Lo Zimbabwe ha arrestato l’ex ministro delle Finanze Tendai Biti, il principale oppositore politico degli emendamenti costituzionali con i quali verrebbe prolungato il mandato dell’attuale presidente del Paese, rendendo la carica elettiva da parte del Parlamento anziché dal popolo. Di preciso, tale modifica allungherebbe il mandato del presidente Emmerson Mnangagwa, 83 anni, in carica dal 2017, di due anni. Il mandato dovrebbe terminare nel 2028. Biti guida il Constitutional Defenders Forum (CDF), un gruppo che si batte contro gli emendamenti, ed è accusato di aver tenuto una riunione pubblica senza avvisare la polizia. Negli ultimi mesi, la polizia ha vietato le riunioni o arrestato persone che si erano riunite per contestare la misura.
DIRETTA – Referendum giustizia – Scrutinate oltre la metà delle sezioni (su 61.533): NO al 54,5%
Oggi alle 15 si sono chiusi i seggi per votare il referendum costituzionale sulla magistratura. La chiamata alle urne riguardava la legge costituzionale n. 253/2025, che intende riformare la magistratura. Il referendum è confermativo, e dunque non prevede quorum. La legge in esame istituirebbe un Consiglio Superiore dei Giudici (magistrati giudicanti) e un Consiglio Superiore dei Pubblici Ministeri (magistrati requirenti), che andrebbero a sostituire l’attuale Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) – unificato per le due figure. L’obiettivo dichiarato è quello di evitare sovrapposizioni tra funzioni amministrative e giurisdizionali, separando le carriere dei magistrati. I Consigli sarebbero inoltre composti da giudici sorteggiati e non più eletti in maniera diretta, mentre la competenza dei provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati, attualmente in mano al CSM, passerebbe a un’Alta Corte Disciplinare istituita ad hoc. Seguiremo lo spoglio delle schede in diretta su L’Indipendente.
Ore 16.22 – Bignami: “Accettare il volere degli italiani”
Intercettato dall’emittente La 7, il deputato di FdI Galeazzo Bignami ha dichiarato: “Quando gli italiani si esprimono è sempre da accettare. Era un provvedimento che avevamo nel programma elettorale e lo abbiamo sottoposto agli italiani. Sin dall’inizio abbiamo detto che in caso di vittoria del NO non ci sarebbero state ripercussioni sul governo”. I risultati sono ancora in fase di scrutinio, ma le dichiarazioni di Bignami paiono dare una prima conferma sulle proiezioni di vittoria del No.
Bignami fa riferimento alle dichiarazioni rilasciate da Giorgia Meloni prima del referendum, in cui la presidente del Consiglio aveva annunciato che in caso di vittoria del No non si sarebbe dimessa.
Ore 16.17 – Oltre la metà delle sezioni scrutinate: il No in vantaggio al 54,5%
Con 33.379 sezioni scrutinate su 61.533, il No è al momento in vantaggio sul Sì, aggiudicandosi il 54,5% delle preferenze.
Ore 16.13 – Friuli: Sì in vantaggio con il 53,9%
Con poco più della metà delle sezioni scrutinate (754 su 1.354), il Sì è in vantaggio al momento anche in Friuli-Venezia Giulia, registrando un 53,9% delle preferenze rispetto al No (46,08%).
Ore 16.07 – Veneto: il Sì in vantaggio con il 58,35%
In Veneto, il Sì registra per ora la maggioranza delle preferenze, aggiudicandosi il 58,35% contro il 41,65% del No, con 1.807 seggi scrutinati su 4.729.
Ore 16.00 – Napoli: il No in testa con oltre il 72% dei voti
Con poco meno della metà delle sezioni totali scrutinate (1.137 su 2.896) a Napoli il No è in netto vantaggio, segnando un 72,5% delle preferenze contro il 27,48% del Sì.
Ore 15.50 – Si dimette Cesare Parodi, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati
Pochi minuti dopo la chiusura dei seggi referendari è arrivata la notizia delle dimissioni di Cesare Parodi, presidente dell’ANM. La scelta sarebbe legata a “problemi personali” e non con il referendum.
