venerdì 27 Febbraio 2026
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Netflix ritira l’offerta per Warner Bros.: la strada è spianata per Paramount

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Netflix ha deciso di ritirare la propria offerta d’acquisto per Warner Bros. Discovery, un passo che stravolge significativamente lo scenario consolidato e apre la strada all’avanzata di Paramount. Se quest’altra operazione dovesse concretizzarsi, David Ellison e la sua famiglia aggiungerebbero un altro asset di peso al loro crescente impero mediatico, consolidando la capacità di influenzare il panorama culturale statunitense e, di sponda, di plasmare l’immaginario globale.

Ieri, giovedì 26 febbraio, Warner Bros. Discovery ha comunicato che, alla luce dei numeri, l’offerta di Paramount risulta superiore a quella inizialmente avanzata da Netflix. Nonostante ciò, il gigante dello streaming ha scelto di non rilanciare. Secondo i co‑CEO Ted Sarandos e Greg Peters, l’operazione “non è più attrattiva a livello finanziario”. Nel loro comunicato precisano che si è sempre trattato di un “bello da avere” al prezzo giusto, non di un’acquisizione da inseguire “a qualsiasi costo”.

Il 4 dicembre Netflix e Warner Bros. Discovery avevano firmato un accordo preliminare per avviare il processo di acquisizione, escludendo di fatto Paramount: la sua offerta, pur competitiva, prevedeva la cessione di alcuni asset che Netflix invece avrebbe lasciato al proprietario originario. Paramount, già allora orientata verso una strategia di acquisizione ostile, negli ultimi giorni ha rilanciato con una proposta più aggressiva: 31 dollari per azione, quote azionarie a tempo per gli investitori e una garanzia da 7 miliardi di dollari nel caso in cui l’antitrust dovesse bloccare l’operazione. Il gruppo si è inoltre detto disposto a coprire i 2,8 miliardi di dollari di penale che Warner Bros. dovrebbe a Netflix per la violazione degli accordi già sottoscritti. Subito dopo l’annuncio del suo ritiro, il titolo di Netflix ha registrato un balzo del 10% in Borsa.

Questo cambio di rotta ha il potenziale di ridisegnare in profondità lo scenario dei media globali, consegnando agli Ellison il controllo di una quota rilevante della produzione hollywoodiana e di una parte dell’informazione giornalistica, considerando che Warner Bros. detiene la CNN. Larry Ellison, autore formale dell’operazione, è diventato in tempi rapidissimi un soggetto centrale dell’industria statunitense: il suo Skydance ha ottenuto la fusione con Paramount solo nel luglio 2025 e ora è riuscito a tenere testa anche a Netflix, con il risultato che la sua sfera d’influenza potrebbe ampliarsi in modo considerevole.

Più che da un mero genio imprenditoriale, il suo successo potrebbe dipendere anche da una serie di fattori collaterali. David è il figlio di Larry Ellison, fondatore di Oracle, colosso dell’analisi dei dati con legami consolidati con le forze armate statunitensi e oggi coinvolto anche nella gestione della versione americana di TikTok. Ellison senior è notoriamente molto vicino all’establishment trumpiano e in passato non ha esitato a investire miliardi per sostenere – e talvolta salvare – le iniziative imprenditoriali dei suoi figli. Per avere un metro della situazione, basti pensare che il fondo dell’imprenditore, l’Ellison Trust, si è impegnato a coprire 45,7 miliardi di dollari dei fondi necessari perché Paramount possa mettere le mani su Warner Bros.

Secondo quanto riportato da Variety, il processo di acquisizione è sostenuto anche dai fondi sovrani di diversi Paesi mediorientali, tra cui Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. In particolare, il Public Investment Fund saudita (PIF), coinvolto nell’offerta, è legato al genero di Donald Trump, Jared Kushner: la sua società di investimenti, Affinity Partners, è stata lanciata alla fine del 2021 grazie a un generoso contributo iniziale di 2 miliardi di dollari da parte del governo saudita, che da allora continua a versare commissioni milionarie. È difficile ignorare la coincidenza temporale: proprio alla fine del 2021 si concludeva il primo mandato Trump, periodo in cui Kushner, pur privo di una reale esperienza diplomatica, era incaricato di gestire i rapporti con diversi Paesi del Medio Oriente.

