domenica 1 Febbraio 2026
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Torino, decine di migliaia in piazza con Askatasuna: violenti scontri con la polizia

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TORINO – È una vera e propria marea umana quella che ha invaso Torino nella giornata di oggi. Almeno in 50 mila, secondo gli organizzatori (15 mila per la questura), hanno raggiunto Torino da tutta Italia e dall’estero per scendere in piazza accanto ad Askatasuna, il centro sociale sgomberato lo scorso 18 dicembre. Sono oltre 200 le realtà che hanno aderito, da centri sociali a ONG a parte del mondo della politica, fino a collettivi come il sardo A Foras, il Movimento No TAV, Fridays For Future, ANPI, ARCI, Thousand Madleens e molti altri. Ad accoglierle vi è era un fitto schieramento di agenti – almeno un migliaio, secondo quanto riferito da alcuni organi stampa. Dopo aver attraversato le vie della città, il corteo ha deviato verso corso Regina, dirigendosi verso il civico 47, dove ha sede l’edificio che è stato sgomberato. Qui, sono iniziati violenti scontri tra una parte del corteo e la polizia, con un fitto scambio di lacrimogeni e bombe carta e feriti da entrambe le parti.

Qualcuno porta un cartello, qualcuno tiene per mano dei bambini, c’è anche chi spinge un carrello con acqua, panini, vino e birra. Le bandiere che colorano le strade della città sono tante e sono diverse, ma portano tutte messaggi simili: basta con gli assalti agli spazi di aggregazione, basta con la politica della guerra, basta con il riarmo. Sono migliaia le persone che, nella giornata di oggi, hanno sfidato il governo e la sua retorica repressiva per presentarsi nel capoluogo torinese e sfilare con Askatasuna, dimostrando che, dove le istituzioni chiudono porte e dialogo, la società può ancora trovare solidarietà tra le proprie file. La solidarietà ha scavalcato persino i confini nazionali e portato nel capoluogo torinese solidali dalla Francia e da altre parti d’Europa.

Tre gli spezzoni del corteo che sono partiti nel primo pomeriggio da diversi punti del centro per poi incontrarsi in piazza Vittorio e percorrere l’ultimo tratto insieme verso il quartiere di Vanchiglia, militarizzato da oltre un mese. Dallo sgombero del centro sociale, infatti, camionette, concertina e decine di agenti presidiano la zona, in particolare l’area attorno all’ex sede del centro sociale, situata in corso Regina 47 – del tutto noncuranti del disagio arrecato ai residenti. Il corteo, oltre ad esprimere sostegno al centro sociale sgomberato, era volto a maninfestare il totale disaccordo della società civile con le politiche repressive del governo e con il riarmo, oltre a ribadire a gran voce il sostegno per la Palestina e chiedere la fine del genocidio. Sin dalle prime ore di questa mattina, i controlli di polizia sono stati numerosissimi, con posti di blocco disposti lungo tutto il tratto autostradale verso Torino e ai caselli. Numerosi attivisti hanno segnalato anche, in diverse parti della città, la presenza di agenti della DIGOS che hanno identificato le persone a piedi. Non solo: sono stati disposti controlli preventivi anche ai valichi del Frejus e del Monginevro, nonchè al trasporto ferroviario e persino a quello aeroportuale. In tutto, sono 747 le persone identificate prima ancora che la manifestazione cominciasse, con 236 veicoli e 4 aerei controllati, 24 i fogli di via obbligatori distribuiti, con divieto di rientro a Torino per periodi variabili da 1 a 3 anni, e 10 gli avvisi orali, oltre a 7 daspi urbani (detti DACUR).

Dopo aver sfilato per le vie attorno al centro città, il corteo si è diretto verso la sede di corso Regina 47, presidiato da decine di camionette e agenti in tenuta antisommossa, oltre che da camion-idrante e un elicottero che per diverse ore ha sorvolato il centro. Ne sono seguiti scontri durissimi tra una parte degli attivisti e la polizia, che si sono protratti tra le sei e le otto di sera. Al lancio di bombe carta e fuochi d’artificio è seguita una fitta pioggia di lacrimogeni e il getto degli idranti, mentre alcuni manifestanti sono stati picchiati con manganelli. Alcuni attivisti sono riusciti a dare fuoco a una camionetta della polizia e a creare delle barricate in mezzo a corso Regina con cassonetti dei rifiuti e cassonetti della spesa, prima di essere dispersi tra via Rossini e le strade circostanti.

