venerdì 27 Marzo 2026
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“No Kings”: a Roma la due giorni contro guerre, repressione e imperialismo

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Contro i re e le loro guerre. Parte oggi a Roma, con un concerto gratuito alla Città dell’Altra Economia, la due giorni organizzata dal Movimento No Kings Italia, nato per «fermare le politiche belliciste e la svolta autoritaria delle destre globali». La piattaforma italiana, formata da più di 700 sigle, ha un respiro internazionale. Il corteo in programma domani da Piazza della Repubblica a Roma si svolgerà infatti in contemporanea con un concerto a Londra e il No Kings Day negli Stati Uniti. Il tempismo ha sorriso al movimento nostrano, che guiderà la prima mobilitazione nazionale dopo la sconfitta del governo Meloni al referendum, reclamando una certa centralità del fermento popolare nei futuri calcoli politici.

È iniziato da qualche ora e continuerà per tutto il giorno il concerto presso la Città dell’Altra Economia, al quartiere Testaccio. Decine di artisti si esibiranno gratuitamente, creando un momento di socialità in vista di domani, quando il serpentone capitolino partirà alle 14 da Piazza della Repubblica, in direzione Piazza San Giovanni. Sono attese almeno centomila persone provenienti da tutta Italia, per un evento promosso da oltre 700 sigle, tra cui Amnesty, CGIL, la Rete no DL Sicurezza – “A Pieno Regime” e Stop Rearm Europe. «L’Europa è terra di contesa — scrivono i promotori — ma può tornare a essere spazio di resistenza. Oltre la democrazia liberale, oltre i nazionalismi: verso un’Europa delle autonomie, delle città cosmopolite e ribelli, dei movimenti. Per la pace d’Europa». La piattaforma italiana è nata il 15 novembre dell’anno scorso, al culmine delle mobilitazioni per il popolo palestinese e contro le derive autoritarie decise a suon di decreti-legge. Ispirandosi al movimento statunitense No Kings, sceso in piazza contro le politiche dell’amministrazione Trump, la rete italiana ha sin dall’inizio posto l’attenzione sul filo che lega violenza bellica — manifestasi in tutto il suo potenziale col genocidio a Gaza — e repressione del dissenso.

È nata così «una nuova alleanza ribelle contro i re del mondo, dai padroni dell’AI, ai signori degli Stati-nazione. La pace che promettono è solo dominio: ogni accordo smantella autonomia, diritti, resistenze. Il loro regime è la guerra permanente. Il futuro è davanti a noi, netto: o i re, o la libertà». La due giorni in corso a Roma ha un respiro internazionale, svolgendosi in contemporanea col mega concerto londinese e il No Kings Day negli Stati Uniti, che vedranno secondo gli organizzatori «la più grande protesta della loro storia».

L’evento assumerà in Italia la forma della prima manifestazione nazionale dopo la sconfitta al referendum del governo Meloni, beccato dai promotori per il suo ruolo nell’economia bellica mondiale e per la repressione del dissenso operata a suon di decreti-legge. Dalle urne del 22 e 23 marzo è emerso un sentimento popolare che va oltre gli attuali schieramenti politici, reclamando un ruolo centrale. Possibile dunque che la due giorni capitolina sia solo uno dei tanti tasselli che porteranno alle elezioni legislative del 2027. Se il campo largo si è affrettato a parlare di primarie, il variegato movimento No Kings ha messo da parte il discorso sulla leadership, concentrandosi su temi e programmi, come il salario minimo e i finanziamenti non alle armi ma alla sanità e all’istruzione.

La Fattoria senza padroni crea la scuola contadina e fa il tutto esaurito

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Corsi esauriti. Posti finiti. Lista d’attesa. A sentire questi termini, si pensa a un concerto rock, a un festival di richiamo internazionale e invece parliamo di una fattoria sulle colline a sud di Firenze, dove si impara a fare il pane con lievito madre, a riconoscere le erbe spontanee, a costruire una yurta con le proprie mani. Benvenuti a Mondeggi, la Fattoria senza padroni che sta scrivendo una storia fuori dal normale.

La tenuta di Mondeggi è un luogo antico. Centosettanta ettari di colline tra Bagno a Ripoli, Impruneta e Greve in Chianti con ulivi e vigneti. Un paesaggio che sa di Toscana profonda. Per quasi quarant’anni, dopo essere passata in mano alla Provincia di Firenze nel 1964, è rimasta abbandonata a sé stessa. Nel 2009 una SRL agricola pubblica aveva provato a recuperarla e aveva fallito, lasciando un buco da centinaia di migliaia di euro. Il governo Monti l’aveva poi messa all’asta, ma nessuno aveva offerto abbastanza.

È in quel vuoto che, nel novembre 2013, nasce qualcosa di imprevisto. Un centinaio di persone tra contadini, studenti di agraria, gruppi di acquisto solidale e semplici cittadini, ha dato vita al comitato Mondeggi Bene Comune – Fattoria Senza Padroni. Prima giornate di semina collettiva, poi, dal giugno 2014, un presidio permanente aperto a tutti. Nel giro di pochi anni avviene la trasformazione: orti sinergici, una casa delle sementi, arnie per l’apicoltura, impianti di fitodepurazione. Circa 450 persone custodiscono oggi più di 5mila ulivi nell’ambito del progetto MoTA (Mondeggi Terreni Autogestiti). Il comitato ha affrontato denunce, un processo per furto di acqua ed elettricità, aste ripetute, e ha vinto ogni volta, per assoluzione o per mancanza di acquirenti.

