venerdì 20 Febbraio 2026
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L’altra Italia: comunità locali, beni comuni e innovazione sociale in crescita

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Italia, beni comuni, comunità

C’è una dinamica poco raccontata ma strutturalmente significativa che si sta consolidando in tutta Italia: la crescita delle buone pratiche territoriali fondate su innovazione sociale, partecipazione civica e governance collaborativa. Secondo le più recenti rilevazioni dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS), sono oltre duecento le esperienze locali che stanno traducendo in interventi concreti obiettivi di sostenibilità, inclusione e coesione sociale, in aumento rispetto alle circa centosettanta censite nell’edizione precedente.

Non si tratta di iniziative episodiche, bensì di processi radicati nei territori. Un esempio emblematico è quello di diversi Comuni delle aree interne che hanno riattivato spazi pubblici inutilizzati trasformandoli in centri civici multifunzionali, luoghi di aggregazione e servizi di prossimità, contribuendo a contrastare isolamento sociale e spopolamento. Analogamente, in numerose realtà urbane e periurbane si stanno diffondendo modelli di welfare comunitario basati su reti locali tra associazioni, enti del terzo settore e amministrazioni, capaci di intercettare bisogni sociali con maggiore rapidità rispetto ai sistemi centralizzati.

Nel campo della rigenerazione territoriale, alcune esperienze di recupero di borghi e immobili abbandonati stanno assumendo una valenza sistemica: cooperative di comunità e fondazioni locali hanno riattivato edifici dismessi destinandoli a residenze sociali, spazi culturali e attività economiche sostenibili. In parallelo, diversi territori stanno sperimentando forme di gestione condivisa dei beni comuni, come orti urbani, spazi verdi e infrastrutture sociali, rafforzando il senso di appartenenza e la responsabilità collettiva.

Significativi sono anche i progetti legati alla partecipazione civica e alla sicurezza comunitaria, come iniziative di protezione civile partecipata e programmi di cittadinanza attiva che coinvolgono direttamente i residenti nella cura del territorio. In ambito culturale, fondi territoriali e bandi locali hanno sostenuto iniziative che coniugano inclusione sociale e valorizzazione del patrimonio, generando ricadute economiche e sociali su scala locale.

L’elemento comune a queste esperienze è la dimensione collaborativa: amministrazioni locali, società civile e cittadini operano come attori interdipendenti, costruendo soluzioni adattate ai contesti specifici. È un percorso che evidenzia una trasformazione della governance territoriale, sempre meno verticale e sempre più partecipativa.

In un Paese segnato da profonde disuguaglianze territoriali, la diffusione di queste pratiche rappresenta una buona notizia strutturale: indica l’esistenza di una trama diffusa di risposta sociale e innovazione dal basso, capace di produrre effetti concreti sulla vita di tutti i cittadini.

Attacco islamista in Burkina Faso: 40 uccisi

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Circa quaranta agenti forestali del Burkina Faso sono stati uccisi in un attacco jihadista lanciato nella provincia orientale di Gourma. L’attacco è stato lanciato lo scorso sabato, ma è stato riportato oggi da fonti di sicurezza riprese dall’agenzia di stampa AFP. L’offensiva è stata rivendicata dal Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani (JNIM), affiliato ad Al Qaeda; il Burkina Faso e i Paesi della regione africana del Sahel sono da tempo al centro di violenti scontri con gruppi islamisti. Contro di essi, la giunta burkinabé ha stretto un’alleanza assieme al Mali e al Niger, rilanciando la collaborazione nel settore della sicurezza.

