martedì 24 Febbraio 2026
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Esplode palazzina a Verona: tre feriti e un disperso

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Oggi attorno alle 18:30, in una frazione di Negrar, a pochi chilometri a nord di Verona, un’esplosione ha fatto crollare una palazzina. Da un primo bilancio pare che vi siano tre feriti lievi e una quarta persona che dovrebbe ancora essere intrappolata nelle macerie. Ignote le cause dell’esplosione, che dovrebbe essere stata causata da una bombola di gas. Lo scoppio si è verificato nel primo dei tre piani dell’edificio, che è collassato. Sul posto sono attivi i vigili del fuoco.

La resistenza di Cuba all’assedio USA, tra blackout e scarsità di risorse

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Blackout, scarsità di cibo, ospedali in affanno. L’inasprimento del bloqueo da parte degli Stati Uniti sta stritolando Cuba e spingendo il suo popolo ai limiti della sopravvivenza. Nonostante ciò, l’isola non sembra intenzionata a piegarsi: insieme alle misure straordinarie che riguardano sanità e servizi fondamentali, contenute nel pacchetto varato pochi giorni fa, la resistenza isolana passa anche per quella forma “creativa” che da decenni accompagna l’immagine di Cuba nel mondo. Così, l’espressione artistica e l’ingegno diventano un mezzo per opporsi a un contesto segnato dalle difficoltà e dalle ingiustizie. Non è certo la soluzione definitiva, ma un mezzo per andare avanti, in attesa che la solidarietà internazionale faccia il suo corso. Tra un blackout e l’altro, i teatri, i cinema, le sale da ballo, le palestre restano aperti, offrendo svago e socialità in uno dei momenti più bui per il popolo cubano.

A inizio febbraio il presidente Miguel Díaz-Canel, nel lanciare un allarme globale contro l’assedio USA, fece innanzitutto appello al popolo cubano, chiedendo di rispondere alle minacce di Washington con l’atavica “resistenza creativa”, quella dell’espressione artistica, delle manifestazioni al limite tra sacro e profano, dell’ingegno. Così è stato. Gli eventi sportivi, i concerti, gli spettacoli non si fermano, ma si adattano al nuovo ritmo dettato dall’inasprimento delle sanzioni americane. L’associazione Hermanos Saiz, «la giovane avanguardia artistica e intellettuale di Cuba», continua ad esempio a organizzare dibattiti e concerti al Vedado, quartiere dell’Avana. Si punta, coi limitati mezzi a disposizione, a mitigare gli effetti della crisi, che tra le altre cose ha messo a dura prova gli spostamenti e lo svago, impattando sulla qualità della vita.

Per diminuire la pressione sugli ospedali vengono tenuti aperti anche gli ambulatori di base, che oggi sono in grado di fornire prestazioni minime esclusivamente grazie alle donazioni. Nelle farmacie pubbliche gli scaffali sono quasi vuoti. A compensare — e qui torna l’ingegno della resistenza creativa — c’è la medicina naturale, una tradizione secolare che ha reso Cuba un laboratorio, un caso di studi, basato sull’uso terapeutico di circa 2000 piante medicinali facente capo alla Santeria.

Quelle messe in campo dal popolo cubano sono risposte emergenziali, di resistenza verso l’imperialismo USA che da fine gennaio ha praticamente azzerato i rifornimenti energetici dell’isola. Cuba resiste, ma attende la solidarietà internazionale. Mentre vengono tenute aperte le porte del dialogo tra l’Avana e Washington, una coalizione di movimenti e associazioni ha lanciato la “Nuestra América Flotilla“. Seguendo l’esempio della Global Sumud Flotilla, che proprio in questi giorni sta preparando una nuova spedizione per Gaza, un convoglio di navi umanitarie salperà a marzo dai Caraibi, direzione Cuba. Se la solidarietà dal basso prende forma, nella comunità internazionale si registrano posizioni ambigue e un generale stato di inerzia. Il Messico ha inviato due navi con viveri e medicinali (ma su pressione americana ha interrotto le esportazioni energetiche), mentre dal Cremlino fanno sapere di «star aiutando Cuba» ma di non voler rivelare ulteriori dettagli. Dall’Italia arriva invece un endorsement ai progetti di Trump e quindi a un’implosione senza intervento militare. «È meglio cambiare senza violenza, ma un cambiamento è necessario. Cuba è un regime comunista», ha dichiarato il Ministro degli Esteri Antonio Tajani. 