Come sempre, tanto è bastato per catalizzare l’attenzione della politica. Dimenticandosi delle 50 mila persone accorse da tutta Italia per protestare contro il suo governo, Giorgia Meloni ha immediatamente provveduto a condannare quanto avvenuto in città, definendolo “grave e inaccettabile”. “Uno sgombero legittimo di un immobile occupato illegalmente è stato usato come pretesto per scatenare violenze” ha commentato, dimenticando che la realtà dei fatti è ben diversa: al momento dell’operazione di polizia di dicembre, l’Askatasuna era un centro occupato legalmente da un movimento che pagava l’affitto al Comune e che aveva pagato di tasca propria i lavori di riqualificazione e ristrutturazione. Soldi andati del tutto in fumo, dopo che la polizia ha distrutto l’interno della struttura rendendo vani mesi di lavori e impegno comune. Anche questo ha contribuito a fomentare la rabbia della piazza: l’azione muscolare di un governo il cui chiaro obiettivo è quello di silenziare gli spazi che portano avanti un’opposizione efficace – e quindi scomoda. D’altronde, sul profilo X della presidente del Consiglio, accanto al video del poliziotto malmenato da un piccolo gruppo di attivisti non trovano spazio le immagini dei poliziotti che manganellano manifestanti inermi in terra.

I sionisti organizzano la censura su TikTok USA

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«Gli utenti possono dichiararsi sionisti orgogliosi, ma usare il termine in senso negativo è un incitamento all’odio e gli account vengono bannati». Con queste parole, il nuovo CEO statunitense di TikTok USA, già responsabile delle operazioni e delle politiche di trust and safety della piattaforma, Adam Presser, ha dichiarato durante un intervento al Congresso Ebraico Mondiale che la nuova policy del social designa la parola “sionista” come “incitamento all’odio”. «Nel corso del 2024, abbiamo triplicato il numero di account che abbiamo bannato per attività d’odio», ha aggiunto Presser. Non si ...

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Bari, crolla palazzina dopo esplosione: 2 persone sotto le macerie

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Poco dopo le 13 ad Adelfia (Bari) una palazzina è crollata in seguito a un’esplosione, dovuta probabilmente alla fuoriuscita di gas da una bombola. Sotto le macerie vi sarebbero almeno due persone intrappolate: i vigili del fuoco stanno lavorando per spegnere l’incendio e trarle in salvo.

In 4 anni l’Europa ha sostituto la dipendenza dal gas russo con quella dal GNL statunitense

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La sostituzione del gas russo con il GNL (gas naturale liquefatto) americano, incominciata nel 2022 in seguito allo scoppio del conflitto in Ucraina, non ha affatto risolto i problemi energetici del Vecchio continente, ma ha reso l’UE ancora più vulnerabile e dipendente da un attore geopolitico oggi più che mai imprevedibile: gli Stati Uniti d’America. Si è creata così una nuova dipendenza strategica che lega ulteriormente l’Ue alle azioni e ai voleri di Washington. In quattro anni, infatti, il GNL statunitense è passato dal rappresentare il 5% delle importazioni nel 2021 al 27% di oggi, mentre allo stesso tempo il gas naturale russo è sceso dal 50% delle importazioni totali al 12%, secondo i dati di Bruegel, un think tank economico con sede a Bruxelles. I maggiori importatori di GNL americano risultano Francia, Spagna, Italia, Paesi Bassi e Belgio, insieme al Regno Unito. In futuro è addirittura previsto un incremento di tale legame energetico: secondo Politico, infatti, una serie di nuovi accordi con le società energetiche statunitensi potrebbe far crescere le importazioni di gas da oltreoceano fino al 40% del totale di gas entro il 2030 e a circa l’80% delle importazioni complessive di GNL nel blocco, secondo i dati di IEEFA, organizzazione no-profit statunitense che promuove l’energia pulita.

