giovedì 12 Marzo 2026
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Caso Epstein: i Mandelson Files sbugiardano Starmer e fanno tremare Downing Street

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L’eco dello scandalo Epstein continua a scuotere la politica britannica e ora rischia di travolgere direttamente il premier Keir Starmer. I documenti governativi appena pubblicati raccontano una storia che incrina la versione ufficiale di Downing Street: il primo ministro era a conoscenza dei legami tra Lord Peter Mandelson, figura centrale dei Laburisti e storico stratega dei governi guidati da Tony Blair e Gordon Brown, e Jeffrey Epstein, eppure lo ha comunque nominato ambasciatore negli Stati Uniti. Il 24 febbraio scorso, Mandelson è stato arrestato e poi rilasciato su cauzione con l’accusa di aver condiviso quando era ministro segreti governativi con il finanziere condannato per crimini sessuali. Avvertimenti chiari sul “rischio reputazionale generale” circolavano tra i funzionari governativi già prima della designazione del dicembre 2024, ma furono ignorati.

Ora, la prima tranche dei cosiddetti Mandelson Files147 pagine di una massa di informazioni che si ritiene ammontino a centinaia di migliaia – mostra un processo di nomina giudicato in modo “stranamente affrettato”, come ammesso dal suo stesso consigliere alla sicurezza nazionale, Jonathan Powell, e una catena di responsabilità politiche che potrebbe minare la stessa leadership di Starmer. Le carte rese pubbliche dal governo britannico rappresentano solo una parte del materiale disponibile, ma già delineano un quadro politicamente esplosivo. Dai documenti, che sbugiardano Starmer, si evince che il premier era stato informato dei rapporti tra Mandelson ed Epstein, amicizia che sarebbe proseguita fino almeno al 2011, “dopo la prima condanna di Epstein nel 2008 per aver procurato una minorenne”. In un altro passaggio si scopre che “Mandelson soggiornò nella casa di Epstein mentre quest’ultimo era in carcere nel giugno 2009.”

Già dagli Epstein Files desecretati il 30 gennaio, erano emerse e-mail, incontri privati e scambi che avrebbero coinvolto anche dossier politici ed economici sensibili. Secondo gli investigatori, Epstein considerava Mandelson una fonte privilegiata di informazioni sulla politica britannica ed europea. Alcune comunicazioni suggeriscono che il Lord abbia condiviso con il finanziere valutazioni su strategie economiche e dinamiche governative nel delicato periodo successivo alla crisi del 2008. Gli atti indicano, inoltre, pagamenti per circa 75.000 dollari tra il 2003 e il 2004 su conti collegati a Mandelson o al marito Reinaldo Avila da Silva. Il politico ha sempre negato qualsiasi scambio improprio, ma i trasferimenti e le e-mail – che includono perfino richieste di consigli per acquistare un appartamento in Brasile – hanno condotto a un’inchiesta penale.

Nonostante ciò, il premier britannico avrebbe proseguito nel processo di nomina dell’ex eminenza grigia del New Labour come ambasciatore a Washington. La difesa di Starmer si è concentrata sull’idea di essere stato ingannato. Il premier ha sostenuto che Mandelson avrebbe “mentito” sui rapporti con Epstein, dando l’impressione di “conoscere a stento” il finanziere. Nei documenti pubblicati non emergono, però, prove evidenti che il Lord abbia effettivamente fornito dichiarazioni false durante i controlli preliminari. Le verifiche interne avevano posto tre domande chiave: sui contatti con Epstein dopo la sua condanna, sui soggiorni nelle proprietà del finanziere e sui legami con la fondazione di Ghislaine Maxwell. Secondo il capo della comunicazione di Downing Street, le risposte fornite erano state considerate “soddisfacenti”.

