sabato 21 Febbraio 2026
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Sudan, il massacro di cui non si parla: rapporto ONU inizia a parlare di “genocidio”

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Nel silenzio internazionale la guerra in Sudan ha superato i mille giorni di ostilità, portando con sé crisi umanitarie, sfollamenti e decine di migliaia di vittime. Le Nazioni Unite hanno pubblicato un rapporto su uno degli eventi più sanguinosi del conflitto: la presa di El Fasher, capitale del Darfur settentrionale, da parte delle Forze di supporto rapido (RSF). Per conto dell’ONU, una missione internazionale indipendente ha accertato i fatti avvenuti tra il 26 e il 27 ottobre 2025, descrivendoli come «un’operazione pianificata e organizzata secondo le caratteristiche distintive del genocidio», che ha preso di mira le comunità non-arabe. Il riferimento giuridico resta, come per quanto riguarda le indagini sul massacro israeliano in Palestina, la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio.

Per la Convenzione del 1948 si palesa il crimine di genocidio quando «l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso» viene concretizzata attraverso almeno uno dei seguenti atti: «misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro; uccisione di membri del gruppo; lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale». Le ultime tre fattispecie si sarebbero verificate in Sudan per mano dei miliziani delle RSF, nell’ambito della guerra contro l’esercito regolare che va avanti da tre anni. A stabilirlo è la missione indipendente composta da esperti di diritto che le Nazioni Unite avevano attivato per far luce su quanto accaduto a El Fasher nell’ottobre 2025.

Nel rapporto presentato al Consiglio ONU per i diritti umani — dal titolo eloquente “Tratti di genocidio in El Fasher” — la missione di inchiesta ha descritto «la campagna di distruzione, pianificata e dai contorni genocidari, contro le comunità non-arabe» della capitale del Nord Darfur. «L’intento genocidario — si legge nel rapporto — emerge come l’unica conclusione ragionevole alla luce del carattere sistematico delle uccisioni su base etnica, delle violenze sessuali, della distruzione e delle dichiarazioni pubbliche delle RSF che chiedono apertamente l’eliminazione delle comunità non arabe, in particolare Zaghawa e Fur». La presa di El Fasher è stata preceduta da un assedio durato un anno e mezzo, che ha indebolito la popolazione attraverso l’uso della fame come arma, la deprivazione e il trauma fisico e psicologico.

La missione di inchiesta, oltre a documentare i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità commessi dalle RSF, li inquadra dunque in un più ampio contesto genocidario, portando l’ONU a parlare per la prima volta della guerra sudanese in questi termini. Da novembre a gennaio gli esperti hanno intervistato 320 persone, tra vittime e sopravvissuti, raccogliendo diverse testimonianze su uccisioni di massa, torture e violenze sessuali. A tali testimonianze è stata poi affiancata la consultazione di diverse fonti indirette, come rapporti, video e incontri con ong e agenzie presenti sul territorio. La missione d’inchiesta ha denunciato la mancata collaborazione del Sudan, le cui Forze armate rappresentano la controparte in guerra con le RSF. Un silenzio, quello delle istituzioni sudanesi, che fa rumore se si pensa alle accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità rivolte nei mesi scorsi proprio contro l’esercito regolare. Crimini su cui l’ultima missione d’inchiesta non ha potuto indagare: il mandato, affidato dal Consiglio ONU per i diritti umani con la risoluzione S-38/1 del 14 novembre 2025, riguardava esclusivamente i fatti di El Fasher.

La presa della capitale del Darfur settentrionale rappresenta uno degli eventi più sanguinosi della guerra in Sudan, che in tre anni ha comportato la più grave crisi umanitaria al mondo, milioni di sfollati e decine di migliaia di vittime. Mentre sul conflitto soffiano i venti degli interessi globali, i civili pagano le conseguenze maggiori. «Nessun posto del Sudan è salvo dal pericolo di attacchi», ha detto Rosemary Dicarlo, sottosegretaria generale delle Nazioni Unite.

