In poche ore Nairobi si è trasformata in una città sommersa dall’acqua a causa delle forti piogge: auto trascinate via dalla corrente, strade collassate, quartieri isolati e un bilancio di vittime che continua a salire. Ma dietro le alluvioni che hanno colpito la capitale e il Paese più in generale da venerdì scorso, non c’è soltanto la violenza della pioggia: c’è anche la storia di una metropoli fragile, avvertita in anticipo dal servizio meteorologico eppure rimasta esposta, ancora una volta, al disastro.
Il bilancio delle vittime delle inondazioni di venerdì sera è salito a 43 e in almeno 16 contee le famiglie stanno contando le perdite dopo che le inondazioni hanno spazzato via case, fattorie e strade, lasciando molte persone sfollate.
A Nairobi le acque hanno travolto oltre 170 veicoli, colpito infrastrutture e mandato in crisi la mobilità della capitale; in diversi quartieri si sono registrati blackout e disagi ai servizi. Nel quartiere di Hazina, nel Sud-Ovest di Nairobi, Citizen digitalriporta che centinaia di residenti sono rimasti senza casa dopo che inondazioni improvvise hanno travolto il quartiere, distruggendo case e spazzando via proprietà. Una situazione simile è stata segnalata a Kinoo, dove alcune famiglie non hanno potuto accedere alle loro case rimaste sommerse. I residenti hanno affermato che almeno cinque chiese e diverse scuole sono state colpite.
«Ogni anno abbiamo un problema perenne di inondazioni. Oggi alcuni non possono nemmeno pregare. Molte famiglie sono intrappolate nelle loro case», ha riferito un cittadino alla testata, facendo trasparire la rabbia degli abitanti per i mancati interventi. Dopo un silenzio di 48 ore il governatore di Nairobi Johnson Sakaja, intervistato da Citizen Tv, ha tentato con difficoltà di scaricare le proprie responsabilità, dopo che i keniani l’hanno accusato di aver ignorato la priorità data all’installazione di canali di drenaggio efficienti. «Non mi dimetto. Lavoro e ogni giorno faccio del mio meglio, visti i limiti che abbiamo come città. Certo, le aspettative sono estremamente alte e le capisco, ma mi impegno davvero per risolvere i problemi con ciò che ho», ha detto, annunciando compensazioni per chi ha perso tutto e sottolineando che la situazione non può essere risolta con una soluzione rapida e che il sistema di drenaggio della città non è progettato per gestire l’intensità delle precipitazioni attuali.
Il Dipartimento meteorologico del Kenya aveva emesso un’allerta il 3 marzo 2026, valida fino al 9 marzo alle 19:00, avvertendo di precipitazioni superiori a 20 mm in 24 ore in gran parte del Paese, Nairobi compresa, con picco previsto tra il 4 e il 7 marzo e rischio esplicito di alluvioni.
Nicolò Govoni, fondatore di Still I Rise che è proprio a Nairobi per seguire le attività della scuola fondata qui, che dal 2024 è riconosciuta come International Baccalaureate (IB) world school, risponde al telefono mentre il cielo è tornato sereno e spende il sole.
«La città è assolutamente impreparata alla stagione delle piogge, che da aprile a giugno sono quotidiane. Capita spesso che piova fortissimo per qualche ora, con delle vere e proprie bombe d’acqua che travolgono tutto, per poi vedere tornare il sole, come accade ora», racconta a L’Indipendente. I cittadini sono disperati, vivendo in attesa della prossima tragedia. «Nel 2024 le forti piogge [nella foto di copertina, NdA] avevano causato 300 morti in tutto il Paese, con alluvioni devastanti. Cinque persone erano morte qui nel quartiere dove sorge la scuola e moltissime persone avevano perso la casa, in molti casi baracche costruite lungo l’argine del fiume, che scorre vicinissimo alla scuola e che sto guardando proprio mentre ti parlo».
La risposta di due ani fa del governo era stata quella di demolire tutte le baracche e le costruzioni abusive situate entro 30 metri dalle rive del fiume. Posto che molte di quelle case nel tempo sono state ricostruite, manca una visione a lungo termine per scongiurare le prossime emergenze. «Bisogna costruire gli argini del fiume che scorre in piena città, ripristinando dei canali di drenaggio efficienti», spiega, per evitare che le persone muoiano «o perché la baracca viene travolta dalla furia dell’acqua, o perché rimangono bloccati in auto e sommersi. Sono morti terribili».
Venerdì sera Nicolò era con 30 studenti in centro città a vedere una mostra su Pinocchio organizzata dall’ambasciata italiana. Sarebbero dovuti rientrare alle 18, ma sono rimasti bloccati dal diluvio. «Io stesso ho perso casa quella notte, che è all’interno della scuola. Avevo da qualche settimana delle infiltrazioni, e quella mattina l’impresa edile è venuta e ha tolto il tetto di lamiera per aggiustare le infiltrazioni, lasciandola così, senza metterla in sicurezza. Quindi ha piovuto per ore e il controsoffitto di gesso è crollato in tutta la casa. Sembrava di essere in un film apocalittico, tutto distrutto. Certamente non paragonabile rispetto a chi ha perso la vita, ma serve per far capire la situazione. Poi un conto è l’errore di un’impresa, un altro quello di un governo che non fa gli scarichi, nonostante i soldi ci siano».
Ora tutti sono in balia degli eventi. «Sicuramente verrà fatta qualche azione eclatante: come il rifare una singola strada con tutti i crismi costruttivi, per tranquillizzare il popolo inferocito, e poi basta. Ma gli interventi dovrebbero essere strutturali».
Nel frattempo il presidente William Ruto ha ordinato il dispiegamento di una risposta multi-agenzia, il rilascio di aiuti alimentari dalle riserve strategiche e la copertura delle cure per i feriti nelle strutture pubbliche. Misure necessarie nell’emergenza, ma che difficilmente basteranno a risolvere il problema più grande: una città che, ad ogni stagione delle piogge, torna a scoprire quanto sia fragile.
Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è ora succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica e lunedì, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio.