Ore 15.45 – 10.000 sezioni scrutinate: No al 54,49%
Gli spogli procedono rapidamente: a ora ne sono state scrutinate 10.590 e il No risulta avanti al 54,49%. Tra gli scrutini, anche 2 delle 2.207 sezioni Esteri, in cui il No figura leggermente avanti con il 50,38%.
Ore 15.30 – I primi scrutini: No avanti al 53,35%
Iniziano a uscire i primi scrutini sul voto. A mezz’ora dalla chiusura delle urne il No figura avanti con il 53,35% delle preferenze. Per ora sono state scrutinate 1.642 sezioni su un totale di 61.533 (contando gli Esteri). Non è ancora passata al vaglio alcuna sezione Esteri.
Ore 15 – Affluenza al 58,32%
Mentre inizia lo scrutinio delle schede, arriva il primo dato sull’affluenza: alla chiusura dei seggi, il dato si è attestato al 58,32%, in aumento rispetto all’ultimo referendum costituzionale sulla riduzione dei membri del Parlamento, arrivato a quota 51,12%. Su scala regionale, l’Emilia Romagna è la regione dove hanno votato la maggior parte degli aventi diritto, con il 65,86% dei voti, mentre all’ultimo posto figura la Sicilia con il 46,89%. I dati sull’affluenza registreranno lievi variazioni nelle prossime ore.
DIRETTA – Trump: “colloqui positivi con l’Iran”, sospesi per 5 giorni gli attacchi alle infrastrutture energetiche – Israele bombarda Teheran
Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è ora succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 marzo, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì 9 marzo, i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio.
23 marzo – Ore 15.42 – Trump alla stampa: accordo per controllare Hormuz congiuntamente
Il presidente degli USA Donald Trump è apparso davanti alla stampa per parlare dei presunti dialoghi con l’Iran e aggiornare i giornalisti sugli avanzamenti della guerra all’Iran. Trump ha ripetuto che gli USA avrebbero tenuto intensi colloqui con l’Iran che sarebbero stati cercati dalla stessa Teheran, e che – da parte statunitense –i tavoli sarebbero stati guidati da Kushner e Witkoff; durante le discussioni avrebbero trovato 15 punti di accordo, tra cui il presunto controllo congiunto dello Stretto di Hormuz USA-Iran. Ha poi affermato che l’Iran vorrebbe raggiungere un accordo, e messo in dubbio che la nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei sia ancora viva, affermando che la sistematica uccisione dei leader iraniani corrisponderebbe a un cambio regime.
23 marzo – Ore 14.20 – Media iraniani: nessun colloquio con gli USA
I media ufficiali e semiufficiali iraniani riportano smentite all’annuncio di Trump riguardo a presunti accordi preliminari per porre fine alla guerra. L’agenzia di stampa semiufficiale Tasnim cita un funzionario anonimo che avrebbe affermato che in questo momento non ci sarebbero negoziati in corso per la riapertura di Hormuz. L’agenzia di stampa Mehr, riporta una dichiarazione del ministro degli Esteri di Teheran Araghchi – assente sui canali ufficiali – che avrebbe detto che le dichiarazioni di Trump sarebbero volte a “comprare tempo” mentre continuano i dialoghi tra Washington e i Paesi della regione. L’emittente statale IRIB, infine, cita una fonte anonima che avrebbe smentito la stessa esistenza di negoziati diretti tra Iran e USA.
L’emittente statunitense Fox News, intanto, ha riportato una contro-smentita di Trump, che avrebbe affermato che ieri notte Jared Kushner e Steve Witkoff avrebbero preso parte a tavoli di dialogo con le autorità iraniane.
23 marzo – Ore 13.20 – Israele lancia nuovi attacchi su Teheran
Cresce l’attesa per le comunicazioni ufficiali da parte dell’Iran, in risposta alle parole di Trump. Nel frattempo l’aviazione israeliana ha lanciato una nuova ondata di attacchi su Teheran.
