mercoledì 4 Febbraio 2026
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Gaza: la farsa della riapertura del valico di Rafah da parte di Israele

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Sono passati quasi due anni da quel maggio del 2024 in cui Israele ha preso il pieno controllo del valico di Rafah, il confine che separa la Striscia di Gaza e l’Egitto. Lunedì 2 febbraio è stato ufficialmente riaperto. Il riavvio delle operazioni, tuttavia, non risponde alle richieste che ONG e organizzazioni internazionali hanno avanzato a Israele per mesi: il transito consentito è solo quello pedonale, e riguarda unicamente i palestinesi che desiderano rientrare in patria e quelli che devono uscire per necessità mediche. Nel primo giorno di operazioni il traffico ha interessato solo qualche decina di persone, cinque per motivi sanitari; niente aiuti, niente giornalisti, entrate e uscite col contagocce, sotto la rigida supervisione dell’esercito israeliano. Esercito che oggi, come negli scorsi giorni, ha continuato silentemente le proprie operazioni nella Striscia, colpendo diverse località dell’exclave palestinese e uccidendo oltre 20 persone.

La riapertura del valico di Rafah è stata annunciata lo scorso 30 gennaio dal Cogat, l’ente israeliano che si occupa di gestire le attività civili nella Palestina occupata. Domenica 1° febbraio si è svolto un «progetto pilota» per testare e valutare il funzionamento dell’attraversamento, e il giorno dopo è stato ufficialmente riaperto. La prima giornata di apertura, tuttavia, è proceduta a rilento: da quanto comunicavano le autorità egiziane, 50 palestinesi avrebbero dovuto attraversare il valico sia in entrata che in uscita; l’emittente qatariota Al Jazeera, scrive che nella giornata di lunedì sarebbe entrato un autobus con a bordo 12 persone, il primo ad attraversare il confine dopo 18 mesi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha invece comunicato di avere «supportato l’evacuazione medica di 5 pazienti e 7 accompagnatori in Egitto», in quella che risulta la prima missione a passare da Rafah da marzo 2025.

«L’uscita e l’ingresso nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah saranno consentiti in coordinamento con l’Egitto, previa autorizzazione di sicurezza da parte di Israele e sotto la supervisione della missione dell’Unione Europea, in modo simile al meccanismo implementato nel gennaio 2025», spiega il Cogat. «Il rientro dei residenti dall’Egitto nella Striscia di Gaza sarà consentito, in coordinamento con l’Egitto, solo per i residenti che hanno lasciato Gaza durante la guerra e solo previa autorizzazione di sicurezza da parte di Israele», continua. Insomma: la missione europea EUBAM sottoporràprevia autorizzazione di Israele – alle autorità egiziane una lista con i nomi delle persone che intendono lasciare la Striscia e con la loro destinazione; viceversa, le autorità egiziane presenteranno un elenco di coloro che vogliono entrare. Le operazioni di controllo in entrata e in uscita includono identificazioni e screening dei palestinesi che intendono superare il confine, nonché un secondo processo di controllo «presso un corridoio designato, gestito dalle strutture di difesa in un’area sotto il controllo delle IDF», che hanno istituito un posto di blocco denominato “Regavim”.

La tanto attesa riapertura del valico di Rafah, insomma, è solo parziale; il flusso di persone ha finora interessato solo qualche decine di palestinese sotto condizioni imposte dalla stessa Israele, mentre aiuti e giornalisti non possono ancora entrare liberamente. Secondo fonti diplomatiche citate dall’agenzia di stampa Reuters, inoltre, Israele intende concedere più uscite che entrate, presumibilmente nell’ottica di una iniziale realizzazione del piano di deportazione avanzato da Trump lo scorso anno. La ripresa delle attività a Rafah arriva infatti dopo l’inizio della cosiddetta “Fase 2” dell’accordo di cessate il fuoco siglato lo scorso ottobre, che prevede il passaggio dell’amministrazione della Striscia nelle mani di un gruppo di tecnocrati palestinesi, supervisionati dal Board of Peace, la nuova istituzione internazionale di Trump volta a smantellare l’ONU. Né la Fase 2, né la riapertura del confine, inoltre, hanno fermato gli attacchi israeliani, che sebbene con minore intensità non si sono mai realmente arrestati. Oggi stesso le IDF hanno lanciato diffusi attacchi in tutta la Striscia, uccidendo almeno 23 persone. Tra gli uccisi, riporta lo stesso esercito, ci sarebbe anche Bilal Abu Assi, un comandante del braccio armato di Hamas; il gruppo palestinese non ha ancora confermato la sua morte.