La rivelazione ha scatenato una tempesta politica a Westminster. Il caso è esploso durante il dibattito alla Camera dei Comuni, dove il ministro Darren Jones ha ammesso che Mandelson “non avrebbe mai dovuto ricevere l’incarico” e ha definito “inaccettabile” la buonuscita richiesta dall’ex ambasciatore dopo la sua rimozione. Mandelson, richiamato nel settembre 2025 dopo appena nove mesi di mandato, aveva infatti chiesto una liquidazione da 547.000 sterline. Il Tesoro ha poi ridotto la cifra a 75.00 sterline, ma la polemica non si è placata. Per le opposizioni si tratta comunque di uno scandalo e di un insulto alle vittime di Epstein. La leader conservatrice Kemi Badenoch ha definito “scioccante” la capacità di giudizio del premier. I Liberal Democratici hanno chiesto che la somma venga devoluta in beneficenza, mentre il leader dei Verdi Zack Polanski ha invocato apertamente le dimissioni di Starmer. Le ombre si allungano anche oltre il governo attuale. Un documento conservato nei National Archives britannici attesterebbe un incontro del 2002 a Downing Street tra Tony Blair ed Epstein, “facilitato da Mandelson”, presentato all’epoca come “amico di Bill Clinton”.

Intanto, nuovi documenti potrebbero essere pubblicati nelle prossime settimane. Se le rivelazioni dovessero confermare la piena consapevolezza di Downing Street sui legami tra Mandelson ed Epstein, lo scandalo rischia di trasformarsi in una crisi istituzionale senza precedenti: quella che molti osservatori definiscono già la più grave vicenda politica britannica del dopoguerra.

La programmazione via intelligenza artificiale sta causando problemi ad Amazon

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Amazon sta attraversando una fase segnata da ripetuti problemi nell’erogazione dei propri servizi: sia il celebre portale di e‑commerce sia la proficua Amazon Web Services (AWS), la divisione del gruppo dedicata al cloud, hanno subito blackout prolungati che hanno inciso in modo significativo su ricavi e reputazione. Sebbene l’azienda non abbia fornito spiegazioni dettagliate e trasparenti sulle cause dei disservizi, diverse indiscrezioni suggeriscono un possibile legame con modifiche ai sistemi introdotte attraverso strumenti di intelligenza artificiale. Il fatto che Amazon abbia convocato i suoi ingegneri senior per un incontro interno dedicato proprio alle criticità generate dai processi “assistiti dall’IA generativa” sembra rafforzare questa ipotesi.

Negli ultimi mesi AWS ha registrato diverse interruzioni di servizio, almeno due delle quali sono state ricondotte dal Financial Times all’impiego di Kiro, uno strumento “agentico” sviluppato internamente all’azienda e introdotto lo scorso luglio per accelerare il passaggio “dal concept alla produzione” in ambito software. Secondo le testimonianze raccolte dalla testata, alcuni tecnici avrebbero delegato all’intelligenza artificiale la risoluzione autonoma di problemi operativi, con esiti che hanno raggiunto picchi disastrosi. In un caso, Kiro avrebbe addirittura “cancellato e ricreato” la stessa sezione di sistema che era stata chiamata a correggere, provocando un blackout di 13 ore.

Amazon Shopping non se la passa affatto meglio. In questo caso, i disservizi sono stati attribuiti all’impiego di Q, assistente di IA sviluppato per supportare la programmazione. Secondo una nota interna intercettata da Bloomberg, il vicepresidente senior dei servizi e‑commerce, Dave Treadwell, avrebbe denunciato una “tendenza agli incidenti” protratta per settimane e con effetti su larga scala. Gli errori generati dall’intelligenza artificiale hanno portato alla mancata registrazione di oltre sei milioni di ordini, costringendo l’azienda a introdurre una policy d’emergenza: per 90 giorni, ogni modifica al codice critico dovrà essere supervisionata da due ingegneri distinti prima dell’implementazione.

