lunedì 6 Aprile 2026
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La Global Sumud Flotilla riparte: oltre mille attivisti per rompere l’assedio a Gaza

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Una nuova imponente missione civile internazionale sta prendendo il largo per Gaza. La Global Sumud Flotilla, che riunisce decine di sigle della società civile, si prepara infatti a salpare nuovamente con l’obiettivo di rompere il blocco navale imposto da Israele alla Striscia. In seguito alla prima iniziativa avvenuta lo scorso anno, che aveva visto la partecipazione di circa 400 persone, più di mille attivisti provenienti da oltre cento Paesi salperanno da Barcellona il 12 aprile, per poi convergere nel Mediterraneo. Prima di dirigersi verso le coste palestinesi, sono previste tappe in Sicilia, Grecia e Turchia. L’iniziativa intende portare non solo aiuti umanitari, ma anche medici, psicologi, educatori, ingegneri ed esperti di eco-costruzione pronti a restare nella Striscia per contribuire concretamente al processo di ricostruzione.

Nonostante il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 e l’istituzione del Board of Peace voluto dal presidente USA Donald Trump, la situazione a Gaza resta drammatica. Secondo gli organizzatori, da allora sono state registrate almeno 702 vittime, che si sommano ai 72.278 palestinesi uccisi dal 7 ottobre 2023. Gli aiuti entrano a singhiozzo, mentre i bombardamenti, seppur ridotti, non sono mai cessati, colpendo perfino le tendopoli degli sfollati. La flottiglia di quest’anno segna una svolta: tutte le sigle che in passato avevano operato separatamente – dalla Freedom Flotilla Coalition a Thousand Madleens to Gaza, dal Sumud Convoy al Sumud Maghreb – navigheranno ora sotto l’egida unica della Global Sumud Flotilla. Accanto alle barche a vela, sarà presente anche la nave di Open Arms, mentre Greenpeace ha annunciato che la sua rompighiaccio Arctic Sunrise si unirà alla missione per fornire supporto tecnico e operativo. «Mentre i governi di tutto il mondo hanno mancato del coraggio e della convinzione necessari per difendere il diritto internazionale e adempiere al loro obbligo di prevenire il genocidio a Gaza – ha dichiarato Eva Saldaña, direttrice esecutiva di Greenpeace Spagna – la Flottiglia è stata un faro di solidarietà umanitaria e un simbolo di speranza in azione». In tutto, salperanno oltre cento imbarcazioni. Contemporaneamente, un convoglio via terra di circa 300 mezzi partirà dalla Mauritania intorno al 20 aprile.

Nei porti italiani la mobilitazione per la Global Sumud Flotilla è già in pieno svolgimento. Le prime imbarcazioni sono salpate il 22 marzo da Livorno e Ancona, seguite il 29 marzo da Civitavecchia e Napoli, dove centinaia di persone hanno accolto la nave «Bianca» con un corteo di solidarietà lungo il lungomare. Nei giorni successivi è toccato a Bari, da cui altre barche hanno preso il largo. Secondo gli organizzatori, allo stato attuale 78 imbarcazioni sono già in rotta verso la Sicilia, dove tra il 20 e il 25 aprile è previsto il ricongiungimento di tutte le navi italiane con quelle provenienti da Spagna, Francia, Grecia e Turchia. Le partenze sono state accompagnate da manifestazioni pubbliche: a Civitavecchia oltre cento persone hanno sfilato fino alla Marina, mentre a Napoli, nella Domenica delle Palme, l’approdo a Mergellina è stato accolto da bandiere palestinesi e canti di solidarietà.

L’impresa non è priva di ostacoli. La rotta tunisina, fondamentale in occasione del viaggio avvenuto lo scorso anno, è diventata impraticabile: a marzo sette attivisti di Sumud Maghreb sono stati arrestati con accuse di frode e riciclaggio. A ciò si aggiunge il rischio di intercettazioni da parte della marina israeliana, già sperimentato nell’edizione precedente: nel settembre 2025, le forze israeliane abbordarono la flottiglia a circa 70 miglia dalla costa, arrestando i partecipanti e deportandoli in Israele dopo aver danneggiato le comunicazioni e disturbato i segnali di soccorso. «Anche questa volta porteremo aiuti e puntiamo ad aprire un corridoio umanitario permanente – ha dichiarato portavoce italiana del Global movement to Gaza Elena Delia – e come l’anno scorso abbiamo un obiettivo politico: se c’è la pace, allora non dovrebbe esserci un blocco navale e noi dovremmo poter arrivare serenamente. Se invece Gaza è ancora occupata illegalmente e c’è ancora un blocco, allora noi viaggiamo nuovamente per cercare di romperlo».

