lunedì 16 Marzo 2026
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Controlli tecnologici sui lavoratori: quando diventano abuso e come difendersi

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Hai appena scollato le terga dalla poltrona in pelle umana per posarle sul sedile riscaldato del tuo bolide. Chiusa la fabbrichetta, si torna a casa con l’allegra consapevolezza che finalmente Folagra, il dipendente iper-sindacalizzato e piantagrane, avrà quel che si merita. L’elettricista ha fatto un lavoro rapido e pulito: mini videocamera piazzata nel suo ufficio e puntata sul monitor del pc. Sei certo che il lavoratore farà qualche errore, il sistema video lo riprenderà e si beccherà sui denti un bel licenziamento disciplinare. Ti pregusti il momento, sfrecciando nella fosca serata brianzola.

Quel che non sai, è che l’utilizzo di strumenti tecnologici come email, telefono e GPS per il controllo dei lavoratori è una materia complessa, disciplinata da un incrocio di normative che cercano di bilanciare le esigenze del datore di lavoro con il diritto alla dignità e alla riservatezza del dipendente. La disciplina cardine è l’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori (Legge n. 300/1970), come modificato dal Jobs Act, unitamente alla normativa sulla privacy.

Eh già, la fabbrichetta non è proprio come casa tua e non puoi fare quello che vuoi.

La Disciplina generale dei controlli a distanza: l’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori

L’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori stabilisce il quadro normativo per l’installazione e l’uso di impianti audiovisivi e gli altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori. La norma distingue due scenari principali.

  1. Strumenti di controllo in senso stretto: sono installati specificamente per finalità di controllo, come i sistemi di videosorveglianza. La loro installazione è legittima solo se persegue una delle seguenti finalità: esigenze organizzative e produttive; sicurezza del lavoro; tutela del patrimonio aziendale.

Per installare tali strumenti, è necessario seguire una procedura di garanzia che prevede, a seconda del numero di unità produttive di cui è composta l’azienda, la stipula di un accordo collettivo con la rappresentanza sindacale ovvero con le associazioni sindacali maggiormente rappresentative. In mancanza di accordo, il datore di lavoro deve richiedere l’autorizzazione amministrativa alla sede territoriale dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro o alla sede centrale per le imprese plurilocalizzate.

  1. Gli strumenti utilizzati per rendere la prestazione lavorativa (es. computer, smartphone aziendale, tablet) e gli strumenti di registrazione (badge) sono esclusi dalla procedura di garanzia. Questa esenzione non significa che il controllo sia libero. Significa solo che non è necessaria la procedura preventiva per la loro installazione.

Ottimo, il tuo piano sembra perfettamente congegnato: devi solo aspettare che il sindacalista rivoluzionario commetta una qualsiasi negligenza. Questa sarà memorizzata dal tuo sistema di registrazione e ti fornirà la prova per spedirlo in mezzo a una strada. Vabbè, con tanto di Naspi che finanzi anche con le tue tasse, purtroppo. Molto meglio che tenersi la serpe in seno, in ogni caso.

E invece. L’utilizzabilità delle informazioni raccolte è soggetta a condizioni che non ammettono deroghe.

  1. Adeguata informazione: il lavoratore deve essere stato preventivamente e adeguatamente informato sulle modalità d’uso degli strumenti e sulle modalità di effettuazione dei controlli. Questa informazione è cruciale e spesso contenuta in regolamenti o policy aziendali.
  2. Rispetto della normativa sulla privacy: il trattamento dei dati deve essere conforme ai principi del GDPR e del Codice Privacy, in particolare i principi di necessità, correttezza, pertinenza e non eccedenza.

I “Controlli difensivi”

La giurisprudenza ha elaborato la categoria dei “controlli difensivi”, ovvero quei controlli volti non a verificare l’adempimento della prestazione lavorativa, ma a tutelare il patrimonio aziendale o a prevenire o accertare la commissione di illeciti da parte del lavoratore.

