Negli Stati Uniti, ad appena tre settimane dall’omicidio di Renee Good, gli agenti dell’ICE, la polizia federale anti-immigrazione, hanno ucciso un’altra persona a Minneapolis. Dalle prime informazioni, si tratterebbe di un uomo di 37 anni disarmato che gli agenti stavano cercando di immobilizzare per terra. Dai video diffusi online, a uccidere l’uomo sarebbero stati numerosi colpi di pistola esplosi da uno degli agenti. Tim Waltz, governatore del Minnesota, ha rinnovato l’appello a Trump di ritirare dallo Stato “le migliaia di agenti violenti e non addestrati”.
Sorvegliare e punire: il decreto Piantedosi ristruttura gli stadi in vista di Euro 2032
L’ultimo decreto proveniente dal Viminale ha definito i criteri tecnici che gli stadi candidati a ospitare gli Europei di calcio del 2032 dovranno seguire in materia di sicurezza. Il ministero guidato da Piantedosi ha messo nero su bianco il calcio del futuro, prevedendo: sorveglianza dei tifosi durante la partita; telecamere su ciascun tornello (con tanto di riconoscimento facciale); settori ridotti a un massimo di 10mila spettatori. Gli stadi dovranno essere adeguati entro ottobre; ai prefetti la facoltà di estendere la misura anche agli impianti non coinvolti nella competizione del 2032. Così la nuova veste degli stadi italiani prende forma, assumendo i contorni della storica stretta repressiva mossa dalle istituzioni contro il mondo del tifo.
L’Italia, insieme alla Turchia, ospiterà la 19ª edizione degli Europei di calcio. A ottobre saranno resi noti i 5 stadi dove verrà disputata la parte italiana del torneo. A giocarsi un posto sono il San Siro di Milano, l’Olimpico di Roma, il San Nicola di Bari, il Diego Armando Maradona di Napoli e lo Juventus Stadium di Torino. A questi si aggiungono l’Artemio Franchi di Firenze, il Ferraris di Genova, il Bentegodi di Verona, il Dall’Ara di Bologna e il Sant’Elia di Cagliari. Tutti e dieci gli impianti sportivi dovranno, entro ottobre, adeguarsi alle linee guida di Piantedosi che hanno dato seguito al decreto Sport approvato ad agosto. Quest’ultimo delegava proprio al Viminale la stesura di un apposito decreto in materia di “sicurezza, accessibilità ed esercizio degli impianti sportivi” candidati a ospitare Euro 2032.
Le linee guida di Piantedosi, visionate in anteprima dal Messaggero, prevedono l’installazione di un impianto di videosorveglianza a circuito chiuso per osservare i vari settori nonché le aree intorno allo stadio. Il sistema dovrà reggersi sul riconoscimento facciale, anche per le gare notturne, affiancato da telecamere su tutti i tornelli. Previste limitazioni anche per la capienza degli impianti: non ci potranno essere più di 10mila tifosi per settore. Spazio dunque a barriere divisorie e spacchettamenti, con gli obiettivi dichiarati dell’”accessibilità” e del “comfort”.
La nuova veste degli stadi italiani si inserisce in un filone repressivo più ampio, trasversale ai governi degli ultimi 40 anni. Un periodo che ha visto la messa a punto di punizioni collettive, a partire dal DASPO di gruppo. Di recente è tornato a parlarne il ministro Salvini, alleato di governo di Piantedosi, dicendosi «mai a favore di interventi punitivi di gruppo a fronte di crimini dei singoli». Il riferimento è al blocco delle trasferte disposto pochi giorni fa dal Viminale per i tifosi di Roma e Fiorentina per tutto il resto della stagione, a seguito degli scontri avvenuti tra decine di sostenitori viola e giallorossi sull’autostrada A1.

