sabato 14 Marzo 2026
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Mentre il mondo guarda all’Iran, in Cisgiordania aumenta la violenza dei coloni

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TEL AVIV – Dieci palestinesi uccisi in meno di due settimane. Pogrom quotidiani contro villaggi in tutto il territorio, incendi, furti, distruzione di uliveti. L’esercito israeliano ha intensificato i check-points, e chiuso molti dei cancelli di metallo posizionati agli ingressi dei paesi, rendendo la mobilità impossibile. Intanto che i coloni costruivano almeno due nuovi outpost, il ministro degli Interni israeliano Ben Gvir ha autorizzato 300.000 coloni residenti a Gerusalemme a ottenere il porto d’armi personale, di fatto armando quasi tutti i civili ebrei della città. Mentre gli occhi del mondo sono puntati sulla nuova guerra in corso, la violenza dell’occupazione si scatena con ancora più forza in Cisgiordania occupata.

Check-point a Qalandya per entrare a Gerusalemme. Foto di Moira Amargi

Muhammad Muammar, 52 anni, e Fahim Muammar, 48, erano due fratelli. Sono morti il 2 marzo, uccisi mentre provavano a difendere la propria famiglia dall’ennesimo assalto dei coloni armati. A uno hanno sparato in testa, all’altro all’arteria femorale. Poi è arrivato l’esercito, che ha bloccato l’ambulanza. L’uomo è morto dissanguato, mentre i soldati sparavano gas lacrimogeni e detenevano numerosi palestinesi. Nessun israeliano è stato arrestato.

Si è aperta così l’ondata di rinnovata violenza che ha invaso la Cisgiordania. Sono dieci i palestinesi uccisi dall’inizio della guerra tra Stati Uniti, Israele ed Iran. Almeno cinque tra essi sono stati freddati dal fuoco dei coloni armati, che hanno aumentato le loro aggressioni dall’inizio del conflitto, protetti, come ormai d’abitudine, dall’esercito israeliano. I restanti cinque, invece, sono stati uccisi dai militari in tre diversi episodi.

Tra sabato 7 e domenica 8 marzo ci sono state 24 ore di sangue. I coloni hanno ucciso un palestinese di 27 anni a Massafer Yatta, mentre il fratello è stato trasportato in ospedale in gravi condizioni. Nella notte, una settantina di settlers mascherati ha attaccato il villaggio di Abu Falah, vicino a Ramallah, armati di bastoni e pistole. I residenti hanno provato ad allontanarli; i coloni hanno aperto il fuoco, uccidendo sul colpo Thaer Hamayel e Farea Hamayel e ferendo almeno altre 7 persone. I militari, sopraggiunti sul posto, invece di fermare gli assassini hanno sparato lacrimogeni contro la comunità. È a causa dei gas inalati che è morto poche ore dopo anche il 54enne Mohammed Murra.

Il funerale dei fratelli Qaryut. Foto di Moira Amargi

Non si ferma la violenza in Cisgiordania occupata, anzi non fa che aumentare. Secondo l’agenzia palestinese Wafa, le stime indicano un aumento di quasi il 25% rispetto al periodo precedente lo scoppio del conflitto militare israelo-americano con l’Iran. Su tutto il territorio si sono registrate decine di assalti da parte di coloni armati, con incendi alle proprietà palestinesi, danneggiamenti, attacchi con armi da fuoco mentre avanzano le occupazioni di terre e la costruzione di nuovi outpost, gli avamposti agricoli che segnano l’inizio di una nuova colonia. Nell’ultima settimana almeno venti famiglie sono state costrette a lasciare la propria terra a causa delle ripetute violenze dei coloni nell’area di Tubas (11 famiglie da Khirbet Yerza, 6 da al-Aqaba, 3 da Atouf), mentre i soldati continuano la campagna di incursioni e arresti, che solo nella prima settimana di marzo hanno portato alla detenzione di almeno 225 palestinesi.

Sono almeno 700 i palestinesi sfollati dalle proprie terre dall’inizio dell’anno, portando il numero totale dal 7 ottobre 2023 a superare le 4000 unità. Cinquantuno comunità sono state spazzate via, altre quattordici quelle fortemente decimate. Almeno 1,064 palestinesi sono stati uccisi dall’esercito e dai coloni, di cui 231 bambini.

Con il pretesto della sicurezza, la Cisgiordania è semi-bloccata. Foto di Moira Amargi

La Cisgiordania è semi-bloccata: con il pretesto della sicurezza, i soldati di Tel Aviv hanno imposto misure militari severe e senza precedenti, chiudendo molti dei cancelli di metallo che collegano città e strade palestinesi, impedendo a migliaia di persone di muoversi, andare a scuola, al lavoro, all’ospedale.