23 marzo – Ore 12.15 – Trump: “colloqui positivi con l’Iran”
Secondo quanto scritto da Trump sul suo profilo Truth, gli Stati Uniti e l’Iran avrebbero concluso una due giorni di colloqui positivi, per porre fine alla guerra in Asia Occidentale. In base a ciò, e in attesa di ulteriori sviluppi, il presidente USA ha «istruito il Dipartimento della Difesa di rinviare tutti gli attacchi militari contro le strutture energetiche e le centrali elettriche iraniane per cinque giorni».

23 marzo – Ore 11.10 – Media: un missile USA ha ferito diversi civili in Bahrein
Secondo un’analisi rivelata da Reuters, un missile della batteria difensiva Patriot, in dotazione agli USA, avrebbe causato un’esplosione che ha ferito decine di civili in Bahrein.
L’incidente risalirebbe al 9 marzo scorso, quando un attacco aereo iraniano innescò il sistema difensivo USA presente in Bahrein.
23 marzo – Ore 9.50 – Israele intensifica l’aggressione al Libano
Continuano incessanti gli attacchi aerei israeliani sul Libano meridionale. Colpiti i Comuni di Kfar Sir, nei pressi del fiume Litani, e Kfar Tebnit. Distrutto anche il ponte di Qaqaiya, una delle cinque infrastrutture che collega le due parti del Libano divise dal fiume Litani.
I bombardamenti aerei supportano l’invasione di terra, per ora circoscritta ad alcune municipalità meridionali ma suscettibile di trasformarsi presto su larga scala, come paventato dalle autorità libanesi. La presenza dei soldati israeliani si registra ad esempio a Khiam, a diversi chilometri dal confine. Qui vanno avanti gli scontri con Hezbollah, che supporta la difesa terrestre con il lancio di razzi e droni sulle truppe israeliane.
23 marzo – Ore 8.00 – I fatti della notte
- Israele ha fatto saltare in aria il ponte di Qasimiyah, nel sul del Libano: il presidente del Paese, Joseph Aoun, ha detto di ritenerlo un preludio a un’invasione terrestre.
- Raid aerei si sono verificati su Baghdad, in Iraq, colpendo il quartier generale delle Forze di Mobilitazione Popolare, alleate dell’Iran. Nei giorni scorsi nella città si erano verificati attacchi contro un diplomatico USA e l’aeroporto locale. Gli USA starebbero evacuando temporaneamente le forze americane e NATO dalla Victory Base, a 20 km da Baghdad. Kataib Hezbollah, uno dei gruppi iracheni sostenuti dall’Iran, avrebbe lanciato un ultimatum agli USA, avvisandoli di avere cinque giorni per evacuare l’ambasciata nella capitale prima di finire sotto attacco.
- I prezzi del petrolio continuano ad essere instabili: il greggio Brent (standard internazionale) ha superato i 113 dollari al barile, prima di assestarsi intorno ai 111, mentre il West Texas Intermediate (WTI), il greggio di riferimento USA, ha superato leggermente i 100 dollari a barile (prima della guerra i due valori erano rispettivamente di 72,5 e 67 dollari al barile).
- I mercati asiatici hanno registrato un crollo, ma la situazione potrebbe ulteriormente aggravarsi, secondo gli analisti.
- Israele ha condotto una “vasta ondata di attacchi” alle infrastrutture governative a Teheran. Esplosioni sono state registrate in tutta la capitale iraniana. Giornalisti presenti nella città riportano “esplosioni senza precedenti”, soprattutto nella zona orientale della capitale.
- I Paesi del Golfo hanno continuato ad intercettare missili e droni diretti verso le loro basi e obiettivi interni.
- Starmer e Trump hanno avuto un colloquio telefonico, ma dal comunicato rilasciato dall’ufficio del premier inglese le conversazioni non sembrano essere state significative.
