Il Garante della privacy ha imposto a Intesa Sanpaolo una multa dal valore di 17,6 milioni di euro. Il Garante ha riconosciuto a Intesa di avere «trattato in modo illecito» i dati di 2,4 milioni di clienti, trasferiti per via unilaterale e automatica a Isybank, digitale controllata dallo stesso istituto finanziario. Per effettuare tale trasferimento, Intesa ha effettuato controlli di profilazione dei propri clienti, in modo da individuare le persone che presentavano le caratteristiche più adatte.
Israele sta censurando le immagini dei danni inflitti dall’Iran
Ieri, un bombardamento iraniano si è abbattuto nei pressi del Muro Occidentale (anche noto come Muro del Pianto o, nel mondo musulmano, Muro di al-Buraq), a Gerusalemme. Il ministero degli Esteri israeliano ha pubblicato un video dell’attacco, che è stato ripreso dai media di tutta Italia. La capillarità nella diffusione di tale frammento non stupisce, se si considera lo scarso numero di testimonianze audiovisive della guerra che nelle ultime due settimane sono riuscite a scampare alla censura di Israele. Limitandosi a foto e video, effettivamente, parrebbe quasi che la nuova guerra nel Golfo viaggi interamente a senso unico: nonostante divieti e chiusura di internet, da Teheran sono giunti molteplici video che mostrano un ampio scenario di distruzione, come nel caso dell’attacco sul deposito petrolifero della notte tra il 7 e l’8 marzo. Da Israele, invece, le testimonianze sono risicate, sottoposte alla rigida censura di Tel Aviv, che si sta rivelando ben più stringente di quanto non lo sia quella iraniana.
Praticamente tutte le parti chiamate in causa direttamente o indirettamente in questo conflitto stanno imponendo ai propri cittadini un rigido regime di censura impedendo che video, foto e contenuti multimediali diventino di dominio pubblico. In Italia, come prevedibile, la discussione si concentra sulle misure adottate dall’Iran per evitare la circolazione di video. La rete internet risulta praticamente assente da 14 giorni e le autorità avrebbero imposto divieti di fare foto e video nei pressi dei luoghi degli attacchi e restrizioni di spostamento ai giornalisti. La censura più dura, tuttavia, non pare stare venendo imposta in Iran, ma negli altri Paesi. In Bahrein sono state vietate le proteste contro USA e Israele, tanto che sono state arrestate almeno 60 persone. Negli Emirati, sono state arrestate 20 persone che hanno fatto foto e video ai siti degli attacchi, e altre ancora per avere mostrato solidarietà alla Palestina; come negli UAE, anche in Arabia Saudita. Analoghi arresti sono avvenuti in Qatar e in Kuwait, dove sono state detenute rispettivamente 300 e 2 persone.
Israele stesso sta imponendo una dura censura sulla produzione e diffusione di contenuti multimediali. L’inviato dell’emittente spagnola RTVE ha spiegato che sin dal 28 febbraio, tutti gli operatori mediatici internazionali presenti in Israele hanno ricevuto un avviso dal dipartimento di censura militare di Tel Aviv, in cui venivano date loro le indicazioni sulle modalità con cui era concesso seguire la guerra: i giornalisti non possono fotografare o fare video ai luoghi che hanno subito attacchi, ma neanche registrare i cieli durante un bombardamento o una intercettazione e non possono fornire alcuna specifica che possa aiutare a individuare i luoghi in cui si è abbattuto un attacco. Se per esempio, ha spiegato l’inviato spagnolo, un missile dovesse cadere vicino a un’area civile situata nei pressi di un centro del Mossad, i giornalisti dovrebbero limitarsi a comunicare che ha colpito un edificio civile, senza aggiungere ulteriori dettagli. La censura israeliana ha portato, come nei Paesi arabi, all’arresto di due giornalisti turchi. Essa tuttavia, non si limita a silenziare i giornalisti, ma tocca anche cittadini, residenti e turisti che in questo momento si trovano in Israele. Sin dai primi giorni di guerra, Israele ha comunicato a tutti i civili di non fare e diffondere foto e video dei luoghi dell’attacco, ricordando più volte tale divieto. Nei giorni, ha arrestato almeno due persone – cittadini arabo-israeliani – per avere fotografato il luogo di un attacco e diffuso tali immagini.