Gates chiuso per l’ingresso alla Moschea Ibrahim di Hebron. Foto di Moira Amargi

La notte scorsa i coloni hanno dato fuoco a una moschea a Duma, mentre in nome della sicurezza contro il conflitto da loro iniziato, da giorni Israele ha bloccato gli accessi a due delle Moschee più importanti per il mondo mussulmano. A migliaia di palestinesi viene così impedito di pregare nella Moschea al-Aqsa di Gerusalemme e nella Moschea Ibrahim di Hebron, in una guerra aperta – anche – alla religione nel mese sacro del Ramadan.

Intanto Ben Gvir dà il meglio di sé, e dopo aver concesso 240mila licenze di porto d’armi ai coloni illegali in Cisgiordania post 7 ottobre, continua ad armare gli ebrei israeliani. Sono circa 300mila i residenti ebrei di Gerusalemme che potranno ottenere un arma, indipendentemente dal fatto che siano o siano stati membri delle forze armate israeliana. Il ministro di estrema destra ha pubblicizzato la mossa sottolinenado il “diritto fondamentale” dei residenti di Gerusalemme a “difendere se stessi e le loro famiglie”, “Proprio all’ombra della guerra e durante il Ramadan”. Utilizzando sia il conflitto in corso che il mese sacro ai mussulmani per giustificare la nuova ondata di militarizzazione della società in 41 quartieri della città santa alle tre religioni che Israele vuole completamente occupare.

Roma, in migliaia sfilano per il No al Referendum

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Almeno 5mila persone stanno sfilando a Roma, alla manifestazione indetta da Potere al Popolo per sostenere il fronte del No al referendum sulla magistratura. Presenti diversi movimenti pacifisti, da cui si è levata la condanna all’aggressione israelo-americana ai danni dell’Iran. Tante le bandiere cubane e palestinesi. A Torino, in migliaia hanno contestato il governo Meloni per la complicità nel genocidio condotto da Israele nella Striscia di Gaza. Giornata di mobilitazione anche a Vicenza, dove è stato organizzato un corteo “contro l’uso delle nostre città come ingranaggio della guerra globale”.

Bruno Contrada: una vita tra antimafia, accuse e misteri di Stato

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Quando si presentarono a prendere 'U Dottore, la vigilia di Natale del 1992, Bruno Contrada era in famiglia come la maggior parte degli italiani. La Procura di Palermo gli mandò a casa una decina di uomini della DIA, che lo portarono via in manette davanti alla moglie Adriana e al figlio, poliziotto della Questura dove lui ormai era un pezzo da novanta. Sessantuno anni compiuti, originario di Napoli ma ormai trapiantato in Sicilia da una vita, un cursus honorum da uomo di Stato predestinato. Entrato in Polizia nel 1958, a 27 anni, ex ufficiale dei Bersaglieri, capo della Squadra Mobile cinque ...

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DIRETTA – Gli USA bombardano l’isola strategica di Kharg – Iran: l’Ucraina è un obiettivo legittimo a causa del supporto a Israele

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Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è ora succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 marzo, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì 9 marzo, i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio.


A Tel Aviv un gruppo di circa 150 cittadini israeliani ha tenuto un presidio contro l’aggressione israelo-americana all’Iran e il genocidio in corso a Gaza.

Come riportato dalla nostra corrispondente da Tel Aviv, anche alla luce dei numeri esigui, la protesta non è rappresentativa del sentimento generale, che vede la stragrande maggioranza degli israeliani a favore della guerra in Iran e della pulizia etnica in Palestina.


Ibahim Azizi, presidente del comitato per la sicurezza dell’Iran, ha dichiarato il territorio ucraino un bersaglio legittimo per gli attacchi iraniani.

«Sostenendo il regime israeliano con l’aiuto degli UAV, l’Ucraina è stata effettivamente coinvolta nella guerra e, secondo l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, ha trasformato il suo intero territorio in un obiettivo legittimo per l’Iran», ha scritto Azizi su X.

Numerosi media riportano la notizia di un attacco missilistico condotto nella mattinata di oggi contro l’ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad. Secondo Reuters, che cita funzionari iracheni, l’attacco ha provocato la fuoriuscita di fumo dall’edificio. Secondo AFP, non sarebbe stato un missile ma un drone a colpire la struttura. L’ambasciata non ha ancora rilasciato comunicati a riguardo, mentre online circolano numerosi video che riprenderebbero l’accaduto.


In un post pubblicato in francese, arabo ed ebraico su X, il presidente Macron ha dichiarato che la Francia è disponibile a ospitare a Parigi colloqui tra il Libano e Israele, per evitare che la situazione tra i due Paesi scivoli in una ulteriore escalation di violenza. “Bisogna fare tutto il possibile per evitare che il Libano precipiti nel caos” ha dichiarato il presidente, aggiungendo che “Hezbollah deve fermare immediatamente la sua offensiva in escalation” e che “Israele deve abbandonare la sua offensiva su larga scala e cessare i massicci raid aerei, soprattutto perchè centinaia di migliaia di persone sono già fuggite dai bombardamenti”.


