domenica 11 Gennaio 2026
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Proteste in Iran, Trump: “pronti ad aiutare i manifestanti”, Pasdaran in stato di allerta

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Le proteste in Iran continuano a salire di intensità. Da ormai settimane, il popolo iraniano si è sollevato per contestare l’aumento dei prezzi e il crollo del rial – la moneta locale – allargando nei giorni le manifestazioni a quello che sembra un più ampio moto anti-governativo. La rete internet nel Paese rimane quasi totalmente inaccessibile, e le notizie arrivano da media internazionali, ONG e da qualche video che riesce a uscire nonostante il blocco. Secondo un bilancio di un gruppo umanitario, sarebbero state uccise oltre 100 persone, e in diversi casi le forze di sicurezza iraniane avrebbero utilizzato armi da fuoco contro i manifestanti. Intanto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua a gettare benzina sul fuoco, affermando di essere «pronto a intervenire» in aiuto della popolazione, mentre l’esercito e le Guardie Rivoluzionarie (pasdaran) puntano il dito contro USA e Israele, affermando che le violenze sarebbero state orchestrate dai propri nemici.

È difficile sapere cosa stia esattamente succedendo in Iran. Da ormai tre giorni, la rete internet è praticamente assente in tutto il Paese, e nonostante una piccola ripresa, riescono a emergere poche testimonianze dirette. Diversi video verificati da testate internazionali mostrano strade incendiate e folti cortei sfilare per le città del Paese; altrettante testimonianze raccolte dai media dimostrerebbero l’uso della violenza da parte delle forze di sicurezza iraniane per reprimere il dissenso. Secondo alcune ricostruzioni apparse su media indipendenti, inoltre, il Paese avrebbe schierato anche le Guardie Rivoluzionarie per sedare le rivolte. A essere certo e confermato dai media ufficiali è che le manifestazioni hanno toccato tutti i maggiori centri del Paese, tra cui Teheran, Shiraz e Isfahan, e che siano state particolarmente partecipate; secondo la ONG Iran Human Rights (IHRNGO) – con sede a Oslo, in Norvegia –  le proteste avrebbero ormai raggiunto tutte le province e 111 città. Il bilancio delle vittime resta invece ancora incerto; la stessa IHRNGO parla di almeno 51 morti e oltre 2.000 arresti, Amnesty e Human Rights Watch (HRW) sono ferme al 3 gennaio e riportano di 28 persone uccise, mentre Human Rights Activists News Agency (HRNA), agenzia di stampa delle ONG iraniane, parla di 116 morti e oltre 2.600 arresti con proteste in 185 città.

Le autorità iraniane riconoscono la legittimità delle proteste per il caro prezzi, ma attribuiscono i disordini a USA e Israele; i pasdaran e l’esercito hanno affermato di essere pronti a «difendere la sicurezza nazionale» dalle ingerenze esterne e il portavoce del Parlamento avrebbe affermato che il Paese sarebbe pronto a rispondere in caso di attacchi esterni. Nei giorni scorsi, il presidente degli USA Trump ha affermato a più riprese di essere pronto a intervenire militarmente nel caso in cui il numero di manifestanti uccisi dovesse aumentare, e ieri ha rilasciato un post sul suo social Truth, in cui scrive che «gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare»; sempre dagli USA, Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo scià, ha rilasciato dichiarazioni in sostegno alle proteste, mentre nel Regno Unito, a Londra, un gruppo di manifestanti ha assaltato l’ambasciata iraniana, sostituendo la attuale bandiera del Paese con quella dello scià, precedente alla rivoluzione khomeinista.

Honduras, la presidente ordina il riconteggio dei voti

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La presidente uscente honduregna Xiomara Castro ha rilasciato un decreto in cui ordina il riconteggio delle elezioni presidenziali «voto per voto». Le elezioni in Honduras si sono tenute lo scorso 30 novembre, ma il vincitore, Nasry Asfura, è stato annunciato solo il 24 dicembre, dopo una serie di tensioni con i leader degli altri partiti, che lo accusavano di brogli e di avere permesso interferenze straniere; Asfura, supportato apertamente dal presidente degli USA Trump, si è imposto con il 40,3% delle preferenze, mentre il leader del Partito Liberale, Salvador Nasralla, è arrivato secondo con il 39,5% dei voti.

