giovedì 22 Gennaio 2026
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Negli ultimi 20 anni sono state scoperte oltre 1.300 nuove specie di mammiferi

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opossum

Il numero di specie di mammiferi viventi conosciute dalla scienza è cresciuto in modo sorprendente. Secondo una vasta revisione pubblicata sul Journal of Mammalogy, dal 2005 a oggi sono state aggiunte oltre 1.300 specie al conteggio globale, che in termini percentuali significa un aumento di circa il 25% in vent’anni. Una notizia che racconta un cambio profondo nel modo in cui osserviamo e comprendiamo la biodiversità. 
Il motore principale di questa revisione globale è la genomica. Tecniche di sequenziamento del DNA che fino a pochi anni fa erano lente e costose sono oggi molto più accessibil...

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Ecuador, dazi del 30% sulla Colombia

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L’Ecuador ha annunciato che imporrà una tariffa del 30% sulle merci provenienti dalla Colombia a partire dal 1° febbraio. A dare la notizia è il presidente del Paese, Daniel Noboa, che ha motivato la misura menzionando il deficit commerciale con la Colombia e accusando Bogotà di non stare cooperando abbastanza nella lotta al narcotraffico presso il confine condiviso. «Questa misura rimarrà in vigore finché non ci sarà un impegno concreto per contrastare congiuntamente il narcotraffico e l’attività mineraria illegale al confine con la stessa serietà e determinazione che l’Ecuador sta attualmente dimostrando», ha dichiarato Noboa su X.

La truffa del Board per Gaza: molti Paesi rifiutano l’invito di Trump

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Il tentativo del presidente degli Stati Uniti di demolire l’ONU per creare al suo posto una organizzazione elitaria guidata da politici e miliardari accuratamente selezionati dallo stesso Trump sta passando in secondo piano sui media, ma dal mondo della politica iniziano ad arrivare le prime risposte. La firma ufficiale della costituzione del Board of Peace dovrebbe arrivare domani, 22 gennaio, durante il vertice del World Economic Forum a Davos; per ora, pare che almeno 9 Paesi abbiano accettato di far parte del gruppo, tra i quali spiccano i nomi di Bielorussia e Israele. L’UE, invece, è divisa: Francia e Germania hanno già rifiutato la propria adesione alla novella ONU monocratica, mentre diversi altri Paesi non si sono ancora espressi sull’argomento. Meloni, invece, sembra tentennare, e dopo una prima apertura all’iniziativa sarebbe ormai vicina a declinare l’offerta del proprio alleato.

Dalle ricostruzioni dei media, per ora, i Paesi ad avere accettato di entrare a far parte del Board of Peace sono Albania, Argentina, Azerbaijan, Bielorussia, Israele, Kazakistan, Ungheria, Uzbekistan, e Vietnam; è noto inoltre che l’invito è pervenuto ad altri 40 Paesi tra cui Russia, Ucraina, e Turchia, e che lo stesso ministro degli Esteri turco farà parte del comitato esecutivo della prima missione del Corpo, quella relativa a Gaza. La presenza turca nel Board of Peace per Gaza e la sua possibile adesione al Corpo hanno già scatenato le prime lamentele da parte di Israele, così come Zelensky ha mostrato dubbi sugli inviti a Lukashenko e Putin. Va sottolineato che il testo della carta di fondazione del Board of Peace specifica che nel caso di conflitti tra due Paesi membri del Corpo, «il Presidente è l’autorità finale per quanto riguarda il significato, l’interpretazione e l’applicazione della presente Carta»; insomma, l’ultima parola su come gestire ipotetiche crisi interne spetterebbe a Trump.

