lunedì 9 Febbraio 2026
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Israele ha approvato nuove misure che consentono la colonizzazione totale della Cisgiordania

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RAMALLAH, CISGIORDANIA OCCUPATA – Sono state approvate dal gabinetto di sicurezza israeliano nuove misure volte ad ampliare il controllo di Tel Aviv in Cisgiordania e che accelerano il tentativo di annessione e colonizzazione del territorio da parte di Israele. Mentre Netanyahu si appresta a volare negli Stati Uniti per l’ennesimo incontro con Trump, i ministri di estrema destra Israel Katz e Bezalel Smotrich hanno annunciato un pacchetto di decisioni che minano il Protocollo di Oslo e il Protocollo di Hebron, cambiano le procedure di registrazione dei terreni e di acquisizione delle proprietà in Cisgiordania e consentono allo Stato di demolire gli edifici di proprietà palestinese nell’Area A. L’Autorità Palestinese condanna la grave escalation e chiama la comunità internazionale e in particolare l’amministrazione statunitense a intervenire; Hamas esorta le nazioni arabe e musulmane a interrompere i legami con Israele, e sollecita la popolazione palestinese della Cisgiordania a intensificare la resistenza contro l’occupazione.

La volontà del governo israeliano, è chiara: annettere la Cisgiordania. L’hanno annunciato, l’hanno ripetuto e, passo dopo passo, lo stanno facendo. Le aggressioni di coloni e militari, gli sfollamenti forzati della popolazione da un lato, i nuovi pacchetti di leggi dall’altro. Le elezioni sono tra pochi mesi e il governo di Netanyhau – in particolare i partiti di estrema destra – fanno campagna elettorale sulla pelle dei palestinesi. “Continueremo a seppellire l’idea di uno Stato palestinese” ha affermato l’ufficio del ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich in una dichiarazione, mentre il ministro della Difesa Katz ha ribadito che queste decisioni riflettono una chiara politica di rafforzamento del controllo di Israele sulla Cisgiordania e sono una garanzia per il futuro degli insediamenti ebraici in quella zona.

Le nuove misure del gabinetto di sicurezza d’Israele

Le nuove misure “consentiranno agli ebrei di acquistare terreni in Giudea e Samaria proprio come acquistano [terreni] a Tel Aviv o Gerusalemme”, ha affermato il gabinetto di sicurezza, utilizzando la terminologia biblica per le regioni che compongono la Cisgiordania. Il piano ha infatti ordinato la pubblicazione dei registri catastali prima riservati in Cisgiordania, abrogando la disposizione legale che impediva ai non-arabi di acquistare immobili nella zona, una legge che di fatto proteggeva il territorio dalla colonizzazione israeliana. Inoltre, il gabinetto ha abolito la legislazione che richiedeva un permesso speciale per le transazioni immobiliari. Si prevede che questo cambiamento consentirà agli israeliani di acquisire proprietà con una burocrazia minima.

Ma le nuove disposizioni vanno ben oltre: estendono “le attività di supervisione e applicazione della legge [israeliana, ndr] alle aree A e B per quanto riguarda le violazioni idriche, i danni ai siti archeologici e i rischi ambientali”. Di fatto, permettendo l’allargamento del controllo israeliano a parti del territorio palestinese che è – secondo gli Accordi di Oslo II firmati nel 1995– sotto il controllo esclusivo dell’Autorità Palestinese (Area A), aprendo le porte a nuove ondate di furti di terre, demolizioni e espulsioni in nome della “protezione ecologica” e dell’archeologia. Una scusa che Israele utilizza da anni per colonizzare terre in “Area C”, ossia i territori palestinesi che sono già sotto il controllo militare e amministrativo israeliano. Nel pacchetto di regole Israele rompe anche il Protocollo di Hebron; il piano estende il controllo di Tel Aviv sulla Tomba dei Patriarchi, e trasferirà l’autorità sui permessi di costruzione per gli insediamenti ebraici e su alcuni importanti siti religiosi dal comune di Hebron, che è subordinato all’Autorità Palestinese, a Israele.

Fino ad ora, in conformità con l’accordo di Hebron del 1997, qualsiasi modifica edilizia nella comunità ebraica doveva essere approvata sia dal comune che dall’amministrazione civile. Con l’approvazione del gabinetto, tali modifiche richiederanno ora solo l’autorizzazione da parte dell’establishment della difesa israeliano. L’organizzazione ombrello Yesha Council, che rappresenta gli insediamenti illegali in Cisgiordania, ha definito le decisioni di domenica tra “le più significative prese dallo Stato di Israele dal suo ritorno in Giudea e Samaria 58 anni fa”. “Il governo di Israele ha annunciato oggi, in pratica, che la Terra di Israele appartiene alla Nazione di Israele”, ha affermato il consiglio, aggiungendo che le decisioni “stanno di fatto consolidando la sovranità israeliana sul territorio”.

