venerdì 3 Aprile 2026
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In Italia il dissesto idrogeologico ha fatto 19 miliardi di danni in 10 anni

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Mentre alcune regioni del Meridione sono investite da eventi climatici eccezionali ed è stato ufficialmente richiesto lo stato di emergenza per Abruzzo, Molise e Puglia, è uscito un rapporto di Greenpeace in cui si attesta come, nel nostro Paese, il conto del dissesto idrogeologico continui a crescere in maniera esponenziale. Nell’ultimo decennio il fenomeno ha assunto dimensioni macroscopiche: come attestato dall’organizzazione ambientalista, infatti, tra il 2015 e il 2024 frane e alluvioni hanno causato oltre 19 miliardi di euro di danni. Greenpeace evidenzia che i governi che si sono succeduti nel tempo hanno trasferito alle Regioni, per risanare il territorio, poco più di 3 miliardi di euro, che hanno coperto appena il 17% dei dei danni causati.

La cifra messa nero su bianco da Greenpeace, che ha studiato ed elaborato i dati del Dipartimento della Protezione Civile, fotografa la vulnerabilità del Paese davanti a eventi meteo estremi sempre più frequenti e intensi e che rende evidente come il dissesto non sia più soltanto un’emergenza ambientale, ma anche economica e sociale. Il report copre un periodo che parte dal 2015, cioè dagli anni successivi all’Accordo di Parigi sul clima, e si protrae fino al 2024, attestando come l’impatto economico degli eventi estremi in Italia “pesi” in media due miliardi di euro all’anno, con picchi che hanno colpito soprattutto alcune aree del Paese. A guidare la classifica delle regioni più colpite in termini economici è l’Emilia-Romagna (2,5 miliardi di danni registrati, 13,5% del totale), cui seguono Campania (10,3%) e Veneto (10,2%); subito dietro, Abruzzo e Sicilia. Ad aver subito il maggior numero degli eventi meteo estremi è invece la Lombardia, con Emilia-Romagna, Sicilia, Piemonte e Veneto a completare le prime cinque posizioni. Complessivamente, gli eventi conteggiati nel registro nazionale della Protezione Civile che hanno portato a una dichiarazione dello stato di emergenza sono 139.

Il confronto tra danni subiti e risorse effettivamente stanziate è uno dei fattori più critici tra quelli tracciati dal dossier. Dalle statistiche emerge infatti che le risorse stanziate per far fronte alle emergenze ammontano in totale a circa 3,1 miliardi di euro. I fondi stanziati dall’esecutivo coprono il 18% dei danni in Lombardia; vengono poi l’Emilia-Romagna (17%), il Piemonte (16%) e la Sicilia alla pari con il Veneto (15%). La Campania, che si trova al secondo posto in classifica per il valore dei danni subiti, ha una percentuale di copertura assai bassa, pari al 7%. A tali stanziamenti, sempre tra il 2015 e il 2024, si possono sommare 960 milioni di euro destinati per alluvioni ed eventi meteo che derivano dal Fondo Europeo di Solidarietà, arrivando a soli 4 miliardi euro investiti tra fondi nazionali ed europei.

Come dimostrano i dati del quarto Rapporto ISPRA, presentato nel luglio dell’anno scorso, i pericoli legati al dissesto idrogeologico investono l’intero territorio italiano. Il report ha infatti rilevato come il 94,5% dei comuni dello Stivale (7.463 su 7.904) sia a rischio per frane, alluvioni, valanghe ed erosione costiera: nello specifico, le aree ad alta pericolosità interessano 1,28 milioni di abitanti per il rischio frane e 6,8 milioni per il rischio alluvioni, per un totale di oltre 5,7 milioni di persone che vivono in zone a pericolosità medio-alta. Sul fronte della prevenzione, Greenpeace segnala che nell’ultimo decennio sono stati investiti 10,5 miliardi di euro in progetti di difesa del suolo e contrasto al dissesto idrogeologico, con circa 13 mila interventi avviati nel medesimo arco temporale. Resta però il problema dei tempi: la realizzazione delle opere è spesso lenta, con una media di 4,6 anni per intervento, con ritardi che in alcune regioni superano addirittura i cinque o sei anni. Il risultato è che la prevenzione cresce, ma non abbastanza rapidamente da tenere il passo con l’emergenza.

