venerdì 30 Gennaio 2026
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Nel 2025 l’UE ha prodotto più energia da sole e vento che dai combustibili fossili

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Per la prima volta nella storia dell’Unione europea, nel 2025 l’elettricità prodotta da vento e sole ha superato quella generata dai combustibili fossili. Eolico e solare hanno coperto insieme il 30% della produzione elettrica dell’UE, mentre carbone, gas e petrolio si sono fermati al 29%. Il dato emerge dalla European Electricity Review, l’analisi annuale che fotografa lo stato del sistema elettrico nei 27 Paesi membri.
Il sorpasso è frutto del lavoro combinato di due tecnologie che negli ultimi anni hanno conosciuto una diffusione senza precedenti. Parte del contributo decisivo è arrivato da...

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Nigeria, attacco contro una base militare

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Un gruppo di militanti islamisti nigeriani ha lanciato un attacco in una base militare nello Stato nordorientale del Borno, uccidendo 11 soldati e ferendone altre 12. A dare la notizia è l’esercito del Paese, mentre il bilancio dei morti è stato fornito ad agenzie di stampa internazionali da fonti militari; i miliziani hanno lanciato l’attacco contro la base di Sabon Gari, impiegando anche droni, utilizzati per distruggere veicoli militari. L’esercito ha ripreso il controllo dopo l’arrivo di un contingente di rinforzi. Questo ultimo attacco arriva in un momento di tensione per la Nigeria, con le milizie islamiste che stanno aumentando i propri attacchi contro gli avamposti militari e i villaggi del Paese.

In Somalia la siccità è un’emergenza senza precedenti: 4 milioni di persone a rischio

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L’assenza di piogge in Somalia ha causato una crisi alimentare che interessa circa un quarto della popolazione del Paese. A segnalare la criticità è Save the Children, dopo quattro stagioni consecutive senza piogge che hanno esaurito le riserve di cibo. Secondo l’ONG, sono 4,4 milioni le persone che, almeno fino alla metà di quest’anno, affronteranno livelli di grave insicurezza alimentare; 1,85 milioni di bambini sotto i cinque anni, invece, rischiano la malnutrizione acuta. Le regioni più colpite dalla carestia sono quelle di Benadir (dove si trova la capitale Mogadiscio) e di Galgadud, dove circa il 90% delle famiglie registra un consumo alimentare insufficiente e solo il 2% mangia in modo adeguato. La carenza di cibo sta spingendo inoltre all’abbandono scolastico, mentre l’assistenza alimentare ha raggiunto solo 350.000 persone a novembre 2025 e oltre 200 strutture sanitarie sono state chiuse.

La crisi alimentare sta colpendo tutte le regioni della Somalia. Nella regione di Gedo, riporta Save the Children, «tutte le famiglie monitorate saltano i pasti o ne riducono in modo netto la quantità». A Benadir, il 93% delle famiglie ha un consumo alimentare scarso, tanto che l’87% dei nuclei familiari risulta costretto a vendere bestiame e attrezzi da lavoro per assicurarsi del cibo, tagliando così le proprie fonti alimentari di carne e latticini. La situazione non è diversa a Hiiran, dove a vendere i propri beni sono il 92% delle famiglie, e nemmeno a Galgadud, dove a mangiare in maniera insufficiente sono il 90% delle case. Le difficoltà alimentari stanno inoltre facendo emergere criticità anche nell’istruzione e nella sanità: «Oltre 200 strutture sanitarie e nutrizionali hanno chiuso in tutto il Paese e più di 1,7 milioni di persone vulnerabili hanno perso l’accesso ai servizi di protezione»; oltre 1.100 bambini, invece, «hanno abbandonato la scuola nella regione di Gedo, nella Somalia meridionale, e quasi la metà delle famiglie nella regione di Galgadud ha ritirato i figli dai percorsi di istruzione perché costretti a spostarsi e a cercare cibo».

Le difficoltà che sta affrontando la Somalia sono dovute alla grave carenza di piogge che ormai da quattro stagioni interessa il Paese; davanti a essa, nel novembre 2025, il governo federale ha dichiarato lo stato di emergenza. A gennaio, inoltre, è iniziata la stagione secca: «Quasi ogni famiglia ha perso completamente i propri mezzi di sostentamento. I nostri campi di mais e sorgo sono completamente distrutti: non c’è più nulla da raccogliere», segnala l’ONG. Lo stesso bestiame sta morendo: secondo le stime di Save the Children almeno il 90% degli animali da allevamento è morto o stato abbandonato dalle famiglie. La crisi, scrive Save the Children, «è aggravata da significativi tagli ai finanziamenti per le operazioni umanitarie». Per tale motivo, l’ONG lancia un messaggio alla comunità internazionale, chiedendole di aumentare i finanziamenti umanitari per «soddisfare i bisogni dei 6 milioni di persone che necessitano di assistenza, dare priorità al sostegno ai programmi nutrizionali e sanitari per prevenire la mortalità infantile, investire in programmi di resilienza a lungo termine e garantire che gli aiuti raggiungano le popolazioni più vulnerabili».

