martedì 10 Marzo 2026
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Canada: spari contro un consolato USA

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La polizia di Toronto, capitale della provincia canadese dell’Ontario, ha annunciato che oggi, 10 marzo, sono stati segnalati colpi di arma da fuoco contro il consolato statunitense nella città. Non sono stati segnalati feriti e la polizia non ha ancora raccolto informazioni su potenziali autori dell’attacco. Le indagini sono ancora in corso.

Un’auto elettrica nel Sahel: la scommessa industriale del Burkina Faso

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itaoua_sahel auto elettrica Burkina Faso

Una linea di auto elettriche prodotte localmente per rappresentare il riscatto industriale e tecnologico: accade in Burkina Faso, nel cuore del Sahel, mentre il Paese affronta una guerra contro i gruppi jihadisti e una fase politica guidata dalla giunta militare guidata da Ibrahim Traoré.

ITAOUA ed è stato presentato nel gennaio 2025 come il primo marchio nazionale di mobilità elettrica, in un’operazione che ha immediatamente assunto un valore che va oltre il settore automobilistico. Per le istituzioni burkinabé, infatti, non si tratta solo di vendere veicoli, ma di mostrare che anche un Paese povero, fragile e sotto pressione militare può rivendicare un proprio posto nella corsa all’innovazione. Il nome ITAOUA, ispirato alla lingua mooré per richiamare simbolicamente l’idea di futuro e progresso, è anche a una località nei pressi di Ouagadougou, dove è stato inaugurato il primo showroom alla presenza del ministro del Commercio Serge Poda, con la presentazione di due modelli, Native e Sahel, 100% elettrici e con autonomia compresa fra 200 e 330 chilometri. La stampa locale riportava la posizione del manager Alpha Kafando, che sostiene che questi mezzi si inseriscano in una strategia di mobilità sostenibile e riduzione delle emissioni, mentre Poda invitava i burkinabé ad adottare il marchio come contributo allo sviluppo socio-economico del Paese.

Il progetto prevede anche un progressivo ampliamento della gamma con veicoli destinati a segmenti diversi del mercato. Tra questi figura Tenakuru, un modello più equipaggiato, pensato per un utilizzo più versatile e dotato di sistemi come telecamere 3D, tetto panoramico e diverse modalità di guida. A questo si affiancherà Land Elder, un pickup destinato soprattutto a impieghi professionali e commerciali, dal trasporto merci alle attività nei contesti rurali. Nel loro insieme, questi modelli delineano la prima gamma prevista del marchio burkinabé, con l’obiettivo di coprire sia la mobilità urbana sia esigenze di lavoro e logistica in un Paese dove i veicoli multifunzionali sono particolarmente richiesti.

«Scegliendo ITAOUA non scegli solo un mezzo di trasporto, scegli una visione», ha dichiarato il ministro Poda, legando apertamente il marchio a un immaginario di futuro nazionale. È una formula che si inserisce perfettamente nella linea politica promossa dalla giunta guidata da Ibrahim Traoré, centrata sull’idea di emancipazione economica, valorizzazione della produzione locale e riduzione della dipendenza esterna. «Acquistare prodotti locali non è solo un atto patriottico; è una strategia fondamentale per stimolare la nostra industria, creare posti di lavoro dignitosi e garantire la resilienza di fronte alle sfide globali», recitava infatti un comunicato presidenziale anticipando il lancio.

Diverse fonti vicine all’iniziativa – in particolare media cinesi e portali specializzati nel mercato automobilistico africano – suggeriscono che i primi modelli presentati deriverebbero da auto elettriche prodotte in Cina, successivamente adattate e assemblate localmente. Non si tratta dunque di vetture progettata interamente da zero in Burkina Faso, ma di un’operazione industriale più comune nei mercati emergenti: l’avvio di una filiera locale attraverso assemblaggio e adattamento tecnologico di modelli esistenti. La conferma è arrivata direttamente dal direttore Abdoulatif Rouamba, che durante un’inaugurazione aveva spiegato che: «Grazie all’assemblaggio effettuato direttamente in Burkina Faso, potremo ridurre ulteriormente il costo dei veicoli, facilitando così l’accesso ai veicoli elettrici da parte della popolazione».

