sabato 28 Febbraio 2026
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Treni, in corso sciopero proclamato da Sgb-Cub

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È in corso dalle 21 di ieri lo sciopero del trasporto ferroviario proclamato da Sgb e Cub Trasporti, che terminerà alle 20.59 di oggi. Si è invece conclusa alle 5.59 l’agitazione indetta da Usb, iniziata alle 22 di ieri. Trattandosi di un giorno festivo, non sono previste fasce di garanzia. Trenitalia avverte che i treni possono subire cancellazioni o variazioni, anche prima e dopo l’orario ufficiale dello sciopero. I passeggeri possono chiedere il rimborso o riprogrammare il viaggio. I convogli già in viaggio all’inizio dell’agitazione raggiungeranno la destinazione solo se entro un’ora; altrimenti potranno fermarsi prima.

Una scrittrice eretica: Virginia Woolf e l’inganno della normalità

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Virginia Woolf oggi viene spesso confinata in una categoria rassicurante: icona del femminismo, intellettuale sensibile, voce fragile. Una scrittrice segnata dalla malattia mentale e da un destino tragico. Ma questa lettura non è solo riduttiva ma fuorviante. Leggerla come scrittrice femminista è diventato un modo elegante per neutralizzarne la portata.

Virginia Woolf, infatti, non fu soltanto una delle più importanti scrittrici del Novecento. Fu una pensatrice capace di mettere in discussione i presupposti stessi su cui si reggeva la cultura occidentale: l’idea di autorità e di normalità. La sua rivoluzione non riguarda solo le donne, riguarda invece il modo in cui una società costruisce i suoi valori. Ci ha mostrato come il potere agisca sulle menti prima ancora che sui corpi.

Centrale è l’esperienza della guerra. Nei suoi romanzi, come Mrs Dalloway, e nei saggi, come Le tre ghinee, la guerra penetra nei corpi, nelle menti, nelle istituzioni. La violenza dei bombardamenti e delle guerre mondiali non era solo sul campo; era nei rapporti di potere, nei linguaggi dominanti, negli schemi di normalità che definivano chi poteva essere ascoltato e chi doveva essere silenziato.

Ma facciamo un passo indietro. L’Inghilterra in cui nasce Virginia Woolf è una società che si percepisce come stabile, razionale, moralmente superiore. Woolf cresce all’interno di un ambiente colto e benestante. La casa dei Stephen è frequentata da scrittori, critici, storici. I libri sono ovunque, la conversazione è continua. Eppure il sapere che la circonda non le appartiene del tutto: è un sapere che seleziona, che gerarchizza, che decide chi può parlare e chi no.

I suoi fratelli vanno a Cambridge. Lei invece resta confinata in casa. La sua formazione è frammentaria, domestica, indiretta. Quest’esperienza la spinge a domandarsi: che cos’è l’autorità intellettuale? Dipende davvero dal valore delle idee, o dalle strutture che ne permettono la legittimazione? Domande che trascendono la condizione femminile e che sono appunto universali.

Tra il 1895 e il 1904 la vita di Virginia viene segnata da una serie di lutti: la morte della madre Julia, poi quella della sorellastra Stella, infine il padre Leslie Stephen. Dopo la morte del padre, si trasferisce nel quartiere di Bloomsbury. Qui nasce il gruppo che prenderà lo stesso nome: un ambiente sperimentale e anticonformista.

Il flusso di coscienza per cui la Woolf diventerà celebre non è solo una scelta estetica, ma è una presa di posizione. Perché raccontare il mondo attraverso una voce unica, lineare, onnisciente? Perché fingere che la realtà sia coerente, quando l’esperienza umana non lo è? In Mrs Dalloway, una giornata ordinaria diventa il luogo in cui emergono fratture profonde: guerra, trauma, solitudine, disconnessione. Mrs Dalloway, infatti, racconta, almeno in apparenza, la giornata di una donna londinese, presa da occupazioni mondane e piccoli drammi sociali. 

In realtà questo è un romanzo sulla guerra e contro la guerra. Virginia Woolf ci mostra la devastazione psichica che produce e lo fa attraverso il personaggio di Septimus, un reduce che fatica a riadattarsi alla normalità della vita civile. Woolf ci mostra che le guerre non finiscono mai davvero per chi le ha vissute.

Clarissa e Septimus non si incontrano mai, eppure sono due facce della stessa medaglia. Clarissa ha imparato a vivere all’interno delle convenzioni, a muoversi nello spazio sociale senza romperlo. Septimus no: perseguitato dalla morte dell’amico Evans rappresenta il lato oscuro e tragico del dopoguerra. Ne incarna la ferita mai risolta.

«Bellissima! esclamava in un soffio, dando di gomito a Septimus, perché l’ammirasse. Ma la bellezza stava al di là di una lastra di vetro. Persino le cose golose (a Lucrezia piacevano i gelati, la cioccolata, i dolciumi in genere) non avevano gusto per lui. Guardava i passanti, là fuori: felici, sembravano, assiepati in mezzo alla strada, a ridere, a gridare, a litigare per nonnulla. Ma lui non provava alcun gusto, non riusciva a sentire niente. Nella sala da té, fra i tavolini e i loquaci camerieri, quell’orrenda paura lo riprendeva: non provava alcuna sensazione».

Septimus pensa, ricorda, rielabora esperienze che non riesce però a tradurre in linguaggio condiviso. Il suo trauma è anche un problema di comunicazione. La società che ha prodotto la guerra non possiede le parole per raccontarne gli effetti reali. Ecco perché Septimus viene etichettato come folle.

La scrittrice Virginia Woolf

Quando il suo trauma emerge, il sistema non lo riconosce come conseguenza della violenza collettiva, ma lo imputa a un difetto individuale, a una debolezza caratteriale. I medici che incontrano Septimus rappresentano un sapere che non ascolta, ma classifica. Il Dottor Holmes, il medico di base, sminuisce la gravità dei traumi di Septimus, e gli consiglia di dedicarsi a hobby, passatempi costruttivi, divertimenti. Sir William Bradshaw, invece, un eminente psichiatra, impone al suo paziente una cura fatta di «riposo e isolamento». 

La loro ossessione non è il benessere del paziente, ma la sua capacità di tornare a essere funzionale. La sofferenza estrema di Septimus in fondo mette in crisi la narrazione ufficiale che vede nella guerra un’esperienza nobile e necessaria. La psichiatria, come aveva espresso magnificamente Foucault ne La società disciplinare, non è soltanto una disciplina medica  ma un dispositivo di controllo sociale. Chi non riesce ad adattarsi al sistema di valori di una determinata società viene isolato, marginalizzato, escluso. 

Quando il dottor Holmes tenta di forzare la porta della stanza di Septimus per internarlo, Septimus si toglie la vita, lanciandosi da una finestra. Di fronte all’imposizione di una cura coercitiva, Septimus sceglie di non consegnarsi, non accetta cioè di essere ridotto a caso clinico.