Silenziare Gaza: il caso Bisan Owda e la nuova governance di TikTok

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Bisan Owda tik tok

«TikTok ha cancellato il mio account. Avevo 1,4 milioni di follower e ho lavorato su quella piattaforma per quattro anni». È la dichiarazione, contenuta in un video girato ieri da Gaza, della giornalista palestinese Bisan Owda, una delle voci più seguite sui social nel racconto della guerra in corso nella Striscia. In passato il suo profilo era già stato temporaneamente sospeso o limitato, ma questa volta si è trattato di una cancellazione definitiva, che la giornalista mette in relazione con il recente riassetto societario di TikTok negli Stati Uniti.

Dopo anni di pressioni politiche e legislative, la piattaforma di origine cinese ha infatti finalizzato un accordo per la creazione di una nuova entità statunitense, nel tentativo di scongiurare il bando previsto dalla normativa approvata dal Congresso USA. L’operazione coinvolge investitori di primo piano, tra cui Oracle, Silver Lake e MGX, chiamati a garantire una maggiore “sicurezza nazionale” nella gestione dei dati e dei contenuti. Tra i protagonisti dell’operazione figura Larry Ellison, fondatore e presidente di Oracle, noto anche per il suo sostegno politico ed economico a Israele. Secondo dati pubblici, Ellison ha donato negli anni decine di milioni di dollari alla Friends of the Israel Defense Forces (FIDF), un’organizzazione che fornisce supporto logistico e finanziario ai soldati israeliani, e ha espresso apertamente il proprio appoggio al governo guidato da Benjamin Netanyahu.

Netanyahu, sul quale pende un mandato di arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale nel novembre 2024 per crimini di guerra e crimini contro l’umanità legati alle operazioni militari a Gaza, aveva dichiarato lo scorso settembre a New York, incontrando un gruppo di influencer: «Dobbiamo combattere con le armi adatte al campo di battaglia in cui siamo impegnati, e oggi le più importanti sono i social media». È in questo contesto che la cancellazione dell’account di Bisan Owda viene interpretata, da molti osservatori e attivisti, come parte di una più ampia dinamica di limitazione delle voci palestinesi online, già denunciata da diverse ONG negli ultimi mesi.

Al Jazeera, emittente con cui Owda collabora regolarmente, ha inviato una richiesta formale di chiarimenti a TikTok, chiedendo spiegazioni sulle motivazioni del ban e sulle procedure di moderazione adottate dalla piattaforma nei confronti dei contenuti provenienti da Gaza. A rafforzare le preoccupazioni è anche un video, condiviso dalla stessa giornalista, in cui Adam Presser, nuovo CEO della divisione statunitense di TikTok, afferma che l’uso del termine “sionista” in chiave negativa viene considerato incitamento all’odio e può portare alla rimozione dei contenuti o alla chiusura degli account. Dichiarazioni che, pur non essendo state formalizzate in un aggiornamento pubblico delle linee guida della piattaforma, sollevano interrogativi rilevanti sul confine tra contrasto all’odio e limitazione del dissenso politico, soprattutto quando il termine “sionista” viene utilizzato in contesti di critica a uno Stato o a un’ideologia.

La vicenda assume un rilievo particolare anche in Italia, dove proprio in questi giorni la Commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato il testo base del disegno di legge sull’antisemitismo. Il provvedimento prevede, tra le altre cose, la possibilità di negare l’autorizzazione a una manifestazione nel caso in cui venga ravvisato un «rischio potenziale» legato all’utilizzo di simboli, slogan o messaggi considerati antisemiti. Dopo l’adozione del testo base, il ddl entra ora nella fase emendativa, per poi approdare all’esame dell’aula del Senato e successivamente della Camera. Un iter che si preannuncia politicamente delicato, soprattutto alla luce del dibattito internazionale sulla distinzione – tutt’altro che pacifica – tra antisemitismo, antisionismo e critica alle politiche dello Stato di Israele.