La crescente dipendenza dal GNL americano rappresenta una criticità non solo nella misura in cui tale fonte energetica ha costi più elevati e un maggiore impatto ambientale rispetto al gas naturale, ma anche dal momento che le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico sono radialmente cambiate con l’amministrazione di Donald Trump: gli USA si stanno sempre più allontanando politicamente e strategicamente dal Vecchio continente e non esitano a minacciare le relazioni commerciali con i Paesi un tempo stretti alleati di Washington. La crescente dipendenza dell’UE dalle importazioni di gas naturale liquefatto degli Stati Uniti «ha creato una nuova dipendenza geopolitica potenzialmente ad alto rischio», ha affermato Ana Maria Jaller-Makarewicz, analista energetico presso il gruppo di studio che ha condotto la ricerca sulle importazioni energetiche dell’UE, l’Institute for Energy Economics and Financial Analysis. La stessa ha aggiunto che «Un eccesso di dipendenza dal gas degli Stati Uniti contraddice la [politica dell’UE] di migliorare la sicurezza energetica dell’UE attraverso la diversificazione, la riduzione della domanda e l’aumento dell’offerta di energie rinnovabili». Similmente, un alto diplomatico dell’Ue ha detto a Politico che il rischio che Trump tagli le forniture all’Europa sulla scia di un’incursione in Groenlandia «dovrebbe essere preso in considerazione».

Nonostante i Paesi UE siano impegnati a diversificare le importazioni in base a nuove leggi approvate lo scorso anno, la cosa potrebbe essere difficile da realizzare nel breve termine, in quanto l’offerta globale di GNL è limitata a pochi Paesi, tra cui Qatar e Emirati Arabi Uniti che hanno avviato un’estensione della produzione. In particolare, il Qatar ha aumentato nel 2024 la produzione del più grande giacimento di gas naturale del mondo, il North Field, con l’obiettivo di aggiungere 16 milioni di tonnellate all’anno, come dichiarato dal ministro dell’Energia Saad Sherida al-Kaabi. Tuttavia, le difficoltà logistiche e politiche fanno sì che diversificare le fonti di importazione non sia né semplice né immediato: per questo, l’Ue rimane oggi fortemente dipendente dal GNL statunitense. Cosa che è confermata dall’impegno della Commissione europea di acquistare 750 miliardi di prodotti energetici statunitensi come parte dell’accordo commerciale firmato nel 2025 con gli USA, ma anche dalla disponibilità a rinforzare e estendere le infrastrutture energetiche europee: per esempio, Bruxelles ha ribadito l’attenzione nei confronti di due importanti gasdotti che collegheranno Malta e Cipro all’Europa continentale, facilitando ancora di più i flussi di gas americano.

Nel frattempo, gli alti costi energetici del GNL importato dagli USA hanno comportato un brusco declino dell’industria europea e in particolare dell’industria chimica, uno dei settori chiave dell’economia tedesca: secondo i dati del Cefic – European Chemical Industry Council, la principale associazione che rappresenta l’industria chimica europea – il tasso di chiusure di impianti chimici in Europa è aumentato di sei volte dal 2022, facendo perdere il 9% della capacità produttiva e 20.000 posti di lavoro, con la previsione di 89.000 posti a rischio nell’indotto nei prossimi anni.

Abbandonando le forniture di gas russo, l’UE ha perso una fonte energetica a basso conto fondamentale per la sua economia: allo stesso tempo, da un lato, è stata incapace di accelerare la sua transizione verso le rinnovabili – cosa che peraltro costituiva il pilastro della politica del precedente mandato di Ursula von der Leyen – dall’altro, si è legata apparentemente senza alternative agli Stati Uniti. In questo modo ha accentuato quella sottomissione alla potenza a stelle e strisce che da tempo caratterizza il Vecchio continente, proprio in un momento in cui Washington potrebbe sfruttare la vulnerabilità energetica europea come leva per portare avanti la sua riorganizzazione dello scacchiere internazionale, mentre l’UE appare sempre meno centrale.