Il governo italiano autorizza un’azienda tedesca a raddoppiare la produzione di armi in Sardegna

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«Il sito di RWM Italia (Gruppo Rheinmetall) diviene pienamente operativo». Così il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) ha annunciato il via libera per il rilancio dello stabilimento dell’azienda tedesca delle armi Rheinmetall di Domusnovas, nel Sulcis, in Sardegna. Il progetto permette all’azienda partner di Leonardo per lo sviluppo di sistemi d’arma e carri armati di raddoppiare la propria produzione di armi. La decisione del ministero dell’Ambiente è arrivata dopo un lungo percorso nelle aule di tribunale, al termine del quale la Regione avrebbe dovuto pronunciarsi sull’autorizzazione in merito alla Valutazione di Impatto Ambientale. Dopo settimane di inazione da parte della giunta, è subentrato il MASE, che ha dato il via libera al piano. Le nuove linee di produzione sono contestate da diverse realtà ambientaliste e pacifiste sarde, che chiedono la riconversione dell’impianto nell’ottica della diversificazione della produzione e del rispetto degli ideali di pace.

L’approvazione dell’autorizzazione ambientale per l’ampliamento della produzione nella fabbrica di RWM Italia da parte del MASE è arrivata il 17 febbraio, ma il provvedimento del ministero non è ancora stato pubblicato. Il progetto prevede investimenti per circa 140 milioni di euro per rilanciare la produzione del sito, raddoppiandone i volumi. Lo stabilimento produce bombe, droni, testate per missili e sistemi subacquei che vengono inviati in diversi teatri di guerra; con il rilancio della piena operatività verrebbero assunti circa 200 operai in più e gli ordini di materiali e droni dovrebbero toccare la soglia dei 200 milioni di euro. I gruppi pacifisti e ambientalisti si sono scagliati contro la decisione del MASE. «E sanatoria sia» ha commentato il gruppo ambientalista Italia Nostra, sostenendo che «i vizi già accertati dal Consiglio di Stato in ben due sentenze permangono integralmente, così come permangono i danni ambientali e paesaggistici causati dall’“anomalo” ampliamento dello stabilimento». Il gruppo ha affermato di non escludere eventuali impugnazioni davanti ai tribunali amministrativi.

Quando menziona Palazzo Spada, Italia Nostra fa riferimento a uno dei vari passaggi che ha attraversato il piano. Le nuove linee di produzione erano state realizzate tra il 2018 e il 2019, ma erano state bloccate proprio dal Consiglio di Stato nel 2020 perché approvate dalla Regione in assenza di procedura di Valutazione di Impatto Ambientale. Ne è seguito un lungo e intricato iter, culminato nella decisione del MASE: negli anni, Rwm ha elaborato e presentato una VIA ex post (a lavori già compiuti). Presentata la documentazione, gli uffici della Regione hanno trasmesso alla Giunta la procedura, chiedendone l’approvazione. L’esecutivo regionale, tuttavia, non si è espresso. Rwm ha dunque deciso di ricorrere al TAR, che lo scorso autunno ha stabilito che la Regione era inadempiente e che si sarebbe dovuta esprimere entro 60 giorni dal rilascio della sentenza, ossia entro dicembre. La Regione ha iniziato a valutare la VIA presentata ex post, senza tuttavia approvarla né respingerla. Vista l’inazione, il TAR ha nominato una Commissaria ad acta per emettere l’approvazione, che è stata rilasciata questo mese e approvata dal MASE.

Associazioni come la stessa Italia Nostra criticano l’inazione della Regione, sostenendo che nel periodo di esame della procedura VIA avrebbe potuto esprimere parere negativo, e che la sua inerzia è risultata di fatto in un silenzio-assenso. Il piano di ampliamento della produzione è largamente contestato per via dei suoi possibili danni su ambiente, paesaggio e patrimonio culturale del Sulcis, ma anche dal punto di vista produttivo e occupazionale. Questi ultimi sono i punti su cui il governo ha puntato maggiormente nel dibattito relativo all’approvazione delle nuove linee di produzione: il comunicato del governo insiste sul presunto «rilancio economico del Sulcis» che verrebbe garantito dalla piena operatività della fabbrica, rimarcando come il provvedimento porterà alla «stabilizzazione di centinaia di lavoratori e a nuovi posti di lavoro». Le associazioni, tuttavia, non sono d’accordo: da un lato, per una questione ideale; gli armamenti prodotti nello stabilimento di Domusnovas, infatti, vengono impiegati in diversi scenari di guerra, tra cui nel Medio Oriente. Dall’altro lato, la società civile contesta la fragilità produttiva del territorio, che dal punto di vista industriale è prevalentemente rivolta proprio al settore bellico, chiedendo di diversificare le possibilità occupazionali per evitare di scivolare in una economia basata interamente sul comparto delle armi.