Referendum giustizia: nasce il comitato per il no

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Il 22 e 23 marzo si voterà per approvare in modo definitivo la riforma del governo Meloni sulla giustizia. Oggi è nato a Roma il comitato per il no, in presenza del segretario della CGIL Maurizio Landini affiancato dai leader dell’opposizione: Giuseppe Conte, Elly Schlein e il duo Fratoianni-Bonelli. Insieme hanno puntato il dito contro la riforma, accusata di essere il preludio al controllo della magistratura e di indebolire dunque il sistema costituzionale dei contropoteri.

Trump raduna le multinazionali del petrolio per spartirsi il Venezuela: c’è anche ENI

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L’attacco statunitense al Venezuela non è finito col rapimento del presidente Maduro e l’uccisione di oltre cento persone, ma si appresta ora a implementare la seconda fase, volta a mettere le mani sui ricchi giacimenti di petrolio del Paese. Con o senza il beneplacito del governo ora guidato dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez, si intende. Dopo aver rilasciato in un primo momento dichiarazioni forti contro Washington, Rodríguez ha aggiustato il tiro, aprendo alla collaborazione con gli Stati Uniti ed evitando, almeno per ora, l’escalation militare. Il presidente USA Donald Trump non la esclude e minaccia l’esecutivo di Caracas in caso di interferenze coi suoi piani sul petrolio venezuelano (sic!). Nel frattempo, il Tycoon ha iniziato a radunare le multinazionali del settore per spartirsi le riserve del Paese. Immancabili i colossi americani, come Exxon Mobil e Chevron, cui si è aggiunta in sordina anche l’italiana ENI.

«Le aziende americane avranno l’opportunità di ricostruire le infrastrutture energetiche obsolete del Venezuela e alla fine aumentare la produzione di petrolio a livelli mai visti prima», ha dichiarato Trump durante un incontro avuto venerdì alla Casa Bianca con 14 multinazionali del fossile. Presenti, tra gli altri, i rappresentanti di Exxon Mobil, ConocoPhillips, Chevron ed ENI, nella persona dell’amministratore delegato Claudio Descalzi, che ha commentato: «Abbiamo 500 persone nel Paese. Siamo pronti a investire e lavorare con le compagnie americane». A quanto pare, la fedeltà del governo Meloni, avamposto europeo dell’amministrazione Trump, potrebbe portare presto a maturazione i primi frutti con il coinvolgimenti di ENI — il cui azionista principale è il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) — nell’affair venezuelano.

In Venezuela Trump intende annullare 20 anni di nazionalizzazioni, iniziate col presidente Hugo Chávez. Per portare a termine il suo piano espropriatore, il presidente USA chiede un investimento complessivo di 100 miliardi di dollari alle aziende interessate. Ci si attende una competizione interna tra queste ultime, volta ad accaparrarsi le licenze per estrarre, raffinare e commerciare il petrolio venezuelano, traendone profitto. Interrogato sui dettagli della spartizione degli utili, Trump si è mostrato vago, dichiarando che l’idea è «dividere quei soldi tra Venezuela, Stati Uniti e multinazionali».

I colossi del settore provano a mascherare l’entusiasmo, forse nel tentativo di strappare uno sconto sull’investimento, adducendo motivazioni varie, a partire proprio dall’instabilità politica causata dall’aggressione militare della Casa Bianca. Trump, oltre a ribadire che saranno gli «Stati Uniti a decidere quali compagnie potranno lavorare in Venezuela», ha provato a rassicurarle, sfoggiando l’accordo stipulato coi leader ad interim del Paese, i quali avrebbero accettato di consegnare 50 milioni di barili di petrolio a Washington.

Al di là di ciò che decideranno Delcy Rodríguez e gli altri ministri del governo Maduro, gli attori interessati alle risorse del Paese latinoamericano non potranno escludere dall’equazione lo storico sentimento antimperialista del popolo venezuelano, valutando lo stato di salute della rivoluzione bolivariana iniziata da Chávez.

In Indonesia la corsa illegale all’oro sta devastando l’ambiente

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In Indonesia, nel cuore di Sumatra, è visibile il segno di una corsa all’oro che, spinta dall’impennata dei prezzi globali, sta lasciando dietro di sé una scia di distruzione ambientale, crisi sanitarie e conflitti sociali. L’aumento di quasi il 70% del prezzo internazionale dell’oro nell’ultimo anno ha infatti accelerato l’estrazione illegale in tutto il Paese, comprese aree di altissimo valore ecologico come le zone “cuscinetto” ad ulteriore protezione del Parco nazionale di Kerinci Seblat.

