domenica 1 Febbraio 2026
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Terra dei Fuochi: cos’è cambiato a un anno dalla sentenza CEDU

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Esattamente un anno fa, la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) condannava l’Italia per non aver tutelato il diritto alla vita dei suoi cittadini. La CEDU, con una sentenza storica, ha certificato l’abbandono istituzionale nei confronti degli abitanti della Terra dei Fuochi. Contestualmente, i giudici europei hanno imposto allo Stato italiano di mettere in campo, nel giro di due anni, una strategia volta alla bonifica di un’area comprendente 90 comuni campani, con l’obiettivo di salvaguardare la salute di quasi 3 milioni di persone. Al primo giro di boa, l’azione istituzionale risulta non essere decollata del tutto, tra interventi limitati e risorse insufficienti, come certificato dal Comitato per la dignità e per la vita. Quest’ultimo, nato a luglio a seguito della sentenza CEDU, si è posto a guida del fermento dal basso che anima la società civile campana, a cui i giudici europei hanno riservato un ruolo centrale, affidando loro il monitoraggio dell’esecuzione della sentenza.

Le colpe dell’Italia e la sentenza CEDU

Negli anni ’80, il sodalizio tra classe imprenditoriale, massoneria, politica e camorra trasformò l’area della Campania felix in Malaterra, sversando milioni di tonnellate di rifiuti ovunque fosse possibile: corsi d’acqua, terreni, strade. I rifiuti venivano poi dati alle fiamme, moltiplicando i tassi di inquinamento. Per indicare tale schema di distruzione sistematica della vita umana e dell’ambiente è stato scelto il termine biocidio.

Per i primi anni, il fenomeno criminale è andato avanti a fari spenti, all’ombra dell’interesse mediatico. Poi si sono susseguite le prime confessioni dei pentiti (Carmine Schiavone su tutti), gli studi scientifici e rilevazioni varie. Come riportato dalla sentenza n. 51567/14 del 2025 della CEDU, le autorità erano a conoscenza dello sversamento illegale dei rifiuti almeno dal 1988 ma le risposte sono tardate ad arrivare.

Nel corso degli anni, sia i governi sia gli enti locali non hanno messo in campo una strategia efficace, esponendo circa 3 milioni di persone a inquinamento ambientale e dunque a elevati rischi per la salute. Nello specifico, la CEDU — l’organo che giudica il rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo — ha condannato l’Italia per aver violato l’articolo 2 del trattato, relativo al diritto alla vita. I giudici europei hanno così messo nero su bianco una verità che gli abitanti della Terra dei Fuochi conoscevano da anni, perché vissuta sulla propria pelle, tra malattie e morti premature. La sentenza ha, in altre parole, coronato la lotta dei cittadini contro il negazionismo e le accuse di allarmismo.

Preso atto dell’inerzia italiana, la CEDU ha disposto diverse misure vincolanti, come la bonifica del territorio, il monitoraggio costante e indipendente, la trasparenza sulle informazioni ambientali e sanitarie. Per adeguarsi alle prescrizioni, sono stati dati all’Italia due anni di tempo, a partire da maggio 2025, quando la sentenza del 30 gennaio è diventata definitiva. A un anno di distanza dall’intervento dei giudici europei è possibile tracciare un primo bilancio — non troppo confortante — della risposta messa in campo dalle istituzioni nella Terra dei Fuochi.

La Terra dei Fuochi un anno dopo

«Il bilancio non sta a 0 ma a -1. Serve un deciso cambio di rotta per adeguarci alla sentenza europea», dice Raniero Madonna, membro del Comitato per la dignità e per la vita. Quest’ultimo ha organizzato a Napoli una conferenza stampa per fare il punto della situazione a un anno esatto dall’intervento della CEDU. Nella stessa giornata è stato lanciato il Forum civico che, proprio come il comitato, avrà il compito di vegliare sull’attuazione della sentenza, facendo da raccordo tra società civile e istituzioni, a partire dal livello più prossimo, quello locale. Il forum continuerà dunque il lavoro condotto dal comitato (e dalle tante associazioni che lo hanno preceduto) con l’obiettivo di raccogliere segnalazioni di roghi e sversamenti, così come delle criticità sul territorio, monitorando lo stato delle bonifiche. A ciò si affianca l’elaborazione di proposte volte alla cura e alla rigenerazione di un’area vasta 1076 km², comprendente 90 comuni campani.