In Europa sono arrivati inviti tanto ai singoli Paesi quanto all’UE come blocco. Il ministro degli esteri del Belgio ha criticato l’iniziativa, giudicandola un tentativo per sostituire l’ONU, mentre Francia, Germania, Norvegia Regno Unito e Svezia hanno declinato la proposta. Il rifiuto più pesante da digerire per Trump è stato senza dubbio quello di Macron, con cui, negli ultimi giorni, i rapporti si stanno incrinando. Tutto è iniziato con la decisione di Trump di aumentare i dazi sui Paesi che avevano mandato i propri soldati in Groenlandia come implicita risposta alle pretese territoriali del magnate sull’isola; Macron ha criticato duramente la scelta del proprio omologo, parlando di potenziali aperture verso la Cina, e minacciando la richiesta di utilizzo dello strumento anti-coercizione dell’UE, il cosiddetto “bazooka commerciale”. La risposta di Trump alle dichiarazioni di Macron e al suo rifiuto di entrare a far parte del Board of Peace è stata immediata: «Dazi del 200% sul vino francese» in caso di mancata adesione.

Sempre nel Vecchio Continente, diversi Paesi, e la stessa UE come organizzazione, hanno affermato di stare valutando la proposta. In ogni caso, nella maggior parte degli Stati, tra cui la stessa Italia, l’adesione a una nuova organizzazione internazionale dovrebbe passare al vaglio del Parlamento; senza considerare che – almeno per Roma – la stessa struttura del Corpo così come delineato nella carta fondativa entrerebbe in conflitto con le norme della Costituzione. Meloni stessa sembra esserne consapevole, tanto che dopo una prima dichiarazione di apertura verso l’iniziativa, le ricostruzioni mediatiche uscite nelle ultime ore stanno mettendo in risalto le riserve che la prima ministra avrebbe su una possibile adesione dell’Italia al Corpo, suggerendo che un suo rifiuto sarebbe ormai alle porte. La premier è inoltre ancora indecisa se presenziare al vertice di Davos. L’ordinamento della Repubblica è chiaro: l’Articolo 11 sancisce che l’Italia «promuove e favorisce» le organizzazioni internazionali volte ad «assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni», ma solo «in condizioni di parità con gli altri Stati»; il Board of Peace violerebbe apertamente questo ultimo punto.

Il Corpo di Pace doveva inizialmente essere un’organizzazione terza volta a garantire il rispetto dei punti del cessate il fuoco a Gaza, ma si è trasformato in ben altro: la carta fondativa dell’organizzazione delinea quella che si configura come un aperto tentativo di smantellare le istituzioni internazionali per crearne una nuova di zecca, formata da capi di Stato selezionati ed élite miliardarie, e presieduta a vita da Donald J. Trump; Trump in quanto sé stesso, e non come presidente degli Stati Uniti, che si riserverebbe poteri decisionali esclusivi, diritti di nomina ed esclusione dei membri, e poteri di veto inappellabili.

Il mare per tutti: Spotorno riscrive le regole delle spiagge libere

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Spotorno spiagge libere

A Spotorno le spiagge libere sono solo il 3,5% del totale, la percentuale più bassa di tutta la Liguria. Una criticità che il sindaco Mattia Fiorini ha deciso di risolvere con un gesto semplice e di buon senso: quello di applicare la legge regionale che prevede che le spiagge libere siano almeno il 40% del totale. E quindi ha presentato la bozza del nuovo PUD (Piano di Utilizzo del Demanio marittimo) con un punto fermo: mantenere il numero delle aziende coinvolte, per salvaguardare l’occupazione.

Non c’è però stato nemmeno il tempo di affrontare la discussione: il provvedimento è subito finito nel mirino dei proprietari degli stabilimenti e dell’opposizione comunale, che hanno lanciato una campagna, con tanto di petizione su Change.org, paventando disagi, disoccupazione imminente, e immaginando che le future spiagge libere saranno teatro di degrado e malcostume.

In Riviera vige da anni una regola tacita che nessuno aveva mai osato messo in discussione: le concessioni balneari sono intoccabili, con tratti di costa di fatto “privatizzati” e autorizzazioni rinnovate all’infinito. L’amministrazione sta provando a scardinare un sistema consolidato, immaginando un litorale meno frammentato, con più spiagge libere ma attrezzate, servizi pubblici garantiti, pulizia, sicurezza e strutture leggere. Un’idea semplice, quasi banale, che proprio per questo appare oggi quasi rivoluzionaria.