È morto l’ex primo ministro francese Lionel Jospin
È morto a 88 anni Lionel Jospin, figura centrale della politica francese. Fu segretario del Partito Socialista dal 1981 al 1997 e primo ministro tra il 1997 e il 2002, durante la presidenza di Jacques Chirac, in una fase di “coabitazione”. Il suo governo è ricordato soprattutto per l’introduzione della settimana lavorativa di 35 ore. Si candidò due volte all’Eliseo, nel 1995 e nel 2002, ma venne sconfitto; dopo l’inaspettato sorpasso di Jean-Marie Le Pen annunciò il ritiro, pur rimanendo un personaggio autorevole e influente all’interno del partito. Nato nel 1937 vicino Parigi, fu anche ministro dell’Istruzione e docente di economia.
Delmastro e la società con la figlia del condannato per mafia: cosa sappiamo
C’è una storia piena di contorni da chiarire che, proprio nei giorni in cui gli italiani si recano alle urne per il referendum sulla magistratura, sta investendo il governo e, in particolare, il partito della premier Giorgia Meloni. La vicenda riguarda il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove, fedelissimo della Presidente del Consiglio, che è risultato essere stato per oltre un anno socio della giovane figlia di Mario Caroccia, poi condannato in via definitiva come prestanome del clan camorristico Senese. Al centro, una società fondata a Biella a fine 2024 destinata a gestire il ristorante “Bisteccherie d’Italia” nella Capitale. Nel febbraio del 2026, una settimana dopo la condanna definitiva di Caroccia, Delmastro ha ceduto le sue quote, ma nel frattempo sono emerse fotografie che lo ritraggono con Caroccia quando questi era già a processo e che lo vedono presente all’interno del ristorante: una volta con il suo “cerchio magico” del Ministero, un’altra con un membro della polizia penitenziaria. Ora lo spettro di un’inchiesta sul sottosegretario aleggia su Palazzo Chigi, che finora ha reagito difendendo Delmastro e confermando che rimarrà al suo posto.
La società
La storia inizia il 16 dicembre 2024, quando davanti a un notaio di Biella viene costituita la srl «Le 5 Forchette». La compagine societaria assegna a Miriam Caroccia, all’epoca appena diciottenne, il 50 per cento delle quote e la carica di amministratore unico. A Delmastro va il 25 per cento, mentre il restante è suddiviso tra l’impiegata Donatella Pelle (10 per cento) e tre dirigenti piemontesi di FDI, che prendono il 5% ciascuno: Elena Chiorino, vicepresidente della Regione Piemonte, Cristiano Franceschini, segretario provinciale del partito a Biella, e Davide Eugenio Zappalà, consigliere regionale. Mauro Caroccia, padre di Miriam, non è un estraneo agli inquirenti. Già nel 2020 era finito agli arresti con l’accusa di aver favorito le attività della camorra attraverso una catena di ristoranti a Roma – “Da Baffo”, “Baffo 2 Fish” –, secondo gli investigatori utilizzati per riciclare denaro proveniente da droga e usura per conto del clan di Michele Senese, detto ‘O Pazzo, capo della Camorra romana. Condannato in primo grado nel 2022, Caroccia era stato poi assolto in appello. Ma la Cassazione ha annullato l’assoluzione, e il 19 febbraio di quest’anno è stato condannato in via definitiva a quattro anni per intestazione fittizia di beni con aggravante mafiosa, finendo in carcere a Viterbo.
Negli ultimi mesi, Delmastro ha ceduto le sue quote in due tempi: a novembre 2025 a una sua società immobiliare, la G&G, e poi lo scorso febbraio – una settimana dopo la condanna definitiva di Caroccia – a Donatella Pelle. I membri di FDI che avevano aperto la società con Delmastro hanno venduto le loro partecipazioni a Miriam Caroccia il 5 marzo scorso, dichiarando di averlo fatto non appena venuti a conoscenza della condanna. Un nuovo elemento nutre però i sospetti degli investigatori, ovvero la modalità di tale pagamento: dalle carte emergerebbe infatti che Miriam Caroccia avrebbe corrisposto il prezzo per l’acquisto delle quote «a mezzo pagamento in contanti». Una somma complessiva di 5 mila euro che, seppure di modesta entità, è finita sotto la lente della Procura.