Minori e social: la class action dei genitori italiani per limitarne l’utilizzo

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social, minori, campagna, Moige

Il dibattito pubblico sul rapporto tra giovani e social network si è a lungo concentrato sui comportamenti individuali e sull’educazione digitale. Oggi l’attenzione si sta progressivamente spostando su un altro piano: quello delle responsabilità delle piattaforme e dei modelli tecnologici che regolano l’esperienza online. La campagna “Ferma la dipendenza social”, promossa dal Movimento Italiano Genitori (Moige) contro Meta (Facebook e Instagram) e Tik Tok, si inserisce proprio in questo passaggio, chiedendo interventi normativi mirati sulla progettazione e sull’accesso ai social da parte dei minori.

Secondo l’associazione l’uso dei social media tra i più giovani non è un fenomeno neutro né esclusivamente comportamentale: si tratta di ecosistemi progettati appositamente per trattenere l’attenzione, riprodurre abitudini e rafforzare la permanenza online attraverso meccanismi come lo scroll infinito e i sistemi di ricompensa algoritmica. Dinamiche che, nei soggetti più giovani, possono tradursi in isolamento, alterazioni del sonno e difficoltà relazionali, spesso senza segnali evidenti nelle fasi iniziali.

La class action, portata avanti insieme allo Studio legale Ambrosio & Commodo, ha l’obiettivo dichiarato di sollecitare Parlamento e Governo a introdurre una legge specifica per la tutela dei minori dai rischi connessi all’uso eccessivo e inconsapevole dei social network. Tra le richieste principali figurano l’effettiva verifica dell’età per bloccare l’accesso ai social sotto i 16 anni, l’interruzione dei meccanismi che creano dipendenza e una maggiore trasparenza sui rischi legati all’utilizzo prolungato delle piattaforme digitali.

Il contesto in cui nasce l’iniziativa è segnato da una crescente attenzione al rapporto tra minori e ambienti digitali. Secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la quota di adolescenti con un uso problematico dei social media è passata dal 7% nel 2018 all’11% nel 2022, mentre oltre un terzo dei giovani dichiara una presenza online quasi costante nelle relazioni sociali digitali. Secondo il report “Teens, Social Media and Technology 2024” del Pew Research Center, quasi la metà degli adolescenti dichiara di essere online “quasi costantemente”, mentre oltre il 96% utilizza Internet ogni giorno. È su questo quadro di esposizione digitale precoce e continuativa che campagne come quella del Moige fondano la richiesta di un intervento normativo, sostenendo che gli attuali sistemi di verifica dell’età siano facilmente aggirabili e, di fatto, poco efficaci.

Il tema, però, non riguarda solo l’Italia. Fuori dai confini nazionali la stretta sui social per i minorenni sta già prendendo forma in modo concreto. L’Australia è il primo Paese al mondo ad aver vietato, dal 10 dicembre 2025, l’accesso ai social ai minori di 16 anni, con obblighi e sanzioni in capo alle aziende che non adottano “misure ragionevoli” per impedirlo. In Francia il tema è entrato nel percorso legislativo: l’Assemblea nazionale ha approvato un testo che vieterebbe l’uso dei social agli under 15, ora atteso al vaglio del Senato.
In Portogallo, infine, il Parlamento ha approvato in prima lettura una proposta del Partito Socialdemocratico (PSD) che introduce limiti all’accesso dei minori ai social.

