mercoledì 25 Marzo 2026
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Dal 7 ottobre l’Italia avrebbe inviato 416 spedizioni a uso militari verso Israele

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I Giovani Palestinesi in Italia hanno pubblicato un dossier di oltre 60 pagine per denunciare il coinvolgimento italiano nel genocidio del popolo palestinese perpetrato da Israele. Il documento, compilato in collaborazione con diverse altre associazioni, verrà presentato il prossimo 29 marzo a Roma ed evidenzia che – dopo l’escalation del 7 ottobre 2023 – l’Italia avrebbe inviato a Israele 416 spedizioni contenenti apparecchiatura tecnologica, componenti per aerei, e strumentazione a uso militare, oltre a centinaia di migliaia di tonnellate di carburante. Tra i vari, sono compresi oltre 150 carichi di componenti aerospaziali e avionici da Leonardo, la maggiore industria bellica italiana, tra cui anche spedizioni alle linee di produzione di aerei impiegati nei bombardamenti a Gaza. Alla luce di tale ricerca, le associazioni chiedono all’Italia di imporre un embargo totale sull’invio di armi a Israele e di rescindere gli accordi che ne regolamentano le esportazioni, nel rispetto degli obblighi internazionali del Paese.

«Nonostante le ripetute rassicurazioni pubbliche del Ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani e della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, secondo cui l’Italia avrebbe limitato le esportazioni di armamenti verso Israele, questa ricerca rivela una realtà sostanzialmente diversa». Sono queste le parole con cui i Giovani Palestinesi esordiscono nel loro nuovo rapporto sulle relazioni bilaterali tra Italia e Israele. Secondo il resoconto, il meccanismo che soggiace al commercio tra Roma e Tel Aviv seguirebbe principalmente tre canali: il primo è un canale diretto, di trasferimento dalle infrastrutture aeroportuali e portuali italiane a quelle israeliane; il secondo è un canale indiretto, che passa da Paesi terzi; l’ultimo, invece, «consiste in importazioni italiane e relazioni industriali più ampie con aziende militari israeliane». Il documento si concentra sul primo di questi tre.

Il rapporto individua un totale di 416 spedizioni di materiali tecnologici, componenti per aerei, e strumentazione a doppio uso civile e militare o a uso militare esclusivo. In lista, compaiono materiali ottici avanzati, strumentazione per la protezione elettronica e anti-interferenza, materiali per la sorveglianza, ma anche scatole di munizioni e giubbotti antiproiettile. Tra le varie attrezzature anche unità necessarie allo sviluppo di velivoli senza pilota – e, dalla Lombardia, un velivolo integrale – così come componenti per aerei militari utilizzati durante i bombardamenti a Gaza, come gli F-15 di Elbit Systems. I materiali più individuabili come apparecchiatura a doppio uso civile e militare – quali cavi, luci e fanali, sono stati spesso inviati ad aziende attive nel campo bellico, come la stessa Elbit Systems e i suoi distaccamenti.

Alle spedizioni militari si aggiunge l’invio di oltre 224 chilotonnellate di carburante, necessario per le operazioni militari israeliane a Gaza. «Le infrastrutture per il carburante e l’energia sono anche parte integrante del progetto delle colonie, poiché la rete elettrica israeliana integra direttamente gli insediamenti illegali e non li distingue dalle infrastrutture all’interno della Linea Verde», si legge nel rapporto. Ad alimentare i dubbi, arriva il fatto che le spedizioni registrate sono state catalogate come «clandestine»: in diverse occasioni, le navi partite dall’Italia hanno disattivato i propri localizzatori, finendo per celare la loro destinazione verso Israele. Per ciascuna di queste spedizioni, il noleggiatore era indicato come Oil Refineries Ltd, affiliata al Gruppo Bazan, il più grande conglomerato petrolifero israeliano che, solo nel 2023 ha prodotto 723 chilotonnellate di carburante per aerei militari. Alle spedizioni di petrolio si aggiungono quelle di diesel, necessario per alimentare tecnologie e mezzi militari israeliani, primi fra tutti i carri armati Merkala.