Potrà apparire come una stortura per un cittadino europeo, ma alla luce del numero di arresti, dei regolamenti interni e – soprattutto – del quantitativo di immagini che sono riuscite a filtrare da Teheran comparato a quelle arrivate da Israele, la censura imposta dal regime iraniano pare più mitigata rispetto a quella dello Stato ebraico, e Teheran più “trasparente” nel rappresentare questa guerra. Resta da capire per quale motivo le parti coinvolte nel conflitto stiano imponendo una censura così stretta ai propri cittadini e residenti. Davanti ai resoconti di IDF e giornalisti, lo scopo di tali misure parrebbe duplice: da una parte sarebbe una questione strategica; evitare la diffusione di dettagli servirebbe a non fornire informazioni sull’esito degli attacchi ai propri avversari. «Il nemico segue queste documentazioni per migliorare le sue capacità di attacco», si legge a tal proposito in un comunicato delle IDF. Il secondo motivo sarebbe comunicativo: lo stesso inviato spagnolo ha precisato che «l’informazione è un’arma di guerra», ma soprattutto che «nascondere le vulnerabilità è parte della strategia». Censurare gli attacchi, insomma, avrebbe lo scopo di restituire una immagine di forza e solidità. Per i Paesi del Golfo questo significherebbe mantenere quella rappresentazione di località sicure e pacifiche che stanno costruendo negli ultimi anni con l’apertura verso Occidente. Per Israele, invece, riaffermare l’immagine di invincibilità militare che si è costruita nei decenni sin dalla sua fondazione.
Military Mobility: il piano europeo per costruire “autostrade militari”
Il 19 novembre 2025, la Commissione Europea e l’Alto Rappresentante dell’Unione hanno adottato il Pacchetto Mobilità Militare 2025 che include una proposta di Regolamento per facilitare lo spostamento rapido di truppe, equipaggiamenti e materiali militari, limitare i tempi di autorizzazione e semplificare procedure doganali. La proposta è ora sottoposta al vaglio del Parlamento e del Consiglio dell’UE, prima di diventare definitiva e vincolante.
La military mobility è in realtà da anni una delle preoccupazioni dell’Europa: con i Piani d’azione del 2018 e del 2022, l’UE ha riconosciuto alla rete TEN-T (Reti Transeuropee dei Trasporti) una strategicità militare. Già il Regolamento 2024/1679 ha deciso di prolungare i quattro corridoi della rete TEN-T verso l’Ucraina e la Moldavia, mentre allo stesso tempo vengono ridimensionati o declassati i collegamenti con la Russia e la Bielorussia. Anche il Libro Bianco sulla prontezza della difesa europea 2030 (il cosiddetto piano Rearm Europe) del marzo 2025 conteneva l’impegno a sviluppare la mobilità militare. Insomma, ogni anno la Commissione alza il tiro, presenta la guerra contro la Russia come ineluttabile e spinge un po’ più in là l’asticella dell’escalation.
«La guerra della Russia contro l’Ucraina ha dimostrato la necessità di spostare rapidamente truppe ed equipaggiamenti militari dal punto A al punto B. Tuttavia, complesse norme in tempo di pace possono trasformare un semplice convoglio in un incubo logistico», spiega la Commissione. Contro questo “incubo” si propone il sogno di un «trasporto militare fluido e senza ostacoli, rapido e su larga scala», a partire dall’eliminazione di lacci e lacciuoli normativi.
Eliminare le barriere normative
«Le procedure di autorizzazione sono spesso complesse con tempi di approvazione lunghi. Alcuni Stati membri richiedono un preavviso di 45 giorni», è il lamento della Commissione Europea che quindi chiede massimo 3 giorni per ottenere un’autorizzazione all’export in tempi normali e una semplice notifica in tempi emergenziali.
Di più: si chiede agli Stati di rilasciare «autorizzazioni perenni» valide fino alla successiva revoca e con la possibilità di ampliare l’ambito di applicazione. Per la Commissione vanno evitati il più possibile i «controlli alle frontiere» da parte delle Dogane per i carichi di armi (già ora fatti solo a campione) in quanto «potrebbero introdurre ritardi tali da compromettere la tempestività delle operazioni di trasporto militare». L’eliminazione di controlli alla Dogana potrebbe facilitare non solo l’esportazione di materiali «autorizzati» ma anche di quelli non autorizzati, magari riesportati verso milizie criminali o eserciti genocidi, e di fatto potrebbe alimentare il mercato illegale di armi, gettando altra benzina su un mondo già in fiamme. Il tutto ovviamente porterebbe a svuotare la legge italiana 185/90 (una delle più avanzate a livello europeo).

