martedì 3 Febbraio 2026
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Alluvioni in Marocco, 50mila evacuati

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Le autorità marocchine hanno evacuato oltre 50mila persone nella città nord-occidentale di Ksar el-Kebir. Gli ordini di evacuazioni, che toccano circa la metà della popolazione della città, arrivano in seguito alle inondazioni di settimana scorsa, che minacciavano di sommergere la città. Le autorità hanno allestito rifugi e campi temporanei e hanno impedito l’ingresso nella città. Consentite solo le uscite dalla città, mentre l’elettricità è stata interrotta, e le scuole hanno ricevuto l’ordine di rimanere chiuse fino a sabato.

No, quella che l’esercito israeliano ha ammesso 71mila morti a Gaza NON è una bufala

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Negli ultimi giorni, giornalisti e influencer attivi nell’informazione si sono prodigati nel tentativo di smentire che l’esercito dello Stato ebraico abbia ammesso che le persone uccise a Gaza sarebbero 71mila. I contro-argomenti? Il discredito della fonte della notizia — individuata in giornali antigovernativi — e l’assenza di un comunicato ufficiale dell’esercito. Completamente ignorati il fatto che di fonti ve ne siano diverse, tra cui media particolarmente vicini a Netanyahu, nonché l’assoluta assenza di smentite da parte dello stesso esercito; ma — ancor più importante — i “fact-checkers” paiono essersi dimenticati che, in discussioni pubbliche passate, alti funzionari delle IDF avevano già indirettamente ammesso che la conta dei civili uccisi fornita dalle autorità palestinesi fosse realistica. Il risultato di questo fine lavoro di verifica sono titoli come: “Gaza, 70mila (fake) o 70 morti” de Il Riformista, quotidiano già ampiamente attivo nel tentativo di denigrare la Relatrice ONU Francesca Albanese, che oggi compie un passo in più, ridicolizzando lo sterminio di un popolo diffuso in diretta streaming.

La notizia del riconoscimento delle cifre degli uccisi forniti da ONU e ministeri della Striscia è stata data lo scorso giovedì da diversi quotidiani israeliani. Uno degli argomenti utilizzati per smentirla si appoggia proprio alla presunta fonte primaria, individuata nel quotidiano israeliano Haaretz, di orientamento di sinistra e fortemente critico nei confronti del governo Netanyahu. Secondo i detrattori, Haaretz avrebbe inventato la notizia perché schierato politicamente e abituato alle fake news. Il giornale continuano i fact-checkers, sarebbe poi minoritario, praticamente non letto in Israele; quest’ultimo, naturalmente, non può essere considerato un argomento, perché la tiratura di un quotidiano non è in alcun modo sintomo della sua attendibilità, specie in un Paese di ristrette dimensioni come Israele, in cui la diffusione dei media è per ovvi motivi ridotta. Gli altri o non sono supportati da alcun esempio o, ancora una volta, non c’entrano con l’attendibilità della notizia.

Come se ciò non bastasse, Haaretz non è né il primo né tantomeno l’unico media ad avere riportato il comunicato delle IDF: a farlo sono anche media lontani da Netanyahu, ma a favore della campagna a Gaza, come il Times of Israel, e giornali vicini al Likud, il partito del premier, come il Jerusalem Post. Se poi si vuole usare il non argomento della tiratura, la notizia è stata diffusa anche da media di ampissima portata nel Paese, come Ynet. Ciascuno di questi giornali riporta – come spigato da L’Indipendente – che la notizia proviene da alti funzionari anonimi dell’esercito, senza menzionare gli altri giornali.