La Corte di Cassazione ha chiarito il perimetro dei cc.dd. controlli difensivi in senso stretto: sono quelli “mirati” e diretti ad accertare specifiche condotte illecite ascrivibili a singoli dipendenti, sulla base di concreti indizi. La legittimità di un controllo difensivo “in senso stretto” è subordinata a condizioni rigorose:

  1. il controllo deve essere attivato solo in presenza di un “fondato sospetto” circa la commissione di un illecito, non essendo sufficiente una mera ipotesi o un sospetto generico;
  2. deve trattarsi di un controllo ex post, ovvero successivo all’insorgere del fondato sospetto: la giurisprudenza ha chiarito che è illegittimo per il datore di lavoro acquisire e conservare massivamente dati per poi analizzarli “ex post” invocando un controllo difensivo.;
  3. bilanciamento e proporzionalità: anche in presenza di un fondato sospetto, il controllo deve rispettare i principi di proporzionalità e minimizzazione, assicurando un corretto bilanciamento tra le esigenze aziendali e le tutele della dignità e riservatezza del lavoratore.

Quando il controllo configura un abuso

Insomma, è chiaro che l’idea di controllare invasivamente, preventivamente e segretamente Folagra vìola una caterva di disposizioni in materia di rispetto della dignità, privacy e trasparenza. E lo champagnino con cui pensavi di brindare per la tua brillante idea, al tavolo col tuo avvocato, ti sta andando maledettamente di traverso.

Un controllo sul lavoratore diventa un abuso quando viola le norme sopra descritte. Le principali ipotesi di abuso sono quindi: la violazione delle procedure di garanzia: un controllo occulto generalizzato; un falso controllo difensivo; la mancanza di informazione preventiva al dipendente; un controllo sproporzionato e invasivo; la violazione della privacy.

Il tuo avvocato ti guarda torvo: “Insomma, se non le hai beccate tutte, poco ci manca. Occhio che se il compagno Folagra se ne accorge ti fa la festa” sentenzia, degustando l’ultimo pezzo di sashimi.

Rimedi e tutele per il lavoratore

Il lavoratore che subisce un controllo illegittimo ha a disposizione diversi strumenti di tutela:

  1. Inutilizzabilità dei dati a fini disciplinari: la conseguenza principale della raccolta di informazioni in violazione dell’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori o della normativa sulla privacy è l’inutilizzabilità di tali dati ai fini del procedimento disciplinare. Se un licenziamento o un’altra sanzione si basa esclusivamente su prove acquisite illegalmente, il provvedimento può essere impugnato e dichiarato illegittimo dal giudice del lavoro.
  2. Impugnazione del provvedimento disciplinare: il lavoratore può impugnare giudizialmente la sanzione disciplinare (dal richiamo verbale al licenziamento) basata sui dati illegittimamente raccolti, chiedendone l’annullamento.
  3. Tutela della privacy: il lavoratore può rivolgersi al Garante per la Protezione dei Dati Personali, segnalando il trattamento illecito dei suoi dati. Il Garante può avviare un’istruttoria e irrogare sanzioni amministrative anche molto pesanti nei confronti del datore di lavoro.
  4. Azione per il risarcimento del danno: la violazione della dignità e della riservatezza del lavoratore può configurare un danno (patrimoniale e non patrimoniale) risarcibile. Il lavoratore può quindi agire in giudizio per ottenere il risarcimento del danno subito a causa del controllo abusivo.
  5. Tutela penale: in casi estremi, l’accesso indebito a contenuti protetti da riservatezza, come la corrispondenza privata, potrebbe comportare la commissione del reato di violazione di corrispondenza (art. 616 c.p.).

Serata finita, salutato l’avvocato ti avvii a varcare il cancello della tua magione in quel di Seregno. E l’ultimo pensiero è per l’elettricista: quel maledetto ti spillerà qualche centinaio di euro anche per rimuovere tutta l’apparecchiatura dalla stanza di Folagra. Vabbè, glieli dai in nero, qualcosa ti leva sempre.

Ucraina, diverse esplosioni a Kiev: persone nei rifugi

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Nuove esplosioni si sono udite nel centro di Kiev. A dare la notizia è stata RBC-Ukraine, citando le autorità locali che parlano di un raro attacco aereo in pieno giorno, con droni e missili intercettati. «I resti di un drone sono caduti proprio nel centro della città, senza causare vittime», ha dichiarato il sindaco Klitschko, esortando i cittadini a restare nei rifugi.

