Le elezioni in Bangladesh si sono concluse con la vittoria schiacciante dei Nazionalisti (BNP). Il partito di destra si è aggiudicato oltre il 65% dei collegi uninominali e il leader Tarique Rahman sarà il nuovo primo ministro, chiudendo la crisi di potere che si era aperta nel 2024 con la cacciata della premier Sheikh Hasina da parte degli studenti. Questi ultimi si sono presentati alle urne in un’alleanza con gli islamisti, conquistando appena 77 dei 350 seggi del Parlamento.
Una Flotilla partirà verso Cuba per rompere l’embargo statunitense
Si chiama “Nuestra América Flotilla” la coalizione di navi che tra un mese salperà verso Cuba per rompere l’assedio statunitense. «L’amministrazione Trump — si legge nel primo comunicato ufficiale dell’iniziativa umanitaria — sta strangolando l’isola, interrompendo il rifornimento di carburante, i voli e le forniture di beni di prima necessità». Seguendo l’esempio della Global Sumud Flotilla, che proprio in questi giorni sta preparando una nuova spedizione a Gaza, una rete internazionale di associazioni e movimenti ha deciso di «navigare verso Cuba per portare aiuti umanitari vitali al suo popolo». Si tratta della risposta dal basso della società civile all’embargo statunitense e alle strette disposte dall’amministrazione Trump, che minaccia pesanti ritorsioni verso gli Stati intenzionati a violare commercialmente l’assedio.
Da settimane il carburante non entra a Cuba, su decisione di Donald Trump. Il presidente USA, dopo aver fatto catturare l’omologo venezuelano Nicolás Maduro, principale alleato commerciale dell’Avana, ha rafforzato le sanzioni verso l’isola con l’obiettivo di causare un’implosione senza intervento militare. Il governo cubano ha risposto con un piano emergenziale — di razionamento energetico, sviluppo delle rinnovabili e decentralizzazione — facendo appello anche alla solidarietà internazionale. Quella messa in moto dagli Stati appare ancora timida, influenzata dalle minacce americane. Il Messico ha inviato delle scorte umanitarie e si è proposto come mediatore ai tavoli diplomatici tra le parti, ma a quanto pare ha fermato le spedizioni di carburante; Russia e Cina non si sbilanciano e oltre a condannare Washington dicono di star facendo “tutto il possibile” per aiutare Cuba.
Nel frattempo la risposta popolare alza il tiro, schierandosi in prima linea. Così è nata la Nuestra América Flotilla, pronta a salpare da più punti del Mar dei Caraibi per portare aiuti umanitari a Cuba e forzare l’embargo USA, implementando quella revoca che le Nazioni Unite invocano da anni (l’ultima richiesta dell’Assemblea Generale risale ad ottobre 2025). Diversi esperti dell’ONU hanno denunciato le nuove sanzioni statunitensi, definendole una «violazione del diritto internazionale nonché una grave minaccia per un ordine internazionale basato sull’uguaglianza e sulla democrazia».
A lanciare la Nuestra América Flotilla sono associazioni, movimenti sociali, organizzazioni sindacali e ong provenienti da tutto il mondo, che ora chiedono sostegno e partecipazione: «insieme possiamo rompere l’assedio, salvare vite e difendere il diritto all’autodeterminazione del popolo cubano». L’inasprimento delle sanzioni americane ha peggiorato notevolmente la crisi economica che attraversa Cuba. Oltre la metà dell’approvvigionamento energetico proviene dalle importazioni e con le riserve di carburante quasi esaurite anche i diritti basilari risultano in pericolo. «Ci prepariamo a navigare verso Cuba per lo stesso motivo con cui abbiamo viaggiato nella Sumud Global Flotilla a Gaza: rompere l’assedio, portare cibo e medicine e dimostrare che la solidarietà può attraversare qualsiasi confine o mare», ha detto lo statunitense David Adler, dell’Internazionale Progressista, tra i promotori dell’iniziativa umanitaria per Gaza e ora della Nuestra América Flotilla.