Canada, 185 milioni all’Ucraina

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Il Canada erogherà all’Ucraina un pacchetto di aiuti da 300 milioni di dollari canadesi, corrispondenti a oltre 185 milioni di euro. A dare la notizia è stato il ministro della Difesa del Paese David McGuinty che ha spiegato che il Canada imporrà anche sanzioni a 100 navi della cosiddetta “flotta ombra” della Russia, la supposta flotta di navi battenti falsa bandiera che la Federazione utilizzerebbe per eludere le sanzioni agli idrocarburi. I nuovi aiuti canadesi rientrano nell’ambito di un pacchetto da 2 miliardi di dollari canadesi (circa 1,25 miliardi di euro) presentato dallo stesso McGuinty lo scorso novembre.

Omicidio Youns el Boussettaoui, l’ex assessore di Voghera condannato a 12 anni di carcere

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Sono trascorsi oltre quattro anni da quando, la sera del 20 luglio 2021, l’allora assessore leghista di Voghera Massimo Adriatici uccise con un colpo di pistola in pieno petto Youns el Boussettaoui, dopo una lite di fronte a un bar. Oggi, nel tribunale di Pavia è arrivata la sentenza in primo grado (contro la quale, dunque, Adriatici potrà fare ricorso), ridotta di un terzo per il rito abbreviato: l’ex assessore dovrà scontare 12 anni di carcere e pagare un risarcimento di 90 mila euro ai genitori di Boussettaoui e di 50 mila euro a ciascuno dei fratelli.

Adriatici, avvocato ed ex funzionario di polizia, aveva dichiarato di aver sparato in un momento di “blackout”, per difendersi da Boussettaoui che, ubriaco, stava importunando alcune persone di fronte a un bar – anche se i video delle telecamere della piazza avevano mostrato come l’ex assessore stesse in realtà pedinando Boussettaoui. Il colpo di pistola era giunto dopo che quest’ultimo aveva colpito Adriatici in faccia, con uno schiaffo o un pugno, ma era stato esploso in un punto non raggiunto dalle telecamere. I fatti erano risultati poco chiari sin da subito: l’autopsia fu effettuata in appena 12 ore (un tempo record), senza che a famiglia o gli avvocati di Boussettaoui fossero presenti; Debora Piazza, l’avvocato di Boussettaoui, scoprì dell’omicidio dai giornali; il capo d’imputazione venne presto riconvertito da omicidio volontario a eccesso colposo di legittima difesa, prima ancora che la dinamica fosse ricostruita in modo chiaro. Tuttavia, nel novembre 2024 il tribunale di Pavia era riuscito a ottenere che la procura formulasse l’accusa di omicidio volontario. L’attuale vicepremier Matteo Salvini aveva immediatamente preso le difese dell’assessore, parlando di “legittima difesa”. “Prima di condannare una persona per bene che si è vista aggredita e avrebbe reagito, aspettiamo” aveva detto Salvini, “non ci sono cittadini che con il legittimo possesso delle armi vanno in giro a sparare”: l’attesa è durata cinque anni, ma la verità giudiziaria è finalmente arrivata.

Censis: 3 italiani su 5 insoddisfatti del proprio salario

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Per il 57,7% degli occupati (3 su 5), la retribuzione percepita in Italia non è adeguata al lavoro svolto. Soltanto il 36% si dice invece soddisfatto. Lo rivela il IX Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale. Nello studio emerge che un occupato su tre cambia spesso lavoro, in cerca di stipendi più alti, mentre il 68% degli intervistati ammette di aver sperimentato forme di stanchezza psicofisica legata all’occupazione.

Lo sport in Norvegia: da bambini non si compete, ecco perché da grandi si vince

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In Norvegia, fino ai 13 anni, nello sport non si vince e non si perde: non c’è competizione, solo crescita. Non esistono classifiche ufficiali, non si pubblicano graduatorie, non si fanno selezioni che etichettano precocemente i “bravi” e i “meno bravi”. Si gioca. Si cresce. Si prova. L’obiettivo non è individuare il campione, ma allenare tutti il più a lungo possibile, praticando diverse discipline. È da qui che comincia il paradosso norvegese: una nazione di poco più di cinque milioni di abitanti che si è trasformata in una potenza sportiva globale, dentro e fuori la neve.