La visione che tiene insieme tutto questo è espressa senza giri di parole nel sito della comunità: «Crediamo che sia giunto il momento di rendere il sapere contadino libero dalle logiche dominanti del profitto, attraverso percorsi di formazione e informazione accessibili e autogestiti». Da questa idea è nata la Scuola Contadina, che si ripete ogni due anni e che ha appena raggiunto la sua sesta edizione.

Lanciata a dicembre 2025, la Scuola Contadina 2025-2026 offre mesi di corsi tenuti da agronomi, contadini, tecnici, professori e professionisti scelti direttamente dalla comunità. Si va dall’introduzione alla biodinamica alla gestione agroecologica del vigneto, dall’olivicoltura alla cesteria con materiali naturali, dall’apicoltura ecologica alla panificazione con grani antichi. Quest’anno, grazie al sostegno dell’Unione Buddhista Italiana, l’offerta è stata ampliata con nuovi docenti e nuovi temi. L’obiettivo della scuola, libera, gratuita e autogestita, è garantire un accesso popolare ai saperi legati alla terra e all’autodeterminazione alimentare.

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Il problema – un problema felice, come si dice – è arrivato puntuale. Le iscrizioni ai corsi di aprile e maggio si sono riempite così in fretta da costringere il comitato a istituire un numero chiuso. Disponibilità esaurita: il corso di panificazione, quello sulle piante spontanee, il laboratorio di ceramica, la cesteria, il corso sull’autocostruzione in bambù. Tutti pieni. Il comitato ha comunicato sui social la notizia con la stessa franchezza che lo contraddistingue: «Rifletteremo su questo boom di iscrizioni alla Scuola Contadina, che da un lato ci fa un immenso piacere e che dall’altro ci obbliga a trovare soluzioni inedite per problemi inediti, cercheremo in futuro di garantire nel miglior modo possibile inclusività e sostenibilità. Grazie comunque a tutta la comunità allargata di Mondeggi Bene Comune».

Non è solo una questione di numeri. Quello di Mondeggi è il segnale più visibile di un fenomeno in corso da anni e che sembra aver accelerato: sempre più persone, giovani soprattutto, ma non solo, stanno scegliendo di rallentare. Stanche dell’iper-connessione, della produttività come dogma, del tempo che sfugge di mano tra notifiche e schermi, cercano qualcosa di tangibile. La terra, appunto. Il gesto lento e preciso di chi impasta, pota, semina. I dati lo confermano: in Italia, secondo le rilevazioni Coldiretti su dati Istat, gli occupati under 35 in agricoltura sono cresciuti del 18% nel 2025, mentre tutti gli altri settori perdono lavoro giovanile. Un’inversione di tendenza netta, dopo un decennio di calo.

Mondeggi, con la sua storia, è il simbolo di questo cambio di rotta. Una fattoria che non appartiene a nessuno – e quindi appartiene a tutti – che ha trasformato il fallimento istituzionale in progetto collettivo.

DIRETTA – Iran: colpiti due siti industriali, i Pasdaran annunciano ritorsioni – Libano: uccise 1142 persone

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Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è ora succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 marzo, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì 9 marzo, i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio.


Il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica ha avviato una serie di attacchi contro le industrie partner di Israele e Stati Uniti presenti nella regione, esortando l’evacuazione dei dipendenti. La ritorsione segue l’attacco israelo-americano a due importanti impianti siderurgici iraniani.

Il ministero della Salute libanese ha pubblicato un nuovo aggiornamento sulle vittime causate dagli attacchi israeliani: 1142 persone uccise e 3315 feriti.


Un attacco israelo-americano avrebbe colpito due impianti siderurgici in Iran, come riportato dai media locali. Non è chiaro il bilancio delle vittime.

Secondo il Ministero della Salute israeliano, 261 persone sarebbero rimaste ferite negli attacchi sferrati da Iran e Hezbollah nelle ultime 24 ore. Salirebbero così a 5492 le persone ferite da inizio marzo, quando l’Iran ha risposto militarmente all’aggressione israelo-americana.


Il Bahrein ha fornito un bilancio di missili e droni affondati dall’inizio della guerra: secondo l’esercito, la difesa aerea del Paese avrebbe intercettato un totale di 154 missili e 362 droni provenienti dall’Iran.

In un comunicato, le forze armate hanno elogiato il proprio personale per la “efficienza operativa” e hanno esortato la popolazione a continuare a prestare attenzione, evitare le zone colpite e gli oggetti sospetti e astenersi dal filmare le aree di impatto.


Il presidente del comitato per il patrimonio culturale del Consiglio comunale di Teheran ha fornito un bilancio dei luoghi culturali distrutti o danneggiati dagli attacchi israelo-statunitensi. Si tratta di  120 musei, edifici storici e siti culturali, di cui 50 nella sola Teheran. Tra questi siti vi sono edifici emblematici come il Palazzo Golestan, il Museo dell’Università di Guerra (Casa di Teymourtash), l’ex edificio della Gendarmeria, l’edificio della stazione di polizia di Baharestan, l’ex edificio del Parlamento Nazionale (Palazzo del Senato), il cinema Shokoufeh, il Palazzo Marmo e il complesso del Palazzo Sa’dabad.


