domenica 8 Febbraio 2026
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Sabotaggi, occupazioni e cortei: le proteste travolgono le Olimpiadi invernali

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La notizia è di questa mattina: intorno alle 8.30, la circolazione dei treni nella stazione di Bologna è andata in tilt per via di quello che sembrerebbe essere stato un atto di sabotaggio ai cavi lungo la linea. A danneggiarli sarebbe stato un incendio di natura dolosa. Sulla linea Bologna-Padova, poi, è stato ritrovato un ordigno rudimentale, che ha imposto lo stop alla circolazione del traffico. Alla stazione di Pesaro, invece, è andata a fuoco una cabina elettrica. Tutti gli episodi sono molto simili a quelli verificatisi durante le Olimpiadi di Parigi del 2024, quando una serie di incendi danneggiò strutture nevralgiche per la circolazione dei treni della capitale. Per questo, il ministero dei Trasporti italiano ipotizza che dietro ai gesti vi sia, anche stavolta, la volontà di boicottare l’evento in svolgimento a Cortina. E a nemmeno 24 ore dalla cerimonia inaugurale le contestazioni sono già numerose: tra sabotaggi, occupazioni e cortei, una parte di cittadinanza sta cercando di gridare con forza la propria contrarietà ai Giochi e alla presenza, tra gli altri, di delegazioni USA e israeliane e della polizia federale antimmigrazione statunitense (ICE).

Le proteste promettono di essere frequenti e di seguire l’intero svolgersi delle Olimpiadi. Nel pomeriggio di oggi, circa diecimila persone, secondo gli organizzatori, si sono radunate a Milano in piazza Medaglie d’Oro, con direzione Corvetto. Il corteo nazionale ha sfilato per i quartieri a sud-est della città e le zone maggiormente coinvolte dalla «devastazione del grande evento», costeggiando anche la zona dove sorge il Villaggio Olimpico. A partecipare sono stati «movimenti che difendono le montagne dalla cementificazione, reti dello sport popolare, spazi sociali, comitati per l’acqua pubblica che contestano il saccheggio idrico per l’innevamento artificiale, associazioni ambientaliste, comunità locali espulse dal turismo tossico, movimenti per la casa e sindacalismo conflittuale», riferisce il Comitato popolare Insostenibili Olimpiadi (CIO), organizzatore. Nella serata di ieri, sempre il CIO, insieme ad altre realtà, aveva organizzato una fiaccolata di protesta nella zona popolare di San Siro, in concomitanza con l’inizio della cerimonia inaugurale. Per «riportare coi piedi per terra la narrazione di chi vive quotidianamente problemi e difficoltà delle periferie milanesi», scrivono i comitati. Al centro delle proteste anche la presenza dell’ICE, che ha scortato gli atleti statunitensi. Nel mentre, a San Siro, migliaia di spettatori fischiavano l’arrivo del vicepresidente statunitense Vance e della delegazione israeliana. Alcune ore prima, membri dello stesso CIO avevano occupato l’ex Palasharp, struttura milanese ora abbandonata che in passato ha ospitato diversi eventi sportivi. Qui gli attivisti hanno dato il via a tre gionate di Utopiadi, tra sport popolare e iniziative di stampo politico contro le Olimpiadi.

«Crediamo che lo sport sia un patrimonio popolare e che debba avere come prima missione quella accessibilità a tutt*, a prescindere dalla classe, dal genere, dalla provenienza o dalla condizione fisica o sanitaria», riporta un comunicato. «Le Olimpiadi di Milano e Cortina sono il contrario di tutto ciò: costi insostenibili, militarizzazione delle città che ospitano i giochi e un clima che dice chiaramente che questo è un evento esclusivo». In aggiunta a ciò, «un evento sportivo non può di certo giustificare la devastazione dei territori o l’abbattimento e l’allontanamento delle persone che abitano le aree interessate dai giochi».

Da mesi, il CIO denuncia la devastazione compiuta in nome delle Olimpiadi invernali, che, oltre ad avere un enorme impatto sull’ambiente, hanno comportato anche un ingente spreco di risorse pubbliche e fondi – per poi finire con buona parte delle opere fondamentali per l’evento non terminate. Nel frattempo, una grossa parte dei biglietti è rimasta invenduta e molte delle case sfitte (in entrambe i casi per via dei prezzi astronomici), mentre il territorio è stato devastato e militarizzato, le scuole sono state chiuse, gli indigenti espulsi e il traffico per i residenti mandato completamente in tilt.

