mercoledì 7 Gennaio 2026
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Le proteste in Iran si allargano, Israele e USA soffiano sul fuoco

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Dopo giorni di proteste della popolazione iraniana, gli Stati Uniti si dicono pronti a intervenire a sostegno degli iraniani nel caso in cui le forze di sicurezza dovessero aprire il fuoco contro la popolazione. A dichiararlo è stato Donald Trump che, dopo aver attaccato Teheran sul dossier nucleare, ha avvertito che gli USA sono «armati e pronti a partire» se il regime iraniano dovesse reprimere violentemente le proteste. In risposta, la Guida Suprema Ali Khamenei ha replicato promettendo di non «cedere al nemico». Le manifestazioni, iniziate due settimane fa per l’aumento dei prezzi e il crollo del rial, si sono estese a 27 delle 31 province del Paese e hanno provocato un bilancio di vittime ancora incerto.

Secondo l’ong Human Rights Activists, i morti sarebbero almeno 35, tra cui circa 29 manifestanti, quattro minori e due membri delle forze di sicurezza, mentre gli arresti supererebbero le 1.200 unità, dati che non è possibile però accertare in maniera indipendente. Dal canto loro, le autorità iraniane riferiscono di aver arrestato presunti rivoltosi e organizzatori accusati di essere armati e in possesso di esplosivi. Secondo la versione ufficiale, le manifestazioni sarebbero state rapidamente strumentalizzate da “elementi sovversivi”, alcuni dei quali avrebbero confessato legami finanziari con l’estero e piani di sabotaggio contro infrastrutture e obiettivi governativi. Il capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha ammonito che il sistema giudiziario non mostrerà «alcuna clemenza» verso i “rivoltosi”, pur riconoscendo il diritto a manifestare per rivendicazioni economiche. Il governo iraniano ha inoltre annunciato di aver ordinato un’indagine sui disordini nella provincia occidentale di Ilam: martedì hanno iniziato a circolare dei video che mostrerebbero i membri dell’esercito fare incursione nell’ospedale Imam Khomeini, dove si trovavano attivisti e civili feriti, per poi aprire il fuoco e lanciare gas lacrimogeni nella struttura.

Le forze dell’ordine hanno puntato il dito contro media e organizzazioni straniere come fonti d’ispirazione per gli insorti. Lunedì, il Ministero degli Esteri iraniano ha accusato gli Stati Uniti e Israele di interferire negli affari interni dell’Iran e di incoraggiare la violenza attraverso dichiarazioni pubbliche. Il 30 dicembre, il giornalista israeliano Zvi Yehezkeli si è vantato del ruolo svolto dall’intelligence straniera nel fomentare le rivolte in Iran, durante un’intervista al canale israeliano i24NEWS. Il Mossad, che monitora attentamente la situazione, ha utilizzato il suo account X in lingua persiana per incoraggiare gli iraniani a protestare contro il governo, affermando che si sarebbe unito a loro durante le dimostrazioni: «Uscite insieme per le strade. È giunto il momento». Sempre su X, l’intelligence israeliana promuove la narrazione secondo cui «il regime è spaventato e sta perdendo il controllo», sostenendo che «un crollo del regime islamico rimodellerebbe immediatamente la sicurezza regionale». Resta da capire se questi messaggi mirino a favorire un cambio di regime o facciano parte di una più ampia strategia di pressione e guerra psicologica. Al termine dell’Operazione Rising Lion di giugno, il direttore del Mossad David Barnea rilasciò una dichiarazione inusuale, lasciando intendere una presenza operativa continua di agenti del Mossad in Iran.