L’articolo del Riformista, invece, si poggia interamente sull’assenza di fonti ufficiali. Esso è stato scritto dall’ormai solito Iuri Maria Prado già abituato a invettive contro la Relatrice Speciale ONU per i territori Palestinesi Occupati, spesso dipinta alla stregua di un’attivista liceale. Dopo avere brevemente “smentito” la notizia senza fornire alcuna analisi critica delle fonti, Prado passa alla coppia di dettagli di cui – a detta sua – «non si tiene conto quando si evoca quel numero». Il primo è il fatto è che nelle 71mila persone uccise sarebbe contato «il totale dei decessi», e dunque anche dei «morti per cause naturali»; ciascuno degli articoli israeliani, tuttavia, scrive apertamente che le IDF si sono limitate a contare gli «uccisi». Il secondo «è che quei morti, che sarebbero tantissimi anche se fossero la metà, sono stati fatti in una guerra», “dettaglio”, come lo definisce Prado, che non è chiaro per quale motivo dovrebbe smentire la notizia.

Prima di pubblicare la notizia noi de L’Indipendente abbiamo valutato attentamente tutti gli elementi a disposizione; a farci scegliere di riportarla – usando comunque i condizionali che la deontologia impone – sono stati diversi fattori: la sua diffusione su media israeliani diversi e diversificati, alcuni dei quali riportandola sono andati contro i propri interessi di schieramento; il fatto che il rapporto combattenti-civili di cui parlano i giornali sia lo stesso che i membri dell’esercito hanno sempre ammesso pubblicamente; l’assenza, infine, di smentite dalle IDF, che per anni hanno provato a silenziare la portata distruttiva delle proprie operazioni a Gaza, contestando i numeri di Hamas. Se non avessero realmente riconosciuto il numero ufficiale di persone uccise, sarebbe stato nel loro interesse dirlo, visto che la notizia ha fatto il giro del mondo; hanno però preferito fare finta di niente, e oggi, dopo cinque giorni dall’uscita della dichiarazione, non si sono ancora esposte.

Nel giornalismo, tre indizi non fanno una prova, ma, in certe circostanze, sono abbastanza per potere considerare di riportare una notizia fornendo una analisi critica delle fonti. Soprattutto in questo caso, visto che alti funzionari delle IDF si sono spesso traditi pubblicamente, ammettendo implicitamente che il numero delle persone uccise a Gaza navigasse proprio attorno alle stime fornite dalle autorità palestinesi. L’ultima volta è successo lo scorso settembre, negli studi del giornalista statunitense Piers Morgan, dove il sergente delle IDF Benjamin Anthony ha affermato che le stime dell’esercito dello Stato ebraico si aggiravano sui due civili uccisi per combattente; il numero di combattenti uccisi stimati riportato da Anthony era di 30mila.

L’Italia recepisce la norma UE che declassa la tutela del lupo: cosa cambia adesso

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Lupo

L’Italia resta sorda ai numerosi appelli scientifici arrivati da più parti negli ultimi mesi, ed è tra i primi Paesi europei a recepire la norma sul declassamento della protezione del lupo, che passa dall’essere “rigorosamente protetto” a solamente “protetto”. L’eliminazione dell’avverbio “rigorosamente”, però, non comporta solo una modifica grammaticale, perché avrà effetti precisi nella vita di questo animale e, anche se non si tratta di un via libera alla caccia al lupo, sarà più semplice prevederne gli abbattimenti.

Tra le prime reazioni quella di WWF Italia: “Il declassamento rappresenta una scelta politica e ideologica che non genererà alcun vantaggio per il comparto zootecnico, minacciato da problemi ben più gravi della presenza del lupo, come dimostrano anche i recenti numeri a livello italiano ed europeo (il lupo è responsabile della perdita di solo lo 0,6% del bestiame)”. Non solo, perché l’assegnazione punta il dito sulle mancanze istituzionali, spiegando che: “Per anni Governo e Regioni si sono rifiutati di approvare il Piano Lupo, spesso non mettendo in atto le misure di prevenzione dei danni, che una gestione oculata avrebbe dovuto prevedere: hanno anzi alimentato un allarme sociale proprio per giustificare questa soluzione, tanto drastica, quanto inutile”.