Le IRGC hanno rilasciato un comunicato in cui chiedono alla popolazione dei Paesi che ospitano basi statunitensi di allontanarsi dalle aree limitrofe agli avamposti militari di Washington. Il comunicato non individua aree specifiche e non fa riferimento ad alcun ordine di evacuazione, ma dimostra l’intenzione iraniana di continuare a colpire le basi USA.


Sei missili balistici sarebbero stati lanciati verso la regione di Riyad, in Arabia Saudita. Da quanto comunica il ministero della Difesa, due missili sarebbero stati intercettati, mentre gli altri quattro sarebbero caduti nelle acque del Golfo Persico o in zone disabitate.


Secondo un ufficiale militare sentito dall’emittente israeliana Channel 14, l’invasione terrestre del Libano prevedrebbe – in una prima fase operazionale – un’estensione del confine di 8 chilometri, che verrebbe poi esteso fino a raggiungere, di fatto, con la città di Tiro, situata a circa 20 chilometri dal confine. Le operazioni andrebbero dunque ben oltre l’area meridionale del fiume Litani, e coinvolgerebbero ulteriori villaggi e città libanesi, che verrebbero evacuati.


Secondo il Wall Street Journal, Trump starebbe vagliando l’ipotesi di inviare altri 10.000 soldati in Asia Occidentale per mettere pressioni all’Iran e prepararsi. Tale informazione è stata confermata anche dal sito di informazione Axios, che ritiene che l’invio di nuovi soldati servirebbe a lasciare aperta la porta per una eventuale invasione terrestre.

Ieri, i media iraniani hanno riportato che il Paese sarebbe pronto a un eventuale attacco di fanteria sul proprio territorio, affermando che nell’arco dell’ultimo mese sono stati radunati un milione di soldati tra forze regolari e volontari.


L’esercito israeliano ha dichiarato di aver effettuato attacchi aerei contro il principale impianto di produzione iraniano di missili e mine marine nella città di Yazd, nell’Iran centrale. Secondo l’esercito israeliano, il sito è fondamentale per la “pianificazione, lo sviluppo, l’assemblaggio e lo stoccaggio di missili avanzati destinati al lancio da navi da crociera, sottomarini ed elicotteri”.


La guerra israelo-statunitense all’Iran entra oggi nella sua quarta settimana. Ecco i principali fatti della notte.

  • Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che ritarderà di altri 10 giorni (fino al 6 aprile) gli attacchi alle infrastrutture elettriche iraniane. L’annuncio è arrivato in un post sul social Truth, in cui Trump sostiene che tale decisione sarebbe stata presa su richiesta dell’Iran, mentre i colloqui starebbero procedendo “molto bene”.
  • Il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar ha affermato che sono in corso colloqui indiretti tra Stati Uniti e Iran, che starebbero venendo trasmessi a e da Islamabad. Tale versione contraddice le dichiarazioni di Trump, che ha più volte comunicato che sarebbero in corso dialoghi diretti tra USA e Iran; conferma, piuttosto, quanto comunicato dalle autorità e dai media iraniani negli ultimi giorni. Secondo Dar, anche la Turchia e l’Egitto starebbero collaborando negli sforzi di mediazione. Il ministro ha inoltre confermato che gli USA avrebbero presentato un piano a 15 punti da sottoporre a Teheran; ieri le fonti iraniane hanno comunicato di avere presentato la loro risposta a riguardo, giudicando il piano ingiusto e unidirezionale” e presentando ulteriori condizioni.
  • Le IDF hanno emesso ordini di evacuazione per i cittadini libanesi che vivono nell’area a sud del fiume Zahrani, situato a circa 50 km dal confine con Israele, rilanciando l’operazione di invasione terrestre del Libano meridionale; Hezbollah, dal canto suo, ha lanciato numerosi attacchi contro soldati e veicoli israeliani radunati nel sud del proprio Paese e verso il nord di Israele.
  • Nella notte sono continuati gli attacchi israeliani all’Iran, con diffusi bombardamenti sulla capitale Teheran e su siti di stoccaggio e produzione di missili, e lanciatori. Secondo quanto riporta lo stesso esercito israeliano, l’obiettivo sarebbe quello di indebolire la capacità di risposta iraniana agendo alla radice. Ulteriori attacchi sono stati lanciati a Qom, Urmia, Esfahan, Karaj; almeno 6 persone sono state uccise dai bombardamenti. L’Iran ha risposto con distinti attacchi in Israele e contro i Paesi del Golfo: sono stati segnalati droni e missili verso l’Arabia Saudita, il Kuwait, e gli Emirati Arabi Uniti e ulteriori attacchi in Iraq.

Sudan, nuovi attacchi contro i civili: almeno 28 vittime

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Continuano gli attacchi sui civili nella guerra in Sudan. Almeno 28 persone sarebbero state uccise e 29 ferite in due attacchi con droni, uno nella città di Saraf Omra e l’altro ad Al-Rahad, come comunicato da fonti locali. Le Forze di Supporto Rapido (RSF) hanno attribuito la responsabilità degli attacchi all’esercito regolare, che non ha commentato. Di recente l’ONU aveva denunciato l’uso crescente dei droni nella guerra civile sudanese.