Verona, violenze e torture in Questura: 12 poliziotti saranno processati
Quattro poliziotti della questura di Verona sono stati rinviati a giudizio per le violenze consumatesi nel 2022 negli uffici scaligeri: dovranno rispondere del reato di tortura. I quattro sono infatti accusati di avere provocato «acute sofferenze» a due uomini che erano stati fermati in due differenti occasioni, tra l’estate e l’autunno di quattro anni fa. Un agente è imputato per aver preso parte alle violenze in entrambi i casi, mentre gli altri tre dovranno rispondere di quanto accaduto nel secondo episodio. Oltre a loro, altre 8 persone dovranno andare a processi per i reati di omissione di atti d’ufficio, omessa denuncia di reato, falso e peculato. Nel frattempo, è già in corso di fronte al Tribunale di Verona un processo che vede alla sbarra altri due agenti, ritenuti i maggiori responsabili delle violenze.
L’indagine, sfociata nel 2023 in 5 arresti, contava inizialmente 18 indagati per fatti verificatisi tra il luglio 2022 e il marzo 2023 nella questura di Lungadige Galtarossa. Secondo la ricostruzione della Procura, le vittime degli abusi da parte dei poliziotti sarebbero state per lo più tossicodipendenti, stranieri senza fissa dimora o soggetti trattenuti in custodia. Le violenze, nascoste da verbali truccati e generale accondiscendenza, comprendevano pestaggi e umiliazioni di vario genere, come costringere alcuni soggetti a urinare nella stanza degli interrogatori e poi a pulire il pavimento strisciando per terra. Secondo quanto raccontano le carte, un ragazzo tossicodipendente sarebbe stato picchiato e trascinato sul pavimento dai poliziotti, che lo avrebbero preso a calci e schiaffi, rompendogli il labbro. In altri casi, si parla dell’utilizzo eccessivo da parte degli agenti di spray e spintoni, con il conseguente mancato intervento di altri poliziotti, che non avrebbero segnalato le violenze e avrebbero falsificato i verbali, celando quanto accaduto. Per molte delle persone sotto inchiesta era stata chiesta la sospensione dal servizio, misura accolta per alcuni e, per altri, annullata o ridotta in appello dal Riesame.
Nel corso del tempo, a livello giudiziario, le strade degli indagati hanno preso direzioni diverse. In abbreviato tre degli agenti coinvolti sono già stati condannati: uno a 4 mesi di reclusione per lesioni, il secondo a una pena pecuniaria per omissione e l’ultima a 5 mesi e 10 giorni per carcere. Un’altra poliziotta è invece stata assolta con la formula “perché il fatto non costituisce reato”. È inoltre agli sgoccioli il dibattimento per altri due poliziotti che rischiano una condanna per le presunte torture a danno di stranieri senza fissa dimora. A fine gennaio i pubblici ministeri hanno depositato una memoria di 180 pagine: per uno dei due – accusato anche di rifiuto e omissione di atti d’ufficio – si chiede una condanna a 7 anni e 4 mesi; per l’altro, cui sono state contestate anche le lesioni su uno dei fermati con l’aggravante della discriminazione razziale, la Procura chiede 3 anni e 10 mesi.
Contro la fattispecie del reato di tortura, introdotta nel nostro ordinamento solo nel 2017, sono arrivati negli anni numerosi attacchi da parte di un largo pezzo di maggioranza. Che infatti, una volta al governo, non ha perso tempo per presentare progetti di legge in cui si intende intervenire in maniera dirompente sulla materia. Matteo Salvini si è sempre espresso per l’abrogazione del reato; FDI l’ha formalizzata proponendo l’eliminazione degli articoli 613-bis e 613-ter del codice penale che lo delineano, mantenendo soltanto una nuova aggravante comune. Nel dicembre del 2023, il Consiglio d’Europa ha “bacchettato” il governo italiano, invitandolo «caldamente» a «garantire che qualsiasi eventuale modifica al reato di tortura sia conforme ai requisiti della Convenzione europea dei diritti umani e alla giurisprudenza della Cedu».
