domenica 11 Gennaio 2026
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Patagonia in fiamme: territori devastati ed evacuazioni di turisti e abitanti

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Patagonia incendio

Dalla fine di dicembre vasti incendi boschivi stanno colpendo l’area andina del sud dell’Argentina, in Patagonia, costringendo migliaia di persone all’evacuazione e distruggendo abitazioni, infrastrutture e foreste. La zona più colpita è quella di Epuyen, nella provincia di Chubut dove le fiamme, alimentate da temperature elevate, siccità prolungata e forti venti, hanno raggiunto in poche ore zone le zone abitate, sorprendendo residenti e turisti e rendendo necessario l’intervento delle brigate antincendio e dell’esercito.

Secondo le autorità locali, il rogo che ha colpito Epuyén è uno dei più gravi registrati negli ultimi anni. Le operazioni di spegnimento sono rese difficili dalle condizioni climatiche estreme e dalla vastità dell’area interessata. Un’emergenza che si inserisce in una stagione segnata da incendi sempre più frequenti e intensi, sullo sfondo di una crisi climatica che colpisce duramente i territori del sud dell’Argentina.

Il panorama è apocalittico, con colonne di fumo che si alzano da entrambi i lati del monte Cerro Pirque e una costante pioggia di cenere, mentre le fiamme hanno già devastato più di 6500 ettari di territorio. Secondo i media locali l’incendio ha riguadagnato forza ieri pomeriggio, quando i forti venti hanno alimentato il fuoco spingendolo sul versante orientale della montagna, verso la Route 40, una delle arterie stradali più importanti dell’Argentina che, nel tratto che passa da Epuyén, svolge una funzione chiave di collegamentodella Patagonia andina. Sono diverse le testimonianze di persone costrette a fuggire, mentre l’incendio dalla Route 40 si spostava verso Coihue Hill, tra la laguna di El Plesiosaurio e il ranch Las Mercedes.

Abel Nievas, Segretario delle Foreste della provincia di Chubut, ha raccontato a La Nacion che: “La situazione è complessa; l’incendio è estremamente attivo. Stiamo cercando di contenere le fiamme che avanzano lungo il fianco sinistro, nella zona di Pedregoso. Abbiamo tentato di evacuare tutti dalla zona e l’incendio l’ha attraversata. Probabilmente diverse case saranno colpite”. E poi racconta che: “Abbiamo anche due grandi fronti di incendio: uno vicino a El Monasterio, il fianco destro dell’incendio, sopra il lago Epuyén, che minaccerà l’area intorno a Puerto Bonito. E poi un altro fronte che brucia attraverso il ranch di Leleque, che sta avanzando rapidamente verso sud-est. Stiamo lavorando lì con macchinari pesanti, cercando di contenere quel fianco”. Nel frattempo Ignacio Torres, governatore di Chubut, ha ordinato l’evacuazione di oltre 3mila turisti e lanciato un appello: “Dobbiamo fare di tutto per proteggere la Cordigliera delle Ande e i suoi abitanti”.

Secondo Nievas: “La gente è piuttosto esausta. Ora stanno arrivando altri 75 vigili del fuoco da Córdoba ed Entre Ríos. Attualmente, circa 550 persone stanno lavorando per combattere l’incendio, tra vigili del fuoco e personale di supporto”. Per il Segretario delle foreste il problema principale: “È la siccità estrema; l’avevamo previsto. Sapevamo che la situazione era complessa, ma non immaginavamo che sarebbe stata così”. Le autorità hanno diramato avvisi spiegando che la città di Epuyén potrebbe dover essere presto evacuata se le fiamme dovessero raggiungere Puerto Bonito.

“Il problema che abbiamo oggi è l’enorme quantità di vegetazione disponibile per essere bruciata, che è sconcertante. La siccità è un fattore chiave. Faccio questo lavoro da quasi 35 anni, sono un vigile del fuoco da 40, ho dedicato tutta la mia vita al fuoco e non abbiamo mai vissuto una situazione simile”, ha dichiarato Nievas.

