Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è ora succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 marzo, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì 9 marzo, i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio. A fine mese si sono uniti al conflitto anche gli Houthi, lanciando diversi missili verso Israele.
29 marzo – Ore 19.10 – Libano: uccise più di 1200 persone; Netanyahu: “ampliare la zona cuscinetto”
È stata superata la soglia delle 1200 persone uccise in Libano dall’inizio dell’offensiva israeliana nel Sud del Paese. Lo rende noto il Ministero della Salute, che aggiorna il bilancio a 1238 persone uccise, tra cui 124 bambini. Morti anche dieci soccorritori e tre giornalisti. I bombardamenti dell’esercito israeliano hanno causato inoltre un milione di sfollati.
Nel frattempo il primo ministro Netanyahu ha dato ordine di ampliare la zona cuscinetto realizzata illegalmente dall’esercito israeliano in territorio libanese a suon di demolizioni. Una decisione che conferma l’avanzata verso il fiume Litani.
29 marzo – Ore 17.00 – Trump ammassa truppe in Asia Occidentale: arrivati 3000 marines
In queste ore sono arrivati in Asia Occidentale circa 3000 marines, che si aggiungono così agli oltre 17mila soldati statunitensi già presenti nella regione. Un dispiegamento importante ma non sufficiente per un’invasione su larga scala dell’Iran, che ha un’estensione territoriale 5 volte più grande dell’Italia. Se non dovesse concretizzarsi l’ipotesi diplomatica, la Casa Bianca potrebbe passare alla fase successiva dell’escalation militare, conducendo limitate operazioni di terra su siti strategici, come l’isola di Kharg.
29 marzo – Ore 15.10 – Media: Israele avanza in Libano; colpita a Teheran la sede di Al Araby Tv
Secondo quanto appreso da Al Jazeera da alcune fonti militari, le truppe israeliane starebbero avanzando verso il fiume Litani, che nella visione del governo Netanyahu dovrebbe essere il nuovo confine tra Libano e Israele. I soldati israeliani avrebbero già raggiunto la sponda del fiume nel Libano orientale. Hezbollah riferisce di diversi attacchi sferrati contro l’esercito occupante e di due carri armati distrutti.
Nel frattempo è stata confermata la notizia del bombardamento a Teheran dell’edificio che ospita l’emittente televisiva Al Araby.
29 marzo – Ore 13.30 – Nuova ondata di missili verso Israele
Un attacco missilistico congiunto tra Iran ed Hezbollah ha fatto scattare le sirene in più di cento città israeliane. Si registrano danni ed esplosioni a Tel Aviv e Haifa.
29 marzo – Ore 12.00 – Pubblicate le prime immagini dell’attacco iraniano alla base Prince Sultan
Sono state pubblicate le prime immagini dell’attacco iraniano sferrato ieri in Arabia Saudita sulla base Prince Sultan, dove sono stanziate le truppe statunitensi. Gli scatti mostrano un E-3 Sentry dell’aeronautica americana distrutto dai bombardamenti, durante i quali sono rimasti feriti dodici militari USA.
29 marzo – Ore 9.45 – Gli eventi della notte
Gli attacchi israeliani sul Libano meridionale sono andati avanti tutta la notte, uccidendo almeno 17 persone. L’esercito israeliano ha poi effettuato una vasta ondata di attacchi su Teheran.
Hezbollah ha dichiarato di aver colpito l’aeroporto di Ein Shemer e la base militare di Regavim, nel nord di Israele, in risposta agli attacchi contro i civili libanesi e allo sfollamento forzato dalle proprie abitazioni. Per lo stesso motivo, esteso anche ai civili iraniani, gli Houthi yemeniti hanno preso parte al conflitto, lanciando missili da crociera e droni contro Israele, che quest’ultimo sostiene di aver intercettato senza danni.
Sirene in Kuwait, Emirati Arabi e Bahrein a seguito di una nuova ondata di missili e droni provenienti dall’Iran. Colpito lo stabilimento di Aluminium Bahrain (ALBA), tra le principali aziende siderurgiche del Paese.