Il rigassificatore rimarrà a Piombino: il governo si rimangia le promesse ai cittadini

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Doveva rimanere fino al 31 luglio, per poi venire spostato presso la costa di Vado Ligure, in provincia di Savona; il governo, però, ha cambiato idea. Si tratta del rigassificatore di Piombino, per cui l’esecutivo ha prorogato l’autorizzazione a rimanere nelle acque toscane. L’installazione era stata voluta dal governo Draghi, che la aveva autorizzata nel 2022. L’impianto arrivò nel 2023, e dopo diverse proteste di sigle ambientaliste, comitati, e dello stesso Comune, il governo Meloni promise che sarebbe stato trasferito in Liguria. Con il rigassificatore, inoltre, era stata concordata la realizzazione di dieci opere di compensazione, di cui solo due sono state avviate, e nessuna terminata.

Il provvedimento con cui il governo ha prorogato l’autorizzazione del rigassificatore di Piombino è stato approvato con un decreto legge dello scorso mercoledì 11 marzo, ed è entrato in vigore il giorno dopo. Di preciso, il quinto comma dell’articolo 9 del DL stabilisce che gli impianti di rigassificazione di gas naturale liquefatto la cui autorizzazione risulta in scadenza entro il 31 dicembre possono presentare una istanza di rinnovo entro il 30 giugno per continuare a operare sulla base della precedente autorizzazione «e dei correlati atti di assenso, ivi compresa l’autorizzazione integrata ambientale, fino alla conclusione del procedimento di rinnovo, proroga o nuova autorizzazione». La misura è pensata con lo scopo di «assicurare la continuità degli approvvigionamenti funzionali alla sicurezza energetica nazionale».

Il rigassificatore era stato approvato dal governo Draghi nel 2022 per fare fronte alla crisi energetica dovuta alla guerra in Ucraina, ed era arrivato nel 2023, sotto l’esecutivo Meloni. L’impianto è gestito da Snam e aveva trovato il beneplacito del governatore toscano Giani, che tuttavia oggi si è detto contrario alla sua proroga. Il rigassificatore era finito sotto i riflettori sin da prima del suo arrivo, attirando proteste e timori per il suo possibile impatto sulla sicurezza dei cittadini (le cui abitazioni sorgono a distanza molto ravvicinata dal porto), sul turismo e sull’ambiente, in una zona già martoriata da anni di attività dell’ex acciaieria Lucchini (ora JSW Steel). Contro di esso, il Comune di Piombino ha presentato un ricorso al TAR, che tuttavia ha confermato l’impianto e condannato la città a pagare le spese legali. Viste le proteste della società civile e dello stesso Comune di Piombino, il governo Meloni ha accettato di spostare il rigassificatore dopo la scadenza dell’autorizzazione, trovando un accordo con l’allora governatore ligure di centrodestra Toti per ricollocarlo al largo delle coste di Vado Ligure. Dopo le dimissioni di Toti a causa di uno scandalo sui finanziamenti in campagna elettorale, con l’arrivo della presidenza di Marco Bucci, sempre di centrodestra, la posizione della regione è cambiata.

Agli ostacoli politici si sono aggiunti anche il parere dell’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (Arera) e le richieste di Snam: nel luglio del 2025, Arera ha emanato una delibera in cui sosteneva che spostare il rigassificatore sarebbe stato troppo costoso, a causa delle spese di adeguamento delle reti infrastrutturali; lo scorso gennaio, invece, Snam ha avanzato una richiesta di proroga per mantenere l’impianto in acque toscane. Dopo il rifiuto della Liguria, il governo non si è mosso per cercare una collocazione alternativa per il rigassificatore e ha ceduto alle richieste di Snam. L’esecutivo non ha solo disatteso le promesse fatte alla cittadinanza; delle opere di compensazione previste dallo stesso Draghi, infatti, non c’è ancora notizia di avanzamento. «Sono tre anni che abbiamo in casa quest’impianto e non abbiamo visto un soldo», ha dichiarato il portavoce di Ascolta Piombino Riccardo Gelichi. Tra le varie cose erano previste la messa in sicurezza delle discariche, lo sconto in bolletta per i cittadini, la sistemazione delle banchine portuali, il completamento delle principali infrastrutture viarie di Piombino e una serie di agevolazioni per gli investimenti.

DIRETTA – Iran: Trump prepara una missione per riaprire Hormuz – IDF: nuova operazione in Libano – Incendio a Dubai

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Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è ora succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 marzo, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì 9 marzo, i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio.


Diversi media israeliani riportano che droni e missili iraniani avrebbero penetrato le difese aeree di Tel Aviv, impattando sulla capitale e sulle colline e aree urbane attorno alla citttà. Una donna di circa trent’anni sarebbe stata ferita nell’area di Rishon LeZion, poco a sud della capitale, e anche l’area di Lod sarebbe stata colpita.