Il principio educativo è sancito dalla Carta dei Diritti del Bambino nello Sport. Il documento stabilisce che fino ai 12-13 anni lo sport debba essere inclusivo, multidisciplinare, centrato sul divertimento e puntare alla partecipazione universale, nessuno escluso. Le ragioni sono strutturali, perché la federazione norvegese ha compreso che un sistema selettivo o oneroso rischierebbe di disperdere talenti prima ancora che possano emergere. Mentre dall’altro lato lo Stato finanzia in gran parte la formazione dei giovani atleti sostenendo i club locali, che rischiano di perdere i fondi se non si attengono alle regole stabilite.

In questo modo la specializzazione precoce è scoraggiata, dando il tempo di capire quale possa essere la disciplina migliore per ciascuno; inoltre la pressione è contenuta e si previene l’abbandono precoce delle attività, che spesso è favorito proprio dalla competizione smodata in tenera età. Il riscontro è un bacino di partecipazione amplissimo, visto che il 93% dei bambini norvegesi pratica almeno un’attività. Più bambini praticano sport, e più a lungo lo fanno, maggiore è la probabilità che alcuni, nel tempo, raggiungano alti livelli. Ma senza essere stati spremuti a dieci anni.

Dal punto di vista dei risultati i numeri parlano da soli. Alle ultime Olimpiadi invernali la Norvegia ha vinto 41 medaglie con il record assoluto di 18 ori. Lo sci di fondo è considerato patrimonio nazionale, con generazioni di atleti dominanti, da Marit Bjørgen a Johannes Høsflot Klæbo, talmente identificato nella sua vita totalizzante di sportivo professionista, che in una recente intervista, davanti alla possibilità di smettere di gareggiare, ha confessato: “Presto dovrò imparare la tecnica di stare al mondo”. L’eredità organizzativa dei Giochi di Lillehammer 1994 ha lasciato infrastrutture, competenze e una cultura manageriale che ha rafforzato l’intero sistema. È in quel momento che nel Paese viene creato l’Olympiatoppen, centro di eccellenza che integra la ricerca scientifica per gli atleti di alto livello, dove comunque si allenano insieme, rifiutando l’individualismo sfrenato che caratterizza la competizione a tutti i costi. L’approccio è sistemico: crescita a lungo termine, monitoraggio dei carichi, collaborazione tra federazioni e condivisione dei dati.

C’è poi un elemento meno quantificabile ma decisivo: il Friluftsliv, la filosofia della vita all’aria aperta. Fin dall’infanzia i bambini norvegesi trascorrono tempo nella natura, con qualsiasi clima. Camminano, sciano ed esplorano imparando a muoversi e a fare la fatica necessaria.

La sorpresa è che il successo non si ferma agli sport invernali. Nel calcio, Erling Haaland è diventato uno dei centravanti più prolifici al mondo e la Norvegia si è classificata prima nel girone per partecipare ai mondiali, a scapito proprio della blasonata nazionale italiana. Nell’atletica Karsten Warholm ha riscritto il record mondiale dei 400 ostacoli. I fratelli Ingebrigtsen hanno portato il mezzofondo norvegese in una dimensione globale, rompendo il monopolio tradizionale degli atleti africani o delle grandi federazioni europee. La nazionale femminile di pallamano nell’ultima edizione ha vinto l’oro olimpico. Nel canottaggio la Norvegia ha conquistato medaglie olimpiche e mondiali con continuità, così come accade nella vela dove ha ottenuto numerosi podi olimpici e mondiali in diverse classi. Perfino nel beach volley la coppia guidata da Anders Mol ha conquistato l’oro olimpico. Discipline diverse, contesti climatici opposti, stesso Paese: non è un’anomalia statistica, ma un modello vincente perché collaborativo.

La forza della Norvegia non nasce dunque da un particolare talento genetico né da un nazionalismo sportivo esasperato. La sua ragion d’essere sta in una scelta culturale e politica: allargare la base e ritardare la selezione proteggendo l’infanzia e poi, solo dopo, investire scientificamente sui migliori. In un’epoca in cui molti sistemi inseguono il prodigio precoce, Oslo ha scelto la pazienza. E la pazienza, a quanto pare, vince.

Firenze, studentessa manifesta a fianco dei sindacati: segnalata ai servizi sociali

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A Firenze una studentessa di 17 anni è stata segnalata ai servizi sociali dopo aver partecipato a una protesta degli operai della stireria L’Alba. La denuncia arriva direttamente dai sindacalisti Sudd Cobas, che avevano organizzato la mobilitazione. Prima la convocazione per un colloquio, poi l’ispezione a casa e infine l’invito a non partecipare più a manifestazioni del genere. «La sensazione è che siamo di fronte ad una combinazione esplosiva tra attacco alle libertà democratiche e criminalizzazione delle cosiddette seconde generazioni», commentano i Cobas, ponendo l’accento sulle origini marocchine della studentessa del Machiavelli Capponi. D’altronde, non sarebbe di certo il primo caso di profilazione razziale in Italia, un fenomeno recentemente denunciato nei confronti degli studenti palestinesi.

