mercoledì 21 Gennaio 2026
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Ripristino della natura: per l’Europa i benefici sono dieci volte superiori ai costi

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Ripristinare la natura non è una scelta ideologica né un vezzo ambientalista, bensì una decisione economica strategica che riguarda la sicurezza, la salute e la stabilità dell’Europa. A dirlo non è un’organizzazione ambientalista, ma una nuova analisi dell’European Academies Science Advisory Council (Easac), l’organo che riunisce le accademie scientifiche nazionali dei Paesi Ue insieme a quelle di Norvegia, Svizzera e Regno Unito. Nel documento Opportunities in Nature Restoration, i ricercatori spiegano infatti che l’attuazione piena del Regolamento Europeo sul Ripristino della Natura rappresenta un investimento con ritorni almeno dieci volte superiori ai costi.

Secondo l’analisi, il costo stimato per il ripristino degli ecosistemi degradati in Europa ammonta a circa 150 miliardi di euro. I benefici economici attesi, però, arrivano fino a 1.800 miliardi di euro, grazie alla riduzione delle perdite legate ai disastri naturali, al miglioramento della salute pubblica, a una maggiore resilienza climatica e al rafforzamento della sicurezza alimentare e idrica. Insomma, non si tratta di una spesa, piuttosto di una forma di investimento nella prevenzione e nel benessere futuro. «Il ripristino della natura non è un lusso ambientale. È una misura fondamentale di gestione del rischio», afferma Thomas Elmqvist, direttore Ambiente dell’Easac e autore principale del rapporto. In un contesto in cui l’Europa spende già miliardi per far fronte a inondazioni, siccità, incendi boschivi e impatti sanitari, investire sugli ecosistemi significa ridurre costi futuri oggi ampiamente prevedibili. Il quadro di partenza, del resto, è critico. I sistemi naturali europei risultano fortemente degradati: solo l’1,4% delle foreste può essere considerato intatto e appena il 3,3% del territorio è soggetto a un intervento umano minimo. Questa erosione del capitale naturale è direttamente collegata all’aumento dei danni da alluvioni, al declino della fertilità dei suoli, all’indebolimento della capacità delle foreste di assorbire carbonio e al crescente rischio di incendi. Lo studio mette in discussione anche i modelli economici tradizionali, che continuano a trattare la natura come una risorsa sacrificabile. «Ignorare il ruolo economico della natura è un grave errore strategico», sottolinea Elmqvist spiegando che ecosistemi sani proteggono infrastrutture, stabilizzano i sistemi alimentari e riducono la spesa pubblica per emergenze e sanità. Quando gli ecosistemi collassano, i costi ricadono su cittadini, assicurazioni e governi.

Il Regolamento Europeo sul Ripristino della Natura introduce per la prima volta obiettivi giuridicamente vincolanti per il recupero di ecosistemi, habitat e specie in tutti gli Stati membri. La misura nasce da una constatazione condivisa dalla comunità scientifica e dalle istituzioni europee: la natura nell’Unione è in grave difficoltà. Secondo i dati più recenti, l’80% degli habitat è in cattive condizioni, il 70% dei terreni è degradato e il 10% delle specie di api e farfalle è a rischio di estinzione, sotto la pressione combinata di inquinamento, cambiamenti climatici, perdita di habitat e specie invasive. Il regolamento punta a invertire questa tendenza prevedendo misure di ripristino efficaci su almeno il 20% delle aree terrestri e marine entro il 2030, con l’obiettivo di intervenire su tutti gli ecosistemi degradati entro il 2050. Gli interventi riguardano habitat terrestri e marini, foreste, fiumi e pianure alluvionali, sistemi agricoli e aree urbane, riconoscendo che ecosistemi sani beneficiano tanto la biodiversità quanto la società. A questo impianto scientifico e strategico ha fatto però da opposizione un iter legislativo lungo e politicamente tortuoso. Il Regolamento è stato oggetto di forti resistenze e tentativi di indebolimento durante tutto il negoziato, in particolare da parte di alcuni governi e settori economici che ne hanno contestato soprattutto l’impatto su agricoltura e competitività. Dopo l’accordo politico provvisorio raggiunto tra Consiglio e Parlamento europeo nel novembre 2023, il testo è stato approvato dal Parlamento europeo nel febbraio 2024 e formalmente adottato dal Consiglio dell’Ue nel giugno 2024, ma non all’unanimità. In quella sede, l’Italia ha votato contro insieme ad un’altra manciata di Stati membri, confermando le profonde divisioni politiche che hanno accompagnato l’intero percorso della legge. Ad ogni modo, come hanno ora ribadito gli scienziato dell’Easac, «i passi indietro in materia ambientale non eliminano i costi, li spostano semplicemente in avanti». Vien da sé che il ripristino della natura non è un freno allo sviluppo europeo, ma una delle sue condizioni fondamentali.