Gli inganni delle marmellate: cosa significa davvero la dicitura “100% da frutta”
Le confetture di frutta che si trovano comunemente al supermercato sono conserve alimentari ottenute cuocendo frutta (intera, a pezzi, o in purea) con zucchero e, talvolta, addensanti come la pectina. Dal punto di vista normativo, il termine “confettura” in Italia si distingue nettamente da “marmellata” (che è solo di agrumi) e “gelatina di frutta”, e deve rispettare precise percentuali di frutta, ovvero deve includerne una specifica quantità minima all’interno. Nella fattispecie, la percentuale minima obbligatoria di frutta per la confettura semplice in Italia deve essere del 35% (350 grammi di frutta per un chilo di confettura finale), mentre per la confettura extra è del 45% (ovvero almeno 450 grammi su un chilo di prodotto). A partire dal 14 Giugno 2026 entrerà in vigore una nuova regolamentazione europea, la cosiddetta Direttiva Breakfast, che prescrive a tutti i produttori di aumentare il contenuto di frutta nelle confetture, dal 35% al 45% nella confettura semplice, e dal 45% al 50% nelle confetture extra. Altre novità riguardano il miele e i succhi di frutta, di cui vi parleremo in un prossimo articolo. Come si vede, dunque, il contenuto obbligatorio di frutta da inserire in questi prodotti è piuttosto scarso e i produttori possono mettere in commercio confetture con alte percentuali di zucchero e addensanti. Nonostante ciò, vengono sbandierate sulle confezioni diciture molto “rassicuranti” per il consumatore, che mirano a dare l’idea di trovarsi dinanzi ad un prodotto super salutare e con pochi zuccheri. Una di queste diciture è quella di «100% da frutta».
La dicitura fuorviante «100% da frutta»
Quando al supermercato acquistiamo confetture in barattolo, chiamate anche comunemente “marmellate” e destinate tipicamente alla colazione, se sulla confezione frontale leggiamo ad esempio la scritta «100% da frutta mirtilli neri di bosco», non bisogna pensare che il prodotto si componga per il 100% del frutto indicato sull’etichetta (cioè i mirtilli), e nemmeno che vi sia il 100% di frutta, inteso come frutto fresco e intero. All’interno del prodotto si troverà infatti anche del succo di mela concentrato e la polvere addensante (pectina). Questo si potrà evincere semplicemente leggendo la lista degli ingredienti presente sul retro della confezione, che nel caso mostrato qui in esempio presenta solo il 55% di mirtilli, oltre a succo di mela (aggiunto a scopo dolcificante e ricco di zuccheri che vanno ad aggiungersi agli zuccheri dei mirtilli) e infine la polvere addensante.
Poichè la quantità di pectina usata in questi prodotti è solitamente piuttosto bassa, possiamo evincere che nel caso in questione almeno un 35-40% è costituito dal succo di mela, un restante 55% dai mirtilli. Pertanto la quantità di zuccheri presente nel barattolo è piuttosto elevata, ma l’impressione che dà l’etichetta con le diciture frontali è quella di un prodotto con sola frutta e senza altri zuccheri aggiunti. Peccato che il succo di mela da concentrato sia proprio uno zucchero liquido, con altissimo quantitativo di fruttosio e glucosio, essendo nient’altro che il concentrato degli zuccheri presenti nella mela.
