giovedì 5 Febbraio 2026
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È morto Corrado Carnevale, il giudice “ammazzasentenze” che scarcerava i mafiosi

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Si è spento all’età di 95 anni Corrado Carnevale, una delle figure più discusse e controverse della storia giudiziaria italiana. Ex primo presidente della Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, è passato alla cronaca con l’appellativo di “giudice ammazzasentenze” per il sistematico annullamento di provvedimenti a carico di mafiosi che segnò la sua carriera negli anni Ottanta e Novanta. Finito alla sbarra con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, Carnevale – di cui furono accertati i legami con i mafiosi – fu condannato in appello e poi assolto in Cassazione. La sua parabola, tra i presunti favori a Cosa nostra e una successiva riabilitazione politico-mediatica, resta un capitolo assai oscuro nella lotta alla mafia.

Il “metodo” Carnevale

L’attività più controversa di Carnevale, deceduto ieri a Roma, si concentrò nel periodo in cui, dalla metà degli anni Ottanta fino al 1993, presiedette la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione, competente in via esclusiva per i reati di mafia e terrorismo. In quegli anni, il suo operato divenne sinonimo di un garantismo estremo e formale, che portò alla ripetuta invalidazione di sentenze per vizi procedurali. Si è calcolato che le sue pronunce abbiano portato allo svuotamento di circa cinquecento provvedimenti. Il caso esplose a livello nazionale nei primi mesi del ’91, quando la sezione da lui presieduta ordinò la scarcerazione di Michele “il Papa” Greco e di altri quarantadue importanti boss mafiosi, motivando la decisione con la “decorrenza dei termini”. Di fronte a questa ennesima e plateale decisione, Giovanni Falcone, allora direttore generale degli Affari Penali al Ministero della Giustizia, dispose un monitoraggio totale dell’attività di quella sezione. Falcone aveva già individuato pericolose anomalie, avendo accertato rapporti poco chiari tra Carnevale e alcuni avvocati di personaggi di Cosa Nostra, in particolare l’avvocato Giovanni Aricò.

La posta in gioco era altissima, poiché quella stessa sezione sarebbe stata chiamata a giudicare in ultima istanza il Maxiprocesso di Palermo istruito dal pool antimafia. Falcone fece quindi analizzare circa 12.500 sentenze emesse dal collegio di Carnevale. I risultati furono sconvolgenti e spinsero lo stesso Falcone a una drammatica affermazione: «Di queste questioni si può morire». Dall’analisi emerse che i legali dei boss ricorrenti erano sempre gli stessi: Aricò, Angelucci, Gaito. Inoltre, come ricordato dal Procuratore Gian Carlo Caselli, che avrebbe poi mandato a processo Carnevale, si scoprì che quest’ultimo «aveva creato, all’interno della sua sezione, un gruppo di consiglieri “fedeli”, accomunati dall’adesione a un orientamento giurisprudenziale radicale, sedicente quanto astrattamente garantista, assumendo quindi una posizione egemonica che gli consentiva di determinare l’esito delle decisioni».

Per scongiurare il rischio che il Maxiprocesso venisse smontato, si intervenne presso il presidente della Corte di Cassazione, Antonio Brancaccio, chiedendo l’introduzione di un sistema di rotazione che sottraesse a Carnevale il monopolio sui processi di mafia. Brancaccio, che in una conversazione intercettata verrà definito «delinquente» da Carnevale, accolse la richiesta nel maggio 1991. Così, a presiedere il collegio per il Maxiprocesso non fu Carnevale, ma il giudice Arnaldo Valente, che il 30 gennaio 1992 confermò in via definitiva le condanne all’ergastolo per i boss, decretando il trionfo dell’impianto accusatorio di Falcone e Borsellino. La reazione di Cosa nostra non si fece attendere e fu sanguinosa. Si aprì la stagione delle stragi, iniziata il 12 marzo 1992 con l’uccisione a Palermo dell’andreottiano Salvo Lima, considerato il referente politico principale di Cosa nostra. Il nome di Lima si intrecciava anche con quello di Carnevale: diversi collaboratori di giustizia indicarono il magistrato come il “garante” di Cosa nostra a Roma, anello di congiunzione tra Lima e Giulio Andreotti e primo responsabile dell’“aggiustamento” dei processi mafiosi tra il 1987 e il 1992.