Hanno diffuso immagini sugli attacchi della difesa aerea e altri che sarebbero “falsi”, con l’intento di “ingannare l’opinione pubblica e fomentare paura e ansia tra i cittadini”: per questo, dieci persone sono state arrestate e rinviate a giudizio con procedura accelerata negli Emirati Arabi. La notizia è stata diffusa da media locali, che riportano come tali “reati” sono punibili con la reclusione fino a un anno e 100 mila dirham di multa (poco meno di 24 mila euro). Gli Emirati Arabi stanno cercando di mantenere uno stretto controllo su quanto sta venendo pubblicato sui social in merito alla guerra, utilizzando anche gli influencer per mantenere intatta l’immagine di sicurezza e benessere che vorrebbe contraddistinguere il “brand Dubai”.


  • Gli USA hanno attaccato l’isola di Kharg, dalla quale l’Iran esporta circa l’80% del proprio petrolio. In un post sul proprio social Truth, Trump ha riferito che ogni obiettivo militare dell’isola è stato “completamente distrutto”. “Per ragioni di decenza, ho deciso di non distruggere le infrastrutture petrolifere presenti sull’isola” ha riferito il presidente, aggiungendo che “se l’Iran o chiunque altro dovesse fare qualcosa per interferire con il libero e sicuro passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz, riconsidererò immediatamente questa decisione”. Il presidente è poi tornato a ribadire che l’Iran non avrà “MAI un’arma nucleare”. Secondo alcuni analisti, citati da Al Jazeera, l’attacco all’isola segna il passaggio dagli attacchi militari a una vera e propria guerra economica, in quanto obiettivo degli attacchi sembra ora essere eliminare i rispettivi punti di forza economici della regione.
  • Nel frattempo, circa 2500 marines statunitensi e una nave da sbarco sarebbero stati inviati in Medio Oriente, avrebbe riferito ad AP una fonte anonima.
  • Hezbollah ha lanciato un’offensiva contro obiettivi israeliani in Libano e in Israele.
  • Hamas ha chiesto all’Iran di “smettere di prendere di mira i Paesi vicini” e di “cooperare per fermare questa aggressione” e “preservare i legami di fratellanza” tra gli Stati dell’area.
  • Francia e Italia avrebbero aperto un canale diplomatico con l’Iran per permettere il libero transito delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz: la notizia è riferita dal Financial Times, che cita “persone informate sulla questione”. I colloqui sarebbero ancora in fase iniziale.

Il Ministero della Salute libanese ha aggiornato il bilancio delle vittime causate dagli attacchi israeliani. Sono state uccise 773 persone, cui si aggiungono quasi 2mila feriti.

Nel frattempo l’assedio israeliano nel Sud del Libano non si arresta. L’IDF ha lanciato dei volantini in cui si chiede ai cittadini di schierarsi contro Hezbollah.


Una nave turca ha ottenuto il permesso dalle autorità iraniane per attraversare lo Stretto di Hormuz. Lo ha dichiarato il ministro dei Trasporti turco Abdulkadir Uraloglu.

Fonti locali parlano di un’autorizzazione analoga per due navi indiane, cariche di GPL.


Migliaia di persone hanno sfilato a Teheran durante il Quds Day. Presenti anche il Presidente Masoud Pezeshkian e Ali Larijani, Segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale dell’Iran. Diverse bombe israeliane sono esplose nei pressi del corteo, uccidendo una donna.


Il Comando Centrale degli USA ha diramato un nuovo aggiornamento sull’aereo cisterna KC-135 precipitato nell’Iraq occidentale. Sono morti tutti i 6 soldati che componevano l’equipaggio. Washington sostiene che l’aereo non sarebbe caduto a causa di attacchi ostili o amici.


Una nuova spaccatura segna le già turbolenti relazioni tra l’Europa e l’amministrazione Trump. Alla luce della crisi petrolifera, Washington ha infatti deciso di sospendere per un mese le sanzioni comminate alla Russia nell’ambito della guerra in Ucraina.

Sugli scudi diversi Paesi europei, Francia e Regno Unito su tutti. Il premier britannico Starmer ha invitato Trump a rivedere la propria decisione, ribadendo la necessità di «mantenere una pressione comune su Mosca». La revoca delle sanzioni statunitensi «non favorisce la pace» ha invece dichiarato il presidente ucraino Zelensky, durante l’incontro con l’omologo francese Macron.

Abbiamo approfondito la portata dell’attuale crisi petrolifera in un articolo apposito:


Secondo il Financial Times, diversi Paesi europei, tra cui Francia e Italia, avrebbero avviato dei colloqui con l’Iran per garantire dei passaggi sicuri alle navi nello Stretto di Hormuz.