Decreto Milleproroghe: il governo pone la fiducia

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Il governo Meloni ha posto la questione di fiducia sulla conversione in legge del decreto Milleproroghe, attualmente in discussione alla Camera dei Deputati. Il voto sul testo bloccato e non emendabile è previsto lunedì. Tra le varie misure che compongono il testo figura la proroga della protezione sanitaria ai profughi ucraini e la deroga normativa per i nuovi hotspot e centri migranti.

In Europa carne e latticini ricevono il triplo di sussidi dei prodotti vegetali

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Mentre l’Unione Europea si prepara a decidere il futuro della Politica Agricola Comune (PAC) per il periodo 2028-2034, un nuovo rapporto dell’organizzazione benefica Foodrise lancia l’allarme: miliardi di euro di fondi pubblici continuano a finanziare in modo sproporzionato la produzione di carne e latticini ad alto impatto ambientale. Nello specifico, si parla del 77% dei fondi elargiti, pari a 39 miliardi di euro, contro 3,6 miliardi a frutta e verdura e 2,4 ai cereali. Il tutto avviene mentre la produzione animale è responsabile della stragrande maggioranza delle emissioni incorporate nella filiera alimentare europea. Nel suo report, Foodrise chiede una redistribuzione dei fondi e lo stop a finanziamenti per promozione di carne e latticini.

La cifra destinata ad alimenti di origine animale è dunque più che tripla rispetto ai soli 11,6 miliardi andati ai prodotti vegetali. Un divario che diventa un abisso se si confrontano singole categorie: la carne bovina e ovina ha ricevuto circa 580 volte più fondi dei legumi (8 miliardi contro 14 milioni), mentre il lattiero-caseario ha ottenuto 500 volte più della frutta a guscio e semi (16 miliardi contro 29 milioni). Tale disparità persiste nonostante l’impatto climatico del settore. Le stime indicano che gli alimenti di origine animale sono responsabili tra l’81 e l’86% delle emissioni di gas serra incorporate nella produzione alimentare dell’UE, pur fornendo solo il 32% delle calorie e il 64% delle proteine consumate dagli europei. A titolo di paragone, la produzione di manzo causa in media da 21 a 62 volte più emissioni rispetto ai legumi per grammo di proteine, i quali offrono peraltro benefici per la salute del suolo grazie alla loro capacità di fissare l’azoto.

Il report è stato pubblicato in una fase cruciale, in cui i decisori politici sono chiamati a definire il nuovo bilancio agricolo. La riforma dei sussidi per sostenere la transizione verso diete sane e sostenibili è richiesta da tempo da numerosi organismi, tra cui il Gruppo dei principali consulenti scientifici dell’UE, la Corte dei conti europea, la Banca mondiale e la Commissione EAT-Lancet. Tuttavia, queste spinte progressiste si scontrano con un contesto politico in cui l’UE, sotto la pressione delle lobby agroindustriali e l’avanzata delle forze di estrema destra, sta ridimensionando diversi impegni ambientali. Si discute perfino l’ipotesi di un divieto di etichettatura per gli “hamburger vegetariani”, riservando termini come “hamburger” e “salsiccia” ai soli prodotti a base di carne.

Il rapporto avanza diverse raccomandazioni operative. Tra queste, spiccano l’implementazione di un Piano d’Azione a Base Vegetale per promuovere questi alimenti lungo l’intera filiera e l’istituzione di un Fondo per una Transizione Giusta agroalimentare per sostenere gli agricoltori nel cambiamento. Un’altra richiesta immediata da parte di Foodrise è la fine dell’utilizzo dei fondi UE per la promozione e il marketing di carne e latticini, attività che si porrebbero in contraddizione con gli obiettivi climatici e sanitari dell’Unione. Non mancano i precedenti politici a cui ispirarsi. Il Dialogo strategico del 2024 sul futuro dell’agricoltura UE, che ha visto l’accordo tra gruppi agricoli, società civile e mondo accademico, ha riconosciuto una chiara inclinazione verso un maggior consumo di alimenti vegetali, sottolineando che «è fondamentale sostenere questa tendenza».