Secondo quanto rivelato dal Washington Post, il Pentagono si sta preparando per sostenere operazioni di terra limitate in Iran, nel caso in cui Trump optasse per l’escalation militare. «È il lavoro del Pentagono quello di effettuare preparativi per offrire tutte le opzioni al commander-in-chief. Questo non significa che il presidente ha deciso», ha detto la portavoce della Casa Bianca Leavitt.
Nel giro di poche ore sono stati rubati nel parmense tre quadri dall’alto valore artistico. Si tratta de I pesci di Renoir (1917), La Natura morta con ciliegie di Cézanne (1890) e Odalisca sulla terrazza di Matisse (1922). I tre quadri erano esposti nel museo della Fondazione Magnani Rocca a Mamiano, in provincia di Parma. Al momento i responsabili del furto non sono stati identificati.
È passato un mese dall’aggressione israelo-americana all’Iran. Non c’è stata alcuna operazione lampo o cambio di regime, ma soltanto un’escalation militare a suon di attacchi e rappresaglie. In queste ore sono arrivati in Asia Occidentale circa 3000 marines, che si aggiungono così agli oltre 17mila soldati statunitensi già presenti nella regione. Un dispiegamento importante ma non sufficiente per un’invasione su larga scala dell’Iran, che ha un’estensione territoriale 5 volte più grande dell’Italia. Se non dovesse concretizzarsi l’ipotesi diplomatica, la Casa Bianca potrebbe passare alla fase successiva dell’escalation militare, conducendo limitate operazioni di terra su siti strategici, come l’isola di Kharg. Lo ha confermato anche il Pentagono, che attende direttive dal presidente Donald Trump. Quest’ultimo si trova tra due fuochi: da un lato l’establishment pro Tel Aviv che spinge per la resa dei conti con l’Iran e dall’altro i vertici militari che suggeriscono cautela.
La nave da guerra USS Tripoli è arrivata nell’area di responsabilità del Comando Centrale degli Stati Uniti per il Medio Oriente. A bordo della nave, precedentemente di stanza in Giappone, ci sono più di 3000 marines, accompagnati da velivoli da trasporto e mezzi d’assalto anfibi. Washington rafforza dunque la sua presenza militare nella regione, piombata in una guerra sempre più complessa. All’aggressione israelo-americana, l’Iran ha risposto serrando i ranghi e attaccando le basi di Washington nei Paesi del Golfo, oltre a diverse città israeliane, Haifa e Tel Aviv su tutte. In un secondo momento si è aggiunto Hezbollah, impegnando lo Stato ebraico sul fronte settentrionale; nelle scorse ore anche gli Houthi yemeniti hanno sposato la causa, rispondendo militarmente all’attacco subito dall’Iran. Quest’ultimo è stato sferrato a poche ore dalla fine dell’ultimo round negoziale tra Iran e Stati Uniti, il che complica oggi la percorrenza della via diplomatica, che tuttavia non sembrerebbe tramontata del tutto. Il Pakistan starebbe infatti agendo da mediatore informale, passando messaggi tra le parti.
L’allerta resta massima per le autorità iraniane, che temono il ripetersi dello scenario già visto a fine febbraio. Non ha usato mezzi termini il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf nell’accusare la Casa Bianca di star spingendo pubblicamente sull’ipotesi negoziale mentre prepara l’escalation. Il Washington Postha rivelato che il Pentagono si sta preparando a possibili operazioni di terra limitate, dalla durata di diverse settimane. La conferma è arrivata dalla portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, che ha dichiarato: «è il lavoro del Pentagono quello di effettuare preparativi per offrire tutte le opzioni al commander-in-chief. Questo non significa che il presidente ha deciso». Nel frattempo sono arrivati 3000 marines nella regione e l’amministrazione Trump starebbe valutando di inviarne altri 10mila.