Valtellina, un morto e un disperso per valanga

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Nei pressi del Comune di Albosaggia, sull’alpe Meriggio, in Valtellina, una valanga ha travolto tre scialpinisti: uno di loro sarebbe deceduto, mentre un altro sarebbe riuscito a tirarsi da solo fuori dalla neve e un terzo risulta disperso. Sul luogo stanno operando il Aoccorso Alpino e la Guardia di Finanza, mentre elicotteri dei vigili del fuoco stanno sorvolando l’area.

Nel carcere di Torino si tortura: condannati 7 agenti

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Si è concluso con otto condanne il processo di primo grado incentrato sulle violenze ai danni di alcuni detenuti avvenute nel carcere Lorusso Cutugno di Torino tra il 2017 e il 2019. Nello specifico, sette agenti della polizia penitenziaria sono stati condannati per il reato di tortura, un altro per rivelazioni di atti d’ufficio. Ad altri sei è andata meglio, tra assoluzioni o proscioglimenti per intervenuta prescrizione. I fatti oggetto del processo riguardano, nello specifico, violenze consumatesi all’interno del padiglione C, dove sono reclusi i detenuti puniti per reati a sfondo sessuale, a cui, secondo i giudici, sono stati inflitti abusi, vessazioni e minacce.

L’inchiesta era nata dalle segnalazioni della garante dei detenuti di Torino, Monica Gallo, venuta a conoscenza degli episodi poi entrati nel processo. 22 gli agenti sotto inchiesta in una fase iniziale, con alcune contestazioni che erano poi cadute nel corso del dibattimento. A settembre, la procura aveva chiesto 14 condanne, con pene fino a sei anni di reclusione. Contestati, a vario titolo, reati di tortura, abuso di autorità, lesioni, violenza privata, stato di incapacità procurato mediante violenza, favoreggiamento, omessa denuncia e rivelazione di segreti d’ufficio. Il tribunale, presieduto dal giudice Paolo Gallo, ha comminato pene comprese tra cinque mesi e tre anni e cinque mesi di carcere per i soggetti alla sbarra. Tra questi, vi sono diversi vertici e lavoratori del carcere, alcuni dei quali impegnati nei sindacati della polizia penitenziaria. Un processo civile dovrà anche stabilire l’entità dei risarcimenti dovuti da alcuni imputati alle loro vittime, all’Associazione Antigone – che da anni si occupa delle condizioni dei carcerati – e al garante dei detenuti; nel frattempo, sono stati disposti risarcimenti provvisionali per 40mila euro.

Secondo quanto ricostruito dai pubblici ministeri, sono almeno undici i detenuti che avrebbero subito torture e abusi dai poliziotti della penitenziaria attivi nel padiglione C della casa circondariale. Le persone che facevano ingresso nel reparto, ha messo nero su bianco la Procura, dovevano ricevere il “battesimo”: alcuni imputati avrebbero infatti «agito con crudeltà, cagionando sofferenze psichiche, fisiche e traumi», attraverso schiaffi, insulti, minacce, perquisizioni vessatorie e umiliazioni, con uno «svilimento totale della personalità». Sempre secondo la Procura, quando gli agenti picchiavano i detenuti facevano riferimento al reato di violenza sessuale per cui erano dietro le sbarre. «Questo non è un processo alla polizia penitenziaria, ma ad alcune persone che indossano la divisa e con il loro comportamento l’hanno infangata», ha affermato il Procuratore Francesco Pelosi in sede di requisitoria, ricordando anche come Don Guido, il cappellano del carcere, avesse «raccontato di aver udito un agente riferire agli altri di un detenuto che era stato “spaccato” da due ispettori», mentre «un altro era stato costretto a rimanere in piedi nel corridoio e costretto a ripetere: “Sono un pezzo di merda”».

Sulla fattispecie del reato di tortura – introdotta nel nostro ordinamento, con grave ritardo solo nel 2017 – si sono concentrate nel tempo le critiche di un largo pezzo di maggioranza. Che infatti, una volta al governo, non ha perso tempo per presentare progetti di legge in cui si intende intervenire in maniera dirompente sulla materia. In particolare, Fratelli D’Italia ha proposto l’abrogazione del reato di tortura attraverso l’eliminazione degli articoli 613-bis e 613-ter del codice penale che lo delineano, mantenendo soltanto una nuova aggravante comune. Nel dicembre del 2023, il Consiglio d’Europa è intervenuto per bacchettare l’esecutivo italiano, invitandolo «caldamente» a «garantire che qualsiasi eventuale modifica al reato di tortura sia conforme ai requisiti della Convenzione europea dei diritti umani e alla giurisprudenza della Cedu».

