venerdì 27 Febbraio 2026
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Israele punta sull’India per creare un asse contro Iran e “avversari radicali”

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Si è svolto ieri un incontro tra il primo ministro indiano Narendra Modi e quello israeliano Benjamin Netanyahu, che ha sancito il legame e gli interessi comuni tra i due Stati. L’incontro è avvenuto all’indomani delle dichiarazioni di Netanyahu sulla necessità di creare un’alleanza esagonale all’interno e attorno al Medio Oriente per combattere quelli che ha definito avversari radicali e che, di fatto, includono tutte quelle nazioni – a cominciare dall’Iran – che si oppongono alle politiche sioniste. Il primo ministro israeliano specialmente in un momento in cui lo Stato ebraico rischia si essere sempre più isolato a livello internazionale per via dei massacri compiuti a Gaza, sta cercando di attrarre Nuova Delhi nella sua orbita strategica, mentre quest’ultima appoggia sempre più esplicitamente le politiche di Tel Aviv a causa di una marcata politica nazionalista ostile alle minoranze musulmane. Così, dall’essere uno dei Paesi che si era opposto alla nascita dello Stato di Israele nel 1948, rimanendo per decenni uno dei più strenui critici delle politiche israeliane nei confronti dei palestinesi, l’India è diventata con Modi un importante partner dello Stato ebraico, formando un partenariato che tocca ogni settore, dal commercio alla tecnologia, dalla sicurezza alla diplomazia.

Nel suo discorso alla Knesset (il parlamento israeliano), Modi ha difeso la guerra di Israele a Gaza affermando di sostenere Tel Aviv «con piena convinzione»: «L’India è fermamente al fianco di Israele, con piena convinzione, in questo momento e in futuro», ha affermato il primo ministro indiano, nonostante l’accusa di genocidio rivolta a Israele e la condanna di Netanyahu da parte della Corte penale internazionale. Modi ha anche condannato l’attacco del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas definendolo «barbaro» e aggiungendo che «nessuna causa può giustificare l’omicidio di civili». Il leader indiano ha quindi affermato che i due Paesi sono «partner fidati» e che questo «contribuisce alla stabilità e alla prosperità globale». Ha inoltre descritto le loro relazioni come «vitali» per il commercio e la sicurezza e ha elogiato la «sinergia» su intelligenza artificiale, tecnologia quantistica e altri argomenti. L’incontro, infatti, aveva al centro proprio il rafforzamento della cooperazione sulla difesa e sulle tecnologie unitamente al tema cruciale degli equilibri geopolitici e delle “alleanze”.

La difesa rimane uno dei settori di maggiore collaborazione tra i due Stati: secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, l’India è ormai da anni il principale acquirente di armi israeliane: dal 2020 al 2024 lo Stato ebraico ha venduto il 34% dei sistemi di difesa alle Forze armate di Nuova Delhi. Nel pacchetto erano compresi droni, missili, sistemi radar ed equipaggiamenti per i reparti speciali. Al momento, le novità potrebbero riguardare l’acquisto e co-produzione di Iron Beam, un sistema laser per intercettare droni, missili e colpi di mortaio. Anche i rapporti economici tra i due Stati sono solidi, vantando un interscambio di 3,62 miliardi di dollari: Nuova Delhi è il secondo partner commerciale di Israele e Netanyahu ha anticipato che tra i due Paesi ci saranno nuove collaborazioni nei settori dell’intelligenza artificiale (IA) e del calcolo quantistico. Inoltre, sono stati avviati ieri i negoziati per un accordo di libero scambio e sarà discusso il progetto del nuovo corridoio economico Imec (India-Middle East-Europe Economic Corridor) attraverso cui Nuova Delhi vorrebbe creare una via alternativa al progetto cinese della Belt and Road Initiative.