UE-Mercosur: centinaia di trattori protestano davanti al Parlamento europeo

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“No agli accordi tossici”, “Stop Mercosur”, “Von der Leyen Go Home!”. Tra slogan, striscioni e trombette, migliaia di agricoltori con i loro trattori hanno manifestato martedì davanti al palazzo del Parlamento europeo a Strasburgo, in Francia, contro l’accordo UE-Mercosur. Il trattato è stato firmato il 17 gennaio in Paraguay dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, ma il Parlamento europeo deve ancora votarlo. I mezzi agricoli hanno trasformato la piazza in un presidio, occupando le vie d’accesso e bloccando il traffico. Le proteste riflettono la forte opposizione del settore primario europeo, che teme la pressione competitiva sui prezzi, standard sanitari più bassi e perdita di reddito.

Nella conferenza stampa di sabato, Ursula von der Leyen ha difeso l’accordo siglato dopo più di 25 anni di negoziati, rivolgendosi direttamente ai cittadini europei, sostenendo che l’intesa con il Mercosur sia «positiva per l’Europa e per ogni Stato membro». Il percorso del trattato, però, è tutt’altro che concluso: la Commissione dovrà decidere se applicarlo in via provvisoria dopo una prima ratifica nei Paesi sudamericani, che potrebbe arrivare presto, soprattutto in Argentina. Inoltre, il via libera del Parlamento europeo resta incerto. Nonostante il sostegno ufficiale di popolari, socialisti e liberali, le defezioni interne mettono a rischio una maggioranza solida. In attesa del voto, cresce il fronte di chi spera di fermare l’intesa o, come alcuni eurodeputati, di sottoporla prima al vaglio della Corte di giustizia europea.

È una richiesta che intercetta le rivendicazioni dei manifestanti, i quali chiedono tutele più solide per l’agricoltura dell’UE, la revisione delle condizioni del trattato e garanzie contro l’ingresso massiccio di prodotti sudamericani a prezzi inferiori a quelli locali. Per molti agricoltori l’accordo significa esporsi a una concorrenza ritenuta sleale: carni, cereali, zucchero e soia potrebbero arrivare sul mercato europeo a costi più bassi, con standard produttivi giudicati meno rigorosi e possibili ricadute sulla sicurezza alimentare per i consumatori. In un comparto già fragile, con margini ridotti e costi elevati, l’impatto rischia di destabilizzare gli equilibri. I sindacati parlano di un accordo che penalizza chi produce in Europa secondo regole severe, favorendo Paesi con normative più permissive. Tra i nodi centrali ci sono le clausole di salvaguardia e il principio di reciprocità: senza un’attivazione automatica, le tutele dipendono da iter complessi e lenti, incapaci di proteggere in tempi utili le imprese agricole dalla concorrenza sleale. Le marce dei trattori sono l’epilogo di mesi di mobilitazioni in tutto il continente. Francia, Polonia, Irlanda, Belgio e Italia hanno già visto le campagne scendere in piazza contro politiche percepite come ostili o inadeguate. Alla base c’è anche la percezione di un abbandono politico: l’accordo è il detonatore di una sfiducia più ampia verso le politiche agricole dell’UE. Al centro della protesta c’è l’asimmetria delle regole e la richiesta di reciprocità e controlli efficaci.

Sul piano istituzionale la partita resta aperta. A Strasburgo si valutano emendamenti, rilievi giuridici e persino ipotesi di stop, con dubbi sulla compatibilità dell’intesa rispetto ai trattati europei. Diversi eurodeputati spingono per un passaggio preliminare alla Corte di Giustizia, che potrebbe rallentare l’iter per mesi. Nel frattempo, le forze politiche si muovono in ordine sparso: per alcuni il Mercosur è una leva strategica nel nuovo equilibrio commerciale globale, per altri un compromesso che espone le categorie più vulnerabili a costi troppo alti. In questo clima, movimenti agricoli e sindacati continuano a chiedere aiuto finanziario, strumenti di gestione dei mercati e tariffe protettive che compensino gli effetti di una maggiore apertura commerciale. La protesta dei trattori è l’immagine plastica di un conflitto più profondo tra un modello di integrazione economica che punta alla liberalizzazione e le comunità agricole che temono di rimanere schiacciate da forze di mercato fuori misura. Resta aperto il nodo di trovare un equilibrio tra crescita globale e sostenibilità locale, tra standard europei e competitività internazionale: un equilibrio che, ora, si gioca sul campo, strada per strada.