Le spedizioni prese in analisi coinvolgono i principali aeroporti e porti marittimi italiani, tra cui Roma Fiumicino e Milano Malpensacentrali per il commercio militare, ma anche Genova e Ravenna, così come i terminal carburanti di Taranto e della Baia di Santa Panagia; le spedizioni provengono e transitano dalle regioni di Liguria, Abruzzo, Puglia, Campania, Lazio, Lombardia, Piemonte, Toscana, Veneto, Umbria ed Emilia-Romagna. «La maggior parte delle spedizioni a carattere militare analizzate», scrive il rapporto, «passano per gli aeroporti, tuttavia anche i porti marittimi italiani svolgono un ruolo significativo». Tra le compagnie coinvolte, Mediterranean Shipping Company (MSC) e ZIM sul versante marittimo, e EL AL, ITA Airways e Challenge Air Cargo tra quelle aeree. I carichi «sono trasportati regolarmente su voli commerciali di linea (EL AL, ITA Airways, Lufthansa) e vettori cargo dedicati (Poste Air Cargo, Challenge Air Cargo)».

«I dati di questo dossier dimostrano in modo inconfutabile che il complesso militare industriale italiano è parte integrante del genocidio in corso a Gaza». Evidenziati – seppure in maniera parziale – i legami italiani con la macchina genocida israeliana, le associazioni chiedono alle istituzioni di: «imporre un embargo bilaterale totale sulle armi nei confronti di Israele»; annullare tutti i permessi di esportazione e gli accordi di assistenza tecnica attualmente attivi; sospendere la fornitura di petrolio greggio e gasolio impiegati dalla macchina bellica israeliana; «monitorare e fornire dati trasparenti per tutti i trasbordi e le esportazioni dual-use in transito dai porti e aeroporti italiani»; rescindere il memorandum militare Italia-Israele. Quest’ultimo dovrebbe venire rinnovato il prossimo aprile, e già l’anno scorso è stato oggetto di numerose contestazioni da parte della società civile.

L’ex direttore di Frontex è indagato per crimini contro l’umanità

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Crimini contro l’umanità e tortura. Sono queste le accuse mosse nei confronti dell’ex direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, dalla Corte d’Appello di Parigi. La notizia arriva dall’agenzia di stampa internazionale francese AFP, che ha parlato con una fonte giudiziaria a conoscenza dell’inchiesta. Leggeri era stato denunciato nel 2024 dalla ONG francese Ligue des Droits de l’Homme (LDH), che lo aveva accusato di aver «condotto una politica volta a ostacolare, a qualunque costo l’ingresso dei migranti nell’Unione Europea», anche in termini di vite umane. Frontex non è nuova ad accuse di violazioni del diritto umanitario: negli ultimi anni, l’agenzia – che monitora i confini europei – è finita sotto indagine per casi di respingimento illegale di persone migranti.

Nella denuncia di LDH, Leggeri veniva accusato di aver “incoraggiato” i suoi uomini a lasciare che fossero le autorità libiche e greche a intercettare le imbarcazioni dei migranti, spingendoli a facilitarne l’operato. Mentre l’operato delle autorità greche nell’ambito dei salvataggi in mare è finito svariate volte sotto inchiesta, è ormai noto da anni – grazie a testimonianze di sopravvissuti, inchieste giornalistiche, indagini di ONG e anche alcuni processi – che la Libia sia una sorta di lager a cielo aperto per i migranti e che la “guardia costiera libica”, organo creato ad hoc dalle istituzioni europee per poter operare i respingimenti, si sia macchiata di crimini quali violenze, torture e omicidi.

Nel 2022 Leggeri, alla guida di Frontex dal 2015, si era dimesso dopo che un’indagine dell’ufficio europeo antifrode (OLAF) aveva dimostrato la complicità dell’agenzia nei respingimenti illegali ai confini europei, con particolare riferimento ad alcuni episodi avvenuti nel 2020. L’indagine – top secret, ma trapelata su alcuni mezzi di informazione – aveva dimostrato, tra le altre cose, come gli operatori di Frontex fossero stati assegnati ad altre missioni affinchè evitassero di vedere gli incidenti che si stavano verificando in mare e ostacolato il lavoro degli specialisti dei diritti umani. Alle indagini dell’OLAF si era aggiunto anche l’esito di quelle giornalistiche, che avevano documentato con immagini le violazioni. “Errori del passato” li aveva definiti Frontex, in una nota. Eppure, il nome dell’agenzia è stato collegato ad un gran numero di violazioni e stragi avvenute nel Mediterraneo, da quella di Pylos, nella quale persero la vita oltre 600 persone, a quella di Cutro, nella quale vi furono 94 morti accertate e molte altre che rimangono solamente un’ipotesi per il semplice fatto che i corpi non sono mai stati trovati.