9 marzo – Ore 17.40 – Macron annuncia nuove navi nel Mediterraneo orientale, senza escludere Hormuz
Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato il dispiegamento di nuove navi militari nel Mediterraneo orientale. L’annuncio è arrivato durante una sua visita a Cipro, dove Macron ha visitato la portaerei parigina Charles de Gaulle, inviata questo fine settimana nella regione: “Quando Cipro viene attaccata, l’Europa viene attaccata”, ha detto Macron dopo l’incontro con il proprio omologo. “Il nostro obiettivo è mantenere una posizione strettamente difensiva, schierandoci al fianco di tutti i Paesi attaccati dall’Iran nella sua rappresaglia, per garantire la nostra credibilità e contribuire alla de-escalation regionale. In definitiva, miriamo a garantire la libertà di navigazione e la sicurezza marittima”. Macron ha annunciato che invierà nuovi navi nell’ambito della missione europea Aspides, lanciata oltre un anno fa contro le attività di Ansar Allah, il gruppo yemenita meglio noto con il nome di Houthi, nel Mar Rosso; ha poi aggiunto che chiederà la partecipazione di altri Paesi alla missione e il rafforzamento della stessa da parte di chi già vi fa parte, anche nell’ottica di una possibile “difesa” dello Stretto di Hormuz.
L’Indipendente aveva parlato della missione Aspides in occasione del suo lancio, nel settembre del 2024.
9 marzo – Ore 16.30 – G7: “pronti a rilasciare scorte strategiche”
I Ministri delle Finanze del G7 hanno rilasciato una dichiarazione in cui sostengono di essere “pronti ad adottare le misure necessarie, anche per sostenere l’approvvigionamento energetico globale”, tra cui il rilascio delle riserve strategiche di idrocarburi per stabilizzare il mercato. L’annuncio è stato rilasciato in seguito a un incontro virtuale tenutosi tra i ministri e i Presidenti del Fondo Monetario Internazionale (FMI), del Gruppo della Banca Mondiale (BMG), dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE).
9 marzo – Ore 15.15 – Nuovi attacchi di Iran ed Hezbollah
Le IRGC hanno annunciato di avere attaccato 5 basi statunitensi e israeliane nella regione: in particolare sono state colpite la base della Quinta Flotta della Marina degli Stati Uniti in Bahrein, la base elicotteristica americana Al-Adairi in Kuwait, e basi militari israeliane a Tel Aviv e Haifa. La base in Kuwait sarebbe stata distrutta.
Il movimento libanese Hezbollah, intanto, ha dichiarato di avere lanciato un attacco missilistico contro la base di difesa aerea “Zaif” di Haifa; colpita anche l’area di Kiryat Shmona, nel nord di Israele e rinnovati gli scontri al confine.
9 marzo – Ore 14.00 – La Turchia annuncia di avere intercettato un missile dall’Iran
Il ministero della Difesa turco ripreso dall’agenzia di stampa statale Anadolu ha dichiarato che un missile balistico è stato lanciato dall’Iran verso la Turchia; il proiettile sarebbe stato intercettato dai sistemi di difesa NATO all’altezza di Gaziantep, nell’area meridionale del Paese. Quella di oggi è la seconda volta che Ankara sostiene di avere ricevuto un attacco dall’Iran. In occasione dell’ultimo episodio, le autorità iraniane hanno dichiarato di non avere preso di mira il territorio turco. Non si sono ancora espresse sul presunto attacco di oggi.
9 marzo – Ore 11.00 – Media: convocata riunione G7 per far fronte a prezzi petrolio
Il Financial Times ha riferito che i ministri degli Esteri del G7 dovrebbero riunirsi oggi per discutere delle possibili iniziative da mettere in atto dopo che il prezzo del petrolio ha ampiamente superato i 100 dollari, come effetto della guerra. La riunione dovrebbe essere ufficializzata in giornata.
9 marzo – Ore 10.00 – Axios: USA contrariati per attacco israeliano a petrolio Iran
Secondo quanto riferito ad Axios da un funzionario anonimo dell’amministrazione statunitense, gli USA non sarebbero affatto contenti dei bombardamenti lanciati da Israele contro i depositi di petrolio iraniani nella sera di sabato 7 marzo scorso. Nonostante fossero stati comunicati in anticipo, questi sarebbero andati ben oltre quanto previsto: il timore, riporta Axios, è che la distruzione delle infrastrutture strategiche porti i cittadini iraniani a sostenere il regime, con il conseguente aumento dei prezzi del petrolio.
9 marzo – Ore 8.00 – HRW: Israele ha usato fosforo bianco in Libano
Human Rights Watch ha accusato l’esercito israeliano di aver impiegato fosforo bianco per colpire le abitazioni della città di Yohmor, nel sud del Libano, lo scorso 3 marzo. L’organizzazione avrebbe geolocalizzato e verificato l’autenticità di alcune immagini che mostrano l’esplosione di ordigni al fosforo sopra le case e l’intervento dei vigili del fuoco per spegnere alcuni incendi che ne sono conseguiti.
Il fosforo bianco è un’arma micidiale se usata in guerra, in quanto si incendia immediatamente al contatto con l’ossigeno causando sofferenze indicibili e morti atroci per le persone che vi entrano in contatto. Le convenzioni internaizonali ne vietano l’uso, ma Israele è stata accusata di aver impiegato quest’arma in diversi contesti, compreso nel corso dell’attuale aggressione contro la popolazione palestinese di Gaza.
9 marzo – I fatti della notte
I media di Stato hanno confermato l’elezione di Mojtaba Khamenei, 56enne secondogenito dell’Ayatollah Ali Khamenei (ucciso negli attacchi congiunti di USA e Israele), come nuovo leader supremo dell’Iran. La sua elezione è stata appoggiata dai Pasdaran e dai leader politici del Paese. Trump non ha ancora commentato l’elezione, ma avrebbe commentato a Fox News di non essere “contento” della scelta.
Esplosioni sono state registrate per tutta la notte a Teheran, mentre altri Stati del Golfo (Bahrein, Qatar, Iraq, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) hanno denunciato attacchi con droni o con missili; gli USA hanno ordinano l’evacuazione di parte del personale delle proprie ambasciate a Riyadh.