Il motivo per cui non abbiamo (ancora) pubblicato quasi niente sugli Epstein Files

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Negli ultimi giorni, il nome di Jeffrey Epstein è tornato a occupare titoli, aperture di telegiornali, breaking news e commenti “a caldo”. Molte testate hanno ingaggiato una corsa contro il tempo per commentare documenti appena desecretati dal Dipartimento di Stato americano, isolando nomi, mail, allusioni e pettegolezzi. “Le 12 accuse di stupro a Donald Trump negli Epstein Files”, “Musk e quelle email a Epstein che lo smentiscono: «Quando ci sarà la festa più scatenata?»”, “Bill Gates e le malattie veneree con le escort russe”, “Caso Epstein: mail shock da Sarah Ferguson, ex moglie di Andrea”. Titoli eloquenti, costruiti per catturare attenzione e traffico. L’Indipendente, in controtendenza, ha scelto di pubblicare finora un solo articolo, dedicato al crollo definitivo del mito di Bill Gates, coinvolto nel caso Epstein, come filantropo globale. Non per disinteresse, né per eccesso di cautela, ma per metodo. Davanti a oltre tre milioni di file, fingere di aver già compreso tutto sarebbe intellettualmente scorretto, una forma di gossip giudiziario spacciato per informazione. Preferiamo, invece, fermarci, leggere, analizzare, verificare. In altre parole: fare giornalismo.

Come già avevamo spiegato in un editoriale pubblicato nel 2023, L’Indipendente su alcuni temi pratica consapevolmente un modello di “giornalismo lento” (slow journalism come viene definito in gergo con il solito inglesismo). Non perché sia una posa, ma perché è l’unico antidoto possibile alla bulimia informativa e alla pressione costante a pubblicare subito, anche quando non si è ancora capito nulla. È anche un metodo di autodifesa: contro le indiscrezioni, contro la tentazione del rilancio acritico, contro il rischio – tutt’altro che remoto – di amplificare e diffondere bufale. Pubblicare in ritardo non significa “bucare” una notizia: in molti casi significa pubblicarla meglio. Vuol dire sottrarsi alla dittatura dell’“eterno presente” delle breaking news, che consumano i fatti prima di spiegarli e riducono l’informazione a un flusso istantaneo e subito dimenticabile.

Chi oggi racconta con sicurezza cosa “c’è” negli Epstein Files omette un dettaglio fondamentale: nessuna redazione internazionale ha avuto il tempo materiale di leggere e scandagliare tre milioni di documenti. Si procede per estratti, anticipazioni, file selezionati, spesso decontestualizzati. Il risultato è una narrazione frammentaria, che privilegia il nome noto e l’aneddoto piccante. Trump, Musk, il principe Andrea, Bill Gates diventano calamite mediatiche, mentre il contesto scompare. Così, le stesse testate che ieri liquidavano come paranoia gli accostamenti di Epstein al Mossad ora, riprendendo il Daily Mail, sbattono in prima pagina una fantomatica strategia chiamata «kompromat», utilizzata dal finanziere pedofilo – diventato per taluni il «gestore patrimoniale di Vladimir Putin» –  che avrebbe agito per conto dei servizi segreti russi, procurando donne a numerosi personaggi influenti, per poi ricattarli. Inseguire il sensazionalismo rischia di ridurre un’inchiesta potenzialmente enorme – che non si limita né a crimini sessuali né tantomeno al pettegolezzo – a una lista di indiscrezioni, buone per alimentare il ciclo mediatico, ma inutili per comprendere i meccanismi che il caso Epstein chiama in causa. E che passa per la geopolitica, l’intelligence, un sistema articolato di ricatti e leve di potere.

Il nostro obiettivo non è rincorrere il particolare che rimbalza sui social o l’ennesima “rivelazione shock”, ma capire cosa c’è davvero di rilevante in quei documenti: connessioni, omissioni, responsabilità sistemiche, silenzi istituzionali. Per questo stiamo lavorando sui documenti senza fretta e senza clamore, con l’intenzione di restituire ai lettori ciò che conta davvero. Tutto il resto è rumore, destinato a sparire all’orizzonte con il prossimo scandalo.