Le dimissioni di Leggeri hanno avuto tutta l’aria di essere un parafulmine, una sorta di modo per silenziare le critiche. D’altro canto, il budget dedicato all’agenzia è aumentato esponenzialmente negli ultimi anni, passando dai 333 milioni del 2019 fino a superare il miliardo di euro nel 2025. Nessuna altra agenzia europea gode di finanziamenti lontanamente somiglianti a questa cifra. Lo stesso Leggeri non è uscito poi così sconvolto dalla vicenda: nel 2024 si è buttato in politica a fianco di Marine Le Pen, rappresentante dell’estrema destra francese, per entrare nell’europarlamento. Non erano mancate le critiche nei confronti dell’agenzia, trasformata, a suo dire, in una “super ONG diretta da osservatori e responsabili dei diritti fondamentali”. Jordan Bardella, leader di Rassemblement National, ha dichiarato pieno supporto a Leggeri, “oggetto di vessazioni giudiziarie da parte di associazioni di estrema sinistra” per aver “difeso i confini dell’Europa dall’immigrazione di massa”. Che i corpi di molti di coloro che migravano “illegalmente” giacciano sul fondo del Mediterraneo, anche grazie a Frontex, è in fondo un particolare trascurabile.

Si è dimessa Santanché

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Dopo le richieste di Giorgia Meloni, la ministra del Turismo Daniela Santanché ha annunciato le proprie dimissioni: «Non ti nascondo un po’ di amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri», si legge in una nota di Santanché diffusa dai media. Le dimissioni di Santanché seguono quelle del Sottosegretario alla Giustizia Dalmastro, arrivate dopo uno scandalo relativo alla costituzione di una società con la figlia di Mario Caroccia, condannato in via definitiva come prestanome del clan camorristico Senese, e della Capa Gabinetto di Bartolozzi, giunte dopo la vittoria del No al referendum sulla magistratura.

USA: 3 milioni di ricompensa per info sui gruppi criminali di Haiti

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Gli Stati Uniti hanno offerto una ricompensa fino a 3 milioni di dollari e la possibilità di trasferimento in cambio di informazioni sulle attività finanziarie dei gruppi criminali di Haiti. La ricompensa riguarda i gruppi Viv Ansanm e Gran Grif, entrambi designati come organizzazione terroristiche da Washington; Viv Ansanm e Gran Grif riuniscono centinaia di bande armate attive nella capitale haitiana Port-au-Prince, da tempo alle prese con una insurrezione da parte dei gruppi criminali. L’annuncio degli Stati Uniti segna un cambio di tattica nella ricerca di informazioni sulle bande, posto che le precedenti ricompense si concentravano sui singoli capi dei gruppi, e arriva in un momento critico per il Paese.

Zecche tutto l’anno e sempre più in quota: perché sono aumentate e come proteggersi

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zecche rimuoverle proteggersi

Nove zecche addosso il primo giorno. Quindici il secondo. Quota mille metri, inizio marzo, sulle Dolomiti. Chi ha raccontato l’episodio non è un escursionista sprovveduto: frequenta la montagna da anni e non ne trovava così tante da tempo. Un caso personale, certo, ma che fotografa qualcosa che i ricercatori monitorano da anni: le zecche non sono più un problema estivo. Sono diventate un problema quasi tutto l’anno.

Cosa sta succedendo

La specie responsabile della maggior parte delle punture in Italia è Ixodes ricinus, la zecca dei boschi. Predilige zone umide, radure, bordi dei sentieri e tradizionalmente era attiva da primavera ad autunno, difficilmente presente oltre i 1.500 metri. Quel confine si sta spostando.