Malesia blocca l’accesso alla IA di Musk

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La Malesia ha bloccato l’accesso a Grok, il chatbot di intelligenza artificiale di Elon Musk. L’annuncio arriva in seguito a uno scandalo che ha coinvolto Grok e il social network X, ex Twitter, dopo che la piattaforma era stata utilizzata per generare immagini pedopornografiche. La Malesia è il secondo Paese a bloccare l’utilizzo di Grok, dopo l’Indonesia. In altri Paesi, come in Irlanda, organizzazioni per i diritti umani hanno invece accusato Grok di violare le leggi contro lo sfruttamento sessuale dei minori, chiedendo alla polizia di aprire un caso contro la piattaforma.

L’artigianato nel settore tessile italiano è in crisi

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La moda italiana è a corto di mani. Per quanto si pensi ad un sistema industrializzato ed ottimizzato da macchine e macchinari, il saper fare e la manualità sono ancora fondamentali per il sano funzionamento di questo settore. Eppure, l’artigianato ed ancor di più la figura dell’artigiano, non gode di ottima salute; anzi, sta pericolosamente scomparendo, creando un vuoto di conoscenze che rischiano di non passare mai alle nuove generazioni. Nel mondo della moda il divario tra professioni creative e quelle manuali è sempre più ampio, tanto che molti direttori artistici conoscono solo superficialmente il processo di realizzazione di un prodotto; una carenza grave che contribuisce ad accentuare l’abbandono dell’artigianato e il crescente distacco della moda da chi produce davvero i suoi prodotti. Ma la moda è fatta di oggetti tangibili, superfici, forme e modelli che devono essere studiati, capiti ed architettati in modo da stare in piedi, assolvere alla loro funzione e brillare di un’estetica propria. E, per fare questo, servono mani, abilità, prove ed errori che si maturano solo con anni di esperienza (non a caso tempi addietro in bottega si passavano almeno 7 anni).

Come spesso succede, l’origine dei problemi sta alla base, ovvero nel momento dell’orientamento e della formazione di chi, nel settore moda, vorrebbe proiettare il proprio futuro professionale. Le scuole, soprattutto quelle pubbliche e universitarie, offrono una formazione molto accurata a livello teorico ma spesso sono poco collegate al mondo produttivo reale. Questo implica una difficoltà di inserimento lavorativo, specie nei ruoli tecnici e artigianali. Le blasonate scuole private, dall’appeal internazionale, hanno un’offerta decisamente più ampia, ma basata fondamentalmente sul marketing, concentrandosi sui corsi che vendono meglio o offerte per le quali clienti (ovvero gli studenti) sono disposti a pagare di più. Supermercati di formazione, dove l’aspetto concreto e lo sviluppo del pensiero critico sono secondari rispetto all’immagine percepita dall’esterno. Inoltre, altro dettaglio non trascurabile, è la mancata corrispondenza tra l’offerta formativa e le reali esigenze delle aziende. 

«Il settore moda, infatti, necessita ogni anno di circa 9.000 profili tecnici specializzati, il sistema educativo italiano ne forma poco più di 2.000, lasciando scoperto un fabbisogno di circa 7.000 lavoratori all’anno. Circa il 47,5% delle aziende del comparto riscontra problemi nel soddisfare le proprie esigenze di assunzione.  I mestieri con maggiore carenza, riporta Confindustria moda, sono i tecnici specializzati, i sarti e gli artigiani, gli operai tessili, gli addetti alla manovia, i tecnici del controllo qualità, i macchinisti e gli addetti alla pelletteria».

E questo si ricollega ad un altro problema, quello della comunicazione. Nel racconto fashion, dove i direttori creativi sono trattati al pari di guru e dove l’attenzione mediatica va all’immagine ma non alla sostanza, tutti aspirano alle luci della ribalta, all’olimpo dei privilegiati, al posto in prima fila. Essere colui o colei che dà forma a quello che sfila in passerella è decisamente poco accattivante (e chi vuole essere invisibile al giorno d’oggi?). 

