La Guardia di Finanza ha effettuato perquisizioni nella sede italiana di Amazon nell’ambito di una indagine per presunta evasione fiscale per una somma pari ad alcune centinaia di milioni di euro che l’azienda avrebbe portato avanti tra il 2019 e il 2024. Perquisite anche le abitazioni di sette dirigenti del colosso della tecnologia e della logistica, e gli uffici della società di revisione Kpmg, che tuttavia non risulta sotto indagine. Da quanto comunicano i media, gli agenti avrebbero sequestrato computer e dispositivi informatici dei dirigenti.
La ricerca sta scoprendo che la cannabis migliora le funzioni cognitive negli anziani
Uno dei grandi temi dell’attuale ricerca scientifica sulla cannabis sono i suoi effetti sul cervello. Se per anni gli studiosi hanno cercato di analizzare cosa succede ai più giovani, con risultati spesso discordanti ma con la raccomandazione generale che il consumo di varietà con alti livelli di THC andrebbe evitato fino all’età adulta con la completa maturazione cerebrale, oggi si stanno concentrando su adulti e anziani. In questa fascia d’età infatti il consumo, spesso per uso medico, è in continuo aumento, in Italia così come nel resto del mondo. Secondo l’analisi dell’Istituto Superiore di Sanità sulle prescrizioni italiane di cannabis dal 2019 al 2024, l’età media dei 28mila pazienti è di 60 anni e il 36% dei pazienti ne ha più di 65. Dall’altro lato sono sempre di più gli studi scientifici che raccontano come gli stessi pazienti, soprattutto nel caso di patologie croniche, riportino miglioramenti significativi nella qualità della vita e nella gestione dei sintomi.
«Quando abbiamo un farmaco come la cannabis che agisce perché migliora l’ansia, riduce la depressione, migliora il sonno e riduce il dolore, il paziente si trova in una situazione in cui la qualità generale della vita è migliorata», sottolinea il dottor Marco Bertolotto, medico oggi in pensione e tra i primi prescrittori di cannabis in Italia, facendo riferimento a recenti pubblicazioni scientifiche. «Non è poca cosa», evidenzia, «è già tantissimo, perché quando non abbiamo le armi per curare – un dolore cronico, se andiamo alla causa, è irrisolvibile – nel momento in cui rendiamo la qualità della vita del paziente migliore, abbiamo fatto un grande lavoro». La cannabis è una vera e propria fucina naturale di principi attivi che agiscono in sinergia tra loro per modulare il nostro sistema endocannabinoide, e, come dicono i medici che la conoscono a fondo, ogni terapia va cucita su misura sui bisogni del paziente.
In questo quadro, uno studio appena pubblicato sul Journal of Studies on Alcohol and Drugs, dà nuovi strumenti per capire cosa accada agli adulti e anziani che utilizzano questa pianta. «I risultati evidenziano che la cannabis può influenzare la salute del cervello in modo diverso durante l’arco della vita, offrendo potenzialmente effetti protettivi in età avanzata e presentando rischi nelle fasi iniziali dello sviluppo. Gli effetti protettivi possono derivare dalla modulazione mediata dagli endocannabinoidi dell’infiammazione, della funzione immunitaria e della neurodegenerazione», scrivono nelle conclusioni i ricercatori che si sono detti stupiti dai risultati ottenuti.
La cannabis per rallentare il declino cognitivo
«La scoperta più ampia e complessiva è stata che un maggiore consumo di cannabis nel corso della vita tra gli adulti di mezza età e gli anziani (un totale di 26.362 partecipanti di età compresa tra 40 e 77 anni, con un’età media di 55 anni) era generalmente associato a volumi cerebrali maggiori e a migliori funzioni cognitive», ha infatti raccontato l’autrice principale dello studio, Anika Guha, psicologa clinica e ricercatrice associata presso il Dipartimento di Psichiatria dell’Università del Colorado alla testata specializzata Medical Express. Per poi precisare: «In questo studio, abbiamo osservato che la maggior parte delle regioni cerebrali esaminate dimostrava una relazione positiva tra volume cerebrale e prestazioni cognitive. In questo senso, potremmo quindi pensare che volumi cerebrali più ampi nel contesto dell’invecchiamento riflettano il mantenimento del volume cerebrale e la preservazione delle funzioni cognitive, anziché, ad esempio, un fenomeno come l’atrofia che ci aspettiamo si verifichi con l’età».
