È morto a 66 anni, all’ospedale di Cosenza, il giornalista Michele Albanese, ricoverato da mesi in Rianimazione dopo un infarto. Nato a Cinquefrondi (Reggio Calabria), era una firma storica del Quotidiano del Sud, nella redazione di Gioia Tauro, e collaboratore dell’Ansa. Per anni ha raccontato le infiltrazioni della ’ndrangheta nella Piana, firmando inchieste rilevanti, tra cui quella sull’“inchino” della Madonna di Polsi davanti alla casa di un boss. Dal 2014 viveva sotto scorta per le minacce ricevute dagli ‘ndranghetisti. Lascia la moglie e due figlie.
Ucraina, scandalo corruzione: arrestato ex ministro dell’Energia
Il sito pirata che ha rubato tutte le canzoni di Spotify
«Il furto sfacciato di milioni di file, contenenti la quasi totalità delle registrazioni sonore commerciali del mondo, ad opera di un gruppo di pirati informatici anonimi privi di alcuno scrupolo nei confronti della legge».
Si apre così il documento con cui Spotify ha formalmente accusato il sito pirata Anna’s Archive di aver rubato dal proprio database una quantità impressionante di musica. 86 milioni di brani, per la precisione.
La vicenda è emersa ufficialmente nel dicembre scorso, quando i gestori del sito, già noto per ospitare la più grande “biblioteca ombra” del mondo digitale, hanno annunciato l’intenzione di creare un “archivio di conservazione” musicale accessibile a tutti. Secondo quanto dichiarato, l’archivio includerebbe la stragrande maggioranza delle tracce presenti su Spotify, complete di album, copertine, metadati e informazioni sugli artisti. In pratica tutto, tranne la pubblicità. La risposta di Spotify è stata immediata. Insieme ai tre principali gruppi discografici statunitensi, Warner Music Group, Sony Music Entertainment e Universal Music Group, la piattaforma ha presentato una denuncia presso la corte distrettuale di New York. Il primo risultato è stato che a gennaio il giudice ha emesso un’ingiunzione preliminare che ha bloccato il dominio principale di Anna’s Archive, rendendolo di fatto inaccessibile. Un problema che in realtà è stato risolto rapidamente dagli amministratori del sito, che hanno creato nuovi domini appoggiandosi a server collocati fuori dagli Stati Uniti e sono tornati online nel giro di pochi giorni. D’altronde, come già detto da Spotify, sono “pirati informatici”.
La più grande piattaforma di streaming al mondo è quindi passata alle maniere forti, chiedendo come risarcimento una cifra vagamente intimidatoria: 13mila miliardi di dollari.
Forse è il caso di scriverlo due volte: 13MILA MILIARDI di dollari.
I responsabili di Anna’s Archive non hanno fornito alcuna risposta formale alla denuncia (d’altronde sono “anonimi”) e nei primi giorni di febbraio hanno rilanciato rendendo disponibile su torrent un primo blocco di 2,8 milioni di brani sottratti a Spotify (d’altronde, sono “privi di alcuno scrupolo”).

Case discografiche e tribunali contro il web che ruba le canzoni e le distribuisce gratis: sembra di essere tornati di colpo nel 2001.
A luglio di quell’anno una sentenza federale aveva obbligato Napster, il principale portale per lo scambio di musica online, a chiudere i battenti, segnando di fatto la fine della prima grande battaglia legale sul tema della protezione del diritto d’autore sul web. Proprio in quel periodo, negli Stati Uniti, i membri di una band allora semisconosciuta chiamata Wilco stavano completando la registrazione del loro quarto disco in studio, Yankee Hotel Foxtrot, ma avevano un problema: la loro casa discografica non voleva pubblicarlo. Il motivo era ancora una volta legato alla pirateria online. Le etichette avevano perso moltissimi soldi da quando Napster era entrata in attività e, di conseguenza, erano diventate molto più prudenti nella pubblicazione dei dischi. Il nuovo lavoro dei Wilco, che sperimentava sonorità diverse rispetto al passato, non era considerato commercialmente interessante e la loro casa discografica, la Reprise Records, temeva che non sarebbe stato un buon affare. A complicare le cose è arrivato l’11 settembre e il crollo delle Torri Gemelle. In quel clima da psicodramma collettivo, nessuno negli uffici della Reprise riteneva saggio far uscire un disco che includeva una traccia dal titolo “Ashes of American Flags”.