Alla Knesset, Netanyahu ha espresso il suo sostegno alle proteste, dichiarando che «potremmo essere di fronte a un momento cruciale, in cui il popolo iraniano deciderà il proprio destino» e ha aggiunto che lui e Trump non permetteranno all’Iran «di ricostruire la sua industria missilistica balistica e certamente non gli permetteremo di rinnovare il suo programma nucleare». Proprio Trump, in un post su Truth, ha sfidato apertamente Teheran: «Se l’Iran sparerà e ucciderà in modo violento manifestanti pacifici, come sua abitudine, gli Stati Uniti accorreranno in loro soccorso». Immediata la reazione delle autorità iraniane che hanno minacciato di «colpire i soldati statunitensi» presenti nell’area, in risposta alle interferenze di Washington. Intanto, la stampa internazionale tratteggia scenari sempre più cupi per la leadership iraniana: Time arriva a immaginare un futuro di fuga, con la Guida Suprema Khamenei costretta all’esilio a Mosca accanto a Bashar al-Assad, mentre il New York Times descrive il potere in affanno, impegnato in una lotta per la sopravvivenza. In questo clima sospeso tra lettura dei fatti e costruzione della narrazione, la crisi interna iraniana si intreccia sempre più con le tensioni regionali, trasformando le proteste in un nuovo terreno di confronto geopolitico.

Yemen, inizia l’evacuazione dei turisti italiani

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L’Italia ha iniziato a rimpatriare i propri cittadini rimasti sull’isola yemenita di Socotra. Il primo volo è partito oggi e dovrebbe arrivare a Gedda, in Arabia Saudita, oggi. A bordo sono presenti 46 cittadini; altri 59 rimangono intrappolati sull’isola e dovrebbero venire evacuati nei prossimi giorni. Le autorità saudite concederanno agli italiani un visto di transito di quattro giorni per facilitare il loro rientro in patria. Gli italiani sull’isola di Socotra fanno parte di un folto gruppo di turisti di circa 400 persone, rimasto bloccato sull’isola a causa degli scontri tra il governo centrale e il gruppo separatista delle Forze di Transizione del Sud.

Green Communities: la cooperazione per rimettere in moto i Comuni italiani marginali

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green communities comuni

Mentre il dibattito pubblico resta inchiodato su crisi internazionali, conflitti e instabilità globale, nei territori italiani, soprattutto quelli marginali, montani e rurali, sta prendendo forma un’altra storia. È un racconto che parla di cooperazione tra Comuni, transizione ecologica concreta, servizi locali ripensati e nuove economie di prossimità e prende il nome di Green Communities. Si tratta di piani di sviluppo territoriale integrato, finanziati dal PNRR (Missione 2 – Rivoluzione verde), che mettono insieme più Comuni per lavorare su energia, acqua, mobilità dolce, turismo sostenibile, gestione dei boschi e coesione sociale. Non slogan, dunque, ma cantieri, governance e scadenze che sono stati finanziati complessivamente con 135 milioni di euro.

A seguito del primo avviso del 30 giugno 2022, sono state selezionate circa 35 Green Communities in tutta Italia (oltre ai progetti pilota), con risorse per ciascun piano comprese in media tra 2 e 4,3 milioni di euro a favore dei territori rurali e montani. Negli anni successivi sono stati pubblicati aggiornamenti, nuove finestre di presentazione delle proposte e avvisi (l’ultimo nell’estate del 2025) per favorire nuove aggregazioni di Comuni intenzionate a proporre piani di sviluppo sostenibile nell’ambito dello stesso investimento PNRR.

I progetti già finanziati (e in via di realizzazione)

Sinergie in Canavese (Piemonte)

Uno dei casi più avanzati è la Green Community Sinergie in Canavese, che coinvolge 27 Comuni dell’Alto Canavese e le Unioni montane delle Valli Orco e Soana, con un finanziamento PNRR superiore ai 4 milioni di euro, a cui si sommano fondi regionali.
Il piano operativo è composto da 19 interventi, tra quelli già realizzati e quelli in programma, come la creazione o il ripristino di impianti fotovoltaici, di vasche per la raccolta di acqua piovana, una rete di teleriscaldamento per gli edifici pubblici, una pista ciclabile, valorizzazione di sentieri e cammini, la creazione di una comunità energetica territoriale e un sistema di mobilità condivisa.