Il processo

Proprio il 29 marzo del 1993, il procuratore Gian Carlo Caselli e il pm Antonio Ingroia inviarono a Carnevale una comunicazione di garanzia per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. Le indagini si concentrarono su alcuni processi da lui presieduti, finiti con assoluzioni, e portarono a intercettazioni telefoniche e all’ascolto di magistrati del suo stesso collegio. Questi ultimi raccontarono delle pressioni subite da Carnevale per annullare sentenze di mafia, anche in procedimenti non da lui diretti. L’8 giugno 2000, Carnevale fu assolto in primo grado “perché il fatto non sussiste”. La Procura di Palermo fece appello e il 29 giugno 2001 la Corte d’Appello lo condannò a sei anni, ritenendo provato il reato. Le motivazioni sottolinearono che erano «incontestabili due fondamentali canali attraverso i quali si sarebbe verificato il contatto tra la mafia e Carnevale»: il primo riguardava «esponenti andreottiani, riconducibili a Cosa nostra, e lo stesso Andreotti», il secondo «alcuni selezionati avvocati legati all’imputato da rapporti preferenziali e che da Cosa nostra venivano, con la consapevolezza del presidente, impiegati come intermediari».

Il colpo di scena finale arrivò il 30 ottobre 2002, quando la Cassazione assolse l’ex presidente di sezione annullando la condanna d’appello. I giudici introdussero un nuovo principio, dichiarando inutilizzabili le testimonianze dei magistrati sulle pressioni subite in camera di consiglio, perché coperte da segreto. La condanna fu così annullata. Poi, nel 2003, una norma inserita in una legge finanziaria voluta dal governo Berlusconi consentì il reintegro in carriera ai pubblici dipendenti assolti. Carnevale, già in pensione dal 2001, poté così tornare in magistratura. Il 21 giugno 2007 rientrò in Cassazione, ma nella sezione civile, così i procedimenti disciplinari a suo carico furono archiviati. Andò in pensione il 9 dicembre 2013, a 83 anni.

È bene ricordare come le intercettazioni che lo riguardano restituiscano un ritratto spietato del personaggio. In una conversazione, Carnevale definì Falcone e Borsellino «due incapaci con livello di professionalità pari allo zero». All’avvocato Aricò disse che Falcone era un «cretino». E sempre riguardo a Falcone, assassinato dalla mafia, ebbe a dichiarare: «Io i morti li rispetto, ma certi morti no», insinuando perfino che il magistrato avesse strumentalmente fatto assegnare la moglie, il giudice Francesca Morvillo, alla Corte d’Appello di Palermo per confermare le sue sentenze. Parole inequivocabili che, al di là del dato squisitamente penale, gettano ulteriori ombre su una figura divenuta parte integrante della recente storia del Paese.

Russia-Ucraina, scambio di 157 prigionieri per parte

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Russia e Ucraina hanno condotto il primo scambio di prigionieri dallo scorso ottobre. A tornare a casa 157 prigionieri per parte. Lo scambio è il risultato della seconda tornata di colloqui trilaterali tra i due Paesi e gli USA per la fine della guerra, tenutasi ieri negli Emirati, ad Abu Dhabi.

In India l’acqua è così rara che i ricchi la esibiscono come uno status symbol

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Nelle strade soffocanti delle metropoli indiane, il concetto di ricchezza sta acquisendo una forma molto diversa da quella che potremmo immaginare fatta di gioielli, oro, supercar e altri lussi. L’indicatore definitivo del successo sociale è un elemento molto semplice: l’acqua. In India, infatti, l’accesso idrico costante, garantito e sicuro non è per niente scontato. L’acqua in bottiglia è l’unica fonte che si può bere essendo certi di non prendersi qualche malattia. Per i più ricchi, ci sono anche dispositivi tecnologici di ultima generazione che filtrano e “producono” acqua. E non tutte le acque sono uguali.

