La generazione Z continua a essere protagonista nel mondo. Dopo il successo registrato alle urne in Nepal, i giovani malgasci hanno causato, attraverso un’intensa ondata di proteste, la caduta del governo. Il presidente ad interim del Madagascar Michael Randrianirina ha infatti destituito il primo ministro Herintsalama Rajaonarivelo e l’intera squadra di governo, annunciando che sceglierà presto un nuovo premier. Restano in allerta i giovani malgasci, che dopo aver protestato contro la carenza di acqua ed elettricità vedono erosa la legittimità nei confronti della nuova leadership. In tal senso, la misura di Randrianirina può essere vista come un (ultimo) tentativo di tenere sotto controllo la situazione e rafforzare la propria autorità dopo mesi difficili, nonostante gli entusiasmi iniziali.
Continua la fase di turbolenze politiche del Madagascar, aperta con le proteste della generazione Z che nel settembre dello scorso anno portarono alle dimissioni del primo ministro Christian Ntsay. Pochi giorni dopo il presidente Andy Rajoelina scelse come capo del governo il generale Ruphin Zafisambo. Le proteste si intensificarono, fino a diventare rivolta e a sfociare nel colpo di Stato condotto dal colonnello Randrianirina, schieratosi al fianco dei manifestanti. Randrianirina è così diventato presidente ad interim, promettendo elezioni entro due anni e nominando Herintsalama Rajaonarivelo come nuovo primo ministro. Il mandato di Rajaonarivelo è durato appena 5 mesi, finendo ben presto sotto la lente critica dei giovani malgasci che hanno manifestato contro la carenza diffusa di acqua ed elettricità.
Le autorità ad interim sono state poi accusate di governare con poca trasparenza, escludendo i protagonisti della transizione politica dai suoi sviluppi. Randrianirina è corso dunque ai ripari, sollevando Rajaonarivelo dal suo incarico e inviando un segnale di apertura ai manifestanti. Questo potrebbe non bastare: i giovani infatti chiedono misure concrete per una gestione condivisa della nuova fase politica nazionale. Alcuni gruppi hanno inviato un vero e proprio ultimatum al presidente, pretendendo un cambio di rotta, pena l’intensificazione delle proteste. I prossimi mesi saranno cruciali per capire gli equilibri di forza politici in vista del 2027, anno in cui dovrebbe chiudersi il periodo di transizione con la stesura della nuova Costituzione e l’elezione di un nuovo presidente. Appuntamenti a cui i giovani malgasci, protagonisti delle rivolte, pretendono di partecipare con un ruolo primario, dando continuità al protagonismo che la generazione Z sta riportando nel mondo.
Immaginate un pugno di polvere. Non quella morbida e arruffata che si accumula sui nostri pavimenti: questa è diversa, tagliente come vetro, sterile, satura di metalli pesanti, priva di qualunque traccia di vita. È regolite lunare e da miliardi di anni ricopre la superficie della Luna come una coltre ostile, mai toccata da una radice. Eppure, in quella polvere, un cece ha germogliato, radicato, è cresciuto e ha prodotto semi. Per la prima volta nella storia. Questo racconto è racchiuso in uno studio pubblicato su Scientific Reports, frutto di una collaborazione tra l’Università del Texas ad Austin e la Texas A&M University. A guidarlo Jessica Atkin, dottoranda in Scienze del suolo, e Sara Oliveira Santos, ricercatrice della University of Texas Institute for Geophysics. Due donne, un laboratorio, una domanda che sembrava fantascienza: si può coltivare cibo sulla Luna?
Per capire la portata di quello che è successo, bisogna sapere cosa rende la regolite così ostile. Non è solo questione di composizione chimica. Il problema è più profondo: a differenza del suolo terrestre, la regolite non contiene microorganismi né materia organica. È roccia frantumata. Inoltre le particelle non trattengono l’acqua, che viene drenata senza lasciare traccia, privando la pianta di ogni idratazione.
Per aggirare questi ostacoli, le ricercatrici hanno costruito la loro ricetta dell’impossibile con tre ingredienti. Il primo: il vermicompost, i rifiuti digeriti dai lombrichi della specie Eisenia fetida, che è un fertilizzante ricchissimo ricavabile dagli scarti organici di una missione spaziale. Un ciclo virtuoso: i rifiuti degli astronauti diventano nutrimento per le piante che li sfamano. Il secondo: le micorrize arbuscolari, funghi simbiotici con cui le radici formano un’alleanza antichissima. Sono stati loro, miliardi di anni fa, a permettere alle prime piante di colonizzare la terraferma. Ora, forse, toccherà a un altro mondo. I funghi aiutano ad assorbire i nutrienti e fungono da scudo contro i metalli pesanti. Il terzo: un sistema di irrigazione a stoppino di cotone, per portare l’acqua direttamente alle radici senza affidarsi al suolo.
I risultati hanno confermato insieme la speranza e i suoi limiti. Miscele fino al 75% di simulante lunare hanno consentito la produzione di ceci raccoglibili. Oltre quella soglia, le piante cedevano: foglie ingiallite, crescita stentata, fioritura mancata. Nel 100% di regolite, i semi sono morti. Ma le piante trattate con i funghi sono sopravvissute molto più a lungo. E i funghi si sono insediati nel substrato, aprendo la strada a un ecosistema potenzialmente autosufficiente.
Una domanda però resta aperta, e non è secondaria: quei ceci si possono mangiare? I chicchi sono in fase di analisi per verificare l’accumulo di metalli pesanti. Finché i test non saranno completati, nessuno li assaggerà. Tutto questo accade mentre la NASA prepara la missione Artemis e mentre Stati Uniti e Cina progettano basi permanenti sulla Luna. Nutrire chi ci vivrà è urgente quanto sapere come respirare, anche perché ogni chilo di cibo lanciato dalla Terra costa migliaia di dollari. Una fattoria lunare che rappresenta una infrastruttura vitale per i futuri piani di inviare nuove missioni umane sul satellite terrestre, che questa volta potrebbero avere l’obiettivo di avviarne la colonizzazione e lo sfruttamento estrattivo.