La Commissione si impegna inoltre a semplificare le norme che regolamentano il trasporto su strada, ferrovie e aerei per le merci militari pericolose (esplosivi) e carichi eccezionali (fuori sagoma o peso), garantendo «una maggiore flessibilità nell’applicazione di restrizioni […] al fine di agevolare il trasporto militare». La libera circolazione delle armi non si limita all’ambito comunitario ma è estesa anche ai Paesi NATO non europei (incluse quindi Turchia e USA) oltre ovviamente a Ucraina e Moldavia. «Queste misure favoriranno il movimento più rapido dell’assistenza militare verso l’Ucraina, con l’obiettivo […] di preparare il Paese a una futura adesione all’UE». Una volta che l’Ucraina farà parte dell’UE, la guerra alla Russia sarà ovviamente molto più vicina.
Standard militari per lavoratori civili
La Commissione Europea chiede che il trasporto militare effettuato da operatori civili (white fleet), sia «allineato» alle norme delle forze armate (green fleet). Si punta a militarizzare non solo le infrastrutture ma anche gli stessi lavoratori, che saranno sottoposti a norme più rigide tipiche dei militari. Questo probabilmente per disintegrare e reprimere il fronte di dissenso che sta crescendo tra i lavoratori della logistica che in questi mesi hanno sempre più ostacolato il trasporto di armi, in porti, aeroporti e ferrovie. A rimarcare il concetto, casomai non fosse chiaro, si sottolinea la necessità di una cooperazione civile-militare totale, facendo riferimento all’approccio «whole-of-society»: tutta la società deve essere impegnata nello sforzo bellico, convinta e consapevole della sua bontà. Un déjà-vu della vigilia della Prima guerra mondiale.
I costi per adeguare le infrastrutture

«Poiché i convogli militari sono spesso di grandi dimensioni e composti da veicoli sovradimensionati e sovrappeso – si legge nella proposta di Regolamento – le infrastrutture devono essere adattate a tali trasporti militari eccezionali, in particolare rafforzando e ampliando ponti e tunnel stradali e ferroviari e aumentando in modo significativo la capacità di trasporto, soprattutto nei porti e negli aeroporti». I costi ambientali di queste opere non vengono minimamente presi in considerazione, non si parla di valutazioni sull’impatto ecologico. Per quanto riguarda i costi economici, per il periodo 2021-2027, sono stati già stanziati 1,69 miliardi di euro per co-finanziare 95 progetti in tutta Europa, nei quattro corridoi prioritari. Il pacchetto di mobilità militare di novembre 2025 prevede di decuplicare il bilancio, fino a 17 miliardi di euro per la prossima tranche (2028–2034). In altri punti del documento si parla di 500 nuovi progetti individuati con un fabbisogno complessivo stimato intorno ai 100 miliardi di euro. Fino alla nuova ondata di finanziamenti, prevista alla fine del 2027, gli Stati potranno usare i fondi di coesione: gli aiuti destinati al sociale saranno quindi dirottati per esigenze belliche. I fondi potranno provenire anche da Horizon Europe, il programma dell’Unione Europea che nei prossimi bandi sosterrà «azioni a duplice uso rilevanti per la mobilità militare».
Rifornimento di combustibile
La proposta di Regolamento afferma senza giri di parole che la mobilità militare dipende dal fossile e si rammarica del «calo della domanda civile di combustibili fossili e della chiusura delle raffinerie» che «stanno creando nuovi rischi e dipendenze dalle importazioni», oltre a creare «colli di bottiglia nell’approvvigionamento energetico». Per questo «la Commissione riesaminerà il quadro sulla sicurezza energetica, inclusa la Direttiva sulle scorte petrolifere, per valutare adeguamenti relativi ai carburanti sostenibili, mitigare i rischi emergenti e rafforzare la prontezza della mobilità militare attraverso una maggiore resilienza energetica». Da Green Deal a Military Deal è stato un attimo.