Intanto, sono stati riportati attacchi nell’area orientale di Teheran. Su canali indipendenti circolano video e foto che mostrano grosse colonne di fumo alzarsi dalla città, suggerendo che qualche attacco sia riuscito a impattare.

Un video dell’attacco israelo-statunitense su Teheran.

L’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri UE Kaja Kallas ha detto che parlerà con i leader europei per capire come assicurare il transito di petrolio dallo Stretto di Hormuz. Kallas ha detto che sta valutando l’ipotesi di ampliare la missione europea Aspides lanciata dall’UE nel 2024 per permettere il traffico di merci nel Mar Rosso e contrastare il blocco imposto da Ansar Allah, il gruppo yemenita meglio noto con il nome di Houthi.

Kallas ha anche affermato di avere discusso con il Segretario Generale dell’ONU Guterres dell’opzione di implementare una soluzione analoga alla cosiddetta Black Sea Initiative“, del 2022, l’accordo tra Russia, Ucraina, Turchia e ONU per consentire l’esportazione sicura di grano da tre porti ucraini per stabilizzare i prezzi.


Iniziano a emergere contenuti multimediali sull’incendio che questa notte ha interessato l’aeroporto di Dubai. Un video che circola online mostra una vampata di fiamme sollevarsi da quella che sarebbe l’infrastruttura emiratina, con ampie colonne di fumo alzarsi verso il cielo. L’incendio è ormai contenuto e le autorità stanno gradualmente riaprendo i voli presso lo scalo.


Il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane in lingua farsi, Kamal Penhasi, ha annunciato che l’esercito israeliano ha distrutto l’aereo della Guida Suprema. Il velivolo sarebbe stato distrutto mentre si trovava stazionato presso l’aeroporto Mehrabad di Teheran.

“Questo aereo veniva utilizzato da Ali Khamenei, leader del regime terroristico iraniano, e da altri alti funzionari di tale regime, nonché da elementi delle forze armate iraniane, per promuovere gli acquisti militari e gestire le comunicazioni con i Paesi dell’Asse tramite voli nazionali e internazionali”, si legge in un comunicato. Le autorità di Teheran non hanno ancora rilasciato commenti a riguardo.

https://x.com/IDFFarsi/status/2033450891722809764

  • Il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato che lancerà una nuova missione marittima per garantire il passaggio delle petroliere nello stretto di Hormuz, chiedendo aiuto ai Paesi della NATO; ha anche suggerito che secondo lui la Cina dovrebbe partecipare alla coalizione, ricordando che la maggior parte delle forniture di idrocarburi verso Pechino passa proprio dallo Stretto di Hormuz. Analoghi appelli indiretti sono arrivati verso Corea del Sud e Giappone. Non sono ancora note le posizioni dei singoli Paesi sulle richieste di Trump: ieri, prima ancora dell’annuncio, Macron aveva detto che non avrebbe inviato navi a Hormuz, mentre Germania, Giappone e Australia hanno già comunicato che non parteciperanno alla missione di Trump.
  • Le IDF hanno annunciato l’avvio di una nuova operazione terrestre in Libano. A parteciparvi l’unità di frontiera 91 dell’esercito israeliano, che sarà incaricata di ampliare la porzione di territorio sotto controllo israeliano, colpendo gli avamposti militari di Hezbollah.
  • L’Iran ha continuato a lanciare attacchi contro Israele e gli altri Paesi dell’area, colpendo l’Arabia Saudita, il Bahrein, il Kuwait, il Qatar e gli Emirati Arabi, tutti Paesi che hanno annunciato di avere intercettato droni e missili. Proprio negli UAE, a Dubai, è stato segnalato un incendio, con un drone che si è schiantato vicino all’aeroporto internazionale. Le fiamme risultano ora contenute, ma le autorità hanno disposto una sospensione dei voli. Verso Israele, invece, sono state lanciate almeno due ondate di attacchi; una, riportano i media iraniani, avrebbe preso di mira le aree a sud del Paese.
  • Le milizie filo-iraniane irachene hanno lanciato nuovi attacchi contro le postazioni americane nel Paese. Presa di mira la base USA Victoria di Baghdad, dove, sostengono le milizie, sarebbero stati uccisi 6 soldati, mentre altri 4 sarebbero rimasti feriti. Colpi anche contro l’ambasciata americana in Iraq. Parallelamente, Hezbollah ha annunciato di avere preso di mira un gruppo di soldati israeliani nel proprio territorio, nei pressi del villaggio di Kafar Yufal.
  • La coalizione israelo-statunitense ha avviato bombardamenti contro la capitale libanese Beirut e quella iraniana Teheran. A Teheran è stata danneggiata una clinica della Mezzaluna Rossa. Sempre in Iran, le forze statunitensi e israeliane si sono concentrate anche su Hamadan e Esfahan, quest’ultima sede di un importante impianto nucleare iraniano.