L’Autorità Palestinese ed Hamas chiamano a intervenire

La presidenza palestinese ha condannato con forza le decisioni del gabinetto di sicurezza israeliano, considerendole una “continuazione della guerra totale condotta dal governo israeliano contro i palestinesi e un’escalation senza precedenti” sottolineando che “rappresentano l’attuazione pratica dei piani di annessione e sfollamento.” Per l’Autorità Palestinese queste decisioni violano anche tutti gli accordi firmati tra l’OLP e Israele, nonché il diritto internazionale e le risoluzioni di legittimità internazionale, e costituiscono una palese violazione degli Accordi di Oslo e dell’Accordo di Hebron. In un comunicato hanno invitato la comunità internazionale in particolare il Consiglio di sicurezza e l’amministrazione statunitense a intervenire per bloccare le decisioni di Tel Aviv.

Hamas, inoltre, chiama alla ribellione. Invita “i palestinesi e i loro giovani ribelli in Cisgiordania e a Gerusalemme a intensificare il confronto con l’occupazione e i suoi coloni con tutti i mezzi disponibili, per contrastare i progetti di annessione, giudaizzazione e sfollamento forzato”. Definisce le misure adottate ieri parte dell’ “approccio fascista di insediamento coloniale, del piano di annessione globale e della guerra di sterminio e pulizia etnica” di Israele, e chiede agli stati arabi e islamici “di assumersi la loro responsabilità storica nell’affrontare l’occupazione e i suoi piani volti a imporre l’annessione della Cisgiordania come un fatto compiuto”. Li sprona a “rafforzare una posizione araba e islamica unitaria” e a “intraprendere misure concrete e serie, in primo luogo interrompendo le relazioni con l’entità sionista ed espellendo i suoi ambasciatori dalle capitali che hanno stabilito relazioni con essa,” invitando anche le Nazioni Uniti e la comunità internazionale a esercitare una “pressione reale ed efficace sull’occupazione affinché cessi le sue violazioni e aggressioni”.

Libia, incidente in gommone con migranti: 53 dispersi

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Nel pomeriggio di oggi, 9 febbraio, un gommone con a bordo 55 persone migranti si è capovolto al largo delle coste libiche. Il bilancio è di 53 vittime o dispersi, tra cui due neonati. A dare la notizia è l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, citando le sopravvissute, due donne nigeriane. L’imbarcazione era partita giovedì scorso da Zawiya, nella Libia nordoccidentale; l’incidente è avvenuto poco più a ovest, al largo delle coste di Zuara. Ancora in corso le operazioni di ricerca e soccorso.

I robotaxi autonomi di Waymo ricorrono alle indicazioni di lavoratori filippini

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L’esistenza dei robotaxi viene spesso citata come uno degli esempi più lampanti di ciò che l’intelligenza artificiale può offrire alla società, la prova concreta che gli automatismi sono in grado di svolgere mansioni tradizionalmente affidate all’uomo. Eppure, un’udienza al Congresso statunitense ha rivelato che persino Waymo – l’azienda considerata più avanzata nel settore – si affida dietro le quinte a un contingente di lavoratori stranieri incaricati di suggerire alle vetture come comportarsi quando l’IA non è in grado di gestire autonomamente una situazione. Anche i sistemi a “guida autonoma”, insomma, non si rivelano veramente autonomi, appoggiandosi piuttosto alla forza lavoro di Paesi in via di sviluppo.

L’audizione, tenutasi mercoledì 4 febbraio, mirava a raccogliere il punto di vista di accademici, lobbisti e leader del settore per capire come alleggerire quelle “leggi obsolete che rallentano questa tecnologia vitale”. Quello che si prefissava come un assist all’industria dell’automotive si è però trasformato in un momento delicato per Mauricio Peña, Chief Safety Officer di Waymo, il quale si è trovato a rispondere alle domande del Senatore senatore Ed Markey riguardanti l’utilizzo da parte dell’azienda di veicoli prodotti in Cina e, soprattutto, sul ricorso alla supervisione di lavoratori stranieri per supportare il servizio.

L’informazione non era del tutto inedita: Waymo aveva già accennato in passato che il software di guida sia solito interfacciarsi con un operatore umano per ricevere indicazioni su come gestire situazioni complesse. Tuttavia, l’azienda controllata da Alphabet evita accuratamente di esplicitare questo dettaglio nelle comunicazioni rivolte al grande pubblico, lasciando intendere che sia l’intelligenza artificiale a gestire ogni fase della guida. Questa scarsa trasparenza rende difficile valutare la reale portata e le modalità del fenomeno, con il risultato che la testimonianza di Peña ha portato per la prima volta alla luce informazioni finora sconosciute.

