Nel 1966 Ennio Morricone era a Marsiglia quando, improvvisamente, sentì un suono che non si aspettava. Era una normale sirena della polizia, ma, a differenza di quelle italiane, costruite su due note che si ripetono, questa era tritonale. Quel cambiamento minimo accese la sua immaginazione. Da lì nacque l’idea per una canzone fondata sullo stesso principio: tre note molto vicine tra loro, ripetute in modo ossessivo, poi un piccolo scarto di tonalità e di nuovo il ciclo che ricomincia, in un crescendo che ricorda quello di una sirena che si avvicina. Una struttura che, descritta a parole, potrebbe sembrare persino banale, ma che nella musica, grazie al genio di Morricone, si trasforma in un miracolo. Quel miracolo era Se telefonando.
Un ciclo di tre note attorno alle quali si regge un intero brano. Lo stesso principio su cui si basa, volontariamente o involontariamente, anche il pezzo scritto da un giovane cantautore napoletano che, 26 anni fa, portò sul palco di Sanremo una delle canzoni più anti-sanremesi mai ascoltate.
Siamo nel 2000. 50ª edizione del Festival. Alla conduzione, per la seconda volta consecutiva, c’è Fabio Fazio, che ha come compito principale quello di svecchiare il Festival dopo le austere gestioni di Pippo Baudo, Mike Bongiorno e Raimondo Vianello. La lista degli artisti in gara segna effettivamente un cambio di passo e la qualità delle canzoni è decisamente alta. Ci sono, tra gli altri, i Tiromancino e Riccardo Sinigallia con la bellissima Strade, Max Gazzè con Il timido ubriaco, e poi i Subsonica e Samuele Bersani con due capolavori come Tutti i miei sbagli e Replay.
Poi vabbè, c’erano pure Fabrizio Moro e un frate che suonava la chitarra elettrica e che sarebbe poi stato arrestato per truffa. Perché va bene svecchiare, ma siamo comunque a Sanremo.
Per la categoria nuove proposte c’è invece un cantante che ha portato un pezzo particolarmente strano. Alessio Bonomo, 30 anni, autore di La Croce. Una canzone decisamente fuori dai canoni anche per quella edizione del Festival, che comunque si era presa molte libertà. Il brano si apre con lo strillo di una chitarra elettrica suonata col wah. Un suono sporco e acido, che potrebbe tranquillamente arrivare da un disco di Jimi Hendrix e che infatti sembra provenire da un’altra dimensione rispetto al palco di Sanremo. È un attacco che pare quasi un errore tecnico, qualcosa che qualcuno in regia dovrebbe abbassare in fretta. E invece no: è proprio così.
A quel punto la chitarra inizia il suo riff ossessivo di tre note sul quale si regge l’intero brano. Poco dopo entra, inevitabilmente, l’orchestra. Gli archi, tuttavia, non cercano di “ripulire” quel suono, né di renderlo presentabile per la prima serata. Prima lo assecondano, poi costruiscono un crescendo che genera un vero e proprio cortocircuito: da un lato c’è la tradizione melodrammatica sanremese, dall’altro siamo quasi dalle parti dei Sonic Youth. Due stili totalmente diversi che cercano di dividere lo stesso spazio in armonia, come farebbero due coinquilini che si odiano ma che devono comunque vivere insieme perché mancano i soldi per l’affitto. In mezzo a tutto questo, immobile al centro del palco, c’è Alessio Bonomo. Che non canta. Recita. O meglio: pronuncia. La sua voce non cerca mai la melodia e non prova in alcun modo a farsi bella. Sta lì, tesa. Come il monologo di qualcuno che ha deciso di dire una cosa importante nel posto meno adatto possibile.
“E ognuno ha la sua croce, ma certe croci sono enormi”, dice nell’attacco del pezzo, e già a questo punto è chiaro che non siamo esattamente nell’universo poetico di Papaveri e papere. La canzone avanza per accumulo emotivo, come una salita continua. Parla delle croci che affliggono ognuno di noi, ma anche di come ognuno di noi sia “un falegname che costruisce nuove croci”, fino ad arrivare a chi “da questo orrendo costruire ne esce pure vincitore”. Ogni frase è un passo in più verso il cuore della canzone, che si materializza quando Bonomo lancia un urlo improvviso, evidenziato dalla musica che si blocca all’istante: “ROBA DA SPACCARGLI UN PALO IN MEZZO AGLI OCCHI!”. Sarebbe il ritornello. Sembra più una bestemmia.
Alla fine del video si sentono alcuni timidi applausi, ma è facile immaginare le espressioni perplesse del pubblico in sala. Il brano, inutile dirlo, non avrà molta fortuna. Arriverà quartultimo in classifica e non avrà, di fatto, alcuna vita commerciale. Un anno dopo, però, Alessio Bonomo pubblicherà il suo primo album, La rosa dei venti, prodotto da un altro musicista passato da quella 50ª edizione del Festival: Fausto Mesolella, chitarrista degli Avion Travel, che proprio quell’anno vinsero all’Ariston con Sentimento. Anche quello un brano totalmente fuori asse rispetto alla tradizione sanremese.
Col senno di poi, quel Sanremo del 2000 appare come un momento di equilibrio raro nella musica moderna, che poteva permettersi certe deviazioni e certi picchi di eccellenza restando comunque popolare. Intendiamoci: Sanremo, nonostante i proclami, non è mai stato lo specchio di niente. Anche oggi, nel 2026, al di là di febbraio, fuori dalla Liguria, si produce musica di ogni genere, spesso animata dal desiderio di guardare avanti e di esprimere la propria identità artistica in maniera originale. Sanremo, invece, è solamente il risultato delle scelte di qualche dirigente rincoglionito della Rai e delle case discografiche, che spingono per mettere in vetrina i loro artisti invenduti come se fossero prosciutti.
Tuttavia, se si guarda alle canzoni in gara all’Ariston negli ultimi anni, lo scarto con il passato non sembra solo stilistico, ma concettuale. Anche nel caso di quei cantanti che vorrebbero portare sul palco il proprio stile personale, bello o brutto che sia, l’azzardo creativo sembra essere stato completamente sostituito dalla ricerca della riconoscibilità immediata. Tutto deve funzionare subito, possibilmente al primo ascolto, possibilmente su TikTok. Canzoni che sembrano tutte omologate e che passano senza lasciare traccia, come sirene bitonali dirette a tutta velocità in qualche luogo dove non sta succedendo nulla di interessante. Una creazione di testi, melodie e arrangiamenti che appare più simile a una produzione industriale che a un flusso creativo personale. Basta guardare al numero degli autori necessari a comporre un singolo brano. Ci sono volute 6 persone per scrivere il pezzo che ha vinto Sanremo 2026. Una canzone, oggettivamente, davvero brutta.
La Croce di Alessio Bonomo invece, nel bene o nel male, era solo di Alessio Bonomo.
Frane e alluvioni verificatesi nello stato brasiliano di Minas Gerais hanno provocato almeno 72 vittime (65 a Juiz de Fora e 7 a Ubá). Tra le vittime si contano anche 13 bambini. La quota degli sfollati raggiunge invece le 10mila persone, costrette a lasciare la propria casa. «Aiuteremo queste persone a ricostruire la loro vita, dando loro una casa. L’unica cosa che non possiamo restituire sono le vite perdute», ha dichiarato il presidente Lula. Nelle prossime ore sono previste nuove piogge.
Nella mattinata di ieri, sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il giorno, continuando anche nella notte del 1 marzo.
1 marzo – Ore 15.30 – Media: 150 navi petrolifere restano fuori lo Stretto di Hormuz
Almeno 150 petroliere hanno gettato l’ancora nelle acque aperte del Golfo, oltre lo Stretto di Hormuz, chiuso dalle autorità iraniane. Diverse decine di navi sono ferme dall’altra parte dello Stretto. Lo riportano Reuters e Al Jazeera. La navigazione risulta bloccata, con conseguenze mondiali sul commercio energetico.
I media statali iraniani confermano che Teheran ha colpito una petroliera perché «aveva intenzione di passare attraverso lo Stretto di Hormuz nonostante gli avvertimenti». «Tutti i 20 membri dell’equipaggio sono stati evacuati».
1 marzo – Ore 14.45 – Iran: “continueremo a colpire le basi americane”
Il generale iraniano Ali Larijani si è rivolto ai Paesi arabi: «non stiamo cercando di attaccarvi. Ma quando le basi nel vostro Paese vengono usate contro di noi, le colpiamo. Sono suolo americano».
In queste ore, al di là delle basi USA, sono state colpite anche infrastrutture ed edifici civili. Emergono i primi bilanci parziali. Negli Emirati Arabi Uniti si contano almeno 3 vittime e 58 feriti. Una persona uccisa e 32 feriti è invece il bilancio del Kuwait, come riportato dal Ministro della Salute.
1 marzo – Ore 14.15 – Nuova ondata di attacchi: colpita Beit Shemesh in Israele
Palazzo colpito a Beit Shemesh.
Israele sta continuando a bombardare Teheran. Come riportato dalla Mezzaluna Rossa, in 24 ore Israele avrebbe ucciso almeno 57 persone nella capitale iraniana, cui si aggiungono diverse decine di feriti.
