giovedì 19 Febbraio 2026
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Corea del Sud, ex presidente Yoon condannato all’ergastolo

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Il tribunale distrettuale di Seul ha condannato all’ergastolo l’ex presidente sudcoreano Yoon Suk Yeol per aver diretto un’insurrezione tentando di imporre la legge marziale il 3 dicembre 2024. I giudici hanno ritenuto provata l’intenzione di paralizzare il Parlamento, sottolineando i gravi costi sociali della decisione e l’assenza di segnali di rimorso. I procuratori avevano chiesto la pena di morte, in vigore ma sospesa da una moratoria dal 1997. Condannato anche l’ex ministro della Difesa Kim Yong-hyun a 30 anni. Yoon, che nega ogni addebito, sostiene di aver agito per difendere l’ordine costituzionale.

Venezia: il Mose costa 200mila euro ogni alta marea, ma piazza San Marco è sempre allagata

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Ventiquattro volte in cinquanta giorni, per una media di quasi una volta ogni 48 ore. È il numero di episodi in cui, in questo primo mese e mezzo inoltrato di 2026, è stato necessario alzare il Mose, la barriera artificiale di contenimento della marea a Venezia. Ogni sollevamento del muro costa una cifra stimata tra i 200mila e i 300mila euro; dall’inizio dell’anno, dunque, sono stati spesi circa 5 milioni di euro. «Un quadro senza precedenti» commenta Alvise Papa, responsabile del Centro Maree, l’ente che monitora i livelli di marea a Venezia, lamentando l’aumento dei casi di acqua alta negli ultimi due mesi. Dall’inizio del 2026 si sono registrate più volte maree superiori ai 100 centimetri sul livello medio del mare, nonostante – almeno in teoria – il periodo dell’anno coincida con le maree più basse. Particolarmente soggetta ad allagamenti è Piazza San Marco, il punto più basso della città, che per finire sott’acqua necessita di soli 80cm di marea.

Nelle varie interviste rilasciate, Alvise Papa descrive il fenomeno dell’alta marea che si sta registrando quest’anno come un record senza precedenti. I casi di alta marea hanno iniziato a verificarsi dallo scorso 28 gennaio, e da allora si sono presentati con regolarità; il Mose, di preciso, si alza solo se la marea raggiunge i 100/110 centimetri, ma ci sono diverse zone che si trovano a un’altezza inferiore di tale soglia. Il risultato è stato il continuo allagamento di queste stesse aree, come la zona vicino al Ponte di Rialto, le fondamenta delle Zattere, o piazza San Marco. In alcune delle zone più frequentate da turisti, inoltre, a causa del Carnevale, è stato sospeso il servizio delle passerelle – le lastre sopraelevate che vengono posizionate nelle aree allagate per evitare di camminare sull’acqua; tale celebrazione è infatti uno dei tanti momenti di picco turistico per la città lagunare, e le passerelle, sebbene permettano di camminare nelle zone dense di acqua, rallentano notevolmente il flusso pedonale, rischiando di incagliare il traffico nelle calli – i piccoli vicoli veneziani. Questo ha reso ancora più impraticabile il passaggio da certe aree, con un impatto diretto sulle attività locali.

Il servizio delle passerelle attivo in Piazza San Marco.

Il fenomeno dell’alta marea di questi ultimi giorni, sebbene straordinario, non va preso come un evento isolato. Nel corso dei suoi vari interventi, Papa ha spiegato che oggi basta molto meno per allagare certe aree della città: se fino a una ventina di anni fa le zone più basse di Venezia finivano sott’acqua solo con il presentarsi all’unisono di diversi fattori meteorologici, oggi basta qualche episodio di precipitazioni moderate, perché il livello medio del mare si è alzato. «La natura ci sta lanciando un avvertimento. Ci sta dicendo che il livello medio del mare, dovuto ai cambiamenti climatici, è così alto che bastano piccole perturbazioni per allagare la città», ha detto Papa, ripreso da media locali. «Dobbiamo cominciare a pensare seriamente a cosa succederà fra 20-30 anni: in futuro eventi simili saranno sempre più frequenti, specie in autunno».

