giovedì 12 Marzo 2026
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Direttiva Case Green, attuazione in ritardo: procedura di infrazione per l’Italia

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Bruxelles ha deciso di avviare procedure di infrazione contro 19 Paesi UE, Italia inclusa, per i ritardi nel presentare alla Commissione i progetti nazionali di ristrutturazione degli edifici, come previsto dalla direttiva Case Green, in scadenza a dicembre 2025. Da questo momento il nostro Paese ha due mesi di tempo per rispondere alle lettere di costituzione in mora, altrimenti l’UE potrà mandare avanti la procedura.

Guerra all’Iran: l’UE si schiera sanzionando Teheran mentre è sotto le bombe

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«L’UE continua a ritenere l’Iran responsabile»: a dirlo è l’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri della UE Kaja Kallas, che ha annunciato un nuovo pacchetto di sanzioni contro Teheran. Poco importa se numerosi governi nella UE – compresa l’Italia – abbiano riconosciuto che l’aggressione congiunta USA-Israele è stata unilaterale e al di fuori del diritto internazionale. E che sia arrivata (di nuovo) nel mezzo dei colloqui sul nucleare nell’ambito dei quali, secondo i mediatori, l’Iran si stava mostrando pienamente collaborativo. Così, mentre Teheran è sotto le bombe – che stanno prendendo di mira decine di obiettivi civili, tra i quali scuole e ospedali -, l’UE prende di mira «19 funzionari ed entità del regime responsabili di gravi violazioni dei diritti umani», congelando i loro conti e impedendo loro di fare affari con entità europee. Dei diritti dei civili bombardati da Washington e Tel Aviv, tuttavia, non è stata profferita parola.

La presa di posizione di Bruxelles fa quantomeno venire il sospetto che i criteri in base ai quali vengono disposte le sanzioni siano puramente politici. E dire che persino Giorgia Meloni, alleata di ferro degli USA, è stata costretta ad ammettere ieri davanti alle Camere (dopo dieci giorni di silenzio) che «l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano» si colloca «al di fuori del perimetro del diritto internazionale». Anche il ministro per gli Affari Esteri francese, Jean-Noel Barrot, ha dichiarato in una conferenza stampa tenuta all’indomani dello scoppio della guerra che l’attacco è stato frutto di una decisione «unilaterale» e che «avrebbe dovuto essere dibattuto negli organismi collettivi» preposti a tale scopo. Il vicecancelliere tedesco Lars Klingbeil ha riferito all’emittente ZDF dei «seri dubbi» che l’attacco USA in Iran sia legale, mentre il cancelliere Merz ha epresso preoccupazione per il fatto che Washington e Tel Aviv non sembrino avere «un piano condiviso» per portare la guerra a una fine «rapida e convincente». Per non parlare poi della Spagna, che oltre a criticare l’aggressione ha anche negato alle forze armate USA l’utilizzo delle basi navali e aeree di Rota e Morón de la Frontera, scatenando le ire di Trump.

«Mentre la guerra in Iran continua, l’UE proteggerà i propri interessi e perseguiterà i responsabili della repressione interna. Inoltre, invia un messaggio a Teheran: il futuro dell’Iran non può essere costruito sulla repressione», dichiara Kallas. Le sanzioni UE contro Teheran sono state imposte per la prima volta nel 2011, per condannare gli abusi contro i diritti umani e le attività di proliferazione nucleare – della quale non vi è in realtà alcuna prova, se non le false accuse che Netanyahu e Stati Uniti continuano a lanciare da oltre trent’anni che recentemente hanno trovato (di nuovo) anche la smentita dell’AIEA. Negli scorsi mesi, queste erano state rinnovate per via della repressione delle proteste interne da parte del regime, nel corso delle quali sono state uccise diverse centinaia di persone (anche se il numero esatto è impossibile da stabilire). Nel mezzo della guerra, l’Unione ha deciso di ora di rinnovarle con lo stesso principio, anche se non una parola di condanna è stata spesa nei confronti della deliberata aggressione USA-Israele, che ha peraltro visto tra i primi obiettivi una scuola elementare, bombardata alle otto del mattino con la conseguente uccisione di 165 studentesse. Ma d’altronde, nulla è stato fatto nemmeno per fermare il genocidio del popolo palestinese da parte di Israele, certificato dalle istituzioni preposte e trasmesso globalmente in diretta streaming. Un po’ a suggerire che il rispetto dei diritti umani sia rivendicato solamente quando interessi politici ed economici non si mettono di mezzo.

