giovedì 5 Febbraio 2026
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Portogallo, tempesta Leonardo causa inondazioni diffuse: un morto

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La tempesta Leonardo ha colpito duramente il Portogallo, causando inondazioni diffuse ed evacuazioni dopo settimane di piogge intense sulla Penisola Iberica. Ad Alcácer do Sal il fiume Sado ha rotto gli argini, isolando parte della città: i soccorsi sono intervenuti con le barche, mentre negozi e strade principali sono finiti sott’acqua. La protezione civile ha segnalato migliaia di interventi per abitazioni allagate e alberi caduti, con centinaia di evacuati e il supporto dei militari. Un uomo di circa 70 anni ha perso la vita nel distretto di Beja, nel comune di Serpa dopo che la sua auto è stata travolta dalle acque.

Da oggi non è più in vigore il Trattato sul disarmo nucleare tra USA e Russia

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È stato firmato nel 2010, prorogato in extremis nel 2021 e scadrà oggi, 5 febbraio 2026: si tratta del Trattato per il contenimento degli armamenti strategici New START, ultima carta siglata tra Washington e Mosca sulla proliferazione di armi nucleari. Il trattato impone limiti vincolanti al numero di testate nucleari dispiegate dalle due superpotenze. Sul tavolo resta ancora la proposta russa di estendere il trattato di un ulteriore anno, ma gli USA continuano a proporre la stesura di un accordo nuovo. Il portavoce del Cremlino aveva già ricordato che scrivere una carta da zero è «un processo lungo e complesso», sostenendo che «dopo la scadenza del New START, emergerà una lacuna nel quadro giuridico per la stabilità strategica».

Il trattato, siglato dai presidenti Barack Obama e Dmitry Medvedev, prevedeva per entrambe le parti un massimo di 700 missili balistici per parte, 1550 testate nucleari e 800 lanciatori, schierati e non, per questi vettori. Il trattato prevedeva inoltre ispezioni in loco e scambio di notifiche sui movimenti delle forze atomiche. Esso rappresenta l’ultimo di una serie di accordi START (Strategic Arms Reduction Treaty), il primo dei quali fu siglato il 31 luglio 1991 a Mosca dai presidenti George H. W. Bush e Mikhail Gorbachev, a pochi mesi dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica. Nel febbraio 2023, a un anno dallo scoppio della guerra in Ucraina, la Russia decise di sospendere la propria partecipazione al New START e, successivamente, Washington si rifiutò di negoziare un trattato nuovo – in particolare che non comprendesse la Cina. Nel settembre 2025, Putin si è detto favorevole a continuare a sottostare ai limiti quantitativi del trattato per un anno dopo la scadenza, ma solo a condizione che gli USA facciano lo stesso. Tuttavia, fino ad ora, Washington non ha intrapreso alcuna azione concreta per rispondere alle proposte russe.

Di fatto, secondo quanto riporta Reuters, una nuova proroga del trattato non è possibile, in quanto ne è stata già fatta una nel 2021 dall’allora presidente Biden, che accettò di allungarlo per cinque anni. In merito all’attuale scadenza, all’inizio di gennaio il presidente statunitense non si è mostrato molto preoccupato: «se scade, scade» ha dichiarato al New York Times, «ne faremo semplicemente uno migliore». Come sottolineano gli scienziati sulla rivista Bulletin of Atomic Scientists, inoltre, il trattato presentava alcune criticità: ad esempio, non limitava la quantità di armi nucleari non strategiche nè i nuovi sistemi d’arma strategici. A partire da maggio 2023, inoltre, gli USA non hanno più reso pubblico alcun dato aggregato. Barack Obama ha commentato come lasciar cadere il trattato «cancellerebbe inutilmente decenni di diplomazia e potrebbe innescare un’altra corsa agli armamenti che renderebbe il mondo meno sicuro».

