Almeno 27 membri di un gruppo di guerriglieri sono stati uccisi in Colombia in violenti scontri interni per il controllo di un’area strategica della giungla centrale, cruciale per la produzione e il traffico di cocaina. I combattimenti sono avvenuti nella zona rurale di El Retorno, nel dipartimento di Guaviare, circa 300 chilometri a sud-est di Bogotá, e rappresentano i più gravi degli ultimi mesi. A scontrarsi sono state due fazioni dissidenti delle FARC, guidate rispettivamente da Iván Mordisco e Calarca Córdoba, separate dall’aprile 2024 dopo una rottura interna.
Pisa, i vigili del fuoco s’inginocchiarono per le morti a Gaza: il Viminale li sanziona
Il 22 settembre del 2025, l’Italia è stata attraversata dal grande sciopero generale per chiedere la fine del genocidio in corso in Palestina, una delle manifestazioni più partecipate in assoluto degli ultimi anni. Centinaia di migliaia di persone, tanto nel settore pubblico quanto privato, hanno incrociato le braccia per mostrare la ferma opposizione della società civile all’aggressione israeliana in corso, della quale il governo italiano si è dimostrato complice. In questo contesto, a Pisa, un gruppo di vigili del fuoco si è inginocchiato di fronte alla bandiera palestinese. Il gesto, spiegano, è stato fatto in segno di rispetto nei confronti delle decine di migliaia di vittime del genocidio – in particolare i bambini. Al governo, evidentemente, l’iniziativa non è piaciuta e dieci pompieri sono stati raggiunti da contestazioni disciplinari che, in base alla gravità, potrebbero costare loro anche il posto di lavoro.
La notizia è stata diffusa dal sindacato USB, che aveva organizzato quella giornata di lotta e del quale i vigili del fuoco sanzionati fanno parte. La tesi del Viminale sarebbe che «i vigili del fuoco, quando scioperano e manifestano, non devono farlo con l’uniforme, non possono cioè farsi riconoscere in quanto vigili del fuoco che stanno protestando, nè tantomeno parlare in pubblico per difendere le ragioni per le quali stanno manifestando», riporta il comunicato del sindacato. L’obiettivo sarebbe quello di «intimidire un’intera categoria, anche in vista del riordino del settore, la riforma del Corpo dei Vigili del fuoco con la quale questo governo vuole equiparare i pompieri ad operatori di pubblica sicurezza».
Nelle scorse settimane, USB aveva già denunciato come la presenza dei pompieri alla manifestazione fosse finita nel mirino del ministero dell’Interno. A meno di un mese di distanza dallo sciopero, infatti, Paolo Cegnar (del Coordinamento Nazionale USB Vigili del Fuoco) era stato raggiunto da una contestazione disciplinare per aver preso parola nel corso della manifestazione. Una delle frasi che sarebbe finita alla base del provvedimento sarebbe stata la seguente: «Salviamo i bambini palestinesi; siamo ambasciatori di buona volontà dell’UNICEF e portiamo sul petto l’emblema dell’UNICEF e dobbiamo garantire a tutti i bambini la sicurezza e la Pace». Successivamente, in segno di solidarietà, cinque colleghi avevano autodenunciato la propria partecipazione alle manifestazioni del 22 settembre. Il governo ha poi deciso di procedere solo contro uno di loro – Lorenzo Biagini, del Comando di Livorno.
Quella contro i vigili del fuoco rappresenta solamente l’ultima delle iniziative con le quali il governo sta cercando di soffocare il movimento per la Palestina. Decine di denunce e misure cautelari si sono abbattute, nei giorni passati, contro attivisti e studenti (decine delle quali minorenni), mentre sono in corso le indagini per i presunti finanziamenti ad Hamas che hanno visto il presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia Mohammed Hannoun finire ai domiciliari, mentre numerosi altri soggetti risultano indagati – inclusa la giornalista Angela Lano, direttrice del sito di informazione Infopal. A Torino, l’imam Shahin è stato rinchiuso in un CPR e minacciato di espulsione verso l’Egitto per effetto della persecuzione politica nei suoi confronti, scatenata dalle frasi a favore della causa palestinese pronunciate nel corso di una manifestazione. E tutto questo solamente nell’ultimo mese e mezzo. In numerose circostanze, poi, le forze dell’ordine si sono attivate anche per intimare i cittadini a rimuovere simboli palestinesi (le bandiere) quando esposti pubblicamente, spesso con motivazioni riconducibili alla “sicurezza pubblica”. Non da ultimo, questo finesettimana è stato reso noto il fatto che il ministero dell’Istruzione stia schedando gli studenti palestinesi presenti negli istituti italiani. Nelle stesse ore, il tribunale de L’Aquila ha condannato Anan Yaeesh a 5 anni e 6 mesi di carcere per l’affiliazione (mai nascosta) con i movimenti di resistenza palestinese. A poco è servito, come hanno ricordato i suoi avvocati, che la resistenza armata di un popolo sia considerata legittima dalle convenzioni internazionali, quando questo è sottoposto alla repressione violenta. Come violenta è l’occupazione illegale di Israele della Palestina e l’oppressione del suo popolo.