Vicenza, vittoria della comunità: l’impianto di rifiuti pericolosi non si farà

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30 milioni di euro. Questa era la cifra che Silva Srl (Ex Safond Martini) era pronta a investire nel sito di Montecchio Precalcino, in provincia di Vicenza, per realizzare un impianto di smaltimento di rifiuti sanitari infettivi. A sbarrare la strada all'azienda del gruppo EcoEridiana è stata la mobilitazione popolare, protagonista di una pressione continua sulle istituzioni. La Conferenza dei Servizi, un organo di supporto agli enti locali, ha infatti bloccato il progetto industriale. Esultano i cittadini del piccolo Comune veneto, riunitisi nel comitato "Tuteliamo la Salute": «è un risultato...

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Uganda: leader dell’opposizione lascia il Paese

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Robert Kyagulanyi Ssentamu, anche noto come Bobi Wine, leader dell’opposizione ugandese, ha annunciato di avere lasciato il Paese. Bobi Wine era rimasto nascosto per due mesi dopo l’esito delle ultime elezioni, in seguito a cui è stato riconfermato il presidente Yoweri Museveni, a capo dell’Uganda da oltre 40 anni. Dopo la pubblicazione dei risultati, Wine aveva denunciato brogli e reclamato la vittoria, per poi nascondersi per timore di venire arrestato.

Come funziona realmente il modello cinese (e in cosa è diverso da quello occidentale)

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Con il suo miliardo e quattrocento milioni di abitanti, la Cina è, a oggi, il Paese socialista più grande e popolato al mondo. Sotto il governo, dal 1949, del Partito Comunista cinese, ha visto crescere nel giro di 40 anni la propria economia a tal punto da divenire, nonostante l’attuale rallentamento, una potenza mondiale. Attraverso l’attuazione di politiche prettamente sviluppiste, organizzate in piani quinquennali, il governo impone una visione ideologica che si rifà al socialismo con caratteristiche cinesi. Questa dottrina politica ha saputo convertire e adattare i dettami del marxismo-le...

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Pakistan: raid in Afghanistan

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Le forze armate pakistane hanno annunciato di avere lanciato nuovi attacchi contro l’Afghanistan colpendo installazioni militari e nascondigli «terroristici» nel Paese. L’annuncio è arrivato qualche ora fa e riguarda gli attacchi condotti dal Pakistan durante la notte. Da quanto comunicano le autorità pakistane, sarebbero state colpite e distrutte infrastrutture di supporto tecnico delle forze talebane e un impianto di stoccaggio di attrezzatura nella provincia meridionale di Kandahar. L’annuncio arriva in un momento teso per i due Paesi, che hanno ripreso le ostilità nonostante la precedente tregua.

Fugazi, Steve Albini e il capolavoro nato da uno sbaglio

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Nell’autunno del 1992 i Fugazi stavano tornando a Washington dopo essere stati alcuni giorni a Chicago a registrare il loro terzo album. C’era una certa eccitazione. La band era entrata in studio per incidere solo pochi pezzi, ma le sessioni erano andate talmente bene che avevano finito col mettere insieme un intero disco. Poco dopo essere arrivati a casa, tuttavia, ricevettero un messaggio da Steve Albini, il produttore del disco che li aveva ospitati nella sua casa a Chicago. Il testo diceva semplicemente: «Forse ci siamo sbagliati». Era esattamente quello che, a mente fredda, avevano pensato anche i Fugazi. Durante il viaggio di ritorno avevano riascoltato più volte il nastro. I brani funzionavano, ma qualcosa non tornava. 