Le foto
A complicare la posizione di Delmastro sono però alcune fotografie. La prima, pubblicata da Repubblica, è stata scattata nell’ottobre 2023 nel ristorante “Da Baffo” e mostra il sottosegretario abbracciato insieme a Caroccia. All’epoca la società «Le 5 Forchette», fondata insieme alla figlia del prestanome dei Senese, non esisteva ancora: l’immagine contraddice però la versione del sottosegretario secondo cui avrebbe scoperto solo dopo la condanna definitiva chi fosse il padre della sua giovane socia. C’è poi una foto datata giugno 2025 che vede riuniti allo stesso tavolo, questa volta del ristorante “Bisteccherie d’Italia”, Delmastro, il capo gabinetto del Ministero della Giustizia Giusy Bortolozzi e alcuni dirigenti del Ministero della Giustizia. Poi, a fine gennaio 2026, poco prima della pronuncia della condanna definitiva a carico di Caroccia, un’altra fotografia testimonia come Delmastro sarebbe tornato nel locale “Bisteccheria d’Italia” insieme a Raffaele Tuttolomondo, sindacalista della polizia penitenziaria. Il mese successivo Delmastro avrebbe venduto le sue quote, seguito dopo alcune settimane dagli altri dirigenti di FDI.
Nel frattempo, la Procura di Roma ha aperto un fascicolo in cui padre e figlia Caroccia sono indagati a vario titolo per riciclaggio e intestazione fittizia. L’obiettivo degli inquirenti è ricostruire l’origine dei capitali investiti dalla famiglia Caroccia per aprire «Le 5 Forchette» e capire se vi sia una continuità economica con i ristoranti sequestrati al clan Senese. In particolare, gli accertamenti mirano a verificare se cucine, arredi e attrezzature dei vecchi locali siano stati riutilizzati per la nuova attività.
Le reazioni
Negli ultimi giorni, PD, M5s e Avs hanno attaccato Delmastro, chiedendo alla premier di chiarire la sua posizione e sollecitando l’intervento della commissione Antimafia. «Delmastro è stato leggero, ma da qui a dire che è connivente… se c’è stata una manina che dice ‘tiriamo fuori la cosa peggiore sul governo negli ultimi giorni di campagna sul referendum’, gli italiani valuteranno. Però non c’entra niente con il referendum sulla giustiza», ha dichiarato Giorgia Meloni nell’ultimo giorno di campagna referendaria intervistata da Enrico Mentana su La7. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, nella maggioranza vi sarebbe stata conoscenza della vicenda già da un anno, circostanza smentita da Chigi.
Sta di fatto che, negli ultimi giorni, anche gli ambienti editoriali tradizionalmente più vicini alla compagine di governo hanno rinunciato alla difesa di Delmastro. Emblematico l’articolo di oggi di Mario Giordano su La Verità: «Non capiamo come mai lei, avendo tutto quel tempo a disposizione, non ne abbia dedicato un po’ a capire chi erano i suoi compagni di avventura gastronomica. Cioè a capire chi entrava con lei nella società che gestisce la Bisteccheria d’Italia», scrive il giornalista. Che aggiunge: «Caro Delmastro, noi l’abbiamo sempre difesa anche nelle sue imprese più spericolate. Ora però siamo costretti a difenderla da sé stesso: se da sottosegretario lei pensa che sia normale entrare in una società senza sapere chi sono i soci, beh, forse è meglio per lei che si dedichi davvero alle bistecche. A tempo pieno, però».
Sudan, raid su ospedale: 64 vittime e struttura distrutta
Almeno 64 persone, tra cui 13 bambini, sono morte in un attacco contro l’ospedale universitario di Al Daein, nel Darfur orientale, Sudan occidentale, la scorsa settimana. Lo ha reso noto l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha spiegato come l’attacco abbia causato anche 89 feriti e reso la struttura inutilizzabile. L’episodio si inserisce nel conflitto iniziato nell’aprile 2023 tra esercito e Forze di Supporto Rapido (RSF), che ha destabilizzato il paese. Le RSF accusano l’esercito di essere responsabile del raid. L’esercito ha negato l’attacco, ma due ufficiali militari hanno affermato che esso era diretto contro una vicina stazione di polizia.
