martedì 3 Febbraio 2026
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USA: abbattuto drone iraniano

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L’esercito degli Stati Uniti ha annunciato di avere abbattuto un drone iraniano che seguiva una petroliera americana attiva nel Mar Arabico. Ancora poco chiare le dinamiche dell’evento: secondo le ricostruzioni mediatiche, la petroliera sarebbe stata avvicinata da navi della guardia costiera iraniana perché troppo vicina alle acque territoriali del Paese; dopo essere fuggita, sarebbe stata raggiunta dalla portaerei statunitense Abraham Lincoln, ma sarebbe stata raggiunta da droni iraniani. La stessa portaerei ha abbattuto il drone. Ancora assente una risposta da parte iraniana. La notizia arriva in un momento di tensione tra USA e Iran, mentre i due Paesi paiono avvicinarsi a imbastire un tavolo di negoziati sul nucleare.

Cavagna, il borgo manzoniano che ha detto no alla speculazione edilizia

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A Cavagna non si costruirà. La località di pregio naturalistico del comune di Lecco è stata salvata dalla speculazione edilizia grazie alla mobilitazione degli abitanti, guidati dall’associazione Giuseppe Bovara. I cittadini si sono opposti alla variante al Piano di governo del territorio (PGT) che stava mettendo in discussione la destinazione a “verde pubblico” di Cavagna, prevedendo l’edificabilità. Il dietrofront della maggioranza di centrosinistra è avvenuto a seguito di una petizione che ha raggiunto, prima del Consiglio comunale monotematico, 6mila firme, superando le 20mila in queste ore. La mobilitazione ha infatti valicato i confini di Lecco, con l’obiettivo di tutelare un’area rurale rimasta intatta nel tempo, oggi uguale a come la osservava nel XIX Secolo Alessandro Manzoniche l’ha celebrata nel componimento Addio ai Monti. 

A Lecco il lungo confronto tra maggioranza, opposizione e società civile si è concluso con la tutela di Cavagna, confermando la destinazione a “verde pubblico” prevista nel PGT del 2014 e minacciata dalla recente Variante del 2026, che in prima battuta fissava a 0,03 l’indice di edificabilità. Tradotto: per ogni metro quadro di terreno è possibile costruire 0,03 metri cubi di volume, quindi per un ettaro si parla di 300m³ edificabili (consistente in un’abitazione da 100mq alta 3 metri). Con un emendamento, la maggioranza ha ristabilito l’azzeramento dell’indice di edificabilità dell’area. Sulla scorta di quanto previsto già dal PGT del 2014, ai proprietari dei terreni è stata contestualmente data la possibilità di maturare i crediti edilizi altrove, giovando di un indice pari a 0,1 in aree già urbanizzate o ex industriali dismesse.

Il dietrofront della maggioranza — descritto dal consigliere dem Pietro Regazzoni in termini di ascolto dei cittadini e della capacità di «saper fare un passo indietro rispetto alle proprie scelte iniziali» — è stato preceduto da un’intensa mobilitazione popolare. L’associazione Giuseppe Bovara è stata affiancata nelle attività di sensibilizzazione e di pressione politica dal Circolo Ambiente Ilaria Alpi, Italia Nostra, Officina Gerenzone, Legambiente e dal Coordinamento Difendiamo la Montagna. Alla questione si è anche interessata la Soprintendenza. In pochi giorni la petizione popolare che chiedeva la tutela paesaggistica di Cavagna ha raggiunto le 6mila firme. «Dopo il fiabesco lieto fine della vicenda — scrive l’associazione Giuseppe Bovara — la petizione ha cominciato improvvisamente a crescere in modo esponenziale, raggiungendo poco più di 20mila firme! Un piccolo miracolo, un risultato travolgente e inaspettato: meglio ancora, un vero e proprio “fiume di bene” che conferma, ancora una volta, la giusta strada intrapresa ovvero la tutela di uno fra gli ultimi genuini brani di quello che ai tempi di Manzoni era “un gran borgo al giorno d’oggi, e che s’incammina a diventar città”».