EMERS e siamo in guerra

In caso di emergenza sarà attivato il Sistema Europeo di Risposta Rafforzata per la Mobilità Militare (EMERS). Non è chiaro se sarà attivato in caso di attacco effettivo da parte di uno Stato nemico o solo in caso di una ipotetica minaccia, né come evitare i falsi allarmi. A premere il “bottone rosso” sarà il Consiglio entro 48 ore, su proposta della Commissione, di propria iniziativa o su richiesta di almeno uno Stato membro. Ove possibile, la Commissione consulterà il Gruppo per il Trasporto nella Mobilità Militare proposto nel Regolamento, coordinandosi ovviamente con la NATO.
Quando l’EMERS sarà attivo, si applicheranno norme speciali, non serviranno autorizzazioni preventive ma solo notifiche del passaggio armi, con un preavviso ridotto. «Saranno previste deroghe in materia di tempi di guida e periodi di riposo per il trasporto militare effettuato da operatori civili». Sospese anche le regole sul cabotaggio (norme che assicurano che i camionisti non restino lontani da casa per periodi eccessivi e ricevano un trattamento equo quando operano all’estero). Tradotto: se adesso i camionisti non possono guidare più di tot ore di fila, con la procedura EMERS potranno guidare molto più a lungo e con meno riposo. Quindi esplosivi pericolosi saranno trasportati in TIR guidati da automobilisti stanchi e privati del sonno necessario.
E ancora: «Il trasporto militare sarà esentato dalle restrizioni alla circolazione basate sulle prestazioni ambientali dei veicoli o su misure relative alla qualità dell’aria e al controllo del rumore applicate in aeroporti e porti». Con l’attivazione dello stato di emergenza ci sarà uno spostamento di truppe e ordigni improvviso e massiccio, rischiando di provocare una reazione e quindi l’escalation del conflitto.
Riconversione bellica per le imprese della logistica

Secondo la proposta di Regolamento, un gran numero di veicoli ferroviari civili può essere considerato già idoneo per operazioni di trasporto militare oppure adattabile. Le forze armate avranno l’accesso ai registri esistenti di veicoli e aeromobili e ferrovie, per poterne disporre secondo le loro esigenze. Quindi l’Italia, già fanalino di coda per i mezzi pubblici, avrà parte dei veicoli ferroviari sottratti all’uso civile e “adattati” per il trasporto di armi, mezzi corazzati e truppe. La vita per i pendolari sarà ancora più dura. Le imprese della logistica dal canto loro segneranno nel nuovo «catalogo della mobilità militare» le proprie «offerte». Vista la crescente domanda di mobilità, la Commissione propone una riconversione delle imprese legate al mondo della logistica (da chi produce pianali per carri merci, a chi trasporta): «Sostenere l’espansione delle capacità industriali per la produzione di equipaggiamenti per la mobilità militare, nonché la formazione, riqualificazione e aggiornamento del personale». La compagnia ferroviaria tedesca DB Cargo ad esempio si è già impegnata a riservare una capacità di 343 carri pianali e due fasce orarie giornaliere per il trasporto militare. In Italia dal 2022 il servizio di trasporto di materiali e mezzi delle forze armate invece è stato affidato a Mercitalia, del gruppo FS. Mentre Leonardo ha stretto un accordo con RFI (Rete Ferroviaria Italiana) sulla military mobility con l’obiettivo di adeguare la rete ferroviaria al transito dei propri armamenti e convogli militari.
Ogni Stato membro sarà tenuto a designare un “Coordinatore Nazionale per il Trasporto Militare” e già nel 2026 saranno organizzate delle esercitazioni (stress test), «mirate a garantire il rapido movimento di assistenza militare verso l’Ucraina e i confini orientali dell’Unione», nelle quali sarà coinvolta anche la Nato.
Ferrovieri contro la guerra

Se il movimento dei portuali contro la guerra è già molto forte a livello internazionale, gli altri operatori della logistica stanno muovendo i primi passi, sostenuti dal sindacalismo di base. Si muove qualcosa nel settore aeroportuale, grazie ad alcuni lavoratori coraggiosi, mentre il settore dei camionisti è ancora abbastanza silente. In fase di veloce crescita il Collettivo Ferroviere/i contro la guerra, almeno in Italia, che da oltre un anno e mezzo si è mobilitato con bollettini e presidi. In Toscana i ferrovieri hanno manifestato insieme ai familiari della strage di Viareggio: «Con un aumento sproporzionato di transiti militari e di merci pericolose, non ci sarà più sicurezza per nessuno, né lavoratori né popolazione», spiegano.