Jet USA abbattuto, Teheran: “abbiamo un pilota”

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Un jet statunitense F-15E è stato abbattuto nella provincia del Khuzestan, in Iran. Gli USA hanno condotto per alcune ore delle operazioni di ricerca e soccorso, sorvolando a bassa quota il territorio iraniano per localizzare i due membri dell’equipaggio. Uno di questi sarebbe stato trovato dalle forze americane, mentre l’altro dai pasdaran che ne hanno annunciato la cattura mostrando alcuni rottami del jet abbattuto.

La petizione per la sospensione degli accordi UE-Israele ha già superato le 650mila firme

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Nonostante le continue violazioni del diritto internazionale, «l’Unione europea non ha ancora sospeso l’accordo di associazione con Israele, pietra miliare della cooperazione commerciale bilaterale, economica e politica tra l’UE e Israele». Di fronte all’inerzia istituzionale, i cittadini europei si sono attivati, dando continuità alla mobilitazione di piazza realizzata negli ultimi due anni a sostegno del popolo palestinese. È stata lanciata una raccolta firme per chiedere alla Commissione di «presentare al Consiglio una proposta di sospensione totale dell’accordo di associazione». L’iniziativa dal basso ha già superato le 650mila firme e ha messo nel mirino l’obiettivo del milione, necessario affinché la Commissione prenda in considerazione la richiesta.

«Secondo la Commissione europea, lo Stato di Israele è responsabile di un livello senza precedenti di uccisioni e ferimenti di civili, di operazioni su vasta scala di sfollamento della popolazione e della distruzione sistematica di ospedali e strutture mediche a Gaza», scrivono i promotori. Vengono poi citati altri crimini commessi da Israele in Palestina, tra cui l’uso della fame come arma. Inoltre, i cittadini ricordano il processo in corso alla Corte Internazionale di Giustizia con l’accusa di genocidio. Di fronte a tutto ciò, l’Unione europea non ha sospeso l’accordo di associazione con Israele, firmato nel 1995 per agevolare il commercio tra le parti, aprendo a diversi programmi di cooperazione, come Horizon. «Con oltre il 34% delle importazioni di Israele provenienti dall’UE e il 28,8% delle esportazioni israeliane verso l’UE, l’Unione è il principale partner commerciale di Israele. Nel 2024 gli scambi totali di merci tra l’UE e Israele ammontavano a 42,6 miliardi di euro».

Si comprende la portata della partnership e l’impatto che avrebbero delle sanzioni europee sull’economia israeliana, forzando Tel Aviv al rispetto del diritto internazionale. Un obbligo non soltanto morale, che risponde ai principi fondanti dell’UE, ma anche giuridico. La stessa intesa di associazione, all’articolo 2, stabilisce che “[l]e relazioni tra le parti, così come tutte le disposizioni del presente accordo, si fondano sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici, cui si ispira la loro politica interna e internazionale e che costituisce elemento essenziale dell’accordo”.

«I cittadini dell’UE non possono tollerare che l’Unione continui ad applicare un accordo che contribuisce a legittimare e finanziare uno Stato responsabile di crimini di guerra e contro l’umanità», scrivono i promotori, invitando «la Commissione a presentare al Consiglio una proposta di sospensione totale dell’accordo di associazione UE-Israele». L’iniziativa dei cittadini europei (ICE) era stata lanciata il 13 gennaio. A quanto pare sarà necessario molto meno di un anno, il tempo che le ICE hanno a disposizione, per raggiungere il milione di firme. In tre mesi la richiesta di sospensione totale dell’accordo di associazione UE-Israele ha infatti superato le 662mila adesioni.