Negli ultimi minuti l’Iran ha lanciato una nuova ondata di missili e droni verso lo Stato ebraico. Segnalati impatti a Tel Aviv e Beit Shemesh (a 30km da Gerusalemme). Qui, fonti locali hanno aggiornato il bilancio delle vittime causato dalla mancata intercettazione di un missile balistico: 9 persone uccise e decine di feriti.
1 marzo – Ore 13.30 – Crosetto ancora bloccato a Dubai; Tajani: “avvisati solo ad attacco in corso”
Il Ministro della Difesa Guido Crosetto.
Il Ministro della Difesa Guido Crosetto resta bloccato a Dubai. «Non so quando rientrerà, spero prima del 7 marzo», ha dichiarato Tajani. «Noi siamo stati informati dal governo israeliano ad attacco in corso, mi ha chiamato il ministro Sa’ar ieri mattina presto quando l’attacco era già iniziato».
La Farnesina ha creato la “Task Force Golfo” per assistere i connazionali bloccati nella regione.
1 marzo – Ore 13.00 – Cipro smentisce le dichiarazioni britanniche; l’Iran lancia nuovi attacchi: colpito edificio vicino ambasciata italiana
«In relazione alle dichiarazioni e alle notizie che fanno riferimento al lancio di missili in direzione di Cipro, si chiarisce che non è così e non vi è alcuna indicazione che si sia verificata una minaccia per il Paese». Ad affermarlo è il portavoce del governo cipriota, Konstantinos Letymbiotis.
Nel frattempo si registrano nuovi attacchi iraniani nei Paesi del Golfo. Un missile ha colpito l’Hotel Crowne Plaza in Bahrein, causando diversi feriti, come confermato dal Ministero dell’Interno del regno. L’ambasciata americana ha esortato i suoi cittadini a lasciare gli hotel della capitale Manama.
«Ad Abu Dhabi è stato colpito un edificio vicino alla nostra ambasciata», ha dichiarato il Ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani.
1 marzo – Ore 12.20 – Morto Khamenei: cosa succede ora in Iran
La morte di Ali Khamenei ha aperto una fase di transizione che si concluderà con la nomina della nuova Guida suprema. Al momento la leadership dell’Iran è affidata a un consiglio ristretto, composto dal presidente Masoud Pezeshkian, dal capo della magistratura Gholamhossein Ejei, e da un membro del Consiglio dei Guardiani. Quest’ultimo ha già preso la sua decisione, nominando l’ayatollah Alireza Arafi.
La Costituzione iraniana affida la scelta della Guida suprema all’Assemblea degli Esperti, composta da 88 religiosi. La lista dei potenziali successori di Khamenei è lunga e comprende il figlio Mojtaba, da anni suo consigliere informale. Ci sono poi Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica Islamica, e l’ayatollah Ruhollah Khomeini. Non è da escludere la corsa di Hassan Rouhani, ex presidente e religioso moderato.
1 marzo – Ore 11.50 – Netanyahu agli iraniani: “liberatevi dalla tirannia”
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha invitato nuovamente la popolazione iraniana ad approfittare dell’aggressione straniera per «liberarsi dalle catene della tirannia». «L’aiuto che aspettavate è arrivato, nei prossimi giorni continueremo a colpire migliaia di obiettivi del regime terroristico», ha aggiunto. Al momento però decine di migliaia di persone sono scese in strada per protestare contro l’attacco USA-israeliano, esprimendo cordoglio per la morte della Guida suprema.
در روزهای آینده ما به هزاران هدف رژیم تروریستی ضربه خواهیم زد. ما شرایطو برای مردم شجاع ایران فراهم خواهیم کرد تا خود را از زنجیرهای استبداد رها کنن. و به همین دلیل من دوباره خطاب به شما میگم: ای شهروندان ایران این فرصت رو از دست ندهید. این فرصتیست که فقط یه بار در هر نسل پیش… pic.twitter.com/JILOEzFjEx
— Benjamin Netanyahu – בנימין נתניהו (@netanyahu) March 1, 2026
1 marzo – Ore 11.25 – Le reazioni internazionali alla morte di Khamenei
«La fine dell’Ayatollah deve segnare la fine dell’era dei dittatori in Iran. Dopo 47 anni, deve essere arrivato il tempo della libertà», ha scritto la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola.
«Non c’è niente di meglio che la morte di un dittatore», scrive l’account ufficiale dell’Ucraina su X.
«Noi di Hamas piangiamo la scomparsa dell’ayatollah Ali Khamenei. Gli Stati Uniti e il governo di occupazione fascista (Israele, ndr) sono pienamente responsabili di questa flagrante aggressione e di questo odioso crimine contro la sovranità della Repubblica islamica dell’Iran, nonché delle sue gravi ripercussioni sulla sicurezza e la stabilità della regione».
Il presidente russo Vladimir Putin ha descritto la morte di Ali Khamenei come un «omicidio cinico» che viola tutti gli standard della moralità umana e del diritto internazionale: «Eminente statista che ha dato un enorme contributo allo sviluppo delle relazioni tra Russia e Iran».
1 marzo – Ore 11.00 – Missili iraniani verso Cipro; Pezeshkian: “L’uccisione di Khamenei è una dichiarazione di guerra”
Il ministro della Difesa britannico John Healey riferisce che due missili provenienti dall’Iran sono stati lanciati verso Cipro. Qui si trovano basi militari del Regno Unito. Ieri il premier Starmer aveva dichiarato: «gli aerei britannici sono oggi in volo in Medio Oriente nell’ambito di operazioni difensive regionali coordinate per proteggere il nostro popolo, i nostri interessi e i nostri valori».
Nel frattempo il presidente iraniano Pezeshkian, sopravvissuto agli attacchi, giura vendetta, affermando che l’uccisione di Khamenei è una dichiarazione di guerra da parte di Israele e degli Stati Uniti ai musulmani di tutto il mondo.
1 marzo – Ore 10.45 – Nel mondo decine di proteste contro USA e Israele
Crescono le proteste nel mondo contro l’aggressione dell’Iran, a partire dagli Stati Uniti, dove una rete di attivisti ha lanciato decine di manifestazioni.
In Pakistan centinaia di persone hanno raggiunto il consolato USA, imbracciando ritratti di Khamenei. Al tentato assalto la polizia ha risposto col fuoco, uccidendo 9 manifestanti e ferendone diverse decine.
A Baghdad, in Iraq, la folla ha provato a raggiungere l’ambasciata americana ma è stata respinta dalla polizia a suon di gas lacrimogeni.
In Italia è stata invece convocata una manifestazione per martedì 3 marzo all’ambasciata USA in via Bissolati.
1 marzo – Ore 10.00 – Nuova ondata di raid tra Iran e Israele; cresce il livello delle minacce
Non si fermano gli attacchi lungo l’asse Teheran-Tel Aviv. Sirene antiaeree suonano in Israele a seguito della nuova ondata di missili provenienti dell’Iran. Nel frattempo l’esercito israeliano ha lanciato una massiccia campagna aerea contro diversi obiettivi, Teheran inclusa, dove si sentono numerose esplosioni. Nel mirino anche le zone centrali del Paese, in un’operazione volta a stabilire il dominio aereo sul territorio.
Dopo la morte di Khamenei i Pasdaran hanno minacciato di sferrare «l’offensiva più feroce della storia» contro Stati Uniti e Israele. Immediata la replica di Donald Trump: «L’Iran ha appena dichiarato che oggi colpirà molto duramente, più duramente di quanto abbia mai fatto prima. È meglio che non lo faccia, perché se lo farà, noi li colpiremo con una forza che non è mai stata vista prima».
1 marzo – Ore 9.20 – Pakistan, protesta nei pressi del consolato USA finisce nel sangue
Sarebbero almeno 9 i manifestanti uccisi in Pakistan, nei pressi del Consolato USA, dove si erano diretti per protestare contro l’uccisione di Khamenei. Diversi i feriti. La polizia avrebbe aperto il fuoco dopo il tentativo dei manifestanti di entrare nel consolato di Karachi, assaltato con mazze e bastoni.
Pakistan, assalto al Consolato USA.
1 marzo – Ore 8.00 – L’Iran conferma la morte di Khamenei; uccise diverse alte cariche militari
L’Iran conferma la morte della Guida suprema Ali Khamenei, dichiarando un lutto nazionale di 7 giorni. Nei bombardamenti di USA e Israele sono stati uccisi anche diversi comandanti delle forze armate. A Pakpour e Nasirzadeh si aggiungono anche Seyed Abdolrahim Mousavi, capo di Stato maggiore, e Ali Shamkhani, segretario del Consiglio di Difesa.
1 marzo – Ore 2.30 – Alta tensione al Consiglio di Sicurezza ONU; sale a 85 il bilancio delle studentesse uccise
Il Segretario generale dell’ONU António Guterres.
Nella notte si sono registrati nuovi attacchi ed esplosioni. Le sirene antiaeree sono risuonate in Israele, con diversi impatti, mentre l’Iran ha continuato a colpire le basi americane dislocate nei Paesi del Golfo.