La stireria L’Alba di Montemurlo (Prato) continua a far parlare di sé. I pestaggi di settembre, quando i titolari hanno rincorso e malmenato gli operai in sciopero, non hanno fermato le rivendicazioni lavorative. Alle proteste organizzate dai Sudd Cobas per gli operai, che a quanto pare non percepiscono lo stipendio da mesi, c’era anche Haji, studentessa diciassettenne del Liceo Machiavelli Capponi. Tanto è bastato, denuncia il sindacato di base, per essere segnalata ai servizi sociali. «Eppure sono stati e sono tuttora decine gli studenti e le studentesse del Liceo Machiavelli Capponi che partecipano agli scioperi ed alle proteste degli operai sfruttati del distretto industriale pratese. Conta il fatto che i genitori di Haji vengono dal Marocco?», commentano i Cobas. A fargli eco è il collettivo autonomo K1 del liceo, riportando così al centro del dibattito la questione della profilazione razzialeSoltanto poche settimane fa aveva fatto discutere una circolare ministeriale in cui si chiedeva ai presidi di fare una “rilevazione” degli alunni palestinesi presenti nelle scuole italiane.

La vicenda di Haji si inserisce anche nel più ampio filone di intimidazione verso i più giovani, che negli ultimi due anni, attraverso la mobilitazione a sostegno della Palestina, si sono ritagliati uno spazio via via maggiore sulla scena movimentista. Si pensi ad esempio alla repressione subita dai ragazzi nel corso della cosiddetta “Intifada studentesca” andata avanti per tutto il 2024. Gli stessi studenti hanno fatto scudo ad Haji, organizzando insieme ai Cobas una conferenza stampa nei pressi del Liceo Machiavelli Capponi per denunciare l’accaduto. Contestualmente sono state raccolte centinaia di firme con l’obiettivo di manifestare solidarietà alla compagna di scuola, cui si aggiunge il lancio di un’assemblea pubblica in programma per il prossimo 1° marzo.

I giovani vanno via, le famiglie li seguono e il Mezzogiorno si spopola

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L’esodo dal Mezzogiorno non accenna a fermarsi. Alla fuga, storica, “dei cervelli” se ne aggiunge un’altra, più silenziosa ma altrettanto diffusa: quella delle famiglie che partono al seguito dei ragazzi. Secondo l’ultimo rapporto elaborato da SVIMEZ – Save the Children, i “nonni con la valigia”, che conservano la residenza al Sud ma raggiungono figli e nipoti emigrati, sono oltre 184mila, praticamente il doppio rispetto al 2002. Nello stesso periodo, in poco più di vent’anni, «quasi 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno in direzione del Centro-Nord, per una perdita secca (al netto dei rientri) di 270 mila unità». L’impatto del fenomeno non è soltanto economico, ma anche sociale e demografico, e si aggrava di fronte all’inefficacia delle politiche istituzionali. Così, al Mezzogiorno deprivato materialmente e svuotato dei suoi abitanti non resta altro che la retorica mistificatrice della “vita lenta”.

Quella che il rapporto “Un Paese, due emigrazioni” fotografa è un’emorragia ventennale per il Mezzogiorno, che in qualche modo compensa quella delle regioni del Centro-Nord verso l’estero. Se l’emigrazione internazionale ha fatto perdere all’Italia centro-settentrionale 154mila laureati tra il 2002 e il 2024, il saldo resta positivo grazie ai flussi interni: nello stesso periodo, dal Sud sono arrivati oltre 270mila giovani qualificati. A loro si aggiungono anche le famiglie, in particolare gli over 75, ribattezzati dal rapporto SVIMEZ – Save the Children “nonni con la valigia”. «Questa emigrazione “sommersa” — si legge nell’indagine — riflette due dinamiche intrecciate. Da un lato, il ricongiungimento familiare con figli e nipoti emigrati al Centro-Nord anche a supporto dei carichi di cura familiari; dall’altro, la crescente difficoltà di ricevere servizi di cura adeguati nel Mezzogiorno, caratterizzati da carenze nei servizi sanitari e assistenziali».