A quel punto, i Wilco decisero di lasciare la loro casa discografica per tentare di pubblicare il disco da soli, ma si trovarono in trappola: le canzoni, registrate a spese della Reprise, non erano legalmente di loro proprietà, bensì della etichetta. In pratica erano una band che voleva pubblicare un album che non possedeva. La salvezza arrivò inaspettatamente dal web. Jeff Tweedy, il leader della band, raccontò pubblicamente tutta la vicenda, condividendo con i fan i retroscena del rifiuto dell’etichetta e della battaglia legale. In poco tempo si formò online un ampio movimento di protesta che chiedeva alla Reprise di restituire i brani ai Wilco, in modo che potessero finalmente pubblicarli. In pratica una delle prime shitstorm della storia della musica. Alla fine l’etichetta cedette alle pressioni e rinunciò ai diritti sul disco. I Wilco a quel punto fecero un’altra mossa inaspettata: misero l’album in ascolto gratuito sul loro sito web, come modo per ringraziare tutti i fan che li avevano sostenuti nella loro battaglia.
Fu probabilmente la scelta che cambiò per sempre la carriera dei Wilco.
In pochi giorni, centinaia di migliaia di persone si collegarono al sito per ascoltare il disco in streaming, creando una promozione senza precedenti. Poche settimane dopo, i Wilco trovarono un accordo con una nuova casa discografica, la Nonesuch Records, e diedero finalmente l’album alle stampe. Nonostante molti lo avessero già ascoltato gratuitamente, Yankee Hotel Foxtrot fu anche un successo commerciale, arrivando al 13° posto nella classifica degli album più venduti. Nel 2020, la rivista Rolling Stone lo ha inserito al 225° posto nella classifica dei 500 dischi più belli di tutti i tempi, consacrandolo come uno degli album più influenti della musica americana contemporanea.
Ora siamo nel 2026. L’industria musicale non ha più nulla a che vedere con quella del 2001. Sono cambiate le regole, i modelli di vendita, le modalità di ascolto. Eppure certe tensioni restano le stesse. Spotify ha intentato una causa contro un sito pirata chiedendo un risarcimento di 13mila miliardi di dollari. Una cifra che fa girare la testa. Come ci sono arrivati? Stimando un valore di 150 mila dollari per ogni singola traccia e moltiplicandolo per il numero totale dei brani sottratti: 86 milioni. Viene da chiedersi se nei calcoli ci siano finite anche le tracce di Yankee Hotel Foxtrot. E cosa ne pensano i Wilco, che crearono il loro successo proprio grazie alla distribuzione gratuita delle loro canzoni.
Una di queste in particolare, uscita poco dopo l’11 settembre e giudicata dalla Reprise Records “non abbastanza forte” per essere un singolo, parla di torri che tremano.
Valanga sopra Courmayeur: un morto e due feriti gravissimi
Una valanga si è staccata in mattinata nel canale dei Vesses, in val Veny, sopra Courmayeur, ai piedi del massiccio del Monte Bianco, travolgendo un gruppo di sciatori impegnati in un fuoripista. Il bilancio provvisorio è di un morto e due feriti in condizioni gravissime, trasportati all’ospedale di Aosta. Il numero complessivo delle persone coinvolte varia tra tre e sei. Sul posto operano il Soccorso alpino valdostano e la guardia di finanza di Entreves, con l’impiego di tre elicotteri. In corso i sorvoli e le ricerche con dispositivi Artva per escludere la presenza di altri sciatori sepolti.
Caso Almasri, vittima denuncia l’Italia alla CEDU
Nuovi sviluppi nel caso Almasri mettono ancora sotto pressione l’Italia. Dopo la riconsegna alla Libia del torturatore e il diniego del Parlamento all’autorizzazione a procedere contro i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e il sottosegretario Alfredo Mantovano, una presunta vittima ha presentato ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Assistita dalle avvocate Angela Bitonti e Lucia Galletta, la donna accusa il governo di “diniego di giustizia”, ritenendo sproporzionata e ingiustificata l’immunità ministeriale. L’eventuale procedimento si aggiungerebbe a quello già aperto davanti alla Corte penale internazionale.
Per la prima volta il Viminale dovrà risarcire un migrante trasferito nel CPR in Albania
Il Tribunale di Roma ha deciso che il Ministero dell’Interno dovrà risarcire un uomo algerino trasferito in maniera illegittima da un Centro di permanenza per il rimpatrio italiano a una delle strutture fatte costruire in Albania dopo il protocollo siglato con Tirana. È la prima volta che accade. Il dicastero guidato da Matteo Piantedosi sarà dunque tenuto a corrispondere 700 euro al migrante – che avrebbe dovuto essere trasferito a Brindisi ma è stato invece portato in Albania – per il mese in cui, come attestato dai giudici, è stato detenuto illegalmente all’interno del centro di Gjader.