Intanto, la società civile prova a intraprendere iniziative affinchè il vuoto normativo venga colmato. La rete pacifista Peace Link invita i cittadini a mobilitarsi, inviando al ministro degli Esteri del proprio Paese una lettera al fine di esercitare pressione sui governi per richiedere il rinnovo del documento. «Il New START rappresenta attualmente l’ultimo accordo esistente che limita le dimensioni degli arsenali nucleari degli Stati Uniti e della Russia. Lasciarlo scadere costituirebbe una grave battuta d’arresto nel controllo internazionale degli armamenti e renderebbe ancora più instabile una situazione globale già estremamente fragile», riporta il testo.

Assolti gli attivisti di Palestine Action: cade l’accusa dopo l’azione contro Elbit

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palestine action

Ci sono volute 36 ore di deliberazione perché la giuria del Woolwich Crown Court di Londra dichiarasse non colpevoli i sei attivisti britannici di Palestine Action accusati di furto aggravato e altri reati in relazione a un’irruzione nella fabbrica di Elbit Systems nel sud-ovest dell’Inghilterra. Ma alla fine Leona Kamio, Samuel Corner, Fatema Rajwani, Zoe Rogers, Jordan Devlin e Charlotte Head sono stati scagionati dalle accuse più gravi.
La vicenda risale al 6 agosto 2024, quando il gruppo di attivisti pro-Palestina guidò un’azione diretta contro lo stabilimento britannico nei pressi di Bris...

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Pakistan, scontri nel sudovest: centinaia di morti

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Le forze di sicurezza pakistane hanno lanciato un diffuso attacco nell’area del Belucistan, situata nell’area sudoccidentale del Paese. L’offensiva segue una ondata di attacchi lanciata lo scorso sabato dall’Esercito di Liberazione del Belucistan, gruppo separatista ribelle attivo nella medesima provincia. Da quel giorno, gli scontri tra le parti si sono intensificati, e hanno portato a oltre 250 morti, di cui 197 miliziani e 50 civili e membri del personale di sicurezza. Oggi l’esercito ha impiegato droni ed elicotteri nella città di Quetta.

Gaza: la farsa della riapertura del valico di Rafah da parte di Israele

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Sono passati quasi due anni da quel maggio del 2024 in cui Israele ha preso il pieno controllo del valico di Rafah, il confine che separa la Striscia di Gaza e l’Egitto. Lunedì 2 febbraio è stato ufficialmente riaperto. Il riavvio delle operazioni, tuttavia, non risponde alle richieste che ONG e organizzazioni internazionali hanno avanzato a Israele per mesi: il transito consentito è solo quello pedonale, e riguarda unicamente i palestinesi che desiderano rientrare in patria e quelli che devono uscire per necessità mediche. Nel primo giorno di operazioni il traffico ha interessato solo qualche decina di persone, cinque per motivi sanitari; niente aiuti, niente giornalisti, entrate e uscite col contagocce, sotto la rigida supervisione dell’esercito israeliano. Esercito che oggi, come negli scorsi giorni, ha continuato silentemente le proprie operazioni nella Striscia, colpendo diverse località dell’exclave palestinese e uccidendo oltre 20 persone.

La riapertura del valico di Rafah è stata annunciata lo scorso 30 gennaio dal Cogat, l’ente israeliano che si occupa di gestire le attività civili nella Palestina occupata. Domenica 1° febbraio si è svolto un «progetto pilota» per testare e valutare il funzionamento dell’attraversamento, e il giorno dopo è stato ufficialmente riaperto. La prima giornata di apertura, tuttavia, è proceduta a rilento: da quanto comunicavano le autorità egiziane, 50 palestinesi avrebbero dovuto attraversare il valico sia in entrata che in uscita; l’emittente qatariota Al Jazeera, scrive che nella giornata di lunedì sarebbe entrato un autobus con a bordo 12 persone, il primo ad attraversare il confine dopo 18 mesi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha invece comunicato di avere «supportato l’evacuazione medica di 5 pazienti e 7 accompagnatori in Egitto», in quella che risulta la prima missione a passare da Rafah da marzo 2025.

