mercoledì 1 Aprile 2026
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L’ONU riconosce la tratta degli schiavi africani come “il più grave crimine contro l’umanità”

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schiavitù onu schiavi

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che definisce la tratta degli schiavi africani “il più grave crimine contro l’umanità”. Un riconoscimento ufficiale che guarda al passato ma ha effetti sul presente. Il testo, promosso dal Ghana, è stato adottato con 123 voti favorevoli, tre contrari - Stati Uniti, Israele e Argentina - e 52 astensioni, tra cui quelle dei Paesi dell’Unione europea e del Regno Unito.
Tra il XVI e il XIX secolo, milioni di uomini, donne e bambini africani furono catturati, venduti e deportati con la forza verso le Americhe e altre regioni. Il ...

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Calcio: l’Italia ancora una volta fuori dai mondiali

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La nazionale italiana di calcio ha perso lo spareggio contro la Bosnia e non andrà ai mondiali per la terza volta di fila, non era mai successo. L’Italia, passata in vantaggio nel primo tempo con Moise Kean, è poi rimasta in dieci uomini per l’espulsione del difensore Alessandro Bastoni. La Bosnia ha pareggiato con Tabakovic al 79° minuto. Il pareggio si è protratto fino alla fine dei tempi supplementari, quindi i calci di rigore: per l’Italia sbagliano Esposito e Cristante. La Bosnia va ai mondiali per la seconda volta nella sua storia.

Rapita a Baghdad la giornalista Shelly Kittleson

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Il Ministero dell’Interno iracheno ha annunciato il rapimento di un giornalista americana da parte di un gruppo di ignoti. La giornalista, Shelly Kittleson, collabora con diversi media, specialmente italiani; secondo quanto comunica l’emittente saudita Al Arabiya, lavora per l’agenzia di stampa italiana ANSA e collabora come freelance per altre testate. Secondo quanto comunicano le autorità irachene, uno dei rapitori sarebbe stato arrestato, mentre gli altri sarebbero fuggiti con la donna; sequestrato, inoltre, un veicolo utilizzato dai rapitori.

L’Iran si sta dimostrando padrone assoluto dello Stretto di Hormuz

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Mentre si rincorrono le voci di una possibile operazione di invasione terrestre statunitense in Iran, lo Stretto di Hormuz è palcoscenico di un’affermazione di forza di Teheran. Infatti, quella che per decenni è stata una via d’acqua contesa tra il diritto internazionale e le minacce asimmetriche, oggi appare saldamente nelle mani dell’Iran. E dire che lo Stretto è chiuso è solo una parte della verità. Le navi dei Paesi che si sono apertamente opposti hanno la possibilità di transitare sotto la sicurezza e la supervisione del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC). Con questa strategia politica, l’Iran trasforma un’arma che colpisce in maniera indiscriminata (il blocco totale) in una che colpisce in maniera selezionata (il controllo). E così le navi cinesi, russe, pakistane, indiane, irachene, malesi, tailandesi, spagnole e giapponesi possono attraversare Hormuz, pagando comunque una sorta di pedaggio per un valore che oscilla tra uno e due milioni di dollari. Ma pagato in yuan. Così come i carichi delle navi, i quali devono essere pagati con la moneta cinese. 

Il segnale più evidente di questo nuovo equilibrio è il ritorno della compagnia marittima COSCO. Il colosso cinese ha ufficialmente riaperto le prenotazioni verso scali strategici verso tutti i Paesi del Golfo Persico. Pechino, sfruttando le relazioni con Teheran ha ottenuto garanzie che altri non hanno. Il dialogo sino-iraniano ha permesso alla Cina di navigare in acque sicure mentre il resto del mondo osserva. Teheran ha infatti introdotto un disegno di legge per tassare i mercantili che attraversano lo Stretto. Queste “tasse di transito”, giustificate come contributi per la sicurezza o “spese belliche”, possono raggiungere la cifra astronomica di due milioni di dollari per singola nave, pagati con moneta cinese. L’Iran ha così iniziato a concedere “pass” speciali, e non solo alla Cina. Anche Russia, India, Pakistan, Iraq, Thailandia, Malesia, Spagna e Giappone possono usufruire dello Stretto di Hormuz in virtù delle loro azioni e delle loro dichiarazioni sulla guerra di aggressione israelo-statunitense nei confronti dell’Iran.