Una fase che molti Paesi hanno attraversato prima di sviluppare una propria capacità progettuale autonoma e che, nelle intenzioni dei promotori, potrebbe rappresentare il primo passo verso una vera industria automobilistica nazionale. Diversi analisti hanno fatto notare che operazioni simili sono state lanciate in Nigeria con il marchio Innoson Vehicle Manufacturing e in Ghana con Kantanka.

Il lancio di ITAOUA, però, avviene in un contesto nazionale particolarmente complesso. Il Burkina Faso attraversa da anni una profonda crisi di sicurezza legata alla presenza di gruppi jihadisti affiliati ad Al-Qaida e allo Stato Islamico, che controllano o influenzano ampie porzioni del territorio, soprattutto nel nord e nell’est del Paese. Dal 2022 il potere è nelle mani del capitano Ibrahim Traoré, arrivato alla guida dello Stato con un colpo di Stato militare. Il suo governo ha adottato una linea fortemente sovranista e panafricanista, puntando su una retorica di emancipazione economica, valorizzazione delle risorse nazionali e riduzione della dipendenza dai partner occidentali. Negli ultimi anni il Burkina Faso ha rafforzato la cooperazione con altri Paesi saheliani guidati da giunte militari, come Mali e Niger, creando nel 2023 l’Alleanza degli Stati del Sahel, mentre sul piano economico Traoré insiste sulla necessità di sviluppare produzioni locali, industrializzazione e autosufficienza energetica. In questo quadro, iniziative come ITAOUA vengono presentate dal governo non solo come progetti industriali, ma come simboli di una strategia più ampia di rilancio nazionale e autonomia tecnologica

La svolta della Cina: la crescita del PIL sparisce dagli obiettivi economici

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Per la prima volta in più di trent’anni, la Cina ha deciso di abbassare le aspettative di crescita del PIL. L’annuncio è stato fatto dal premier Li Qiang nel corso del consueto appuntamento annuale delle Due Sessioni, le riunioni tra Assemblea Nazionale del popolo e Conferenza consultiva del popolo, nel quale si decidono gli obiettivi economici, politici e militari dell’anno corrente. Dopo anni in cui gli obiettivi si sono aggirati dal 5% in sui, il premier ha infatti annunciato che quello fissato dal governo per il 2026 si attesterà su un intervallo tra il 4,5 e il 5%. Con questa misura, che ha fatto particolarmente scalpore nella stampa occidentale in quanto sancirebbe il rallentamento economico che da anni attanaglia il Paese, il governo intende mandare un messaggio chiaro: in questa fase storica appare necessario abbandonare la ricerca affannosa del PIL, accettare la situazione e i limiti del contesto socioeconomico cinese e iniziare una transizione verso una crescita economica basata sulla sostenibilità e sulla qualità, invece che sulla quantità e sui numeri.

Questa visione economica si sposa perfettamente con gli obiettivi messi a punto dal Comitato Centrale del Partito Comunista cinese nel XV piano quinquennale (che verrà approvato ufficialmente entro la prossima settimana), attraverso il quale il Paese darà vita ad un processo di trasformazione industriale basato, tra le altre cose, sull’innovazione tecnologica. Questi elementi, che caratterizzeranno la Cina del decennio a venire, sono stati affrontati nelle riunioni degli scorsi giorni; davanti all’incertezza economica globale, il Paese punterà sull’autosufficienza tecnologica per prevenire limitazioni commerciali imposte da rivali internazionali come gli Stati Uniti. In quest’ottica, il settore dell’intelligenza artificiale, dei semiconduttori, della biomedicina e dell’industria aerospaziale diventano punti cardine dello sviluppo industriale e degli investimenti del governo.

Alla base della corsa verso l’autosufficienza risiede la necessità di mettere mano sullo squilibrio tra offerta e domanda interna: tra gli obiettivi principali annunciati durante le Due Sessioni e nel XV piano quinquennale l’espansione dei consumi interni resta uno dei propositi più complessi da portare a termine, complice, tra gli altri, la crisi del settore immobiliare e un tasso di disoccupazione giovanile pari al 17%. L’aumento nei consumi potrebbe rivelarsi una mossa efficace in virtù dei dati demografici, seppur in calo, della popolazione cinese. Tale crescita permetterebbe così di porre fine definitivamente al paradigma della “fabbrica del mondo”, che per lungo tempo si è basato principalmente sulle esportazioni e le fluttuazioni del mercato internazionale.

