«Non vogliono i nostri prodotti». L’agricoltura israeliana, storicamente fiore all’occhiello dell’export nazionale, è oggi sull’orlo del collasso per il crollo della domanda sui mercati esteri, soprattutto europei. Agrumeti e piantagioni di mango registrano continue cancellazioni e vendite azzerate, effetto diretto del boicottaggio internazionale che sta isolando i prodotti israeliani dal commercio globale. Nei campi la frutta marcisce sugli alberi, mentre il settore perde redditività. Nonostante ciò, i coltivatori dichiarano di preferire la distruzione dei raccolti anziché prendere in considerazione l’ipotesi di venderli a Gaza.
Gli agrumeti di comunità agricole come il kibbutz Givat Haim Ichud ed Ein Hahoresh sono diventati l’emblema di un mercato in affanno, come mostrano i reportage dell’emittente Kan 11. I coltivatori raccontano che le commesse europee – un tempo pilastro dell’export di Tel Aviv – vengono progressivamente annullate. Il servizio andato in onda a fine novembre 2025, intitolato “Fine della stagione delle arance”, è ambientato proprio a Givat Haim Ichud, dove i frutteti sorgono accanto ai resti di Khirbet al-Manshiyya, villaggio palestinese distrutto nel 1948. Qui, il responsabile delle coltivazioni, Nitzan Weisberg, avverte che l’intero comparto rischia di essere smantellato per l’assenza di sbocchi esteri. Se la situazione dovesse aggravarsi, conclude, l’esito sarebbe inevitabile: il “collasso”. «La frutta israeliana, pur di alta qualità, oggi è meno richiesta in Europa», afferma Gal Alon, gestore dei frutteti del kibbutz Ein Hahoresh, che oggi vende a perdita o rinuncia del tutto all’export. Il simbolo di questa crisi è la celebre marca delle arance di Jaffa: da decenni brand riconosciuto sui mercati esteri, è praticamente scomparso dalle esportazioni, segno di una domanda in caduta libera. «Prima della guerra, esportavamo alcune [arance] in Scandinavia», afferma Daniel Klusky, Segretario Generale dell’Organizzazione Israeliana degli Agrumicoltori. «Ma dopo la guerra, non abbiamo esportato nemmeno un container».
Non va meglio per la stagione dei mango, una delle principali esportazioni israeliane verso il mercato europeo. In diversi casi, tra 700 e oltre 1000 tonnellate di frutta non sono state raccolte perché non vi era mercato per venderle, e molte di queste sono rimaste a marcire sugli alberi. I produttori stimano perdite ingenti, con alcuni agricoltori che vedono rotolare tonnellate di prodotto invenduto a causa della contrazione dei canali commerciali abituali. Anche di fronte a perdite ingenti, molti produttori dichiarano di preferire la distruzione dei raccolti anziché prendere in considerazione le alternative. Moti Almoz, generale in pensione ed ex portavoce militare, oggi coltivatore di mango, lo afferma senza esitazioni: non venderà mai a Gaza, nemmeno se questo potesse garantirgli un guadagno. «Se c’è il rischio che io perda soldi perché questo mango diventa un interesse di Hamas, allora preferisco perdere soldi», dice, rendendo esplicita una scelta che antepone l’ideologia alla sopravvivenza economica.
A complicare il quadro si aggiungono i fattori logistici: la navigazione attraverso il Mar Rosso è stata influenzata dal blocco dei ribelli Houthi, costringendo le navi a lunghe rotte alternative più costose, con effetti negativi sui tempi di consegna e sulla qualità dei prodotti freschi. Ma la crisi non può essere ridotta a un semplice problema di trasporti. Le difficoltà dell’agricoltura israeliana si collocano dentro una reazione globale ai crimini commessi nella Striscia di Gaza e alla crescente diffusione di campagne di boicottaggio. In Europa, quando esiste un’alternativa, importatori e distributori scelgono altri fornitori, relegando i prodotti israeliani ai margini del mercato. Per decenni, l’export agricolo ha garantito stabilità economica e sostegno alle comunità rurali; oggi la perdita di mercati storici non colpisce soltanto i bilanci, ma incrina anche l’immagine stessa del “brand” nazionale, esposto alla pressione di consumatori sempre più consapevoli. L’esperienza storica insegna che, quando è coerente e condiviso, il boicottaggio smette di essere un gesto simbolico e diventa uno strumento reale di cambiamento: l’azione dal basso dimostra come scelte collettive possano incidere su equilibri che sembravano intoccabili.