I Fugazi si erano formati nel 1987 e avevano già pubblicato due dischi imponendosi subito come una delle band più importanti della scena punk/hardcore americana. Ma per il terzo album cercavano nuove strade e  avevano bisogno di cambiare aria per liberarsi da un blocco creativo che non gli permetteva di andare avanti. Scelsero quindi di andare a Chicago da Steve Albini, già noto per aver registrato album come Surfer Rosa dei Pixies e Goat dei Jesus Lizard e considerato uno dei produttori più abili all’interno della scena rock alternativa. Solo che lui odiava il termine “produttore”. Albini era conosciuto come musicista, con i Big Black, ma soprattutto come ingegnere del suono capace di catturare le band nel modo più diretto possibile. La sua reputazione era legata a un approccio quasi documentaristico alla registrazione: pochi interventi esterni, niente artifici di studio, molta attenzione al suono reale degli strumenti nella stanza. Tra Albini e i Fugazi c’era una forte stima reciproca, condividevano l’odio verso l’industria musicale e una visione simile del ruolo del produttore, non come qualcuno che “costruisce” il suono della band, ma come chi lo registra nel modo più fedele possibile. Le sessioni a Chicago diedero i loro frutti. In pochi giorni la band mise insieme i 12 brani che sarebbero diventati il loro terzo album, In on the Kill Taker. Eppure, riascoltando i nastri, tutti ebbero la stessa sensazione: il disco non era quello giusto. Decisero quindi di tornare agli Inner Ear Studio, a pochi chilometri da casa, dove avevano già registrato i primi due dischi. Il lavoro fatto con Albini, però, non fu accantonato del tutto: servì come traccia fondamentale per le nuove sessioni. In quei giorni a Chicago la band aveva affinato talmente bene i brani che, tornati in studio, le registrazioni filarono lisce e senza problemi.

La differenza tra le due versioni, tuttavia, è evidente. Albini prediligeva un suono estremamente diretto e fisico: batterie molto presenti, chitarre che si mescolavano nell’ambiente e una sensazione generale quasi “live”, dovuta anche al modo in cui posizionava numerosi microfoni in diversi punti della stanza per catturare l’energia complessiva del gruppo. Il risultato era un suono sporco e denso, in cui gli strumenti sembravano fondersi tra loro. La versione registrata agli Inner Ear Studio, invece, risulta più calibrata. Le chitarre sono più definite e occupano uno spazio più chiaro nel mix, dando ai brani un equilibrio diverso. Anche le voci emergono con maggiore precisione, rendendo le linee vocali più leggibili e incisive. L’energia resta quella dei Fugazi, ma incanalata in un suono più controllato. La traccia che apre In on the Kill Taker, “Facet Squared”, parte con un crescendo memorabile. C’è un feedback intermittente sospeso tra un segnale Morse e un elettrocardiogramma impazzito, su cui entrano gli strumenti. Il basso di Joe Lally e la batteria di Brendan Canty sembrano quasi cercarsi, come se stessero improvvisando, provando a incastrarsi tra loro mentre il volume cresce lentamente. Poi arriva il colpo decisivo: la chitarra di Guy Picciotto irrompe con un giro furioso che spazza via l’incertezza e mette tutti in riga. È il momento in cui il brano si accende davvero. Subito dopo entra la voce di Ian MacKaye, che declama i primi versi con tono tagliente e definitivo: «Pride no longer has definition, everybody wears it, it always fits»

Nella versione registrata da Steve Albini tutto sembra rotolare in avanti con una furia quasi incontrollata, in un impasto sonoro cavernoso e turbolento. Nella versione definitiva, invece, è come se la sala prove dei Fugazi ti esplodesse in faccia:

Il disco andò bene. Uscito nel giugno 1993, fu il primo della band a entrare nella classifica dei 200 album più venduti negli Stati Uniti. Il successo era certificato anche dal gran numero di persone che andava a vederli dal vivo nelle situazioni più disparate. I Fugazi erano una band perennemente in tournée, in piena coerenza con il loro approccio alla musica, che aveva come funzione primaria quella di mettere in contatto le persone. In quell’anno misero insieme un numero impressionante di concerti (circa 140), tutti perfettamente documentati in un archivio online dal quale è possibile scaricare la registrazione integrale di quasi ogni data. Il culmine della tournée del 1993 arrivò il 7 agosto, con uno storico concerto gratuito nella loro città, ai piedi del Washington Monument, per il trentesimo anniversario della Marcia di Martin Luther King. 

