sabato 7 Marzo 2026
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Il fronte delle immagini IA: come Iran e Occidente lottano per il monopolio della “verità”

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Negli ultimi giorni, hanno iniziato a circolare fotografie di missili balistici che solcano i cieli  di Tel Aviv, pubblicate da pagine di propaganda filo-iraniane. L’obiettivo era  dimostrare che i tanto decantati sistemi di difesa israeliani non sono poi la muraglia  invalicabile che si vuole far credere. Queste immagini sono risultate successivamente generate dall’intelligenza artificiale. L’esperienza maturata con la guerra in Ucraina (il primo conflitto ampiamente documentato in tempo reale via social) ha mostrato quanto i tradizionali protocolli di  verifica fatichino a tenere il passo con la velocità della circolazione informativa. Nonostante la smentita, quelle immagini, in quanto simbolo, hanno prodotto comunque il  loro effetto psicologico, permettendo agli ambienti informativi filo-iraniani di assaporare  rappresentazione simbolica di una vendetta a lungo attesa. Quella che si va delineando è un nuovo fronte della guerra dell’informazione che mette in campo generatori di immagini false sulle sponde dei campi di battaglia.

Alla produzione di immagini artefatte – che pure esistono e vanno denunciate – ha fatto immediatamente seguito l’attivazione del meccanismo della smentita ufficiale. Esemplare, in questo senso, un contenuto della BBC che ha prontamente smascherato le immagini AI. 

Un servizio giornalisticamente ineccepibile, ma che ignora il contesto: la  BBC – e in particolare il suo World Service – è storicamente considerata uno strumento di  soft power britannico, finanziata per anni dal Foreign Office e tutt’oggi allineata con le  narrazioni occidentali e, su molti dossier, con Israele. Il fact-checking diventa così anche un atto politico: smascherare il falso iraniano significa, nel medesimo gesto, riaffermare la  superiorità informativa del proprio schieramento. In mezzo, una domanda sempre più urgente, ma che nessuno sembra volersi porre: chi decide, oggi, cos’è vero? E con quali strumenti, e soprattutto con quale autorità? 

La vicenda assume contorni paradossali se si analizza il ruolo giocato dagli stessi  strumenti di IA nella certificazione della notizia. Diverse immagini hanno superato il vaglio  di Grok, l’intelligenza artificiale integrata nella piattaforma X di Elon Musk, che le ha etichettate come reali. Un episodio che rivela una crepa fondamentale nell’architettura della verifica contemporanea: le IA, per quanto sofisticate, sono soggette a bias algoritmici e si rivelano insufficienti se usate da sole. La validazione richiede ancora  l’intervento umano, capace di andare oltre l’impressione visiva. Il fact-checking tradizionale si basa su analisi comparative: confronto tra diverse fonti, verifica della coerenza architettonica con le mappe satellitari e altri strumenti specifici per ogni situazione. In assenza di certezze, di fronte ad immagini che presentano i tipici difetti delle generazioni IA, la prassi migliore resta il beneficio del dubbio. 

Esistono poi diversi paradossi tecnologici. Alcune piattaforme hanno iniziato a sperimentare sistemi di tracciabilità come lo standard C2PA, che permette di incorporare metadati crittografici al momento della generazione dell’immagine. Si tratta però di tecnologie recenti, lungi dall’essere universali: la maggior parte delle piattaforme non è ancora attrezzata per leggerle, e si affida alle segnalazioni di fact-checker, un  processo più lento e fallibile. 

Il vero punto debole, però, è la fragilità del manufatto digitale. I metadati sono facilmente eliminabili: immagini e video che diventano virali subiscono screenshot, ricompressioni, passaggi su WhatsApp o Telegram, perdendo irrimediabilmente le informazioni di origine. Anche il sistema più avanzato si trova così di fronte a un’immagine muta, incapace di raccontare la propria provenienza. Ma questa stessa fragilità tecnica è anche ciò che permette la circolazione libera dell’informazione: se ogni foto fosse permanentemente tracciabile, sarebbe impossibile per un testimone oculare in una zona di conflitto condividere ciò che ha visto senza passare attraverso i filtri delle redazioni centralizzate. 

Questa ritrovata libertà, che restituisce pluralismo all’informazione, porta però con sé una  sfida: la frammentazione delle fonti rende oggi più difficile distinguere il reporter  indipendente dal propagandista. È il paradosso della democrazia informativa: più voci possono parlare, più è complesso orientarsi. Un prezzo da pagare, che ha come alternativa il ritorno censorio ai monopoli dell’informazione.

Il pericolo più concreto è che in tempi di escalation militari queste rappresentazioni finte  possano innescare reazioni reali da parte degli Stati. In uno scenario di tensione altissima,  dove i tempi di decisione si riducono a pochi minuti, un’immagine virale di un “attacco in  corso” potrebbe teoricamente influenzare i decisori politici o essere fraintesa dai sistemi di intelligence. Se un governo agisse sulla base di un falso credendolo vero, il confine tra simulacro e realtà verrebbe meno, con conseguenze incalcolabili. 

Quando Khamenei è stato ucciso, è diventata virale questa immagine che mostra il corpo della vecchia Guida Suprema iraniana sotto le macerie

Il problema etico sollevato da questi episodi, tuttavia, non nasce con l’avvento  dell’intelligenza artificiale, ma affonda le radici in una questione più profonda, di natura  epistemologica: come facciamo a sapere ciò che sappiamo? Chi è autorizzato a certificare la verità in un’epoca in cui la rappresentazione della realtà è divenuta tecnicamente indistinguibile dalla realtà stessa? 

L’Iran forma ogni anno centinaia di migliaia di laureati in discipline STEM, ma la macchina della delegittimazione occidentale resta più forte sul piano mediatico. Lo abbiamo già visto in passato: un meccanismo subdolo ed efficace, dove si prende un falso, lo si smaschera, e si estende il sospetto a tutto l’universo informativo dell’avversario.