“Io ho semplicemente applicato la normativa europea Bolkestein e la normativa regionale ligure che dice che i comuni devono avere almeno il 40% di spiagge libere, al mio piano del demanio”, racconta Fiorini a L’Indipendente, spiegando che, la stessa bozza, è stata accolta in maniera completamente diversa da altri operatori del settore: “Ho avuto invece un incontro con le altre categorie produttive legate al turismo, albergatori, insomma, commercianti, B&B, agenzie immobiliari e le stesse identiche cose che ho detto ai balneari sono state prese in maniera totalmente opposta”.

Il punto centrale del piano, per il sindaco, “è la tutela dell’occupazione, perché ovviamente siamo un comune turistico che si basa in prevalenza sull’attrattiva balneare”. E infatti nel piano è previsto che dalle 41 aziende attuali, si passerà a 40. “Certo, non saranno più tutti stabilimenti balneari”, puntualizza Fiorini. “Abbiamo un modello di gestione di spiagge libere che è innovativo e prevede l’esistenza di chioschi – intesi come piattaforme economiche in grado di generare reddito – pur lasciando la spiaggia libera. In cambio saranno forniti servizi gratuiti per tutti, dal salvataggio alla pulizia, passando per la raccolta serale dei rifiuti, un bagno pubblico degno di questo nome pulito due volte al giorno e la doccia. Le spiagge libere non devono essere per forza brutte, sporche e disordinate, anzi”.

L’idea è anche quella di stimolare l’imprenditoria giovanile, che, come è noto, non ha accesso a crediti o prestiti di chissà quale entità. Se l’investimento per uno stabilimento potrebbe diventare proibitivo, quello per un chiosco potrebbe essere più accessibile.
Secondo il sindaco: “I balneari evidentemente avevano a cuore di evitare le gare, e io dal punto di vista degli imprenditori posso anche capirlo, ma ormai siamo arrivati a un pronunciamento su cui non c’è dubbio. Quindi ho consigliato di iniziare a contattare commercialisti e tecnici perché dovranno partecipare per avere un’assegnazione e continuare le attività”.

Insomma, nonostante le proteste, Spotorno prova a tracciare una strada nuova, che scardina privilegi in favore della comunità, a protezione di un bene come il mare, che deve essere di tutti.

Il diritto al profitto davanti a tutto: la sentenza del TAR contro Bologna zona 30

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A Bologna il Tar annulla il limite dei 30 km/h in città. Perché? Perché danneggerebbe il lavoro dei tassisti. Per la precisione, di un tassista. È stato alla fine un solo appartenente alla categoria (in principio erano due) a presentare ricorso, sostenuto politicamente da Fratelli d’Italia, portando il tribunale amministrativo a scardinare uno dei pilastri della giunta guidata dal sindaco Matteo Lepore. Il provvedimento era entrato in vigore nel gennaio 2024 e stabiliva una vasta rete di strade del centro cittadino nelle quali le automobili dovevano rispettare il limite di velocità di 30 km orari. Una decisione che aveva inizialmente suscitato la perplessità di molti bolognesi, nonché le critiche dei partiti di centro-destra, ma che nel medio periodo stava producendo gli effetti dichiarati, soprattutto sul piano della sicurezza stradale.

Nel 2024, primo anno pieno di applicazione, i pedoni morti per incidenti stradali sulle strade urbane di Bologna sono stati zero: un dato senza precedenti nella storia recente della città. Nel primo semestre del 2025 il numero è salito a quattro, pur confermando un calo complessivo degli incidenti e della loro gravità. Non solo: è stata anche riscontrata una riduzione dell’inquinamento, con livelli di biossido di azoto nell’aria inferiori alla media degli anni precedenti. Dati che non hanno però fermato le proteste del tassista, che si è rivolto al Tribunale amministrativo regionale sulla base di un presunto danno economico subito a causa del rallentamento della circolazione, che lo avrebbe costretto a effettuare meno corse. L’interesse personale messo dinnanzi a quello collettivo, almeno nelle premesse del ricorso.