Negli anni, la repressione statale ha alzato il tiro, colpendo il dissenso sociale (si pensi ad esempio alla multa comminata agli ultras della Cavese per aver ricordato Stefano Cucchi allo stadio) e indebolendo i rapporti tra società e tifosi, come successo di recente col caso Cossu. Il teorema che ne emerge viene percepito come un accanimento verso il mondo ultras, bollato sotto l’etichetta criminale e trasformato in laboratorio di misure repressive da estendere poi alla società intera. Il sentimento è rafforzato dalla condotta istituzionale verso altri fenomeni sociali, a partire dall’abrogazione dell’abuso di ufficio voluta fortemente dal governo Meloni. La norma abrogata puniva i pubblici ufficiali che si arricchivano attraverso la violazione consapevole di leggi e regolamenti.
Russia-Ucraina, concluso trilaterale con USA; Zelensky: “conversazioni costruttive”
Si è concluso il trilaterale USA-Russia-Ucraina, durato due giorni e svoltosi negli Emirati Arabi. Per il presidente ucraino Zelensky, gli incontri sono stati «costruttivi» e nei prossimi giorni se ne dovrebbero svolgere di ulteriori. L’agenzia di stampa russa TASS riporta che la questione territoriale rimane la più difficile in quanto «il ritiro delle forze ucraine dal Donbass è importante e si stanno valutando diversi parametri di sicurezza in merito a tale questione». Nessun risultato concreto sembra essere stato raggiunto.
Venezuela, il governo cede a Trump: revocata la nazionalizzazione del petrolio
«Le compagnie private domiciliate nella Repubblica Bolivariana del Venezuela potranno sfruttare il petrolio dopo aver firmato i contratti». Con questa formula, l’Assemblea Nazionale venezuelana ha approvato in prima lettura una riforma della Legge sugli Idrocarburi organici che abolisce il monopolio statale sull’oro nero. La gestione e la commercializzazione del greggio saranno affidate alle imprese private e straniere, con riduzioni di royalties e nuovi modelli contrattuali più flessibili rispetto al passato. Il voto arriva tre settimane dopo l’intervento militare statunitense che ha portato al sequestro di Nicolás Maduro e alla nomina della vicepresidente Delcy Rodríguez come presidente ad interim. L’emendamento traduce in norme un progetto più ampio: riportare sotto l’ombrello di Washington il controllo delle risorse energetiche venezuelane.
La giustificazione del raid USA in Venezuela, fornita dal presidente Donald Trump in conferenza stampa il 3 gennaio, si era già spostata dalla retorica sulla democrazia e la lotta al narcotraffico al dominio delle vaste riserve di petrolio della nazione. «Comandiamo noi», aveva rimarcato il presidente statunitense ai giornalisti, aggiungendo: «Controlleremo tutto noi». L’indomani, il segretario USA all’Energia, Chris Wright, aveva annunciato che Washington avrebbe gestito le vendite di petrolio venezuelano «a tempo indefinito». L’attuale legge ne è la traduzione normativa: un corridoio giuridico per l’ingresso delle compagnie estere. La revisione, infatti, segue il maxi-accordo di fornitura di 50 milioni di barili di greggio tra Caracas e Washington venduti a prezzo di mercato per un valore di 2,4 miliardi di dollari ed era una delle priorità richieste dalle aziende petrolifere per dare il via a investimenti in Venezuela. Dopo anni di sequestri, contenziosi e crollo produttivo, le compagnie hanno preteso regole “occidentali”: certezza del diritto, libertà operativa, ritorni garantiti. In un incontro alla Casa Bianca con i rappresentanti delle Big Oil, compresa ENI, Trump aveva assicurato che gli Stati Uniti avrebbero garantito loro “sicurezza totale” e nuove opportunità di sviluppo in Venezuela.