In questo scenario, il caso di Bisan Owda diventa emblematico di una questione più ampia: chi decide oggi cosa è odio e cosa è dissenso, e con quali strumenti di controllo, soprattutto quando a esercitarli sono piattaforme private diventate, di fatto, infrastrutture centrali del discorso pubblico globale.

 

Il governo spagnolo regolarizzerà mezzo milione di migranti

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Mezzo milione di persone. È questo il numero di migranti che saranno coinvolti dalla nuova misura annunciata dalla Spagna di Pedro Sánchez, che ha dichiarato la propria intenzione di concedere lo status legale agli immigrati attualmente irregolari che lavorano nel Paese senza autorizzazione. In controtendenza rispetto alle politiche restrittive prevalenti in molte capitali europee, il piano sarà attuato attraverso l’approvazione di un decreto esecutivo: ai candidati idonei verrà concesso fino a un anno di residenza legale e il permesso di lavoro. La misura interesserà gli stranieri arrivati ​​in Spagna prima del 31 dicembre 2025, in grado di dimostrare di risiedere nel Paese da almeno cinque mesi e senza precedenti penali. L’ultima sanatoria l’aveva approvata il governo Zapatero nel 2005.

«Oggi è un giorno storico per il nostro Paese», ha commentato Elma Saiz, ministra dell’inclusione, della sicurezza sociale e delle migrazioni. «Stiamo rafforzando un modello migratorio basato sui diritti umani e sull’integrazione, compatibile con la crescita economica e la coesione sociale», ha spiegato. La misura sarà adottata direttamente dal Consiglio dei ministri, senza passare dal Congresso dei deputati: una scelta legata alla fragilità della maggioranza parlamentare. L’iniziativa, che dovrebbe entrare in vigore ad aprile 2026, include anche la possibilità di ricongiungimento familiare per i figli minori e l’accesso immediato al lavoro legale, e rappresenta per l’esecutivo socialista un passo fondamentale per rafforzare coesione sociale e sviluppo economico. Per accedere alla misura basterà presentare la domanda nel periodo previsto tra aprile e 30 giugno 2026 e dimostrare i requisiti di residenza e la mancanza di precedenti penali. Il permesso iniziale avrà validità di un anno e darà immediato diritto a lavorare in qualsiasi settore e regione della Spagna, con possibilità di accesso ai benefici sociali e sanitari. Secondo le stime, in Spagna vivrebbero oggi oltre 840 mila persone in situazione amministrativa irregolare.

La misura è stata fortemente sostenuta da Podemos, partito alleato nella coalizione di governo, e vista con favore da numerose organizzazioni per i diritti dei migranti, gruppi civici e dalla Conferenza episcopale spagnola, che l’hanno salutata come un importante passo verso garanzie di dignità e inclusione per chi vive da anni nell’invisibilità normativa. Il decreto riprende lo spirito di una iniziativa legislativa popolare sostenuta da oltre 700mila firme e appoggiata da centinaia di associazioni riunite nella piattaforma RegularizaciónYa. L’iniziativa era stata presa in considerazione dal Congresso nell’aprile 2024 con una larghissima maggioranza, ma era poi rimasta bloccata.

Il governo lega apertamente la regolarizzazione di massa a esigenze demografiche ed economiche: la Spagna sta affrontando una significativa carenza di manodopera in vari settori e un rapido invecchiamento della popolazione, fenomeni che minacciano la sostenibilità futura del welfare e del mercato del lavoro. Sánchez e i suoi ministri hanno sottolineato come l’integrazione di chi già lavora nell’economia sommersa possa sostenere la crescita, rafforzare il sistema fiscale e migliorare la coesione sociale. La scelta di bypassare gli iter legislativi tradizionali con un decreto, pur efficiente per velocizzare l’attuazione, non è stata priva di controversie politiche. I partiti di opposizione, in particolare il conservatore Partito Popolare e la destra di Vox, hanno criticato la decisione, sostenendo che possa avere effetti negativi sull’occupazione locale e fungere da richiamo per ulteriori arrivi irregolari, tesi respinte dall’esecutivo e dagli analisti favorevoli alla regolarizzazione.