Salute mentale dei minori e pedopornografia: Meta e YouTube condannati negli USA

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foto minori social

È stata una settimana difficile per Meta, per YouTube e, più in generale, per l’intero ecosistema dei social media. Due diverse giurie hanno riconosciuto le piattaforme responsabili per la gestione dei loro servizi: da un lato per aver contribuito a creare ambienti dannosi per la salute mentale dei minori, dall’altro per aver ingannato il pubblico sull’efficacia dei sistemi di prevenzione contro la pedopornografia. Mentre negli Stati Uniti queste aziende iniziano a essere considerate direttamente responsabili delle loro scelte manageriali online, in Europa il processo procede più lentamente, frenato dalle resistenze irlandesi.

Martedì 24 marzo è arrivato il primo verdetto. Una giuria del New Mexico ha riconosciuto Meta colpevole di aver fuorviato il pubblico sui propri protocolli di sicurezza, le cui lacune hanno permesso agli algoritmi del social di mettere attivamente in contatto minori e predatori sessuali. Per documentare la situazione, gli investigatori hanno creato profili fittizi di adolescenti su Instagram e Facebook: nel giro di poco tempo sono stati esposti a “contenuti sessualmente allusivi” e a richieste di materiale pornografico. Durante l’operazione, due uomini del New Mexico sono stati arrestati dopo essersi presentati a un incontro con quella che credevano essere una bambina di 12 anni. Al processo ha testimoniato anche Arturo Bejar, ex dirigente tecnico di Meta diventato whistleblower, che ha raccontato di aver compreso appieno la gravità del problema quando sua figlia quattordicenne ha ricevuto richieste di natura sessuale sulla piattaforma. I suoi ripetuti avvertimenti alla dirigenza, ha spiegato, sono rimasti inascoltati. Secondo Bejar, gli stessi algoritmi personalizzati che rendono le piattaforme di Meta così efficaci nella pubblicità finiscono anche per amplificare la portata dei predatori sessuali. In relazione al crimine, la giuria ha ordinato alla Big Tech di pagare una multa di 375 milioni di dollari.

Mercoledì 25 marzo è arrivato il secondo caso. A Los Angeles, una donna di vent’anni identificata come K.G.M. è riuscita a dimostrare che Meta e YouTube hanno contribuito a danneggiare la sua salute mentale durante l’adolescenza. Le due piattaforme sono state accusate di aver progettato i propri algoritmi con l’obiettivo di massimizzare la dipendenza, un approccio paragonato in aula alle strategie dell’industria del tabacco e del gioco d’azzardo. TikTok e Snapchat, anch’esse coinvolte nella causa, hanno preferito raggiungere un accordo extragiudiziale pochi giorni prima dell’inizio del processo. Anche in questo caso la giuria si è schierata dalla parte della vittima: Meta dovrà versare 4,2 milioni di dollari in compensazione e danni, mentre YouTube ne pagherà 1,8 milioni.

Le aziende hanno già annunciato ricorso e non è difficile prevedere che i procedimenti d’appello richiederanno anni prima di arrivare a una conclusione definitiva. Tuttavia, entrambe le sentenze segnano un netto cambio di rotta. A differenza degli editori, le piattaforme social sono state finora protette dalla responsabilità sui contenuti grazie allo scudo normativo della “Sezione 230”. I due casi di questa settimana hanno però imboccato una strada diversa: l’attenzione non si è concentrata sui contenuti pubblicati dagli utenti, bensì sul modo in cui gli algoritmi li selezionano, li promuovono e li abbinano ai profili. Le Big Tech non sono state giudicate colpevoli per ciò che circola sulle loro piattaforme, ma per come lo hanno gestito. Una premessa che ora spiana la strada a migliaia di casi omologhi.

Nel frattempo, in Europa, torna a emergere l’inefficienza del garante irlandese per la protezione dei dati, il quale ha detenuto per anni la responsabilità amministrativa della maggior parte dei procedimenti contro i grandi social statunitensi. Una situazione dovuta al fatto che, per ragioni fiscali, molte Big Tech hanno stabilito la loro sede europea in Irlanda, diventando un tassello rilevante dell’economia del Paese. L’incapacità della Data Protection Commission (DPC) di portare avanti indagini incisive è stata ampiamente documentata, ma la portata della sua inefficienza è prepotentemente riemersa durante un’audizione davanti alla Commissione Oireachtas, quando il presidente Des Hogan ha ammesso che, in otto anni di normativa europea sui dati, l’autorità non ha mai chiuso un singolo procedimento nei confronti di un attore di primo piano come Google.