Escalation in Groenlandia, UE sparpagliata: Macron invoca il “bazooka”, i tedeschi si ritirano
Domenica gli ambasciatori dei 27 Paesi dell’UE si sono riuniti attorno a un tavolo per una riunione d’emergenza, dopo l’ultima mossa di Donald Trump, che ha rilanciato l’offensiva sulla Groenlandia e minacciato nuovi dazi contro i Paesi europei contrari alla sua strategia. Il presidente francese Emmanuel Macron chiede di attivare lo “strumento anti-coercizione”, il cosiddetto bazooka commerciale dell’UE. L’Italia si defila, Berlino frena e avvia il ritiro dei propri militari dall’isola artica. Per l’UE, che si trova al crocevia di una crisi senza precedenti, è una prova di sovranità: reagire alle minacce di Washington o accettare che un alleato NATO ricatti l’Europa su un suo territorio, rischiando di far implodere l’Alleanza.
La tensione si è aggravata dall’annuncio di Trump di imporre dal 1° febbraio dazi progressivi dal 10% fino al 25% sulle merci di otto Paesi europei, se la Danimarca non aprirà alla cessione della Groenlandia agli americani. Il presidente americano ha scritto al primo ministro norvegese che, «non avendo ottenuto il Nobel per la Pace», ora si concentrerà sugli «interessi degli USA» e punta alla Groenlandia, mettendo in dubbio il diritto danese sull’isola. La risposta europea è stata immediata, quanto disordinata: la Commissione guidata da Ursula von der Leyen – che aveva risposto timidamente su X alle minacce di Trump – ha ribadito la propria solidarietà a Copenaghen e ha indetto una riunione straordinaria degli ambasciatori UE, durata tre ore, per decidere la linea comune, a cui sono seguiti poi colloqui telefonici tra Trump, il segretario NATO Mark Rutte e il premier del Regno Unito Keir Starmer. In una dichiarazione congiunta, gli otto Paesi sottoposti a sanzioni commerciali hanno affermato che «Le minacce di dazi minano le relazioni transatlantiche e rischiano di innescare una pericolosa spirale discendente». Hanno inoltre ribadito la loro “piena solidarietà” alla Danimarca e hanno raddoppiato gli sforzi per rafforzare la sicurezza nell’Artico, affermando che una missione di esplorazione congiunta delle forze europee, «non rappresenta una minaccia per nessuno».
Le capitali UE valutano contromisure senza precedenti contro Washington: dazi fino a 93 miliardi di euro o restrizioni all’accesso delle aziende americane al mercato europeo. Secondo il Financial Times le opzioni sono state preparate per rafforzare la posizione europea nei colloqui con il presidente USA al World Economic Forum di Davos. Qui, però, emergono le crepe europee che evidenziano come l’Unione sia, di fatto, una somma di interessi nazionali. Parigi spinge per attivare lo “strumento anti-coercizione”, il cosiddetto bazooka commerciale dell’UE creato nel 2023 contro le pressioni esterne. Può colpire beni, servizi e Big Tech, fino a limitare l’accesso al mercato unico. Finora mai attivato, rappresenta un deterrente teorico, ma rimane una scelta dall’impatto potenzialmente devastante per entrambe le sponde dell’Atlantico. Altri partner, in primis Berlino, frenano. La Germania ha già ritirato dopo soli due giorni, ufficialmente per il maltempo, i propri soldati dall’isola artica. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha escluso un coinvolgimento italiano nella missione congiunta nell’Artico e ha mantenuto una posizione defilata sul dossier Groenlandia, ha definito “un errore” le sanzioni imposte dalla Casa Bianca: per la premier si tratterebbe di un problema di cattiva comunicazione all’interno della NATO.