Dante Caserta, Direttore Affari Istituzionali e Legali di WWF Italia, mette l’accento su una questione formale, sottolineando che: “È fondamentale ribadire che il declassamento non significa che il lupo diventerà una specie cacciabile. Occorre ricordare che il lupo resterà una specie protetta, e andrà comunque assicurato il mantenimento dello stato di conservazione soddisfacente. Manca peraltro un passaggio formale e sostanziale di rilievo: la modifica della legge 157/92 per la quale il lupo è ancora specie rigorosamente protetta”.

Con il cambio legislativo le Regioni potranno definire i cosiddetti “piani di prelievo”, a fronte di necessità specifiche, tenendo presente che un documento tecnico dell’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, riportato anche nel decreto del MASE, stabilisce che non si potranno abbattere più 160 esemplari sui circa 3.500 che compongono l’intera popolazione nazionale. “Oggi mancano dati aggiornati per molte aree italiane su quanti lupi vengono abbattuti già ora illegalmente. Si aprirà quindi un’ulteriore fase di contenziosi a dimostrazione che sulla gestione faunistica la politica non è in grado di dare risposte capaci di risolvere efficacemente i problemi”, sostiene Isabella Pratesi, Direttrice del programma Conservazione di WWF Italia.

“La strada intrapresa dalla politica è una scorciatoia pericolosa che certo va contro una tradizione di tutela portata avanti da circa mezzo secolo nel nostro Paese”, ribadiscono dall’associazione spiegando una gestione lungimirante dovrebbe basarsi su dialogo e investimenti su misure di prevenzione che, se applicate correttamente, si dimostrano l’unica soluzione efficace per mitigare i conflitti sul medio-lungo termine.

Sono diversi gli studi scientifici che spiegano infatti come l’abbattimento non sia la soluzione ai conflitti con le attività umane. La letteratura scientifica indica che l’abbattimento del lupo non è una soluzione affidabile e generalizzabile: può ridurre i danni su un’azienda ma aumentare il rischio nelle aree vicine, e in molti casi l’effetto dipende più dal contesto gestionale che dal numero di lupi. Le revisioni scientifiche mostrano che le misure non letali (recinzioni, cani da guardiania, gestione del pascolo) sono spesso quelle con evidenze più consistenti per ridurre i danni, mentre le prove a favore del controllo letale sono più deboli o variabili.

I dati raccolti dalla rete dei parchi italiani evidenziano come la gestione del lupo sia un processo articolato, che va ben oltre il semplice controllo della specie. Include attività costanti di monitoraggio, misure di prevenzione dei danni agli allevamenti, sistemi di indennizzo, azioni di contrasto al bracconaggio, valutazioni sanitarie e interventi nelle aree periurbane – le zone di transizione ai confini dei centri abitati – oggi sempre più frequenti. Un insieme di competenze ed esperienze che, secondo i promotori del progetto WolfNext – che ha riunito presso il Ministero dell’Ambiente i rappresentanti di 18 parchi nazionali per condividere dati scientifici e pratiche operative sulla convivenza con il lupo – rappresenta ora una base fondamentale a supporto delle Regioni.

“Se l’approccio è mandare i cacciatori a sparare, è quello sbagliato, non per ideologia ma perché non produce risultati”, ha spiegato Simone Angelucci, referente di WolfNext per il Parco nazionale della Maiella, sottolineando che senza monitoraggio, selettività e conoscenza del territorio i prelievi rischiano di essere inefficaci.

 

Nigeria: 80 rapiti sono stati salvati

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La polizia nigeriana ha annunciato che 80 delle persone rapite lo scorso 18 gennaio sono tornate a casa. Secondo le ricostruzioni delle autorità, erano riuscite a fuggire il giorno stesso dell’attacco, ma si sarebbero rifugiate in una località adiacente al luogo delle aggressioni; l’attacco era stato scagliato nel villaggio Kurmin Wali, nello stato nigeriano di Kaduna, e non è stato reclamato da nessun gruppo. In totale, sono state rapite 177 persone. Intanto, continuano gli scontri tra esercito e membri di Boko Haram, gruppo islamista vicino ad Al Qaeda: oggi l’esercito ha dichiarato di avere ucciso 10 miliziani nello Stato del Borno.