Il trasferimento del migrante, un individuo di cinquant’anni in quella fase ristretto al Cpr di Gradisca d’Isonzo (Gorizia), risale allo scorso 10 aprile. Gli venne riferito che sarebbe stato portato nel cpr di Brindisi, ma in realtà la sua destinazione fu il centro per migranti in Albania. L’uomo, che si rese conto di dove realmente si trovava soltanto 48 ore dopo il suo arrivo, non ricevette alcun avviso formale e non ebbe la possibilità di mettersi in contatto con il suo legale né con i membri della sua famiglia. Il 50enne vive in Italia da circa 20 anni, con una compagna italiana e due figli minorenni, che però nel periodo di detenzione non riuscì a sentire. Significativo, dunque, l’impatto sull’uomo, specie per il fatto che ques’ultimo sta conducendo un percorso di valutazione delle capacità genitoriali, con incontri periodici o telefonate con i figli, che vivono con i nonni materni. Stando a quanto trapela dalla sua testimonianza, il trasferimento sarebbe inoltre avvenuto in condizioni degradanti, essendo stato questi costretto a indossare per tutto il tempo le fascette ai polsi.
Il Protocollo Italia-Albania, ratificato a febbraio 2024, stabilisce che i centri di Shëngjin e Gjadër, pur situati in Albania, siano sotto giurisdizione italiana. Si tratta di un caso unico in Europa, in quanto è la prima volta che la gestione dei richiedenti asilo di uno Stato viene affidata a un Paese terzo. Secondo il programma, qui devono essere trasferiti uomini adulti soccorsi in mare da autorità italiane e provenienti da Paesi ritenuti “sicuri”, ai quali viene applicata la procedura accelerata di frontiera: vengono trattati come se fossero ancora alla frontiera italiana e restano trattenuti durante l’esame della domanda d’asilo, con l’obiettivo di pervenire a decisioni più rapide. Tuttavia, dal momento che vari giudici non hanno convalidato numerosi trattenimenti, le strutture sono rimaste in gran parte vuote. Per questo, a marzo 2025 il governo ha esteso con decreto-legge i trasferimenti anche a migranti già nei CPR italiani, irregolari in attesa di rimpatrio, per superare gli ostacoli giudiziari e rendere i centri davvero operativi. L’esecutivo ha inoltre rinnovato l’accordo per l’alloggio delle forze dell’ordine impegnate nella gestione dei CPR di Gijader e Shengjin, assegnando per due anni al Rafaelo Resort, struttura a cinque stelle, il servizio di alloggiamento e ristorazione per il personale di polizia, per un costo stimato di oltre 18 milioni di euro.
La situazione è calda anche sul fronte sovranazionale. Recentemente, infatti, il Parlamento Europeo ha approvato una nuova stretta sulla gestione della migrazione, che allarga la lista dei Paesi “sicuri”, facilitando le pratiche di respingimento ed espulsione. Allo stesso tempo, sono state aggiornate le norme sui cosiddetti Paesi terzi sicuri, dove gli Stati europei potranno ora più agilmente spedire i richiedenti asilo, anche nel caso in cui questi non abbiano alcun legame con quel Paese, aprendo contemporaneamente la strada al “modello Albania” – ovvero alla costruzione, in questi Stati, di hub per la gestione della migrazione, su modello dell’accordo tra Roma e Tirana. La nuova lista approvata dal Parlamento UE comprende ora anche Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. I cittadini provenienti da questi Paesi che presentino domanda di asilo potranno ora essere respinti o rimpatriati più rapidamente grazie a procedure semplificate, in caso non riuscissero a dimostrare di trovarsi in pericolo e di provare un fondato timore di persecuzione.
Gaza, nuovi raid israeliani nella notte: 8 morti
Secondo quanto riferito dall’emittente Al-Jazeera, almeno otto palestinesi sono stati uccisi in nuovi attacchi israeliani nella Striscia di Gaza, in quella che l’emittente definisce un’ulteriore violazione del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti a ottobre. Quattro vittime si sono registrate a Khan Younis, nel sud, come riportato dall’ospedale Nasser, in un attacco avvenuto oltre la cosiddetta “Linea Gialla”. Altre quattro persone sono morte nel nord, ad al-Faluja, colpita una tenda per sfollati secondo l’ospedale al-Shifa. Il Times of Israel parla di raid aerei e riferisce che l’Idf non ha commentato l’accaduto.