Per la prima volta, nel mondo, i bambini obesi sono più di quelli sottopeso
Per la prima volta nella storia recente della nutrizione globale il problema non è più soltanto la fame: oggi, nel mondo, i bambini obesi hanno superato quelli sottopeso. A certificarlo è un rapporto dell’UNICEF che racconta meglio di qualsiasi statistica quanto siano cambiati i sistemi alimentari negli ultimi anni.
I numeri raccontano una trasformazione profonda. Oggi circa 188 milioni di bambini e adolescenti tra i 5 e i 19 anni nel mondo, pari a quasi un ragazzo su dieci, vivono con obesità. Nel frattempo la diffusione del sottopeso nella stessa fascia d’età è scesa al 9,2%, mentre l’obesità ha raggiunto il 9,4%, invertendo una tendenza che per decenni aveva visto la malnutrizione dominare il quadro.
Il fenomeno non riguarda solo i Paesi ricchi. Se in passato il sovrappeso infantile era associato soprattutto alle economie più sviluppate, oggi cresce rapidamente anche nelle nazioni a reddito medio e basso. Nel mondo, circa 391 milioni di bambini e adolescenti risultano in sovrappeso, un dato più che raddoppiato negli ultimi vent’anni.
Alla base di questa trasformazione c’è un cambiamento radicale nei sistemi alimentari. L’accesso sempre più diffuso a cibi ultraprocessati, bevande zuccherate e snack ad alto contenuto calorico ha modificato le abitudini nutrizionali di intere generazioni. In molti contesti urbani il cosiddetto cibo spazzatura è diventato più economico e disponibile rispetto agli alimenti freschi, mentre la pubblicità rivolta ai più giovani e la crescente sedentarietà amplificano il problema.
Le conseguenze, in prospettiva, potrebbero essere catastrofiche. L’obesità infantile è associata a un aumento del rischio di diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, ipertensione e disturbi metabolici, patologie che fino a pochi decenni fa colpivano soprattutto gli adulti. In molti casi, inoltre, il sovrappeso sviluppato durante l’infanzia tende a persistere nell’età adulta, con ripercussioni sulla salute e sulla qualità della vita. Anche l’Italia non è immune. Secondo diverse rilevazioni, più di un bambino su quattro è in sovrappeso e circa uno su dieci è obeso, numeri che collocano il Paese tra quelli con le percentuali più alte in Europa.
Di fronte a questo scenario, gli esperti insistono sulla necessità di interventi strutturali. Tra le soluzioni proposte figurano politiche che limitino la diffusione di cibi ultraprocessati nelle scuole, regolamentazioni più severe sulla pubblicità rivolta ai minori, promozione dell’attività fisica e accesso facilitato a diete sane e sostenibili. Anche l’educazione alimentare nelle famiglie e nei sistemi scolastici viene indicata come uno strumento chiave per invertire la tendenza.
Nel frattempo, c’è chi in Europa sta già provando a cambiare la situazione, con leggi che tentano di arginare il problema. La Norvegia nel 2025 ha approvato una legge che vieta la pubblicità di alimenti e bevande non salutari rivolta ai minori di 18 anni. Il Portogallo nel 2019 ha introdotto una legge che limita la pubblicità di cibi ad alto contenuto di zuccheri, sale e grassi ai minori di 16 anni, definendo soglie nutrizionali precise per stabilire cosa è “cibo non salutare”. Il Regno Unito ha introdotto una legge all’inizio di quest’anno con il divieto di pubblicità di junk food in TV prima delle 21:00 e restrizioni online per proteggere i minori. In Belgio dal 2026 sono entrate in vigore regole più severe sulla pubblicità alimentare rivolta ai minori, che vietano la promozione di prodotti considerati non salutari ai minori di 16 anni. Un’iniziativa simile è stata proposta in Danimarca nel 2025, ma non è ancora stata approvata. La Svezia non ha una legge specifica sul junk food, ma ha una delle normative più severe in Europa sulla pubblicità ai minori: quella diretta ai bambini sotto i 12 anni è vietata, indipendentemente dal prodotto. Infine l’Ungheria dopo aver introdotto una tassa variabile su questi alimenti nel 2011, l’anno scorso ha introdotto il divieto di vendita di energy drink ai minori di 18 anni. In Italia l’unico provvedimento è la tassa sulle bevande zuccherate, introdotta con la legge di bilancio del 2020, ma mai entrata in vigore a causa dei continui rinvii.