Il Wall Street Journal ha invece scritto che l’Italia avrebbe deciso di ritirare le proprie truppe dall’Iraq, a seguito dell’attacco iraniano alla base di Erbil.


Il Comando Centrale degli USA ha annunciato che 4 dei suoi soldati sono morti dopo che un aereo cisterna statunitense KC-135 è precipitato nell’Iraq occidentale. Gli USA sostengono che l’aereo non sarebbe caduto a causa di attacchi ostili o amici. Le operazioni di soccorso per gli altri due membri dell’equipaggio sono ancora in corso, così come le analisi su quello che è stato definito “incidente”. Nella notte, l’Iran aveva annunciato di avere abbattuto un aereo cisterna statunitense.


Oggi in Iran e in generale nel mondo musulmano si celebra il Quds Day. La celebrazione è nata in Iran dopo la Rivoluzione Islamica, nel 1979, e si tiene l’ultimo venerdì prima della fine del Ramadan, il periodo di digiuno religioso nato per celebrare la Rivelazione al profeta Maometto. La festa nasce in contrapposizione all’ideologia del sionismo e ad analoghe celebrazioni israeliane come il Jerusalem Day (festa nazionale israeliana per celebrare la riunione di Gerusalemme dopo la Guerra dei Sei Giorni) e per mostrare sostegno alla Palestina. In questo momento, le strade di Teheran e di tutto l’Iran sono piene di persone in marcia per celebrare la festività.

Le IDF, intanto, continuano ad emettere ordini di evacuazione tanto verso i cittadini di Teheran, quanto verso quelli di Beirut.

La folla riunita a Piazza Enghelab, Teheran, in occasione del Quds Day.

Siamo entrati nel quattordicesimo giorno di guerra. Ecco un sunto dei principali fatti della notte:

  • Un’ondata di attacchi iraniani ha preso di mira la base USA “Muwafaq al-Salti” in Giordania, basi americane a Manama (in Bahrein) ed Erbil, in Iraq. Un soldato francese è morto nell’attacco a Erbil; ad annunciarlo il presidente francese Macron, che ha porto le sue condoglianze alla famiglia.
  • La Turchia ha segnalato un terzo attacco iraniano alla base aerea della NATO di Incirlik. A venire indirizzato verso la base sarebbe stato un missile, intercettato dalle forze aeree dell’Alleanza Atlantica NATO. Anche nelle ultime due occasioni, la Turchia ha accusato l’Iran di avere provato ad attaccare il proprio territorio; in entrambi i casi, le autorità della Repubblica Islamica hanno smentito tale versione, sostenendo di non avere mai attaccato la Turchia. L’Iran non si è ancora espresso su questo terzo episodio.
  • Un gruppo di dodici esperti e relatori internazionali presso l’ONU, tra cui la Relatrice Speciale per la Palestina Francesca Albanese, ha condannato l’aggressione israelo-statunitense verso l’Iran, sostenendo che USA e Israele agiscono fuori dal diritto internazionale.
  • Nelle prime ore di questa mattina sono stati riportati attacchi nella base americana USA di Riyad, in Arabia Saudita. Le sirene hanno iniziato a suonare per la capitale saudita, i cui sistemi difesa hanno reagito abbattendo un drone.
  • L’Iran ha reclamato di avere distrutto un aereo cisterna dell’aviazione statunitense e di avere messo nuovamente in fuga la portaerei la portaerei statunitense Abraham Lincoln. Verso mezzanotte, le IRGC hanno inoltre lanciato una nuova ondata di bombardamenti concentrandosi sul nord di Israele. I missili iraniani si sono abbattuti a Haifa e in altri 211 punti del Paese, tra cui Gerusalemme Ovest, Tel Aviv e Eilat. Poche ore dopo, verso le 2.30, una seconda ondata ha colpito 198 punti in tutta Israele, tra cui Kiryat Shmona, e Haifa.
  • Parallelamente agli attacchi iraniani verso Israele e le basi USA nella regione, anche Hezbollah ha lanciato più ondate di attacchi. Il gruppo libanese ha colpito basi militari israeliane in tutto il Paese, e continuato a respingere l’avanzata della fanteria israeliana; colpito anche un avamposto presso la città di confine di Markaba. Hezbollah ha inoltre ripetutamente colpito l’unità Shayetet 13 israeliana della Marina di Tel Aviv.
  • La coalizione israelo-statunitense ha continuato i propri attacchi contro l’Iran, concentrandosi su Teheran. Da quanto comunicano gli stessi media iraniani, gli attacchi sarebbero stati più intensi nell’area meridionale della capitale. In totale, in Iran, le IDF riportano di avere colpito 200 obiettivi. Bombardata, inoltre, l’autostrada che collega la stessa Teheran a Qom. Le IDF hanno anche continuato l’operazione in Libano, attaccando il ponte di Al-Zarariya sul fiume Litani; colpite anche basi di Hezbollah nei pressi di Bierut.