Altre diciture furbette: «contiene solo zuccheri della frutta»

Un’altra dicitura molto fuorviante e da spiegare è quella di «contiene solo zuccheri della frutta», che si usa per marmellate, confetture e succhi di frutta. Anche questo è uno slogan ingannevole a tutti gli effetti, perché l’intento è quello di far credere al consumatore che nel prodotto ci sia soltanto la frutta e i suoi zuccheri, nient’altro. Questo ovviamente dà l’idea di un prodotto genuino e naturale. In realtà c’è un tranello: le confetture di frutta, ad es. di ciliegie o albicocche, e i succhi di frutta contengono anche degli altri ingredienti aggiunti, nello specifico il succo d’uva o il succo di mela. Pertanto, oltre agli zuccheri della frutta (es. ciliegia, albicocca, etc.) sono presenti degli zuccheri extra che vengono appositamente aggiunti dal produttore, per rendere il prodotto più dolce e appetibile.
Questo aiuterà a vendere meglio il prodotto e ad aumentare i profitti. Il problema è che i succhi di uva o di mela sono in realtà degli zuccheri puri, come lo sciroppo di glucosio o lo sciroppo di fruttosio, e come qualsiasi succo di frutta che si ottiene spremendo un frutto e riducendolo a succo. Questi succhi contengono gli zuccheri tipici della frutta: fruttosio e glucosio. Gira e rigira stiamo sempre parlando degli stessi zuccheri. Purtroppo l’equivoco è dato dal fatto che le persone fanno l’equivalenza «bere succo di frutta è uguale a mangiare frutta». In realtà se la frutta intera è un cibo sano a tutti gli effetti e non produce effetti negativi sul metabolismo (glicemia, infiammazione, picchi di dopamina etc.), lo stesso non si può dire dei succhi di frutta, che hanno invece effetti nocivi in quanto sono sostanze isolate dalla frutta e assunte nella loro forma peggiore, cioè con gli zuccheri concentrati, senza le fibre e le vitamine che invece sono presenti se mangiamo un frutto intero. In definitiva tutte queste sostanze dolcificanti sono responsabili degli stessi deleteri effetti chimici e ormonali dello zucchero tradizionale. Questi effetti sono ben noti e riportati negli studi scientifici.
Aerei: confermati gli scioperi del 16 febbraio e 7 marzo
Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Ugl Ta, Anpac e Anp hanno confermato il doppio sciopero del trasporto aereo nelle date del 16 febbraio e 7 marzo, in concomitanza con i Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano-Cortina. A tal proposito, la Commissione di Garanzia sugli Scioperi ha già segnalato potenziali criticità al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT), che sta valutando la precettazione.
Aggiornamento ore 18: il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini ha precettato gli scioperi del 16 febbraio e 7 marzo.
L’Alta Corte britannica ha dichiarato illegali i divieti contro Palestine Action
La giustizia britannica sta mettendo un freno all’accanimento che il governo ha riservato negli ultimi mesi al movimento solidale con la Palestina. L’Alta Corte del Regno Unito ha infatti dichiarato illegale la messa al bando di Palestine Action, la sigla che nel giugno 2025 era stata inserita tra le organizzazioni terroristiche dalla ministra dell’Interno Yvette Cooper. La sentenza ribalta la linea dettata dal governo. Quest’ultimo aveva deciso di criminalizzare le proteste politiche che denunciavano le complicità di Londra verso la condotta genocidiaria di Israele. Con la messa al bando, i membri o i semplici sostenitori di Palestine Action rischiavano fino a 14 anni di carcere, il che ha comportato migliaia di arresti e processi negli ultimi mesi. Il governo ha già dichiarato che farà appello alla sentenza dell’Alta Corte.
Sembrerebbe a un punto di svolta la battaglia legale tra Palestine Action e il governo britannico. L’Alta Corte del Regno Unito ha dichiarato l’illegalità di una stretta che sin dall’inizio era apparsa sproporzionata alle tutele dei diritti umani, reprimendo la sigla nata nel 2020 con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica circa i crimini israeliani in Palestina. Palestine Action si è rafforzata negli ultimi due anni, organizzando nel Regno Unito dibattiti, sit-in, cortei e boicottaggi. Nel giugno 2025, ha fatto parlare di sé per un’azione di sabotaggio condotta all’interno della base militare della Royal Air Force (RAF). Una volta entrato con delle bici elettriche nella base, un gruppo di attivisti ha compiuto un’azione dimostrativa, spruzzando vernice rossa su due aerei della RAF. L’obiettivo dichiarato era quello di denunciare il sostegno del governo britannico al genocidio condotto da Israele nella Striscia di Gaza. Pochi giorni dopo, sfruttando il clamore mediatico dell’impresa, l’esecutivo guidato dal laburista Keir Starmer ha messo al bando l’organizzazione, scomodando la pista terroristica e prevedendo pene severe per i sostenitori.