Seul, condannato l’ex premier Han Duck-soo per tentato colpo di Stato

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«Si ritiene che Han abbia svolto un ruolo significativo negli atti insurrezionali di Yoon e di altri, garantendo, almeno formalmente, il rispetto dei requisiti procedurali». Con queste motivazioni, la Corte distrettuale centrale di Seul ha condannato l’ex primo ministro sudcoreano Han Duck-soo a 23 anni di carcere per il suo coinvolgimento nel tentativo di imporre la legge marziale del 3 dicembre 2024. I giudici hanno stabilito che Han abbia «ignorato il suo dovere e la sua responsabilità», contribuendo alle azioni dell’allora presidente Yoon Suk-yeol. La pena supera i 15 anni chiesti dalla procura, ritenendo le condotte di particolare gravità. Han, che ha sempre negato ogni illecito, è stato trasferito immediatamente in carcere.

Negli USA, per difendere i quartieri dalla polizia federale, sono tornate le Black Panthers

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Mentre negli Stati Uniti infuriano le proteste esplose a seguito dell’uccisione di Renee Nicole Good, a Minneapolis, durante uno dei tantissimi raid dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), a Filadelfia sono tornate le Pantere Nere. Guidato dal presidente nazionale Paul Birdsong, il gruppo locale del Black Panther Party for Self-Defense ha fatto la sua comparsa con una coreografia che richiama esplicitamente l’estetica e la militanza degli anni ’60: divise nere, berretti e fucili d’assalto bene in vista. Lo scopo è quello di proteggere i cortei di manifestanti anti-ICE ma soprattutto i quartieri dove vivono le comunità afroamericane, così come quelli di minoranze in generale. Nelle parole di Birdsong, le Black Panthers sono lo «scudo armato» di quelle persone che vivono nel terrore delle politiche trumpiane, eseguite dagli agenti federali che ormai molti negli Stati Uniti chiamano «Gestapo».

Nel gelido inverno di Filadelfia, città in cui i Padri Fondatori si riunirono nell’Independence Hall per scrive e firmare la Costituzione nel settembre 1787, il ritorno operativo delle Black Panthers segna una svolta radicale nel panorama della protesta americana. Non si tratta di una mera rievocazione storica. E il gruppo non agisce più solo come baluardo della comunità nera, ma si è sollevato per proteggere «i migranti finiti nel mirino delle espulsioni di massa targate Donald Trump». Il movimento ha ripreso vigore in risposta all’uccisione di Renee Nicole Good, una madre di tre figli colpita a morte da un agente federale a Minneapolis durante un raid. L’evento ha agito da catalizzatore, trasformando il dolore in una postura di difesa proattiva. Birdsong è stato categorico: «Se fossimo stati lì, nessuno sarebbe stato toccato. Agenti dell’ICE, ascoltatemi bene: se commettete crimini in questa città, andrete in prigione».

Lunedì 19 gennaio, in coincidenza con il Martin Luther King Day, gli attivisti hanno annunciato l’inizio di una mobilitazione permanente davanti agli uffici dell’ICE. Non è una scelta casuale: nel giorno che celebra la lotta per i diritti civili, Filadelfia risponde con una forma di resistenza radicale – e armata per la propria difesa. La novità politica più rilevante di questa mobilitazione è la fusione dell’agenda per la liberazione nera con quella dei diritti degli immigrati e delle minoranze in generale. È una rottura netta con la narrazione mainstream, che spesso ha cercato di dipingere queste comunità come concorrenti per le scarse risorse del welfare. La logica adottata a Filadelfia è brutale nella sua semplicità e punta dritta all’intersezionalità delle lotte: «Quando vengono a prendere uno di noi, stanno già pianificando di venire a prendere tutti», ha detto Birdsong. Questa solidarietà trasversale sta riscrivendo le regole del dissenso urbano, creando una coalizione che il governo federale fatica a gestire con i metodi convenzionali.