«È scandaloso che una quota così ingiusta di sussidi UE, pari a miliardi di euro di denaro dei contribuenti europei, venga investita per sostenere la produzione di carne e latticini ad alte emissioni e per distorcere le diete europee – ha dichiarato Martin Bowman, Senior Campaigns Manager di Foodrise, ha commentato -. La PAC è a un bivio e i responsabili politici dell’UE hanno un’enorme opportunità di cambiare rotta e adottare le misure necessarie per sostenere una transizione giusta verso diete sane, sostenibili e ricche di vegetali. Che sappiamo avere il potenziale per aumentare i redditi degli agricoltori, ridurre la dipendenza dalle importazioni, mitigare i cambiamenti climatici, migliorare la salute degli europei e ripristinare la natura».

USA, la Corte Suprema ha dichiarato illegittimi i dazi di Trump

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Con una sentenza storica, i giudici della Corte Suprema hanno bocciato la politica dei dazi imposta da Donald Trump a livello mondiale. Il presidente USA avrebbe dovuto chiedere l’approvazione del Congresso e non agire in solitaria, fondando la propria decisione sull’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) del 1977. Tale legge, affermano i giudici, «non autorizza il presidente a imporre tariffe». La Corte Suprema ha così sferrato un duro colpo alla presidenza Trump, in un periodo già segnato dalla bassa popolarità e dall’incognita segnata dalle elezioni di medio termine in programma a novembre.

Con 6 voti a favore e 3 contrari, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato l’illegittimità dei dazi imposti dall’amministrazione Trump, sottolineando la competenza in materia del Congresso e la possibilità residuale di prevedere deleghe al presidente. «Quando il Congresso concede il potere di imporre tariffe commerciali — scrive il giudice capo John Roberts — lo fa chiaramente e con vincoli precisi. In questo caso non ha fatto nessuna delle due cose». Trump, nello scavalcare il Legislatore, ha fatto riferimento allo IEEPA, una legge del 1977 che però «non autorizza il presidente a imporre tariffe e dazi» in modo arbitrario, precisa la Corte nella sentenza.

Smontato l’impianto giuridico, restano da capire le conseguenze commerciali per gli USA e soprattutto il destino degli oltre 130 miliardi di dollari raccolti in questi mesi grazie ai dazi imposti da Trump alla quasi totalità dei Paesi del mondo.

Argentina: la riforma del lavoro passa alla Camera

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In Argentina la Camera dei Deputati ha approvato la riforma del lavoro promossa dal governo Milei. Il testo, dal forte impianto neoliberista, ha subito diverse modifiche rispetto al progetto iniziale, come l’eliminazione dell’articolo relativo ai congedi medici. La proposta, passata con 135 voti a favore e 115 contrari nonostante il malcontento popolare, è stata trasmessa al Senato, dove è atteso nei prossimi giorni il via libera definitivo.

Torino: 18 manifestanti contro Israele puniti con arresti domiciliari e Daspo

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Dopo i recenti casi del Liceo Einstein e dell’imam Shahin, la procura di Torino torna a prendere di mira le persone che negli scorsi mesi hanno mostrato sostegno alla Palestina. Questa volta i fatti contestati risalgono al periodo compreso tra settembre e novembre del 2025, e i reati profilati sono quelli di danneggiamento, violenza privata aggravata, resistenza aggravata e lesioni a pubblico ufficiale. A venire colpite, 18 persone, 11 uomini e sette donne, che sono stati sottoposti a misure cautelari: cinque sono stati confinati agli arresti domiciliari, 12 sono soggetti a obbligo di firma quotidiana presso la polizia giudiziaria e uno a obbligo di dimora nel Comune di Torino. Le nuove misure cautelari si collocano sulla scia di una sempre più stringente repressione del dissenso che vede proprio nel capoluogo piemontese il suo maggiore epicentro.

Il provvedimento nei confronti delle 18 persone accusate è stato disposto dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Torino, su richiesta della procura. Le indagini sono state portate avanti con il supporto del Centro operativo per la sicurezza cibernetica, e hanno portato alla denuncia di diverse persone. In occasione di esse, sono state eseguite 21 perquisizioni domiciliari, di cui tre nella mattina di ieri, 19 febbraio.