Mrs Dalloway solleva una domanda che ancora oggi è come una bomba: chi decide cosa è sano? Cos’è normale e cosa non lo è? E se la follia non fosse solo una patologia individuale, ma una reazione a un mondo che non ammette deviazioni? 

Virginia Woolf mostra una straordinaria consapevolezza di questo meccanismo: in tutti i suoi romanzi la follia non è mai solo disfunzione individuale, ma è una rottura tra l’individuo e un determinato ordine sociale. Il trauma individuale è il riflesso di strutture sociali incapaci di riconoscere la sofferenza che hanno prodotto.

La mente del cosiddetto folle è una mente che entra in conflitto con norme rigide, ruoli imposti, linguaggi insufficienti. Septimus Smith, ad esempio, è schiacciato da un sistema che non concede spazio a chi dà voce a idee e sentimenti che incrinino la narrazione nobilitante della guerra. 

Lo stesso accadde alla Woolf. La medicina dell’epoca parla di instabilità, isteria, esaurimento nervoso. Le sue crisi però coincidono sempre con momenti di forte pressione: lutti, difficoltà economiche, sovraccarico emotivo. 

Negli anni Trenta Woolf è all’apice della sua maturità intellettuale. Scrive Le onde, Una stanza tutta per sé, Le tre ghinee. Ma il contesto storico in cui vive è soffocante: l’ascesa dei totalitarismi, le crisi economiche, la minaccia di una nuova guerra mondiale all’orizzonte. Quando la Gran Bretagna entra in guerra, le sue crisi si fanno sempre più violente e logoranti.

La psichiatria dell’epoca parlò di «fobie», di paure irrazionali e incontrollabili, anche se verrebbe da chiedersi quanto e come in un contesto simile la paura sia davvero una reazione emotiva ingiustificata a un clima di terrore e violenza e quanto invece la capacità di adattarsi a un simile contesto non possa essere letto come un sintomo di malattia. Alla fine comunque, all’età di cinquantanove anni, Virginia Woolf si toglie la vita.

Il suo suicidio è stato spesso romanticizzato o patologizzato. La sua morte invece ci spinge a chiederci: chi paga il prezzo della lucidità in un sistema che premia la conformità e l’obbedienza?

Raccontare la vita e l’opera di Virginia Woolf non significa dunque celebrare un’icona letteraria o commemorare una tragedia individuale. Significa interrogarsi sul costo umano di un sistema che tollera il dissenso solo finché non ne mette in discussione le fondamenta. E significa anche chiedersi se le domande che Woolf ha posto sulla guerra, sulla follia e la normalità, abbiano davvero trovato risposta o se continuino a restare irrisolte.

Bolivia, aereo militare si schianta a El Alto: 20 morti e numerosi feriti

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Un aereo militare della Forza aerea boliviana si è schiantato a El Alto, seconda città più popolosa della Bolivia che sovrasta La Paz, provocando almeno 20 morti e diversi feriti. Il velivolo, un Hércules C-130 matricola FAB-81, trasportava banconote nuove e valori quando, secondo il comandante nazionale dei vigili del fuoco Pavel Tovar, è uscito dalla pista aeroportuale finendo contro diversi veicoli nella zona di La Costanera. In quelle ore si sarebbero registrate condizioni meteorologiche avverse. L’aereo è andato completamente distrutto: almeno 15 i mezzi coinvolti e gravi i danni materiali. I feriti sono stati trasferiti all’ospedale Norte.

Argentina, il Senato approva la riforma del lavoro di Milei

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Il Senato dell’Argentina ha dato il via libera definitivo alla riforma del lavoro promossa dal presidente Javier Milei, con 42 voti favorevoli, 28 contrari e due astensioni. Il governo sostiene che il provvedimento favorirà investimenti e occupazione formale, rafforzando la fiducia nelle politiche di libero mercato. I sindacati, invece, denunciano un indebolimento delle tutele, incluso il diritto di sciopero. Tra i punti più contestati figura l’istituzione di un fondo di licenziamento finanziato dai datori di lavoro con risorse oggi destinate al sistema pensionistico nazionale, misura che secondo l’opposizione rischia di compromettere la sostenibilità delle pensioni.

DIRETTA – Israele e USA hanno attaccato l’Iran – Esplosioni in varie città del Golfo – Colpita scuola elementare in Iran

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Nella mattinata di oggi, sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. Toni analoghi erano stati impiegati da alti funzionari del governo iraniano. Nonostante ciò, ieri diversi Paesi, tra i quali Cina e Regno Unito, hanno invitato i propri cittadini a lasciare l’Iran, mentre lo stesso hanno fatto gli USA con il proprio personale diplomatico in Israele. Nelle scorse ore, Trump aveva parlato più volte della possibilità di un attacco. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo.


Volker Turk, Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha richiamato le parti a una de-escalation e al ripristino del confronto diplomatico. «Deploro gli attacchi militari sferrati questa mattina da Israele e Stati Uniti in Iran, e i successivi attacchi di rappresaglia da parte di Teheran», ha dichiarato Turk, sottolineando che: «come sempre, in ogni conflitto armato, sono i civili a pagare il prezzo più alto».

Nel frattempo cresce il bilancio delle vittime causato dall’attacco israeliano su una scuola nell’Iran meridionale. Secondo l’IRNA, sarebbero almeno 57 le studentesse uccise, con oltre 50 bambine ancora sotto le macerie.


Il ministro Tajani ha dichiarato alla stampa che la base italiana in Kuwait è stata effettivamente colpita nel corso degli attacchi iraniani, ma i militari presenti all’interno sono tutti incolumi. “Ci sono stati danni ingenti alla pista ma non ci sono militari italiani feriti. E’ stato fatto anche un attacco al comando della Quinta flotta ma non ci sono italiani coinvolti in tutta l’area, né civili né militari”, ha dichiarato il ministro.


L’aviazione israeliana ha diffuso le immagini dell’attacco su larga scala lanciato contro “centinaia” di obiettivi nell’Iran occidentale. Nonostante l’aviazione dichiari che gli obiettivi fossero unicamente militari, almeno una scuola è stata colpita del sud del Paese, con l’uccisione di decine di bambine. “Parallelamente agli attacchi dell’Aeronautica Militare contro l’Iran, il Sistema di difesa aerea sta lavorando per intercettare le minacce lanciate dall’Iran verso il territorio dello Stato di Israele” riporta l’aviazione.


Le immagini satellitari dell’abitazione della Guida Suprema dell’Iran Khamenei dopo l’attacco iraniano. Al momento non si sa con certezza la sorte del leader.