Ad agosto l’Alta Corte britannica aveva accettato il ricorso degli attivisti, citando gli articoli 10 e 11 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), rispettivamente a difesa della libertà di espressione e della libertà di riunione pacifica. Ora i giudici confermano la sproporzionalità con le norme internazionali, dichiarando illegale la messa al bando di Palestine Action. Soltanto pochi giorni fa un’altra sentenza, del tribunale della corona di Woolwich , aveva sorriso agli attivisti dell’organizzazione, facendo cadere le accuse di furto aggravato e altri reati per l’irruzione nella fabbrica di Elbit Systems nel sud-ovest dell’Inghilterra. Intervento che, insieme ad altre proteste, fece saltare un maxi contratto pubblico diretto proprio al maggiore produttore di armi israeliano.
La battaglia legale di Palestine Action è all’ultima curva. Il governo britannico ha già dichiarato che si appellerà alla sentenza dell’Alta Corte; nel frattempo la messa al bando resta in vigore. Si registrano tuttavia dei primi effetti pratici della sentenza. La polizia ha reso noto che smetterà di arrestare per il semplice sostegno pubblico a Palestine Action, come invece successo fino ad oggi. Chi è stato fermato per tale fattispecie di reato non verrà automaticamente rilasciato, almeno fino alla decadenza del divieto.
In Italia i soldi ci sono, ma vanno tolti ai ricchi
Nel nostro Paese ci sono 79 persone che solo nel corso del 2025 hanno aumentato le loro ricchezze complessivamente di 54 miliardi di euro. Per noi che non facciamo parte del ristrettissimo club dei super-ricchi è essenziale provare a capire quanti diavolo siano 54 miliardi di euro, perché nemmeno sappiamo immaginarceli. Solo per fare un esempio, con quei soldi si potrebbero fare tutte insieme queste cose: rendere di nuovo realmente gratuito ed efficiente il sistema sanitario nazionale (costo stimato 30 miliardi l’anno); reintrodurre il reddito di cittadinanza (costava 8 miliardi l’anno); costruire 150mila alloggi pubblici per risolvere l’emergenza abitativa e avanzerebbero ancora un paio di miliardi, sufficienti, ad esempio, a rendere completamente gratuita l’università o, se preferite, a mettere in sicurezza le aree della nazione più esposte a alluvioni e eventi climatici estremi. I soldi che basterebbero a fare tutto questo, invece, sono finiti nelle tasche di appena 79 persone, che già erano ricchissime e ora lo sono ancora di più. Non è un caso, ma una tendenza consolidata: tra il 2010 e il 2025, il 91% dell’incremento della ricchezza nazionale è andato al 5% più ricco della popolazione, mentre tutti gli altri italiani si sono impoveriti.