Uruguay e Argentina ratificano Trattato UE-Mercosur

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L’Uruguay è il Primo Paese dell’America Latina ad aver ratificato il trattato di libero scambio con l’Unione europea. Poche ore dopo si è accodata l’Argentina, che ha approvato l’accordo in seconda lettura, inviandolo all’esecutivo per la promulgazione. Per quanto riguarda la controparte europea, invece, la ratifica è subordinata alla pronuncia della Corte di Giustizia dell’UE, attivatasi a seguito delle proteste provenienti dall’Europarlamento.

Liste bloccate e premio di maggioranza: cosa prevede la nuova proposta di legge elettorale

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La maggioranza di centrodestra ha depositato in Parlamento una nuova proposta di legge elettorale. L’obiettivo dichiarato della riforma è ottenere maggiore governabilità e stabilità. Non a caso il disegno di legge è stato presto ribattezzato “Stabilicum” e punta a superare l’impianto del vigente “Rosatellum”, a partire dall’eliminazione dei collegi uninominali. Viene poi reintrodotto un premio di maggioranza per la lista o coalizione vincitrice, capace di ottenere almeno il 40% dei voti. Tutte le forze coinvolte nella corsa elettorale dovranno nominare un candidato presidente del Consiglio, ma gli elettori non potranno esprimere alcuna preferenza per deputati e senatori. Le opposizioni insorgono, accusando Fratelli d’Italia e gli altri partiti di maggioranza di non aver aperto un dialogo sulla questione.

Ieri gli esponenti di Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi moderati, riunitisi in via della Scrofa, hanno raggiunto l’accordo sulla nuova proposta di legge elettorale, in vista delle legislative del 2027. Il testo, depositato in Parlamento, prevede diverse novità, a partire dal premio di maggioranza (pari a 70 deputati e a 35 senatori) per la lista o coalizione che vince le elezioni e ottiene almeno il 40% delle preferenze. In ogni caso, la forza politica destinataria del premio di maggioranza non potrà ottenere più di 230 seggi (su 400) alla Camera e 114 (su 200) al Senato, nell’ottica di preservare il ruolo dell’opposizione. La soglia del 40% si palesa anche nell’inedita previsione di un ballottaggio, sulla falsa riga di quanto avviene nelle elezioni amministrative (in questo caso la soglia è al 50% dei voti).

Al ballottaggio immaginato dal centrodestra accederebbero le prime due liste o coalizioni incapaci di sfondare il tetto delle preferenze, ottenendo invece tra il 35% e il 40% dei voti. Un caso residuale, già definito “di scuola”, visto il bipolarismo di fatto verso cui si è avviata l’Italia nell’ultimo trentennio. Di pari passo al bipolarismo si è sviluppata, a partire dalle presidenze Craxi e Berlusconi, la tendenza alla personalizzazione della politica. Nell’era della volatilità partitica e del tramonto degli ideali, gli elettori si aggrappano al leader di turno. In questo senso va letta la nomina, da parte della lista o della coalizione, di un candidato presidente del Consiglio. Rimanendo invariate le prerogative del Presidente della Repubblica, prassi delle consultazioni compresa, l’indicazione partitica si configura come un elemento di trasparenza e vicinanza agli elettori. Il centrodestra prepara così il terreno alla prossima riforma, quella del premierato, sistema che trova il suo fulcro nell’elezione diretta del presidente del Consiglio.

