lunedì 5 Gennaio 2026
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Nel cuore di X prosperano violenza sessuale e pedopornografia

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In questi giorni è esploso uno scandalo attorno al chatbot della piattaforma X, Grok, a seguito dell’introduzione di un aggiornamento al sistema di modifica delle immagini che permette di creare con estrema facilità deepfake in cui le persone ritratte vengono spogliate e messe in bikini. La funzione è stata immediatamente impiegata in modo non consensuale, coinvolgendo anche VIP e minorenni. Tuttavia, questo “incidente” rappresenta solo la punta dell’iceberg, è semplicemente un episodio particolarmente visibile e pop che evidenzia l’atteggiamento complessivo di un social che da tempo offre terreno fertile per abusi e contenuti pedopornografici.

Il nuovo strumento di editing introdotto su Grok è stato progettato senza espressi fini erotici, ma per modificare con estrema rapidità qualsiasi immagine caricata sulla piattaforma. Questi però non richiede alcuna autorizzazione preventiva e gli utenti non hanno la possibilità di disattivarlo per proteggere le proprie foto. L’obiettivo è evidente: spingere le persone a effettuare le modifiche direttamente all’interno di X, evitando che si rivolgano a servizi di intelligenza artificiale concorrenti. Come spesso accade con gli strumenti di IA generativa facilmente accessibili e privi di controlli adeguati, un simile potere sull’informazioni visiva è defluito rapidamente in trend in cui vengono fatti circolare contenuti sviluppati senza il consenso dei soggetti coinvolti. Nel giro di pochi giorni sono dunque emersi post goliardici, di propaganda politica e moltissime immagini di natura sessuale.

Il contesto non è nuovo. Da mesi diverse organizzazioni civili chiedono che X venga indagata per violazioni delle norme sui contenuti non consensuali, quest’ultimo episodio si limita a riportare l’attenzione sulle già note criticità strutturali della piattaforma, in particolare sulla gestione dei suoi sforzi di moderazione. Non bisogna fraintendere, X non è un territorio digitale anarchico: pur avendo drasticamente ridotto i suoi sforzi di controllo, continua a esercitare un forte potere decisionale ed è spesso accusata di manipolare i propri algoritmi per amplificare la visibilità di determinati utenti, se non addirittura per oscurare interi argomenti poco graditi al proprietario, Elon Musk. Nonostante sia dunque presente una forma di censura, la violenza sessuale e la pedopornografia continuano a trovare spazio su questa piattaforma di massa.

Le immagini allegate all’articolo sono state sfocate dalla redazione.

Essendo X il social d’alto profilo più permissivo nei confronti dei contenuti di natura sessuale, non sorprende che sia diventato una vetrina per la vendita di materiale erotico alimentata da modelle‑influencer e da gruppi tematici. Si tratta di un sottobosco totalmente legittimo, che tuttavia rappresenta una complessità manageriale che richiede da parte dei fornitori estrema cautela: consentire la presenza di un mercato del sesso sul proprio portale va a rendere impossibile l’eliminazione automatica di ogni contenuto rappresentante scene di nudo, con il risultato che diventa più che mai necessario vigilare attivamente perché non si verifichino abusi. X, evidentemente, si dimostra lassista.

La piattaforma ospita infatti una quantità notevole di profili effimeri che rimangono attivi per pochi giorni e che promettono accesso a foto e video di adolescenti e bambini tramite canali criptati o servizi di hosting esterni. Non è da escludere che molti di questi account siano semplici truffe rivolte a predatori sessuali, ma resta il fatto che X consenta la circolazione di anteprime di tali materiali, le quali sono spesso già di per sé estremamente esplicite. Vengono messe in bella mostra preview di cartelle e di file, nonché brevi clip che offrono un “assaggio” del prodotto umano che viene mercificato. 