La riforma della Legge sugli idrocarburi segna una brusca inversione di rotta rispetto al nazionalismo delle risorse, pilastri della rivoluzione venezuelana di ispirazione socialista. Nel 2007, Hugo Chávez consolidò il controllo statale sui pozzi petroliferi, imponendo a Petróleos de Venezuela, S.A., la compagnia petrolifera statale venezuelana (PDVSA), il controllo maggioritario dei giacimenti dell’Orinoco per riappropriarsi delle rendite e finanziare la rivoluzione bolivariana. Ora, il quadro cambia: la riforma apre alla possibilità che imprese locali e straniere gestiscano direttamente i giacimenti con nuovi modelli contrattuali, assumano la gestione completa dei progetti «a proprio costo, spesa e rischio», vendano autonomamente il petrolio e incassino i ricavi anche quando operano come partner di minoranza della compagnia statale PDVSA. Una quota dei volumi potrà essere commercializzata direttamente, una volta assolti gli obblighi verso lo Stato. Viene introdotto l’arbitrato internazionale per le controversie, sottraendole ai tribunali locali. Il governo potrà ridurre le royalties e le relative tasse dal 33% fino al 15% e modulare le imposte di estrazione per rendere appetibili giacimenti complessi e aree sottosviluppate. I contratti di production sharing sostituiscono l’impianto statalista: PDVSA, non è più perno obbligato, ma partner eventuale. È un cambio di paradigma che allinea il Venezuela ai modelli richiesti dal capitale globale, con tutele giuridiche e margini che il Paese non aveva mai concesso. La riforma, inoltre, richiede l’abrogazione di molte leggi correlate, approvate sotto Chávez e Maduro.
Ufficialmente, l’operazione dovrebbe risollevare PDVSA e rimettere in moto una produzione ridotta ai minimi storici e aggravata dalle sanzioni USA. In realtà, il nodo è politico: trasformare la compagnia nazionale in un attore marginale sotto tutela esterna significa scambiare l’emergenza economica con una dipendenza permanente. Le grandi compagnie osservano con prudenza, pretendendo scudi giuridici, arbitrati internazionali e la fine delle sanzioni prima di impegnare capitali. Washington, intanto, detta tempi e condizioni, riscrivendo dall’esterno l’architettura energetica del Paese. Caracas cammina su una linea sottile: sopravvivere grazie al capitale straniero, senza ammettere che questa “apertura” non nasce da una scelta sovrana, ma da una pressione geopolitica che ha sostituito il voto con la forza.
Torture in carcere, a Firenze condannati un’ispettrice e otto agenti
Con una verdetto che ha ribaltato la pronuncia di primo grado, la Corte d’Appello di Firenze ha riconosciuto il reato di tortura per le violenze inflitte a due detenuti nel carcere di Sollicciano tra il 2018 e il 2019. Nove funzionari – un’ispettrice e otto agenti – sono stati condannati a pene fino a 5 anni e 4 mesi di carcere. La Corte, presieduta dalla giudice Silvia Mugnaini, ha riscritto la qualificazione giuridica degli episodi, precedentemente considerati “lesioni gravi”, accogliendo le richieste del procuratore generale Ettore Squillace Greco. La ricostruzione processuale ha dipinto un quadro di violenze sistematiche, umiliazioni e una tentata copertura attraverso false denunce.
Le vicende, emerse da un’inchiesta della pm Christine von Borries con il nucleo investigativo della polizia penitenziaria, ruotano attorno a due diversi pestaggi. L’episodio più grave risale al 2019 e ha per vittima un detenuto di origine marocchina. L’uomo, che protestò insultando un agente dopo il diniego a una richiesta di telefonare ai parenti, fu condotto nell’ufficio dell’ispettrice capo Elena Viligiardi. Qui, secondo l’accusa, su un suo cenno o ordine, fu aggredito da sette agenti. «Il detenuto marocchino dopo il diverbio con l’assistente Sarno — aveva ripercorso il procuratore generale Squillace Greco in requisitoria — venne portato nell’ufficio dell’ispettrice e venne colpito con pugni e calci. Gli agenti gli hanno anche messo un piede sul collo. Uno gli è salito sulla schiena schiacciandolo a terra tanto da rendere difficoltoso il respiro».
