Ventidue migranti partiti dalla Libia sono morti durante la traversata verso la Grecia dopo che il loro gommone è rimasto alla deriva per giorni a sud di Creta. L’imbarcazione, soccorsa da Frontex con 26 sopravvissuti a bordo, era partita il 21 marzo da Tobruk con 48 persone. Durante il viaggio ha perso la rotta, restando in mare per sei giorni senza acqua né cibo. Secondo le testimonianze, le vittime sarebbero decedute per le condizioni estreme e i loro corpi gettati in mare su ordine di uno scafista. Per il viaggio erano stati pagati circa 10 mila dollari.
Le trame metaforiche della realtà
La realtà ha le sue evidenze, i suoi dati, le sue misure. Impone alla nostra ragione il compito di capire, non soltanto quello di reagire, e qualche volta capire è una operazione problematica soprattutto se gli altri e il contesto non reagiscono come ci aspetteremmo.
Abbiamo allora bisogno di metabolizzare quanto accade nel mondo in generale, e nel nostro universo di riferimento, miscelando istinto e intelligenza, spirito di adattamento e creatività, schemi e fantasia, tolleranza e rigore, conoscenza e intuizione.
Chiamiamo in causa il nostro potenziale, applichiamo una teoria, valutiamo ipotesi, trascuriamo quanto accade o diamo a ciò eccessiva importanza, siamo alternativamente distratti e ossessionati, cerchiamo una soluzione chissà dove, quando magari la situazione che consideriamo ha bisogno proprio di noi.
Diventiamo allora autori di racconti immaginari, la nostra antropologia della realtà ci convoca come autori non soltanto come personaggi. Ma non si tratta di scrivere, si tratta di vivere. Una metafora forse allora è necessaria, una via d’uscita dalla prigione dei fatti, delle parole degli altri, dei media, dei poteri.
Secondo la fisica quantistica una particella non percorre soltanto una determinata traiettoria per raggiungere l’obiettivo ma si comporta come se, nel percorso che segue, calcolasse in ogni istante le alternative possibili e ne scegliesse ogni volta una e non un’altra.
Questo non significa che nella realtà si manifesti ogni volta esclusivamente una delle infinite opzioni e nemmeno vuol dire che, quando consideriamo un evento, un accadimento, una situazione, formuliamo una serie di “se”, immaginando che cosa sarebbe potuto succedere altrimenti.
La concezione quantistica ci porta invece a credere non tanto alla gamma delle possibilità che concernono ciò che è già accaduto o ciò che potrebbe accadere ma a comportarci come se i possibili “come se” fossero tutti pronti a diventare attivi, perfino contemporaneamente.
Comprendere allora significa esaminare la realtà come un insieme di dati, eventualità e previsioni che nel complesso, in un determinato momento o fase storica, hanno agito, sottraendoci a una spiegazione deterministica, a un processo inevitabile, a una visione unilaterale.
Capire e agire possono dunque diventare la stessa cosa e allora, banalmente, nel ragionare sulle circostanze e sui fatti è necessario averne cultura, cioè comprenderli e narrarli come sedimentazione di passato e germinazione di futuro.
Dove il presente è il domani di ieri, al di fuori però di qualsiasi automatismo, come ne avessimo una coscienza moltiplicata. Con l’atteggiamento di un lettore o di uno spettatore che si chiede come andrà a finire il racconto, il film o la notizia che ha sotto gli occhi o che ha ascoltato. Con l’atteggiamento dell’autore che ha deciso di dar vita a una soltanto delle tracce narrative e di senso possibili, mantenendo però in atto dispositivi di apertura che consentano varietà di orizzonti, di percorsi possibili e di valutazioni fondate.
La realtà, dunque, come “opera aperta”, per usare la felice espressione di Umberto Eco, ma aperta non perché indefinita o carica di una gamma di illimitate interpretazioni, aperta perché contemporaneamente molteplice e caleidoscopica. La realtà, nella sua intrigante complessità ovvero nella sua splendida chiarezza, deve anche apparire quale effetto di una contemporaneità perenne, e nello stesso tempo discontinua, perché molti sono i linguaggi, rapsodiche le verifiche, inquietanti ma anche banali le conferme.