Mentre lo studio sta attirando l’attenzione internazionale, grazie anche a testate come il New York Post, in ambito scientifico non si tratta di una novità assoluta: le evidenze sui possibili effetti benefici della cannabis e dei suoi componenti sul cervello adulto e anziano sono oggetto di studio da anni. Una delle prime prove solide in questa direzione, arriva da uno studio effettuato su cavie animali nel 2017, con una pubblicazione su Nature Medicine curata di ricercatori dell’Università di Bonn e della Hebrew University di Gerusalemme. Dopo aver somministrato basse dosi di THC su topi di diverse età, a 2 mesi, quando sono ancora giovani, a 12 mesi, quando iniziano a manifestare segni di declino cognitivo e a 18 mesi, quando sono ormai anziani, ne hanno testato le capacità mnemoniche e di apprendimento. Sia a 12 che 18 mesi di età i topi che avevano ricevuto il THC hanno mostrato funzioni cognitive paragonabili a quelle dei giovani di soli due mesi, e gli scienziati avevano messo nero su bianco che: «Qui dimostriamo che una bassa dose di Δ9-tetraidrocannabinolo (THC) ha invertito il declino cognitivo correlato all’età nei topi».

Il doppio effetto anti-invecchiamento
Gli stessi ricercatori sono tornati sul tema nel 2024, con una pubblicazione sulla rivista Pharmacology and Translational Science che conferma ciò che avevano scoperto: «Un trattamento a lungo termine e a basso dosaggio di Δ9-THC ha ripristinato le capacità cognitive e la densità delle sinapsi nei topi anziani». Per spiegare meglio la portata della scoperta basta leggere le parole di Andras Bilkei-Gorzo, ricercatore dell’Università di Bonn e medico dell’ospedale universitario: «Abbiamo concluso che il trattamento a lungo termine con THC ha inizialmente un effetto di miglioramento della cognizione attraverso l’aumento dell’energia e della produzione di proteine sinaptiche nel cervello, seguito da un effetto anti-invecchiamento».
Nel 2024 un’altra conferma di queste potenzialità è arrivata da uno studio differente, che, a posteriori, ha analizzato i dati relativi a 4.744 adulti statunitensi di età superiore ai 45 anni, raccolti nel 2021 attraverso il Behavioral Risk Factor Surveillance System. Qui l’uso non era a scopo terapeutico, ma secondo gli scienziati ha comunque portato a una riduzione del rischio di declino cognitivo. Secondo lo studio scientifico pubblicato su Current Alzheimer Research l’uso adulto di cannabis è collegato in modo significativo a una diminuzione del 96% nella probabilità di percepire un declino cognitivo soggettivo (DCS). «La conclusione principale è che la cannabis potrebbe essere protettiva per la nostra cognizione, ma è davvero fondamentale avere studi longitudinali perché questo è solo un’istantanea del 2021», è stato il commento di Roger Wong, professore associato nel Dipartimento di Salute Pubblica & Medicina Preventiva dell’Upstate Medical University di New York.

CBD e CBN come neuroprotettori
In mezzo, ci sono però altri diversi lavori che attestano queste potenzialità. L’anno scorso uno studio finanziato dal governo canadese che è stato pubblicato sull’importante rivista scientifica Frontiers in Aging Neuroscience, si è concentrato su un altro cannabionide contenuto dalla pianta, il CBD (cannabidiolo), molecola non psicoattiva e dalle molteplici proprietà terapeutiche. «I risultati di questo studio mostrano che il CBD agisce sulle risposte infiammatorie nel cervello e può migliorare il declino cognitivo associato all’invecchiamento», hanno affermato gli autori, aggiungendo che è «possibile che gli effetti del trattamento con CBD possano essere potenziati se viene utilizzato un estratto con THC e terpenoidi». Anche in questo caso lo studio è stato effettuato su topi anziani e il CBD ha comportato una riduzione dell’infiammazione in alcune regioni del cervello, tra cui l’ippocampo, che svolge un ruolo chiave nella memoria e nell’apprendimento.
Gli effetti del CBD sul cervello e le sue potenzialità nella neuroprotezione sono uno dei campi di applicazione del cannabinoide al centro dell’attuale ricerca scientifica. Secondo recenti studi, infatti, sarebbe in grado di prevenire l’invecchiamento delle cellule cerebrali e proteggere il cervello dalle condizioni neurodegenerative legate all’età o a patologie come Parkinson e Alzheimer. «I nostri risultati forniscono collettivamente nuove prove che il CBD agisce come neuroprotettore nei neuroni dopaminergici, riducendo la neurotossicità e l’accumulo di α-sinucleina (una proteina che gioca un ruolo fondamentale nella comparsa e nella progressione di alcune malattie neurodegenerative, NdA)», scrivono i ricercatori in una pubblicazione su Neurochemical Research. Il CBD protegge il sistema nervoso grazie alla sua potente azione antinfiammatoria e una delle caratteristiche più comuni delle patologie neurologiche è proprio l’infiammazione cronica.