La tendenza di spogliare persone inconsapevoli e bambini su X non rappresenta dunque un’eccezione, bensì accomuna molteplici fenomeni che non sono altro che la conseguenza di scelte deliberate. Fughe di informazioni e ricerche accademiche indicano infatti che i principali modelli di IA sono stati addestrati impiegando anche ampi archivi pornografici, alcuni dei quali includevano migliaia di scatti di minori. A questo si somma la decisione di Musk di compromettere l’infrastruttura di moderazione del fu-Twitter per favorire, almeno ufficialmente, la “libertà di parola”; una decisione che ha ridotto i costi di gestione del servizio e gli ha consentito di determinare con maggiore agilità quali fossero le informazioni da divulgare, ma che ha minato la possibilità di tutelare le vittime di violenza. Digitale e non. Questi scandali non sono pertanto il sottoprodotto imprevedibile di un servizio, ma la conseguenza di una progettazione consapevole che, deresponsabilizzata, si può permettere di fare ciò che vuole.

Ucraina, si dimette il capo dei servizi segreti Vasyl Malyuk

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Vasyl Malyuk ha annunciato le dimissioni da capo del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina (Sbu), incarico ricoperto dal luglio 2022. La notizia è stata diffusa dal canale Telegram dell’Sbu e rilanciata da Rbc Ukraina. In un messaggio ufficiale, Malyuk ha spiegato di lasciare la guida dell’agenzia ma di restare all’interno della struttura per occuparsi di operazioni speciali asimmetriche, con l’obiettivo di infliggere il massimo danno al nemico. Secondo i media ucraini, il presidente Zelensky gli avrebbe proposto altri incarichi istituzionali, offerta che Malyuk avrebbe rifiutato.

Stragi del ’92: il giudice ordina nuove indagini sui mandanti esterni, i pm si oppongono

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Sulle stragi del 1992 si riapre per l’ennesima volta la partita, all’insegna di uno scontro istituzionale senza precedenti. Per la seconda volta dal 2022, il gip di Caltanissetta, Graziella Luparello, ha infatti deciso di opporsi alla richiesta di archiviazione della Procura nissena sui mandanti esterni degli attentati, ordinando ulteriori indagini. I pm hanno però reagito ricorrendo in Cassazione contro il provvedimento, giudicato “abnorme”, rifiutandosi di porre in essere attività urgenti. Sullo sfondo, gli elementi sempre più centrali sul possibile ruolo dell’eversione di destra e dei servizi deviati dietro la pianificazione e l’esecuzione degli attentati di Capaci e via D’Amelio.

Nel suo provvedimento, tra le altre indagini, la gip Luparello ordinava anche «attività a sorpresa», dunque connotate da forte urgenza, che però i magistrati non hanno eseguito, avendo preferito presentare ricorso alla Suprema Corte contro il rigetto della stessa Luparello. Chiaro il rischio: bruciare indagini che potrebbero essere essenziali – attraverso atti non ripetibili – per avvicinarsi alla verità. In seguito alla richiesta di archiviazione da parte della Procura, Luparello in estate aveva riaperto la camera di Consiglio su richiesta dell’avvocato di Salvatore Borsellino, Fabio Repici, che aveva depositato una nota in cui si evinceva che Paolo Borsellino fosse interessato al collaboratore Alberto Lo Cicero, braccio destro del boss di San Lorenzo Mariano Tullio Troia – condannato per l’attentato del 23 maggio ’92, detto “‘U Mussolini” per le sue simpatie di estrema destra e, a detta di Lo Cicero, legato al capo di Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie. A provarlo sarebbe infatti un verbale, risalente a una riunione andata in scena a Palermo il 15 giugno 1992, alla quale presero parte cinque magistrati, tra cui Borsellino. Dal documento si evidenzia come i giudici presenti si scambiarono informazioni legate alla strage di Capaci e alle intercettazioni disposte nei confronti di Lo Cicero

Inoltre, nella puntata andata in onda ieri sera, la trasmissione Report ha trasmesso un audio inedito di un interrogatorio del 5 giugno 2007, in cui Lo Cicero racconta al pm Gianfranco Donadio i sopralluoghi attribuiti a Stefano Delle Chiaie sui luoghi della strage di Capaci. Lo Cicero ha affermato di aver visto Delle Chiaie a Palermo nel ’92, in contatto con ambienti mafiosi e con il boss Mariano Troia, e di aver riferito sospetti e movimenti anomali a Paolo Borsellino. A rispondere alle domande del pm c’è anche Maria Romeo, compagna di Lo Cicero e sorella dell’autista di Delle Chiaie. Il 9 dicembre scorso, audito in Commissione Antimafia, il Procuratore di Caltanissetta, Raffaele De Luca, aveva affermato che «l’ipotesi della pista nera per quanto riguarda le stragi di mafia del 1992, legata al terrorista Stefano delle Chiaie, vale zero tagliato». Evidentemente, la gip non la pensa così.