Questa dinamica rivela il cuore del problema, che è anche strutturale: gli sviluppatori dei  sistemi automatizzati di tracciabilità e verifica delle immagini – dalla Content Authenticity  Initiative (CAI) di Adobe, passando per gli standard C2PA (coalizione che include Adobe,  Microsoft, Intel e la BBC) e strumenti come InVID (progetto finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del progetto Horizon) – così come i media che detengono successo e  riconoscimento internazionale, sono in stragrande maggioranza occidentali. Questo crea  uno scompenso epistemologico di partenza. Non esistono, al momento, sistemi di  tracciabilità sviluppati in paesi del Global South con pari diffusione e riconoscimento  internazionale. La certificazione della verità avviene quindi sempre e comunque attraverso  infrastrutture cognitive e tecnologiche che appartengono a una delle parti in conflitto. 

Le nuove tecnologie di verifica, se rimangono a disposizione esclusiva di chi detiene già l’egemonia culturale e tecnologica, rischiano così di diventare non strumenti di verità, ma armi di delegittimazione preventiva. Finché un post falso iraniano verrà smascherato da un apparato di fact-checking che vede la partecipazione attiva delle principali testate giornalistiche occidentali – non sempre semplici utilizzatrici, ma co-progettiste degli standard e delle tecnologie di verifica, mentre un post tendenzioso della controparte verrà ignorato, giustificato o semplicemente non sottoposto allo stesso vaglio, la “guerra delle immagini” rimarrà un conflitto a senso unico.  

La radice del problema resta quella di sempre: la verità non è mai stata solo una questione di fatti, ma di chi ha il potere di certificarla. Oggi, però, questo potere è  incorporato negli algoritmi, nei metadati, nei protocolli di autenticazione. E in questo nuovo campo di battaglia, vince chi riesce a stabilire non solo cosa è vero, ma chi è autorizzato a dirlo, e con quali strumenti.

La querela di Coldiretti contro un’attivista di Ultima Generazione è diventata un boomerang

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Dopo un braccio di ferro giudiziario durato due anni, la querela intentata da Coldiretti all’attivista di Ultima Generazione Miriam Falco è stata archiviata. Lo ha stabilito il giudice per le indagini preliminari (GIP) del Tribunale Ordinario di Roma, facendo crollare l’ipotesi del reato di diffamazione. L’intervento al programma televisivo Prima di domani con cui Miriam Falco ha accusato Coldiretti di concentrare nelle proprie mani i contributi europei erogati nell’ambito della crisi del settore ittico si è mosso nel perimetro del diritto di critica e di cronaca. «Sono andata in TV per raccontare onestamente come stanno le cose e sono contenta che sia stato riconosciuto», ha commentato l’attivista, aggiungendo: «Mi fa meno piacere che persone con molto potere e molti mezzi (e molto tempo libero?) si mettano a denunciare una semplice cittadina che li sta mettendo in discussione su questioni che riguardano tutte e tutti». 

Nel suo intervento, “Miriam Falco — scrive il gip romano — ha attribuito la crisi del settore ittico al fatto che gli operatori sarebbero costretti a vendere il loro prodotto alla grande distribuzione ad un prezzo non sufficiente a coprire i costi, nonché al fatto che i contributi europei sarebbero appannaggio di un’unica associazione, Coldiretti, e non sarebbero invece distribuiti agli operatori in difficoltà”. Ancora, si legge nel decreto di archiviazione: “il breve intervento dell’indagata deve essere letto come l’espressione sintetica dell’analisi di un problema e, cioè, che le piccole aziende, gli operatori non riuniti in consorzi e, in generale, tutte le realtà di piccole dimensioni, avevano avuto difficoltà ad accedere a misure di sostegno, a differenza degli operatori associati, ai quali era infine andata la gran parte dei contributi”. Era il 15 febbraio del 2024 e Miriam Falco, attivista di Ultima Generazione, muoveva “una critica lecita ed espressa in forme continenti” all’operato di Coldiretti. Di tutta risposta la maggiore organizzazione agricola in Italia, capace di contare più di 5mila associati, querelò per diffamazione l’attivista. 

Lunedì 2 marzo il giudice per le indagini preliminari (GIP) del Tribunale Ordinario di Roma ha posto fine a due anni di braccio di ferro giudiziario, archiviando la querela e ritenendo l’intervento di Miriam Falco espressione del diritto di cronaca e di critica. «Far passare la critica come calunnia è la nuova avanguardia del bavaglio?», si chiede l’attivista, commentando la sentenza di archiviazione. A farle eco è Ultima Generazione, definendo il caso un esempio di querela temeraria, «uno strumento del potere per reprimere il dissenso». Un fenomeno che spesso vede coinvolti giornalisti e attivisti, al centro di «un’azione legale infondata, presentata in malafede o con colpa grave, al solo scopo di intimidire o bloccare (SLAPP – Strategic Lawsuit Against Public Participation) il soggetto querelato». Anche concludendosi con un’archiviazione, la querela comporta spese e si traduce in una condizione di precarietà. Per questo motivo, nel 2024 il Parlamento europeo ha approvato la direttiva anti-SLAPP, che permette ai giudici di archiviare più rapidamente le cause manifestamente infondate, prevedendo anche delle sanzioni economiche per chi abusa del sistema giudiziario. L’Italia, che in Europa è maglia nera con 21 SLAPP (su 167) segnalate nel 2024, non ha ancora recepito l’atto.

DIRETTA – In Iran 1332 civili uccisi – L’ONU lancia l’allarme crisi umanitaria – Trump: “Vogliamo la capitolazione totale dell’Iran”

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Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica e lunedì, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio.


L’aviazione israeliana continua a prendere di mira Dahieh, periferia meridionale di Beirut. L’ultimo attacco ha raso al suo un intero condominio.


Almeno 20 scuole e 10 ospedali sono stati colpiti in Iran dalla coalizione israelo-americana. Lo mette nero su bianco l’UNICEF in un comunicato, sottolinenando come i danni alle strutture interrompano “l’accesso dei bambini all’istruzione e ai servizi sanitari essenziali”.


Hezbollah ha lanciato un nuovo attacco con droni verso una base militare nel Nord di Israele, in risposta ai bombardamenti e all’invasione via terra di Tel Aviv. Dalla mezzanotte sarebbero almeno 70 i razzi sparati dal gruppo sciita , stando alle dichiarazioni dell’esercito israeliano.