Secondo un ennesimo report del Financial Times, di fronte a questi disservizi, Amazon ha organizzato un incontro martedì 10 marzo con i suoi ingegneri d’alto profilo al fine di analizzare le cause alla radice dei problemi. “Come probabilmente sapete, la disponibilità del sito e delle infrastrutture non è stata buona ultimamente”, ha dichiarato Treadwell allo staff, attribuendo la situazione alle “modifiche assistite dall’intelligenza artificiale generativa”. Nello specifico, la criticità identificata consiste nel fatto che “non sono ancora consolidate delle pratiche di buon utilizzo e di salvaguardia delle nuove GenAI”. In altre parole, l’introduzione delle tecnologie di IA non è stata accompagnata da linee guida operative adeguate, lasciando i tecnici a procedere in modo disomogeneo e spesso improvvisato.

Amazon ha precisato che il problema non riguarda il grado di autonomia delle IA, ma la necessità di rafforzare il “controllo degli accessi da parte degli utenti”. Nessun cambio di rotta, dunque: l’intelligenza artificiale generativa continuerà a essere utilizzata, ma sarà sottoposta a una supervisione molto più rigorosa. In particolare, gli sviluppatori junior dovranno attendere l’approvazione dei superiori prima di poter eseguire qualunque intervento assistito dall’IA. Un approccio sensato e sano che andrebbe sempre applicato per strumenti di questo tipo, ma che rischia di vanificare la presunta convenienza offerta dalla GenAI. Il tempo risparmiato nella programmazione potrebbe infatti trasformarsi in ore dedicate alla verifica incrociata e ai passaggi autorizzativi.

Frana in Etiopia: 52 morti

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Le forti piogge in Etiopia hanno provocato una frana nell’area di Gamo, nel sud del Paese, provocando almeno 52 morti. La notizia è stata data oggi dalle autorità del Paese, che hanno dato un primo bilancio delle piogge che si sono abbattute sull’Etiopia all’inizio della settimana. Secondo l’ufficio di comunicazione di Gamo, almeno altre 50 persone risulterebbero disperse. Le operazioni di ricerca e soccorso sono ancora in corso.

I contrattacchi iraniani stanno avendo effetti più pesanti di quanto ammesso dagli USA

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L’escalation militare che ha infiammato il Golfo Persico nelle ultime settimane non rappresenta soltanto l’ennesimo capitolo di un conflitto pluridecennale, ma segna un punto di non ritorno strategico che riscrive le regole della sicurezza regionale e globale. Mentre i bollettini ufficiali si concentrano sul conteggio dei danni subiti dall’Iran, la contro-offensiva iraniana denominata “True Promise 4” ha di fatto smantellato il mito dell’invulnerabilità tecnologica occidentale. Il vero successo militare strategico di Teheran è stato quello di aver colpito i “nervi ottici” del sistema difensivo statunitense nella regione. Un colpo molto costoso per gli Stati Uniti, sia in termini economici che militari. Per i primi si parla di circa 2,5 miliardi per tre obiettivi colpiti; per i secondi, della distruzione di parte del sistema integrato di difesa missilistica degli Stati Uniti, il fiore all’occhiello della tecnologia militare USA.

Come riportato anche dai media statunitensi, colpendo sistematicamente i sensori strategici, in particolare il sistema THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) negli Emirati Arabi Uniti, il radar AN/TPY-2 in Giordania, e il radar AN/FPS-132 in Qatar, l’Iran ha ottenuto ciò che molti analisti ritenevano impossibile: ha “accecato” parte della rete di allerta missilistica precoce degli Stati Uniti. THAAD è un sistema di difesa contro i missili balistici che può colpire obiettivi distanti 200 chilometri, il cui rilevamento avviene però in un raggio di circa 2.500 chilometri. Il suo costo è di 1 miliardo di dollari mentre il costo di ogni singolo missile sparato è di 12,6 milioni di dollari. AN/TPY-2 è il radar trasportabile che fa parte del sistema THAAD, ed è quello che rileva e traccia i bersagli da colpire. Il costo del solo radar è di circa mezzo miliardo di dollari. L’ AN/FPS-132 è un altro potente radar che fa parte del sistema integrato di allerta missilistica precoce. Il suo costo è di 1,1 miliardi di dollari e la sua “capacità visiva” ha un raggio di azione di circa 5.000 chilometri.