I fatti contestati riguardano diversi episodi: il primo risale al 24 settembre, due giorni dopo lo sciopero generale per la Palestina e la Global Sumud Flotilla, quando migliaia di persone sono partite in corteo per contestare gli attacchi subiti dal convoglio umanitario, occupando i binari della stazione ferroviaria di Porta Susa. Il secondo è avvenuto il 2 ottobre, quando una trentina di attivisti hanno tagliato la recinzione dell’aeroporto di Caselle, causando la sospensione dei voli per circa mezz’ora. Il giorno dopo, durante il secondo sciopero generale, altri due episodi: una parte del corteo si è staccata per dirigersi presso le Officine grandi riparazioni, dove era in corso l’Italian Tech Week, con ospiti il fondatore di Amazon Jeff Bezos e la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen; qui e qualche ora dopo, davanti alla sede di Leonardo, la tensione con le forze dell’ordine è salita di intensità e i manifestanti hanno tentato di sfondare qualche recinzione e lasciato scritte sui muri.

Gli ultimi due episodi si sono verificati a novembre: il primo, il “No Meloni Day”, risale al 14 del mese, quando gli studenti italiani hanno riempito oltre cinquanta piazze per protestare contro tagli alla scuola, alternanza scuola-lavoro, precarietà dei ricercatori e genocidio in Palestina. A Torino, quando il corteo ha cercato di superare gli agenti del Reparto Mobile ed entrare nella sede della Città Metropolitana, gli studenti sono stati respinti a colpi di manganello, mentre nove agenti hanno riportato lievi contusioni. Il secondo episodio è quello del cosiddetto “assalto a La Stampa”, quando, nel corso dello sciopero del 28 novembre per la Palestina e contro il riarmo, un gruppo di manifestanti si è staccato dal corteo principale per entrare nella redazione vuota del giornale, dopo aver lanciato letame all’ingresso.

Le 18 misure cautelari nei confronti dei manifestanti vanno ad aggiungersi ai già numerosi casi di denunce, sanzioni e provvedimenti che negli ultimi mesi hanno interessato tutto il movimento di solidarietà alla Palestina italiano, specialmente a Torino. Nell’ultimo periodo, nel solo capoluogo torinese, si contano infatti almeno 48 misure cautelari, 94 denunce e più di un centinaio di multe; i provvedimenti, tuttavia, sono arrivati in tutto lo Stivale, dalle realtà in cui i movimenti risultano più strutturati come la stessa Torino a quelle che siamo meno abituati ad associare a mobilitazioni dal basso, come Sondrio o Catania. Hanno inoltre colpito un ampio ventaglio di realtà e categorie di persone, dagli attivisti ai sindacati, per passare dai vigili del fuoco fino a giungere a cittadini ordinari. Gli episodi contestati sono anch’essi diversificati, e vanno da casi di danneggiamento a brevi occupazioni di binari, per arrivare a semplici manifestazioni di solidarietà, come nel già menzionato caso dei pompieri, oggetto di sanzioni disciplinari per il solo fatto di essersi inchinati in memoria delle vittime a Gaza.

I provvedimenti annunciati ieri si collocano sulla scia di questo rafforzamento dello strumento repressivo nei confronti delle realtà solidali alla Palestina; essi paiono confermare ancora una volta come Torino sia ormai diventata una sorta di “laboratorio italiano della repressione”, tema a cui L’Indipendente ha dedicato un approfondimento corredato da fonti, ricostruzioni storiche, testimonianze e analisi di specialisti del campo giuridico. Per quanto infatti non sia noto chi e per cosa esattamente sia stato oggetto delle nuove misure cautelari, quello che risulta certo è in almeno tre dei sei episodi contestati non vi sia stata alcunaviolenza”. In questo, i reati contestati e le misure prese sembrano essere sovradimensionati rispetto alla reale entità dei fatti, nei medesimi casi risoltisi in un paio di scritte sui muri e qualche risma di fogli gettata a terra.