«L’uscita e l’ingresso nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah saranno consentiti in coordinamento con l’Egitto, previa autorizzazione di sicurezza da parte di Israele e sotto la supervisione della missione dell’Unione Europea, in modo simile al meccanismo implementato nel gennaio 2025», spiega il Cogat. «Il rientro dei residenti dall’Egitto nella Striscia di Gaza sarà consentito, in coordinamento con l’Egitto, solo per i residenti che hanno lasciato Gaza durante la guerra e solo previa autorizzazione di sicurezza da parte di Israele», continua. Insomma: la missione europea EUBAM sottoporràprevia autorizzazione di Israele – alle autorità egiziane una lista con i nomi delle persone che intendono lasciare la Striscia e con la loro destinazione; viceversa, le autorità egiziane presenteranno un elenco di coloro che vogliono entrare. Le operazioni di controllo in entrata e in uscita includono identificazioni e screening dei palestinesi che intendono superare il confine, nonché un secondo processo di controllo «presso un corridoio designato, gestito dalle strutture di difesa in un’area sotto il controllo delle IDF», che hanno istituito un posto di blocco denominato “Regavim”.

La tanto attesa riapertura del valico di Rafah, insomma, è solo parziale; il flusso di persone ha finora interessato solo qualche decine di palestinese sotto condizioni imposte dalla stessa Israele, mentre aiuti e giornalisti non possono ancora entrare liberamente. Secondo fonti diplomatiche citate dall’agenzia di stampa Reuters, inoltre, Israele intende concedere più uscite che entrate, presumibilmente nell’ottica di una iniziale realizzazione del piano di deportazione avanzato da Trump lo scorso anno. La ripresa delle attività a Rafah arriva infatti dopo l’inizio della cosiddetta “Fase 2” dell’accordo di cessate il fuoco siglato lo scorso ottobre, che prevede il passaggio dell’amministrazione della Striscia nelle mani di un gruppo di tecnocrati palestinesi, supervisionati dal Board of Peace, la nuova istituzione internazionale di Trump volta a smantellare l’ONU. Né la Fase 2, né la riapertura del confine, inoltre, hanno fermato gli attacchi israeliani, che sebbene con minore intensità non si sono mai realmente arrestati. Oggi stesso le IDF hanno lanciato diffusi attacchi in tutta la Striscia, uccidendo almeno 23 persone. Tra gli uccisi, riporta lo stesso esercito, ci sarebbe anche Bilal Abu Assi, un comandante del braccio armato di Hamas; il gruppo palestinese non ha ancora confermato la sua morte.

Il motivo per cui non abbiamo (ancora) pubblicato quasi niente sugli Epstein Files

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Negli ultimi giorni, il nome di Jeffrey Epstein è tornato a occupare titoli, aperture di telegiornali, breaking news e commenti “a caldo”. Molte testate hanno ingaggiato una corsa contro il tempo per commentare documenti appena desecretati dal Dipartimento di Stato americano, isolando nomi, mail, allusioni e pettegolezzi. “Le 12 accuse di stupro a Donald Trump negli Epstein Files”, “Musk e quelle email a Epstein che lo smentiscono: «Quando ci sarà la festa più scatenata?»”, “Bill Gates e le malattie veneree con le escort russe”, “Caso Epstein: mail shock da Sarah Ferguson, ex moglie di Andrea”. Titoli eloquenti, costruiti per catturare attenzione e traffico. L’Indipendente, in controtendenza, ha scelto di pubblicare finora un solo articolo, dedicato al crollo definitivo del mito di Bill Gates, coinvolto nel caso Epstein, come filantropo globale. Non per disinteresse, né per eccesso di cautela, ma per metodo. Davanti a oltre tre milioni di file, fingere di aver già compreso tutto sarebbe intellettualmente scorretto, una forma di gossip giudiziario spacciato per informazione. Preferiamo, invece, fermarci, leggere, analizzare, verificare. In altre parole: fare giornalismo.