Messo alle strette, il CSO ha ammesso l’esistenza di tecnici operativi sia negli Stati Uniti sia all’estero. Sul momento, non ha fornito cifre né chiarito se la maggior parte degli operatori si trovi sul territorio americano o fuori dai confini nazionali, tuttavia ha confermato che le collaborazioni internazionali sono concentrate nelle Filippine. Successivamente, Waymo ha precisato che il personale è adeguatamente formato e che tutti gli operatori sono in possesso di una patente di guida. Resta però un punto irrisolto: l’azienda non ha specificato se si tratti di una patente statunitense o filippina, lasciando aperto il tema delle possibili discrepanze tra le normative stradali dei due Paesi.

Che gli esseri umani intervengano sulle decisioni delle IA non è di per sé un problema – anzi, spesso è un meccanismo di sicurezza –, ma l’opacità con cui la pratica è gestita è stata immediatamente individuata dai politici statunitensi come una vulnerabilità critica per la sicurezza nazionale. A complicare il quadro c’è anche un recente incidente: a fine gennaio un robotaxi Waymo ha investito un “giovane pedone” davanti a una scuola elementare, alimentando l’indignazione dell’opinione pubblica. La notizia getta inoltre benzina sul fuoco anche per quanto riguarda il fronte economico. La guida autonoma promette di sostituire un’intera categoria professionale con sistemi di intelligenza artificiale, tuttavia l’esternalizzazione delle attività di supervisione che è emersa suggerisce un fenomeno di dumping sociale spostando il lavoro verso Paesi dove i salari sono più bassi. “È una cosa se un taxi viene sostituito da un Uber o da un Lyft”, osserva Markey. “È un’altra quando i posti di lavoro finiscono completamente all’estero”.

Pubblicamente, le aziende promuovono con entusiasmo l’idea che robot e sistemi automatizzati stiano entrando nelle nostre vite per assumersi compiti potenzialmente critici. Eppure, continuano a emergere episodi che mostrano come dietro queste tecnologie operino lavoratori invisibili, spesso costretti a ritmi massacranti e a mansioni degradanti che possono compromettere la loro salute mentale. Mentre l’industria spinge per portare automi in ogni casa, vale forse la pena ricordare che il termine “robota” si traduce come “servo della gleba”: un richiamo scomodo al rischio che il nostro desiderio di nuovi “schiavi” finisca per ricadere ancora una volta su esseri umani in carne e ossa, piuttosto che su macchine prive di coscienza.

Perché Israele dovrebbe essere esclusa dalle Olimpiadi invernali

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Partita il 26 novembre da Olimpia in Grecia e giunta il 6 dicembre in Italia, la fiaccola Olimpica ha percorso tutta la penisola per arrivare il 6 febbraio a Milano dove ha acceso il braciere olimpico per l’apertura delle XXV Olimpiadi Invernali 2026 di Milano-Cortina. Due mesi in cui la fiaccola, simbolo primario dei valori olimpici, ha toccato tutte le province italiane. Grande partecipazione popolare e grande battage pubblicitario, ma anche diffuse proteste, con grande evidenza mediatica per le prime e oscuramento totale per le seconde. Il motivo delle contestazioni? La presenza ai Giochi Olimpici della rappresentanza israeliana (ma non solo, come spiegheremo dopo), condividendo la richiesta del Comitato Olimpico Palestinese di escludere Israele dalle Olimpiadi di Parigi 2024 per violazione della tregua olimpica, evidentemente estensibile a omologhe competizioni. Richiesta parallela a quella rivolta nel 2024 dalla Palestine Football Association (PFA) al presidente della FIFA Gianni Infantino per l’esclusione di Israele dalle competizioni calcistiche internazionali. Anche questa richiesta non è stata accolta, e si tratta dello stesso Infantino che ha appena inventato dal nulla e attribuito a Donald Trump il premio FIFA per la pace, a compensazione del mancato Nobel.

Precedenti storici e doppi standard

L’esclusione dalle Olimpiadi di alcuni Paesi, per il mancato rispetto dei diritti umani, ha una storia lunga almeno sessant’anni. Il Sudafrica, nell’edizione di Tokyo 1964, era stato escluso a causa delle «politiche di apartheid e discriminazione razziale» imposte alla popolazione nera: l’esclusione è durata per tutte le successive edizioni, fino a Seoul 1988. Nel 1972, alle Olimpiadi di Monaco, era stato escluso lo Zimbabwe sempre a causa di politiche di discriminazione razziale. 

A Sidney 2000 era stato escluso dai giochi l’Afghanistan dei talebani, per la violazione dei diritti delle donne. A Rio 2016, invece, non era stato ammesso il Kuwait a causa di modifiche alla legislazione sportiva che screditavano le Olimpiadi. Infine, a Parigi 2024 Russia e Bielorussia sono state escluse per l’invasione dell’Ucraina. 

Purtroppo è ancora più lunga la pratica dello sportswashing, o comunque dell’uso strumentale dello sport per legittimarsi a livello interno e internazionale. Dalle Olimpiadi di Berlino del 1936, funzionali alla propaganda nazista, per arrivare ai Campionati mondiali di calcio in Qatar, al centro di grandi contestazioni per il mancato rispetto dei diritti umani.