Caso emblematico quello della montagna Bukit Gajah Berani, già stravolta da minatori che hanno trasformato il paesaggio da un verde intenso a un marrone fangoso e spento. «Qui – racconta Aris Adrianto, responsabile forestale del vicino villaggio di Birun – i mezzi pesanti dei minatori illegali hanno aperto strade e scavi come se non avessero paura di nulla e senza che le denunce producessero interventi concreti». Il rilievo naturale in questione confina direttamente con il Parco nazionale di Kerinci Seblat, la più grande foresta pluviale primaria di Sumatra e ultimo grande habitat continuo della tigre di Sumatra, specie in pericolo critico di estinzione. Una devastazione che comunque non è un caso isolato. Un’analisi della piattaforma di telerilevamento Nusantara Atlas stima che tra il 2000 e la fine del 2023 l’attività mineraria abbia causato la perdita di circa 721.000 ettari di territorio in Indonesia, inclusi 150.000 ettari di foreste primarie. Circa un quinto di questa deforestazione è legata all’estrazione dell’oro. Accanto al disboscamento, emerge poi con forza la crisi ambientale legata al mercurio utilizzato per separare l’oro dal minerale grezzo. L’Indonesia, nonostante l’adesione alla Convenzione di Minamata – strumento globale legalmente vincolante per contrastare l’inquinamento da mercurio – resta uno dei maggiori produttori e consumatori mondiali di mercurio, e il settore dell’estrazione aurifera illegale rappresenta la principale fonte di emissioni. Stime recenti indicano che l’estrazione mineraria è responsabile del 69,7% delle emissioni complessive di mercurio nel Paese, pari a circa 338,5 tonnellate all’anno. Le conseguenze sono documentate nei fiumi, nei campi e nei villaggi. Studi condotti in diverse regioni colpite dall’estrazione illegale hanno rilevato concentrazioni di mercurio nei pesci ben superiori al limite di sicurezza dell’Organizzazione mondiale della sanità di 0,5 milligrammi per chilogrammo. Una ricerca pubblicata nel 2025 nel distretto di Sukabumi, a sud di Giacarta, ha ad esempio riscontrato contaminazioni di mercurio in manioca, suolo e acqua a livelli multipli rispetto alle soglie considerate sicure per l’uomo.

Gli effetti indiretti non sono meno gravi. In un’area mineraria della provincia di Gorontalo, i casi di malaria sono passati da 32 nel 2022 a 815 nel 2023, un aumento attribuito alla proliferazione di pozze d’acqua stagnante create dagli scavi. Nel distretto di Merangin, sempre a Sumatra, l’estrazione illegale ha danneggiato 3.920 ettari di risaie nel 2022, contribuendo a un crollo della produzione di riso da 386.413 tonnellate nel 2020 a 275.950 tonnellate nel 2023. Nello stesso distretto, già un decennio fa, le autorità locali stimavano che l’estrazione mineraria illegale danneggiasse ogni anno 12.000 ettari di terre comunitarie. Nel 2022, il governo ha tentato di arginare il fenomeno aprendo un percorso per consentire alle miniere comunitarie illegali operanti in oltre 7.000 ettari di ottenere uno status formale. Ad oggi, tuttavia, non risultano comunità che abbiano ricevuto un permesso di estrazione comunitaria, ha dichiarato Feri Irawan, direttore dell’organizzazione non profit Assosiasi Hijau, aggiungendo che «la realtà è che l’area è sfruttata da minatori illegali» e che il concetto di estrazione comunitaria «esiste solo sulla carta». Sul piano politico, il paradosso è evidente. L’Indonesia dispone di regolamenti severi e di un piano nazionale che fissava al 2025 l’eliminazione del mercurio dall’estrazione aurifera illegale, ma, come ha ammesso Ratih Andrawina Suminar dell’ufficio del procuratore generale della provincia di Banten, «l’attuazione è frammentata e le agenzie operano senza coordinamento». Mentre i pochi sequestri di oro illegale, come quello da 1,7 chilogrammi avvenuto nel settembre 2025 sulla strada Bangko–Kerinci, evidenziano un traffico ben organizzato che collega le foreste più remote ai mercati urbani.

Per le comunità locali, peraltro vittime di una violenza crescente, il bilancio è amaro. Oltre alla sempre maggiore difficoltà di sostenersi con i prodotti della foresta – secondo diverse organizzazioni della società civile – l’erosione dei suoli e la perdita di capacità di drenaggio potrebbero aggravare le inondazioni, contribuendo tra gli altri agli effetti letali del ciclone Senyar, che ha causato almeno 1.154 vittime nel novembre scorso. La corsa all’oro, alimentata dai mercati globali, sta così trasformando una ricchezza naturale in un’eredità tossica che sta condannando l’Indonesia a pagare per generazioni un prezzo ambientale, sanitario ed economico altissimo.

