giovedì 26 Marzo 2026
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DIRETTA – Il Libano avrebbe denunciato l’invasione israeliana all’ONU – Media iraniani: inviata la risposta al piano di pace di Trump

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Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è ora succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 marzo, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì 9 marzo, i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio.


Secondo l’emittente statunitense CNN, l’Iran avrebbe rafforzato l’isola di Khark con truppe, difesa aerea e mine, e si starebbe preparando per una possibile operazione terrestre degli Stati Uniti. L’isola, situata in una delle parti più anguste del Golfo Persico, oltre lo Stretto di Hormuz, è sede delle maggiori infrastrutture logistiche per lo smistamento e il trasferimento di petrolio iraniano; è considerata da molti analisti come uno dei punti più sensibili del territorio iraniano, ed è stata attaccata dagli USA la scorsa settimana.


Una fonte militare ha dichiarato all’agenzia di stampa iraniana Tasnim che la Repubblica Islamica avrebbe pronto un esercito di un milione di persone nel caso di una invasione terrestre americana: «negli ultimi giorni un enorme numero di richieste da parte dei giovani iraniani si è riversato verso i centri Basij, dei Pasdaran e dell’esercito affinché anche loro possano partecipare a questa battaglia», si legge nell’articolo.


Secondo una notizia diffusa da media arabi e iraniani, il Primo Ministro del Libano avrebbe chiesto al Ministro degli Esteri del Paese di presentare una denuncia ufficiale al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite riguardo all’invasione del sud del Libano da parte di Israele.


Il colosso energetico francese TotalEnergies ha evacuato circa 1.300 dipendenti da tutto il Medio Oriente. A dare la notizia è stato l’amministratore delegato Patrick Pouyanne, che ha dichiarato che il personale è stato ritirato dagli Emirati Arabi Uniti, dal Qatar, dall’Arabia Saudita e dall’Iraq.
Pouyanne ha aggiunto che solo un numero limitato di dipendenti e appaltatori locali rimane sul posto per mantenere le operazioni essenziali.


Una fonte anonima ha comunicato all’agenzia di stampa iraniana Tasnim che l’Iran avrebbe mandato la sua risposta ufficiale al piano a 15 punti proposto da Trump a Teheran con la mediazione del Pakistan. L’Iran attende la risposta degli USA. Il contenuto del piano non è stato reso noto alla stampa. Tasnim, tuttavia, comunica che Teheran avrebbe chiesto agli USA di cessare le proprie aggressioni contro l’Iran e i gruppi affiliati, garantire che la guerra non si ripeta, fornire riparazioni al Paese e riconoscere la sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. La risposta dell’Iran agli Stati Uniti è stata inviata ufficialmente la scorsa notte.

La risposta del funzionario ricalca in tutti i contenuti il piano di pace iraniano svelato ieri dalla televisione di stato iraniana.


L’esercito iraniano ha annunciato di avere attaccato centri strategici nel porto iraniano. Di preciso, l’esercito ha preso di mira il centro di costruzione e riparazione di imbarcazioni militari e i depositi di carburante per gli aerei da guerra.


Un raid israeliano su Bandar Abbas ha ucciso ieri sera il comandante della Marina dei Guardiani della Rivoluzione islamica, Alireza Tangsiri. Lo ha affermato un comandante militare israeliano citato dal quotidiano “Times of Israel“. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha confermato la notizia, parlando di Tangsiri come del «diretto responsabile dell’operazione terroristica di minamento e blocco dello Stretto di Hormuz al traffico marittimo».


Secondo quanto riporta Al Jazeera, che cita il media iraniano Tasnim, le Guardie Rivoluzionarie iraniane avrebbero condotto una nuova serie di attacchi con droni contro Israele, prendendo di mira in particolare le infrastrutture del nucleare a sud del Mar Morto.


  • Trump ha detto che in realtà i leader iraniani stanno negoziando, ma hanno “paura di dirlo” perchè potrebbero “essere uccisi dal loro stesso popolo o da noi”. Dal canto suo, l’Iran continua a negare, mentre gli Stati Uniti ieri hanno inviato migliaia di soldati dei reparti speciali nell’area.
  • Attacchi e lancio di droni sono continuati in Iran, Israele e su tutti i Paesi del Golfo.
  • Nelle Filippine ci sono state proteste per via dell’aumento dei prezzi del carburante. Il Paese, che ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale per via dell’impennata dei prezzi di petrolio e gas, ha attivato un piano di emergenza da 332 milioni di dollari.
  • A un mese dall’inizio della guerra, almeno duemila persone sono state uccise, delle quali 1200 negli attacchi di USA e Israele.

L’ex procuratore di Roma è il nuovo capogabinetto alla giustizia

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Dopo la maxi-ondata di defezioni all’interno del governo e dei parlamentari dei partiti di maggioranza, iniziano a emergere i primi nomi delle nuove figure che subentreranno ai dimissionari: l’ex procuratore generale di Roma, Antonio Mura, è stato nominato nuovo capo di gabinetto del ministero della giustizia, andando a sostituire la funzionaria del ministro Nordio Giusi Bartolozzi. La nomina, fa sapere il ministero, sarà formalizzata nei prossimi giorni. Dopo la sfiducia da parte dei propri parlamentari, il capogruppo di Forza Italia al Senato Maurizio Gasparri sembra invece essere stato sostituito da Stefania Craxi, figlia dell’ex premier Bettino Craxi.