Parco Sirente–Velino e il “Grande Anello Bike” (Abruzzo)

Nel cuore dell’Appennino abruzzese, la Green Community del Parco Sirente–Velino ruota attorno a un progetto simbolico: il Grande Anello Bike, una rete ciclabile che collega oltre 20 Comuni.
L’obiettivo non è solo turistico ma punta a recupero e manutenzione della viabilità minore, alla promozione di un turismo lento e destagionalizzato e alla connessione tra borghi, servizi locali e aree naturali protette. È un esempio di come la mobilità sostenibile possa diventare infrastruttura sociale, non solo attrazione per visitatori.

Terre del Monviso (Piemonte)

Nelle valli attorno al Monviso, un’altra Green Community lavora su energie rinnovabili locali, valorizzazione del patrimonio naturale (area MAB UNESCO), ciclovie e mobilità dolce e filiere agricole e forestali sostenibili. Anche qui il punto centrale è la cooperazione tra Comuni come risposta strutturale allo spopolamento e alla fragilità economica. Sono stati elaborati il piano operativo, che ha individuato gli interventi prioritari, e un piano complementare che, nell’ottica degli organizzatori, «inserisce gli interventi operativi in un disegno strategico più vasto, nell’insieme capace di guidare la Green Community sul suo percorso di sostenibilità, partendo dai bisogni del territorio e rafforzando il processo identitario che lo definisce».

Illegittimo il TSO allo studente senza mascherina: dopo 4 anni interviene la Cassazione

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Si è parzialmente conclusa dopo quattro anni la vicenda dello studente marchigiano sottoposto a Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) nel 2021 – in piena fase pandemica – per essersi incatenato a un banco in segno di protesta contro l’uso della mascherina in classe. La Corte di Cassazione ha ristabilito la giustizia dichiarando che quel provvedimento era illegittimo e, dunque, nullo. Si tratta di una sentenza importante, destinata a fare giurisprudenza, in quanto riafferma alcuni principi fondamentali che valgono anche in periodi emergenziali. In particolare, la Corte ha affermato che posizioni e idee anticonvenzionali non rappresentano un sintomo patologico o una malattia mentale e, dunque, non possono essere trattate con un TSO. Quest’ultimo, in base alla sentenza della Cassazione, può essere legittimo solo se utile a proteggere la salute dell’individuo. Secondo i legali della famiglia del giovane, «la Suprema Corte ha messo nero su bianco alcuni basilari principi di diritto che rendono giustizia ad un ragazzo vittima di incaute valutazioni da parte delle istituzioni interessate».

Gli avvocati della famiglia di Valerio Tellenio, il giovane sottoposto a trattamento coatto, hanno spiegato al Resto del Carlino i diversi principi giuridici basilari che la Corte ha riaffermato nella sentenza: oltre ad aver dichiarato che l’espressione di idee anticonvenzionali non rappresenta qualcosa di patologico, la Corte «dà atto che la prima diagnosi emessa dai medici che hanno formulato la proposta di TSO presso il Pronto soccorso di Fano non è stata confermata dal reparto di psichiatria dell’ospedale di Muraglia presso il quale è stato illegittimamente confinato Tellenio». In terzo luogo, dalla sentenza emerge che «lo strumento del TSO è stato applicato in maniera impropria ossia per sanzionare delle condotte che potevano avere, eventualmente, rilevanza disciplinare o penale (ma Tellenio è stato assolto anche in ordine al reato di turbativa di pubblico servizio) e non per la cura dell’interessato come previsto dalla legge». Inoltre, secondo i legali, poiché non è consentito emettere un TSO sulla base delle sole valutazioni dei sanitari, si sarebbe dovuto ascoltare preventivamente il ragazzo.

Nel 2021, l’allora diciottenne Tellenio era uno studente dell’istituto tecnico commerciale Olivetti di Fano: Valerio aveva protestato contro l’obbligo di indossare la mascherina, prima a parole e poi incatenandosi a un banco con una catena da bicicletta. Dopo una prima mediazione fallita tentata dalla scuola, sono quindi intervenute le forze dell’ordine e l’ambulanza, portando il ragazzo al pronto soccorso. Qui, Valerio si era opposto al tampone ed è a questo punto che due medici deci­sero di applicargli il trattamento coatto perché il giovane «rappresentava una minaccia per la salute pubblica». L’allora sindaco Massimo Seri aveva firmato il TSO senza ulteriori approfondimenti sul ragazzo ed era stato quindi disposto il ricovero in psichiatria del giovane a Muraglia. Come riporta l’associazione Diritti alla Follia, il Giudice tutelare confermò la misura senza udienza del ragazzo e il giovane ha dovuto trascorrere quattro giorni in reparto psichiatrico, con restrizioni severe.