Molti negozi gourmet delle città indiane stanno organizzando degustazioni di acqua. Con il 70% delle falde sotterranee contaminate, l’acqua pulita è un privilegio nel Paese da 1,4 miliardi di persone. Le bottiglie di acqua provenienti da USA e Cina sono le più economiche e si comprano per circa 20 centesimi di euro. Ma ci sono acque considerate “premium” con costi decisamente superiori, fino a più di 2 euro per bottiglia. Sono quelle provenienti dall’Europa che vengono usate per queste particolari degustazioni. In India, il mercato dell’acqua in bottiglia vale circa 5 miliardi di euro con una crescita del 24% all’anno.

Per le classi abbienti indiane, la dipendenza dalle fatiscenti infrastrutture pubbliche è diventata un rischio inaccettabile, al punto che i ricchi investono nei Generatori di Acqua Atmosferica (AWG). Si tratta di dispositivi che estraggono l’umidità dall’aria, filtrandola e mineralizzandola per produrre acqua potabile. Possedere un AWG significa non dover mai più guardare con ansia il livello dei serbatoi condominiali o attendere l’arrivo incerto di una cisterna. Accanto a questi, proliferano sistemi di filtraggio industriale capaci di trattare l’acqua con una precisione molecolare che la rende più pura di quella in bottiglia, trasformando i locali tecnici delle residenze private in piccole centrali di trattamento acque.

Il mercato immobiliare ha recepito il messaggio con una velocità impressionante. I nuovi complessi residenziali “ultra-prime” non vengono più pubblicizzati solo per le loro palestre o le piscine: la nuova parola d’ordine è “Water-Secure“. Acquistare un appartamento in questi fortini della classe agiata significa comprare l’accesso a impianti di desalinizzazione privati e a circuiti chiusi di riciclo delle acque reflue, capaci di rigenerare ogni singola goccia utilizzata.

Mentre l’élite si rifugia in bolle di sicurezza tecnologica o nell’acquisto di acque “premium”, la maggioranza della popolazione scivola in una vulnerabilità sempre più profonda, dove l’accesso all’acqua potabile è una battaglia quotidiana. La dipendenza dalle infrastrutture pubbliche, spesso contaminate o semplicemente a secco, alimenta il potere di quella che il The Guardian, già dieci anni fa, chiamava “mafia delle autocisterne”. In questo mercato nero legalizzato, i prezzi fluttuano selvaggiamente in base alla temperatura esterna, costringendo le famiglie meno abbienti a spendere una parte sproporzionata del proprio reddito per un bene che, altrove, è dato per scontato.

La disparità è brutale. Per l’élite, l’acqua è un investimento tecnologico discreto, un comfort che scorre silenzioso da rubinetti di design e bottiglie di lusso. Per la classe media è una spesa costante e un’ansia logistica legata alle consegne private. Per i più poveri è invece una questione di ore passate in coda e di rischi per la salute legati a fonti non controllate.

Il boom del mercato idrico indiano è il sintomo di un collasso infrastrutturale che ha trasformato la necessità in opportunità commerciale. Mentre le tecnologie di estrazione e depurazione dell’acqua, così come le degustazioni di acque europee, diventano lo status symbol delle élite, emerge una “disuguaglianza liquida” sempre più profonda. La vera sfida per l’India di domani non sarà solo economica o tecnologica, ma etica: decidere se l’acqua debba restare un privilegio per pochi.

La BCE mantiene invariati i tassi di interesse

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La Banca Centrale Europea ha mantenuto invariati i tassi di interesse per la quinta volta consecutiva dopo otto riduzioni di fila. La BCE ha motivato tale decisione affermando che l’inflazione dovrebbe stabilizzarsi sull’obiettivo del 2% a medio termine, livello considerato adeguato per la sanità dell’economia. I tassi di interesse sui depositi presso la banca centrale, sulle operazioni di rifinanziamento principali e sulle operazioni di rifinanziamento marginale rimarranno dunque rispettivamente al 2,00%, al 2,15% e al 2,40%.