È morto il sociologo Jürgen Habermas: aveva 96 anni

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Jürgen Habermas è morto all’età di 96 anni. Il filosofo e sociologo tedesco era conosciuto come uno dei principali esponenti della Scuola di Francoforte, che nella seconda metà del Novecento mise in crisi il paradigma capitalistico attraverso un impianto neo-marxista. Habermas si è spento a Starnberg, nella Germania meridionale. Lo ha reso noto la sua casa editrice Suhrkamp Verlag, citando la famiglia.

Una petroliera russa, senza equipaggio, è alla deriva nel Mediterraneo

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La petroliera russa Arctic Metagaz si trova alla deriva nelle acque del Mediterraneo e, dopo giorni di navigazione incontrollata, si sta avvicinando pericolosamente alle coste italiane. Dopo l’attacco subito il 3 marzo attraverso l’utilizzo di droni mentre si trovava al largo della Libia, l’imbarcazione, che trasporta 900 tonnellate di gasolio e 60mila tonnellate di gas naturale liquefatto (GNL), può diventare una bomba a orologeria e causare un disastro ecologico.

Mosca avrebbe accusato l’Ucraina, attribuendole la responsabilità dell’azione militare, mentre da Kiev non sono ancora arrivate spiegazioni né commenti a riguardo. Non sarebbe in ogni caso la prima volta che si verifica un attacco ucraino ai danni di un’imbarcazione russa, come nel caso della petroliera Qendil nel dicembre del 2025. La Metagaz è soggetta a sanzioni e, come in altri casi, è considerata parte della cosiddetta “flotta ombra” del Cremlino.

Se le responsabilità dell’accaduto sono incerte, il futuro della nave e gli effetti della sua permanenza nel Mediterraneo restano gravemente precari. Secondo le analisi dei siti specializzati in traffico navale, il 3 gennaio la nave si trovava nel porto di Tieshan nella provincia del Guangxi, nel sud della Cina, per poi ritrovarsi il 27 gennaio a Port Said, in Egitto. Le autorità egiziane negano ogni relazione con la metaniera e alcun tipo di contratto per la fornitura o la ricezione di GNL. L’attacco è avvenuto a centocinquanta miglia nautiche dalla città di Sirte, in Libia, e le stesse autorità libiche hanno affermato che la nave proveniva dal porto russo di Murmansk, nel mare di Barents. Le autorità maltesi, dopo essere venute a conoscenza della presenza di una nave colpita nella propria zona di Ricerca e Soccorso (SAR, Search and Rescue), hanno soccorso celermente l’equipaggio, dimostrando indubbiamente una rapidità d’azione poco usuale rispetto a situazioni simili, ma che hanno visto nel corso degli anni protagoniste imbarcazioni di migranti alla deriva.

In seguito all’operazione di salvataggio dell’equipaggio russo, la nave, inizialmente considerata affondata dalle testimonianze libiche, si trova alla deriva da più di dieci giorni. Lunga 277 metri e gravemente danneggiata da uno squarcio sul lato sinistro e nella zona della poppa dall’incendio provocato dall’esplosione del drone, la metaniera rischia di sversare tonnellate di petrolio e gas liquefatto in mare elevando la possibilità di recare un danno ambientale in un’area ricca di biodiversità.

Nella giornata di venerdì 13 marzo, a Palazzo Chigi si è svolta una riunione tra la premier Giorgia Meloni e i ministri Guido Crosetto, Antonio Tajani, Nello Musumeci e Gilberto Pichetto Fratin con il fine di monitorare la questione. Secondo il rapporto del governo maltese, l’imbarcazione si trova ancora nella zona SAR dell’isola ed è stato stabilito l’obbligo di mantenere una distanza di almeno cinque miglia nautiche. Attraverso la nota di Palazzo Chigi il governo italiano assicura la collaborazione con le autorità maltesi. Secondo quanto affermato dal sindaco di Lampedusa, Filippo Mannino, la metaniera sarebbe sotto il controllo della Marina Militare italiana, di un rimorchiatore e di una nave finalizzata ad interventi ambientali. La condizione precaria dell’imbarcazione, però, aumenta il livello di incertezza sui prossimi passi da compiere per risolvere il problema. Difatti la nave, che si sta allontanando gradualmente dalle coste maltesi per avvicinarsi con tutta probabilità alle coste dell’isola di Linosa, potrebbe necessitare di azioni di rimorchio o di traino estremamente complesse. Se da un lato si è esclusa l’opzione dell’affondamento attraverso l’utilizzo di cariche esplosive per ragioni di sicurezza, non è ancora chiaro cosa abbia intenzione di fare il governo italiano oltre alle operazioni di monitoraggio.