L’attuale legge elettorale prevede che i 3/8 dei seggi siano distribuiti attraverso collegi uninominali, da cui viene cioè eletto soltanto un candidato. La riforma immaginata dal centrodestra elimina tale elemento maggioritario, prevedendo tutti collegi plurinominali, da cui eleggere più deputati e senatori. Ad ogni modo non saranno gli elettori a esprimere una preferenza ma i partiti, che presenteranno liste bloccate a ogni tornata — nonostante la Consulta abbia più volte tacciato di incostituzionalità tale previsione. Niente da fare dunque per la reintroduzione delle preferenze, fortemente voluta da Fratelli d’Italia ma ostacolata dalla Lega. Altro elemento di continuità col “Rosatellum” è la soglia di sbarramento fissata al 3% dei voti, al di sotto della quale le liste non riescono a portare deputati e senatori in Parlamento.

L’iter legislativo della riforma elettorale — subito ribattezzata “Stabilicum” per la previsione del premio di maggioranza — è appena iniziato e le opposizioni sono già passate all’attacco, accusando le forze del centrodestra di non aver aperto un dialogo sulla questione. «All’opposizione non è stata fatta alcuna proposta, non c’è stato alcun confronto e non abbiamo visto alcun testo. Sembra che nella ridefinizione di una legge fondamentale come quella elettorale siano intenzionati ad agire come hanno fatto sulla riforma della giustizia: unilateralmente e con arroganza politica», ha dichiarato la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein.

Il Pakistan bombarda l’Afghanistan: “è guerra aperta”

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Dopo settimane di accuse e rappresaglie, torna a infiammarsi il confine tra Pakistan e Afghanistan. Nella notte le forze di sicurezza pakistane hanno lanciato un massiccio attacco aereo su una serie di obiettivi, a partire dalla capitale afghana Kabul, seguita dalla città di Kandahar e dalla provincia di Paktia. Decine di esplosioni avvertite, per un bilancio delle vittime ancora incerto. Il Pakistan rivendica l’uccisione di almeno 133 talebani, al culmine di un’escalation infiammatasi negli ultimi giorni, quando entrambi i Paesi hanno organizzato delle incursioni militari lungo il confine. L’ultimo attacco di Islamabad alza ora il tiro e allarga il conflitto anche alle aree interne. Il ministro della Difesa pakistano Khawaja Muhammad Asif ha dichiarato che «la pazienza è finita», definendo quella con l’Afghanistan ormai una «guerra aperta».

Decine di esplosioni, postazioni militari afghane distrutte e un bilancio delle vittime non ancora definito. L’attacco aereo sferrato dal Pakistan segna il punto più alto delle tensioni, almeno per quanto riguarda gli ultimi mesi. Si tratta infatti di un periodo segnato da un fitto scambio di accuse e attacchi: gli ultimi raid notturni fanno seguito a un’incursione militare realizzata ieri dalle forze di Kabul, scatenata a sua volta da un precedente attacco pakistano. Islamabad l’ha giustificato come una risposta a una serie di attentati suicidi avvenuti nei giorni scorsi. Pochi minuti fa il governo di Kabul ha rivendicato l’avvio di un’operazione terrestre lungo la Linea Durand, il confine con il Pakistan. L’ennesima controffensiva, per ora non confermata, avrebbe come obiettivo la cattura di diversi avamposti militari nemici, con i talebani che rivendicano già l’uccisione di decine di soldati pakistani. Nel frattempo sono arrivate le prime reazioni internazionali: Russia e Cina hanno invitato le parti a una de-escalation e al confronto diplomatico, mentre l’Iran si è offerto come mediatore di eventuali tavoli negoziali.

Il governo guidato da Shehbaz Sharif, che ora parla di «guerra aperta» con l’Afghanistan, accusa la controparte di tramare contro il Pakistan, coprendo gruppi estremisti con l’obiettivo di instaurare un califfato amico. In questa presunta operazione destabilizzante, Kabul coopererebbe con l’India, al punto da essere definita una sua colonia. Il Paese, nemico storico di Islamabad, viene accusato di essere il vero mandante degli attentati suicidi compiuti in Pakistan. A maggio dell’anno scorso le tensioni con Nuova Delhi sfociarono in una guerra lungo il confine, costata la vita a decine di civili.