OMS e UNHCR hanno lanciato l’allarme sulla crisi umanitaria che si profila in Medio Oriente, soprattutto in Iran e Libano, dove cresce di ora in ora il bilancio di morti e sfollati. Al momento in Iran si contano 1332 civili uccisi (tra cui almeno 180 bambini) e 6mila feriti. Solo a Teheran sono state sfollate 100mila persone. Da lunedì a oggi, la coalizione israelo-americana ha ucciso 217 persone in Libano. Si aggiungono 798 feriti e 500mila evacuati soltanto da Beirut.

I contrattacchi iraniani hanno causato la morte di 37 persone: 10 in Israele, 13 in Iraq, 9 in Kuwait, 3 negli Emirati Arabi Uniti, 1 in Oman e 1 in Bahrein. Si aggiungono decine di feriti.


    Nuova ondata di attacchi in Medio Oriente. L’Iran avrebbe colpito una base USA in Kuwait e una nave nello Stretto di Hormuz, come riportato dalla Iranian Press TV.

    Nel frattempo le autorità qatariote hanno diramato una nuova allerta per una “grave minaccia” alla sicurezza, invitando la popolazione a non uscire di casa.


    «Non ci sarà nessun accordo con l’Iran se non la resa incondizionata», tuona Trump, che pretende di avere voce in capitolo nell’elezione della nuova Guida Suprema.

    Nel frattempo si registrano nuovi attacchi aerei della coalizione israelo-americana, sia a Teheran che a Beirut, dove è stata colpita un’area nei pressi dell’ambasciata iraniana.


    Shanaz Ibrahim Ahmed, politica curdo-irachena e moglie del presidente
    Abdul Latif Rashid, ha rilasciato una dichiarazione a nome dei curdi, dal titolo eloquente: «Lasciate in pace i curdi. Non siamo mercenari». Il riferimento è ai tentativi statunitensi di aizzare i curdi-iracheni contro l’Iran, in un’invasione via terra per conto di Washington.

    Shanaz Ibrahim Ahmed ricorda anche che, durante la Guerra del Golfo del 1991, gli Stati Uniti incitarono i curdi a ribellarsi al regime di Saddam Hussein, «per poi abbandonarli quando cambiarono le priorità». Schema riprodotto di recente in Siria.


    Il proseguimento della guerra in Medio Oriente potrebbe portare tutti gli esportatori di energia del Golfo a interrompere la produzione «entro poche settimane» e il prezzo del petrolio salirebbe di conseguenza a 150 dollari al barile. È lo scenario descritto dal ministro dell’Energia del Qatar Saad al-Kaabi in una intervista rilasciata al Financial Times, nella quale ha descritto lo scenario che si dipana come in grado di «provocare il crollo dell’economia mondiale».

    Anche se la guerra finisse immediatamente, ha spiegato, il Qatar impiegherebbe «da settimane a mesi» per tornare a un ciclo normale di consegne dopo gli attacchi dei droni iraniani ai suoi impianti di gas naturale liquefatto, che hanno già costretto la compagnia nazionale Qatar Energy a sospendere i contratti di esportazione in essere.


    L’esercito israeliano ha sferrato una nuova offensiva sulla periferia meridionale di Beirut, già colpita pesantemente nella notte, quando gli ordini di evacuazione hanno causato code chilometriche e bloccato il traffico.

    Bombardamenti ed esplosioni si registrano anche nel Sud del Paese, a pochi chilometri dal confine con Israele.


    A seguito dei viaggi di rientro organizzati nelle ultime ore, la Farnesina ha pubblicato un aggiornamento sugli italiani presenti in Medio Oriente.


    Hezbollah ha lanciato un messaggio ai residenti nel nord di Israele: «Siete invitati a evacuare tutti gli insediamenti situati entro un raggio di cinque chilometri dalla linea di confine». Il movimento sciita libanese ha anche affermato di aver effettuato degli attacchi missilistici nelle scorse ore.


    • Nuovi bombardamenti nella notte. L’asse israelo-americano ha colpito diverse città dell’Iran, a partire dalla capitale. Pesanti esplosioni si sono registrate nei pressi dell’Università di Teheran e in alcune aree residenziali. Raid israeliani anche nel Sud del Libano. Oltre a Beirut colpite le città di Kfar Roummane, Habbouch e Srifa. 
    • Dall’Iran è stata lanciata una nuova ondata di missili e droni verso Israele. Le IRGC dichiarano di aver usato per la prima volta il missile balistico Khorramshahr-4. contro l’Aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, interessato dalle esplosioni così come diverse altre parti della capitale. Secondo le informazioni diffuse da Teheran, il missile balistico presentato nel 2023 può avere una gittata fino a 2mila chilometri e trasportare una testata di oltre una tonnellata.
    • Bombe in Kuwait, dove gli Stati Uniti hanno ordinato l’evacuazione della propria ambasciata. L’Iran ha preso di mira anche l’Arabia Saudita e la base militare Prince Sultan. Riyad dichiara di aver intercettato 3 missili balistici. 
      Secondo un’inchiesta del New York Times sarebbe stato statunitense e non israeliano il bombardamento della scuola elementare a Minab, nell’Iran meridionale. L’attacco ha causato la morte di 165 bambine
    • L’Italia ha spostato a Baku, capitale dell’Azerbaigian, l’ambasciata di Teheran.