Un radar di sorveglianza aerea AN/TPY-2 distrutto dalle forze armate iraniane. Base di Muwaffaq Salti in Giordania

Questi scudi multimiliardari, venduti come impenetrabili, sono stati resi inerti non da una forza superiore, ma da una strategia di saturazione asimmetrica che ha sfruttato le falle intrinseche della difesa integrata. Senza questi sensori, le batterie di intercettori Patriot e gli stessi THAAD diventano giganti d’argilla, incapaci di tracciare le minacce in tempo utile. È il fallimento della superiorità tecnologica convenzionale davanti alla massa critica di droni e missili a basso costo. Strutture che, oltre ad essere molto costose, sono realizzate con anni di lavoro e dunque non facilmente rimpiazzabili con sistemi nuovi. Proprio per questo, anche se le autorità statunitensi minimizzano la faccenda, gli USA stanno spostando il sistema THAAD presente in Corea del Sud per una destinazione del Medio Oriente.

Per decenni, le monarchie del Golfo – Bahrain, Kuwait, Oman, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati – hanno costruito la propria prosperità su un tacito accordo: la concessione di basi militari agli Stati Uniti (e l’istituzione del petrodollaro) in cambio di una sicurezza assoluta. Oggi, questo paradigma è andato in frantumi. L’attacco coordinato a strutture sia militari che civili in tutti i Paesi che compongono il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) ha posto i regnanti locali di fronte a un dilemma esistenziale. La presenza militare statunitense, un tempo sentita e utilizzata come una polizza assicurativa, oggi inizia ad essere percepita come un magnete per la guerra. Le scorte di missili intercettori si stanno esaurendo a un ritmo insostenibile: ogni missile iraniano da poche migliaia di dollari richiede intercettori che costano milioni. È una guerra d’attrito finanziario che le petromonarchie, nonostante le loro immense riserve, non possono vincere nel lungo periodo.

Per le monarchie del Golfo, il danno materiale dei missili iraniani è niente in confronto al danno economico e d’immagine che stanno causando le esplosioni. Queste Nazioni hanno attirato decine e decine di migliaia di espatriati e miliardi di dollari di capitali esteri vendendo l’immagine di oasi di pace e ricchezza nel mezzo a un deserto turbolento. Quell’immagine sta bruciando insieme alle infrastrutture colpite. Le grandi compagnie di bandiera, pilastri della diversificazione economica petrolifera, vedono i propri cieli chiusi o considerati zone di guerra. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha paralizzato il commercio di gas e petrolio. E non solo. La compagnia marittima Maersk, qualche giorno fa ha annunciato la sospensione delle attività nel Golfo Persico e in Medio Oriente, prefigurando una cogestione totale della logistica regionale. Se il conflitto dovesse protrarsi, la fuga dei capitali e dei cittadini occidentali è un rischio concreto che potrebbe trasformare queste “città del futuro” in cattedrali nel deserto entro pochi mesi.

La crisi attuale dimostra che la deterrenza statunitense nel Golfo è compromessa. L’incapacità di proteggere i sensori critici in Qatar e negli Emirati ha inviato un segnale inequivocabile a Pechino e Mosca: il sistema di sicurezza centrato sugli USA è saturabile e vulnerabile. L’Iran ha dimostrato che per poter affrontare un titano tecnologico basta privarlo della vista. E i Paesi del Golfo stanno imparando a proprie spese che il prezzo per aver permesso agli Stati Uniti di operare contro Teheran dal proprio suolo potrebbe essere la fine del proprio “miracolo” economico. 

Corruzione e sondaggi pessimi: tutti i guai del premier spagnolo Pedro Sánchez

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Il «no a la guerra» di Pedro Sánchez ha fatto clamore, attirando sul premier spagnolo le attenzioni della politica e della stampa internazionale. Una buona parte della stampa italiana di sinistra ha colto l’occasione per idolatrare (o piuttosto continuare a farlo) il premier spagnolo, raccontando una figura che però all’interno del contesto interno appare spesso più sfaccettata. Il suo mandato, iniziato nel 2023, può essere definito a dir poco rocambolesco: tra scandali di corruzione, disastri naturali, una politica internazionale spesso contraddittoria e una crisi immobiliare profonda, Sánchez si è dovuto barcamenare cercando di trovare l’equilibrio all’interno di una maggioranza frammentata e spesso poco affidabile.

