In occasione della Giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese decine di migliaia di persone sono scese in strada tra Roma e Milano. Nel capoluogo lombardo, ad aprire il corteo è stato lo striscione: “Libertà per Shahin, la solidarietà alla Palestina non si processa”, in riferimento all’imam Mohamed Shahin colpito da un decreto di espulsione per il suo attivismo a favore della Palestina. A Roma vengono invece invocate le sanzioni e l’embargo nei confronti di Israele.
Venezuela, Trump soffia sul fuoco e dichiara “chiuso” lo spazio aereo del Paese
«A tutte le linee aeree, i piloti, i trafficanti di droga e i trafficanti di esseri umani, per favore si prega di considerare che lo spazio aereo sopra e intorno il Venezuela chiuso nella sua interezza. Grazie per la vostra attenzione»: così recita il post che il presidente Trump ha pubblicato poche ore fa sul proprio social Truth. Le dichiarazioni del presidente USA sembrano voler innalzare di proposito la tensione tra i due Paesi, che negli scorsi giorni non ha fatto che crescere. In qualità di presidente di un altro Paese, infatti, Trump non può prendere decisioni in merito allo spazio aereo venezuelano. I voli nel Paese avevano già iniziato a ridursi negli scorsi giorni: diverse compagnie avevano infatti sospeso i propri servizi verso Caracas dopo che Washington aveva messo in guardia i civili circa l’aumento dell’attività militare nella zona e i rischi conseguenti. Al momento, non risulta che l’amministrazione di Maduro abbia risposto alle dichiarazioni del presidente USA.
Negli ultimi giorni, gli Stati Uniti hanno aumentato la propria presenza militare nella zona, con il dispiegamento di due bombardieri nel Mar Caraibico insieme a due tanker partiti dalla Florida. La scorsa settimana, l’amministrazione Trump ha anche accusato il presidente venezuelano Nicolas Maduro di essere a capo del cosiddetto Cartel de los Soles, organizzazione che gli USA definiscono terroristica e che sarebbe legata al narcotraffico. Il Segretario di Stato Marco Rubio si è spinto fino a dichiarare su X che il cartello sarebbe responsabile di «atti terroristici», anche se molti analisti arrivano perfino a negare la sua esistenza. Con questa mossa, tuttavia, gli Stati Uniti, che negli ultimi mesi hanno affondato oltre venti imbarcazioni venezuelane e ucciso più di 80 persone con l’accusa che fossero in qualche modo coinvolte nel narcotraffico, possono ampliare il loro raggio d’attacco nella zona. Secondo quanto riferito dal Washington Post, sarebbe stato proprio il segretario alla Difesa, Peter Hegseth, a dare il comando diretto di uccidere tutte le persone a bordo durante il primo attacco condotto dagli USA nel Mar dei Caraibi, lo scorso settembre.
Secondo il New York Times, i due presidenti avrebbero avuto negli scorsi giorni un colloquio telefonico: al centro del colloquio vi sarebbe stata la possibilità di un incontro tra i due, ma non si sarebbe giunti a stabilirne la data nè tantomeno le modalità. La possibilità di un colloquio tra le due parti era stata paventata anche da Axios, che smentiva che un intervento militare diretto in Venezuela da parte di Washington fosse imminente. Secondo quanto riferito da Reuters, che cita fonti governative, le dichiarazioni odierne del presidente sarebbero giunte inaspettate e nè la Casa Bianca nè il Pentagono avrebbero risposto alle richieste di commento.
Le nuove linee guida dei pediatri: niente telefonino fino ai 13 anni e social dai 18
Niente smartphone personale prima dei 13 anni, accesso ai social da rinviare il più possibile, idealmente fino ai 18 anni, incentivare attività all’aperto, sport, lettura e gioco creativo. Sono le linee guida aggiornate sull’uso dei dispositivi digitali indicate dalla Società Italiana di Pediatria. Le raccomandazioni fotografano un’emergenza silenziosa legata all’iperconnessione digitale: l’eccesso di stimoli rapidi altera l’equilibrio dell’attenzione e indebolisce le competenze relazionali, con un aumento di ansia, isolamento e dipendenze digitali tra i bambini e adolescenti.