Diffamazione online: quando un post o un commento rischiano di diventare reato

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Sei un uomo di mezza età, vivi con tua madre e hai appena consumato la cena che ti ha servito, come ogni sera. Ti chiudi nella tua stanza, in canottiera davanti al PC, e non resisti alla tentazione. Accedi alla pagina Facebook “Sei di Castrocchio Preturo se…”, e insulti pesantemente la maestra dell’asilo, rea di aver rifiutato le tue avance alla festa della castagna, l’evento mondano del paesello. Ma sì, che ci sarà mai di male ad accusarla di essere una disonesta, che – nella tua testa – si è accompagnata con metà della popolazione maschile del borgo dietro ricompensa in denaro?

Il reato di diffamazione

L’art. 595 del codice penale punisce chiunque offenda l’altrui reputazione comunicando con più persone, con la pena della reclusione fino a un anno e la multa fino a 1032 euro.

Perché la condotta costituisca reato devono sussistere i seguenti elementi: l’offesa alla reputazione altrui, ossia la lesione effettiva della reputazione di un’altra persona; la comunicazione con più persone, dovendo il messaggio offensivo essere percepito da almeno due soggetti, escluso il diffamatore; l’assenza della persona offesa nel momento in cui l’offesa è proferita; il dolo, cioè la consapevolezza e volontà di usare espressioni offensive e di comunicarle a più persone.

Poco tempo dopo ricevi una lettera dal legale della maestra, il quale ti comunica che agirà in ogni sede, compresa quella penale, per la tutela dei diritti della sua assistita. Ti hanno trovato, nonostante ti sia trincerato dietro un astutissimo nickname da boomer. Che sia stato il selfie con un water sullo sfondo usato come foto profilo? Chissà. Ma la cosa non ti spaventa troppo: mica eri in piazza, eri da solo nella tua cameretta!

La comunicazione con più persone nel contesto online.

E invece non solo il reato sussiste, ma è doppiamente aggravato.

Da un lato, l’art. 595 comma 2 del codice penale prevede che se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato la pena raddoppia rispetto al reato base. E tu non ti sei limitato a scrivere che la maestra è genericamente una poco di buono, non bastava, ovviamente. Le hai dovuto attribuire uno specifico comportamento moralmente deplorevole.

Dall’altro, il successivo comma 3 stabilisce che il reato è più grave se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ipotesi per cui è prevista la reclusione da 6 mesi a 3 anni e la multa non inferiore a 516 euro. L’elemento della comunicazione con più persone è intrinseco alla maggior parte delle piattaforme online. La giurisprudenza ha costantemente affermato che la diffusione di un messaggio diffamatorio tramite una bacheca Facebook è potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o quantitativamente apprezzabile di persone.
Quindi quello schermo dietro cui pensavi di nasconderti è in realtà la tua rovina: operando entrambe le aggravanti rischi la condanna a una pena base compresa tra 6 mesi e 3 anni, aumentabile dal giudice fino a un terzo.

Quel che forse non sai: la distinzione tra diffamazione e ingiuria online.

L’ingiuria, che consiste nell’offesa all’onore o al decoro di una persona presente, è stata depenalizzata ed è ora un mero illecito civile, a differenza della diffamazione. La distinzione sostanziale tra le due fattispecie, che consiste nella presenza o meno della persona offesa, sussiste anche nel mondo virtuale: è ingiuria se l’offesa è proferita, ad esempio, in videoconferenza, a condizione che vi sia la possibilità di un’interlocuzione diretta e immediata tra offensore e offeso. Circostanza che viceversa non si verifica quando l’offesa è indirizzata anche al diretto interessato, ma in un contesto in cui non è garantita una contestuale percezione e possibilità di replica (es. email inviata a più persone, post su una bacheca pubblica, etc.).

Insomma, non c’è scampo: ti tocca affrontare un processo penale o mettere subito mano al portafogli per risarcire la persona offesa, cosicché possa valutare di ritirare la querela.

In ogni caso, d’ora in poi vai al bar a berti una birra, dopo cena. Oppure sistema la cucina al posto di tua madre, che quella povera donna ha già una certa età.