Se per decenni la sfida globale, mai vinta, è stata sconfiggere la fame, oggi il problema è diventato molto più complesso e il sorpasso dell’obesità sul sottopeso tra i più giovani racconta proprio questo: non stiamo semplicemente mangiando di più, stiamo mangiando peggio.
Parigi, vincono i socialisti: Grégoire nuovo sindaco
Emmanuel Grégoire sarà il nuovo sindaco di Parigi. Battuta la principale avversaria Rachida Dati, ex ministra della Cultura di Macron ed ex ministra della Giustizia di Sarkozy. I socialisti hanno conquistato la capitale alle urne, nonostante la concorrenza a sinistra operata dal partito di Jean-Luc Mélenchon. Coi turni di ballottaggio alle spalle, il Partito Socialista si conferma prima forza della sinistra a livello amministrativo. Si registra tuttavia una crescita delle destre, soprattutto di quella conservativa.
Referendum sulla giustizia: affluenza alta, si vota anche oggi fino alle 15
Si è attestata al 46% l’affluenza alle urne di ieri, domenica 22 marzo, prima delle due giornate in cui è possibile votare per il referendum sulla riforma della magistratura. Il dato è alquanto disomogeneo, con differenze notevoli tra le Regioni: a registrare l’affluenza più alta è stata l’Emilia-Romagna (53,7%), seguita da Toscana (52,5%) e Lombardia (51,8%), mentre Sicilia (35%), Calabria (35,7%) e Campania (37,8%) segnano il dato più basso. Il dato è il più alto tra gli ultimi referendum realizzati in Italia: nel giugno 2025, per i referendum abrogativi, non raggiunse il 30%, mentre nel 2022 superò appena il 20%. Il dato rimane comunque ancora parziale: gli elettori potranno infatti recarsi alle urne anche oggi, lunedì 23 marzo, fino alle ore 15.
Il referendum è confermativo, ovvero non è necessario raggiungere il quorum affinchè il voto sia valido. I cittadini sono chiamati a votare per confermare la legge costituzionale n.253/2025, che intende riformare la magistratura – approvata in Parlamento con la maggioranza assoluta dei voti, ma che non ha raggiunto il quorum dei due terzi dei membri per ciascuna Camera, motivo per il quale è stato indetto il referendum. Votando “sì” si voterà a favore delle nuove disposizioni, che modificano sette articoli della Costituzione; con il “no” ci si opporrà alla riforma. Il voto non influenzerà tempi ed efficienza amministrativa, ma solamente la riorganizzazione delle modalità lavorative della magistratura.
Nel caso in cui vincesse il Sì, verrà istituito un Consiglio Superiore dei Giudici (magistrati giudicanti) e un Consiglio Superiore dei Pubblici Ministeri (magistrati requirenti), che si occuperanno del governo delle carriere. L’obiettivo dichiarato è quello di evitare sovrapposizioni tra funzioni amministrative e giurisdizionali. I Consigli sarebbero inoltre non più composti da giudici non eletti in modo diretto, bensì sorteggiati. Il cambio è stato proposto da Fratelli d’Italia, con l’obiettivo di superare le “correnti interne”, ognuna delle quali ha una propria visione circa il ruolo della magistratura ed esercita un’influenza affinchè quella visione sia dominante. I sostenitori del No, tuttavia, ritengono che il sorteggio dequalifichi l’istituzione, sollevando problemi di responsabilità e competenze, senza assicurare l’effettivo superamento delle correnti. Per comprendere ragioni del Sì e del No e cosa cambia in caso di vittoria di uno o dell’altro, vi rimandiamo al nostro approfondimento dedicato alla questione.