Come già avevamo spiegato in un editoriale pubblicato nel 2023, L’Indipendente su alcuni temi pratica consapevolmente un modello di “giornalismo lento” (slow journalism come viene definito in gergo con il solito inglesismo). Non perché sia una posa, ma perché è l’unico antidoto possibile alla bulimia informativa e alla pressione costante a pubblicare subito, anche quando non si è ancora capito nulla. È anche un metodo di autodifesa: contro le indiscrezioni, contro la tentazione del rilancio acritico, contro il rischio – tutt’altro che remoto – di amplificare e diffondere bufale. Pubblicare in ritardo non significa “bucare” una notizia: in molti casi significa pubblicarla meglio. Vuol dire sottrarsi alla dittatura dell’“eterno presente” delle breaking news, che consumano i fatti prima di spiegarli e riducono l’informazione a un flusso istantaneo e subito dimenticabile.

Chi oggi racconta con sicurezza cosa “c’è” negli Epstein Files omette un dettaglio fondamentale: nessuna redazione internazionale ha avuto il tempo materiale di leggere e scandagliare tre milioni di documenti. Si procede per estratti, anticipazioni, file selezionati, spesso decontestualizzati. Il risultato è una narrazione frammentaria, che privilegia il nome noto e l’aneddoto piccante. Trump, Musk, il principe Andrea, Bill Gates diventano calamite mediatiche, mentre il contesto scompare. Così, le stesse testate che ieri liquidavano come paranoia gli accostamenti di Epstein al Mossad ora, riprendendo il Daily Mail, sbattono in prima pagina una fantomatica strategia chiamata «kompromat», utilizzata dal finanziere pedofilo – diventato per taluni il «gestore patrimoniale di Vladimir Putin» –  che avrebbe agito per conto dei servizi segreti russi, procurando donne a numerosi personaggi influenti, per poi ricattarli. Inseguire il sensazionalismo rischia di ridurre un’inchiesta potenzialmente enorme – che non si limita né a crimini sessuali né tantomeno al pettegolezzo – a una lista di indiscrezioni, buone per alimentare il ciclo mediatico, ma inutili per comprendere i meccanismi che il caso Epstein chiama in causa. E che passa per la geopolitica, l’intelligence, un sistema articolato di ricatti e leve di potere.

Il nostro obiettivo non è rincorrere il particolare che rimbalza sui social o l’ennesima “rivelazione shock”, ma capire cosa c’è davvero di rilevante in quei documenti: connessioni, omissioni, responsabilità sistemiche, silenzi istituzionali. Per questo stiamo lavorando sui documenti senza fretta e senza clamore, con l’intenzione di restituire ai lettori ciò che conta davvero. Tutto il resto è rumore, destinato a sparire all’orizzonte con il prossimo scandalo.

C’è poi una contraddizione che merita di essere evidenziata. Per anni, gran parte dei media mainstream ha derubricato il caso Epstein a “teorie del complotto”, facendo passare l’idea, cavalcata prima dai DEM e poi dallo stesso Trump, che il sistema Epstein fosse una “truffa” o una “bufala”, assimilabile a un club di pervertiti. Oggi, gli stessi media che ieri urlavano al cospirazionismo banchettano sui dettagli più piccanti, come se il problema fosse il nome famoso finito nei titoli e non il sistema che lo ha reso intoccabile per decenni e che, presumibilmente, è stato creato e nutrito da una o più regie oltreoceano. È un cambio di narrazione che non nasce da una rinnovata onestà intellettuale, ma da una precisa opportunità editoriale.

Noi rivendichiamo l’accuratezza e il diritto di non pubblicare tutto subito. Non perché non ci sia nulla da dire, ma perché – al contrario – c’è ancora troppo da capire. In un panorama mediatico che scambia la velocità per valore, continuiamo a credere che il giornalismo abbia senso solo se si prende il tempo di fare il suo lavoro. Anche – e soprattutto – quando tutti gli altri corrono. Nei prossimi giorni inizieranno a uscire nostri aggiornamenti sul tema. 