Vivere senza bollette: come riuscire davvero a essere off-grid in Italia

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Negli ultimi anni migliaia di persone hanno sognato di “staccarsi da tutto”: niente bollette, nessun allaccio a gas o corrente elettrica e ritmi di vita più naturali. Ma vivere off-grid non è una favola: è una prova quotidiana fatta di difficoltà, tanto lavoro e spesso qualche compromesso. Ecco perché, accanto a tante storie di famiglie e comunità che sono riuscite a realizzare il sogno di vivere nell’autosufficienza energetica, ce ne sono almeno altrettante di persone che hanno provato e dopo aver scoperto che non faceva per loro, hanno mollato. Spesso accade perché accarezzare il sogno dell’...

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“Siamo sotto assedio”: Cuba lancia l’appello al Sud Globale contro l’imperialismo USA

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«Siamo sotto assedio», dice il presidente cubano Miguel Díaz-Canel, respingendo la narrazione che vorrebbe lo Stato caraibico al centro di un collasso endogeno. Miguel Diaz-Canel punta invece il dito contro gli Stati Uniti e le minacce del presidente Donald Trump, ultimo tassello di un domino destabilizzante iniziato oltre 60 anni fa con l’embargo decretato da Kennedy. A distanza di un mese dal rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro, tra i principali alleati dell’Avana, Diaz-Canel ha tenuto una conferenza stampa in un momento complicato per il proprio Paese, al culmine di una crisi economica aggravatasi negli ultimi 5 anni. Se da un lato il presidente cubano lascia aperta la strada alla diplomazia e al dialogo con Washington — a patto che avvenga tra pari e non attraverso «ricatti politici, minacce e imposizioni» — dall’altro lancia un appello ai Paesi del Sud Globale affinché agiscano a supporto di Cuba. Il Paese della Rivoluzione castrista si trova ad affrontare una feroce crisi economica e le pressanti minacce statunitense, che senza troppi giri di parole ha fatto capire all’Avana di essere la prossima sulla lista dei cambi di regime, dopo quanto accaduto a Caracas. Dai tempi della Rivoluzione Bolivariana in Venezuela, Cuba poteva contare sul petrolio proveniente dal Paese latinoamericano, mitigando gli effetti dell’embargo USA. «Non ci sarà più petrolio né denaro per Cuba. Zero!», ha tuonato Trump dopo la cattura di Maduro. Per il futuro del Paese, il Tycoon vedrebbe bene l’attuale Segretario di Stato Marco Rubio, figlio di genitori cubani emigrati negli Stati Uniti, nel ruolo di presidente. Con il dossier iraniano sul tavolo e le crescenti attenzioni sul quadrante Pacifico, Washington temporeggia per un intervento militare e attende che la morsa economica faccia il suo corso. In questo contesto si inserisce il discorso di Miguel Díaz-Canel, che parla senza termini di guerra economica, individuando la carenza di carburante come un tassello dell’imperialismo americano. La narrazione che descrive Cuba come uno Stato fallito viene dunque declassata a costrutto strategico, volto a giustificare ulteriori pressioni USA. Il dialogo con Washington non viene escluso, a patto che rispetti la reciproca uguaglianza sovrana. Nel frattempo Miguel Díaz-Canel lancia un duplice appello, rivolgendosi innanzitutto ai cubani, affinché rispondano alle minacce statunitensi con l’atavica “resistenza creativa”, la stessa che negli ultimi anni ha permesso di salvare le conquiste sociali attraverso ingegno e spirito di adattamento. Soltanto nell’ultimo anno, le pressioni statunitensi avrebbero apportato un danno da 7,5 miliardi di dollari all’economia cubana, attraverso blocchi commerciali diretti e pressioni a Paesi terzi. «So che vivremo tempi difficili ma li supereremo con il nostro talento», ha detto il presidente cubano, rivolgendosi poi anche alle cancellerie del Sud globale, cui ha chiesto la diffusione di «mobilitazioni anti-egemoniche». Il messaggio lanciato è chiaro: Cuba non è sola. Díaz-Canel ha citato il sostegno pubblico del Movimento dei Non Allineati, così come di Messico, Cina e Russia, lasciando intendere l’esistenza di una rete informale di contatti e accordi che aiuta l’economia del Paese e che di fronte alle crescenti pressioni americane va rafforzata, sfruttando le intercapedini del nuovo mondo multipolare.

Referendum giustizia: Cdm integra quesito, data resta 22-23 marzo

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Non cambia la data del referendum: il Consiglio dei ministri, secondo quanto si apprende, ha infatti deciso di confermare la consultazione per il 22 e 23 marzo, integrando però il quesito con gli articoli della Costituzione che vengono modificati dalla riforma della Giustizia che contiene la separazione delle carriere. La decisione è frutto di un Cdm convocato oggi con urgenza dopo che l’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione ha approvato un nuovo quesito, proposto da un comitato di 15 cittadini capace di raggiungere le 500mila firme in poche settimane.