 

 

Perù, nominato il nuovo presidente ad interim

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Dopo la rimozione del presidente ad interim José Jerí, il Congresso peruviano ha nominato il suo sostituto, individuandolo nel parlamentare del partito di sinistra Perù Libre José Balcázar. Balcázar, 83 anni, rimarrà in carica come presidente ad interim fino a quando il candidato delle prossime elezioni non verrà nominato presidente. Le elezioni sono previste il prossimo 12 aprile, con eventuale ballottaggio a giugno. Il candidato vincitore dovrebbe entrare in carica il 28 luglio. La nomina di Balcázar arriva in un momento di instabilità politica per il Perù, inaugurata dopo la rimozione della presidente Dina Boluarte lo scorso ottobre. Il suo sostituto, José Jerí, è stato rimosso dall’incarico il 17 febbraio.

L’UE impone di modificare i libri di storia alle scuole palestinesi per compiacere Israele

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La storia, si dice, la scrivono i vincitori. In Palestina, è l’Unione Europea che si starebbe adoperando per modificare i testi scolastici, mettendo mano all’istruzione dei giovani studenti della Cisgiordania e di Gaza. Secondo documenti trapelati e ottenuti dal giornale palestinese Quds Network, i testi delle scuole palestinesi stanno venendo ampiamente modificati secondo le volontà dell’Unione Europea, che è il principale finanziatore dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) e di fatto ne continua a permettere il funzionamento. Una lettera datata 19 gennaio, inviata dal ministro dell’Istruzione palestinese Amjad Barham al Ministro delle Finanze e della Pianificazione Stephan Salameh, descrive le cancellazioni e le modifiche richieste dalle autorità europee sui libri di testo su cui studiano i palestinesi.

Secondo l’UE, i testi non rispettano gli standard dell’UNESCO di “pace, tolleranza e non discriminazione” e rischiano di fomentare odio, antisemitismo e violenza verso lo Stato d’Israele. Per anni le autorità palestinesi hanno rifiutato le modifiche in quanto avrebbero portato a cambiamenti dei contenuti educativi relativi alla storia, all’identità, alla geografia del popolo palestinese. Avevano respinto le accuse di antisemitismo e parlato di “doppio standard” e di “interferenza nei contenuti sovrani dell’istruzione”, dichiarando che i propri libri non promuovevano odio antisemita, ma approfondivano con sguardo critico l’occupazione israeliana e il sionismo politico. Nonostante questo, numerose modifiche erano già state apportate negli anni e nel 2024, a causa delle pressioni europee, l’ANP aveva firmato una “Lettera di Intenti” per adeguare i testi alle richieste europee. Modifiche che tuttavia paiono non bastare a Bruxelles. L’Autorità Palestinese dipende fortemente dagli aiuti europei, soprattutto ora che il Paese affronta una grave crisi finanziaria, con Israele che continua a tenere in ostaggio oltre 4 miliardi di euro delle tasse palestinesi destinate al bilancio dell’ANP. Un fattore che certamente rende il governo palestinese – o meglio quello che ne rimane – più debole di fronte alle pressioni europee e di qualsiasi altro finanziatore.

Le modifiche che indeboliscono l’identità palestinese

I documenti ottenuti mostrano revisioni che riguardano testi dalla prima alla decima classe, di materie come arabo, storia, geografia, matematica, educazione civica. Sarebbero 300 le richieste di modifiche, molte di natura esplicitamente politica, che sembrano in realtà mirare a ridurre i riferimenti alla memoria nazionale e alla storia di occupazione sofferta dai palestinesi più che a rispettare gli standard dell’UNESCO. Ad essere cancellati sarebbero l’inno nazionale palestinese, simboli patriottici e riferimenti alla bandiera, oltre alle lezioni sui prigionieri palestinesi e i riferimenti alla Nakba, ossia la cacciata di centinaia di migliaia di palestinesi dalle proprie terre occupate dal nascente Stato di Israele. Poesie e testi sulla resistenza, sull’esilio e sul ritorno verrebbero eliminati e anche le mappe che indicano Gerusalemme come capitale della Palestina verrebbero modificate.