Russia: il presidente della Commissione Affari Internazionali della Duma russa, Leonid Slutsky, ha chiesto la convocazione di una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza ONU, secondo quanto riferisce la TASS. “La comunità internazionale dovrebbe impedire uno scenario che potrebbe rischiare lo scoppio di una terza guerra mondiale” avrebbe dichiarato Slutsky. Per la Russia, la teoria degli “attacchi preventivi” volti a difendere cittadini europei ed americani è una “cortina fumogena” che ha l’unico scopo di rovesciare il potere a Teheran. Proprio in quest’ottica, sostiene Slutsky, gli USA hanno deliberatamente sabotato ogni tentativo di raggiungere un accordo sul nucleare.

Belgio: il ministro degli Esteri ha dichiarato che “i cittadini iraniani non dovrebbero pagare il prezzo delle scelte del loro governo”, rammaricandosi che i negoziati non abbiano portato risultati concreti.

Norvegia: il ministro degli Esteri ha dichiarato che “Israele ha descritto l’attacco come preventivo, ma non è in linea con la normativa internazionale”, in quanto “gli attacchi preventivi sono autorizzati solo in caso di minaccia imminente”.

Pakistan: il ministro degli Esteri ha “duramente condannato” l’attacco israeliano, chiedendo uno stop immediato alla escalation.

Spagna: il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez ha dichiarato: “Respingiamo l’azione militare unilaterale degli Stati Uniti e di Israele, che rappresenta un’escalation e contribuisce a un ordine internazionale più incerto e ostile. Condanniamo inoltre le azioni del regime iraniano e della Guardia Rivoluzionaria. Non possiamo permetterci un’altra guerra prolungata e devastante in Medio Oriente. Chiediamo un’immediata de-escalation e il pieno rispetto del diritto internazionale. È tempo di riprendere il dialogo e raggiungere una soluzione politica duratura per la regione”.

UE: Ursula von der Leyen ha scritto sui propri social che “è di fondamentale importanza garantire la sicurezza nucleare e prevenire qualsiasi azione che possa ulteriormente aggravare le tensioni o indebolire il regime globale di non proliferazione” e che “in stretto coordinamento con gli Stati membri dell’UE, adotteremo tutte le misure necessarie per garantire che i cittadini dell’UE nella regione possano contare sul nostro pieno sostegno”.


La Sicurezza Nazionale iraniana, citata da Al Jazeera, avrebbe diffuso un comunicato nel quale incita i propri cittadini ad abbandonare immediatamente Teheran. “Dovreste, per quanto possibile e mantenendo la calma, viaggiare verso altri posti e altre città”, hanno dichiarato le autorità. Nel frattempo, un attacco israeliano ha colpito una scuola elementare femminile nel sud dell’Iran, uccidendo almeno 24 bambine.


  • Negli Emirati sono stati riportati missili ad Abu Dhabi e a Dubai, dove sarebbe stata uccisa una persona; le autorità hanno confermato gli attacchi, annunciando di averli intercettati e di riservarsi il diritto di rispondere. L’Iran avrebbe inoltre preso di mira la base di Al Dhafra.
  • In Bahrein è stata colpita una base navale statunitense, notizia confermata dal governo.
  • In Arabia Saudita, gli attacchi si sarebbero abbattuti su Riyad; sulle piattaforme indipendenti sono apparsi dei video che confermerebbero i bombardamenti, ma i canali ufficiali non hanno ancora rilasciato commenti a riguardo.
  • Attacchi anche in Iraq, nell’area di Jarf al Nasr, nel centro del Paese. I media locali riportano che 2 persone sarebbero rimaste uccise. Qui starebbe inoltre venendo colpita la base di Erbil – nel Kurdistan iracheno.
  • In Qatar il ministero della difesa ha fatto sapere di avere intercettato dei missili, senza specificare l’area dove si sarebbero schiantati. Dalle basi statunitensi sul territorio si sono levati in aria dei jet, e in questo momento pare stia venendo presa di mira Doha.
  • Attacchi infine anche in Giordania e Kuwait, dove sarebbe stata colpita la base di Al-Salem.

In Iran, per ora sembra che l’attacco israelo-statunitense avrebbe preso di mira le élite del Paese, con lo scopo di uccidere i vertici della catena di comando. Colpite le residenze della Guida Suprema Khamenei, del Presidente Pezeshkian, dell’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, del ministro degli Esteri Araghci, e di altri ministri. Da una prima ricostruzione, Khamenei sarebbe stato portato in un luogo sicuro, ma la notizia non è stata confermata; analoga situazione per quanto riguarda Araghci. Non vi sono, invece, notizie su Pezeshkian e Ahmadinejad. Secondo agenzie di stampa internazionali, sarebbero stati uccisi diversi diplomatici e militari iraniani; l’esercito smentisce di avere subito perdite importanti.
Tra le aree colpite la capitale Teheran, ma anche Tabriz, Shiraz, Zanjan e Sanandaj. Bombe anche su Eshefan, sede di uno dei maggiori impianti nucleari iraniani. Fonti israeliane hanno riportato ai media che sarebbero stati presi di mira siti delle Guardie Rivoluzionarie e piattaforme balistiche.


Secondo quanto riportato da Barak Ravid, giornalista corrispondente di Axios in Medio Oriente e giornalista del canale israeliano Channel 12, che cita funzionari israeliani, la Guida Suprema dell’Iran Khamenei, il presidente Fazlullah e “altre importanti personalità politiche e militari” sarebbero state tra gli obiettivi attaccati, ma al momento la loro sorte è incerta.


La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato poco fa una riunione di governo telefonica, cui hanno partecipato i vicepresidente Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro della Difesa Crosetto, i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari e i vertici dell’Intelligence. Nel comunicato stampa che ne è seguito, il governo ha invitato tutti i connazionali all’estero alla “massima prudenza” e rinnovato “la propria vicinanza alla popolazione civile iraniana che con coraggio continua a richiedere il rispetto dei suoi diritti civili e politici”. Meloni si terrà in contatto con i “principali alleati” (ovvero Israele e gli Stati Uniti, che hanno condotto l’attacco) nelle prossime ore “per sostenere ogni iniziativa che possa condurre a un allentamento delle tensioni”. Nessun rappresentante del governo ha per il momento commentato nel merito l’attacco.

Nel frattempo, l’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri dell’UE, Kaja Kallas, ha definito “pericolosi” gli ultimi sviluppi in Medioriente, aggiungendo che “il regime iraniano ha ucciso migliaia di persone” e che “i suoi programmi missilistici balistici e nucleari, insieme al sostegno ai gruppi terroristici, rappresentano una seria minaccia per la sicurezza globale”, dichiarazioni che sembrerebbero di fatto appoggiare, seppur implicitamente, l’iniziativa statunitense e israeliana. “La protezione dei civili e il rispetto del diritto internazionale umanitario sono una priorità”, continua Kallas, aggiungendo che “la nostra missione navale Aspides rimane in stato di massima allerta nel Mar Rosso ed è pronta a contribuire a mantenere aperto il corridoio marittimo”.