Il dispiegamento di forze in Asia Occidentale può essere visto come un tentativo sia di forzare la mano e trascinare le autorità iraniane a tavoli negoziali, sacrificando parte delle richieste, sia di provare a chiudere la questione militarmente. Il primo mese di guerra è costato decine di miliardi di dollari agli americani, oltre alla morte e al ferimento di diversi soldati, il che ha fatto calare drasticamente il consenso verso Trump. Contro le sue politiche sono scesi ieri in strada più di 8 milioni di americani, nell’ambito del No Kings Day.
Più che per un’invasione su larga scala — che potrebbe trasformarsi per Washington in una sorta di Vietnam 2.0 — i soldati e i mezzi presenti in Asia Occidentale potrebbero essere impiegati per la conquista dell’isola di Kharg, cruciale per il commercio energetico, o per la distruzione di basi e siti militari. Un’ipotesi comunque osteggiata da una parte dei vertici militari interni, che pongono l’attenzione sui rischi che un’escalation comporterebbe per i soldati americani nella regione. La nuova fase incontrerebbe infatti la resistenza iraniana, come affermato da Mohammad Bagher Ghalibaf.
Pochi giorni fa Spotify ha annunciato il lancio di una nuova funzione nella sua app. Si tratta di un servizio, riservato agli utenti premium, che permetterebbe di ricostruire il vero e proprio “albero genealogico delle canzoni”. In parole povere, mentre si ascolta un brano sarà possibile consultare i nomi di tutte le persone coinvolte nella sua creazione: autori, produttori, collaboratori e via dicendo. Ma non finisce qui. La funzione consentirà anche di scoprire eventuali campionamenti utilizzati, influenze più o meno dichiarate e perfino le cover che, nel tempo, hanno contribuito a plasmare l’identità di quel brano. La nuova applicazione si chiama SongDna e, proprio come suggerisce il nome, si propone di farci esplorare il DNA delle canzoni. Un’idea affascinante.
Ma che cos’è, esattamente, il DNA delle canzoni? E soprattutto, da dove nasce?
Nel 1962 Gino Paoli non se la passava affatto bene. O almeno, dipende dai punti di vista. Da un lato aveva già raggiunto un successo clamoroso come cantautore. Brani come La gatta e Il cielo in una stanza lo avevano consacrato astro nascente della musica italiana. Faceva soldi a palate e viveva in una splendida villa a Genova insieme alla moglie, sposata pochi anni prima. Dall’altro lato era immerso in una profonda crisi depressiva. «Avevo tutto ma non sentivo niente» racconterà in seguito, con la lucidità crudele tipica delle sue canzoni. A complicare ulteriormente le cose, come spesso accade, c’era una storia d’amore particolarmente tormentata. Paoli aveva infatti una relazione segreta con Ornella Vanoni. Si erano conosciuti tre anni prima alla casa discografica Ricordi ed era nato un amore che la cantante avrebbe poi definito «tormentato e controverso», reso ancora più clandestino dal fatto che entrambi erano sposati. Per lei Paoli aveva scritto Senza fine, destinata a diventare uno dei suoi più grandi successi. Cuori spezzati, senso di malinconia, vuoto esistenziale. Tutte difficoltà che il cantautore raccontava nelle sue canzoni, facendone un marchio di fabbrica, e che cercava di affrontare nella vita bevendo un quantitativo spropositato di alcolici. Non la migliore ricetta contro la depressione. In mezzo a questo equilibrio già precario, arrivò anche una tragedia. Il 20 settembre 1962 Paoli stava guidando da Milano a Vicenza per accompagnare a casa un amico. Durante un sorpasso azzardato, l’auto si schiantò contro un’altra vettura. Nell’incidente morì Victor Van der Faber, caro amico di Paoli e suo collaboratore in diverse canzoni. Paoli se la cavò con poche ferite, ma fu condannato a sette mesi per omicidio colposo. È l’episodio che lo manderà definitivamente in crisi.