 

 

Tajani: “Sventati cyberattacchi russi”

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Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato che l’Italia avrebbe sventato una serie di attacchi informatici contro le strutture del Ministero degli Esteri e i siti delle Olimpiadi Milano-Cortina: «Abbiamo anticipato un attacco hacker a una serie di sedi del ministero degli Esteri, a cominciare da Washington, e anche ad alcuni siti di Milano Cortina, con gli alberghi di Cortina», ha dichiarato Tajani in visita a Washington in occasione di una riunione sui minerali critici. Tajani ha attribuito gli attacchi alla Russia. Il Cremlino non ha commentato la vicenda.

Il sottovalutato impatto ecologico delle sigarette elettroniche

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sigarette elettroniche usa e getta

Milioni di sigarette elettroniche usa e getta buttate via ogni settimana, con batterie al litio, plastica e circuiti elettronici che finiscono nella raccolta indifferenziata o dispersi nell’ambiente. Mentre il dibattito pubblico continua a concentrarsi quasi esclusivamente sugli effetti sanitari dello “svapo”, l’impatto ambientale resta in gran parte fuori dal radar, nonostante numeri che mostrano un allarme che si sta trasformando rapidamente in un problema da risolvere.

In Italia l’uso delle sigarette elettroniche riguarda ormai milioni di persone. Secondo i dati di Global State of Tobacco Harm Reduction, nel 2023 circa il 3% della popolazione adulta, pari a 1,5–1,6 milioni di individui ne ha fatto uso, comprendendo anche il consumo occasionale e il cosiddetto dual use, che comprende chi fuma anche quelle tradizionali. Secondo i dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità e dalla Fondazione Veronesi in occasione del “No Tobacco Day” del maggio scorso, è una tendenza in crescita anche tra giovani: un terzo dei 14-17enni che fumano, utilizzano esclusivamente sigarette elettroniche.

Numeri che aiutano a capire la scala del problema: anche una percentuale apparentemente contenuta può tradursi in decine di milioni di dispositivi immessi sul mercato e destinati, prima o poi, a diventare rifiuti. L’elemento cruciale è il comportamento degli utenti, che, secondo uno studio molto recente pubblicato su Sustainability, non sarebbe impeccabile: il 46% degli utilizzatori dichiara di gettare le sigarette elettroniche nei rifiuti urbani indifferenziati, fuori da qualsiasi filiera RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche). Questo spiega perché, soprattutto quelle monouso, sono considerate micro-RAEE ad alto rischio di dispersione.

Uno dei Paesi che ha misurato meglio il fenomeno è il Regno Unito: secondo l’organizzazione Material Focus, nel 2023 venivano gettate circa 5 milioni di sigarette elettroniche usa e getta ogni settimana, contro gli 1,3 milioni stimati l’anno precedente. Una quantità tale da disperdere nell’ambiente litio sufficiente, su base annua, a realizzare oltre 1200 batterie per auto elettriche. Questi numeri hanno spinto Londra a una scelta drastica: dal 1° giugno 2025 nel Regno Unito è vietata la vendita delle sigarette elettroniche monouso. Anche il Belgio ha vietato le sigarette elettroniche usa e getta dal 1° gennaio 2025, seguito dalla Francia, che ha approvato il bando nel febbraio dello stesso anno.

In Italia mancano statistiche pubbliche dedicate ai flussi di rifiuto da sigarette elettroniche. Il Ministero dell’Ambiente (MASE) chiarisce però che questi dispositivi devono essere trattati come RAEE e non conferiti nell’indifferenziato, evidenziando che: «La cattiva gestione di questi materiali rischia la fuoriuscita di sostanze inquinanti come piombo, mercurio e cadmio nell’ambiente, oltre a provocare la perdita di risorse nelle discariche e nell’incenerimento».

Sul piano operativo, il progetto Recycle-Cig ha attivato una raccolta dedicata nelle tabaccherie, con circa 30mila esercizi che hanno aderito alla campagna. Una volta esauriti, i dispositivi possono essere conferiti dagli utenti negli appositi contenitori, individuabili attraverso una mappa interattiva. La raccolta e il trasporto sono gestiti da Logista, mentre il percorso dei rifiuti viene monitorato fino alla fase di recupero in collaborazione con il Centro di Coordinamento RAEE.