Gaza, raid israeliani a Gaza City e Khan Younis: almeno 23 morti

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Gli ospedali della Striscia di Gaza hanno riferito che almeno 23 palestinesi sono stati uccisi oggi, sabato 31 gennaio, in attacchi israeliani, uno dei bilanci più gravi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco di ottobre. Secondo fonti sanitarie locali, i bombardamenti hanno colpito varie aree, tra cui un condominio a Gaza City e un campo tendato nella città di Khan Younis. Tra le vittime si contano anche due donne e sei bambini di due diverse famiglie. Un altro attacco ha colpito una stazione di polizia, causando almeno 11 morti e diversi feriti, ha dichiarato il direttore dell’ospedale Shifa.

La surreale intervista di Leonardo Del Vecchio a La7

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Leonardo Maria Del Vecchio

L’acronimo del nome suona come un brand, per suggerire, fin dalle presentazioni, che ci si trova di fronte a uno di quei rampolli che, tramite denaro, asset e conoscenze, hanno in mano il futuro di questo martoriato Paese. Anzi, il rampollo per eccellenza, visto che LMDV, Leonardo Maria del Vecchio, 31enne erede (insieme a 5 fratelli, la madre e il fratellastro) del più grande impero capitalistico italiano, vanta un patrimonio stimato intorno ai 7,5 miliardi di euro. Per capirci: se fossero spesi a botte di 10mila euro al giorno, ci vorrebbero comunque 2mila anni buoni per finirli tutti.

Soldi che alimentano i vari business nei ramificati settori in cui investe, dall’occhialeria alla finanza, passando per immobiliare e partecipazioni industriali. L’ultima avventura è quella editoriale in cui, dopo aver inseguito per mesi la possibilità di entrare nel capitale de La Repubblica, storicamente progressista, ha finito per rilevare il 30% del Il Giornale, da sempre conservatore, dopo il rifiuto di chi attualmente possiede la testata e tutto il corollario, John Elkann.

D’altronde, che l’idea di prendere posizione, politicamente parlando, gli risulti difficile, è esplicitata direttamente da lui in risposta alla domanda di Massimo Giannini, presente insieme alla Gruber negli studi di Otto e mezzo nell’intervista che sta deliziando il popolo del web, che gli chiedeva se il suo cuore battesse a sinistra oppure a destra. La risposta, di aver votato sia Renzi che Meloni, che ringrazia per «la stabilità data al Paese», è un capolavoro assoluto di cerchiobottismo, con una spruzzata di riverenza assolutamente disinteressata.

Ad ogni modo l’editoria resta uno degli interessi centrali dell’imprenditore tanto che con la sua LMDV Capital ha acquisito anche la maggioranza di Editoriale Nazionale, il gruppo a capo de Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione e QN. Non per rinsaldare la tradizione italiana che vede i grandi capitani d’industria diventare editori di giornali per condizionare la vita pubblica, in un conflitto d’interessi senza fine. Il motivo l’ha spiegato direttamente lui in diretta TV: «Credo molto nell’informazione, l’informazione vera», ha sottolineato evidenziando che il desiderio è che: «Mia figlia un giorno possa avere informazioni da firme autorevoli e non da tiktoker». Ma Del Vecchio non si pone limiti e non esclude di acquistare anche una televisione: «Mi è sempre stato detto che corro troppo, ma prima di fare un ulteriore passo come comprare una televisione è meglio aspettare, dato che non sono ancora entrato formalmente nell’editoria».

Spazio anche al caso dell’incidente stradale avvenuto a Milano a novembre con la sua Ferrari Purosangue. Dalle ricostruzioni della polizia stradale emerge che alla guida della vettura non fosse il collaboratore che le forze dell’ordine hanno trovato sul posto al momento dell’intervento, bensì lo stesso Del Vecchio, che nel frattempo si era allontanato. L’imprenditore, al centro dell’indagine per sostituzione di persona e omissione di soccorso, ha ricostruito la dinamica sottolineando di essersi fermato, di essersi accertato dell’arrivo dei soccorsi e delle condizioni dell’altro conducente. Solo dopo, avrebbe lasciato il luogo dell’incidente per un impegno di lavoro, lasciando sul posto l’autista.