La sera dell’11 luglio del 1963 si trova da solo nella sua enorme villa e, in un momento di particolare sconforto, decide di suicidarsi. Lo fa in maniera piuttosto risoluta: sparandosi al cuore. Senza troppi giri di parole, come nei testi delle sue canzoni. Lo trovano poco dopo, disteso sul letto, coperto di sangue, apparentemente morto. Viene portato di corsa all’ospedale di Genova dove si preparano ad operarlo d’urgenza. Prima però chiamano il prete per dargli l’estrema unzione. Il sacerdote si china su di lui e incomincia a pregare. Proprio in quel momento Gino Paoli riprende i sensi e lo manda a fare in culo.
Non è comunque fuori pericolo. La ferita è molto grave e viene trasferito all’ospedale di Torino per essere visitato da uno specialista. Il colpo di pistola è arrivato a pochi centimetri dal cuore ed è rimasto bloccato nel torace senza però danneggiare organi vitali. Clinicamente parlando, Gino Paoli ha ucciso il proiettile. Si porterà dentro il cadavere per il resto della sua vita.
Dopo il tentato suicidio dell’11 luglio 1963, Gino Paoli uscì dalla profonda depressione attraverso un recupero lento e graduale. Dimesso dall’ospedale dopo settimane critiche, trovò proprio nella musica una forma di terapia naturale, l’unica che conosceva davvero. Accanto a lui c’erano gli amici, la famiglia, e una nuova serenità ancora incerta, ma sufficiente a rimettere in moto le parole e le melodie. Le canzoni cominciarono a tornare, una dopo l’altra. Pochi mesi dopo, nel 1964, uscì Basta chiudere gli occhi: dodici brani che riflettono la difficoltà di quel momento. Tra questi spiccava un titolo quasi programmatico, Tornare alla vita, accanto a uno dei suoi più grandi successi di sempre, Sapore di sale, che avrebbe portato per la prima volta la malinconia dentro l’estate italiana. Ad aprire l’album c’era invece un’altra grande canzone d’amore, ancora una volta dedicata a Ornella Vanoni: Che cosa c’è. Una domanda semplice, appena sussurrata, ma che sembra contenere tutto il desiderio e la fragilità di chi, con un proiettile nel cuore, prova a ricominciare.
L’album ebbe un successo strepitoso, consolidando definitivamente la fama di Gino Paoli come uno dei cantautori più importanti della musica italiana.Che cosa c’è venne incisa anche da Ornella Vanoni, che la interpretò con il suo stile elegante e sensuale, opposto e complementare a quello schivo e trattenuto di Paoli. Nonostante la fine della loro relazione, i due non smetteranno mai di cantarla, a volte anche insieme, per tutto il resto della loro vita. Chissà se tutto questo finirà mai nel DNA delle canzoni di Spotify, accanto alla lista dei produttori, dei collaboratori, degli arrangiatori e via dicendo. Insomma, accanto all’organigramma.
La polizia israeliana ha impedito al Cardinale Pizzaballa di entrare nella Chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme, per celebrare la messa della Domenica delle Palme. «È la prima volta da secoli» — commentano dal Patriarcato Latino, parlando di «un grave precedente che ignora la sensibilità di miliardi di persone che durante questa settimana guardano a Gerusalemme». «Ho dato immediate istruzioni al nostro Ambasciatore in Israele di esprimere alle autorità di Tel Aviv il nostro sdegno», ha scritto su X il Ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Sottofinanziamenti, inefficienza, privatizzazione. Questi tre passaggi potrebbero sintetizzare la gestione della cosa pubblica degli ultimi trent'anni. È una livella italiana, che percorre lo Stivale in tutte le direzioni. Una partita fondamentale si sta giocando in Campania, dove da pochi mesi si è insediata la nuova giunta di centrosinistra guidata da Roberto Fico. In ballo c'è la gestione dell’acqua che nel 2011 gli italiani, attraverso un referendum, riconobbero come bene comune. L'indirizzo politico degli ultimi 15 anni ha tuttavia remato nella direzione opposta, tradendo l'esito popolare...