    In Libano 700.000 civili sono in fuga dai bombardamenti israeliani

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    Il conflitto che contrapporne l’Iran all’asse israelo-statunitense in Medio Oriente si è allargato ormai da lunedì scorso al Libano, dove è in corso una vera e propria emergenza umanitaria. Giovedì, infatti, l’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione forzata della periferia sud di Beirut, intimando a centinaia di migliaia di residenti di «salvare le proprie vite ed evacuare immediatamente le proprie case». Secondo il capo delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, «ciò solleva serie preoccupazioni ai sensi del diritto internazionale umanitario». L’emittente araba Al-Jazeera riferisce che mentre le precedenti minacce di evacuazione forzata si concentravano sul Libano meridionale, a sud del fiume Litani, questo rappresenta il primo ordine di evacuazione completa per le aree vicine alla capitale da quando sono riprese le ostilità. Il che significa che circa 700.000 persone – secondo i media locali – sono in fuga da Dahiyeh, la zona sud di Beirut, dopo l’ordine impartito da Israele. In un video pubblicato sui social media, il ministro delle finanze israeliano Bezalel Smotrich ha affermato che la periferia meridionale di Beirut «somiglierà presto a Khan Younis», la città nella Striscia di Gaza meridionale, rasa quasi completamente al suolo dopo oltre due anni di offensiva israeliana contro l’enclave palestinese. Il Ministero della Salute Pubblica del Libano ha riferito giovedì che il bilancio delle vittime si attesta al momento a quota 123, con 683 feriti da lunedì.

    La guerra sul fronte libanese si è riaccesa quando Hezbollah (il Partito di Dio) – l’organizzazione paramilitare sciita facente parte del cosiddetto “asse della resistenza” sostenuto dall’Iran – ha deciso di schierarsi apertamente con Teheran e di vendicare l’uccisione della Guida suprema iraniana Ali Khamenei. Il 2 marzo il gruppo ha dunque lanciato una raffica di razzi e droni verso il nord di Israele, affermando di agire per vendicare l’assassinio di Khamenei e gli attacchi quasi quotidiani di Israele contro il Libano. Israele ha risposto colpendo i sobborghi meridionali di Beirut con attacchi violenti e emettendo avvisi di evacuazione per più di 50 città, costringendo decine di migliaia di persone a lasciare le proprie case. Allo stesso tempo, il primo ministro del governo libanese, Nawaf Salam, ha annunciato il divieto delle attività militari e di sicurezza di Hezbollah: «Annunciamo il divieto delle attività militari di Hezbollah e ne limitiamo il ruolo alla sfera politica», ha dichiarato Salam in una conferenza stampa tenutasi lunedì. Secondo gli analisti locali, però, l’esercito non sarebbe entusiasta di entrare in conflitto col Partito di Dio, il che non fa altro che spaccare ulteriormente la società libanese.

    Dopo l’attacco di Hezbollah, non si è fatta attendere la feroce risposta di Israele, che ha innescato la ripresa aperta delle ostilità da quando era stato sottoscritto il cessate il fuoco nel novembre del 2024: oggi i media libanesi hanno reso noto che Israele ha lanciato attacchi aerei su diverse città nel Libano meridionale. «Gli aerei da guerra nemici hanno lanciato attacchi notturni sulle città di Srifa, Aita al-Shaab, Touline, as-Sawana e Majdal Selem», ha riferito l’agenzia di stampa ufficiale National News Agency (NNA). Secondo fonti sul campo, le forze israeliane hanno continuato ad attaccare anche il Libano meridionale con incursioni nella città più grande della zona, Sidone. L’NNA ha segnalato anche la presenza di aerei da guerra israeliani sulle città meridionali di Tiro e Bint Jbeil. Da parte sua, l’esercito israeliano ha dichiarato di aver condotto 26 serie di attacchi a Dahiyeh, la zona sud di Beirut considerata la roccaforte di Hezbollah. Afferma di aver colpito diverse infrastrutture utilizzate dall’organizzazione sciita, tra cui il quartier generale del Consiglio Esecutivo del gruppo e un magazzino con droni. Hezbollah, invece, ha rivendicato la responsabilità di un’ondata di attacchi sferrati venerdì mattina contro le forze di terra israeliane, comprese quelle entrate nel territorio libanese negli ultimi giorni. Dopo l’accordo del 2024 che ha sancito il cessate il fuoco, l’esercito israeliano avrebbe dovuto ritirarsi dai territori libanesi, ma ciò non è mai avvenuto e Tel Aviv ha mantenuto il controllo di cinque punti nel sud del paese rifiutando di abbandonarli.

    A pagare le conseguenze più alte del conflitto sono i civili: secondo la NNA, infatti, si è verificato un esodo di massa dalla periferia sud di Beirut che ha lasciato la zona «quasi vuota». Secondo diverse testimonianze dei residenti, la crisi umanitaria sta crescendo rapidamente: si vedono persone in cerca di rifugio ai lati delle strade, quasi a ogni angolo, e centinaia di famiglie hanno cercato riparo su una spiaggia di Beirut. Secondo alcune testimonianze raccolte da Al-Jazeera, non ci sono abbastanza scuole per dare rifugio alle centinaia di migliaia di persone che ieri sono state costrette ad abbandonare le loro case e le persone dicono «Non siamo animali, siamo esseri umani, i nostri figli hanno freddo». Intanto, oggi il capo delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, ha condannato gli ordini di evacuazione su larga scala emessi dall’esercito israeliano per il Libano meridionale e la periferia meridionale di Beirut. «Questi ordini di sfollamento generalizzati e massicci riguardano centinaia e migliaia di persone», ha detto Turk, aggiungendo che «Ciò solleva serie preoccupazioni ai sensi del diritto internazionale umanitario, in particolare per quanto riguarda le questioni relative ai trasferimenti forzati».

    Famiglia nel bosco, Garante: no alla separazione tra madre e figli

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    “Catherine è spesso ostile e squalificante, non si fida di nessuno e ciò influenza i bambini che a suo dire sono arrabbiati con tutti perché vogliono tornare a casa”. Così il Tribunale dei Minori dell’Aquila, tornato sulla questione della “famiglia nel bosco” per disporre la separazione tra la madre e i bambini che attualmente vivono in una casa famiglia. All’ordinanza si è opposta l’Autorità garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, Marina Terragni, chiedendo la sospensione del trasferimento. Si attendono sviluppi.

    La guerra scatenata dal Pentagono contro Anthropic non basta a renderla “buona”

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    Alla fine la minaccia si è concretizzata: Anthropic, la potente azienda di intelligenza artificiale nota per il modello Claude, è stata inserita dal Dipartimento della Guerra statunitense nella lista dei rischi per la catena di fornitura, una classificazione finora riservata esclusivamente a società straniere considerate vicine a governi ostili. La vicenda, però, è solo all’inizio: Anthropic ha già annunciato ricorso, mentre tutt’attorno cresce un più ampio movimento di critica verso l’impiego bellico dell’intelligenza artificiale.

