domenica 8 Febbraio 2026
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Cucina italiana patrimonio UNESCO, ma sul cibo crescono scandali e irregolarità

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La cucina italiana è stata ufficialmente riconosciuta come Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO il 10 dicembre 2025, un traguardo storico che celebra non solo i piatti, ma le pratiche, i valori sociali e la trasmissione delle conoscenze culinarie, rendendo l’Italia il primo Paese al mondo a ricevere tale onore. «La cucina italiana è Patrimonio dell’Umanità. Oggi l’Italia ha vinto ed è una festa che appartiene a tutti perché parla delle nostre radici, della nostra creatività e della nostra capacità di trasformare la tradizione in valore universale». Così il ministro dell’Ag...

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Haiti, il Consiglio presidenziale cede il potere al premier

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Il presidente del Consiglio presidenziale di transizione (CPT) di Haiti, Laurent Saint-Cyr, ha trasferito il mandato al primo ministro Alix Didier Fils-Aimé. Il CPT era stato istituito nel 2024 con il compito di indire elezioni e riportare sicurezza nel Paese, colpita da scontri tra bande armate; ieri è scaduto il suo mandato, e oggi il presidente ha ceduto la guida del Paese al premier. Con tale decisione, il presidente rinvia ulteriormente la chiamata dei cittadini alle urne, che era prevista per agosto. L’ultima tornata elettorale si è tenuta nel 2016.

In Abruzzo sono stati abbattuti almeno 90 ulivi secolari per il gasdotto SNAM

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«Questo è un reato contro la natura, contro le persone, contro la civiltà». Così commenta Vincenzo Virtù lo sradicamento di almeno 90 ulivi secolari, abbattuti nel suo terreno durante i lavori del gasdotto SNAM in Abruzzo. A quanto pare, per un tubo dal diametro di 40cm sarebbe stato aperto un varco largo diversi metri. La temporanea e coatta servitù di passaggio notificata al contadino abruzzese ha così comportato danni irreparabili alla sua proprietà e al paesaggio di Paglieta, nella Val di Sangro. Virtù ha quindi lanciato un appello a istituzioni e società civile, affinché veglino sui territori. Nel frattempo i lavori di potenziamento del gasdotto SNAM fanno discutere anche nelle altre regioni interessate, sollevando non pochi dubbi sul loro impatto ambientale.

«Il permesso ce l’hanno, ma non quello di fare il maggior danno possibile», dice Vincenzo Virtù ai microfoni di Telemax, in riferimento alla coatta servitù di passaggio notificatagli per i lavori di potenziamento del gasdotto SNAM. Quest’ultimo attraversa attualmente la Puglia e termina in Abruzzo. Il progetto della Linea Adriatica prevede un prolungamento fino a Minerbio, in provincia di Bologna. I lavori sono in corso, nonostante la bocciatura della giunta abruzzese, e Paglieta si è ritrovata lungo la strada per Torino di Sangro e Casalbordino, prossimi snodi abruzzesi verso nord. Contrada San Nicola, dove Vincenzo Virtù possiede due terreni, si è vista cambiare volto, con lo sradicamento di almeno 90 ulivi secolari. Di fronte alla vicenda, il presidente dell’associazione ambientalista Nuovo Senso Civico, Alessandro Lanci, ha parlato di schema ricorrente, dove le società «cercano di risparmiare e velocizzano il lavoro a scapito del territorio». Lo spettro di cause risarcitorie milionarie fa il resto, spingendo i proprietari all’inazione mediatica e giuridica. Virtù ha invece deciso di esporsi, denunciando e appellandosi alle istituzioni, affinché vigilino su quanto accade sui propri territori.