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Nella notte le lancette degli orologi si sono spostate un’ora avanti, ripristinando l’ora legale. Quest’ultima resterà in vigore fino a ottobre, consentendo un risparmio a livello nazionale grazie a un minor consumo di energia elettrica. Il cambio tra ora solare e legale — e viceversa — comporta però dei disagi per la salute, come un senso di stanchezza nei primi giorni. Dopo tanti anni di dibattiti quest’estate dovrebbe essere discussa in Parlamento, su richiesta dei cittadini, una legge per rendere permanente l’ora legale.
È avvenuta tra le strade di Roma la prima manifestazione nazionale dopo il tonfo della maggioranza al referendum. Da Piazza della Repubblica, al grido di «Giorgia Meloni eccoci», è partito il corteo promosso dalla rete No Kings Italia. Decine di migliaia di persone — 300mila secondo gli organizzatori — hanno dato vita a un serpentone colorato ed eterogeneo, come prevedibile alla vigilia data l’adesione di oltre 700 sigle, tra cui Amnesty, Non una di meno e Askatasuna. Le autorità hanno risposto con lo schieramento di mille agenti in piazza, oltre agli ormai consueti controlli ai caselli autostradali e al debutto del fermo preventivo, voluto dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi nell’ultimo decreto sicurezza. Mentre da Roma chiedono di «fermare le politiche belliciste e la svolta autoritaria delle destre globali», a Niscemi un corteo cittadino ha sfilato contro la presenza delle basi statunitensi in Italia, che fanno dell’isola e dell’intero Paese delle «piattaforme di guerra nel Mediterraneo».
Doveva fermarsi a Piazza di Porta San Giovanni il corteo promosso dai No Kings, ma a causa dell’alta partecipazione gli organizzatori hanno deciso di prolungare il serpentone fino al Verano. «È una straordinaria manifestazione che dice no alla guerra e ai suoi monarchi», commenta Angelo Bonelli, co-portavoce di Alleanza-Verdi Sinistra Italiana (AVS). Anche di fronte alla sempre più tangibile economia di guerra, tra riconversioni produttive e caro vita, «c’è chi non riesce a dire no, come Giorgia Meloni, che afferma di non condividere e di non condannare. Intanto condanna però l’Italia a un riarmo inaccettabile, pari al 5% del PIL, mentre la sanità pubblica è in ginocchio e la povertà aumenta». Presente per la politica parlamentare anche una delegazione del Movimento 5 Stelle, oltre alle centinaia di sigle della società civile, da Non Una di Meno alla CGIL, passando per Amnesty e Askatasuna.
«Contro il 41bis, lo Stato tortura. Alfredo libero», si legge su uno striscione tenuto alto dagli anarchici. All’altezza della basilica di Santa Maria Maggiore è comparsa una ghigliottina di cartone, accompagnata dai volti di Giorgia Meloni, Carlo Nordio e Ignazio La Russa a testa in giù. Il corteo No Kings, monitorato da circa mille agenti, è stato preceduto dalla “marcia degli invisibili” organizzata dal Movimento Antirazzista. Tra le strade di Roma c’è stata dunque «una sfilata di fantasmi, a simboleggiare i migranti morti in mare o che vedono i loro diritti negati», confluita poi a Piazza della Repubblica. Centinaia di manifestanti non hanno potuto raggiungere il concentramento a causa degli ormai consueti controlli autostradali, accompagnati da perquisizioni e dal debutto del fermo preventivo. La norma voluta da Piantedosi consente di trattenere, in vista di un evento pubblico, le persone ritenute pericolose per un massimo di 12 ore in caserma o in commissariato.