Numerosi studi internazionali confermano i rischi dell’esposizione precoce agli schermi: l’OMS raccomanda zero schermo sotto i 2 anni e massimo un’ora tra i 2 e i 4. Uno studio pubblicato su JAMA Pediatrics mostra che l’uso dei device già a un anno è associato a ritardi nello sviluppo comunicativo e cognitivo. Metanalisi recenti evidenziano legami tra tempo di schermo, disturbi del sonno, obesità infantile, calo dell’attenzione e fragilità emotiva. Altri studi collegano l’uso intensivo del digitale a dipendenze, ansia e minore competenza sociale. Tutte le evidenze puntano nella stessa direzione: posticipare l’accesso ai dispositivi tecnologici è una misura protettiva per la salute dei minori. Dello stesso parere Rino Agostiniani, presidente della Società Italiana di Pediatria (SIP), che alza l’asticella contro l’uso precoce del digitale: «Ogni anno in più senza smartphone è un investimento nella salute del bambino».
La nuova revisione della letteratura internazionale condotta dalla SIP, che ha analizzato migliaia di studi, evidenzia come l’anticipo dell’esposizione agli schermi incida su linguaggio, attenzione, sonno e regolazione emotiva. Il quadro clinico che emerge è trasversale. In età pediatrica, «il cervello continua a formarsi e a riorganizzarsi per tutta l’infanzia e l’adolescenza», precisa Agostiniani. «Una stimolazione digitale precoce e prolungata può alterare attenzione, apprendimento e regolazione emotiva». Trenta minuti in più al giorno sotto i due anni aumentano sensibilmente il rischio di ritardo del linguaggio; ogni ora aggiuntiva sottrae minuti preziosi al riposo nei bambini in età prescolare; oltre determinate soglie si osservano associazioni con ipertensione e sovrappeso già tra i più piccoli. Secondo alcuni studi, sotto i 13 anni, anche un’esposizione superiore a un’ora al giorno può essere un fattore di rischio, mentre oltre due ore al giorno di schermo aumentano del 67% il rischio di obesità negli adolescenti. Il tempo digitale cresce mentre arretrano movimento, gioco libero, socialità reale, con effetti che si stratificano nel tempo. Negli adolescenti si osserva un aumento di ansia, isolamento e bassa autostima, legati anche alla comparazione costante e al timore di esclusione. E poi l’impatto sul sonno: l’89% degli adolescenti dorme con il cellulare in camera, favorendo deprivazione cronica di sonno. Crescono anche i casi di affaticamento visivo e miopia precoce; il rischio di dipendenze digitali, inclusi gaming e uso problematico dello smartphone, coinvolge una quota non marginale di giovani con alterazioni neurobiologiche simili ad altre dipendenze. Preoccupano inoltre cyberbullismo, esposizione a violenza e pornografia precoce, con ricadute su aggressività, disagio emotivo e comportamenti a rischio.
La pandemia ha accelerato questa deriva, raddoppiando le ore quotidiane davanti agli schermi e rendendo indispensabile un aggiornamento delle indicazioni pediatriche. Le nuove linee guida tracciano così un percorso prudenziale: rinviare l’introduzione del telefono, evitare l’accesso non supervisionato a Internet prima dei 13 anni, posticipare i social anche se consentiti per legge fino all’età adulta, spegnere i dispositivi durante i pasti e prima di dormire, promuovere attività all’aperto e lettura. Il cervello in formazione necessita di tempi lunghi, ripetizione, silenzio e noia. La sfida, ribadiscono i pediatri, non è abolire né demonizzare la tecnologia, ma ricollocarla nel tempo giusto, restituendo ai bambini spazi di esperienza reale e relazioni autentiche. Famiglia, scuola e istituzioni sono chiamate a un’alleanza educativa capace di porre limiti chiari e consapevoli, per preservare lo sviluppo e il futuro dei bambini.
Eurallumina, operai sospendono la protesta a 40 metri d’altezza
Dopo quasi due settimane di protesta, i 4 operai Eurallumina sono scesi dal silo di Portovesme (Sulcis Iglesiente), a 40 metri d’altezza. La decisione è stata presa dall’assemblea di lavoratori e sindacati dopo la visita della ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone. Da Roma sarebbero arrivate infatti delle rassicurazioni in vista del tavolo convocato per il 10 dicembre. I lavoratori Eurallumina chiedono lo sblocco dei fondi necessari alla ripartenza della fabbrica di Portovesme dopo sedici anni di fermo.