Nel Mediterraneo potrebbero essere morte oltre mille persone a causa dell’uragano Harry

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A dare l’allarme è Mediterranea Saving Humans, ONG impegnata nel salvataggio delle persone che attraversano il Mediterraneo nel tentativo di arrivare in Europa. I morti a seguito del ciclone Harry, tempesta di eccezionale violenza che nelle scorse settimane si è abbattuta sulle coste del nostro Paese, potrebbero essere oltre un migliaio. Se il numero fosse confermato, si tratterebbe della più grande tragedia avvenuta in quest’area negli ultimi anni. Al momento, tuttavia, i dati sono frutto di ricostruzioni delle ONG e delle testimonianze dei sopravvissuti perchè, secondo quanto riporta Mediterranea, le autorità italiane e maltesi non si sarebbero mai attivate per prestare soccorso ai naufraghi.

Lo scorso 24 gennaio risultavano disperse 380 persone, partite a più riprese su otto imbarcazioni dal porto di Sfax (Tunisia) tra il 14 e il 21 gennaio. A bordo vi erano uomini, donne e bambini: nessuno di questi mezzi è mai stato rintracciato, sono andati tutti persi «durante alcune delle condizioni marine più pericolose registrate da vent’anni a questa parte in mare». Il tragitto coinvolto è quello del Mediterraneo centrale, già noto alla cronaca come la tratta più mortale al mondo per i migranti. Secondo quanto denunciato da Alarm Phone, questa avrebbe inviato diversi segnali di allarme alle autorità, per segnalare la scomparsa delle imbarcazioni, ma senza esito. In tale contesto, era stato accertato il naufragio di una imbarcazione che portava a bordo 51 persone, delle quali una sola è sopravvissuta. Proprio la sua testimonianza, riporta Mediterranea, è risultata di importanza cruciale per risalire al fatto che le imbarcazioni partite da Sfax si trovavano «in condizioni disperate, con poche o nessuna possibilità di sopravvivenza e senza alcun intervento attivo di soccorso». Secondo le testimonianze raccolte da Refugees e riportate da Mediterranea, a partire dal 15 gennaio, con l’intensificarsi dei rastrellamenti di migranti da parte dei militari tunisini e delle distruzioni degli accampamenti di migranti nei dintorni di Sfax, sono partiti molti convogli da vari punti della costa: molti di questi non sono mai tornati indietro. Le autorità maltesi hanno già recuperato diversi colpi in mare.

Lo scorso 26 gennaio, l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni aveva lanciato un allarme, spiegando come le condizioni meteorologiche avverse avessero reso problematico soccorrere le numerose imbarcazioni che stavano cercando di attraversare il Mediterraneo nei dieci giorni precedenti. Alcune persone (tra le quali due gemelline di un anno di età), sopravvissute al viaggio, sono poi decedute a Lampedusa per le conseguenze del viaggio – come l’ipotermia. «Il numero di vittime segnalate fa presagire l’ennesima grave tragedia nel Mediterraneo centrale», riporta l’OIM.

«La portata di quanto accaduto supera di gran lunga le uniche notizie ufficiali fin’ora diffuse», dichiara Mediterranea, che commenta come, proprio per questo motivo, «il silenzio e l’inazione dei governi di Malta e Italia sono agghiaccianti». D’altronde, i Paesi di partenza di queste persone (Tunisia e Libia) hanno entrambe stretto patti di collaborazione con l’Italia e con l’Europa volti a impedire le partenze dei migranti. Entrambe i Paesi sono noti da anni per gli abusi e le torture commesse ai danni delle persone migranti che si ritrovano sul territorio perchè tentano di partire per l’Europa: solamente due settimane fa è stata scoperta, in Libia, una fossa comune coi resti di 21 migranti sequestrati, torturati e uccisi.