DIRETTA – Guerra in Iran: colpita base italiana a Erbil – Pezeshkian: per finire guerra servono garanzie internazionali

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Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è ora succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica e lunedì, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio.

  • Un missile ha colpito la base italiana di Erbil, nel Kurdistan iracheno – al confine tra Siria, Iran e Turchia. Il ministro Crosetto ha riferito che non vi sono vittime e di aver informato Giorgia Meloni e di essere in contatto con il comandante della base e col capo di Stato maggiore della Difesa. Al momento vi sono 300 soldati nella base italiana, impegnate nell’addestramento delle forze di sicurezza curde.
  • Il presidente iraniano Pezeshkian ha dichiarato che perchè la guerra finisca servono tre condizioni: il riconoscimento dei diritti legittimi di Teheran, il risarcimento dei danni e garanzie internazionali contro future aggressioni.
  • Sono proseguiti gli attacchi contro le infrastrutture petrolifere degli Stati del Golfo: Al Jazeera riporta una situazione “preoccupante” in Oman, dove le autorità hanno riferito di continui attacchi con droni contro il porto di Salalah, che sta venendo utilizzato come via d’uscita da chi non riesce a transitare dallo Stretto di Hormuz.
  • Proseguono gli attacchi israeliani in Libano.
  • Secondo Reuters, che cita funzionari USA rimasti anonimi, l’intelligence USA ritiene che la leadership iraniana sia ancora solida e non mostri segni di cedimento. Secondo numerosissimi report, il regime non sarebbe in pericolo, fattore che potrebbe ritardare la fine della guerra, nonostante nelle scorse ore Trump abbia dichiarato che questa potrebbe essere finita in quanto ogni obiettivo USA in Iran sarebbe stato distrutto.

Per la prima volta in Liguria una persona avrà diritto al suicidio assistito

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suicidio assistito liguria

Dopo quasi trent’anni di malattia e oltre un anno di attese burocratiche, Silvano ha potuto fare ciò che chiedeva da tempo: decidere in autonomia il momento della propria morte. Non è soltanto una vicenda personale: è il segno concreto che anche in Italia, seppur lentamente e tra molti ostacoli, il diritto all’autodeterminazione nel fine vita sta trovando applicazione.

Silvano, 56 anni, genovese, era affetto da sclerosi multipla progressiva da quasi trent’anni. È morto il 26 febbraio 2026, dopo essersi autosomministrato il farmaco per il fine vita, fornito dal Servizio sanitario nazionale insieme alla strumentazione necessaria. Si tratta del primo caso in Liguria e del dodicesimo in Italia.

La sua scelta è arrivata dopo oltre un anno di attese, richieste e ostacoli burocratici. L’Associazione Luca Coscioni ha spiegato che l’azienda sanitaria competente ha fornito farmaco e strumenti, occupandosi anche del posizionamento dell’accesso venoso; a vigilare sulla correttezza della procedura è stato il medico anestesista Mario Riccio. Silvano, ha riferito l’associazione, aveva accanto a sé la moglie e il figlio.

Sul piano giuridico, il caso si inserisce nel quadro aperto dalla sentenza 242 del 2019 della Corte costituzionale, che ha reso non punibile, in precise condizioni, l’aiuto al suicidio medicalmente assistito. Nel 2024 la stessa Corte ha ribadito che, in assenza di una legge organica, restano validi quei requisiti.

La buona notizia sta nel fatto che, sia pure tra ritardi e resistenze, un diritto riconosciuto abbia trovato finalmente applicazione concreta anche in Liguria. Per chi da anni chiede che il fine vita non sia affidato all’arbitrio geografico o alla disponibilità del singolo ufficio sanitario, il caso di Silvano segna un precedente. E ricorda che la civiltà di un Paese si misura anche da questo: dalla capacità di rispettare la volontà di chi chiede, lucidamente, di poter smettere di soffrire.

Sudafrica: convocato l’ambasciatore USA

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Il ministro degli Esteri sudafricano ha convocato l’ambasciatore statunitense nel territorio, dopo una nuova ondata di critiche pervenuta dallo stesso diplomatico. Da quando Trump è tornato in carica, i rapporti diplomatici tra Sudafrica e USA si sono incrinati, con Washington che accusa Pretoria di perseguire la popolazione bianca nel Paese e di condurre una politica estera anti-Stati Uniti. Con lo scoppio della guerra in Iran, lo stesso ambasciatore USA Leo Brent Bozell III ha criticato il Sudafrica e i suoi legami con Teheran e ha affermato che le leggi del Paese favorirebbero la popolazione nera a detrimento di quella bianca.