Spotify investe in armi: 650 musicisti dei Paesi Baschi ritirano la loro musica
Una sollevazione corale sta scuotendo il panorama musicale basco, dove più di 650 artisti, riuniti sotto il nome di Musikariak Palestinarekin (Musicisti con la Palestina), hanno deciso di rimuovere i propri brani dalla piattaforma Spotify. La scelta coinvolge 162 gruppi e nomi di primo piano, tra i quali Fermin Muguruza, La Furia e Jon Maia, e costituisce una reazione diretta agli ingenti investimenti nel settore bellico da parte del fondatore e principale azionista della piattaforma, Daniel Ek. L’atto è scaturito in particolare dall’indignazione per i quasi 700 milioni di euro da questi destinati a Helsing Defense, azienda che sviluppa droni militari dotati di intelligenza artificiale.
L’iniziativa, presentata pubblicamente alla libreria Katakrak di Pamplona, affonda le sue radici nella situazione in Palestina. I portavoce del collettivo hanno ricordato che «sono trascorsi più di due anni da quando lo Stato sionista di Israele ha intensificato violentemente l’occupazione del popolo palestinese». Un processo che, come hanno anche sottolineato, è stato normalizzato dai media «come rumore di fondo», pur essendo «niente meno che un genocidio». In questo contesto, la notizia dell’investimento di Ek, resa pubblica lo scorso giugno, è stata, hanno spiegato, «la goccia che ha fatto traboccare il vaso». La piattaforma Spotify, interpellata sull’argomento, ha replicato attraverso i suoi portavoce in Spagna, difendendo la scelta di Ek. La società ha dichiarato che Helsing, l’azienda in questione, viene utilizzata e distribuita nei paesi europei a scopo di «deterrenza e difesa contro l’aggressione russa in Ucraina», citando una dichiarazione della stessa Helsing. Inoltre, hanno cercato di tracciare una linea di separazione, affermando che Spotify e Helsing sono due società separate e di essere «certi» di «non essere coinvolti a Gaza».
Tuttavia, per i musicisti di Musikariak Palestinarekin, questa distinzione è inaccettabile. Il collettivo, nato all’inizio di agosto da un nucleo iniziale di pochi gruppi, si è progressivamente ampliato fino a coinvolgere centinaia di aderenti. Pur riconoscendo che le piattaforme di streaming «non sono generalmente strumenti creati per favorire i musicisti», il loro obiettivo va oltre la semplice protesta economica. «Sapendo che per Spotify noi non siamo nulla, vogliamo promuovere la stessa premessa nella direzione opposta: che Spotify non è niente per noi», hanno spiegato in occasione dell’evento in cui hanno raccontato della scelta di eliminare dalla piattaforma il loro catalogo, aggiungendo che il loro gesto è finalizzato a costruire un network ancora più ampio di protesta e a dare un senso collettivo al boicottaggio, trasformandolo in un potente strumento politico.
Consapevoli della natura simbolica della propria azione e delle differenze materiali che caratterizzano il settore musicale di Euskal Herria, i musicisti insistono sul fatto che Musikariak Palestinarekin «non è nato per parlare da un punto di vista morale né per puntare il dito contro i colleghi». L’invito, invece, è aperto a tutti: «Non siamo ancora così numerosi come vorremmo; abbiamo molti strati da superare. Invitiamo chiunque voglia unirsi a noi a farlo: le porte sono spalancate». Il messaggio che intendono diffondere è chiaro e si sta propagando in tutta la scena musicale basca: disconnettersi da Spotify di fronte a un modello che, denunciano, «trae profitto dal genocidio di Gaza». L’azione si conclude con un appello diretto al pubblico: «Da oggi in poi, chiediamo il boicottaggio dell’organizzazione: contro il sionismo e a favore della resistenza palestinese».
Indonesia e Sri Lanka, peggiora bilancio alluvioni: oltre 300 morti
Aumenta drammaticamente ora dopo ora il bilancio delle alluvioni che hanno colpito Sri Lanka e Indonesia. Fino ad ora sono state accertate almeno trecento vittime, un numero destinato a salire secondo il Centro di gestione delle catastrofi. Le forti piogge hanno distrutto migliaia di abitazioni e costretto quasi 44 mila persone a trovare riparo nei centri di assistenza statali. In Indonesia i soccorsi procedono con difficoltà: strade e ponti danneggiati, comunicazioni interrotte e mancanza di mezzi pesanti ostacolano l’intervento nelle aree più colpite. Nella provincia di Sumatra il bilancio è arrivato a 248 morti e oltre 500 feriti, mentre migliaia di famiglie risultano sfollate.