    La designazione di Anthropic come elemento di rischio era ormai nell’aria da giorni, quindi è stata formalizzata ieri, 5 marzo, con un comunicato asciutto diffuso dal Pentagono. “Sin dall’inizio si è trattato di una questione di principio: l’esercito deve poter utilizzare la tecnologia per tutti gli scopi previsti dalla legge”, si legge nella nota. “Non permetteremo a un fornitore di inserirsi nella catena di comando limitando l’uso legittimo di una risorsa critica e mettendo a rischio la sicurezza dei nostri militari”. L’azienda ha replicato contestando la legittimità della classificazione, definendola contraria ai valori americani e un’ingerenza governativa senza precedenti nel settore privato. Anthropic sostiene che la misura sia priva di fondamento giuridico e ha annunciato l’intenzione di avviare una battaglia legale per ottenerne l’annullamento.

    A ridosso delle elezioni statunitensi di metà mandato, lo scontro tra l’azienda e le istituzioni ha assunto una dimensione apertamente politica e commerciale, ma anche da soap opera stracolma di colpi di scena. Ufficialmente, i rapporti si sarebbero incrinati perché il CEO di Anthropic, Dario Amodei, si sarebbe opposto all’impiego dell’intelligenza artificiale in sistemi d’arma autonomi e in programmi di sorveglianza di massa rivolti alla popolazione statunitense. Si è così consolidata una narrazione da “Davide contro Golia”, in cui un’azienda presentata come “brava” si opporrebbe agli abusi di un’amministrazione bellicosa e disinvolta rispetto ai vincoli di legge, nazionali e internazionali. Ma sarebbe fuorviante dipingere Dario Amodei come un pacifista integerrimo: al di là del fatto che le sue preoccupazioni sulla sorveglianza riguardano esclusivamente i cittadini fasciati in una bandiera a stelle e strisce, il dirigente non ha mai nascosto di essere ben felice di fare affari con il Dipartimento della Guerra, un orientamento che ribadisce a ogni occasione possibile.

    Anthropic ha molte più affinità che divergenze con il Dipartimento della Guerra”, si legge nel comunicato diffuso dall’azienda dopo la designazione come rischio per la supply chain. “Siamo orgogliosi del lavoro svolto finora a supporto dei militari in prima linea, fornendo strumenti per l’analisi d’intelligence, modelli di simulazione, pianificazione operativa, operazioni cyber e altro ancora”. Anthropic è giá legata da diversi anni al Pentagono: nel 2024 ha firmato un contratto militare per mettere le proprie tecnologie a disposizione di Palantir, la controversa società di analisi dei dati, mentre più di recente il modello Claude sarebbe stato impiegato per contribuire all’organizzazione dell’attacco statunitense contro l’Iran.

    Complice il fatto che Anthropic si sia sempre presentata come l’alternativa “etica” a OpenAI, una vasta parte del pubblico ha frainteso le reticenze di Amodei come un gesto di coraggioso posizionamento politico. Un’impressione rafforzata dal comportamento di Sam Altman, CEO di OpenAI, il quale si è invece mostrato più che disponibile ad assecondare le pretese dell’esercito, arrivando poi a difendere pubblicamente la sua posizione con una disastrosa intervista in cui ha tentato di screditare Amodei. La reazione dell’opinione pubblica è stata immediata: l’app di Claude ha superato ChatGPT per numero di download e gruppi di manifestanti hanno organizzato proteste davanti agli uffici di OpenAI. 

    Commissione anti-fake news: al Senato nasce l’organismo che vuole “difendere la verità”

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    Monitorare e contrastare la manipolazione delle notizie e la disinformazione online, che «costituiscono strumenti primari della cosiddetta guerra ibrida condotta da soggetti esteri». È con questo obbiettivo che il Senato ha dato il via libera alla nascita di una commissione parlamentare d’inchiesta sulla diffusione delle fake news. Un organismo che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe analizzare e contrastare il fenomeno delle campagne informative manipolate che circolano in rete e sui social media. La votazione, avvenuta a Palazzo Madama, ha registrato un ampio consenso tra le forze politiche, con l’unica astensione del Movimento 5 Stelle.

    Come tutte le commissioni d’inchiesta previste dall’articolo 82 della Costituzione, potrà svolgere attività di indagine con poteri analoghi a quelli dell’autorità giudiziaria per quanto riguarda l’acquisizione di documenti e l’audizione di testimoni ed esperti. Il suo mandato sarà quello di analizzare la diffusione intenzionale e coordinata di informazioni false o manipolate, con particolare attenzione al ruolo delle piattaforme digitali e dei social network. Tra i temi che potrebbero essere affrontati figurano le campagne di disinformazione organizzata, i deepfake, le operazioni di influenza online e le possibili interferenze informative nel dibattito pubblico, come ha spiegato Raffaella Paita, senatrice di Italia Viva e prima proponente della commissione (che aveva provato a lanciare già nel 2020). L’obiettivo dichiarato dai promotori è comprendere meglio come si sviluppano e si diffondono le campagne di manipolazione informativa e valutare eventuali strumenti normativi o regolatori per limitarne l’impatto. In questo senso, la commissione avrà soprattutto una funzione conoscitiva: raccogliere dati, ascoltare specialisti del settore, studiosi, giornalisti e rappresentanti delle piattaforme digitali.

    La proposta è stata approvata con un consenso molto ampio a Palazzo Madama. La maggior parte delle forze politiche ha sostenuto l’istituzione della commissione, mentre il Movimento 5 Stelle ha scelto di astenersi, esprimendo dubbi sull’opportunità di creare un organismo parlamentare dedicato a valutare la qualità dell’informazione. Secondo diversi parlamentari intervenuti nel dibattito, la diffusione massiccia di contenuti falsi o manipolati rappresenterebbe una delle nuove sfide per le democrazie contemporanee. Negli ultimi anni, la disinformazione online è diventata un tema centrale nel dibattito pubblico europeo e, in questo contesto più ampio, anche le istituzioni stanno cercando nuovi strumenti per comprendere e contrastare i fenomeni di manipolazione informativa che si sviluppano nello spazio digitale.