Alla fine l’appello è stato accolto e il Tar ha annullato Città 30. Ma è qui che emerge un elemento cruciale: nelle motivazioni della sentenza non viene mai dimostrato né quantificato il presunto mancato guadagno del tassista. La decisione si fonda invece su una serie di rilievi tecnici e procedurali che, secondo i giudici, renderebbero illegittima l’adozione generalizzata del limite dei 30 km orari. Nella sentenza i giudici, pur riconoscendo «i positivi e desiderabili effetti della riduzione degli incidenti», hanno stabilito che il Comune ha operato un “eccesso di potere”, trasformando un’eccezione (il limite dei 30 km orari) in una regola generalizzata. Per abbassare il limite, il Comune avrebbe dovuto dimostrare la presenza di almeno un caso specifico di pericolo per ogni strada, come ad esempio la vicinanza a una scuola o il restringimento della carreggiata. Non viene quindi messo in discussione il principio della riduzione della velocità in sé, né i suoi effetti sulla sicurezza o sull’ambiente, ma la modalità con cui la misura è stata introdotta.

Una decisione che si è inevitabilmente tradotta in materiale per la campagna elettorale permanente. «Bene lo stop a Città 30», ha scritto il ministro ai Trasporti Salvini sui social, mentre l’europarlamentare bolognese di Fratelli d’Italia, Stefano Cavedagna, ha parlato di «una sentenza che smaschera una scelta ideologica della giunta, imposta senza ascolto e senza buon senso».

In realtà, di ideologico nella sentenza c’è ben poco. Il tribunale ha contestato solo il carattere tecnico con cui è stato applicato il limite di velocità, senza entrare nel merito della bontà o meno del provvedimento, riconoscendone anzi in parte l’efficacia. Nella sentenza viene scritto che l’amministrazione «può riesercitare la funzione pianificatoria e di disciplina dei limiti di velocità», ma dovrà muoversi «nel rispetto della norma agendi scaturente dalla presente sentenza e del quadro normativo».

Una soluzione che sembra voler percorrere anche il sindaco Lepore, che in conferenza stampa ha annunciato che il Comune non farà ricorso contro la sentenza del tribunale, ma che «preparerà nuove ordinanze più motivate, così come richiesto dal Tar». Nel frattempo, però, tutte le strade in cui era stato imposto il limite dei 30 km orari prima del 31 dicembre 2023 torneranno a 50 km orari.

Davanti ai giornalisti Lepore ha rivendicato la bontà della sua Città 30, senza risparmiare critiche al governo: «In due anni – ha spiegato il sindaco – abbiamo ridotto del 43% i morti, del 7% i feriti e del 12% gli incidenti stradali, per un risparmio stimato per la nostra comunità di 66 milioni, secondo i parametri del ministero dei Trasporti. A noi non interessa litigare con Salvini, con Bignami, con i tassisti o con l’Avvocatura dello Stato: a noi interessa portare avanti il nostro progetto, anche perché la sentenza è molto chiara e conferma la possibilità per i Comuni di pianificare i limiti».

Si arricchisce così di un nuovo capitolo una vicenda che da tempo fa discutere i cittadini bolognesi e non solo e li divide tra favorevoli e contrari alla misura. I motivi di scontro non sono mancati nei mesi, tra chi giudicava il procedimento un inutile rallentamento del traffico e chi ribatteva che si tratta di una misura in linea con quelle in vigore da anni in molte città europee e sui cui ci sono dati ormai solidi in merito ai risultati positivi per tutti in termini ambientali e di riduzione degli incidenti gravi. Una diatriba che, su L’Indipendente avevamo riassunto basandoci sui dati esistenti in un approfondimento.

Da questo punto di vista, i giudici del Tar non hanno aggiunto niente e nemmeno hanno puntato a farlo, limitandosi a porre un precedente decisamente controverso: quello per cui il profitto di una singola persona possa prevalere sull’interesse generale.