La cronaca ormai è nota: all’alba del 3 gennaio il presidente Trump ha riapplicato la vecchia dottrina Monroe, in base alla quale gli USA si arrogano il diritto imperiale di rovesciare a proprio piacimento gli altri governi americani, e con un’operazione illegale ha rapito il presidente venezuelano Nicolás Maduro, che ora si trova detenuto con la surreale accusa di essere a capo di una banda di narcotrafficanti. Al posto del presidente venezuelano siede ora la sua vice, Delcy Rodríguez, alla quale il boss nordamericano ha intimato di fare quello che chiede – ossia abbandonare ogni velleità socialista e reinsediare al posto di comando dell’economia le multinazionali statunitensi – oppure di abituarsi all’idea di avere una sorte peggiore di quella occorsa al suo predecessore. Una mossa con la quale la Casa Bianca intende porre fine a 26 anni di storia in cui il Venezuela, prima con il presidente Chavez e poi con Maduro, ha rappresentato una spina nel fianco per gli USA. Per capire cosa potrebbe succedere ora nel Paese con le più ricche riserve petrolifere mondiali abbiamo fatto una chiacchierata con Geraldina Colotti, giornalista – direttrice dell’edizione italiana di Le Monde Diplomatique e del sito d’informazione Resumen Latinoamericano – tra le maggiori esperte di Venezuela e residente a Caracas. Il suo, giusto specificarlo, è un punto di vista militante, di un’attivista che non si è limitata a raccontare il Venezuela ma ha supportato attivamente il chavismo. Non per questo la sua testimonianza perde valore. Anzi, e questo è il motivo per cui L’Indipendente ha deciso di ospitarla, fornisce una chiave di lettura preziosa e impossibile da trovare sui media liberali e governativi, che in Venezuela hanno scelto da sempre di stare dalla parte della cosiddetta “opposizione democratica” filo-americana.
Le reazioni del popolo venezuelano
L’invasione statunitense al Venezuela si inserisce all’interno di una strategia di attacco e di depredazione che gli USA stanno conducendo nei confronti di Paesi con ricorse minerali ed energetiche strategiche: nel caso del Venezuela il petrolio, in quello della Groenlandia – altro Paese nelle mire trumpiane – le terre rare. Il Paese sudamericano possiede le risorse petrolifere più abbondanti al mondo, ricchezza che spiega gli obiettivi USA e la sproporzionalità dell’attacco del 3 gennaio avvenuto, come ci spiega Colotti che abita a poca distanza dal principale luogo colpito di Caracas, «con droni e con una potenza di fuoco e impiego di mezzi bellici tecnologici di ultimissima generazione, compresa una tempesta magnetica». A Caracas, lo scontro armato è durato oltre due ore e ha causato la morte di oltre cento persone e altrettanti feriti, molto gravi, non solo tra i militari ma anche tra i civili. Il luogo in cui sono stati sequestrati Maduro e Flores non ospita solo la più grande cittadella militare della capitale. A Fuerte Tiuna c’è, infatti, anche il più grande agglomerato di case popolari costruite dal governo.
I venezuelani definiscono ”aggressione” l’attacco degli Stati Uniti. «La patria non è in vendita», hanno gridato i manifestanti a Caracas
Sebbene non siano stati puntati i riflettori verso la risposta del popolo venezuelano, Colotti ci racconta che all’indomani dell’invasione, la popolazione di Caracas ha marciato verso il palazzo presidenziale per riunirsi, discutere e respingere il sequestro del presidente. «Da allora, ogni giorno vi sono marce di tutti i settori popolari in appoggio al governo, che si aprono e si concludono con tribune pubbliche a microfono aperto. In tutte le città si stanno dispiegando artisti, poeti, cantanti, ballerini e saltimbanchi per parlare di “pace con giustizia sociale” e non di vendetta». A provocare un forte impatto emotivo sulla popolazione sono state anche alcune scelte di Maduro e Flores: la decisione della donna di seguire il proprio compagno pur non essendo bersaglio delle forze USA e, soprattutto, l’atteggiamento di Maduro e Flores che, dopo aver respinto le accuse e aver rifiutato il patteggiamento, si sono dichiarati prigionieri politici. Il popolo sembra dunque essere sceso in piazza a sostegno del proprio presidente – o forse soprattutto in contrarietà con l’invasione USA – nonostante negli anni il governo Maduro abbia adottato misure contraddittorie e violente tra cui l’incarcerazione di numerosi oppositori. La politica di Caracas ha fatto sì che quasi sette milioni di venezuelani siano emigrati in altri Paesi dell’America Latina, un numero più che consistente per un Paese di nemmeno trenta milioni di persone.