La Spagna vuole vietare i social ai minori di 16 anni

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Nel tentativo di rafforzare la tutela dei giovani da contenuti inappropriati, dinamiche di dipendenza e rischi per la salute mentale, il governo della Spagna ha annunciato l’intenzione di vietare l’accesso ai social media ai minori di 16 anni. L’iniziativa, presentata dall’esecutivo guidato da Pedro Sánchez, prevede sistemi di verifica dell’età per impedire agli under 16 di registrarsi o accedere alle piattaforme social. Il progetto di legge, presentato in Parlamento, si inserisce in un contesto internazionale di crescente regolamentazione dei social network per la tutela dell’infanzia, seguendo iniziative simili in Francia e Australia.

 

Vannacci ha lasciato la Lega

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Roberto Vannacci ha lasciato il proprio incarico da vicesegretario della Lega per porsi alla guida del suo nuovo partito, Futuro Nazionale. L’annuncio è arrivato con un post sui propri canali social: «Proseguo per la mia strada da solo, con tutti quelli che inseguono il sogno di lasciare ai propri figli un Paese migliore di quello che loro stessi hanno ricevuto dai propri genitori», scrive Vannacci. Ancora nessun commento dal segretario di partito Salvini, con cui, secondo le ricostruzioni mediatiche, ci sarebbe stato un confronto «franco».

Ecuador: il governo liberista riempie l’Amazzonia e i territori indigeni di trivelle

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Per circa un quarto del proprio territorio, l’Ecuador è interessato dall’estrazione di gas e petrolio, tra siti in produzione e altri in fase di progettazione. Si tratta di 7 milioni di ettari coinvolti, distribuiti in 65 blocchi in concessione, l’88% dei quali localizzati in Amazzonia. Qui vivono diversi popoli indigeni, le principali vittime delle trivelle: il 61% delle concessioni riguarda infatti territori ancestrali mentre il 21% aree protette. Un impulso al fenomeno estrattivo, quantificato da una recente ricerca dello Stockholm Environment Institute, è stato dato dalle politiche del presidente neoliberista Daniel Noboa. La devastazione di questi territori comporta tutta una serie di rischi ambientali e sanitari, amplificati da pericoli geologici: frane e attività sismica hanno già causato gravi sversamenti di petrolio, con migliaia di persone e interi ecosistemi colpiti.

Il presidente Daniel Noboa, in continuità col predecessore Guillermo Lasso, ha presentato nel 2023 la Hydrocarbon Roadmap, un piano di nuove trivellazioni riguardanti in larga parte le aree indigene, senza la consultazione dei popoli che le abitano da millenni e dunque in violazione della legge. Il consenso “libero, preventivo e informato” è infatti un istituto previsto dalla Costituzione ecuadoriana che obbliga le autorità a consultare le comunità indigene prima di realizzare piani suscettibili di alterare i territori ancestrali. La Hydrocarbon Roadmap prevede nuove trivellazioni sia lungo la costa pacifica sia nella Foresta Amazzonica, in aree abitate da diversi popoli indigeni, come gli Andwa, Shuar, Achuar, Kichwa, Sápara, Shiwiar e Waorani. Anche le aree protette, dall’alto valore naturalistico, non sono state risparmiate. Si pensi ad esempio al Parco nazionale Yasuní, tra i maggiori custodi di biodiversità al mondo, dove soltanto nel 2023 un referendum popolare aveva fermato le trivellazioni.

Non è ancora definito il quadro delle multinazionali che beneficeranno delle nuove concessioni di gas e petrolio. Le gare per le licenze sono in corso, con diversi attori interessati, Cina su tutti. Già nel maggio scorso la SINOPEC, azienda statale cinese, si è unita in un consorzio con la canadese New Stratus Energy, aggiudicandosi un contratto ventennale per l’estrazione nel blocco di Sacha, il più produttivo del Paese.