Questa situazione si somma all’attuale vulnerabilità del traffico petrolifero navale in seguito alla guerra e alla conseguente chiusura dello stretto di Hormuz. Se l’attacco con droni è la causa dell’incidente, i gravi ritardi dei nostri governi nei confronti di una transizione ecologica reale sono la radice di quello che rischia di diventare uno dei più gravi disastri ambientali del Mediterraneo.

La guerra all’Iran sta mettendo la Cina in una situazione molto delicata

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L’attuale escalation bellica che coinvolge l’Iran ha senz’altro un sapore amaro per Pechino. Per la Cina, l’Iran non è solo un partner commerciale, ma un alleato geopolitico importante nel quadro del grande scontro tra Occidente e “sud globale”. Integrato ufficialmente nei BRICS e snodo cruciale della Belt and Road Initiative (BRI), l’Iran rappresenta per Xi Jinping il principale bastione anti-egemonico in una regione storicamente dominata da Washington. Mentre Teheran porta avanti la sua strategia di guerra asimmetrica di saturazione, tanto militare quanto economica, Pechino vede il conflitto come una minaccia per i suoi piani economici che necessitano di stabilità energetica e mercati aperti.

rapporti tra Cina e Iran sono molto buoni e dal 2016 i due Paesi hanno elevato la propria collaborazione al rango di partnership strategica globale. Come riportato da Reuters, la Cina, primo importatore mondiale di greggio, lo scorso hanno ha acquistato quasi il 90% di tutto il petrolio iraniano esportato. Si tratta di 1,38 milioni di barili al giorno di petrolio iraniano, su un totale di 10,27 milioni di barili che importa via mare al giorno. Questo significa che la Cina ha acquistato dall’Iran il 13,4% del totale di greggio importato via mare. Numeri significativi, seppur gestibili per un gigante come la Cina. Oltre le rotte marittime del greggio e di varie altre sostanze chimiche che rientrano nel progetto BRI, ci sono anche le rotte terrestri, come il treno merci che collega Yiwu, importante hub commerciale nella provincia cinese dello Zhejiang, con Qom, in Iran. Il treno attraversa l’Asia centrale prima di raggiungere l’Iran dopo un viaggio lungo 4.000 chilometri.

Questa tratta ferroviaria permette di compiere in 15 giorni un viaggio che ne richiederebbe 40 con le rotte marittime. Questo corridoio permette alla Cina, e anche all’Iran, di aggirare lo Stretto di Malacca. Quest’ultimo, collo di bottiglia marittimo che collega l’Oceano Indiano al Pacifico, è da decenni il tallone d’Achille della Cina. Attraverso questo passaggio transita circa l’80% delle importazioni di petrolio cinese via mare e il 60% del suo commercio marittimo totale, rendendo Pechino vulnerabile a un potenziale blocco navale da parte degli Stati Uniti o dei loro alleati. Nonostante il corridoio terrestre, la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, che ha causato la paralisi del commercio di gas, greggio e della logistica in generale del Golfo Persico, dovrebbe risultare molto svantaggiosa per la Cina.

Oltretutto la navigazione nello Stretto non sarebbe completamente interrotta. Seppur ridotto ai minimi termini, secondo quanto riferito dal South China Morning, le navi legate alla Cina avrebbero via libera al passaggio. Tanto che diverse navi avrebbero cambiato i loro dati di tracciamento per tentare il transito. La cosa certa è che la chiusura di Hormuz fa male alla Cina ma ancor di più all’Occidente, Europa in particolare. Tuttavia, la sfida per Xi Jinping non è solo logistica o energetica, ma profondamente politica. L’accordo di cooperazione strategica della durata di 25 anni firmato nel 2021, che prevede investimenti cinesi in Iran per decine di miliardi di dollari in settori chiave come telecomunicazioni, porti e ferrovie, rischia di vedere gli investimenti cinesi vanificati dal cadere delle bombe e dei missili. Le infrastrutture possono dunque essere distrutte ancora prima che vengano completate.

C’è poi la questione del delicatissimo equilibrio con le monarchie del Golfo, in primis l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Questi Paesi, pur essendo rivali storici dell’Iran, sono diventati partner economici vitali per Pechino. Il commercio bilaterale della Cina con il Consiglio di cooperazione del Golfo e l’Iran è stato di oltre 300 miliardi di dollari nel 2023, con un aumento del 48% rispetto al 2019. Un appoggio troppo esplicito a Teheran potrebbe alienare le monarchie del Golfo, spingendole nuovamente, e in modo definitivo, tra le braccia del sistema di sicurezza americano, proprio mentre Pechino stava cercando di scalfirne l’egemonia. Proprio in quest’ottica, nel 2023, la Cina aveva mediato il processo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Iran, col fine di pacificare la regione a spese dei piani statunitensi e israeliani (che hanno in mente il loro piano di “pace”).