    Nonostante il consenso parlamentare, la nascita della Commissione sulle fake news non è priva di zone d’ombra e di criticità. Il rischio, evidenziato da diversi osservatori, è che il concetto di “disinformazione” possa trasformarsi in una categoria ambigua e potenzialmente elastica. Chi stabilisce che cosa sia davvero una fake news? E, soprattutto, fino a che punto un organismo politico può intervenire nel campo dell’informazione senza scivolare in una forma, anche indiretta, di controllo del discorso pubblico? Sono domande tutt’altro che secondarie. La storia recente mostra come l’etichetta di “disinformazione” venga spesso utilizzata nel confronto politico e mediatico per boicottare o addirittura censurare le voci divergenti.

    Quando un organismo parlamentare si arroga il compito di indagare la veridicità delle informazioni che circolano nello spazio pubblico, il pericolo è che il confine tra analisi del fenomeno e controllo del discorso pubblico diventi estremamente sottile. In un contesto già segnato da polarizzazione, sfiducia verso i media e crescente conflitto narrativo, l’etichetta di “disinformazione” o l’appello a concetti vaghi come quello di “guerra ibrida” possono facilmente trasformarsi in uno strumento politico per delegittimare le posizioni non allineate al consenso dominante. Il vero nodo è che dietro la retorica della lotta alle fake news potrebbe prendere forma l’ennesimo organismo chiamato a stabilire cosa sia accettabile dire e cosa no. Con il rischio concreto che, sotto il vessillo della tutela della verità, si finisca per legittimare nuove forme di vigilanza politica sull’informazione e sul pluralismo delle opinioni.

    Frontaliers Sabotage: la commedia sui frontalieri italiani che batte Hollywood al botteghino

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    frontaliers sabotage film frontalieri

    «Qui si parla itagliano». Bastano quattro parole – diventate un tormentone oltreconfine – per capire perché Frontaliers funzioni oltre ogni previsione: prende un pezzo di quotidiano (la dogana, i frontalieri, le incomprensioni linguistiche) e lo trasforma in epopea pop, con la serietà solo apparente di chi sa che, a volte, la frontiera più dura da attraversare è quella tra due modi di vivere. Oggi quell’epopea ha un nuovo capitolo: Frontaliers Sabotage, uscito nelle sale ticinesi il 1° gennaio 2026. E la storia del suo “miracolo” al botteghino ha già il sapore della leggenda locale: durante le festività, in Canton Ticino, il film, con oltre quindicimila spettatori nelle sale è riuscito a reggere il confronto con colossi (nelle cronache si parla perfino di una convivenza “da pari a pari” con Avatar), in un momento in cui l’attenzione del pubblico è normalmente risucchiata dalle major.

    Per capire come ci siano arrivati Roberto Bussenghi e Loris J. Bernasconi – il frontaliere e il doganiere protagonisti – bisogna tornare indietro. Frontaliers nasce nel 2007 come show radiofonico della RSI e poi esplode in video, costruendo un immaginario fatto di dialetto, rigore svizzero e furbizia italiana, con l’“itagliano” come lingua franca della frontiera. Molte battute si basano infatti sulle incomprensioni linguistiche tra gli italiani che si recano in Svizzera e i ticinesi che utilizzano termini tutti loro. Un esempio su tutti sono i “bilux”, i fanali della macchina in ticinese, da cui nasce la frase cult con cui il doganiere accoglie il frontaliere: “Biluxa a fare, lei?”, chiede, dopo che l’automobilista aveva “sfanalato” arrivando ai controlli.

    Il passaggio al cinema arriva con Frontaliers Disaster (2017): il regista Alberto Meroni, in un’intervista, ricorda un’accoglienza da numeri importanti – oltre 35mila spettatori e quasi mille proiezioni – che rendeva quasi inevitabile un seguito, anche se, tra pandemia e scrittura, ci sono voluti otto anni.

    Il nuovo capitolo cinematografico riparte alzando l’asticella: non più solo dogana e ufficio, ma addirittura un complotto contro l’identità svizzera. L’innesco è da commedia d’azione: un sabotaggio colpisce una fabbrica di cioccolato a Giubiasco, alterando il gusto di uno dei simboli nazionali. La risposta? Una task force segreta reclutata in tutto il Paese, addestrata in ambienti militari. E naturalmente, nel meccanismo perfetto, entra “di straforo” Bussenghi a scompaginare piani, procedure e autocontrollo elvetico: la ricetta del film dell’esordio, insomma, ma con più inseguimenti e la stessa capacità di far ridere sulle frizioni reali tra due mondi che si sfiorano ogni mattina.

    A rendere l’operazione ancora più “transfrontaliera” è il cast. Oltre ai volti storici, il film ospita nomi noti anche per il pubblico italiano: Enzo Iacchetti interpreta il primo ministro italiano (una comparsata lampo), mentre Giovanni Cacioppo veste i panni del presunto “mandante” Tonino Cioccoviello.

    I numeri, nel frattempo, parlano da soli. La RSI ha raccontato che, nel weekend d’apertura, il film è entrato nella top ten nazionale (pur essendo proiettato inizialmente solo in Ticino), con un incasso di oltre 50mila franchi. E nel racconto del box office cantonale, mentre Checco Zalone guidava la classifica, Frontaliers Sabotage si è attestato al secondo posto in un periodo affollato di titoli forti, Avatar incluso.

    La seconda parte dell’epopea, adesso, è quella italiana. Il film è sbarcato da poco sulla “striscia di confine” e una delle prime tappe è stata Varese, con proiezioni-evento sold out e incontro con cast e regista. Una commedia nata da un’esperienza geografica ultra-specifica (la frontiera italo-svizzera) riesce a diventare racconto condiviso anche al di qua, perché parla di un confine che molti conoscono – o che, almeno, intuiscono – e lo fa con la leggerezza giusta.