Quando i politici dicono che non possiamo più permetterci lo Stato sociale di un tempo, perché il Paese non produce abbastanza ricchezza, mentono sapendo di mentire. Non è vero, nella maniera più assoluta. Solo nell’ultimo anno la ricchezza complessiva detenuta in Italia è aumentata di 266 miliardi di euro: i soldi ci sono quanto e più che in passato, solo che se li tengono pochissimi privilegiati. E questo non è accaduto per caso, ma è stato l’ovvio risultato di un disegno politico che ha coinvolto quasi tutti i governi che si sono alternati in Italia, che hanno progressivamente abbassato le tasse ai ricchi e le hanno alzate a tutti gli altri: quando in Italia venne introdotta l’aliquota IRPEF per le imposte sul reddito, era il 1972, la fascia più bassa pagava il 10%, quella più alta il 73%, oggi chi guadagna meno paga il 23% (più del doppio), mentre chi guadagna di più paga il 43% (quasi la metà). Lo stesso è avvenuto sulle tasse di successione: un tempo i lasciti delle persone comuni erano privi di tasse, mentre i più ricchi pagavano il 23%, oggi tutti quanti pagano il 4%: la stessa tassa sull’eredità per la famiglia Elkann e per l’operaio che, al termine di una vita di sacrifici, lascia pochi risparmi ai figli.
Non è tutto: in un’economia sempre più collegata alla finanza è andato a farsi benedire anche il principio base con il quale si giustificano da sempre le disuguaglianze proprie dei sistemi capitalistici, cioè che i ricchi servono a dare lavoro a tutti gli altri. Prendiamo ad esempio il secondo uomo più ricco d’Italia: si chiama Andrea Pignataro, 55 anni, bolognese di nascita, broker di formazione; di mestiere compra e vende azioni, raccoglie capitali e poi li investe in partecipazioni in aziende, banche, società di capitali. Così ha messo da parte un patrimonio di 26 miliardi di euro, aumentato di uno scandaloso 146% solo nell’ultimo anno. Dà lavoro a una manciata di persone, ha spostato la propria residenza a Saint Moritz, garantendosi tasse bassissime e il segreto bancario svizzero, mentre la società attraverso la quale controlla le proprie attività, la Bessel Capital, ha sede nel paradiso fiscale del Lussemburgo. Praticamente all’Italia non dà un euro e alcuni anni fa, quando la procura di Bologna aprì un fascicolo su di lui per aver evaso tasse per 1,2 miliardi di euro, il tutto finì con un accordo con il quale si impegnò a versare all’Agenzia delle Entrate appena 280 milioni: un ricco, in Italia, in buona sostanza, può rubare oltre un miliardo e poi, una volta scoperto, restituirne meno di un quarto e mantenere la fedina penale perfettamente pulita.
Quando i media dominanti vi parlano di tagli necessari perché non ci sono i soldi, non fanno altro che ripetere consapevolmente la bugia che rende digeribile questa rapina che toglie a tutti per dare a pochissimi. Anche questo è uno dei frutti del sistema malato dell’informazione che abbiamo in Italia. Noi continuiamo a lavorare per smontarlo.
Portogallo, ok a restrizioni su accesso dei minori ai social
Il Parlamento portoghese ha approvato in prima lettura una proposta di legge del Partito Socialdemocratico (Psd) che limita l’accesso dei minori ai social network. Il testo sarà ora esaminato in commissione per definirne i dettagli. La norma fissa a 16 anni l’età minima per l’accesso autonomo alle piattaforme digitali. I ragazzi tra 13 e 16 anni potranno iscriversi solo con consenso verificato dei genitori tramite Digital Mobile Key, mentre sotto i 13 anni l’accesso sarà vietato. In Europa, la Francia ha recentemente approvato limiti d’età simili e anche Spagna, Danimarca, Grecia e altri Paesi stanno valutando misure analoghe.
Pietre, molotov e scontri: argentini in piazza contro la riforma liberista del lavoro
«Non è modernizzazione: è austerità e precarizzazione». Così i sindacati argentini descrivono la riforma del lavoro proposta dal presidente Javier Milei e approvata ieri in prima battuta dal Senato. La riforma – denunciano i lavoratori – prevede aumenti dei turni di lavoro fino a dodici ore, restrizioni al diritto di sciopero, tagli ai bonus, ma anche una revisione del concetto di “licenziamento illegittimo”, dei periodi di prova, e dei poteri contrattuali dei sindacati. Contro di essa, si sono mobilitati migliaia di argentini, che si sono spinti fino al palazzo del Congresso di Buenos Aires, dove stava venendo discussa la legge, prendendolo di mira con pietre e molotov; qui, hanno ingaggiato scontri con le forze dell’ordine, restituendo al mondo immagini di guerriglia urbana, tra cariche, idranti, e nubi di gas lacrimogeni.