Nel frattempo si è tenuta all’ONU una riunione di emergenza all’insegna delle condanne e delle accuse. Il Segretario generale António Guterres ha condannato sia i bombardamenti di Stati Uniti e Israele sia la successiva rappresaglia iraniana nella regione, parlando di una «grave minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale».
Israele e Stati Uniti hanno difeso l’aggressione militare, definita dal rappresentante iraniano un gigantesco «crimine di guerra» che ha colpito aree civili in diverse città. Un bombardamento ha distrutto una scuola elementare nel sud del Paese, uccidendo 108 bambine, come riportato dalla Mezzaluna Rossa.
Anche in Italia è tornato a riunirsi il governo, con un vertice a Palazzo Chigi. «Ai leader del Golfo il Presidente Meloni ha espresso la vicinanza del Governo italiano e la condanna degli ingiustificabili attacchi subiti dalle loro Nazioni», si legge nella nota diffusa. «Il Governo, come già in passato, continuerà a impegnarsi con i partner europei, regionali e internazionali per una soluzione a favore della stabilità della Regione e al contempo ha rinnovato la sua vicinanza alla popolazione civile iraniana che, con coraggio, nelle scorse settimane ha richiesto il rispetto dei suoi diritti civili e politici, subendo una repressione violenta e ingiustificabile».
Ore 23.10 – Trump conferma morte Khamenei, invita i soldati al golpe e annuncia che le bombe continueranno “fino alla pace”
Dopo ore di anomalo silenzio il presidente americano ha rilasciato un comunicato su Truth. Trump ha affermato che «Khamenei, una delle persone più malvagie della storia, è morto» e ha invitato senza mezzi termini le forze iraniane a scegliere tra tradimento e morte: «Abbiamo sentito dire che molti dei loro membri dell’IRGC, dell’esercito e delle altre forze di sicurezza e di polizia non vogliono più combattere e cercano l’immunità da noi. Come ho detto ieri sera, “Ora possono avere l’immunità, poi otterranno solo la morte!”. Speriamo che l’IRGC e la polizia si uniscano pacificamente ai patrioti iraniani e lavorino insieme come un’unità per riportare il Paese alla grandezza che merita». Il conunicato si conclude con la promessa che «i bombardamenti pesanti e mirati continueranno ininterrottamente per tutta la settimana, o per tutto il tempo necessario, a raggiungere il nostro obiettivo di pace in tutto il medio oriente e, in verità, nel mondo!».
Ore 21.00 – Media israeliani: “Khamenei ucciso negli attacchi”
Secondo quanto riferito dai media israeliani, il leader supremo Khamenei sarebbe stato ucciso durante gli attacchi israeliani di questa mattina. Sulla notizia non vi è tuttavia ancora una conferma ufficiale, ma l’ambasciatore israeliano avrebbe confermato ai funzionari di Washington il ritrovamento del corpo. L’agenzia di stampa iranianiana Tasmin ha smentito la notizia. Naturalmente non è possibile verificare la notizia e al momento tutte le ipotesi restano valide: potrebbe essere stato effettivamente assassinato, così come la divulgazione della presunta notizia da parte israeliana potrebbe essere una mossa di “guerra psicologica” sulla popolazione e sulle forze militari iraniane.
Ore 20.05 – Ancora nessuna notizia su Khamenei
Escludendo le prime frettolose ricostruzioni di media indipendenti, manca ancora una conferma sullo stato di salute del leader iraniano Khamenei. Secondo fonti apparse su canali arabi, la Guida Suprema avrebbe emulato quanto fatto durante la guerra dei dodici giorni, nascondendosi in un rifugio sicuro e ignoto per tirare le file della ritorsione iraniana. Fonti del ministero degli Esteri iraniano confermano che dovrebbe essere vivo, senza tuttavia sbilanciarsi. I canali israeliani, invece, sono di tutt’altro avviso. Dopo un primo momento di dubbio, è iniziata a circolare la voce della sua morte, e il premier Netanyahu ha rilasciato una dichiarazione affermando che ci sarebbero diversi indizi che punterebbero al fatto che sarebbe stato ucciso. Nell’attacco di questa mattina, Israele ha preso di mira la sua residenza, e secondo alcune ricostruzioni avrebbe ucciso dei membri della sua famiglia. Si attendono conferme ufficiali sulle sue condizioni.
Ore 19.30 – La ritorsione iraniana non si ferma
La risposta iraniana agli attacchi israelo-statunitensi va avanti quasi ininterrottamente da questa mattina.
Il Bahrein e la base marittima statunitense nel Paese risultano tra i luoghi più colpiti. I bombardamenti contro di essa sono andati avanti per ore, e secondo dati non ufficiali la base sarebbe almeno per metà distrutta. Un video circolato online mostra inoltre un drone kamikaze abbattersi su un grattacielo della capitale Manama; secondo fonti non verificate, si tratterebbe di un albergo in cui risiederebbero militari statunitensi.
Media iracheni vicini alla milizia di Kataib Hezbollah, affiliata all’Iran, riportano di un attacco al consolato USA di Erbil. Non è noto chi avrebbe lanciato l’offensiva; questa mattina lo stesso gruppo iracheno ha annunciato che sarebbe sceso in campo per sostenere l’Iran, prendendo di mira siti statunitensi. La notizia dell’attacco al consolato non è stata confermata da fonti ufficiali.
Negli Emirati è stata presa di mira una base statunitense vicino al Burj Khalifa, il noto grattacielo simbolo della città, nonché edificio più alto al mondo.
Droni iraniani avrebbero raggiunto la capitale giordana Amman e la città di Irbid. Ad Amman, il drone sarebbe stato intercettato e si sarebbe schiantato contro un edificio civile. Non sono stati riportati danni ai civili.
Nella capitale dell’Oman, Mascate, sono iniziate a squillare le sirene. Ignoto l’obiettivo degli attacchi. In Kuwait, invece, sarebbe stata colpita la base Ali Al-Salem; le autorità avrebbero contato 12 feriti da questa mattina. Attacchi anche nel Qatar: in totale l’Iran ha scagliato 8 droni e 44 missili balistici contro i luoghi sensibili del Paese.
Anche Israele è sotto attacco. Le sirene hanno iniziato a squillare in almeno una sessantina di località, tra cui la capitale Tel Aviv. Media non ufficiali iraniani riportano inoltre di attacchi a basi del Mossad e della CIA in luoghi non meglio specificati di Israele.
Intanto media locali iraniani riportano che le piattaforme balistiche mobili starebbero venendo spostate, in vista di una prossima ondata di attacchi missilistici.
Ore 19.00 – Un primo bilancio degli attacchi Israele-USA
In Iran i media ufficiali hanno affermato che nella giornata di oggi sono state colpite 24 province del Paese, e che più di 220 squadre della Mezzaluna Rossa sarebbero attive tra gruppi in stato di allerta e team presenti sul luogo dell’incidente. Il bilancio parziale è di 747 feriti e 201 morti.
Intanto, è stato confermato che lo stretto di Hormuz è «praticamente chiuso». A riportare la notizia menzionando i pasdaran iraniani è l’agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim. Anche l’unità marittima britannica conferma che il traffico si sarebbe interrotto, e il Dipartimento dei Trasporti USA ha suggerito alle navi di tenersi alla larga dall’area.
Ore 18.30 – Crosetto è bloccato a Dubai
Il ministro della Difesa Guido Crosetto è bloccato a Dubai a causa della chiusura dello spazio aereo emiratino. Crosetto si trovava negli Emirati per motivi personali; doveva andare a prendere la propria famiglia per rientrare in Italia con loro. In questo momento starebbe attendendo la ripresa dei voli per tornare in patria.
Ore 18.00 – Colpita una palestra in Iran; sale a 85 il bilancio delle studentesse uccise
Una palestra sarebbe stata colpita a Lamerd, nella provincia di Fars, da un attacco USA-israeliano. I media locali e la Tv di Stato parlano di almeno 15 persone uccise. Nuove esplosioni si registrano anche a Bandar Abbas e a Urmia.
Nel frattempo la Procura di Mizan ha aggiornato il bilancio del bombardamento della scuola elementare, arrivato a 85 bambine uccise.
Ore 17.40 – Nuove esplosioni a Tel Aviv; Meloni convoca vertice di governo
Diverse esplosioni si sono udite a Tel Aviv. Continuano a risuonare le sirene antiaeree, mentre i cittadini israeliani si rifugiano nei bunker sotterranei. L’Iran avrebbe usato i primi missili ipersonici (Fattah).
Nel frattempo in Italia la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato in serata un nuovo vertice di governo per discutere della crisi nella regione, dove si trovano attualmente decine di migliaia di italiani.
Ore 17.10 – Media: chiuso lo Stretto di Hormuz
Diversi media, tra cui Reuters, riportano la decisione dell’Iran di chiudere lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per le principali rotte del petrolio. Inibita dunque la navigazione commerciale.
Stretto di Hormuz.
Sul Mar Rosso incombe invece la minaccia degli attacchi da parte degli Houthi. Questi ultimi hanno annunciato la ripresa degli assalti a seguito dell’aggressione all’Iran.