Questa la posizione che ho adottato nelle riflessioni del mio libro Fatti non foste (ed. Meltemi 2026), mantenendone volutamente la eterogeneità, la varietà di stili ma non di intenzioni, e dunque avvalendomi di quell’atteggiamento “stravagante” che avevo esplicitato tempo fa nella prefazione a Ordine e disordine (Meltemi 1999).
“Stravagante” perché, come dice la parola, è necessario “extra-vagare”, uscire dal sentiero, cambiare programma, tentare deviazioni, pensieri laterali, mosse del cavallo. Non accettare nemmeno l’ovvio, spostarsi mentalmente, dribblare tanto le convenzioni quanto le mode, non evitare gli equivoci, in una visione polimorfica, tentacolare.
Forse, chissà, anche immaginando – per i fatti – una metafisica della loro lettura, una metafisica che agisce già per il motivo che li trasformiamo in pensiero, in parole e dunque li rendiamo insieme più circoscritti ma anche indeterminati.
La realtà, dunque, come palcoscenico e platea, quella che il poetare conosce come appartenente a un mondo insieme concreto e ipotetico, dove la ragione si allea strategicamente con l’immaginario, dove i dati di fatto e la fantasia si uniscono per ricostruire e lanciare ipotesi, con l’atteggiamento dello scrittore, del regista: lasciando insomma il finale aperto a nuove variazioni oppure ad ulteriori conferme.
Omicidio del “sindaco pescatore” Angelo Vassallo: in tre a processo
Svolta giudiziaria nell’inchiesta sull’omicidio del sindaco di Pollica Angelo Vassallo, ucciso nel 2010. Il gup ha mandato a processo l’ex brigadiere Lazzaro Cioffi, l’imprenditore Giuseppe Cipriano e Giovanni Cafiero. I primi due sono accusati di concorso in omicidio aggravato dal metodo mafioso, Cafiero di traffico di droga. Percorso autonomo per l’ex collaboratore di giustizia Romolo Ridosso, che ha scelto il rito abbreviato. Il colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo è invece stato prosciolto dalle accuse. Le indagini hanno a lungo ipotizzato un coinvolgimento dei clan camorristici, ritenendo che Vassallo fosse stato eliminato per la sua azione amministrativa a tutela dell’ambiente, che ostacolava traffici illeciti.
Energia, indietro tutta: il governo rinvia di 12 anni la chiusura delle centrali a carbone
La graduale uscita dalla produzione elettrica basata sul carbone viene rinviata in Italia al 31 dicembre 2038. La svolta è arrivata in commissione Attività produttive della Camera, dove è stato approvato un emendamento al decreto Energia che, di fatto, riscrive il calendario della transizione. La scelta, avanzata dalla Lega e appoggiata da tutto il centro-destra, investe le quattro centrali ancora operative in Italia, concentrate tra Sardegna e penisola, ribaltando un percorso iniziato anni fa per chiudere impianti vecchi, costosi e molto inquinanti. La maggioranza giustifica il rinvio facendo riferimento agli effetti di un complesso quadro internazionale segnato dalle tensioni sui mercati e dalle crisi aperte tra Ucraina e Medio Oriente, ma le opposizioni fanno sentire la loro voce, parlando di un clamoroso passo indietro.