Esplosioni si stanno verificando in buona parte della regione Mediorientale. In Bahrein, missili hanno colpito il centro servizi della Quinta Flotta statunitense. Ad Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi, è stata registrata una forte esplosione. Lo stesso in Kuwait. Tutti gli Stati del Golfo hanno al momento chiuso il proprio spazio aereo. Esplosioni si sono verificate anche a Dubai, dove è in corso l’evacuazione del Burj Khalifa, l’edificio più alto al mondo.


L’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti è stato motivato dal presidente Trump dalla necessità di fermare lo sviluppo di armamenti nucleari da parte di Teheran. I negoziati in corso tra le parti, mediati dall’Oman e ricominciati lo scorso giovedì, vertevano proprio su questo. Nella serata di ieri, venerdì 27 febbraio, il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaid ha dichiarato in un’intervista rilasciata a CBS che l’Iran ha accettato di non stoccare “mai e poi mai” il materiale necessario per creare una bomba nucleare. “Questo è un grande risultato, qualcosa di completamente nuovo. Se non è possibile stoccare materiale arricchito, non c’è modo di creare una bomba, indipendentemente dal fatto che si proceda o meno all’arricchimento”. Nelle parole del ministro Albusaid, insomma, l’Iran aveva accettato a rifiutare di stoccare uranio arricchito, materiale fondamentale per la creazione di una bomba nucleare. “Credo che questo sia un aspetto che è stato molto trascurato dai media e vorrei chiarirlo dal punto di vista di un mediatore”. A poche ore di distanza da questa intervista, le bombe israeliane hanno colpito il centro di Teheran e altre città dell’Iran.

Sono ormai oltre trent’anni (dal 1992, per la precisione) che Netanyahu accusa l’Iran di essere al massimo a cinque anni di distanza dal possedere un’arma nucleare e sottolinea la necessità di un’azione internazionale guidata dagli Stati Uniti per fermare il programma. Nel tempo, le dichiarazioni di Netanyahu si sono rivelate palesemente false, ma nonostante ciò, da Reagan in poi l’ostracismo americano nei confronti del programma iraniano si è evoluto, consolidandosi in una piena demonizzazione sotto la presidenza Clinton. Si tratta di un vero e proprio schema, volto a creare un diversivo e a strumentalizzare una minaccia per ottenere un casus belli e a legittimare un cambio di regime. Si tratta della stessa narrazione che permise agli Stati Uniti, nel 2003, di trascinare il mondo in una guerra disastrosa contro l’Iraq, fondata sul pretesto delle armi di distruzione di massa mai esistite.


L’esercito israeliano ha riferito che negli ultimi minuti sono stati rilevati missili lanciati dall’Iran in direzione di Israele e che i sistemi difensivi sono attivi per intercettarli.


“Sto seguendo con la massima attenzione l’o svolgersi l’evolversi della situazione in Iran, in Israele e, più in generale nell’intera area del Medio Oriente” riferisce il ministro della Difesa italiano Crosetto in un comunicato, assicurando che “allo stato attuale, il personale della Difesa italiano non risulta coinvolto negli eventi in atto”.


In un video diffuso tramite il proprio social Truth Trump ha annunciato l’inizio di una “operazione militare” in Iran insieme a Israele. “Il nostro obiettivo è difendere i cittadini americani da minacce immediate da parte del regime iraniano”. “Per 47 anni l’Iran ha augurato la morte del popolo americano, conducendo campagna senza fine di massacri e omicidi di massa che avevano come obiettivo gli Stati Uniti, le nostre truppe e persone innocenti in molti Paesi” ha dichiarato il presidente. Trump ha successivamente proceduto con le accuse contro Teheran di stare sviluppando una bomba nucleare e che l’attacco ha lo scopo di impedire a questa “maledetta dittatura” di minacciare gli americani. “Distruggeremo i loro missili e raderemo al suolo la loro industria missilistica. Cancelleremo la loro marina militare. Ci assicureremo che non abbiano nessuna arma nucleare. Impareranno presto che nessuno deve sfidare le Forze Armate degli Stati Uniti”.


Un alto ufficiale del governo statunitense ha riferito al medio qatariota Al Jazeera che l’operazione israeliana è stata condotta in collaborazione con gli Stati Uniti.


Alcuni missili sono stati lanciati da Israele contro Teheran, colpendo la zona di University Street e di Jomhouri, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa di Stato Fars. Nel mentre, sirene di allarme sono suonate in tutta Israele, con il governo che ha dichiarato lo stato di emergenza e avvertito i cittadini di recarsi verso ripari e spazi protetti.

Caso Epstein, le “amnesie” di Bill Clinton al Congresso e l’effetto boomerang per Trump

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«Non ho visto nulla e non ho commesso nulla di male». Con queste parole Bill Clinton ha testimoniato a porte chiuse davanti alla Commissione di sorveglianza della Camera sul caso Jeffrey Epstein, rivendicando la propria estraneità ai crimini commessi dal finanziere morto in carcere nell’agosto del 2019. Ventiquattr’ore prima, era toccato alla moglie Hillary Clinton, incalzata dai deputati sui rapporti dell’ex coppia presidenziale con Epstein e con la sua complice Ghislaine Maxwell. L’ex presidente ha ricondotto la relazione a una «breve conoscenza con Epstein», conclusa «anni prima che i suoi crimini venissero alla luce», sostenendo di non aver mai compreso «cosa stesse realmente accadendo». «Non avevo idea dei suoi crimini», ha ribadito. E ancora: «So quello che ho fatto e ancora più importante quello che non ho fatto. So quello che ho visto e ancora più importante quello che non ho visto».

Clinton ha rivendicato ignoranza e buona fede, appellandosi anche alla propria storia personale: «Essendo cresciuto in una famiglia in cui si verificavano abusi domestici, non solo non sarei salito sul suo aereo se avessi avuto la minima idea di cosa stesse facendo, ma lo avrei denunciato io stesso e avrei guidato la richiesta di giustizia per i suoi crimini, non per accordi vantaggiosi». E ha aggiunto: «Le vittime non solo meritano giustizia, ma meritano di guarire». Sul coinvolgimento della moglie è stato altrettanto categorico: «Non c’entra nulla con Jeffrey Epstein» e «chiamarla a testimoniare è stato semplicemente sbagliato». La narrazione ufficiale circoscrive i rapporti tra Bill Clinton e Jeffrey Epstein agli anni Novanta e ai primi Duemila, collocandone la fine prima dell’arresto del finanziere in Florida nel 2008. Un arco temporale rassicurante che, nelle intenzioni, dovrebbe separare nettamente la fase delle frequentazioni sociali dall’esplosione pubblica dello scandalo. Tuttavia, le amnesie di Clinton non collimano con i documenti ufficiali, a partire dai registri della Casa Bianca che attestano almeno 17 visite di Epstein. Dopo il gennaio 2001, con la conclusione del mandato presidenziale, i contatti divennero ancora più visibili e documentabili: viaggi internazionali, iniziative filantropiche, incontri pubblici e privati. È proprio in questo passaggio temporale che la vicenda cessa di essere una semplice delimitazione di date e si trasforma in un nodo politico e reputazionale: non conta soltanto quando si siano intrecciati i rapporti con Epstein, ma in quale cornice si siano sviluppati e con quale livello di consapevolezza rispetto alla natura e alla gravità delle sue condotte.

