Un grave difetto software ha costretto le compagnie aeree di tutto il mondo a fermare migliaia di Airbus A320, dopo che il mese scorso un volo JetBlue ha subito un improvviso calo di quota che ha causato 15 feriti. Il problema, legato al software Elac prodotto da Thales, potrebbe coinvolgere circa 6.000 aerei: l’esposizione a intensa radiazione solare può corrompere dati essenziali dei controlli di volo a seguito di un recente aggiornamento. Easa e Faa hanno chiesto un aggiornamento urgente, avvertendo di possibili ulteriori disagi. Ritardi e cancellazioni sono attesi anche nel Regno Unito e negli USA, dove il problema riguarderebbe circa 500 velivoli.
Sciopero generale: cortei in tutta Italia, a Torino letame sulla sede de La Stampa
Nella giornata di ieri, 28 novembre, l’Italia si è di nuovo fermata per scendere in piazza. Migliaia di persone hanno percorso le strade di tutte le principali città italiane per ribadire la contrarietà della società civile alla «finanziaria di guerra», ovvero la politica del governo di sottrarre sempre più risorse a sanità, istruzione e welfare per rifornire le casse del settore bellicista. A fermarsi sono stati lavoratori del settore pubblico e privato, dalle scuole ai mezzi di trasporto. I cortei più numerosi si sono svolti a Milano, Bologna e Genova, dove a sfilare in testa vi erano Greta Thunberg e Francesca Albanese. Non sono mancati gli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti: a Venezia, per esempio, la polizia, schierata a protezione della sede di Leonardo SpA, ha usato gli idranti per fermare il corteo che si stava recendo verso l’azienda per denunciarne la complicità nel genocidio a Gaza. Ma a riempire le pagine dei quotidiani di oggi c’è un’azione del tutto dimostrativa, la cui “gravità” ha smosso le istituzioni fino al presidente della Repubblica Mattarella e alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni: la protesta che, a Torino, ha visto coinvolta la sede del quotidiano La Stampa, preso di mira dai manifestanti con lanci di letame e scritte sui muri.
Assalto alla redazione de La Stampa, titola il quotidiano stesso, mentre la quasi totalità dei giornali gli fa eco con gli stessi toni. Assalto alla redazione de La Stampa titola il Corriere, Assalto dei proPal alla sede del quotidiano La Stampa scrive La Repubblica, Assalto alla redazione della Stampa copincolla il Sole24Ore. La solidarietà istituzionale non si è fatta attendere e ha scalato i muri di palazzo fino ad arrivare a Piantedosi, poi a Meloni e addirittura al presidente della Repubblica Mattarella, tutti indignati per quanto accaduto. Contro la sede del quotidiano infatti sono state lanciate pericolose zolle di letame, mentre sulle mura dell’edificio sono state lasciate alcune scritte poco lusinghiere. Un gruppo di persone ha poi fatto ingresso nella redazione (vuota, in quanto con lo sciopero nazionale coincideva la protesta dei giornalisti) e avrebbero gettato in terra qualche quotidiano. Atti gravissimi, cui è giunta celere la condanna istituzionale: un’azione «gravissima e del tutto inaccettabile» ha tuonato Piantedosi al telefono con il direttore del giornale, Andrea Malaguti, cui è giunta la solidarietà anche di Elly Schlein. Solidarietà è stata immediatamente espressa anche dai colleghi de La Repubblica, il cui Consiglio di Redazione ha espresso vicinanza per l’imperdonabile accaduto.