Intanto nelle stazioni in provincia di Pisa (Tombolo e Pontedera) e di Palmanova (Udine), sono stati finanziati e già realizzati opere di allungamento dei binari per ospitare treni merci da 750 metri. Negli scali di Genova Sampierdarena-Parco Fuori Muro e di La Spezia Marittima sono in fase di attuazione due progetti europei con termine lavori previsto nel 2027, per collegare i porti liguri al corridoio TEN-T. Il finanziamento dell’Unione Europea prevede oltre 28 milioni di euro erogati a RFI per lo scalo di Genova e oltre 9 milioni per La Spezia. «Un fiume di soldi pubblici che, invece di essere utilizzati nel miglioramento della mobilità civile, nella sicurezza ferroviaria e nei contratti collettivi delle categorie del personale ferroviario (insieme a corpose e necessarie assunzioni), vengono spesi in obiettivi di morte, distruzione e miseria», commenta il collettivo dei ferrovieri contro la guerra. «La mobilitazione già in essere sui contratti deve diventare un tutt’uno con la mobilitazione antimilitarista, in quanto lo sfruttamento del lavoro alimenta la guerra. Non potranno esserci migliori condizioni di lavoro se come ferrovieri/e non spezzeremo questo binomio».
DIRETTA – Macron: “ucciso un soldato francese” – La Turchia denuncia un terzo attacco iraniano – Dodici esperti ONU contro USA e Israele
Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è ora succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica e lunedì, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio.
13 marzo – Ore 12 – Gli USA confermano la caduta di un aereo: 4 soldati morti, ma no “fuoco ostile”
Il Comando Centrale degli USA ha annunciato che 4 dei suoi soldati sono morti dopo che un aereo cisterna statunitense KC-135 è precipitato nell’Iraq occidentale. Gli USA sostengono che l’aereo non sarebbe caduto a causa di attacchi ostili o amici. Le operazioni di soccorso per gli altri due membri dell’equipaggio sono ancora in corso, così come le analisi su quello che è stato definito “incidente”. Nella notte, l’Iran aveva annunciato di avere abbattuto un aereo cisterna statunitense.
13 marzo – Ore 10 – Oggi è Quds Day: le IDF continuano a emettere ordini di evacuazione
Oggi in Iran e in generale nel mondo musulmano si celebra il Quds Day. La celebrazione è nata in Iran dopo la Rivoluzione Islamica, nel 1979, e si tiene l’ultimo venerdì prima della fine del Ramadan, il periodo di digiuno religioso nato per celebrare la Rivelazione al profeta Maometto. La festa nasce in contrapposizione all’ideologia del sionismo e ad analoghe celebrazioni israeliane come il Jerusalem Day (festa nazionale israeliana per celebrare la riunione di Gerusalemme dopo la Guerra dei Sei Giorni) e per mostrare sostegno alla Palestina. In questo momento, le strade di Teheran e di tutto l’Iran sono piene di persone in marcia per celebrare la festività.
Le IDF, intanto, continuano ad emettere ordini di evacuazione tanto verso i cittadini di Teheran, quanto verso quelli di Beirut.

13 marzo – Ore 8 – I principali fatti della notte
Siamo entrati nel quattordicesimo giorno di guerra. Ecco un sunto dei principali fatti della notte:
- Un’ondata di attacchi iraniani ha preso di mira la base USA “Muwafaq al-Salti” in Giordania, basi americane a Manama (in Bahrein) ed Erbil, in Iraq. Un soldato francese è morto nell’attacco a Erbil; ad annunciarlo il presidente francese Macron, che ha porto le sue condoglianze alla famiglia.
- La Turchia ha segnalato un terzo attacco iraniano alla base aerea della NATO di Incirlik. A venire indirizzato verso la base sarebbe stato un missile, intercettato dalle forze aeree dell’Alleanza Atlantica NATO. Anche nelle ultime due occasioni, la Turchia ha accusato l’Iran di avere provato ad attaccare il proprio territorio; in entrambi i casi, le autorità della Repubblica Islamica hanno smentito tale versione, sostenendo di non avere mai attaccato la Turchia. L’Iran non si è ancora espresso su questo terzo episodio.