L’escalation in corso incrina la linea di pacificazione verso Trump seguita finora da Bruxelles e dai Ventisette e misura la stabilità e la coesione non solo all’interno della NATO, ma all’interno dell’UE stessa. L’accordo dell’estate scorsa, che portò i dazi sui prodotti europei al 15% azzerando quelli sui beni industriali americani, doveva garantire stabilità e sostegno USA sull’Ucraina. Fu, invece, percepito come un atto di debolezza: Mario Draghi parlò di “umiliazione”, sostenendo che l’Europa ne fosse uscita più fragile. La Commissione lo difese come prezzo necessario per la sicurezza globale e come fattore di chiarezza per le imprese. Le nuove minacce mostrano però che quella linea non ha prodotto né distensione né certezze. La resa politica di von der Leyen ha aperto la strada al neo-imperialismo trumpiano, generando un paradosso inedito: un membro della NATO, gli Stati Uniti, usa la pressione economica contro altri alleati per rivendicare un territorio che nessuno ha messo in vendita. Per l’UE la posta è esistenziale: subire equivale a certificare la propria irrilevanza, reagire significa accettare l’ingresso in una fase apertamente conflittuale. Attivare il “bazooka” aprirebbe, infatti, uno scontro con Washington; non farlo direbbe al mondo che l’Europa è permeabile alla pressione, anche quando riguarda un suo territorio. La crisi groenlandese smaschera i limiti strutturali dell’Unione, rivelando un’Europa sospesa tra dipendenza strategica dagli Stati Uniti e aspirazione all’autonomia, ma incapace di reagire in modo rapido e unitario alle pressioni esterne. La politica estera comune resta fragile, perché priva di un vero centro di gravità. Ogni capitale calibra la risposta in base al proprio legame con Washington, e il risultato è sempre lo stesso: la paralisi.
Spagna, scontro fra due treni: almeno 39 morti e oltre 75 feriti
Continua a aggravarsi il bilancio del deragliamento avvenuto alle 19:39 di domenica sulla linea ad alta velocità Madrid-Andalusia, dove due treni si sono scontrati nei pressi di Adamuz, nella provincia di Córdoba. I soccorritori hanno recuperato almeno 39 corpi tra le lamiere dei vagoni; i feriti sarebbero oltre 75, di cui 15 in gravi condizioni. Secondo la ricostruzione preliminare, un convoglio della compagnia Iryo, in viaggio da Málaga verso Madrid, è deragliato invadendo il binario opposto e impattando un treno diretto da Madrid a Huelva. Il traffico ferroviario sulla linea resterà sospeso almeno per tutta la giornata di lunedì. È stata aperta un’indagine per accertare le cause dell’incidente.
Scuola, metal detector e multe: il piano sicurezza del governo
Dopo aver annunciato l’intenzione del governo di «predisporre controlli agli ingressi» delle scuole, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha spiegato che i metal detector non saranno generalizzati, ma attivati solo negli istituti con reali problemi di sicurezza, su richiesta delle comunità scolastiche e con il via libera dei prefetti. La misura segue l’omicidio del diciottenne Abanoud Youssef e rientra nel nuovo pacchetto contro la violenza giovanile e la diffusione di coltelli a scuola. Accanto ai controlli, il governo valuta anche multe ai genitori dei minori trovati armati, da 200 a 1.000 euro, e possibili limitazioni come la sospensione di patente o passaporto.
Cile: incendi boschivi, 20mila evacuati
“Di fronte ai gravi incendi in corso, ho deciso di dichiarare lo stato di calamità naturale per le regioni di Ñuble e Biobío”. Lo ha annunciato il presidente cileno Gabriel Boric. Circa 20.000 persone sono state evacuate a causa degli incendi boschivi, mentre restano attivi 19 roghi, concentrati nel sud del Cile. Le fiamme hanno colpito anche aree abitate come Penco e Lirquén. Non sono ancora disponibili dati su eventuali vittime o abitazioni distrutte; segnalati veicoli carbonizzati lungo le strade.
Ucraina: raid russo nella notte, donna uccisa a Kharkiv
Nella notte tra sabato e domenica, le forze ucraine hanno intercettato e abbattuto 96 droni lanciati dalle forze russe. Secondo le autorità locali di Kharkiv, un velivolo senza pilota russo ha colpito una abitazione privata nel distretto di Kholodnohirskyi, causando la morte di una donna di 20 anni e il ferimento di un’altra persona. Altri raid notturni hanno interessato zone residenziali di diverse regioni, con segnalazioni di feriti e danni a edifici abitativi. Domenica mattina è stata colpita anche Zaporizhzhia in un attacco dell’esercito di Kiev. A seguito del bombardamento, è scoppiato un incendio e oltre 200mila abitazioni sono rimaste senza elettricità.