Gli Stati UE spostano 12 miliardi di euro dalla politica di Coesione alle armi

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Il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto ha notificato al Collegio dei Commissari le cifre della revisione di medio termine della programmazione dei fondi di Coesione per il periodo 2021-2027. Dopo le indicazioni della Commissione, dagli Stati membri è arrivata la modifica di 186 programmi nazionali e regionali, che hanno riorientato più di 34 miliardi di euro verso quelle che sono state definite nuove «priorità»: alla competitività sono andati oltre 15 miliardi, mentre alla difesa circa 12. Il resto è stato distribuito tra emergenza abitativa, resilienza idrica e sicurezza energetica. Il reindirizzamento dei fondi di coesione verso il comparto militare è una delle tante politiche pensate dalla Commissione nell’ambito del piano di riarmo, che prevede di mobilitare, in tutto, circa 800 miliardi di euro.

L’annuncio di Fitto è arrivato ieri, 25 marzo, al termine di una riunione del Collegio dei Commissari europei. Lo scorso 1° aprile, lo stesso Fitto aveva chiesto ai Paesi UE di riprogrammare l’uso dei fondi europei per la coesione, precedentemente rivolti alle spese sociali e di sviluppo regionale, orientandoli verso le cinque nuove «priorità» individuate per fare fronte all’incerto contesto geopolitico: competitività, questione abitativa, gestione delle risorse idriche, transizione energetica e armi. Nell’attuale programmazione di bilancio per il periodo 2021-2027, i fondi valgono un totale di 390 miliardi; in meno di un anno, i Paesi hanno risposto all’appello di Fitto, spostandone quasi un decimo: in totale, sono stati ridirezionati 34,6 miliardi di euro, di cui 11,9 miliardi alla difesa. A essi si sono aggiunti: 15,2 miliardi riorientati verso la competitività, 3,3 miliardi verso la questione abitativa, 3,1 miliardi verso la gestione dell’acqua e 1,2 miliardi verso l’energia. Partendo da 42,18 miliardi di euro, l’Italia ne ha riprogrammati 7,078 miliardi, di cui 248 milioni verso il settore bellico; la gran parte dei fondi ridirezionati è stata rivolta alla competitività (4,665 miliardi), mentre 1,119 miliardi sono andati alle politiche abitative, 629 milioni alla gestione delle risorse idriche, e 396 milioni alla transizione energetica. I progetti italiani coinvolti sono stati 35 su un totale di 48 programmi attivi, di cui 28 regionali e 7 nazionali.

La riprogrammazione dei fondi pensata dalla Commissione potrebbe portare diversi vantaggi ai Paesi che hanno deciso di aderire all’iniziativa: i progetti legati alle priorità godono infatti di tassi di prefinanziamento del 30% e di un cofinanziamento fino al 100% da parte della stessa Bruxelles; nel caso in cui poi i fondi ridirezionati superino il 15% dell’importo complessivo dei fondi di coesione destinati allo Stato interessato – inoltre, l’UE garantirebbe un prefinanziamento aggiuntivo del 4,5% (e del 9,5% per le regioni orientali). Nell’ambito della «priorità» della difesa, tali incentivi sono stati pensati assieme alle più ampie iniziative per rilanciare il settore bellico europeo. Centrale in tal senso, il piano di riarmo avanzato dalla presidente della Commissione von der Leyen, che intende mobilitare un totale di 800 miliardi da destinare proprio all’industria delle armi: di questi, 150 miliardi sarebbero garantiti dal Fondo SAFE, che prevede di raccogliere tale cifra sui mercati per poi erogarla agli Stati che ne fanno richiesta sotto forma di prestiti diretti; proprio nell’ambito di SAFE, l’UE ha già approvato i piani di 16 Paesi, tra cui quello dell’Italia, che ha chiesto l’accesso a 14,9 miliardi di prestito. Ai 150 miliardi di SAFE si aggiungono altri 650 miliardi, che verrebbero generati da deroghe ai vincoli del Patto di stabilità e crescita che potrebbero venire richieste dai singoli Stati.

Rifiuti alimentari come base per coloranti nella moda: una via percorribile

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Usare piante, bucce e scarti alimentari per colorare tessuti è una pratica antica e affonda le radici nei tempi in cui la natura era l’unico mondo di riferimento e di ispirazione, perfettamente funzionante. Con l’evoluzione ed il passaggio ai coloranti sintetici, il mondo delle tinture naturali è rimasto appannaggio di piccoli produttori dall’aria nostalgica o artigiani che hanno tempo per sperimentare. Eppure, in un recente rapporto dell’APEC – Asia-Pacific Economic Cooperation – sono stati seriamente presi in esame gli scarti agroindustriali per sostituire i coloranti sintetici nella produzione tessile di micro, piccole e medie imprese, che comunque costituiscono la maggioranza delle aziende del settore.