La vicenda ha avuto dure ripercussioni sociali e psicologiche per Tellenio, come spiegano i suoi legali, e per questo motivo gli avvocati stanno valutando anche un’eventuale querela penale che riguarderebbe i sanitari, la scuola e l’ex sindaco di Fano, oltre a una richiesta di risarcimento. Secondo uno dei due legali della famiglia, Isabella Giampaoli, per un ragazzo così giovane quell’episodio ha rappresentato «uno stigma, un marchio indelebile», amplificato dal clamore mediatico nazionale che il caso ebbe all’epoca. Valerio inoltre non riuscirebbe neppure a trovare un lavoro stabile, «perché appena sentono il suo nome, commercianti e titolari di azienda lo associano al ragazzo rinchiuso dopo il TSO», ha spiegato l’altro avvocato, Nicola Peverelli. La sentenza della Cassazione non chiude, dunque, definitivamente il caso, ma anzi potrebbe rappresentare l’inizio di una nuova fase giudiziaria che avrebbe proprio l’obiettivo di compensare almeno parzialmente i danni subiti dal ragazzo attraverso azioni concrete, tra cui un risarcimento economico. La vicenda però è estremamente rilevante per tutti perché, come hanno sottolineato gli assistenti legali di Tellenio, la sentenza della Cassazione è destinata a «fare scuola ed è per questo che ha già attirato l’attenzione di molti colleghi a livello nazionale».

Warner Bros respinge l’offerta di Paramount

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Il Consiglio di amministrazione di Warner Bros ha respinto l’ultima offerta di acquisizione da parte di Paramount, consigliando nuovamente agli azionisti di sostenere l’offerta concorrente di Netflix. Intanto, Paramount si è impegnata ad alzare la propria offerta. La contesa per l’acquisizione della firma del cinema è sorta dopo che Netflix ha annunciato l’acquisizione di Warner Bros; in risposta, Paramount, più vicina al governo statunitense, ha lanciato una contro offerta direttamente agli azionisti. Paramount aveva già avanzato diverse offerte di acquisizione del marchio, ma il consiglio di amministrazione si è sempre schierato a favore della vendita a Netflix.

Per la prima volta, gli Stati Uniti hanno sequestrato una nave russa

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Dopo giorni di inseguimento, gli Stati Uniti hanno sequestrato la petroliera “Marinera”, battente bandiera russa. La nave è stata intercettata dal Comando Europeo degli Stati Uniti attorno alle 15 di oggi, 7 gennaio, mentre si trovava nell’Atlantico settentrionale. Era inseguita dagli USA da settimane, accusata di trasportare petrolio iraniano e di operare per aggirare le sanzioni statunitensi all’Iran. La nave è stata registrata come russa alla fine di dicembre e sembra che fosse scortata da un sottomarino e da alcune navi della Marina russa, che non avrebbero fatto in tempo a intervenire in suo sostegno. Il Cremlino non ha ancora commentato l’accaduto, ma si tratta della prima volta che gli Stati Uniti sequestrano una nave della Federazione Russa.

La vicenda di Marinera inizia il 21 dicembre 2025, quando la nave si trovava nel Mar dei Caraibi. La nave, originariamente denominata “Bella 1”, era stata intercettata dalla marina statunitense che le aveva chiesto di fermarsi perché sotto mandato di arresto. Bella 1 si trovava in acque venezuelane per effettuare un carico, ed era accusata di operare come imbarcazionefantasmaper aggirare le sanzioni all’Iran. L’equipaggio della petroliera non ha risposto agli ordini statunitensi, dunque la marina USA ha iniziato a inseguirla. Secondo le ricostruzioni dei media occidentali, la nave era inizialmente apolide, mentre la TASS, l’agenzia di stampa ufficiale russa, riporta che essa batteva bandiera panamense. In ogni caso, l’equipaggio ha chiesto l’aiuto della Russia per evitare il sequestro; il New York Times riporta che l’equipaggio avrebbe inizialmente dipinto ed esposto una bandiera russa per evitare l’abbordaggio; qualche giorno dopo è arrivata la registrazione ufficiale della petroliera presso il ministero dei Trasporti moscovita, con cui è stata ribattezzata “Marinera”.