Il giro d’affari previsto dalla nuova stagione estrattiva ammonta a circa 50 miliardi di dollari. Profitti estratti sulla pelle dei popoli indigeni che annunciano battaglia: «L’Amazzonia non è in vendita. Difenderemo i nostri territori perché non siamo stati consultati. Questa è la nostra casa», ha detto Nadino Calapucha, leader Kichwa. La denuncia delle comunità indigene, così come di tante organizzazioni non governative, concentra l’attenzione sulle conseguenze dell’esposizione ai processi estrattivi.

Si è in presenza di un duplice impatto: sull’ambiente, inquinando falde acquifere e terreni, e sulla salute, aumentando le probabilità di sviluppare malattie respiratorie e cardiovascolari. Come riportato dallo Stockholm Environment Institute, diversi siti di estrazione sono poi localizzate lungo faglie sismiche attive, aumentando il rischio di eventi estremi. Nel 2020, l’attività sismica e le frane hanno danneggiato l’oleodotto trans-ecuadoriano. Ciò ha provocato lo sversamento di 15mila barili di petrolio nel fiume Coca, alterando un ecosistema abitato da oltre 27mila indigeni.

Francia, perquisiti gli uffici del social di Musk

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La polizia francese ha perquisito gli uffici del social network X, di proprietà del magnate Elon Musk. Le operazioni sono state lanciate nell’ambito di un’inchiesta aperta dalla procura di Parigi nel gennaio dello scorso anno, per indagare sull’algoritmo di X, accusato di promuovere notizie false e di parte; sono scattate in un periodo denso di contestazioni contro X e la sua intelligenza artificiale Grok, scoppiate dopo che la piattaforma è stata utilizzata per “spogliare” immagini raffiguranti personalità pubbliche, generando materiale di natura pornografica. La procura di Parigi ha spiegato che col tempo sono arrivate ulteriori segnalazioni, e che l’inchiesta si è allargata fino a coinvolgere anche quest’ultimo caso.

Caporalato nella moda, ancora scandali: amministrazione giudiziaria per Piazza Italia

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Su richiesta della Procura di Prato, il marchio di abbigliamento low-cost Piazza Italia è stato sottoposto a un anno di amministrazione giudiziaria dal Tribunale di Firenze. Il provvedimento, misura preventiva senza precedenti in Toscana nell’ambito della moda, accusa l’azienda campana di aver «agevolato», per «colpevole inerzia e mancata vigilanza», un sistema di sfruttamento del lavoro nella sua filiera produttiva. Secondo i pubblici ministeri, il marchio avrebbe infatti esternalizzato parte della produzione a laboratori pratesi a conduzione cinese, dove operai, anche irregolari, lavoravano in condizioni disumane, permettendo al gruppo di ottenere margini di profitto spropositati.

La vicenda giudiziaria ruota attorno ai rapporti commerciali intrattenuti, a partire dal 2022, con due aziende di Prato: l’Infinity Design di Tang Xiyan e la Chic Girl s.r.l., i cui gestori sono indagati per intermediazione illecita e sfruttamento lavorativo. Secondo il decreto del Tribunale fiorentino, Piazza Italia Spa è ritenuta «terza rispetto ai soggetti agevolati e al sistema di imprese a questi riferibile». La società, con un fatturato annuo stimato intorno ai 300 milioni di euro, non risulta indagata, ma i pm ne contestano la totale mancanza di controlli. La Procura evidenzia una «mancata vigilanza» consistita nel «non aver mai verificato la reale capacità imprenditoriale delle imprese terziste», limitandosi a controllare la qualità del prodotto finito. A evidenziare l’importanza del provvedimento è la Filctem Cgil di Prato, secondo cui «per contrastare illegalità e sfruttamento lavorativo è necessario chiamare puntualmente in causa i committenti, quelli che danno lavoro ad aziende scorrette e che non si interessano delle reali condizioni in cui tali commesse vengono evase».