Tra il 2002 e il 2003, Clinton volò ripetutamente sul jet privato di Epstein, il famigerato “Lolita Express”: i registri riportano almeno 17 tratte a suo nome, che alcune analisi stimano in 26-27 spostamenti complessivi considerando segmenti concatenati. Non è il numero in sé a colpire, ma la continuità e il contesto, includendo vere e proprie tournée internazionali. Emblematico il viaggio del 2002 in Africa, presentato come missione su HIV/AIDS e sviluppo, con a bordo anche Kevin Spacey e Chris Tucker. Nello stesso periodo, Clinton frequentò uffici e residenze newyorkesi di Epstein, definendolo in un’intervista un “finanziere di grande successo” e un “filantropo impegnato”. Il capitolo più controverso riguarda Little Saint James, l’isola caraibica privata di Epstein. La principale accusatrice di Epstein, Maxwell e del principe Andrea, Virginia Giuffre, riferì di averlo visto sull’isola poco dopo la presidenza, pur senza accusarlo di abusi sessuali; Maxwell replicò definendo quella ricostruzione “una bugia evidente”. Nel 2020, Vanity Fair, citando l’ex consigliere Doug Band, parlò di una visita sull’isola nel gennaio 2003; l’ufficio di Clinton negò, sostenendo di poter produrre agende e diari di viaggio che non includevano quella tappa. È la zona grigia delle memorie contrapposte, dove ogni documento diventa un’arma e ogni omissione un sospetto.

I contenziosi civili hanno amplificato l’eco. Nel 2016 i legali di Giuffre indicarono Clinton come testimone “chiave” per la “stretta relazione personale” con Epstein e Maxwell, chiedendo formalmente che deponesse; un giudice federale respinse l’istanza. Nei documenti desecretati nel 2024, sempre legati al caso Giuffre, il nome di Bill Clinton compare come “associate”. Poi ci sono le immagini. Nel dicembre 2025, dagli Epstein Files emergono fotografie compromettenti: Clinton a torso nudo in una vasca idromassaggio accanto a una persona dal volto censurato; in piscina con Maxwell e una terza donna oscurata; in piedi con un drink vicino a Epstein. Con l’ultimo rilascio del 30 gennaio 2026, altri scatti lo mostrano mentre riceve un massaggio da una ragazza dal volto coperto. Materiale che non prova reati, ma consolida la prossimità di Bill Clinton con Epstein e il clima informale di quella relazione.

È la prima volta che un ex presidente testimonia sotto giuramento davanti a una commissione congressuale. Il repubblicano James Comer ha ammesso che è stato «molto difficile» ottenere le audizioni di Bill e Hillary, parlando di «sette mesi» di trattative. Intanto, i democratici sollecitano la convocazione di Donald Trump. Avendo già chiamato a deporre sotto giuramento un ex presidente, appare difficile sostenere che la Commissione di vigilanza – sebbene a maggioranza repubblicana – possa esimere Donald e Melania Trump dal confronto con un’indagine i cui sviluppi e le cui conseguenze si preannunciano potenzialmente imprevedibili. In attesa di sviluppi, la vicenda, più che giudiziaria, è ormai simbolica: misura la distanza tra legalità formale e responsabilità morale, tra ciò che “non si è visto” e ciò che forse non si è voluto vedere per almeno tre decenni.

Stellantis, perdite per 22,3 miliardi nel 2025: scattano gli scioperi

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Utile netto in perdita, tagli dei bonus e premi ovunque, meno che in Europa. È il risultato registrato nel 2025 da Stellantis, che ha confermato i risultati preliminari rilasciati lo scorso 6 febbraio. L’anno scorso l’azienda ha registrato una perdita netta di 22,332 miliardi di euro, dovuta a 25,4 miliardi di euro di oneri straordinari; i ricavi sono calati del 2%, e per quest’anno non sono previsti dividendi per gli azionisti e bonus per i lavoratori. L’annuncio ha messo in allarme i sindacati, che hanno chiamato una mobilitazione negli stabilimenti di Mirafiori e Pomigliano d’Arco, tra i più colpiti dalla crisi; qui, alcuni reparti hanno deciso di incrociare le braccia per protestare contro le politiche dell’azienda ormai in calo da tempo.

Nello specifico, i ricavi netti dell’azienda si sono attestati a 153,5 miliardi, registrando un calo del 2% sul 2024. Secondo quanto è stato dichiarato dal gruppo, la perdita operativa rettificata è stata di 842 milioni di euro, con un margine Aoi – che misura la reddittività “vera” dell’azienda – negativo dello 0,5 per cento. Il flusso di cassa industriale ha chiuso a -4,5 miliardi. «I risultati dell’esercizio 2025 riflettono il costo della sopravvalutazione del ritmo della transizione energetica e della necessità di reimpostare il nostro business mettendo al centro la libertà di scelta dei clienti», ha affermato l’amministratore delegato Antonio Filosa, evidenziando come «i primi segnali positivi di progresso» si siano iniziati a vedere nella seconda metà dell’anno. A impattare sul bilancio sono stati anche i dazi USA, pari a 1,2 miliardi di euro, così come il calo delle consegne in alcune aree chiave. Maserati, che ha visto una minore domanda in Cina, ha terminato il 2025 con 7.900 vetture consegnate (-3,4%); i ricavi risultano in calo del 30,1%. Al fine di preservare la solidità patrimoniale, il CDA ha autorizzato la sospensione del dividendo per l’anno in corso e l’emissione di obbligazioni ibride fino a 5 miliardi di euro.

La decisione più contestata concerne però direttamente i lavoratori. Il mancato raggiungimento degli obiettivi legati all’Aoi europeo ha comportato l’azzeramento del premio di risultato per i dipendenti italiani, che già nel 2025 hanno dovuto convivere con cassa integrazione e contratti di solidarietà. In alcune aree del mondo, invece, il bonus sarà regolarmente erogato. «Questo conferma che, laddove l’azienda decida di investire, come sta facendo in Nord Africa, anche i salari delle lavoratrici e dei lavoratori ne traggono beneficio», ha denunciato la Fiom-Cgil, secondo cui «è chiara la volontà» di Exor, azionista di riferimento, di un «disimpegno delle attività industriali in Italia». Fim, Uilm, Fismic, Uglm e Aqcfr hanno espresso «grande amarezza» per il mancato riconoscimento e «profonda preoccupazione per il futuro». In una nota unitaria, i sindacati chiedono a Stellantis di «puntare con decisione sui modelli ibridi e di allocarli in tutte le fabbriche italiane» e all’Unione Europea di «adottare i principi di neutralità tecnologica e di libertà di scelta dei consumatori, nonché di abolire immediatamente il famigerato sistema delle multe». La transizione forzata all’elettrico, sostengono, ha «innescato nel settore automotive una crisi senza precedenti».