Ma anche il CBN (cannabinolo), altro cannabinoide contenuto nella pianta che non ha effetti psicoattivi, potrebbe aiutare a proteggere le nostre facoltà mentali. Questa molecola sembra agire preservando e proteggendo il funzionamento dei mitocondri, impedendo il loro danneggiamento. «Il cannabinolo protegge i neuroni da stress ossidativo e morte cellulare, due dei principali fattori che contribuiscono alla malattia di Alzheimer», ha affermato Pamela Maher, che ha guidato lo studio pubblicato su Free Radical Biology and Medicine. «Questa scoperta potrebbe un giorno portare allo sviluppo di nuove terapie per curare questa malattia e altri disturbi neurodegenerativi, come la malattia di Parkinson».
Sciopero in Germania: centinaia di voli cancellati
Centinaia di voli della compagnia aerea tedesca Lufthansa sono stati cancellati a causa di uno sciopero dei piloti e del personale di volo. La protesta è scattata alle 00:01 di oggi, e tocca Lufthansa, Lufthansa Cityline e Lufthansa Cargo. Lo sciopero è stato indetto dal sindacato VC, che rappresenta circa 4.800 piloti, per chiedere un aumento delle pensioni aziendali. Parallelamente, il sindacato degli assistenti di volo, UFO, ha invitato i dipendenti a scioperare contro la minacciata chiusura del ramo regionale della compagnia. I disagi hanno colpito in particolare gli aeroporti di Francoforte, Berlino, Amburgo e Düsseldorf.
Prosegue il riarmo europeo: approvati i piani di 8 Paesi per 38 miliardi di euro
I ministri della Difesa dell’Unione Europea hanno dato il via libera definitivo ai piani di finanziamento per la difesa di otto Paesi nell’ambito del fondo SAFE per il riarmo. I beneficiari sono Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Portogallo, Romania e Spagna, che hanno chiesto l’accesso a una somma complessiva di oltre 38 miliardi di euro. L’approvazione arriva dopo un primo parere positivo della Commissione, arrivato lo scorso 15 gennaio; ora, l’esecutivo UE potrà stringere accordi con i Paesi coinvolti e procedere all’erogazione dei pagamenti di prefinanziamento, che corrispondono a un massimo del 15% della somma richiesta. A breve, rimarca il Consiglio, dovrebbe arrivare l’approvazione dei piani di altri otto Paesi, tra i quali figura la stessa Italia, che ha chiesto l’accesso a un prestito di quasi 15 miliardi di euro.
«Il Consiglio ha adottato oggi una serie di decisioni di attuazione che rendono disponibile l’assistenza finanziaria nell’ambito del programma SAFE a otto Stati membri dell’UE». Inizia così il comunicato dei ministri della Difesa dell’UE, riunitisi in Consiglio per approvare la richiesta di prestito degli otto Paesi coinvolti. Il passaggio dal Consiglio costituiva un passaggio tecnico nell’ambito della procedura di esecuzione che precede la stipula degli accordi di prestito tra i Paesi e la Commissione, e segue l’approvazione dei piani nazionali di ciascuno Stato membro da parte dello stesso esecutivo UE. A esso, seguirà proprio la sottoscrizione degli accordi tra Commissione e governi nazionali, che aprirà la strada ai prefinanziamenti richiesti dai Paesi, dal valore complessivo di oltre 5,5 miliardi di euro. Le successive tornate di finanziamenti verranno erogate sulla base degli aggiornamenti periodici che gli Stati beneficiari dei prestiti saranno tenuti a fornire alla Commissione.