Il piano di Madrid si colloca in un momento in cui molti governi europei hanno adottato politiche più rigide sui controlli e sui rimpatri, con una retorica spesso incentrata sulla sicurezza e sul contenimento dei flussi migratori. Mentre in Paesi come Germania, Austria e Danimarca si sono intensificate misure restrittive e limiti più severi all’accesso al lavoro e ai servizi per gli stranieri senza documenti, la Spagna ha scelto di riconoscere la realtà demografica e sociale del proprio territorio, sostenendo che l’immigrazione può contribuire in modo decisivo alla crescita economica e alla sostenibilità del sistema sociale. Questa posizione pone Madrid in netto contrasto con la linea seguita dalla maggior parte degli Stati membri dell’Unione Europea, segnando un possibile punto di svolta nel dibattito europeo sulle politiche migratorie.

Guida e droghe: la Consulta detta i limiti alla riforma del Codice della Strada

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La Corte costituzionale si è espressa sul nuovo codice della strada entrato in vigore nel dicembre del 2024, che punisce chi è positivo agli stupefacenti al volante indipendentemente dal fatto che sia “sotto effetto” al momento del fermo: la stretta sulla guida dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti non viene bocciata, ma neppure lasciata “libera” di produrre effetti automatici e potenzialmente sproporzionati. Con la sentenza n. 10 del 2026, depositata oggi, la Corte costituzionale ha stabilito che la nuova formulazione dell’articolo 187 del Codice della strada non è illegittima, a condizione però che sia letta in modo coerente con i principi di proporzionalità e offensività: può essere punito solo chi si mette al volante in condizioni tali da creare un pericolo per la sicurezza della circolazione.

Tre giudici di merito (di Macerata, Siena e Pordenone) avevano sollevato dubbi di costituzionalità: così scritta, la disposizione rischiava di colpire chiunque risultasse “positivo” a distanza anche molto lunga dall’assunzione (giorni o settimane), finendo per colpire condotte prive di qualsiasi incidenza sulla sicurezza stradale e creando disparità rispetto alla disciplina dell’alcol.

La Corte non ha accolto le censure, ma ha messo un paletto decisivo: non serve più dimostrare l’alterazione effettiva del singolo conducente, però serve accertare nei liquidi corporei la presenza di quantitativi di sostanza che, “per qualità e quantità” e alla luce delle conoscenze scientifiche, siano idonei a determinare in un “assuntore medio” un’alterazione delle condizioni psico-fisiche e quindi delle capacità di controllo del veicolo. In altre parole: non un reato “a prescindere”, ma una punibilità legata a una soglia di pericolosità, ricostruita tramite parametri tecnico-scientifici.

In pratica, la sentenza cambia il modo in cui dovranno essere fatti i controlli. Non basterà più limitarsi a trovare una traccia della sostanza nell’organismo, ma nemmeno sarà necessario dimostrare che il conducente fosse visibilmente alterato. Il punto centrale diventa che cosa viene trovato e in quale quantità. Già nel 2025 una circolare dei ministeri dell’Interno e della Salute aveva provato a rendere i controlli più sensati, distinguendo tra chi guida realmente sotto l’effetto di una sostanza e chi presenta solo residui legati a un consumo lontano nel tempo. La Corte costituzionale ora rafforza questo criterio: la sanzione penale può scattare solo quando i valori rilevati indicano una reale capacità di mettere in pericolo la sicurezza stradale.

Stragi: dopo Bellini, la Procura di Caltanissetta vuole archiviare anche Dell’Utri

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Il braccio destro di Silvio Berlusconi ed ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri non deve andare a processo per la strage di via D’Amelio. A stabilirlo – e non è una sorpresa – è la Procura della Repubblica di Caltanissetta, che negli ultimi mesi ha provveduto a chiedere di archiviare le inchieste sui principali personaggi della “zona grigia” finiti sul registro degli indagati per gli attentati che hanno scosso l’Italia nei primi anni Novanta. Pochi mesi fa si era mossa così anche nei confronti di Paolo Bellini, ex terrorista nero già condannato per la strage di Bologna. L’ex fondatore di Forza Italia, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, rimane comunque indagato a Firenze per le stragi del 1993 e va verso il processo a Milano per 42 milioni di euro ricevuti da Berlusconi, ritenuti dai pm il «prezzo del silenzio» pagato dal Cavaliere.