Il modello del Mose, insomma, non sembra affatto funzionare. Il Mose è una diga mobile che copre le tre bocche che separano il demanio lagunare dal mare: quella del Lido, quella di Malamocco, e quella di Chioggia. È composto da 4 barriere, costituite a loro volta da 78 paratoie, sorte di rettangoli metallici con una larghezza che va dai 18 ai 29 metri, che si abbassano e si alzano dal fondo del mare per via di un meccanismo di immissione di aria compressa ogni qualvolta ce ne sia il bisogno. Le paratoie sono attaccate a enormi lastre di cemento poste sul fondale. L’opera – assieme agli elementi collaterali – è costata fino a ora circa 6,7 miliardi di euro, e lo scorso dicembre ha comportato uno scostamento di altri 41 milioni, richiesti per la gestione ordinaria, le manutenzioni e le operazioni di salvaguardia. Ogni volta che viene sollevato costa tra i 200mila e i 300mila euro.

Le paratoie del Mose sollevate.

Se da una parte il sollevamento del Mose salvaguarda la città, dall’altra comporta diversi effetti indiretti sull’economia e la quotidianità della città lagunare, colpendo diverse attività, prime fra tutte quelle portuali. Dalla bocca di Malamocco, infatti, passa la rotta verso Porto Marghera, la principale infrastruttura portuale della laguna. Questo significa che, sollevando la barriera, il traffico marittimo viene momentaneamente interrotto, con un effetto sui lavori presso il porto e sul commercio lagunare. Un’altra attività danneggiata è quella della pesca, mentre diversi servizi cittadini finiscono spesso per non venire realmente tutelati dall’alta marea, perché ruotano attorno ad aree che – come Piazza San Marco – risultano inagibili ben prima della soglia di sollevamento delle paratoie: è il caso dei servizi di trasporto su battello o del passaggio di mezzi di soccorso e intervento nei canali più interni.

Tra i vari elementi contestati al Mose vi sono anche quelli di natura ambientale. Diverse associazioni denunciano gli effetti del sollevamento della barriera – oltre che la sua stessa presenza con lastre di cemento sul fondale – sulla salute dell’ecosistema lagunare, sostenendo che esso provochi danni alla flora e alla fauna locali, arrivando a modificarne temporaneamente il regime idrodinamico. A tutto questo si aggiunge il dubbio che tale modello possa effettivamente sopravvivere davanti all’innalzamento dei livelli medi del mare, come sottolineato dallo stesso Papa. Insomma, secondo i detrattori, se in diverse occasioni il Mose è finito per salvare la città dall’allagamento, in altrettante non è stato sollevato per tempo o ha provocato impatti di ritorno considerevoli, mentre in futuro non è detto che funzionerà: secondo alcune previsioni della NASA seppur considerando tutte le variabili del caso, in Italia il livello dei mari è destinato a salire tra i 40 e i 90 centimetri entro il 2100; a tal proposito, gli esperti ritengono che se solo il livello del mare si alzasse di 30 cm, il Mose entrerebbe in funzione almeno una o due volte a settimana, rendendo di fatto insostenibile la vita in città.

Norvegia: stop ai polli a crescita rapida

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La Norvegia si prepara a diventare il primo Paese al mondo a eliminare l’allevamento di polli a crescita rapida, una mutazione che amplifica le sofferenze di milioni di animali. L’impegno è stato annunciato dalle principali organizzazioni del settore, tra cui Nortura, il maggiore produttore norvegese di carne e uova, e KLF, l’associazione dei produttori. L’obiettivo è completare la transizione entro il 2027, sostituendo le attuali razze selezionate per crescere velocemente con linee genetiche a sviluppo più lento.
Le razze oggi più diffuse nel mondo, come Ross 308 e Cobb 500, sono il risultato...

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L’Ucraina sanziona Lukashenko

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L’Ucraina ha adottato un pacchetto di sanzioni contro il presidente Bielorusso Aleksandr Lukashenko. A dare la notizia è lo stesso presidente Zelensky, spiegando che tale decisione arriva con lo scopo di contrastare «tutte le sue forme di sostegno agli omicidi di ucraini». Zelensky accusa la Bielorussia di avere dispiegato «un sistema di stazioni di collegamento per controllare i droni, che ha aumentato le capacità dell’esercito russo di effettuare attacchi» contro l’Ucraina, e di avere collaborato nella produzione missilistica della Russia. Zelensky non ha spiegato quali saranno le conseguenze pratiche di questo nuovo pacchetto di sanzioni.