La ricerca è partita da due dati di fatto: il mancato uso dei sottoprodotti agricoli e gli effetti dannosi dei coloranti sintetici, tra cui uso massiccio di acqua, inquinamento ambientale e la totale dipendenza da combustibili fossili. La produzione tessile fa largo uso di coloranti sintetici; in parallelo, grandi quantità di sottoprodotti agricoli e scarti dell’industria alimentare (bucce, semi, bucce di frutta e ortaggi, vinacce, crusche, ecc.) restano sottoutilizzati, pur contenendo pigmenti naturali adatti a sostituire almeno in parte i coloranti sintetici. Possibile combinare questi due problemi e tirare fuori un’unica soluzione? In teoria sì – soluzione ventilata anche dalla Commissione Europea nella Waste Framework Directive; nella pratica, devono essere risolte alcune carenze tecniche, ma le prospettive sono positive. La valorizzazione di questi rifiuti come fonte di coloranti naturali si inserisce pienamente nei principi dell’economia circolare: riduce i conferimenti in discarica, crea nuove entrate per le filiere agro‑industriali e offre alle imprese tessili una soluzione più sostenibile.​

Diversi scarti alimentari e agro‑industriali sono già stati studiati in passato come fonti di pigmenti: le bucce di cipolla e i semi di avocado forniscono una gamma di gialli‑bruni, ricchi in flavonoidi e tannini, con buone proprietà di solidità se correttamente estratti e mordenzati; altri residui come barbabietola, curcuma, bucce di melograno, pula di caffè e bucce di mango permettono di ottenere rossi, gialli e bruni, spesso associati anche ad attività antiossidante o antimicrobica utile per tessili funzionali (ad esempio quelli per impieghi sportivi). I metodi di estrazione sono svariati e spaziano da tecniche convenzionali (macero, ammollo, bollitura/decozione) a tecnologie avanzate come estrazione assistita da microonde (MAE), ultrasuoni (UAE), enzimi (EAE) o fluidi supercritici (SFE). Queste ultime tecniche aumentano sia la resa che la qualità del colore, riducendo inoltre tempi, acqua ed energia, sebbene richiedano investimenti iniziali più elevati.​

L’applicazione di questi coloranti da rifiuti alimentari a fibre naturali (cotone, lana, alpaca, seta) è tecnicamente fattibile e già dimostrata in laboratorio e in casi industriali pilota, soprattutto sfruttando sistemi di mordenzatura (allume, sali di ferro, tannini vegetali) che migliorano fissazione e solidità a lavaggio, luce e sfregamento. L’uso di bio‑mordenti derivati da scarti ricchi di tannini (es. bucce di melograno) riduce ulteriormente l’impatto ambientale mantenendo prestazioni vicine a quelle dei mordenti metallici convenzionali. Le piccole imprese artigianali possono già adottare tecniche tradizionali (bollitura, ammollo) con attrezzature semplici, ed in molti casi già lo fanno; per le tecnologie avanzate come MAE e UAE, utili per chi vuole incrementare efficienza e standardizzare il processo anche su scala più ampia, sono necessari capitali più sostanzioni e competenze adeguate.​

Nella ricerca emerge, dall’analisi bibliometrica e dei brevetti, una crescita significativa negli ultimi vent’anni delle ricerche e dell’innovazione su coloranti naturali da rifiuti agro‑industriali, concentrata soprattutto nelle economie asiatiche e latinoamericane; ma tra la sperimentazione accademica e l’adozione commerciale su vasta scala esiste ancora un grosso divario. Alcune imprese hanno già portato sul mercato coloranti basati su scarti agro‑alimentari conformi agli standard di qualità e certificazione, ma la maggior parte delle esperienze documentate resta a livello di progetti pilota o iniziative comunitarie, spesso in paesi con forte tradizione tessile come Indonesia, Perù, Thailandia, Giappone.

Le principali barriere all’adozione su larga scala includono la variabilità della composizione degli scarti, la mancanza di standardizzazione delle metodiche di estrazione e applicazione, i costi di logistica e trasformazione per ottenere formulazioni di colore stabili e la percezione di rischio da parte dell’industria in termini di riproducibilità, costo e conformità agli standard globali.​

Nonostante queste sfide, l’impiego dei rifiuti alimentari come base per coloranti appare una via concretamente percorribile, soprattutto nei contesti dove coesistono una forte base agro‑industriale e un tessile dinamico. Per renderla pienamente competitiva, però, sono necessari standard comuni per l’estrazione, applicazione e test; l’analisi di ciclo di vita per quantificare i benefici ambientali; degli adeguati studi tecnico‑economici di scala industriale e soprattutto politiche di sostegno alla cooperazione tra agricoltura e tessile, con particolare attenzione alle PMI. In tale scenario, economie con lunga tradizione tintoria e abbondanza di scarti agro‑alimentari hanno tutto lo spazio per posizionarsi come pionieri e capofila nella produzione di coloranti sostenibili, trasformando un problema di rifiuti in un’opportunità di innovazione, sviluppo locale e riduzione dell’impatto ambientale dell’industria tessile.