Nel suo discorso pronunciato pochi giorni dopo l’aggressione militare israelo-statunitense all’Iran, Sánchez ha dichiarato che la Spagna non avrebbe permesso agli Stati Uniti d’America di utilizzare le basi di Rota e Morón con il fine di attaccare l’Iran e ha reiterato l’importanza delle relazioni diplomatiche contro le azioni militari. Questa posizione ha immediatamente scatenato le reazioni della politica internazionale, che, specialmente a sinistra, ha trovato in Sánchez l’unico leader capace di tenere testa all’imperialismo di Donald Trump e Benjamin Netanyahu.

Tuttavia, non è tutto oro quello che luccica. Nel primo anno dell’attuale legislatura il Partito Socialista Obrero Español (PSOE) è stato scosso da uno scandalo di corruzione che ha portato alle dimissioni dell’ex ministro dei trasporti José Luis Ábalos, quando la polizia giudiziaria della Guardia Civil ha scoperto che il Segretario d’organizzazione del PSOE e numero tre del partito Santos Cerdán ha influenzato l’acquisizione di appalti pubblici a favore di imprese costruttrici. A questo si aggiungono casi di molestie e comportamenti sessisti protratti da alcuni esponenti del PSOE tra i quali spicca la figura dell’ex consigliere politico Francisco Salazar. Agli scandali all’interno del partito si sommano le questioni che hanno minato direttamente la figura del presidente. Seppur mosse dall’organizzazione Manos Limpias, vicina all’estrema destra del Paese e spesso accusata di presentare denunce totalmente infondate o inventate, le imputazioni di traffico di influenza e corruzione che hanno coinvolto Begoña Gómez e David Sánchez, rispettivamente moglie e fratello del premier, hanno contribuito ad una graduale perdita di fiducia da parte dell’elettorato verso Sánchez e il partito.

Questo elemento si rispecchia negli ultimi risultati elettorali in ambito regionale, dove il PSOE ha perso drasticamente consensi a favore del Partido Popular e di VOX. Secondo le stime di gennaio 2026 tracciate dal Gabinet d’Estudis Socials i Opinió Pública (GESOP), se si votasse oggi per le elezioni generali il Partito Popolare raggiungerebbe il 30% dei voti, mentre il PSOE otterrebbe il 26,5%, segnando un caldo di cinque punti dalle elezioni del 2023.

Sebbene il governo Sánchez abbia messo in atto politiche in controtendenza rispetto ad altri governi europei, in particolar modo se si considerano la regolarizzazione di 500.000 persone in situazione di irregolarità amministrativa o l’aumento del salario minimo interprofessionale, queste misure sono spesso il risultato di un lavoro strenuo della società civile o degli alleati di governo, che spesso hanno trovato proprio nel PSOE l’ostacolo per approvare rapidamente i decreti che nella stampa italiana vengono raccontati come successi di Pedro Sánchez. Nonostante ciò, Sánchez ha tra le mani una gatta da pelare molto delicata, ovvero l’aumento del prezzo degli immobili. Nel corso degli ultimi anni collettivi e sindacati attivi per il diritto all’abitare sono scesi in piazza per protestare contro politiche inefficaci o che spesso finiscono per tutelare gli interessi degli speculatori immobiliari.