Israele bombarda un auto a Gaza: 5 uccisi, di cui 3 reporter

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L’esercito dello Stato ebraico ha lanciato un attacco contro un’automobile che stava viaggiando nel centro della Striscia di Gaza, uccidendo 5 persone, tra cui 3 reporter. A dare la notizia sono diversi media palestinesi e l’agenzia di stampa AFP, che ha precisato che in passato uno degli operatori mediatici uccisi avrebbe lavorato per l’agenzia in qualità di freelance. Gli stessi ufficiali dell’esercito israeliano hanno confermato l’attacco, affermando che dei sospettati avrebbero utilizzato «droni di Hamas»; dall’inizio del cessate il fuoco a Gaza 100 giorni fa, Israele ha ucciso almeno 483 persone in 1.300 episodi di violazione dell’accordo.

Il business della guerra al posto dell’auto: Renault si lancia sui droni militari

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La crisi del settore automobilistico europeo sta portando diverse aziende a considerare piani di riconversione parziale delle loro capacità produttive verso il settore della difesa, investendo di fatto nel business della guerra. In questo contesto, il marchio francese Renault è il primo ad aver siglato un contratto con la Direction Générale de l’Armement (DGA) francese per produrre droni d’attacco a lungo raggio nell’ambito di un progetto denominato “Chorus”. L’attività si svolgerà in collaborazione con l’azienda di difesa Turgis Gaillard e potrebbe arrivare a produrre fino a 600 droni al mese, con la possibilità di stipulare un contratto decennale del valore di un miliardo di euro, in base al successo dei test. L’obiettivo è quello di fornire all’esercito francese una capacità di attacco e sorveglianza meno costosa e più rapida rispetto ai missili tradizionali, oltre a quello di non dipendere più esclusivamente dal drone MQ-9 Reaper fornito dagli USA. La mossa di Renault si inserisce anche nel quadro dell’aumento dei budget militari nazionali, stimati in oltre 800 miliardi di euro entro il 2030 per UE e NATO.

Nello specifico, Renault produrrà in serie – in due delle sue fabbriche francesi negli stabilimenti di La Mans e Cléon – il drone militare polifunzionale denominato “Chorus”: con circa dieci metri di lunghezza e otto metri di larghezza, potrà raggiungere una velocità di 400 chilometri orari e volare fino a 5000 metri di altitudine. Sarà finanziato principalmente da fondi pubblici ed è prevista la consegna di una dozzina di droni alla DGA entro l’estate del 2026 per convalidare il progetto. La produzione è già stata avviata nella primavera del 2025 presso lo stabilimento Renault ACI a Le Mans, dove è stata creata una catena dedicata che coinvolge (su base volontaria) tra 100 e 200 dei 1800 dipendenti che precedentemente progettavano e producevano telai per automobili. Il progetto Chorus, infatti, è stato avviato all’inizio del 2025, quando la DGA ha chiesto a Renault di partecipare al Drone Pact.

Secondo fonti riportate e confermate dalla rivista economica francese L’Usine Nouvelle, è stata l’azienda di difesa Turgis Gaillard a progettare la prima versione del Chorus: l’azienda ha stretto, dunque, un partenariato con Renault quando il drone era già in fase di sviluppo. Il ruolo dell’azienda automobilistica è ora quello di formulare raccomandazioni per ridurre la complessità dei prodotti così da poterli produrre su scala industriale: Renault ha riprogettato la prima versione del drone Chorus grazie a un gruppo di circa trenta persone che ha applicato strategie automobilistiche per ridurre i costi e ottimizzarlo, tra cui l’utilizzo di materiali provenienti da veicoli e la rivettatura autoperforante (tecnica di assemblaggio utilizzata nel settore automobilistico).