Pakistan: “Continueremo le operazioni contro l’Afghanistan”

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Dopo la tregua temporanea per la festa islamica di Eid al-Fitr implementata la scorsa settimana, il Pakistan ha annunciato che continuerà ad attaccare l’Afghanistan. A dare la notizia è stato il portavoce del ministero degli Esteri pakistano, in un momento di minore intensità del conflitto. Gli scontri tra i Paesi sono iniziati lo scorso mese, con Islamabad che ha lanciato un ampio attacco contro Kabul, uccidendo centinaia persone; nei giorni, il conflitto è calato di intensità, per poi riaccendersi proprio attorno alla fine del periodo di Ramadan, momento in cui è stata siglata la tregua temporanea.

Vacilla il mito della sicurezza USA: droni ignoti sorvolano indisturbati la base di Barksdale

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L’ombra di una minaccia tecnologica senza precedenti si è allungata sulle pianure della Louisiana (USA) quando, tra il 9 e il 15 di marzo, la Barksdale Air Force Base è diventata il bersaglio di una serie di incursioni aeree sistematiche che hanno messo a dura prova la prontezza operativa del Pentagono. La base, santuario dei bombardieri strategici B-52 e pilastro inamovibile della triade nucleare statunitense, si è ritrovata al centro di una tempesta invisibile che non ha fatto uso di missili o caccia intercettori, ma di una tecnologia silenziosa e coordinata. Non si è trattato di un evento isolato, bensì di una serie di incursioni sistematiche condotte da ondate di droni altamente sofisticati che hanno violato impunemente lo spazio aereo più protetto del pianeta. L’impatto psicologico e operativo di queste violazioni è stato devastante, portando la base a uno stato di lockdown totale. La natura di questi velivoli rimane avvolta nel mistero: non mostrano le firme elettroniche tipiche dei droni commerciali e la loro persistenza operativa suggerisce l’uso di propulsioni e sistemi di gestione dell’energia che vanno ben oltre le capacità degli hobbisti o dei gruppi terroristici. Le indagini sono in corso.

Secondo quanto confermato da un rapporto di Air & Space Forces Magazine, molteplici ondate di velivoli senza pilota non autorizzati hanno sorvolato la Barksdale Air Force Base, sede dell’ala dei bombardieri B-52 Stratofortress, costringendo le autorità a emettere un ordine di “shelter-in-place“. Non si è trattato di semplici droni amatoriali, ma di sistemi che hanno operato in gruppi coordinati di dodici o quindici unità, dimostrando capacità di volo e resistenza al disturbo elettronico che suggeriscono un’origine militare o, quantomeno, un’ingegneria di altissimo livello. Un documento riservato ottenuto da ABC News descrive come questi sciami abbiano operato sopra la linea di volo per ore, entrando e uscendo dalla base con traiettorie studiate per evitare la localizzazione degli operatori a terra, manifestando segnali radio non commerciali e link di controllo a lungo raggio. Secondo quanto riportato dalle prime ricostruzioni di ABC News, questi velivoli hanno operato con una sincronia tale da suggerire l’impiego di una swarm intelligence (intelligenza di sciame) avanzata, capace di eludere i sistemi di sorveglianza convenzionali e di gettare nel caos i protocolli di risposta rapida del Pentagono. 

Come spiegato da The Independent, la decisione di sigillare l’installazione non è stata solo una misura precauzionale, ma una risposta necessaria di fronte a una minaccia che non rispondeva ai classici segnali di disturbo elettronico. L’incidente ha innescato una mobilitazione senza precedenti che vede collaborare fianco a fianco il Dipartimento della Difesa e il FBI, nel tentativo disperato di tracciare la provenienza di questi sciami che sembrano apparire dal nulla e svanire prima che qualsiasi contromisura cinetica possa essere efficacemente schierata. Un’analisi tecnica pubblicata da Asia Times evidenzia come la ripetitività delle azioni non sia casuale, ma configuri un’operazione di ricognizione deliberata. L’obiettivo probabile non è la distruzione fisica, ma la mappatura delle vulnerabilità elettroniche e dei tempi di reazione del comando americano. 

In un’era in cui la sovranità territoriale si gioca su frequenze invisibili e su velivoli di piccole dimensioni, la protezione delle infrastrutture strategiche diventa una sfida tecnologica. La capacità di questi sistemi di penetrare il cuore pulsante del Global Strike Command solleva interrogativi. In risposta a quella che appare come una vulnerabilità strutturale, il Dipartimento della Difesa, in coordinamento con il Dipartimento di Giustizia e la FAA, ha emesso un avvertimento formale dichiarando una politica di “tolleranza zero” contro ogni sorvolo non autorizzato di siti sensibili. Come già riportato dai comunicati della Task Force nel gennaio scorso, i comandanti delle installazioni hanno ora il potere di adottare azioni decisive per neutralizzare i droni che si avvicinano ai perimetri difensivi, estendendo la capacità di intervento oltre i confini fisici della base se viene identificata un’attività di sorveglianza ostile. Sul fronte tecnologico, l’incidente di Barksdale ha accelerato la corsa verso l’integrazione di armi a energia diretta. Proprio durante le giornate di crisi in Louisiana, la società AeroVironment ha svelato il sistema LOCUST X3, una piattaforma laser da 20-30 kW dotata di intelligenza artificiale per il tracciamento e l’ingaggio automatizzato degli sciami. 