Le quattro centrali a carbone ancora in funzione in Italia si trovano, nello specifico, a Brindisi (Puglia), Civitavecchia (Lazio), Fiumesanto e Portovesme (Sardegna). In totale producono meno dell’1% del fabbisogno elettrico nazionale, ma, a detta dei partiti che reggono l’esecutivo, la loro permanenza in stand-by come «riserva strategica» garantirebbe la sicurezza del sistema in caso di crisi. «Una scelta di buonsenso in un momento di tensione dei mercati energetici – ha dichiarato il capogruppo del Carroccio Riccardo Molinari, che ha presentato l’emendamento – permetterà di garantire sicurezza e adeguatezza del sistema elettrico nazionale, scongiurando possibili criticità legate alla rete di trasmissione nazionale o alla mancanza di infrastrutture alternative». «Si ristabilisce così un principio semplice: la sicurezza energetica viene prima dell’ideologia e delle politiche green europee distanti dalle reali esigenze del Paese e dei nostri sistemi produttivi», ha aggiunto sul suo profilo Facebook il deputato. Anche Fratelli d’Italia ha sostenuto la linea del rinvio, richiamando la necessità di rafforzare l’autonomia del Paese e assicurare continuità al sistema elettrico.
L’Italia aveva scelto di provvedere al progressivo abbandono del carbone già nel 2017 con la Strategia energetica nazionale sotto l’esecutivo di Paolo Gentiloni. All’epoca furono chiuse le centrali di Fusina (Veneto) La Spezia (Liguria) e Monfalcone (Friuli), ma gli impianti sopravvissuti hanno ottenuto numerose proroghe. A luglio 2024 il governo Meloni aveva confermato la scadenza nel Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, salvo poi fare dietrofront nei mesi successivi. La decisione definitiva è maturata in autunno, con l’intenzione di mantenere le centrali in attività come riserva, a fronte di un corrispettivo di circa 100 milioni di euro annui per Enel.
Il nodo, per i critici, è anche economico: il carbone è una fonte più inquinante e meno conveniente, oltre a dipendere in larga misura dalle importazioni estere. Dalle opposizioni è partita la levata di scudi, con il Partito Democratico che parla dell’«ennesimo provvedimento a favore delle fonti fossili» che provocherà «effetti negativi per il sistema Paese». Sulla medesima linea il Movimento 5 Stelle, che critica un «atto irresponsabile e miope che ci riporta indietro di decenni», evidenziando come il carbone rappresenti «una fonte costosa, inquinante e già superata dal mercato, i cui costi crescenti legati alle emissioni e alla gestione degli impianti finiranno inevitabilmente in bolletta».
Nel 2022, con l’aggravarsi della crisi energetica legata alla guerra in Ucraina, il governo italiano approvò un Piano nazionale per ridurre i consumi di gas che prevedeva di aumentare la produzione a carbone e olio delle centrali esistenti, contravvenendo agli obiettivi di transizione ecologica. All’epoca erano coinvolti sette impianti destinati a essere dismessi entro il 2025. Negli anni successivi, tuttavia, la strategia è mutata: solo la centrale di Monfalcone è stata riconvertita al gas, mentre Fusina e La Spezia erano già state chiuse. L’ultimo passaggio in commissione è invece la formalizzazione normativa definitiva di un orientamento già annunciato. Nell’agosto dello scorso anno, intervenuto durante il question time in Parlamento, il ministro delle Imprese Adolfo Urso aveva dichiarato come fosse previsto «il posticipo del phase out del carbone al 2038», decisione frutto di un ordine del giorno presentato da Forza Italia e Azione che il Governo aveva inserito nel decreto ex Ilva (n. 92/2025). Il decreto Energia arriverà in aula a Monteciorio lunedì prossimo. Si ipotizza che l’esecutivo ponga la fiducia.
Ndrangheta, 3 arresti a Gioia Tauro per detenzione armi da guerra
Nella piana di Gioia Tauro tre persone sono state arrestate dalle forze dell’ordine con l’accusa di detenzione e vendita di armi da guerra, armi comuni e armi clandestine. L’operazione, i cui dettagli saranno divulgati in mattinata nel corso di una conferenza stampa del procuratore Giuseppe Borrelli, sono inserite in un contesto investigativo più ampio, che coinvolge cartelli criminali attivi nel territorio.