*Foto della University of Texas Institute for Geophysics
C’è ancora chi si oppone ai sempre più forti venti di guerra. A Pisa centinaia di manifestanti hanno invaso i binari della stazione, bloccando un treno che dopo aver attraversato l’hub militare toscano era diretto a Udine. Il convoglio, carico di munizioni e mezzi, è stato rispedito indietro dopo sei ore di presidio al binario 3. «La guerra non passa sui nostri territori e sulle nostre vite», ha dichiarato il Movimento No Base, da anni schierato contro la militarizzazione della Toscana. Le persone mobilitatesi a Pisa danno continuità al fermento dal basso nato contro minacce e complicità belliche, che negli ultimi anni ha potuto contare su migliaia di solidali, tra lavoratori dissidenti e iniziative della società civile.
Si è concluso con una vittoria il presidio creatosi ieri pomeriggio alla stazione di Pisa. «Dopo sei ore di blocco dei binari il treno è tornato indietro da dove è venuto», commentano le sigle promotrici: Movimento No Base, Collettivo di fabbrica GKN, Gruppo Autonomo Portuali Livorno e Rete Libere/i di lottare. Il convoglio composto da 32 vagoni carichi di munizioni, esplosivi e veicoli militari era partito dalle acciaierie Jindal Steel Work di Piombino, in direzione Udine. Dopo aver attraversato l’hub militare toscano — diffuso tra Pisa, Livorno e Pontedera — il treno è stato prima rallentato da un presidio dell’Unione Sindacale di Base (USB), per poi essere bloccato definitivamente nella stazione di Pisa. Si tratta di «un risultato decisivo della determinazione e la resistenza di tutti», dichiarano le sigle promotrici, lanciando un messaggio chiaro contro i sempre più forti venti di guerra: «Ovunque possiamo fermarli, in ogni città e in ogni paese. Oggi un primo passo, la pace si può realizzare con la lotta e la lotta continua».
In Toscana, tra basi italiane e americane, la militarizzazione è diventata una costante. Il porto di Livorno, benché civile, è ad esempio attraversato con continuità da armi e merci militari, per lo più provenienti dagli Stati Uniti e diretti alla base di Camp Darby. La mozione contro il transito delle armi, approvata dal Comune di Livorno nel 2021, resta dunque lettera morta. A tenere in vita la mobilitazione antimilitarista sono le migliaia di attivisti dislocati nella regione, a partire dal Movimento No Base, che ha guidato l’iniziativa pisana di ieri pomeriggio. La rete di associazioni ha preso forma contro la costruzione di una base militare a San Piero a Grado, nel Parco naturale di San Rossore, e delle nuove aree addestrative a Pontedera, radicandosi poi sul territorio ed estendendo il raggio d’azione all’intero hub militare toscano.
Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è ora succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica e lunedì, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio.
13 marzo – Ore 18.45 – Libano: il bilancio sale a 773 vittime
Il Ministero della Salute libanese ha aggiornato il bilancio delle vittime causate dagli attacchi israeliani. Sono state uccise 773 persone, cui si aggiungono quasi 2mila feriti.
Nel frattempo l’assedio israeliano nel Sud del Libano non si arresta. L’IDF ha lanciato dei volantini in cui si chiede ai cittadini di schierarsi contro Hezbollah.
13 marzo – Ore 17.25 – L’Iran autorizza le prime navi ad attraversare lo Stretto di Hormuz
Una nave turca ha ottenuto il permesso dalle autorità iraniane per attraversare lo Stretto di Hormuz. Lo ha dichiarato il ministro dei Trasporti turco Abdulkadir Uraloglu.
Fonti locali parlano di un’autorizzazione analoga per due navi indiane, cariche di GPL.
13 marzo – Ore 17.00 – Israele bombarda Teheran durante le celebrazioni del Quds Day
Migliaia di persone hanno sfilato a Teheran durante il Quds Day. Presenti anche il Presidente Masoud Pezeshkian e Ali Larijani, Segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale dell’Iran. Diverse bombe israeliane sono esplose nei pressi del corteo, uccidendo una donna.
13 marzo – Ore 16.00 – USA aggiornano bilancio dell’aereo caduto in Iraq: 6 soldati morti
Il Comando Centrale degli USA ha diramato un nuovo aggiornamento sull’aereo cisterna KC-135 precipitato nell’Iraq occidentale. Sono morti tutti i 6 soldati che componevano l’equipaggio. Washington sostiene che l’aereo non sarebbe caduto a causa di attacchi ostili o amici.
13 marzo – Ore 15.30 – Crisi petrolifera: Europa e USA si spaccano sulle sanzioni a Mosca
Una nuova spaccatura segna le già turbolenti relazioni tra l’Europa e l’amministrazione Trump. Alla luce della crisi petrolifera, Washington ha infatti deciso di sospendere per un mese le sanzioni comminate alla Russia nell’ambito della guerra in Ucraina.
Sugli scudi diversi Paesi europei, Francia e Regno Unito su tutti. Il premier britannico Starmer ha invitato Trump a rivedere la propria decisione, ribadendo la necessità di «mantenere una pressione comune su Mosca». La revoca delle sanzioni statunitensi «non favorisce la pace» ha invece dichiarato il presidente ucraino Zelensky, durante l’incontro con l’omologo francese Macron.
Abbiamo approfondito la portata dell’attuale crisi petrolifera in un articolo apposito:
13 marzo – Ore 14.00 – Media: avviate trattative per passare lo Stretto di Hormuz; WSJ: le truppe italiane lasciano l’Iraq
Secondo il Financial Times, diversi Paesi europei, tra cui Francia e Italia, avrebbero avviato dei colloqui con l’Iran per garantire dei passaggi sicuri alle navi nello Stretto di Hormuz.
Il Wall Street Journal ha invece scritto che l’Italia avrebbe deciso di ritirare le proprie truppe dall’Iraq, a seguito dell’attacco iraniano alla base di Erbil.
13 marzo – Ore 12 – Gli USA confermano la caduta di un aereo: 4 soldati morti, ma no “fuoco ostile”
Il Comando Centrale degli USA ha annunciato che 4 dei suoi soldati sono morti dopo che un aereo cisterna statunitense KC-135 è precipitato nell’Iraq occidentale. Gli USA sostengono che l’aereo non sarebbe caduto a causa di attacchi ostili o amici. Le operazioni di soccorso per gli altri due membri dell’equipaggio sono ancora in corso, così come le analisi su quello che è stato definito “incidente”. Nella notte, l’Iran aveva annunciato di avere abbattuto un aereo cisterna statunitense.