“Falsi certificati medici ai migranti”: l’indagine a Ravenna scatena le ire del Governo

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All’alba di giovedì 12 febbraio le forze dell’ordine si sono presentate nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna. Gli agenti hanno identificato le persone presenti, sequestrato certificati e cartelle cliniche e controllato i contenuti dei computer in uso al personale. Successivamente si sono spostati nel parcheggio dell’ospedale, dove hanno perquisito le automobili dei dipendenti. Poi sono andati nelle loro case, dove hanno sequestrato computer e dispositivi informatici. L’operazione nasce da un’indagine coordinata dalla Procura di Ravenna, che ipotizza la produzione di certificati falsi da parte dei medici incaricati di visitare persone migranti. Secondo l’accusa, tali certificazioni sarebbero state redatte con l’obiettivo di evitare il trasferimento dei pazienti nei Cpr, i Centri di permanenza per i rimpatri. I medici inizialmente indagati erano sei, ma secondo le ultime informazioni il numero potrebbe presto salire a otto. Si tratterebbe, quindi, della quasi totalità del personale del reparto di Malattie infettive, che conta complessivamente undici operatori sanitari.

La normativa vigente prevede che, prima dell’assegnazione a un centro per il rimpatrio, le persone vengano sottoposte a una visita medica volta a certificarne l’idoneità. I criteri sono stabiliti da un decreto del 2022 firmato dall’allora Ministra dell’Interno Lucia Lamorgese, che esclude l’ingresso nei Cpr in presenza di malattie infettive, vulnerabilità psicologiche, interventi chirurgici recenti o terapie in corso per patologie croniche.

Questo è il compito svolto dai medici del reparto di Malattie infettive di Ravenna, che da settembre 2024 a dicembre 2025 hanno visitato in totale 34 persone destinate ai Cpr. Di queste, 10 si sono rifiutate di sottoporsi alla visita, 10 sono state dichiarate non idonee e per 14 è stato invece espresso un parere favorevole. Meno della metà, dunque, è stata giudicata non idonea ai centri per il rimpatrio. Nonostante ciò, la Procura ha ipotizzato l’esistenza di una sorta di boicottaggio da parte dei medici. L’accusa formulata è quella di falso ideologico continuato in concorso, sostenendo in pratica un complotto del personale sanitario.

Alle ipotesi investigative si sono aggiunte, nelle ore successive, reazioni politiche di segno durissimo. «Se fosse confermato sarebbe una vergogna da licenziamento, da radiazione e da arresto» ha  commentato Matteo Salvini su X, seguito poco dopo dal Ministro dell’Interno Piantedosi che ha riassunto la vicenda sostenendo che l’indagine avrebbe «accertato che c’erano dei medici nell’ospedale che pregiudizialmente e ideologicamente facevano certificazioni le quali si presume fossero false», di fatto già condannando i medici nonostante si sia ancora nella fase premilinare delle indagini. I due Ministri hanno in pratica già emesso la sua loro sentenza: «Se il Governo non riesce a fare abbastanza rimpatri è colpa dei medici di Ravenna»

A queste prese di posizione ha fatto da contraltare la mobilitazione che si è tenuta lunedì mattina davanti all’ospedale Santa Maria delle Croci. Medici, infermieri, operatori sanitari e cittadini hanno partecipato a un flash mob silenzioso a sostegno dei colleghi indagati. Al centro della protesta, uno striscione con la scritta: «La cura non è reato».

La mobilitazione che si è tenuta lunedì mattina davanti all’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna

Una battaglia alla quale si sono affiancati l’Ordine dei medici dell’Emilia-Romagna, la Federazione Nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri, assieme ad associazioni come Emergency e Medici Senza Frontiere e, soprattutto, al Simm, la Società italiana di medicina delle migrazioni, che da anni si batte contro l’apertura dei Cpr, ritenuti luoghi altamente patogeni e causa diretta di malattie infettive e di gravi disturbi psichiatrici.

«Sono posti pericolosi perché non sono sotto il controllo del sistema sanitario nazionale – ha spiegato al Resto del Carlino il presidente del Simm, Marco Mazzetti – Le persone trattenute nei Cpr non possono essere seguite dal servizio sanitario pubblico: talvolta sono presenti medici privati, ma la situazione non è paragonabile a quella delle carceri, dove operano medici, psicologi e infermieri del sistema sanitario nazionale».