Colloqui Iran-USA, a Ginevra segnali contrastanti: intesa ancora lontana

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Progressi parziali ma distanze profonde nei colloqui tra Iran e Stati Uniti a Ginevra. Secondo fonti vicine a Washington, gli inviati di Donald Trump, Jared Kushner e Steve Witkoff, hanno posto condizioni rigide: smantellamento dei siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan e consegna dell’uranio arricchito. Teheran, con il ministro Abbas Araghchi, parla invece di “intesa generale” su diversi punti. L’Oman, mediatore, annuncia nuovi incontri tecnici a Vienna con il coinvolgimento dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Ma restano nodi cruciali: l’Iran rifiuta di distruggere gli impianti e chiede la revoca totale delle sanzioni.

La strategia nazionale della Spagna contro la solitudine e l’isolamento sociale

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La Spagna ha deciso di affrontare un fenomeno spesso invisibile, ma profondamente diffuso, trattandolo come una questione di interesse pubblico e non più come un fatto privato e personale. Il governo ha infatti approvato la prima Strategia Nazionale contro la Solitudine non Desiderata 2026-2030, un piano ambizioso che mette nell’agenda politica la lotta all’isolamento sociale a livello statale, con un approccio trasversale che coinvolge ministeri, comunità autonome, enti locali e terzo settore.
Secondo i dati circa una persona su cinque in Spagna convive con la solitudine non desiderata, una c...

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Israele punta sull’India per creare un asse contro Iran e “avversari radicali”

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Si è svolto ieri un incontro tra il primo ministro indiano Narendra Modi e quello israeliano Benjamin Netanyahu, che ha sancito il legame e gli interessi comuni tra i due Stati. L’incontro è avvenuto all’indomani delle dichiarazioni di Netanyahu sulla necessità di creare un’alleanza esagonale all’interno e attorno al Medio Oriente per combattere quelli che ha definito avversari radicali e che, di fatto, includono tutte quelle nazioni – a cominciare dall’Iran – che si oppongono alle politiche sioniste. Il primo ministro israeliano specialmente in un momento in cui lo Stato ebraico rischia si essere sempre più isolato a livello internazionale per via dei massacri compiuti a Gaza, sta cercando di attrarre Nuova Delhi nella sua orbita strategica, mentre quest’ultima appoggia sempre più esplicitamente le politiche di Tel Aviv a causa di una marcata politica nazionalista ostile alle minoranze musulmane. Così, dall’essere uno dei Paesi che si era opposto alla nascita dello Stato di Israele nel 1948, rimanendo per decenni uno dei più strenui critici delle politiche israeliane nei confronti dei palestinesi, l’India è diventata con Modi un importante partner dello Stato ebraico, formando un partenariato che tocca ogni settore, dal commercio alla tecnologia, dalla sicurezza alla diplomazia.

Nel suo discorso alla Knesset (il parlamento israeliano), Modi ha difeso la guerra di Israele a Gaza affermando di sostenere Tel Aviv «con piena convinzione»: «L’India è fermamente al fianco di Israele, con piena convinzione, in questo momento e in futuro», ha affermato il primo ministro indiano, nonostante l’accusa di genocidio rivolta a Israele e la condanna di Netanyahu da parte della Corte penale internazionale. Modi ha anche condannato l’attacco del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas definendolo «barbaro» e aggiungendo che «nessuna causa può giustificare l’omicidio di civili». Il leader indiano ha quindi affermato che i due Paesi sono «partner fidati» e che questo «contribuisce alla stabilità e alla prosperità globale». Ha inoltre descritto le loro relazioni come «vitali» per il commercio e la sicurezza e ha elogiato la «sinergia» su intelligenza artificiale, tecnologia quantistica e altri argomenti. L’incontro, infatti, aveva al centro proprio il rafforzamento della cooperazione sulla difesa e sulle tecnologie unitamente al tema cruciale degli equilibri geopolitici e delle “alleanze”.