Spazio anche alla definizione degli obiettivi militari: in leggero calo la previsione della spesa per la difesa nazionale che passa dal 7,2% al 7%. L’innovazione tecnologica entra anche nel settore militare, con lo stesso premier Li che ha riconosciuto i progressi nell’addestramento militare e nel combattimento. Nonostante il momento storico di profonda incertezza, nel quale la Cina sembra restare a guardare gli sconvolgimenti che la circondano, la posizione assunta in ambito militare sembra essere particolarmente conservativa, dove non si registrano preoccupazioni riflesse negli obiettivi annuali. Attraverso le parole di Li Qiang si può osservare una inconsueta aggressività nella formula utilizzata per rivolgersi a Taiwan, per la quale Pechino ha promesso di «reprimere» eventuali azioni separatiste. Il premier, inoltre, ha riaffermato l’interesse da parte della Repubblica Popolare di insistere sulla politica dell’Una sola Cina e del Consenso del ‘92, che riscontra peraltro l’accordo del Kuomintang, partito attualmente all’opposizione del governo taiwanese e vicino alle posizioni di Pechino.

Con la chiusura dell’evento e l’attesa per l’ufficializzazione del nuovo piano quinquennale, si aprono settimane di grande fermento per la visita prevista per fine marzo di Donald Trump nella Repubblica Popolare. Davanti al fuoco della guerra e all’imprevidibilità statunitense, la Cina sceglie ancora una volta di muoversi lentamente mentre pianifica i cambi essenziali dei prossimi anni.

Mali, attacchi di gruppi islamisti: 12 morti

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Militanti di Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), milizia islamista affiliata ad Al Qaeda, hanno ucciso 10 camionisti e due apprendisti nella regione di Kayes, nel Mali occidentale. La notizia è stata data dall’ONG Human Rights Watch, in un rapporto riguardante gli attacchi dello scorso gennaio. Secondo testimoni locali, i miliziani di JNIM avrebbero preso di mira un convoglio di 40 camion, che trasportava carburante verso la regione di Kayes. Il convoglio era partito dalla capitale del Senegal, Dakar, il 27 gennaio per attraversare il confine con il Mali il giorno successivo. Da settimane JNIM sta portando avanti una offensiva contro gli Stati del Sahel, prendendo di mira la catena di approvvigionamento di carburante.

La magistratura tedesca processa gli ambientalisti per “organizzazione criminale”

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Processare gli ambientalisti per “organizzazione criminale” non è più una novità in Germania, che da un paio d’anni a questa parte ha visto abbattersi su Letzte Generation una forte repressione giudiziaria. Il movimento ambientalista e non violento si è sciolto nel 2025 proprio a seguito delle incriminazioni dei suoi attivisti nonché della violenza poliziesca; ora la Procura di Monaco alza il tiro e indaga su Melanie Guttmann e Lea Bonasera, co-fondatrici dell’organizzazione. A essere contestato è ancora una volta l’articolo 129 del Codice Penale, ideato per combattere la criminalità organizzata e oggi usato contro attivisti pacifici, come sottolineano giuristi e associazioni per i diritti umani.

Secondo la Procura di Monaco, Melanie Guttmann e Lea Bonasera avrebbero guidato un’organizzazione con scopi criminali. L’accusa è stata depositata al Tribunale Regionale, che dovrà decidere se dare luogo al processo oppure no. Le co-fondatrici di Letzte Generation rischierebbero fino a cinque anni di carcere. Entrambe respingono il teorema accusatorio: «Abbiamo protestato pacificamente per la protezione del clima e questo non dovrebbe essere criminalizzato», dice Bonasera al Taz. La strategia messa in campo da Letzte Generation si ispirava ai principi della non violenza, prediligendo l’azione diretta del blocco stradale«Le soglie per applicare l’articolo 129 sono molto alte — commenta Green Legal Impact — e trasformare manifestanti pacifici in una minaccia per la sicurezza pubblica crea un precedente pericoloso. La Procura tenta persino di attribuire alla Letzte Generation la violenza di alcuni automobilisti per costruire questa presunta minaccia. Questo rovesciamento tra vittime e responsabili è assurdo».