- Un gruppo di dodici esperti e relatori internazionali presso l’ONU, tra cui la Relatrice Speciale per la Palestina Francesca Albanese, ha condannato l’aggressione israelo-statunitense verso l’Iran, sostenendo che USA e Israele agiscono fuori dal diritto internazionale.
- Nelle prime ore di questa mattina sono stati riportati attacchi nella base americana USA di Riyad, in Arabia Saudita. Le sirene hanno iniziato a suonare per la capitale saudita, i cui sistemi difesa hanno reagito abbattendo un drone.
- L’Iran ha reclamato di avere distrutto un aereo cisterna dell’aviazione statunitense e di avere messo nuovamente in fuga la portaerei la portaerei statunitense Abraham Lincoln. Verso mezzanotte, le IRGC hanno inoltre lanciato una nuova ondata di bombardamenti concentrandosi sul nord di Israele. I missili iraniani si sono abbattuti a Haifa e in altri 211 punti del Paese, tra cui Gerusalemme Ovest, Tel Aviv e Eilat. Poche ore dopo, verso le 2.30, una seconda ondata ha colpito 198 punti in tutta Israele, tra cui Kiryat Shmona, e Haifa.
- Parallelamente agli attacchi iraniani verso Israele e le basi USA nella regione, anche Hezbollah ha lanciato più ondate di attacchi. Il gruppo libanese ha colpito basi militari israeliane in tutto il Paese, e continuato a respingere l’avanzata della fanteria israeliana; colpito anche un avamposto presso la città di confine di Markaba. Hezbollah ha inoltre ripetutamente colpito l’unità Shayetet 13 israeliana della Marina di Tel Aviv.
- La coalizione israelo-statunitense ha continuato i propri attacchi contro l’Iran, concentrandosi su Teheran. Da quanto comunicano gli stessi media iraniani, gli attacchi sarebbero stati più intensi nell’area meridionale della capitale. In totale, in Iran, le IDF riportano di avere colpito 200 obiettivi. Bombardata, inoltre, l’autostrada che collega la stessa Teheran a Qom. Le IDF hanno anche continuato l’operazione in Libano, attaccando il ponte di Al-Zarariya sul fiume Litani; colpite anche basi di Hezbollah nei pressi di Bierut.
Roma, torture nel carcere minorile: indagati 10 poliziotti
Pestaggi e aggressioni a danni di minorenni, anche attraverso l’impiego di oggetti come sedie, bastoni ed estintori. Sono questi i fatti per cui dieci agenti della polizia penitenziaria di Roma sono finiti indagati dalla Procura a vario titolo. Le accuse precise sono di lesioni per cinque agenti, falso ideologico per altri tre e tortura per gli ultimi due; per cinque di loro, i pm hanno chiesto la sospensione dal servizio. Le vittime sono almeno tredici ragazzi tra i 15 e i 19 anni, tutti stranieri, detenuti presso il carcere minorile di Casal del Marmo. Le accuse si basano su una serie di testimonianze raccolte dagli operatori della struttura tra cui educatori, preti e suore, che sarebbero stati più volte spinti e aggrediti verbalmente dai medesimi agenti.
Secondo le indagini della Procura, gli abusi, i maltrattamenti e le torture degli agenti sui ragazzi sarebbero stati portati avanti nel periodo compreso tra febbraio e novembre del 2025. A fare scattare l’allarme sono stati gli operatori del posto, temendo per l’incolumità delle vittime: «Qui o si interviene o scappa il morto», ha detto uno dei cappellani. I medesimi operatori riportano di avere subito aggressioni fisiche e verbali e di essere stati più volte allontanati dalle scene durante le situazioni di maggiore tensione. Generalmente, questi casi sono all’ordine del giorno presso il carcere minorile di Casal del Marmo: secondo l’ultimo rapporto di Antigone, diffuso lo scorso febbraio, a fine 2024 nell’IPM romano si contavano 214 sanzioni disciplinari, 16 detenuti trasferiti per ragioni di sicurezza, 188 episodi di autolesionismo, e 17 tentati suicidi.