Il New Mexico sta indagando su presunti corpi sepolti vicino al ranch di Epstein

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«Sapevi che da qualche parte sulle colline fuori dallo Zorro Ranch, due ragazze straniere sono state sepolte su ordine di Jeffrey e della Signora G? Entrambe sono morte per strangolamento durante sesso violento e fetish». Il 21 novembre 2019, il conduttore radiofonico Eddy Aragon ricevette una mail da un presunto ex dipendente dello Zorro Ranch di Jeffrey Epstein, in New Mexico. Il mittente sosteneva che due giovani erano state sepolte nelle colline circostanti su ordine del finanziere e di «Signora G», verosimilmente Ghislaine Maxwell. Chiedeva un bitcoin in cambio di sette video che avrebbero mostrato Epstein fare sesso con minorenni. Aragon non trattò e inoltrò immediatamente la mail all’FBI. A oltre sei anni dai fatti, il Dipartimento di Giustizia del New Mexico ha annunciato di aver aperto un’indagine sull’accusa.

La segnalazione era rimasta sepolta tra gli atti, ora è riemersa tra gli Epstein Files pubblicati il 30 gennaio dal Dipartimento di Giustizia americano. La mail riporta il tentativo di estorsione con un elenco dei video che il mittente avrebbe ceduto in cambio del pagamento in criptovalute, ma non fornisce riscontri oggettivi sull’esistenza di corpi o su attività di occultamento. Lo scrivente precisava che «Ciò che è incriminante riguardo a Jeffrey Epstein deve ancora essere scritto», senza allegare, però, fotografie o coordinate per individuare il luogo in cui sarebbero stati seppelliti i corpi. Alla luce della nuova ondata di pubblicazioni e del rinnovato interesse mediatico sul caso Epstein, il United States Department of Justice del New Mexico ha deciso di non ignorare la pista. «Stiamo indagando attivamente su questa accusa», ha dichiarato la portavoce Lauren Rodriguez, precisando che è stata richiesta una copia non censurata dell’e-mail del 2019 per esaminarne integralmente contenuti, intestazioni e metadati. È un passaggio tecnico ma sostanziale: significa verificare provenienza, eventuali tracce digitali e dettagli che nelle versioni pubbliche risultano oscurati.

Lo Zorro Ranch, esteso complesso di oltre 3.000 ettari a circa 48 chilometri da Santa Fe, è stato per anni uno dei luoghi simbolo dell’universo Epstein. Meno mediatico rispetto alla townhouse di Manhattan o all’isola privata nelle Isole Vergini, Little Saint James, il ranch del New Mexico è rimasto in secondo piano dopo l’arresto del 2019 e la morte del finanziere nel carcere federale di New York. Eppure, nelle carte processuali e nelle testimonianze raccolte in diversi procedimenti civili, la proprietà compare più volte come scenario di incontri e permanenze di giovani donne e minori. In particolare, lo Zorro Ranch era stato pensato dal finanziere per ospitare un laboratorio in cui giovani donne selezionate sarebbero state inseminate con il suo sperma e avrebbero dato alla luce i “suoi” bambini. In una occasione, durante una cena organizzata nella residenza di Epstein nell’Upper East Side di Manhattan, Jaron Lanier, pioniere e teorico della realtà virtuale, ha raccontato di aver avuto una conversazione che lo aveva profondamente colpito: tra gli invitati, una scienziata che lavorava per la NASA gli avrebbe spiegato che Epstein coltivava il progetto di mettere incinte contemporaneamente venti donne all’interno dello Zorro Ranch. Durante la conversazione, questa ricercatrice avrebbe illustrato come il finanziere immaginasse una sorta di “fucina di bambini”, ispirata a un precedente reale: il Repository for Germinal Choice, un controverso progetto nato negli anni Ottanta con l’intento dichiarato di migliorare il patrimonio genetico dell’umanità attraverso la raccolta di sperma di uomini ritenuti eccezionali, in particolare vincitori del Premio Nobel.