Fatevene una regione
Eccoli gli alieni spudorati che festeggiano. Gonfi di statistiche, estasiati dai calcoli, eccitati da previsioni, pronti a pianificare il nulla, i sedicenti politici, gli ultimi soldati di Fort Alamo trionfano chi di là chi di qua. C’è chi saltella e vuole aprire a Messina una filiale della gomma del ponte, c’è chi, dall’altra parte, che parla come un funzionario di Botteghe Oscure di trent’anni fa, c’è chi al centro si mette in volo sulla rotta Israele-Emirati Arabi-New York per stringere mani, anzi per stenderle.
Le elezioni regionali sono alle nostre spalle ma gli ambiziosi e le vendicatrici sono in pista per i prossimi step. Rese dei conti all’interno dei partiti, manipolazioni all’esterno. Con i loro partner di potere che gongolano all’idea di godersi lo spettacolo, di ricominciare a fare i burattinai, promettendo qua e là i soldi rimanenti, procacciati da varie Fondazioni Enti e Quant’altro.
Uno spettacolo desolante che soltanto chi si è messo in fila per prendere il biglietto, anzi la scheda elettorale, può lontanamente capire.
Io invece aspetto sempre Godot, lui o lei, chiunque sia, purché parli di programmi, ad esempio qualcuno che, se vuole la supertassa per i super ricchi, non la presenti come una minaccia. Può essere la cosa più giusta del mondo. Ma per favore ci dica come vorrebbe spendere i soldi ricavati, dove? ce lo dica per favore, altrimenti invece di una tassa sembrerebbe una multa oppure la cattiveria punitiva dei vecchi comunisti incazzati.
Pochi, nessuno sembra saper fare politica. Qualcuno c’è ma si guarda bene dal dirci che si vuole impegnare. E noi restiamo in attesa di una alternativa che non esiste. Noi del partito della maggioranza relativa, quelli che non vanno a votare ma che vorrebbero tanto potersi ancora sbagliare o illudere o tutte e due le cose.
Berlinguer radunava folle perché era bravo ma anche perché il lavoro stava al centro di tutto in quegli anni, ora non più. Per un po’ sono stati i migranti a prendersi la scena, ma quanto sarebbe bello che qualcuno mettesse al centro il problema centrale di oggi, che non sarà più il lavoro, ma che di sicuro sono i servizi, cioè la scuola, la sanità, le ferrovie, la sicurezza, il benessere pubblico…
Osiamo ancora sperare? Mah! Per il momento gli irriducibili se ne fanno una regione.
Airbus ferma 6mila A320, a rischio migliaia di voli
Un grave difetto software ha costretto le compagnie aeree di tutto il mondo a fermare migliaia di Airbus A320, dopo che il mese scorso un volo JetBlue ha subito un improvviso calo di quota che ha causato 15 feriti. Il problema, legato al software Elac prodotto da Thales, potrebbe coinvolgere circa 6.000 aerei: l’esposizione a intensa radiazione solare può corrompere dati essenziali dei controlli di volo a seguito di un recente aggiornamento. Easa e Faa hanno chiesto un aggiornamento urgente, avvertendo di possibili ulteriori disagi. Ritardi e cancellazioni sono attesi anche nel Regno Unito e negli USA, dove il problema riguarderebbe circa 500 velivoli.
Sciopero generale: cortei in tutta Italia, a Torino letame sulla sede de La Stampa
Nella giornata di ieri, 28 novembre, l’Italia si è di nuovo fermata per scendere in piazza. Migliaia di persone hanno percorso le strade di tutte le principali città italiane per ribadire la contrarietà della società civile alla «finanziaria di guerra», ovvero la politica del governo di sottrarre sempre più risorse a sanità, istruzione e welfare per rifornire le casse del settore bellicista. A fermarsi sono stati lavoratori del settore pubblico e privato, dalle scuole ai mezzi di trasporto. I cortei più numerosi si sono svolti a Milano, Bologna e Genova, dove a sfilare in testa vi erano Greta Thunberg e Francesca Albanese. Non sono mancati gli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti: a Venezia, per esempio, la polizia, schierata a protezione della sede di Leonardo SpA, ha usato gli idranti per fermare il corteo che si stava recando verso l’azienda per denunciarne la complicità nel genocidio a Gaza. Ma a riempire le pagine dei quotidiani di oggi c’è un’azione del tutto dimostrativa, la cui “gravità” ha smosso le istituzioni fino al presidente della Repubblica Mattarella e alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni: la protesta che, a Torino, ha visto coinvolta la sede del quotidiano La Stampa, preso di mira dai manifestanti con lanci di letame e scritte sui muri.