La difesa rimane uno dei settori di maggiore collaborazione tra i due Stati: secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, l’India è ormai da anni il principale acquirente di armi israeliane: dal 2020 al 2024 lo Stato ebraico ha venduto il 34% dei sistemi di difesa alle Forze armate di Nuova Delhi. Nel pacchetto erano compresi droni, missili, sistemi radar ed equipaggiamenti per i reparti speciali. Al momento, le novità potrebbero riguardare l’acquisto e co-produzione di Iron Beam, un sistema laser per intercettare droni, missili e colpi di mortaio. Anche i rapporti economici tra i due Stati sono solidi, vantando un interscambio di 3,62 miliardi di dollari: Nuova Delhi è il secondo partner commerciale di Israele e Netanyahu ha anticipato che tra i due Paesi ci saranno nuove collaborazioni nei settori dell’intelligenza artificiale (IA) e del calcolo quantistico. Inoltre, sono stati avviati ieri i negoziati per un accordo di libero scambio e sarà discusso il progetto del nuovo corridoio economico Imec (India-Middle East-Europe Economic Corridor) attraverso cui Nuova Delhi vorrebbe creare una via alternativa al progetto cinese della Belt and Road Initiative.

Ma sullo sfondo dell’incontro resta cruciale l’aspetto geopolitico: in un contesto internazionale in cui Tel Aviv rischia di rimanere isolata, Netanyahu cerca nuovi alleati strategici e ha parlato di un «esagono di alleanze» che, a suo dire, includerebbe Israele, India, Grecia e Cipro, insieme ad altri stati arabi, africani e asiatici non meglio specificati, per combattere gli avversari «radicali». «Di fronte all’Islam estremo creeremo un’alleanza di ferro, di Stati che santificano la vita contro chi si inchina alla morte. Israele è più forte che mai, e l’India è più forte che mai. Noi romperemo l’asse del male», ha affermato il primo ministro israeliano durante il suo discorso alla Knesset, con un chiaro riferimento al cosiddetto “asse della resistenza” formato da Iran, Libano, Yemen, Palestina, Iraq e, precedentemente alla caduta di Assad, Siria. Netanyahu, inoltre, ha parlato anche di «un asse sunnita emergente». Tuttavia, il piano strategico di Netanyahu potrebbe non attagliarsi all’approccio pragmatico dell’India nel gestire gli affari e le relazioni internazionali: come membro fondatore del Movimento dei Paesi Non Allineati, infatti, Nuova Delhi ha storicamente evitato rigide politiche di blocco, coinvolgendo contemporaneamente Cina, Russia e Stati Uniti. Il vero banco di prova della solidità e della portata dell’alleanza indiano-israeliana sarà rappresentato dalla questione iraniana: non solo Modi ha sempre dialogato con Teheran e sfruttato lo scalo logistico di Chabahar, ma l’Iran è anche membro ufficiale dei BRICS, gruppo di cui l’India è tra i Paesi fondatori. In questo contesto, resta anche confermata la potenziale visita del presidente iraniano Masoud Pezeshkian per il summit estivo dei BRICS a Nuova Delhi.

La tenuta e gli sviluppi di questo nuovo partenariato tra India e Israele emergeranno, dunque, più chiaramente nel tempo. Nel frattempo, però, Modi è stato duramente criticato in patria per il suo sostegno a Israele e la scorsa settimana, l’India è stata uno degli oltre 100 paesi che hanno condannato le recenti iniziative di Tel Aviv volte ad espandere il proprio controllo sulla Cisgiordania occupata.

Caccia: una grande mobilitazione nazionale chiede al governo di fermare la deregolamentazione

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Una vasta mobilitazione nazionale chiede di bloccare le modifiche alla legge sulla tutela della fauna, con oltre 400mila firme consegnate al Senato da Fondazione Capellino, Legambiente, Lipu e Wwf Italia. Le associazioni sollecitano il ritiro del disegno di legge Malan e il divieto di estendere la caccia a nuove specie o a quelle in cattivo stato di conservazione, oltre allo stop a pratiche come richiami vivi e cattura di uccelli selvatici. Si chiedono, inoltre, distanze minime di 300 metri da abitazioni e sentieri, limitazioni nei periodi turistici e più controlli, sottolineando che sicurezza pubblica e tutela della biodiversità devono prevalere.