La reazione dei lavoratori è stata immediata. Ieri pomeriggio, nello stabilimento di Pomigliano d’Arco, molti operai del reparto montaggio hanno incrociato le braccia. «Non percepiremo il premio – hanno spiegato i lavoratori del primo turno – e con il già misero stipendio che ci ritroviamo a fine mese, non siamo disposti a decurtazioni per scioperi che non portano a nulla». Alla Fiom di Mirafiori è stato invece proclamato uno sciopero con uscita anticipata di quattro ore. «Basta con la scusa delle leggi europee, basta con le false parole su “Torino è centrale”, basta con l’incertezza sul futuro e sulle produzioni. Oggi è arrivato un altro schiaffo alle lavoratrici ai lavoratori del gruppo Stellantis», si legge in un volantino.

Le forti criticità sulla situazione della produzione Stellantis nel 2025 erano già emerse a inizio gennaio, quando un report della Fim-Cisl aveva calcolato che gli stabilimenti nazionali del avevano chiuso l’anno con 379.706 veicoli prodotti, facendo registrare un calo del 20% rispetto al 2024. Le autovetture, evidenziava il documento, sono crollate a 213.706 unità (-24,5%), mentre i veicoli commerciali si sono attestati a 166.000 (-13,5%). Un dato che si scontra platealmente con l’obiettivo ministeriale di un milione di veicoli annunciato nel 2023 e che segna un dimezzamento della produzione rispetto a quella fase, in cui si superavano le 750.000 unità.

Dalle rime ai lacrimogeni: quando il rap racconta il conflitto con lo Stato

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NWA

Detroit, 1989. Dentro la Joe Louis Arena l’aria è elettrica. Migliaia di ragazzi aspettano che inizi il concerto degli NWA (Niggaz With Attitude), il gruppo che in pochi mesi ha trasformato il rap di quartiere in una cronaca brutale delle strade di Los Angeles. Dietro le quinte la tensione è altissima: poco prima dello show la polizia ha fatto sapere agli organizzatori che una canzone non dovrà essere eseguita durante il concerto. Il titolo del pezzo non lascia spazio ad interpretazioni: è Fuck tha Police, il brano che sta infiammando le periferie di tutta la west coast americana. Se la suoneranno, è la minaccia esplicita, il concerto verrà fermato.

Sul palco, Ice Cube prende il microfono e guarda la folla. Non parte subito con la musica. Prima racconta cosa è successo. «Detroit… la polizia dice che non possiamo suonare una certa canzone». La folla reagisce con fischi e urla. «Ma noi siamo gli N.W.A… diciamo quello che vogliamo dire». A quel punto Dr. Dre fa partire l’intro del pezzo e il gruppo attacca il brano con l’ormai celeberrimo: «Fuck tha police coming straight from the underground…». L’arena esplode.

Il brano dura pochi secondi prima che la situazione precipiti. Nel caos del concerto qualcuno fa esplodere dei petardi; per un attimo sembrano colpi di pistola. Gli agenti si muovono verso il palco. La sicurezza cerca di contenere la folla. Gli NWA continuano a rappare finché possono, poi vengono spinti fuori dalla scena tra urla, luci e sirene. Il concerto viene interrotto. La polizia ferma il gruppo più tardi, fuori dall’arena, per un interrogatorio. Non ci saranno arresti, ma il messaggio è chiaro: certe parole non devono essere pronunciate. Il rap, nato nei quartieri marginali delle metropoli americane, non sta più soltanto raccontando la realtà: la sta mettendo direttamente di fronte allo Stato. E quella notte di Detroit, con un microfono acceso e una canzone “proibita”, lo scontro diventa impossibile da ignorare.

Poco dopo, nell’agosto del 1989, un funzionario dell’FBI, Milt Ahlerich, capo dell’ufficio per gli affari pubblici, invia una lettera alla casa discografica Priority Records per protestare contro il contenuto del brano, accusato di incoraggiare violenza contro gli agenti. La lettera non è una vera indagine federale né un procedimento legale: è piuttosto un atto politico e simbolico, ma ebbe un effetto enorme. Quando la notizia diventò pubblica, rafforzò l’immagine degli NWA come il gruppo più pericoloso del mondo (“the world’s most dangerous group”), trasformando il conflitto con la polizia in un elemento centrale della loro identità artistica.

La nascita degli NWA

Gli NWA nascono a metà degli anni Ottanta a Compton, una città della contea di Los Angeles segnata da povertà, traffico di droga, violenza e da un rapporto profondamente conflittuale con la polizia. Il gruppo si forma attorno a cinque figure che diventeranno centrali nella storia del rap: Eazy‑E, Dr. Dre, Ice Cube, MC Ren e DJ Yella. Quando emergono sulla scena, l’hip-hop americano è dominato soprattutto dalla scena della east coast: gruppi come Run‑DMC o i Public Enemy sono già molto influenti, ma il rap non ha ancora raccontato con quella ferocia la vita quotidiana dei quartieri. Gli NWA introducono qualcosa di nuovo: quello che passerà alla storia come un nuovo genere, il “gangsta rap”, creando un flusso nel quale si inserirà una nuova generazione di artisti che seguiranno quella strada: Snoop Dogg, Tupac Shakur, Ice‑T, tra molti altri. Brani come Straight Outta Compton trasformano il rap in una forma di cronaca sociale radicale, raccontata dal punto di vista di chi vive nei quartieri più marginalizzati delle metropoli americane.

Il contesto è fondamentale. Gli Stati Uniti sono nel pieno della War on Drugs lanciata negli anni ’70 da Ronald Reagan, con un enorme aumento delle operazioni di polizia nei quartieri afroamericani e latini. A Los Angeles le tensioni tra comunità nere e forze dell’ordine sono già altissime, ed esploderanno pochi anni più tardi dopo con il caso Rodney King e le rivolte del 1992, esplose in seguito all’assoluzione degli agenti che lo avevano picchiato. In pochi anni il gangsta rap diventerà il linguaggio dominante dell’hip-hop degli anni Novanta. Tutto parte da lì: da un gruppo nato nelle strade di Compton che decide di raccontarle senza filtri, anche quando gli Stati Uniti preferirebbero non ascoltare.