Le zecche non muoiono in inverno: vanno in quiescenza, rallentano il metabolismo. Ma se le temperature non scendono abbastanza a lungo – e negli ultimi anni al Nord Italia questo accade sempre più di rado – riprendono a essere attive con mesi di anticipo. Non è un caso che le zone più colpite siano Trentino, Veneto e Friuli Venezia Giulia: territori di confine con l’Europa centrale e orientale, dove la presenza di zecche è storicamente più alta e dove i movimenti di animali selvatici come cervi, caprioli e uccelli migratori, contribuiscono a spostare le popolazioni verso ovest e verso quote più elevate.

I rischi: non solo un fastidio

Una puntura di zecca, nella grande maggioranza dei casi, non provoca nulla di grave. Ma alcune zecche sono vettori di patogeni seri. La malattia di Lyme (borreliosi) è la più diffusa: si manifesta inizialmente con un eritema a forma di alone intorno alla puntura, che può comparire tra i 4 e i 60 giorni dal morso. Se non trattata, può coinvolgere articolazioni, sistema nervoso e cuore. La terapia antibiotica è efficace, ma richiede diagnosi tempestiva.

L’altra patologia da conoscere è la TBE (Tick-Borne Encephalitis), un’encefalite virale che evolve in due fasi: prima simil-influenzale, poi, in circa un terzo dei pazienti, con coinvolgimento neurologico e possibili sequele permanenti. Per la TBE esiste un vaccino, consigliato a chi frequenta abitualmente boschi nelle zone endemiche del Nord-Est.

Come proteggersi: cosa funziona davvero

L’abbigliamento è la prima linea di difesa. Pantaloni lunghi chiari – per individuare prima le zecche – con il fondo infilato dentro i calzini o un elastico che li tenga fermi: le zecche si arrampicano dal basso, bloccare i punti di ingresso dalla caviglia in su riduce il rischio in modo significativo. E poi evitare di sedersi nell’erba alta.

I repellenti chimici funzionano se scelti bene. Il principio attivo più studiato è il DEET, ad alte concentrazioni fino al 50%, da applicare su pelle e abiti. L’Icaridin è un’alternativa più tollerata dalla pelle. La Permetrina va applicata solo sui tessuti, non sulla pelle: va applicata sui vestiti prima di uscire ed è attiva per diverse ore.

Una nota sui dispositivi a ultrasuoni, spesso pubblicizzati come alternativa naturale ai repellenti chimici: la letteratura scientifica non supporta questa promessa. Il dottor Fabrizio Montarsi, dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, è netto: gli ultrasuoni non funzionano molto neanche contro le zanzare, e contro le zecche ancora meno. Meglio investire in un repellente registrato.

Come rimuoverle

Se ci si trova addosso una zecca, va tolta il prima possibile: il rischio di trasmissione di eventuali patologie aumenta con le ore. Lo strumento giusto sono delle pinzette apposite, a punta fine, che si trovano facilmente in farmacia. La zecca va afferrata più in profondità possibile, esercitando una trazione lenta e costante verso l’alto; alcuni esperti consigliano anche una leggera rotazione antioraria, ma l’indicazione più diffusa è evitare torsioni brusche che potrebbero “rompere” il parassita, senza riuscire ad estrarlo completamente.

Da non fare: niente olio, acetone, calore, creme o alcol sulla zecca mentre è ancora attaccata: la irritano e la inducono a rigurgitare saliva, aumentando il rischio di contagio. Dopo la rimozione, disinfettare e annotare data e sede e del morso. Se nelle settimane successive compare un alone rossastro, è il momento di andare dal medico.

La montagna resta uno dei luoghi più belli dove stare. Le zecche, che esistono da prima di noi e continueranno a farlo, più che il problema in sé, sono il segnale di un cambiamento. Conoscerle e sapere come si muovono, come si diffondono e soprattutto come si evitano, è il modo più efficace per non sottovalutare il problema, anche perché ignorarlo non le farà sparire.