Così l’artigianato muore e la moda con lui, soprattutto nel comparto del lusso (ma non solo). Ecco perché molte aziende, piuttosto che scavarsi la fossa da sole, sono corse ai ripari, fondando le proprie “Academy” interne dove tramandare il sapere di maestri artigiani alle nuove generazioni. Nel 2001 la napoletana Kiton, ha fondato la propria scuola di alta sartoria affidandosi all’esperienza di ex-sarti in pensione per formare nuove leve in un percorso di tre anni, al quale seguiva l’inserimento in azienda. Lo scorso anno ha compiuto 25 anni la Prada Group Academy: pensata come scuola pionieristica di Arti e Mestieri, nel corso di questi anni ha attivato 29 percorsi formativi con oltre 570 studenti di diverse nazionalità e solo nel 2024 circa 120 giovani sono stati formati e più di 80 sono entrati stabilmente in azienda. Un modo per tramandare saperi e formare personale qualificato da inserire nel proprio organico; ma anche per investire nell’artigianalità riconoscendone il valore profondo e fondamentale. Bottega Veneta, Gucci, Tod’s e Fendi hanno seguito le impronte, con percorsi prettamente pratici volti a tutelare il know-how artigianale del Made in Italy, contrastando la sparizione di competenze e rifornendo le aziende di artigiani altamente specializzati. 

Senza queste persone la moda sarebbe una campagna pubblicitaria vuota; un mero esercizio di comunicazione senza alcuna sostanza. Dopotutto l’artigiano è colui che è in grado di trasformare un’idea creativa in un oggetto concreto. Che la chiave del rilancio del settore risieda proprio in questa presa di coscienza?

L’usura del clima: il nuovo volto del neocolonialismo finanziario

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Mentre il Nord globale celebra la "svolta verde", le nazioni del Sud affogano in un debito gonfiato artificialmente dal rischio ambientale. Non è solo un’ingiustizia meteorologica, è un calcolo matematico. Il Trade and Development Report 2025 dell’UNCTAD ha formalizzato quello che per anni è rimasto nell'ombra: il Climate Risk Premium. Ogni anno, i Paesi in via di sviluppo pagano circa 20 miliardi di dollari di interessi extra sui propri debiti sovrani solo perché sono geograficamente esposti a eventi estremi. Questa non è finanza prudenziale: è una tassa sulla sventura. Dopo i deludenti esiti...

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Siria, le forze curde lasciano Aleppo

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I combattenti delle Forze Democratiche Siriane (SDF) a guida curda stanno lasciando la città di Aleppo. L’abbandono della città arriva in seguito a un accordo di cessate il fuoco siglato per consentire l’evacuazione dei civili, dei feriti e delle salme dei morti; a dare la notizia dell’accordo è il comandante delle SDF Mazloum Abdi, che ha menzionato una «mediazione con i partner internazionali». La partenza segna la rimozione delle forze curde dai quartieri della città, sotto controllo curdo delle SDF da circa quindici anni; i curdi continuano a detenere il controllo di una ampia zona nell’area nordorientale del Paese.

Proteste in Iran, Trump: “pronti ad aiutare i manifestanti”, Pasdaran in stato di allerta

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Le proteste in Iran continuano a salire di intensità. Da ormai settimane, il popolo iraniano si è sollevato per contestare l’aumento dei prezzi e il crollo del rial – la moneta locale – allargando nei giorni le manifestazioni a quello che sembra un più ampio moto anti-governativo. La rete internet nel Paese rimane quasi totalmente inaccessibile, e le notizie arrivano da media internazionali, ONG e da qualche video che riesce a uscire nonostante il blocco. Secondo un bilancio di un gruppo umanitario, sarebbero state uccise oltre 100 persone, e in diversi casi le forze di sicurezza iraniane avrebbero utilizzato armi da fuoco contro i manifestanti. Intanto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua a gettare benzina sul fuoco, affermando di essere «pronto a intervenire» in aiuto della popolazione, mentre l’esercito e le Guardie Rivoluzionarie (pasdaran) puntano il dito contro USA e Israele, affermando che le violenze sarebbero state orchestrate dai propri nemici.