Mentre conduceva attacchi contro l’Iran centrale, Israele ha nuovamente aggredito Beirut, in Libano, dichiarando di aver preso di mira strutture di Hezbollah. In Iran, l’esercito israeliano avrebbe colpito siti di lancio dei missili balistici e il quartier generale delle Forze di Sicurezza interna e della milizia Basij in Iran, insieme ad altri siti.
Il costo del petrolio brent ha superato i 108 dollari a barile, il prezzo più alto dall’inizio della guerra in Ucraina.
La vita a Cuba resta avvolta nella precarietà. Il presidente USA Donald Trump è tornato a minacciare l’isola, annunciando un «grande cambiamento» in arrivo e la fine dell’esperienza socialista «così come la conosciamo». La stretta sul petroliodecisa da Washington mina la continuità dei servizi e la tutela dei diritti, anche quelli più basilari. Il popolo cubano rigetta l’ipotesi di un intervento americano, sperando nel superamento della crisi, non senza critiche verso il governo dell’Avana. Quest’ultimo, guidato da Miguel Díaz-Canel, è corso ai ripari, varando un piano emergenziale. Nel frattempo dalla Cina arriva una risposta concreta all’embargo USA, con la donazione di 5mila sistemi fotovoltaici che le autorità cubane stanno installando per mitigare gli effetti della crisi energetica. La “Nuestra América Flotilla” si prepara invece a partire, fissando al 21 marzo la data di arrivo sull’isola.
Va avanti il lavoro di diversificazione energetica intrapreso dall’Avana per aumentare la resistenza alle minacce esterne. L’anno scorso è stato inaugurato, sempre grazie all’alleanza commerciale con Pechino, il primo dei 92 parchi solari che entro il 2028 forniranno oltre 2mila megaWatt di elettricità. Agli impianti già esistenti, che oggi coprono circa il 10-15% del fabbisogno nazionale, si andranno ad aggiungere i nuovi 5mila sistemi fotovoltaici da 2kW donati dalla Cina. Più della metà contribuiranno all’alimentazione dei servizi essenziali nei centri urbani, come ambulatori, centri per anziani, filiali bancarie. Si tratta di impianti autonomi, non connessi cioè al sistema elettrico nazionale, il che li rende operativi anche in caso di blackout.
Installazione di un sistema fotovoltaico al “Policlinico Pablo Noriega de Quivicán”.
2329 dei 5mila sistemi fotovoltaici saranno destinati a famiglie che vivono in luoghi remoti, di difficile accesso, privi della copertura del sistema elettrico nazionale. Gli impianti da 2kW, composti da più pannelli solari, rendono autosufficienti le piccole abitazioni, alimentando elettrodomestici e pompe di calore. Intervenire nelle aree più remote del Paese risponde a una duplice finalità: rinsaldare il sentimento di uguaglianza tra i cittadini e ridurre la migrazione interna verso i grandi centri.
L’intervento cinese è un primo passo verso il miglioramento delle condizioni di vita a Cuba, messe a dura prova dall’embargo USA e dal suo recente inasprimento. Il suo popolo resiste come può, ricorrendo all’ingegno e alla creatività, oltre che al radicato sentimento anti-imperialista. Nel frattempo la Nuestra América Flotilla si prepara a rompere l’assedio americano, portando cibo, medicinali e altri beni di prima necessità a Cuba. Il convoglio umanitario raggiungerà l’Avana il 21 marzo. 4 giorni prima la spedizione europea partirà alla volta dei Caraibi, per unirsi agli altri attivisti: «In un mondo dove infuriano sempre più i venti di guerra, la solidarietà internazionale tra i popoli deve tornare a essere la nostra stella polare», ha dichiarato l’eurodeputata Ilaria Salis, presente per l’Italia insieme a Mimmo Lucano e ai portuali di Genova.
L’avvento delle intelligenze artificiali è stato accompagnato dalla promessa di mantenere l’essere umano “in the loop”, ovvero di assicurarsi che ogni decisione finale restasse nelle mani di un dirigente in carne e ossa. Ma, pur continuando a ripetere questo principio, si moltiplicano gli indizi di un cambiamento profondo: il processo amministrativo sta scivolando sempre più verso una dipendenza strutturale dai chatbot. Una nuova ricerca britannica evidenzia infatti che la maggior parte dei dirigenti si trovi ormai nelle condizioni di assumere decisioni importanti solo dopo aver consultato un’IA.
Il dato arriva da Quick Thinking 2.0, un report che sintetizza i risultati di un sondaggio commissionato nel Regno Unito da Confluent, azienda attiva nel cloud e nell’analisi dei dati. Considerando il tipo di servizi offerti dalla società, non stupisce che il documento adotti un tono marcatamente propositivo, invitando le imprese ad abbracciare l’innovazione per non restare indietro. Ciò non toglie che le cifre riportate siano interessanti: offrono infatti uno spaccato significativo degli atteggiamenti manageriali emersi tra i 200 “business leader” coinvolti.
Tra i partecipanti al sondaggio emerge che il 62% ricorre ai chatbot ogni volta che deve compiere scelte manageriali significative. Nel 27% dei casi, queste riguardano assunzioni o licenziamenti. Inoltre, il 46% dei dirigenti interpellati ammette di affidarsi più ai suggerimenti dell’intelligenza artificiale che alle opinioni dei propri colleghi. Un quadro che solleva più di una perplessità, soprattutto considerando che i chatbot possono generare informazioni errate – “allucinare” – con una frequenza stimata tra il 3% e il 27%.
La crescente propensione ad affidarsi alle intelligenze artificiali viene spiegata dal fatto che l’82% dei leader aziendali intervistati dichiara di trovarsi spesso costretto a scegliere tra agire rapidamente o prendersi il tempo necessario per maturare decisioni più ponderate. Il 92% sostiene inoltre che, negli ultimi tre anni, il ritmo imprenditoriale sia aumentato in modo significativo, rendendo più urgente che mai dimostrare prontezza manageriale. Non sorprende quindi che il 60% lamenti di avere sempre meno tempo per prendere decisioni cruciali per il raggiungimento degli obiettivi di business.