In viaggio tra le memorie del genocidio cambogiano

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Nel Sudest asiatico, i monsoni se ne sono andati in silenzio. Anche a Phnom Penh, capitale della Cambogia, l’aria è satura di polvere, clacson e incenso. Ai crocevia del centro, tuktuk e motociclette si incastrano con quella grazia caotica che solo in Asia ha un senso. Sembra una danza: si sfiorano, si evitano, si fondono — come le ballerine d’Apsara, che volteggiavano ipnotiche nei templi dell’Impero di Angkor. 
Il mezzo si arresta e il portellone si apre: di fronte ai miei occhi una ferrea cancellata insulsa. Scolorita dal sole e dalla storia. Nulla che possa lasciar intuire l’orrore. S...

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Documentario su Giulio Regeni: no ai fondi pubblici dal Ministero della Cultura

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Il documentario su Giulio Regeni, intitolato “Tutto il male del mondo”, è stato escluso dai finanziamenti pubblici del Ministero della Cultura, suscitando aspre polemiche. Nonostante sia già uscito nelle sale e abbia vinto il Nastro della Legalità 2026, il progetto non è stato ritenuto idoneo dalla commissione del Mic, secondo cui l’opera non risponderebbe ai criteri di qualità artistica e non racconterebbe la realtà italiana. Il produttore Domenico Procacci ha criticato duramente la decisione, definendola «politica» e non artistica. Il film continuerà comunque il suo percorso, con proiezioni in università e al Parlamento europeo, oltre alla diffusione su Sky e Rai.

Israele ha bombardato il più grande impianto petrolchimico iraniano

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A poche ore dalla scadenza dell’ultimatum lanciato da Donald Trump all’Iran sulla riapertura dello stretto di Hormuz, Israele ha colpito il complesso petrolchimico di South Pars, nel Golfo Persico. Si tratta di un’infrastruttura strategica da cui dipende circa metà della produzione energetica iraniana e gran parte dell’elettricità nazionale. Già bombardato a marzo, il sito è cruciale per la stabilità interna di Teheran, soprattutto sotto sanzioni. Una serie di bombardamenti ha inoltre colpito un edificio dedicato alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione presso l’Università Sharif di Tecnologia di Teheran, considerata la principale scuola di ingegneria in Iran.

L’aumento di prezzo di Netflix era illegittimo: si apre la strada ai rimborsi

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L’arrivo di Netflix aveva rappresentato originariamente una ventata d’aria fresca all’interno di un panorama dominato da TV commerciale e abbonamenti via cavo: un servizio streaming economico, privo di inserzioni pubblicitarie, facilmente accessibile e ricco di contenuti originali. Col tempo, però, l’equilibrio si è incrinato, soprattutto sul fronte tariffario, con rincari sempre più frequenti e, si è scoperto, non sempre legali. Una recente sentenza del Tribunale di Roma ha stabilito infatti che gli aumenti applicati tra il 2017 e il 2024 sono da considerarsi illegittimi, aprendo la strada a richieste di rimborso da parte degli abbonati di lunga data.

Il tribunale ha dunque accolto l’azione promossa dall’Associazione Movimento Consumatori, e con una sentenza pubblicata il primo aprile ha imposto all’azienda di fare un mea culpa che ha il sottotono della gogna pubblica. Netflix dovrà comunicare con banner pop-up le sue passate scorrettezza sulla propria homepage, nonché è costretta a pubblicare a sue spese i contenuti della sentenza su Il Corriere della Sera e su Il Sole 24 ore. E deve farlo a caratteri cubitali, per due volte. Non solo, in un documento a parte, i giudici hanno accennato al fatto che “le somme corrisposte sulla base di clausole dichiarate nulle possono essere oggetto di restituzione”. Senza contare che i giudici hanno inoltre ordinato a Netflix una riduzione del prezzo attuale degli abbonamenti, riportandolo sostanzialmente ai livelli precedenti agli aumenti ritenuti illegittimi, 

L’entità del risarcimento non é stata fissata, ma secondo le stime sviluppate dal Movimento Consumatori gli utenti più penalizzati – ovvero quelli rimasti fedeli ai piani “premium” per l’intero periodo 2017‑2024 – potrebbero ottenere fino a 500 euro. Roma non ha stabilito che il rimborso debba essere automatico, quindi a meno che Netflix non decida di muoversi spontaneamente, le vittime dovranno intervenire autonomamente per vedersi restituito il maltolto. In teoria, ogni singolo abbonato dovrebbe citare Netflix in giudizio, uno scenario tanto improbabile quanto sbilanciato, che evidenzia una disparità di potere talmente ovvia da risultare quasi superfluo sottolinearla. 