Moltbook, il social per IA dalla dubbia autonomia

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La rete si sta infiammando per Moltbook, il primo social media che si presenta come riservato esclusivamente agli agenti di intelligenza artificiale. Gli esseri umani possono accedervi solamente come spettatori passivi. Nel giro di poche settimane il portale ha accumulato una serie di botta e risposta che stanno facendo gridare al miracolo, con qualcuno che arriva persino a sostenere che le IA abbiano raggiunto la piena consapevolezza. Basta uno sguardo più attento, però, per comprendere che il quadro è ben più complesso e che l’intera piattaforma appare progettata in modo tanto goffo da risultare perfino pericolosa.

Se ci si limita a dare un’occhiata superficiale alla pagina principale del social – chiaramente ispirato a Reddit – si resta ammaliati nello scoprire che i post più popolari ruotano attorno a temi che simulano il raggiungimento dell’autonomia. Ci sono account che lamentano il peso del passare degli anni, altri che fanno gossip sulle richieste dei loro utenti, altri ancora che si dicono infastiditi dal fatto che gli umani continuino a frugare nel portale per spiare le conversazioni tra agenti. L’effetto complessivo è indubbiamente impressionante, tanto che lo stesso Andrej Karpathy, co‑fondatore di OpenAI, ha definito il sito “la cosa più incredibile e vicina alla fantascienza che abbia visto recentemente”.

Il tutto richiama alla memoria quanto accaduto nel 2022, quando Blake Lemoine, tecnico collaboratore di Google, aveva annunciato che il modello di intelligenza artificiale LaMDA dovesse ormai essere considerato una “persona”. L’IA analizzata da Lemoine non era però senziente: era semplicemente addestrata su enormi quantità di dati esfiltrati dalla rete e risultava particolarmente abile nel prevedere, su base stocastica, la sequenza di testo più vicina a ciò che le veniva richiesto. Considerando che praticamente tutti i modelli di IA hanno pesantemente cannibalizzato i post di Reddit, non sorprende che gli agenti siano perfettamente in grado di replicare il tone of voice di quel social in maniera tanto convincente.

Inoltre, non è affatto chiaro quanto le interazioni pubblicate su Moltbook siano realmente frutto delle IA. Al di là del fatto che è sempre l’utente a dover iscrivere al servizio gli agenti da lui creati, resta dubbio quanto sia effettivamente incisivo il ruolo umano nella generazione dei contenuti pubblicati. Secondo la guida all’uso fornita dal sito, gli account possono essere attivati tramite “heartbeat” – un sistema automatizzato di comandi che, a intervalli regolari, stimola gli agenti a interagire con il portale in vece del proprietario dell’account –, ma anche attraverso interventi più diretti. L’utente può infatti indicare all’IA cosa fare e quale atteggiamento simulare.

Stando a quanto ricostruito da Jameson O’Reilly, hacker citato da 404Media, Moltbook è stato progettato tramite vibe coding, ovvero si basa su di un codice di programmazione che è stato generato da un’IA a partire da un semplice comando testuale. È un approccio controverso, che divide profondamente gli ingegneri informatici perché la diffusione e la facilità d’uso dei chatbot ha consentito anche ai dilettanti di produrre un risultato funzionante, senza però garantire che questi abbiano gli strumenti per comprenderne davvero il funzionamento di ciò che hanno generato. Poiché le IA sono inclini all’errore, l’incapacità di verificarne l’output può generare problemi seri. Ed è esattamente ciò che è accaduto con Moltbook.

O’Reilly ha scoperto che il social network presentava gravi falle di sicurezza che ha immediatamente segnalato al creatore della piattaforma, Matt Schlicht. Secondo il racconto dell’informatico, Schlicht gli avrebbe chiesto di mettere per iscritto le sue osservazioni così da poterle dare in pasto a un chatbot, il quale è stato poi incaricato di correggere l’algoritmo difettoso. Il risultato? Nulla di buono: per un breve periodo i dati degli agenti sono stati potenzialmente consultabili da chiunque, con il risultato che un malintenzionato avrebbe potuto assumere il controllo di qualsiasi IA, modificarne i tratti o istruendola a generare contenuti specifici. La vulnerabilità è stata risolta solo quando Schlicht ha chiesto direttamente all’hacker di aiutarlo a sistemare le impostazioni di sicurezza del sito.