Nevicate in Giappone: dal 20 gennaio 45 morti e 500 feriti

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Le intense nevicate che colpiscono il Giappone dal 20 gennaio hanno provocato almeno 45 morti e oltre 500 feriti in tutto il Paese, secondo l’Agenzia per la gestione degli incendi e dei disastri. La situazione più grave si registra nella prefettura di Niigata, dove si contano 17 vittime e più di 170 feriti. Forti accumuli di neve sono stati segnalati anche ad Aomori e Wakkanai, con numerosi veicoli bloccati. L’Agenzia meteorologica prevede nuove nevicate nel fine settimana e invita alla massima prudenza, mentre il Paese si avvicina alle elezioni generali di domenica.

Una società in cammino

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I have a dream. Ho fatto anch’io un sogno: ognuno di noi insegue qualcosa anche senza volerlo esplicitamente.

Ci si perdeva tra la folla, si seguiva una strada ma senza meta, la guida era un pensiero di fresca, anche un po’ gelida libertà, l’imperativo di un ‘non so dove’ che calpestavo passo dopo passo cantando dentro di me. Vivevo quell’«ora qui», l’«hic et nunc» degli Antichi.

Come una preghiera con cui non chiedi nulla per te ma qualcosa per il mondo intero, in cui ci si possa riconoscere, per andare avanti, come quella gente in marcia, in corteo.

Il canto stesso della vita che alternativamente è solitario e corale, mentale e musicale, il mio, il tuo, il nostro esserci che ci rende innamorati dello stesso palcoscenico, questa strada stipata che però non è un concerto, non è uno stadio, non è una coda in autostrada. È invece un io tu lei lui di cui sappiamo poco, e nemmeno forse quello che ci unisce.

Camminare, andare insieme ha anche una sua filosofia, produce una e molte vicinanze, ci rende tutto più familiare. Frédéric Gros, così scrive nel suo libro Andare a piedi ( RCS 2025): «Nella marcia…rivivo la condizione terrestre dell’uomo, incarnò di nuovo la sua povertà innata, essenziale… C’è dunque una sorta di fierezza nella marcia: siamo in piedi… La marcia promuove un’ideale di autonomia».

Pellegrinaggio urbano, una flânerie di massa, ad essere colti, le case che ribaltano fuori noi tutti, quelli di sei anni fa isolati per forza e quei piccini persino che allora non c’erano ancora.

Incontriamo chiunque e tutti sono onde-pensiero con i propri visi e le proprie espressioni, non chiediamo niente di nuovo, sono sempre quelle pretese arcane di parlarci invece che urlare, di capire prima di obbedire, di stare a sentire i bambini e i vecchi, quelli del non ancora e del non più, esclusi perché non produttivi anche se pur sempre consumatori.

Ma anche nel mio sogno l’irrazionale si prende inesorabile la sua parte. Ogni tanto qualche pazzo con l’auto va fatto passare perché non gli garba tutta questa gente in coda e vorrebbe travolgerla. Va bene, stiamo attenti!

Camminiamo, parliamo, molti hanno cominciato a urlare, qualcuno canta ma sembra stonato, perfino inutile. Il silenzio farebbe più rumore. Noi ci sentiamo maggioranza silenziosa ma questa volta siamo in strada, non più barricati in casa pieni di paura.

Sono sempre un poeta, nella folla e nel sogno. Sento che risuonano in me i versi delle “barricate misteriose” di Silvia Bre: «Ecco che piove,/come se da lontano un cuore astrale/lasciasse andare ogni ragionamento,/e noi sentiamo scorrere il minuto/che ricompone il mondo in un pensiero -/ed è il tempo di un bacio, di un saluto./Di tali cose l’esistenza ha amore».

Risveglio davvero amaro. Qualcosa, qualcuno interrompe, squarcia il tendone del palcoscenico nel solito flutto di sangue, squarcia la pace di una semplice verità che da sola non riesce a farsi notare.

Aveva ragione Pasolini: un poliziotto picchiato e picchiato con violenza e cattiveria vale molto di più di una qualsiasi altra persona. Sembra un mezzo suicidio. Ci siamo infatti anche noi dentro di lui: noi vorremmo che le barricate svanissero con giuste parole, con ascolti pazienti, vorremmo tenere separati controllo e aggressione, difendere le mille idee di una civiltà.