Il ruolo politico dello sport

Il movimento BDS Italia (Boicottaggio-Disinvestimento-Sanzioni) ha quindi lanciato un appello per la mobilitazione della società civile, in occasione del passaggio della fiaccola, per ribadire che le politiche di apartheid, occupazione e genocidio perpetrate da Israele nei confronti della popolazione palestinese vanno fermate, denunciando anche le pratiche di sportswashing, che permettono a Israele di presentarsi come un Paese civile e democratico. L’appello ricorda anche l’uccisione di oltre 800 sportivi palestinesi (tra atleti e dirigenti) solo nel corso degli ultimi due anni e la pressoché totale distruzione delle infrastrutture sportive a Gaza. Ci troviamo quindi di fronte a palesi violazioni non solo del diritto internazionale, ma anche della stessa Carta Olimpica e, alla luce di queste, si svela l’enorme ipocrisia degli organismi sportivi interpellati, che hanno rigettato tali istanze distinguendo in modo specioso tra le decisioni riguardanti il conflitto russo-ucraino e quelle relative al genocidio in Palestina.

Una protesta in occasione del passaggio della fiamma olimpica di Milano – Cortina 2026 a Brescia

La risposta all’appello è stata massiccia e diffusa. Nonostante il blackout mediatico, è stato evidente che la mobilitazione ha riguardato la maggior parte delle località italiane attraversate dalla fiaccola. Le proteste hanno avuto carattere non violento con cartelli, striscioni e slogan che chiedevano l’esclusione di Israele dai Giochi. Lo spiegamento di forze di sicurezza è stato imponente con evidenti direttive per avere un atteggiamento di minima tolleranza nei confronti di presidi fissi, purché distanti dalla meta finale. Ma appena si palesava l’intenzione dei manifestanti di accompagnare il cammino della fiaccola o di presenziare alla cerimonia di accensione del braciere alla fine di ogni giornata, la vigilanza si faceva più stretta fino all’interposizione fisica per impedire l’accesso degli attivisti al cospetto del palco della cerimonia. Non è mancata qualche colluttazione fino alla rottura del polso di un’attivista da parte di un poliziotto durante le proteste all’Aquila.

L’importanza del boicottaggio sportivo

Il tema del boicottaggio sportivo potrebbe sembrare secondario in uno scenario drammatico con oltre 70mila morti civili (di cui oltre 20mila bambini), centinaia di migliaia di feriti, la distruzione del sistema sanitario, educativo e la devastazione ambientale da parte dell’esercito israeliano (IDF) a Gaza. Bisogna considerare però che anche la distruzione del sistema sportivo fa parte della strategia israeliana di rompere i legami sociali e rendere più probabile l’abbandono della loro terra da parte dei palestinesi o la sottomissione al sistema di controllo totale nei loro confronti. E invece dal punto di vista israeliano l’esclusione dalle competizioni sportive, in primis quelle calcistiche, avrebbe un effetto dirompente nell’incrinare lo status di Paese intoccabile. Lo sport, da sempre, ha il potere di veicolare valori di coesione sociale perlopiù declinati in chiave identitaria e nazionalistica. Lo afferma anche Ilan Pappè, l’autorevole storico israeliano tra i maggiori critici del proprio Paese, quando, in occasione di un incontro pubblico, ha affermato nell’incredulità generale che l’esclusione di Israele dalla FIFA sia tra le cose più temute dai cittadini.

Una delle proteste alla Vuelta a España che hanno portato al ritiro del team israeliano dalle ultime gare della stagione

Missione impossibile? Forse no, anche solo ripercorrendo le ultime azioni di boicottaggio sportivo. La diffusa protesta per la presenza della squadra ciclistica Israel Premier Tech, che a detta del suo finanziatore aveva l’esplicito obiettivo di “lavare” a livello internazionale l’immagine di Israele, al Giro d’Italia e poi alla Vuelta a España, ha portato al ritiro del team IPT dalle ultime gare della stagione e infine all’interruzione dell’accordo del suo principale sponsor, appunto la Premier Tech, annunciato a novembre 2025. Della rinuncia invece degli sponsor della nazionale di calcio, prima Puma e poi Erreà, si è già parlato in precedenti articoli di questo giornale, così come del boicottaggio di Reebok richiesto dal BDS in tutto il mondo. Nel caso poi delle Olimpiadi i motivi di boicottaggio si “sprecano”. Stiamo parlando di un evento che drena un’enorme quantità di denaro pubblico a beneficio dei privati. Con la scusa dell’occasione unica per valorizzare un territorio, oltre alla costruzione di ecomostri, il più delle volte abbandonati per inutilizzo dopo pochi anni, si costruiscono strade, varianti, parcheggi che, soprattutto per i giochi invernali, significano intervenire in modo devastante in un territorio particolarmente fragile. Per quanto riguarda le Olimpiadi estive spesso sono l’occasione per “riqualificare” interi quartieri della città estromettendo la popolazione residente meno abbiente. Spesso poi la tempistica urgente per una scadenza improrogabile crea condizioni lavorative al di sotto di qualsiasi minimo standard di sicurezza e di salario.