NWA

Il processo immaginario alle forze dell’ordine

La canzone Fuck tha Police nasce nel 1988 come una reazione immediata a ciò che i membri del gruppo vivevano ogni giorno. L’idea del brano arriva durante una giornata in studio. Dr. Dre e Ice Cube stavano lavorando ai nuovi pezzi quando MC Ren arrivò furioso: poco prima la polizia lo aveva fermato mentre guidava e gli agenti avevano puntato una pistola contro di lui senza motivo apparente. La forma è una delle intuizioni più brillanti. Invece di limitarsi a insultare la polizia, la canzone è costruita come un processo immaginario: la polizia viene messa sul banco degli imputati. Un giudice annuncia il processo e, uno dopo l’altro, i membri del gruppo portano la loro testimonianza contro gli agenti. Ogni strofa è quindi una deposizione: Ice Cube denuncia il razzismo della polizia; MC Ren ne racconta le intimidazioni; Eazy-E chiude il brano con un attacco diretto agli agenti che abusano del loro potere. L’effetto è quello di un atto d’accusa collettivo.

Anche il rap italiano – pur dentro un contesto storico e sociale molto diverso – ha sviluppato nel tempo un proprio filone in cui la musica diventa racconto del conflitto con lo Stato e con le forze dell’ordine. Non si tratta quasi mai di un attacco sistematico e frontale come quello nato nelle periferie afroamericane, ma di una tensione che emerge a ondate, seguendo le fratture della società italiana: i movimenti degli anni Novanta, le piazze del G8, le periferie metropolitane raccontate dalla street culture.

Il conflitto nel rap italiano

I primi segnali arrivano all’inizio degli anni Novanta, quando l’hip-hop italiano è ancora profondamente intrecciato ai centri sociali e ai movimenti antagonisti. Nel 1992 gli Isola Posse All Stars pubblicano Stop al panico, uno dei primi brani rap italiani in cui la repressione poliziesca e la criminalizzazione dei movimenti entrano esplicitamente nel racconto musicale. È un rap militante, figlio della stagione delle occupazioni e delle piazze. Un anno dopo, a Napoli, i 99 Posse portano quello stesso spirito dentro Curre curre guagliò, un pezzo che diventerà un vero e proprio inno delle manifestazioni degli anni Novanta. È lo stesso anno in cui il rapper torinese Frenkie Hi energy pubblica Fight da faida dove gioca con il linguaggio dell’hip-hop americano ma lo trasporta dentro una realtà tutta italiana, dove la criminalità organizzata e i conflitti territoriali diventano parte del racconto urbano.

Nel frattempo, però, il rap italiano comincia a raccontare anche un’altra realtà: quella delle periferie urbane. Nel 1994 i Sangue Misto pubblicano l’album SXM, considerato uno dei dischi fondativi dell’hip-hop italiano. Tra i brani più emblematici c’è Lo straniero, che introduce uno sguardo nuovo: quello di chi vive ai margini della città, tra diffidenza verso le istituzioni e senso di estraneità rispetto al resto della società. «Resto fuori dalla moda e dallo stadio, fuori dai partiti e puoi giurarci io non sono l’italiano medio», canta un giovane Neffa. Nello stesso anno vale la pena ricordare anche Che sta succedendo, di Lou X.

I Sangue Misto

L’odio e la banlieue parigina

Siamo nel momento in cui le periferie europee vengono raccontate dal film capolavoro L’odio, di Mathieu Kassovitz, che, con un giovane Vincent Cassel come protagonista, vincerà il premio per la miglior regia al Festival di Cannes del ’95. È il racconto di 24 ore nella banlieue parigina, all’indomani di violente proteste seguite al ferimento di un ragazzo, Abdel, da parte della polizia. Una giornata immersiva nelle difficoltà quotidiane di un quartiere in rivolta, con scene e dialoghi rimasti epici. «Pure la polizia che vedi in giro, mica sta là per pestarvi, ci sta per proteggervi», dice un poliziotto ai protagonisti, con Hubert che gli risponde: «Come no, e da voi chi ci protegge?». Il light motive raccontato dall’inizio del film, mentre una molotov cade sul pianeta terra, incendiandolo è: «Fino a qui tutto bene… Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio». Nelle 24 ore, due dei tre amici passano il tempo a cercare di convincere Vinz, che dopo i disordini ha trovato la pistola persa da un agente, che, anche se Abdel morisse, “vendicarlo” uccidendo un poliziotto non servirebbe a nulla, perché «l’odio chiama l’odio». Alla fine del film Vinz cede, e consegna la pistola a Hubert, l’amico più saggio. In quel momento vengono fermati da una volante. Un poliziotto, riconosce Vinz, che l’aveva schernito poche ore prima e gli punta una pistola alla testa. Parte un colpo. Vinz muore. Hubert tira fuori la pistola e la punta alla testa del poliziotto, che fa lo stesso con lui. L’inquadratura si sposta su Said che prima osserva la scena terrorizzato, poi chiude gli occhi mentre sullo sfondo si sente lo sparo. Non si saprà chi uccide chi, e nemmeno conta più di tanto, perché la spirale di violenza, ormai, è già ripartita. Una delle scene leggendarie del film vede il dj Cut killer affacciato una finestra con piatti e giradischi, con la maglietta dei Cypress Hill addosso. Nel film recita mixando in diretta una canzone che assembla Sound of tha police di KRS-One, che in francese suona molto simile all’espressione “Assassin de la police”; Je Glisse del gruppo francese Assassin, Police degli NTM, e addirittura Je Ne Regrette Rien di Édith Piaf.

Tornando in Italia, alla fine del decennio la tensione diventa più esplicita. Nel 1998 DJ Gruff, figura centrale della prima scena hip-hop italiana, pubblica Lo sbirro, uno dei primi brani in cui la polizia entra direttamente nel racconto urbano del rap. Non è più soltanto il linguaggio della protesta organizzata: è lo sguardo di chi vive la città dal basso, dove il rapporto con le istituzioni è fatto di controlli, diffidenza e tensione quotidiana.

L'odio

L’Italia e la fine degli anni ‘90

Lo stesso clima attraversa il rap romano di fine anni Novanta. Nel 1999 i Colle der Fomento pubblicano Più forte delle bombe, un pezzo che incarna perfettamente la durezza di quella stagione. Tra le barre più esplicite compare anche una frase che riecheggia direttamente l’attitudine antagonista dell’hip-hop più radicale: «È l’Hip Hop più classico, tipo: fanculo ad ogni sbirro».

Poi arriva il 2001, e il rapporto tra piazza e forze dell’ordine entra in una fase completamente nuova. Il G8 di Genova 2001 diventa uno spartiacque nella memoria collettiva italiana. Le immagini degli scontri, la morte di Carlo Giuliani, le violenze della polizia alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto segnano profondamente un’intera generazione. Anche il rap ne assorbe l’impatto: ne scrivono e cantano Moder, Signor K, gli Assalti Frontali, Kento, Ted Bundy e più tardi Inoki, giusto per fare qualche esempio.