Verificando il passaggio in tempo reale delle navi, si nota come la rotta per passare lo Stretto passa necessariamente attraverso il triangolo formato dall’isola di Hormuz, l’isola di Larak e il porto di Bandar Abbas, sulla terraferma. Le navi che hanno l’autorizzazione a passare devono procedere attraverso quest’area affinché l’IRGC possa non solo controllare la loro rotta ma anche compiere operazioni di ispezione delle navi. Mentre scriviamo questo articolo, una nave, di nome Valley, battente bandiera del Botswana, si appresta ad entrare nel triangolo per le operazioni di controllo. La nave, partita dal porto emiratino di Khor al Fakkan, è diretta al porto iracheno di Basrah. 

Mentre Teheran incassa pedaggi e consolida alleanze regionali, la risposta degli Stati Uniti appare duale e contraddittoria. L’amministrazione Trump si muove su due binari paralleli: da un lato, promuove un piano di pace in quindici punti per stabilizzare l’area; dall’altro, la pressione militare è ai massimi storici. Il contingente statunitense è stato portato a circa 50.000 unità, e si rincorrono voci insistenti su una possibile operazione di sbarco sull’isola di Kharg, il terminale petrolifero più importante dell’Iran. E su questo, Bagher Ghalibaf, Presidente dell’Assemblea legislativa islamica, è stato lapidario: «Li aspettiamo, daremo loro fuoco».

L’impatto economico di questa gestione “privatizzata” dello Stretto risulta essere un duro colpo per gli Stati Uniti e tutto l’Occidente, sia dal punto di vista politico, militare e economico. Con la sua strategia politica Teheran cerca così di soddisfare i Paesi amici e di non inimicarsi Paesi terzi. Non solo. L’Iran cerca di esasperare possibili conflitti interni all’Occidente, tendendo la mano a coloro, come la Spagna, che non si allenano a Washington e Tel Aviv. Il governo spagnolo, forse per non creare maggiore tensione interna alla NATO, si è affrettato a dire che la Spagna non ha chiesto permessi speciali e che la sua posizione è per una de-escalation e per la necessità arrivare ad un accordo generale, bocciando la via dei patti bilaterali.

La strategia di Teheran ha trasformato una potenziale “apocalisse economica” in uno strumento geopolitico: isolare gli Stati Uniti e Israele, premiare gli alleati del blocco eurasiatico e tentare i partner occidentali meno allineati, come la Spagna, con la promessa di una stabilità a pagamento. Se le parole di Bagher Ghalibaf suggeriscono una preparazione al conflitto totale, l’efficienza burocratica con cui l’IRGC gestisce le ispezioni nel triangolo di Bandar Abbas racconta una realtà diversa: l’Iran agisce già come lo Stato sovrano dello Stretto di Hormuz.

L’Antitrust multa Morellato per 26 milioni di euro

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L’Autorità garante della concorrenza e del mercato, meglio nota come Antitrust, ha imposto una multa di 26 milioni di euro all’azienda di gioielli Morellato, accusandola di avere violato le norme sulla concorrenza nella distribuzione di gioielli. Secondo l’Antitrust, tra il 2018 e il 2025, Morellato avrebbe imposto ai propri rivenditori autorizzati i prezzi di vendita sui prodotti e i tetti massimi sugli sconti online, e impedito loro di vendere i beni su siti terzi.

Cos’è e cosa chiede il movimento No Kings

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no kings

C'è una frase che circola sui cartelli, sulle magliette e nei profili social di milioni di americani: No Kings. Due parole semplici, quasi elementari che evocano momenti storici come la Rivoluzione americana, i Padri Fondatori, ma soprattutto il rifiuto di qualsiasi forma di potere assoluto. Il riferimento ha un volto preciso, quello di Donald Trump, che alla Casa Bianca è tornato più determinato di prima. In pochi mesi, attorno a quelle due parole, si è costruito uno dei movimenti di protesta tra i più grandi della storia recente degli Stati Uniti. Il 28 marzo 2026 ha raggiunto il suo apice: ...