Nigeria, attacco di miliziani: 160 morti

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Un gruppo di miliziani nigeriani ha lanciato un attacco in un villaggio nello Stato di Kwara, nell’area centrale del Paese, uccidendo almeno 35 persone. La notizia è stata data da agenzie di stampa internazionali che hanno sentito telefonicamente esponenti della politica dello Stato. Secondo le ricostruzioni fornite dai media, i miliziani sarebbero entrati nel villaggio facendo fuggire parte degli abitanti, saccheggiando il bestiame, e dando fuoco a edifici e negozi. Ancora ignoto il numero di dispersi. Da quanto comunicano le autorità, si tratterebbe dell’assalto più mortale registrato quest’anno nell’area.

Aggiornamento delle 19:06 del 4 febbraio 2026: Continuano ad arrivare aggiornamenti sul numero dei morti. Secondo le ultime ricostruzioni, il bilancio dei cittadini uccisi dagli attacchi sarebbe di 160 persone. Pare inoltre sia stato lanciato da Lakurawa, gruppo sospettato di essere affiliato all’ISIS.

Un gruppo di insegnanti ha lanciato una settimana contro la censura nelle scuole

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Dal 9 al 13 febbraio ci sarà una settimana di mobilitazione per la libertà di insegnamento, organizzata dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e da Docenti per Gaza. Di fronte alle recenti ispezioni negli istituti che avevano osato parlare del genocidio in Palestina e alle circolari che cercavano di «orientare, limitare e censurare l’autonomia didattica dei docenti e delle docenti», questi ultimi hanno deciso di reagire. «Se rinunciamo a parlare di Palestina e di diritti violati e a scegliere autonomamente gli esperti che devono entrare nelle nostre scuole, allora avranno avuto ragione a “colpirne uno per educarne cento!”», scrivono gli organizzatori, invitando i colleghi docenti a prendere parte alla settimana di mobilitazione prevista dal 9 al 13 febbraio. L’obiettivo è creare una fitta rete di incontri, interventi e presidi sui territori, intorno al tema della “crisi del diritto internazionale: catastrofe e opportunità”.

La narrazione a senso unico che in questi due anni ha contornato il genocidio in Palestina ha trovato una scorta nella repressione del dissenso, anche nelle scuole e università, luoghi in teoria deputati alla formazione del pensiero critico. A dicembre, circa 500 istituti hanno aderito all’iniziativa di Docenti per Gaza, partecipando a una lezione online con la relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese, consistente nella presentazione del suo ultimo libro: Quando il mondo dorme. Di tutta risposta, il Ministero dell’Istruzione guidato da Giuseppe Valditara ha inviato gli ispettori negli istituti coinvolti. «Ancora prima di conoscere l’esito delle ispezioni — scrive l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università — i Dirigenti hanno iniziato a censurare iniziative, eclatante il caso di Bologna e il divieto di ospitare un’iniziativa con alcuni obiettori di coscienza israeliani o le recenti interrogazioni parlamentari sul Liceo Marco Polo di Venezia “reo” di aver organizzato iniziative di educazione civica su Gaza».

Di fronte a tale quadro censoriale, arricchitosi con una circolare di novembre «che cercava di orientare, limitare e censurare l’autonomia didattica dei docenti e delle docenti», è stata lanciata una settimana di mobilitazione in difesa della libertà di insegnamento, tutelata dall’articolo 33 della Costituzione. Dal 9 al 13 febbraio, il corpo docente di ogni ordine e grado è invitato a tenere una lezione sul tema della “crisi del diritto internazionale: catastrofe e opportunità”, magari partendo da uno dei video messi a disposizione dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, qui disponibili. Le varie esperienze in aula convergeranno poi il 13 febbraio nei presidi locali pomeridiani, per la cui organizzazione i promotori fanno appello al corpo studentesco, alla componente genitore, a tutta la comunità educante, alle associazioni che si occupano di educazione alla pace e ai movimenti che si oppongono alla guerra e al genocidio.