Ma sullo sfondo dell’incontro resta cruciale l’aspetto geopolitico: in un contesto internazionale in cui Tel Aviv rischia di rimanere isolata, Netanyahu cerca nuovi alleati strategici e ha parlato di un «esagono di alleanze» che, a suo dire, includerebbe Israele, India, Grecia e Cipro, insieme ad altri stati arabi, africani e asiatici non meglio specificati, per combattere gli avversari «radicali». «Di fronte all’Islam estremo creeremo un’alleanza di ferro, di Stati che santificano la vita contro chi si inchina alla morte. Israele è più forte che mai, e l’India è più forte che mai. Noi romperemo l’asse del male», ha affermato il primo ministro israeliano durante il suo discorso alla Knesset, con un chiaro riferimento al cosiddetto “asse della resistenza” formato da Iran, Libano, Yemen, Palestina, Iraq e, precedentemente alla caduta di Assad, Siria. Netanyahu, inoltre, ha parlato anche di «un asse sunnita emergente». Tuttavia, il piano strategico di Netanyahu potrebbe non attagliarsi all’approccio pragmatico dell’India nel gestire gli affari e le relazioni internazionali: come membro fondatore del Movimento dei Paesi Non Allineati, infatti, Nuova Delhi ha storicamente evitato rigide politiche di blocco, coinvolgendo contemporaneamente Cina, Russia e Stati Uniti. Il vero banco di prova della solidità e della portata dell’alleanza indiano-israeliana sarà rappresentato dalla questione iraniana: non solo Modi ha sempre dialogato con Teheran e sfruttato lo scalo logistico di Chabahar, ma l’Iran è anche membro ufficiale dei BRICS, gruppo di cui l’India è tra i Paesi fondatori. In questo contesto, resta anche confermata la potenziale visita del presidente iraniano Masoud Pezeshkian per il summit estivo dei BRICS a Nuova Delhi.

La tenuta e gli sviluppi di questo nuovo partenariato tra India e Israele emergeranno, dunque, più chiaramente nel tempo. Nel frattempo, però, Modi è stato duramente criticato in patria per il suo sostegno a Israele e la scorsa settimana, l’India è stata uno degli oltre 100 paesi che hanno condannato le recenti iniziative di Tel Aviv volte ad espandere il proprio controllo sulla Cisgiordania occupata.

Caccia: una grande mobilitazione nazionale chiede al governo di fermare la deregolamentazione

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Una vasta mobilitazione nazionale chiede di bloccare le modifiche alla legge sulla tutela della fauna, con oltre 400mila firme consegnate al Senato da Fondazione Capellino, Legambiente, Lipu e Wwf Italia. Le associazioni sollecitano il ritiro del disegno di legge Malan e il divieto di estendere la caccia a nuove specie o a quelle in cattivo stato di conservazione, oltre allo stop a pratiche come richiami vivi e cattura di uccelli selvatici. Si chiedono, inoltre, distanze minime di 300 metri da abitazioni e sentieri, limitazioni nei periodi turistici e più controlli, sottolineando che sicurezza pubblica e tutela della biodiversità devono prevalere.

La richiesta dei firmatari al Parlamento è quella di bloccare le proposte di modifica della legge 157/92 che regola l’attività venatoria in Italia. Le sottoscrizioni sono state consegnate simbolicamente ieri al Senato, in occasione di una conferenza stampa congiunta tra le realtà proponenti. Al centro della mobilitazione, che assume un carattere politicamente trasversale, c’è la richiesta di ritirare il disegno di legge 1552 a prima firma del senatore di Fratelli d’Italia Lucio Malan, che introduce un significativo allentamento delle tutele, con l’allungamento dei calendari venatori, la possibilità di cacciare in aree demaniali e l’ampliamento delle specie cacciabili. I promotori della mobilitazione chiedono invece un rafforzamento della sicurezza per i cittadini che frequentano le aree rurali e montane, dove sempre più persone praticano trekking, cicloturismo e altre attività all’aria aperta.