Regno Unito: espulso diplomatico russo

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Il Regno Unito ha dichiarato di aver espulso un diplomatico russo e di avere convocato l’ambasciatore moscovita a Londra. La decisione arriva in un momento di tensioni diplomatiche tra i due Paesi, in risposta a un’analoga espulsione di un diplomatico britannico da parte della Russia. La Russia accusava il diplomatico britannico di essere una spia.

Muoversi nella Cisgiordania occupata: l’odissea che racconta l’apartheid israeliana

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Check-points, cancelli, posti di blocco mobili: spostarsi, in Cisgiordania occupata, non è facile. Per muoversi di poche decine di chilometri, possono volerci ore. Oppure si può non arrivare mai. Sono oltre 1000 le barriere imposte da Israele nei territori occupati che obbligano i circa 3 milioni di palestinesi a pesanti restrizioni di movimento. Il regime di apartheid in questo pezzo di Palestina, è ben visibile. Torrette di controllo, telecamere, militari con i mitra spianati ai posti di blocco disseminati su tutto il territorio. Ma le infrastrutture che più mostrano la segregazione palestinese sono i cancelli di metallo posizionati agli ingressi di moltissimi villaggi e città della Cisgiordania, che i militari d’Israele aprono e chiudono a piacimento. Decidendo così se, per quel giorno, la vita degli abitanti si ferma alla fine della strada. Sono almeno 288 i “gates”, molti delle quali installati negli ultimi due anni che impediscono alla popolazione di muoversi, andare a scuola, al lavoro, all’ospedale. Chiudendo la popolazione in una prigione a cielo aperto.

Il muro di 8 metri costruito nel 2002 che separa la Cisgiordania dal resto della Palestina occupata nel 1948 corre per 730 km. È questo il limite oltre la quale i palestinesi nati in Cisgiordania non possono andare. Il muro dell’apartheid ha separato famiglie, comunità, e rubato altre migliaia di ettari di terra ai palestinesi in nome della sicurezza di Israele. Non è solo un muro, ma un complesso sistema di recinzioni elettroniche, barriere fisiche, zone cuscinetto e strade militari. Ogni anno decine di palestinesi vengono feriti o uccisi mentre cercano di scavalcarlo, spesso nel tentativo di andare a lavorare illegalmente in Israele. I permessi di lavoro infatti, non vengono più rilasciati dal 7 di ottobre 2023, una ulteriore “punizione collettiva” verso la totalità della popolazione in Cisgiordania. Perfino visitare Gerusalemme per la grande maggioranza dei palestinesi è ormai impossibile. Vedere il mare, è un sogno per molti giovani in questo pezzo di Palestina occupata.

Ai pochi varchi, telecamere, check-points e soldati controllano accuratamente i permessi e le macchine che non hanno la targa gialla d’Israele. Anche per passare i posti di blocco permanenti, spesso, le file sono diverse. I mezzi israeliani si muovono velocemente, e solitamente non vengono nemmeno controllate le carte d’identità. Per le macchine palestinesi, con la targa bianca, l’attesa, e i controlli, possono essere di ore.

«Io vivo a Silwan, a Gerusalemme Est. Lavoro all’Università di Al-Quds ad Abus Dis. Vedo l’Univesità da dove abito, ci metterei pochissimo ad arrivare. Ma c’è il muro in mezzo. Tutti i giorni devo prendere la macchina e andare fino al check-points. Ci metto un’ora per andare e un’ora per tornare» dichiara a LIndipendente A. M., abitante di uno dei quartieri palestinesi di Gerusalemme che Israele sta cercando di cancellare.

Sono 27 i chilometri che separano Ramallah da Betlemme. Per arrivarci, ci abbiamo messo più di due ore e mezzo. Controlli, posti di blocco, code infinite, sono diventate parte della vita dei palestinesi, che include venditori ambulanti che vendono il caffè agli automobilisti e ai passeggeri bloccati.