I documenti mostrano che le lezioni riguardanti la storia palestinese, lo sfollamento e la condizione di rifugiato sarebbero state tra le più profondamente modificate. Il termine “sionismo” sarebbe stato rimosso ovunque comparisse. Termini come “sfollamento forzato” sarebbero stati sostituiti con “migrazione”, mentre affermazioni che descrivono la condizione di rifugiato come un’ingiustizia sarebbero state riscritte per inquadrarla come una questione regionale più ampia. Lezioni su libertà, patria e città palestinesi sarebbero state sostituite con contenuti che enfatizzano convivenza, amicizia e concetti astratti di pace, senza riferimento all’occupazione o al contesto storico. Esercizi che raffigurano la presenza militare israeliana o immagini legate all’occupazione sono stati rimossi e sostituiti con illustrazioni neutrali. Secondo i documenti ottenuti da Quds Network, alcuni libri di testo avrebbero subito revisioni superiori al 30% del loro contenuto originario.

D’altronde, sono anni che l’UE fa pressione affinché i libri scolastici vengano modificati. Già nel 2021, l’Unione Europea aveva congelato oltre 220 milioni di euro di assistenza all’ANP: il blocco era durato 13 mesi, dopodiché una parte degli aiuti aveva cessato di essere erogata in attesa di riforme ai testi. Il 7 maggio 2025, il Parlamento Europeo ha votato nuovamente una risoluzione formale, dove, tra le clausole, chiede che i finanziamenti all’ANP siano congelati fino a quando i testi i scuola non soddisfino gli standard dell’UNESCO e non vengano rimosse le parti considerate “antisemite” e “d’incitamento alla violenza”.

Le scuole palestinesi lasciate senza soldi

Intanto, nelle scuole palestinesi si soffre per la mancanza di fondi: a causa della crisi finanziaria e delle tasse dell’ANP in ostaggio a Tel Aviv, i salari dei professori sono tagliati di almeno un terzo da anni e in segno di protesta gli scioperi sono continui. Da mesi gli studenti stanno andando a scuola solo tre giorni a settimana, per mancanza di professori e perché i docenti rimasti non coprono tutte le ore dato il bassissimo salario. Il risultato è il peggioramento della qualità dell’educazione dei giovani, mentre l’intero sistema scolastico sta arrivando al collasso a causa della guerra economica scatenata da Tel Aviv.

La sospensione dei fondi del 2021 e la risoluzione del 2025 rappresentano i casi più chiari in cui il Parlamento ha formalmente usato i fondi come leva politica per costringere l’ANP ad effettuare le riforme che richiedeva. Nella stessa maniera, ha forzato il governo palestinese a bloccare gli indennizzi alle famiglie dei prigionieri politici, ai martiri palestinesi e ai feriti da Israele. In entrambi i casi, dietro c’è il governo israeliano, che non ha mai smesso di fare pressioni sui suoi partner europei per ottenere queste riforme dall’Autorità Nazionale Palestinese. Riforme che sembrerebbe stare finalmente ottenendo, nonostante il genocidio e il tentativo di annessione della Cisgiordania. Interpretando ancora una volta il ruolo di vittima.

Il doppio standard europeo

Di nuovo, il doppio standard europeo colpisce i palestinesi. Secondo l’UE, l’istruzione delle scuole palestinesi incita alla violenza per i suoi libri di testo che parlano anche della resistenza all’occupazione. Nessuna parola viene tuttavia spesa sul militarismo intrinseco delle scuole israeliane, che spingono gli studenti nelle braccia dell’esercito fin dalla più tenera età. L’Unione accusa l’ANP di raccontare una storia di parte, che rifiuta l’accettazione dello Stato di Israele, ma non dice nulla sulla storia raccontata nelle scuole israeliane, dove la parola “Palestina” non viene quasi pronunciata e la Nakba del 1948 viene descritta come “guerra d’Indipendenza”. Nelle scuole israeliane non si parla di “territori occupati” in Cisgiordania e non si dice nulla sul blocco che affama Gaza da decenni. I palestinesi vengono chiamati “arabi”, e ai bambini israeliani si esaltano le gesta dei soldati che nel 1948 sono morti per ottenere “l’indipendenza d’Israele”.