Caso Epstein: perquisita una sede bancaria della famiglia Rothschild

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Il caso Epstein torna a scuotere i centri nevralgici del potere europeo. A Parigi, una sede bancaria del gruppo Edmond de Rothschild è stata perquisita martedì, alla presenza della direttrice generale, Ariane de Rothschild, nell’ambito di un’indagine preliminare, avviata il mese scorso. Gli inquirenti stanno approfondendo ipotesi di corruzione legate a un pubblico ufficiale straniero, nonché possibili profili di complicità riconducibili all’ex diplomatico francese Fabrice Aidan. Le autorità francesi cercano ora di capire se, e fino a che punto, Jeffrey Epstein abbia potuto contare su sponde operative anche nel cuore della finanza europea.

Il gruppo Edmond de Rothschild ha dichiarato di collaborare pienamente con gli inquirenti, sottolineando la propria estraneità a qualsiasi attività illecita. Sebbene Epstein non avesse una rappresentanza formale o legale ufficiale della famiglia Rothschild, e-mail e documenti risalenti al periodo compreso tra il 2013 e il 2019 mostrano che mantenne rapporti regolari con Ariane de Rothschild. In una mail del 28 febbraio 2016, Epstein scrisse al cofondatore di PayPal e di Palantir Peter Thiel, vantandosi di essere l’intermediario della famiglia Rothschild. I documenti rilasciati il 30 gennaio scorso dal Dipartimento di Stato americano attestano decine di messaggi e numerosi incontri, alcuni avvenuti nelle residenze del finanziere a New York e Parigi, con scambi che assumono spesso toni informali e personali, più intensi di quanto inizialmente riconosciuto dalla banca. Ariane de Rothschild ha dichiarato che i suoi incontri con il finanziere americano si sono svolti «nell’ambito normale delle sue funzioni all’interno del gruppo» e che non aveva «alcuna conoscenza della condotta e del comportamento personale» di Epstein. Parallelamente, la dirigente ha inviato un messaggio diretto a clienti e dipendenti per rassicurare sulla solidità finanziaria del gruppo. Un passaggio chiave della vicenda che ha portato alla perquisizione della sede parigine risale, però, al gennaio 2014, quando il diplomatico francese Fabrice Aidan entrò come lobbista internazionale nel gruppo, con un distacco autorizzato dal ministero degli Esteri francese. Poche settimane dopo, il 13 febbraio, partecipò a un pranzo a Parigi con Ariane de Rothschild, Terje Rød-Larsen, ex alto funzionario ONU, marito di Mona Juul, e lo stesso Epstein.

Il cuore dello scandalo riguarda, infatti, Aidan. L’11 febbraio 2026, il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot aveva annunciato su X di aver deferito il caso alla magistratura ai sensi dell’articolo 40 del Codice di procedura penale, avviando contestualmente un’indagine amministrativa e un procedimento disciplinare. «Sono rimasto inorridito», aveva dichiarato il ministro, dopo aver letto i documenti che riguardavano l’ex diplomatico. Aidan, segretario principale degli Affari esteri in congedo per motivi personali, continuava a essere vincolato agli obblighi di lealtà verso lo Stato, pur lavorando nel privato per un grande gruppo energetico Engie.

Le accuse vanno oltre il piano disciplinare. Secondo un’inchiesta di Radio France e Mediapart, i rapporti tra Aidan ed Epstein risalgono almeno al 2010, quando il diplomatico operava presso le Nazioni Unite come assistente di Terje Rød-Larsen. In quel contesto, Aidan divenne un canale privilegiato per Epstein all’interno dell’ONU e dell’International Peace Institute. Le e-mail mostrano scambi su dossier sensibili: nel gennaio 2011 organizzò una cena con Epstein, lo sceicco Abdullah bin Zayed e Bill Gates; nell’agosto dello stesso anno, una trascrizione riservata di una telefonata tra Ban Ki-moon e il ministro degli Esteri turco finì nella casella del finanziere in meno di 24 ore. I rapporti non erano solo professionali: Epstein metteva a disposizione il suo appartamento parigino al 22 di Avenue Foch per i soggiorni di Rød-Larsen; Aidan ne conosceva il codice di accesso e diverse e-mail suggeriscono sue visite. In quello stesso periodo, Aidan fungeva da intermediario in trasferimenti di denaro: nel febbraio 2014 segnalò che una banca norvegese era «estremamente cauta» per «importi superiori a 50.000 dollari» in un pagamento da 130.000 dollari destinato a Epstein; il 15 dicembre 2015 inviò a Rød-Larsen i «dati bancari per il trasferimento» relativi a un’operazione da 250.000 dollari proveniente da una società di Epstein.