La scelta di Renault di riconvertire parte delle sue capacità produttive verso il campo militare arriva in un momento di forte difficoltà per il settore dell’auto. La società, dunque, ha colto subito l’occasione di compensare le perdite o la mancata redditività guardando alla produzione di prodotti militari, anche su impulso del governo francese e considerata l’alta domanda di mezzi per la difesa. Tuttavia, i progetti legati al settore militare non sostituiranno – per ora – l’attività principale (il core business) di Renault, ma rappresentano un’importante diversificazione che segna il riorientamento e il cambio di strategia delle aziende automobilistiche per sopravvivere a una crisi che ha determinato per la prima volta la chiusura di stabilimenti di marchi storici come, ad esempio, quelli di Volkswagen in Germania. Il declino dell’auto si è accentuato in seguito al contrasto con la Russia e soprattutto in seguito al venir meno delle forniture di gas russo a basso costo specialmente in Germania, che dipendeva per metà del suo fabbisogno energetico dalla nazione eurasiatica. Tuttavia, le stesse criticità che hanno travolto il settore dell’auto – alti costi energetici e carenza di materie prime e minerali critici – potrebbero travolgere anche la produzione nel settore militare su cui Bruxelles ha deciso di investire massicciamente.

Insieme a Renault, diverse altre aziende europee stanno pensando di orientarsi verso la produzione di articoli militari: in Germania, ad esempio, la ditta di armamenti Rheinmetall ha riconvertito due ex-fabbriche auto a Berlino e Neuss per produrre proiettili, componenti per veicoli blindati e munizioni e sta inoltre valutando l’acquisizione dello stabilimento Volkswagen di Osnabrück per assemblare veicoli Lynx. La stessa Volkswagen si è dichiarata disponibile a utilizzare fabbriche attualmente non in uso per la produzione militare. In Italia, invece, il Ministro dell’Industria Adolfo Urso ha proposto la conversione delle fabbriche automobilistiche in industrie belliche con l’obiettivo di preservare posti di lavoro, considerato il calo del 63% nella produzione di veicoli nel gennaio del 2025. Molte nazioni europee, dunque, stanno cercando di risollevarsi dalla crisi economica investendo nel riarmo, con il rischio però non solo di alimentare una pericolosa corsa agli armamenti, ma anche di andare incontro alle stesse criticità che hanno determinato la crisi dell’industria, tra cui la dipendenza dall’estero e gli alti costi produttivi. Nel frattempo, sembra inarrestabile il crollo del settore automobilistico europeo.

Anche NVIDIA avrebbe piratato dei libri per addestrare la sua IA

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L’idea originaria di un internet egualitario e senza padroni è stata, negli anni, fagocitata e annichilita da una realtà dominata da poche grandi aziende tecnologiche capaci di imporsi in modo sempre più incontrollato. E, talvolta, questa assimilazione è più letterale di quanto si possa immaginare. Secondo gli atti di un procedimento legale, Anna’s Archive – l’enorme archivio di libri, articoli scientifici, fumetti e documenti provenienti dalle principali “biblioteche ombra” del web libero – avrebbe finito per soddisfare le ambizioni di NVIDIA, gigante tech che avrebbe richiesto accesso a file di ogni tipo, compresi materiali illeciti, pur di alimentare i propri modelli di intelligenza artificiale.

La notizia, riportata inizialmente da TorrentFreak, evidenzia come l’aggiornamento di una class action depositata agli inizi del 2024 presso la Corte federale statunitense abbia portato alla luce preziosi retroscena riguardanti una delle aziende più influenti al mondo. Non si tratta infatti di un semplice aggiustamento procedurale, bensì dell’inserimento di una serie di documenti interni che, qualora confermati come autentici, dimostrerebbero esplicitamente come alcuni dirigenti avessero richiesto esplicitamente materiali che sapevano essere stati diffusi online in maniera illegale.

La natura stessa di Anna’s Archive è al centro di accesi dibattiti legali. Il progetto mira a costruire una biblioteca universale che sia capace di raccogliere ogni tipo di libro, rivista o pubblicazione scientifica, rendendola disponibile al maggior numero possibile di persone. Un obiettivo che incarna ideali di libero accesso alla conoscenza e che, nella pratica, rappresenta anche uno strumento potente contro censure e oscurantismi di Stato. Tuttavia, per sua stessa struttura, l’approccio divulgativo della no profit si sovrappone in modo marcato alla violazione del diritto d’autore, una promiscuità che si accattiva regolarmente le ire formali di molteplici governi.