Oggi gli USA hanno lanciato una nuova operazione di abbordaggio, mobilitando elicotteri, aerei da ricognizione e navi della guardia costiera. Ufficiali statunitensi hanno riportato al NYT che l’equipaggio non ha fatto resistenza e che le navi russe che avrebbero dovuto scortare la petroliera non erano presenti sul posto. Da quanto comunica la dichiarazione congiunta di Dipartimento di Giustizia, Dipartimento di Sicurezza Interna e Dipartimento di Guerra USA, la nave è stata intercettata mentre si trovava nell’Atlantico settentrionale; guardando la sua ultima posizione sul sito di tracciamento Marine Traffic, sembra essa viaggiasse su una rotta tra l’Islanda e il Regno Unito. Nel frattempo, la guardia costiera statunitense ha intercettato un’altra petroliera nei Caraibi, la M/T Sophia, che, secondo le ricostruzioni, batteva «falsamente» bandiera camerunense.

Siria, scontri tra milizie curde ed esercito ad Aleppo

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Sono esplosi nuovamente i combattimenti nella città siriana di Aleppo, dove la milizia a guida curda delle Forze Democratiche Siriane (SDF) e l’esercito si sono accusati a vicenda di avere attaccato reciproche postazioni. Gli scontri sono ripresi ieri e hanno causato almeno 4 morti; oggi sono continuati e le autorità hanno ordinato l’evacuazione di alcune aree della città costringendo oltre 2.000 residenti ad abbandonare le proprie case. La tensione tra curdi e governo centrale siriano è alta da tempo: dopo la caduta di Assad, le SDF dovevano entrare a far parte dell’esercito, ma l’accordo non è mai stato ratificato.

“Anime gemelle” IA, avatar e solitudine: la frontiera dell’intimità artificiale

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L’idea che si possa colmare la solitudine e l’isolamento che stanno affliggendo la società attraverso strumenti di intelligenza artificiale sta diventando sempre più comune. Magari non tra gli psicologi e gli studiosi della mente umana, ma certamente tra i consumatori e le aziende che sviluppano software e dispositivi dedicati alle cosiddette IA relazionali. Così, in occasione del CES 2026, una delle più importanti fiere di elettronica al mondo, proliferano soluzioni che trasformano questi compagni virtuali in oggetti fisici da tenere in camera, pensati per un’interazione più naturale grazie a telecamere e microfoni sempre attivi e pronti a registrare ogni movimento dell’utente.

Las Vegas ospita in questi giorni la nuova edizione del Consumer Electronics Show, la vetrina globale in cui le principali aziende tech anticipano i prodotti destinati a debuttare nel prossimo futuro. Tra le proposte più discusse spiccano alcune capsule trasparenti che, grazie a schermi OLED ricurvi, ricreano la presenza olografica di un avatar. Queste figure digitali, spesso modellate con tratti antropomorfi e un’estetica amichevole o ammiccante — talvolta apertamente sessualizzata — rappresentano l’ultima evoluzione degli assistenti vocali e puntano a trasformarsi in dispositivi capaci non solo di eseguire comandi, ma anche di offrire un presunto supporto emotivo da integrare nella vita di ogni giorno.

Il Lepro Ami, sviluppato dall’azienda cinese Lepro, si presenta come una compagnia artificiale descritta senza mezzi termini come una vera e propria “anima gemella in IA”. Nessuna ambiguità, dunque. L’obiettivo è trasformare le sempre più diffuse app di intelligenza artificiale relazionale in un’esperienza “fisica”, capace di simulare una presenza nello spazio e superare la mediazione del freddo schermo dello smartphone. Il dispositivo promette di essere “sempre acceso” e di offrire interazioni in realtà aumentata grazie a due telecamere frontali che tracciano lo sguardo dell’utente, una telecamera posteriore che analizza l’ambiente per riprodurlo sul display e un microfono costantemente attivo per captare ogni suono nella stanza. 