Siria, continua l’assedio ai quartieri curdi di Aleppo

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È entrato nel quinto giorno l’assedio condotto dall’esercito siriano contro i quartieri curdi di Aleppo. I miliziani del governo di al-Sharaa stanno tentando l’ingresso a Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh a suon di bombardamenti a tappeto, carri armati e colpi di artiglieria. Si contano decine di morti e centinaia di feriti, con diversi siti sensibili colpiti, come l’ospedale di Sheik Maqsoud. La resistenza dei curdi continua, mentre si moltiplicano le manifestazioni di solidarietà nel Rojava e a Erbil, nel Kurdistan iracheno.

Corte europea: l’Italia viola la privacy dando al Fisco accesso ai conti bancari

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La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha stabilito che l’Italia deve rivedere le norme che consentono all’Agenzia delle Entrate di accedere ai dati bancari dei contribuenti. Con una sentenza pubblicata l’8 gennaio 2026, incentrata sul ricorso di due cittadini italiani, i giudici di Strasburgo hanno infatti rilevato una violazione del diritto alla vita privata, sancito dall’articolo 8 della Convenzione. La condanna non mette in discussione la legittimità della lotta all’evasione, ma critica aspramente il sistema italiano, giudicato carente di garanzie chiare e di controlli effettivi contro l’arbitrarietà, con il risultato di lasciare alle autorità un margine di discrezionalità troppo ampio.

Nello specifico, la vicenda da cui sfocia il verdetto ha avuto origine tra il 2019 e il 2020, quando i due ricorrenti furono informati dalle rispettive banche che l’Agenzia delle Entrate aveva richiesto l’accesso a un’ampia mole di informazioni: saldi, movimenti, cronologia delle transazioni e operazioni finanziarie riconducibili ai loro conti, per periodi compresi tra uno e due anni. La base giuridica interna per questo accesso si fonda sulle disposizioni del DPR 633/1972 (IVA) e del DPR 600/1973 (imposte dirette), con autorizzazione rilasciata da dirigenti dell’Amministrazione. Nel suo esame, la Corte Europea dei Diritti Umani si è concentrata proprio su questo sistema, chiedendosi se esso assicuri regole prevedibili e tutele concrete.

Nella sentenza, la Corte ha spiegato che i dati bancari, pur essendo informazioni finanziarie, costituiscono dati personali sensibili e rientrano nella nozione di vita privata protetta dalla Convenzione. La ricostruzione dei movimenti di conto può infatti descrivere abitudini, relazioni economiche, scelte di vita e attività professionali. Di conseguenza, l’accesso dell’autorità fiscale ai conti rappresenta un’interferenza rispetto a tale diritto. Un’interferenza che può essere giustificata solo se viene prevista da una legge chiara, se persegue un obiettivo legittimo – come il contrasto all’evasione – e se è accompagnata da idonee garanzie contro gli abusi. Sul primo e sul terzo requisito, la disciplina italiana è stata ritenuta dai giudici gravemente carente.

Secondo la Corte, infatti, la normativa italiana consente l’accesso ai dati bancari mediante formule troppo ampie e generiche, legate alla mera verifica della correttezza fiscale. Una base così vaga non delimita in modo sufficiente né le condizioni di attivazione, né i limiti dell’acquisizione, né l’ampiezza del perimetro informativo. «Il quadro giuridico interno non ha garantito ai ricorrenti il livello minimo di protezione a cui avevano diritto ai sensi della Convenzione», scrive la Corte, evidenziando come il potere dell’Amministrazione possa assumere una connotazione esplorativa e difficilmente controllabile.

Un punto critico cruciale individuato dalla sentenza è l’assenza di un obbligo di motivare le richieste di accesso. L’Italia ha invocato diverse circolari interne dell’Agenzia delle Entrate che individuano criteri specifici, ma secondo i giudici della CEDU tali regole non sono sufficientemente «vincolanti» se, nella prassi, l’autorizzazione all’accesso non deve essere motivata. Se manca l’obbligo di motivazione, diventa impossibile verificare se l’Amministrazione abbia effettivamente rispettato i criteri indicati. Inoltre, il sistema manca di un controllo preventivo o successivo effettivo. Il contribuente non può impugnare in maniera autonoma e tempestiva l’autorizzazione all’accesso bancario, potendo contestarla solo quando riceve l’atto impositivo finale, a volte anni dopo. I rimedi interni, come il ricorso al giudice civile o al Garante del contribuente, non sono considerati idonei, in quanto non garantiscono una revisione indipendente, tempestiva e vincolante.