“Cagliari città di pace”: il Consiglio Comunale approva il divieto al transito di armi dal porto

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Il Consiglio Comunale di Cagliari ha compiuto una scelta simbolica e operativa, approvando un ordine del giorno che impegna il sindaco a opporsi al transito di armamenti nel porto cittadino. Con 20 voti favorevoli, 6 contrari e 2 astenuti, l’aula ha espresso una chiara volontà politica, trasversale alle forze di centrosinistra, per interrompere le operazioni legate al commercio bellico. Il documento impegna l’amministrazione a farsi promotrice presso le autorità competenti di iniziative volte a «interrompere e vietare» la movimentazione di materiali esplosivi, con particolare riferimento a quelli prodotti dalla RWM Italia S.p.A. di Domusnovas, chiedendo anche una moratoria temporanea e l’istituzione di un tavolo di monitoraggio permanente.

L’atto, presentato dai consiglieri di Sinistra Futura e Alleanza Verdi Sinistra, è stato promosso come aderente ai valori dello Statuto comunale, che nel preambolo dichiara l’impegno per «la pace e la non violenza», e richiama espressamente l’articolo 11 della Costituzione sul ripudio dell’Italia alla guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. La decisione fa seguito ad altre mozioni come quella del 2025 su “Cagliari città del dialogo” e a un precedente ordine del giorno del 2018 contro l’esportazione di armi verso lo Yemen. «Dobbiamo garantire sicurezza e trasparenza a tutti i cittadini e sventare potenziali rischi per l’incolumità e la salute», ha dichiarato Laura Stochino, consigliera di Sinistra futura e prima firmataria del provvedimento. Oltre alle motivazioni di sicurezza pubblica, dato che il porto è circondato da aree densamente popolate, l’atto solleva importanti questioni etiche e legali. L’ordine del giorno invoca infatti un rigoroso rispetto della Legge 185/90, che vieta l’esportazione di armamenti verso Paesi in conflitto o responsabili di violazioni dei diritti umani, chiedendo inoltre la realizzazione di un “portale trasparenza” per pubblicare report trimestrali sulle movimentazioni sensibili. Una richiesta di chiarezza rivolta anche a tutela dei lavoratori portuali, che hanno il diritto di conoscere la natura dei carichi che movimentano.

La scelta del Consiglio cagliaritano si colloca in un contesto regionale estremamente teso. La stessa RWM Italia, controllata dal colosso tedesco degli armamenti Rheinmetall, ha chiesto alla Regione Sardegna di raddoppiare i propri impianti nel Sulcis, promettendo trecento nuovi posti di lavoro in un’area colpita dalla crisi occupazionale. Il braccio di ferro che ha visto il governo centrale premere sulla presidente Alessandra Todde per l’approvazione, minacciando persino la nomina di un commissario. La delibera è anche un atto di memoria storica. Come sottolineato in aula, Cagliari non può dimenticare quanto avvenuto nel 1943, quando i bombardamenti alleati ridussero in macerie il centro storico. «Proprio per onorare quella drammatica memoria», si legge negli atti, la città vuole alzare la guardia contro un’economia di guerra che vede spesso la Sardegna inquadrata come piattaforma logistica. La palla passa ora alla Giunta guidata dal sindaco Massimo Zedda, assente al momento del voto ma rappresentato dalla vicesindaca Cristina Mancini, che ha espresso parere favorevole. L’impegno è aprire al più presto il tavolo permanente di confronto con tutte le istituzioni coinvolte, dalla Capitaneria di Porto alla Prefettura, per trovare soluzioni concrete.

Nel frattempo, i portuali di Cagliari hanno risposto all’appello per la Giornata internazionale di azione e lotta del 6 febbraio, che segnerà una mobilitazione storica in più continenti. Oltre a quello del capoluogo sardo, altri dieci porti italiani, da Genova a Palermo, saranno teatro di manifestazioni e scioperi, coordinati con quelli di altri importanti snodi marittimi europei e mediterranei come Bilbao, Tangeri, il Pireo e Mersin. La protesta, convocata da sindacati di base italiani, greci, turchi, marocchini e baschi, nasce da una lunga serie di motivazioni comuni: l’opposizione alla trasformazione dei porti in piattaforme logistiche per la guerra, la denuncia degli effetti negativi dell’economia bellica su salari e diritti, la richiesta di bloccare le spedizioni di armi verso tutti i teatri di conflitto, il rifiuto del piano di riarmo e militarizzazione dell’UE e la resistenza alle privatizzazioni e all’automazione portuale giustificate con lo stesso pretesto militare.