Nel frattempo, è arrivata un’altra notizia: il 2 gennaio Fabio Repici ha diffidato i pm nisseni a «eseguire senza indugio» le indagini, in particolare «l’attività a sorpresa». «La Procura, con iniziativa inusitata, ha proposto ricorso per Cassazione», ha scritto l’avvocato nella diffida, ma «non esiste alcuna possibilità per cui la Procura della Repubblica possa omettere l’espletamento delle ulteriori indagini ordinate dal Giudice». Addirittura, secondo Repici, «l’eventuale inazione del pm integrerebbe le fattispecie delittuose di cui agli artt. 328 e 378 cp», ovvero rifiuto di atti di ufficio e favoreggiamento. «A fronte di quanto ascoltato nella puntata di Report, per quanto portato avanti dalla Procura di Caltanissetta non si può più parlare di depistaggio ma di vero e proprio occultamento delle prove – ha scritto in un comunicato Salvatore Borsellino –. E la deposizione del Procuratore De Luca alla Commissione Parlamentare Antimafia, non secretata, si configura come un atto pubblico di sottomissione ai voleri del Governo di eliminare e nascondere la partecipazione dell’eversione di destra alle stragi di Capaci e di Via D’Amelio». Il clima, dunque, si fa sempre più rovente.

Nel maggio del 2022, respingendo la prima richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura, Luparello aveva dato impulso a nuove indagini ed esplicitato anche i “binari” sui quali far convogliare le energie investigative dei pm: la possibile rilevanza della «pista ‘istituzionale’», incentrata sul «concorso nelle stragi di personaggi delle istituzioni deviate, eventualmente organizzati in organismi paramilitari», quella della «pista nera», che evidenzi le possibili «collusioni tra mafia siciliana ed esponenti di destra eversiva» nell’ambito della «lettura coordinata dei diversi delitti eccellenti degli anni ’80-’90», ma anche quella dell’eventuale presenza «di un anello di carattere politico individuabile in un personaggio o in un partito politico che potrebbe aver concorso a definire la strategia della tensione, allo scopo di legarsi, in un reciproco ‘do ut des’, a Cosa Nostra».

Chieti, assalto a portavalori: chiuso tratto Ortona-Pescara Sud

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Questa mattina, sull’autostrada A14, nei pressi di Ortona (Chieti), un furgone portavalori diretto verso Pescara è stato assaltato da un commando armato. I rapinatori hanno bloccato il mezzo con un’auto di traverso e chiodi sull’asfalto, sparando colpi d’arma da fuoco e usando esplosivo per aprire il portavalori. Il bottino ammonterebbe a circa 400mila euro. Non si registrano feriti. Durante l’azione sono state incendiate alcune auto: in totale risultano coinvolti tre veicoli e un camion. Per il fumo due persone sono state soccorse dal 118. Il tratto Ortona–Pescara Sud è stato chiuso, causando lunghe code.

Lavoratore morto per amianto: una sentenza storica condanna le Ferrovie dello Stato

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La sezione lavoro del Tribunale di Messina ha condannato Rete Ferroviaria Italiana spa (RFI), la società che ha ereditato le infrastrutture dalle storiche Ferrovie dello Stato, per la morte di un suo ex dipendente. Quest’ultimo è deceduto a causa di un mesotelioma pleurico attribuito all’esposizione professionale all’amianto. La sentenza ha accolto il ricorso degli eredi e disposto un risarcimento complessivo di circa 1,2 milioni di euro per danni patrimoniali e non patrimoniali. L’uomo, elettricista e addetto alla manutenzione, aveva prestato servizio sui traghetti e negli impianti elettrici delle Ferrovie dello Stato dal 1977 al 2001; la diagnosi risale al 2014 e il decesso al 15 aprile 2015, a 68 anni.