A metà gennaio di quest’anno, gli studenti palestinesi dei campi profughi in Libano hanno fatto esplodere una protesta quando si sono resi conto che il libro di geografia UNRWA era stato modificato cancellando la parola “Palestina”, e sostituendola con i termini “Gaza” e “Cisgiordania”. In numerose scuole del Paese gli studenti hanno dato fuoco ai testi, rifiutandosi di accettare la modifica, che – secondo loro – mira a normalizzare l’occupazione israeliana e cancellare l’idea di uno stato palestinese e il diritto al ritorno dei profughi palestinesi. In Palestina, si attendono dichiarazioni ufficiali. Ma se le suddette modifiche venissero confermate, lo scoppio di nuove proteste è facilmente prevedibile.

Svezia, 1,2 miliardi di armi all’Ucraina

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La Svezia ha annunciato un pacchetto di aiuti militari da 1,21 miliardi di euro all’Ucraina. Il pacchetto, spiega il ministro della Difesa svedese Pal Jonson, includerà sistemi di difesa aerea, droni, missili a lungo raggio e munizioni. La voce più importante dei nuovi aiuti, continua il ministro, riguarda l’acquisto di attrezzature di difesa aerea a corto raggio di nuova produzione, dal valore di 400 milioni di euro. I nuovi aiuti rientrano nell’ambito di un piano di sostegno militare dal valore di 3,74 miliardi, che la Svezia erogherà all’Ucraina nel corso del 2026. Stoccolma ha inoltre affermato che intende concedere a Kiev garanzie di prestito presso la Banca Mondiale per 230 milioni di euro.

Sicilia, ancora guai per la maggioranza: deputato regionale di FI arrestato per corruzione

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Non si fermano gli scandali legati alla corruzione che stanno investendo la Sicilia. Ieri, infatti, il deputato regionale di Forza Italia Michele Mancuso è stato ristretto agli arresti domiciliari per 12mila euro di fondi regionali che, secondo la Procura di Caltanissetta, gli sarebbero stati elargiti sotto forma di dazione corruttiva per favorire l’associazione Gentemergente, destinataria di 98mila euro per realizzare spettacoli nella provincia nissena. Il gip Santi Bologna ha emesso il provvedimento anche per il braccio destro di Mancuso, Lorenzo Tricoli, il quale è accusato di avere consegnato le tangenti. Si tratta solo dell’ultimo fra gli innumerevoli casi giudiziari che hanno acceso i riflettori sui meccanismi di assegnazione dei contributi pubblici regionali e sui controlli interni all’Assemblea, alimentando interrogativi sulla trasparenza nella gestione delle risorse destinate al territorio.

A dare esecuzione all’ordinanza emessa dal giudice sono stati la Squadra mobile e lo Sco di Roma. All’interno del provvedimento, il gip ha modificato il capo di imputazione da corruzione propria ad impropria ovvero asservire la funzione pubblica a interessi privati, il quale prevede una pena più bassa rispetto al primo. Oltre ai domiciliari per Mancuso e Tricoli, è stata stabilita la misura interdittiva del divieto di esercizio di impresa per i rappresentanti legali e componenti dell’associazione ASD Genteemergente, Ernesto Trapanese, Manuela Trapanese e Carlo Rizioli. Per loro è stato inoltre imposto il divieto di assumere uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese per un anno. Secondo la Procura, dei 98mila euro sarebbero in realtà stati spesi solo 20mila. La parte rimanente sarebbe stata rendicontata con fatture false, mentre le fatture dei denari già spesi sarebbero state gonfiate con vari escamotage. Gli indagati sono infatti anche accusati di truffa per aver dedotto in maniera illecita 45 mila euro.