La violenza, come raccontato dalla vittima, avvenne sotto gli occhi dell’ispettrice: «L’ispettrice vedeva che mi picchiavano e rideva». Al termine del pestaggio, che gli provocò la frattura di due costole, l’uomo fu ammanettato, portato in una cella di isolamento e costretto a spogliarsi. Restò nudo per due o tre minuti, esposto allo scherno degli agenti, uno dei quali gli disse: «Hai visto la fine di chi vuole fare il duro…». Rivestito con i suoi stessi indumenti sporchi, fu poi condotto in infermeria. La dinamica venne confermata anche da intercettazioni ambientali in cui gli stessi agenti commentavano: «Gli hanno dato delle mazzate talmente forti che gli hanno rotto due costole». Questo episodio era stato originariamente coperto da una falsa denuncia della stessa ispettrice Viligiardi, la quale aveva dichiarato di aver subito un’aggressione sessuale proprio dal detenuto marocchino. Le indagini smontarono completamente quella versione, rivelando che la relazione era un tentativo di giustificare l’uso della violenza e portando all’accusa di calunnia.
L’altro episodio di violenza oggetto del processo risale al maggio 2018 e coinvolse un detenuto italiano che si era lamentato per non aver usufruito interamente dell’ora d’aria. Anche in questo caso, su sollecitazione dell’ispettrice, l’uomo fu immobilizzato da diversi agenti. Uno gli strinse un braccio attorno al collo impedendogli di respirare, mentre un altro lo colpì provocandogli la perforazione del timpano. In seguito, l’ispettrice redasse un verbale in cui sosteneva che il detenuto, in stato di agitazione, aveva aggredito un agente ed era caduto a terra accidentalmente.
In primo grado, il gip Silvia Romeo aveva escluso il reato di tortura per entrambi i casi, ritenendo non dimostrata la sofferenza fisica aggiuntiva, e aveva condannato solo per lesioni gravi, assolvendo inoltre dall’accusa di falso e calunnia. In appello, la Corte ha invece completamente ribaltato questa impostazione. La pm von Borries, nel chiedere la riqualificazione a tortura, aveva sottolineato «la crudeltà della condotta, produttiva di sofferenze aggiuntive nella vittima» e «l’esistenza di elementi sintomatici di un atteggiamento interiore particolarmente riprovevole degli imputati». La Corte ha dato ragione al pm, riconoscendo il risarcimento dei danni alle parti civili, che includevano i due detenuti, l’associazione L’Altro diritto e il Garante nazionale dei detenuti, stabilendo una provvisionale di 20mila euro per ciascuna vittima.
La casa circondariale di Sollicciano è da anni al centro delle polemiche per il contesto di forte degrado che, secondo le persone recluse e le organizzazioni che le assistono, la caratterizza. Nell’estate del 2024 i detenuti avevano inoltrato un centinaio di ricorsi per le condizioni inumane all’interno del penitenziario, tra cimici, caldo soffocante e pareti coperte di muffa. A sostenerli vi è da anni l’associazione L’Altro Diritto (ADIR), che più volte ha denunciato la situazione «degradante» all’interno del carcere. Qui, nel luglio 2023, un’ispezione dell’Ufficio di Igiene aveva rilevato «infiltrazioni di acqua in molte zone a comune all’interno delle sezioni, muffe nelle docce, alcune celle inagibili per perdite d’acqua e in alcuni casi con pareti annerite, insufficiente aerazione degli ambienti, finestre bloccate per la presenza di nidi di vespe, la presenza di volatili “possibili vettori di zecche”, carenze strutturali nei locali cucina e in quelli di approvvigionamento del vitto». Condizioni che erano valse a un detenuto assistito da ADIR uno sconto di pena di 312 giorni.
Qualsiasi presente è tempo della memoria
«Lo stile del desiderio è l’eternità»: ha scritto così, splendidamente, Jorge Luis Borges e ora, nel ricorrente Giorno della Memoria, dovremmo anzitutto compiere quella sintesi a cui allude lo scrittore argentino. Ottenere la convergenza dei tre tempi: passato, presente e futuro. Orientarci a una simultaneità: dare sì contenuti a questa memoria, ricordare i popoli umiliati, i piccoli perseguitati, gli innocenti torturati senza chiederci se quelli o altri, e senza nascondere il dato storico con i suoi orrori, che ci dice di quella oscenità nazista contro gli Ebrei che ha attraversato l’Europa.