Durante la conferenza stampa del 30 gennaio, i cittadini riunitisi nel Comitato per la dignità e per la vita hanno ribadito le responsabilità delle istituzioni verso il fenomeno Terra dei Fuochi. Sono state poi contestate tanto l’inerzia storica quanto le risposte recenti, a partire dal commissariamento. Poco dopo la sentenza CEDU, il governo Meloni ha infatti nominato il generale Giuseppe Vadalà commissario straordinario per la bonifica della Terra dei Fuochi. Il comitato ha riconosciuto a Vadalà l’impegno nella mappatura dei siti contaminati così come per la rimozione superficiale dei rifiuti (pari a 1700 tonnellate sulle 2700 previste). Tali operazioni hanno impegnato quasi la metà degli appena 60 milioni di euro stanziati dal governo, 45 provenienti dal Ministero dell’Ambiente e 15 previsti dal decreto-legge n. 116/2025 approvato ad agosto. Nei prossimi mesi, buona parte dei fondi rimanenti (circa 23 milioni) dovrebbero essere assegnati per completare la rimozione dei rifiuti in superficie, all’interno dei siti mappati.

Le cifre in ballo, però, sono ben più alte. Secondo le stime prodotte da Vadalà, infatti, servirebbero almeno 2,5 miliardi di euro soltanto per completare la bonifica di 81 siti di competenza pubblica, attraverso interventi spalmati su 10 anni. 14 di questi 81 siti sono aree di interesse primario, ma lo stato complessivo dell’avanzamento degli interventi di bonifica è fermo al 35%. Su 826 ettari di terreno analizzati, 110 sono stati dichiarati inidonei alla coltivazione e dunque interdetti. 

Pur riconoscendo l’impegno del commissario Vadalà, che ha elaborato mensilmente dei rapporti sulle attività svolte, il Comitato per la dignità e per la vita rigetta la narrazione emergenziale che accompagna il commissariamento. I cittadini puntano piuttosto sulla gestione del fenomeno attraverso gli organi democratici ordinari. A Palazzo Chigi, così come per enti locali e agenzie specializzate – gli abitanti chiedono comunque un netto cambio di passo. 

L’organizzazione in comitati e forum permette ai singoli di ottenere maggiore forza contrattuale, al fine di richiamare le istituzioni alle proprie responsabilità, da assolvere in proprio e, almeno per un altro anno, in sinergia col commissario straordinario. Il comitato denuncia carenze su entrambe i profili; ai vari comuni della Terra dei Fuochi è stato chiesto di prendere formalmente atto dell’intervento giudiziario europeo, agendo così per la tutela effettiva del diritto alla vita. «In questo quadro, procedimenti autorizzativi relativi a nuovi impianti e il persistente ricorso alla combustione dolosa come forma sistemica di smaltimento illegale stanno determinando forti preoccupazioni e mobilitazioni civiche in diverse aree del territorio, tra cui l’area industriale di Aversa e, in modo particolarmente critico, l’agro caleno», scrivono i cittadini. Pur non avendo ancora dati definitivi sui roghi verificatisi nel 2025, è certa la loro persistenza, tanto da essere una costante nella vita di milioni di persone. In diversi casi, a bruciare sono gli impianti deputati allo smaltimento rifiuti. Quest’estate gli incendi di Teano e Pastorano sono risultati tra i più devastanti, con migliaia di tonnellate di rifiuti in fiamme e diossine sprigionate nell’aria. 

Nella lettera inviata ai comuni, i cittadini riprendono i passaggi della sentenza CEDU, pretendendo «sorveglianza sanitaria delle fasce più vulnerabili della popolazione, in particolare di quella pediatrica». «La piena attuazione di tale sorveglianza — continuano — richiede che i dati ambientali e sanitari siano resi disponibili in modo trasparente, accessibile e verificabile, attraverso strumenti di accesso pubblico». 