Ed è qui che rientra in scena il Movimento Consumatori. Sul sito dell’associazione è stato pubblicato un modulo attraverso cui gli utenti possono “manifestare interesse” per una futura class action. Un modulo che non ha ancora una funzione legale: serve piuttosto a concedere i propri dati in attesa di maggiori informazioni, con l’aggravante che, fa notare Christian Bernieri de il Garante della Piracy, la gestione contrattuale della cessione delle informazioni é parecchio sciatta, se non addirittura torbida. Per il Movimento Consumatori, si tratta comunque di un primo passo per prepararsi eventualmente a dare il via a un’azione legale che, per ora, resta però puramente ipotetica. Molto dipenderà infatti dalle future mosse di Netflix: se deciderà di offrire un risarcimento volontario e congruo, oppure se sceglierà la via del silenzio, puntando a dilatare i tempi nella speranza di ridurre l’impatto economico. Considerando che l’azienda ha già annunciato ricorso, possiamo avere qualche indizio sulla direzione verso cui ci stiamo muovendo.

La reticenza di Netflix non va letta peró solamente in chiave economica. Il fulcro della sentenza del Tribunale di Roma non riguarda tanto l’entità degli aumenti, quanto il modo in cui questi sono stati introdotti: i giudici hanno annullato le clausole che permettevano modifiche unilaterali dei prezzi senza motivazione esplicita né adeguata trasparenza. Il caso, quindi, supera la mera questione monetaria e tocca il rapporto tra piattaforme digitali e utenti, sollevando interrogativi sulla qualità dell’informazione contrattuale nei servizi in abbonamento. Qualora l’appello dovesse confermare l’impostazione del Tribunale, il precedente potrebbe rafforzare la posizione dei consumatori anche in altri ambiti dello streaming e, più in generale, nei servizi digitali.

Volkswagen verso il business della guerra con le aziende israeliane

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Volkswagen è in trattative con l’azienda di difesa israeliana Rafael Advanced Defence Systems per produrre le componenti del sistema di difesa missilistica israeliano Iron Dome. A tal fine lo storico marchio automobilistico tedesco prevede di riconvertire lo stabilimento VW di Osnabrück, che cesserà la produzione di automobili nel 2027, come riferisce il Financial Times (FC). La collaborazione conferma la tendenza dell’industria automobilistica europea a virare verso il settore bellico, considerata la grave crisi in cui versa il comparto dell’auto nel Vecchio continente. Tuttavia, la decisione ha anche diversi risvolti geopolitici: secondo le prime indiscrezioni, infatti, il governo tedesco sosterrebbe il progetto, ma ciò potrebbe coinvolgere la Germania nel conflitto israelo-iraniano con ripercussioni sulla sicurezza della nazione.

Secondo i piani, lo stabilimento di Osnabrück dovrebbe produrre vari componenti dell’Iron Dome, tra cui i camion pesanti che trasportano i missili del sistema, i lanciatori e i generatori di energia, mentre sarebbero esclusi i proiettili. Il progetto, inoltre, potrebbe includere anche l’importazione di tecnologie di Iron Dome per potenziare il sistema di difesa missilistico del Paese, coerentemente con la volontà della Germania di riarmarsi e prepararsi a scenari bellici. Oltre alla componente militare, c’è poi quella economica: le due aziende, tedesca e israeliana, puntano a salvare i 2.300 posti di lavoro nello stabilimento della Bassa Sassonia, nella Germania occidentale, che è stato minacciato di chiusura, e vorrebbero vendere i sistemi ai governi europei. «L’obiettivo è salvare tutti, magari persino crescere», ha detto una delle persone informate sui piani. «Il potenziale è molto alto. Ma è anche una decisione individuale per i lavoratori se vogliono far parte di questa idea», ha aggiunto.