Tra le proposte concrete avanzate dalle quattro realtà ambientaliste figurano il divieto di caccia ad almeno trecento metri da abitazioni, strade carrozzabili, sentieri escursionistici e aree ad alta frequentazione turistica. Si chiede inoltre lo stop all’attività venatoria nei fine settimana, nei giorni festivi e nei periodi di alta stagione turistica, proprio quando la fruizione collettiva del territorio raggiunge i livelli massimi. Sul fronte della prevenzione, viene richiesto l’obbligo per i cacciatori di indossare giubbotti ad alta visibilità e di dotarsi di sistemi di tracciabilità digitale, insieme a un potenziamento delle dotazioni per le forze dell’ordine impegnate nei controlli. Le petizioni puntano il dito anche contro le pratiche più crudeli, come la cattura di uccelli selvatici e l’uso di richiami vivi, e chiedono che venga esclusa dalla lista delle specie cacciabili quelle che si trovano in cattivo stato di conservazione. Un approccio, questo, che le associazioni ritengono in linea con la riforma dell’articolo 9 della Costituzione, che ha inserito la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi tra i principi fondamentali della Repubblica. «La fauna è patrimonio indisponibile dello Stato e la sicurezza delle persone rappresenta un interesse primario», ricordano le entità promotrici.

Il disegno di legge Malan, che porta anche le firme degli altri capigruppo di maggioranza, viene giudicato dalle organizzazioni ambientaliste come un provvedimento anacronistico e in forte contrasto con l’evoluzione sociale ed economica del Paese. «Non è uno scontro ideologico – dichiarano in una nota congiunta Fondazione Capellino, Legambiente, Lipu e Wwf Italia – In gioco ci sono la sicurezza dei cittadini, la tutela della biodiversità, la qualità dei territori e il futuro, anche economico, delle aree rurali e montane, sempre più legato a un turismo sostenibile e alla valorizzazione del patrimonio naturale». Forti del grande supporto riscosso dalla campagna, le organizzazioni hanno sottolineato la loro disponibilità a collaborare con le istituzioni per tradurre in azioni concrete la richiesta di maggiore sicurezza e tutela dell’ambiente, assicurando al contempo un controllo rigoroso sugli effetti delle norme che verranno eventualmente approvate.

Nel frattempo, è chiaro come ogni anno la stagione di caccia lasci dietro di sé un bilancio di morti, feriti e casi che coinvolgono persone estranee all’ambiente. L’Associazione Vittime della Caccia (AVC), nel dossier 2025/2026, parla di 46 incidenti, spiegando però che il dato allarmante è «il rapporto tra vittime tra i cacciatori e le persone estranee», poiché dai grafici «emerge una sproporzione grave: a fronte di 33 cacciatori vittime di se stessi, si registrano 13 vittime totalmente estranee all’attività venatoria». Ci sono poi altri fattori da considerare, come ad esempio la morte o il ferimento di animali domestici o sinantropi (quelli che, pur non essendo addomesticati, vivono in stretta associazione con l’uomo). 32 gli episodi raccolti, in una cronologia di casi eterogenei: non solo animali colpiti da armi da fuoco durante l’attività venatoria, ma anche cani da caccia morti in dirupi o pozzi, episodi di avvelenamento, minacce armate e situazioni di maltrattamento o abbandono.

Svezia: intercettato drone russo

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Le autorità svedesi hanno dichiarato che un drone russo si sarebbe avvicinato alla portaerei francese Charles de Gaulle nel porto svedese di Malmö, per poi venire intercettato dalle forze armate del Paese. Il velivolo sarebbe decollato da una vicina nave russa e si sarebbe diretto verso la portaerei. Le forze svedesi hanno dichiarato di avere condotto operazioni di disturbo, dopo le quali il drone sarebbe scomparso. La Charles de Gaulle è la più grande portaerei a propulsione nucleare costruita in Europa e si trova a Malmö per prendere parte a delle esercitazioni.

Epstein Files: si dimette Børge Brende, presidente del World Economic Forum

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«Dopo un’attenta riflessione, ho deciso di dimettermi dalla carica di presidente e amministratore delegato del World Economic Forum»: inizia così il comunicato con il quale Børge Brende annuncia di rinunciare alla sua carica alla guida del Forum di Davos, dopo otto anni di mandato. La nota non menziona esplicitamente le ragioni della decisione, ma Brende risulta indagato dal Dipartimento di Giustizia (DOJ) statunitense nell’ambito degli Epstein Files. Lo stesso WEF ha annunciato di aver aperto un’indagine in merito, per verificare i rapporti tra il suo presidente e il finanziere.