Non solo: secondo quanto denunciato dall’Irish Council for Civil Liberties (ICCL), l’Irlanda starebbe applicando in modo restrittivo la Collective Redress Directive, arrivando di fatto a impedire alle organizzazioni non profit di raccogliere fondi per sostenere azioni legali di interesse pubblico. L’ICCL sottolinea che, pur potendo avviare in Irlanda class action contro i giganti del web, le ONG non possono organizzare raccolte le risorse destinate a finanziarle – un limite che, in pratica, rende quasi impossibile affrontare avversari potenti come le Big Tech. Se sul piano politico e normativo l’Europa si sta muovendo con strumenti come il Digital Services Act e il Digital Markets Act, la dimensione amministrativa del GDPR continua dunque a mostrare ampie criticità. Forse i recenti verdetti statunitensi contribuiranno a gettare una nuova luce sul ruolo dei social nel rapportarsi con il pubblico, stimolando da parte delle autorità una maggiore solerzia.

 

Come le Isole Cayman sono diventate l’asse portante del debito statunitense

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L’architettura finanziaria globale sta attraversando una metamorfosi silenziosa ma radicale. Per decenni, il racconto geopolitico si è focalizzato sulla “guerra fredda finanziaria” tra Washington e Pechino, con la Cina nel ruolo di principale creditore degli Stati Uniti. Tuttavia, nel tempo si è verificato un cambio di paradigma: la Cina ha ridotto le sue riserve di Treasury ai minimi dal 2008, arrivando a circa 770 miliardi di dollari. Evidentemente la Cina ha adottato una politica di graduale distacco dal “paradossale” legame con gli USA. Nel frattempo un piccolo territorio britannico d’oltremare è emerso come il fulcro del debito americano: le Isole Cayman, piccole isole caraibiche, territorio britannico d’oltremare. Secondo gli analisti della FED, la posizione di credito delle Cayman sarebbe però enormemente più grande di quanto appare ufficialmente, balzando al primo posto con una cifra compresa tra 1.400 e i 1.840 miliardi di dollari.

Secondo i dati FED del gennaio 2023, il Giappone risultava primo con 1.100 miliardi di dollari, la Cina seconda con 859 miliardi e le Cayman al settimo posto con 285 miliardi di dollari, con una crescita di 12 miliardi sull’anno precedente. Come evidenziato dall’Asia Times, nel frattempo, la parabola discendente della Cina e quella ascendente delle Cayman ha continuato ad avanzare, portando la Cina a 770 miliardi e le Cayman a 427 miliardi di dollari. Tuttavia, ricercatori della Federal Reserve Board, già nel 2025, hanno pubblicato analisi che squarciano il velo su quella che sarebbe la reale entità del fenomeno. Il “custodial bias” (l’attribuzione dei titoli al luogo di deposito e non al proprietario effettivo) maschera una realtà imponente: le stime della FED indicano che gli hedge fund domiciliati nelle Cayman detengono una cifra reale compresa tra 1.400 e 1.840 miliardi di dollari. Il che renderebbe le Isole Cayman il più importante creditore di Washingotn.

Questa discrepanza è alimentata dal cosiddetto “basis trade”, una strategia speculativa dove i fondi acquistano titoli di Stato fisici vendendo simultaneamente contratti future. Secondo lo studio della FED, tra il 2022 e il 2024, questi veicoli offshore hanno assorbito circa il 37% delle nuove emissioni nette di titoli del Tesoro a medio-lungo termine. Non si tratta di ricchezza locale o di piccoli investitori, ma di giganti come BlackRock, Vanguard e State Street, che utilizzano queste giurisdizioni per ottimizzare la gestione di portafogli globali. Le organizzazioni no-profit sollevano ovvi dubbi sulla trasparenza. Il Tax Justice Network, già nel suo “State of Tax Justice Report” del 2024, sottolinea come l’opacità di queste giurisdizioni faciliti l’abuso fiscale e renda difficile per i regolatori mappare i rischi sistemici.

Se in passato il debito USA era in mano a banche centrali (attori strategici di lungo periodo), oggi una quota massiccia è gestita da algoritmi di hedge fund sensibili alle variazioni minime dei mercati. Questo sposta il baricentro del potere dalle potenze sovrane ai network privati. Perché se è vero che le Cayman sono un territorio britannico d’oltremare, il che rafforza e rinsalda il legame tra USA e Gran Bretagna, gli attori coinvolti sono soggetti privati appartenenti a quell’élite transnazionale che ha come unico e solo interesse, il proprio. La stabilità del dollaro dipenderebbe così da un arcipelago che opera fuori dai radar della trasparenza internazionale. Le autorità di regolamentazione, come la SEC (Securities and Exchange Commission), hanno iniziato a richiedere una maggiore rendicontazione per monitorare l’esposizione dei fondi privati, ma la velocità della finanza offshore supera costantemente la burocrazia normativa.

In conclusione, il declino della Cina come principale creditore non segna la fine della dipendenza estera del debito pubblico degli Stati Uniti, ma la sua trasformazione in una forma più liquida, opaca e transnazionale. Il potere economico non risiede più esclusivamente nei forzieri delle banche centrali, ma nei nodi digitali dei network internazionali, dove le Isole Cayman rappresentano un porto franco dell’economia globale guidata da coloro che scelgono l’ombra per proteggere le proprie ricchezze.