Four Confirmed Deceased in Loss of U.S. KC-135 Over Iraq
TAMPA, Fla. – At approximately 2 pm ET on March 12, a U.S. KC-135 refueling aircraft went down in western Iraq. Four of six crew members on board the aircraft have been confirmed deceased as rescue efforts continue.
13 marzo – Ore 10 – Oggi è Quds Day: le IDF continuano a emettere ordini di evacuazione
Oggi in Iran e in generale nel mondo musulmano si celebra il Quds Day. La celebrazione è nata in Iran dopo la Rivoluzione Islamica, nel 1979, e si tiene l’ultimo venerdì prima della fine del Ramadan, il periodo di digiuno religioso nato per celebrare la Rivelazione al profeta Maometto. La festa nasce in contrapposizione all’ideologia del sionismo e ad analoghe celebrazioni israeliane come il Jerusalem Day (festa nazionale israeliana per celebrare la riunione di Gerusalemme dopo la Guerra dei Sei Giorni) e per mostrare sostegno alla Palestina. In questo momento, le strade di Teheran e di tutto l’Iran sono piene di persone in marcia per celebrare la festività.
Le IDF, intanto, continuano ad emettere ordini di evacuazione tanto verso i cittadini di Teheran, quanto verso quelli di Beirut.
La folla riunita a Piazza Enghelab, Teheran, in occasione del Quds Day.
13 marzo – Ore 8 – I principali fatti della notte
Siamo entrati nel quattordicesimo giorno di guerra. Ecco un sunto dei principali fatti della notte:
Un’ondata di attacchi iraniani ha preso di mira la base USA “Muwafaq al-Salti” in Giordania, basi americane a Manama (in Bahrein) ed Erbil, in Iraq. Un soldato francese è morto nell’attacco a Erbil; ad annunciarlo il presidente francese Macron, che ha porto le sue condoglianze alla famiglia.
La Turchia ha segnalato un terzo attacco iraniano alla base aerea della NATO di Incirlik. A venire indirizzato verso la base sarebbe stato un missile, intercettato dalle forze aeree dell’Alleanza Atlantica NATO. Anche nelle ultime due occasioni, la Turchia ha accusato l’Iran di avere provato ad attaccare il proprio territorio; in entrambi i casi, le autorità della Repubblica Islamica hanno smentito tale versione, sostenendo di non avere mai attaccato la Turchia. L’Iran non si è ancora espresso su questo terzo episodio.
Un gruppo di dodici esperti e relatori internazionali presso l’ONU, tra cui la Relatrice Speciale per la Palestina Francesca Albanese, ha condannato l’aggressione israelo-statunitense verso l’Iran, sostenendo che USA e Israele agiscono fuori dal diritto internazionale.
Nelle prime ore di questa mattina sono stati riportati attacchi nella base americana USA di Riyad, in Arabia Saudita. Le sirene hanno iniziato a suonare per la capitale saudita, i cui sistemi difesa hanno reagito abbattendo un drone.
L’Iran ha reclamato di avere distrutto un aereo cisterna dell’aviazione statunitense e di avere messo nuovamente in fuga la portaerei la portaerei statunitense Abraham Lincoln. Verso mezzanotte, le IRGC hanno inoltre lanciato una nuova ondata di bombardamenti concentrandosi sul nord di Israele. I missili iraniani si sono abbattuti a Haifa e in altri 211 punti del Paese, tra cui Gerusalemme Ovest, Tel Aviv e Eilat. Poche ore dopo, verso le 2.30, una seconda ondata ha colpito 198 punti in tutta Israele, tra cui Kiryat Shmona, e Haifa.
Parallelamente agli attacchi iraniani verso Israele e le basi USA nella regione, anche Hezbollah ha lanciato più ondate di attacchi. Il gruppo libanese ha colpito basi militari israeliane in tutto il Paese, e continuato a respingere l’avanzata della fanteria israeliana; colpito anche un avamposto presso la città di confine di Markaba. Hezbollah ha inoltre ripetutamente colpito l’unità Shayetet 13 israeliana della Marina di Tel Aviv.
La coalizione israelo-statunitense ha continuato i propri attacchi contro l’Iran, concentrandosi su Teheran. Da quanto comunicano gli stessi media iraniani, gli attacchi sarebbero stati più intensi nell’area meridionale della capitale. In totale, in Iran, le IDF riportano di avere colpito 200 obiettivi. Bombardata, inoltre, l’autostrada che collega la stessa Teheran a Qom. Le IDF hanno anche continuato l’operazione in Libano, attaccando il ponte di Al-Zarariya sul fiume Litani; colpite anche basi di Hezbollah nei pressi di Bierut.
Palantir è un’azienda specializzata nell’analisi avanzata dei dati che è ormai posta da anni al centro delle operazioni militari e dei sistemi di sorveglianza di numerosi governi nel mondo. La natura dei suoi impieghi l’ha resa per forza di cose un’impresa estremamente controversa, una percezione ulteriormente alimentata dal suo CEO, Alex Karp, il quale adotta regolarmente e strategicamente toni ostili nei confronti dei principi democratici e della tutela dei diritti civili. In una recente intervista, Karp ha gettato definitivamente la maschera, dichiarando senza ambiguità che le intelligenze artificiali sviluppate dalla sua azienda influenzeranno il valore del voto dei cittadini, spostando potere politico verso la parte elettorale più allineata ai suoi obiettivi.
Nell’intervista rilasciata giovedì 12 marzo alla CNBC, Karp non ha chiarito se i servizi di Palantir abbiano avuto un ruolo nell’assassinio dell’Ayatollah Ali Khamenei, ma ha ammesso che le tecnologie dell’azienda stiano comunque contribuendo al conflitto in Medio Oriente. Questa ambiguità non è insolita: il silenzio selettivo è parte di una strategia comunicativa che mira anche a costruire un’aura di mistero attorno a un prodotto che, secondo alcune ricostruzioni, sarebbe meno efficace di quanto pubblicizzato. Anche l’enfasi sul fronte bellico, però, non è affatto casuale. Molte aziende civili tenderebbero a minimizzare il proprio coinvolgimento in operazioni che comportano la morte di civili, mentre Palantir sceglie di accentuarlo per veicolare un messaggio preciso: la guerra è ormai inseparabile dalle intelligenze artificiali e gli Stati Uniti – e con essi l’intero Occidente – devono accettare determinati rischi pur di garantirne lo sviluppo e l’impiego.
