cifra farebbe parte di fondi ordinari già previsti dalla legge, e non di misure emergenziali. In generale, l’amministrazione Milei sta venendo duramente contestata per i tagli alla spesa pubblica condotta negli anni di governo, che – secondo i critici – avrebbero ridotto le risorse per gestire le emergenze.
È morto Corrado Carnevale, il giudice “ammazzasentenze” che scarcerava i mafiosi
Si è spento all’età di 95 anni Corrado Carnevale, una delle figure più discusse e controverse della storia giudiziaria italiana. Ex primo presidente della Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, è passato alla cronaca con l’appellativo di “giudice ammazzasentenze” per il sistematico annullamento di provvedimenti a carico di mafiosi che segnò la sua carriera negli anni Ottanta e Novanta. Finito alla sbarra con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, Carnevale – di cui furono accertati i legami con i mafiosi – fu condannato in appello e poi assolto in Cassazione. La sua parabola, tra i presunti favori a Cosa nostra e una successiva riabilitazione politico-mediatica, resta un capitolo assai oscuro nella lotta alla mafia.
Il “metodo” Carnevale
L’attività più controversa di Carnevale, deceduto ieri a Roma, si concentrò nel periodo in cui, dalla metà degli anni Ottanta fino al 1993, presiedette la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, competente in via esclusiva per i reati di mafia e terrorismo. In quegli anni, il suo operato divenne sinonimo di un garantismo estremo e formale, che portò alla ripetuta invalidazione di sentenze per vizi procedurali. Si è calcolato che le sue pronunce abbiano portato allo svuotamento di circa cinquecento provvedimenti. Il caso esplose a livello nazionale nei primi mesi del ’91, quando la sezione da lui presieduta ordinò la scarcerazione di Michele “il Papa” Greco e di altri quarantadue importanti boss mafiosi, motivando la decisione con la “decorrenza dei termini”. Di fronte a questa ennesima e plateale decisione, Giovanni Falcone, allora direttore generale degli Affari Penali al Ministero della Giustizia, dispose un monitoraggio totale dell’attività di quella sezione. Falcone aveva già individuato pericolose anomalie, avendo accertato rapporti poco chiari tra Carnevale e alcuni avvocati di personaggi di Cosa Nostra, in particolare l’avvocato Giovanni Aricò.
La posta in gioco era altissima, poiché quella stessa sezione sarebbe stata chiamata a giudicare in ultima istanza il Maxiprocesso di Palermo istruito dal pool antimafia. Falcone fece quindi analizzare circa 12.500 sentenze emesse dal collegio di Carnevale. I risultati furono sconvolgenti e spinsero lo stesso Falcone a una drammatica affermazione: «Di queste questioni si può morire». Dall’analisi emerse che i legali dei boss ricorrenti erano sempre gli stessi: Aricò, Angelucci, Gaito. Inoltre, come ricordato dal Procuratore Gian Carlo Caselli, che avrebbe poi mandato a processo Carnevale, si scoprì che quest’ultimo «aveva creato, all’interno della sua sezione, un gruppo di consiglieri “fedeli”, accomunati dall’adesione a un orientamento giurisprudenziale radicale, sedicente quanto astrattamente garantista, assumendo quindi una posizione egemonica che gli consentiva di determinare l’esito delle decisioni».
Per scongiurare il rischio che il Maxiprocesso venisse smontato, si intervenne presso il presidente della Corte di Cassazione, Antonio Brancaccio, chiedendo l’introduzione di un sistema di rotazione che sottraesse a Carnevale il monopolio sui processi di mafia. Brancaccio, che in una conversazione intercettata verrà definito «delinquente» da Carnevale, accolse la richiesta nel maggio 1991. Così, a presiedere il collegio per il Maxiprocesso non fu Carnevale, ma il giudice Arnaldo Valente, che il 30 gennaio 1992 confermò in via definitiva le condanne all’ergastolo per i boss, decretando il trionfo dell’impianto accusatorio di Falcone e Borsellino. La reazione di Cosa nostra non si fece attendere e fu sanguinosa. Si aprì la stagione delle stragi, iniziata il 12 marzo 1992 con l’uccisione a Palermo dell’andreottiano Salvo Lima, considerato il referente politico principale di Cosa nostra. Il nome di Lima si intrecciava anche con quello di Carnevale: diversi collaboratori di giustizia indicarono il magistrato come il “garante” di Cosa nostra a Roma, anello di congiunzione tra Lima e Giulio Andreotti e primo responsabile dell’“aggiustamento” dei processi mafiosi tra il 1987 e il 1992.
Il processo
Proprio il 29 marzo del 1993, il procuratore Gian Carlo Caselli e il pm Antonio Ingroia inviarono a Carnevale una comunicazione di garanzia per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Le indagini si concentrarono su alcuni processi da lui presieduti, finiti con assoluzioni, e portarono a intercettazioni telefoniche e all’ascolto di magistrati del suo stesso collegio. Questi ultimi raccontarono delle pressioni subite da Carnevale per annullare sentenze di mafia, anche in procedimenti non da lui diretti. L’8 giugno 2000, Carnevale fu assolto in primo grado “perché il fatto non sussiste”. La Procura di Palermo fece appello e il 29 giugno 2001 la Corte d’Appello lo condannò a sei anni, ritenendo provato il reato. Le motivazioni sottolinearono che erano «incontestabili due fondamentali canali attraverso i quali si sarebbe verificato il contatto tra la mafia e Carnevale»: il primo riguardava «esponenti andreottiani, riconducibili a Cosa nostra, e lo stesso Andreotti», il secondo «alcuni selezionati avvocati legati all’imputato da rapporti preferenziali e che da Cosa nostra venivano, con la consapevolezza del presidente, impiegati come intermediari».
Il colpo di scena finale arrivò il 30 ottobre 2002, quando la Cassazione assolse l’ex presidente di sezione annullando la condanna d’appello. I giudici introdussero un nuovo principio, dichiarando inutilizzabili le testimonianze dei magistrati sulle pressioni subite in camera di consiglio, perché coperte da segreto. La condanna fu così annullata. Poi, nel 2003, una norma inserita in una legge finanziaria voluta dal governo Berlusconi consentì il reintegro in carriera ai pubblici dipendenti assolti. Carnevale, già in pensione dal 2001, poté così tornare in magistratura. Il 21 giugno 2007 rientrò in Cassazione, ma nella sezione civile, così i procedimenti disciplinari a suo carico furono archiviati. Andò in pensione il 9 dicembre 2013, a 83 anni.
È bene ricordare come le intercettazioni che lo riguardano restituiscano un ritratto spietato del personaggio. In una conversazione, Carnevale definì Falcone e Borsellino «due incapaci con livello di professionalità pari allo zero». All’avvocato Aricò disse che Falcone era un «cretino». E sempre riguardo a Falcone, assassinato dalla mafia, ebbe a dichiarare: «Io i morti li rispetto, ma certi morti no», insinuando perfino che il magistrato avesse strumentalmente fatto assegnare la moglie, il giudice Francesca Morvillo, alla Corte d’Appello di Palermo per confermare le sue sentenze. Parole inequivocabili che, al di là del dato squisitamente penale, gettano ulteriori ombre su una figura divenuta parte integrante della recente storia del Paese.