Secondo i documenti a disposizione, Brende avrebbe avuto diversi contatti con Epstein, partecipando ad almeno tre cene tra il 2018 e il 2019. I due si sarebbero scambiati diverse foto, e-mail e messaggi, ma Brende avrebbe dichiarato che si tratta solamente di incontri avvenuti nell’ambito di relazioni d’affari. Il presidente del WEF avrebbe anche dichiarato di essere stato, all’epoca dei contatti, «completamente ignaro del passato e delle attività criminali di Epstein» – nonostante questi fosse stato condannato per reati sessuali nel 2008. Secondo quanto emerso dai Files, i due avrebbero discusso anche del futuro del World Economic Forum: «Davos può davvero sostituire l’ONU», suggeriva Epstein, con Brende che rispondeva di «essere d’accordo al 100%».

«Desideriamo esprimere il nostro sincero apprezzamento per il significativo contributo apportato da Børge Brende al World Economic Forum» dichiarano i copresidenti del WEF, André Hoffmann e Larry Fink. A sostituirlo come presidente e amministratore delegato ad interim sarà Alois Zwinggi. «Il Consiglio di Amministrazione supervisionerà la transizione della leadership, compreso il piano per avviare un processo adeguato volto a individuare un successore permanente».

Gli Epstein Files, oltre ad essere una raccolta di atti giudiziari su abusi sessuali e tratta di minori compiute dagli uomini più potenti al mondo, sono anche un archivio che permette di ricostruire la complessa ragnatela di relazioni che collegano finanza, politica e intelligence globale. Al suo interno, Jeffrey Epstein svolgeva il ruolo di facilitatore e nodo di connessione di un sistema di potere globale, che ha operato per oltre trent’anni grazie a protezioni giudiziarie, omissioni investigative e silenzi istituzionali. Le desecretazioni del 2025 e 2026 di milioni di documenti hanno travolto una lunga serie di figure ritenute fino ad oggi intoccabili, che trattiamo nel dettaglio nel nostro nuovo libro Epstein Files. I documenti verificati che fanno tremare le élite occidentali.

Gaza, il fuoco israeliano provoca altri tre morti nella Striscia

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Un attacco aereo israeliano ha ucciso due palestinesi nel nord della Striscia di Gaza, secondo quanto riferito da funzionari sanitari locali. Il raid ha colpito un gruppo di persone nel quartiere Tuffah di Gaza City, causando anche diversi feriti. L’esercito israeliano non ha commentato l’episodio. In un’altra operazione nel sud dell’enclave, le forze israeliane hanno dichiarato di aver ucciso un militante ritenuto una minaccia imminente dopo il suo ingresso in un’area ancora sotto controllo israeliano. A gennaio, l’accordo su Gaza è passato a una seconda fase in cui Israele dovrebbe ritirare ulteriormente le truppe da Gaza e Hamas cedere il controllo dell’amministrazione territoriale.

Social e democrazia: come i meme e i fact-check influenzano il dibattito referendario

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Nelle ultime settimane, pagine di fact-checking e politica, hanno condiviso foto, meme e post sul referendum sulla giustizia, in vista del voto di marzo. L’avvicinarsi della data del voto sta portando a una forte accelerazione dei contenuti social nel dibattito istituzionale, mentre anche i partiti e i politici di riferimento sfornano meme alla ricerca di consenso.

Gli elettori sono chiamati a pronunciarsi su una riforma costituzionale che interviene sull’assetto della magistratura, modificando sette articoli della Costituzione. Il cuore del quesito riguarda la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e la riorganizzazione del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), che verrebbe sdoppiato in due organi distinti – uno per i giudici e uno per i pm – con nuove modalità di composizione e selezione dei membri. I sostenitori del ritengono che la riforma rafforzi l’imparzialità del giudice, chiarisca la distinzione tra chi accusa e chi giudica e renda il CSM più trasparente ed efficiente. I fautori del No temono invece una frammentazione dell’ordine giudiziario, un indebolimento dell’obbligatorietà dell’azione penale e un possibile squilibrio nei rapporti tra poteri dello Stato, a danno della magistratura e in favore della politica. La scelta, dunque, non incide sui singoli processi né modifica le sentenze in corso; non accorcia automaticamente i tempi della giustizia e non colma le carenze di organico o di risorse. Interviene invece sull’architettura costituzionale del sistema, ridefinendo i rapporti interni alla magistratura e tra questa e gli altri poteri dello Stato.