Secondo i medesimi quotidiani, «l’assalto» è avvenuto quando «la frangia più violenta» si è staccata dal corteo principale, dirigendosi verso la sede del giornale – una narrazione riproposta quasi identica nel contesto di tutte le proteste più importanti (è quanto accaduto anche durante l’ultimo grande sciopero nazionale). I manifestanti si sono mossi al grido di «Free Shahin» e «Giornalisti complici dell’arresto in CPR di Shahin». Pochi giorni fa, a Torino, le autorità hanno infatti arrestato e tradotto in CPR (prima di Torino, poi a Caltanissetta) Mohamed Shahin, imam della moschea di via Saluzzo e figura di spicco delle proteste per la Palestina degli ultimi due anni. A motivare il suo arresto sarebbero state proprio alcune frasi da lui pronunciate e rivendicate nel corso di dichiarazioni rilasciate alla stampa, nelle quali affermava che il 7 ottobre fosse la reazione del popolo palestinese ad anni di oppressione e sterminio compiuti da Israele. Tali frasi gli sono costate la revoca del permesso di soggiorno (Shahin si trovava in Italia con la famiglia da vent’anni) e l’emissione di un decreto di espulsione. L’imam sarà ora rimpatriato nel suo Paese d’origine, l’Egitto, dove rischia il carcere (se non la morte) perchè considerato un dissidente in ragione della sua avversione al regime di Al Sisi.
Secondo i manifestanti, quotidiani come La Stampa si sono resi complici nel costruire una narrazione mediatica che ha dipinto Shahin come un terrorista, favorendone l’arresto. I collettivi studenteschi che hanno rivendicato l’azione, pubblicando lui stesso immagini dell’ingresso dei manifestanti all’interno della redazione e del lancio di letame, hanno infatti sottolineato che «La stampa di tutto il Paese in questi giorni ha dipinto Mohamed Shahin come uno spaventoso terrorista, aderendo alle veline commissionate direttamente dalla DIGOS su volere del governo. Torino, che conosce Shahin meglio di chiunque altrə, sa bene distinguere la verità dalla prezzolata propaganda sionista. La verità la scrivono le milioni di persone che in tutta Italia hanno partecipato ai cortei che denunciano le complicità dei nostri politici con lo stato di Israele e l’industria bellica, sapendo che gli unici terroristi sono loro».
Ucraina, scandalo corruzione: si dimette il consigliere di Zelensky
Un nuovo terremoto politico scuote l’Ucraina: Andriy Yermak, consigliere presidenziale e stretto alleato di Zelensky, si è dimesso dopo la perquisizione del suo appartamento nell’ambito di un’inchiesta su uno scandalo da 100 milioni di euro. Zelensky lo ha lodato ma ha sottolineato che «non ci dovrebbe essere motivo di essere distratti da nient’altro che dalla difesa dell’Ucraina». Secondo indiscrezioni, Yermak sarebbe stato in procinto di partire per gli USA per colloqui di pace con figure legate a Donald Trump, tra cui Jared Kushner e Steve Witkoff. Le perquisizioni rientrano in un’indagine sulle tangenti nell’energia nucleare legata a un collaboratore fuggito all’estero.
Il ministro Crosetto ha proposto il ritorno del servizio militare in Italia
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato ieri che intende portare in Parlamento un disegno di legge per reintrodurre il servizio militare in Italia, alla luce di una percepita minore sicurezza che accomuna tutti gli Stati europei in conseguenza dei rapporti ostili con la Russia. «È uno schema che in qualche modo non è molto diverso da quello tedesco, perché prevede una volontarietà. Quello tedesco ha un automatismo che scatta, quello francese – da ciò che leggo – è totalmente volontario», ha affermato ieri Crosetto in conferenza stampa a Parigi circa l’ipotesi di una reintroduzione del servizio militare in Italia, che sarebbe per ora su base volontaria, come in Francia e Germania. L’idea di rafforzare la Difesa e aumentare le fila delle forze armate, infatti, è un’idea che circola in gran parte degli Stati europei insieme a quella di un’imminente e inevitabile guerra contro Mosca, sebbene il presidente russo Vladimir Putin proprio in questi giorni abbia definito una «completa assurdità» e una «menzogna spudorata» la narrazione secondo cui la Russia sarebbe pronta a invadere l’Europa.
«Tutte le nazioni europee vedono messi in discussione i modelli costruiti 10-15 anni fa, e tutti stanno pensando di aumentare il numero delle forze armate» ha detto Crosetto, spiegando che anche in Italia bisogna avviare una riflessione che conduca ad abbandonare le scelte fatte negli ultimi decenni di riduzione delle forze militari, in quanto «ci sono motivi di sicurezza che rendono importante farlo». In concreto, dunque, la proposta punta ad istituire una riserva militare ausiliare dello Stato con determinate specialità, con l’obiettivo di aumentare il numero delle attuali forze armate almeno di diecimila unità, attraverso un servizio di leva su base volontaria pronto ad entrare in azione in caso di necessità. Crosetto ha anche sottolineato che «la difesa in futuro ha bisogno non soltanto di più uomini ma anche di regole diverse».