Ore 16.50 – ONU convoca Consiglio di Sicurezza; gli aerei britannici si alzano in volo a sostegno di USA e Israele
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si riunirà a New York per una sessione urgente alle ore 16 (le 22 italiane). Accettata la richiesta di Francia e Oman. Sul tavolo la crisi innescata dall’attacco di Stati Uniti e Israele. L’Iran ha chiesto ai membri ONU di «assumersi la responsabilità della pace e della sicurezza internazionale, condannando inequivocabilmente questo atto di aggressione e adottando misure urgenti e collettive per contrastarlo, poiché rappresenta una minaccia senza precedenti alla pace e alla sicurezza regionali e globali».
Keir Starmer parla al popolo britannico.
Nel frattempo il primo ministro britannico Keir Starmer ha dichiarato: «gli aerei britannici sono oggi in volo in Medio Oriente nell’ambito di operazioni difensive regionali coordinate per proteggere il nostro popolo, i nostri interessi e i nostri valori». Starmer specifica che l’aviazione britannica non ha preso parte agli attacchi compiuti in mattinata dagli alleati.
Ore 16.20 – Nuove esplosioni nella regione; in Israele risuonano le sirene antiaeree
Si registrano nuovi lanci missilistici in tutta la regione. La Fars parla di diverse esplosioni a Shiraz, nell’Iran meridionale. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver completato un «ampio attacco» contro i sistemi di difesa strategici iraniani, «compreso il sistema di difesa aerea SA-65 situato nella zona di Kermanshah, nell’Iran occidentale».
In Israele suonano nuovamente le sirene a seguito di una nuova ondata di missili provenienti da Teheran. Reutersriporta pesanti esplosioni avvenute a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. Bombe anche a Doha, capitale del Qatar. Un drone iraniano ha colpito l’Aeroporto Internazionale del Kuwait, causando feriti lievi e danni materiali limitati.
Ore 15.50 – USA ai propri cittadini: “lasciare urgentemente il Libano”; alla missione UNIFIL si unisce la Brigata Sassari
L’ambasciata USA in Libano ha esortato i propri cittadini a lasciare urgentemente il Paese, bombardato questa mattina da Israele. La decisione di Washington è probabilmente legata alle preoccupazioni per eventuali ritorsioni di Hezbollah, il gruppo islamista particolarmente attivo nel Libano meridionale.
Qui è in corso lo schieramento della Brigata Sassari, che si unirà alla missione UNIFIL, operativa dal 1978 con l’obiettivo di mantenere la pace nella regione. Tuttavia, nemmeno la missione ONU è stata risparmiata negli ultimi due anni dagli attacchi israeliani.
Ore 15.20 – Mezzaluna Rossa: “colpite 20 province iraniane”; uccise due alte cariche militari
La Mezzaluna Rossa ha dichiarato che almeno 20 delle 32 province iraniane sono state colpite dai bombardamenti USA-israeliani. Come riportaReuters, negli attacchi sarebbero rimasti uccisi Mohammad Pakpour, capo dei Pasdaran, e Amir Nasirzadeh, Ministro della Difesa.
Ore 15.00 – L’Oman chiede al Consiglio di Sicurezza ONU di intervenire
L’Oman, attraverso il proprio Ministro degli Esteri, ha chiesto una riunione urgente del Consiglio di Sicurezza con l’obiettivo di «imporre un cessate il fuoco e mandare un chiaro messaggio di sostegno al diritto internazionale». La Francia, membro permanente del Consiglio di Sicurezza, si accoda alla richiesta.
L’Oman, mediatore dei precedenti tavoli negoziali tra Stati Uniti e Iran, ha aggiunto che l’attacco USA-Israele rischia di scatenare «conseguenze irrisolvibili. Negoziati seri e attivi sono stati ancora una volta compromessi».
Ore 14.40 – Iran: “l’attacco alla scuola elementare non resterà senza risposta”
Il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è intervenuto sull’attacco israeliano sferrato su una scuola elementare. «Decine di bambine innocenti sono state assassinate. Questi crimini contro il popolo iraniano non resteranno senza risposta».
The destroyed building is a primary school for girls in the south of Iran. It was bombed in broad daylight, when packed with young pupils.
Dozens of innocent children have been murdered at this site alone.
Ore 14.00 – L’ONU invoca una de-escalation; sale a 57 il bilancio delle studentesse uccise
Volker Turk, Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha richiamato le parti a una de-escalation e al ripristino del confronto diplomatico. «Deploro gli attacchi militari sferrati questa mattina da Israele e Stati Uniti in Iran, e i successivi attacchi di rappresaglia da parte di Teheran», ha dichiarato Turk, sottolineando che: «come sempre, in ogni conflitto armato, sono i civili a pagare il prezzo più alto».
Nel frattempo cresce il bilancio delle vittime causato dall’attacco israeliano su una scuola nell’Iran meridionale. Secondo l’IRNA, sarebbero almeno 57 le studentesse uccise, con oltre 50 bambine ancora sotto le macerie.
Ore 13.40 – Tajani: base italiana colpita in Kuwait, nessun ferito
Il ministro Tajani ha dichiarato alla stampa che la base italiana in Kuwait è stata effettivamente colpita nel corso degli attacchi iraniani, ma i militari presenti all’interno sono tutti incolumi. “Ci sono stati danni ingenti alla pista ma non ci sono militari italiani feriti. E’ stato fatto anche un attacco al comando della Quinta flotta ma non ci sono italiani coinvolti in tutta l’area, né civili né militari”, ha dichiarato il ministro.
Ore 13.30 – Le immagini dell’attacco dell’aviazione israeliana
L’aviazione israeliana ha diffuso le immagini dell’attacco su larga scala lanciato contro “centinaia” di obiettivi nell’Iran occidentale. Nonostante l’aviazione dichiari che gli obiettivi fossero unicamente militari, almeno una scuola è stata colpita del sud del Paese, con l’uccisione di decine di bambine. “Parallelamente agli attacchi dell’Aeronautica Militare contro l’Iran, il Sistema di difesa aerea sta lavorando per intercettare le minacce lanciate dall’Iran verso il territorio dello Stato di Israele” riporta l’aviazione.
תיעודים ראשונים ממבצע "שאגת הארי":
צה"ל במבצע תקיפות רחב היקף בו הותקפו מאות מטרות במערב איראן
במסגרת מבצע "שאגת הארי", חיל-האוויר תקף מאות מטרות צבאיות, בהן משגרים של משטר הטרור האיראני במערב איראן.
Ore 13.00 – La casa di Khamenei dopo gli attacchi israeliani
Le immagini satellitari dell’abitazione della Guida Suprema dell’Iran Khamenei dopo l’attacco iraniano. Al momento non si sa con certezza la sorte del leader.
Ore 12.30 – Le reazioni internazionali
Russia: il presidente della Commissione Affari Internazionali della Duma russa, Leonid Slutsky, ha chiesto la convocazione di una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza ONU, secondo quanto riferisce la TASS. “La comunità internazionale dovrebbe impedire uno scenario che potrebbe rischiare lo scoppio di una terza guerra mondiale” avrebbe dichiarato Slutsky. Per la Russia, la teoria degli “attacchi preventivi” volti a difendere cittadini europei ed americani è una “cortina fumogena” che ha l’unico scopo di rovesciare il potere a Teheran. Proprio in quest’ottica, sostiene Slutsky, gli USA hanno deliberatamente sabotato ogni tentativo di raggiungere un accordo sul nucleare.
Belgio: il ministro degli Esteri ha dichiarato che “i cittadini iraniani non dovrebbero pagare il prezzo delle scelte del loro governo”, rammaricandosi che i negoziati non abbiano portato risultati concreti.
Norvegia: il ministro degli Esteri ha dichiarato che “Israele ha descritto l’attacco come preventivo, ma non è in linea con la normativa internazionale”, in quanto “gli attacchi preventivi sono autorizzati solo in caso di minaccia imminente”.
Pakistan: il ministro degli Esteri ha “duramente condannato” l’attacco israeliano, chiedendo uno stop immediato alla escalation.
Spagna: il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez ha dichiarato: “Respingiamo l’azione militare unilaterale degli Stati Uniti e di Israele, che rappresenta un’escalation e contribuisce a un ordine internazionale più incerto e ostile. Condanniamo inoltre le azioni del regime iraniano e della Guardia Rivoluzionaria. Non possiamo permetterci un’altra guerra prolungata e devastante in Medio Oriente. Chiediamo un’immediata de-escalation e il pieno rispetto del diritto internazionale. È tempo di riprendere il dialogo e raggiungere una soluzione politica duratura per la regione”.
UE: Ursula von der Leyen ha scritto sui propri social che “è di fondamentale importanza garantire la sicurezza nucleare e prevenire qualsiasi azione che possa ulteriormente aggravare le tensioni o indebolire il regime globale di non proliferazione” e che “in stretto coordinamento con gli Stati membri dell’UE, adotteremo tutte le misure necessarie per garantire che i cittadini dell’UE nella regione possano contare sul nostro pieno sostegno”.