La via tracciata dalla CEDU e rivendicata dai cittadini è quella di una collaborazione multilivello tra autorità e società civile. A tal proposito, un segnale incoraggiante proviene da Caserta, dove a ottobre è stata attivata la Conferenza dei servizi, quale «sede di confronto e coordinamento tra enti locali e territoriali, istituzioni sanitarie, tecnico-amministrative e soggetti portatori di interessi civici qualificati». 

L’interfaccia continua tra cittadini e istituzioni, intuita dalla CEDU, è un primo passo per ricomporre il danno decennale causato agli abitanti della Terra dei Fuochi. «Qui non ci sono vittime — dice Enzo Tosti, storico volto delle lotte ambientaliste campane – ma persone che rivendicano sulla propria terra diritti che nessuno può più mettere in discussione». Per farlo, la logica dell’emergenzialità deve cedere il passo a quella della gestione globale, che metta insieme cura, sostenibilità ambientale, opportunità sociali e lavorative.

L’Iran dichiara ufficialmente gli eserciti europei come “terroristi”

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«Sulla base di una risoluzione dell’Assemblea consultiva islamica, gli eserciti dei Paesi coinvolti nella recente risoluzione UE contro i pasdaran sono considerati terroristi». Con questa motivazione Teheran ha dichiarato ufficialmente “terroristi” gli eserciti europei, in risposta alla designazione delle Guardie della Rivoluzione islamica come organizzazione terroristica da parte dell’Unione europea. La misura era stata anticipata dal segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, Ali Larijani, che aveva accusato Bruxelles di agire “obbedendo ciecamente” a Stati Uniti e Israele. L’annuncio è arrivato dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad-Bagher Ghalibaf, che ha spiegato come la decisione si basi su una risoluzione parlamentare e sull’articolo 7 della legge iraniana sulle contromisure.

Uno bianca: sette anni di sangue con la divisa addosso

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Trent’anni dopo, resta solo la bestiale e sgrammaticata verità del “mascellone” Fabio Savi, il carrozziere che passava più tempo al poligono di tiro o a correre dietro alle sottane di qualche sposa che a verniciare lamiere. «Cosa c’è dietro la Uno bianca? Dietro la Uno bianca c’è soltanto i fanali, il paraurti e la targa». Trent’anni dopo, sono emblematiche le fotografie in bianconero con quella faccia un po’ da “pataca”, come dicono nella Romagna dove viveva. Gli occhi bovini dietro a lenti spesse, per nulla gentili: il “lungo” del trio di fratelli della morte. Con lui Alberto, detto Luca, qu...

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Ucraina: raid russo a Dnipro, 2 morti

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Proseguono gli attacchi contro l’Ucraina nonostante l’appello del presidente USA Donald Trump a Vladimir Putin per una pausa durante i giorni di gelo. Due persone sono morte nella notte a Dnipro, nell’Ucraina orientale, in seguito a un attacco con drone russo contro un’abitazione privata. Lo ha reso noto su Telegram Oleksandr Ganja, capo dell’amministrazione regionale di Dnipropetrovsk, precisando che le vittime sono un uomo e una donna. Nell’impatto sono stati distrutti anche altri due edifici. Dal lato russo, le forze di difesa aerea hanno riferito di aver intercettato e abbattuto 21 droni ucraini in diverse regioni durante la notte.

Torino, decine di migliaia in piazza con Askatasuna: violenti scontri con la polizia

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TORINO – È una vera e propria marea umana quella che ha invaso Torino nella giornata di oggi. Almeno in 50 mila, secondo gli organizzatori (15 mila per la questura), hanno raggiunto Torino da tutta Italia e dall’estero per scendere in piazza accanto ad Askatasuna, il centro sociale sgomberato lo scorso 18 dicembre. Sono oltre 200 le realtà che hanno aderito, da centri sociali a ONG a parte del mondo della politica, fino a collettivi come il sardo A Foras, il Movimento No TAV, Fridays For Future, ANPI, ARCI, Thousand Madleens e molti altri. Ad accoglierle vi è era un fitto schieramento di agenti – almeno un migliaio, secondo quanto riferito da alcuni organi stampa. Dopo aver attraversato le vie della città, il corteo ha deviato verso corso Regina, dirigendosi verso il civico 47, dove ha sede l’edificio che è stato sgomberato. Qui, sono iniziati violenti scontri tra una parte del corteo e la polizia, con un fitto scambio di lacrimogeni e bombe carta e feriti da entrambe le parti.