DIRETTA – Guerra in Iran: lo Yemen attacca per la prima volta Israele – Istituita la task force ONU per lo Stretto di Hormuz
Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è ora succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 marzo, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì 9 marzo, i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio.
28 marzo – Ore 12.30 – Continuano gli attacchi israeliani in Libano
Mentre il fronte della guerra si allarga, con i primi missili sparati contro Israele dallo Yemen, l’esercito israeliano prosegue la propria offensiva in Libano, dove ormai un quarto della popolazione è stata sfollata in seguito agli ordini di evacuazione. L’IDF ha riferito di aver attaccato nella notte “decine di infrastrutture di Hezbollah”, via terra e via mare, e che sono tutt’ora in corso attacchi “in tutto il Libano”. L’esercito avrebbe ucciso due alti esponenti della milizia: Ayoub Hussein Yacoub e Yasser Muhammad Mubarak, alti funzionari dell’unità comunicazioni. Due civili, padre e figlio, sono rimasti uccisi in un attacco che ha colpito la macchina nella quale viaggiavano.
28 marzo – Ore 10.30 – Zelensky in visita negli Emirati Arabi
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si è recato negli Emirati Arabi Uniti, dove “da diverse settimane gli ucraini stanno lavorando per contribuire a proteggere vite umane”. Durante la visita, il presidente ha incontrato rappresentanti delle Forze di Sicurezza e Difesa degli Emirati Arabi Uniti, oltre che il presidente emiratino, lo Sceicco Mohamed bin Zayed Al Nahyan. “Esiste già una chiara comprensione di come la protezione dello spazio aereo e delle infrastrutture critiche negli Emirati possa essere rafforzata integrando l’esperienza ucraina”, ha dichiarato Zelensky.
28 marzo – Ore 9.00 – I fatti della notte
- Per la prima volta dall’inizio della guerra in Iran, le forze armate yemenite hanno lanciato un attacco con missili balistici contro Israele, “nel sud della Palestina occupata”. Le operazioni “proseguiranno fino al raggiugimento degli obiettivi dichiarati” e “fino alla cessazione dell’aggressione su tutti i fronti della resistenza”.
- 12 militari americani sarebbero rimasti feriti in un attacco contro una base in Arabia Saudita, avrebbe dichiarato un ufficiale statunitense a Reuters. Il quotidiano riporta anche come, secondo alcune fonti statunitensi, gli USA e Israele sarebbero riusciti a distruggere appena un terzo dell’arsenale missilistico iraniano.
- L’Iran ha lanciato attacchi contro molti dei Paesi del Golfo, mentre proseguono i bombardamenti di USA e Israele su Teheran, i quali hanno colpito anche la sede di una università.
- L’ONU ha istituito una task force per aiutare le navi a transitare in sicurezza attraverso lo Stretto di Hormuz. L’azione si concentrerà in particolare sulle navi che trasportano fertilizzanti e “materie prime correlate”.
“No Kings”: a Roma la due giorni contro guerre, repressione e imperialismo
Contro i re e le loro guerre. Parte oggi a Roma, con un concerto gratuito alla Città dell’Altra Economia, la due giorni organizzata dal Movimento No Kings Italia, nato per «fermare le politiche belliciste e la svolta autoritaria delle destre globali». La piattaforma italiana, formata da più di 700 sigle, ha un respiro internazionale. Il corteo in programma domani da Piazza della Repubblica a Roma si svolgerà infatti in contemporanea con un concerto a Londra e il No Kings Day negli Stati Uniti. Il tempismo ha sorriso al movimento nostrano, che guiderà la prima mobilitazione nazionale dopo la sconfitta del governo Meloni al referendum, reclamando una certa centralità del fermento popolare nei futuri calcoli politici.