Nel 2016, un articolo intitolato “Uno scandalo di pedofilia insabbiato dal Quai d’Orsay” venne inoltrato a Epstein e da lui immediatamente girato a Rød-Larsen e ad Aidan. Il testo riprendeva rivelazioni del giornalista Vincent Jauvert su un diplomatico francese indagato dall’FBI nel 2013 e licenziato dall’ONU: una fonte governativa, contattata da Radio France, ha confermato che quel diplomatico era proprio Fabrice Aidan, aggiungendo che «la priorità del ministro degli Esteri e del suo ispettore generale è capire perché queste informazioni siano andate perse» e che i rappresentanti francesi negli Stati Uniti dell’epoca «saranno interrogati».

DIRETTA – L’Iran presenta le proprie condizioni di pace – IDF: autorizzata la mobilitazione di 400mila riservisti

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Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è ora succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 marzo, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì 9 marzo, i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio.


Le forze armate iraniane hanno annunciato l’abbattimento di un caccia F-18 presumibilmente appartenente all’aeronautica statunitense. L’aereo sarebbe stato distrutto mediante l’impiego di un nuovo sistema di difesa aerea portatile mentre si trovava sopra la città di Chabahar, nel sud-est del Paese; secondo fonti militari, si sarebbe schiantato nell’Oceano Indiano. Gli Stati Uniti non hanno ancora commentato la notizia.


La Russia avrebbe evacuato altri 163 dipendenti dalla centrale nucleare iraniana di Bushehr. A dare la notizia è la stampa russa, citando il  direttore generale di Rosatom, Alexey Likhachev. Secondo Likhachev circa 300 dipendenti dell’azienda sarebbero rimasti a Bushehr, dove starebbero costruendo unità di produzione in collaborazione con le autorità iraniane.


Menzionando un rapporto diffuso da un funzionario, la televisione di Stato iraniana ha pubblicato le cinque condizioni per il termine della guerra:

  • La cessazione completa diaggressioni e terrorismo” da parte di Israele e USA.
  • La creazione di meccanismi chiari per garantire che non scoppi un’altra guerra.
  • Il pagamentogarantito e chiarodei danni e delle riparazioni di guerra.
  • La fine della guerra su tutti i fronti aperti e per tutti i gruppi affiliati all’Iran coinvolti nel conflitto.
  • Il riconoscimento internazionale sul diritto dell’Irandi esercitare la sovranità sullo Stretto di Hormuz”.

A tali condizioni si aggiungono le richieste che Teheran aveva già presentato durante il secondo round di negoziati a Ginevra in materia dei programmi nucleare e missilistico della Repubblica Islamica: in occasione di tali incontri, l’Iran aveva affermato di non volere costruire un’arma nucleare, ma di avere intenzione di continuare a sviluppare autonomamente il proprio programma di ricerca nucleare a uso civile, e che il programma missilistico non sarebbe stato oggetto di trattative.


Riprendendo un comunicato dell’esercito, i media israeliani hanno comunicato che le IDF hanno autorizzato la mobilitazione di un massimo di 400.000 riservisti per la guerra all’Iran. L’esercito ha sottolineato che non intende lanciare una chiamata immediata a tutti i 400.000 soldati coinvolti, ma stabilire il numero massimo di riservisti che potrebbero essere mobilitati nell’ambito dell’operazione Rising Lion. All’indomani del 7 ottobre 2023, Israele aveva autorizzato la chiamata di 300mila riservisti secondo analoghe modalità.


Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu «sta cercando di infliggere al Libano lo stesso livello di danno e distruzione di quanto fatto a Gaza». Lo ha detto il premier spagnolo Pedro Sánchez in Parlamento.