Qualcuno porta un cartello, qualcuno tiene per mano dei bambini, c’è anche chi spinge un carrello con acqua, panini, vino e birra. Le bandiere che colorano le strade della città sono tante e sono diverse, ma portano tutte messaggi simili: basta con gli assalti agli spazi di aggregazione, basta con la politica della guerra, basta con il riarmo. Sono migliaia le persone che, nella giornata di oggi, hanno sfidato il governo e la sua retorica repressiva per presentarsi nel capoluogo torinese e sfilare con Askatasuna, dimostrando che, dove le istituzioni chiudono porte e dialogo, la società può ancora trovare solidarietà tra le proprie file. La solidarietà ha scavalcato persino i confini nazionali e portato nel capoluogo torinese solidali dalla Francia e da altre parti d’Europa.

Tre gli spezzoni del corteo che sono partiti nel primo pomeriggio da diversi punti del centro per poi incontrarsi in piazza Vittorio e percorrere l’ultimo tratto insieme verso il quartiere di Vanchiglia, militarizzato da oltre un mese. Dallo sgombero del centro sociale, infatti, camionette, concertina e decine di agenti presidiano la zona, in particolare l’area attorno all’ex sede del centro sociale, situata in corso Regina 47 – del tutto noncuranti del disagio arrecato ai residenti. Il corteo, oltre ad esprimere sostegno al centro sociale sgomberato, era volto a maninfestare il totale disaccordo della società civile con le politiche repressive del governo e con il riarmo, oltre a ribadire a gran voce il sostegno per la Palestina e chiedere la fine del genocidio. Sin dalle prime ore di questa mattina, i controlli di polizia sono stati numerosissimi, con posti di blocco disposti lungo tutto il tratto autostradale verso Torino e ai caselli. Numerosi attivisti hanno segnalato anche, in diverse parti della città, la presenza di agenti della DIGOS che hanno identificato le persone a piedi. Non solo: sono stati disposti controlli preventivi anche ai valichi del Frejus e del Monginevro, nonchè al trasporto ferroviario e persino a quello aeroportuale. In tutto, sono 747 le persone identificate prima ancora che la manifestazione cominciasse, con 236 veicoli e 4 aerei controllati, 24 i fogli di via obbligatori distribuiti, con divieto di rientro a Torino per periodi variabili da 1 a 3 anni, e 10 gli avvisi orali, oltre a 7 daspi urbani (detti DACUR).

Dopo aver sfilato per le vie attorno al centro città, il corteo si è diretto verso la sede di corso Regina 47, presidiato da decine di camionette e agenti in tenuta antisommossa, oltre che da camion-idrante e un elicottero che per diverse ore ha sorvolato il centro. Ne sono seguiti scontri durissimi tra una parte degli attivisti e la polizia, che si sono protratti tra le sei e le otto di sera. Al lancio di bombe carta e fuochi d’artificio è seguita una fitta pioggia di lacrimogeni e il getto degli idranti, mentre alcuni manifestanti sono stati picchiati con manganelli. Alcuni attivisti sono riusciti a dare fuoco a una camionetta della polizia e a creare delle barricate in mezzo a corso Regina con cassonetti dei rifiuti e cassonetti della spesa, prima di essere dispersi tra via Rossini e le strade circostanti.

Come sempre, tanto è bastato per catalizzare l’attenzione della politica. Dimenticandosi delle 50 mila persone accorse da tutta Italia per protestare contro il suo governo, Giorgia Meloni ha immediatamente provveduto a condannare quanto avvenuto in città, definendolo “grave e inaccettabile”. “Uno sgombero legittimo di un immobile occupato illegalmente è stato usato come pretesto per scatenare violenze” ha commentato, dimenticando che la realtà dei fatti è ben diversa: al momento dell’operazione di polizia di dicembre, l’Askatasuna era un centro occupato legalmente da un movimento che pagava l’affitto al Comune e che aveva pagato di tasca propria i lavori di riqualificazione e ristrutturazione. Soldi andati del tutto in fumo, dopo che la polizia ha distrutto l’interno della struttura rendendo vani mesi di lavori e impegno comune. Anche questo ha contribuito a fomentare la rabbia della piazza: l’azione muscolare di un governo il cui chiaro obiettivo è quello di silenziare gli spazi che portano avanti un’opposizione efficace – e quindi scomoda. D’altronde, sul profilo X della presidente del Consiglio, accanto al video del poliziotto malmenato da un piccolo gruppo di attivisti non trovano spazio le immagini dei poliziotti che manganellano manifestanti inermi in terra.