Napoli: in migliaia al corteo per i centri sociali
Migliaia di persone sono scese in strada a Napoli per manifestare a sostegno dei centri sociali presenti in Campania. Nelle scorse settimane il centro sociale Officina 99, tra le prime esperienze autogestite sorte in città, è stato minacciato di sgombero, così come il GRIDAS di Scampia. Il corteo “Amore che resiste” è stato lanciato dagli attivisti contro «sgomberi, guerra e repressione». I promotori hanno poi sottolineato come «gli spazi occupati e autogestiti siano da decenni luoghi di pratiche vive e necessarie: mutuo soccorso; controcultura».
Trump ha deciso chi metterà le mani sul petrolio venezuelano: c’è anche ENI
Dopo alcune settimane di riflessione, il presidente USA Donald Trump ha deciso quali multinazionali estrarranno profitto da petrolio e gas venezuelani. Ad accaparrarsi le licenze per l’esplorazione, la lavorazione e la messa in commercio degli idrocarburi di Caracas sono state l’americana Chevron, seguita dai colossi britannici BP e Shell, dalla spagnola Repsol e dall’italiana ENI. Le cinque multinazionali riprenderanno le attività in Venezuela sotto la supervisione politica ed economica di Washington. In cambio degli investimenti iniziali, Trump ha fornito garanzie di sicurezza alle società coinvolte, forte del cambio di regime “soft” realizzato a Caracas dopo il sequestro del presidente Maduro. Cade così senza clamori, nel silenzio internazionale, il pilastro delle nazionalizzazioni del petrolio e del gas su cui si era retta per vent’anni la Rivoluzione Bolivariana.
A poco più di un mese dal golpe silenzioso a Caracas, Donald Trump conclude un primo turno nella caccia, scevra di qualsiasi regola del diritto internazionale, alle risorse naturali. Il presidente USA, dopo le sessioni fiume con le società interessate, ha scelto le cinque multinazionali straniere che estrarranno profitto dalle riserve petrolifere più abbondanti del mondo, quelle venezuelane. BP, Shell, Repsol ed ENI si vedono dunque ammorbidite le sanzioni disposte dalla Casa Bianca nei mesi scorsi, unendosi all’americana Chevron che già godeva di un regime commerciale speciale. Viene confermato il periodo particolarmente positivo per l’ENI di Claudio Descalzi, che proprio in questi giorni ha siglato un accordo per lavorare il gas argentino. L’Italia chiude così il cerchio con gli alleati di Buenos Aires e Washington, traendo profitti dalla fedeltà politica a tutti i costi, anche se ad esserci di mezzo c’è il diritto internazionale.
Nel concedere le nuove licenze, il Dipartimento del Tesoro americano ha messo nero su bianco le regole del gioco: tutti i contratti che le multinazionali stipuleranno con la compagnia di Stato venezuelana PDVSA saranno regolati dalle leggi degli Stati Uniti. Allo stesso modo, le eventuali controversie legate ai contratti verranno risolte nel territorio statunitense. Il Dipartimento del Tesoro specifica poi che «tutti i pagamenti delle tasse su petrolio o gas al governo del Venezuela o a PDVSA devono essere versati nei fondi di deposito del governo estero o in qualsiasi altro conto secondo le istruzioni del Dipartimento del Tesoro americano. L’autorizzazione non consente, inoltre, transazioni con aziende in Russia, Iran o Cina, né con entità controllate da joint venture con persone provenienti da quei Paesi». La macchina amministrativa statunitense ha chiarito dunque le affermazioni vaghe di Trump, che aveva palesato la volontà di «dividere i profitti tra Venezuela, Stati Uniti e multinazionali».
Il governo di Caracas, retto ad interim dalla vicepresidente Delcy Rodríguez, ha deciso di accettare le interferenze USA nella propria sovranità nazionale. Trump vanta così garanzie di sicurezza nei confronti delle società petrolifere coinvolte nell’affair latinoamericano, a cui è stato chiesto un investimento complessivo di 100 miliardi di dollari per ammodernare il settore. Le promesse di Trump dovranno tuttavia fare i conti con lo storico sentimento antimperialista del popolo venezuelano. Alle proteste già in atto non si possono escludere azioni di sabotaggio e resistenza verso il nuovo sistema estrattivo messo in piedi da Washington. Ad avvalorare l’ipotesi del protagonismo popolare è il crollo dei consensi verso il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), uscito con le ossa rotta dalle recenti interferenze USA.