I racconti delle vittime degli abusi e dei testimoni sono crudi, e restituiscono quello che pare un approccio sistematicamente violento da parte degli agenti della polizia penitenziaria accusati. I ragazzi si rivolgono a loro usando appellativi come “Animale”, “Pugile”, “Sceriffo”. Le indagini sono ancora in corso, e per ora le testimonianze più dettagliate si concentrano sugli episodi di violenza, che sarebbero corroborati dai referti medici. Nelle zone non coperte dalle telecamere, gli agenti avrebbero inoltre approfittato dell’assenza di circuiti per picchiare i ragazzi – spesso servendosi di oggetti. Una delle testimonianze più significative arriva da un ragazzo di 15 anni: mentre litigava con un compagno di cella, uno dei poliziotti coinvolti gli avrebbe sferrato un pugno, spedendolo in infermeria; lì, «mi ha lanciato addosso dei libri e mi ha fatto sdraiare sul lettino, togliere i pantaloni e gli slip. Poi mi ha minacciato di tagliarmi le p***e, ha preso una forbice e l’ha avvicinata al mio testicolo destro facendomi uscire del sangue», riporta il ragazzo. Dopo l’episodio, sarebbe stato riportato in cella, dove «hanno continuato a picchiarmi con calci e pugni».
Pakistan: attaccato deposito di carburante afghano
Il Pakistan ha bombardato il deposito di carburante della compagnia aerea privata Kam Air vicino all’aeroporto di Kandahar, in Afghanistan. A dare l’annuncio questa mattina sono le autorità talebane, che hanno anche dichiarato che il Pakistan avrebbe effettuato bombardamenti in altre zone, tra cui la capitale Kabul, dove avrebbe colpito edifici civili e ucciso cittadini afghani. Il nuovo bombardamento arriva in un momento di tensione tra i due Paesi, che hanno riacceso le reciproche ostilità il mese scorso. Da qualche giorno, tuttavia, non si segnalavano raid pakistani su Kabul e gli scontri al confine si erano attenuati.
La Russia alla Biennale e il (solito) doppio standard occidentale sui diritti umani
Quest’anno, dopo quattro anni dalla sua esclusione, la Russia potrà nuovamente partecipare all’Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia. La scelta è arrivata dalla stessa Fondazione Biennale, ma non è andata giù ai Paesi europei: 22 ministri della Cultura europei (di cui 20 UE) hanno inviato alla Fondazione una lettera in cui la invitano a rinnovare l’esclusione della Russia e dei suoi artisti all’esposizione. Ai ministri, ha fatto eco la Commissione Europea, che ha minacciato la Fondazione di privarla dei finanziamenti comunitari se la Russia dovesse partecipare all’evento. Ministri ed esecutivo UE fanno riferimento alla «brutale» guerra in Ucraina e alle sue conseguenze su cittadini e istituzioni culturali di Kiev. Come prevedibile, tuttavia, le loro spade non si sono levate in difesa delle vite uccise e delle istituzioni culturali rase al suolo in Palestina da Israele, né tantomeno contro la campagna bellica israelo-statunitense verso l’Iran definita dalla stessa Meloni «fuori dal diritto internazionale».
I ministri europei hanno inviato la propria lettera al Presidente e al comitato direttivo della Fondazione martedì 10 marzo. A firmarla i capi di gabinetto di Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Portogallo, Romania, Spagna, Svezia e Ucraina. Da parte UE, insomma, mancano solo Repubblica Ceca, Cipro, Italia, Malta, Slovacchia, Slovenia e Ungheria. Il ministro italiano Giuli, tuttavia, ha affermato che la scelta della Fondazione è arrivata contro il parere del governo e ha chiesto a Tamara Gregoretti, rappresentante del ministero nel Consiglio d’Amministrazoine della Fondazione, di lasciare il proprio posto; dall’altra parte, Salvini e l’ex governatore veneto Zaia hanno mostrato solidarietà alla Biennale così come il sindaco di Venezia Brugnaro.