Ma la Gruber ha chiesto conto anche del cosiddetto “caso Equalize”, quello che riguarda una vasta inchiesta su un presunto mercato clandestino di dati riservati e dossieraggi illegali condotto dall’omonima società di intelligence milanese. Tra le carte era spuntato anche il nome dell’imprenditore, accusato di aver fatto spiare i fratelli e la ex compagna. «Non ho mai fatto spiare nessuno», ha affermato Del Vecchio, dichiarando di avere totale fiducia nell’operato della magistratura e precisando che: «Da una posizione iniziale di indagato sono stato riconosciuto parte lesa, sia a Roma sia a Milano».

Le parole più forti sono però quelle dette a inizio trasmissione, quando «con una citazione jovanottiana» si è definito «un ragazzo fortunato» che «deve dimostrare che questa ricchezza ereditata non è solo fortuna, non è solo rendita» e «sta cercando una sua strada per dimostrare di essere Leonardo Del Vecchio e non soltanto il figlio del capostipite». Speriamo vivamente che riesca a trovarla, dimostrando il «senso civico» che ha dichiarato di possedere e soprattutto «l’idea di restituire al Paese ciò che il Paese gli ha dato».

Tre detenuti si sono suicidati nelle carceri italiane in soli tre giorni

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Nell’arco di sole 72 ore, tre persone hanno deciso di porre fine alle proprie vite tra le mura di due diversi istituti penitenziari italiani. È il drammatico bilancio degli ultimi giorni, che ha visto salire a cinque il numero dei suicidi avvenuti in galera nel primo mese dell’anno. Due episodi sono avvenuti nel carcere Due Palazzi di Padova, il terzo in quello di Sollicciano a Firenze. Queste morti, che si pongono in linea di continuità con i tragici numeri registrati nell’arco di tutto il 2025, riaccendono i riflettori sulle condizioni critiche del sistema carcerario nazionale, stretto nella morsa del sovraffollamento cronico, della carenza di personale e della mancanza di percorsi efficaci per le fragilità psichiche.

A Padova, la sequenza è stata particolarmente intensa. Mercoledì 28 gennaio, un detenuto di 74 anni, in attesa di trasferimento, si è tolto la vita nella sua cella. Trentasei ore dopo, un altro uomo, di 36 anni, si è impiccato nel bagno della propria cella. Contemporaneamente, a Firenze, un ragazzo di 29 anni è morto dopo essere stato trovato in cella con un lenzuolo legato al collo. Tali eventi non sono purtroppo episodi isolati, ma il sintomo di un’emergenza da tempo strutturale. Come denunciato da varie associazioni, il carcere Due Palazzi di Padova è un esempio emblematico: 670 detenuti sono stipati in 432 posti, con un tasso di sovraffollamento del 155%. A livello nazionale, i reclusi sfiorano quota 64.000 a fronte di poco più di 46.000 posti regolari, mentre il personale di polizia penitenziaria è in calo, con un fabbisogno stimato di 20.000 unità aggiuntive. «I suicidi in carcere sono uno dei termometri dello stato del sistema penitenziario italiano», afferma Alessio Scandurra dell’associazione Antigone, «e ci dicono che c’è un’emergenza che non si sta in alcun modo affrontando».

La risposta delle istituzioni a questa crisi umanitaria appare, secondo critici e operatori, del tutto inadeguata. Al Due Palazzi, la decisione di chiudere la sezione di Alta Sorveglianza e trasferire 23 detenuti in altri istituti “nottetempo” – compreso l’uomo di 74 anni che poi si è suicidato – è stata particolarmente controversa. Questa scelta ha di fatto interrotto bruscamente i laboratori di recupero e reinserimento gestiti dalle cooperative sociali, isolando ulteriormente i detenuti. «Scelte come queste sembrano puntare più a minare un sistema positivo che governare la politica carceraria», ha commentato David Rizzo, presidente di Legacoop Veneto. La mobilitazione della società civile è cresciuta rapidamente. Davanti al carcere di Padova, i volontari hanno legato due rose rosse alla cancellata in segno di lutto e di protesta. Il centro sociale Pedro ha indetto un presidio per il 3 febbraio, a cui parteciperanno diverse associazioni, denunciando che «i responsabili hanno nomi e cognomi e sono al governo». Anche il vescovo di Padova, mons. Claudio Cipolla, è intervenuto, sottolineando come il trasferimento abbia comportato «l’interruzione di percorsi umani, lavorativi e spirituali fondamentali».