Ore 12.00 – Le autorità iraniane ai cittadini: abbandonate Teheran; strage di studentesse nel sud del Paese
La Sicurezza Nazionale iraniana, citata da Al Jazeera, avrebbe diffuso un comunicato nel quale incita i propri cittadini ad abbandonare immediatamente Teheran. “Dovreste, per quanto possibile e mantenendo la calma, viaggiare verso altri posti e altre città”, hanno dichiarato le autorità. Nel frattempo, un attacco israeliano ha colpito una scuola elementare femminile nel sud dell’Iran, uccidendo almeno 24 bambine.
Ore 11.30 – Il punto sugli attacchi nel Golfo e in Iran
Negli Emirati sono stati riportati missili ad Abu Dhabi e a Dubai, dove sarebbe stata uccisa una persona; le autorità hanno confermato gli attacchi, annunciando di averli intercettati e di riservarsi il diritto di rispondere. L’Iran avrebbe inoltre preso di mira la base di Al Dhafra.
In Bahrein è stata colpita una base navale statunitense, notizia confermata dal governo.
In Arabia Saudita, gli attacchi si sarebbero abbattuti su Riyad; sulle piattaforme indipendenti sono apparsi dei video che confermerebbero i bombardamenti, ma i canali ufficiali non hanno ancora rilasciato commenti a riguardo.
Attacchi anche in Iraq, nell’area di Jarf al Nasr, nel centro del Paese. I media locali riportano che 2 persone sarebbero rimaste uccise. Qui starebbe inoltre venendo colpita la base di Erbil – nel Kurdistan iracheno.
In Qatar il ministero della difesa ha fatto sapere di avere intercettato dei missili, senza specificare l’area dove si sarebbero schiantati. Dalle basi statunitensi sul territorio si sono levati in aria dei jet, e in questo momento pare stia venendo presa di mira Doha.
Attacchi infine anche in Giordania e Kuwait, dove sarebbe stata colpita la base di Al-Salem.
In Iran, per ora sembra che l’attacco israelo-statunitense avrebbe preso di mira le élite del Paese, con lo scopo di uccidere i vertici della catena di comando. Colpite le residenze della Guida Suprema Khamenei, del Presidente Pezeshkian, dell’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, del ministro degli Esteri Araghci, e di altri ministri. Da una prima ricostruzione, Khamenei sarebbe stato portato in un luogo sicuro, ma la notizia non è stata confermata; analoga situazione per quanto riguarda Araghci. Non vi sono, invece, notizie su Pezeshkian e Ahmadinejad. Secondo agenzie di stampa internazionali, sarebbero stati uccisi diversi diplomatici e militari iraniani; l’esercito smentisce di avere subito perdite importanti. Tra le aree colpite la capitale Teheran, ma anche Tabriz, Shiraz, Zanjan e Sanandaj. Bombe anche su Eshefan, sede di uno dei maggiori impianti nucleari iraniani. Fonti israeliane hanno riportato ai media che sarebbero stati presi di mira siti delle Guardie Rivoluzionarie e piattaforme balistiche.
Ore 11.15 – Media: Khamenei e Fazlullah tra gli obiettivi israeliani
Secondo quanto riportato da Barak Ravid, giornalista corrispondente di Axios in Medio Oriente e giornalista del canale israeliano Channel 12, che cita funzionari israeliani, la Guida Suprema dell’Iran Khamenei, il presidente Fazlullah e “altre importanti personalità politiche e militari” sarebbero state tra gli obiettivi attaccati, ma al momento la loro sorte è incerta.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato poco fa una riunione di governo telefonica, cui hanno partecipato i vicepresidente Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro della Difesa Crosetto, i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari e i vertici dell’Intelligence. Nel comunicato stampa che ne è seguito, il governo ha invitato tutti i connazionali all’estero alla “massima prudenza” e rinnovato “la propria vicinanza alla popolazione civile iraniana che con coraggio continua a richiedere il rispetto dei suoi diritti civili e politici”. Meloni si terrà in contatto con i “principali alleati” (ovvero Israele e gli Stati Uniti, che hanno condotto l’attacco) nelle prossime ore “per sostenere ogni iniziativa che possa condurre a un allentamento delle tensioni”. Nessun rappresentante del governo ha per il momento commentato nel merito l’attacco.
Nel frattempo, l’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri dell’UE, Kaja Kallas, ha definito “pericolosi” gli ultimi sviluppi in Medioriente, aggiungendo che “il regime iraniano ha ucciso migliaia di persone” e che “i suoi programmi missilistici balistici e nucleari, insieme al sostegno ai gruppi terroristici, rappresentano una seria minaccia per la sicurezza globale”, dichiarazioni che sembrerebbero di fatto appoggiare, seppur implicitamente, l’iniziativa statunitense e israeliana. “La protezione dei civili e il rispetto del diritto internazionale umanitario sono una priorità”, continua Kallas, aggiungendo che “la nostra missione navale Aspides rimane in stato di massima allerta nel Mar Rosso ed è pronta a contribuire a mantenere aperto il corridoio marittimo”.
Ore 10.15 – Esplosioni registrate negli Emirati, in Bahrein e in altre zone del Golfo: chiuso lo spazio aereo
Esplosioni si stanno verificando in buona parte della regione Mediorientale. In Bahrein, missili hanno colpito il centro servizi della Quinta Flotta statunitense. Ad Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi, è stata registrata una forte esplosione. Lo stesso in Kuwait. Tutti gli Stati del Golfo hanno al momento chiuso il proprio spazio aereo. Esplosioni si sono verificate anche a Dubai, dove è in corso l’evacuazione del Burj Khalifa, l’edificio più alto al mondo.
⚡️⭕️Close-up footage of the Iranian missile strike on the Us 5th Fleet base in Bahrain pic.twitter.com/v9AWQ392ig
Ore 09.45 – Gli attacchi sono giunti nonostante “sostanziali progressi” nei negoziati sul nucleare
L’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti è stato motivato dal presidente Trump dalla necessità di fermare lo sviluppo di armamenti nucleari da parte di Teheran. I negoziati in corso tra le parti, mediati dall’Oman e ricominciati lo scorso giovedì, vertevano proprio su questo. Nella serata di ieri, venerdì 27 febbraio, il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaid ha dichiarato in un’intervista rilasciata a CBS che l’Iran ha accettato di non stoccare “mai e poi mai” il materiale necessario per creare una bomba nucleare. “Questo è un grande risultato, qualcosa di completamente nuovo. Se non è possibile stoccare materiale arricchito, non c’è modo di creare una bomba, indipendentemente dal fatto che si proceda o meno all’arricchimento”. Nelle parole del ministro Albusaid, insomma, l’Iran aveva accettato a rifiutare di stoccare uranio arricchito, materiale fondamentale per la creazione di una bomba nucleare. “Credo che questo sia un aspetto che è stato molto trascurato dai media e vorrei chiarirlo dal punto di vista di un mediatore”. A poche ore di distanza da questa intervista, le bombe israeliane hanno colpito il centro di Teheran e altre città dell’Iran.
Sono ormai oltre trent’anni (dal 1992, per la precisione) che Netanyahu accusa l’Iran di essere al massimo a cinque anni di distanza dal possedere un’arma nucleare e sottolinea la necessità di un’azione internazionale guidata dagli Stati Uniti per fermare il programma. Nel tempo, le dichiarazioni di Netanyahu si sono rivelate palesemente false, ma nonostante ciò, da Reagan in poi l’ostracismo americano nei confronti del programma iraniano si è evoluto, consolidandosi in una piena demonizzazione sotto la presidenza Clinton. Si tratta di un vero e proprio schema, volto a creare un diversivo e a strumentalizzare una minaccia per ottenere un casus belli e a legittimare un cambio di regime. Si tratta della stessa narrazione che permise agli Stati Uniti, nel 2003, di trascinare il mondo in una guerra disastrosa contro l’Iraq, fondata sul pretesto delle armi di distruzione di massa mai esistite.
Ore 9.15 – Missili iraniani contro Israele
L’esercito israeliano ha riferito che negli ultimi minuti sono stati rilevati missili lanciati dall’Iran in direzione di Israele e che i sistemi difensivi sono attivi per intercettarli.
Ore 9.00 – Crosetto: “Italia non coinvolta”
“Sto seguendo con la massima attenzione l’o svolgersi l’evolversi della situazione in Iran, in Israele e, più in generale nell’intera area del Medio Oriente” riferisce il ministro della Difesa italiano Crosetto in un comunicato, assicurando che “allo stato attuale, il personale della Difesa italiano non risulta coinvolto negli eventi in atto”.
Ore 8.40 – Trump: “attacchiamo per difendere i cittadini USA”
In un video diffuso tramite il proprio social Truth Trump ha annunciato l’inizio di una “operazione militare” in Iran insieme a Israele. “Il nostro obiettivo è difendere i cittadini americani da minacce immediate da parte del regime iraniano”. “Per 47 anni l’Iran ha augurato la morte del popolo americano, conducendo campagna senza fine di massacri e omicidi di massa che avevano come obiettivo gli Stati Uniti, le nostre truppe e persone innocenti in molti Paesi” ha dichiarato il presidente. Trump ha successivamente proceduto con le accuse contro Teheran di stare sviluppando una bomba nucleare e che l’attacco ha lo scopo di impedire a questa “maledetta dittatura” di minacciare gli americani. “Distruggeremo i loro missili e raderemo al suolo la loro industria missilistica. Cancelleremo la loro marina militare. Ci assicureremo che non abbiano nessuna arma nucleare. Impareranno presto che nessuno deve sfidare le Forze Armate degli Stati Uniti”.