L’ampliamento del gasdotto SNAM semina preoccupazione lungo il suo nuovo percorso. Nelle Marche, il comitato Voci dalla Valle ha ad esempio chiesto controlli indipendenti sui lavori della Linea Adriatica, preoccupato dalle modifiche al paesaggio e dalle criticità ambientali. Queste ultime sono diverse, a partire dalle stime che prevedono per la realizzazione della Linea Adriatica l’abbattimento di ben due milioni di alberi. C’è poi la questione del dissesto idrogeologico, col tracciato del gasdotto SNAM in una zona ad alto rischio. Tra le associazioni ecologiste in prima linea contro la grande opera figura il Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG), che ne mette in discussione persino l’utilità, citando la dotazione italiana di infrastrutture sovradimensionate rispetto al fabbisogno nazionale, sempre più slegato dal gas. A questo punto la Rete Adriatica diventerebbe sì strategica, ma «soltanto per gli interessi economici del Gruppo ENI e del Gruppo SNAM».

Si dimette il CEO del Washington Post

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Will Lewis, editore e Amministratore Delegato del Washington Post, noto giornale statunitense, ha annunciato che lascerà il giornale. L’annuncio arriva dopo che l’azienda ha deciso di licenziare circa 300 persone tra giornalisti e altri membri dello staff, che corrispondono a oltre un terzo dei dipendenti del WP. Nel suo comunicato, Lewis scrive di avere scelto di dimettersi «per assicurare un futuro sostenibile» al giornale. Al suo posto subentrerà temporaneamente Jeff D’Onofrio, attuale direttore finanziario del quotidiano.

Sabotaggi, occupazioni e cortei: le proteste travolgono le Olimpiadi invernali

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La notizia è di questa mattina: intorno alle 8.30, la circolazione dei treni nella stazione di Bologna è andata in tilt per via di quello che sembrerebbe essere stato un atto di sabotaggio ai cavi lungo la linea. A danneggiarli sarebbe stato un incendio di natura dolosa. Sulla linea Bologna-Padova, poi, è stato ritrovato un ordigno rudimentale, che ha imposto lo stop alla circolazione del traffico. Alla stazione di Pesaro, invece, è andata a fuoco una cabina elettrica. Tutti gli episodi sono molto simili a quelli verificatisi durante le Olimpiadi di Parigi del 2024, quando una serie di incendi danneggiò strutture nevralgiche per la circolazione dei treni della capitale. Per questo, il ministero dei Trasporti italiano ipotizza che dietro ai gesti vi sia, anche stavolta, la volontà di boicottare l’evento in svolgimento a Cortina. E a nemmeno 24 ore dalla cerimonia inaugurale le contestazioni sono già numerose: tra sabotaggi, occupazioni e cortei, una parte di cittadinanza sta cercando di gridare con forza la propria contrarietà ai Giochi e alla presenza, tra gli altri, di delegazioni USA e israeliane e della polizia federale antimmigrazione statunitense (ICE).

Le proteste promettono di essere frequenti e di seguire l’intero svolgersi delle Olimpiadi. Nel pomeriggio di oggi, circa diecimila persone, secondo gli organizzatori, si sono radunate a Milano in piazza Medaglie d’Oro, con direzione Corvetto. Il corteo nazionale ha sfilato per i quartieri a sud-est della città e le zone maggiormente coinvolte dalla «devastazione del grande evento», costeggiando anche la zona dove sorge il Villaggio Olimpico. A partecipare sono stati «movimenti che difendono le montagne dalla cementificazione, reti dello sport popolare, spazi sociali, comitati per l’acqua pubblica che contestano il saccheggio idrico per l’innevamento artificiale, associazioni ambientaliste, comunità locali espulse dal turismo tossico, movimenti per la casa e sindacalismo conflittuale», riferisce il Comitato popolare Insostenibili Olimpiadi (CIO), organizzatore. Nella serata di ieri, sempre il CIO, insieme ad altre realtà, aveva organizzato una fiaccolata di protesta nella zona popolare di San Siro, in concomitanza con l’inizio della cerimonia inaugurale. Per «riportare coi piedi per terra la narrazione di chi vive quotidianamente problemi e difficoltà delle periferie milanesi», scrivono i comitati. Al centro delle proteste anche la presenza dell’ICE, che ha scortato gli atleti statunitensi. Nel mentre, a San Siro, migliaia di spettatori fischiavano l’arrivo del vicepresidente statunitense Vance e della delegazione israeliana. Alcune ore prima, membri dello stesso CIO avevano occupato l’ex Palasharp, struttura milanese ora abbandonata che in passato ha ospitato diversi eventi sportivi. Qui gli attivisti hanno dato il via a tre gionate di Utopiadi, tra sport popolare e iniziative di stampo politico contro le Olimpiadi.