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Cosa sappiamo del presunto divieto all’uso della base di Sigonella ai velivoli americani

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Da questa mattina tutti i giornali italiani stanno riportando indiscriminatamente – senza alcun lavoro di verifica – la notizia per cui l’Italia avrebbe impedito agli USA l’utilizzo delle proprie basi aeree per condurre operazioni nella guerra in Asia Occidentale. I titoli paiono senza possibilità di appello: l’Italia avrebbe rizzato la schiena e detto no al coinvolgimento nella guerra israelo-statunitense contro Teheran. Tale versione inizia a stridere a partire dai contenuti dei medesimi articoli: a venire negato sarebbe stato – in un solo caso – l’uso della base di Sigonella per un’operazione di bombardamento, non il transito di tutti gli aerei. Nel pomeriggio, dopo piogge di richiami alla “Crisi di Sigonella” tra Craxi e Reagan e complotti su presunte frizioni tra Italia e USA, è intervenuto Crosetto, smentendo le ricostruzioni mediatiche: «Le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato», ha detto il ministro, senza tuttavia specificare se negli scorsi giorni sarebbe davvero stato negato l’atterraggio di bombardieri USA in Sicilia.

La notizia secondo la quale l’Italia avrebbe negato agli USA di utilizzare le proprie basi è stata riportata inizialmente dal Corriere della Sera: secondo il quotidiano, una squadra di bombardieri USA avrebbe provato ad atterrare a Sigonella senza consultare preventivamente il ministero; il piano di volo avrebbe previsto l’atterraggio in Sicilia e la ripartenza dalla medesima base verso l’Asia Occidentale, e sarebbe stato comunicato solo mentre i velivoli si trovavano in viaggio. Il Capo di Stato Maggiore della Difesa Luciano Portolano avrebbe dunque negato agli aerei di atterrare, poiché privi delle dovute autorizzazioni: secondo gli accordi vigenti, pubblicati solo in parte, gli USA non possono avviare “operazioni cinetiche” (i bombardamenti) a partire dalle basi italiane senza ricevere l’autorizzazione del governo, che, tuttavia, dovrebbe prima passare dal Parlamento. Ad aggiungere dettagli è arrivata La Repubblica, che sostiene che l’episodio, confermato da fonti di governo, sarebbe avvenuto lo scorso venerdì.

La rotta percorsa da un aereo Lockheed KC-130T Hercules (adibito al supporto logistico e al trasporto di truppe o carico) della Marina USA lo scorso 29 marzo. Immagine tratta dal sito di monitoraggio aereo AirNav.

Dopo l’uscita dell’articolo del Corriere, la stragrande maggioranza dei media ne ha ripreso il contenuto dandolo per certo, appiccicandogli titoli fuorvianti, come a suggerire che il divieto sarebbe stato esteso a tutte le operazioni e gli aerei statunitensi. Per smentire tale quadro sarebbe bastato consultare qualche sito di monitoraggio aereo, su cui appare evidente che gli USA non abbiano mai smesso di utilizzare le basi italiane per condurre le proprie operazioni in Asia Occidentale: dalla piattaforma AirNav, si può notare che negli scorsi giorni la base di Sigonella è stata utilizzata per più missioni statunitensi verso la base di Souda, a Creta, da tanti considerata uno dei più importanti centri logistici degli USA per le operazioni nella regione del Mediterraneo Orientale; da Sigonella è inoltre partito un aereo della Marina USA verso l’aeroporto di Yanbu, in Arabia Saudita; in generale, la base sta venendo utilizzata dagli USA sin dai primi giorni di guerra.

Dopo una mattinata di articoli su una possibile crisi diplomatica tra Italia e USA, e continui richiami alla “Crisi di Sigonella” del 1985, lo scontro diplomatico tra Washington e Roma scoppiato dopo il dirottamento della nave Achille Lauro da parte di quattro membri del Fronte per la Liberazione per la Palestina, a fornire la smentita finale è arrivato Crosetto, con un post sul social X in cui ha precisato che non vi è stata alcuna decisione di sospendere l’uso delle basi agli assetti USA: «Gli accordi internazionali disciplinano e distinguono con chiarezza ciò che necessita di specifica autorizzazione del Governo (per la quale si è deciso di coinvolgere sempre il Parlamento) in assenza della quale non è possibile concedere nulla e ciò che invece è considerato autorizzato tecnicamente perché ricompreso negli accordi. Un ministro deve solo farli rispettare. Terzium non datur». Allo stesso modo, ha affermato Crosetto, non ci sarebbe stato «alcun raffreddamento o tensione con gli USA». Alla comunicazione di Crosetto è seguita una nota di Palazzo Chigi, che ribadisce quanto comunicato dal ministro. Né la nota del Governo, né Crosetto hanno menzionato il presunto caso di venerdì, che al momento resta dunque una indiscrezione mediatica. Tanto le informazioni fornite dai siti monitoraggio, quanto le note di ministro della Difesa ed esecutivo, insomma, confermano che le operazioni logistiche e di supporto operative degli Stati Uniti nelle basi italiane non si sono mai fermate, e che, anzi, vanno avanti da oltre un mese.