Ore 8.00 – Al Jazeera: gli USA hanno partecipato all’attacco
Un alto ufficiale del governo statunitense ha riferito al medio qatariota Al Jazeera che l’operazione israeliana è stata condotta in collaborazione con gli Stati Uniti.
Ore 7.30 – Israele attacca l’Iran
Alcuni missili sono stati lanciati da Israele contro Teheran, colpendo la zona di University Street e di Jomhouri, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa di Stato Fars. Nel mentre, sirene di allarme sono suonate in tutta Israele, con il governo che ha dichiarato lo stato di emergenza e avvertito i cittadini di recarsi verso ripari e spazi protetti.
«Khamenei, una delle persone più malvagie della storia, è morto». Così il presidente degli Stati Uniti ha annunciato la morte della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, ucciso dai bombardamenti israeliano-statunitensi di ieri, 28 febbraio. La conferma della sua morte è arrivata nella notte dai media ufficiali di Teheran. Tutti i maggiori rappresentanti del Paese hanno annunciato una risposta ancora più dura contro gli Stati Uniti e Israele, che si sta realizzando in questo stesso momento, con bombardamenti in tutta la regione; intanto, studiano i prossimi passi: il Rahbar, o appunto “Guida Suprema”, è la figura più importante dell’ordinamento iraniano, e rappresenta il collante tra il potere religioso e quello politico. Con la morte di Khamenei terminano 37 anni di leadership segnati dalla repressione, dalla tessitura di alleanze interne ed estere, e dall’ascesa dei pasdaran, e si genera un vuoto di potere al vertice della catena iraniana che rende ignoto il destino del Paese nel lungo periodo.
Ali Khamenei: la carriera politica
Ali Khamenei nacque il 19 aprile 1939 a Mashdad, importante città di fede per i musulmani di culto sciita. Proveniva da una famiglia azera, in quello che risulta un Paese fortemente multietnico – l’Iran, dove la comunità azera rappresenta una consistente percentuale della popolazione. Iniziò a studiare dagli ayatollah – massimi esponenti del clero sciita – sin da ragazzo, negli anni ’50, viaggiando tra Mashdad, Najaf e Qom; proprio a Qom seguì le lezioni dell’ayatollah Ruhollah Khomeyni, ispiratore della rivoluzione islamica e primo Rahbar dell’Iran. Durante il decennio successivo, fu un fervente oppositore dello scià, e si rese protagonista di un moto di dissenso politico che gli valse sei arresti. Nel 1979, anno della rivoluzione islamica, si era ritagliato uno spazio tra le figure politiche chiave del neonato regime. Al fianco di Khomeyni fu nominato imam della preghiera del venerdì a Teheran, portando avanti una modesta carriera clericale.
I veri compiti che gli vennero affidati, tuttavia, furono quelli politici: tra il 1980 e il 1981 ricoprì il ruolo di viceministro della Difesa e di supervisore dei pasdaran– le Guardie della Rivoluzione Islamica – per volere dello stesso Khomeyni, e rappresentò il Rahbar presso l’Alto Consiglio di Difesa. Verso la fine del 1981 divenne Presidente, la massima carica esecutiva del Paese, subentrando a Muhammad Ali Rajai, assassinato da un oppositore politico; diventò così il primo esponente del clero a ricoprire tale carica. Fu riconfermato nel 1985, e lungo tutta la sua carriera da Presidente seguì da vicino la linea di Khomeyni. Il salto di qualità avvenne nel 1989, con la morte del primo Rahbar. Khomeyni aveva designato come suo successore il Grande Ayatollah Hossein-Ali Montazeri, che tuttavia cadde in disgrazia dopo avere criticato le politiche repressive del governo e il massacro degli oppositori politici. Per un breve periodo, al vertice della catena di comando si creò un vuoto di potere: nel Paese non c’era nessuna figura capace di ereditare il ruolo Khomeyni, ed emerse il nome di Khamenei.
L’ascesa a Guida Suprema
Un giovane Khamenei (a sinistra) con la prima Guida Suprema, Khomeyni.
La candidatura di Khamenei era invisa ai membri di alto rango del clero iraniano perché l’allora presidente non aveva una carica religiosa abbastanza elevata per ricoprire il ruolo di Rahbar, come richiesto dalla Costituzione iraniana: uno dei principi alla base del diritto iraniano è quello del wilayat al-Faqih, in italiano traducibile come “tutela del giurisperito”, secondo il quale in attesa del ritorno dell’imam il giurista ha la facoltà di tutelare gli interessi della comunità; in uno Stato fondato sul testo sacro, questo implica direttamente che a ricoprire la carica più elevata debba essere un religioso di alto rango e prestigio, con riconosciute capacità di interpretazione del Corano tali da venire emulato, cosa che Khamenei non era. Per permettere la sua nomina a Rahbar venne dunque portata avanti una revisione costituzionale e nel frattempo gli venne affidato l’incarico temporaneamente; questa nomina gli valse il soprannome di “ayatollah in una notte”, affibbiatogli dai suoi detrattori per schernire la sua repentina ascesa nelle gerarchie religiose.
Per bilanciare l’iniziale opposizione del clero, Khamenei tesse una fitta rete di interessi interni volta a garantirsi l’appoggio necessario a ricoprire il ruolo di Rahbar. Costituì quello che è stato definito “stato profondo dell’Iran”, un sistema di alleanze per spartire il potere nel Paese in cambio di un riconoscimento politico e religioso. A beneficiare di questo meccanismo furono i pasdaran, che iniziarono a mettere le mani nella maggior parte dei settori economici del Paese; oggi amministrano una buona fetta delle infrastrutture energetiche, dell’edilizia, oltre che parte del settore militare. Altro elemento portante dell’agenda di Khamenei fu quello di indebolire le strutture elettive del Paese, dando sempre più centralità agli organi di nomina della Guida Suprema; tale indirizzo portò a un conseguente tentativo di rinsaldare il sistema repressivo. A chiudere il cerchio, la costituzione del cosiddetto “asse della resistenza”, il sistema di alleanze con i gruppi armati esteri – come il libanese Hezbollah – che ha favorito la legittimazione interna rafforzando l’influenza e la rete di sicurezza del defunto Rahbar.
Cosa succede ora? L’ordinamento dell’Iran
Con la morte di Khamenei si crea un vuoto di potere al vertice della catena di comando iraniana. L’Articolo 11 della Costituzione prevede che «in caso di morte, dimissioni o destituzione della Guida», si formi – in attesa della nomina del suo successore – «un Consiglio composto dal Presidente, dal Capo del potere giudiziario e da uno dei giuristi del Consiglio dei Guardiani». L’ordinamento iraniano è parecchio intricato: il potere legislativo è in mano al Parlamento (il Majles) e quello esecutivo al Presidente, entrambi eletti dal popolo. Accanto a queste istituzioni vi è il Consiglio dei Guardiani, un organo collegiale non elettivo composto da 12 membri, di cui la metà nominata dal Parlamento e la metà dal Rahbar; il Consiglio dei Guardiani ha il compito di valutare che le leggi – verso cui può esercitare diritto di veto – siano conformi al diritto islamico e alla Costituzione, e passa al vaglio le candidature a Presidente. Vi è poi l’Assemblea degli Esperti, composta da 88 membri eletti a suffragio universale (con il lasciapassare del Consiglio dei Guardiani) che nominano la Guida Suprema e – almeno in teoria – vegliano sulla sua condotta; durante il suo mandato, Khamenei ha indebolito il potere di controllo di tale organismo. Al vertice di tutto vi è, appunto, la Guida Suprema.
In attesa che l’Assemblea degli Esperti nomini il prossimo Rahbar, il potere è dunque in mano al Presidente Pezeshkian, al Capo della Magistratura Gholamhossein Mohseni Ejei, e all’Ayatollah Arafi, eletto oggi come rappresentante del Consiglio dei Guardiani dal Consiglio per il Discernimento, istituzione creata per gestire le dispute tra il Parlamento e il Consiglio dei Guardiani i cui membri sono nominati dal Rahbar. L’uccisione di Khamenei solleva una incognita sul suo successore; fino al 2024 in tanti reputavano l’ex presidente Ebrahim Raisi il più probabile candidato come terza Guida Suprema, ma nel maggio dello stesso anno morì in un incidente in elicottero. L’attuale lista dei potenziali successori di Khamenei è lunga e comprende il figlio Mojtaba, da anni suo consigliere informale; ci sono poi Hassan Khomeyni, nipote del fondatore della Repubblica Islamica, e Hassan Rouhani, ex presidente e religioso moderato. A oggi, tuttavia, non vi è un nome che spicca più di un altro come potenziale nuovo Rahbar.