La Società italiana di medicina delle migrazioni è entrata direttamente nell’inchiesta perché sospettata di aver svolto attività di propaganda negli ospedali per convincere i medici a bloccare gli accessi ai Cpr. Nell’ambito delle indagini, gli inquirenti hanno perquisito computer e cellulari dei medici di Ravenna alla ricerca di materiale informativo riconducibile all’associazione. Secondo l’ipotesi investigativa, tali documenti avrebbero esortato i medici a compiere atti illeciti allo scopo di impedire i trasferimenti dei migranti.

Una ricostruzione respinta con forza dal Simm, che in un comunicato ha rivendicato l’autonomia e l’indipendenza del personale sanitario: «I fatti accaduti il 12 febbraio 2026 presso l’ospedale di Ravenna segnano un grave attacco alla professione medica, alla sua deontologia e alla cura delle persone – si legge nella nota – Le modalità riferite della perquisizione, condotta in modo simile a quelle riservate alle organizzazioni criminali, umiliano il personale sanitario, distolgono risorse dalla cura dei pazienti e creano un clima di intimidazione che mina la serenità necessaria all’esercizio della professione». Le indagini andranno avanti, provando a stabilire la verità. Resta però il dato politico di un’inchiesta che, ancora prima di entrare in un’aula di tribunale, ha già prodotto condanne pubbliche e prese di posizione perentorie. Una dinamica che si inserisce in un clima di crescente ostilità del Governo nei confronti delle persone migranti, nel quale ogni ostacolo alle politiche di rimpatrio viene letto come un atto sovversivo. Un clima che finisce per riversarsi su chiunque, anche sui medici di un ospedale pubblico.

Olimpiadi invernali: il “record” di medaglie azzurre non è un record, almeno per ora

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medaglie Olimpiadi

C’è un modo rigoroso e uno superficiale di raccontare un’Olimpiade. Il primo celebra le imprese, e in queste settimane l’Italia ne sta vivendo diverse, alcune destinate a restare nella memoria sportiva del Paese. Il secondo, invece, trasforma ogni confronto col passato in un automatismo retorico: “Uguagliato Lillehammer ’94”, “superato il record”. Titoli efficaci, entusiasmo comprensibile, ma un elemento decisivo spesso resta fuori dall’inquadratura: oggi la dimensione dei Giochi non è quella di trent’anni fa.

A Lillehammer 1994 le gare furono 61. In totale, con tre medaglie assegnate per ciascun evento, i podi disponibili erano 183. In quell’edizione l’Italia conquistò 20 medaglie, che ancora oggi vengono ricordate come il grande riferimento storico del nostro inverno olimpico. Milano-Cortina 2026, però, si colloca su un piano numerico diverso: il programma prevede 116 eventi, quasi il doppio rispetto al 1994. Questo significa 348 medaglie complessive in palio. Ed è qui che nasce l’effetto ottico: quando aumentano le gare, aumentano inevitabilmente anche le opportunità di salire sul podio. Il confronto puramente quantitativo rischia così di diventare fuorviante.

Se si vuole adottare un criterio omogeneo, occorre ragionare in termini proporzionali. Nel 1994 l’Italia conquistò 20 medaglie su 61 gare, pari a circa 0,328 medaglie per evento. Applicando lo stesso rendimento a 116 eventi, il risultato teorico sarebbe di circa 38 medaglie (0,328×116 ≈ 38). Per superare davvero, in termini comparabili, la performance di Lillehammer, la soglia non sarebbe dunque di 21 medaglie, ma bensì 39.

Questo non toglie nulla alle imprese, anzi. Se un’atleta come Federica Brignone ha firmato un risultato epico, inimmaginabile alla vigilia, entrerà comunque nella leggenda, indipendentemente da tutto il resto. Il punto è un altro: raccontare bene significa tenere insieme emozione e misura. Festeggiare ogni podio è doveroso; trasformare ogni record “assoluto” in verità storica, senza spiegare che i Giochi di oggi offrono quasi il doppio delle medaglie di allora, è un favore al tifo e un torto alla realtà.