Dall’inchiesta, che ha preso avvio da un controllo svolto dall’Ispettorato del Lavoro nel giugno 2023, emerge un quadro di sfruttamento estremo. In uno dei laboratori, i lavoratori – tra cui cittadini cinesi, senegalesi e maliani, alcuni privi di permesso di soggiorno – erano impiegati in nero con turni massacranti. Tali condizioni sono confermate da numerose testimonianze, che descrivono un sistema produttivo basato sul cottimo e sull’illegalità diffusa. Un operaio del Mali ha dichiarato per esempio agli inquirenti di percepire 35 euro per una giornata di «12 ore di lavoro al giorno 7 giorni su 7, intervallato da 2 pause di pochi minuti ciascuna», una paga oraria inferiore ai 4 euro.

Questo sistema, secondo l’accusa, è stato funzionale alla massimizzazione del profitto del marchio committente. La riduzione selvaggia dei costi di produzione, ottenuta calpestando ogni diritto, avrebbe generato per Piazza Italia margini di guadagno stimati in «circa il 300 per cento rispetto ai costi di produzione». Un vantaggio economico che, scrive la Procura, ha permesso all’azienda di «praticare prezzi anticoncorrenziali e di affermarsi nel mercato». Il provvedimento di amministrazione giudiziaria, della durata di un anno, ha una «funzione terapeutica», come spiegato dal Procuratore di Prato Luca Tescaroli. L’obiettivo è «consentire all’impresa di operare senza soluzione di continuità e al contempo emendare tramite il controllo giudiziario le criticità riscontrate». Il caso riapre con forza il dibattito sulla responsabilità dei grandi marchi rispetto all’intera catena di fornitura.

L’episodio va a inserirsi in un solco già tracciato da altre importanti inchieste milanesi che hanno coinvolto grandi nomi della moda negli ultimi anni, tra cui Tod’s Alviero Martini spa, Armani Operations, Dior, Loro Piana e Valentino. Lo scorso dicembre, la Procura della città meneghina ha rivelato che almeno altri 200 operai lavorerebbero in condizioni di sfruttamento in centri di produzione che forniscono 13 grandi aziende del lusso ancora non coinvolte nelle indagini. Si tratta di marchi come Dolce e Gabbana, Versace, Prada, Gucci, e Yves Saint Laurent; nella lista appaiono anche Off-White, Missoni, Ferragamo, Alexander McQueen, Givenchy, Pinko, Coccinelle e Adidas. La Procura di Milano ha chiesto alle aziende di consegnare una serie di documenti al fine di appurare il loro eventuale grado di coinvolgimento nel fenomeno dello sfruttamento dei lavoratori.

La fusione di Space X e xAI c’entra più con la finanza che con la tecnologia

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Dopo una settimana di indiscrezioni è arrivata l’ufficialità: SpaceX, l’azienda spaziale di Elon Musk, assorbirà xAI, la società di intelligenza artificiale fondata dallo stesso Musk. L’obiettivo dichiarato è quello di portare i sistemi di IA e i data center in orbita, ma nel breve periodo la mossa appare soprattutto come un’operazione di razionalizzazione interna, pensata per riequilibrare i libri contabili così da far risultare profittevole l’intero ecosistema di aziende che rispondono alla medesima proprietà.

La notizia è stata confermata ieri, lunedì 2 febbraio, attraverso un messaggio firmato dal proprietario delle due aziende. Nel testo, Musk sottolinea come gli attuali data center consumino quantità ingenti di acqua ed energia, al punto che “nel prossimo futuro” la loro espansione “causerà difficoltà alle comunità e all’ambiente”. La soluzione proposta dall’azienda spaziale? Intensificare le sue operazioni di lancio e portare l’infrastruttura computazionale fuori dall’atmosfera. Nelle intenzioni del miliardario, un milione di satelliti alimentati a energia solare dovrebbe trasformarsi in altrettanti nodi di calcolo orbitanti, capaci di sostenere la crescente fame energetica dell’industria dell’intelligenza artificiale, garantendone la scalabilità.