All’appello manca ancora l’analoga approvazione dei piani di altri 11 Stati membri: quelli di Francia, Repubblica Ceca e Ungheria sono ancora sotto scrutinio da parte della Commissione, mentre quelli di Estonia, Finlandia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Polonia e Slovacchia sono già stati approvati dall’esecutivo e devono ora ricevere il semaforo verde dal Consiglio. Il comunicato dei ministri della Difesa spiega che questa seconda serie di approvazioni dovrebbe arrivare formalmente il prossimo 17 febbraio. Questi secondi otto Paesi hanno chiesto l’accesso a un totale di quasi 75 miliardi di finanziamenti, di cui 8,85 miliardi verrebbero erogati sotto forma di prefinanziamenti. L’Italia, di preciso, ha chiesto un prestito di 14,9 miliardi; dalla tabella fornita dal Consiglio, pare che non sia previsto un prefinanziamento per Roma che, nel caso, dovrebbe aggirarsi a un massimo di circa 2,1 miliardi di euro.
Il fondo SAFE è uno dei due principali strumenti pensati nell’ambito del piano di riarmo dell’Unione Europea. Esso prevede lo stanziamento di 150 miliardi di prestiti diretti agli Stati che ne fanno richiesta, con lo scopo di consentire l’accesso ad appalti congiunti e semplificati; l’UE intende raccogliere tale cifra sui mercati. L’obiettivo principale del fondo è sostenere e incentivare la cooperazione industriale nel settore della difesa tra i membri. Oltre all’istituzione del fondo, il piano di riarmo prevede che i Paesi membri possano incrementare in modo significativo la spesa militare senza essere soggetti ai vincoli imposti dal Patto di stabilità e crescita, consentendo di generare fino a 650 miliardi di euro di investimenti nei prossimi quattro anni.
Bari: 12 condanne a membri di CasaPound
Si è concluso il processo relativo all’aggressione avvenuta a Bari il 21 settembre 2018 a danno di alcuni cittadini. I giudici hanno condannato 12 militanti baresi di CasaPound per i reati di manifestazione fascista e riorganizzazione del disciolto partito fascista, una fattispecie riconosciuta per la prima volta nella storia repubblicana. I 12 neofascisti sono stati privati dei diritti politici per cinque anni. Sette di loro sono stati condannati anche per lesioni, con una pena che va dai 18 ai 30 mesi di carcere.
Trump ha firmato la più vasta opera di smantellamento delle politiche ambientali USA
L’amministrazione Trump ha messo nel mirino la “Endangerment finding”, la dichiarazione scientifica che nel 2009 ha messo nero su bianco il collegamento tra emissioni di gas serra e pericoli per la salute. La dichiarazione ha fatto da pilastro scientifico e giuridico alle politiche climatiche di Barack Obama, tra cui la regolamentazione delle emissioni delle industrie e delle centrali elettriche, così come degli standard sui carburanti. L’abrogazione del testo del 2009 era stata preannunciata dalla portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, in quella che l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (EPA) ha descritto come la più grande deregolamentazione ambientale nella storia statunitense. Le fanno eco le associazioni ecologiste e i governatori democratici che hanno già annunciato ricorsi al piano di Trump.
La “Endangerment finding” ha stabilito nel 2009 la pericolosità per la salute umana di sei gas serra, tra cui anidride carbonica, metano e protossido di azoto, imponendone una regolamentazione, curata poi dall’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (EPA). In continuità con la dichiarazione del 2009, l’amministrazione Obama ha approvato diverse leggi che hanno ad esempio inasprito i limiti alle emissioni di veicoli e centrali elettriche, come il Clean Power Plan. Un decennio e mezzo dopo, la Casa Bianca guidata da Donald Trump inverte la rotta, privando le norme ambientaliste della loro base giuridica. La scelta di revocare i vincoli sulle emissioni — spiega Karoline Leavitt — è dettata dalla volontà di «sprigionare ulteriormente il predominio energetico americano e ridurre i costi», sorvolando di fatto su quelli sociali e sanitari. A tal proposito, si fa cenno a future iniziative per promuovere l’approvvigionamento elettrico da centrali a carbone, altamente inquinanti. Diverse sigle ambientaliste e spezzoni dello schieramento democratico hanno annunciato ricorsi in tribunale, per un orizzonte di battaglie legali che dureranno anni, durante i quali la Casa Bianca continuerà lungo la propria strada.
La decisione dell’amministrazione Trump non è un fulmine a ciel sereno, piuttosto appare coerente col mandato presidenziale che in appena un anno ha visto l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi e dalla Convenzione ONU sui cambiamenti climatici, dando una spallata alla (mai decollata del tutto) tutela internazionale dell’ambiente.