La domanda, in fondo, è semplice: vogliamo un racconto trionfale o un racconto corretto? Se vogliamo entrambe le cose, la formula è già scritta: celebrazione sì, ma con una nota metodologica chiara. Non per ridimensionare l’impresa, bensì per contestualizzarla. Perché i record non si esauriscono nel numero finale: acquistano senso nel rapporto tra risultato e scenario competitivo. Ed è proprio lì, nel confronto onesto tra ieri e oggi, che si misura la loro reale grandezza.

Guatemala, operazione contro la criminalità organizzata

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Il Guatemala ha lanciato il “Piano Sentinella”, una maxi-operazione contro la criminalità organizzata del narcotraffico. Il piano è stato lanciato nel dipartimento di Escuintla, per poi venire ampliato alla capitale e in altre aree metropolitane del Paese. Esso prevede il dispiegamento di soldati e poliziotti armati e di veicoli blindati, impegnati in operazioni di pattugliamento e blitz contro il narcotraffico. All’inizio della settimana, il presidente Bernardo Arévalo ha annunciato che il Paese sarebbe entrato in “stato di prevenzione”, per contrastare le attività delle bande criminali; in generale, il Guatemala sta varando contromisure verso la criminalità organizzata da metà gennaio, quando le bande hanno scatenato rivolte in carcere uccidendo 11 poliziotti. 

L’automotive è una fonte di sorveglianza sempre più capillare

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Le autovetture moderne non sono più semplici mezzi di trasporto: sono diventate vere e proprie piattaforme informatiche su ruote dotate di decine di sensori e centraline in grado di registrare ogni aspetto dell’esperienza di guida. Dalle avarie ai percorsi effettuati, dalle accelerazioni brusche allo stato del manto stradale, fino alle abitudini dell’automobilista, tutto viene raccolto, archiviato e spesso trasmesso a soggetti terzi. Un vero e proprio tesoretto di dati che, poco sorprendentemente, è ormai sfruttato in modo sistematico da un’industria della sorveglianza la cui presenza si sta insinuando in ogni capillare della vita quotidiana.

L’ultimo esempio, in ordine di tempo, di questo fenomeno arriva da un’inchiesta di Haaretz, testata che è riuscita a ottenere alcune brochure promozionali dell’azienda israeliana Rayzone. Attraverso la sua sussidiaria TA9, la società commercializza un servizio avanzato capace di incrociare i dati raccolti dalle autovetture con le informazioni telefoniche delle SIM installate a bordo, le comunicazioni Bluetooth, le immagini provenienti dalle telecamere di sorveglianza poste lungo il percorso e tutti quegli elementi che potrebbero essere forniti dalle varie agenzie governative. Un pacchetto completo che va ben oltre la semplice raccolta e rivendita di dati, aprendo la strada a ciò che viene ormai definito in modo esplicito CARINT, car intelligence: un sistema integrato pensato per trasformare ogni veicolo in una fonte continua di informazioni operative.

Con l’avanzare dello sviluppo tecnologico, gli automobilisti hanno progressivamente perso porzioni sempre più ampie di controllo sulla propria vettura. L’aggiunta continua di nuove funzioni – raramente presentate come optional e quindi, di fatto, inevitabili – offre indubbi vantaggi: le app sul telefono permettono di aprire le portiere senza chiavi, la connessione costante con le aziende garantisce forme di assistenza immediata in caso di problemi, le telecamere multiple facilitano la guida e le manovre di parcheggio. Tuttavia, ogni nuovo componente introduce anche un ulteriore punto critico, un elemento che obbliga il proprietario del mezzo a riporre fiducia in chi detiene realmente la gestione dell’infrastruttura digitale del veicolo. E in molti casi, questa fiducia risulta malriposta.

Rimanendo sul semplice, esistono già esempi concreti di locomotive che si disattivano automaticamente quando sostano nei pressi di centri di riparazione non convenzionati con il rivenditore, o di trattori dotati di kill switch che consentono ai produttori di rendere il mezzo inutilizzabile in qualsiasi momento. Allo stesso modo, la presenza di telecamere sulle automobili – soprattutto quelle dotate di guida assistita – finisce per trasformare i veicoli in vere e proprie videocamere di sorveglianza su gomma. La CARINT, di contro, rappresenta un’evoluzione più sofisticata e invisibile: attinge ai Big Data per elaborare profilazioni e previsioni sull’identità e sulle intenzioni degli automobilisti, promettendo di riuscire a rintracciare singoli obiettivi anche impiegando elementi apparentemente insignificanti quali la posizione del sedile e le impostazioni dell’airbag.