La manifestazione organizzata a Roma ha un respiro internazionale, inserendosi nel filone internazionale No Kings, con epicentro negli Stati Uniti, dove sono previste per oggi oltre 3000 eventi, tra presidi e cortei. Come a Roma anche a Niscemi si protesta contro i venti di guerra, che dopo l’aggressione israelo-americana all’Iran soffiano forti in Asia Occidentale, con ripercussioni anche in Europa, tra complicità e rincari. Rispetto alla manifestazione capitolina cambia l’atmosfera, complice la ferita ancora fresca lasciata dalla frana di inizio anno. Un corteo cittadino di circa mille persone ha sfilato per le vie di Niscemi contro la presenza delle infrastrutture militari statunitensi, a partire dal MUOS. «I territori – commenta il movimento No MUOS – non sono basi militari; la guerra non può essere normalizzata; i luoghi sottratti alle comunità devono tornare alle comunità; la Sicilia e l’Italia non possono essere piattaforme di guerra nel Mediterraneo».
Sarà Giuseppe Tango, giudice del lavoro a Palermo ed esponente del gruppo di Magistratura Indipendente, a sostituire Cesare Parodi alla guida dell’Associazione Nazionale Maigstrati (ANM). Parodi aveva consegnato le proprie dimissioni pochi minuti dopo la chiusura dei seggi per il referendum sulla giustizia, lo scorso lunedì 23 marzo, parlando di “motivi personali”.
Per la prima volta nella storia dei soccorsi umanitari nel Mediterraneo, 14 ONG hanno dato vita ad una coalizione che ha l’obiettivo di opporsi alle leggi europee e italiane sulla migrazione e i salvataggi in mare, giudicate inique e fonte di rischio per la vita dei migranti. In piena contravvenzione del “decreto Piantedosi” (convertito poi nella legge 15/23, integrata nel decreto Flussi), queste organizzazioni hanno interrotto ogni collaborazione con la cosiddetta “Guardia Costiera Libica”, un’istituzione creata appositamente per dialogare con l’UE che si macchia di violazioni dei diritti umani continue contro i migranti, inclusi torture e omicidio. Infrangere le disposizioni del decreto Piantedosi comporta onerose sanzioni amministrative che possono interferire pesantemente con le operazioni delle ONG. È quanto successo alla nave Humanity1, della ONG tedesca SOS Humanity e membro della coalizione, sulla quale ci siamo imbarcati per seguire una missione.
Obiettivo: sfidare le leggi inique
«Abbiamo visto troppe volte che intercettano le persone, le riportano indietro, sparano in acqua, sparano verso chi cerca aiuto, sparano contro le ONG. Non possiamo considerarli una guardia costiera che fa il suo lavoro» – spiega a L’Indipendente Juan, coordinatore dei soccorsi di SOS Humanity con oltre 9 anni di esperienza nei soccorsi nel Mediterraneo – «per questo non comunichiamo più con loro, non mandiamo più email: non vogliamo essere complici». Alle sue parole fanno eco quelle di Barbara, coordinatrice della comunicazione di SOS Humanity, che ci spiega: «Siamo stati detenuti per 60 giorni per non aver collaborato con la guardia costiera libica, che viola sistematicamente i diritti delle persone in movimento attraverso respingimenti violenti e trattamenti disumanizzanti, e che perciò non consideriamo come autorità di riferimento durante i salvataggi in mare: la sanzione è arrivata in modo ingiustificato, a scopo punitivo e in un contesto di motivazioni fortemente politiche che mirano a criminalizzare l’operato degli attori civili che salvano vite nel Mediterraneo».
La nave di soccorso SOS Méditerranée Ocean Viking nel porto di Siracusa dopo essere stata colpita da pesanti colpi d’arma da fuoco della Guardia Costiera Libica
La coalizione Justice Fleet nasce alla fine del 2025, dopo che una motovedetta della Guardia Costiera Libica (GCL) spara oltre 200 colpi di arma da fuoco sulla Ocean Viking, la nave di ricerca e soccorso (SAR) di SOS Mediterranee. L’episodio ha rappresentato il culmine di una escalation di violenza da parte della GCL, che già diverse volte aveva cercato di interferire nei soccorsi impugnando armi da fuoco per sparare colpi vicino alle imbarcazioni in pericolo e maltrattando i naufraghi, violando sistematicamente il diritto internazionale. «Negli ultimi anni, la GCL ha operato con sempre maggior violenza e spostando sempre più a nord la sua area di azione, non solo nelle acque libiche ma anche in quelle maltesi» – spiega Marcel, imbarcato sulla missione come Human Rights Observer – figura che si occupa di documentare le violazioni dei diritti umani. Inoltre, aggiunge, «sono sempre meglio equipaggiati, con barche sempre più veloci e migliori strumenti per la sorveglianza ottenuti grazie ai finanziamenti dell’UE».