I sionisti organizzano la censura su TikTok USA

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«Gli utenti possono dichiararsi sionisti orgogliosi, ma usare il termine in senso negativo è un incitamento all’odio e gli account vengono bannati». Con queste parole, il nuovo CEO statunitense di TikTok USA, già responsabile delle operazioni e delle politiche di trust and safety della piattaforma, Adam Presser, ha dichiarato durante un intervento al Congresso Ebraico Mondiale che la nuova policy del social designa la parola “sionista” come “incitamento all’odio”. «Nel corso del 2024, abbiamo triplicato il numero di account che abbiamo bannato per attività d’odio», ha aggiunto Presser. Non si ...

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Bari, crolla palazzina dopo esplosione: 2 persone sotto le macerie

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Poco dopo le 13 ad Adelfia (Bari) una palazzina è crollata in seguito a un’esplosione, dovuta probabilmente alla fuoriuscita di gas da una bombola. Sotto le macerie vi sarebbero almeno due persone intrappolate: i vigili del fuoco stanno lavorando per spegnere l’incendio e trarle in salvo.

In 4 anni l’Europa ha sostituto la dipendenza dal gas russo con quella dal GNL statunitense

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La sostituzione del gas russo con il GNL (gas naturale liquefatto) americano, incominciata nel 2022 in seguito allo scoppio del conflitto in Ucraina, non ha affatto risolto i problemi energetici del Vecchio continente, ma ha reso l’UE ancora più vulnerabile e dipendente da un attore geopolitico oggi più che mai imprevedibile: gli Stati Uniti d’America. Si è creata così una nuova dipendenza strategica che lega ulteriormente l’Ue alle azioni e ai voleri di Washington. In quattro anni, infatti, il GNL statunitense è passato dal rappresentare il 5% delle importazioni nel 2021 al 27% di oggi, mentre allo stesso tempo il gas naturale russo è sceso dal 50% delle importazioni totali al 12%, secondo i dati di Bruegel, un think tank economico con sede a Bruxelles. I maggiori importatori di GNL americano risultano Francia, Spagna, Italia, Paesi Bassi e Belgio, insieme al Regno Unito. In futuro è addirittura previsto un incremento di tale legame energetico: secondo Politico, infatti, una serie di nuovi accordi con le società energetiche statunitensi potrebbe far crescere le importazioni di gas da oltreoceano fino al 40% del totale di gas entro il 2030 e a circa l’80% delle importazioni complessive di GNL nel blocco, secondo i dati di IEEFA, organizzazione no-profit statunitense che promuove l’energia pulita.

La crescente dipendenza dal GNL americano rappresenta una criticità non solo nella misura in cui tale fonte energetica ha costi più elevati e un maggiore impatto ambientale rispetto al gas naturale, ma anche dal momento che le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico sono radialmente cambiate con l’amministrazione di Donald Trump: gli USA si stanno sempre più allontanando politicamente e strategicamente dal Vecchio continente e non esitano a minacciare le relazioni commerciali con i Paesi un tempo stretti alleati di Washington. La crescente dipendenza dell’UE dalle importazioni di gas naturale liquefatto degli Stati Uniti «ha creato una nuova dipendenza geopolitica potenzialmente ad alto rischio», ha affermato Ana Maria Jaller-Makarewicz, analista energetico presso il gruppo di studio che ha condotto la ricerca sulle importazioni energetiche dell’UE, l’Institute for Energy Economics and Financial Analysis. La stessa ha aggiunto che «Un eccesso di dipendenza dal gas degli Stati Uniti contraddice la [politica dell’UE] di migliorare la sicurezza energetica dell’UE attraverso la diversificazione, la riduzione della domanda e l’aumento dell’offerta di energie rinnovabili». Similmente, un alto diplomatico dell’Ue ha detto a Politico che il rischio che Trump tagli le forniture all’Europa sulla scia di un’incursione in Groenlandia «dovrebbe essere preso in considerazione».