Referendum: un risultato in bilico

All’inizio della campagna referendaria il fronte del sembrava largamente favorito, con alcuni sondaggi di fine gennaio che lo collocavano anche oltre il 60 % delle intenzioni di voto contro una minoranza di sostenitori del No. Tuttavia, con il passare delle settimane quel vantaggio si è progressivamente eroso: rilevazioni di febbraio mostravano risultati sempre più vicini tra le due posizioni, fino a un sostanziale pareggio su alcuni istituti. Negli ultimi sondaggi, a circa un mese dal voto, diverse rilevazioni indicano addirittura un sorpasso del No sul Sì, con il fronte contrario alla riforma in vantaggio di qualche punto percentuale anche al netto degli indecisi.

Ecco perché nell’ultimo periodo la propaganda di entrambe le parti si è intensificata. A destra riflettono se una nuova campagna con la premier protagonista, che si è già espressa in prima persona in diverse occasioni, possa essere un vantaggio, oppure no. L’esposizione esagerata della presidente del consiglio, infatti, potrebbe trasformarsi in un boomerang, perché rischierebbe di mobilitare più il dissenso, rispetto a chi è favorevole alla riforma. E quindi la scelta, almeno fino ad oggi, è stata quella di sfornare post su post sui social network. No tutti, però, sono riusciti nell’intento.

Dalla cronaca alla propaganda

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Il meccanismo è sempre lo stesso: si parte da un fatto di cronaca capace di suscitare indignazione, lo si enfatizza o lo si distorce, si individua un bersaglio – il “nemico” – e si propone la riforma come risposta esemplare e punitiva. Lo slogan è efficace, come ad esempio: “Chi sbaglia non paga, solo 15 condanne per i magistrati in 15 anni”. Ma c’è un però, anzi, due. Punto uno: l’analisi sul numero dei procedimenti disciplinari mostra che negli ultimi anni si contano decine di sentenze di condanna disciplinare emesse dal CSM; sul lato referenudm, invece, bisogna far notare che la riforma non introduce affatto la responsabilità civile diretta dei magistrati, che viene evocata come soluzione senza essere realmente prevista. E i commenti sotto a questo tipo no mancano di farlo notare.

Il caso principe è diventato quello del poliziotto nel caso di Rogoredo, che, stando alle ricostruzioni iniziali, ha sparato uccidendo Abderrahim Mansouri – ragazzo marocchino con precedenti per spaccio – per legittima difesa e viene indagato da un magistrato. L’apertura di un fascicolo, in casi come questo, è un atto dovuto, ed è una garanzia per tutti, anche per l’operatore, perché consente di ricostruire i fatti. L’occasione però per la destra è troppo ghiotta, e a Rogoredo si scapicolla la stessa Meloni, con tanto di video tra i blindati delle forze dell’ordine. Internet e le televisioni sono invase da dichiarazioni si solidarietà (Salvini, Sardone, Bignami) sul povero poliziotto che, nel fare il suo dovere, viene persino indagato. Com’è andata a finire lo sappiamo: le indagini stanno infatti raccontando un’altra storia; la pistola, finta, trovata accanto al cadavere sarebbe stata messa lì proprio dalle forze dell’ordine e il poliziotto è accusato di aver ucciso il ragazzo (omicidio volontario), non di essersi difeso. E quindi il tentativo di soffiare sulla vicenda mettendo in cattiva luce l’operato della magistratura, si è rivelato un enorme autogol, che, tra l’altro, mette in luce tutte le criticità che deriverebbero dall’introduzione dello scudo penale per le forze dell’ordine, proposto più volte da questa maggioranza.