Se l’impianto accusatorio dovesse essere accettato dai giudici si creerebbe un nuovo precedente repressivo in Germania, mettendo sullo stesso piano criminalità organizzata e protesta politica, tutelata costituzionalmente. Bonasera parla di attacco alla democrazia e di intimidazione nei confronti dei manifestanti, che negli ultimi anni sono ritornati a occupare un ruolo rilevante nella scena pubblica. L’ambiente resta un argomento cardine, come dimostrano le preferenze raccolte dai Verdi alle varie tornate elettorali, ma non isolato: si pensi alle recenti mobilitazioni contro il genocidio del popolo palestinese o agli scioperi per gli aumenti salariali. I manifestanti si sono ritrovati di fronte violenza poliziesca e repressione, al punto da far arretrare il terreno democratico. Lo ha messo nero su bianco l’organizzazione internazionale CIVICUS, da anni impegnata nel monitoraggio dello stato di salute della democrazia nel mondo. Per il 2024, CIVICUS ha declassato lo spazio civico tedesco, da “ristretto” a “ostruito” (fino al 2022 la Germania vantava piene opportunità civili). «Questa valutazione significa che lo spazio civico è fortemente limitato, con le autorità che impongono vincoli legali e sostanziali al pieno godimento dei diritti fondamentali. La Germania si unisce ad altri 39 Paesi con la stessa valutazione, tra cui Ungheria, Brasile e Sudafrica».

Giorgia Meloni: “Non condanno né condivido l’attacco all’Iran, non ho elementi”

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Dopo essersi detta «preoccupata da un conflitto che, in particolare con la reazione scomposta dell’Iran, comporta il rischio di un’escalation», Giorgia Meloni è tornata a parlare della guerra in Asia Occidentale. Durante un’intervista a Fuori dal Coro, il programma condotto da Mario Giordano, alla presidente del Consiglio è stato chiesto se condivida o condanni l’intervento militare di Israele e Stati Uniti in Iran. «Risponderei nessuno dei due — ha detto Meloni — perché io non ho oggettivamente gli elementi necessari, come non ce li ha quasi nessuno in Europa, anzi nessuno, per prendere una posizione che sia da questo punto di vista categoria». Eppure gli elementi sono chiari e fanno capo al diritto internazionale, il quale vieta aggressioni alla sovranità di un altro Stato senza il consenso del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Una materia che evidentemente la leader di Fratelli d’Italia conosce bene, avendo dichiarato nella stessa intervista che «dobbiamo fare i conti con un quadro nel quale sono oggettivamente saltate le regole del diritto internazionale».

Cambiano gli studi radiotelevisivi ma non la sostanza. Fresca degli elogi ricevuti da Donald Trump, Meloni non prende posizione sull’aggressione israelo-americana all’Iran, nonostante le centinaia di vittime provocate e le ripercussioni economiche già giunte in Italia, a suon di aumenti generalizzati su bollette, gas e benzina. Dopo aver sostanzialmente scaricato la colpa del conflitto su Teheran, prima ai microfoni di RTL e poi a quelli di Canale 5, Meloni ha deciso di non condannare né condividere l’intervento militare voluto da Israele e appoggiato dagli USA. Durante un’intervista a Fuori dal coro, la presidente del Consiglio dice di non avere gli elementi necessari per prendere posizione, aggiungendo che soltanto il premier spagnolo Pedro Sánchez lo ha fatto. Quest’ultimo non ha usato mezzi termini nel condannare l’attacco unilaterale, configuratosi come una violazione del diritto internazionale. A venir meno sono sia i presupposti della legittima difesa sia il consenso del Consiglio di Sicurezza dell’ONU — gli unici due casi che legittimano l’uso della forza tra gli Stati.

In un passaggio successivo della sua intervista, Meloni cita parzialmente Rafael Grossi, capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), sulle scorte iraniane di uranio arricchito e dichiara: «l’Iran sarebbe arrivato a un livello di arricchimento dell’uranio molto più alto di quello che serve per usi civili. Oggettivamente nessuno può permettersi che il regime degli Ayatollah si doti di armi nucleari, atteso che ha anche missili a lungo raggio». Nessuna parola sulle contestuali precisazioni dell’AIEA, secondo cui «non vi sono prove che l’Iran stia costruendo una bomba nucleare».