C’è poi una contraddizione che merita di essere evidenziata. Per anni, gran parte dei media mainstream ha derubricato il caso Epstein a “teorie del complotto”, facendo passare l’idea, cavalcata prima dai DEM e poi dallo stesso Trump, che il sistema Epstein fosse una “truffa” o una “bufala”, assimilabile a un club di pervertiti. Oggi, gli stessi media che ieri urlavano al cospirazionismo banchettano sui dettagli più piccanti, come se il problema fosse il nome famoso finito nei titoli e non il sistema che lo ha reso intoccabile per decenni e che, presumibilmente, è stato creato e nutrito da una o più regie oltreoceano. È un cambio di narrazione che non nasce da una rinnovata onestà intellettuale, ma da una precisa opportunità editoriale.

Noi rivendichiamo l’accuratezza e il diritto di non pubblicare tutto subito. Non perché non ci sia nulla da dire, ma perché – al contrario – c’è ancora troppo da capire. In un panorama mediatico che scambia la velocità per valore, continuiamo a credere che il giornalismo abbia senso solo se si prende il tempo di fare il suo lavoro. Anche – e soprattutto – quando tutti gli altri corrono. Nei prossimi giorni inizieranno a uscire nostri aggiornamenti sul tema. 

 

 

Tajani: “Sventati cyberattacchi russi”

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Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato che l’Italia avrebbe sventato una serie di attacchi informatici contro le strutture del Ministero degli Esteri e i siti delle Olimpiadi Milano-Cortina: «Abbiamo anticipato un attacco hacker a una serie di sedi del ministero degli Esteri, a cominciare da Washington, e anche ad alcuni siti di Milano Cortina, con gli alberghi di Cortina», ha dichiarato Tajani in visita a Washington in occasione di una riunione sui minerali critici. Tajani ha attribuito gli attacchi alla Russia. Il Cremlino non ha commentato la vicenda.

Il sottovalutato impatto ecologico delle sigarette elettroniche

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sigarette elettroniche usa e getta

Milioni di sigarette elettroniche usa e getta buttate via ogni settimana, con batterie al litio, plastica e circuiti elettronici che finiscono nella raccolta indifferenziata o dispersi nell’ambiente. Mentre il dibattito pubblico continua a concentrarsi quasi esclusivamente sugli effetti sanitari dello “svapo”, l’impatto ambientale resta in gran parte fuori dal radar, nonostante numeri che mostrano un allarme che si sta trasformando rapidamente in un problema da risolvere.

In Italia l’uso delle sigarette elettroniche riguarda ormai milioni di persone. Secondo i dati di Global State of Tobacco Harm Reduction, nel 2023 circa il 3% della popolazione adulta, pari a 1,5–1,6 milioni di individui ne ha fatto uso, comprendendo anche il consumo occasionale e il cosiddetto dual use, che comprende chi fuma anche quelle tradizionali. Secondo i dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità e dalla Fondazione Veronesi in occasione del “No Tobacco Day” del maggio scorso, è una tendenza in crescita anche tra giovani: un terzo dei 14-17enni che fumano, utilizzano esclusivamente sigarette elettroniche.

Numeri che aiutano a capire la scala del problema: anche una percentuale apparentemente contenuta può tradursi in decine di milioni di dispositivi immessi sul mercato e destinati, prima o poi, a diventare rifiuti. L’elemento cruciale è il comportamento degli utenti, che, secondo uno studio molto recente pubblicato su Sustainability, non sarebbe impeccabile: il 46% degli utilizzatori dichiara di gettare le sigarette elettroniche nei rifiuti urbani indifferenziati, fuori da qualsiasi filiera RAEE (Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche). Questo spiega perché, soprattutto quelle monouso, sono considerate micro-RAEE ad alto rischio di dispersione.

Uno dei Paesi che ha misurato meglio il fenomeno è il Regno Unito: secondo l’organizzazione Material Focus, nel 2023 venivano gettate circa 5 milioni di sigarette elettroniche usa e getta ogni settimana, contro gli 1,3 milioni stimati l’anno precedente. Una quantità tale da disperdere nell’ambiente litio sufficiente, su base annua, a realizzare oltre 1200 batterie per auto elettriche. Questi numeri hanno spinto Londra a una scelta drastica: dal 1° giugno 2025 nel Regno Unito è vietata la vendita delle sigarette elettroniche monouso. Anche il Belgio ha vietato le sigarette elettroniche usa e getta dal 1° gennaio 2025, seguito dalla Francia, che ha approvato il bando nel febbraio dello stesso anno.