Sulla scena politica internazionale le prime criticità sono emerse subito dopo le dichiarazioni contro l’aggressione degli USA e Israele all’Iran. Mentre risuonava il «no a la guerra», il governo spagnolo ha inviato la fregata Cristobal Colón verso Cipro insieme ad altri Paesi europei per, secondo le dichiarazioni della ministra della Difesa Margarita Robles, «difesa dell’Unione Europea e della sua frontiera orientale». Se gli alleati di governo di Sumar hanno approvato la missione celebrando le intenzioni di Sánchez, altri partiti come Podemos e il Bloque Nacionalista Galego hanno criticato l’operazione, equiparandola ad un intervento militare. A questo si aggiungono le analisi del traffico aereo che hanno dimostrato movimenti militari dalle basi statunitensi di Rota e Morón diretti verso la Sicilia nel giorno in cui Sánchez avrebbe impedito l’utilizzo delle basi per attaccare l’Iran. Alcuni esponenti politici, tra cui l’ex vice premier Pablo Iglesias hanno criticato l’operazione: «questo trucco permette a Washington di utilizzare le basi spagnole come punto di transito senza dichiarare formalmente la partecipazione nell’operazione militare. Questo è stare fuori dalla guerra?» ha affermato Iglesias in un video nel suo profilo Instagram.

Alle contraddizioni si aggiungono le relazioni con Israele: nonostante Sánchez abbia cercato di schierarsi contro le azioni genocide del governo israeliano, la Spagna non ha mai realmente applicato un embargo totale alla compravendita di armi con Tel Aviv e in molte occasioni ha permesso il transito di navi cariche di materiali destinati all’utilizzo nel genocidio in Palestina dai porti spagnoli.

La figura di Pedro Sánchez appare quindi controversa. Internazionalmente dipinto come strenuo rivale di Donald Trump, mentre in patria più simile appare più simile ad un abile comunicatore, il premier spagnolo inizia a muovere le sue pedine in occasione delle prossime elezioni. Le ultime sconfitte in ambito regionale, sembrano allontanare l’ipotesi di un nuovo mandato socialista. Se le prossimecelezioni segneranno la chiusura di una porta in patria, non è da escludere che le prese di posizione di Sánchez possano aprirgli un portone in Europa.

Ecovillaggi in Italia: quanti sono e come si vive davvero

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Una descrizione univoca per cosa realmente sia un ecovillaggio, probabilmente non esiste. E sicuramente la definizione che va per la maggior sui media mainstream, e cioè quella di “comunità neorurali”, non è un termine che storicamente appartiene a questo tipo di realtà, come loro stessi ci hanno spiegato, anche perché in molti lo ritengono riduttivo in relazione alla complessità che li caratterizza.
Negli ecovillaggi si trovano comunità hippy, spesso definite così da chi resta distante da questi mondi o da chi è rimasto con la testa agli anni ’60 del secolo scorso, ma anche bocconiani che han...

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La Spagna ha definitivamente ritirato la propria ambasciatrice in Israele

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Con una comunicazione rilasciata nel Bollettino Ufficiale di Stato, la Spagna ha ritirato ufficialmente la propria ambasciatrice, Ana María Sálomon Pérez, dallo Stato di Israele. La proposta era stata avanzata lo scorso martedì 10 marzo dal ministro degli Affari Esteri ed è stata concordata nell’ultimo Consiglio dei ministri. Si tratta di un gesto diplomatico forte, che segna una frattura politica profonda tra i due Paesi. In precedenza, Israele aveva ritirato il proprio ambasciatore a Madrid dopo che la Spagna aveva riconosciuto ufficialmente lo Stato di Palestina, nel 2024.

Direttiva Case Green, attuazione in ritardo: procedura di infrazione per l’Italia

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Bruxelles ha deciso di avviare procedure di infrazione contro 19 Paesi UE, Italia inclusa, per i ritardi nel presentare alla Commissione i progetti nazionali di ristrutturazione degli edifici, come previsto dalla direttiva Case Green, in scadenza a dicembre 2025. Da questo momento il nostro Paese ha due mesi di tempo per rispondere alle lettere di costituzione in mora, altrimenti l’UE potrà mandare avanti la procedura.