Il sistema delle multe in Finlandia è diverso dagli altri (e più equo)

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In Finlandia, una multa non è soltanto una sanzione, ma un modo per rendere realmente proporzionale la punizione alla disponibilità economica di chi ne è colpito. Tale principio, in vigore nel Paese da oltre un secolo, è molto semplice: la stessa violazione deve “pesare” in maniera analoga per un operaio, per un impiegato o per un imprenditore miliardario, attraverso una sanzione calibrata non in ottica assoluta, ma relativa. Il sistema si chiama päiväsakko, letteralmente “multa a giornata”, ed è ancora oggi sostenuto da oltre l’80% dei finlandesi, in coerenza con una cultura fiscale fortemente improntata alla progressività.

Nello specifico, il calcolo parte dal reddito netto giornaliero del trasgressore, considerato pari alla metà del suo stipendio netto giornaliero (o, parimenti, dividendo per 60 il reddito netto mensile e sottraendo una franchigia per i figli a carico). Il valore minimo di una “giornata” è di 6 euro. A seconda della gravità dell’infrazione si assegna un numero di giornate: per l’eccesso di velocità si va da 10 a 32 giorni. Una volta moltiplicati i due fattori, si ottiene l’importo finale. Per i superamenti lievi (fino a 20 km/h oltre il limite) restano in vigore multe fisse tra 140 e 200 euro; oltre quella soglia scatta la progressività. Oggi la polizia finlandese può verificare istantaneamente il reddito di un automobilista collegandosi tramite smartphone a un database centrale dei contribuenti. Non è dunque possibile mentire, che anzi rappresenta un reato punibile con tre mesi di detenzione. Quando nel 1999 il controllo automatico sostituì l’autocertificazione, l’importo medio delle multe salì di circa il 30%.

Gli esempi più noti sono quelli che finiscono sulle cronache internazionali. Nel 2002 Anssi Vanjoki, alto dirigente della Nokia, dovette pagare 116.000 euro per aver guidato la sua Harley‑Davidson a 75 km/h in una zona con limite di 50 km/h. Più di recente, Anders Wiklöf, 76 anni, presidente di una holding da 350 milioni di euro di fatturato, è stato multato con 121.000 euro per aver superato di 30 km/h il limite. «Mi dispiace molto per l’accaduto», ha dichiarato a un giornale locale. Aveva già ricevuto multe per 63.680 euro nel 2018 e per 95.000 euro cinque anni prima: i precedenti hanno aggravato la sanzione, che gli è costata anche la sospensione della patente per dieci giorni. Importante è sottolineare come l’efficacia di questo sistema si veda direttamente sulla strada. Basti pensare che a Helsinki, da quasi due anni, non si verificano incidenti mortali. Oltre alle multe, contribuiscono alla sicurezza infrastrutture come carreggiate ristrette, piste ciclabili protette e un eccellente trasporto pubblico: Helsinki registra cinque volte meno feriti di Parigi in proporzione alla popolazione.

Può sembrare curioso pensare che, già nel 1921, un Paese giovane come la Finlandia considerasse prioritaria la repressione dell’eccesso di velocità. In realtà non era questo il punto: le violazioni del codice della strada rappresentano soltanto l’ambito più noto di applicazione del päiväsakko, ma non certo l’unico. La riforma introdotta allora riguardava infatti l’intero impianto del sistema, esteso a un’ampia gamma di reati. Tra questi figuravano, ad esempio, la vendita di alcolici ai minori, il furto e il taccheggio, la diffamazione, la resistenza a pubblico ufficiale, il vandalismo, fino a condotte come l’abbandono di animali domestici o la pesca di esemplari sotto misura, ciascuna associata a un determinato numero di “giorni” di multa.