Ami, l'”anima gemella”, pronta a interagire con l’utente.

Una soluzione analoga, se non quasi identica, arriva anche da Razer, marchio noto a livello globale per mouse, cuffie e accessori spesso caratterizzati da luci sgargianti che richiamano l’estetica del gaming. Si tratta di Project Ava, un “compagno da scrivania” progettato per integrarsi con le tecnologie di avatar di Grok, il chatbot del social X. Anche in questo caso il dispositivo è un cilindro dotato di uno schermo che proietta una figura olografica e integra un sistema di “visione simile a quella umana”, oltre a sensori audio che gli garantiscono una “piena consapevolezza” dell’ambiente circostante. Intervistato da Bloomberg, il CEO di Razer, Min-Liang Tan, ha affermato che il prodotto non sia pensato come supporto emotivo, ma come assistente tecnico. Tuttavia, il manager riconosce anche che, pur non volendo promuovere Ava come potenziale partner romantico, “le persone tendono a usare le loro IA in modo più personale”.

Alcuni degli avatar disponibili sul device Razer.

I rischi per la privacy e per una possibile cattiva gestione dei dati sono evidenti fin dal primo sguardo. Gli assistenti vocali tradizionali — da Amazon Alexa a Google Home — sono già finiti al centro di scandali per aver eseguito registrazioni non autorizzate e per aver fatto trapelare informazioni sensibili; un’evoluzione ancora più invasiva di quel modello, priva di soluzioni alle criticità ormai note, non può che alimentare ulteriori timori. Lepro prova a rassicurare gli utenti sottolineando la presenza sul suo device di mascherine con cui oscurare le telecamere, nonché garantendo che l’elaborazione delle informazioni raccolte avvenga localmente. Razer, invece, evita del tutto l’argomento, forse consapevole che la sua storia di mala gestione dei dati non le conferisce quella credibilità necessaria per avanzare promesse in materia di sicurezza.

Ami e Ava non sono certo i primi esponenti del loro genere: dispositivi simili già da tempo prodotti da aziende minori quali Gatebox, realtà balzata agli onori delle cronache nel 2022, quando uno dei suoi utenti ha deciso di convogliare a nozze con l’avatar proiettato dal suo dispositivo. La novità, dunque, non sta tanto nella forma quanto nella portata. Presentandosi al CES, le aziende stanno testando il terreno per valutare se queste piattaforme possano compiere il salto qualitativo, trasformandosi da curiosità di nicchia a prodotti di largo consumo. Sul fronte software, le IA relazionali sono ormai un prodotto commerciale diffuso che, nonostante le problematiche note, alimenta con fervore il mercato dei servizi in abbonamento. Resta dunque da capire se il desiderio di colmare la solitudine che attraversa la nostra società sarà sufficiente a far entrare questi chatbot direttamente nell’arredamento domestico, normalizzandoli ulteriormente.

Tossina pericolosa, Nestlè ritira prodotti per bambini anche in Italia: i lotti coinvolti

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Nestlè latte

Il ritiro di diversi lotti di latte per neonati da parte di Nestlé in numerosi Paesi europei riporta al centro una questione che va ben oltre il singolo episodio: quanto è realmente sicura la filiera alimentare, soprattutto quando riguarda prodotti destinati alla fascia più vulnerabile della popolazione? Ancora una volta, pur se volontario, l’intervento arriva solo a posteriori, quando il prodotto è già sugli scaffali – e potenzialmente nelle case – mentre le informazioni diffuse ai consumatori restano frammentarie e rassicuranti, più orientate alla gestione del danno reputazionale che a una reale assunzione di responsabilità. Un copione già visto, che solleva dubbi strutturali sui controlli, sulla trasparenza e sul potere delle multinazionali dell’alimentazione.