La risposta della Casa Bianca non si è fatta attendere. Donald Trump ha bollato i manifestanti come «insurrezionalisti pagati» e ha nuovamente minacciato di invocare l’Insurrection Act del 1807. L’attivazione di questa legge consentirebbe al presidente di schierare l’esercito regolare sul suolo nazionale per sedare le rivolte, scavalcando l’autorità dei governatori. A Filadelfia, tuttavia, la frattura istituzionale è totale. Da una parte il potere federale preme per l’uso della forza; dall’altra, le autorità locali oppongono una resistenza burocratica e politica. Il procuratore distrettuale Larry Krasner e membri del consiglio comunale come Kendra Brooks hanno dichiarato gli agenti ICE “non benvenuti” in città, promuovendo attivamente sessioni di “Know Your Rights” (letteralmente: “Conosci i tuoi diritti”) per preparare i cittadini ai raid e ostacolare l’azione federale.

L’azione delle Pantere Nere non si esaurisce nell’ostentazione delle armi. La loro strategia si muove su due binari paralleli. Da un lato, i pattugliamenti armati intorno ai centri di detenzione e nei quartieri sensibili servono a scoraggiare abusi di potere da parte delle forze dell’ordine. Dall’altro, il gruppo ha riattivato i programmi di mutuo soccorso: distribuzione di cibo e beni di prima necessità per garantire che la paura dei raid non paralizzi la vita quotidiana. Questa presenza ha creato una faglia profonda nell’opinione pubblica. Se per molti residenti le Pantere rappresentano l’unica protezione tangibile contro uno Stato percepito come autoritario, i critici, oltre della stampa conservatrice, temono che la presenza di civili armati possa innescare una spirale di violenza fuori controllo. Eppure, i dati sul campo suggeriscono un primo effetto: i raid previsti per lo scorso weekend in alcuni quartieri di Filadelfia sono stati rinviati o drasticamente ridimensionati per “ragioni di sicurezza”.

In un’America che sembra aver perso ogni terreno comune di dialogo, Filadelfia è diventata ufficialmente il laboratorio di una nuova resistenza urbana. Resta da vedere se questo modello rimarrà un caso isolato o se diventerà la scintilla per una mobilitazione nazionale capace di paralizzare le politiche migratorie della Casa Bianca. La sfida è lanciata, e le strade della città non sono mai state così calde durante un’inverno.

Spagna: deragliano altri 2 treni, morto macchinista, diversi feriti

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A due giorni dalla tragedia ferroviaria in Andalusia in Spagna, martedì sera è avvenuto un nuovo deragliamento di un treno della linea 4 delle ferrovie regionali catalane (Rodalies). L’incidente ha avuto luogo tra Sant Sadurní d’Anoia e Gelida, nei pressi di Barcellona, dopo che un muro di contenimento è crollato sui binari a causa delle piogge intense. Il macchinista è morto e almeno 37 passeggeri sono rimasti feriti, di cui quattro in condizioni serie. I soccorsi hanno mobilitato ambulanze e vigili del fuoco per assistere i viaggiatori e liberare i vagoni. Il servizio ferroviario della linea R1 e R4 di Rodalies è stato sospeso.

Lo Stato italiano dovrà risarcire la famiglia di un pompiere ucciso dall’amianto

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Oltre un milione di euro per compensare, quantomeno sul piano materiale, la morte di un lavoratore avvenuta come conseguenza dello svolgimento delle proprie mansioni. Si tratta dell’ammontare del risarcimento, disposto dal tribunale di Genova, che il ministero dell’Interno dovrà pagare alla famiglia di un vigile del fuoco di La Spezia. L’uomo, 66 anni, è morto dopo aver sviluppato un mesotelioma pleurico come conseguenza dell’esposizione prolungata e ripetuta all’amianto negli anni di attività lavorativa. Non si tratta della prima sentenza di questo tipo: negli anni, sono stati numerosi i verdetti che hanno imposto alle istituzioni di risarcire le famiglie delle persone uccise dall’esposizione all’amianto sul posto di lavoro. In questo caso, di particolare rilevanza è il fatto che il risarcimento sia stato riconosciuto anche ai nipoti, in quanto identifica l’entità del danno causato da queste circostanze.