Nel corso delle proteste per il passaggio della fiaccola si sono manifestate anche rivendicazioni civili e ambientali relative a queste problematiche, a indicare che la lotta per la libertà della Palestina si intreccia e in qualche modo assume su di sé la battaglia per la libertà di tutte e tutti. 

Puglia, assalto a portavalori: due fermi

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Nella tarda mattinata di oggi, 9 febbraio, un gruppo di uomini incappucciati e armati ha effettuato un assalto a un portavalori sulla strada statale che collega Brindisi a Lecce. Secondo le prime ricostruzioni, i rapinatori avrebbero bloccato il furgone con due automobili, per poi scendere dai veicoli e sparare colpi in aria; successivamente hanno aperto il blindato utilizzando un esplosivo. Sul posto sarebbero arrivati i carabinieri, con i quali ci sarebbe stato uno scontro a fuoco; non sono stati riportati feriti. Secondo quanto riferiscono i media, sarebbero stati arrestati due sospettati, ma non è chiaro che cosa esattamente sia stato rubato.

Caporalato e sfruttamento: la multinazionale Glovo finisce in amministrazione controllata

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La piattaforma di delivery Glovo, attraverso la sua società italiana Foodinho, è stata posta sotto controllo giudiziario per caporalato dalla Procura di Milano. Il provvedimento d’urgenza firmato dal Pm Paolo Storari, che dovrà essere convalidato da un giudice, nomina infatti un amministratore giudiziario con l’obiettivo dichiarato di interrompere pratiche illegali senza compromettere i livelli occupazionali. Secondo gli accertamenti effettuati, a circa 40mila lavoratori sul territorio italiano, di cui 2.000 nell’area milanese, sarebbero state corrisposte retribuzioni «sotto la soglia di povertà», in alcuni casi inferiori fino al 76,95% rispetto a tale soglia e all’81,62% rispetto ai minimi contrattuali nazionali.

L’indagine eseguita dai Carabinieri del Nucleo Tutela del Lavoro, contesta all’amministratore unico di Foodinho, Pierre Miquel Oscar, di aver «impiegato manodopera in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori». La società stessa è formalmente sotto inchiesta per responsabilità amministrativa, dal momento che il presunto reato sarebbe stato commesso «nell’interesse e a vantaggio della propria azienda, adottando un modello organizzativo palesemente contrario al principio di legalità». Il decreto di controllo giudiziario è finalizzato a garantire «il rispetto delle norme e delle condizioni lavorative la cui violazione costituisce indice di sfruttamento lavorativo» e «l’adozione di adeguate misure e idonei assetti organizzativi», con la finalità di «evitare il ripetersi di fenomeni di sfruttamento e di retribuzioni sottosoglia di povertà».

Le accuse si basano su un’analisi approfondita del modello operativo e sono frutto di decine di testimonianze raccolte, che delineano un quadro di sfruttamento. I rider, sebbene formalmente autonomi con partita Iva, sarebbero di fatto sottoposti a una rigida «etero-organizzazione algoritmica della prestazione lavorativa». A governare l’intero ciclo è l’app di Glovo, assegnando gli incarichi, geolocalizzando costantemente, misurando performance e disponibilità e collegando tali parametri alla retribuzione. Questo sistema, pur essendo «compatibile con l’applicazione della disciplina del lavoro subordinato», genera compensi che la Procura ritiene palesemente difformi dall’articolo 36 della Costituzione, incapaci di garantire «una esistenza libera e dignitosa». L’analisi campionaria della procura rileva che il 75% dei ciclofattorini analizzati percepiscono un reddito sotto la soglia di povertà, con uno scostamento medio di circa 5.000 euro annui lordi.

Il controllo giudiziario, che affianca senza sostituire gli organi aziendali, evita la cessazione dell’attività ma impone la bonifica delle illegalità. L’amministratore giudiziario, il commercialista Andrea Adriano Romanò, dovrà vigilare sulla regolarizzazione dei lavoratori e sulla ristrutturazione del modello organizzativo. L’inchiesta va a inserirsi in un più ampio filone di interventi della procura milanese contro il caporalato digitale.