Crudeltà e rischi sanitari: la video-inchiesta in un allevamento di conigli in Veneto

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Centinaia di conigli morti lasciati nelle gabbie e soggetti malati o deboli eliminati in maniera violenta e carcasse abbandonate, in un contesto igienico-sanitario allarmante. È questo lo scenario fatto emergere da un’inchiesta realizzata dall’associazione Essere Animali, che ha documentato con immagini esclusive le condizioni dei conigli ristretti in un allevamento intensivo della provincia di Treviso. La struttura, che ospita circa 30mila animali destinati alla produzione di carne, rifornirebbe i banchi della grande distribuzione organizzata in tutto lo Stivale. Il materiale, ottenuto da un ex dipendente, fotografa una realtà fatta di presunte soppressioni irregolari, smaltimento improprio delle carcasse insieme alle deiezioni e violazioni delle procedure previste negli allevamenti animali. Un inquietante panorama già documentato in passato da altre inchieste dell’associazione sul territorio.

Le riprese mostrano i conigli rinchiusi in gabbie metalliche sospese con pavimento a rete, in uno spazio che impedisce loro qualsiasi comportamento naturale. La reclusione genera stress cronico e comportamenti stereotipati, come mordere le sbarre o muoversi senza sosta. Gli animali deceduti – anche i conigli nati morti o spirati subito dopo il parto – restano a lungo nelle gabbie accanto a quelli vivi, mentre i soggetti malati o deboli vengono uccisi con violenza, sbattuti contro le gabbie o sul pavimento, senza alcuna procedura che garantisca una morte rapida e senza sofferenza. Le operazioni di pulizia, effettuate con fiamme libere o soffiatori a scoppio, sottopongono gli animali a ulteriore terrore.

Particolarmente drammatica è la condizione delle coniglie fattrici, sottoposte a inseminazione artificiale forzata e separate dai piccoli da una lamiera metallica che viene rimossa solo una volta al giorno per l’allattamento. Già a undici giorni dal parto, mentre stanno ancora allattando, le femmine vengono nuovamente fecondate. Se due cicli consecutivi falliscono, vengono considerate «improduttive» e avviate direttamente alla macellazione. I coniglietti neonati, intanto, vengono redistribuiti tra le madri in base alla taglia.

Il quadro denunciato dall’associazione Essere Animali si inserisce in un settore che, nel nostro Paese, continua a prevedere un largo utilizzo delle gabbie: oltre il 90% dei circa 12 milioni di conigli macellati ogni anno nel Paese viene allevato in questo modo, con il Veneto in testa per numero di capi, seguito da Piemonte e Friuli-Venezia Giulia. Nel contesto comunitario, l’Italia resta tra i principali produttori insieme a Spagna e Francia, ma i consumi di carne di coniglio risultano in calo: secondo i dati ISMEA, nell’ultimo decennio la produzione nazionale è diminuita del 37%.

Nel frattempo, è stata presentata alla Corte di Cassazione una proposta di legge d’iniziativa popolare che mira a introdurre sul territorio nazionale il divieto di utilizzo delle gabbie per tutte le specie allevate. A sostenere l’iniziativa, presentata lo scorso 12 marzo insieme a The Good Lobby, è proprio Essere Animali, che con la sua campagna “Gabbie Vuote” si pone la finalità di raccogliere almeno 50.000 firme entro settembre. L’obiettivo primario è quello di chiedere formalmente al Parlamento italiano di avviare un percorso legislativo sulla materia, sulla scia di quanto già fatto da altri Stati membri dell’UE negli ultimi anni.

I dati fotografano una realtà imponente: nel nostro Paese si contano infatti oltre 40 milioni di animali rinchiusi in gabbia, tra cui più di 17 milioni di galline ovaiole, 13 milioni di conigli, quasi 600.000 scrofe, 1,5 milioni di vitelli e 8 milioni di quaglie. I promotori dell’iniziativa – appoggiata anche da varie personalità della società civile, come l’atleta olimpionico Riccardo Bugari e la fumettista Zuzu – spiegano che negli allevamenti intensivi il confinamento in spazi ristretti impedisce agli animali di esprimere comportamenti naturali fondamentali come muoversi senza costrizioni, nidificare, scavare o socializzare in modo adeguato. Ne conseguono stress cronico, frustrazione e patologie fisiche – in primis lesioni e fragilità ossea –, fenomeni ampiamente documentati dai pareri scientifici dell’Autorità per la Sicurezza Alimentare in Europa (EFSA).

Russia-Ucraina, attacchi incrociati con droni nella notte

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Nella notte si è registrato un nuovo scambio di attacchi tra Russia e Ucraina, entrambi basati sull’impiego massiccio di droni. Il ministero della Difesa di Mosca ha dichiarato che le proprie difese aeree hanno intercettato e distrutto 85 velivoli senza pilota ucraini, accusando Kiev di aver tentato attacchi contro obiettivi sul territorio della Federazione Russa. Parallelamente, l’Aeronautica militare ucraina ha riferito di aver abbattuto 93 droni lanciati dalle forze russe durante un’incursione notturna, confermando l’intensificarsi della guerra a distanza tra i due Paesi.