È iniziato da qualche ora e continuerà per tutto il giorno il concerto presso la Città dell’Altra Economia, al quartiere Testaccio. Decine di artisti si esibiranno gratuitamente, creando un momento di socialità in vista di domani, quando il serpentone capitolino partirà alle 14 da Piazza della Repubblica, in direzione Piazza San Giovanni. Sono attese almeno centomila persone provenienti da tutta Italia, per un evento promosso da oltre 700 sigle, tra cui Amnesty, CGIL, la Rete no DL Sicurezza – “A Pieno Regime” e Stop Rearm Europe. «L’Europa è terra di contesa — scrivono i promotori — ma può tornare a essere spazio di resistenza. Oltre la democrazia liberale, oltre i nazionalismi: verso un’Europa delle autonomie, delle città cosmopolite e ribelli, dei movimenti. Per la pace d’Europa». La piattaforma italiana è nata il 15 novembre dell’anno scorso, al culmine delle mobilitazioni per il popolo palestinese e contro le derive autoritarie decise a suon di decreti-legge. Ispirandosi al movimento statunitense No Kings, sceso in piazza contro le politiche dell’amministrazione Trump, la rete italiana ha sin dall’inizio posto l’attenzione sul filo che lega violenza bellica — manifestasi in tutto il suo potenziale col genocidio a Gaza — e repressione del dissenso.
È nata così «una nuova alleanza ribelle contro i re del mondo, dai padroni dell’AI, ai signori degli Stati-nazione. La pace che promettono è solo dominio: ogni accordo smantella autonomia, diritti, resistenze. Il loro regime è la guerra permanente. Il futuro è davanti a noi, netto: o i re, o la libertà». La due giorni in corso a Roma ha un respiro internazionale, svolgendosi in contemporanea col mega concerto londinese e il No Kings Day negli Stati Uniti, che vedranno secondo gli organizzatori «la più grande protesta della loro storia».
L’evento assumerà in Italia la forma della prima manifestazione nazionale dopo la sconfitta al referendum del governo Meloni, beccato dai promotori per il suo ruolo nell’economia bellica mondiale e per la repressione del dissenso operata a suon di decreti-legge. Dalle urne del 22 e 23 marzo è emerso un sentimento popolare che va oltre gli attuali schieramenti politici, reclamando un ruolo centrale. Possibile dunque che la due giorni capitolina sia solo uno dei tanti tasselli che porteranno alle elezioni legislative del 2027. Se il campo largo si è affrettato a parlare di primarie, il variegato movimento No Kings ha messo da parte il discorso sulla leadership, concentrandosi su temi e programmi, come il salario minimo e i finanziamenti non alle armi ma alla sanità e all’istruzione.
La Fattoria senza padroni crea la scuola contadina e fa il tutto esaurito
Corsi esauriti. Posti finiti. Lista d’attesa. A sentire questi termini, si pensa a un concerto rock, a un festival di richiamo internazionale e invece parliamo di una fattoria sulle colline a sud di Firenze, dove si impara a fare il pane con lievito madre, a riconoscere le erbe spontanee, a costruire una yurta con le proprie mani. Benvenuti a Mondeggi, la Fattoria senza padroni che sta scrivendo una storia fuori dal normale.
La tenuta di Mondeggi è un luogo antico. Centosettanta ettari di colline tra Bagno a Ripoli, Impruneta e Greve in Chianti con ulivi e vigneti. Un paesaggio che sa di Toscana profonda. Per quasi quarant’anni, dopo essere passata in mano alla Provincia di Firenze nel 1964, è rimasta abbandonata a sé stessa. Nel 2009 una SRL agricola pubblica aveva provato a recuperarla e aveva fallito, lasciando un buco da centinaia di migliaia di euro. Il governo Monti l’aveva poi messa all’asta, ma nessuno aveva offerto abbastanza.
È in quel vuoto che, nel novembre 2013, nasce qualcosa di imprevisto. Un centinaio di persone tra contadini, studenti di agraria, gruppi di acquisto solidale e semplici cittadini, ha dato vita al comitato Mondeggi Bene Comune – Fattoria Senza Padroni. Prima giornate di semina collettiva, poi, dal giugno 2014, un presidio permanente aperto a tutti. Nel giro di pochi anni avviene la trasformazione: orti sinergici, una casa delle sementi, arnie per l’apicoltura, impianti di fitodepurazione. Circa 450 persone custodiscono oggi più di 5mila ulivi nell’ambito del progetto MoTA (Mondeggi Terreni Autogestiti). Il comitato ha affrontato denunce, un processo per furto di acqua ed elettricità, aste ripetute, e ha vinto ogni volta, per assoluzione o per mancanza di acquirenti.