“Queste tecnologie sono pericolose per la società”, ha dichiarato il CEO. “L’unica giustificazione possibile per continuare a svilupparle è che, se non lo facciamo noi, lo faranno i nostri avversari, e finiremmo soggetti alle loro regole”. Secondo Karp, occorre quindi trovare un compromesso: muoversi rapidamente, anche a costo di provocare danni, ma in nome di un obiettivo superiore. Dopotutto, sostiene, quale sarebbe il senso di assumersi “il rischio di distruggere ogni fibra della nostra società, incluse le sue componenti più potenti, se non per preservare la nostra capacità di essere americani nel prossimo futuro e in quello più lontano?”
La natura dei rischi, per Karp, è del tutto evidente. “Questa tecnologia stravolge gli elettori con formazione umanistica – perlopiù Democratici – e riduce il loro potere economico, aumentando invece quello della classe lavoratrice, tipicamente maschile”. In altre parole, a subire maggiormente l’impatto delle intelligenze artificiali immaginate dal CEO sarebbero proprio i gruppi sociali più distanti dalle politiche dell’attuale governo statunitense, nonché dalle sue stesse posizioni. “Questi sconvolgimenti investiranno ogni aspetto della nostra società”, prosegue, “e perché il sistema regga dobbiamo trovare un punto di incontro su come intendiamo usare questa tecnologia e su come spiegheremo alle persone che probabilmente avranno meno beni e meno accesso a lavori interessanti”. Un sacrificio che, vale la pena ricordarlo, serve ad alimentare strumenti che vengono tra le altre usati in contesti bellici per meglio selezionare i bersagli da colpire e che, con tutta probabilitá, hanno avuto un ruolo nel bombardamento della scuola femminile di Minab.
Il sospetto, però, é che la distruzione del tessuto sociale non sia un contrappasso, ma l’obbiettivo principale dell’intera operazione. Nel 2009, Peter Thiel, fondatore di Palantir, sosteneva apertamente che aver concesso il voto alle donne abbia danneggiato la democrazia di matrice capitalista. Nel 2010, in occasione di una conferenza nota come Liberopia, Thiel è stato poi esplicito nell’esporre le sue idee politiche. “L’idea di base era che non avremmo mai potuto vincere un’elezione su certi argomenti perché eravamo una minoranza minuscola, ma forse, attraverso la tecnologia, possiamo cambiare unilateralmente il mondo senza dover costantemente convincere, pregare e trattare con persone che non saranno mai d’accordo”, aveva dichiarato all’epoca. “Ed è per questo che ritengo che la tecnologia sia un’incredibile alternativa alla politica“.
L’Agenzia internazionale per l’energia (AIE) ha avvertito nel suo ultimo rapporto che la guerra in Iran sta creando la “più grande interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale”, con una riduzione della produzione di petrolio e gas in Medio Oriente di almeno dieci milioni di barili al giorno. Per questo motivo l’Agenzia ha approvato il rilascio di 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve di emergenza dei Paesi che ne fanno parte (32 membri e 13 associati), vale a dire più del doppio dei 182 milioni di barili rilasciati all’inizio della guerra in Ucraina. Da parte sua, l’Ue si è sforzata di mostrare calma: dopo aver riunito il “gruppo di coordinamento sul petrolio”, ha dichiarato che «Non sono emerse preoccupazioni immediate sulla sicurezza delle forniture» e, secondo la portavoce dei gruppi di coordinamento Ue sul petrolio e sul gas, «c’è maggiore preoccupazione per l’aumento dei prezzi». Tuttavia, la decisione della nuova Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, di mantenere chiuso lo Stretto di Hormuz prospetta un peggioramento della situazione, considerato che dallo Stretto passano il 20% delle forniture globali di petrolio e GNL.
Secondo il rapporto dell’AIE, «in assenza di una rapida ripresa dei flussi di trasporto, le perdite di approvvigionamento sono destinate ad aumentare», prevedendo un calo globale della produzione di petrolio di 8 milioni di barili al giorno quest’anno, con le riduzioni in Medio Oriente che potrebbero essere parzialmente compensate dall’aumento della produzione dei Paesi non-OPEC plus, tra cui Kazakistan e Russia. Non a caso, il presidente statunitense Donald Trump ha suggerito a di sospendere le sanzioni statunitensi sul petrolio straniero, compreso quello russo, nel tentativo di fare scendere i prezzi globali, mentre il presidente russo Vladimir Putin ha colto la palla al balzo offrendo di ripristinare le forniture di gas e petrolio all’Ue. Gli Stati Uniti hanno rilasciato una licenza di 30 giorni che consente ai paesi di acquistare petrolio e prodotti petroliferi russi bloccati in mare. Ciò interesserà 100 milioni di barili di greggio russo, pari a quasi un giorno di produzione mondiale, secondo l’inviato presidenziale russo Kirill Dmitriev. Nel frattempo, nonostante la sospensione delle sanzioni sul petrolio da parte degli USA e l’iniziativa dell’AIE di rilasciare 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve, il prezzo degli idrocarburi è aumentato, con il prezzo del greggio di nuovo sopra i 100 dollari al barile.
A determinare l’interruzione della produzione di petrolio nella regione, oltre alla chiusura dello stretto di Hormuz da cui transitano le navi cariche di barili, sono stati anche i danni diretti agli impianti energetici della regione: gli attacchi israeliani, ad esempio, hanno colpito gli impianti petroliferi di Teheran, oltre a raffinerie e depositi in varie parti della città, trasformando la capitale iraniana in un inferno di fuoco. A sua volta, l’Iran ha minacciato di colpire le infrastrutture energetiche regionali se i raid di USA e Israele continueranno a colpire quelle iraniane e ha già colpito alcuni depositi e infrastrutture del gas e del petrolio in vari stati del Golfo. «Da attacchi del genere possono derivare conseguenze prevedibili, ampie e devastanti contro i civili, come incendi mortali fuori controllo, importanti interruzioni delle forniture essenziali, danni ambientali e gravi rischi nel lungo termine per la salute di milioni di persone. Tutto questo significa che tali attacchi possono violare il diritto internazionale umanitario e, in alcuni casi, costituire crimini di guerra», ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.