Gaza: quando la scuola è un obiettivo militare

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È il 2009 quando Karma Nabulsi – rappresentante dell’OLP dal ’77 al ’90 e docente a Oxford – utilizza per la prima volta il termine “scolasticidio” per indicare il sistematico abbattimento dei centri di educazione in Palestina a opera delle forze israeliane, avvenuto anche durante quest’ultimo genocidio. Tale fatto sembra non cogliere di sorpresa la popolazione gazawi. «Tutto a Gaza è un obiettivo militare, ma forse le scuole sono il bersaglio principale perché con la loro distruzione viene negata a intere generazioni la possibilità di crescere con un’istruzione, un futuro, una volontà», spiega infatti a L’Indipendente Mona Zahed, che a Gaza City, nel quartiere di Rimal, ha dato vita insieme a un gruppo di insegnanti al progetto educativo Amal Al-Mustaqbal.

Colpendo le scuole e le università, Israele sta lasciando una profonda cicatrice nella società che rischia di segnare anche le future generazioni. Questo è quello che viene spiegato nel report intitolato Our genocide di B’Tselem, un’organizzazione israeliana per i diritti umani, dove si denuncia il fatto che l’assalto all’istruzione avrà conseguenze gravi e a lungo termine sullo sviluppo emotivo, intellettuale e sociale dei bambini di Gaza, privati di qualsiasi forma di routine, delle reti di supporto e di spazi di interazione, svago e gioco con i coetanei. È sempre Zahed che ci racconta come a Gaza le bambine e i bambini hanno bisogno di condurre una vita normale come tutti, anche se in questo caso c’è pure un urgente bisogno di un sostegno psicologico: «molti hanno paura, in particolare quelli che hanno subito un trauma, come essere estratti dalle macerie o aver perso un membro della famiglia».

I numeri della distruzione

A causa della distruzione scientifica degli edifici educativi partita dall’autunno del 2023, oggi, nella Striscia di Gaza, il 98% delle scuole è stato danneggiato – o abbattuto – e non esiste un’università funzionante per mancanza di personale, di studenti e di spazi. Secondo il Ministero dell’istruzione palestinese, dal 7 ottobre a Gaza sono state rase al suolo 172 scuole governative e 63 strutture universitarie, oltre ad almeno 218 scuole bombardate o danneggiate. Secondo le statistiche diffuse da Al Jazeera, circa 638mila bambini in età scolare e 70mila bambini in età prescolare hanno perso due interi anni scolastici e ora sono entrati nel terzo anno di privazioni. Inoltre, 39mila studenti non hanno potuto sostenere l’esame di maturità. La negazione del diritto all’istruzione non è però prerogativa della Striscia di Gaza: nella Cisgiordania settentrionale, a causa degli attacchi militari israeliani, quasi 12mila bambini si trovano attualmente in centri per sfollati interni, la maggior parte dei quali senza accesso a spazi o risorse per l’apprendimento. Tale scenario è ancora più impressionante se si pensa che il sistema scolastico palestinese funzionava molto bene prima dell’inizio del genocidio. Il livello di istruzione era alto specialmente nella Striscia di Gaza i cui studenti erano quelli che prendevano i voti maggiori a livello nazionale.

Giovani come bersaglio

Ad essere prese di mira non sono però solo le costruzioni, ma anche le persone. Tra gli studenti gazawi si contano almeno 18.508 morti e 28.142 feriti, mentre tra gli insegnanti e amministratori 972 morti e 4.538 feriti, dati aggiornati ad agosto 2025, quindi, verosimilmente, oramai sottostimati. Nella guerra contro il vivente perpetrata da Israele ai danni della Palestina – ricordiamo che oltre al genocidio stiamo assistendo a un ecocidio – i giovani sono un obiettivo particolarmente importante: per Israele ogni bambino è un possibile futuro militante della resistenza; colpendo le ragazzine e i ragazzini, Israele spera di limitare la diffusione della lotta armata palestinese, perenne ostacolo alle mire coloniali sioniste.

Per il popolo palestinese l’istruzione è qualcosa di fondamentale: fa parte della vita familiare, dell’identità e della ribellione. Per i palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, ma anche per quelli della diaspora, la cultura ricopre un ruolo di rilievo poiché apre nuovi orizzonti di possibilità: la libertà di pensiero che si allena attraverso la conoscenza contrasta il muro dell’apartheid, si contrappone ai posti di blocco, aiuta a resistere alle soffocanti prigioni. Questo è il pensiero di Nabulsi, che sottolinea anche come, sebbene gli israeliani sappiano molto poco del popolo palestinese, siano consapevoli dell’importanza dell’educazione per la rivoluzione. Per Israele il binomio istruzione-resistenza è dunque qualcosa di insopportabile e, di conseguenza, qualcosa da distruggere.

Oltre alle scuole, manca tutto

Foto tratta dal progetto di Mona Zahed e di altri docenti di Gaza Amal Al-Mustaqbal

Come sempre, anche a settembre 2023 gli studenti gazawi avevano cominciato il nuovo anno scolastico, che non è però proseguito fino a maggio, ma si è interrotto nel mese di ottobre senza più riprendere. Ora al posto delle scuole ci sono tende che fungono da aule improvvisate finché la pioggia lo permette. La tenda dove Mona Zahed ha allestito il suo centro educativo è stata danneggiata così tanto dalle abbondanti precipitazioni di quest’autunno e inverno da dover prendere in affitto uno spazio chiuso, più idoneo ad accogliere un ambiente di apprendimento, ma molto caro. Tra gli ostacoli che la popolazione deve affrontare c’è anche quello dei costi esorbitanti della vita a Gaza oltre all’assenza di prodotti. Al di là della distruzione e del trauma, il settore dell’istruzione si trova a scontrarsi con il blocco logistico: dall’inizio del genocidio, praticamente nessun materiale didattico è stato ammesso nella Striscia.