Il quadro evidenziato dai giudici del Tribunale si fonda su rilievi tecnici e dichiarazioni di servizio: l’attività dell’elettricista si svolgeva quotidianamente in ambienti tecnici delle unità navali, dove pannellature, coibentazioni e impianti contenevano amianto. Il documento giudiziario parla di esposizione che è stata «prolungata, significativa e non adeguatamente prevenuta», nonostante la conoscenza progressiva dei danni legati all’inalazione delle fibre di asbesto. Il carattere latente delle patologie asbesto-correlate – con intervalli di latenza che possono durare decenni – rende le responsabilità aziendali particolarmente pregnanti e difficilmente superabili con valutazioni meramente formali. «Questa sentenza segna un passaggio fondamentale nella verità giudiziaria sull’amianto nelle Ferrovie dello Stato – dichiara Ezio Bonanni, avvocato, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, che ha assistito i familiari della vittima – perché accerta in modo inequivocabile l’uso di amianto nei traghetti ferroviari e ne individua le responsabilità». Per i giudici, la mancata prevenzione configura una violazione degli obblighi in capo al datore di lavoro, in linea con la giurisprudenza consolidata sulla tutela dei lavoratori esposti a sostanze cancerogene.

Per la famiglia, che vive a Messina, il risarcimento rappresenta un riconoscimento tanto atteso quanto doloroso. Oltre che dall’Osservatorio Nazionale Amianto, le parti civili sono state assistite da avvocati specializzati, i quali hanno raccolto elementi documentali e testimonianze sul contesto di lavoro a bordo dei traghetti e negli impianti ferroviari locali. Sul piano sociale e giuridico, la pronuncia costituisce un ulteriore tassello nel lungo contenzioso italiano sull’amianto, che ha coinvolto imprese pubbliche e private, flotte navali e impianti industriali. «Parliamo – ha aggiunto Bonanni – di una tragedia tutt’altro che isolata: abbiamo già censito almeno altri dieci casi di mesototelioma tra i lavoratori impiegati nei traghetti FS. A Reggio Calabria e Messina il fenomeno è ancora più grave, anche per la presenza delle Officine di Manutenzione e delle OGR di Saline Joniche. Dopo otto anni di battaglie giudiziarie, questa decisione restituisce finalmente giustizia alle vittime e ai loro familiari e rappresenta una speranza concreta per tutti coloro che attendono il riconoscimento dei propri diritti».

Tra il 2010 e il 2020 in Italia si sono registrate in media 1.545 morti annue per mesotelioma: 1.116 uomini e 429 donne, di cui circa 25 (1,7%) con età inferiore ai 50 anni. Sono i dati del rapporto Istisan 24|18 “Impatto dell’amianto sulla mortalità. Italia, 2010-2020”, pubblicato nel 2024 dall’Istituto Superiore di Sanità, che ha segnalato una riduzione dei decessi tra gli under-50 negli anni recenti, primo effetto della legge 257/92 che nel 1992 vietò l’amianto in Italia. Il mesotelioma è un tumore altamente letale, con latenza di 30–40 anni, e nell’80% dei casi è attribuibile all’esposizione ad amianto.

Ucraina: raid russo su Kiev, almeno 2 morti

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È di due morti e di almeno quattro feriti il bilancio di un raid russo condotto nella notte in Ucraina. A Kiev un raid ha colpito aree residenziali, colpendo anche un centro medico privato nel distretto di Obolonskyi, dove due persone sono rimaste gravemente ferite. Danni sono stati registrati anche nella regione circostante la capitale, dove infrastrutture civili e abitazioni sono state interessate dagli attacchi. Le difese aeree ucraine sono entrate in funzione per intercettare parte dei missili e dei droni lanciati da Mosca. Le autorità invitano la popolazione a restare nei rifugi, mentre il bilancio potrebbe aggravarsi nelle prossime ore.

Trump, imperialismo senza freni: vuole anche Cuba, Colombia e Groenlandia

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«L’America può proiettare la propria volontà ovunque, in qualsiasi momento». La frase pronunciata dal capo del Pentagono Pete Hegseth il 3 gennaio in conferenza stampa fotografa senza ambiguità il nuovo corso dell’imperialismo trumpiano. Il Venezuela non è un’eccezione, ma un ritorno all’origine: la riaffermazione della dottrina Monroe in versione aggiornata: “Le Americhe agli americani” diventa un principio operativo che ridefinisce l’America Latina come “cortile di casa”, spazio naturale di influenza e intervento di Washington. In questo quadro, la cattura di Maduro assume un valore soprattutto simbolico, mentre l’asse della pressione si sposta anche su Cuba e Colombia. A questi si aggiunge la Groenlandia, rivendicata da Trump come necessità strategica per la sicurezza USA, nonostante il secco no di Copenaghen.