Haiti, attacco di bande armate: uccise 70 persone

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Almeno 70 persone sono state uccise e altre 30 sono rimaste ferite durante un attacco vicino a Petite-Rivière, nella regione di Artibonite. A dare la notizia sono gruppi locali per i diritti umani, mentre le fonti ufficiali parlano di circa 16 morti. Residenti e funzionari hanno riferito ai media locali che l’attacco è iniziato nelle prime ore di domenica nelle comunità rurali intorno a Jean-Denis ed è continuato fino alle prime ore di lunedì, con membri di bande che hanno saccheggiato la zona e dato fuoco alle case. L’attacco arriva in un momento critico per il Paese, alle prese con le violenze delle bande armate.

Iniziamo ad avere un’idea di quanto scaldano i data center che alimentano IA e cloud

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Sembrano passati secoli dall’Accordo di Parigi, quel trattato internazionale del 2015 in cui i Paesi delle Nazioni Unite si impegnavano a contenere il riscaldamento globale entro 1,5 °C rispetto all’era pre‑industriale. Quella soglia è stata già superata temporaneamente nel 2024 e nel 2025, mentre alcune stime indicano che muovendosi verso il 2030 questi eccessi potrebbero diventare la norma. Eppure, invece di correre ai ripari, viviamo un momento in cui le principali potenze concentrano energie e investimenti sull’espansione dell’intelligenza artificiale e dei servizi cloud – attività che richiedono enormi data center ad alto consumo di energia e acqua, con conseguenti emissioni, inquinamento acustico e impatti locali. Non solo: il funzionamento dei server genera un forte riscaldamento dell’ambiente circostante, un effetto che ricercatori di tutto il mondo stanno cercando di quantificare.

Comprendere appieno gli effetti che queste strutture esercitano sulle aree che le ospitano è d’altronde estremamente complesso: non esiste una matrice universale capace di rappresentare il funzionamento di ogni singolo data center e, soprattutto, le aziende che li controllano dimostrano una scarsa propensione alla trasparenza. Per questo motivo, un ampio gruppo di ricercatori che comprende istituzioni del Regno Unito, di Hong Kong, di Singapore, dell’Italia e della Francia ha pubblicato in questi giorni un paper in cui ha monitorato la reale quantità di calore rilasciata da questi giganteschi capannoni ad alta intensità energetica, analizzando il fenomeno delle cosiddette “isole di calore”.

I ricercatori hanno riscontrato variazioni nette delle temperature di superficie confrontando i valori registrati prima e dopo l’entrata in funzione di 6.000 data center costruiti e avviati tra il 2004 e il 2024 in aree scarsamente abitate: in media si è creato microclima locale caratterizzato da un aumentato di 2,07 °C, una differenza che, pur sembrando contenuta se vista su carta, può produrre impatti significativi sull’ambiente e sulla vivibilità. Ancor piú se si considera che nei casi più estremi le rivelazioni hanno mostrato innalzamenti fino a 9,1 °C. Gli effetti di una simile variazione hanno una portata chilometrica e gli studiosi di Cambridge calcolano che più di 340 milioni di persone potrebbero essere soggette agli effetti di questo fenomeno.

Non si tratta di fenomeni lontani: lo studio cita anche l’Aragona, regione spagnola che si sta rapidamente affermando come nodo delle ambizioni di sovranità digitale in Europa, dove le analisi rilevano un aumento medio del microclima locale di circa 2 °C rispetto alle aree circostanti. Man mano che governi e investitori finanziano e avviano nuovi data center, è plausibile che questi impatti locali andranno solamente a intensificarsi, con conseguenze sul clima locale, sul consumo di risorse idriche e sul benessere delle comunità ospitanti, una prospettiva che, secondo i ricercatori, richiede sin da subito delle strategie di mitigazione che introducano soluzioni tecniche che siano perlomeno capaci di ottimizzare il funzionamento di queste infrastrutture, ormai considerate critiche ed essenziali.

Allo stesso tempo, c’è qualche motivo di consolazione: quei piani di espansione dei data center discussi con fervore negli ultimi anni si sono rivelati a dir poco ottimistici. Molti progetti esistono solo sulla carta, altri sono stati sospesi e diversi sono stati definitivamente cancellati, vittime di valutazioni finanziarie troppo ambiziose e sconclusionate. Man mano che gli investitori coinvolti nella “corsa all’oro” dell’IA si rendono conto che monetizzare l’intelligenza artificiale su larga scala non è né immediato né garantito, i piani di costruzione di nuove infrastrutture si trovano a dover cambiare forma e a ridimensionarsi, orientandosi meno alla fantascienza dello “Stargate” e di piú verso progetti maggiormente selettivi e mirati.