Nonostante i Paesi UE siano impegnati a diversificare le importazioni in base a nuove leggi approvate lo scorso anno, la cosa potrebbe essere difficile da realizzare nel breve termine, in quanto l’offerta globale di GNL è limitata a pochi Paesi, tra cui Qatar e Emirati Arabi Uniti che hanno avviato un’estensione della produzione. In particolare, il Qatar ha aumentato nel 2024 la produzione del più grande giacimento di gas naturale del mondo, il North Field, con l’obiettivo di aggiungere 16 milioni di tonnellate all’anno, come dichiarato dal ministro dell’Energia Saad Sherida al-Kaabi. Tuttavia, le difficoltà logistiche e politiche fanno sì che diversificare le fonti di importazione non sia né semplice né immediato: per questo, l’Ue rimane oggi fortemente dipendente dal GNL statunitense. Cosa che è confermata dall’impegno della Commissione europea di acquistare 750 miliardi di prodotti energetici statunitensi come parte dell’accordo commerciale firmato nel 2025 con gli USA, ma anche dalla disponibilità a rinforzare e estendere le infrastrutture energetiche europee: per esempio, Bruxelles ha ribadito l’attenzione nei confronti di due importanti gasdotti che collegheranno Malta e Cipro all’Europa continentale, facilitando ancora di più i flussi di gas americano.

Nel frattempo, gli alti costi energetici del GNL importato dagli USA hanno comportato un brusco declino dell’industria europea e in particolare dell’industria chimica, uno dei settori chiave dell’economia tedesca: secondo i dati del Cefic – European Chemical Industry Council, la principale associazione che rappresenta l’industria chimica europea – il tasso di chiusure di impianti chimici in Europa è aumentato di sei volte dal 2022, facendo perdere il 9% della capacità produttiva e 20.000 posti di lavoro, con la previsione di 89.000 posti a rischio nell’indotto nei prossimi anni.

Abbandonando le forniture di gas russo, l’UE ha perso una fonte energetica a basso conto fondamentale per la sua economia: allo stesso tempo, da un lato, è stata incapace di accelerare la sua transizione verso le rinnovabili – cosa che peraltro costituiva il pilastro della politica del precedente mandato di Ursula von der Leyen – dall’altro, si è legata apparentemente senza alternative agli Stati Uniti. In questo modo ha accentuato quella sottomissione alla potenza a stelle e strisce che da tempo caratterizza il Vecchio continente, proprio in un momento in cui Washington potrebbe sfruttare la vulnerabilità energetica europea come leva per portare avanti la sua riorganizzazione dello scacchiere internazionale, mentre l’UE appare sempre meno centrale.

Gaza, raid israeliani a Gaza City e Khan Younis: almeno 23 morti

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Gli ospedali della Striscia di Gaza hanno riferito che almeno 23 palestinesi sono stati uccisi oggi, sabato 31 gennaio, in attacchi israeliani, uno dei bilanci più gravi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco di ottobre. Secondo fonti sanitarie locali, i bombardamenti hanno colpito varie aree, tra cui un condominio a Gaza City e un campo tendato nella città di Khan Younis. Tra le vittime si contano anche due donne e sei bambini di due diverse famiglie. Un altro attacco ha colpito una stazione di polizia, causando almeno 11 morti e diversi feriti, ha dichiarato il direttore dell’ospedale Shifa.

La surreale intervista di Leonardo Del Vecchio a La7

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Leonardo Maria Del Vecchio

L’acronimo del nome suona come un brand, per suggerire, fin dalle presentazioni, che ci si trova di fronte a uno di quei rampolli che, tramite denaro, asset e conoscenze, hanno in mano il futuro di questo martoriato Paese. Anzi, il rampollo per eccellenza, visto che LMDV, Leonardo Maria del Vecchio, 31enne erede (insieme a 5 fratelli, la madre e il fratellastro) del più grande impero capitalistico italiano, vanta un patrimonio stimato intorno ai 7,5 miliardi di euro. Per capirci: se fossero spesi a botte di 10mila euro al giorno, ci vorrebbero comunque 2mila anni buoni per finirli tutti.