Importanti riduzioni dell’offerta si registrano in Iraq, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. In particolare, il colosso petrolifero statale degli Emirati Arabi Uniti ADNOC ha chiuso la raffineria di Ruwais, con una capacità di 922.000 barili al giorno, dopo che l’attacco di un drone ha provocato un incendio, secondo quanto riferito martedì da una fonte all’agenzia di stampa Reuters. Un altro incendio è scoppiato anche nel porto di Fujairah, un importante snodo globale per lo stoccaggio e il rifornimento di petrolio. In Iraq, la produzione dei principali giacimenti petroliferi meridionali è crollata del 70%, passando da 4,3 milioni di barili al giorno a soli 1,3 milioni, mentre il Qatar ha interrotto le operazioni presso i suoi impianti di GNL il 2 marzo, interessando uno dei più grandi impianti al mondo e una fonte che fornisce circa il 20% del GNL globale. Il 4 marzo ha dichiarato lo stato di forza maggiore sulle spedizioni di GNL.
Nonostante la grave crisi di produzione in Medio Oriente, per ora la situazione risulta ancora sotto controllo. Nel rapporto dell’AIE si legge che «I paesi consumatori dispongono di ingenti quantità di petrolio in deposito per compensare perdite temporanee di approvvigionamento. Le scorte globali di greggio e derivati sono attualmente stimate a oltre 8,2 miliardi di barili, il livello più alto da febbraio 2021». Dall’inizio del conflitto, i prezzi del gas sono aumentati del 50 per cento e quelli del petrolio del 27 per cento. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, ha dichiarato che il blocco sta valutando la possibilità di porre un tetto massimo ai prezzi del gas per aiutare i consumatori. Secondo l’AIE, l’impatto finale del conflitto sui prezzi del petrolio e del gas dipenderà «in modo determinante, dalla durata delle interruzioni del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz». Inoltre, l’agenzia sottolinea anche come le scorte di emergenza, pur fornendo una soluzione immediata, in assenza di una rapida risoluzione del conflitto, rimangono una misura tampone. In altri termini, più il conflitto si prolunga, più rischia di creare una crisi economica globale con ripercussioni importanti sugli assetti e gli equilibri internazionali.
In Italia il lupo è sopravvissuto a secoli di persecuzioni, al veleno, ai bracconieri, e al rischio di estinzione. Ora, con 78 voti favorevoli al Senato, solo 2 contrari e 57 astensioni, rischia di soccombere a qualcosa di molto più attuale: una legge di delegazione europea e dieci anni di inerzia istituzionale. Il Senato ha infatti approvato definitivamente la legge europea che contiene il recepimento del declassamento dello status di protezione del lupo. Dopo il via libera della Camera a dicembre 2025, il governo potrà ora adottare un decreto che sancirà il passaggio del lupo da specie “rigorosamente protetta” a semplicemente “protetta”. Come avevamo già raccontato a febbraio, la partita ha origine a Bruxelles: la Commissione Europea aveva proposto nel dicembre 2023 di abbassare lo status di protezione del lupo nella Direttiva Habitat, con pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale UE nel giugno 2025. L’Italia ha scelto il recepimento immediato, risultando tra i primi Paesi a farlo. Dopotutto lo stesso governo italiano aveva spinto per l’approvazione della norma che libera le doppiette.
Fino ad oggi ogni singolo abbattimento richiedeva una deroga specifica. Con la nuova normativa, le uccisioni potranno invece avvenire nell’ambito di piani di gestione regionali, eseguiti da personale specializzato. Le singole regioni potranno quindi approvare dei “piani di prelievo”, attraverso i quali decidere un numero di abbattimenti. Non si tratta di un via libera totale alla caccia: la specie rimane protetta e un documento tecnico dell’ISPRA ha già fissato un tetto massimo di 160 esemplari da abbattere sulla popolazione nazionale, stimata in circa 3.500 individui. Tuttavia si tratta chiaramente di una netta inversione di tendenza rispetto ai piani di ripopolamento che erano attivi fino a pochi anni fa.
Il problema, sollevato da più voci scientifiche, è che l’Italia si trova ad esercitare questo nuovo potere senza gli strumenti adeguati. Avremmo bisogno «di un piano di gestione vasto — ha spiegato a Ildolomiti.it Luigi Boitani, professore emerito di zoologia alla Sapienza e presidente della Large Carnivore Initiative for Europe — un piano che l’Italia ancora non ha». Un primo tentativo era stato avviato nel 2015 su commissione del ministero dell’Ambiente, ma da allora le Regioni non hanno mai trovato un accordo. Oltre dieci anni di stallo, e ora una nuova norma da applicare senza una base solida.
Le associazioni ambientaliste hanno reagito duramente. Legambiente parla di «grave errore»: «Abbassare il livello di protezione non risolverà i conflitti sociali. Basare il declassamento su una volontà politica, e non scientifica, potrebbe compromettere gli sforzi di conservazione e creare un precedente pericoloso per altre specie». L’ENPA denuncia invece «una grave retromarcia», e considera il provvedimento come «privo di giustificazioni reali, se non quella di tentare di compiacere una parte degli allevatori». La LAV segnala poi che alcune Regioni starebbero già contestando i tetti fissati dall’ISPRA, come accade in Toscana dove la giunta si opporrebbe al limite di 22 abbattimenti assegnato alla Regione.
Rimangono due questioni formali di rilievo. La prima: come ricordato già a febbraio dal Direttore Affari Istituzionali di WWF Italia Dante Caserta, la legge nazionale 157/92 indica ancora il lupo come specie particolarmente protetta e non è stata toccata dal provvedimento, aprendo la strada a possibili contenziosi. La seconda: sono tuttora pendenti dinanzi alla Corte di Giustizia Europea ricorsi contro la stessa decisione di declassamento della Commissione UE e il principio di precauzione avrebbe suggerito di attenderne l’esito.