D’altronde tra liste d’attesa infinite, carenze infrastrutturali ed economie familiari in difficoltà, il diritto alla salute continua a essere sotto attacco al Sud, nell’inerzia istituzionale. Si tratta di problemi che, in assenza di un netto cambio di rotta, sono destinati ad aggravarsi a causa dello spopolamento. Quest’ultimo, con un effetto valanga, comporta tutta una serie di tagli, come ad esempio al gettito fiscale o alle competenze presenti sul territorio. L’emigrazione, unitamente al calo delle nascite, si è tradotta in un crollo dei residenti, superiore alle 700mila unità negli ultimi vent’anni. Il fenomeno è ancor più grave rispetto a quanto possa trasmettere la “freddezza” dei numeri. Si pensi ad esempio ai citati “nonni con la valigia”: quasi 200mila “residenti fantasma”, abitanti del Mezzogiorno soltanto sulla carta perché ormai trasferitisi in pianta stabile al Centro-Nord.

La carenza di servizi non è l’unica ragione dell’esodo dal Sud Italia e dalle Isole. Le opportunità lavorative, così come la retribuzione, giocano in tal senso un ruolo cruciale. «A tre anni dal conseguimento del titolo, i laureati italiani che lavorano all’estero guadagnano tra 613 e 650 euro netti in più al mese rispetto a chi resta in Italia. All’interno del Paese, il Mezzogiorno registra la retribuzione media più bassa (1.579 euro), contro i 1.735 euro del Nord‑Ovest». Le disparità retributive e occupazionali si legano anche alla latente questione di genere, che negli ultimi vent’anni ha visto «195mila donne laureate emigrate dal Sud al Centro-Nord, 42mila in più degli uomini», si legge nell’indagine SVIMEZ – Save the Children.

All’interno del rapporto viene anche quantificato il costo dell’emigrazione, in termini di dispersione dell’investimento pubblico sostenuto dai territori durante l’istruzione dei giovani, a tutto vantaggio delle regioni e dei Paesi di destinazione. Ogni anno, il Mezzogiorno perde 6,8 miliardi di euro l’anno a causa dell’emigrazione interna dei laureati. Aggiungendo il costo delle migrazioni estere (stimato in 1,1 miliardi di euro annui), riguardante i 45mila laureati che hanno lasciato il Sud tra il 2002 e il 2024, si arriva a sfiorare il tetto degli 8 miliardi. Si parla esclusivamente della perdita di investimento formativo, non tenendo conto dell’economia messa in moto dai ragazzi nei comuni d’approdo, tra affitti (sempre più alti), tasse e spese giornaliere.

L’emorragia ventennale del Mezzogiorno racconta di un’incapacità istituzionale nel realizzare un’Italia a una velocità. Tra ritardi, inerzia e mancanza di visione, si è fatta piuttosto strada l’immagine di un Paese a metà, diviso lungo la frattura di una mai risolta questione meridionale. Da un lato il Nord produttivo, dall’altro il Sud lazzarone e infantile, che il primo riscopre unicamente in estate, durante le due settimane di ferie trascorse con affanno alla ricerca della tanto decantata “vita lenta” meridionale. Un’etichetta fittizia, confezionata come prodotto di marketing, che semplifica — per nascondere — una realtà complessa, fatta di precarietà, affettività sospesa e disuguaglianze.

Vietato parlare di apartheid: Israele chiude 5 giornali palestinesi per “terrorismo”

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Dopo i casi Al Jazeera e di Haaretz, Israele continua a censurare i media che non propongono la narrazione dominante del governo di Tel Aviv. L’esecutivo israeliano ha firmato un ordine che designa cinque piattaforme mediatiche palestinesi come “organizzazioni terroristiche”, imponendo, di fatto, la loro chiusura. I giornali interessati, attivi online, sono Al Asima News, Quds Plus, Alquds Albawsala, Maraj e Maydan Alquds, accusati di avere legami con Hamas e di incitare il popolo palestinese a sollevarsi e provocare disordini, specie a Gerusalemme. La decisione è volta a silenziare quei media che riportano gli abusi contro i palestinesi di Gerusalemme e della Cisgiordania, e arriva proprio in un momento in cui Israele sta intensificando la repressione nei confronti dei palestinesi che abitano al di qua del fiume Giordano. Essa segue di qualche settimana l’annuncio di una serie di misure che permetterebbero l’annessione di un’ampia porzione della Cisgiordania, condannata da ONG, istituzioni internazionali e dai governi di oltre 80 Paesi.