Calunnie contro Francesca Albanese: travisano le sue parole per forzarla alle dimissioni
Israele «nemico comune dell’umanità», le parole di Albanese per le quali la Francia ne ha chiesto le dimissioni (Corriere della Sera); Sotto accusa la frase “Israele nemico comune” (Quotidiano Nazionale); “Israele nemico comune dell’umanità”, la Francia chiede le dimissioni di Francesca Albanese (Il Riformista). Nell’attribuire virgolettati inventati alla Relatrice Speciale dell’ONU, i media mainstream sono seguiti a ruota da un consistente spezzone politico europeo, guidato dalla Francia, che ne chiede le dimissioni. «Israele nemico comune dell’umanità» è la frase attribuita a Francesca Albanese durante il suo intervento al Forum di Al Jazeera. Nel giornalismo fatto di click frenetici, evidentemente era troppo chiedere di prendersi quattro minuti per andare alla fonte e verificare la notizia prima di diffonderla. Il travisamento delle parole dell’Albanese è la prova di quanto sostenuto nel suo discorso, relativamente all’esistenza di un sistema che in questi due anni ha armato nonché coperto politicamente e finanziariamente Israele, amplificandone «la narrativa pro-apartheid e genocidiaria».
Quello del 7 febbraio scorso al Forum di Al Jazeera è stato uno dei tanti interventi che Francesca Albanese ha realizzato negli ultimi due anni passati in giro per il mondo a parlare di Palestina e diritto internazionale (violato). Il suo discorso era passato inosservato, fino a quando non si è messa in moto la macchina della polemica, montata dai media mainstream e dalla destra europea. «Abbiamo trascorso gli ultimi due anni a osservare la pianificazione e la messa in atto di un genocidio. E il genocidio non è finito», dice la Relatrice Speciale dell’ONU sui territori palestinesi occupati, passando poi all’inerzia della comunità internazionale.
«Il fatto che invece di fermare Israele la maggior parte del mondo l’abbia armato, gli abbia dato scusanti politiche, sostegno economico e finanziario, questa è una sfida. Il fatto che la maggior parte dei media occidentali abbia amplificato la narrativa pro-apartheid e genocidiaria è una sfida, ma allo stesso tempo anche un’opportunità». Questo perché — dice l’Albanese — «se il diritto internazionale è stato pugnalato al cuore, è anche vero che mai prima d’ora la comunità globale aveva visto così chiaramente che tutti noi affrontiamo, noi che non controlliamo grandi capitali finanziari, algoritmi e armi. Ora vediamo che noi come umanità abbiamo un nemico comune». Il passaggio che abbiamo trascritto e virgolettato dura appena un minuto. Bastava un minuto per evitare la polemica e verificare la notizia: Francesca Albanese non cita Israele come nemico comune dell’umanità, ma l’intero agglomerato di crimini, complicità e profitto che ha permesso il genocidio del popolo palestinese, di fronte al quale soltanto l’azione collettiva e coordinata può porre un argine (nel discorso viene ad esempio citato il boicottaggio e quindi il consumo consapevole). Lo chiarisce anche in un post sui suoi profili social dopo il polverone mediatico: «Il nemico comune dell’umanità è IL SISTEMA che ha reso possibile il genocidio in Palestina, compreso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile». La denuncia generale di Francesca Albanese era già stata avanzata in altre occasioni, come la pubblicazione del rapporto ONU “Economia del genocidio”.
La gogna mediatica delle ultime ore è stata presto sfruttata dalla destra europea, che è tornata all’attacco di Francesca Albanese. La Francia ha chiesto le dimissioni dal suo incarico alle Nazioni Unite, con il Ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot che ha dichiarato: «condanniamo senza riserva alcuna le parole della signora Albanese che prendono di mira non il governo israeliano, di cui è consentito criticare la politica, ma Israele in quanto popolo e in quanto nazione, il che è assolutamente inaccettabile».
La ricostruzione pretestuosa di Parigi è stata presto sposata dall’Italia: la Lega ha prontamente depositato una risoluzione per chiedere le dimissioni di Francesca Albanese, accusandola di antisemitismo. Un’anticipazione di quello che potrebbe accadere in Italia con l’approvazione della legge voluta proprio dal leghista Massimiliano Romeo, che punta a silenziare le critiche verso Tel Aviv o le iniziative di pressione, equiparandole ad atti antisemiti.