«Crediamo che lo sport sia un patrimonio popolare e che debba avere come prima missione quella accessibilità a tutt*, a prescindere dalla classe, dal genere, dalla provenienza o dalla condizione fisica o sanitaria», riporta un comunicato. «Le Olimpiadi di Milano e Cortina sono il contrario di tutto ciò: costi insostenibili, militarizzazione delle città che ospitano i giochi e un clima che dice chiaramente che questo è un evento esclusivo». In aggiunta a ciò, «un evento sportivo non può di certo giustificare la devastazione dei territori o l’abbattimento e l’allontanamento delle persone che abitano le aree interessate dai giochi».

Da mesi, il CIO denuncia la devastazione compiuta in nome delle Olimpiadi invernali, che, oltre ad avere un enorme impatto sull’ambiente, hanno comportato anche un ingente spreco di risorse pubbliche e fondi – per poi finire con buona parte delle opere fondamentali per l’evento non terminate. Nel frattempo, una grossa parte dei biglietti è rimasta invenduta e molte delle case sfitte (in entrambe i casi per via dei prezzi astronomici), mentre il territorio è stato devastato e militarizzato, le scuole sono state chiuse, gli indigenti espulsi e il traffico per i residenti mandato completamente in tilt.

Valtellina, un morto e un disperso per valanga

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Nei pressi del Comune di Albosaggia, sull’alpe Meriggio, in Valtellina, una valanga ha travolto tre scialpinisti: uno di loro sarebbe deceduto, mentre un altro sarebbe riuscito a tirarsi da solo fuori dalla neve e un terzo risulta disperso. Sul luogo stanno operando il Aoccorso Alpino e la Guardia di Finanza, mentre elicotteri dei vigili del fuoco stanno sorvolando l’area.

Nel carcere di Torino si tortura: condannati 7 agenti

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Si è concluso con otto condanne il processo di primo grado incentrato sulle violenze ai danni di alcuni detenuti avvenute nel carcere Lorusso Cutugno di Torino tra il 2017 e il 2019. Nello specifico, sette agenti della polizia penitenziaria sono stati condannati per il reato di tortura, un altro per rivelazioni di atti d’ufficio. Ad altri sei è andata meglio, tra assoluzioni o proscioglimenti per intervenuta prescrizione. I fatti oggetto del processo riguardano, nello specifico, violenze consumatesi all’interno del padiglione C, dove sono reclusi i detenuti puniti per reati a sfondo sessuale, a cui, secondo i giudici, sono stati inflitti abusi, vessazioni e minacce.

L’inchiesta era nata dalle segnalazioni della garante dei detenuti di Torino, Monica Gallo, venuta a conoscenza degli episodi poi entrati nel processo. 22 gli agenti sotto inchiesta in una fase iniziale, con alcune contestazioni che erano poi cadute nel corso del dibattimento. A settembre, la procura aveva chiesto 14 condanne, con pene fino a sei anni di reclusione. Contestati, a vario titolo, reati di tortura, abuso di autorità, lesioni, violenza privata, stato di incapacità procurato mediante violenza, favoreggiamento, omessa denuncia e rivelazione di segreti d’ufficio. Il tribunale, presieduto dal giudice Paolo Gallo, ha comminato pene comprese tra cinque mesi e tre anni e cinque mesi di carcere per i soggetti alla sbarra. Tra questi, vi sono diversi vertici e lavoratori del carcere, alcuni dei quali impegnati nei sindacati della polizia penitenziaria. Un processo civile dovrà anche stabilire l’entità dei risarcimenti dovuti da alcuni imputati alle loro vittime, all’Associazione Antigone – che da anni si occupa delle condizioni dei carcerati – e al garante dei detenuti; nel frattempo, sono stati disposti risarcimenti provvisionali per 40mila euro.