Dopo oltre due anni passati a coprire le violazioni del diritto internazionale compiute dagli alleati — si pensi ai voli effettuati da Netanyahu sui cieli italiani nonostante il mandato di cattura della Corte Penale Internazionale — ci si accorge che il banco è saltato e a regnare nelle relazioni statali è il caos. La mancata condanna all’aggressione israelo-americana così come le dichiarazioni successive suggeriscono una posizione di rassegnazione di fronte alla legge del più forte: «Dobbiamo fare i conti con un quadro nel quale sono oggettivamente saltate le regole del diritto internazionale», dice Meloni.

Ursula von der Leyen e Kaja Kallas, rispettivamente presidente della Commissione europea e Alta Rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri, alzano il tiro e suggeriscono un adattamento all’ordine mondiale coercitivo. «L’Europa non può più essere custode del vecchio ordine mondiale, di un mondo che non c’è più e che non tornerà», ha detto Ursula von der Leyen alla conferenza annuale degli Ambasciatori Ue a Bruxelles. Anche in quest’occasione, seguendo l’esempio dell’alleata ritrovata Giorgia Meloni, i vertici comunitari non hanno condannato l’aggressione israelo-americano all’Iran. Cade dunque la maschera del rispetto (a intermittenza) del diritto internazionale che ha segnato l’Unione europea nella sua storia recente, tra gestioni opache di dati e informazioni, libertà dei migranti violatecomplicità nel genocidio del popolo palestinese.

DIRETTA – Guerra in Iran: telefonata Trump-Putin – Iran: continueremo blocco del petrolio – Ancora attacchi israeliani in Libano

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Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è ora succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica e lunedì, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio.


Sono sempre di più le Nazioni asiatiche che stanno annunciando piani e misure di austerità per ridurre i consumi a fronte del blocco dello Stretto di Hormuz: Thailandia e Vietnam hanno chiesto ai propri lavoratori e alle aziende di potenziare il lavoro da remoto per ridurre viaggi e spostamenti; le Filippine hanno ridotto la settimana lavorativa negli uffici pubblici a quattro giorni e sospeso le attività governative non essenziali; il Pakistan ha chiuso le scuole per due settimane e iniziato a potenziare il telelavoro nel pubblico; il Bangladesh ha invece chiuso le università anticipando le vacanze per l’Eid al Fitr, la festa di fine Ramadan.


Il generale dell’aeronautica statunitense Dan Caine ha annunciato che gli Stati Uniti avrebbero distrutto un totale di 50 navi da guerra iraniane nei primi 10 giorni di guerra. L’annuncio è arrivato in occasione di una conferenza stampa tenutasi a Washington, in cui il generale ha ribadito la presunta superiorità degli USA sul campo. L’Iran non ha commentato le sue dichiarazioni.


I Pasdaran non apriranno lo Stretto di Hormuz finché continueranno gli attacchi di Stati Uniti e Israele. Il presidente USA Donald Trump ha risposto con un post su Truth: «Se l’Iran bloccherà il flusso di petrolio nello stretto di Hormuz, sarà colpito venti volte più duramente di quanto successo finora».

Alla minaccia ha ribattuto Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale dell’Iran: «La nostra nazione non ha paura delle tue vuote minacce. Perfino chi contava più di te non è riuscito a eliminare l’Iran. Attento a non farti eliminare anche tu».


Il blocco delle reti internet in Iran dura ormai da 240 ore: lo ha registrato NetBlocks, che lo definisce “ra i più gravi blocchi di Internet imposti dal governo a livello nazionale mai registrati a livello mondiale, e il secondo più lungo registrato in Iran dopo le proteste di gennaio, con il Paese che ha trascorso un terzo del 2026 offline”.


Una nuova ondata di missili è stata lanciata dall’Iran verso Israele, come confermano entrambe le parti. L’esercito iraniano ha dichiarato di aver attaccato una raffineria di gas e petrolio ad Haifa.