In questo scenario, i chatbot vengono percepiti come un ponte di connessione tra i due estremi: strumenti capaci di sintetizzare in pochi istanti una mole di informazioni che, impiegando i metodi tradizionali, richiederebbe molto più tempo per essere analizzata. Le IA finiscono così per essere impiegate non piú come assistenti, ma come consulenti, soprattutto in situazioni che richiedono scelte critiche e tempi stretti – un contesto che rende ancora più difficile controllare l’affidabilità delle informazioni generate dai modelli.
Quanto riportato da Confluent offre uno spaccato del settore privato britannico che si basa su di un campione tutto sommato ristretto, non è detto che possa essere esteso automaticamente ad altri contesti. Tuttavia, queste statistiche restituiscono una misura concreta di un fenomeno che sta già incidendo su molti ambiti in cui figure apicali sono retribuite per farsi carico delle decisioni – talvolta anche difficili. Un assunto che, come dimostrano segnali sempre più frequenti, non riguarda soltanto il mondo aziendale ma tocca anche il perimetro dell’amministrazione pubblica.
Sappiamo, per esempio, che i recenti attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran sono stati supportati in qualche misura da sistemi di intelligenza artificiale. Sappiamo inoltre che il Department of Government Efficiency – guidato ufficiosamente da Elon Musk – ha delegato a ChatGPT la selezione di alcune realtà a cui tagliare i fondi, ritenute colpevoli di aver approfittato delle politiche di inclusività ed eguaglianza. I tagli sono stati eseguiti, salvo poi scoprire che in molti casi le valutazioni automatizzate erano errate e la supervisione umana é stata annullata in favore di una maggiore “efficienza”. Nel contesto militare, dove la trasparenza è ancora più limitata, è difficile ottenere dati affidabili sul tasso di errore: ciò che possiamo ipotizzare, però, è che le IA impiegate in ambito bellico non siano magicamente esenti da fallimenti e che, durante le operazioni più recenti, gli Stati Uniti hanno colpito anche delle scuole.
Un gommone con a bordo diverse persone migranti si è schiantato contro una imbarcazione della guardia costiera turca, provocando la morte di almeno 14 persone. Non è chiara la dinamica dell’incidente. Secondo quanto comunica la guardia costiera, l’imbarcazione sarebbe stata avvistata nelle prime ore di oggi, 9 marzo, al largo della costa del distretto di Finike ad Antalya, da dove sarebbe fuggita dalle autorità turche. La guardia costiera ha aggiunto che 6 migranti e un cittadino turco sono stati tratti in salvo, mentre altri 15 sono stati catturati dopo avere raggiunto la terraferma.
Qualcosa si sta muovendo sulle gradinate italiane, al di là del ritmo martellante dei tamburi, delle torciate, delle sciarpe tenute strette per novanta minuti. Le tifoserie organizzate stanno mettendo da parte le rivalità per portare avanti una petizione a livello nazionale, dal titolo eloquente: “Il calcio è della gente”. Da Salerno a Genova, passando per Vicenza: le piazze promotrici si moltiplicano per raccogliere quante più firme possibili. L’obiettivo è semplice: “rimettere al centro del progetto i tifosi e non solo gli interessi economici”. È stata dunque stilata una lista di richieste, che spaziano dai prezzi accessibili dei biglietti alla tutela delle trasferte e della libertà di movimento, oggi ostaggi di punizioni collettive disposte dalle autorità.
“Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità”. Così recita l’articolo 50 della Costituzione, a cui i tifosi hanno deciso di fare appello, lanciando un’iniziativa nazionale contro la deriva del calcio moderno. Di fronte alle sabbie mobili fatte di prezzi alti, criminalizzazione dei tifosi, sottomissione alle regole delle pay tv, gli ultras italiani hanno deciso di unirsi e levare un coro unitario: “per un calcio giusto e popolare”. La petizione sta girando nelle curve durante le partite; ad inaugurarla è stata la Curva Sud Siberiano, durante l’incontro Salernitana-Catania del 1 marzo. Proprio il Catania è una delle ultime vittime della repressione statale. I tifosi etnei si sono infatti visti vietare la trasferta a Benevento appena 24 ore prima l’inizio della partita (tra prima e seconda in classifica), con oltre 1300 biglietti staccati per gli ospiti. A quanto pare, l’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive e la Procura di Benevento hanno voluto evitare un possibile incrocio in autostrada con altri tifosi, come quelli della Cavese o del Cosenza (raggiunti anch’essi da un provvedimento analogo).
Non a caso la tutela delle trasferte e della libertà di movimento figura tra le richieste avanzate dagli ultras. In poche parole, si chiede agli organi statali di fare il proprio lavoro e difendere i diritti dei cittadini. Oggi — e i recenti casi di Catania, Cavese e Cosenza lo dimostrano — è diventata prassi estirpare alla radice il “problema”, tutelando l’ordine pubblico non attraverso un’organizzazione statale sul campo (si pensi banalmente al dispiegamento delle forze dell’ordine) bensì coi divieti generalizzati. A tal proposito, gli ultras avanzano anche lo “stop a misure ingiuste e sproporzionate”, come le nuove tipologie di DASPO o le diverse punizioni collettive. Si pensi ad esempio alle sanzioni — consistenti nella chiusura del settore ospite fino alla fine del campionato — per i tifosi di Napoli, Roma, Lazio e Fiorentina comminati dopo gli scontri avvenuti tra alcune decine di sostenitori. Al calcio delle trasferte vietate e dei settori chiusi, viene così opposto il “tifo libero con l’utilizzo degli strumenti propri del tifo (tamburi, striscioni, torce e bandiere)”, anch’essi sottoposti oggi a severi controlli.
Volantino diffuso dalla Curva Sud Siberiano.
Dagli spalti al campo: gli ultras chiedono “campionati meritocratici (no alle squadre B), contrasto alle multiproprietà, prezzi accessibili, orari e calendari rispettosi dei lavoratori“. Cosa che gli attuali turni di Serie A, ideati dalle pay tv per massimizzare i profitti e accettati sommessamente dalle autorità calcistiche, non fanno, iniziando di venerdì sera e finendo dopo tre giorni, il lunedì alle 20.45.