Secondo quanto ricostruito dai pubblici ministeri, sono almeno undici i detenuti che avrebbero subito torture e abusi dai poliziotti della penitenziaria attivi nel padiglione C della casa circondariale. Le persone che facevano ingresso nel reparto, ha messo nero su bianco la Procura, dovevano ricevere il “battesimo”: alcuni imputati avrebbero infatti «agito con crudeltà, cagionando sofferenze psichiche, fisiche e traumi», attraverso schiaffi, insulti, minacce, perquisizioni vessatorie e umiliazioni, con uno «svilimento totale della personalità». Sempre secondo la Procura, quando gli agenti picchiavano i detenuti facevano riferimento al reato di violenza sessuale per cui erano dietro le sbarre. «Questo non è un processo alla polizia penitenziaria, ma ad alcune persone che indossano la divisa e con il loro comportamento l’hanno infangata», ha affermato il Procuratore Francesco Pelosi in sede di requisitoria, ricordando anche come Don Guido, il cappellano del carcere, avesse «raccontato di aver udito un agente riferire agli altri di un detenuto che era stato “spaccato” da due ispettori», mentre «un altro era stato costretto a rimanere in piedi nel corridoio e costretto a ripetere: “Sono un pezzo di merda”».

Sulla fattispecie del reato di tortura – introdotta nel nostro ordinamento, con grave ritardo solo nel 2017 – si sono concentrate nel tempo le critiche di un largo pezzo di maggioranza. Che infatti, una volta al governo, non ha perso tempo per presentare progetti di legge in cui si intende intervenire in maniera dirompente sulla materia. In particolare, Fratelli D’Italia ha proposto l’abrogazione del reato di tortura attraverso l’eliminazione degli articoli 613-bis e 613-ter del codice penale che lo delineano, mantenendo soltanto una nuova aggravante comune. Nel dicembre del 2023, il Consiglio d’Europa è intervenuto per bacchettare l’esecutivo italiano, invitandolo «caldamente» a «garantire che qualsiasi eventuale modifica al reato di tortura sia conforme ai requisiti della Convenzione europea dei diritti umani e alla giurisprudenza della Cedu».

Vivere senza bollette: come riuscire davvero a essere off-grid in Italia

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Negli ultimi anni migliaia di persone hanno sognato di “staccarsi da tutto”: niente bollette, nessun allaccio a gas o corrente elettrica e ritmi di vita più naturali. Ma vivere off-grid non è una favola: è una prova quotidiana fatta di difficoltà, tanto lavoro e spesso qualche compromesso. Ecco perché, accanto a tante storie di famiglie e comunità che sono riuscite a realizzare il sogno di vivere nell’autosufficienza energetica, ce ne sono almeno altrettante di persone che hanno provato e dopo aver scoperto che non faceva per loro, hanno mollato. Spesso accade perché accarezzare il sogno dell’...