L’escalation di Trump
Ci riferisce Colotti che nelle strade di Caracas non si vedono carri armati, ma è stata predisposta un’ulteriore attivazione del meccanismo di «sicurezza integrale» civico-militare che rende partecipe la popolazione. In sostanza, «il decreto autorizza la mobilitazione delle milizie bolivariane e il coordinamento diretto con le comunas – territori di autogoverno in cui si esercita il potere popolare diretto – e con i “corpi combattenti” che agiscono all’interno delle fabbriche con le milizie operaie». Ogni territorio, ogni comuna, è una unità di difesa “integrale”: in Venezuela «la legge riconosce che la sovranità non sia solo garantita dai soldati di professione, ma dalla “fusione” tra popolo e Forza armata nazionale bolivariana (Fanb)». In questo scenario la lotta armata sembra una possibilità reale: rimanendo in ascolto dell’aria che tira in Sud America, laddove l’imperialismo statunitense dovesse aumentare la sua aggressività nei confronti dei Paesi latini, per gli Stati Uniti si potrebbe prospettare «un altro Vietnam». La presunzione coloniale statunitense ha portato a una vera e propria escalation che ha visto Trump passare dalle accuse internazionali, agli omicidi di pescatori nei Caraibi, alla pirateria con le petroliere, al sequestro del presidente di un Paese, un’arroganza che il Venezuela, ma anche altri Paesi sudamericani, sembrano voler rimandare al mittente. Ci spiega ancora Colotti che, data la situazione sempre più tesa, Maduro aveva delineato la possibilità che le lavoratrici e i lavoratori si armassero per difendere le fabbriche e le risorse petrolifere oggetto del desiderio di Trump e organizzassero uno sciopero a oltranza: è bene ricordarsi che «dai tempi di Chávez, il processo bolivariano si definisce “una rivoluzione pacifica, però armata”». In Venezuela, dunque, sebbene non si voglia raccogliere la provocazione USA, non viene nemmeno accolta l’idea di un pacifismo astratto che escluda come scenario l’uso della violenza per difendersi dalle mire dell’imperialismo occidentale.
Ci sono state numerose marce in solidarietà al popolo venezuelano in giro per il mondo. Il cartello recita «Niente più sangue per il petrolio»
Quella messa in atto dagli Stati Uniti sembra a tutti gli effetti una risposta reazionaria davanti a processi di emancipazione che escludono il dominio USA. Per questo motivo è realistico temere una futura aggressione nei confronti di Messico, Colombia e Cuba. Anche Colotti è di questo stesso avviso: «vi sono diverse ragioni per cui Trump potrebbe arrivare ad attaccare altri Paesi latini. Intanto il suo dichiarato progetto egemonico della dottrina Monroe per l’America Latina – per cui l’America Latina rientra nella sfera d’influenza USA –, con l’obiettivo di appropriarsi delle risorse e scalzare la Cina. Per questo, Trump ha la necessità di assumere il controllo politico, direttamente o mediante presidenti fantoccio. Ha anche la necessità di “distrarre” l’opinione pubblica statunitense dalle lacerazioni interne e dalla crisi strutturale che attanaglia il sistema capitalista».
Caccia ai comunisti
Quello a cui si sta assistendo sembra essere un ritorno al maccartismo. L’esasperata repressione nei confronti di persone, gruppi e comportamenti ritenuti filo comunisti e quindi sovversivi si scorge da diverse prese di posizioni assunte dalle cosiddette “maggiori democrazie mondiali”. Sempre più spesso, chiunque assuma un pensiero critico nei confronti dell’occidente imperialista viene identificato come nemico. Pensiamo a come l’ambasciatore israeliano all’ONU Danny Danon abbia apostrofato Francesca Albanese con il termine “strega” perché responsabile di denunciare il genocidio palestinese, a come la fumettista italiana Elena Mistrello sia stata respinta alla frontiera francese e rimpatriata in Italia dopo essere stata dichiarata “una grave minaccia per l’ordine pubblico francese” perché attiva in contesti politici, a come, tornando in Venezuela, sia stato catturato il presidente con l’accusa di narcoterrorismo. In quest’ottica può essere letta anche l’assegnazione del Premio Nobel della Pace 2025 a María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana, golpista filo-americana e grande sostenitrice del governo di Netanyahu.
Il progetto rivoluzionario venezuelano
In queste settimane, dopo l’attacco statunitense e la liberazione del cooperante italiano Alberto Trentini, il Venezuela è un argomento molto dibattuto e con esso anche le problematicità del governo Maduro e, precedentemente, di quello Chávez. A tal proposito, abbiamo chiesto a Geraldina Colotti in cosa consiste secondo lei l’esperimento sociale della rivoluzione bolivariana. Queste le sue parole: «Il progetto bolivariano è un esperimento di socialismo del XXI secolo che mette al centro la democrazia partecipativa e protagonista. Non è solo un sistema di governo, ma un ribaltamento del potere: il popolo non è più un semplice elettore, ma il soggetto attivo che gestisce le risorse e decide il proprio destino attraverso i Consigli Comunali e le Comuni. L’obiettivo è la sovranità piena: politica, alimentare e tecnologica, per uscire dalla dipendenza del modello estrattivista e neoliberista. Nonostante il blocco economico criminale, i risultati parlano di un modello di vita che protegge. Il diritto alla casa, la ridistribuzione della ricchezza, la coscienza politica e l’organizzazione popolare. Oggi il popolo venezuelano ha una coscienza di classe e di patria (intesa come progetto regionale e di “patria come umanità”) che gli permette di resistere ad aggressioni esterne che avrebbero fatto crollare qualsiasi altro Paese. La vera conquista non è però ciò che è stato costruito, ma il fatto che, nonostante i bombardamenti e il blocco, il popolo venezuelano non ha rinunciato al proprio progetto. È una rivoluzione della dignità. E lo sta dimostrando in questi giorni».