La Humanity1 riesce a trarre in salvo 33 persone prima di essere sottoposta a fermo dalle autorità italiane. Uno di loro, con il quale riusciamo a parlare mentre è a bordo del mezzo, ci conferma che molti dei migranti con i quali ha viaggiato avevano già tentato di mettersi in mare altre volte, ma erano sempre stati intercettati dalla Guardia Costiera Libica, riportati a terra e venduti ai centri di detenzione, dove ricominciava un ciclo di violenza e lavori forzati.
Durante un incontro con l’equipaggio, poco prima di partire, il responsabile delle missioni di SOS Humanity lo spiega chiaramente: «Quello che come Justice Fleet vogliamo fare è mostrare quanto siano arbitrarie le leggi che ci vengono imposte, principalmente il decreto Piantedosi, e mostrare che le politiche di esternalizzazione dell’UE funzionano solo perché l’UE lavora con dei criminali».
La strategia dietro a questa alleanza è infatti proprio quella di ricorrere alla magistratura per dimostrare l’illegittimità della Legge Piantedosi, mettendo in luce la dissonanza tra i doveri che impone e il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. La normativa impone infatti (tra le altre cose) l’assegnazione di un solo porto di sbarco, spesso molto lontano dal luogo di salvataggio, e il divieto di salvataggi multipli, oltre a quello di avvisare la Guardia Costiera Libica delle operazioni in corso. Ad oggi, nei tribunali italiani, la posizione della Justice Fleet è stata riconosciuta per ben 7 volte. L’equipaggio della Humanity1 spera che questa missione costituisca l’ottava.
Anatomia di una missione di soccorso
È notte quando un’imbarcazione di legno non identificata si avvicina alla nostra. Dalla velocità di navigazione si è potuto subito capire che si trattava di una cosiddetta “runaway boat”, ovvero un’imbarcazione guidata da trafficanti di persone – probabilmente appartenenti a qualche milizia armata libica – che si avvicinano alle navi SAR e scappano una volta che il soccorso viene effettuato. Partono sempre di notte, per evitare di essere intercettate dalle autorità, e a guidarle ci sono soggetti violenti e aggressivi, pronti a maltrattare le persone migranti che trasportano per velocizzare i trasbordi, e addirittura a gettarle in mare per poter scappare più velocemente.
A bordo ci sono 16 persone, di cui 4 sono uomini bendati e armati, come confermerà anche uno dei sopravvissuti. Quando Tango, il gommone veloce della Humanity1, si avvicina, iniziano a urlare in modo aggressivo e a spintonare le persone a bordo, incitandole a sbrigarsi. Tango mette in salvo 12 persone e in un batter d’occhio la barca di legno si perde nel buio, tra gli schiamazzi dei trafficanti.
L’aumento di queste situazioni è probabilmente una conseguenza dell’aumento dei respingimenti forzati da parte delle autorità libiche, finanziati dall’UE: si tratta infatti di imbarcazioni molto più veloci e resistenti a condizioni di mare avverse, in grado dunque di dare più garanzie sull’arrivo in territorio europeo. «Le persone a bordo di queste barche scappano dalla Libia, dunque sono sicuramente vittime di violenza, e si trovano in mare aperto in condizioni di pericolo, in mano a persone armate e non identificate» ci spiega Viviana, coordinatrice dei soccorsi di SOS Humanity.