«L’addebito provvisorio riguarda la ricezione da parte di Mancuso di una somma pari a 12.000 € consegnata in tre tranche per favorire l’associazione Genteemergente, destinataria di fondi pubblici pari a 98.000 €, che erano stanziati per la realizzazione di spettacoli nella provincia di Caltanissetta», si legge in un comunicato firmato dal capo della Procura nissena Salvatore De Luca. «Nel provvedimento il GIP ha valutato con la massima attenzione le versioni fornite dagli indagati in sede di interrogatorio preventivo il 22 gennaio, ritenendole idonee a giustificare i gravi indizi di colpevolezza emersi nel corso delle indagini, ferma restando alla presunzione di innocenza sino ad eventuale sentenza irrevocabile di condanna», conclude la nota.

Negli ultimi anni, sono numerosi i casi i terremoti collegati alla mala amministrazione che hanno scosso l’ARS. Uno dei casi più celebri è quello che ha coinvolto il deputato regionale forzista ed ex presidente dell’Assemblea Gianfranco Miccichè, rinviato a giudizio per peculato e concorso in truffa aggravata poiché accusato di aver utilizzato l’auto di servizio circa 33 volte per fini privati nel corso del 2023, in un caso anche per portare al politico cocaina. Nel 2014 partì invece l’inchiesta “spese pazze all’ARS”, poiché concerneva le spese dei gruppi parlamentari dell’Assemblea regionale. In appello sono stati condannati Salvo Pogliese, oggi senatore di FDI ed ex sindaco di Catania, e Cataldo Fiorenza (Gruppo Misto).

Più di recente, si sono succeduti l’arresto e le misure cautelari a carico del deputato regionale Dario Safina per presunte gare truccate (2024), e il coinvolgimento del presidente dell’ARS, Gaetano Galvagno, e dell’assessora regionale Elvira Amata in un’indagine su finanziamenti a eventi e presunte utilità in cambio di incarichi. Per entrambi è stato richiesto il rinvio a giudizio. In un quadro più ampio di fragilità del sistema politico regionale, pesa anche il recente filone giudiziario che ha coinvolto l’ex presidente della Regione Salvatore Cuffaro. L’indagine, che non riguarda direttamente l’ARS come istituzione, si concentra su presunte irregolarità nella gestione di appalti e nomine, in particolare nel settore sanitario, con ipotesi di corruzione e associazione a delinquere.

Caso Epstein: l’ex principe Andrea arrestato per abuso d’ufficio

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«Dopo un’attenta valutazione, abbiamo aperto un’inchiesta con l’accusa di abuso d’ufficio». Così il vicecomandante della polizia Oliver Wright ha confermato l’arresto dell’ex principe Andrew Mountbatten-Windsor, avvenuto il 19 febbraio 2026 nel giorno del suo 66° compleanno. L’ex duca di York è stato fermato e prelevato dalla polizia nella sua casa del Norfolk, nell’ambito di un’indagine che riguarda presunti scambi di informazioni sensibili con il finanziere condannato per reati sessuali Jeffrey Epstein, durante il periodo in cui Andrea ricopriva il ruolo di emissario commerciale del governo britannico. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha commentato la notizia, dichiarando che: «Nessuno è al di sopra della legge».

Fratello del sovrano e per anni considerato il figlio prediletto di Elisabetta II, Andrea era stato incaricato dal governo britannico di svolgere missioni economiche all’estero per favorire affari e investimenti. In quel contesto, nel 2014 aveva fondato anche l’iniziativa “Pitch@the Palace”, piattaforma pensata per mettere in contatto investitori e startup, aprendo le porte della corte a imprenditori e faccendieri di varia provenienza. Tra questi figurava anche il cittadino cinese Yang Tengbo, successivamente indicato dalla polizia britannica come presunta spia al servizio di Pechino. Nonostante l’imbarazzo istituzionale, la vicenda non aveva allora prodotto conseguenze giudiziarie per il principe. Negli anni, però, le ombre si sono addensate su episodi più gravi. Nel 2010, durante missioni ufficiali in Asia e Afghanistan, Andrea avrebbe condiviso report riservati relativi alle sue attività governative utilizzando l’indirizzo e-mail di Jeffrey Epstein, in potenziale violazione degli obblighi di riservatezza connessi al suo incarico. Un comportamento che, in casi analoghi, è costato l’incarico ad altri funzionari pubblici. Oggi gli inquirenti valutano se vi siano stati profili di responsabilità anche sul piano penale.