Se nel 2024 sono state accolte ben 5.837 denunce per trattamenti inumani o degradanti – il 23,4% in più rispetto all’anno precedente – come dimostrato dal report riassuntivo dell’associazione Antigone, il sistema penitenziario italiano ha chiuso il 2025 in una condizione di crisi profonda e crescente. I numeri segnalano infatti un sovraffollamento record, condizioni di detenzione spesso indegne e un tragico bilancio di suicidi dietro le sbarre. Questo affollamento estremo si traduce in violazioni quotidiane della dignità dei detenuti. «Nel 42,9% delle 120 carceri visitate, e delle 71 schede di cui sono già stati elaborati i dati – ha attestato l’analisi – non sono garantiti i 3 metri quadrati di spazio vitale per persona». Le carenze strutturali sono pervasive: nel 10% degli istituti il riscaldamento non era sempre funzionante, nel 45,1% si riscontravano problemi con l’acqua calda o condizioni igieniche inadeguate, e oltre la metà delle carceri (56,3%) presenta ancora celle prive di doccia, nonostante il regolamento del 2000 ne preveda l’obbligatorietà. Vengono meno anche gli spazi fondamentali per un trattamento rieducativo: in un’alta percentuale di istituti mancano locali per la socialità, per la scuola e per le attività lavorative. Negli istituti visitati si registrano in media 16,7 atti di autolesionismo ogni 100 detenuti, 2,6 tentati suicidi e 16,4 isolamenti disciplinari ogni 100 persone. Il dato più drammatico resta quello delle morti: nel 2025 si sono contati 238 decessi in carcere, di cui 79 suicidi.

Caso Omerovic: un agente andrà a processo per tortura

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Un poliziotto del commissariato Primavalle di Roma andrà a processo per tortura per la vicenda di Hasib Omerovic, giovane rom sordo precipitato dalla finestra di casa il 25 luglio 2022 durante una perquisizione. L’assistente capo Andrea Pellegrini è stato rinviato a giudizio per tortura e falso aggravato; un altro agente ha già patteggiato per falso. Quella mattina Pellegrini, secondo i pm, con «plurime e gravi condotte di violenza e minaccia»  cagionava ad Omerovic «un verificabile trauma psichico, in virtù del quale lo stesso precipitava nel vuoto dopo aver scavalcato il davanzale della finestra della stanza da letto nel tentativo di darsi alla fuga» per sottrarsi alle torture.

Stati Uniti: decine di migliaia sono scesi in piazza contro le violenze di polizia

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Si tratta di una delle più grandi giornate di mobilitazione e lotta sociale nella storia recente degli Stati Uniti quella che si è svolta ieri, venerdì 30 gennaio, in numerose città. Non solo a Minneapolis, ma anche a Los Angeles, New York, Chicago, Denver, Portland e molte altre. Molte le scuole rimaste chiuse per assenza di personale e studenti, centinaia le attività ferme dalle coste atlantiche a quelle pacifiche. Le proteste seguono la grande mobilitazione del 23 gennaio, quando circa 100mila cittadini avevano invaso le strade di Minneapolis, epicentro delle operazioni violente degli agenti dell’ICE (Immigration and Custom Enforcement), la polizia federale anti-immigrazione, al grido di «ICE out!» (letteralmente “fuori l’ICE”).