Assalto alla redazione de La Stampa, titola il quotidiano stesso, mentre la quasi totalità dei giornali gli fa eco con gli stessi toni. Assalto alla redazione de La Stampa titola il Corriere, Assalto dei proPal alla sede del quotidiano La Stampa scrive La Repubblica, Assalto alla redazione della Stampa copincolla il Sole24Ore. La solidarietà istituzionale non si è fatta attendere e ha scalato i muri di palazzo fino ad arrivare a Piantedosi, poi a Meloni e addirittura al presidente della Repubblica Mattarella, tutti indignati per quanto accaduto. Contro la sede del quotidiano infatti sono state lanciate “pericolose” zolle di letame, mentre sulle mura dell’edificio sono state lasciate alcune scritte poco lusinghiere. Un gruppo di persone ha poi fatto ingresso nella redazione (vuota, in quanto con lo sciopero nazionale coincideva la protesta dei giornalisti) e avrebbe gettato in terra qualche quotidiano. Atti per i quali è giunta celere la condanna istituzionale: un’azione «gravissima e del tutto inaccettabile» ha tuonato Piantedosi al telefono con il direttore del giornale, Andrea Malaguti, cui è giunta la solidarietà anche di Elly Schlein. Solidarietà è stata immediatamente espressa anche dai colleghi de La Repubblica, il cui Consiglio di Redazione ha espresso vicinanza per l’imperdonabile accaduto.
Secondo i medesimi quotidiani, «l’assalto» è avvenuto quando «la frangia più violenta» si è staccata dal corteo principale, dirigendosi verso la sede del giornale – una narrazione riproposta quasi identica nel contesto di tutte le proteste più importanti (è quanto accaduto anche durante l’ultimo grande sciopero nazionale). I manifestanti si sono mossi al grido di «Free Shahin» e «Giornalisti complici dell’arresto in CPR di Shahin». Pochi giorni fa, a Torino, le autorità hanno infatti arrestato e tradotto in CPR (prima di Torino, poi a Caltanissetta) Mohamed Shahin, imam della moschea di via Saluzzo e figura di spicco delle proteste per la Palestina degli ultimi due anni. A motivare il suo arresto sarebbero state proprio alcune frasi da lui pronunciate e rivendicate nel corso di dichiarazioni rilasciate alla stampa, nelle quali affermava che il 7 ottobre fosse la reazione del popolo palestinese ad anni di oppressione e sterminio compiuti da Israele. Tali frasi gli sono costate la revoca del permesso di soggiorno (Shahin si trovava in Italia con la famiglia da vent’anni) e l’emissione di un decreto di espulsione. L’imam sarà ora rimpatriato nel suo Paese d’origine, l’Egitto, dove rischia il carcere (se non la morte) perchè considerato un dissidente in ragione della sua avversione al regime di Al Sisi.
Secondo i manifestanti, quotidiani come La Stampa si sono resi complici nel costruire una narrazione mediatica che ha dipinto Shahin come un terrorista, favorendone l’arresto. I collettivi studenteschi che hanno rivendicato l’azione, pubblicando lui stesso immagini dell’ingresso dei manifestanti all’interno della redazione e del lancio di letame, hanno infatti sottolineato che «La stampa di tutto il Paese in questi giorni ha dipinto Mohamed Shahin come uno spaventoso terrorista, aderendo alle veline commissionate direttamente dalla DIGOS su volere del governo. Torino, che conosce Shahin meglio di chiunque altrə, sa bene distinguere la verità dalla prezzolata propaganda sionista. La verità la scrivono le milioni di persone che in tutta Italia hanno partecipato ai cortei che denunciano le complicità dei nostri politici con lo stato di Israele e l’industria bellica, sapendo che gli unici terroristi sono loro».
Ucraina, scandalo corruzione: si dimette il consigliere di Zelensky
Un nuovo terremoto politico scuote l’Ucraina: Andriy Yermak, consigliere presidenziale e stretto alleato di Zelensky, si è dimesso dopo la perquisizione del suo appartamento nell’ambito di un’inchiesta su uno scandalo da 100 milioni di euro. Zelensky lo ha lodato ma ha sottolineato che «non ci dovrebbe essere motivo di essere distratti da nient’altro che dalla difesa dell’Ucraina». Secondo indiscrezioni, Yermak sarebbe stato in procinto di partire per gli USA per colloqui di pace con figure legate a Donald Trump, tra cui Jared Kushner e Steve Witkoff. Le perquisizioni rientrano in un’indagine sulle tangenti nell’energia nucleare legata a un collaboratore fuggito all’estero.