“Le misure richieste — si legge nel volantino diffuso dalla Curva Sud Siberiano — mirano a salvaguardare il patrimonio sociale e culturale legato al calcio e a garantire a tutti la possibilità di parteciparvi. Affinché il calcio italiano torni ad essere davvero patrimonio della collettività con al centro i tifosi, l’identità e la salvaguardia di piazze storiche e non il prevalere di interessi esclusivamente legati al profitto”. La raccolta firme è ufficialmente iniziata e punta a moltiplicarsi in tutte le curve d’Italia. Nelle ultime ore anche la Gradinata Sud doriana è uscita con un comunicato, seguita dagli ultras vicentini.
L’articolo 50 della Costituzione non prevede alcuna soglia minima per poter avanzare una petizione alle Camere, tuttavia presentarsi con decine di migliaia di adesioni lancerebbe un segnale diverso, soprattutto se accompagnato da una copertura nell’opinione pubblica e da sponde politiche in Parlamento. Il tutto senza dimenticare il potere espressivo che le curve conservano, quale luogo di denuncia e di influenza.
Un altro tram è deragliato a Rozzano, alle porte di Milano. Il mezzo della linea 15 è uscito dai binari all’altezza del centro commerciale La Vettura. Si stava muovendo a bassa velocità e non ha registrato alcun ferito. È il terzo incidente del genere in 10 giorni per la linea milanese. Il 27 febbraio il deragliamento del tram della linea 7 ha provocato 2 morti e decine di feriti; sabato una vettura della linea 9, senza passeggeri a bordo, è uscita dai binari nei pressi della stazione centrale.
San Francisco, CA, USA - Feb 9, 2020: American global investment management corporation BlackRock, Inc.'s office in San Francisco, California.
Per anni i giganti di Wall Street hanno venduto il “private credit” (ovvero i finanziamenti al di fuori del sistema bancario tradizionale) come l’isola che non c’è della finanza moderna: rendimenti alti, rischi contenuti e una gestione lontana dai riflettori della borsa. Ma qualcosa sta cambiando. BlackRock e altri fondi hanno infatti deciso di sbarrare le porte ai propri investitori: non si tratta di un evento isolato, ma è piuttosto sintomo di un sistema ormai divenuto insostenibile, proprio mentre il mondo affronta una delle crisi geopolitiche più feroci degli ultimi decenni. Il primo scricchiolio è arrivato dal fondo HLEND di BlackRock. Con una mossa che ha gelato i mercati, il colosso guidato da Larry Fink ha attivato i “gate“, limitando i riscatti trimestrali al 5% a fronte di richieste che hanno superato il 9% del valore totale. Questo però è anche un meccanismo di sicurezza, previsto nel regolamento del fondo, affinché non si generi un effetto “domino” che porterebbe al collasso del fondo. Dunque, anziché erogare 1,2 miliardi di dollari richiesti, saranno distribuiti 620 milioni di dollari.
Ma il problema non è solo “quanti” soldi escono, ma “cosa” resta dentro. Già sul finire di gennaio, il fondo TCP Capital Corp di BlackRock ha ammesso svalutazioni del 19% sul valore degli asset azzerando così il valore di prestiti concessi ad aggregatori di e-commerce e aziende del settore arredamento che, strozzate dai tassi e dal calo dei consumi, sono semplicemente evaporate. Per questo è stata indetta una class action contro TCP Capital Corp a cui possono aderire tutti coloro che hanno acquistato titoli BlackRock TCP tra il 6 novembre 2024 e il 23 gennaio 2026.
Tuttavia, BlackRock non è solo. Blackstone, con il suo fondo BCRED, sta vivendo una pressione analoga: richieste di riscatto record del 7,9% del valore totale, hanno costretto il management a un uso senza precedenti di capitale proprio per evitare il blocco totale. Blackstone aveva già avuto un problema di questo tipo. Tra il 2022 e il 2024, il suo fondo immobiliare, BREIT, non riuscì ad adempiere a tutte le richieste di rimborso per 15 mesi consecutivi, poiché superavano sistematicamente le soglie di sicurezza.
Peggio è andata a Blue Owl Capital, che ha sospeso permanentemente la liquidità per alcuni rami del suo business, vedendo il proprio titolo crollare del 10% in una sola seduta e riaccendendo i timori di un effetto contagio simile a quello che portò al fallimento di Bear Stearns nel 2008.
Il filo conduttore tra oggi e il 2008 è il seguente: la mancata corrispondenza di liquidità. I fondi promettono agli investitori un accesso regolare ai loro soldi mentre detengono attività che non possono essere facilmente vendute. Questo è esattamente ciò che è avvenuto nel 2008 ed è quello che sta accadendo oggi con il private credit. Fino a che a chiedere i soldi è un numero gestibile di clienti va tutto bene, ma se diventano troppi non è possibile accontentare tutti. Questo crea il panico e l’effetto contagio all’interno del settore private credit, con la concreta possibilità che possa travasare e contagiare anche altri settori della finanza e dell’economia.
Con l’espressione private creditsi indica infatti un tipo di finanziamento che avviene fuori dal sistema bancario tradizionale. In pratica grandi fondi di investimento raccolgono denaro da investitori – fondi pensione, assicurazioni o privati molto ricchi – e lo prestano direttamente alle aziende. Queste imprese spesso ricorrono al private credit perché non riescono a ottenere prestiti dalle banche oppure perché cercano finanziamenti più rapidi e meno vincolati. Il problema è che questi prestiti non vengono scambiati sui mercati pubblici, come accade per le azioni o molte obbligazioni, e quindi non possono essere venduti facilmente. In tempi normali questo sistema funziona e promette rendimenti più alti rispetto agli investimenti tradizionali. Ma quando molti investitori chiedono indietro i propri soldi nello stesso momento, i fondi vanno in difficoltà: i prestiti concessi alle aziende non possono essere recuperati o rivenduti rapidamente, e il denaro per rimborsare gli investitori semplicemente non c’è.
Molti analisti sostengono che siamo lontani dal poter vedere un collasso come quello del 2008, sia per quantità di capitale coinvolto rispetto al totale dei settori finanziari, sia per la capacità del sistema di poter assorbire e attutire i colpi. Quel che è certo però che la situazione geopolitica mondiale attuale non può che aumentare il senso di insicurezza e paura nelle persone che investono il proprio denaro. Così come porterà maggiore povertà per i cittadini comuni dei Paesi occidentali.
La guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, con la chiusura dello Stretto di Hormuz come rappresaglia iraniana, hanno fatto impennare i prezzi dell’energia sul mercato mondiale, portando inevitabilmente ad un successivo aumento dei prezzi di ogni genere. Le stesse persone e aziende che hanno investito i propri soldi ne avranno sempre più bisogno. Per effetto della crisi attuale, a cui sommiamo emergenza pandemica, guerra in Ucraina e sanzioni alla Russia, in un filo drammatico di crisi senza fine, molte aziende, di quelle che non lo hanno ancora fatto, falliranno, non potendo così onorare più i propri debiti. E questo crea un effetto a spirale che risucchia tutto quanto. Insomma, non è il 2008 ma non promette niente di buono.
Attacchi, incendi, sabotaggi, minacce, furti, omicidi. I coloni illegali in Cisgiordania assomigliano sempre di più a milizie paramilitari, il cui obbiettivo è lo stesso del governo israeliano: mandare via i palestinesi e colonizzare completamente la Cisgiordania. Mentre i politici inneggiano all’annessione di questo pezzo di Palestina, bande armate di coloni hanno aumentato i loro attacchi contro le comunità palestinesi su tutto il territorio, arrivando a sfollare quasi 700 persone nel solo mese di gennaio. La coordinazione con l’esercito è spesso esplicita e l’impunità, quasi assicurata: rarissimi i casi in cui un colono viene portato in Tribunale per le violenze agite, circa il 3% le condanne dal 2005 ad oggi. Il disegno sembra chiaro: da un lato la politica spinge verso l’annessione, dall’altro, i coloni fanno il lavoro sporco occupando terre e obbligando i palestinesi ad andarsene. Con ogni mezzo.
L’agire dei settlers non è nato dal nulla: è figlio di una lunga strategia politica che dura da anni, alla cui base, ci sono vari gruppi, movimenti, ONG. E politici israeliani.
Amana, Regavim, Im Tirtzu; Lehava, Hashomer Yosh, Artzeinu, Nachala, Elad.
Molte di queste organizzazioni israeliane il cui obiettivo è la colonizzazione di tutta la Palestina e l’allontanamento dei “non-ebrei” dal territorio hanno legami diretti con la politica di Tel Aviv: sono parte della stessa ideologia suprematista e si sostengono e alimentano a vicenda, creando un’alleanza strategica che contribuisce a creare una narrativa, un’agenda politica e una pratica in cui la colonizzazione della Cisgiordania è presentata come parte integrante della sicurezza nazionale e dell’identità sionista. Legittimando politicamente e legalmente pratiche che la comunità internazionale considera illegali o contrarie al diritto internazionale.
L’appoggio ai coloni da parte di Israele
Il movimento dei coloni israeliani sembra aver ricevuto una forte spinta ad agire e la legittimazione totale delle proprie pratiche terroristiche dall’installazione dell’ultimo governo di Netanyahu nel 2022, e poi dal 7 di ottobre 2023. Gli attacchi e le violenze sono quotidiane, da Nord a Sud della Cisgiordania occupata: negli ultimi 3 anni almeno 33 comunità palestinesi sono state interamente sgomberate, 880 famiglie – circa 4.700 persone – sono state sfollate, mentre almeno 37 palestinesi sono stati uccisi. Contemporaneamente, la costruzione di nuove colonie, avamposti, strade e abitazioni israeliane sul territorio occupato nel 1967 non fa che aumentare.
Queste azioni non sono casi isolati: l’agire dei coloni appartiene a un disegno ben più ampio, spinto e finanziato direttamente dalla politica israeliana di Tel Aviv.
È stato Ben Gvir, il ministro della Sicurezza Nazionale a emettere oltre 220mila nuove licenze di porto d’armi ai coloni – illegali secondo il diritto internazionale – creando di fatto vere e proprie milizie armate al servizio di Tel Aviv. È il governo ad aver finanziato con miliardi di shekel l’espansionismo degli avamposti sul territorio, promettendo sostegno, soldi, strade e supporto logistico. Se la costruzione di decine di nuovi “outpost”, inizi di colonie, ha raggiunto numeri che non si registravano da decenni, un motivo c’è. Ed è il supporto economico, politico, militare e giuridico che il governo di Netanyahu, specialmente tramite le figure dei ministri Smotrich e Ben Gvir – entrambi coloni illegali – sta dando all’agire studiatamente violento dei settlers. Che sembrano quasi obbedire a degli ordini dettati dall’alto.
In foto: Ben Gvir
Il governo e i politici sono direttamente responsabili di aver armato i coloni e di star sostenendo la pulizia etnica e la colonizzazione della Cisgiordania. Se prima il discorso pubblico dai leader israeliani era più cauto, negli ultimi due anni la destra al potere parla apertamente di annessione della Cisgiordania e di mandare via i suoi abitanti palestinesi.
Sono 720 i milioni di euro che Israele ha stanziato per la costruzione di 19 nuove colonie e la progettazione di decine di altre; varie migliaia le nuove case approvate nell’ultimo anno in Cisgiordania. Recentissime le nuove regole che permettono agli israeliani ebrei di comprare terre in questo pezzo di Palestina, e che di fatto smantellano il potere dell’ANP anche nelle aree A e B sancite dagli Accordi di Oslo. La politica espansionista, non fa che crescere, nell’inazione della comunità internazionale. Spinta da ONG, movimenti, e gruppi politici, tramite finanziamenti nazionali e internazionali.
Le organizzazioni israeliane attive nell’occupazione e il loro legame con la politica
REGAVIM è stata fondata nel 2006 da Bezalel Smotrich, il Ministro delle Finanze nonché capo del Partito Religioso Sionista. Nascosta dietro vesti ambientaliste, l’organizzazione sionista usa cause legali e pretesti tecnici (come la “protezione delle risorse”) per chiedere allo Stato israeliano di demolire case e villaggi palestinesi in Cisgiordania occupata. Regavim ha una ampia mappatura dei territori occupati, che utilizza per presentare ripetute petizioni alla Corte Suprema israeliana per accelerare sfratti e demolizioni. L’organizzazione ha legami politici e finanziari con coloni israeliani e donatori esteri – soprattutto americani, – e negli anni ha sviluppato una grande capacità di influenzare la politica di occupazione di Tel Aviv. Le nuove regole decise da Smotrich sulla pubblicazione dei registri catastali e sulla possibilità di acquisire immobili da parte dei non-arabi, aiuta enormemente il lavoro di colonizzazione di ONG come Regavim.