Le autorità stanno ancora indagando tra le varie speculazioni dell’opinione pubblica su chi sia coinvolto: i cinesi, i russi, gli stessi americani (per implementare sistemi e spostare ancora più denaro verso la Difesa), oppure gli alieni. Non lo sappiamo. Senz’altro questi eventi non passeranno senza lasciare traccia.

L’Iran e il delirio di onnipotenza dell’Occidente

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Nelle ultime settimane l’Iran è tornato ad essere il centro del dibattito internazionale. Ma più l’attenzione cresce, e le tensioni aumentano, più il racconto sull’Iran diventa narrazione e propaganda spicciola. Per capire fino in fondo la portata di ciò che sta accadendo, e le sue implicazioni, dobbiamo innanzitutto chiederci: perché? Come il potere iraniano è diventato quello che è oggi? Come si è arrivati a quel governo teocratico che prende il nome di Repubblica Islamica? E perché, ovviamente, l’Iran sia divenuta una nazione radicalmente avversa all’Occidente e, in particolar modo, agli Stati Uniti. Per rispondere a questa domanda bisogna fare un passo indietro. Negli anni ’50 il primo ministro iraniano Mohammad Mossadeq mette in atto un’azione che avrebbe cambiato per sempre la storia del paese: la nazionalizzazione del petrolio che fino ad allora era stata sotto il controllo del Regno Unito.

L’obiettivo era restituire al popolo iraniano il controllo sulle proprie risorse, dopo decenni di sfruttamento da parte dei governi europei. Il progetto di Mossadeq ebbe vita breve: l’Occidente orchestrò un colpo di Stato, la celebre Operazione Ajax del 1953, che portò alla destituzione di Mossadeq e al ritorno al potere dello Scià Reza Pahlavi. I dissidenti politici e i sostenitori della democrazia furono fucilati. E così l’Iran tornò ad essere una monarchia autocratica

Il regno della Scià Reza Pahlavi fu caratterizzato da una modernizzazione forzata del paese. Certo, su pressione Occidentale istituì il diritto di voto per le donne, promulgò delle leggi che cercarono di rendere possibile l’emancipazione femminile, ma ignorò le tensioni sociali del paese, alimentando il malcontento di ampi settori della popolazione. 

E così si arrivò a un nuovo colpo di Stato. E alla Rivoluzione del 1979 che permise la nascita della Repubblica Islamica. 

La Rivoluzione, occorre ricordarlo, fu ai suoi albori un movimento che nacque dal basso, sostenuta e voluta dal popolo iraniano, in particolare dai giovani. Gli studenti universitari fecero la Rivoluzione per cacciare lo Scià, sottomesso all’odiato dominatore straniero. Poco dopo il governo rivoluzionario divenne un regime teocratico, ma la nascita del regime iraniano fu il frutto di un processo storico segnato da oppressione, contraddizioni ideologiche e una percezione diffusa di ingerenza straniera. E ponendosi in netta contrapposizione al governo precedente non poteva che aborrire tutto quello che lo Scià aveva approvato: ecco allora che i libri, i film e la cultura occidentale divennero il male assoluto.

Nella dolorosa storia dell’Iran, l’Occidente è, ed è sempre stato, la causa del problema. 

Quando finalmente dopo quarant’anni di oppressione e negazione di qualsiasi libertà civile, il regime stava incominciando ad essere messo in discussione dal popolo iraniano, quando le proteste nelle piazze, represse sanguinosamente certo, stavano operando un cambiamento nella coscienza collettiva del paese, ecco che Stati Uniti e Israele intervengono. 

Con bombardamenti a raffica che distruggono ospedali, scuole, infrastrutture e impianti petroliferi, tanto da rendere l’aria di Teheran tossica e irrespirabile. Un disastro ambientale di tale portata da aver distrutto la speranza di vita dei suoi abitanti. E quando un paese sprofonda nel caos, quando crollano le infrastrutture, l’economia e la vita è si riduce a una mera lotta per la sopravvivenza, chi ha più il tempo, la voglia o il desiderio di discutere di diritti civili, emancipazione e istruzione? Sofferenza, morte e distruzione sono da sempre il terreno da cui nascono i fondamentalismi e gli estremismi. 

«Trump e Netanyahu hanno vanificato venticinque anni di mobilitazione della società civile», commenta Taghi Rahmani, attivista e giornalista iraniano, la cui moglie ancora langue nelle carceri del regime. La guerra, infatti, ha rafforzato e rivitalizzato il regime, come dimostra la nomina di Khamenei figlio, a nuova Guida suprema dell’Iran. «Una scelta che sarebbe stata molto difficile senza una situazione di conflitto». 

Il generale britannico Shirreff usa parole ancora più dure: «L’unica strategia di Trump è bombardare senza pietà. Ridurre l’Iran in macerie. Nessuno scopo militare chiaro. Così rafforza la teocrazia iraniana. Altro che cambiamento di regime».

L’unico obiettivo raggiunto da Stati Uniti e Israele non è stato un cambio di regime, ma quello di provocare solo ed esclusivamente morte e distruzione ai danni del popolo iraniano

In effetti l’unico risultato ottenuto fino ad ora è stata la morte di Khamenei, leader teocratico del regime iraniano, un uomo di 86 anni, che a voler essere realistici, aveva già un piede nella fossa. L’attacco congiunto dell’intelligence israeliana e statunitense, invece, ha dato a Khamenei, una morte gloriosa, una morte da martire e così verrà ricordato: come l’uomo che aveva fatto della resistenza contro l’Occidente la sua ragione di vita e che è stato assassinato per questo.