Insomma, la Cina si trova in una posizione scomoda. La sua politica della non interferenza rimane al momento ferrea e si concentra invece sulla diplomazia. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, intervistato nel programma statunitense NBC Nightly News ha comunque detto che Russia e Cina stanno dando il proprio supporto, anche se meno visibile. E visti i danni prodotti dalla controffensiva iraniana, potremmo dedurre un supporto nel lavoro d’intelligence.

Napoli, rider in piazza per migliori condizioni lavorative

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Ci sono anche CGIL Napoli e Campania, NIDIL, FILCAMS e FILT in piazza oggi con i rider in presidio nel capoluogo campano per chiedere migliori condizioni contrattuali e lavorative. Presenti soprattutto collaboratori di Deliveroo e Glovo, recentemente sottoposte ad amministrazione giudiziaria per lo sfruttamento dei propri fattorini. “Non si possono dare paghe di 3/4 euro a consegna” ha commentato Nicola Ricci, segretario generale di CGIL Napoli, “il contratto nazionale che chiediamo va riconosciuto in tutto il territorio nazionale”.

Il “tribunale” del sogno

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Una nuova geografia dell’anima: questo, secondo Frédéric Lenoir, è l’orizzonte che C.G. Jung ha esplorato, questo il continente profondo da lui scandagliato: l’Io è un aggregato complesso di sensazioni, percezioni, affetti, pensieri, ricordi. La coscienza di noi stessi passa attraverso sensazioni ed emozioni che poi il sogno mette in azione, lasciando meravigliosamente in sospeso una loro interpretazione. 

Mauro Mancia parlava del sogno come ricerca delle radici, come esperienza reale e nello stesso tempo come linguaggio poetico che narra il mondo interno, dando quindi piena dignità a quel continente la cui geografia compete a ciascuno di noi, verso la scoperta transitoria dell’insondabile. Il sogno è lontano parente di quello “schema di civiltà” che il mondo antico attribuiva allo sfondo teatrale e religioso dell’attività onirica, distinguendo la realtà ùpar, quella della veglia, dal dominio ònar, quello del sogno: la dura, lucida consistenza delle cose a confronto con l’evanescenza pulsante del desiderio. 

Gerolamo Cardano, celebre astrologo e ingegnere del Cinquecento, nel suo trattato sui sogni, metteva in guardia perché, scriveva, «tutti i sogni provengono da una conoscenza imperfetta, dalla trasposizione e commistione delle cose viste», tanto che si può parlare non di verità assoluta ma di «gradi di verità», sia per le difficoltà con cui il materiale della vita emerge nel sogno, sia perché «il medesimo sogno non ha lo stesso significato per tutti, in base alle cose specifiche che appaiono in esso». Si tratta dunque non soltanto di conoscere il sogno ma soprattutto di conoscere il sognatore

Ma allora: riusciamo davvero a sognare qualcosa che non abbiamo mai visto o di cui non abbiamo sentito parlare, di cui insomma non “sappiamo” nulla? 

Il problema forse non sta in ciò che sogniamo ma in ciò che riusciamo a dirne: il che, come si sa, è potentemente controllato dall’esperienza e irrigidito dalle varie convenzioni. Che cosa davvero ci sia nel sogno forse lo sappiamo soltanto mentre sogniamo. Anche se allora non ne sappiamo il significato, perché il saperne qualcosa comporterebbe allora una mente esterna, un’osservatività che non si può dare. 

Ecco allora che il sogno si presta, quasi come un delitto, a un processo indiziario, al far emergere le contraddizioni e le allusioni, gli alibi e le complicità. Così le cose significano fuori dei sogni, nel discorso che ne parla, come nelle dichiarazioni che rilasciano i testimoni e i presunti colpevoli. Il sogno, insomma, è il dominio che vorrebbe sfuggire alla coscienza diurna e vigile, luogo dove tutto è per ora disperso e che va riscritto perché nelle ore diurne possa essere ritrovato. 

Il sogno forse ancora sede di quella attività religiosa (etimologicamente, da “legare”) in cui pazientemente, ma anche in maniera folgorante, inattesa, vengono rimesse insieme le parti del giorno. 

Passare dalla maschera, da un sistema di adattamento comunicativo a uno svelamento totale. Uno svelamento che ci possa rendere veramente “rei confessi”, sottraendo le profondità, motivazioni e orizzonti coscienti dalla totalità anche inconscia a cui appartengono. 

Si potrebbe dunque concludere paradossalmente che, a qualche titolo, il sogno andrebbe portato nelle aule dei tribunali. 

Ricordiamo Il nome della rosa, dove Umberto Eco contamina il giovane benedettino Adso da Melk con Sherlock Holmes (su cui Eco, io e altri avremmo scritto insieme qualche anno dopo): «Tu hai inserito persone e avvenimenti di questi giorni in un quadro che tu conoscevi già, perché la trama del sogno l’hai già letta da qualche parte…». Adso credeva che i sogni fossero messaggi divini, invece: «Mi avvedevo ora che si possono sognare anche dei libri, e dunque si possono sognare dei sogni». Insomma, in tribunale, in qualità di esperto meglio non portare Umberto Eco o Jorge Luis Borges: diventerebbe possibile qualsiasi cosa. A malincuore, meglio convocare Sherlock Holmes o Carl Gustav Jung. 