In migliaia hanno sfidato le temperature proibitive di Minneapolis per sfilare attraverso le strade della città, con un gruppo di persone che si è ritrovata per formare la scritta “SOS” sulla superficie del lago Bde Maka Ska, la cui superficie era completamente ghiacciata. A New York, altre migliaia di persone si sono raggruppate a Foley Square per poi marciare attraverso Manhattan. In California si sono svolti decine di presidi di fronte ai centri di detenzione dell’ICE, mentre i giornali locali parlano di migliaia di cittadini si sono riuniti per sfilare a Los Angeles, lanciando rifiuti e altri oggetti contro gli afgenti di polizia, che hanno risposto con un massiccio uso di spray urticanti. Qui è stato anche arrestato (e in seguito rilasciato) Don Lemmon, volto noto del giornalismo televisivo americano, per aver cercato di documentare la protesta. La stessa cosa è capitata a Georgia Fort, giornalista del Minnesota. «Non è un segreto che Don Lemmon sia critico di Donald Trump» ha dichiarato Karen Bass, sindaca di Los Angeles, aggiungendo che «prima, gli agenti di Trump sparano e uccidono persone che esercitano i loro diritti garantiti dal Primo Emendamento, e ora arrestiamo giornalisti che entrano in una chiesa. È un clamoroso attacco ai diritti garantiti dal Primo Emendamento, tutelati dalla Costituzione». Altre iniziative simili, insieme a veglie, presidi e cortei, sono state registrate a San Diego, Miami, Houston, Atlanta, Boston e decine di altre città e centri nevralgici in tutti gli Stati Uniti.

Secondo gli organizzatori, guidati dal movimento 50501, sarebbero previste oltre 300 manifestazioni durante il fine settimana in tutti gli Stati e le principali città del Paese, dietro lo slogan «Niente lavoro, niente scuola, niente shopping. Basta finanziare l’ICE». Hunter Dunn, coordinatore nazionale per la stampa di 50501, ha spiegato alla stampa statunitense che «la giornata nazionale di azione ha lo scopo di contrastare l’escalation di violenza che l’amministrazione Trump ha intrapreso contro il popolo americano nell’ultimo anno». La protesta si muove rapida anche sui social, nonostante i tentativi di Meta e TikTok di oscurare i contenuti delle campagne di denuncia e i video delle violenze degli agenti, con molti utenti che stanno diffondendo video per organizzare presidi, spiegare come comportarsi in caso gli agenti bussino alla propria porta o come fare pressione sui propri governatori locali per intimarli ad agire.

Le proteste di ieri sono il risultato di una rapida escalation di violenza da parte della polizia federale, che a partire dalle ultime settimane dello scorso anno ha intensificato i rastrellamenti nella città di Minneapolis per individuare ed espellere le persone migranti. Un movimento spontaneo di solidarietà si è sollevato nella città, portando i residenti ad organizzarsi per difendere i propri vicini di casa. In questo contesto, in due diverse occasioni, sono stati uccisi Renee Good e Alex Pretti, entrambe cittadini americani. A questi si aggiunge l’omicidio di Geraldo Campos, prigioniero in un centro di detenzione dell’ICE in Texas morto per asfissia. Venerdì mattina, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha dichiarato di aver avviato un’indagine per la morte di Pretti, ucciso a colpi di arma da fuoco da un agente anti-immigrazione mentre diversi altri agenti lo immobilizzavano a terra. Sono tuttavia decine le morti di detenuti in custodia della polizia federale anti-immigrazione negli ultimi anni, anche se il dato è notevolmente aumentato dall’inizio del secondo mandato presidenziale di Trump.

Dal canto suo, Trump ha difeso l’operato della Sicurezza Interna e di Kristi Noem, segretaria del dipartimento, dichiarando che grazie al suo operato «il tasso degli omicidi negli Stati Uniti ha appena raggiunto il livello più basso della storia». Secondo il presidente, i democratici «stanno usando questa aggressiva protesta TRUFFALDINA per confondere, camuffare e nascondere i loro ATTI CRIMINALI di furto e insurrezione».

Indagini Crans-Montana, ok della Svizzera a partecipazione italiana

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La Svizzera ha accettato la collaborazione dell’Italia nelle indagini sull’incendio del locale Le Constellation di Crans-Montana, nel Canton Vallese, dove a Capodanno sono morte 40 persone. Lo ha annunciato l’Ufficio federale di giustizia svizzero, accogliendo la richiesta di assistenza giudiziaria presentata dalla procura di Roma, che indaga per il coinvolgimento di cittadini italiani. Le autorità italiane avranno accesso alle prove già raccolte e a metà febbraio è previsto un primo incontro bilaterale. La cooperazione, prevista dalla Convenzione europea di assistenza giudiziaria, potrebbe portare alla creazione di una squadra investigativa comune.