Come spiegato dall’avvocato difensore della famiglia, prima che ne fosse accertata la pericolosità l’amianto veniva impiegato in moltissimi ambiti, compresi «coperte, guanti, maschere e altri dispositivi di protezione personale». Marco Piergallini, segretario generale di CONAPO (il sindacato autonomo dei vigili del fuoco), ha sottolineato alla stampa che la mappatura nazionale dell’amianto rappresenta una necessità immediata. Si tratta di una battaglia che «da anni portiamo avanti contro i ministeri competenti», in quanto la sua assenza «espone quotidianamente i vigili del fuoco, e non solo loro, a rischi gravissimi per la salute». Solamente tra il 2010 e il 2020, infatti, una media di 1.545 persone all’anno sono decedute per mesotelioma: in media, 25 di queste avevano 50 anni o meno. Si tratta di almeno 17 mila casi nel giro di 10 anni, verificatisi soprattutto in Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia e Liguria – territori con un alto numero di cantieri navali, poli industriali, ex industrie del cemento-amianto ed ex cave di amianto.

Solamente poche settimane fa, il tribunale di Messina aveva condannato RFI (Rete Ferroviaria Italiana spa) a risarcire con 1,2 milioni di euro la famiglia di un suo ex dipendente, anch’egli deceduto per aver sviluppato un mesotelioma pleurico. Questa rappresenta infatti una delle conseguenze più comuni, ma anche la più letale, dell’esposizione alle fibre di amianto, anche se si manifesta dopo un periodo di 30-40 anni dall’esposizione. In questo caso l’uomo, elettricista addetto alla manutenzione, aveva prestato servizio sui traghetti e negli impianti elettrici delle Ferrovie dello Stato tra il 1977 e il 2001. La diagnosi di mesotelioma era giunta nel 2014 e l’uomo era deceduto pochi mesi dopo, nel 2015, all’età di 68 anni. Anche in questo caso, RFI è stata condannata a risarcire i famigliari di 1,2 milioni di euro.

In Antartide è nato il primo archivio per custodire i ghiacci del mondo

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Ice Memory Sanctuary.

Alla stazione Concordia, uno dei luoghi più freddi e isolati del pianeta nel cuore del plateau antartico, è stato inaugurato l’Ice Memory Sanctuary. Si tratta della prima “biblioteca” mondiale di carote di ghiaccio, campioni prelevati dai ghiacciai di tutto il pianeta e conservati per le generazioni future. L’obiettivo è salvare le tracce dei climi del passato prima che i ghiacciai, sempre più fragili, scompaiano.
I ghiacciai sono infatti vere e proprie pagine di storia climatica. Intrappolano bolle d’aria, particelle di polvere, tracce di eruzioni vulcaniche, inquinanti industriali e gas serr...

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Cisgiordania: Israele ha raso al suolo la sede UNRWA di Gerusalemme Est

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È stata demolita stamattina la sede dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA), a Gerusalemme Est. I bulldozer israeliani, insieme all’esercito, hanno fatto irruzione nel complesso dell’agenzia alle prime luci del mattino, e dopo aver isolato le strade circostanti, hanno proceduto alla demolizione delle strutture. Poi hanno issato la bandiera israeliana sull’edificio, nel quartiere palestinese di Sheikh Jarrah. “Si tratta di un attacco senza precedenti contro l’UNRWA e i suoi locali. Costituisce inoltre una grave violazione del diritto internazionale e dei privilegi e delle immunità delle Nazioni Unite” ha dichiarato il portavoce dell’UNRWA, Jonathan Fowler. L’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente) è l’agenzia ONU creata nel 1949 per fornire assistenza umanitaria, protezione, istruzione e servizi sanitari ai circa 5 milioni di profughi palestinesi registrati in Giordania, Libano, Siria e nei territori palestinesi. Offre servizi essenziali come scuole, centri medici, supporto sociale e aiuti in caso di emergenza.