Sullo sfondo, il problema strutturale rimane irrisolto: i lupi si spostano su territori tra i 50 e i 400 chilometri quadrati, rendendo qualsiasi gestione frammentata per Regioni o Province inefficace. La letteratura scientifica indica del resto che il controllo letale ha effetti incerti – può ridurre le predazioni su un allevamento ma aumentare il rischio nelle aree vicine – mentre le misure non letali, come recinzioni elettrificate e cani da guardiania, restano quelle con le prove di efficacia più solide. Ma richiedono investimenti e politiche di lungo periodo: esattamente ciò che manca in un Paese che, dopo dieci anni, è ancora senza un piano per il lupo.
Il Garante della privacy ha imposto a Intesa Sanpaolo una multa dal valore di 17,6 milioni di euro. Il Garante ha riconosciuto a Intesa di avere «trattato in modo illecito» i dati di 2,4 milioni di clienti, trasferiti per via unilaterale e automatica a Isybank, digitale controllata dallo stesso istituto finanziario. Per effettuare tale trasferimento, Intesa ha effettuato controlli di profilazione dei propri clienti, in modo da individuare le persone che presentavano le caratteristiche più adatte.
Ieri, un bombardamento iraniano si è abbattuto nei pressi del Muro Occidentale (anche noto come Muro del Pianto o, nel mondo musulmano, Muro di al-Buraq), a Gerusalemme. Il ministero degli Esteri israeliano ha pubblicato un video dell’attacco, che è stato ripreso dai media di tutta Italia. La capillarità nella diffusione di tale frammento non stupisce, se si considera lo scarso numero di testimonianze audiovisive della guerra che nelle ultime due settimane sono riuscite a scampare alla censura di Israele. Limitandosi a foto e video, effettivamente, parrebbe quasi che la nuova guerra nel Golfo viaggi interamente a senso unico: nonostante divieti e chiusura di internet, da Teheran sono giunti molteplici video che mostrano un ampio scenario di distruzione, come nel caso dell’attacco sul deposito petrolifero della notte tra il 7 e l’8 marzo. Da Israele, invece, le testimonianze sono risicate, sottoposte alla rigida censura di Tel Aviv, che si sta rivelando ben più stringente di quanto non lo sia quella iraniana.
Praticamente tutte le parti chiamate in causa direttamente o indirettamente in questo conflitto stanno imponendo ai propri cittadini un rigido regime di censura impedendo che video, foto e contenuti multimediali diventino di dominio pubblico. In Italia, come prevedibile, la discussione si concentra sulle misure adottate dall’Iran per evitare la circolazione di video. La rete internet risulta praticamente assente da 14 giorni e le autorità avrebbero imposto divieti di fare foto e video nei pressi dei luoghi degli attacchi e restrizioni di spostamento ai giornalisti. La censura più dura, tuttavia, non pare stare venendo imposta in Iran, ma negli altri Paesi. In Bahrein sono state vietate le proteste contro USA e Israele, tanto che sono state arrestate almeno 60 persone. Negli Emirati, sono state arrestate 20 persone che hanno fatto foto e video ai siti degli attacchi, e altre ancora per avere mostrato solidarietà alla Palestina; come negli UAE, anche in Arabia Saudita. Analoghi arresti sono avvenuti in Qatar e in Kuwait, dove sono state detenute rispettivamente 300 e 2 persone.
Israele stesso sta imponendo una dura censura sulla produzione e diffusione di contenuti multimediali. L’inviato dell’emittente spagnola RTVE ha spiegato che sin dal 28 febbraio, tutti gli operatori mediatici internazionali presenti in Israele hanno ricevuto un avviso dal dipartimento di censura militare di Tel Aviv, in cui venivano date loro le indicazioni sulle modalità con cui era concesso seguire la guerra: i giornalisti non possono fotografare o fare video ai luoghi che hanno subito attacchi, ma neanche registrare i cieli durante un bombardamento o una intercettazione e non possono fornire alcuna specifica che possa aiutare a individuare i luoghi in cui si è abbattuto un attacco. Se per esempio, ha spiegato l’inviato spagnolo, un missile dovesse cadere vicino a un’area civile situata nei pressi di un centro del Mossad, i giornalisti dovrebbero limitarsi a comunicare che ha colpito un edificio civile, senza aggiungere ulteriori dettagli. La censura israeliana ha portato, come nei Paesi arabi, all’arresto di due giornalisti turchi. Essa tuttavia, non si limita a silenziare i giornalisti, ma tocca anche cittadini, residenti e turisti che in questo momento si trovano in Israele. Sin dai primi giorni di guerra, Israele ha comunicato a tutti i civili di non fare e diffondere foto e video dei luoghi dell’attacco, ricordando più volte tale divieto. Nei giorni, ha arrestatoalmeno due persone – cittadini arabo-israeliani – per avere fotografato il luogo di un attacco e diffuso tali immagini.
Potrà apparire come una stortura per un cittadino europeo, ma alla luce del numero di arresti, dei regolamenti interni e – soprattutto – del quantitativo di immagini che sono riuscite a filtrare da Teheran comparato a quelle arrivate da Israele, la censura imposta dal regime iraniano pare più mitigata rispetto a quella dello Stato ebraico, e Teheran più “trasparente” nel rappresentare questa guerra. Resta da capire per quale motivo le parti coinvolte nel conflitto stiano imponendo una censura così stretta ai propri cittadini e residenti. Davanti ai resoconti di IDF e giornalisti, lo scopo di tali misure parrebbe duplice: da una parte sarebbe una questione strategica; evitare la diffusione di dettagli servirebbe a non fornire informazioni sull’esito degli attacchi ai propri avversari. «Il nemico segue queste documentazioni per migliorare le sue capacità di attacco», si legge a tal proposito in un comunicato delle IDF. Il secondo motivo sarebbe comunicativo: lo stesso inviato spagnolo ha precisato che «l’informazione è un’arma di guerra», ma soprattutto che «nascondere le vulnerabilità è parte della strategia». Censurare gli attacchi, insomma, avrebbe lo scopo di restituire una immagine di forza e solidità. Per i Paesi del Golfo questo significherebbe mantenere quella rappresentazione di località sicure e pacifiche che stanno costruendo negli ultimi anni con l’apertura verso Occidente. Per Israele, invece, riaffermare l’immagine di invincibilità militare che si è costruita nei decenni sin dalla sua fondazione.