L’azienda svizzera ha annunciato il ritiro di oltre 800 prodotti in 24 Paesi europei, tra i quali l’Italia, la Germania e l’Austria, a causa di un problema a un ingrediente proveniente da un fornitore. Secondo il comunicato la decisione è stata presa «per una potenziale deviazione microbiologica riscontrata in un ingrediente utilizzato nella composizione di questi prodotti». Il Corriere del Ticino aggiunge che: «I controlli effettuati dalle autorità in Austria hanno rilevato piccole quantità di cereulide – una tossina che provoca intossicazioni alimentari caratterizzate da nausea e vomito – in due lotti». Ecco la lista dei prodotti e dei lotti segnalati in Italia, tenendo presente che l’assistenza per i consumatori nel nostro Paese è disponibile al numero 800 434 434 (attivo tutti i giorni dalle 8 alle 22).

  • NAN SUPREMEPRO 3 (800g) – polvere; lotto: 51240742F1.
  • NAN SUPREMEPRO 2 (300ml) – liquido; lotto: 53090742F1.
  • NAN SUPREMEPRO 3 (300ml) – liquido; lotto: 53070742F1.
  • NAN SUPREMEPRO 1 (400g) – polvere; lotto: 51460742C2.
  • NAN PRE (70ml) – liquido; lotti: 52840742D1 e 51440742D1.
  • PRENAN POST (200ml) – liquido; lotto: 52890742D1.
  • NAN EXPERT PRO SL (400g) – polvere; lotti: 51150346AD e 53040346AC.
  • NIDINA 1 (6x500ml) – liquido; lotti: 53010295E, 53070295E, 53370295E e 53380295E.
  • NIDINA 1 (500ml) – liquido; lotti: 53000295E, 53070295E, 53220295E e 53230295E.
  • NIDINA OPTIPRO 1 (2x600g) – polvere; lotti: 52620346BA e 52610346BB.
  • NIDINA 1 (4x500ml) – liquido; lotto: 53070295E.
  • NIDINA OPTIPRO 1 (800g) – polvere; lotti: 51190346AE, 51200346AK e 51230346AD.

L’anno scorso la multinazionale svizzera era stata travolta da uno scandalo in Francia, poi allargatasi anche alla Germania, dopo che un’inchiesta aveva rivelato che i pozzi utilizzati per imbottigliare la famosa acqua minerale Perrier erano contaminati, tra l’altro, da feci, batteri Escherichia coli, PFAS e pesticidi. L’acqua poi subiva un processo di purificazione con tecniche di filtrazione non conformi alla normativa.

Sempre in Francia e sempre nel 2024, Nestlè è stata rinviata a giudizio per lo scandalo delle pizze Buitoni contaminate dal batterio Escherichia coli, che all’inizio del 2022 avrebbero causato la morte di due bambini.

Negli anni la crescita globale dell’azienda è stata accompagnata da una lunga lista di controversie: dalle accuse di pratiche commerciali aggressive nei confronti di comunità vulnerabili e consumatori, in particolare per il marketing dei sostituti del latte materno, oltre alle critiche legate all’impatto ambientale, allo sfruttamento delle risorse e alle tensioni derivanti dal potere economico e politico esercitato dalla multinazionale.

PFAS nelle acque per costruire la Pedemontana Veneta: “la minaccia è imminente”

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Lo scavo delle gallerie della Superstrada pedemontana veneta ha prodotto milioni di metri cubi di rocce contaminate da PFBA, una sostanza tossica della famiglia degli PFAS usata come accelerante di presa del calcestruzzo. Parte di questo materiale, oltre tre milioni di metri cubi, è stato stoccato tra Montecchio Precalcino e Bassano del Grappa, spesso in siti in diretto contatto con falde acquifere e aree agricole. Parallelamente, nelle gallerie scavate nel territorio di Montecchio Maggiore e nei comuni limitrofi, le acque di drenaggio hanno mostrato concentrazioni ripetute di PFAS. Le analisi di luglio di ARPAV e ISPRA parlano esplicitamente di una “minaccia imminente” per le acque superficiali e sotterranee: nel comune di Caldogno otto pozzi su 31 sono già stati chiusi. La magistratura vicentina indaga per inquinamento ambientale e omessa bonifica, mentre si segnalano fonti di contaminazione ancora attive e sistemi di trattamento inefficaci.