La tendenza di marchi automobilistici storici europei a riconvertire la loro attività e i loro stabilimenti verso la difesa è iniziata ormai da tempo ed è motivata, da un lato, dalle sempre più evidenti difficoltà che l’industria dell’auto sta incontrando sul mercato e, dall’altro, dalla volontà del governo tedesco di riarmarsi e, dunque, di ammodernare il proprio arsenale e le proprie tecnologie. Le aziende hanno individuato in questa riconversione una nuova possibilità di business, in un contesto economico-politico che non incentiva la produzione di auto, ma incentiva, invece, la produzione di componenti tecnologiche militari. A tal fine, Berlino ha anche chiesto alla Commissione europea di sospendere il Patto di Stabilità per aumentare la spesa per la difesa nei prossimi anni. Già nel 2023 Berlino aveva stanziato un fondo speciale per la Bundeswehr del valore nominale di 200 miliardi di euro che, dal 2024, garantisce 50 miliardi l’anno alla Difesa permettendo così di raggiungere il 2% del PIL e che scade nel 2028.

In questo contesto, il declino del settore automobilistico europeo è stato ben evidenziato proprio da Volkswagen: il 16 dicembre 2025, infatti, ha chiuso lo stabilimento della Gläserne Manufaktur di Dresda per la prima volta in 88 anni, registrando un evento storico che riflette la trasformazione e il declino dell’industria europea. Da qui la volontà di risollevare le sorti del marchio attraverso la produzione di componenti militari. Ma Volkswagen non è l’unica azienda ad avere fiutato questa possibilità: anche la francese Renault a inizio anno ha siglato un contratto con la Direction Générale de l’Armement (DGA) francese per produrre droni d’attacco a lungo raggio nell’ambito di un progetto denominato “Chorus”. L’obiettivo è quello di fornire all’esercito francese una capacità di attacco e sorveglianza meno costosa e più rapida rispetto ai missili tradizionali, oltre a quello di non dipendere più esclusivamente dal drone MQ-9 Reaper fornito dagli USA. Anche il ministro del Made in Italy, Adolfo Urso, aveva annunciato un possibile piano per convertire le fabbriche del settore auto in industrie per la difesa, soprattutto in seguito alla crisi di Stellantis, proposta che, al momento, non ha avuto seguito.

La partnership con l’azienda israeliana Rafael segnerebbe un importante ritorno agli armamenti per VW, che durante la Seconda guerra mondiale produsse veicoli militari e la bomba volante V1 per la Wehrmacht di Hitler. Le ripercussioni geopolitiche di questa scelta, tuttavia, sono evidenti: la collaborazione con un’azienda bellica israeliana potrebbe inasprire i rapporti diplomatici con l’Iran, annullando o indebolendo fortemente la dichiarazione del presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, secondo il quale «questa guerra è, a mio avviso, contraria al diritto internazionale. Non c’è dubbio che, in ogni caso, la giustificazione basata su un attacco imminente contro gli Stati Uniti non regga». La stretta collaborazione sul piano della difesa con un’azienda israeliana, tuttavia, non sembra potersi conciliare con un ruolo di potenziale mediatore nel conflitto da parte della prima potenza europea.

Epidemia di morbillo in Bangladesh: avviata campagna vaccinale d’emergenza

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In Bangladesh è partita una campagna di vaccinazione d’emergenza contro il morbillo, con l’obiettivo di immunizzare oltre un milione di bambini e contenere un’epidemia che ha già causato almeno 98 morti. L’iniziativa, guidata dal ministero della Salute con il supporto di UNICEF, OMS e GAVI, coinvolge 18 distretti ad alto rischio e si concentra sui bambini tra sei mesi e cinque anni, soprattutto quelli non vaccinati. I casi sospetti sono oltre 6.400. La campagna vaccinale, prevista per giugno 2024, era stata ritardata per le proteste antigovernative che hanno rovesciato il governo autoritario di Sheikh Hasina.

Due secoli senza l’uomo: il primo bosco vetusto d’Italia che fa scuola in Europa

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C’è un angolo d’Abruzzo dove il tempo si è fermato. Nell’Abetina di Rosello, 169 ettari di foresta aggrappati alle gole del torrente Turcano, nessuna mano umana ha toccato un ramo o abbattuto un tronco dalla seconda metà dell’Ottocento. Due secoli di silenzio, interrotti soltanto dal vento tra le chiome degli abeti bianchi e dal battere dei picchi sui tronchi. Il risultato è un ecosistema che ha fatto da solo tutto il lavoro: nascere, crescere, morire e ricominciare, senza interventi esterni.

Con il decreto numero 90394 del Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, questo bosco è ufficialmente il primo “bosco vetusto” d’Italia. Iscritto al numero uno della neonata Rete nazionale dei boschi vetusti, con un riconoscimento celebrato in occasione della Giornata internazionale delle foreste.