Bentzi Gopstein il fondatore di LAHEVA, l’organizzazione israeliana di estrema destra
LAHEVA è un’organizzazione israeliana di estrema destra e suprematista ebraica fondata nel 2009 che si oppone ai matrimoni misti e alle relazioni personali tra ebrei e non ebrei, prendendo di mira in particolare le relazioni tra ebrei e palestinesi. Supporta la colonizzazione della Cisgiordania e spinge per l’annessione totale dei territori palestinesi a Israele, e ha una grande influenza nella politica israeliana. Guidata da Bentzi Gopstein, è nota per le sue azioni violente contro i palestinesi e nel 2024 è stata anche sanzionata dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea come organizzazione estremista violenta. Bentzi Gopstein è uno dei leader dei coloni israeliani ed è considerato un discepolo del rabbino suprematista Meir Kahane. Amico e consigliere informale di Ben-Gvir, il ministro della Sicurezza nazionale con la quale condividono la stessa ideologia kahanista, è attivo nel blocco politico Sionismo Religioso. Ben Gvir, avvocato di formazione, ha più volte difeso Gopstein in tribunale dalle accuse di incitamento all’odio e violenze contro i palestinesi.
AMANA è stata fondata nel 1979 per sostenere la costruzione di insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata, nella Striscia di Gaza, sulle Alture del Golan, nella Galilea e nel Negev. Opera tramite controllate come Binyanei Bar Amana Ltd e Al-Watan, occupandosi di incoraggiare coloni ad andare nei nuovi insediamenti, pianificare e costruire colonie e avamposti, oltre ad assistere le autorità israeliane in questi luoghi. Amana è una delle organizzazioni di coloni più forti dal punto di vista finanziario e politico. Con beni valutati a circa 600 milioni di shekel e un budget annuo di decine di milioni di shekel, Amana è considerata la “madre e il padre” degli avamposti illegali, che rappresentano un fattore importante nella violenza dei coloni contro i palestinesi. Politici come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich hanno sostenuto pubblicamente iniziative legate ad Amana: nella pratica, Ben-Gvir rappresenta una sorta di “canale” politico che traduce le istanze di Amana in provvedimenti legislativi o in protezioni legali, mentre Smotrich, in qualità di ministro delle Finanze, ha promosso finanziamenti statali per insediamenti che spesso coinvolgono l’organizzazione in prima persona.
IM TIRTZU si descrive come “il più grande movimento sionista in Israele.” Fondato nel 2006 da intellettuali, studenti e riservisti, “lavora per rafforzare e promuovere i valori del sionismo e per rinnovare il discorso, il pensiero e l’ideologia sionista nella società israeliana. Im Tirtzu enfatizza la formazione della futura generazione della leadership dello Stato e la costruzione di un’élite sionista”. Il movimento è molto attivo nell’opporsi e nel delegittimare ogni critica verso lo stato di Israele, in particolare verso i gruppi per i diritti umani e le organizzazioni che criticano la politica israeliana nella colonizzazione della Cisgiordania e per le violenze contro i palestinesi. L’organizzazione, nonostante sia extra-parlamentare, ha stretti legami con la destra israeliana, ed è considerata vicina a figure come Ben-Gvir e Smotrich, sia politicamente che ideologicamente.
ARTZEINU significa “La nostra terra” in ebraico. L’organizzazione israeliana di destra è conosciuta per la sua posizione fortemente nazionalista e sionista. Il suo obbiettivo principale è quello di promuove la sovranità israeliana su tutta la Palestina, inclusa la Cisgiordania (che loro chiamano Giudea e Samaria), aiutando gli acquirenti ebrei-israeliani a trovare terre da acquisire e fornendo loro supporto logistico. L’organizzazione si oppone al processo di pace con i palestinesi e a qualsiasi concessione territoriale, e organizza campagne politiche e manifestazioni a sostegno degli insediamenti e contro accordi o iniziative internazionali considerate “anti-israeliane”. Pur non essendo un partito politico, Artzeinu esercita influenza politica indiretta tramite la sua collaborazione con politici di estrema destra, campagne mediatiche per influenzare l’opinione pubblica, e la partecipazione a lobby pro-coloni.
NACHALA è un’organizzazione israeliana fondata nel 2005 che sostiene la creazione di nuovi insediamenti e avamposti in Cisgiordania, fornendo supporto logistico, legale e promozione mediatica. Ambisce all’annessione totale della West Bank e di Gaza. Collegata alla destra nazionalista e a politici come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, contribuisce all’espansione della presenza ebraica sul territorio e alla pressione politica per la legalizzazione retroattiva degli insediamenti.
In foto: Il ministro delle finanze israeliano Bezalel Smotrich
HASHOMER YOSH è una ONG israeliana fondata nel 2013 con stretti legami con ministeri statali. Il gruppo, il cui nome significa “Il Guardiano di Giudea e Samaria” (riferendosi al termine biblico per la Cisgiordania), sostiene gli agricoltori coloni in tutto il territorio occupato e ogni anno invia centinaia di volontari adolescenti — alcuni dei quali sono coloni stessi — a lavorare negli avamposti illegali e a difenderli. Hashomer Yosh non è un partito politico, ma la sua attività è strettamente integrata con lo Stato israeliano, ricevendo risorse, legittimazione e supporto istituzionale. In pratica, è una rete che connette coloni, governo, esercito e università per promuovere l’espansione degli insediamenti e consolidare la presenza israeliana in Cisgiordania.