In Italia mancano statistiche pubbliche dedicate ai flussi di rifiuto da sigarette elettroniche. Il Ministero dell’Ambiente (MASE) chiarisce però che questi dispositivi devono essere trattati come RAEE e non conferiti nell’indifferenziato, evidenziando che: «La cattiva gestione di questi materiali rischia la fuoriuscita di sostanze inquinanti come piombo, mercurio e cadmio nell’ambiente, oltre a provocare la perdita di risorse nelle discariche e nell’incenerimento».

Sul piano operativo, il progetto Recycle-Cig ha attivato una raccolta dedicata nelle tabaccherie, con circa 30mila esercizi che hanno aderito alla campagna. Una volta esauriti, i dispositivi possono essere conferiti dagli utenti negli appositi contenitori, individuabili attraverso una mappa interattiva. La raccolta e il trasporto sono gestiti da Logista, mentre il percorso dei rifiuti viene monitorato fino alla fase di recupero in collaborazione con il Centro di Coordinamento RAEE.

Nigeria, attacco di miliziani: 160 morti

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Un gruppo di miliziani nigeriani ha lanciato un attacco in un villaggio nello Stato di Kwara, nell’area centrale del Paese, uccidendo almeno 35 persone. La notizia è stata data da agenzie di stampa internazionali che hanno sentito telefonicamente esponenti della politica dello Stato. Secondo le ricostruzioni fornite dai media, i miliziani sarebbero entrati nel villaggio facendo fuggire parte degli abitanti, saccheggiando il bestiame, e dando fuoco a edifici e negozi. Ancora ignoto il numero di dispersi. Da quanto comunicano le autorità, si tratterebbe dell’assalto più mortale registrato quest’anno nell’area.

Aggiornamento delle 19:06 del 4 febbraio 2026: Continuano ad arrivare aggiornamenti sul numero dei morti. Secondo le ultime ricostruzioni, il bilancio dei cittadini uccisi dagli attacchi sarebbe di 160 persone. Pare inoltre sia stato lanciato da Lakurawa, gruppo sospettato di essere affiliato all’ISIS.

Un gruppo di insegnanti ha lanciato una settimana contro la censura nelle scuole

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Dal 9 al 13 febbraio ci sarà una settimana di mobilitazione per la libertà di insegnamento, organizzata dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e da Docenti per Gaza. Di fronte alle recenti ispezioni negli istituti che avevano osato parlare del genocidio in Palestina e alle circolari che cercavano di «orientare, limitare e censurare l’autonomia didattica dei docenti e delle docenti», questi ultimi hanno deciso di reagire. «Se rinunciamo a parlare di Palestina e di diritti violati e a scegliere autonomamente gli esperti che devono entrare nelle nostre scuole, allora avranno avuto ragione a “colpirne uno per educarne cento!”», scrivono gli organizzatori, invitando i colleghi docenti a prendere parte alla settimana di mobilitazione prevista dal 9 al 13 febbraio. L’obiettivo è creare una fitta rete di incontri, interventi e presidi sui territori, intorno al tema della “crisi del diritto internazionale: catastrofe e opportunità”.

La narrazione a senso unico che in questi due anni ha contornato il genocidio in Palestina ha trovato una scorta nella repressione del dissenso, anche nelle scuole e università, luoghi in teoria deputati alla formazione del pensiero critico. A dicembre, circa 500 istituti hanno aderito all’iniziativa di Docenti per Gaza, partecipando a una lezione online con la relatrice speciale dell’ONU Francesca Albanese, consistente nella presentazione del suo ultimo libro: Quando il mondo dorme. Di tutta risposta, il Ministero dell’Istruzione guidato da Giuseppe Valditara ha inviato gli ispettori negli istituti coinvolti. «Ancora prima di conoscere l’esito delle ispezioni — scrive l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università — i Dirigenti hanno iniziato a censurare iniziative, eclatante il caso di Bologna e il divieto di ospitare un’iniziativa con alcuni obiettori di coscienza israeliani o le recenti interrogazioni parlamentari sul Liceo Marco Polo di Venezia “reo” di aver organizzato iniziative di educazione civica su Gaza».