  • Trump e Putin hanno discusso della situazione in Medio Oriente, in Ucraina e Venezuela, nella prima telefonata tra i due leader dall’inizio del conflitto – e in oltre due mesi. Yuri Ushakov, portavoce del Cremlino, ha dichiarato alla TASS che la telefonata è stata costruttiva e “avrà senza dubbio un’importanza pratica per il futuro lavoro dei due Paesi in vari settori della politica internazionale”. Putin avrebbe proposto soluzioni diplomatiche per risolvere il conflitto in Iran, mentre gli USA avrebbero “condiviso una valutazione della situazione nel contesto dell’operazione in corso tra Stati Uniti e Israele”. Si è discusso poi anche dei colloqui trilaterali sull’Ucraina e la situazione in Venezuela, quest’ultima “principalmente dal punto di vista degli sviluppi nel mercato petrolifero globale”.
  • Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha ribadito che i negoziati con gli Stati Uniti sono fuori discussione al momento: “abbiamo negoziato con loro lo scorso anno, a giugno, e ci hanno attaccato nel mezzo delle trattative. E di nuovo, quest’anno, hanno cercato di convincerci che questa volta è diverso”. Araghchi ha poi aggiunto che, per il momento, la neo-eletta Guida Suprema Mojtaba Khamenei non rilascerà dichiarazioni pubbliche, ma che la sua scelta garantirà “continuità” e “stabilità”.
  • Nel corso di una conferenza stampa, il presidente USA Trump ha dichiarato che la guerra è ormai prossima al termine e che gli USA hanno “spazzato via ogni singola forza militare in Iran”. Secondo il presidente, inoltre, prima dell’intervento militare congiunto con Israele Teheran sarebbe stata sul punto di “conquistare” l’intero Medio Oriente. Ancora una volta, però, non sono state fornite specifiche su quali siano gli obiettivi militari USA nel Paese, ad oggi sconosciuti.
  • Poche ore dopo, in un post sul proprio social Truth, il presidente ha dichiarato che se continueranno i blocchi iraniani di petrolio nello Stretto di Hormuz, Washington intensificherà i propri attacchi sul Paese, promettendo “morte, fuoco e furia” sulla popolazione. “Questo è un dono degli Stati Uniti d’America alla Cina e a tutte quelle nazioni che fanno ampio uso dello Stretto di Hormuz” ha dichiarato il presidente USA. Il post è una risposta a quanto dichiarato dai pasdaran, che hanno proclamato il blocco dello Stretto fino a che gli attacchi non si fermeranno.
  • Lanci di droni e missili e bombardamenti sono comunque proseguiti per tutta la notte: droni hanno attaccato i giacimenti petroliferi di Shaybah, in Arabia Saudita, e quelli di Bapco, in Bahrein, mentre numerosi sono stati intercettati in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti, oltre che in Israele.
  • L’Australia invierà aerei per la ricognizione a lungo raggio (E-/A Wedgetail) e personale di supporto nel Golfo per aiutare a proteggere la popolazione civile dell’area dagli attacchi provenienti dall’Iran, oltre a forniture di missili aria-aria a medio raggio avanzati agli Emirati Arabi Uniti. “Non stiamo intraprendendo azioni offensive contro l’Iran e non stiamo schierando truppe australiane sul territorio iraniano” ha dichiarato il primo ministro Anthony Albanese, specificando che la priorità è unicamente quella di “garantire la sicurezza degli australiani”. Ci sono 115 mila australiani in Medio Oriente, 24 mila dei quali negli Emirati.
  • Nel frattempo prosegue l’offensiva israeliana in Libano, dove l’esercito israeliano ha condotto una serie di attacchi aerei contro la brigata Al-Qard Al-Hasan, affiliata di Hezbollah, colpendo oltre trenta siti. L’IDF ha anche ucciso tre persone a Gaza, accusandole di “terrorismo” e di aver “tentato di oltrepassare la linea gialla” che segna il confine del carcere a cielo aperto per la popolazione gazawa, oltre il quale Israele detiene il controllo.