Nonostante l’assenza di un immediato successore, quella fitta rete di alleanze forgiata negli anni da Khamenei rende la Repubblica Islamica capace – almeno dal punto di vista puramente strutturale – di reggere il colpo della scomparsa del Rahbar. Va inoltre rilevato che Khamenei era in età avanzata e che è molto probabile che i vertici del Paese fossero già preparati alla sua morte, come del resto dichiarato dallo stesso presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf. È ancora troppo presto per provare a fare previsioni sul futuro: se da un punto di vista materiale le istituzioni dovrebbero riuscire a tenere, non è detto che ce la facciano sul piano ideologico, e che il popolo non scenda in piazza a chiedere la caduta del regime; resta inoltre da considerare il ruolo dell’esercito (l’artesh) e soprattutto dei pasdaran, che sul lungo periodo – in virtù della loro influenza – potrebbero reclamare maggiore spazio all’interno degli organi politici della Repubblica, e causare una potenziale crisi istituzionale.
RAMALLAH, CISGIORDANIA OCCUPATA – Una sirena improvvisa dal telefono, un messaggio in solo ebraico che sa di allarme. Il rombo dei jet militari che si dirigono verso l’Iran. È così che, per molti, la guerra è cominciata. Sono circa le 8.30 del mattino di sabato 28 febbraio: la Cisgiordania si stava svegliando, quando Israele e gli Stati uniti hanno dato il via all’offensiva militare che potrebbe scatenare una guerra regionale in Medio Oriente.
Il rumore degli arei militari non ha più smesso, e ha accompagnato – invadente sottofondo – tutti i palestinesi in questa prima giornata di guerra. Mentre le bombe iniziavano a cadere, e il sistema Iron Dome provava a intercettare le decine di missili iraniani creando forti esplosioni che si tramutavano in boati, la Cisgiordania è stata blindata. In nome di chissà quale “sicurezza”, l’esercito d Tel Aviv ha ristretto ancora di più i movimenti dei palestinesi nel Paese, creando forti disagi. Code infinite ai check-point, mentre molti dei circa 288 “gates”, i cancelli di metallo posti sulle strade tra le città e i paesini palestinesi, sono stati chiusi.
Ramallah e Gerico sono state blindate, ma anche a Hebron, Betlemme, Tulkarem, Nablus, Jenin, Gerusalemme gli spostamenti erano quasi impossibili. Bloccati in coda a pochi metri dal muro dell’apartheid fuori Ramallah, il suono delle sirene di Gerusalemme si sentiva forte e chiaro. Quel lamento lugubre che invita i cittadini – israeliani – a mettersi al sicuro nei bunker, si alternava all’allarme improvviso emesso dai telefoni con sim israeliane che suonavano a ogni attacco. La maggior parte dei palestinesi – con sim palestinese – guardavano invece una app che descrive tutte le aree interessate dal lancio dei missili, avvisando quando entrare e uscire dalle “zone sicure”. Che in Cisgiordania occupata, non esistono.
L’offensiva israeliana, mascherata da “attacco preventivo”, non sarà breve e i palestinesi si preparano. In molti ieri sono andati a comprare scorte di cibo, riempiendo le dispense delle case. Le incognite, sono troppe: la limitazione degli spostamenti, l’aumento dei check-point. La probabile chiusura delle frontiere. I gruppi Telegram sono una delle forme principali con la quale i palestinesi si tengono aggiornati e seguono gli eventi; guardano i video degli attacchi in Iran, le studentesse morte e la devastazione del complesso di Ali Khamenei dove la Guida Suprema dell’Iran è rimasta uccisa, ma anche i bombardamenti iraniani contro gli stati arabi in risposta, i missili intercettati e i missili che invece hanno raggiunto gli obbiettivi in tutto il Medio Oriente.
La sera, per Ramallah si vedono gruppetti di persone riunite ad osservare il cielo. Le famiglie e gli amici si riuniscono sui tetti o negli spiazzi aperti a guardare le scie infuocate causate dai missili iraniani e dal sistema di difeso israeliano che li prova a intercettare. Non c’è tristezza, anzi. Per molti i missili iraniani sono benvenuti. Mentre la guerra a Gaza continua e Israele chiude nuovamente il valico di Rafah, la Cisgiordania sta venendo serrata sempre di più in una morsa che ha il sapore dell’annessione. Nonostante la guerra, i coloni illegali non fermano i continui attacchi verso la popolazione e le incursioni dei militari continuano. I movimenti sono tuttora ristretti, e il numero dei cancelli chiusi è oggi aumentato. I missili iraniani non possono che essere visti come una flebile speranza che qualcosa cambi; e che la pressione sofferta dalla popolazione palestinese, si alleggerisca.
Decine di migliaia di persone sono scese in strada ad Atene, capitale greca, per ricordare l’incidente ferroviario di Tebi, avvenuto il 28 febbraio 2023. Cortei e scioperi anche a Salonicco, Patrasso e Iraklion. I manifestanti hanno chiesto giustizia, puntando ad aumentare la pressione pubblica, dal momento che le indagini non hanno ancora individuato i responsabili dell’incidente costato la vita a 57 persone, principalmente studenti.
Migliaia di persone sono scese in piazza a Roma per protestare contro il cosiddetto ddl Stupro, il cui testo è stato recentemente stravolto dalla senatrice leghista Bongiorno eliminando la parola “consenso” e sostituendola con una più generica espressione “volontà contraria all’atto sessuale”. Alla manifestazione hanno aderito oltre mille realtà, tra le quali varie sigle sindacali e associazioni quali Amnesty International. In testa al corteo i gruppi antiviolenza, tra i quali Non Una di Meno, i quali si oppongono al testo del ddl “senza possibilità di alcuna mediazione”.
Il Ministero della Salute gli dovrà elargire un assegno bimestrale a vita per danni causati alla vaccinazione anti-Covid. È questa la decisione del giudice della sezione Lavoro del tribunale di Agrigento in relazione al caso di un 55enne di Agrigento che, dopo circa tre mesi dalla somministrazione della seconda dose di vaccino Pfizer-BioNTech, oltre a patire dolori al braccio sinistro, ha subito una amiotrofia nevralgica o sindrome di Parsonage-Turner, che ha comportato una quasi paralisi dell’arto. La pronuncia è arrivata grazie a un ricorso del legale dell’uomo, in seguito al rifiuto del riconoscimento da parte del dicastero.
L’inoculazione in questione risale al mese di marzo del 2021. In seguito ai dolori e all’amiotrofia nevralgica riscontrata, il 55enne aveva segnalato all’AIFA la sospetta reazione avversa al vaccino, ottenendo dalla commissione aziendale dell’ASP agrigentina l’esenzione dalla terza dose. Successivamente, il suo avvocato, Angelo Farruggia, ha richiesto la corresponsione dell’indennizzo previsto dalla legge 210/92 in favore dei soggetti danneggiati da vaccinazione al Ministero della Salute, che si è messo però di traverso, negando il nesso di casualità tra la vaccinazione e l’infermità. In ultimo è però arrivata la sentenza del tribunale del Lavoro, che – come pochi mesi fa aveva già fatto il tribunale di Asti – ha dato ragione all’agrigentino. «Non è condivisibile l’atteggiamento del ministero della Salute che, attraverso formule generiche e il vago richiamo a non aggiornati rapporti dell’Aifa, nega il nesso di causalità tra la somministrazione dei vaccini anti-Covid e le reazioni avverse di cui sono rimasti vittima alcuni soggetti», ha dichiarato Farruggia.
Negli ultimi anni, sono fioccati i casi di riconoscimenti giudiziali e amministrativi rispetto a danni gravi e permanenti, da paralisi a miocarditi fino a decessi, correlati alla campagna vaccinale. Si tratta di pronunce che pongono interrogativi assai significativi sugli effetti collaterali dei vaccini e sul dovere dello Stato di tutelare chi subisce danni da misure di profilassi pubbliche. Lo scorso ottobre, il Tribunale di Asti ha stabilito in primo grado il nesso causale tra il vaccino anti-Covid Pfizer e una grave mielite che ha reso invalida una tabaccheria di 52 anni, condannando il Ministero della Salute a versarle un indennizzo permanente. A marzo la stessa decisione era arrivata per una donna di Terni di 67 anni, ad aprile per un’altra di 60 anni di La Spezia, a luglio per una terza di Pescara, 70 anni. Nel gennaio 2023, una donna italiana di 67 anni, rimasta semiparalizzata dopo la somministrazione del vaccino anti-Covid (AstraZeneca) aveva ottenuto dall’ente pubblico un indennizzo mensile di 913 euro come «equa indennità». Nel gennaio 2024, una commissione medica di Messina aveva riconosciuto a una donna di 36 anni un indennizzo a vita per «danni irreversibili» da vaccino anti-Covid. Nel febbraio 2024, a Colletorto, in Molise, era stato riconosciuto il nesso causale tra la somministrazione del vaccino anti-Covid a un uomo di 72 anni e il suo decesso, avvenuto circa venti giorni dopo l’inoculazione.