L’iscrizione nel registro degli indagati di Dell’Utri per la strage che il 19 luglio 1992 vide la morte di Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta riguardava l’ipotesi che l’intervista rilasciata da Borsellino alla tv francese Canal+ del 21 maggio 1992 (che non fu trasmessa fino ai primi anni Duemila), in cui il magistrato menzionava le indagini sulle connessioni tra il boss Vittorio Mangano e Dell’Utri, nonché sui potenziali interessi mafiosi per le aziende di Berlusconi, potesse aver costituito l’input per la consumazione dell’attentato. Come ricorda la sentenza di appello sulla strage di via D’Amelio del marzo 2002, infatti, «Cosa Nostra era in condizione di sapere che Paolo Borsellino aveva rilasciato una clamorosa intervista televisiva a dei giornalisti stranieri, nella quale faceva clamorose rivelazioni su possibili rapporti di Vittorio Mangano con Dell’Utri». Secondo i giudici, non poteva escludersi che i contenuti dell’intervista a Borsellino «siano circolati tra i diversi interessati, che qualcuno ne abbia informato Riina e che questi ne abbia tratto autonomamente le dovute conseguenze».

Sta di fatto che, per l’ennesima volta, la Procura ha deciso di chiedere l’archiviazione. Uno scenario verificatosi recentemente anche nel caso di un altro indagato “eccellente” come Paolo Bellini, su cui ora – come su Dell’Utri – dovrà esprimersi il gip. Giovane membro del MSI e poi di Avanguardia Nazionale, legatissimo a Stefano Delle Chiaie, negli anni Novanta Paolo Bellini divenne killer di ‘ndrangheta, per poi pentirsi e confessare 13 omicidi. Nel giugno del 2023, Bellini era stato perquisito e interrogato dagli inquirenti: nel decreto venivano ricostruiti i suoi viaggi in Sicilia nel 1992, che sarebbero stati effettuati anche per incontrare il boss di Altofonte Nino Gioè, in prima linea nell’attentato di Capaci a Giovanni Falcone del 23 maggio ’92 e poi protagonista di uno strano “suicidio” in carcere nel 1993. Recentemente, Bellini è stato condannato all’ergastolo per essere stato uno degli esecutori della strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Questi fatti si inseriscono in un contesto di forti tensioni dentro il Palazzo di Giustizia nisseno. Lo scorso dicembre, infatti, la gip Graziella Luparello ha rigettato per la seconda volta dal 2022 la richiesta di archiviazione avanzata dai pm nisseni sull’inchiesta dei cosiddetti “mandanti esterni” degli attentati del 1992, ordinando loro di procedere con nuove indagini. Qui, però, si è aperto uno scontro istituzionale senza precedenti: la Procura ha reagito ricorrendo in Cassazione contro il provvedimento, giudicato “abnorme”, addirittura rifiutandosi di porre in essere le “attività a sorpresa” (dunque assai urgenti e potenzialmente non ripetibili) ivi previste. Sullo sfondo, vi è l’esame di elementi sempre più centrali sul possibile ruolo dell’eversione di destra, della massoneria coperta e dei servizi deviati nel concepimento e nell’esecuzione delle stragi di Capaci e via D’Amelio.

A ogni modo, Marcello Dell’Utri ad oggi risulta ancora iscritto nell’indagine sulle stragi del 1993 pendente alla Procura di Firenze. Nell’aprile 2024, i pm fiorentini hanno chiuso proprio un filone di inchiesta inerente il patrimonio di Dell’Utri per la presunta violazione della normativa antimafia e, in concorso con sua moglie, per trasferimento fraudolento di valori, con l’aggravante di aver agito «al fine di occultare la più grave condotta di concorso nelle stragi ascrivibile a Silvio Berlusconi e allo stesso Dell’Utri». Negli scorsi mesi, il procedimento è stato spostato per competenza a Milano, con i magistrati della città meneghina che hanno chiesto di mandare a processo Dell’Utri e la moglie per 42 milioni di euro di donazioni ricevuti da Berlusconi e mai dichiarati al Fisco.

L’UE designa i pasdaran organizzazione terroristica

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Il Consiglio dell’Unione Europea ha deciso di imporre nuove sanzioni nei confronti di individui ed entità iraniane. Le sanzioni coinvolgono 15 persone e 6 entità «responsabili di gravi violazioni dei diritti umani in Iran, a seguito della violenta repressione delle proteste pacifiche, che ha comportato l’uso della violenza»; tra esse, il ministro degli Interni iraniano, membri del sistema giudiziario del Paese, e ufficiali della polizia. Sanzioni anche a 6 persone e 4 entità legate alla Russia. Le misure includono il congelamento dei beni, il divieto di viaggio verso l’UE e il divieto per le realtà europee di mettere a disposizione fondi o risorse economiche alle persone elencate.