Altro caso riguarda lo youtuber Ale Della Giusta, seguito da milioni di persone, che aveva raccontato in un video di aver subito l’occupazione della propria casa, mostrando la consulenza di un avvocato – che nel disclaimer viene indicato anche come sindaco di Fratelli d’Italia – e inscenando perfino una denuncia in caserma, culminata con l’apparizione di un cartello per il Sì al referendum sulla giustizia. Il video ha superato in poche ore centinaia di migliaia di visualizzazioni e il messaggio è chiaro: servirebbe la riforma per “difendersi”. Solo dopo emerge che non c’era stata alcuna occupazione, né denuncia: era una messinscena costruita per “sensibilizzare” – o meglio orientare – l’opinione pubblica. Arrivano le scuse, ma a posteriori. La vicenda solleva un nodo serio: l’uso della fiction travestita da cronaca, in un clima referendario, altera il dibattito pubblico e confonde deliberatamente informazione e propaganda. Senza contare che, sull’occupazione abusiva delle abitazioni, tema su cui il governo ha di recente introdotto una nuova legge, il referendum non c’entra nulla.

Altro episodio emblematico è quello del tribunale civile di Roma ha condannato il Ministero dell’Interno a risarcire con 700 euro un cittadino algerino trasferito nel Cpr di Gjadër, in Albania, ritenendo che il trasferimento fosse avvenuto senza le garanzie procedurali previste dalla legge. La sentenza non riguarda i precedenti penali dell’uomo né mette in discussione la possibilità di espulsione, ma accerta la violazione di diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione e dalla Cedu per l’assenza di un atto formale adeguato e di motivazioni corrette. Il giudice ha quindi riconosciuto un danno non patrimoniale per lesione della libertà personale, applicando le norme vigenti: l’errore, secondo la ricostruzione, è imputabile al ministero dell’Interno.
La vicenda è stata però trasformata in un caso politico: Giorgia Meloni ha citato il risarcimento come esempio di una magistratura che ostacolerebbe la linea del governo sui migranti, inserendo il tema nel dibattito sul referendum sulla giustizia. In realtà, la sentenza non introduce nuovi diritti né blocca le espulsioni, ma ribadisce che anche nelle politiche migratorie lo Stato deve rispettare procedure e tutele previste dall’ordinamento.

Infine il caso della Sea Watch. Nel giugno 2019 Carola Rackete, comandante dell’imbarcazione, entrò a Lampedusa con 42 migranti dopo due settimane in mare, forzando il divieto imposto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini. Durante l’attracco urtò una motovedetta della Guardia di Finanza, fu arrestata per resistenza a nave da guerra ma il Gip la liberò, riconoscendo il dovere di soccorso. Le accuse penali sono poi cadute. Sul piano civile, dopo il dissequestro la nave restò ferma per mesi per un provvedimento amministrativo ritenuto illegittimo. Il Tribunale civile di Palermo ha quindi condannato lo Stato a risarcire l’ONG con circa 76 mila euro per i danni subiti. La sentenza ha riacceso lo scontro politico: per la destra è una decisione assurda, per i giudici è semplice applicazione delle norme sulla responsabilità della pubblica amministrazione. Il caso è diventato simbolo del conflitto tra chiusura dei porti e obblighi di soccorso previsti dal diritto internazionale del mare.
Fratelli d’Italia a questo punto ha lanciato un post sui social, scrivendo che: “Il giudice che condanna lo Stato ha scritto un libro contro il referendum”, accompagnato da una foto del presidente del Tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, insinuando che sia personalmente responsabile della sentenza e facendo intendere che ciò dimostrerebbe una sua presunta faziosità in vista del referendum sulla giustizia, citando anche il fatto che Morosini ha scritto un libro critico sulla riforma costituzionale oggetto di referendum. Tuttavia, la sentenza del 11 febbraio è stata firmata da Maura Cannella, magistrata della terza sezione civile del tribunale, non da Morosini, e non esiste alcun legame giuridico tra quel provvedimento e le opinioni espresse nel libro.

Il richiamo del Presidente della Repubblica

A richiamare tutti alla misura è stato Sergio Mattarella che, nella sua veste di presidente della Repubblica e del Consiglio superiore della magistratura, intervenendo al plenum del CSM ha invitato ad abbassare i toni e a evitare contrapposizioni che rischiano di incrinare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Un monito netto, rivolto tanto alla politica quanto alla magistratura, per riportare il confronto entro i confini della correttezza costituzionale.