L’agenzia ONU è nel mirino d’Israele da decenni, ma dal 7 di ottobre 2023 i suoi tentativi di cancellarla hanno trovato anche sostegno internazionale, quando almeno 9 Stati le hanno tagliato i finanziamenti a seguito delle accuse – senza prove – secondo cui alcuni membri del personale erano coinvolti negli attacchi di Hamas del 7 ottobre. Lo Stato ebraico vuole chiudere UNRWA perché l’agenzia difende e rappresenta il diritto dei rifugiati palestinesi a tornare nella propria terra dalla quale sono stati cacciati nel 1948, terra che poi è diventato lo Stato di Israele. Oggi la Rete delle organizzazioni non governative palestinesi (PNGO) ha ribadito che la demolizione e il raid fanno parte dei continui tentativi di smantellare le operazioni di UNRWA ed eliminare il diritto al ritorno dei rifugiati palestinesi, garantito dalla risoluzione 194 delle Nazioni Unite. “Ciò fa parte di una campagna continua da parte della potenza occupante che prende di mira i campi profughi palestinesi nella Cisgiordania settentrionale, con l’obiettivo di minarli e rimodellarli come testimonianza della Nakba, nell’ambito della sua guerra aperta contro il popolo palestinese e dei suoi continui crimini di genocidio nella Striscia di Gaza e in Cisgiordana”, scrivono.

Mentre i bulldozer iniziavano a demolire le strutture, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir è arrivato sul posto per assistere alla demolizione. “Questo è un giorno importante per la sovranità a Gerusalemme”, ha affermato. “Oggi questi sostenitori del terrorismo vengono cacciati da qui con tutto ciò che hanno costruito. Questo è ciò che verrà fatto a ogni sostenitore del terrorismo”. UNRWA è uno dei bersagli preferiti del ministro di estrema destra israeliano, forte sostenitore del suprematismo ebraico nonché uno dei leader della colonizzazione della Cisgiordania e della recente proposta di legge che invoca la pena di morte per i prigionieri palestinesi. Anche il vicesindaco della città, Arieh King ha gioito dell’operazione. “Oggi abbiamo sconfitto il nemico, è stato cacciato via da Gerusalemme e, con l’aiuto di Dio, lo cacceremo via da ogni parte della Terra d’Israele. Non c’è scelta: o loro o noi” ha dichiarato .

Nell’ottobre del 2024, la Knesset ha approvato due leggi che vietano ad UNRWA di operare nel territorio israeliano e che proibiscono ai funzionari israeliani di avere contatti con l’agenzia. Il mese scorso ha modificato la legge per vietare la fornitura di elettricità o acqua alle strutture UNRWA, che includono scuole e centri medici. La settimana scorsa, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha avvertito il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che potrebbe portare il suo Paese davanti alla Corte internazionale di giustizia se non abroga le leggi che prendono di mira l’UNRWA e restituisce i beni e le proprietà sequestrati. In una lettera dell’8 gennaio a Netanyahu, Guterres ha affermato che l’ONU non può rimanere indifferente alle “azioni intraprese da Israele, che sono in diretta violazione degli obblighi di Israele ai sensi del diritto internazionale. Devono essere revocate senza indugio”.

Gli edifici di UNRWA erano stati posti sotto sequestro il mese scorso, anche in quel caso sostituendo la bandiera ONU con quella israeliana. L’ONU considera Gerusalemme Est occupata da Israele, mentre Tel Aviv, violando gli accordi sanciti in passato nonché numerose risoluzioni ONU, considera tutta Gerusalemme parte del proprio territorio.

La Camera approva il decreto Ilva: è legge

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Con 136 voti a favore, 96 contrari e 4 astenuti, la Camera dei Deputati ha approvato il decreto-legge ex Ilva; il provvedimento era già stato approvato dal Senato, e diventerà ora legge. Esso prevede lo stanziamento di 149 milioni di euro di prestito a Ilva volti a garantire la continuità degli stabilimenti di interesse strategico, da erogare nel caso in cui la procedura di cessione a terzi non si concluda entro il 30 gennaio. Il testo dispone inoltre una integrazione del trattamento economico dei dipendenti per cui – nel 2025 e nel 2026 – è stato prorogato il ricorso alla cassa integrazione.

Togo: estradato ex presidente del Burkina Faso

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Il Togo ha annunciato di avere estradato l’ex presidente ad interim del Burkina Faso, Paul-Henri Sandaogo Damiba su richiesta del governo burkinabé. Ouagadougou accusa l’ex presidente di appropriazione indebita di fondi pubblici, istigazione delinquere e di avere architettato un golpe contro il Paese; il Togo ha affermato di avere ricevuto la garanzia che Damiba non sarà condannato a morte. L’ex leader del Paese si trovava in Togo dopo la sua destituzione da parte dell’attuale presidente Ibrahim Traoré col golpe del 2022; precedentemente ricopriva la carica di presidente ad interim, assunta a seguito di un altro colpo di Stato.