    Un successo che si inserisce in una tradizione comica che in Italia ha già raccontato con ironia la vita di frontiera tra Lombardia e Svizzera. Molti ricorderanno gli sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo, diventati celebri tra gli anni Novanta e Duemila, ambientati proprio sul confine con personaggi, come il signor Rezzonico, il poliziotto svizzero Hüber, inflessibile custode dell’ordine elvetico e lo stilista milanese Fausto Gervasoni, caricatura irresistibile dell’italiano eccentrico. Il motore della comicità era lo stesso: lo scontro tra due mondi vicinissimi ma pieni di differenze, dove bastano un accento, una regola o un malinteso per far nascere una scena memorabile.

    Ed è forse proprio qui che sta il segreto del successo. Non sono supereroi, non salvano il mondo e non hanno effetti speciali da blockbuster. Raccontano semplicemente la vita di frontiera, quella fatta di dogane, accenti, piccole diffidenze e grandi abitudini condivise. Un microcosmo che, tra una gag e l’altra, finisce per parlare a molti più spettatori di quanto ci si aspetterebbe. Perché, in fondo, tra Italia e Svizzera il confine fisico e mentale è reale, ma forse può bastare una battuta ben riuscita per attraversarlo.

    A Dubai la realtà è piuttosto diversa da come la raccontano gli influencer

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    Per decenni, Dubai è stata commercializzata come un’utopia post-geografica: un hub globale di lusso, finanza e sicurezza assoluta, immune dalle turbolenze del Medio Oriente. Tuttavia, l’escalation tra l’asse Stati Uniti-Israele e l’Iran ha squarciato il velo. La ritorsione di Teheran contro i Paesi del Golfo che ospitano basi statunitensi ha trasformato lo skyline di Dubai in un teatro di guerra. Mentre la narrativa ufficiale e il comparto di media e influencer tentano di mantenere intatta l’immagine del “brand Dubai”, i dati satellitari e le testimonianze dirette raccontano una realtà di infrastrutture colpite e vulnerabilità sistemica.

    L’attacco iraniano è una risposta strategica alla dottrina di difesa (e attacco) integrata promossa dagli USA nella regione. Secondo il report dell’International Institute for Strategic Studies (IISS), l’uso del territorio emiratino per operazioni di sorveglianza e rifornimento degli F-35 statunitensi ha reso Dubai e Abu Dhabi bersagli primari. La base aerea di Al Dhafra, situata a sud della capitale ma vitale per la protezione di Dubai, è stata oggetto di uno sciame di droni Shahed-238 e missili ipersonici che hanno saturato i sistemi di difesa THAAD e Patriot.

    I media del Golfo, come Al-Arabiya Baharein News Agency, riportano, fin qui, il lancio di circa 189 missili e oltre 900 droni iraniani contro obiettivi negli Emirati Arabi Uniti. Sebbene l’efficacia dell’intercettazione sia stata dichiarata prossima al 90% dalle fonti governative emiratine, danni significativi sono stati registrati nell’area logistica del porto di Jebel Ali così come al Terminal 3 dell’Aeroporto Internazionale di Dubai (DXB), uno degli scali più trafficati al mondo, e di cui ci sono diversi video circolati su internet. Anche un data center di Amazon è stato attaccato, come comunicato dalla stessa azienda USA e riportato da Reuters e BBC. Inoltre, diversi video mostrano droni e missili colpire edifici legati al lusso e al turismo, sui cui Dubai sostanzialmente vive. L’hotel Burj Al Arab e l’hotel Fairmont The Palm sono tra gli edifici colpiti.

    E qui arriviamo al contrasto più stridente che si osserva nel campo dell’informazione digitale. Molti influencer minimizzano e tessono le lodi del Paese mentre alcuni spaventati, insieme ai “normali cittadini”, che raccontano quello che stanno vivendo, o hanno vissuto, in stato di guerra. Il racconto del panico e della distruzione emerge dalle testimonianze dei cittadini stranieri bloccati nel teatro di guerra o riusciti a rientrare in patria. In Italia, le testimonianze raccolte dai media mainstream, parlano di attacchi ad hotel – come gli hotel citati precedentemente – e delle ambulanze che corrono per portare via i feriti. E raccontano il panico e la paura nel vedere quelle scene, così come nel sentire incessanti boati accompagnati dal sussulto della terra sotto ai piedi. Le stesse testimonianze le si possono ascoltare da parte di persone di altre nazioni da tutto il mondo.

    Poi c’è l’altra faccia della medaglia, gli influencer. Dubai ospita una delle più alte concentrazioni pro-capite di influencer al mondo. In questo momento, molti evitano di parlare perché ciò implicherebbe dover anche solo accennare ad argomenti politici, il che può fare perdere follower o esporre ad attacchi nei commenti. Molti sono poi vincolati da contratti con marchi e aziende che li pagano per promuovere il loro brand, e la narrazione del marketing deve trasmettere sicurezza non paura. Inoltre, diversi di questi influencer vivono stabilmente a Dubai, che si occupino di business locali, che siano “fuffaguru” o semplici trasmettitori delle aziende che sponsorizzano. E devono sottostare alle leggi degli Emirati. Anzitutto tutti i creator sono soggetti a una rigida regolamentazione da parte del National Media Council (NMC). A partire dal 1° febbraio 2026, è entrata in vigore una nuova regolamentazione (basata sulla Legge Federale sui Media n. 55 del 2023) che rende obbligatorio per ogni creator — residente o visitatore — il possesso di un “Advertiser Permit”(Permesso per Pubblicità) per qualsiasi tipo di promozione online, sia essa retribuita o meno.

    Poi c’è da considerare il Decreto-Legge Federale n. 34 del 2021. Questa legge è il “vangelo” che ogni influencer a Dubai deve conoscere, poiché regola tutto ciò che viene pubblicato online. In particolar modo da tenere a mente l’articolo articolo 25, “Insulto allo Stato e ai Simboli”, che proibisce l’uso della rete per deridere, insultare o danneggiare la reputazione e il prestigio dello Stato, dei suoi leader, della bandiera, dell’inno nazionale o di qualsiasi simbolo nazionale. L’articolo 52, “Diffusione di Fake News“, punisce invece chiunque utilizzi i social media per diffondere, ripubblicare o circolare notizie false o “rumors” che possano disturbare l’ordine pubblico, seminare il panico o danneggiare l’interesse nazionale. Attenzione: anche un semplice “repost” di una notizia può far scattare la responsabilità penale. E non sono gli unici articoli da ricordare bene.