Regno Unito, Camera dei Comuni boccia il divieto dei social per under 16

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La Camera dei Comuni del Regno Unito ha respinto la proposta di vietare l’uso dei social media ai minori di 16 anni, presentata dal Partito Conservatore come emendamento al “Children’s Wellbeing and Schools Bill”. La misura, già approvata dalla Camera dei Lord, è stata bocciata con 307 voti contrari e 173 favorevoli. I conservatori hanno accusato il premier Keir Starmer di esitazione; i Liberal Democratici hanno sostenuto che la scelta del governo non offre risposte immediate alle famiglie. Intanto il Parlamento ha approvato nuovi poteri per la ministra della Tecnologia Liz Kendall, che potrà introdurre in futuro restrizioni sull’uso delle piattaforme social.

La fertilità nei Paesi europei è al nuovo minimo storico: 1,34 figli per donna

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In tutta Europa si fanno sempre meno figli. È quanto emerge dagli emblematici dati diramati da Eurostat, che attestano come, nel 2024, il tasso di fertilità nell’UE abbia toccato il suo valore più basso, fermandosi a 1,34 figli per donna. Nel 2023, la media era di 1,38. Tra i Paesi membri, Malta ha registrato il tasso più basso (1,01), mentre l’Italia è a 1,18. In controtendenza, la Bulgaria guida con 1,72. Emerge inoltre un ritardo nella maternità rispetto al passato: le over 30 risultano essere le più feconde, con l’età media al primo figlio che sale a 29,9 anni. Infine, cresce il contributo delle madri straniere, che rappresentano il 24% dei parti.

Nello specifico, i dati raccontano che le nuove nascite sono state 3,55 milioni, con un calo del 3,3% rispetto al 2023. Il dato si allontana sempre più dalla soglia di sostituzione (2,1 figli), avvicinandosi alla soglia critica dell’1,3, con conseguenti rischi di invecchiamento della popolazione e pressione su welfare e pensioni. L’unico Stato europeo che ha fatto registrare una crescita del proprio tasso di fertilità è stata la Slovenia (passata da 1,51 del 2023 a 1,52 dell’anno successivo). Per tutti gli altri, c’è una discesa, spesso anche molto pronunciata. Dopo Malta, i dati peggiori li fanno segnare la Spagna (1,10), la Lituania (1,11) e la Polonia (1,14), dopo la quale c’è il nostro Paese (il calo rispetto al 2023 è di 0,03). Più in alto ci sono la Germania (1,36) e la Francia (1,61). Eloquente è anche il dato relativo al tasso di fecondità, che, secondo l’analisi di Eurostat, è in progressiva crescita dal 2004, attestandosi nel 2024 a 29,9 anni. A sfondare sonoramente quota 30 è il nostro Paese, che guida la classifica delle neo-mamme più “vecchie”, con un’età media di 31,9 anni. All’estremo opposto c’è ancora la Bulgaria, dove l’età media scende a 26,9 anni.

Il rapporto evidenzia come anche il tasso di natalità lordo – ovvero il numero di bambini nati vivi ogni mille abitanti, sia in forte calo. La parabola discendente parte dal 1970, quando era pari a 16,4; 15 anni dopo scendeva a 12,8, nel 2000 a 10,5 e, nel 2024, a 7,9 (nemmeno la metà, dunque, della cifra fatta segnare cinque decenni fa). Viene inoltre fatta luce su un altro fenomeno rilevante, ovvero il contributo ai numeri esposti dell’immigrazione intra ed extra Unione Europea. Come attestato dalla ricerca, infatti, nel 2024 il 24% dei neonati era di “madre straniera”, nata dunque in un Paese diverso da quello del bambino. Tale quota vede un continuo incremento dal 2013, con il Lussemburgo a guidare la classifica (qui la percentuale di neonati con madre straniera è addirittura del 68%). A presentare i tassi più bassi sono invece gli Stati dell’Est, Bulgaria, Romania e Slovacchia, dove il 97% dei neonati hanno una mamma nata nel loro stesso Paese.