Sardegna, la repressione colpisce il movimento contro la speculazione energetica: 8 indagati

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La repressione si abbatte sulla Rivolta degli Ulivi, il movimento sardo che nel 2024 si era opposto alla speculazione energetica, mettendo su il presidio di Selargius. Alle porte di Cagliari, centinaia di persone occuparono un terreno che stava per essere espropriato a vantaggio di Terna Spa, per effettuare i lavori del Thyrrenian Link, il cavo che dovrebbe trasportare l’energia elettrica prodotta sull’isola verso il continente. Il 20 novembre 2024, alle prime luci dell’alba, il presidio venne sgomberato da un ingente schieramento di forze dell’ordine dopo oltre 4 mesi di attività e cura del territorio, fornendo carta bianca a Terna. Oggi, a un anno e mezzo di distanza, gli otto attivisti presenti al momento dello sgombero sono stati raggiunti da un avviso di conclusione delle indagini preliminari e accusati dei reati di invasione di terreni, danneggiamento e violenza privata.

Nel caldo di luglio la notizia dell’esproprio coattivo ai danni di Gianluca Melis fece ben presto il giro dell’hinterland cagliaritano. Ai primi sradicamenti degli ulivi presenti nelle campagne di Selargius, ad opera di Terna Spa, la cittadinanza insorse, dando vita a un presidio permanente. L’obiettivo era fermare i lavori, ripiantando gli ulivi estirpati con un gesto pregno di autodeterminazione e volontà di decidere sul proprio territorio, già colpito da una devastazione ambientale imposta dall’alto. La Sardegna paga da anni, infatti, la presenza di basi e poligoni di tiro, l’organizzazione di esercitazioni militari e per ultima la speculazione energetica. «La transizione energetica deve essere ecologica e giusta. Vogliamo dare il nostro contributo per la difesa del pianeta ma lo vogliamo fare in una posizione di parità, non ci sono cittadini e territori di categoria inferiore», chiedono i comitati schieratisi a difesa del territorio.

Per Selargius lo Stato italiano, di concerto con Terna Spa, aveva altri piani: nei terreni di Gianluca Melis doveva passare l’ultimo tratto del Tyrrhenian Link. Quest’ultimo, secondo manifestanti e attivisti, permetterà alle multinazionali di fossile e rinnovabile di installare un numero enorme di impianti, costituendo un preludio alla devastazione del territorio sardo. L’opera, che entrerà in funzione nel 2028, serve infatti a dimostrare che l’energia producibile nell’isola possa effettivamente essere trasportata verso il continente.

Per fare fronte all’esproprio, Melis ha presentato ricorso, le cui procedure sono ancora attive, come confermato a L’Indipendente da Giulia Lai, avvocata degli otto presidianti indagati. «Riteniamo le accuse mosse dalla Procura totalmente infondate. In primo luogo perché su quei terreni Terna ha semplicemente il possesso ma non ne è proprietaria. La procedura espropriativa non si è ancora conclusa», commenta Giulia Lai. «Appare quindi assurdo che sia stata contestata l’invasione di terreni, danneggiamento e violenza privata».

Axonius, l’azienda israeliana che controlla la cybersicurezza del governo USA

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Il concetto di confine nazionale, nell’era della guerra ibrida e del dominio cibernetico, ha smesso di essere una linea tracciata sulle mappe per trasformarsi in un intricato groviglio di stringhe di codice e protocolli di crittografia. Negli Stati Uniti, da questo groviglio, nel cuore delle infrastrutture critiche sta avvenendo una infiltrazione che sta sottraendo sovranità digitale. Non da parte di russi o cinesi, ma da parte di israeliani. La sicurezza informatica del governo federale USA, un tempo gelosamente custodita all'interno del perimetro delle agenzie di intelligence domestiche, è s...

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Repubblica Democratica del Congo: attacchi con drone

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Oggi, 11 marzo, sono stati segnalati degli attacchi con drone nella città di Goma, nella regione orientale della Repubblica Democratica del Congo, in seguito a cui sono state uccise almeno tre persone, tra cui un operatore umanitario francese. L’attacco risulta il primo nella città dallo scorso anno, quando il movimento ribelle dell’M23 ha conquistato l’area. L’M23 lo ha attribuito all’esercito congolese, sostenendo che avrebbe colpito un’area popolata. L’attacco arriva in un momento di tensione tra le parti coinvolte nel conflitto, nonostante il cessate il fuoco siglato tra RDC e Ruanda con la mediazione degli USA. Nelle ultime settimane si sono registrati diversi attacchi nelle aree a controllo dell’M23.