Aggiornamento delle 16:30 del 29 gennaio 2026: L’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri UE Kaja Kallas ha annunciato che i ministri dell’Unione hanno deciso di nominare il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (o pasdaran) una organizzazione terroristica: «I Ministri degli Esteri dell’UE hanno appena compiuto il passo decisivo di designare la Guardia Rivoluzionaria iraniana come organizzazione terroristica. Qualsiasi regime che uccida migliaia di persone al suo interno sta lavorando per la propria rovina», recita il post.

Roma: militarizzato un liceo per una conferenza dell’Unione delle Comunità Ebraiche

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Se le scuole che invitano Francesca Albanese vanno indagate, quelle che ospitano Noemi di Segni, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche, vanno militarizzate. È successo lo scorso 26 gennaio, quando Di Segni era stata invitata a parlare davanti a quattro classi del liceo Righi di Roma. Per l’occasione, la scuola ha cancellato un murales composto durante un percorso di alternanza e smantellato una mostra sulla Palestina messa in piedi dagli studenti. A presidiare il liceo, camionette della polizia e 17 agenti della Digos, che hanno impedito ai ragazzi delle classi estranee all’evento di entrare nell’aula: «Riteniamo che la memoria debba essere attiva e che questa ricorrenza non debba essere strumentalizzata per giustificare le atrocità che accadono oggi, piuttosto per riuscire a riconoscerle», scrivono gli studenti. «Inoltre è importante sottolineare come quest’ospite sia stata accolta all’interno della nostra scuola senza essere stata approvata dal Consiglio di Istituto», aggiungono, denunciando il doppio standard applicato dall’istituzione scolastica.

«Lunedi 26 Gennaio, in vista della giornata della memoria, nella scuola è stata invitata a parlare Noemi Di Segni, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche, conosciuta per aver militato nell’IDF (Israel Defence Force, l’esercito Israeliano) e per essere una sostenitrice del genocidio e dell’occupazione militare sionista messa in atto da Nethanyau e dallo Stato di Israele». Inizia così il comunicato degli studenti del Liceo Righi, invaso dalla polizia in occasione della conferenza. Gli agenti erano schierati davanti all’Aula Magna e nei piani della sede centrale, mentre all’esterno dell’istituto, in Piazza Fiume, è stata schierata una camionetta «che in caso di “necessità” sarebbe potuta intervenire». L’evento, denunciano gli studenti, non è passato al vaglio del Consiglio di Istituto, contrariamente alle analoghe iniziative sulla Palestina; esso inoltre, è stato comunicato solo due giorni prima del suo svolgimento.

«Quello che è successo è pienamente in linea con le politiche autoritarie e repressive messe in atto dal governo Meloni, politiche che garantiscono tutela alle forze dell’ordine, che criminalizzano ogni forma di dissenso». Il 27 gennaio, infatti, ricordano gli studenti, la Commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato il testo base per il disegno di legge sull’antisemitismo. Il testo approvato, è quello del senatore leghista Massimiliano Romeo che adotta il significato di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA), che tra le varie cose descrive come “antisemitaanche le critiche allo Stato di Israele. Il ddl propone inoltre di vietare manifestazioni «in caso di valutazione di grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita ai sensi della definizione operativa di antisemitismo adottata dalla presente legge».

Il liceo Righi di Roma era già finito sotto i riflettori lo scorso anno, quando un docente era stato colpito da un procedimento disciplinare aperto direttamente dal ministero dell’Istruzione per avere dedicato una lezione al bombardamento dell’ospedale al-Ahli a Gaza. Lo stesso anno, alcuni studenti erano stati identificati dalla Digos perché avevano esposto bandiere palestinesi fuori dalle finestre dell’istituto. Gli studenti denunciano proprio questo «doppio standard» nella applicazione delle regole e nell’uso della repressione nei confronti di chi si espone per la Palestina e di chi manifesta sostegno a Israele.

Come le grandi aziende USA aiutano il governo nei rastrellamenti dei migranti

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Non sono più soltanto muri, barriere e pattuglie a segnare la frontiera. Oggi il rastrellamento dei migranti passa anche da algoritmi, piattaforme social e sistemi automatici di moderazione. Nella nuova stagione delle politiche migratorie statunitensi, l’amministrazione Trump può contare sull’appoggio diretto delle grandi aziende tecnologiche: Palantir fornisce all’ICE l’infrastruttura digitale che indica dove andare e chi cercare; Meta oscura siti e contenuti critici verso l’agenzia federale; TikTok e altre piattaforme limitano la circolazione di video e campagne di denuncia. La repressione n...

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