La Colombia ha annunciato che sospenderà le vendite di elettricità all’Ecuador e che imporrà una tariffa del 30% su 20 prodotti del Paese vicino. La mossa arriva in risposta a un annuncio rilasciato ieri dal presidente ecuadoregno, Daniel Noboa, che ha dichiarato che il Paese avrebbe imposto una tariffa del 30% su tutti i beni in entrata dalla Colombia a partire dal 1° febbraio. Tale decisione è stata motivata dall’Ecuador per ragioni di deficit commerciale e di «mancata collaborazione» sul fronte della sicurezza e del narcotraffico.
Nell’arco di quarant’anni, la spesa sanitaria privata delle famiglie italiane è più che raddoppiata, attestandosi a una cifra pari a 43 miliardi di euro. È quanto emerge dal 21esimo rapporto DEL Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità (CREA), secondo il quale, nel medesimo periodo, la copertura pubblica della spesa sanitaria è scesa dall’81% al 72,6%. Oltre il 70% dei nuclei familiari sostiene oggi costi di tasca propria, una quota cresciuta di 19 punti percentuali dagli anni Ottanta. L’aumento ha colpito soprattutto le famiglie più povere e meno istruite, che spendono fino al 6,8% del loro reddito in sanità, contro il 4,3% delle famiglie benestanti.
Nel report, il CREA ha tracciato un’analisi retrospettiva delle performance del SSN. I dati rivelano che la sostenibilità del sistema pubblico è stata garantita non attraverso un efficientamento, ma mediante una compressione dell’offerta, con un massiccio trasferimento di costi verso i privati. La spesa sanitaria privata totale ha così toccato quasi un quarto della spesa complessiva. Il periodo più critico è inquadrato negli anni Novanta, quando si è concentrato l’84% dell’aumento del numero di famiglie costrette a pagare privatamente. La quota di spesa sanitaria privata sostenuta dal 60% delle famiglie meno abbienti è cresciuta dal 27,6% al 37,6% dell’intera spesa privata, indicando un impatto regressivo.
Le conseguenze di questa deriva sono pesantissime in termini di equità. L’incidenza della spesa sanitaria sui consumi familiari si è più che raddoppiata, raggiungendo in media il 4.3% del reddito, ma toccando il 6.8% tra i nuclei con bassa istruzione. Le disparità sono anche geografiche: al Centro e nel Mezzogiorno la spesa privata è cresciuta molto più del reddito disponibile, indicando che il ricorso al privato è una risposta forzata alle carenze del servizio pubblico, non una scelta dettata da maggiore benessere. Un segnale chiaro è che le famiglie residenti nel Mezzogiorno acquistano più frequentemente farmaci (81,0% delle famiglie) e visite specialistiche con finalità preventiva (24,2%), presumibilmente per aggirare barriere di accesso al pubblico.
A rendere ancor più critica la situazione è l’aumento delle spese “catastrofiche”, quelle che assorbono oltre il 40% della capacità di spesa mensile di un nucleo. Oggi riguardano 2,3 milioni di famiglie, con un incremento del 2,1% nell’ultimo decennio. Questi costi insostenibili si concentrano, secondo le statistiche del rapporto, in due ambiti dove la copertura pubblica è cronicamente insufficiente: l’odontoiatria e l’assistenza di lunga durata per le persone non autosufficienti. Parallelamente, si stima che 1,25 milioni di famiglie (2,3 milioni di persone) abbiano subito un «disagio economico dovuto alle spese sanitarie», un dato che appare in crescita. Tra questi nuclei familiari, ben 367.528 si impoveriscono direttamente a causa delle spese sanitarie private. Il sistema fatica a rispondere anche per via delle trasformazioni demografiche e sociali. Rispetto alla nascita del SSN, l’Italia ha quasi cinque milioni di over 75 in più e, solo negli ultimi dieci anni, i non autosufficienti sono aumentati del 10%. A fronte di bisogni sempre più “ibridi”, a cavallo tra sanità e assistenza sociale, il sistema offre risposte frammentate e inadeguate, con profonde differenze regionali.