Ma la campagna referendaria sembra andare in direzione opposta. I casi di cronaca continuano a essere trasformati in armi retoriche, i social amplificano indignazione e slogan, e il dibattito si sposta sempre più dal merito della riforma allo scontro tra schieramenti. Se l’appello del Capo dello Stato era un tentativo di raffreddare il clima, finora è rimasto inascoltato. E il rischio è che, più che sulla struttura della giustizia, il voto sancirà le sorti dello scontro politico in atto.

Il dl Caivano sta portando al collasso le carceri minorili

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A tre anni dall’entrata in vigore del decreto Caivano, la giustizia minorile italiana si trova ad affrontare la crisi più grave della sua storia recente. Secondo l’Ottavo Rapporto di Antigone sulla giustizia minorile, intitolato «Non ti credo più», le misure repressive introdotte dall’esecutivo hanno infatti portato per la prima volta al sovraffollamento negli Istituti Penali per Minorenni (IPM), con un aumento della popolazione detenuta del 50 per cento tra il 2022 e il 2025. Un dato che appare ancora più preoccupante se confrontato con l’andamento della criminalità giovanile: le segnalazioni di minori all’autorità giudiziaria non hanno subito un incremento significativo, mentre gli omicidi commessi da under 18 sono rimasti sostanzialmente stabili (27 nel 2022, 25 nel 2023 e 26 nel 2024). Antigone sottolinea infatti come l’esplosione dei numeri nelle carceri minorili non sia dovuta a un progressivo aumento della criminalità, bensì «all’esplosione della reazione penale introdotta con le nuove norme».

Il decreto Caivano, approvato nel settembre 2023, ha rappresentato la più grande svolta repressiva sulla giustizia minorile dall’introduzione del codice di procedura penale minorile nel 1988. I numeri parlano chiaro: tra il 2023 e il 2024 la presenza media giornaliera di ragazzi detenuti è passata da 425 a 556, con un aumento del 30,9 per cento. A fine 2025 i ragazzi ristretti erano 572, con picchi di sovraffollamento in istituti come il Beccaria di Milano e Nisida a Napoli, dove si sono toccate rispettivamente 72 e 74 presenze. Ancora più significativo, riporta la ricerca di Antigone, il dato dei trasferimenti tra istituti, aumentati del 147,9 per cento tra il 2022 e il 2024, una pratica che «impedisce un radicamento territoriale e ogni prospettiva di reintegrazione sociale». Desta particolare allarme la situazione dei minori stranieri non accompagnati, i quali costituiscono il 42,3 per cento della popolazione detenuta nonostante commettano reati meno gravi rispetto ai coetanei italiani. Tra i delitti di violenza sessuale e stalking, il 63 per cento degli autori è italiano, mentre sugli omicidi la percentuale sale all’86 per cento. Eppure, denuncia Antigone, «i minori stranieri hanno minori opportunità nel sistema della giustizia minorile»: costituiscono il 23 per cento dei presi in carico dai servizi sociali, ma salgono al 46 per cento degli ingressi in carcere.

La cronaca degli ultimi due anni restituisce l’immagine di un sistema in ebollizione. Dalle proteste di massa agli incendi, fino ai tragici episodi di violenza istituzionale. Il 22 aprile 2024, 13 agenti della polizia penitenziaria del Beccaria di Milano sono stati arrestati per torture e violenze sui minori, con altri 8 sospesi dal servizio. Le indagini hanno poi portato a 42 indagati e 33 parti offese, per fatti che secondo la Procura configurerebbero una vera e propria «tortura» sistemica, protrattasi dal 2021 al 2024. Il 13 agosto 2025, Danilo Riahi, minore tunisino di 17 anni, si è tolto la vita nel Centro di prima accoglienza dell’IPM di Treviso, poche ore dopo essere stato arrestato e immobilizzato con il taser. L’ultimo suicidio in un carcere minorile risaliva al 2003. A fine 2024, nell’IPM di Casal del Marmo a Roma erano stati registrati 188 episodi di autolesionismo e 17 tentati suicidi.