Parlando dell’aggressione israelo-americana all’Iran, estesasi poi a Libano e Iraq, Sánchez ha detto: «E tutto per cosa? Per minare il diritto internazionale, destabilizzare il Medio Oriente, riaccendere i conflitti in Iraq e Libano e seppellire Gaza sotto le macerie dell’oblio e dell’indifferenza».


Hezbollah ha fatto sapere di aver lanciato dei missili su soldati e mezzi militari israeliani nel Sud del Libano, nei pressi della città di Qouzah, dove di fatto è in corso un’invasione terrestre.

Secondo il Ministero della Salute israeliano nelle ultime 24 ore sono state ferite 204 persone, a causa degli attacchi provenienti dal Libano e dall’Iran.


  • L’esercito iraniano ha negato che siano in corso colloqui con l’amministrazione statunitense, dichiarando che sarà la propria amministrazione a decidere tempi e condizioni per la fine della guerra e il conseguente abbassamento dei pezzi del petrolio.
  • Iran e Israele hanno proseguito con un fitto scambio di attacchi sulle rispettive città.
  • Israele ha anche proseguito la propria offensiva nel sud del Libano, dove sta cercando di espandere i propri confini approfittando della guerra in Iran.
  • Nonostante le dichiarazioni di Trump sui colloqui, i media statunitensi riportano che il Pentagono avrebbe inviato altri duemila soldati della 82ma divisione aviotrasportata dell’esercito, in grado di dispiegarsi in qualunque parte del mondo in sole 18 ore, in Medio Oriente. Aggiunti ai 4.500 marines già diretti verso la regione, porterebbero il numero totale di militari USA inviati in Medio Oriente a 7mila. Non è chiaro dove verranno dispiegate queste forze aggiuntive, ma secondo il New York Times potrebbero essere inviati sull’isola di Kharg, principale hub di esportazione del petrolio iraniano recentemente bombardata dagli USA.
  • Il New York Times riporta anche che gli USA avrebbero consegnato all’Iran, attraverso mediatori del Pakistan, un piano di pace in 15 punti, ma non vi è alcuna conferma ufficiale della cosa.
  • Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha dichiarato di aver parlato questa mattina con il principe saudita Mohammed bin Salman, ribadendo la “ferma condanna” per gli attacchi contro il Regno saudita e ribadendo “l’incrollabile solidarietà e l’inequivocabile sostegno” al Paese. Ha anche dichiarato che il Pakistan è impegnato in “sforzi diplomatici” volti a “pace e stabilità regionale”.

Incendio in un hotel a Parigi: 400 evacuati

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Oggi è scoppiato un incendio presso l’hotel Le Bristol di Parigi, che ha costretto le autorità a evacuare l’edificio. Di preciso, il rogo è esploso nella cucina dell’albergo, situata nel piano interrato del palazzo; l’hotel è una struttura di ricezione di lusso, spesso frequentata da esponenti della politica internazionale. Due membri dello staff sono rimasti feriti cercando di domare le fiamme, che sono state spente nel pomeriggio dai vigili del fuoco.

30 tonnellate di aiuti: a Cuba sono arrivate le navi della solidarietà internazionale

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È stata rallentata dal maltempo ma alla fine ce l’ha fatta. La nave principale della Nuestra América Flotilla è arrivata a Cuba, carica di circa 30 tonnellate di aiuti umanitari, tra medicine, pannelli solari e cibo. In queste ore sono attese anche altre due imbarcazioni, in una sorta di staffetta umanitaria col convoglio europeo, ripartito oggi da Cuba dopo una settimana di permanenza. Salpato dal Messico, il peschereggio Maguro non ha incontrato la resistenza militare della Marina USA — schierata ormai da mesi nei Caraibi — e si è ricongiunto col resto degli attivisti. La missione umanitaria aiuterà la popolazione cubana assediata dall’embargo statunitense, in attesa di sviluppi sulla scena internazionale, a partire dai colloqui tra il governo e la Casa Bianca. La quasi totalità dei Paesi non ha preso una posizione sostanziale nei confronti dell’embargo illegale rafforzato di recente da Washington, limitandosi a delle dichiarazioni. Dal Messico sono arrivate delle navi militari cariche di cibo e medicine, mentre la Cina ha inviato 5mila sistemi fotovoltaici all’Avana. La Russia non si sbottona invece sull’invio di petrolio all’isola.