Negli anni successivi il conflitto con lo Stato cambia ancora forma. Non passa più soltanto dalle piazze, ma si sposta dentro il racconto delle metropoli e delle periferie. A Milano i Club Dogo raccontano una città segnata da tensioni sociali e controllo urbano in brani come Cronache di resistenza (un verso su tutti: «Noi, generazione post BR figli della bomba, voi, generazione di PR figli della bamba») e Hardboiled Io sono il colpo rotto che inceppa la Glock, in mano ad uno sbirro che spara ad un black bloc», canta sempre Jake la Furia). A Roma, qualche anno dopo, quella stessa tensione prende una forma ancora più cupa nel rap di Noyz Narcos, che in Attica descrive la città come una prigione a cielo aperto, evocando perfino il nome della celebre rivolta carceraria americana del 1971.

Nel 2004 il successo nazionale di La pula bussò, di Fabri Fibra, non fa altro che inscenare un controllo delle forze dell’ordine a casa di un ipotetico fumatore di cannabis. Nel 2005 Inoki canta: «Hanno messo Starsky & Hutch sulle nostre tracce, in questura su un quaderno con le nostre facce» in Non mi avrete mai. Nel 2011 esce Non siete stato voi di Caparezza, con il verso: «Non siete Stato voi, uomini boia con la divisa che ammazzate di percosse i detenuti»: Stefano Cucchi era stato appunto ammazzato di botte in carcere solo due anni prima.

Il filo che lega tutte queste rime resta lo stesso. Cambiano i contesti, cambiano le città, cambiano perfino le ragioni del conflitto. Ma ogni volta che il rap torna a raccontare il potere dal punto di vista di chi lo subisce, riaffiora la stessa intuizione originaria: che nelle crepe delle città, tra sirene, controlli e rabbia sociale, la musica può diventare molto più di una colonna sonora. Può diventare una testimonianza. E, qualche volta, perfino un atto di resistenza, raccontato proprio da quei luoghi in cui il potere si presenta sempre con una divisa, ma quasi mai con una risposta.

Milano, deraglia un tram: un morto e decine di feriti

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A Milano, in Viale Vittorio Veneto, un tram è uscito dai binari, schiantandosi contro un edificio. Dopo l’incidente, una persona è morta e almeno 20 sono rimaste ferite, alcune delle quali in condizioni gravi. Il tram faceva parte della linea 9, che collega piazza della Repubblica a Porta Venezia. La situazione è ancora confusa: secondo quanto comunica l’agenzia di stampa Ansa, il mezzo avrebbe investito delle persone, che sarebbero rimaste incastrate sotto di esso; sul posto sono arrivati soccorsi e diverse ambulanze.

Von der Leyen scavalca l’Eurocamera e annuncia l’applicazione provvisoria di UE-Mercosur

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«Lo avevo già detto: quando loro saranno pronti, noi saremo pronti. La Commissione procederà all’applicazione provvisoria dell’accordo». Così la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha annunciato l’applicazione provvisoria parziale del trattato commerciale tra Unione e Mercosur, il blocco economico degli Stati sudamericani. L’annuncio arriva dopo un’intesa raggiunta con alcuni dei capigruppo del Parlamento UE e dopo la ratifica dell’accordo da parte di Uruguay  e Argentina. Con tale decisione, l’UE potrà iniziare a implementare provvisoriamente la carta con i Paesi del blocco Mercosur che la hanno già ratificata, in attesa di tutte le firme; a mancare tuttavia, è anche la ratifica finale dell’Eurocamera, che lo scorso gennaio ha deferito l’accordo alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. «Si tratta di un’acquisizione di potere antidemocratica senza precedenti», commenta Manon Aubry, portavoce dell’eurogruppo La Sinistra, giudicando l’applicazione di misure provvisorie un tentativo di scavalcare le istituzioni comunitarie.

L’annuncio di von der Leyen è arrivato oggi, 27 febbraio. La decisione della Commissione segue una settimana di consultazioni con i membri del Consiglio e i vertici degli eurogruppi. Dal punto di vista legale, essa si basa sul via libera alla firma dell’accordo da parte del Consiglio arrivata lo scorso 9 gennaio anche grazie al voto dell’Italia: «In base alla decisione adottata oggi», si leggeva allora in un comunicato, «l’UE firmerà l’accordo e applicherà gran parte dei capitoli politici e di cooperazione in via provvisoria, in attesa del completamento delle procedure di ratifica». Dopo la comunicazione di von der Leyen di oggi, un portavoce della Commissione ha spiegato che l’applicazione inizierà a entrare in vigore due mesi dopo il primo scambio di note verbali tra UE e Uruguay (il primo Paese che ha ratificato l’accordo); il portavoce ha affermato di non essere ancora a conoscenza delle tempistiche entro cui dovrebbe avvenire questo passaggio. A partire da allora, in ogni caso, l’UE inizierà a implementare i termini dell’accordo con i Paesi che lo hanno già ratificato. In questo momento – oltre a Uruguay e Argentina – si attendono le firme di Brasile e Paraguay.

La decisione di applicare provvisoriamente il trattato UE-Mercosur è stata criticata dagli eurogruppi e dai Paesi che si oppongono all’accordo; tra questi ultimi, il primo a esporsi è stato il presidente francese Emmanuel Macron da sempre contrario all’intesa: «Non difenderò mai un accordo permissivo verso le importazioni e duro verso la produzione interna», ha detto Macron, giudicando la scelta della Commissione «inadeguata». A venire contestata è proprio la modalità con cui von der Leyen ha deciso di approvare l’applicazione parziale del trattato: «Il più grande accordo di libero scambio della storia viene attuato senza un voto dei parlamenti nazionali o del Parlamento europeo né il parere della Corte di giustizia dell’UE; è una cosa gravissima», ha commentato Aubry. Lo scorso 21 gennaio, infatti, il Parlamento Europeo aveva bloccato la ratifica dell’accordo rinviandolo alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che presumibilmente rilascerà le proprie decisioni fra mesi; la stessa Eurocamera deve ancora procedere con l’esame del contenuto e votare per la sua approvazione, che arriverebbe solo dopo un eventuale semaforo verde dalla Corte.

L’accordo UE-Mercosur intende liberalizzare il commercio tra i due raggruppamenti di Paesi. Esso eliminerebbe la maggior parte delle tariffe sui prodotti del settore agroalimentare e su quelli industriali, snellirebbe la burocrazia, favorirebbe i trasporti, alleggerirebbe i controlli, e incentiverebbe il settore telecomunicativo. Il risultato sarebbe la nascita di una delle maggiori aree di libero scambio del mondo, che interesserebbe 700 milioni di consumatori. Nei mesi, è stato duramente contestato dagli agricoltori europei che temono di subire gli effetti della liberalizzazione commerciale sotto forma di aumento dei prezzi, perché ritengono che i beni sudamericani verrebbero favoriti dal mercato per i minori controlli su pesticidi e sul processo produttivo a cui sono soggetti, finendo dunque per fare concorrenza sleale ai prodotti locali.