A fare da megafono alle ambizioni neoimperialiste di Washington è Marco Rubio che ha difeso l’operazione in Venezuela chiarendo che: «Questo è il nostro emisfero». Parole che demarcano la politica muscolare della Casa Bianca ed evocano una memoria storica tutt’altro che sepolta. Il linguaggio dell’“amministrazione temporanea”, già ascoltato a Panama e poi in Iraq, oggi viene riproposto in forma quasi identica con Caracas, confermando come la promessa di gestione responsabile si traduca spesso in puro dominio. E proprio nelle ultime ore, il Segretario di Stato, figlio di emigranti controrivoluzionari cubani, durante una intervista alla NBC, ha parlato apertamente di “preoccupazione” per i vertici dell’Avana, lasciando intendere scenari di regime change, affermando che il governo cubano «è un enorme problema» ed è «in grossi guai». «Non penso che sia un mistero il fatto che non siamo dei grandi fan del regime cubano», ha ricordato Rubio.

L’attacco frontale più netto è, però, quello contro la Colombia. Trump ha accusato il governo di Bogotá di non affrontare adeguatamente il narcotraffico e ha lasciato intendere possibili misure severe, includendo la minaccia di intervento militare. Vittima degli strali è il presidente Gustavo Petro, che secondo il tycoon «produce cocaina, la manda negli Stati Uniti, quindi stia attento a non farsi beccare». Petro ha respinto le accuse su X, definendole infondate e strumentali, ha rivendicato la sovranità della Colombia e avvertito che il suo Paese non accetterà pressioni, minacce o ingerenze esterne. Anche il Messico è finito nel mirino di Washington: «Dobbiamo fare qualcosa con il Messico, il Messico deve darsi una regolata» ha dichiarato Trump sull’aereo presidenziale. In una intervista a Fox News, il tycoon ha sostenuto che la presidente messicana Claudia Sheinbaum non stia realmente governando il suo Paese, ma che siano invece i cartelli della droga a controllare la nazione: «Quindi dobbiamo fare qualcosa», ha concluso Trump.

Dopo aver rilanciato le minacce in America Latina, Trump ha posto al centro dell’agenda anche la Groenlandia, definendola “necessaria” agli Stati Uniti: «Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale, e la Danimarca non sarà in grado di occuparsene». Il presidente USA ha collegato la posizione artica del territorio alla crescente presenza di navi russe e cinesi, sostenendo che Washington deve avere un ruolo maggiore nel controllo dell’isola autonoma e che ciò sarebbe anche nell’interesse europeo: «L’UE ha bisogno che noi abbiamo la Groenlandia». In un’intervista all’Atlantic, il presidente ha ribadito che l’obiettivo è «Prendere il controllo fino a quando non ci sarà una transizione ordinata». Le tensioni sono aumentate dopo un post della podcaster Katie Miller, moglie di Stephen Miller, uno dei più stretti collaboratori di Trump, che ha pubblicato un’immagine della Groenlandia coperta dalla bandiera USA con la scritta «Presto». La reazione di Copenaghen è stata netta: la premier danese Mette Frederiksen ha respinto al mittente ogni ipotesi di annessione o di minacce, affermando che gli Stati Uniti non hanno alcun diritto di prendere il controllo della Groenlandia e invitando Washington a cessare ogni pressione su un alleato storico.

Dalle Ande all’Artico emerge una strategia coerente di Washington: colpire i governi non allineati, ridisegnare rapporti di forza e imporre interessi strategici in nome della sicurezza. È un neoimperialismo senza freni, che cambia linguaggio rispetto al passato ma non natura, mentre guerra e violazione della sovranità rimangono prassi ordinaria.

Il telescopio spaziale James Webb ha rilevato la supernova più antica mai osservata

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universo

Quando la luce di quella stella è partita, l’Universo aveva appena 730 milioni di anni. Oggi, dopo un viaggio durato oltre 13 miliardi di anni, è arrivata fino a noi grazie al James Webb Space Telescope, che ha identificato la supernova più antica e distante mai osservata. È una scoperta che permette per la prima volta di studiare la morte esplosiva di una stella in un’epoca in cui il cosmo era ancora giovane, immerso nella fase detta “reionizzazione”, quando le prime galassie stavano iniziando a illuminare lo spazio.
La storia dell’osservazione inizia il 14 marzo 2025, quando un breve ma pote...