Guerra all’Iran: l’UE si schiera sanzionando Teheran mentre è sotto le bombe

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«L’UE continua a ritenere l’Iran responsabile»: a dirlo è l’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri della UE Kaja Kallas, che ha annunciato un nuovo pacchetto di sanzioni contro Teheran. Poco importa se numerosi governi nella UE – compresa l’Italia – abbiano riconosciuto che l’aggressione congiunta USA-Israele è stata unilaterale e al di fuori del diritto internazionale. E che sia arrivata (di nuovo) nel mezzo dei colloqui sul nucleare nell’ambito dei quali, secondo i mediatori, l’Iran si stava mostrando pienamente collaborativo. Così, mentre Teheran è sotto le bombe – che stanno prendendo di mira decine di obiettivi civili, tra i quali scuole e ospedali -, l’UE prende di mira «19 funzionari ed entità del regime responsabili di gravi violazioni dei diritti umani», congelando i loro conti e impedendo loro di fare affari con entità europee. Dei diritti dei civili bombardati da Washington e Tel Aviv, tuttavia, non è stata profferita parola.

La presa di posizione di Bruxelles fa quantomeno venire il sospetto che i criteri in base ai quali vengono disposte le sanzioni siano puramente politici. E dire che persino Giorgia Meloni, alleata di ferro degli USA, è stata costretta ad ammettere ieri davanti alle Camere (dopo dieci giorni di silenzio) che «l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano» si colloca «al di fuori del perimetro del diritto internazionale». Anche il ministro per gli Affari Esteri francese, Jean-Noel Barrot, ha dichiarato in una conferenza stampa tenuta all’indomani dello scoppio della guerra che l’attacco è stato frutto di una decisione «unilaterale» e che «avrebbe dovuto essere dibattuto negli organismi collettivi» preposti a tale scopo. Il vicecancelliere tedesco Lars Klingbeil ha riferito all’emittente ZDF dei «seri dubbi» che l’attacco USA in Iran sia legale, mentre il cancelliere Merz ha epresso preoccupazione per il fatto che Washington e Tel Aviv non sembrino avere «un piano condiviso» per portare la guerra a una fine «rapida e convincente». Per non parlare poi della Spagna, che oltre a criticare l’aggressione ha anche negato alle forze armate USA l’utilizzo delle basi navali e aeree di Rota e Morón de la Frontera, scatenando le ire di Trump.

«Mentre la guerra in Iran continua, l’UE proteggerà i propri interessi e perseguiterà i responsabili della repressione interna. Inoltre, invia un messaggio a Teheran: il futuro dell’Iran non può essere costruito sulla repressione», dichiara Kallas. Le sanzioni UE contro Teheran sono state imposte per la prima volta nel 2011, per condannare gli abusi contro i diritti umani e le attività di proliferazione nucleare – della quale non vi è in realtà alcuna prova, se non le false accuse che Netanyahu e Stati Uniti continuano a lanciare da oltre trent’anni che recentemente hanno trovato (di nuovo) anche la smentita dell’AIEA. Negli scorsi mesi, queste erano state rinnovate per via della repressione delle proteste interne da parte del regime, nel corso delle quali sono state uccise diverse centinaia di persone (anche se il numero esatto è impossibile da stabilire). Nel mezzo della guerra, l’Unione ha deciso di ora di rinnovarle con lo stesso principio, anche se non una parola di condanna è stata spesa nei confronti della deliberata aggressione USA-Israele, che ha peraltro visto tra i primi obiettivi una scuola elementare, bombardata alle otto del mattino con la conseguente uccisione di 165 studentesse. Ma d’altronde, nulla è stato fatto nemmeno per fermare il genocidio del popolo palestinese da parte di Israele, certificato dalle istituzioni preposte e trasmesso globalmente in diretta streaming. Un po’ a suggerire che il rispetto dei diritti umani sia rivendicato solamente quando interessi politici ed economici non si mettono di mezzo.

DIRETTA – Iran, primo discorso di Mojtaba Khamenei: “Continuiamo gli attacchi e il blocco Hormuz. Gli USA devono risarcimenti”

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Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è ora succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica e lunedì, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio.