È difficile sapere cosa stia esattamente succedendo in Iran. Da ormai tre giorni, la rete internet è praticamente assente in tutto il Paese, e nonostante una piccola ripresa, riescono a emergere poche testimonianze dirette. Diversi video verificati da testate internazionali mostrano strade incendiate e folti cortei sfilare per le città del Paese; altrettante testimonianze raccolte dai media dimostrerebbero l’uso della violenza da parte delle forze di sicurezza iraniane per reprimere il dissenso. Secondo alcune ricostruzioni apparse su media indipendenti, inoltre, il Paese avrebbe schierato anche le Guardie Rivoluzionarie per sedare le rivolte. A essere certo e confermato dai media ufficiali è che le manifestazioni hanno toccato tutti i maggiori centri del Paese, tra cui Teheran, Shiraz e Isfahan, e che siano state particolarmente partecipate; secondo la ONG Iran Human Rights (IHRNGO) – con sede a Oslo, in Norvegia –  le proteste avrebbero ormai raggiunto tutte le province e 111 città. Il bilancio delle vittime resta invece ancora incerto; la stessa IHRNGO parla di almeno 51 morti e oltre 2.000 arresti, Amnesty e Human Rights Watch (HRW) sono ferme al 3 gennaio e riportano di 28 persone uccise, mentre Human Rights Activists News Agency (HRNA), agenzia di stampa delle ONG iraniane, parla di 116 morti e oltre 2.600 arresti con proteste in 185 città.

Le autorità iraniane riconoscono la legittimità delle proteste per il caro prezzi, ma attribuiscono i disordini a USA e Israele; i pasdaran e l’esercito hanno affermato di essere pronti a «difendere la sicurezza nazionale» dalle ingerenze esterne e il portavoce del Parlamento avrebbe affermato che il Paese sarebbe pronto a rispondere in caso di attacchi esterni. Nei giorni scorsi, il presidente degli USA Trump ha affermato a più riprese di essere pronto a intervenire militarmente nel caso in cui il numero di manifestanti uccisi dovesse aumentare, e ieri ha rilasciato un post sul suo social Truth, in cui scrive che «gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare»; sempre dagli USA, Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo scià, ha rilasciato dichiarazioni in sostegno alle proteste, mentre nel Regno Unito, a Londra, un gruppo di manifestanti ha assaltato l’ambasciata iraniana, sostituendo la attuale bandiera del Paese con quella dello scià, precedente alla rivoluzione khomeinista.

Honduras, la presidente ordina il riconteggio dei voti

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La presidente uscente honduregna Xiomara Castro ha rilasciato un decreto in cui ordina il riconteggio delle elezioni presidenziali «voto per voto». Le elezioni in Honduras si sono tenute lo scorso 30 novembre, ma il vincitore, Nasry Asfura, è stato annunciato solo il 24 dicembre, dopo una serie di tensioni con i leader degli altri partiti, che lo accusavano di brogli e di avere permesso interferenze straniere; Asfura, supportato apertamente dal presidente degli USA Trump, si è imposto con il 40,3% delle preferenze, mentre il leader del Partito Liberale, Salvador Nasralla, è arrivato secondo con il 39,5% dei voti.

Referendum giustizia: nasce il comitato per il no

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Il 22 e 23 marzo si voterà per approvare in modo definitivo la riforma del governo Meloni sulla giustizia. Oggi è nato a Roma il comitato per il no, in presenza del segretario della CGIL Maurizio Landini affiancato dai leader dell’opposizione: Giuseppe Conte, Elly Schlein e il duo Fratoianni-Bonelli. Insieme hanno puntato il dito contro la riforma, accusata di essere il preludio al controllo della magistratura e di indebolire dunque il sistema costituzionale dei contropoteri.

Trump raduna le multinazionali del petrolio per spartirsi il Venezuela: c’è anche ENI

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L’attacco statunitense al Venezuela non è finito col rapimento del presidente Maduro e l’uccisione di oltre cento persone, ma si appresta ora a implementare la seconda fase, volta a mettere le mani sui ricchi giacimenti di petrolio del Paese. Con o senza il beneplacito del governo ora guidato dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez, si intende. Dopo aver rilasciato in un primo momento dichiarazioni forti contro Washington, Rodríguez ha aggiustato il tiro, aprendo alla collaborazione con gli Stati Uniti ed evitando, almeno per ora, l’escalation militare. Il presidente USA Donald Trump non la esclude e minaccia l’esecutivo di Caracas in caso di interferenze coi suoi piani sul petrolio venezuelano (sic!). Nel frattempo, il Tycoon ha iniziato a radunare le multinazionali del settore per spartirsi le riserve del Paese. Immancabili i colossi americani, come Exxon Mobil e Chevron, cui si è aggiunta in sordina anche l’italiana ENI.