Il Rapporto del Crea introduce un concetto politicamente scomodo: il razionamento delle cure è già in atto, ma avviene in modo implicito attraverso liste d’attesa, carenze di offerta e frammentazione. Il mantenimento di buoni esiti di salute aggregati è probabilmente collegato al diffondersi di un approccio «fai da te» da parte delle famiglie, che integrano a proprie spese ciò che il pubblico non garantisce più. Per invertire la rotta, secondo gli analisti, non basta aumentare il finanziamento, ma serve un cambio di paradigma da “Servizio Sanitario” a “Sistema Salute”. È necessario governare la domanda, estendere le tutele ai bisogni ibridi e, soprattutto, avere il coraggio di passare da un razionamento implicito e iniquo a scelte esplicite e trasparenti sulle priorità di cura, per proteggere davvero le famiglie più vulnerabili.
L’anno scorso, la Ragioneria dello Stato aveva pubblicato un rapporto in cui attestava come, nel 2023, la spesa sanitaria privata avesse registrato un incremento del 7% rispetto al 2022 e del 24% rispetto al 2019; contestualmente, la spesa sanitaria pubblica era cresciuta solo del 2% rispetto al 2022 e del 13,6% rispetto al 2019. Il fenomeno riflette l’enorme difficoltà del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) nel soddisfare pienamente la domanda di prestazioni sanitarie, ed è ulteriormente aggravato dall’aumento dei costi sostenuti dai cittadini per l’acquisto di farmaci e prestazioni private. Nel rapporto si dava atto che, nel periodo 2014-2023, la spesa farmaceutica diretta avesse registrato un incremento medio annuo del 5,7%, con un’impennata del 13,9% solo nell’ultimo anno. Le difficoltà del SSN risultavano evidenti anche nei conti delle regioni: nel 2023 il disavanzo complessivo aveva toccato 1,85 miliardi di euro e ben 14 regioni avevano registrato bilanci negativi, costringendole a tagliare su altre voci di spesa extra-sanitarie per coprire il deficit.
Fare festa in pieno giorno, o dal tramonto a mezzanotte, in luoghi inusuali, con buona musica e con selezioni di caffè al posto dei gin tonic. Non è una trovata per vecchi, ma un nuovo modo di vivere la musica e di divertirsi, con consapevolezza e lontano dagli eccessi: in questo consiste lo slow (o soft) clubbing. L’idea ha visto la luce tra Berlino e New York e ora si sta diffondendo piano anche nel nostro Paese.
Berlino, storica capitale della vita notturna techno fin dagli anni ‘90, ha visto lo slow clubbing emergere come reazione al fenomeno della “morte dei club” (Clubsterben) tra il 2023 ed il 2024: gentrificazione e costi elevati, infatti, hanno fatto calare l’affluenza nelle discoteche tradizionali. Alcuni locali, come il Turbulence, nell’ex aeroporto di Tegel, sono stati pionieristici in questo nuovo genere di eventi, caratterizzato da eventi diurni con musica elettronica soft, no alcol eccessivo e un focus particolare su arti performative, per preservare la cultura underground senza notti infinite. Più o meno negli stessi anni, tra il 2022 ed il 2024, a New York, arrivano eventi alcohol free dalla durata limitata, influenzati anche dalla Gen Z e dal trend “soft clubbing” su Tik Tok. Tetti e caffetterie sono stati trasformati in piste da ballo, per un’esperienza di clubbing più attenta ed accessibile. Generalmente, lo slow clubbing è caratterizzato da musica lenta e ipnotica: house melodica a BPM ridotti (intorno a 110-122), downtempo e ambient techno con suoni morbidi, bassi rotondi e percussioni organiche. Tracce hip hop e trip hop rallentate, spesso suonate a 33 giri invece di 45, evocano trance sensuali e bagni sonori. Tappeti sonori di tutto rispetto per eventi che fanno ballare ma non stordiscono.
Lo slow clubbing e il soft clubbing, in realtà, si differenziano per approccio, atmosfera e filosofia. Lo slow clubbing enfatizza la lentezza temporale e musicale, ispirandosi al movimento Slow Food: eventi diurni o brevi, con ritmi lenti, focus su sostenibilità e immersione profonda senza eccessi. Il soft clubbing punta invece su sobrietà sociale e benessere, con no alcol (o molto poco), location informali e orari flessibili, priorizzando la connessione umana su una pista da ballo molto soft.