Qualche ora dopo, intorno alle 13.00, una segnalazione dall’aereo Sea Bird dell’ONG Sea Watch indica un’imbarcazione in emergenza a circa 27 miglia nautiche dalla nostra posizione. Appena riusciamo ad avvicinarci a sufficienza, vengono messi in mare i gommoni di salvataggio che si avvicinano. A bordo ci sono 21 persone: sono tutti uomini, alcuni in chiaro stato di shock e ipotermia, altri privi di coscienza. Nel giro di pochi minuti vengono fatti salire a bordo della Humanity1, dove verranno assistiti dal team medico. Poche ore dopo, recupereremo anche due migranti che non ce l’hanno fatta: i loro corpi galleggiano sull’acqua probabilmente da giorni, perché l’avanzato stato di decomposizione non permette di definirne l’identità. Il sospetto è che siano tra coloro che hanno perso la vita per via della furia del ciclone Harry – che ha lasciato dietro di sé oltre un migliaio di sospette morti, 400 delle quali accertate.
Lo stratagemma della criminalizzazione
È dopo questi salvataggi che Humanity1 verrà sottoposta a fermo amministrativo e condannata a pagare 10 mila euro di multa. In base alla legge Piantedosi, infatti, il MRCC (Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo) Libico deve sempre essere messo in copia nelle email che le navi SAR sono obbligate a inviare al MRCC italiano, qualora si trovino nell’area di ricerca e soccorso in mare di pertinenza della Libia. La logica è quella di cooptare le navi SAR, costringendole a diventare un tassello del processo di esternalizzazione delle frontiere messo in atto dall’Unione Europea, imponendo la collaborazione con la Guardia Costiera Libica.
«Nel Mediterraneo si sovrappongono diversi sistemi legali» spiega Marcel, «da un lato, il diritto del mare e quello internazionale richiedono di soccorrere qualsiasi imbarcazione che si trovi in pericolo; dall’altro, la legge italiana impone il coinvolgimento di un attore che effettua respingimenti violenti in un Paese non considerato sicuro, ovvero la Libia, e che quindi opera in violazione dei diritti umani».
Inoltre, la legittimità della GCL è messa seriamente in discussione in quanto costituita da gruppi operativi strettamente affiliati a diverse milizie armate. Tra questi vi sono il gruppo di Zawiya, stretto associato del gruppo armato Nasr Brigade; quello di Tripoli, legato ai gruppi che gestiscono diversi centri di detenzione; e quello di Khoms, sospettato di collusione con milizie. Poi c’è il GACS (General Administration for Coastal Security), attivo nelle acque territoriali libiche, il quale ha legami con il DCSIM (Department For Combatting Settlement and Illegal Migration), responsabile di numerosi respingimenti. Tutti gruppi che ricevono o hanno ricevuto supporto da fondi italiani ed europei, in particolare dal programma Support to Integrated border and migration management in Libya (SIBMILL).
La sfida di chi non vuole obbedire al sistema
In questo contesto, quella della Justice Fleet rappresenta non solo una scelta operativa, ma una presa di posizione politica e giuridica, mantenuta anche a costo di fermi e sanzioni. Il fermo della Humanity1 diventa così parte di un conflitto più ampio, che non riguarda soltanto una nave o un singolo soccorso, ma il modello stesso di gestione delle frontiere nel Mediterraneo centrale.
Da una parte c’è un impianto normativo che impone la collaborazione con la Guardia Costiera Libica come condizione per operare; dall’altra, ci sono organizzazioni che rivendicano il primato del diritto del mare e dei diritti fondamentali sull’obbligo di obbedienza a una legge nazionale ritenuta ingiusta. È su questo terreno che la Justice Fleet ha deciso di spostare lo scontro, trasformando ogni fermo amministrativo in un caso giudiziario e ogni sanzione in un’occasione per contestare la legittimità del decreto Piantedosi.
Nel frattempo, in mare, le partenze continuano. E con esse i soccorsi, i respingimenti, le intercettazioni, le morti invisibili. La scommessa della Justice Fleet è che siano i tribunali a stabilire se salvare vite possa essere subordinato a logiche di deterrenza politica, o se resti un obbligo inderogabile.
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