Soldi che alimentano i vari business nei ramificati settori in cui investe, dall’occhialeria alla finanza, passando per immobiliare e partecipazioni industriali. L’ultima avventura è quella editoriale in cui, dopo aver inseguito per mesi la possibilità di entrare nel capitale de La Repubblica, storicamente progressista, ha finito per rilevare il 30% del Il Giornale, da sempre conservatore, dopo il rifiuto di chi attualmente possiede la testata e tutto il corollario, John Elkann.

D’altronde, che l’idea di prendere posizione, politicamente parlando, gli risulti difficile, è esplicitata direttamente da lui in risposta alla domanda di Massimo Giannini, presente insieme alla Gruber negli studi di Otto e mezzo nell’intervista che sta deliziando il popolo del web, che gli chiedeva se il suo cuore battesse a sinistra oppure a destra. La risposta, di aver votato sia Renzi che Meloni, che ringrazia per «la stabilità data al Paese», è un capolavoro assoluto di cerchiobottismo, con una spruzzata di riverenza assolutamente disinteressata.

Ad ogni modo l’editoria resta uno degli interessi centrali dell’imprenditore tanto che con la sua LMDV Capital ha acquisito anche la maggioranza di Editoriale Nazionale, il gruppo a capo de Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione e QN. Non per rinsaldare la tradizione italiana che vede i grandi capitani d’industria diventare editori di giornali per condizionare la vita pubblica, in un conflitto d’interessi senza fine. Il motivo l’ha spiegato direttamente lui in diretta TV: «Credo molto nell’informazione, l’informazione vera», ha sottolineato evidenziando che il desiderio è che: «Mia figlia un giorno possa avere informazioni da firme autorevoli e non da tiktoker». Ma Del Vecchio non si pone limiti e non esclude di acquistare anche una televisione: «Mi è sempre stato detto che corro troppo, ma prima di fare un ulteriore passo come comprare una televisione è meglio aspettare, dato che non sono ancora entrato formalmente nell’editoria».

Spazio anche al caso dell’incidente stradale avvenuto a Milano a novembre con la sua Ferrari Purosangue. Dalle ricostruzioni della polizia stradale emerge che alla guida della vettura non fosse il collaboratore che le forze dell’ordine hanno trovato sul posto al momento dell’intervento, bensì lo stesso Del Vecchio, che nel frattempo si era allontanato. L’imprenditore, al centro dell’indagine per sostituzione di persona e omissione di soccorso, ha ricostruito la dinamica sottolineando di essersi fermato, di essersi accertato dell’arrivo dei soccorsi e delle condizioni dell’altro conducente. Solo dopo, avrebbe lasciato il luogo dell’incidente per un impegno di lavoro, lasciando sul posto l’autista.

Ma la Gruber ha chiesto conto anche del cosiddetto “caso Equalize”, quello che riguarda una vasta inchiesta su un presunto mercato clandestino di dati riservati e dossieraggi illegali condotto dall’omonima società di intelligence milanese. Tra le carte era spuntato anche il nome dell’imprenditore, accusato di aver fatto spiare i fratelli e la ex compagna. «Non ho mai fatto spiare nessuno», ha affermato Del Vecchio, dichiarando di avere totale fiducia nell’operato della magistratura e precisando che: «Da una posizione iniziale di indagato sono stato riconosciuto parte lesa, sia a Roma sia a Milano».

Le parole più forti sono però quelle dette a inizio trasmissione, quando «con una citazione jovanottiana» si è definito «un ragazzo fortunato» che «deve dimostrare che questa ricchezza ereditata non è solo fortuna, non è solo rendita» e «sta cercando una sua strada per dimostrare di essere Leonardo Del Vecchio e non soltanto il figlio del capostipite». Speriamo vivamente che riesca a trovarla, dimostrando il «senso civico» che ha dichiarato di possedere e soprattutto «l’idea di restituire al Paese ciò che il Paese gli ha dato».