Cuba, l’ora più dura: varato il piano di resistenza contro la crisi indotta dall’assedio USA

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Era nell’aria dopo il discorso del presidente Miguel Díaz-Canel ed è prontamente arrivato: il governo ha varato un piano economico contro la crisi che ha messo alle strette lo Stato caraibico. Cuba risponde così alle crescenti minacce statunitensi con un pacchetto di misure straordinarie, volte a garantire i diritti basilari della popolazione. La destinazione prioritaria del combustibile disponibile nel Paese saranno i settori idrico e sanitario, oltre alle attività economiche fondamentali, utili per generare valuta estera. Anche le operazioni di difesa verranno garantite. Il ministro del Commercio Oscar Pérez-Oliva Fraga ha precisato che, nonostante la crisi, non si arresterà la transizione del sistema elettrico nazionale verso le fonti rinnovabili. Nel frattempo, l’appello del presidente Miguel Díaz-Canel verso il Sud globale non è rimasto inascoltato e la macchina della solidarietà internazionale si è messa in moto, con il governo messicano pronto a inviare aiuti umanitari all’Avana.

Il ministro del Commercio Oscar Pérez-Oliva Fraga ha illustrato il nuovo piano del governo cubano alla luce delle ridotte importazioni energetiche. Il dito è stato puntato contro Washington e l’inasprimento dell’embargo, tra nuove unità militari dispiegate nei Caraibi e persecuzioni nei confronti delle navi petrolifere dirette a Cuba, che si aggiungono al rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro, alleato strategico dell’isola. «Per questo è importante potenziare l’uso delle risorse che abbiamo nel nostro Paese, oltre a diversificare le vie per continuare a ottenere le entrate esterne di cui la nostra economia ha bisogno per garantire i programmi di sviluppo economico e sociale», ha detto Oscar Pérez-Oliva Fraga. La crisi non fermerà dunque lo sviluppo delle rinnovabili: la posta in gioco è la creazione di una rete di pannelli solari lungo tutta l’isola. Sono previste 25mila installazioni per le famiglie, parte delle quali oggi totalmente isolate e prive dunque di elettricità; 10mila per insegnanti e lavoratori della sanità; 5mila per i servizi sociali, come le case di riposo e le case-famiglia.

Accanto agli incentivi per le fonti rinnovabili, il governo ha aperto per la prima volta alla possibilità, da parte degli enti e delle famiglie produttrici, di vendere direttamente a terzi l’energia generata. Nell’ottica della diversificazione e della transizione, l’Avana ha poi decentralizzato l’approvvigionamento dei combustibili, facilitando le importazioni da parte di tutte le aziende presenti sull’isola, che possono contare sull’interesse di partner e amici solidali, come spiegato dal ministro del Commercio. Quest’ultimo ha aggiunto che, in un’ottica di risparmio energetico, gli uffici amministrativi resteranno aperti dal lunedì al giovedì, per un’inedita settimana corta. La massima priorità per il combustibile di cui dispone oggi Cuba è data all’approvvigionamento e quindi pompaggio di acqua, alla produzione di cibo (con lavori di potenziamento della rete territoriale) e al sistema sanitario, fiore all’occhiello del Paese. Nello specifico verranno garantite la distribuzione dei medicinali, il funzionamento delle strutture e la sorveglianza epidemiologica.

Grosse speranze vengono riposte nel turismo. Da dicembre ad aprile Cuba vive il periodo di alta stagione e l’obiettivo è cercare di invertire il trend negativo dell’anno scorso, che ha visto un totale di 1,8 milioni di visitatori, il 18% in meno rispetto al 2024. Il piano varato dal governo punta a compattare gli impianti turistici e a renderli efficienti, sfruttando quindi l’alta stagione. Nel frattempo, giungono i primi segnali positivi dalla solidarietà internazionale, dopo l’appello del presidente Miguel Díaz-Canel, che definiva Cuba sotto assedio dell’imperialismo USA. Ed è proprio da uno degli Stati più ostili a Washington nella regione — il Messico della presidente Claudia Sheinbaum — che proviene il primo gesto pubblico di vicinanza all’Avana, consistente nell’invio di aiuti umanitari verso l’isola.

È morto il fisico Antonio Zichichi, aveva 96 anni

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Si è spento a 96 anni Antonio Zichichi, fisico delle particelle trapanese di fama internazionale. È noto per avere dato contributi scientifici considerati di grande valore dalla comunità accademica ed è stato una figura centrale della scienza italiana. Accanto alla ricerca, ha svolto un’intensa attività di divulgazione, impegnandosi a rendere accessibili al grande pubblico temi complessi e a promuovere il metodo scientifico. Celebre la sua battaglia culturale contro astrologia e superstizioni, da lui definite una “Hiroshima culturale”, ritenendole un grave ostacolo alla diffusione del pensiero razionale e dell’educazione scientifica.

Trieste, assolti con formula piena i cittadini che protestarono durante il Covid

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Sono stati assolti con formula piena i cinque manifestanti coinvolti nelle proteste contro il Green Pass al porto di Trieste dell’ottobre 2021, durante la pandemia, che portarono a un massiccio sgombero delle forze dell’ordine. Le persone alla sbarra, tra cui il consigliere comunale Ugo Rossi, erano accusate di reati come oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, ma il Tribunale di Trieste ha decretato che “il fatto non sussiste”. Rigettando le richieste del pubblico ministero, i giudici hanno così chiuso in primo grado un capitolo giudiziario aperto da episodi che avevano provocato forti polemiche in merito alla gestione del diritto di protesta in un periodo di restrizioni straordinarie.