Come anticipato, la proposta di legge che Crosetto intende portare in Parlamento si inserisce in un più generale contesto in cui gli Stati europei sembrano mossi dall’esigenza irrefrenabile se non di prepararsi a una reale guerra contro la Russia, perlomeno di predisporre il comparto bellico e soprattutto l’opinione pubblica a questa possibilità, trasformando completamente l’architettura della difesa europea e instillando uno stato di allarme permanente nei cittadini. Proprio in questo scenario rientrano anche le più ampie proposte di Crosetto per trasformare il comparto militare. Si tratta di una serie di iniziative che si può dire che facciano dell’ex presidente di Orizzonti sistemi navali e di AIAD (federazione delle Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza) un aspirante ministro della Guerra. Nel corso del mese di novembre, infatti, ha annunciato una riforma strutturale delle forze armate e l’arruolamento di 30mila nuovi militari, in aggiunta ai 170mila già presenti, insieme al varo di una “Arma Cyber”, un corpo speciale da 5 mila uomini destinato a fronteggiare la cosiddetta “guerra ibrida”. Inoltre, ha predisposto il potenziamento degli organici militari dedicati al settore cyber con 10/15mila nuove unità e la creazione di uno scudo aereo nazionale con sensori per monitorare gli obiettivi sensibili e una flotta di droni.
«La situazione che stiamo vivendo adesso ci impone di prepararci a scenari che fino a cinque anni fa non erano prevedibili: questo vuol dire avere più personale, perché serve anche capacità di farlo ruotare, e servono regole diverse di reclutamento», ha dichiarato Crosetto in un’intervista con Bruno Vespa nella trasmissione filogovernativa 5 minuti. Ne emerge un messaggio potente per plasmare e spaventare l’opinione pubblica, secondo cui l’Italia e in generale l’“Occidente” è sotto attacco. Una narrazione che giustifica il rafforzamento del settore militare e il riarmo e il trasferimento di fondi da settori come la scuola, la sanità e l’industria verso la Difesa. Si tratta di un progetto che risponde a logiche sovranazionali che scaturiscono da Bruxelles e dall’Alleanza atlantica e che rischia di acuire la crisi economica e sociale degli Stati europei, sottraendo risorse alla spesa pubblica e alimentando il debito pubblico con investimenti non produttivi.
Da parte sua, il presidente russo Vladimir Putin ha liquidato le voci che circolano riguardo a un attacco russo all’Europa come «una vera e propria sciocchezza» sottolineando che è difficile capire cosa spinge le élite europee a alimentare questa narrazione. «Ci sono persone, a mio avviso un po’ fuori di testa o magari dei furbi, che da questa situazione vogliono ricavarci qualcosa. Dicono pubblicamente ai loro cittadini che la Russia si starebbe preparando a invadere l’Europa e che quindi occorre rafforzare immediatamente la propria capacità difensiva. Forse vogliono favorire gli interessi dell’industria bellica, di aziende private, oppure cercano di risollevare i propri indici di gradimento interno, visti lo stato disastroso dell’economia e del settore sociale. È difficile capire cosa li spinga ma, secondo noi, è una completa assurdità, una menzogna spudorata» ha affermato ieri il capo del Cremlino rispondendo alle domande dei giornalisti.
Gli interessi dell’industria bellica nel piano di riarmo europeo non sono certo da sottovalutare, considerato l’aumento del valore delle azioni delle aziende produttrici di armi durante i conflitti in Ucraina e a Gaza, così come anche l’esigenza di Bruxelles di un motivo forte che unisca un’Unione sempre più disgregata e fragile con profondi problemi finanziari. L’Italia con il ministro Crosetto non è certo un’eccezione in questo panorama in cui confluiscono interessi economici, politici e di potere che sembrano avere trovato nel riarmo e nel rafforzamento dell’esercito e del comparto militare il loro canale privilegiato.