Maltempo Portogallo: 16 vittime e migliaia di sfollati
Blocco navale, rimpatri, multe alle ONG: l’Italia approva il nuovo decreto anti-migranti
All’indomani dell’approvazione delle nuove norme europee sulla migrazione, che procedono sempre più verso la via dell’annullamento del diritto all’asilo, il governo italiano ha approvato il proprio pacchetto di norme. Lo ha fatto nuovamente con un decreto legge, trattando dunque l’immigrazione come una materia eternamente emergenziale, senza ancora una volta prevedere una legge strutturale con adeguata discussione parlamentare che tratti il tema in maniera organica. La maggior parte del decreto è volto a specificare le modalità di ricezione e attuazione del Patto sulla migrazione europeo, che entrerà in vigore il prossimo 12 giugno. Per quanto riguarda le novità introdotte, invece, oltre al blocco navale per le ONG e alle restrizioni ai criteri di ricongiungimento familiare, vi è una norma che vieta ai migranti trattenuti nei CPR di utilizzare telefonini, soprattutto se dotati di videocamere. Il fine esplicito è quello di impedire la registrazione di qualunque cosa avvenga tra le mura dei centri – compresi quindi pestaggi da parte delle forze dell’ordine, condizioni di trattenimento degradanti e deterioramento della condizione psichica delle persone trattenute.
Con le nuove norme, «nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale» le autorità possono, su proposta del ministero dell’Interno e con delibera del Consiglio dei Ministri, interdire temporaneamente l’attraversamento delle acque territoriali. La misura è diretta, anche se non esplicitamente, alle imbarcazioni delle ONG che operano i salvataggi in mare e che provvedono a portare i sopravvissuti sulle nostre coste. Essa arriva a poche settimane di distanza da quella che potrebbe configurarsi come la più grande tragedia degli ultimi anni nel Mediterraneo, con oltre mille morti stimati per via dell’uragano Harry e (secondo quanto denunciato dalle ONG) anche del ritardo nei soccorsi da parte delle autorità. Il blocco navale può avere durata massima di 30 giorni e può essere prorogato di ulteriori 30, «fino a un massimo di sei mesi». Il decreto specifica che a costituire «minaccia grave» sono quattro tipi di circostanze: rischio di terrorismo, pressione migratoria «eccezionale», emergenze sanitarie ed «eventi internazionali di alto livello». Va sottolineato come la pressione migratoria sia strutturalmente «eccezionale» nel contesto italiano, dal momento che gli investimenti sono dirottati quasi del tutto sulla prevenzione (per lo più inefficace) delle partenze e per nulla sul miglioramento e l’ampliamento delle strutture di ricezione e accoglienza.
Il provvedimento introduce anche alcune novità in merito di trattenimento nei CPR (Centri di Permanenza e Rimpatrio), dove «sono assicurati i diritti fondamentali e la dignità della persona». Eppure, all’interno delle strutture – che sono centri di detenzione amministrativa e non carceri – l’utilizzo di telefoni cellulari (autorizzato solamente in determinati «orari, spazie e modalità» decise dal personale, incaricato di «custodirli») è previsto solamente se «privi di telecamera». In aggiunta a ciò, «all’interno della struttura e delle sue immediate pertinenze non sono consentite, salvo espressa autorizzazione della prefettura, riprese videofotografiche o registrazioni audio che abbiano ad oggetto la struttura, le persone trattenute, il personale delle forze di polizia, del soggetto incaricato della gestione ovvero ogni altra persone presente a qualsiasi titolo». Non che si tratti di una vera e propria novità: in moltissimi casi, a discrezione della struttura, i telefoni venivano ritirati e, se dotati di telecamere, queste venivano rotte. Questa prassi viene ora normata, impedendo ai trattenuti di documentare le torture e i trattamenti inumani cui sono quotidianamente sottoposti. La norma riceve il via libera del CdM nello stesso giorno in cui a Torino l’ex direttrice del CPR, Annalisa Spataro, riceveva una condanna per omicidio colposo in relazione alla morte di Moussa Balde, affetto da gravi problemi psichici e rinchiuso lo stesso in isolamento in una cella del Centro, dove si è suicidato.
Vengono dunque introdotte nuove circostanze che possono determinare l’espulsione del migrante e vengono ristretti i criteri che permettono i ricongiungimenti familiari. Anche le norme riguardanti l’accoglienza vengono parzialmente riviste, con l’obbligo dei giovani di lasciare i centri di accoglienza a 19 anni (anzichè 21). Una compressione di diritti, insomma, che non guarda in faccia nemmeno i giovanissimi, i loro diritti e il loro futuro. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo festeggia come un successo: un provvedimento, come tutti i precedenti, «molto significativo per fermare l’immigrazione illegale di massa e i traffico di esseri umani».