La richiesta dei firmatari al Parlamento è quella di bloccare le proposte di modifica della legge 157/92 che regola l’attività venatoria in Italia. Le sottoscrizioni sono state consegnate simbolicamente ieri al Senato, in occasione di una conferenza stampa congiunta tra le realtà proponenti. Al centro della mobilitazione, che assume un carattere politicamente trasversale, c’è la richiesta di ritirare il disegno di legge 1552 a prima firma del senatore di Fratelli d’Italia Lucio Malan, che introduce un significativo allentamento delle tutele, con l’allungamento dei calendari venatori, la possibilità di cacciare in aree demaniali e l’ampliamento delle specie cacciabili. I promotori della mobilitazione chiedono invece un rafforzamento della sicurezza per i cittadini che frequentano le aree rurali e montane, dove sempre più persone praticano trekking, cicloturismo e altre attività all’aria aperta.

Tra le proposte concrete avanzate dalle quattro realtà ambientaliste figurano il divieto di caccia ad almeno trecento metri da abitazioni, strade carrozzabili, sentieri escursionistici e aree ad alta frequentazione turistica. Si chiede inoltre lo stop all’attività venatoria nei fine settimana, nei giorni festivi e nei periodi di alta stagione turistica, proprio quando la fruizione collettiva del territorio raggiunge i livelli massimi. Sul fronte della prevenzione, viene richiesto l’obbligo per i cacciatori di indossare giubbotti ad alta visibilità e di dotarsi di sistemi di tracciabilità digitale, insieme a un potenziamento delle dotazioni per le forze dell’ordine impegnate nei controlli. Le petizioni puntano il dito anche contro le pratiche più crudeli, come la cattura di uccelli selvatici e l’uso di richiami vivi, e chiedono che venga esclusa dalla lista delle specie cacciabili quelle che si trovano in cattivo stato di conservazione. Un approccio, questo, che le associazioni ritengono in linea con la riforma dell’articolo 9 della Costituzione, che ha inserito la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi tra i principi fondamentali della Repubblica. «La fauna è patrimonio indisponibile dello Stato e la sicurezza delle persone rappresenta un interesse primario», ricordano le entità promotrici.

Il disegno di legge Malan, che porta anche le firme degli altri capigruppo di maggioranza, viene giudicato dalle organizzazioni ambientaliste come un provvedimento anacronistico e in forte contrasto con l’evoluzione sociale ed economica del Paese. «Non è uno scontro ideologico – dichiarano in una nota congiunta Fondazione Capellino, Legambiente, Lipu e Wwf Italia – In gioco ci sono la sicurezza dei cittadini, la tutela della biodiversità, la qualità dei territori e il futuro, anche economico, delle aree rurali e montane, sempre più legato a un turismo sostenibile e alla valorizzazione del patrimonio naturale». Forti del grande supporto riscosso dalla campagna, le organizzazioni hanno sottolineato la loro disponibilità a collaborare con le istituzioni per tradurre in azioni concrete la richiesta di maggiore sicurezza e tutela dell’ambiente, assicurando al contempo un controllo rigoroso sugli effetti delle norme che verranno eventualmente approvate.