Anche Zahed deve costantemente fare i conti con l’aspetto economico che non riguarda solo l’affitto dello spazio. Ha spiegato a L’Indipendente che chi insegna ad “Amal Al-Mustaqbal” sono docenti che hanno perso il lavoro a causa del genocidio: il loro impegno nel progetto coinvolge sia il sogno di continuare a insegnare ai bambini, sia la speranza di avere un reddito da condividere con la famiglia. Sebbene l’entusiasmo e la gioia di riuscire a offrire una forma di istruzione si scontri con i problemi pratici della vita, continua a essere ammirevole la capacità dei palestinesi di non perdersi d’animo: «il popolo palestinese a Gaza trasforma il fallimento in successo, le macerie in speranza. Abbiamo attraversato molte guerre e questa è la più feroce e difficile di tutte, ma, così come siamo, ricominceremo da capo per preservare ciò che è rimasto». Parole che riescono a spiegare il significato di Sumud.

 

Corruzione e fondi neri: 26 indagati e perquisizioni al Ministero della Difesa

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Nella mattinata di ieri, giovedì 26 marzo, la Guardia di Finanza ha eseguito una serie di perquisizioni negli uffici del ministero della Difesa, di Rete Ferroviaria Italiana, di Terna e del Polo Strategico Nazionale. L’operazione, coordinata dalla Procura di Roma, ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di 26 persone. Tra queste figurano alti ufficiali, dirigenti di imprese pubbliche e imprenditori privati. Le ipotesi di reato contestate, a vario titolo, sono corruzione, riciclaggio, autoriciclaggio, turbativa d’asta e traffico di influenze illecite. Una notizia dirompente, che appare però sottostimata dal mainstream mediatico, avviluppato negli ultimi giorni sulle beghe interne a governo e partiti di maggioranza dopo la vittoria del NO al referendum costituzionale.

L’inchiesta e le perquisizioni da essa sfociate rappresentano un ulteriore tassello del filone aperto nell’ottobre 2024 con l’arresto dell’ex direttore generale di Sogei, Paolino Iorio, colto in flagranza mentre intascava una tangente da 15mila euro. Da quella vicenda, gli investigatori hanno progressivamente ricostruito un presunto sistema criminale finalizzato a influenzare appalti pubblici nel settore informatico e della cybersicurezza. Secondo quanto attestato dai magistrati impegnati nell’indagine, si parlerebbe di «un articolato sistema criminale finalizzato a riciclare ingenti somme di denaro, verosimilmente derivanti da reati fiscali perpetrati per mezzo dell’emissione di fatture per operazioni inesistenti finalizzate, tra l’altro, alla creazione di ‘fondi neri’ utilizzati per il pagamento di commesse corruttive».

Al centro del sistema, affermano gli inquirenti, vi sarebbe l’imprenditore romano Francesco Dattola, amministratore di fatto della Nsr s.r.l., inquadrato come un soggetto «incline a procurarsi ingenti somme di denaro contante, attraverso il meccanismo di fatturazioni false e riciclaggio». Per monetizzare il denaro, Dattola si sarebbe avvalso della collaborazione di Stefano Tronelli, titolare della Tron Group Holding. Secondo quanto ipotizzato dalla Procura, le modalità operative prevedevano l’emissione di fatture per operazioni inesistenti, l’acquisto di orologi di lusso e la loro rivendita sul mercato parallelo al fine di trasformare i bonifici in denaro contante. Un meccanismo che avrebbe consentito di alimentare «fondi neri» destinati a corrompere funzionari pubblici e dirigenti di aziende partecipate.

Altra figura al centro dell’inchiesta è quella di Antonio Spalletta, definito dagli investigatori come un «faccendiere-imprenditore» capace di «tessere nel tempo una rete fittissima di relazioni» all’interno dell’amministrazione militare. Stando a quanto raccontano le carte, questi sarebbe stato il tramite per favorire l’ingresso delle società di Dattola in appalti strategici, intervenendo persino per «favorire la carriera di coloro i quali si sono dimostrati disponibili a porsi a disposizione degli interessi economici dello stesso Spalletta». Nella lista degli indagati ci sono poi il generale Francesco Modesto, il collega Antonio Lanzillotti, il colonnello Fabio Cesare, l’ufficiale di Marina Antonio Angelo Masala e il manager di Rfi Riccardo Barrile, il quale è accusato di aver condiviso con un imprenditore bozze di capitolati prima della pubblicazione ufficiale.

Il ministero della Difesa ha espresso «pieno supporto e massima collaborazione sin dall’avvio delle attività investigative iniziate negli anni precedenti», aggiungendo che «eventuali responsabilità accertate saranno perseguite con la massima severità, nel rispetto della legge e delle prerogative dell’Autorità giudiziaria». Le indagini, coordinate dai magistrati Giuseppe Cascini, Giuseppe De Falco, Lorenzo Del Giudice e Gianfranco Gallo, proseguiranno con l’esame della documentazione e dei dispositivi informatici sequestrati.