«Le aziende americane avranno l’opportunità di ricostruire le infrastrutture energetiche obsolete del Venezuela e alla fine aumentare la produzione di petrolio a livelli mai visti prima», ha dichiarato Trump durante un incontro avuto venerdì alla Casa Bianca con 14 multinazionali del fossile. Presenti, tra gli altri, i rappresentanti di Exxon Mobil, ConocoPhillips, Chevron ed ENI, nella persona dell’amministratore delegato Claudio Descalzi, che ha commentato: «Abbiamo 500 persone nel Paese. Siamo pronti a investire e lavorare con le compagnie americane». A quanto pare, la fedeltà del governo Meloni, avamposto europeo dell’amministrazione Trump, potrebbe portare presto a maturazione i primi frutti con il coinvolgimenti di ENI — il cui azionista principale è il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) — nell’affair venezuelano.

In Venezuela Trump intende annullare 20 anni di nazionalizzazioni, iniziate col presidente Hugo Chávez. Per portare a termine il suo piano espropriatore, il presidente USA chiede un investimento complessivo di 100 miliardi di dollari alle aziende interessate. Ci si attende una competizione interna tra queste ultime, volta ad accaparrarsi le licenze per estrarre, raffinare e commerciare il petrolio venezuelano, traendone profitto. Interrogato sui dettagli della spartizione degli utili, Trump si è mostrato vago, dichiarando che l’idea è «dividere quei soldi tra Venezuela, Stati Uniti e multinazionali».

I colossi del settore provano a mascherare l’entusiasmo, forse nel tentativo di strappare uno sconto sull’investimento, adducendo motivazioni varie, a partire proprio dall’instabilità politica causata dall’aggressione militare della Casa Bianca. Trump, oltre a ribadire che saranno gli «Stati Uniti a decidere quali compagnie potranno lavorare in Venezuela», ha provato a rassicurarle, sfoggiando l’accordo stipulato coi leader ad interim del Paese, i quali avrebbero accettato di consegnare 50 milioni di barili di petrolio a Washington.

Al di là di ciò che decideranno Delcy Rodríguez e gli altri ministri del governo Maduro, gli attori interessati alle risorse del Paese latinoamericano non potranno escludere dall’equazione lo storico sentimento antimperialista del popolo venezuelano, valutando lo stato di salute della rivoluzione bolivariana iniziata da Chávez.

In Indonesia la corsa illegale all’oro sta devastando l’ambiente

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In Indonesia, nel cuore di Sumatra, è visibile il segno di una corsa all’oro che, spinta dall’impennata dei prezzi globali, sta lasciando dietro di sé una scia di distruzione ambientale, crisi sanitarie e conflitti sociali. L’aumento di quasi il 70% del prezzo internazionale dell’oro nell’ultimo anno ha infatti accelerato l’estrazione illegale in tutto il Paese, comprese aree di altissimo valore ecologico come le zone “cuscinetto” ad ulteriore protezione del Parco nazionale di Kerinci Seblat.