Negli spazi pubblici cinesi lo sport è una pratica collettiva sostenuta dallo Stato

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Nei parchi, lungo le rive dei fiumi o davanti agli ingressi dei templi, decine di anziani in vari momenti della giornata si incontrano per praticare insieme esercizi di fitness, tai chi quan e attività fisica leggera. All’alba, al calar del sole o alla fioca luce dei lampioni gruppi di uomini e donne cinesi mettono in pratica quella che ormai sembra essere divenuta una consuetudine approvata anche dall’Amministrazione generale dello sport cinese, uno degli organi della Repubblica Popolare dedicati alla pratica sportiva. La cura del benessere e della salute attraverso lo sport è diventata una priorità statale già da alcuni anni: dal 2009, infatti, è stata istituita la Giornata nazionale del Fitness, esattamente un anno dopo l’inaugurazione dei Giochi Olimpici di Pechino, celebrata nella data propizia dell’8 agosto del 2008. In occasione dell’istituzione di questa ricorrenza, l’ente statale che si occupa di sport ha stilato un programma normativo sul fitness, basato sulla diffusione e l’incentivo della pratica sia da un punto di vista sociale che da un punto di vista infrastrutturale. Nel corso degli anni, le istituzioni locali hanno investito per permettere a un numero sempre maggiore di persone di avvicinarsi allo sport, costruendo spazi pubblici dedicati, installazioni e strumenti collocati all’interno dei parchi per poter diversificare l’attività e suggerire circuiti funzionali al mantenimento del benessere.

L’attenzione governativa sulla pratica sportiva si inserisce all’interno del piano strategico decennale inaugurato nel 2019 e definito Healthy China 2030, grazie al quale il governo si impegna per garantire il miglioramento delle condizioni sanitarie dei cittadini cinesi, attraverso, tra le altre cose, la prevenzione e l’innovazione delle infrastrutture sanitarie. Tenendo in considerazione altri modelli simili, come ad esempio l’impegno promosso dal governo cubano nel fomento dell’attività fisica tra le persone più anziane, possiamo tracciare un fil rouge che collega le necessità economiche e ideologiche di quei Paesi inseriti in un contesto economico di stampo socialista. 

Agire attraverso la prevenzione, permette indubbiamente di pesare meno sulle infrastrutture ospedaliere, in special modo in luoghi, come in Cina, dove la popolazione sta gradualmente invecchiando sia per l’abbassamento della natalità, che per le stesse innovazioni in ambito sanitario. Inoltre, si può osservare l’ambizione di spingere l’attività sportiva anche grazie all’adozione di modelli comunitari, attraverso i quali persone sole o con difficoltà relazionali hanno l’opportunità di stare insieme e prevenire disagi psicologici derivati dalla solitudine.

Foto di Armando Negro

Ancora lontana da risultati considerati soddisfacenti, la stessa Amministrazione dello sport cinese ha proposto un circuito di fitness da quindici minuti con il fine di rendere più efficiente la pratica sportiva e contrastare eventuali controindicazioni. Secondo quanto riferito in un’intervista del 2019 da Gou Zhongwen, direttore dell’Amministrazione generale dello sport cinese, la percentuale dei cinesi che praticava attività fisica prima dell’implementazione del piano Healthy China 2030 raggiungeva all’incirca già il 40%. L’attività sportiva svolta in singolo o in gruppo è diversificata secondo le proprie peculiarità fisiche e i propri gusti: tra gli sport più praticati ci sono il badminton, il tai chi quan, lo stretching e la ginnastica. È, inoltre, molto frequente incontrare gruppi di anziani che si radunano per ballare, seguendo la coreografia di una persona che guida i loro passi sulle note di musica dance. L’attenzione al movimento fisico si riscontra anche in altri contesti: anche chi lavora, spesso, esce in strada o rimane nel suo studio per fare alcuni movimenti di scioglimento e rilassamento.