La proposta di legge sulla “modernizzazione del lavoro” – così la descrive il presidente Milei – è stata approvata ieri dal Senato dopo quasi 17 ore ore di dibattito, che hanno portato a un bilancio di 42 voti favorevoli e 30 contrari e all’approvazione di tutti i 26 articoli del disegno di legge. L’obiettivo dichiarato è quello di «adattare la normativa sul lavoro, riequilibrare un sistema attualmente squilibrato e affrontare problemi che si aggravano nel tempo». Sindacati e lavoratori, al contrario, denunciano la «precarizzazione» del lavoro: con questa riforma, scrivono, si «lavora di più per guadagnare di meno». Le indennità di fine rapporto, denunciano, verrebbero ridotte, escludendo dal calcolo bonus e pagamenti aggiuntivi, e il loro pagamento potrebbe essere effettuato in un massimo di 12 rate; lo stesso licenziamento non avrebbe alcun costo per le aziende e sarebbe spinto tramite una restrizione del perimetro di definizione di “licenziamento illegittimo”, e una estensione dei periodi di prova entro i quali le aziende possono decidere di lasciare a casa i propri impiegati. È poi prevista – continuano – la possibilità di aumentare il monte ore lavorativo fino a 12 ore, registrando il carico in più come lavoro ordinario. I partiti di opposizione, invece, tra le varie cose, contestano anche presunte irregolarità nelle modifiche al disegno di legge, concordate dopo la firma della relazione della Commissione lo scorso dicembre. La legge dovrà ora passare al vaglio della Camera bassa.
Mentre dentro le sale del Senato si discuteva la proposta di legge, fuori i cittadini scatenavano una rivolta. Arrivati davanti alla piazza del Congresso, sono scoppiati violenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, che hanno portato all’arresto di 71 persone. Le ricostruzioni mediatiche riportano di una vera e propria «battaglia campale», con i manifestanti che hanno lanciato molotov, pietre, e vasi contro le forze dell’ordine, trincerandosi dietro a improvvisati scudi di legno. La guerriglia si è interrotta quando gli agenti hanno caricato i gruppi di manifestanti in piazza, supportati da scudi, manganelli e idranti. I media parlano di almeno 12 feriti tra le forze di polizia, mentre rimane ignoto il numero di manifestanti rimasti lesi; dalle foto e dalle denunce di sindacati e movimenti è tuttavia certo che ve ne siano stati. I medesimi, denunciano l’impiego di gas lacrimogeni che avrebbero colpito indiscriminatamente centinaia di dimostranti, l’arresto di decine persone ancor prima dell’inizio della marcia, l’uso di proiettili di gomma, e il tentativo di impedire alle ambulanze di raggiungere e trattare i dimostranti rimasti feriti.
La proposta di legge sul lavoro dell’amministrazione Milei rientra all’interno dell’ampia agenda di riforme ultraliberiste del presidente argentino. Questa ruota attorno a forti politiche di austerità, delineate nel cosiddetto “Patto di Maggio”, che prevede tagli della spesa pubblica fino a raggiungere il 25% del PIL, la riduzione della pressione fiscale e incentivi al commercio, il tutto da portare avanti mediante una massiccia deregolamentazione e privatizzazione delle società statali e a partecipazione statale. Questa soluzione ha raggiunto risultati a livello macroeconomico, diminuendo drasticamente l’inflazione e rafforzando il peso argentino, ma sembra gravare sulle fasce medie e basse della popolazione, primi fra tutti gli anziani che l’anno scorso hanno duramente protestato contro i tagli alle pensioni supportati dagli ultras calcistici.