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Domenica al museo: 213mila visitatori

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213mila persone hanno usufruito oggi dell’ingresso gratuito nei musei, gallerie e parchi archeologici statali nella prima domenica del mese. In base ai primi dati disponibili, il sito più scelto è risultato essere il complesso del Pantheon – Basilica di Santa Maria ad Martyres con 15mila visite, seguito dal Parco archeologico del Colosseo (13,9mila visite) e dalle Gallerie degli Uffizi (11,4mila visite).

Meloni come Netanyahu e Milei: appoggia il rapimento di Maduro per compiacere Trump

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Subito dopo il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro ad opera degli Stati Uniti, è iniziato il gioco di equilibrismi da parte delle cancellerie di tutto il mondo, chiamate a destreggiarsi tra (il fu) diritto internazionale e la realpolitik. Se da Cina e Russia è arrivata una condanna netta, gli alleati argentini e israeliani non hanno perso tempo per congratularsi col presidente americano Donald Trump. L’Unione europea, così come la maggior parte degli Stati membri, ha tentato di celare la soddisfazione per la caduta di Maduro con un generico invito al rispetto delle norme internazionali. A sfilarsi dal fronte della cautela è stata l’Italia, col governo Meloni che, pur non reputando «l’azione militare esterna la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari», «considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico».

Le conseguenze della discrezionalità nel definire attacchi alla propria sicurezza e fare ricorso all’etichetta del terrorismo sono evidenti nella storia recente, trovando proprio negli Stati Uniti un protagonista in negativo, con aggressioni sparse tra Iraq, Afghanistan e ora Venezuela. «La violazione del diritto internazionale» da parte di Washington crea in tal senso «un pericoloso precedente», come sottolinea il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si riunirà domani, 5 gennaio, per discutere dell’aggressione militare USA ai danni del Venezuela, che aveva fatto appello alla massima organizzazione internazionale.

Russia, Iran e Cina hanno condannato l’incursione americana. Ha fatto eco Cuba, che nel Venezuela aveva trovato un alleato decennale contro l’embargo di Washington. Sul versante opposto si sono posizionati Argentina e Israele, con elogi a Trump. Benjamin Netanyahu ha parlato di una «leadership coraggiosa e storica a favore della libertà e della giustizia», mentre Javier Milei ha commentato con un: «Viva la libertà!».

Reazioni più caute si sono registrate nel Vecchio Continente, dove si è cercato di mascherare la soddisfazione per la cattura di Maduro attraverso giri di parole e richiami generici al diritto internazionale. «Siamo al fianco del popolo venezuelano e sosteniamo una transizione pacifica e democratica. Qualsiasi soluzione deve rispettare il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite», ha scritto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, glissando sull’aggressione militare USA. Sulla stessa lunghezza d’onda Kaja Kallas, a capo degli affari esteri dell’UE, e diversi Paesi membri, tra cui Germania e Francia, cui ha fatto eco il Regno Unito. Se la Spagna ha fatto sapere di non riconoscere l’intervento USA in Venezuela, l’Italia lo ha legittimato, considerandolo «un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza.

Il governo Meloni conferma così il suo allineamento fideistico all’amministrazione Trump, un’entità, a quanto pare, al di sopra del diritto per Palazzo Chigi. La vicinanza italiana alla causa statunitense era emersa già durante la guerra dei dazi intrapresa da Washington e ancora prima con l’aumento delle spese militari e delle importazioni di gas liquido americano a prezzi elevati. Trump ha trovato in Europa, con l’Italia, l’equivalente dell’avamposto israeliano in Medio Oriente e argentino in America Latina. Se è chiaro però che Netanyahu tragga da Washington legittimazione e permessi per la sua condotta criminale e Milei un sostegno economico in grado di tenere in piedi le sue disastrose politiche neoliberiste, resta da scoprire cosa cerchi o abbia ottenuto il governo dei “sovranisti” in cambio della sua fedeltà a stelle e strisce.