Lo scontro politico, tanto internamente all’Italia, quanto a Bruxelles, è un fronte piuttosto rilevante, perché la Fondazione dipende dai finanziamenti pubblici, e la Commissione ha apertamente minacciato di chiudere i rubinetti: «La decisione della Fondazione Biennale non è compatibile con la risposta collettiva dell’UE alla brutale aggressione russa, si legge in un comunicato. Qualora la Fondazione Biennale dovesse procedere con la sua decisione di consentire la partecipazione della Russia, valuteremo ulteriori azioni, tra cui la sospensione o la cessazione del finanziamento UE in corso alla Fondazione Biennale». Si parla, riporta l’agenzia di stampa internazionale Reuters, di due milioni di euro di fondi.
Se la partecipazione della Russia alla Biennale ha scatenato una reazione dura da parte dell’Europa, non si può dire lo stesso di quella israeliana e statunitense. Eppure, i motivi per cui la Federazione era stata esclusa, si potrebbero applicare anche a Washington e Tel Aviv; il 2 marzo 2022, la Fondazione Biennale scriveva: «La Biennale di Venezia intende manifestare il suo pieno sostegno a tutto il popolo ucraino e ai suoi artisti, insieme alla ferma condanna dell’inaccettabile aggressione militare messa in atto dalla Russia». La Biennale, aggiungeva, «rifiuta peraltro – finché permane tale situazione – ogni forma di collaborazione con chi ha attuato o sostiene un atto di aggressione di inaudita gravità, e non accetterà pertanto la presenza alle proprie manifestazioni di delegazioni ufficiali, istituzioni e personalità a qualunque titolo legate al governo russo».
La Commissione parla di «guerra di aggressione illegale della Russia contro l’Ucraina» e sostiene che «la cultura promuove e tutela i valori democratici, incoraggia il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione e non dovrebbe mai essere utilizzata come piattaforma per la propaganda». La lettera dei ministri alla Fondazione rimarca il ruolo «morale» della cultura nella promozione dei valori della libertà e della dignità umana, fa riferimento alla aggressione in corso e alle sue «devastanti conseguenze umane e culturali», e parla della «distruzione sistematica della vita e del patrimonio culturale dell’Ucraina». Secondo le autorità ucraine, la Russia avrebbe distrutto 1.685 siti di patrimonio culturale mentre 2.483 infrastrutture culturali sarebbero state distrutte o danneggiate.
La attuale guerra israelo-statunitense è stata descritta da molti come fuori dal perimetro internazionale. L’attacco di sabato 28 marzo è stato scagliato su iniziativa di Washington e Tel Aviv e il conflitto che ne è scaturito ha portato, tra Libano e Iran, a circa 4 milioni di sfollati, e all’uccisione di oltre 1700 persone, di cui circa 180 bambine di una scuola elementare. Tra i luoghi colpiti dalle bombe israelo-statunitensi, oltre ad abitazioni e scuole, anche luoghi di rilevanza storica e culturale, siti UNESCO e luoghi di culto. In Libano è stato ucciso un prete cristiano. Negli ultimi due anni nella Striscia di Gaza, un’area grande meno della metà della sola Kiev, Israele ha ucciso direttamente oltre 70mila persone, e distrutto il 78% di tutti gli edifici, tra cui sul piano culturale si annoverano 14 siti religiosi, 122 edifici di interesse storico e artistico, 3 depositi di beni culturali mobili, 9 monumenti, 1 museo e 8 siti archeologici. Tel Aviv è accusata di avere condotto un genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia e una delle sue massime autorità quale stesso premier Netanyahu è ricercata dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità. Nonostante le continue richieste della società civile, la Biennale di Venezia non ha mai preso in considerazione di escludere Israele e artisti israeliani dalla mostra internazionale. Nemmeno le autorità politiche di Bruxelles hanno mai rilasciato una dichiarazione a riguardo, a testimonianza del doppio standard politico delle istituzioni europee.
Riaperta dopo 6 anni la tratta Pechino-Pyongyang
Oggi da Pechino è partito il primo treno per la capitale nordcoreana Pyongyang dopo sei anni dall’ultimo viaggio. Il treno arriverà domani mattina in Nord Corea dopo un viaggio di oltre 24 ore. Il servizio era stato sospeso dopo lo scoppio della pandemia di COVID-19 nel 2020, e da allora non era mai stato riaperto. Assieme a esso, sono stati riattivati anche i voli da Dandong, nel nordest della Cina, alla stessa Pyongyang, anch’essi interrotti dal 2020.