Non si tratta, peraltro, di una tendenza remota o confinata a scenari da film di spionaggio. Restando in un contesto vicino all’Italia, la Stellantis guidata da John Elkann ha siglato nel 2022 una partnership di rilievo con Palantir, azienda specializzata nell’analisi dei dati e nella sorveglianza, a cui viene spesso attribuita – forse con eccessiva generosità – la localizzazione del rifugio di Osama Bin Laden. La collaborazione, estesa a tutte le controllate del gruppo, è formalmente pensata per ottimizzare la gestione degli stabilimenti, incrociando le informazioni relative ai magazzini, alle tendenze di mercato e ai dati generati dai vari segmenti della filiera produttiva. Tuttavia, le porte ad applicazioni ulteriori sono rimaste aperte.

“[Palantir Foundry] sarà inoltre impiegata in una serie di funzioni pensate per migliorare la qualità, garantire la stabilità della fornitura e del servizio in un contesto sempre più definito dalla distribuzione, oltre a continuare a incrementare i margini di guadagno”, recita il comunicato. “Per esempio, la capacità di analizzare attraverso Foundry miliardi di dati ottenuti dai veicoli connessi fornirà a Stellantis gli strumenti utili a prevedere eventuali problemi di qualità e a sfruttare le informazioni sullo stato dei veicoli per portare avanti i suoi obiettivi di ricerca e sviluppo”. Non resta che fidarsi di Elkann e Palantir che questi dati non vengano impiegati anche a fini terzi.

L’Ungheria ferma le consegne di gasolio all’Ucraina

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Il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó ha annunciato che il Paese sospenderà le consegne di gasolio all’Ucraina finché non verrà ripristinato il transito di petrolio verso l’Ungheria mediante la riapertura dell’oleodotto Druzhba. Nel suo comunicato, Szijjártó spiega che verranno interrotte le forniture che provengono da e che passano attraverso l’Ungheria, che dovrebbero corrispondere a meno del 10% del fabbisogno ucraino di gasolio. Szijjártó ha accusato Zelensky di non avere riavviato il flusso di petrolio «per ragioni politiche, mettendo deliberatamente a rischio l’approvvigionamento energetico dell’Ungheria». L’Ungheria, ha continuato, non può «garantire la sicurezza energetica di un altro Paese mentre il nostro stesso approvvigionamento è messo a rischio».

Iran: proseguono i negoziati ma gli USA ammassano navi da guerra

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Sono ripresi ieri a Ginevra i negoziati tra Stati Uniti e Iran per trovare un accordo sul nucleare iraniano e smorzare le profonde tensioni che caratterizzano le relazioni tra i due Stati. All’incontro erano presenti i negoziatori statunitensi, Steven Witkoff e Jared Kushner – il genero di Donald Trump – e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Quest’ultimo, dopo i colloqui, ha affermato che è stato raggiunto un «accordo generale su alcuni principi di base», e che entrambe le parti hanno concordato di confrontare le bozze di una possibile intesa. Da parte loro, invece, gli Stati Uniti non hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali. Nonostante i colloqui, un documento finale che accontenti entrambe le parti sembra ancora lontano e gli Stati Uniti intensificano le minacce militari contro la Repubblica islamica, ammassando navi da guerra al largo delle coste iraniane. In risposta, l’Iran ha intrapreso esercitazioni militari, chiudendo temporaneamente lo Stretto di Hormuz, centrale per i traffici marittimi, e sembra poter contare sull’appoggio della Cina, interessata a proteggere un alleato strategico evitando che si ripeta lo schema messo in atto in Venezuela dagli USA lo scorso gennaio.