Caso emblematico quello della montagna Bukit Gajah Berani, già stravolta da minatori che hanno trasformato il paesaggio da un verde intenso a un marrone fangoso e spento. «Qui – racconta Aris Adrianto, responsabile forestale del vicino villaggio di Birun – i mezzi pesanti dei minatori illegali hanno aperto strade e scavi come se non avessero paura di nulla e senza che le denunce producessero interventi concreti». Il rilievo naturale in questione confina direttamente con il Parco nazionale di Kerinci Seblat, la più grande foresta pluviale primaria di Sumatra e ultimo grande habitat continuo della tigre di Sumatra, specie in pericolo critico di estinzione. Una devastazione che comunque non è un caso isolato. Un’analisi della piattaforma di telerilevamento Nusantara Atlas stima che tra il 2000 e la fine del 2023 l’attività mineraria abbia causato la perdita di circa 721.000 ettari di territorio in Indonesia, inclusi 150.000 ettari di foreste primarie. Circa un quinto di questa deforestazione è legata all’estrazione dell’oro. Accanto al disboscamento, emerge poi con forza la crisi ambientale legata al mercurio utilizzato per separare l’oro dal minerale grezzo. L’Indonesia, nonostante l’adesione alla Convenzione di Minamata – strumento globale legalmente vincolante per contrastare l’inquinamento da mercurio – resta uno dei maggiori produttori e consumatori mondiali di mercurio, e il settore dell’estrazione aurifera illegale rappresenta la principale fonte di emissioni. Stime recenti indicano che l’estrazione mineraria è responsabile del 69,7% delle emissioni complessive di mercurio nel Paese, pari a circa 338,5 tonnellate all’anno. Le conseguenze sono documentate nei fiumi, nei campi e nei villaggi. Studi condotti in diverse regioni colpite dall’estrazione illegale hanno rilevato concentrazioni di mercurio nei pesci ben superiori al limite di sicurezza dell’Organizzazione mondiale della sanità di 0,5 milligrammi per chilogrammo. Una ricerca pubblicata nel 2025 nel distretto di Sukabumi, a sud di Giacarta, ha ad esempio riscontrato contaminazioni di mercurio in manioca, suolo e acqua a livelli multipli rispetto alle soglie considerate sicure per l’uomo.

Gli effetti indiretti non sono meno gravi. In un’area mineraria della provincia di Gorontalo, i casi di malaria sono passati da 32 nel 2022 a 815 nel 2023, un aumento attribuito alla proliferazione di pozze d’acqua stagnante create dagli scavi. Nel distretto di Merangin, sempre a Sumatra, l’estrazione illegale ha danneggiato 3.920 ettari di risaie nel 2022, contribuendo a un crollo della produzione di riso da 386.413 tonnellate nel 2020 a 275.950 tonnellate nel 2023. Nello stesso distretto, già un decennio fa, le autorità locali stimavano che l’estrazione mineraria illegale danneggiasse ogni anno 12.000 ettari di terre comunitarie. Nel 2022, il governo ha tentato di arginare il fenomeno aprendo un percorso per consentire alle miniere comunitarie illegali operanti in oltre 7.000 ettari di ottenere uno status formale. Ad oggi, tuttavia, non risultano comunità che abbiano ricevuto un permesso di estrazione comunitaria, ha dichiarato Feri Irawan, direttore dell’organizzazione non profit Assosiasi Hijau, aggiungendo che «la realtà è che l’area è sfruttata da minatori illegali» e che il concetto di estrazione comunitaria «esiste solo sulla carta». Sul piano politico, il paradosso è evidente. L’Indonesia dispone di regolamenti severi e di un piano nazionale che fissava al 2025 l’eliminazione del mercurio dall’estrazione aurifera illegale, ma, come ha ammesso Ratih Andrawina Suminar dell’ufficio del procuratore generale della provincia di Banten, «l’attuazione è frammentata e le agenzie operano senza coordinamento». Mentre i pochi sequestri di oro illegale, come quello da 1,7 chilogrammi avvenuto nel settembre 2025 sulla strada Bangko–Kerinci, evidenziano un traffico ben organizzato che collega le foreste più remote ai mercati urbani.

Per le comunità locali, peraltro vittime di una violenza crescente, il bilancio è amaro. Oltre alla sempre maggiore difficoltà di sostenersi con i prodotti della foresta – secondo diverse organizzazioni della società civile – l’erosione dei suoli e la perdita di capacità di drenaggio potrebbero aggravare le inondazioni, contribuendo tra gli altri agli effetti letali del ciclone Senyar, che ha causato almeno 1.154 vittime nel novembre scorso. La corsa all’oro, alimentata dai mercati globali, sta così trasformando una ricchezza naturale in un’eredità tossica che sta condannando l’Indonesia a pagare per generazioni un prezzo ambientale, sanitario ed economico altissimo.