Di fronte a tale quadro censoriale, arricchitosi con una circolare di novembre «che cercava di orientare, limitare e censurare l’autonomia didattica dei docenti e delle docenti», è stata lanciata una settimana di mobilitazione in difesa della libertà di insegnamento, tutelata dall’articolo 33 della Costituzione. Dal 9 al 13 febbraio, il corpo docente di ogni ordine e grado è invitato a tenere una lezione sul tema della “crisi del diritto internazionale: catastrofe e opportunità”, magari partendo da uno dei video messi a disposizione dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, qui disponibili. Le varie esperienze in aula convergeranno poi il 13 febbraio nei presidi locali pomeridiani, per la cui organizzazione i promotori fanno appello al corpo studentesco, alla componente genitore, a tutta la comunità educante, alle associazioni che si occupano di educazione alla pace e ai movimenti che si oppongono alla guerra e al genocidio.

Lo Yuan come nuova valuta di riserva globale: la Cina lancia l’assalto al dollaro

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La Cina ha lanciato la sfida definitiva al dollaro statunitense in un contesto in cui i rapidi mutamenti negli assetti di potere e di alleanze globali si accompagnano inevitabilmente anche al sorgere di un nuovo sistema monetario globale orientato al multipolarismo. Secondo un commento pubblicato sulla rivista di punta del partito comunista cinese – Qiushi – il presidente Xi Jinping ha espresso la necessità che lo yuan diventi una valuta potente, sottolineando che «un Paese finanziariamente solido dovrebbe fondarsi su stabili fondamenta economiche, possedendo una forza nazionale complessiva, scientifica, tecnologica ed economica leader a livello mondiale». Per raggiungere questi obiettivi, l’articolo sottolinea una serie di elementi finanziari fondamentali, tra cui una moneta e una banca centrale forti, istituzioni finanziarie e centri finanziari internazionali solidi. Secondo il quotidiano economico Financial Times (FT), l’obiettivo di Xi è trasformare lo yuan in una valuta di riserva mondiale da usare negli scambi internazionali. Un articolo completo del presidente cinese sulla questione verrà pubblicato domenica su Qiushi.

Secondo Kelvin Lam, economista senior di China+ presso Pantheon Macroeconomics, «La Cina percepisce il cambiamento dell’ordine globale in modo più concreto che in passato», e l’enfasi di Xi sul rafforzamento della valuta cinese riflette «le recenti rotture nell’ordine globale», come riporta il FT. Il governatore della banca centrale cinese Pan Gongsheng, invece, già lo scorso anno aveva previsto un nuovo assetto valutario complessivo, affermando che lo yuan avrebbe gareggiato con altre valute in un «sistema monetario internazionale multipolare», che si sta gradualmente affermando parallelamente al declino economico-commerciale statunitense – dovuto a un forte squilibrio nella bilancia commerciale e all’alto debito pubblico – e al cambio di assetti geopolitici internazionali, che vede l’affermarsi di nuove potenze sullo scacchiere politico globale, tra cui Russia, Cina e India.

L’obiettivo, al momento, non è quello di sostituire integralmente il biglietto verde, bensì quello di rendere lo yuan un contrappeso strategico che limiti «la leva finanziaria degli Stati Uniti in un ordine finanziario in frantumazione», come ha spiegato Han Shen Lin, direttore nazionale per la Cina presso The Asia Group. Il tutto avviene in un momento di svalutazione del dollaro che sta lentamente perdendo il suo ruolo egemonico di valuta di riserva globale. Un segnale importante di questo processo è, tra gli altri, l’acquisto massiccio di oro da parte delle banche centrali di tutto il mondo. Il deprezzamento del biglietto verde rientra in una strategia commerciale, voluta soprattutto dall’amministrazione Trump, tesa a ridurre il deficit commerciale statunitense, rendendo i beni americani più competitivi all’estero e stimolando così le esportazioni per ridurre lo squilibrio della bilancia commerciale di Washington, che rappresenta uno dei problemi strutturali dell’economia statunitense. Tuttavia, mentre questa strategia non ha – al momento – ancora avuto particolare successo (il deficit commerciale rimane alto), si assiste contemporaneamente a una crisi di fiducia nei confronti della valuta americana che si traduce, da un lato, in una minore esposizione in dollari (la stessa Cina, ad esempio, sta riducendo le sue riserve di titoli del Tesoro statunitense), dall’altro, in un acquisto sempre più consistente di oro come asset di riserva.