Nonostante la natura legalmente ambigua del progetto, NVIDIA avrebbe comunque deciso di attingere ai file condivisi da Anna’s Archive, pur dopo essere stata avvertita dagli stessi gestori che gli archivi richiesti contenevano materiale piratato. Uno scambio di email mostra infatti come il team di data strategy dell’azienda sia entrato in contatto con i responsabili del portale per ottenere nuovi documenti con cui addestrare il proprio modello di intelligenza artificiale, NeMo. Avvertiti della natura illecita dei contenuti, i tecnici avrebbero comunque fornito l’autorizzazione a procedere. In questo modo NVIDIA avrebbe ottenuto l’accesso a un archivio di circa 500 GB che, secondo l’accusa, sarebbe stato successivamente affiancato da ulteriori fonti pirata, tra cui gli archivi LibGen, Sci‑Hub e Z‑Library.

Dal canto suo, NVIDIA sostiene da tempo che l’esfiltrazione di dati dal web per addestrare sistemi di intelligenza artificiale rientri nel perimetro del “fair use”. Tuttavia, recenti sviluppi giudiziari suggeriscono che questa posizione potrebbe non reggere, soprattutto quando viene dimostrato l’impiego di materiale ottenuto in palese violazione del diritto d’autore. Lo scorso giugno, un giudice californiano ha stabilito che Anthropic non aveva infranto il copyright nell’utilizzare, senza il consenso di autori ed editori, numerosi libri per l’addestramento della propria IA. Secondo la corte, il processo di trasformazione operato dai modelli di intelligenza artificiale era sufficientemente profondo da escludere la dimensione del plagio.

Allo stesso tempo, il tribunale ha precisato che quella decisione non esonerava comunque l’azienda dalle responsabilità legate all’aver ottenuto i documenti in modo illegale, ricorrendo a pratiche del tutto simili a quelle che oggi vengono contestate a NVIDIA. La Big Tech, però, non è l’unica destinata a subire le conseguenze di queste rivelazioni: Anna’s Archive si trova sotto pressioni crescenti. Il sito è finito al centro di un caso di portata eccezionale quando, a dicembre, è riuscito a copiare gran parte dell’archivio del servizio musicale Spotify, replicando una quantità di dati che rappresenterebbe il 99,6% degli ascolti totali della piattaforma. Pochi giorni dopo, a inizio gennaio, il principale dominio della no profit — annas-archive.org — è stato oscurato dal suo fornitore a seguito di un ordine restrittivo richiesto dalle principali case discografiche statunitensi.

Aggiornamento 22/01/25: in fase di pubblicazione di questo articolo sono emerse le carte giudiziarie che contestualizzano la sospensione di alcuni domini di Anna’s Archive. L’informazione è stata integrata nel testo.

Nigeria, scontri con milizie: liberati 62 ostaggi

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Le truppe nigeriane hanno lanciato due operazioni separate contro i gruppi armati attivi nel Paese negli Stati nordoccidentali di Kebbi e Zamfara. In seguito all’operazione, almeno due militanti sono stati uccisi, e 62 ostaggi sono stati recuperati. Lo scorso 18 gennaio, oltre 160 fedeli sono stati rapiti da due chiese a Kaduna, capitale dell’omonimo Stato nigeriano. In generale, negli ultimi mesi, gli scontri dell’esercito con le milizie armate e i gruppi islamisti – come Boko Haram – stanno aumentando di numero e intensità.

Norvegia, l’esercito scrive ai cittadini: “requisiremo case e mezzi in caso di guerra”

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«Le requisizioni hanno lo scopo di assicurare che, in una situazione di guerra, le forze armate abbiano accesso alle risorse necessarie per la difesa del Paese». È il contenuto delle lettere che, da lunedì, l’esercito norvegese ha iniziato a recapitare ai cittadini, avvertendo che, in scenari di conflitto o di grave crisi, potranno essere espropriati abitazioni, veicoli, imbarcazioni e macchinari. La comunicazione, spiegano le Forze Armate, serve a “migliorare la prontezza nazionale”. Per il 2026, sono previste circa 13.500 notifiche. Gli avvisi, basati su una legge nazionale sulla difesa risalente al dopoguerra, non hanno effetto in tempo di pace: servono a informare in anticipo sui possibili obblighi e a rendere più rapida la logistica militare qualora la situazione dovesse degenerare.