I palestinesi nelle zone rurali della Cisgiordania sostengono che Hashomer Yosh sia diventato un attore centrale nella violenza dei coloni. L’ONG si concentra sul coinvolgimento dei giovani israeliani, offrendo programmi di volontariato e pre-militari che mandano i ragazzi a sorvegliare terre negli avamposti illegali. L’esercito israeliano ha proposto questi programmi come alternativa al servizio militare tradizionale, mentre l’Università di Ariel, situata in un insediamento in Cisgiordania, concede crediti accademici agli studenti che vi partecipano come volontari. L’organizzazione ha ricevuto milioni di shekel dal governo israeliano, inclusi finanziamenti dal Ministero dell’Agricoltura e dal Ministero del Negev, della Galilea e della Resilienza Nazionale. Riceve finanziamenti anche dall’estero. Nel 2021 ha ricevuto fondi statali per finanziare droni, nonostante un decreto generale proibisca il possesso di droni in Cisgiordania.
I GIOVANI DELLE COLLINE (gli Hilltop Youth), sono gruppi informali di coloni israeliani che occupano avamposti non autorizzati in Cisgiordania, usando metodi violenti per espandere la presenza israeliana sul territorio. Le loro azioni, pur essendo spesso illegali anche per la legge israeliana, ricevono un sostegno politico indiretto da figure della destra nazional-religiosa come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, che spingono per la legalizzazione retroattiva degli avamposti e l’espansione degli insediamenti. Sono responsabili di decine di aggressioni, incendi, e pogrom contro i palestinesi in questi ultimi anni. Attraverso legami con ONG pro-coloni, questi giovani sono il braccio operativo di un’agenda politica che mira a consolidare e militarizzare la colonizzazione della Cisgiordania.
ATERET COHANIM ed ELAD (Ir David Foundation) sono due tra le più influenti organizzazioni non governative israeliane impegnate nell’insediamento ebraico a Gerusalemme Est. Il loro obbiettivo è la “giudeizzazione” di Gerusalemme, e mirano a cambiare la demografia dei quartieri non ebraici, spingendo i palestinesi ad andarsene o espropriandogli le case. Il legame tra queste organizzazioni e la politica israeliana è diventato, nel corso del 2024 e all’inizio del 2025, un pilastro della strategia di governo per il controllo di Gerusalemme Est. Non sono più viste come semplici entità private, ma come veri e propri partner esecutivi dello Stato. Finanziamenti pubblici, agevolazioni fiscali e il sostegno di figure politiche di alto profilo come Bezalel Smotrich e Ben Gvir mostrano le profonde interconnessioni tra le ONG e il governo.
I nomi elencati, sono i principali; ma di gruppi fondamentalisti, di ONG colonizzatrici, e di movimenti suprematisti ce ne sono numerosi altri in Israele. Questa è la realtà nella Palestina sotto attacco: l’impennata di violenze da parte dei coloni, e l’onda colonizzatrice che sembra stia investendo il territorio, non è nata da sola. È il frutto di una rete di attivismo e sostegno ideologico, dove ONG, movimenti, e organizzazioni giovanili offrono supporto materiale, formazione ideologica, e azioni concrete che vengono poi tradotte in leggi da politici di estrema destra come Ben Gvir o Bezalel Smotrich. Gli stessi politici che da anni supportano – o addirittura hanno fondato – le stesse organizzazioni ed ONG che inneggiano alla colonizzazione e alla pulizia etnica. Insomma, un cane che si morde la coda. Correndo verso la colonizzazione totale e l’annessione della Cisgiordania.
L’Italia vuole accelerare il rafforzamento delle proprie capacità militari di fronte a un contesto internazionale sempre più instabile. Per questo il ministro della Difesa Guido Crosetto ha riunito vertici militari e rappresentanti dell’industria della difesa italiana, sollecitando un aumento rapido della produzione. All’incontro hanno partecipato oltre 130 persone, tra cui il capo di Stato Maggiore della Difesa Luciano Portolano e il direttore nazionale degli Armamenti Giacinto Ottaviani. Il ministro ha chiesto alle aziende di indicare subito capacità operative, programmi in fase di finalizzazione e iniziative utili a rafforzare soprattutto la difesa aerea del Paese, invitando a ridurre ostacoli burocratici e ad agire con tempi rapidi per la tutela della «sicurezza».
L’impegno desiderato da Crosetto prevede di superare i «normali canoni commerciali». Il ministro ha dunque sollecitato i comparti preposti alla Difesa a «segnalare tutte le proprie disponibilità operative, i programmi in fase di finalizzazione e ogni iniziativa che possa contribuire, in tempi brevissimi, a rafforzare ulteriormente la difesa, specie quella di area, del Paese, nonchè quella dei Paesi alleati e dei Paesi amici». In un momento «così delicato e drammatico» è inoltre «fondamentale ridurre al minimo gli impedimenti e le procedure burocratiche che sempre meno si sposano con esigenze che non possono aspettare e che incidono negativamente sull’efficienza e, in ultima analisi, sulla sicurezza stessa del Paese».
Le nuove spese straordinarie per la Difesa, insomma, dovranno essere ingenti, rapide e possibilmente evitare cavilli burocratici che ne rallentano i termini. Che Crosetto avesse intenzione di stanziare maggiori risorse per il comparto militare è cosa nota da tempo: nonostante il comunicato del ministero non dia informazioni ulteriori sulle previsioni di spesa, il ministro aveva già dichiarato che sarebbero necessari «almeno» 30 mila unità in più solamente tra i militari. Quello che cambia ora è l’emergenza: mentre qualche mese fa si trattava della «guerra ibrida» scatenata dalla Russia, ora il pericolo proviene dalla «complessa situazione geopolitica in Medio Oriente».
Per il 2026, però, l’Italia ha già previsto di spendere la cifra più alta di sempre per la Difesa: 34 miliardi di euro in tutto, un miliardo in più dell’anno precedente, il 45% in più rispetto agli ultimi 10 anni. La cifra, calcolata in base alle spese dell’Osservatorio MilEx, non tiene conto delle uscite per la sicurezza nazionale in senso più ampio, quelle complementari che la NATO inserisce nel target complessivo del 5% del PIL – quali cybersicurezza, sicurezza infrastrutturale, mobilità militare ecc. Il tutto mentre altri capitoli di spesa, quali la sanità e l’istruzione, vedono tagli netti sempre più ingenti – la nostra spesa sanitaria è ben al di sotto della media UE, mentre siamo il Paese con il rapporto più basso in assoluto tra spesa per l’istruzione e spesa pubblica totale.
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