Judo, Federazione Internazionale riammette per prima gli atleti russi
La International Judo Federation (IJF) ha deciso di riammettere gli atleti russi nelle competizioni internazionali con bandiera e inno nazionale, diventando la prima federazione a farlo dopo il bando deciso nel 2022. A partire dall’Abu Dhabi Grand Slam 2025, in corso fino al 30 novembre negli Emirati Arabi, judoka russi potranno gareggiare a pieno titolo, con tutti i simboli nazionali. L’IJF giustifica la scelta sostenendo che lo sport deve restare neutrale, equo e libero da discriminazioni e che gli atleti non sono responsabili delle scelte dei loro governi.
Chat Control: primo via libera da Bruxelles, Italia astenuta
I rappresentanti permanenti presso il Consiglio dell’Unione Europea (Coreper) hanno dato il primo via libera alla posizione negoziale sul regolamento noto come Chat Control, pensato per contrastare gli abusi sessuali su minori online. Il voto, svoltosi a Bruxelles il 26 novembre 2025, ha registrato l’astensione dell’Italia, che ha espresso preoccupazioni sulla tutela della privacy e sulla sicurezza delle comunicazioni cifrate. La prossima tappa è il voto decisivo del Consiglio UE l’8 e 9 dicembre.
Il regolamento – formalmente chiamato Regulation to Prevent and Combat Child Sexual Abuse (CSAR) – aveva suscitato sin da subito polemiche per la parte più controversa: la scansione automatica di messaggi, foto, video e allegati nei servizi di messaggistica, anche quando protetti da crittografia end-to-end. Il meccanismo avrebbe comportato l’impiego di un software incaricato di analizzare i messaggi di tutti i cittadini europei, aggirando le garanzie della crittografia e segnalando automaticamente alle autorità i contenuti ritenuti sospetti in materia di abusi sui minori. Da anni, le agenzie di sicurezza chiedono un accesso esteso alle comunicazioni digitali per contrastare la criminalità e questa impostazione comprimerebbe in modo strutturale il diritto alla privacy. Lo stallo, in atto da oltre due anni dalla presentazione della proposta della Commissione europea nel maggio 2022, è stato superato grazie alla scelta della presidenza danese di attenuare l’impianto normativo, eliminando dal testo l’obbligo di scansione generalizzata dei messaggi, uno dei passaggi più contestati. La modifica ha evitato la ricostituzione della minoranza di Paesi contrari, che il 9 ottobre 2025 aveva già determinato il rinvio del voto. La Germania aveva guidato il fronte del “no”. Insieme a Berlino si erano schierati anche Austria, Olanda, Finlandia, Polonia e Repubblica Ceca, mentre altri Paesi, incerti o divisi al loro interno, avevano preferito non esporsi.
Nella nuova bozza i controlli non sarebbero più imposti in maniera indiscriminata, ma lasciati alla discrezionalità dei singoli fornitori di servizi nella progettazione e nell’attuazione delle difese digitali a tutela dei minori, introducendo una “facoltatività”. L’articolo 4 del nuovo impianto normativo impone alle piattaforme l’adozione di «misure appropriate di mitigazione del rischio», senza però definire un elenco puntuale e vincolante degli strumenti da utilizzare. La revisione della norma non ha dissipato tutte le perplessità: secondo chi critica il provvedimento, questo compromesso rappresenta solo un adeguamento formale, destinato a rendere legittima una forma di sorveglianza di massa. Tra le ipotesi più controverse figura l’introduzione dell’obbligo di verifica dell’età: qualora il Chat Control venisse approvato, sarà probabile dover trasmettere i propri documenti alle piattaforme per aprire un profilo di messaggistica, un account di posta o accedere a servizi cloud. Una misura che di fatto sancirebbe la fine dell’anonimato online, seguendo un modello già previsto da febbraio per l’accesso ai siti pornografici.