La CEDU qualifica la violazione come sistemica, derivante non da un singolo errore ma dal modo in cui le norme sono scritte e interpretate. Pertanto, ai sensi dell’articolo 46 della Convenzione, l’Italia è chiamata ad adottare misure generali di riforma. L’obiettivo è duplice: introdurre regole più specifiche e precise sui presupposti e sulle condizioni dell’accesso ai dati bancari, obbligando l’Amministrazione a motivare le sue richieste, e garantire un controllo giudiziario o indipendente effettivo, disponibile in tempi ragionevoli e non subordinato all’esito dell’intero accertamento. Il messaggio di Strasburgo, insomma, è chiaro: la lotta all’evasione resta un obiettivo legittimo e prioritario, ma non può prescindere dal rispetto di garanzie procedurali fondamentali.

Treni, in corso sciopero: disagi fino alle 21

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È in corso di svolgimento oggi, sabato 10 gennaio, uno sciopero dei treni indetto da diversi sindacati, tra cui Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti, Cub Trasporti e Sgb. La protesta coinvolge il personale di Ferrovie dello Stato, Trenitalia, Trenitalia Tper, Italo e Trenord. Lo sciopero è iniziato alle 21 di ieri e proseguirà fino alle 21 di oggi. Sono garantiti alcuni collegamenti a lunga percorrenza e i treni nelle fasce 6-9 e 18-21. Al di fuori di questi orari sono possibili cancellazioni e ritardi. I sindacati protestano contro condizioni contrattuali giudicate insufficienti, carichi di lavoro e problemi di sicurezza.

La pesca immaginaria

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Dove manca il mare il tempo ha soltanto una direzione, appare come un succedersi lineare, articolato in scadenze, appuntamenti, compiti, incontri che si succedono; il lavoro scandisce le ore che restano a disposizione, il cellulare invade i nostri spazi, pretende e offre attenzione; l’amore stesso è figlio di un tempo determinato, sta lì e non altrove.

Dove invece c’è il mare siamo di fronte a una creazione perpetua, a un esserci e non esserci che ci accompagna come un’onda, come un respiro, siamo chiamati a fare parte di qualcosa, a non dimenticare ma anche a perderci nel divenire. Nel mare stiamo e non stiamo , siamo imbarcati nell’oscillare dello scafo e insieme rimaniamo a riva, il luogo deputato all’attesa, al nuovo o al consueto che dovrà sbarcare.

Mare o non-mare, Omero stesso una volta cantò di Ulisse che pensava alla terra come a una donna, una meta da raggiungere, quando il desiderio ti sospinge a restare al largo e incoraggiare i tuoi compagni ma, nello stesso tempo, ti attira verso una riva, anche una riva perfino sconosciuta.

Il mare, come il cielo, è gonfio di futuro, ma nulla ti chiede. La terra invece è prigioniera di una cronologia prefissata, impone risposte.

Ma è la pesca a spiegare tutto, la pesca parte la notte e ha bisogno di un approdo, di una destinazione dove materialmente mostrarsi come risultato tangibile.

La pesca come speranza diventa concreta dopo. Prima raffigura la nostra dimensione umana, di attraversare, trovare uno scopo, condividere, organizzarsi.

Per sottrarsi alle trappole della volontà altrui, è bene coltivare una pesca immaginaria, ostinarsi con leggerezza e attenzione sulla nostra rotta, nostra, soltanto nostra, senza dimenticare che anche il cielo ha due modi di parlarci, con le nuvole di giorno, con le stelle la notte.

Conflitto russo-ucraino: Mosca abbatte 59 droni

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Il conflitto russo-ucraino prosegue con nuove ondate di attacchi incrociati con droni. Il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver abbattuto 59 velivoli ucraini nelle ultime ore sul territorio della Federazione, di cui 11 nell’area del Mar Nero e 10 nella regione di Krasnodar. Nella regione di Volgograd, i detriti di un drone hanno colpito un deposito di petrolio a Oktyabrsky, causando un incendio e l’evacuazione dei residenti. In Ucraina, nella regione di Dnipropetrovsk, tre persone sono rimaste ferite dopo attacchi russi notturni che hanno provocato incendi, danni alle infrastrutture e blackout.