«Una piattaforma di comunicazione dell’organizzazione terroristica dichiarata Hamas il cui scopo è diffondere messaggi di Hamas e incitare la piazza». Così il ministero della Giustizia descrive i cinque canali informativi inseriti nella lista di organizzazioni terroristiche, giustificando il provvedimento. Secondo l’emittente panarabica Al Jazeera, la misura sarebbe stata disposta con un ordine militare del ministro della Difesa Katz, informazione supportata anche dall’osservatorio opensource. Dopo l’ordine, Al Asima News ha annunciato la chiusura, Quds Plus si è limitata a riportare la notizia, mentre Alquds Albawsala ha smentito le accuse, e affermato che non fermerà la propria attività: «Gerusalemme non si copre con un setaccio», ha dichiarato, riprendendo un detto arabo (“il Sole non si copre con un setaccio”, analogo al nostro “non si può nascondere il Sole con un dito”), per poi rilanciare il proprio lavoro; «continuiamo». Muraj ha condannato la decisione del governo israeliano e ha assicurato ai propri lettori che proseguirà con le sue attività, e infine Maydan Alquds non sembra avere commentato la vicenda.

Le emittenti interessate sono tutte attive in Cisgiordania, e prevalentemente nell’area di Gerusalemme. Proprio nella Città Santa, in questi giorni di Ramadan (il mese di digiuno religioso della religione musulmana, in commemorazione della prima rivelazione del Corano a Maometto), coloni e forze di sicurezza israeliane stanno aumentando abusi e maltrattamenti nei confronti della popolazione civile palestinese, impedendo ai fedeli di accedere alla moschea di Al Aqsa, la principale moschea della città, e facendovi irruzione per impedire le preghiere. In generale, in tutta la Cisgiordania stanno aumentando i casi di repressione e violenze da parte dei coloni e delle forze israeliane. Il governo israeliano, inoltre, ha recentemente approvato una serie di nuove misure volte ad ampliare il proprio controllo in Cisgiordania e ad accelerare il tentativo di annessione e colonizzazione del territorio. Il pacchetto di decisioni mina il Protocollo di Oslo e il Protocollo di Hebron, cambia le procedure di registrazione dei terreni e di acquisizione delle proprietà in Cisgiordania e consente allo Stato di demolire gli edifici di proprietà palestinese nell’Area A, zona sotto il controllo esclusivo dell’Autorità Palestinese. La misura è stata criticata dalla comunità internazionale, e la scorsa settimana 85 Paesi membri dell’ONU – Italia compresa – hanno firmato una dichiarazione congiunta per condannarla; ieri, invece, è arrivata una condanna dai ministri degli Esteri di 19 Paesi.

La scelta israeliana di mettere al bando i cinque siti informativi palestinesi si colloca proprio all’interno di questo contesto di aumento della repressione e di intensificazione degli sforzi di annessione in Cisgiordania, e sembra essere volta a silenziare i media attivi sul territorio, che – con questi nuovi ordini – sarebbero ormai ridotti a una manciata. Non si tratta, infatti, del primo caso di censura di media non allineati alla narrazione dominante israeliana varata da parte dell’esecutivo di Tel Aviv: il più noto è il caso di Al Jazeera, messa al bando dalle autorità israeliane per la propria copertura mediatica del genocidio a Gaza. Per farlo, Israele aveva messo a punto una legge ad hoc per fornire al governo il potere di imporre la chiusura dei media stranieri che secondo il Primo Ministro potessero arrecare danno alla sicurezza dello Stato; la legge prevede che, superato un breve iter burocratico, e passata la pratica nelle mani del ministro delle Comunicazioni, quest’ultimo possa rilasciare una istruttoria per la chiusura del canale di informazione interessato per un periodo limite di 45 giorni estendibili.

Panama prende il controllo di due porti all’ingresso del canale

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Il governo di Panama ha preso il controllo dei porti di Balboa e di Cristóbal, che si trovano all’ingresso del canale di Panama. I porti erano gestiti dalla società di Hong Kong CK Hutchison. L’annuncio arriva dopo una sentenza, rilasciata lo scorso 30 gennaio, con cui la Corte Suprema del Paese aveva dichiarato i contratti con cui CK Hutchison gestiva le infrastrutture incostituzionali. Il presidente del Paese, José Raúl Mulino, ha affermato che affiderà temporaneamente la loro gestione alla danese APM Terminals, prima dell’apertura di nuove gare. CK Hutchison, dal canto suo, ha criticato la scelta del governo e ha presentato ricorso contro di essa presso la Camera di Commercio internazionale.