L’astensione dell’Italia indica una riserva circa qualsiasi forma di controllo generalizzato delle comunicazioni private, sia da parte dello Stato sia dei soggetti privati. Roma ha chiesto garanzie concrete: secondo Palazzo Chigi, la presidenza danese dovrebbe garantire un approfondimento serio sulle conseguenze per la privacy e la protezione delle comunicazioni cifrate. Con l’astensione, l’Italia sembra voler salvaguardare il principio della segretezza delle comunicazioni e la tutela dei diritti digitali, senza però bloccare del tutto l’avanzamento del dossier, scelta che in ambienti politici e tecnici viene letta come un equilibrio precario tra sicurezza e libertà. Il via libera non rende immediatamente operativo il Chat Control, ma apre la strada alla fase finale dei negoziati tra Parlamento Europeo, Commissione e Consiglio. Durante il cosiddetto trilogo, le parti tenteranno di trovare un compromesso definitivo sui punti ancora oscuri: le modalità di scansione, la tutela delle comunicazioni criptate, la reale portata del potere delle piattaforme e le garanzie per la privacy di cittadini e utenti. Se il testo dovesse essere approvato, le conseguenze sarebbero rilevanti: milioni di utenti rischierebbero di vedere le proprie chat sottoposte a verifica preventiva, indipendentemente da sospetti concreti.
Fuga di dati coinvolge ChatGPT: esposti nomi ed email degli utenti
Mixpanel ha annunciato di aver subito un “incidente di sicurezza”, ossia una fuga di dati di entità ancora non esplicita. L’azienda, poco nota al grande pubblico, ma centrale nell’infrastruttura digitale, fornisce servizi di analisi all’azienda di intelligenza artificiale OpenAI, monitorando le interazioni degli utenti con l’interfaccia di programmazione di ChatGPT. OpenAI ha prontamente assicurato il pubblico che, pur essendo stati sottratti alcuni dati personali, non risultano compromesse le informazioni sensibili. Nel frattempo, la società ha comunque deciso di sospendere la collaborazione con Mixpanel.
La violazione risale all’8 novembre, tuttavia questa è stata resa pubblica solamente ieri, giovedì 27 novembre. Nella sua nota, Mixpanel afferma di essere stata vittima di una campagna di smishing — una variante del phishing veicolata via SMS — e di aver adottato di conseguenza delle misure correttive, tra cui il rinnovo delle proprie password e il blocco degli accessi sospetti. OpenAI, da parte sua, precisa che l’incidente ha riguardato “un numero limitato di dati analitici relativi ad alcuni utilizzi dell’API” e ribadisce che “gli utenti di ChatGPT e degli altri prodotti non sono stati colpiti”. Curiosamente, però, OpenAI colloca la fuga di dati al 9 novembre, un giorno dopo la data indicata da Mixpanel.
Secondo quanto dichiarato da OpenAI — l’unica delle due aziende ad aver fornito dettagli sulla natura dei dati compromessi — gli intrusi hanno avuto accesso a nomi, indirizzi email, identificativi degli utenti e delle organizzazioni associate, oltre ai sistemi operativi utilizzati per collegarsi agli account e all’area geografica approssimativa degli utilizzatori del servizio. Dati che, seppur non sensibili in senso stretto, possono essere sfruttati per orchestrare campagne di phishing mirate e altamente persuasive. A rendere la vicenda più grave, secondo quanto riscontrato da CyberNews, OpenAI avrebbe trasmesso a Mixpanel informazioni non anonimizzate, in violazione delle pratiche fondamentali di sicurezza nella gestione dei dati.
Nonostante il dichiarato impegno alla trasparenza, resta poco chiaro cosa sia accaduto all’interno di Mixpanel per provocare l’incidente informatico. Dai comunicati ufficiali si può intuire che soggetti terzi siano riusciti a ottenere l’accesso agli account di uno o più dipendenti, acquisendo di conseguenza la possibilità di consultare i dati gestiti dalla piattaforma. Se questa ricostruzione fosse corretta, il problema riguarderebbe potenzialmente tutte le aziende che si affidano ai servizi di Mixpanel, una lettura che viene parzialmente confermata dal fatto che anche CoinTracker, entità di tracciamento di criptoportafogli, ha dichiarato di essere stata coinvolta nella violazione.
Ciò che è certo è che OpenAI attribuisce la responsabilità a Mixpanel, la quale sostiene tra le righe che sia colpa di un fattore umano, ovvero che dipendenti o collaboratori si siano fatti ingenuamente ingannare da qualche persuasivo truffatore. L’episodio ricalca però una tendenza sempre più diffusa, ovvero la violazione di dati e sistemi attraverso fornitori terzi, subappaltatori che si dimostrano più vulnerabili delle grandi aziende tech, ma a cui vengono esternalizzati servizi di ogni tipo.