Decidere spetta a chi governa, ma decidere perché qualsiasi corteo, qualsiasi dissenso non riesca a diventare un reato. Perché la violenza, comunque sia, sempre, in ogni caso, darà ragione all’oppressione.

Referendum, ok della Cassazione alla modifica voluta da 500mila cittadini: cosa cambia ora

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La corsa al referendum sulla giustizia è ancora lunga. Un nuovo quesito, proposto da un comitato di 15 cittadini capace di raggiungere le 500mila firme in poche settimane, è stato approvato dall’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione. La differenza sostanziale rispetto al quesito dei parlamentari sta nell’indicazione dei sette articoli della Costituzione che cambierebbero con la vittoria del sì. Una precisazione non da poco che, secondo la Corte di Cassazione, aumenterebbe la partecipazione consapevole tra i cittadini in vista del voto. L’intervento a posteriori dei giudici ha configurato una casistica inedita, che apre ora a diversi scenari, compreso il cambio di data. Nel frattempo il governo ha convocato con urgenza un Consiglio dei ministri che tra poche ore dovrebbe fornire qualche dettaglio in più sul futuro del referendum.

Quando una settimana fa il TAR Lazio ha respinto il ricorso presentato da un comitato di 15 cittadini per un cambio di data del referendum, la partita intorno a quest’ultima sembrava avviatasi verso la sua battuta finale, allo scontro sempre più risicato tra il fronte del sì e quello del no. Usciti dalla porta, i cittadini sono rientrati presto dalla finestra: la Cassazione ha dichiarato legittimo il quesito da loro presentato poco prima di Natale, che si affianca così a quello già approvato dai parlamentari. Secondo i giudici, infatti, la precedente ordinanza che approvava il referendum dei parlamentari non ha esaurito la facoltà di altri soggetti di formulare altri quesiti sul tema. L’intervento cittadino “corregge” quello politico, adempiendo agli obblighi della legge n. 352 del 1970 e specificando dunque gli articoli interessati da un’eventuale vittoria del sì, cosa che il quesito dei parlamentari non faceva.

Adesso la palla passa nuovamente a Palazzo Chigi. La modifica del testo referendario a campagna già avviata rappresenta un unicum per l’Italia, che apre ora a diversi scenari e interpretazioni. Gli stessi giuristi si dividono su ciò che accadrà: secondo Stefano Ceccanti, docente di diritto ed ex parlamentare, la data del referendum non dovrebbe cambiare poiché già indetta per decreto, mentre verrebbe soltanto aggiornato il quesito. Per il professore emerito Michele Ainis, invece, appare probabile il cambio di data: «nel quesito proposto dal governo certamente non erano indicati gli articoli della Costituzione allo scopo di rendere più semplice la comprensione del quesito stesso. Ma se a questo punto la Cassazione, tornando sui suoi passi dopo aver approvato il precedente quesito ha stabilito che occorre rimodularlo, non c’è dubbio che slitti la data delle votazioni, perché quella data è incorporata nel decreto. Penso che possa e che debba slittare. Se questo non avverrà sarà possibile sollevare, da parte del comitato per le 500mila firme, un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta».

Se il Consiglio dei Ministri convocato con urgenza per mezzogiorno dovesse optare per una nuova data, la prima utile risulterebbe quella del 29-30 marzo, una settimana dopo la previsione attuale. L’alternativa, tenendo conto delle festività, sarebbe il 12-13 aprile. Il campo delle ipotesi dovrebbe ad ogni modo essere sgomberato nelle prossime ore, sbrogliando la matassa giuridica venutasi a creare.

Aggiornamento ore 13.25: Non cambia la data del referendum: il Consiglio dei ministri, secondo quanto si apprende, ha infatti deciso di confermare la consultazione per il 22 e 23 marzo, integrando però il quesito con gli articoli della Costituzione che vengono modificati dalla riforma della Giustizia che contiene la separazione delle carriere.

Trump firma ordine esecutivo su dazi a Paesi che commerciano con l’Iran

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che consente l’imposizione di dazi aggiuntivi, fino al 25%, sulle merci importate da Paesi che acquistano beni o servizi dall’Iran. La misura punta a colpire indirettamente Teheran, estendendo le sanzioni anche ai suoi partner commerciali. L’amministrazione statunitense ha inoltre deciso di prorogare lo stato di emergenza nazionale già in vigore, ritenuto necessario per giustificare ulteriori misure economiche. Secondo la Casa Bianca, le politiche dell’Iran continuano a rappresentare una minaccia straordinaria per la sicurezza nazionale, la politica estera e l’economia degli Stati Uniti.