Nello specifico, la vicenda risale al 18 ottobre 2021. Nei giorni precedenti, circa trecento tra portuali e manifestanti avevano rimpinguato un presidio pacifico nei pressi del Varco 4 del Molo Settimo, in protesta contro l’introduzione del Green Pass come requisito obbligatorio per lavorare. Il presidio, che proseguiva da giorni in un clima descritto come inizialmente cordiale con la polizia, fu bruscamente interrotto: per sgomberare l’area, gli agenti caricarono i manifestanti presenti facendo uso di idranti, lacrimogeni e manganelli. Dagli scontri scaturì l’apertura di un fascicolo da parte dei pm triestini, che misero sotto inchiesta sedici persone. Successivamente, alcuni imputati hanno scelto di patteggiare la pena, due sono stati prosciolti in udienza preliminare e altri cinque hanno scelto di difendersi in dibattimento. Per questi ultimi, il pubblico ministero aveva chiesto in requisitoria condanne fino a sei mesi di carcere. La sentenza del Tribunale ha invece ribaltato l’impianto accusatorio, assolvendo gli imputati.

Tra gli assolti figura Ugo Rossi, consigliere comunale, difeso dall’avvocato Filippo Teglia. «Sì, questa era l’imputazione. Ma il mio assistito è stato assolto con formula piena, cioè per non aver commesso il fatto», ha dichiarato il legale. Lo stesso Rossi, in un post sui propri portali social, ha commentato duramente: «Il pm aveva chiesto 6 mesi di carcere per il sottoscritto. In quel caso fu la polizia ad aggredire i manifestanti». Ha inoltre aggiunto: «Siamo tutti e tutte colpevoli di libertà di fronte allo Stato dei ricatti, delle emergenze e della repressione». Grande entusiasmo per il verdetto è stato espresso dalla comunità dei portuali e dei promotori delle proteste. Un ruolo simbolico in questo frangente è stato giocato da Stefano Puzzer, ex leader dei portuali di Trieste, il cui licenziamento dal porto è stato annullato lo scorso autunno dalla Corte di Cassazione. In un post sui social, Puzzer ha scritto: «Vi do veramente una notizia meravigliosa. Nonostante lo stato e le forze dell’ordine non si siano mai scusate, ma anzi hanno pure avuto il coraggio di denunciare dei manifestanti pacifici, inventandosi oltraggi, resistenze ed addirittura aggressioni. Bene oggi, tutti i manifestanti che sono andati in giudizio senza patteggiare sono stati assolti con formula piena. Avanti tutta, la gente come noi non molla mai».

L’esito del processo arriva peraltro in una fase di acceso dibattito politico sulle norme che regolano l’ordine pubblico durante le manifestazioni. Il governo, infatti, ha appena approvato nuove misure, tra cui l’introduzione del tanto discusso fermo preventivo, con la possibilità di trattenere – in vista di manifestazioni – per un massimo di 12 ore e prima della convalida del magistrato, una persona con precedenti specifici; è passato anche il cosiddetto “scudo penale”, che consiste nell’introduzione di un «modello» distinto dal registro degli indagati in cui i pm possono iscrivere persone che hanno commesso un reato per cause di giustificazione.

Elezioni in Giappone: Takaichi vince la scommessa e resta in sella

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Sanae Takaichi vince la scommessa elettorale e con 316 seggi ottiene i due terzi (maggioranza qualificata) della Camera bassa del Giappone, alla quale si aggiungono, in coalizione, i 34 seggi del Partito giapponese dell’Innovazione (PGI). Durante una tornata elettorale caratterizzata da condizioni climatiche avverse, con copiose nevicate in una gran parte del Paese, e un’affluenza elettorale ai minimi storici, il Partito Liberal Democratico (PLD) ottiene un successo senza precedenti: a nemmeno due anni dalle ultime elezioni, quando visse uno dei momenti più bassi della sua storia politica, la premier è riuscita nell’intento di cavalcare la nuova ondata di popolarità e riscrivere gli equilibri all’interno del Parlamento. Takaichi sorpassa i risultati ottenuti da Shinzō Abe nel 2012 e da Junichiro Koizumi nel 2005 e si accaparra la vittoria più schiacciante nella storia elettorale del Giappone dal dopoguerra in poi.