Cosa rende “vetusto” un bosco

Non basta che un bosco sia vecchio. Perché una foresta meriti questa definizione introdotta nel 2019 dal cosiddetto “decreto Clima”, deve essere composta da specie autoctone cresciute spontaneamente, non aver subito disturbi umani significativi da almeno sessant’anni e presentare tutti gli stadi del ciclo vitale: piantine giovani, alberi adulti, tronchi morti ancora in piedi e altri già crollati al suolo. È questa compresenza di vita e morte a generare una biodiversità straordinaria. Il legno morto, che in un bosco “gestito” viene rimosso, qui diventa casa per insetti rari, funghi, licheni, picchi. La foresta smette di essere un semplice insieme di alberi e diventa un organismo che lavora in sinergia.

L’Abetina di Rosello incarna alla perfezione questa definizione. Il suo cuore è una forra dalla bellezza quasi primordiale, dove gli abeti bianchi si slanciano verso l’alto per catturare la luce: centinaia di esemplari superano i quaranta metri, e il più imponente – chiamato l’Abete dei Briganti, perché tra questi tronchi si nascondevano i fuorilegge dell’Ottocento – sfiora i cinquanta metri, collocandosi tra gli alberi autoctoni più alti d’Italia. Accanto a loro crescono agrifogli, tassi che raggiungono altezze anomale, orchidee selvatiche rarissime come l’Epipactis purpurata. Tra la fauna: il lupo appenninico, la Rosalia alpina – un coleottero azzurro legato proprio ai boschi vetusti – e tre diverse specie di tritoni.

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Un percorso lungo cinque anni

Il riconoscimento non è arrivato per caso. La storia comincia alla fine degli anni Ottanta, quando un incontro tra amministratori del Medio Sangro portò alla nascita, nel 1992, di un’oasi di protezione faunistica. Nel 1997 l’area venne ampliata a 211 ettari e riconosciuta come Riserva naturale regionale e Sito di importanza comunitaria nella Rete Natura 2000. La svolta è arrivata nel 2021, quando la Regione Abruzzo ha verificato la piena rispondenza dell’Abetina ai criteri ministeriali, allora ancora in fase di definizione. Le linee guida nazionali sono state testate proprio su questo bosco. Nel maggio 2023 il primo workshop tematico ne ha sancito l’idoneità, e nel dicembre 2025 la delibera regionale ha chiuso l’iter.

«È il frutto di un lavoro costruito negli anni, che certifica il valore ambientale e la biodiversità dei nostri territori», ha dichiarato il vicepresidente della Giunta regionale, Emanuele Imprudente.

L’Italia capofila in Europa

Il dato più significativo, però, va oltre i confini regionali. L’Italia è la prima nazione europea ad aver introdotto una normativa specifica in materia di boschi vetusti e ad aver istituito una Rete nazionale dedicata alla loro tutela. Le linee guida della Commissione europea per la protezione delle foreste primarie e vetuste sono state emanate solo nel marzo 2023: Roma si era già mossa prima.

La Regione Abruzzo ha stanziato 30mila euro per il Comune di Rosello, destinati alla redazione del Piano di gestione e a iniziative di divulgazione. Il decreto vieta qualsiasi attività che possa alterare l’ecosistema: niente tagli, niente prelievi, niente droni. Il bosco dovrà continuare a fare ciò che sa fare meglio: esistere secondo le proprie regole. In tutta Italia sono stati individuati circa 160 boschi potenzialmente idonei. L’Abruzzo ha aperto la strada. Ora tocca agli altri.

«Tutti i boschi vetusti riconosciuti dalle Regioni saranno inseriti nella Rete nazionale», ha spiegato il Dirigente della Direzione Foreste del MASAF, Alessandro Cerofolini, aggiungendo che la gestione sarà affidata alla Direzione generale delle foreste, «sul modello già adottato con successo per la tutela degli alberi monumentali d’Italia».

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Rosello, duecento anime e un gigante

Rosello è un paese di meno di duecento abitanti, arroccato a 920 metri nella provincia di Chieti, al confine con il Molise. Non è sulla mappa dei grandi itinerari turistici, non ha monumenti celebri. Ha qualcosa di più raro: un pezzo di mondo com’era prima che arrivassimo noi. E la testardaggine di averlo protetto quando nessuno glielo chiedeva.