Un report Istat uscito nel dicembre del 2024, intitolato “I giovani nelle città metropolitane: la fragilità dei percorsi educativi nei contesti urbani”, aveva segnalato come le grandi città del nostro Paese si stiano pian piano svuotando di giovani. Secondo le statistiche dettagliate nella ricerca, infatti, nell’ultimo trentennio un milione e mezzo di ragazze e ragazzi hanno abbandonato i grandi centri urbani della Penisola. Al 1° gennaio 2024, i giovani di età compresa tra gli 0 e i 24 anni che risiedono nelle città metropolitane sono 4,8 milioni, ovvero il 36,8% del totale italiano. Essi costituiscono il 22,6% della popolazione complessiva e sono diminuiti di oltre 1,5 milioni rispetto al 1993. Un declino attribuibile a una combinazione di fattori, tra i quali spiccano la riduzione delle nascite e della fertilità e il crescente invecchiamento della popolazione. L’immigrazione, che in passato ha contribuito a mitigare la perdita di giovani, appare non più sufficiente a bilanciare il calo demografico.

“Semi di libertà”: il nuovo numero del Mensile de L’Indipendente

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Da oggi è disponibile sul nostro sito il nuovo numero del Mensile de L’Indipendente, la rivista rilegata e da conservare al cui interno troverete 80 pagine di contenuti esclusivi, tra inchieste e approfondimenti riguardanti ambiente, diritti, consumo critico e molto altro. Si tratta di notizie che non troverete su altri media, perchè noi, al contrario della maggior parte dei mezzi di informazione, non ospitiamo pubblicità e non siamo dunque influenzabili da poteri politici e interessi economici. L’inchiesta di copertina di questo mese riguarda la rivoluzione silenziosa di contadini e ricercatori che difendono la biodiversità attraverso la coltivazione di varietà di sementi al di fuori dei cataloghi industriali, lottando per la sovranità alimentare e il diritto a colitvare in libertà nell’era dei brevetti.

Il mensile de L’Indipendente ha come sottotitolo i tre pilastri che ne definiscono la cifra giornalistica: inchieste, consumo critico, beni comuni. Ogni parola è stata scelta con cura, racchiudendo ciò che vogliamo e possiamo fare, perché non abbiamo padroni, padrini o sponsor da compiacere. Esse rappresentano i tre punti cardinali che sono alla base del nostro impegno giornalistico: inchieste (per svelare i lati nascosti della politica e dell’economia), consumo critico (per vivere meglio, certo, ma anche per promuovere scelte consapevoli capaci di colpire gli interessi privilegiati) e beni comuni (perché la nostra missione è quella di leggere la realtà nell’interesse dei cittadini e non delle élite oligarchiche che controllano i media dominanti). All’interno del mensile ci saranno poi, naturalmente, approfondimenti sull’attualità e sui temi che caratterizzano da sempre la nostra agenda: esteri, geopolitica, ambiente, diritti sociali.

Questi sono solamente alcuni dei contenuti che potrete ritrovare nel nuovo numero:

  • la società israeliana, vista da dentro – il racconto di giovani israeliani antisionisti che vivono tra Gerusalemme e Tel Aviv, in una quotidianità segnata dalla presenza diffusa delle armi, dal peso dell’educazione militare e da un sistema che contribuisce a normalizzare la guerra;
  • la verità sul pane industriale – processi rapidi e standardizzati, che privilegiano resa e conservazione piuttosto che qualità e digeribilità, caratterizzano uno degli alimenti più consumati, tra coadiuvanti tecnologici, enzimi non dichiarati in etichetta e farine raffinate, che perdono gran parte dei nutrienti originari;
  • la morte di internet come modello di business – come automazione, centralizzazione e modelli estrattivi stanno svuotando il web di contenuti autentici, memoria e partecipazione umana;
  • da dove iniziare per vivere in un ecovillaggio – dalle comunità storiche agli insediamenti più recenti, gli ecovillaggi italiani sfuggono alle definizioni e raccontano un mosaico di esperienze fondate su vita condivisa, sostenibilità e responsabilità reciproca, con l’autoproduzione e la cura delle relazione come princìpi cardine.

Il nuovo numero del mensile de L’Indipendente è acquistabile (in formato cartaceo o digitale) sul nostro shop online, ed è disponibile anche tramite il nuovo abbonamento esclusivo alla rivista, con il quale potreste ricevere la versione cartacea a casa ogni mese per un anno al prezzo di 90 euro, spese di spedizione incluse. Per consultare le modalità dell’abbonamento ed, eventualmente, sottoscriverlo potete cliccare qui: lindipendente.online/abbonamenti.