    Sembra del tutto evidente come la presa di posizione o la minimizzazione da parte di molti influencer derivi da un mix di protezione dei propri interessi e di autocensura per non incorrere in procedimenti giudiziari. Il report di quest’anno pubblicato da Human Rights Watch (HRW) è chiaro nel denunciare come la «fabbrica del consenso» emiratina stia attuando una rimozione forzata della realtà per prevenire la fuga dei capitali. «La sicurezza a Dubai è oggi una merce narrativa che non ammette crepe», si legge nel report di HRW.

    La strategia del silenzio, sebbene efficace nel breve termine per non allarmare i mercati, rischia di erodere la fiducia a lungo termine di residenti e investitori che si trovano a vivere in una zona di guerra mascherata da resort di lusso. Dubai non è più l’isola felice che gli algoritmi dei social media vorrebbero farci credere. È, a tutti gli effetti, un fronte di guerra.

    Cortina ’26: la pista da bob costata 118 milioni di euro è già diventata inutilizzabile

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    Tra il 10 e il 12 marzo, il Cortina Sliding Center “Eugenio Monti” avrebbe dovuto ospitare i prossimi campionati italiani di skeleton e slittino. La competizione, tuttavia, non andrà in scena. A dare la notizia, successivamente confermata dagli enti coinvolti, è stato il Corriere delle Alpi, che ha menzionato «incognite e problematiche» che hanno investito la pista da bob simbolo delle Olimpiadi invernali del 2026, costata oltre 118 milioni di euro di soldi pubblici. Gravi criticità sono infatti emerse all’alba del 25 febbraio, quando un verbale di sopralluogo ha rilevato danni alla struttura per oltre un milione di euro. A qualche giorno dalla chiusura dei Giochi Olimpici, la notizia ha definitivamente avvalorato i dubbi sulla tenuta dell’impianto – da tempo bersaglio di forti polemiche per costi e impatto ambientale – che in tanti temevano avrebbe potuto finire inutilizzato.

    Un dettagliato rapporto di 45 pagine, redatto dai tecnici di Simico (la Società Infrastrutture Milano Cortina 2026) subito dopo la conclusione dei Giochi sullo stato dell’infrastruttura, costata circa 120 milioni di euro e realizzata in tempi record, fotografa una situazione desolante. L’elenco dei danni riscontrati dagli autori del rapporto è molto lungo. Nello specifico, si va da manometri e tende di protezione della pista rotti a canaline e isolamenti danneggiati; non mancano poi tubi piegati, viti di fissaggio delle sponde allentate o del tutto assenti, ma anche scatole di derivazione divelte e quadri elettrici schiacciati. I tecnici hanno inoltre segnalato cavi elettrici lasciati volanti o addirittura tagliati, reti dei parapetti rovinate e danni a cartongessi e portoni. Non si tratta, come sottolineato da più parti, di un singolo guasto, ma di una serie di criticità diffuse che coinvolgono sia gli elementi strutturali sia quelli impiantistici. La struttura è stata trovata in condizioni definite di «quasi abbandono», con spazi lasciati «in assenza di qualsiasi pulizia, riordino o sistemazione del caso». Diversi locali, inclusa la fondamentale control room dell’edificio di arrivo, la quale custodisce apparecchiature dal valore di centinaia di migliaia di euro, sono stati rinvenuti aperti e non presidiati.

    La complessa partita delle responsabilità vede ora coinvolte diverse realtà. L’impianto, dichiarato funzionante, era stato consegnato da Simico poco prima dell’evento a cinque cerchi all’amministrazione comunale di Cortina. Quest’ultima lo aveva poi affidato in gestione temporanea alla Fondazione Milano Cortina 2026 per i Giochi Olimpici, con l’impegno di riconsegnarlo in perfette condizioni entro il termine del mese di marzo. Interrogata sull’accaduto, la Fondazione ha risposto che il suo personale «sistemerà tutto nei tempi stabiliti». Gianluca Lorenzi, sindaco di Cortina, ha convocato un incontro urgente con Fondazione Milano Cortina, Simico e la direzione lavori della pista al fine di mettere mano a una verifica congiunta e quantificare correttamente i danni. Davanti alla stampa il primo cittadino ha voluto mostrare ottimismo, affermando di non avere dubbi sul fatto che «l’impianto verrà riconsegnato sistemato». A ogni modo, il sindaco ha confermato che la rassegna tricolore sarà annullata: «Avere i campionati italiani sarebbe stato bellissimo, soprattutto da un punto di vista della continuità: potevamo dare una dimostrazione tangibile del prosieguo. Ma oggi quello che dobbiamo fare è portare l’impianto al 100 per cento», ha dichiarato.

    La posta da bob di Cortina ha rappresentato il caso più emblematico degli elevatissimi costi in termini economici, sociali e ambientali delle Olimpiadi. In fase di candidatura, nel 2019, l’impianto veniva indicato come già esistente, ipotizzando una semplice ristrutturazione a basso costo. La situazione è però degenerata quando due bandi per la costruzione di una nuova pista sono andati deserti nell’estate 2023, portando il CONI a valutare lo spostamento delle gare all’estero. Nonostante le proposte da Svizzera e Austria, i ministeri hanno insistito per una soluzione italiana, portando a un terzo bando a cui ha partecipato un’unica impresa. La nuova pista è così costata oltre 118 milioni di euro, cui si aggiungono milioni per demolizioni e opere accessorie, a fronte dei 47 milioni iniziali. A tutto ciò si è sommato l’onere della manutenzione annuale, stimata in oltre un milione, che ha riproposto una problematica già vissuta con l’impianto di Cesana Pariol, costato 110 milioni per Torino 2006, e ora in fase di parziale smantellamento.

    [Crediti immagine di copertina: Giuseppe Giugliano/CONI]