È in corso dalle 21 di ieri lo sciopero del trasporto ferroviario proclamato da Sgb e Cub Trasporti, che terminerà alle 20.59 di oggi. Si è invece conclusa alle 5.59 l’agitazione indetta da Usb, iniziata alle 22 di ieri. Trattandosi di un giorno festivo, non sono previste fasce di garanzia. Trenitalia avverte che i treni possono subire cancellazioni o variazioni, anche prima e dopo l’orario ufficiale dello sciopero. I passeggeri possono chiedere il rimborso o riprogrammare il viaggio. I convogli già in viaggio all’inizio dell’agitazione raggiungeranno la destinazione solo se entro un’ora; altrimenti potranno fermarsi prima.
Virginia Woolf oggi viene spesso confinata in una categoria rassicurante: icona del femminismo, intellettuale sensibile, voce fragile. Una scrittrice segnata dalla malattia mentale e da un destino tragico. Ma questa lettura non è solo riduttiva ma fuorviante. Leggerla come scrittrice femminista è diventato un modo elegante per neutralizzarne la portata.
Virginia Woolf, infatti, non fu soltanto una delle più importanti scrittrici del Novecento. Fu una pensatrice capace di mettere in discussione i presupposti stessi su cui si reggeva la cultura occidentale: l’idea di autorità e di normalità. La sua rivoluzione non riguarda solo le donne, riguarda invece il modo in cui una società costruisce i suoi valori. Ci ha mostrato come il potere agisca sulle menti prima ancora che sui corpi.
Centrale è l’esperienza della guerra. Nei suoi romanzi, come Mrs Dalloway, e nei saggi, come Le tre ghinee, la guerra penetra nei corpi, nelle menti, nelle istituzioni. La violenza dei bombardamenti e delle guerre mondiali non era solo sul campo; era nei rapporti di potere, nei linguaggi dominanti, negli schemi di normalità che definivano chi poteva essere ascoltato e chi doveva essere silenziato.
Ma facciamo un passo indietro. L’Inghilterra in cui nasce Virginia Woolf è una società che si percepisce come stabile, razionale, moralmente superiore. Woolf cresce all’interno di un ambiente colto e benestante. La casa dei Stephen è frequentata da scrittori, critici, storici. I libri sono ovunque, la conversazione è continua. Eppure il sapere che la circonda non le appartiene del tutto: è un sapere che seleziona, che gerarchizza, che decide chi può parlare e chi no.
I suoi fratelli vanno a Cambridge. Lei invece resta confinata in casa. La sua formazione è frammentaria, domestica, indiretta. Quest’esperienza la spinge a domandarsi: che cos’è l’autorità intellettuale? Dipende davvero dal valore delle idee, o dalle strutture che ne permettono la legittimazione? Domande che trascendono la condizione femminile e che sono appunto universali.
Tra il 1895 e il 1904 la vita di Virginia viene segnata da una serie di lutti: la morte della madre Julia, poi quella della sorellastra Stella, infine il padre Leslie Stephen. Dopo la morte del padre, si trasferisce nel quartiere di Bloomsbury. Qui nasce il gruppo che prenderà lo stesso nome: un ambiente sperimentale e anticonformista.
Il flusso di coscienza per cui la Woolf diventerà celebre non è solo una scelta estetica, ma è una presa di posizione. Perché raccontare il mondo attraverso una voce unica, lineare, onnisciente? Perché fingere che la realtà sia coerente, quando l’esperienza umana non lo è? In Mrs Dalloway, una giornata ordinaria diventa il luogo in cui emergono fratture profonde: guerra, trauma, solitudine, disconnessione. Mrs Dalloway, infatti, racconta, almeno in apparenza, la giornata di una donna londinese, presa da occupazioni mondane e piccoli drammi sociali.
In realtà questo è un romanzo sulla guerra e contro la guerra. Virginia Woolf ci mostra la devastazione psichica che produce e lo fa attraverso il personaggio di Septimus, un reduce che fatica a riadattarsi alla normalità della vita civile. Woolf ci mostra che le guerre non finiscono mai davvero per chi le ha vissute.
Clarissa e Septimus non si incontrano mai, eppure sono due facce della stessa medaglia. Clarissa ha imparato a vivere all’interno delle convenzioni, a muoversi nello spazio sociale senza romperlo. Septimus no: perseguitato dalla morte dell’amico Evans rappresenta il lato oscuro e tragico del dopoguerra. Ne incarna la ferita mai risolta.
«Bellissima! esclamava in un soffio, dando di gomito a Septimus, perché l’ammirasse. Ma la bellezza stava al di là di una lastra di vetro. Persino le cose golose (a Lucrezia piacevano i gelati, la cioccolata, i dolciumi in genere) non avevano gusto per lui. Guardava i passanti, là fuori: felici, sembravano, assiepati in mezzo alla strada, a ridere, a gridare, a litigare per nonnulla. Ma lui non provava alcun gusto, non riusciva a sentire niente. Nella sala da té, fra i tavolini e i loquaci camerieri, quell’orrenda paura lo riprendeva: non provava alcuna sensazione».
Septimus pensa, ricorda, rielabora esperienze che non riesce però a tradurre in linguaggio condiviso. Il suo trauma è anche un problema di comunicazione. La società che ha prodotto la guerra non possiede le parole per raccontarne gli effetti reali. Ecco perché Septimus viene etichettato come folle.
La scrittrice Virginia Woolf
Quando il suo trauma emerge, il sistema non lo riconosce come conseguenza della violenza collettiva, ma lo imputa a un difetto individuale, a una debolezza caratteriale. I medici che incontrano Septimus rappresentano un sapere che non ascolta, ma classifica. Il Dottor Holmes, il medico di base, sminuisce la gravità dei traumi di Septimus, e gli consiglia di dedicarsi a hobby, passatempi costruttivi, divertimenti. Sir William Bradshaw, invece, un eminente psichiatra, impone al suo paziente una cura fatta di «riposo e isolamento».
La loro ossessione non è il benessere del paziente, ma la sua capacità di tornare a essere funzionale. La sofferenza estrema di Septimus in fondo mette in crisi la narrazione ufficiale che vede nella guerra un’esperienza nobile e necessaria. La psichiatria, come aveva espresso magnificamente Foucault ne La società disciplinare, non è soltanto una disciplina medica ma un dispositivo di controllo sociale. Chi non riesce ad adattarsi al sistema di valori di una determinata società viene isolato, marginalizzato, escluso.
Quando il dottor Holmes tenta di forzare la porta della stanza di Septimus per internarlo, Septimus si toglie la vita, lanciandosi da una finestra. Di fronte all’imposizione di una cura coercitiva, Septimus sceglie di non consegnarsi, non accetta cioè di essere ridotto a caso clinico.
Mrs Dalloway solleva una domanda che ancora oggi è come una bomba:chi decide cosa è sano? Cos’è normale e cosa non lo è?E se la follia non fosse solo una patologia individuale, ma una reazione a un mondo che non ammette deviazioni?
Virginia Woolf mostra una straordinaria consapevolezza di questo meccanismo: in tutti i suoi romanzi la follia non è mai solo disfunzione individuale, ma è una rottura tra l’individuo e un determinato ordine sociale. Il trauma individuale è il riflesso di strutture sociali incapaci di riconoscere la sofferenza che hanno prodotto.
La mente del cosiddetto folle è una mente che entra in conflitto con norme rigide, ruoli imposti, linguaggi insufficienti. Septimus Smith, ad esempio, è schiacciato da un sistema che non concede spazio a chi dà voce a idee e sentimenti che incrinino la narrazione nobilitante della guerra.
Lo stesso accadde alla Woolf. La medicina dell’epoca parla di instabilità, isteria, esaurimento nervoso. Le sue crisi però coincidono sempre con momenti di forte pressione: lutti, difficoltà economiche, sovraccarico emotivo.
Negli anni Trenta Woolf è all’apice della sua maturità intellettuale. Scrive Le onde, Una stanza tutta per sé, Le tre ghinee. Ma il contesto storico in cui vive è soffocante: l’ascesa dei totalitarismi, le crisi economiche, la minaccia di una nuova guerra mondiale all’orizzonte. Quando la Gran Bretagna entra in guerra, le sue crisi si fanno sempre più violente e logoranti.
La psichiatria dell’epoca parlò di «fobie», di paure irrazionali e incontrollabili, anche se verrebbe da chiedersi quanto e come in un contesto simile la paura sia davvero una reazione emotiva ingiustificata a un clima di terrore e violenza e quanto invece la capacità di adattarsi a un simile contesto non possa essere letto come un sintomo di malattia. Alla fine comunque, all’età di cinquantanove anni, Virginia Woolf si toglie la vita.
Il suo suicidio è stato spesso romanticizzato o patologizzato. La sua morte invece ci spinge a chiederci: chi paga il prezzo della lucidità in un sistema che premia la conformità e l’obbedienza?
Raccontare la vita e l’opera di Virginia Woolf non significa dunque celebrare un’icona letteraria o commemorare una tragedia individuale. Significa interrogarsi sul costo umano di un sistema che tollera il dissenso solo finché non ne mette in discussione le fondamenta. E significa anche chiedersi se le domande che Woolf ha posto sulla guerra, sulla follia e la normalità, abbiano davvero trovato risposta o se continuino a restare irrisolte.
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