Disastro di Rigopiano: dopo 9 anni una sentenza riconosce le colpe dello Stato
La Corte d’Appello di Perugia ha condannato a due anni di carcere tre ex dirigenti della regione, Carlo Visca, Pierluigi Caputi e Vincenzo Antenucci, per la tragedia dell’Hotel Rigopiano di Farindola (Pescara) del 18 gennaio 2017, dove persero la vita 29 persone. Il reato contestato agli imputati, sul quale i giudici di secondo grado hanno messo il timbro, è quello di disastro colposo. Si contano anche cinque assoluzioni, tra cui quella per l’ex sindaco di Farindola Ilario Lacchetta, e due prescrizioni. La Procura Generale ha definito «storica» la pronuncia, dal momento che, per la prima volta, riconosce l’inerzia e la responsabilità della pubblica amministrazione.
I fatti si consumarono poco dopo le 16:40 del 18 gennaio 2017, quando, in seguito ad alcune scosse sismiche, dal Monte Siella si staccò una valanga di circa 120mila tonnellate che travolse il resort a Farindola. Nella struttura erano presenti 40 persone. La prima segnalazione partì alle 17:08 dal cuoco Giampiero Parete, scampato al disastro perché fuori dall’edificio, ma inizialmente venne sottovalutata e inquadrata come falso allarme. Solo in serata la Protezione civile attivò i soccorsi, rallentati da neve e blackout. I soccorritori raggiunsero la struttura alberghiera all’alba del 19 gennaio: nei giorni successivi furono estratti vivi diversi superstiti, alcuni dopo oltre 60 ore sotto la neve. Le operazioni terminano il 25 gennaio, con un bilancio di 29 morti e 11 superstiti.
Il processo di primo grado iniziò nel 2019, concludendosi nel febbraio 2023 con 25 assoluzioni – tra cui quelle dei dirigenti della regione Abruzzo, dell’ex prefetto e dell’ex presidente della Provincia di Pescara – e 5 condanne. Nelle motivazioni si spiegò come non si ritenesse «che in capo ad alcuno degli imputati dirigenti e direttori della Regione potesse ravvisarsi uno specifico obbligo di protezione», che costituisce «il presupposto per fondare la sussistenza di un delitto omissivo» e quindi «per il riconoscimento della penale responsabilità». Nel 2024, la Corte d’appello dell’Aquila condannò 3 persone in più rispetto al verdetto arrivato l’anno precedente, assolvendone 22. Infine, nel dicembre del 2024 la Corte di Cassazione confermò in via definitiva la condanna a un anno e otto mesi di detenzione per l’ex prefetto di Pescara Francesco Provolo e quella a sei mesi per l’ex gestore dell’hotel Bruno Di Tommaso, sancendo che dovesse aprirsi un nuovo processo di appello per una serie di soggetti.
Oltre alle condanne, il verdetto dell’Appello bis ha disposto che Vincenzo Antenucci, Pierluigi Caputi e Carlo Visca saranno tenuti al risarcimento dei danni scaturiti dalle condotte (la mancata realizzazione della Carta valanghe) nei confronti dei 77 familiari delle 29 vittime, oltre alle parti civili del Codacons e del Comune di Farindola. Sulla base delle tabelle nazionali, sarebbe di oltre trenta milioni di euro la cifra complessiva del risarcimento al centro delle cause civili che i familiari delle vittime di Rigopiano si preparano a muovere contro l’ente regionale e provinciale. «La sentenza ci dice che l’inettitudine della pubblica amministrazione può uccidere. La Corte d’Appello di Perugia si è uniformata alla decisione della Cortei di Cassazione, con una decisione che sarà una pietra miliare per l’Italia, perché da oggi ogni pubblico funzionario sa che l’inerzia di fronte alla legge non lo esonera dalle responsabilità dei propri incarichi», ha dichiarato l’avvocato Romolo Reboa, legale di alcune famiglie delle vittime.