Il report racconta che, nonostante la crescita esponenziale dei ragazzi in carico ai servizi della giustizia minorile (da 13.658 a fine 2022 a 17.027 a fine 2025, con un aumento del 25 per cento), le risorse destinate al Dipartimento per la Giustizia Minorile sono diminuite dell’1,07 per cento nel 2026. Aumentano solo gli stanziamenti per nuove infrastrutture carcerarie, mentre calano i fondi per le attività di reinserimento. Parallelamente, i finanziamenti per l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati sono passati da 170 milioni del 2016 a 115 milioni del 2026, con una riduzione del 32 per cento. Al 31 dicembre 2025, su circa 17mila minori stranieri presenti in Italia, solo 6.646 avevano un posto nel sistema di accoglienza.

Come abbiamo più volte illustrato, il “decreto Caivano” è intervenuto profondamente sul sistema della giustizia minorile, che fino a pochi anni fa era ritenuto un modello a livello europeo per gli ottimi dati sul reinserimento sociale. Il decreto, permeato dalla filosofia del “punire per educare”, ha previsto l’estensione del DASPO urbano, l’aumento della durata del foglio di via, il potenziamento della facoltà di arresto in flagranza e l’aumento di pena per il reato di spaccio di stupefacenti anche di lieve entità. Esso ha anche introdotto nuove disposizioni come la possibilità del questore di vietare l’utilizzo del cellulare, la reintroduzione della custodia cautelare per i minorenni imputati che tentino la fuga (o anche in via precauzionale, se si ritiene che possano fuggire) e l’impossibilità di ricorrere alla messa alla prova in determinate condizioni, nonché una nuova fattispecie di reato che prevede il carcere fino a due anni per i genitori che non mandano a scuola i figli in età di obbligo scolastico. Il decreto costituisce uno dei più emblematici tasselli di un percorso normativo che, di fronte a fenomeni sociali complessi, punta tutto su un approccio puramente punitivo, in particolare attraverso la moltiplicazione delle fattispecie di reato e delle misure repressive.

Parma, un arresto per l’omicidio di tre suore in Burundi nel 2014

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I carabinieri di Parma hanno arrestato Harushimana Guillaume, 50enne originario del Burundi, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare per il triplice omicidio delle suore saveriane Olga Raschietti, Lucia Pulici e Bernardetta Boggian, uccise nel settembre 2014 a Kamenge, Bujumbura. Le prime due furono assassinate il 7 settembre con colpi contundenti e taglio alla gola, la terza decapitata la notte successiva. Dopo due archiviazioni (per difetto di giurisdizione e carenza di elementi), l’inchiesta è stata riaperta nel 2024. Secondo la procura, mandanti ed esecutori avrebbero legami con la polizia segreta burundese e con il generale Adolphe Nshimirimana.

Sahara Occidentale, l’egemonia culturale del Marocco per legittimare l’occupazione

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Dopo l’approvazione di Spagna, Francia, Regno Unito e recentemente degli Stati Uniti del piano di autonomia proposto dal Marocco nel 2007 sui territori occupati del Sahara Occidentale, lo Stato nordafricano sembra aver ottenuto l’autorizzazione per calpestare il diritto internazionale occupando territori che non gli spettano e negando l’autodeterminazione del popolo saharawi. Se da un lato questa situazione si è protratta attraverso l’uso di mezzi militari come le bombe al fosforo scagliate sui civili, la costruzione di un muro lungo 2700 km e la disseminazione di mine antipersona (che rendono...

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Sciopero degli aerei: 300 voli cancellati

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Oggi è in vigore lo sciopero del personale aeroportuale, sia di terra che di volo. Il personale Ita Airways ed EasyJet si fermerà per 24 ore con fascia di garanzia tra le 18 e le 21, mentre quello di Vueling sciopererà dalle 13 alle 17. Nei giorni scorsi Ita Airways aveva fatto sapere che aveva annullato il 55% dei voli previsti; a ora, tra le due compagnie maggiormente coinvolte, sono stati cancellati circa 300 voli. Secondo i sindacati, circa l’87% del personale avrebbe aderito allo sciopero.