Nel 2020 si è verificato il grave incidente legato al software Orion di SolarWinds, il quale ha compromesso numerose grandi aziende e diverse agenzie governative statunitensi. Nello stesso anno, in Italia, Enel e Luxottica hanno registrato compromissioni riconducibili a fornitori tecnologici esterni. Più di recente, lo scorso 23 novembre, è emerso il caso di SitusAMC, società che gestisce informazioni su mutui e prestiti per importanti istituti finanziari di Wall Street. Questo schema di responsabilità estesa consente ad aziende come OpenAI di sostenere — con difficoltà di smentita — che gli incidenti dipendano da negligenze di terze parti e non dalle fragilità dei propri sistemi. Nonostante questo, resta legittimo chiedersi se tale argomentazione regga nella realtà dei fatti: in ultima istanza è il committente che sceglie, integra e controlla i fornitori nella propria filiera, anche quando questi si dimostrano manchevoli.
Venezuela, ambasciatore italiano visita Trentini e Burlò in carcere
L’ambasciatore italiano a Caracas Giovanni De Vito ha visitato ieri in carcere Alberto Trentini, cooperante italiano detenuto da oltre un anno in Venezuela. Secondo quanto riferito alla Farnesina, Trentini sarebbe apparso “in condizioni di umore migliori rispetto all’ultima visita”. Durante lo stesso incontro, l’ambasciatore ha incontrato anche un altro detenuto italiano, Mario Burlò, l’imprenditore torinese detenuto dal 2024 in Venezuela. La visita rientra nella strategia diplomatica voluta dal governo Meloni finalizzata a ottenere la liberazione dei nostri connazionali detenuti all’estero.
Perché la Corte dei conti ha bocciato il Ponte sullo Stretto: i contenuti della sentenza
Dopo trenta giorni di attesa sono state depositate le motivazioni della pronuncia con la quale la Corte dei Conti ha bocciato il progetto del Ponte sullo stretto di Messina. Trentatré pagine di argomentazioni giuridiche che svelano tutte le criticità del progetto su cui punta il governo Meloni. E mentre dal governo si continua a mostrare fiducia, assicurando che i tecnici governativi sono al lavoro per risolvere rapidamente i rilievi della Corte, leggendo il documento emergono punti che in realtà demoliscono dalla base il progetto: violazioni sostanziali delle normative nazionale e comunitarie in tema di appalti, tutela dell’ambiente e degli habitat naturali, nonché rilievi sui costi complessivi dell’opera. Obiezioni giuridiche che vanno ad aggiungersi alla mobilitazione popolare contro il Ponte, che domani 29 novembre, tornerà a manifestare a Messina.
Il primo e forse più grave vizio di legittimità evidenziato dalla Corte concerne la protezione ambientale. I giudici hanno infatti rilevato la piena violazione dell’art. 6, paragrafi 3 e 4, della direttiva 92/43/CE (Direttiva Habitat). Nonostante il parere negativo della Commissione tecnica VIA-VAS sulla Valutazione di Incidenza per tre siti della Rete Natura 2000, il progetto è stato fatto procedere grazie a una delibera del Consiglio dei Ministri che ha approvato la relazione IROPI (Imperative Reasons of Overriding Public Interest). Tuttavia, per la Corte, questa procedura è viziata alla base. «Né maggiori, e più circostanziate, valutazioni sull’assenza di soluzioni alternative alla costruzione del Ponte – tali da integrare adeguata motivazione – sono rinvenibili nella relazione IROPI, che, in modo estremamente sintetico e assiomatico, […] rimarca che “date le motivazioni imperative di sicurezza e di sviluppo economico solo il Ponte sullo stretto, a campata unica, riesce a soddisfare le necessità minimizzando gli impatti ambientali”», si legge nelle motivazioni. Anche le «considerazioni connesse con la salute dell’uomo e la sicurezza pubblica», che permettono di «prescindere dall’acquisizione di formale parere della Commissione europea e di far ricorso a mera informativa in favore della stessa» sono risultate «prive di adeguata istruttoria svolta dalle strutture tecnico-amministrative dei ministeri competenti».