Ma ciò che è davvero aberrante è la narrazione costruita sull’Iran e attorno all’Iran, una narrazione che mescola i diritti delle donne, la lotta e le manifestazioni degli iraniani con l’intervento di Usa e Israele. Una narrazione dove emerge non tanto la cecità occidentale difronte alle reali conseguenze della guerra quanto la sua follia.

Prendiamo in esame proprio la questione dei diritti delle donne. In Occidente la donna è stata oppressa, sfruttata e vessata per millenni e solo nell’ultimo secolo ha conquistato finalmente l’emancipazione. Nel 1945 le donne italiane ottengono il diritto di voto. Nel 1970 viene approvata la legge sul divorzio. Ma bisognerà attendere il 1981 per ottenere finalmente l’abolizione del delitto d’onore. Quante generazioni, quante lotte, quante battaglie sono state necessarie affinché una donna potesse votare, accedere all’istruzione, lavorare liberamente? 

Oppure pensiamo agli Stati Uniti, una società che aveva costruito gran parte della propria potenza economica grazie allo sfruttamento degli schiavi nelle piantagioni e attraversata perciò, molto più della nostra, da tensioni razziali che ancora oggi tornano ad esplodere ciclicamente. La liberazione degli schiavi, le battaglie per i diritti civili, l’abolizione delle discriminazioni sono esempi di processi che hanno richiesto secoli, o addirittura millenni, per giungere al loro compimento. 

Ogni società, cioè, ha un suo divenire storico, nasce e si evolve attraverso una dialettica interna dei ceti sociali che la compongono, attraverso i conflitti, le lotte e i compromessi che riesce ad elaborare. Se la donna iraniana vive in una sorta di Medioevo dei costumi, pensare di poter accelerare e comprimere i secoli che separano il Medioevo dall’età contemporanea con la caduta di un regime è delirante.

La morte di Khamenei sarà anche stata accolta con grida di giubilo e i festeggiamenti di una parte della popolazione iraniana, ma la rapida nomina di Khamenei figlio conferma quella verità che sinteticamente potremmo riassumere con «è morto il Re. Viva il nuovo Re».

Ipotizzare che il paese potesse, dietro pressione straniera, cambiare radicalmente faccia, non è altro che la proiezione dell’arroganza dell’Occidente e della sua ignoranza. L’idea che una società possa essere “aggiustata” dall’alto, come se bastasse portarle conoscenza, tecnologia, valori civili, perché improvvisamente diventi libera, moderna è figlia della mentalità coloniale, ancora oggi più viva che mai.

Sono chiacchiere oziose che servono a tenere vivi i dibattuti mediatici e ad alimentare gli scontri politici. Dibattiti che ci proteggono dalla consapevolezza della nostra impotenza. 

Con lo scoppio della guerra in Iran, infatti, di nuovo si torna a parlare di diritto internazionale, di aggressioni ingiustificate, e ancora l’ONU, la NATO, la mancanza di rispetto degli USA nei confronti dei partner europei e via dicendo…

Una manifestazione del 9 marzo 2026 a supporto della nuova Guida Suprema iraniana, Mojtaba Ali Khamenei

Nel 1992 il politologo Fukuyama pubblicò un saggio dal titolo emblematico: La fine della storia e l’ultimo uomo. L’idea che si è radicata profondamente in noi europei è che l’evoluzione scientifica, tecnologica, culturale dell’Occidente avesse messo fine, o avrebbe presto messo fine, al ciclo di guerre-violenze-stragi che aveva caratterizzato la Storia dell’Uomo. Pace perpetua, democrazia, diplomazia, rispetto del diritto internazionale sono i valori di cui noi europei andiamo orgogliosi. E non è che questo mondo non sia mai esistito. È esistito, sì, ma solo nella nostra fantasia. 

Il mondo oggi è violento, cruento e sanguinoso tanto quello di ieri, e l’unica legge che regola i rapporti tra gli Stati è la legge del più forte. L’esistenza dell’ONU e degli altri organismi internazionali, inutili quando si tratta di far rispettare i loro stessi emendamenti, rivela appunto il bisogno di tenere in piedi quest’illusione. Illusione puntualmente smascherata, negli ultimi cinquant’anni, dalla politica imperialista di Stati Uniti e Israele. Non è neanche pensabile o realistico, ad oggi, interrompere i nostri legami con gli Stati Uniti, ai quali siamo legati da vincoli economici, politici, storici e militari; basti pensare alla semplice portata delle importazioni e delle esportazioni che ci legano agli USA. 

Costruire un mondo differente non è un’utopia in senso assoluto. L’Europa potrebbe ancora imprimere al tessuto della Storia una diversa direzione, ma per farlo deve innanzitutto prendere coscienza della propria impotenza nei confronti di un partner aggressivo e fuori controllo, come sono appunto gli Stati Uniti, e iniziare a gettare le basi, oggi, di un progressivo smarcamento dagli USA, Israele e dalla loro violenta orbita. Invece si discute dell’Iran e della caduta fantasmagorica del regime iraniano grazie alla guerra made in USA (o made in Israele, poco importa) e della presunta legittimità di tale azione, perdendo ancora una volta la possibilità di prendere per lo meno atto della nuda realtà. In cui viviamo e continueremo a vivere per i prossimi secoli, se nessuno avrà il coraggio di guardarla davvero in faccia.