Ex dipendenti hanno parlato di un via vai costante, di misure di sicurezza e della presenza di ospiti illustri nella tenuta di Epstein. Nulla, finora, ha mai attestato l’esistenza di sepolture clandestine. La mail fa riferimento alla morte delle due giovani per “strangolamento”, durante pratiche di sesso estremo. La principale accusatrice di Epstein, Maxwell e dell’ex principe Andrea, Virginia Giuffre, nel suo libro di memorie pubblicato postumo, racconta che a un certo punto, agli inizi degli anni Duemila, il finanziere aveva iniziato a interessarsi di sadomasochismo: «Aveva iniziato a usare fruste, corde e altri strumenti di tortura». In Nobody’s girl, Giuffre riferisce di queste pratiche massacranti a che veniva sottoposta e che le procuravano talmente tanto dolore da “pregare di svenire”: «Quando succedeva, mi risvegliavo solo per subire altre molestie».

Al momento non risultano scavi, rilievi forensi o accertamenti sul terreno dello Zorro Ranch. L’indagine annunciata dal Dipartimento di Giustizia del New Mexico è ancora in fase preliminare e si concentra sull’analisi documentale e sulla tracciabilità della segnalazione del 2019. Resta però un dato politico e giudiziario: a distanza di anni dalla morte di Epstein, nuove accuse continuano a emergere dagli archivi, costringendo le istituzioni a tornare su un caso che si voleva archiviato. E mentre le autorità verificano la veridicità dei documenti desecretati, una domanda resta inevasa: quante parti della storia di Jeffrey Epstein non sono mai state realmente indagate?

L’esercito ucraino userà le “conoscenze acquisite” per addestrare i soldati tedeschi

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L’esercito tedesco sarà addestrato dagli istruttori delle forze armate ucraine, in virtù dell’esperienza acquisita da queste ultime sul campo di battaglia nel confronto militare diretto contro la Russia. Il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, venerdì scorso ha firmato un accordo in tal senso a margine di un incontro con il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky. L’obiettivo, secondo quanto riferito da un portavoce dell’esercito, è quello di «integrare le esperienze dei soldati ucraini nell’addestramento militare presso le scuole di addestramento dell’esercito», sfruttando la loro conoscenza sull’uso di droni armati e sulla difesa contro gli attacchi nemici. «Nessuno nella NATO ha attualmente più esperienza di combattimento dell’Ucraina, dobbiamo sfruttarla», hanno affermato alcuni ufficiali della Bundeswehr (l’esercito tedesco). L’iniziativa rientra nel più ampio contesto di riarmo delle forze armate tedesche, nel quadro della presunta necessità di difendersi dalla cosiddetta “minaccia russa”, ma anche della volontà tedesca di raggiungere il primato militare nell’Ue, configurandosi come l’esercito più forte del Vecchio continente in una rinnovata proiezione di potenza di Berlino.

Secondo quanto riferito dal giornale tedesco Der Spiegel, i dettagli dell’addestramento non sono ancora del tutto noti: si prevede che gli istruttori ucraini raggiungano la Germania il prima possibile per addestrarsi con le unità di fanteria dell’esercito. Tuttavia, a causa della difficile situazione sul campo nei territori ucraini, è probabile che gli ufficiali di Kiev potranno fermarsi in Germania solo poche settimane. In ogni caso, se prima era l’esercito tedesco a addestrare quello ucraino, anche sull’uso di mezzi militari che la Germania ha fornito a Kiev (ad esempio il sistema di difesa aerea Gepard, l’obice semovente Panzerhaubitze 2000 e il carro armato Leopard), ora la situazione appare invertita e Berlino sembra ansiosa di acquisire le tecniche di combattimento più efficaci anche sulla base della conoscenza delle strategie militari russe. In particolare, l’addestramento verterà sull’uso dei droni e sulla difesa contro gli stessi, ma anche sulla trasmissione dell’esperienza che gli ucraini hanno accumulato con gli stessi sistemi d’arma tedeschi.