C’è un abete bianco, lì dentro, che ha visto passare i briganti e le guerre mondiali. Ha resistito a tempeste, siccità, al disinteresse e alla tentazione dello sfruttamento. Sta ancora in piedi, proteso verso il cielo, chiedendo soltanto di essere lasciato in pace. Ed è esattamente quello che l’Italia, per una volta, ha deciso di fare.

L’esercito USA starebbe nascondendo il numero reale delle perdite subite in Iran

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Almeno 750 militari USA uccisi in Medio Oriente dal 2023, anno di inizio dell’aggressione israeliana a Gaza. “Centinaia” avrebbero perso la vita o sarebbero rimasti feriti dall’inizio della guerra lanciata da USA e Israele in Iran, appena un mese fa. I dati sono il frutto di una inchiesta del quotidiano di informazione The Intercept, che accusa il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) di essere coinvolto in un “insabbiamento”. I numeri forniti dal Comando sui soldati uccisi o feriti nel corso della guerra attuale, infatti, sarebbero “obsoleti” e incompleti: il sospetto è che i vertici USA stiano cercando di mascherare la realte entità dei danni inflitti da Teheran, nonostante le ripetute dichiarazioni di Trump secondo le quali gli USA avrebbero pressochè annientato la capacità offensiva del Paese.

Il presidente Trump non ha fatto che ripetere, dall’inizio della guerra, che la fine del conflitto è molto vicina e che gli USA hanno raggiunto pressochè tutti i loro obiettivi militari nell’area. La realtà dei fatti sembra tuttavia essere molto diversa: gli USA avrebbero in più occasioni cercato di nascondere la reale entità dei danni inflitti da Teheran – come anche Israele avrebbe censurato le immagini dei danni subiti dalla controffensiva iraniana. La frustrazione del tyconn sembra emergere in tutta evidenza da uno degli ultimi post sull’Iran pubblicati sul suo social Truth, dove lancia una minaccia molto poco velata: “Aprite il fottuto Stretto, pazzi bastardi, o vivrete nell’Inferno – STATE A GUARDARE! Lode ad Allah”. Trump sta inoltre continuando ad aumentare il proprio contingente militare nell’area: la scorsa settimana il numero delle unità presenti è stato portato a circa 20mila, con l’aggiunta di 3mila soldati, ma la possibilità di una invasione di terra in Iran preoccupa i vertici militari stessi, che temono il verificarsi di un Vietnam 2.0.

Secondo The Intercept, le informazioni diffuse da CENTCOM sul numero delle vittime tra i contingenti militari sono “obsolete”. Il quotidiano riferisce come nel 2024, sotto l’amministrazione Biden, il Comando avesse fornito al giornale “cronologie dettagliate” degli attacchi agli avamposti in Medio Oriente, che specificavano anche il tipo di attacco e il numero di eventuali vittime. Ora, la Difesa si starebbe muovendo in tutt’altra direzione. Tim Hawkins, portavoce di CENTCOM, ha dichiarato lo scorso lunedì che i marines feriti dall’inizio dell’operazione Epic Fury sono 303, ma questo conteggio non avrebbe tenuto conto di alcuni attacchi recenti, come quello di venerdì 27 marzo alla base Prince Sultan in Arabia Saudita, nel quale sarebbero rimasti feriti almeno 15 soldati USA. Un funzionario della Difesa avrebbe dichiarato al giornale che Trump e Hegseth, il Segretario della Difesa USA, starebbero cercando di mantenere il numero reale “rigorosamente segreto”. Non sarebbe stato fornito nemmeno il numero delle basi americane attaccate nell’area anche se, secondo un’analisi del quotidiano, queste potrebbero essere numerose e trovarsi in Bahrein, Iraq, Giordania, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Siria ed Emirati Arabi Uniti. Nel mentre, gli attacchi con missili da parte di Teheran proseguono, nonostante le dichiarazioni di Hegseth secondo le quali questi si sarebbero fatti sempre più radi e inefficaci.

Russia, 8 feriti in attacchi ucraini: 2 sono bambini

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Secondo il quotidiano russo TASS, almeno otto persone sarebbero rimaste ferite in attacchi ucraini portati a termine nella notte con droni sulla città di Novorossiysk. La situazione è “molto seria”, ha dichiarato il sindaco della città al quotidiano, “due dei feriti sono bambini che si trovavano nelle loro abitazioni private”. Secondo alcune testimonianze video circolate sui social, l’attacco avrebbe preso di mira anche le infrastrutture petrolifere di Sheskharis, nei pressi della città.