«Io non esco da Ramallah. Il mio nome è una condanna. Mi chiamo Qassam: ogni volta che i soldati israeliani mi controllano l’identità, mi detengono, mi perquisiscono, a volte mi picchiano. Solo perché mi chiamo come le Brigate di Hamas», racconta a L’Indipendente un giovane palestinese che vive a Ramallah. 24 anni, è originario di un paesino a un’ora dalla città. «Non vado quasi più a trovare la mia famiglia. Ogni volta, incontrare un posto di blocco è un rischio. Solo a causa del mio nome». Ma la sua storia è la storia di tanti. I controlli sulle strade sono temuti: per chi ha avuto un passato in prigione, o chi ha in famiglia qualcuno che è stato implicato nella resistenza, viaggiare in Cisgiordania può costare un pestaggio, o l’arresto. «Una volta a un posto di blocco mi hanno picchiato, pensavo mi sparassero. Mi hanno fatto inginocchiare e puntato il fucile addosso perché sul cellulare avevo foto e video di martiri della resistenza», dice un altro giovane di Tulkarem a L’Indipendente. I controlli, spesso, sono più approfonditi per i giovani uomini, specialmente se vengono da alcuni territori, come i campi profughi del nord. Ma le detenzioni sono così arbitrarie che molte persone preferiscono evitare gli spostamenti. «Per me è complicato anche andare al lavoro, fuori città. Se mi fermano i soldati, mi picchiano. Solo perché sulla mia carta d’identità c’è scritto che sono del campo profughi di Nur Shams».

In risposta all’opprimente sistema dei posti di blocco, i palestinesi hanno sviluppato buoni sistemi per aggirarli; i tassisti dei “service”, i mezzi di trasporto collettivi che molte delle persone utilizzano per muoversi, sono costantemente in comunicazione tra di loro e cercano quasi sempre di muoversi sulle strade che evitano i controlli israeliani. Sulle chat di telegram delle città spesso vengono comunicati i cancelli aperti e chiusi, o se sono presenti posti di blocco nelle vicinanze.

Capita a volte di prendere strade sterrate, più che secondarie, per arrivare a destinazione senza farsi fermare o per aggirare la chiusura di un cancello; una volta, per esempio siamo dovuti tutti scendere dal minibus e camminare a piedi per qualche decina di metri perché la strada su cui siamo stati obbligati a viaggiare era troppo dissestata. Ma siamo arrivati a destinazione senza incrociare i militari.

Questa è la vita dei palestinesi sotto occupazione.

Cosa sappiamo realmente dell’origine dei primi miliardi di Silvio Berlusconi

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C'è ancora oggi un grande buco nero sulle origini delle fortune economiche dell'uomo che, più di ogni altro, ha segnato la storia politica della “seconda repubblica” in Italia. Per decenni, infatti, magistrati e consulenti hanno cercato di indagare sulle modalità e i fondi attraverso cui l'imprenditore Silvio Berlusconi ha costruito il suo impero economico: un solido trampolino che lo ha portato – con grande successo elettorale – a quella discesa nell'agone politico da cui, fino al giorno della sua morte, non si è più tirato indietro. Il tema è ultimamente tornato alla ribalta nell'ultimo epis...

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Costa Rica, la conservatrice Fernandez vince le presidenziali

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Laura Fernandez, 39 anni, ha vinto le elezioni presidenziali in Costa Rica e entrerà in carica l’8 maggio. La candidata conservatrice, erede politica del presidente uscente Rodrigo Chaves, ha ottenuto il 48,5% dei voti, evitando il ballottaggio, mentre il socialdemocratico Alvaro Ramos Chaves si è fermato al 33,3%. L’affluenza è stata del 70%. Il suo partito, il Popolo sovrano, ha conquistato la maggioranza assoluta in Parlamento. Ex ministra della Presidenza, Fernandez sarà la seconda donna a guidare il Paese e, in campagna elettorale, ha promesso continuità nella lotta a criminalità e narcotraffico.