La misura si inserisce in un più ampio rafforzamento della preparazione civile e militare. Lo Stato intende garantirsi un accesso immediato a risorse private considerate strategiche in caso di emergenza. I destinatari delle notifiche comprendono proprietari di immobili, aziende con attrezzature utili e possessori di mezzi di trasporto, selezionati in base a criteri logistici. Le lettere chiariscono che, qualora venisse dichiarato uno stato di guerra, i beni indicati potrebbero essere presi in consegna dall’esercito. Si tratta di un meccanismo già previsto dall’ordinamento, riattivato ora in quello che le autorità definiscono il contesto di sicurezza più grave dal secondo dopoguerra. «La Norvegia si trova nella situazione di sicurezza più grave dalla Seconda guerra mondiale. La nostra società deve essere preparata alle crisi di sicurezza e, nel peggiore dei casi, alla guerra», ha spiegato in una nota il capo dell’organizzazione logistica militare, Anders Jernberg. L’esercito sottolinea che la conoscenza anticipata delle possibili confische è essenziale per evitare confusione e ritardi operativi. La decisione arriva mentre la Norvegia, membro della NATO con un confine terrestre e marittimo con la Russia, amplia la propria postura di difesa. In questo clima di militarizzazione permanente, la popolazione viene progressivamente educata all’idea che la proprietà sia revocabile e che la guerra diventi uno scenario amministrato, inscritto nelle procedure burocratiche, prima ancora che nei mezzi militari. Nel modello di “difesa totale”, che fonde apparato bellico e società civile, il cittadino non è più soltanto elettore o contribuente, ma diventa una risorsa strategica: il suo spazio privato è potenzialmente spazio militare, l’auto può diventare mezzo logistico, la casa un alloggio per truppe, mentre il confine tra tempo di pace e tempo di guerra si fa sempre più sottile.

In Europa si moltiplicano segnali di un continente che si prepara a uno stato di emergenza permanente. Francia, Germania e Italia hanno avviato piani per rendere gli ospedali compatibili con scenari bellici: gestione di feriti di massa, carenze energetiche, attacchi alle infrastrutture critiche. Anche la sanità, pilastro del welfare, viene ripensata in chiave militare. È un passaggio strutturale. Il racconto dominante costruisce un allarme continuo che penetra nella percezione collettiva: la “minaccia” russa, la guerra ibrida, l’instabilità ai confini, ora persino il dossier sulla Groenlandia. Ogni tensione viene inscritta in una narrazione di guerra imminente, che serve a disorientare l’opinione pubblica, a normalizzare lo stato di crisi e ad abituare per gradi i cittadini ad accettare l’impensabile.

L’effetto non è solo geopolitico, ma prima di tutto psicologico. Si educa la popolazione a vivere nell’eccezione, interiorizzando l’idea che diritti, proprietà e libertà possano essere sospesi in nome della sicurezza. Il caso norvegese è emblematico proprio per questo: non impone ancora nulla, ma lavora sull’immaginario collettivo, preparando il terreno. Insegna che ciò che si possiede non è davvero intoccabile, che il privato può essere revocato, che l’eccezione è destinata a diventare la regola. È il meccanismo della teoria dello shock, già sperimentato in altri ambiti e diventato conclamato durante la pandemia, dove ogni emergenza legittima nuove rinunce e il cittadino viene gradualmente abituato a giustificare misure sempre più invasive in nome di una minaccia esterna, incombente, raramente verificabile fino in fondo. La Norvegia non prefigura una guerra imminente, ma introduce un modello di governo fondato sull’emergenza continua, in cui il conflitto viene interiorizzato come orizzonte permanente, diventando prima una condizione mentale e solo in seguito, forse, un fatto storico.