La bandiera palestinese accompagna quella cubana sul peschereggio Maguro, presto ribattezzato Granma 2.0 in riferimento allo sbarco di Fidel Castro nel 1956. La nave, parte di un convoglio più ampio, dà continuità materiale e simbolica alle missioni umanitarie salpate nei mesi scorsi in direzione Palestina. Proprio in queste ore una nuova flotilla si sta preparando per tentare di rompere l’assedio israeliano sulla Striscia di Gaza. Una missione di certo rinfrancata nello spirito dal successo nei Caraibi, dove non si escludeva un intervento della Marina militare USA. La prima nave salpata dal Messico ha invece raggiunto Cuba, portando con sé decine di tonnellate di aiuti umanitari, un numero destinato a crescere con l’arrivo delle altre imbarcazioni. Tra l’equipaggio del Maguro erano presenti anche quattro italiani: Martina Steinwurzel, Umberto Cerutti e Paolo Tangari, oltre a José Nivoi, volto noto dei portuali di Genova, in prima linea sul fronte del boicottaggio a Israele.

Gli aiuti del convoglio marittimo si uniranno a quelli giunti dall’Europa, provando ad alleviare, almeno nel breve periodo, le sofferenze del popolo cubano, finito nella sempre più stretta morsa del bloqueo americano. «Queste navi sono una goccia in un oceano di bisogno, ma allo stesso tempo, sono un gesto di solidarietà», dice Thiago Ávila, attivista brasiliano e portavoce della flotilla. Una chiamata umanitaria di fronte alla carenza di carburante imposta da Washington, che ha messo in ginocchio anche i servizi più basilari, come gli ospedali e i trasporti. Decine di migliaia di donne incinte rischiano la vita, così come oltre 60mila neonati. Sono migliaia le operazioni rinviate a causa dei frequenti blackout: soltanto negli ultimi 7 giorni se ne registrano due generalizzati. Continua poi la pressione di Washington in giro per il mondo, affinché cessino i programmi in collaborazione coi medici cubani, che assicurano all’Avana fondi vitali. In Calabria il presidente Occhiuto ha respinto l’ipotesi, sottolineando la natura solidale e umanitaria del progetto, diventato ormai un pilastro per la sanità locale.

Se i popoli stanno facendo la propria parte, nella comunità internazionale latitano piano diffusi, nonostante le innumerevoli risoluzioni ONU contro l’embargo USA. Le due petroliere russe dirette secondo diverse fonti a Cuba non sono ancora arrivate sull’isola, virando invece verso il Venezuela. Restano poco chiare le intenzioni del Cremlino, che potrebbe sfruttare la crisi cubana per strappare delle concessioni a Washington sulla guerra in Ucraina. Nelle scorse settimane sono invece arrivati da Pechino 5mila sistemi fotovoltaici, mentre il Messico ha inviato delle navi militari cariche di medicinali e cibo, lasciando a terra il carburante per paura di ripercussioni americane. Nel frattempo starebbero continuando i dialoghi tra il governo cubano e quello statunitense, anche se i segnali non sono incoraggianti: il viceministro degli Esteri Carlos Fernández de Cossío ha detto che l’isola è pronta a difendersi militarmente da un’invasione USA.

Raccolta batterie esauste: l’Italia è lontana dagli obiettivi UE

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Il sistema italiano di recupero delle batterie portatili resta sotto le attese europee, con una raccolta che nel 2025 si ferma al 31% del totale. Secondo il Centro di coordinamento nazionale pile e accumulatori, sono stati raccolti circa 8,9 milioni di chili. Un calo del 14,6% rispetto al 2024, da attribuire soprattutto a nuove regole europee che hanno ridefinito la categoria. La rete di raccolta comunque cresce a oltre 15mila punti, con espansione più rapida nel Sud, mentre il Nord resta dominante nei volumi. Il settore è in transizione verso norme più stringenti e punta a colmare il divario con gli obiettivi europei.