Ponte sullo Stretto, i costi non tornano: la Ragioneria rispedisce il decreto al governo

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Nonostante l’approvazione dello scorso 5 febbraio da parte del Consiglio dei Ministri, il decreto infrastrutture tornerà in CdM. Secondo fonti di governo, la Ragioneria di Stato avrebbe rimandato indietro il decreto, che contiene le disposizioni sul progetto del Ponte sullo Stretto di Messina e Reggio Calabria, per chiedere una rimodulazione dei costi: la Ragioneria chiederebbe che tutte le procedure siano finanziate con fondi già previsti, imponendo lo stop all’approvazione di nuovi aumenti di spesa. Il provvedimento insomma deve restare entro il limite dei 13,5 miliardi già stanziati dal decreto, e ora dovrà venire approvato nuovamente dal governo. Dopo l’annuncio, Salvini ha fatto buon viso a cattivo gioco, rispondendo alle richieste della Ragioneria: «Il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini esprime grande soddisfazione per l’approvazione in CdM dell’iter del Ponte sullo stretto di Messina», scrive il ministero. «Confermato infatti lo stanziamento di 13,5 miliardi per la realizzazione dell’opera a partire dal 2026, in accordo con tutti i dicasteri interessati».

La notizia dello stop al decreto Ponte è stata data da agenzie di stampa come Ansa, e ripresa in via ufficiale da gruppi politici come Europa Verde. «Ancora una volta Salvini scrive decreti sul Ponte sullo Stretto senza nemmeno passare dagli apparati dello Stato, e poi arriva la Ragioneria a fermarlo e a correggerlo», scrive il portavoce Bonelli. «Il decreto infrastrutture dovrà tornare in Consiglio dei ministri perché la Ragioneria ha imposto che tutte le procedure per far ripartire il progetto del Ponte siano fatte senza nuovi o maggiori costi per lo Stato». Il ministero delle infrastrutture, dal canto suo, ha diffuso un comunicato dai toni trionfali in cui sostiene che sarebbe stato confermato lo stanziamento di 13,5 miliardi per la realizzazione dell’opera; l’Amministratore Delegato della società Ponte sullo Stretto, Pietro Ciucci, invece, ha rassicurato che non sarebbero previsti fondi extra per la realizzazione dell’opera. Da quanto si apprende dalle ricostruzioni, la somma, più che venire confermata – come sostiene Salvini, sarebbe stata imposta come soglia limite: la Ragioneria, infatti, avrebbe rispedito al mittente il decreto perché esso non esprimeva in maniera chiara che tale cifra avrebbe costituito il tetto massimo di spesa. Più che approvare le soglie di finanziamento, insomma, la Ragioneria avrebbe chiesto che queste non vengano superate, ipotesi a cui il decreto in qualche modo avrebbe lasciato la porta aperta. Il governo dovrebbe dunque inserire una garanzia che i costi non superino i 13,5 miliardi di euro.

Il decreto sul Ponte sullo Stretto era stato approvato lo scorso 5 febbraio per rispondere ai rilievi avanzati dalla Corte dei Conti, con l’obiettivo di sbloccare l’iter per l’opera. A fine ottobre, la Corte dei Conti aveva bocciato il progetto del Ponte sullo Stretto, respingendo la delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile (Cipess) che impegna 13,5 miliardi di euro per la costruzione dell’opera, con motivazioni collegate a documentazione carente, calcoli poco chiari, e mancato rispetto delle norme ambientali. A metà novembre, la Sezione centrale di controllo di legittimità della Corte dei Conti ha inferto un secondo colpo al progetto, non concedendo il visto di legittimità al terzo atto aggiuntivo della convenzione tra il Ministero delle Infrastrutture e la società concessionaria Stretto di Messina Spa, ampliando la crisi amministrativa aperta dal precedente rifiuto e bloccando, di fatto, la definizione degli impegni amministrativi e finanziari necessari per la progettazione e realizzazione dell’opera.