Nuova batosta per il governo: l’Europa chiede di reintrodurre il reato di abuso d’ufficio

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Dopo la vittoria del NO al referendum sulla giustizia che portava il suo nome e le dimissioni della sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, il Guardasigilli Carlo Nordio incassa un nuovo pesante colpo dall’Unione europea. L’Europarlamento ha infatti approvato la direttiva anticorruzione, che introduce una fattispecie comune sull’esercizio illecito di funzioni pubbliche, concetto che in Italia richiama da vicino il reato di abuso d’ufficio, cancellato un anno e mezzo fa dalla riforma voluta dallo stesso ministro. Il testo dovrà ora essere formalmente adottato dal Consiglio e, una volta pubblicato, entrerà in vigore dopo 20 giorni. Da quel momento, l’Italia avrà 24 mesi per recepire la direttiva nel proprio ordinamento; in caso di mancato o incompleto adeguamento, la Commissione europea potrà avviare una procedura d’infrazione.

A questo proposito, la parte politicamente più saliente e potenzialmente impattante del provvedimento approvato dal Parlamento Europeo è la fattispecie che, all’art. 13ter, viene inquadrata come “Misconduct in public office” (“Condotta illecita nell’esercizio di funzioni pubbliche”). Nello specifico, essa stabilisce che «gli Stati membri adottano le misure necessarie affinché sia punibile come reato la violazione colpevole, da parte di un funzionario pubblico, delle sue funzioni ufficiali, non svolgendo tali funzioni o svolgendole in modo non corretto, e causando danni sostanziali o ledendo i diritti o gli interessi legittimi di una persona fisica o giuridica». Si tratta, insomma, della traduzione europea di una condotta che, nel contesto giuridico italiano, risulta sostanzialmente sovrapponibile al perimetro dell’ex reato di abuso d’ufficio.

Il testo europeo copre reati come corruzione, appropriazione indebita, traffico di influenze, ostacolo alla giustizia, arricchimento da corruzione e occultamento dei proventi illeciti, con l’obiettivo dichiarato di rendere omogenee definizioni e sanzioni minime nei diversi Stati membri, imponendo un sistema strutturato di prevenzione. Tra gli obblighi previsti, spicca la richiesta di rendere pubbliche le dichiarazioni patrimoniali dei funzionari, nazionali ed europei, «soggette a verifica e rese sotto sanzioni penali». Viene inoltre richiesto di istituire organismi specializzati nella prevenzione e nella repressione della corruzione, con competenze che includano la valutazione delle dichiarazioni e il monitoraggio delle norme sui conflitti di interessi. Come evidenziato all’interno dei documenti preparatori, l’assenza di strutture specializzate rappresenterebbe una regressione rispetto agli standard internazionali.

L’eurodeputato del Movimento 5 Stelle Giuseppe Antoci, che ha seguito la procedura in qualità di relatore, aveva commentato ieri con durezza: «La corruzione è uno dei principali strumenti attraverso cui il crimine organizzato si infiltra nelle istituzioni, nell’economia, nella vita democratica di ogni Paese. Ma c’è un punto che più di tutti definisce il senso politico del voto di domani nella plenaria del Parlamento europeo, quello che prevede l’obbligatorietà dell’abuso d’ufficio, il punto cruciale del negoziato, il cuore della direttiva. Abuso d’ufficio che il governo italiano ha ostinatamente cercato di bloccare in sede di negoziato europeo tentando di salvare la legge Nordio che nel 2024 lo aveva cancellato dall’ordinamento italiano». Antoci ha concluso: «Con l’approvazione di questa direttiva vogliamo affermare che in Europa non esisteranno più zone franche e questo varrà anche per l’Italia. Rimargineremo, così, una ferita profonda pensando anche a tutti coloro che in questi anni hanno dato la loro vita per la legalità e la giustizia».

Il ddl Nordio che conteneva l’abolizione del reato di abuso di ufficio, ossia l’articolo specifico con cui si sanzionava «un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle sue funzioni, compie un atto in violazione di leggi o regolamenti, con l’intenzione di procurare a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale oppure di arrecare ad altri un danno ingiusto», aveva ottenuto l’ok definitivo del Parlamento nel luglio 2024. Nel 2020 il testo era già stato livellato al ribasso, con la specificazione che il reato non si potesse configurare ove sussistessero margini di discrezionalità amministrativa nell’adozione di un provvedimento. Ora, con le novità dall’Eurocamera, tutto potrebbe cambiare. Tecnicamente, si può dire che l’Italia dovrà assicurare una fattispecie penale che copra la condotta richiesta dalla direttiva. Non per forza dovrà reintrodurre in modo identico il vecchio articolo 323 c.p., ma magari una norma dal contenuto sostanzialmente equivalente e di nuova formulazione. A ogni modo, quello che conta, per Bruxelles, è che il risultato normativo sia coerente con il nuovo testo europeo.