In Italia non possiamo ancora parlare di fenomeno, ma di eventi-pilota e pionieristici che si stanno lentamente dirigendo in questa direzione. Esperimenti sparsi di spazi che propongono alternative alla discoteca tradizionale, che affiancano spesso musica, cibo e cocktail leggeri. Come nel caso di Genova che, ad ottobre scorso, ha organizzato il suo primo evento nella Caffetteria Tazze Pazze in collaborazione con Slow Food Genova, accompagnando il dj set di Kamo con le birre del Birrificio Alta Via, i vini naturali e un brunch firmato Presìdi Slow Food liguri. Caffetterie ma anche pescherie e luoghi insoliti, non propriamente addetti al clubbing, si trasformeranno in momenti di incontro a base musicale. Lo scorso fine settimana è stata la volta di Milano, dove all’interno della Fabbrica del Vapore ha preso vita il format M2O Morning Club: cinque domeniche mattina all’insegna della musica elettronica alla luce del sole, dove ballare, assaggiare caffè e proposte gastronomiche nelle postazioni di “breakfast food” (ovvero i food-truck della colazione), girando tra corner tematici, tra cui quello per la lettura dei tarocchi ed uno dedicato al beauty. Ingredienti e formule variegate per spostare il divertimento dalla notte al giorno, dagli eccessi alla cura, dalla freneticità alla lentezza.
Il soft clubbing vuole essere una forma di socializzazione incentrata più su salute e benessere. Uno spostamento culturale e valoriale, dove non si rinuncia del tutto alle uscite sociali, ma piuttosto ci si attiva per partecipare in modo creativo, ascoltando il proprio corpo e le proprie esigenze. Invece di serate costose ed estenuanti (anche il fattore economico non è trascurabile, visti i costi di ingressi e drink all’interno dei club), si preferiscono eventi differenti, che spostano l’attenzione l’alcol e danno priorità al benessere e alla connessione. Mentre nelle altre città europee ed americane lo slow clubbing è caldamente promosso dalle nuove generazioni, in Italia questo format sembra suscitare più interesse tra un pubblico adulto (sui 30-40 anni).
Lo slow clubbing si inserisce in un contesto generale che sta riscrivendo la socialità notturna. Come l’esperienza dei listening bar, luoghi ispirati ai Jazz Kissa e Audio Kissa giapponesi degli anni 50, dove la musica torna protagonista grazie ad impianti ad alta fedeltà che propongono musica selezionata, rigorosamente in vinile, per farne apprezzare il suono, accompagnata da cocktail analcolici o vini naturali. O quella dei coffee rave, feste mattutine a base di musica elettronica e caffeina, per chi ama ballare di giorno e rientrare a casa prima che faccia buio.
L’Eurocamera ha respinto la mozione di sfiducia contro Ursula von der Leyen sul Mercosur con 165 voti a favore, 390 contrari e 10 astenuti. La mozione, promossa da parlamentari di estrema destra contro la presidente della Commissione europea e incentrata su un recente accordo commerciale con i Paesi sudamericani, è il quarto tentativo fallito negli ultimi sei mesi. Von der Leyen non era presente al voto, impegnata a preparare un vertice d’emergenza dell’UE a Bruxelles sulle tensioni con gli Stati Uniti. Intanto, il Parlamento ha deciso di deferire l’accordo Mercosur alla Corte di Giustizia dell’UE, una mossa che potrebbe ritardarne l’entrata in vigore.
Il Consiglio dei Ministri ha approvato in esame preliminare il decreto legislativo che recepisce la direttiva europea sulla tutela penale dell’ambiente, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare in modo significativo la prevenzione e il contrasto dei reati ambientali. Il pacchetto normativo, che tiene conto della crescente rilevanza del degrado ambientale, della perdita di biodiversità, degli effetti dei cambiamenti climatici e della dimensione transfrontaliera della criminalità, introduce una serie di modifiche al Codice penale. Nello specifico, aggiorna la disciplina degli eco-delitti, inasprisce le pene, istituisce un sistema di coordinamento nazionale e prevede l’elaborazione di una Strategia nazionale entro il 2027. Il provvedimento è stato però immediatamente giudicato lacunoso da Legambiente, che, pur lodando l’iniziativa nel suo complesso, ne ha criticato alcune significative omissioni rispetto al testo europeo, sollecitando modifiche parlamentari.
Il nucleo dell’intervento normativo consiste in un inasprimento della disciplina penale esistente e nell’introduzione di nuove fattispecie di reato. L’articolo 452-bis sull’inquinamento ambientale viene modificato, estendendo esplicitamente la tutela all’«habitat» e prevedendo aggravanti specifiche. La pena da due a sei anni è aumentata fino alla metà quando l’inquinamento è prodotto in aree protette o sottoposte a vincoli, a danno di specie protette, di ecosistemi di grandi dimensioni o con effetti durevoli. Se l’inquinamento in un’area protetta causa la distruzione di un habitat, l’aumento di pena sale fino a due terzi. Viene inoltre istituito un nuovo delitto, l’articolo 452-bis.1, che punisce chi abusivamente immette sul mercato un prodotto il cui utilizzo provochi un deterioramento significativo e misurabile di aria, acqua, suolo, ecosistemi, habitat o biodiversità.