I Fugazi a Washington. Foto di Bryan Whitson

Questo approccio faceva parte della filosofia DIY (Do It Yourself) che per i Fugazi non era uno slogan da maglietta ma una pratica quotidiana. Significava organizzare i concerti in autonomia, mantenere i prezzi dei biglietti bassi, registrare e pubblicare i dischi attraverso la propria etichetta e prendere ogni decisione senza l’intermediazione dell’industria musicale. Era la vera musica indie, nel senso letterale di indipendente. Termine che oggi in Italia viene sorprendentemente usato per descrivere cantautori romani distribuiti dalla Sony Music, che vendono biglietti dei concerti a sessanta euro rivendicando con grande convinzione la libertà artistica dei propri berretti.

Anche la musica dei Fugazi esprimeva una grande libertà. La band manteneva una forte matrice punk pur sperimentando costantemente nuove strade. Partivano dall’energia dell’hardcore ma ne piegavano le regole dall’interno, con cambi di ritmo improvvisi, chitarre spezzate e uno spericolato controllo tra rumore e silenzio che rendeva ogni brano imprevedibile e vivo. Il risultato è una musica sorprendente, che resta profondamente punk pur aprendosi a influenze di ogni genere. Non per allontanarsi dal punk, ma per scoprire fin dove può arrivare:

Steve Albini non ci ha messo molto a rifarsi dalla delusione della sua versione scartata. Poco dopo le registrazioni di In on the Kill Taker, ha messo la sua abilità di tecnico del suono al servizio di uno dei dischi più importanti della sua epoca: In Utero dei Nirvana. La band di Kurt Cobain stava compiendo il percorso inverso rispetto ai Fugazi. Dopo il successo di Nevermind, i Nirvana volevano allontanarsi da un suono troppo commerciale e raffinato per ritrovare il suono genuino e brutale della sala prove. Con Albini ci riuscirono alla grande. In una lettera che lui stesso scrisse prima delle registrazioni per mettere a punto i termini del loro accordo, Albini cita il lavoro appena fatto coi Fugazi. Poi, in piena coerenza con il suo approccio, precisa che non vorrà ricevere alcuna percentuale sulle vendite del disco: «Vorrei essere pagato come un idraulico – scrive – faccio il lavoro e voi mi pagate quello che vale. La casa discografica si aspetterà che io chieda un punto o un punto e mezzo. Se ipotizziamo tre milioni di copie vendute, si arriva a circa 400.000 dollari. Non c’è una fottuta possibilità che io accetti mai tutti quei soldi. Non riuscirei a dormire».

Per la cronaca, In Utero venderà, nel corso degli anni, circa 16 milioni di copie.

Steve Albini in sala prove, Foto di Paul Natkin

Steve Albini è morto nel 2024. Lui e i Fugazi non hanno più fatto musica insieme, ma il legame tra loro è rimasto forte. La band non si è mai sciolta, anche se dal 2002 sono ufficialmente “in pausa”. La versione alternativa di In on the Kill Taker ha girato per anni in maniera clandestina sul web. Fino a pochi giorni fa, quando la band ha deciso di renderla interamente disponibile su Bandcamp. In una lettera pubblicata sulla propria pagina, i Fugazi ricordano l’affinità e l’amicizia profonda che si creò con Albini, fatta di giornate trascorse a suonare e di ore passate a giocare a dadi mentre Steve si divertiva a “cucinare pasta fresca fatta in casa per il gruppo.”

Una scelta fatta per rendere omaggio a un amico dopo la sua morte, ma non solo. Il ricavato della vendita del disco, infatti, verrà interamente devoluto a Letters Charity, organizzazione no profit di Chicago che aiuta le famiglie in difficoltà economica e a cui Steve Albini si è dedicato per tutta la vita, insieme alla moglie Heather Whinna, presidente dell’associazione.

Forse, a distanza di 30 anni, non si erano poi davvero sbagliati.

Naufragio a Lampedusa: 64 tratti in salvo, un bambino disperso

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Ieri pomeriggio, al largo delle coste di Lampedusa, una imbarcazione con a bordo persone migranti è naufragata. Un bilancio sull’incidente è stato dato oggi, 15 marzo: 64 persone sono state tratte in salvo dalla guardia costiera, mentre un bambino risulta ancora disperso. Nelle ultime 24 ore gli hub delle Pelagie hanno accolto 292 persone migranti provenienti da Burkina Faso, Camerun, Costa d’Avorio, Guinea e Sierra Leone, arrivate con sette diverse imbarcazioni. Il bambino è originario della Sierra Leone e sarebbe partito dalla Tunisia.