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“Siamo sotto assedio”: Cuba lancia l’appello al Sud Globale contro l’imperialismo USA

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«Siamo sotto assedio», dice il presidente cubano Miguel Díaz-Canel, respingendo la narrazione che vorrebbe lo Stato caraibico al centro di un collasso endogeno. Miguel Diaz-Canel punta invece il dito contro gli Stati Uniti e le minacce del presidente Donald Trump, ultimo tassello di un domino destabilizzante iniziato oltre 60 anni fa con l’embargo decretato da Kennedy. A distanza di un mese dal rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro, tra i principali alleati dell’Avana, Diaz-Canel ha tenuto una conferenza stampa in un momento complicato per il proprio Paese, al culmine di una crisi economica aggravatasi negli ultimi 5 anni. Se da un lato il presidente cubano lascia aperta la strada alla diplomazia e al dialogo con Washington — a patto che avvenga tra pari e non attraverso «ricatti politici, minacce e imposizioni» — dall’altro lancia un appello ai Paesi del Sud Globale affinché agiscano a supporto di Cuba. Il Paese della Rivoluzione castrista si trova ad affrontare una feroce crisi economica e le pressanti minacce statunitense, che senza troppi giri di parole ha fatto capire all’Avana di essere la prossima sulla lista dei cambi di regime, dopo quanto accaduto a Caracas. Dai tempi della Rivoluzione Bolivariana in Venezuela, Cuba poteva contare sul petrolio proveniente dal Paese latinoamericano, mitigando gli effetti dell’embargo USA. «Non ci sarà più petrolio né denaro per Cuba. Zero!», ha tuonato Trump dopo la cattura di Maduro. Per il futuro del Paese, il Tycoon vedrebbe bene l’attuale Segretario di Stato Marco Rubio, figlio di genitori cubani emigrati negli Stati Uniti, nel ruolo di presidente. Con il dossier iraniano sul tavolo e le crescenti attenzioni sul quadrante Pacifico, Washington temporeggia per un intervento militare e attende che la morsa economica faccia il suo corso. In questo contesto si inserisce il discorso di Miguel Díaz-Canel, che parla senza termini di guerra economica, individuando la carenza di carburante come un tassello dell’imperialismo americano. La narrazione che descrive Cuba come uno Stato fallito viene dunque declassata a costrutto strategico, volto a giustificare ulteriori pressioni USA. Il dialogo con Washington non viene escluso, a patto che rispetti la reciproca uguaglianza sovrana. Nel frattempo Miguel Díaz-Canel lancia un duplice appello, rivolgendosi innanzitutto ai cubani, affinché rispondano alle minacce statunitensi con l’atavica “resistenza creativa”, la stessa che negli ultimi anni ha permesso di salvare le conquiste sociali attraverso ingegno e spirito di adattamento. Soltanto nell’ultimo anno, le pressioni statunitensi avrebbero apportato un danno da 7,5 miliardi di dollari all’economia cubana, attraverso blocchi commerciali diretti e pressioni a Paesi terzi. «So che vivremo tempi difficili ma li supereremo con il nostro talento», ha detto il presidente cubano, rivolgendosi poi anche alle cancellerie del Sud globale, cui ha chiesto la diffusione di «mobilitazioni anti-egemoniche». Il messaggio lanciato è chiaro: Cuba non è sola. Díaz-Canel ha citato il sostegno pubblico del Movimento dei Non Allineati, così come di Messico, Cina e Russia, lasciando intendere l’esistenza di una rete informale di contatti e accordi che aiuta l’economia del Paese e che di fronte alle crescenti pressioni americane va rafforzata, sfruttando le intercapedini del nuovo mondo multipolare.

Referendum giustizia: Cdm integra quesito, data resta 22-23 marzo

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Non cambia la data del referendum: il Consiglio dei ministri, secondo quanto si apprende, ha infatti deciso di confermare la consultazione per il 22 e 23 marzo, integrando però il quesito con gli articoli della Costituzione che vengono modificati dalla riforma della Giustizia che contiene la separazione delle carriere. La decisione è frutto di un Cdm convocato oggi con urgenza dopo che l’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione ha approvato un nuovo quesito, proposto da un comitato di 15 cittadini capace di raggiungere le 500mila firme in poche settimane.