Il presente, ogni presente, anche quello che stiamo vivendo, «contiene integralmente la storia», scrive Borges, il presente non è avaro, è sempre generoso nel farci capire che cosa era successo allora, chi è caduto, chi sono stati gli assassini. Nel presente tutto deve e può stare davanti ai nostri occhi, essere presente.
Il presente ci dice dove cercarli adesso, perché le donne e gli uomini, i bambini e le bambine sono morti, perché i vecchi hanno pianto forse invano, e ora li cercheremo anche in altre parti, anche in altre contrade e apparterranno ad altri popoli, avranno la pelle dei più differenti colori ma ci spingeranno tutti a una idea di eternità, cioè a una memoria plurima, corale come quegli spettacoli di anime e insieme di corpi che popolano la Divina Commedia di Dante.
Il nostro Virgilio e la nostra Beatrice, le guide del viaggio, chi sono ora? I giornalisti trucidati in Africa, in Palestina, in Afghanistan, i testimoni falciati mentre cercano di portarci la loro verità come, con altri accenti e altra visione, facevano apostoli e pellegrini sui loro cammini accidentati, oggi o molti secoli fa non importa.
Ognuno di noi, paradossalmente, con cattiveria ma insieme con lucidità, in occasioni come questa, vuole convocare altre etnie, altra gente del passato soffocata dal desiderio di potenza in questo catalogo degli orrori. L’elenco è sterminato, lo sappiamo, intercetta i movimenti rivoluzionari come le ondate colonialiste, le prigionie degli schiavi e le catene quotidiane di chi ha patito in silenzio e all’oscuro.
Scriveva Marco Aurelio – lo ricorda Borges in Storia dell’eternità: «Ricorda che nessuno perde altra vita se non quella che vive ora e non ne vive altra se non quella che perde». Luigi Pareyson, filosofo cristiano, scriveva, nella linea di sant’Agostino, che ogni istante che viviamo è una ricapitolazione della nostra vita e contiene il destino della nostra anima. Esistere ci impone una volontà, un desiderio.
Stiamo dunque – e resistiamo! – in una memoria permanente. Non c’è bisogno di volersi mettere a ricordare, un’azione inutile come quella contraria di decidere di dimenticare.
Bisogna invece stare nella memoria come si sta su una barca sapendo che il mare non sarà sempre calmo e che i fantasmi sorvegliano. Fare come diceva Primo Levi in una sua poesia: «fuori al freddo vi aspetteremo noi, /l’esercito dei morti invano,/ noi di Treblinka, di Dresda e di Hiroshima… /Saranno con noi gli scomparsi di Buenos Aires, gl’innocenti straziati a Bologna…».
Restiamo vigili in questa “memoria al presente”, titolo questo di un bel libro di Jean Daniel, ebreo parigino, che ci metteva in guardia sul fatto che le vittime potrebbero diventare carnefici. In ogni caso, «La musulmana che avevo incontrato e la nonna ebrea del ritratto – scrive Daniel – avevano esattamente lo stesso copricapo, la stessa forma del volto, le stesse rughe, lo stesso sguardo delle donne con cui la sorte non è stata benigna, pronte a dispensare compassione a chiunque lo desiderasse…».
Tutto vero, ma non riesco a nascondere un unico disgusto: quello che provo per chi fa le statistiche dei peggiori, quello per chi ci vuole dividere.
Minneapolis, decine di migliaia in piazza contro le violenze di polizia
Migliaia di persone hanno manifestato a Minneapolis contro la repressione dell’immigrazione dell’amministrazione Trump, sfidando temperature fino a –29 gradi. La protesta, denominata “ICE OUT!”, è stata presentata come uno sciopero generale: secondo gli organizzatori fino a 50mila partecipanti, dato non verificato dalla polizia. Decine di attività in Minnesota hanno chiuso e molti lavoratori si sono uniti ai cortei. Le mobilitazioni seguono settimane di tensioni tra agenti ICE e manifestanti. Alla vigilia il vicepresidente JD Vance aveva difeso l’operato dell’ICE. Durante una protesta all’aeroporto, la polizia ha arrestato decine di religiosi in preghiera.