Durante i negoziati – mediati dall’Oman – gli USA hanno avanzato tre richieste all’Iran: oltre allo smantellamento del programma nucleare e all’eliminazione delle sue scorte di uranio arricchito, Washington pretende la riduzione della quantità e della gittata dei missili balistici a disposizione degli ayatollah e la fine del sostegno economico e militare che la Repubblica islamica fornisce alle milizie alleate in altri paesi del Medio Oriente – il cosiddetto “asse della resistenza” – tra cui Palestina, Libano e Yemen. Secondo l’agenzia di stampa Reuters, l’Iran è disposto a discutere solo di limitazioni al suo programma nucleare, in cambio di una revoca delle sanzioni, non rinunciando, invece, al suo programma missilistico né completamente all’arricchimento dell’uranio. La guida suprema della Repubblica islamica, Ali Khamenei, ha sottolineato che il formidabile arsenale missilistico iraniano non è negoziabile e che il tipo e la gittata dei missili non hanno nulla a che fare con quelli statunitensi. Questa settimana un alto funzionario iraniano ha detto che il successo delle trattative dipende dal realismo delle richieste che avanzeranno gli Stati Uniti e dalla loro affidabilità nel revocare le pesanti sanzioni che danneggiano l’economia iraniana. Il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr al-Busaidi, ha scritto in un post sui social media che «c’è ancora molto lavoro da fare», ma che l’Iran e gli Stati Uniti hanno «chiari i prossimi passi da compiere».

Accettando tutte le richieste statunitensi, il regime degli ayatollah sarebbe estremamente vulnerabile e facile oggetto di un cambio di regime. Del resto, è questo uno degli obiettivi dell’amministrazione statunitense, non nascosto dal presidente Donald Trump. Infatti, quando la stampa gli ha chiesto se volesse il crollo del regime iraniano, lui ha risposto: «Questo sarebbe il risultato migliore». I negoziati sul nucleare con la Repubblica islamica sono cominciati ormai oltre dieci anni fa: già nel 2015 era stato raggiunto uno storico accordo in tal senso che, però, fu annullato dallo stesso Trump – su pressione di Israele – durante il suo primo mandato nel 2018. Anche l’anno scorso si era fatto un primo passo nella ripresa dei negoziati, interrotti però a giugno dal bombardamento dei siti nucleari iraniani da parte di Israele, a cui si unirono successivamente anche i bombardieri americani B-2.

Al momento, lo scenario appare simile, in quanto mentre da un lato sono in corso i negoziati, dall’altro gli USA schierano le loro forze navali nel mar Arabico. Davanti alle coste dell’Oman, sono già presenti decine di navi da guerra insieme alla portaerei USS Abraham Lincoln, che trasporta 90 caccia e un equipaggio di quasi 6.000 persone. Trump ha inoltre ordinato a un’altra portaerei, la USS Gerald R. Ford, di spostarsi verso il Medio Oriente. Il dispiegamento delle portaerei è stato confermato dal Pentagono al New York Times, ma lo schieramento dei mezzi statunitensi è stato anche rilevato dai satelliti cinesi della Mizar Vision (Mv): le immagini mostrano la posizione delle batterie di difesa aerea nei pressi delle basi americane di Muwaffaq Salti (Giordania) e di Ali Al Salem (Kuwait) e di almeno 16 aerei di rifornimento strategico sulle piste della base di Al Udeid (Qatar). Il che indica almeno due cose importanti: da un lato, che l’Iran può fare affidamento sulla Cina, che a sua volta conosce le posizioni degli avversari; dall’altro che il Dragone sta rapidamente sfidando il monopolio degli Stati Uniti nello spazio, poiché i nuovi satelliti di telerilevamento hanno consentito a Pechino di monitorare le risorse militari americane a livello globale. Come riporta Newsweek, negli ultimi due anni la Cina ha aggiunto oltre 400 satelliti, di cui più della metà è in grado di tracciare oggetti sulla Terra.

Al momento le trattative tra Stati Uniti e Iran sono, dunque, caratterizzate da atteggiamenti ambivalenti e appaiono sicuramente lontane da un accordo che possa scongiurare un confronto militare diretto, mentre la volontà di Washington di ribaltare il regime iraniano per insediare un governo confacente agli interessi di Washington è sempre più chiara. In tal modo, la potenza a stelle e strisce indebolirebbe anche Russia e Cina che trovano nell’Iran un importante alleato nella regione. Per questo, un eventuale attacco statunitense alla Repubblica islamica non esclude un ampliamento pericoloso del conflitto. Se, da un lato, Trump ha affermato di non credere che gli esponenti del governo iraniano «vogliano affrontare le conseguenze del mancato accordo», dall’altro, Khamenei ha avvertito che qualsiasi tentativo degli Stati Uniti di deporre il suo governo fallirebbe.