La sfiducia nel dollaro dipende, a sua volta, sia da fattori geopolitici che da fattori economico-finanziari: l’uso del dollaro come strumento di ricatto finanziario nei confronti della Russia in seguito all’invasione dell’Ucraina ha fatto in modo che diverse nazioni diminuissero i loro investimenti e scambi nella valuta americana, cercando di mettere a punto sistemi finanziari alternativi allo SWIFT, controllato dalle nazioni occidentali. D’altra parte, l’alto debito pubblico americano e la stessa svalutazione del dollaro hanno contribuito a fare allontanare gli investitori internazionali. È in questo contesto di forte volatilità e incertezza dell’economia e della divisa statunitense che si inserisce la dichiarazione di Xi Jinping circa la costruzione di un’architettura finanziaria cinese solida con caratteristiche diverse dal modello di sviluppo finanziario occidentale.

Da tempo il governo cinese, così come il gruppo BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) – che si è velocemente ampliato negli ultimi anni – sta lavorando alla cosiddetta de-dollarizzazione dell’economia e al rafforzamento dello yuan anche sul piano digitale: Pechino, infatti, sta incrementando l’uso e lo sviluppo dello yuan digitale (e-CNY) con l’obiettivo di potenziare il commercio e gli investimenti transfrontalieri.  Dal primo gennaio 2026, inoltre, il nuovo regolamento della People’s Bank of China (PBOC) permetterà alle banche commerciali di pagare gli interessi sui depositi in e-CNY, trasformando così la valuta digitale da semplice equivalente del contante a vera e propria moneta di deposito. Una mossa che mira a ridisegnare l’architettura finanziaria globale, sganciandosi dal dollaro e sottraendo terreno alla valuta statunitense. Oltre a questo, il Dragone può contare su un’economia commerciale solida che nel 2025 ha registrato risultati record nonostante i dazi imposti dal governo statunitense: il surplus commerciale del gigante asiatico, infatti, ha raggiunto la cifra eccezionale di 1.189 miliardi di dollari, con le esportazioni salite del 5,5% annuo e le importazioni stabili.

In questo quadro economico-finanziario, Pechino ha deciso di lanciare la sfida definitiva al dollaro, nella prospettiva di un nuovo ordine monetario globale, perché, come scrivevamo già più di due anni fa su L’Indipendente, la creazione di un nuovo ordine mondiale multipolare passa anche – e forse soprattutto – dalla moneta.

Corteo Torino: domiciliari e obbligo di firma per gli arrestati

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Il Giudice per le indagini preliminari (GIP) di Torino ha disposto i domiciliari per il 22enne sospettato di aver preso parte all’aggressione di un poliziotto durante il corteo del 31 gennaio scorso. Sono stati invece scarcerati con obbligo di firma gli altri due giovani, entrambi torinesi, fermati per gli scontri. Secondo il GIP, a Torino ci sarebbe stata una «guerriglia urbana» preceduta da un’azione «evidentemente preordinata e organizzata» da parte di una frangia dei manifestanti.

La storia che non si racconta dei centri sociali in Italia

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Alla manifestazione torinese in favore del centro sociale Askatasuna, c’erano 50mila persone venute da ogni parte di Italia che, con la propria presenza, non hanno fatto altro che testimoniare la propria solidarietà a un luogo, e alle persone che lo hanno animato. Una dimostrazione oceanica di affetto che nasce da un motivo semplice: tutto quello che, negli anni, questo piccolo gruppo di persone, organizzandosi da sole e senza nessun aiuto economico esterno, è riuscito a creare, coinvolgendo la comunità. Una piazza che non difende “l’illegalità”, ma rivendica il valore sociale di esperienze ch...

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Antitrust: multa alla piattaforma di viaggi eDreams

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La piattaforma di viaggi eDreams dovrà pagare all’Italia una multa da 9 milioni di euro. L’ha stabilito l’Antitrust, riscontrando pratiche commerciali scorrette. La nota piattaforma di viaggi avrebbe infatti usato tecniche ingannevoli e manipolative per spingere gli utenti a sottoscrivere l’abbonamento Prime (che oggi conta nel mondo più di 7,5 milioni di membri), mostrando sconti poco trasparenti, preselezionando l’opzione più costosa e ostacolando il diritto di recesso.