Inoltre, verranno trasmesse anche le conoscenze delle Forze armate ucraine sui moderni sistemi di comando e controllo: le forze di Kiev, infatti, hanno sviluppato sistemi relativamente semplici per la pianificazione del combattimento e il controllo delle loro unità attraverso l’uso di applicazioni su normali smartphone. Attraverso tali applicazioni vengono anche organizzati il rifornimento delle munizioni e l’evacuazione del personale ferito. A differenza dei sistemi della Bundeswehr, sviluppati in tempo di pace e tecnicamente molto complessi, i programmi ucraini sono stati testati in prima linea e vengono migliorati di giorno in giorno. Da parte sua, lo Stato maggiore russo ha recentemente reso noto di stare sviluppando nuove tendenze di combattimento: secondo il colonnello generale russo Sergey Rudskoy, capo della Direzione principale delle operazioni, i combattimenti in Ucraina hanno introdotto nuovi modelli nella guerra moderna, tra cui «un notevole aumento dell’uso di sistemi robotici aerei, navali e terrestri» nelle missioni di ricognizione, nella guerra controbatteria, nella posa di mine, nella consegna di munizioni e rifornimenti al fronte, nonché nell’evacuazione dei feriti dal campo di battaglia.

Entrambe le parti, dunque, stanno perfezionando e mettendo a punto nuove tattiche militari in una guerra che dura ormai quattro anni e non accenna a concludersi, mentre la situazione sul campo di battaglia rimane in stallo, con l’Ucraina che ha comunque fallito gli obiettivi della controffensiva. In questo contesto, l’Ue continua a perseguire la linea dello scontro più o meno diretto con la Russia non escludendo, e anzi preparandosi, a un confronto militare con la nazione eurasiatica dotata di armi nucleari. La Germania è una delle nazioni che sta investendo di più in questa direzione, rafforzando il suo esercito e approvando il ritorno alla leva militare obbligatoria. Nel «Piano Operativo Germania», infatti, la Bundeswehr punta a raggiungere le 460.000 unità entro il 2029, con 80.000 soldati attivi e circa 120.000 riservisti, per garantire una forza mobilitabile in tempi rapidi. A questo si aggiunge un massiccio programma di investimenti in armamenti, logistica e tecnologia, pensato per riportare l’esercito tedesco al vertice europeo per capacità operative. È quello che Berlino ha definito “Zeitenwende” ossia una “svolta epocale” che indica il cambio di rotta della Germania dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Inoltre, Berlino ha introdotto un nuovo modello di servizio militare su base volontaria, sostenuto da una procedura di registrazione obbligatoria per gli uomini e facoltativa per le donne.

La recente iniziativa di addestramento della Bundeswehr da parte degli ufficiali ucraini segna una continuità di azione con le precedenti mosse legislative e militari, confermando la volontà della Germania, e in generale dell’Ue, di muoversi in una direzione di scontro con Mosca, piuttosto che potenziare le soluzioni diplomatiche. Il tutto mentre il Vecchio continente affronta una crisi economico-sociale rilevante e risulta sempre più marginale nello scacchiere politico internazionale.

Saluti romani ad Acca Larentia: prosciolti 32 indagati

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Il gip del Tribunale di Roma ha disposto il proscioglimento di 32 persone, tra cui il presidente di Casapound Gianluca Iannone, indagate per i saluti romani e il grido “presente” durante la commemorazione della strage di Acca Larentia del 7 gennaio 2024. Il giudice ha motivato la decisione sostenendo che non vi fosse alcuna “previsione di condanna”, escludendo quindi i presupposti per sostenere l’accusa in giudizio. L’inchiesta riguardava i partecipanti alla cerimonia, ritenuti dall’accusa responsabili di manifestazioni di matrice fascista. Con il provvedimento si chiude la fase preliminare per tutti gli indagati.

Venezuela, approvata legge sull’amnistia per prigionieri politici

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Il Parlamento venezuelano ha approvato all’unanimità, in seconda e definitiva lettura, la legge di amnistia per la convivenza democratica, al termine di una lunga trattativa tra la maggioranza chavista e l’opposizione. Il testo, presentato a fine gennaio dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez, è stato modificato con emendamenti condivisi che hanno superato lo stallo della scorsa settimana. La legge punta a favorire la riconciliazione nazionale e riguarda persone indagate, processate o condannate per reati connessi a fatti politici, dal tentato colpo di Stato dell’aprile 2002 fino alla fine del 2025.