Il 19 novembre 2025, la Commissione Europea e l’Alto Rappresentante dell’Unione hanno adottato il Pacchetto Mobilità Militare 2025 che include una proposta di Regolamento per facilitare lo spostamento rapido di truppe, equipaggiamenti e materiali militari, limitare i tempi di autorizzazione e semplificare procedure doganali. La proposta è ora sottoposta al vaglio del Parlamento e del Consiglio dell’UE, prima di diventare definitiva e vincolante.
La military mobility è in realtà da anni una delle preoccupazioni dell’Europa: con i Piani d’azione del 2018 e del 2022, l’UE ha riconosciuto alla rete TEN-T (Reti Transeuropee dei Trasporti) una strategicità militare. Già il Regolamento 2024/1679 ha deciso di prolungare i quattro corridoi della rete TEN-T verso l’Ucraina e la Moldavia, mentre allo stesso tempo vengono ridimensionati o declassati i collegamenti con la Russia e la Bielorussia. Anche il Libro Bianco sulla prontezza della difesa europea 2030 (il cosiddetto piano Rearm Europe) del marzo 2025 conteneva l’impegno a sviluppare la mobilità militare. Insomma, ogni anno la Commissione alza il tiro, presenta la guerra contro la Russia come ineluttabile e spinge un po’ più in là l’asticella dell’escalation.
«La guerra della Russia contro l’Ucraina ha dimostrato la necessità di spostare rapidamente truppe ed equipaggiamenti militari dal punto A al punto B. Tuttavia, complesse norme in tempo di pace possono trasformare un semplice convoglio in un incubo logistico», spiega la Commissione. Contro questo “incubo” si propone il sogno di un «trasporto militare fluido e senza ostacoli, rapido e su larga scala», a partire dall’eliminazione di lacci e lacciuoli normativi.
Eliminare le barriere normative
«Le procedure di autorizzazione sono spesso complesse con tempi di approvazione lunghi. Alcuni Stati membri richiedono un preavviso di 45 giorni», è il lamento della Commissione Europea che quindi chiede massimo 3 giorni per ottenere un’autorizzazione all’export in tempi normali e una semplice notifica in tempi emergenziali.
Di più: si chiede agli Stati di rilasciare «autorizzazioni perenni» valide fino alla successiva revoca e con la possibilità di ampliare l’ambito di applicazione. Per la Commissione vanno evitati il più possibile i «controlli alle frontiere» da parte delle Dogane per i carichi di armi (già ora fatti solo a campione) in quanto «potrebbero introdurre ritardi tali da compromettere la tempestività delle operazioni di trasporto militare». L’eliminazione di controlli alla Dogana potrebbe facilitare non solo l’esportazione di materiali «autorizzati» ma anche di quelli non autorizzati, magari riesportati verso milizie criminali o eserciti genocidi, e di fatto potrebbe alimentare il mercato illegale di armi, gettando altra benzina su un mondo già in fiamme. Il tutto ovviamente porterebbe a svuotare la legge italiana 185/90 (una delle più avanzate a livello europeo).
La Commissione si impegna inoltre a semplificare le norme che regolamentano il trasporto su strada, ferrovie e aerei per le merci militari pericolose (esplosivi) e carichi eccezionali (fuori sagoma o peso), garantendo «una maggiore flessibilità nell’applicazione di restrizioni […] al fine di agevolare il trasporto militare». La libera circolazione delle armi non si limita all’ambito comunitario ma è estesa anche ai Paesi NATO non europei (incluse quindi Turchia e USA) oltre ovviamente a Ucraina e Moldavia. «Queste misure favoriranno il movimento più rapido dell’assistenza militare verso l’Ucraina, con l’obiettivo […] di preparare il Paese a una futura adesione all’UE». Una volta che l’Ucraina farà parte dell’UE, la guerra alla Russia sarà ovviamente molto più vicina.
Standard militari per lavoratori civili
La Commissione Europea chiede che il trasporto militare effettuato da operatori civili (white fleet), sia «allineato» alle norme delle forze armate (green fleet). Si punta a militarizzare non solo le infrastrutture ma anche gli stessi lavoratori, che saranno sottoposti a norme più rigide tipiche dei militari. Questo probabilmente per disintegrare e reprimere il fronte di dissenso che sta crescendo tra i lavoratori della logistica che in questi mesi hanno sempre più ostacolato il trasporto di armi, in porti, aeroporti e ferrovie. A rimarcare il concetto, casomai non fosse chiaro, si sottolinea la necessità di una cooperazione civile-militare totale, facendo riferimento all’approccio «whole-of-society»: tutta la società deve essere impegnata nello sforzo bellico, convinta e consapevole della sua bontà. Un déjà-vu della vigilia della Prima guerra mondiale.
I costi per adeguare le infrastrutture
«Poiché i convogli militari sono spesso di grandi dimensioni e composti da veicoli sovradimensionati e sovrappeso – si legge nella proposta di Regolamento – le infrastrutture devono essere adattate a tali trasporti militari eccezionali, in particolare rafforzando e ampliando ponti e tunnel stradali e ferroviari e aumentando in modo significativo la capacità di trasporto, soprattutto nei porti e negli aeroporti». I costi ambientali di queste opere non vengono minimamente presi in considerazione, non si parla di valutazioni sull’impatto ecologico. Per quanto riguarda i costi economici, per il periodo 2021-2027, sono stati già stanziati 1,69 miliardi di euro per co-finanziare 95 progetti in tutta Europa, nei quattro corridoi prioritari. Il pacchetto di mobilità militare di novembre 2025 prevede di decuplicare il bilancio, fino a 17 miliardi di euro per la prossima tranche (2028–2034). In altri punti del documento si parla di 500 nuovi progetti individuati con un fabbisogno complessivo stimato intorno ai 100 miliardi di euro. Fino alla nuova ondata di finanziamenti, prevista alla fine del 2027, gli Stati potranno usare i fondi di coesione: gli aiuti destinati al sociale saranno quindi dirottati per esigenze belliche. I fondi potranno provenire anche da Horizon Europe, il programma dell’Unione Europea che nei prossimi bandi sosterrà «azioni a duplice uso rilevanti per la mobilità militare».