Nel frattempo, è chiaro come ogni anno la stagione di caccia lasci dietro di sé un bilancio di morti, feriti e casi che coinvolgono persone estranee all’ambiente. L’Associazione Vittime della Caccia (AVC), nel dossier 2025/2026, parla di 46 incidenti, spiegando però che il dato allarmante è «il rapporto tra vittime tra i cacciatori e le persone estranee», poiché dai grafici «emerge una sproporzione grave: a fronte di 33 cacciatori vittime di se stessi, si registrano 13 vittime totalmente estranee all’attività venatoria». Ci sono poi altri fattori da considerare, come ad esempio la morte o il ferimento di animali domestici o sinantropi (quelli che, pur non essendo addomesticati, vivono in stretta associazione con l’uomo). 32 gli episodi raccolti, in una cronologia di casi eterogenei: non solo animali colpiti da armi da fuoco durante l’attività venatoria, ma anche cani da caccia morti in dirupi o pozzi, episodi di avvelenamento, minacce armate e situazioni di maltrattamento o abbandono.

Svezia: intercettato drone russo

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Le autorità svedesi hanno dichiarato che un drone russo si sarebbe avvicinato alla portaerei francese Charles de Gaulle nel porto svedese di Malmö, per poi venire intercettato dalle forze armate del Paese. Il velivolo sarebbe decollato da una vicina nave russa e si sarebbe diretto verso la portaerei. Le forze svedesi hanno dichiarato di avere condotto operazioni di disturbo, dopo le quali il drone sarebbe scomparso. La Charles de Gaulle è la più grande portaerei a propulsione nucleare costruita in Europa e si trova a Malmö per prendere parte a delle esercitazioni.

Epstein Files: si dimette Børge Brende, presidente del World Economic Forum

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«Dopo un’attenta riflessione, ho deciso di dimettermi dalla carica di presidente e amministratore delegato del World Economic Forum»: inizia così il comunicato con il quale Børge Brende annuncia di rinunciare alla sua carica alla guida del Forum di Davos, dopo otto anni di mandato. La nota non menziona esplicitamente le ragioni della decisione, ma Brende risulta indagato dal Dipartimento di Giustizia (DOJ) statunitense nell’ambito degli Epstein Files. Lo stesso WEF ha annunciato di aver aperto un’indagine in merito, per verificare i rapporti tra il suo presidente e il finanziere.

Secondo i documenti a disposizione, Brende avrebbe avuto diversi contatti con Epstein, partecipando ad almeno tre cene tra il 2018 e il 2019. I due si sarebbero scambiati diverse foto, e-mail e messaggi, ma Brende avrebbe dichiarato che si tratta solamente di incontri avvenuti nell’ambito di relazioni d’affari. Il presidente del WEF avrebbe anche dichiarato di essere stato, all’epoca dei contatti, «completamente ignaro del passato e delle attività criminali di Epstein» – nonostante questi fosse stato condannato per reati sessuali nel 2008. Secondo quanto emerso dai Files, i due avrebbero discusso anche del futuro del World Economic Forum: «Davos può davvero sostituire l’ONU», suggeriva Epstein, con Brende che rispondeva di «essere d’accordo al 100%».

«Desideriamo esprimere il nostro sincero apprezzamento per il significativo contributo apportato da Børge Brende al World Economic Forum» dichiarano i copresidenti del WEF, André Hoffmann e Larry Fink. A sostituirlo come presidente e amministratore delegato ad interim sarà Alois Zwinggi. «Il Consiglio di Amministrazione supervisionerà la transizione della leadership, compreso il piano per avviare un processo adeguato volto a individuare un successore permanente».

Gli Epstein Files, oltre ad essere una raccolta di atti giudiziari su abusi sessuali e tratta di minori compiute dagli uomini più potenti al mondo, sono anche un archivio che permette di ricostruire la complessa ragnatela di relazioni che collegano finanza, politica e intelligence globale. Al suo interno, Jeffrey Epstein svolgeva il ruolo di facilitatore e nodo di connessione di un sistema di potere globale, che ha operato per oltre trent’anni grazie a protezioni giudiziarie, omissioni investigative e silenzi istituzionali. Le desecretazioni del 2025 e 2026 di milioni di documenti hanno travolto una lunga serie di figure ritenute fino ad oggi intoccabili, che trattiamo nel dettaglio nel nostro nuovo libro Epstein Files. I documenti verificati che fanno tremare le élite occidentali.