Il secondo pilastro della pronuncia riguarda la direttiva n. 2014/24/UE (c.d. direttiva Appalti). La Corte rilegge l’articolo 72, che disciplina le modifiche ai contratti pubblici, concludendo che le trasformazioni intervenute negli anni cambiano la natura economica dell’operazione: «Risultano, invero, verificate “condizioni che, se fossero state contenute nella procedura d’appalto iniziale, avrebbero attratto ulteriori partecipanti alla procedura di aggiudicazione”», elementi che avrebbero richiesto l’indizione di una nuova gara. L’opera, che originariamente doveva essere realizzata con project financing (40% capitale privato e 60% mercati), oggi è infatti coperta «integralmente su risorse pubbliche». La Corte osserva, inoltre, che le amministrazioni non hanno fornito i necessari elementi di calcolo, basandosi su «elaborazioni endoprocedimentali mai formalizzate in un provvedimento».
Il terzo capo d’illegittimità è rappresentato dalla scelta di avere escluso l’Autorità di Regolazione dei Trasporti (ART) dalla procedura di approvazione del piano economico-finanziario e del sistema tariffario. La giustificazione addotta – ovvero che il ponte sullo Stretto rientrerebbe nella categoria di “strada extraurbana di categoria B” – non ha convinto la Corte, che l’ha definita frutto di una «lettura parziale, non condivisibile, del d.l. n. 201/2011». Tale lettura «ha precluso la partecipazione al procedimento di ART, quale soggetto autonomo e indipendente istituzionalmente preposto, altresì, alla tutela dell’utenza». In un’opera così complessa, il contributo tecnico dell’Autorità sarebbe stato «doveroso», sottolineano i giudici.
A fine ottobre, l’esecutivo non aveva preso bene la bocciatura della Corte dei Conti. In un post sui social, la premier Meloni aveva criticato aspramente i giudici, affermando che si sarebbe battuta contro la loro «intollerabile invadenza, che non fermerà l’azione di governo sostenuta dal Parlamento». Oggi Palazzo Chigi usa toni più concilianti, dichiarando che «il governo è convinto che si tratti di profili con un ampio margine di chiarimento davanti alla stessa Corte, in un confronto che intende essere costruttivo e teso a garantire all’Italia un’infrastruttura strategica attesa da decenni». Quando è uscito il comunicato della Corte, il anche il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini era stato molto duro, scrivendo che «se la casta dei giudici pensa di fermare il cambiamento, la modernità e le opere pubbliche portate avanti da un governo scelto e sostenuto dagli Italiani, ha sbagliato a capire». Il Mit ora dichiara di «prendere atto delle motivazioni della Corte dei Conti», evidenziando che «tecnici e giuristi sono già al lavoro per superare tutti i rilievi e dare finalmente all’Italia un Ponte unico al mondo per sicurezza, sostenibilità, modernità e utilità».
La Corte – occorre ricordarlo – non si esprime sul merito dell’opera, ma solo sulla sua legittimità rispetto a norme di procedura, appalti e ambiente. Dopo il parere contrario dei giudici, l’esecutivo non è obbligato a fermare il progetto. Può infatti presentare una richiesta di riesame, fornendo nuovi chiarimenti. Se la Corte, dopo questo secondo esame, confermerà le sue criticità, potrà apporre un «visto con riserva». In questo caso, la delibera diventerebbe pienamente operativa e i lavori potrebbero iniziare. Tuttavia, il «visto con riserva» è una dichiarazione formale di illegittimità: la Corte segnalerà la cosa al Parlamento, e il governo si assumerà l’onere politico di procedere nonostante il parere sfavorevole dell’organo di controllo. Nel frattempo, lo scorso 18 novembre, la Corte dei Conti ha comunicato di non avere concesso il visto di legittimità al terzo atto aggiuntivo della convenzione tra il Ministero delle Infrastrutture e la società concessionaria Stretto di Messina Spa. Di questa pronuncia di attendono ancora le motivazioni.