Sanae Takaichi, entrata in sostituzione del precedente presidente Ishiba soltanto lo scorso ottobre, con questa tornata elettorale si è giocata tutto. Spinta dalle statistiche che dipingono un consenso elettorale nei suoi confronti alle stelle, la iron lady giapponese ha deciso di sfruttare il momento per rimodellare la composizione del parlamento e godere così di maggiore libertà per governare. Difatti, dopo la graduale perdita di consensi subita dal partito Liberal Democratico, al governo per quasi settant’anni (fatta eccezione per due brevi finestre temporali), la possibilità di manovra negli ultimi mesi è stata messa a repentaglio a causa dell’abbandono nell’alleanza di governo del partito d’ispirazione buddista della Soka Gakkai Komeito. I buddisti, che a lungo hanno appoggiato la fazione liberaldemocratica, hanno chiuso la relazione decennale con i liberali proprio a causa della neoelezione di Takaichi.

L’accordo nato tra Komeito e il Partito Democratico Costituzionale del Giappone (PDCG), denominato Alleanza della Riforma Centrista (ARC), non ha però ottenuto i successi sperati. La principale formazione all’opposizione, infatti, non ha convinto fin da subito e le conseguenze sono state, prevedibilmente, fallimentari: 49 sono stati i seggi ottenuti in totale, di cui 28 ottenuti da Komeito e 21 dal PDCG, che dallo scioglimento della Camera ha perso 127 seggi. 

Parimenti, i risultati di formazioni come il Partito Comunista Giapponese, Mirai e il Partito Democratico per il Popolo non hanno raggiunto, in totale, la cinquantina di seggi.

Sanseito, invece, il partito di estrema destra salito alle cronache negli ultimi mesi per le proposte elettorali ispirate ai movimenti dell’alt-right occidentale, è passato da 2 a 15 seggi. Questo risultato, che segna in ogni caso una crescita per un partito di recente formazione, potrebbe essere motivato dal successo di Takaichi che è riuscita ad intercettare il voto di quella fascia elettorale, che, a parità di proposte politiche, ha preferito premiare l’esperienza trentennale e la stabilità di Takaichi, ai danni della neonata Sanseito.

Durante la breve campagna elettorale, avvenuta in seguito allo scioglimento della Camera bassa e durata nemmeno due settimane, il partito della premier ha messo in chiaro le intenzioni del governo in politica estera. Le difficili relazioni internazionali con la vicina Repubblica popolare cinese hanno ricoperto un ruolo di spicco: Takaichi ha promesso investimenti nella diversificazione delle fonti d’approvigionamento delle terre rare e ha rimarcato l’impegno per garantire pace e stabilità nello stretto di Taiwan. A questo si è aggiunta la proposta di rivedere le strategie di sicurezza nazionale e la rimozione dei limiti degli equipaggiamenti per le forze di autodifesa.

In un periodo di grave inflazione, profonda svalutazione dello yen giapponese e con un’economia in costante ristagno, le promesse politico-economiche avanzate dall’alleanza tra PLD e PGI sono apparse meno chiare, soffermandosi in particolar modo su manovre di natura fiscale, come l’abbassamento all’8% dell’imposta nazionale sugli alimenti, o pacchetti di investimenti di ambito pubblico-privato.

Particolare attenzione è stata posta sulle proposte di carattere sociale: in ambito migratorio, Takaichi si sarebbe dichiarata favorevole a un tetto massimo per l’accoglienza di persone straniere e turisti, oltre che sulla revisione di leggi che limiti l’acquisizione di immobili da parte di residenti non giapponesi.

Non sono tardate le congratulazioni della premier italiana Giorgia Meloni. «Buon lavoro alla mia cara amica Sanae e al nuovo Parlamento giapponese» ha chiosato sul suo profilo X complimentandosi con la premier Takaichi. Anche il presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump ha commentato su Truth la vittoria dei liberali: «è stato un onore appoggiare te e la tua coalizione. Ti auguro un Grande Successo nell’approvazione del tuo programma conservatore “Pace attraverso la Forza”».

Se questo risultato elettorale cambia drasticamente la composizione della Camera bassa e permette al Partito Liberal Democratico di governare con maggiore libertà, l’ostacolo principale di questo governo resta ancora la Camera alta, all’interno della quale non gode di maggioranza. Il successo ottenuto da Takaichi, però, alimenta nuovamente il dibattito sulla revisione costituzionale: difatti, il controllo dei due terzi di entrambe le Camere permetterebbe al governo di attuare una revisione della Costituzione. Occhi puntati, quindi, sulla modifica del controverso articolo 9, tramite il quale il Giappone rinuncia formalmente al diritto di belligeranza e che per anni ha rappresentato una degli obiettivi politici del PLD e di Abe.

Sanae Takaichi è riuscita a strappare un risultato elettorale storico, ma non troppo lontano dalle aspettative. Nel momento in cui finirà la tipica luna di miele postelettorale e calerà la “Sanaemania” che sembra impazzare nella popolazione giapponese più giovane, resta da vedere come la premier si muoverà su tematiche attualmente delicate, tanto da un punto di vista economico, quanto da un punto di vista fiscale. Appare chiaro, però, che da semplice “protetta di Shinzō Abe” Sanae Takaichi ha saputo riprendere in mano un partito allo sbaraglio, per dare inizio ad una nuova era.