L’arresto rappresenta una svolta formale in una vicenda che da anni si intreccia con il caso Epstein. Secondo le accuse, durante i soggiorni a Londra, Andrea avrebbe chiesto al finanziere di procurargli giovani donne, tra cui la principale accusatrice, Virginia Giuffre. Tra le frequentazioni che ruotavano attorno a quel circuito figuravano anche personalità come il produttore cinematografico Harvey Weinstein, oggi detenuto per violenza sessuale, che avrebbe avuto accesso ad ambienti istituzionali grazie alle relazioni garantite dal duca di York. In un’intervista rilasciata alla BBC, Giuffre aveva ricostruito gli abusi subiti, dichiarando di essere stata costretta, quando aveva 17 anni, ad avere rapporti sessuali con Andrea Mountbatten-Windsor sull’isola privata caraibica di Epstein, Little St. James, e successivamente a Londra e New York tra il 1999 e il 2002. La vicenda si era chiusa formalmente con un accordo extragiudiziale, che prevedeva un risarcimento di circa 12 milioni di sterline. Secondo quanto riportato dal Sun, una parte dell’indennizzo sarebbe stata coperta con il contributo della famiglia reale, nella convinzione che l’accordo potesse mettere fine allo scandalo in vista del Giubileo di Platino del 2022. Un tentativo di contenimento che, col tempo, si è rivelato inefficace. Nell’ottobre 2025 emerse inoltre che Andrea si era rivolto a Scotland Yard nel tentativo di reperire informazioni compromettenti per screditare Giuffre, senza successo. Nel frattempo, la famiglia reale ha progressivamente preso le distanze, relegandolo a un ruolo defilato nelle campagne del Norfolk, dopo le polemiche emerse anche sulle condizioni abitative di cui aveva beneficiato per anni.

La gestione interna dello scandalo che non è bastata a chiudere il caso, ora tornato al centro dell’attenzione giudiziaria. A riaccendere i riflettori sull’ex duca di York sono stati i documenti emersi con la pubblicazione degli Epstein Files. La commissione americana che indaga sul caso Epstein aveva più volte invitato Andrea a collaborare e a fornire la propria testimonianza. Il principe ha sempre respinto ogni accusa, proclamandosi innocente e rifiutando di comparire. Oggi, l’indagine si concentra su un altro fronte: il possibile utilizzo improprio del suo ruolo istituzionale. In un comunicato, la Thames Valley Police ha confermato perquisizioni in immobili situati nel Berkshire e nel Norfolk. Il vicecapo della polizia Wright ha sottolineato la necessità di tutelare l’integrità delle indagini. Al di là dell’esito giudiziario, l’arresto di Andrea riporta una domanda al centro della scena: fino a che punto i meccanismi di potere sono stati in grado, per anni, di proteggere se stessi?

Rai Sport, il direttore Petrecca rimette il mandato dopo le polemiche

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Il direttore di Rai Sport, Paolo Petrecca, lascerà l’incarico al termine delle Olimpiadi di Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026. La Rai ha comunicato che la guida sarà affidata temporaneamente al vicedirettore Marco Lollobrigida. Le dimissioni seguono le forti polemiche per la telecronaca della cerimonia d’apertura, segnata da errori, commenti inopportuni e sovrapposizioni agli altri cronisti. In passato Petrecca era già stato sfiduciato da RaiNews. Dopo le critiche, il sindacato USIGRai ha proclamato uno sciopero delle firme. La chiusura è stata poi affidata ad Auro Bulbarelli.