La nuova Guida Suprema dell’Iran Mojtaba Khamenei ha rilasciato la sua prima dichiarazione pubblica. La dichiarazione è arrivata qualche giorno dopo la sua elezione al ruolo di Rahbar, in sostituzione del padre, Ali Khamenei; ieri, i media riportavano di un attacco israelo-statunitense in cui il nuovo leader iraniano sarebbe rimasto ferito.  

Il primo discorso di Khamenei si è articolato su 7 punti:

  • In un prima parte, porge le sue condoglianze al padre e alle vittime della guerra tra gli alti ranghi istituzionali.
  • Nella seconda chiede al popolo di rimanere unito e di sostenere le istituzioni, chiedendo anche solidarietà tra i cittadini.
  • Passa poi a ringraziare i soldati e i membri dei pasdaran, affermando che “certamente si deve continuare a usare la leva del blocco dello Stretto di Hormuz”.
  • Nel quarto punto si rivolge nuovamente al popolo, annunciando misure di compensazioni finanziarie per i danni, cure mediche gratuite per i feriti e “vendetta” per le persone uccise. “Un punto che devo sottolineare è che in ogni caso chiederemo risarcimenti al nemico e, se si rifiuterà, attingeremo dai suoi beni quanto riterremo necessario e, se ciò non sarà possibile, distruggeremo beni di pari valore.”
  • Nella quinta parte del discorso, parla ai leader della regione: “Abbiamo 15 Paesi confinanti, terrestri o marittimi, e siamo sempre stati desiderosi di mantenere rapporti caldi e costruttivi con tutti loro. Tuttavia, da anni il nemico ha gradualmente stabilito basi militari e finanziarie in alcuni di questi Paesi per assicurare il suo dominio nella regione”. Ha annunciato che l’Iran continuerà ad attaccare le basi americane nell’Asia Occidentale e invitato i Paesi vicini a chiuderle definitivamente.
  • Sesta e settima parte del discorso sono dedicate prima al padre e poi alle autorità religiose.

La compagnia aerea tedesca Lufthansa ha annunciato che i voli da e per Dubai rimarranno sospesi fino al 28 marzo. L’annuncio segue una analoga dichiarazione rilasciata dalla compagnia nederlandese KLM.


Le autorità stanno ancora indagando su cosa abbia causato l’esplosione di una petroliera in acque territoriali irachene, nella notte tra mercoledì 11 e giovedì 12 marzo, ma nel frattempo è stata disposta l’interruzione di tutte le attività nei porti petroliferi, in via precauzionale.


  • Un missile ha colpito la base italiana di Erbil, nel Kurdistan iracheno – al confine tra Siria, Iran e Turchia. Il ministro Crosetto ha riferito che non vi sono vittime e di aver informato Giorgia Meloni e di essere in contatto con il comandante della base e col capo di Stato maggiore della Difesa. Al momento vi sono 300 soldati nella base italiana, impegnate nell’addestramento delle forze di sicurezza curde.
  • Il presidente iraniano Pezeshkian ha dichiarato che perchè la guerra finisca servono tre condizioni: il riconoscimento dei diritti legittimi di Teheran, il risarcimento dei danni e garanzie internazionali contro future aggressioni.
  • Sono proseguiti gli attacchi contro le infrastrutture petrolifere degli Stati del Golfo: Al Jazeera riporta una situazione “preoccupante” in Oman, dove le autorità hanno riferito di continui attacchi con droni contro il porto di Salalah, che sta venendo utilizzato come via d’uscita da chi non riesce a transitare dallo Stretto di Hormuz.
  • Proseguono gli attacchi israeliani in Libano.
  • Secondo Reuters, che cita funzionari USA rimasti anonimi, l’intelligence USA ritiene che la leadership iraniana sia ancora solida e non mostri segni di cedimento. Secondo numerosissimi report, il regime non sarebbe in pericolo, fattore che potrebbe ritardare la fine della guerra, nonostante nelle scorse ore Trump abbia dichiarato che questa potrebbe essere finita in quanto ogni obiettivo USA in Iran sarebbe stato distrutto.