«Lo fanno perché vogliono vivere a lungo», mi spiega schiettamente Mei, una ragazza proveniente dalla provincia dello Hunan. Secondo lei, però, non sarebbero così numerose le persone abituate a fare sport al momento: «Mia madre, ad esempio, non andrebbe mai a fare sport. Preferisce giocare a Mah Jong» dice ridendo.

Ciò che indubbiamente lascia colpiti è la grande quantità di centri e strutture sportive presenti nelle città; secondo quanto ha affermato Lang Wei, direttore del Dipartimento degli sport di massa dell’Amministrazione generale dello sport cinese, il governo starebbe lavorando per migliorare la capillarità di questi spazi e rendere più equilibrato il divario tra aree urbane e aree rurali.

«Si può fare sport praticamente ovunque» mi racconta Muchen, aggiungendo che: «Ci sono sia strutture private che strutture pubbliche, totalmente gratuite e aperte a tutti». Anche negli edifici privati, come le aree comuni dei compound, i complessi residenziali che hanno caratterizzato negli ultimi anni l’offerta abitativa nella Repubblica Popolare Cinese, si trovano aree fornite di attrezzi per la ginnastica, reti da badminton e tavoli da ping pong. Se l’impegno da parte delle istituzioni cinesi ha portato a un graduale incremento della pratica e a un lavoro reiterato nella diffusione capillare del fitness per chiunque, una buona parte del merito è legata all’accessibilità pubblica dei centri e al contrasto della privatizzazione degli spazi sociali. I benefici, raggiunti anche da persone affette da patologie croniche, stanno catturando l’interesse delle istituzioni statali anche nei Paesi europei. La riflessione sulla pratica sportiva si unisce alla necessità di osservare con rinnovata attenzione la struttura delle nostre città: attraverso uno studio pubblicato su The Journal of Sports and Science è stato dimostrato che, in Cina, nei luoghi in cui è presente un numero più elevato di marciapiedi, fermate degli autobus, piste ciclabili e spazi verdi, si è registrato un aumento dell’attività ciclistica e della camminata. Lo stesso studio osserva che, nella città di Shanghai, in quei quartieri preferiti dalla popolazione più anziana per coesione sociale, si constatava un aumento considerevole dell’attività fisica.

Abituati a società dove l’attenzione sanitaria si sta trasformando ineluttabilmente in una questione aziendale, dettata dalle necessità delle leggi del mercato, l’attività fisica semplice praticata nei parchi in Cina, e non solo, ci ricorda che la salute è un bene comunitario che si coltiva anche grazie alla prevenzione e alla partecipazione attiva.

(Credit foto di copertina: Bianca Mari)

Sudafrica, parte il test umano del primo vaccino anti-Aids africano

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Il Sudafrica ha avviato a Città del Capo la prima sperimentazione sull’uomo di un vaccino contro l’Aids sviluppato interamente nel continente africano. Il test è in corso presso la Desmond Tutu Hiv Foundation, al Groote Schuur Hospital, e coinvolge venti volontari sieronegativi. In questa fase i ricercatori valutano la sicurezza del vaccino e la sua capacità di stimolare una risposta immunitaria. Il progetto è promosso da istituzioni scientifiche sudafricane nell’ambito del Brilliant Consortium. Il Sudafrica è il Paese con il maggior numero di persone affette da Hiv/Aids al mondo.

“Lo Stato contro il Movimento per Gaza”: il nuovo numero del Mensile de L’Indipendente

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È da oggi disponibile sul nostro sito il nuovo numero del Mensile de L’Indipendente, la rivista rilegata e da conservare al cui interno troverete 80 pagine di contenuti esclusivi, tra inchieste e approfondimenti riguardanti ambiente, diritti, consumo critico e molto altro. Si tratta di notizie che non troverete altrove, perchè noi, al contrario della maggior parte degli altri mezzi di informazione, non ospitiamo pubblicità e non siamo dunque influenzabili da poteri politici e interessi economici. L’inchiesta di copertina di questo mese riguarda la repressione che Stato e istituzioni stanno mettendo in atto contro il movimento per la Palestina, che negli scorsi mesi ha portato centinaia di migliaia di persone a scendere in piazza, in una delle più grandi mobilitazioni recenti del nostro Paese. Nel mirino della polizia e delle procure non ci sono solo gli attivisti, sui quali stanno fioccando misure cautelari, ma anche rappresentanti di spicco della comunità palestinese in Italia, siti di informazione, gruppi solidali e molti altri.