I ragazzi croati tornano a marciare: dopo 18 anni ripristinata la leva militare obbligatoria

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Il 9 marzo 2026 è una data destinata a rimanere nella memoria collettiva della Croazia. Infatti, dopo diciotto anni dalla sospensione del servizio di leva, circa ottocento giovani hanno fatto ingresso nelle caserme di Knin, Slunj e Pozega per cominciare l’addestramento militare di base. La scelta di ripristinare la leva obbligatoria, che era stata approvata lo scorso ottobre in sede parlamentare su input dell’esecutivo guidato dal premier Andrej Plenković, segna una tangibile inversione di tendenza per uno Stato che aveva abolito la coscrizione nel 2008, un anno prima di entrare nella Nato. Torna così sotto le armi l’unico Paese oggi parte dell’UE ad aver combattuto una guerra lunga e su larga scala nel conflitto seguito alla dissoluzione della Jugoslavia, in un’area dove le relazioni con i vicini balcanici restano tutt’altro che idilliache.

La nuova legge prevede, nello specifico, un percorso di due mesi per tutti i giovani che compiono 19 anni, con possibilità di chiamata fino ai 30 anni. Durante il periodo di formazione, le reclute riceveranno un’indennità mensile di 1.100 euro e il servizio sarà conteggiato come anzianità lavorativa. Al termine, i giovani resteranno nella riserva fino ai 55 anni. Per gli individui di sesso femminile c’è l’esenzione dall’obbligo, ma la possibilità di adesione per via volontaria. Ad oggi, su 800 partecipanti complessivi, figurano 82 volontarie. Obiettivo dell’esecutivo croato è di addestrare circa 4mila reclute ogni anno, da suddividere in diversi scaglioni, per un costo complessivo annuo che arriverebbe quasi a 24 milioni di euro. I programmi prevedono l’utilizzo di armi personali, droni, tecniche di primo soccorso e autodifesa.

Occorre aggiungere che la Costituzione croata tutela l’obiezione di coscienza. Chi sceglie questa strada può optare per tre mesi di formazione nella Protezione civile nazionale oppure per quattro mesi di attività presso enti locali o regionali, in entrambi i casi senza alcun compenso. Secondo i dati del ministero della Difesa, finora solo una decina di giovani ha presentato obiezione. Il ministro Ivan Anušić ha motivato la reintroduzione del servizio obbligatorio con la necessità di far fronte a «minacce alla sicurezza, alle azioni di carattere ibrido, agli attacchi informatici e alle sempre più frequenti calamità naturali». Il provvedimento assume un significato particolare in Croazia, reduce dalla guerra d’indipendenza degli anni Novanta e inserita in un contesto balcanico ancora segnato da tensioni latenti.

La decisione di Zagabria di ripristinare la leva obbligatoria non rappresenta un caso isolato, ma si inserisce in un trend più ampio che sta investendo l’intero continente europeo. Negli ultimi anni, infatti, numerosi Paesi hanno avviato una radicale revisione delle proprie politiche di difesa, aumentando le spese militari e introducendo misure di preparazione civile senza precedenti dalla fine della Guerra fredda. La Finlandia, entrata nella Nato nel 2023, ha annunciato l’intenzione di abbandonare la Convenzione di Ottawa che vieta le mine antiuomo e di portare la spesa per la difesa oltre il 3% del PIL entro il 2029, dopo aver già distribuito ai cittadini una guida su come prepararsi a crisi e attacchi militari. La Svezia ha aumentato la spesa al 2,8% del PIL, mentre la Norvegia, che condivide 196 chilometri di confine con la Russia, sta riattivando i bunker della Guerra fredda e investe 51 miliardi di euro per modernizzare le forze armate. Ancora più radicali le misure adottate da Estonia, Lettonia e Lituania. Tallinn ha approvato la costruzione di un fossato anti-carro lungo 40 chilometri con oltre 600 bunker lungo il confine orientale, mentre Riga ha reintrodotto la coscrizione obbligatoria per i maschi tra 18 e 27 anni. La Lituania, oltre a ritirarsi dalla Convenzione di Ottawa, ha reso obbligatorio un rifugio antiaereo per ogni edificio residenziale di oltre cinque piani.

La Polonia spende già il 4,7% del PIL per la difesa e punta a diventare la terza potenza militare della Nato con 300mila effettivi. Anche le grandi potenze europee accelerano: la Germania ha varato un piano da 377 miliardi per modernizzare la Bundeswehr, puntando a diventare la “spina dorsale” della sicurezza europea. Il Regno Unito ha aumentato la spesa al 2,5% del PIL con l’obiettivo del 3%, mentre la Francia punta a 64 miliardi annui entro il 2027. L’Italia, infine, ha approvato un decreto per ampliare il personale militare a 160mila unità entro il 2033, con una spesa che nel 2026 sfiorerà i 34 miliardi di euro. Un quadro complessivo che delinea una vera e propria mobilitazione continentale, dove la retorica della «preparazione» normalizza l’idea del conflitto come scenario potenziale.