Rifornimento di combustibile
La proposta di Regolamento afferma senza giri di parole che la mobilità militare dipende dal fossile e si rammarica del «calo della domanda civile di combustibili fossili e della chiusura delle raffinerie» che «stanno creando nuovi rischi e dipendenze dalle importazioni», oltre a creare «colli di bottiglia nell’approvvigionamento energetico». Per questo «la Commissione riesaminerà il quadro sulla sicurezza energetica, inclusa la Direttiva sulle scorte petrolifere, per valutare adeguamenti relativi ai carburanti sostenibili, mitigare i rischi emergenti e rafforzare la prontezza della mobilità militare attraverso una maggiore resilienza energetica». Da Green Deal a Military Deal è stato un attimo.
EMERS e siamo in guerra
In caso di emergenza sarà attivato il Sistema Europeo di Risposta Rafforzata per la Mobilità Militare (EMERS). Non è chiaro se sarà attivato in caso di attacco effettivo da parte di uno Stato nemico o solo in caso di una ipotetica minaccia, né come evitare i falsi allarmi. A premere il “bottone rosso” sarà il Consiglio entro 48 ore, su proposta della Commissione, di propria iniziativa o su richiesta di almeno uno Stato membro. Ove possibile, la Commissione consulterà il Gruppo per il Trasporto nella Mobilità Militare proposto nel Regolamento, coordinandosi ovviamente con la NATO.
Quando l’EMERS sarà attivo, si applicheranno norme speciali, non serviranno autorizzazioni preventive ma solo notifiche del passaggio armi, con un preavviso ridotto. «Saranno previste deroghe in materia di tempi di guida e periodi di riposo per il trasporto militare effettuato da operatori civili». Sospese anche le regole sul cabotaggio (norme che assicurano che i camionisti non restino lontani da casa per periodi eccessivi e ricevano un trattamento equo quando operano all’estero). Tradotto: se adesso i camionisti non possono guidare più di tot ore di fila, con la procedura EMERS potranno guidare molto più a lungo e con meno riposo. Quindi esplosivi pericolosi saranno trasportati in TIR guidati da automobilisti stanchi e privati del sonno necessario.
E ancora: «Il trasporto militare sarà esentato dalle restrizioni alla circolazione basate sulle prestazioni ambientali dei veicoli o su misure relative alla qualità dell’aria e al controllo del rumore applicate in aeroporti e porti». Con l’attivazione dello stato di emergenza ci sarà uno spostamento di truppe e ordigni improvviso e massiccio, rischiando di provocare una reazione e quindi l’escalation del conflitto.
Riconversione bellica per le imprese della logistica
Secondo la proposta di Regolamento, un gran numero di veicoli ferroviari civili può essere considerato già idoneo per operazioni di trasporto militare oppure adattabile. Le forze armate avranno l’accesso ai registri esistenti di veicoli e aeromobili e ferrovie, per poterne disporre secondo le loro esigenze. Quindi l’Italia, già fanalino di coda per i mezzi pubblici, avrà parte dei veicoli ferroviari sottratti all’uso civile e “adattati” per il trasporto di armi, mezzi corazzati e truppe. La vita per i pendolari sarà ancora più dura. Le imprese della logistica dal canto loro segneranno nel nuovo «catalogo della mobilità militare» le proprie «offerte». Vista la crescente domanda di mobilità, la Commissione propone una riconversione delle imprese legate al mondo della logistica (da chi produce pianali per carri merci, a chi trasporta): «Sostenere l’espansione delle capacità industriali per la produzione di equipaggiamenti per la mobilità militare, nonché la formazione, riqualificazione e aggiornamento del personale». La compagnia ferroviaria tedesca DB Cargo ad esempio si è già impegnata a riservare una capacità di 343 carri pianali e due fasce orarie giornaliere per il trasporto militare. In Italia dal 2022 il servizio di trasporto di materiali e mezzi delle forze armate invece è stato affidato a Mercitalia, del gruppo FS. Mentre Leonardo ha stretto un accordo con RFI (Rete Ferroviaria Italiana) sulla military mobility con l’obiettivo di adeguare la rete ferroviaria al transito dei propri armamenti e convogli militari.
Ogni Stato membro sarà tenuto a designare un “Coordinatore Nazionale per il Trasporto Militare” e già nel 2026 saranno organizzate delle esercitazioni (stress test), «mirate a garantire il rapido movimento di assistenza militare verso l’Ucraina e i confini orientali dell’Unione», nelle quali sarà coinvolta anche la Nato.
Ferrovieri contro la guerra
Se il movimento dei portuali contro la guerra è già molto forte a livello internazionale, gli altri operatori della logistica stanno muovendo i primi passi, sostenuti dal sindacalismo di base. Si muove qualcosa nel settore aeroportuale, grazie ad alcuni lavoratori coraggiosi, mentre il settore dei camionisti è ancora abbastanza silente. In fase di veloce crescita il Collettivo Ferroviere/i contro la guerra, almeno in Italia, che da oltre un anno e mezzo si è mobilitato con bollettini e presidi. In Toscana i ferrovieri hanno manifestato insieme ai familiari della strage di Viareggio: «Con un aumento sproporzionato di transiti militari e di merci pericolose, non ci sarà più sicurezza per nessuno, né lavoratori né popolazione», spiegano.
Intanto nelle stazioni in provincia di Pisa (Tombolo e Pontedera) e di Palmanova (Udine), sono stati finanziati e già realizzati opere di allungamento dei binari per ospitare treni merci da 750 metri. Negli scali di Genova Sampierdarena-Parco Fuori Muro e di La Spezia Marittima sono in fase di attuazione due progetti europei con termine lavori previsto nel 2027, per collegare i porti liguri al corridoio TEN-T. Il finanziamento dell’Unione Europea prevede oltre 28 milioni di euro erogati a RFI per lo scalo di Genova e oltre 9 milioni per La Spezia. «Un fiume di soldi pubblici che, invece di essere utilizzati nel miglioramento della mobilità civile, nella sicurezza ferroviaria e nei contratti collettivi delle categorie del personale ferroviario (insieme a corpose e necessarie assunzioni), vengono spesi in obiettivi di morte, distruzione e miseria», commenta il collettivo dei ferrovieri contro la guerra. «La mobilitazione già in essere sui contratti deve diventare un tutt’uno con la mobilitazione antimilitarista, in quanto lo sfruttamento del lavoro alimenta la guerra. Non potranno esserci migliori condizioni di lavoro se come ferrovieri/e non spezzeremo questo binomio».
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