Il mensile de L’Indipendente ha come sottotitolo i tre pilastri che ne definiscono la cifra giornalistica: inchieste, consumo critico, beni comuni. Ogni parola è stata scelta con cura, racchiudendo ciò che vogliamo fare e che, a differenza di altri media, possiamo fare, perché non abbiamo padroni, padrini o sponsor da compiacere. Esse rappresentano i tre punti cardinali che sono alla base del nostro impegno giornalistico: inchieste (per svelare i lati nascosti della politica e dell’economia), consumo critico (per vivere meglio, certo, ma anche per promuovere scelte consapevoli capaci di colpire gli interessi privilegiati) e beni comuni (perché la nostra missione è quella di leggere la realtà nell’interesse dei cittadini e non delle élite oligarchiche che controllano i media dominanti). All’interno del mensile ci saranno poi, naturalmente, approfondimenti sull’attualità e sui temi che caratterizzano da sempre la nostra agenda: esteri, geopolitica, ambiente, diritti sociali.

Questi sono solamente alcuni dei contenuti che potrete ritrovare nel nuovo numero:

  • Perchè la Gronelandia è così importante – perchè Washington accelera per l’annessione dell’isola che, tra ghiacci in ritirata e risorse minerarie, è diventata fondamentale per difesa e autonomia tecnologica.
  • Come la mafia cinese ha conquistato Prato – faide sanguinose, traffici globali, indagini rallentate da ostacoli diplomatici: nella città toscana, capitale europea del tessile, la criminalità cinese ha costruito un fitto sistema mafioso.
  • Il castello di sabbia dell’edilizia globale – la sabbia è la risorsa più estratta al mondo, ma le scorte di quella utilizzata per le costruzioni scarseggiano al punto da aver innescato una crisi globale che mischia geopolitica, ecologia e criminalità.
  • Vivere senza bollette – l’autosufficienza energetica è un sogno difficile da realizzare, ma qualcuno ci è riuscito: i racconti di chi vive per davvero staccato dalle reti energetiche nazionali.

Il nuovo numero del mensile de L’Indipendente è acquistabile (in formato cartaceo o digitale) sul nostro shop online, ed è disponibile anche tramite il nuovo abbonamento esclusivo alla rivista, con il quale potreste ricevere la versione cartacea a casa ogni mese per un anno al prezzo di 90 euro, spese di spedizione incluse. Per consultare le modalità dell’abbonamento ed, eventualmente, sottoscriverlo potete cliccare qui: lindipendente.online/abbonamenti.

Cuba, massiccio blackout lascia senza luce l’area orientale

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L’ennesimo blackout ha colpito la parte orientale di Cuba nella notte, lasciando senza elettricità intere province, tra cui Santiago de Cuba, la seconda città più grande del Paese. A causare l’interruzione è stato un guasto alla rete elettrica, verificatosi nella sottostazione da 220 kV di Holguín, che ha provocato il collasso del sistema nella regione orientale. Secondo l’Unione elettrica cubana, la provincia di Holguín è rimasta solo parzialmente servita, mentre Granma, Santiago de Cuba e Guantánamo sono rimaste completamente senza corrente. Dal 2024, Cuba sta attraversando una gravissima crisi energetica causata da centrali termoelettriche obsolete e scarsità di carburante.

Marketing, profitto e turismo stanno cancellando l’identità delle sagre di paese

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C’erano una volta le sagre di paese: popolari, ma allo stesso tempo di nicchia perché autentiche, lontane dalle mode, e forse per questo bistrattate dalla mentalità piccolo borghese. L’inversione di rotta verso l’attrazione sfrenata di capitale, la perdita di autenticità e l’iper-esposizione mediatica sono fenomeni recenti, che hanno avuto un’accelerata nel periodo post-pandemico, rappresentando un mix che rischia di sostituire un evento identitario con un suo surrogato - snaturato negli intenti e colmo di disagi - a partire dalla qualità del cibo fino alla copertura dei servizi basilari come ...

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