L’annuncio entra subito in collisione con la verosimiglianza e va probabilmente letto più come un esercizio di propaganda aziendale che come una reale pianificazione strategica. Anche sorvolando sul fatto che l’espansione dei data center stia già contribuendo a crisi idriche ed energetiche, a un aumento dell’inquinamento acustico e a un’impennata dei costi delle componenti informatiche; e sorvolando persino sul fatto, ormai assodato, che il concetto originario di “scalabilità” dell’IA fosse perlomeno ottimista, resterebbero comunque da affrontare ostacoli logistici e tecnici di proporzioni enormi. Ancor più che Musk stima che l’intera operazione possa essere fruttuosa nell’arco di 2 o 3 anni.

Attualmente SpaceX ha in orbita circa 11.000 satelliti, tra operativi e dismessi, e già questa densità è oggetto di critiche diffuse, con gli altri vettori che lamentano che le operazioni dell’azienda stiano causando disagi, concorrenza sleale e pericoli di collisione. In questo contesto, la richiesta — già presentata all’aviazione statunitense — di centuplicare la propria presenza nello spazio solleva inevitabili preoccupazioni. Un’eventuale approvazione rischierebbe infatti di generare frizioni diplomatiche e di accelerare in maniera sensibile la già frenetica corsa spaziale. Considerando che le previsioni di SpaceX si sono spesso rivelate poco affidabili – l’azienda riteneva possibile riportare l’uomo sulla Luna entro il 2024 e avrebbe dovuto inviare razzi su Marte già nel 2018 — è plausibile che la domanda venga ridimensionata in modo significativo nel corso dell’iter.

La visione di Musk è talmente ambiziosa da sfiorare l’improbabile, ma molti osservatori sottolineano che il vero esito della fusione vada interpretato più sul piano finanziario che su quello tecnico. xAI difficilmente può offrire un contributo sostanziale alla progettazione di data center spaziali – e certamente nulla che giustifichi un’acquisizione stimata in 250 miliardi di dollari – mentre SpaceX, forte dei suoi cospicui contratti governativi, è invece perfettamente in grado di tamponare il fragile piano industriale dell’azienda di intelligenza artificiale. 

L’imprenditore non avrebbe fatto altro che replicare su scala maggiore uno schema già sperimentato lo scorso marzo, quando la startup di intelligenza artificiale xAI aveva acquistato il social X, formalmente il suo principale cliente. Per mettere le mani su X – all’epoca noto come Twitter – Musk aveva impegnato anche risorse personali, quindi era particolarmente interessato a sanare il buco finanziario che aveva creato ipervalutando la piattaforma. Vendere a sé stesso gli ha consentito di sganciare la valutazione dell’azienda dal suo reale valore di mercato, trasformando le quote di un social in declino in partecipazioni legate a una startup al centro delle frenesie d’investimento. L’acquisizione di xAI da parte di SpaceX delinea un quadro analogo. I documenti societari indicano che la nuova entità – una società privata da circa milleduecento miliardi di dollari – offrirà benefici tangibili a chi ha scommesso su Grok.

Chi detiene azioni di xAI riceverà 0,1433 azioni di SpaceX per ogni titolo posseduto, oppure potrà scegliere un pagamento in contanti pari a 75,46 dollari per azione. Il tutto rientra nella strategia dichiarata di preparare SpaceX allo sbarco a Wall Street. La posta in gioco è enorme, tanto che indiscrezioni suggeriscono che lo stesso schema potrebbe essere replicato per consentire a SpaceX di fagocitare anche il gigante dell’automotive Tesla: un’azienda oggi indebolita dal rallentamento degli incentivi all’acquisto di veicoli elettrici, da una gamma di modelli sempre meno competitiva e da un crescente malcontento nei confronti della figura di Elon Musk.

Milano, fuga di monossido in asilo nido: 12 bambini intossicati

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Dodici bambini e quattro adulti, tra cui due insegnanti e due genitori, sono stati soccorsi a Milano per una fuga di monossido di carbonio avvenuta in un asilo nido di viale Certosa 34. L’allarme è scattato intorno alle 9 del mattino. Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118, un’autopompa dei vigili del fuoco e gli specialisti del Nucleo Nbcr, impegnati a individuare le cause della perdita. Bambini e adulti sono stati sottoposti a triage e i medici valutano eventuali ricoveri. I locali restano sotto monitoraggio.