Perquisizioni in corso al ministero della Difesa

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L’agenzia di stampa Ansa ha reso noto che sono attualmente in corso perquisizioni presso gli uffici del ministero della Difesa. A finire sotto indagine 26 persone, tra cui generali della Difesa, dirigenti di imprese pubbliche e imprenditori, accusate a vario titolo di corruzione, riciclaggio e turbativa d’asta; analoghe perquisizioni stanno venendo effettuate presso gli uffici RFI, Terna e Polo Strategico Nazionale. L’indagine riguarda presunte irregolarità negli appalti legati al settore informatico e costituisce un nuovo filone dell’inchiesta contro Sogei, azienda controllata al 100% dal ministero dell’Economia il cui direttore generale è stato colto in flagranza di reato mentre riceveva una tangente di circa 15mila euro.

La Cassazione ferma il pm che voleva sequestrare un’azienda di canapa: “Il fiore non è prova di reato”

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Un pubblico ministero sequestra un’azienda agricola e una florovivaistica in Sardegna perché coltivano canapa, il tribunale annulla il sequestro, il pm ricorre in Cassazione sostenendo che il fiore di cannabis è prova di reato di per sé, automaticamente, a prescindere da qualsiasi analisi. La parola fine la mette la Corte di Cassazione che risponde, con sentenza depositata il 24 marzo 2026: ricorso inammissibile. È una storia che sembra tecnica e invece racconta qualcosa di molto più ampio: lo stato di un settore intero – tremila aziende, 15mila lavoratori a tempo pieno, due miliardi di giro economico l’anno – tenuto in scacco da una norma controversa, contestata da giudici, associazioni di categoria e Regioni.

La sentenza e cosa dice davvero

La Terza Sezione penale della Cassazione, con sentenza n. 11058/2026, ha dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore della Repubblica di Sassari contro l’ordinanza con cui il Tribunale locale aveva annullato il sequestro di un’azienda agricola e una florovivaistica, difese dall’avvocato Lorenzo Simonetti, riconoscendone la coltivazione pienamente lecita ai sensi della legge 242/2016 sulla filiera agroindustriale della canapa.

Il punto centrale riguarda la tesi del pm: basta l’esistenza delle infiorescenze di canapa per configurare un reato, a prescindere dal contenuto di THC. La Corte ha rigettato questa impostazione, richiamando una sentenza delle Sezioni Unite (30475/2019): ciò che conta non è la presenza del fiore, ma la sua concreta efficacia drogante, la sua reale capacità di produrre effetti psicotropi, e quindi il quantitativo di THC contenuto. Fuori da quel perimetro, non c’è reato. Come ha dichiarato Canapa Sativa Italia, associazione che riunisce le aziende di settore: «Non è la sola esistenza del fiore, né la sua naturale ricavabilità dalla fisiologia della pianta, a determinare automaticamente la rilevanza penale. Ciò che conta è se quel prodotto sia concretamente idoneo a produrre effetti droganti, e quale sia la sua destinazione».

Il contesto: un settore assediato

Per capire il peso di questa sentenza bisogna sapere cosa è successo nell’aprile 2025. Il governo ha inserito nel decreto sicurezza (DL 48/2025, convertito in legge 80/2025) l’articolo 18 che ha introdotto un divieto penale generalizzato su tutta la filiera delle infiorescenze di canapa industriale: importazione, lavorazione, detenzione, commercio, vendita, considerando il fiore come uno stupefacente, a prescindere dal contenuto di THC. Le reazioni sono state immediate e trasversali. Tutte le Regioni italiane, comprese le 14 guidate dal centrodestra, si sono schierate contro la norma mentre venivano effettuati i primi sequestri preventivi, sospensioni di ordini, chiusure di conti correnti e anche arresti di agricoltori, prontamente scarcerati dai tribunali, con un effetto domino che ha spinto diverse imprese a delocalizzare all’estero.

La norma è oggi sotto esame di due Corti supreme. Il Consiglio di Stato ha rimesso alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea la questione se il divieto italiano su foglie e infiorescenze di Cannabis sativa L. da varietà certificate sia compatibile con la libera circolazione delle merci e con la politica agricola comune. Il GIP di Brindisi ha sollevato questione di legittimità costituzionale davanti alla Consulta, contestando che si possa trasformare in reato qualsiasi attività sulle infiorescenze senza verificare l’effettiva psicoattività del prodotto.

Per Canapa Sativa Italia questa sentenza non è una vittoria isolata ma un tassello in un mosaico più ampio: «La repressione non può fondarsi su automatismi. La canapa industriale lecita non coincide automaticamente con il reato».

In Italia si coltiva canapa da secoli. La si è quasi dimenticata nel dopoguerra, poi riscoperta come coltura sostenibile, capace di assorbire carbonio, rigenerare i suoli, dar vita a bioplastiche degradabili e mattoni per case salubri e a bolletta zero. Oggi, per una norma inserita in un decreto sulla sicurezza pubblica, un agricoltore che ne vede sbocciare i fiori rischia di trovarsi con i carabinieri in azienda. La Cassazione, per ora, dice che un fiore non è una prova. L’ultima parola, nel lassismo istituzionale, arriverà dai tribunali.