Cuba avvia dialoghi con gli USA, ma avverte: “non rinunceremo alla nostra sovranità”

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«In linea con la politica coerente che la Rivoluzione cubana ha sempre sostenuto nel corso della sua storia, funzionari cubani hanno recentemente tenuto colloqui con rappresentanti del governo degli Stati Uniti»: inizia così l’annuncio del presidente cubano Miguel Díaz-Canel, che conferma l’apertura di una linea di dialogo tra i due Paesi. Significativo che i colloqui siano avvenuti «sotto la guida del Generale dell’Esercito Raúl Castro Ruz in qualità di leader della Rivoluzione», scelta che delinea una precisa politica da parte di L’Avana, la quale non intende rinunciare alla propria sovranità e autodeterminazione. Cuba mantiene insomma la propria apertura a una soluzione diplomatica, come già affermato in passato, senza tuttavia piegarsi alle condizioni che il governo statunitense sta cercando a tutti i costi di imporre al Paese.

L’obiettivo dei dialoghi, spiega il presidente, è cercare «soluzioni, attraverso il dialogo, alle divergenze bilaterali». La crisi economica del Paese castrista, dovuta a sessant’anni di embargo economico imposto dagli USA, è entrata in una fase disastrosa dal golpe statunitense in Venezuela. Dopo la rimozione forzata del presidente Maduro da parte di Washington, infatti, non è più entrata una sola imbarcazione di combustibile sull’isola, come confermato dallo stesso presidente. Queste condizioni stanno avendo un «impatto incommensurabile sulla vita del nostro popolo», ha dichiarato Díaz-Canel. Di fatto, tale blocco era proprio una delle conseguenze con le quali Trump aveva sperato di piegare l’isola castrista, evitando per il momento un intervento militare. Questo tuttavia non è accaduto e L’Avana ha comunque insistito nel lasciare aperta la via della diplomazia e del dialogo (purchè questo avvenisse senza «ricatti politici, minacce e imposizioni»). «Non è la prima volta che si conducono colloqui di questo genere», ricorda Díaz-Canel, aggiungendo che è sempre stata parte della politica della rivoluzione cubana quella di mantenere aperta la via del dialogo.

«Negli scambi che si sono tenuti, la parte cubana ha espresso la volontà di portare avanti questo processo, su basi di uguaglianza e rispetto dei sistemi politici di entrambe gli Stati, della sovranità e dell’autodeterminazione dei nostri governi», ha riferito Díaz-Canel, confermando l’apertura di «spazi di intesa» tra le due parti. Fondamentale, in tal senso, la presenza del generale Raúl Castro, ex presidente del Paese e leader della rivoluzione. Il messaggio mandato dall’isola è chiaro: aperti al dialogo, ma senza piegarsi.

Díaz-Canel ha ribadito che «su questo processo sono esistite molte speculazioni e campagne di manipolazione, alle quali noi non abbiamo mai risposto, come è sempre stata prassi della rivoluzione». Il processo, avverte, sarà «molto lungo» e lo scopo sarà «determinare i problemi bilaterali che necessitano soluzioni; in che modo risolverli; capire se c’è volontà di mettere in pratica azioni a beneficio dei nostri popoli da entrambe le parti. Questo significa trovare ambiti di cooperazione nei quali si può affrontare le minacce e garantire la sicurezza e la pace di entrambe i Paesi e della nostra regione».

Gli ultimi colloqui significativi tra le due parti si sono svolti nel 2016, sotto l’amministrazione Obama, la quale avviò una normalizzazione parziale delle relazioni diplomatiche tra le due parti ma senza rimuovere l’embargo economico, misura che non aveva ottenuto il voto favorevole del Congresso americano. L’embargo fu rinnovato dalla prima amministrazione Trump, che ora sta cercando in tutti i modi di aumentare la pressione sull’isola. Soltanto nell’ultimo anno, le pressioni statunitensi avrebbero comportato un danno da 7,5 miliardi di dollari all’economia cubana, attraverso blocchi commerciali diretti e pressioni a Paesi terzi. Solamente poche settimane fa, nel lanciare un appello al Sud Globale, Díaz-Canel aveva dichiarato: «so che vivremo tempi difficili ma li supereremo con il nostro talento». Lo stesso presidente aveva lasciato intendere l’esistenza di una rete informale con Paesi come Messico, Russia e Cina – che ha recentemente donato all’isola cinquemila sistemi fotovoltaici per mitigare gli effetti della crisi energetica.