Il pacchetto introduce inoltre due nuovi capitoli penali legati a regolamenti UE. Per le sostanze ozono-lesive, la produzione, l’immissione sul mercato o il rilascio abusivo sono puniti con la reclusione da due a cinque anni. Per i gas fluorurati a effetto serra, invece, le condotte illecite sono sanzionate con l’arresto o ammende, in una struttura sanzionatoria meno severa. Il decreto colpisce inoltre il profitto illecito e la falsità documentale: scatta un aumento di pena se dal reato deriva un profitto di rilevante entità o se è commesso utilizzando documenti falsi.
Il provvedimento rafforza la responsabilità amministrativa degli enti ex Dlgs 231/2001, includendo i nuovi reati tra quelli presupposto e innalzando l’importo delle sanzioni pecuniarie. Per rendere più efficace l’azione repressiva, viene inoltre istituito un Sistema di coordinamento nazionale presso la Procura generale della Cassazione, avente il compito di definire linee guida operative. Si prevede poi un meccanismo di monitoraggio e trasparenza, con l’invio annuale di dati statistici alla Commissione UE. Secondo il nuovo pacchetto, entro il maggio 2027 il Parlamento dovrà elaborare una Strategia nazionale di contrasto alla criminalità ambientale, da aggiornare periodicamente.
Non mancano, tuttavia, le critiche da parte delle associazioni ambientaliste. Pur riconoscendo l’importanza del recepimento, l’organizzazione Legambiente ha giudicato gravi alcune lacune dello schema di decreto. L’associazione sottolinea come «nel provvedimento non vengono recepite le precise indicazioni della direttiva che impone agli Stati membri di adottare sanzioni adeguate, con almeno tre anni di reclusione, per l’uccisione, la distruzione, il prelievo, il possesso, la commercializzazione o l’offerta a scopi commerciali di uno o più esemplari delle specie animali o vegetali selvatiche protette». La stessa omissione riguarderebbe i reati di «estrazione illegale di acque» e di «immissione sul mercato di prodotti frutto di deforestazione». Viene inoltre criticata la scelta di sanzionare i traffici illegali di gas fluorurati, responsabili dell’effetto serra, come semplici contravvenzioni, mentre per le sostanze ozono-lesive è prevista la pena detentiva.
Un altro punto contestato da Legambiente è la mancanza di norme che recepiscano l’articolo 15 della direttiva, che impegna i Paesi membri a garantire «adeguati diritti procedurali» anche alle organizzazioni non governative che promuovono la protezione ambientale. «Si tratta di garantire quell’accesso gratuito alla giustizia, in ogni sede, che Legambiente chiede da anni per rimuovere l’ostacolo rappresentato da costi spesso insostenibili», si legge nel comunicato diramato dall’associazione. Nonostante queste perplessità, il presidente Stefano Ciafani riconosce il passo in avanti compiuto nel 2015 con l’introduzione dei delitti ambientali e l’impegno a recepire la direttiva, ma afferma: «È positivo che ci sia l’impegno a recepire nei tempi previsti la direttiva europea», ma ciò «va fatto bene e senza lacune». Annuncia infine che Legambiente darà come sempre il suo contributo «con proposte concrete e attuabili». La palla passa ora al Parlamento, chiamato a esaminare il decreto e a valutare possibili integrazioni.
«Erano in missione umanitaria. Tutti conoscevano quel veicolo e sapevano che chi viaggiava a bordo lavorava per il comitato egiziano». Mentre l’assedio sulla popolazione civile non accenna a diminuire, continua la strage di giornalisti nella Striscia di Gaza: Anas Ghunaim, Abed Rauf Shaath e Muhammad Qashta stavano lavorando nell’area di Al-Zahra, a sud-ovest di Gaza City, quando l’auto dell’Egyptian Relief Committee, su cui viaggiavano, è stata colpita da un razzo sganciato da un drone israeliano, uccidendoli sul colpo. Solo nella giornata di mercoledì altri otto palestinesi hanno perso la vita nei raid israeliani, tra cui anche donne e quattro minori.
Nel giro di poche ore, bombardamenti e sparatorie hanno causato vittime in tutta la Striscia: cinque morti, tra cui un bambino, nel campo profughi di al Bureij; una donna e un ragazzo uccisi nei pressi di Khan Younis; tre membri della stessa famiglia morti a Deir el Balah; un tredicenne colpito mentre raccoglieva legna a Bani Suheila; altre vittime nel nord di Gaza. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, il 10 ottobre, per la popolazione della Striscia, l’offensiva israeliana non si è mai realmente fermata. Secondo il ministero della Salute, almeno 466 palestinesi sono stati uccisi a Gaza.