La visione che tiene insieme tutto questo è espressa senza giri di parole nel sito della comunità: «Crediamo che sia giunto il momento di rendere il sapere contadino libero dalle logiche dominanti del profitto, attraverso percorsi di formazione e informazione accessibili e autogestiti». Da questa idea è nata la Scuola Contadina, che si ripete ogni due anni e che ha appena raggiunto la sua sesta edizione.
Lanciata a dicembre 2025, la Scuola Contadina 2025-2026 offre mesi di corsi tenuti da agronomi, contadini, tecnici, professori e professionisti scelti direttamente dalla comunità. Si va dall’introduzione alla biodinamica alla gestione agroecologica del vigneto, dall’olivicoltura alla cesteria con materiali naturali, dall’apicoltura ecologica alla panificazione con grani antichi. Quest’anno, grazie al sostegno dell’Unione Buddhista Italiana, l’offerta è stata ampliata con nuovi docenti e nuovi temi. L’obiettivo della scuola, libera, gratuita e autogestita, è garantire un accesso popolare ai saperi legati alla terra e all’autodeterminazione alimentare.

Il problema – un problema felice, come si dice – è arrivato puntuale. Le iscrizioni ai corsi di aprile e maggio si sono riempite così in fretta da costringere il comitato a istituire un numero chiuso. Disponibilità esaurita: il corso di panificazione, quello sulle piante spontanee, il laboratorio di ceramica, la cesteria, il corso sull’autocostruzione in bambù. Tutti pieni. Il comitato ha comunicato sui social la notizia con la stessa franchezza che lo contraddistingue: «Rifletteremo su questo boom di iscrizioni alla Scuola Contadina, che da un lato ci fa un immenso piacere e che dall’altro ci obbliga a trovare soluzioni inedite per problemi inediti, cercheremo in futuro di garantire nel miglior modo possibile inclusività e sostenibilità. Grazie comunque a tutta la comunità allargata di Mondeggi Bene Comune».
Non è solo una questione di numeri. Quello di Mondeggi è il segnale più visibile di un fenomeno in corso da anni e che sembra aver accelerato: sempre più persone, giovani soprattutto, ma non solo, stanno scegliendo di rallentare. Stanche dell’iper-connessione, della produttività come dogma, del tempo che sfugge di mano tra notifiche e schermi, cercano qualcosa di tangibile. La terra, appunto. Il gesto lento e preciso di chi impasta, pota, semina. I dati lo confermano: in Italia, secondo le rilevazioni Coldiretti su dati Istat, gli occupati under 35 in agricoltura sono cresciuti del 18% nel 2025, mentre tutti gli altri settori perdono lavoro giovanile. Un’inversione di tendenza netta, dopo un decennio di calo.
Mondeggi, con la sua storia, è il simbolo di questo cambio di rotta. Una fattoria che non appartiene a nessuno – e quindi appartiene a tutti – che ha trasformato il fallimento istituzionale in progetto collettivo.
Sudan, nuovi attacchi contro i civili: almeno 28 vittime
Continuano gli attacchi sui civili nella guerra in Sudan. Almeno 28 persone sarebbero state uccise e 29 ferite in due attacchi con droni, uno nella città di Saraf Omra e l’altro ad Al-Rahad, come comunicato da fonti locali. Le Forze di Supporto Rapido (RSF) hanno attribuito la responsabilità degli attacchi all’esercito regolare, che non ha commentato. Di recente l’ONU aveva denunciato l’uso crescente dei droni nella guerra civile sudanese.