Le gallerie della Pedemontana attraversano un sistema idrico delicatissimo, caratterizzato da falde sovrapposte e interconnesse. Durante lo scavo, grandi quantità di acqua vengono emunte per consentire l’avanzamento dei lavori. Secondo le analisi ufficiali, queste acque contengono PFAS e in particolare PFBA, una molecola a catena corta che tende a migrare rapidamente nel sottosuolo ed è difficilmente trattenibile dai trattamenti convenzionali. Le relazioni tecniche spiegano che lo scavo ha alterato gli equilibri naturali, creando nuove vie di flusso e mettendo in comunicazione falde che in precedenza erano separate. In questo modo, le gallerie si comportano come veri e propri canali artificiali, capaci di intercettare, concentrare e ridistribuire contaminanti già presenti nel sottosuolo. Le acque contaminate, una volta convogliate all’esterno, rischiano di trasferire l’inquinamento verso valle, nei corsi d’acqua superficiali e nelle aree di ricarica delle falde destinate all’uso potabile.

I dati non sono nuovi. Già negli anni passati, come ricordano inchieste giornalistiche e documenti tecnici, i monitoraggi avevano evidenziato la presenza di PFAS nelle acque di scavo e la necessità di misure straordinarie. Le analisi più recenti, però, rafforzano il quadro e lo rendono più grave. In diversi campioni prelevati nelle gallerie di Malo e Sant’Urbano, le concentrazioni di PFBA risultano significative e ripetute nel tempo, delineando una tendenza e non un episodio isolato. Per questo la relazione tecnico-scientifica di ARPAV e ISPRA parla di “rischio imminente di danno ambientale”, avvertendo che la prosecuzione dei lavori, senza un cambiamento radicale nella gestione delle acque, potrebbe aggravare in modo irreversibile la contaminazione delle falde. Il report ARPAV del 12 novembre descrive uno scenario di «progressiva contaminazione da PFBA nell’acquifero vicentino proveniente da nord». Secondo il Comitato Tuteliamo la salute, la mappa diffusa da ARPAV evidenzierebbe un flusso di contaminazione da PFAS con effetti potenzialmente devastanti per il comune di Dueville e per i pozzi acquedottistici che alimentano Padova, situati nell’area dell’Oasi di Villaverla.

A questo quadro ambientale si affianca quello giudiziario. In Veneto, l’emergenza PFAS esplode nel 2013 con la scoperta della contaminazione di una vasta falda acquifera che ha coinvolto circa 350mila persone nelle province di Vicenza, Verona e Padova. Tra il 2015 e il 2016, anche grazie alle analisi promosse da associazioni ambientaliste, emergono livelli elevati di PFAS nel sangue dei residenti. Nel 2018 la Regione dichiara lo stato di emergenza e istituisce una zona rossa in trenta comuni, vietando l’uso dell’acqua potabile. Uno studio dell’Università di Padova, pubblicato su Environmental Health, ha rilevato in quell’area un aumento della mortalità per patologie cardiovascolari e tumorali tra il 1985 e il 2018. A fine giugno si è chiuso in primo grado il processo per il disastro PFAS contro gli ex vertici della Miteni di Trissino, con 11 condanne fino a 17 anni di carcere. A ottobre, la Procura di Vicenza ha aperto una nuova indagine legata ai lavori della Pedemontana, con 12 indagati tra tecnici e dirigenti per inquinamento ambientale e omessa bonifica. Le istituzioni rassicurano sul rispetto delle procedure e dei limiti di legge, ma i documenti delineano un quadro di effetti cumulativi che va oltre la conformità formale, rendendo la Pedemontana Veneta il simbolo di un’infrastruttura realizzata accettando il rischio ambientale come costo collaterale, mentre sottoterra l’acqua continua a scorrere, trasportando sostanze che non si degradano e che, una volta immesse nel sistema idrico, non tornano indietro.