Nel raid che ha colpito i tre giornalisti, la jeep su cui viaggiavano aveva anche i loghi umanitari ben visibili, come ha confermato Mohammed Mansour, portavoce del Comitato egiziano di soccorso nella Striscia di Gaza. Shaat collaborava come fotoreporter e videomaker per la CBS News e altre testate come l’agenzia Agence France-Presse. Testimoni riferiscono che il gruppo stava usando un drone per filmare la distribuzione di aiuti del Comitato egiziano di soccorso, quando un missile israeliano ha colpito il veicolo. L’Egitto ha chiesto spiegazioni a Israele, che sostiene di aver aperto il fuoco contro “individui sospetti” che “operavano con un drone di Hamas”. La reazione delle organizzazioni per la libertà di stampa è stata immediata. Reporters Without Borders ha espresso “profonda indignazione”, mentre il Committee to Protect Journalists si è detto “sconvolto” e “inorridito”, avvertendo che potrebbe configurarsi come un crimine di guerra. Il Sindacato dei giornalisti palestinesi ha definito l’attacco parte di una strategia deliberata per colpire i media locali.
Il quadro umanitario resta drammatico. Secondo l’Ufficio stampa governativo di Gaza, dal 7 ottobre 2023 sarebbero stati uccisi circa 260 operatori dell’informazione palestinesi. I report di organizzazioni come il Committee to Protect Journalists, la International Federation of Journalists e Reporters Without Borders convergono su un dato essenziale: circa la metà dei giornalisti morti nel mondo è stata uccisa a Gaza da operazioni israeliane. «I giornalisti palestinesi hanno pagato il prezzo più alto della guerra», scrive l’IFJ, confermando che la Striscia resta il luogo più letale per la stampa. Al di là dei numeri assoluti, ciò che emerge con chiarezza è la natura eccezionale di questa strage. Lo studioMortality risk for healthcare workers and journalists in the Gaza Strip over 2023-24 ha misurato per la prima volta in modo quantitativo il rischio di morte per categorie “protette” come giornalisti e sanitari, confrontandolo con quello della popolazione generale. I ricercatori Incardona, Bellerba, Gandini e Cozzi-Lepri hanno incrociato dati ufficiali, elenchi professionali e informazioni fornite dal Sindacato dei Giornalisti Palestinesi di Gaza, applicando metodi statistici rigorosi in due momenti: a una settimana dall’inizio del conflitto e sei mesi dopo, fino al 30 aprile 2024. I risultati mostrano che il rischio di morte per questi gruppi è significativamente più alto rispetto ai residenti della Striscia della stessa età e sesso: per i giornalisti l’aumento varia dal 36% fino a oltre sei volte. Una mortalità superiore persino a quella registrata in altri conflitti della regione, come la guerra in Siria. Gli autori sottolineano che, pur essendo tutelati dal diritto internazionale umanitario, giornalisti e operatori sanitari sono stati esposti a pericoli estremi.
Questi dati tracciano il profilo di una violenza che colpisce chi ha il compito di vedere e raccontare. Giornalisti e sanitari non sono vittime qualunque: rendono l’orrore visibile, ne attestano l’impatto sui corpi e sulle vite. Il sospetto è che proprio questa funzione sia diventata un bersaglio. Colpire chi documenta e chi soccorre significa provare a cancellare le prove, recidere il filo tra ciò che accade e il mondo, condannare le vittime a un silenzio senza testimoni.
La Grecia è stata colpita da una forte ondata di maltempo, con piogge intense e venti violenti che hanno interessato gran parte del Paese. Ad Astros, nel Peloponneso orientale, un ufficiale della guardia costiera è morto travolto da un’onda. A Glyfada, vicino ad Atene, una donna ha perso la vita dopo essere stata investita da un’auto spinta dalle acque dell’alluvione. In alcune zone le raffiche hanno superato i 100 chilometri orari, bloccando i traghetti e causando la chiusura delle scuole. Le autorità hanno invitato a limitare gli spostamenti, mentre il premier Kyriakos Mitsotakis ha rinviato un viaggio all’estero.
È trascorso appena un anno dall’insediamento di Donald J. Trump alla Casa Bianca, anche la sua capacità di sparare a raffica dichiarazioni, contro-dichiarazioni, annunci, accordi di pace e bombardamenti lo ha reso probabilmente l'anno più lungo nella storia della politica globale. La dottrina che ha guidato il primo anno di presidenza è stata racchiusa nello slogan “America First”, una filosofia patriottica che si è tradotta in una prassi internazionale spesso vista come isolazionista e unilaterale. L’obiettivo dichiarato era smantellare gli accordi multilaterali ritenuti svantaggiosi per rine...
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