Una volta raccolto il milione di firme, la Commissione dovrà valutare la proposta e decidere, in quanto titolare del diritto di iniziativa, di presentare al Consiglio una proposta di legge. Bruxelles potrà anche non dare seguito alla richiesta, nonostante le firme e le mobilitazioni di piazza, l’ultima avvenuta proprio nel cuore dell’Unione. «L’UE sta pianificando Horizon Europe 2028-2034, il programma di ricerca da 175 miliardi di euro», hanno detto i manifestanti scesi in strada a Bruxelles, spiegando come «con la crescente militarizzazione e l’adozione di tecnologie a duplice uso, le università e le aziende israeliane potrebbero ricevere miliardi per i loro strumenti di sorveglianza, repressione e controllo, collaudati sul campo di battaglia a spese dei palestinesi».

Crisi energetica, a rischio centinaia di voli nell’UE: Meloni nel Golfo per stringere accordi

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Il 9 aprile arriverà in Europa l’ultimo rifornimento di cherosene, fondamentale per il trasporto aereo, proveniente da Hormuz. Lo stretto è stato chiuso dall’Iran a seguito dell’aggressione israelo-americana e ora i pasdaran centellinano i passaggi, a vantaggio degli alleati. L’Europa, ostinata nella sua fedeltà a Washington, sta già pagando il prezzo di una guerra di cui non era stata nemmeno informata. Lo shock sul mercato energetico ha fatto lievitare le bollette e impennare i prezzi del carburante, a cui il governo ha provato a mettere una toppa con una riduzione temporanea delle accise. Nel frattempo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha bruciato sul tempo gli altri leader europei ed è atterrata in Arabia Saudita per cercare di contenere gli effetti della crisi energetica, che ora minaccia anche il trasporto aereo. La chiusura dei rubinetti del cherosene potrebbe infatti comportare in Europa la cancellazione di centinaia di voli in estate, nel bel mezzo del picco della domanda turistica.

L’Unione europea è di fronte a una lunga crisi. Lo ha dichiarato senza troppi giri di parole il commissario all’Energia Dan Jorgensen. «Dall’inizio del conflitto in Medio Oriente, nell’UE i prezzi del gas sono aumentati di circa il 70% e quelli del petrolio del 60%. In termini finanziari, 30 giorni di conflitto hanno già aggiunto 14 miliardi di euro alla fattura dell’Unione per l’importazione di combustibili fossili», spiega Jorgensen, che ha inviato ai Paesi membri una lettera con le prime indicazioni da seguire. Queste ultime si basano sulle raccomandazioni rilasciate dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) e riguardano ad esempio la limitazione del trasporto su strada, a favore dello smart-working, o la riduzione dei limiti di velocità.

Al centro dell’austerità anche il traffico aereo, che settimana prossima riceverà l’ultimo rifornimento di cherosene proveniente da Hormuz. L’Unione europea importa circa la metà del carburante usato dagli aerei, quasi tutto prodotto e spedito dai Paesi del Golfo. Nel caso in cui la guerra dovesse continuare, le compagnie aeree sono pronte a implementare dei piani di emergenza che potrebbero tradursi in cancellazioni dei voli e biglietti più salati. A livello globale si registra un rimbalzo nei prezzi dei biglietti pari al 30 per cento, con picchi relativi ai viaggi intercontinentali.

Se il conflitto «dovesse continuare fino alla fine di aprile, rischieremmo un’interruzione delle forniture all’inizio di giugno. Se dovesse protrarsi fino a maggio, non sappiamo cosa succederà, ha dichiarato l’ad di Ryanair Michael O’Leary. Sulla stessa lunghezza d’onda anche il ceo di Lufthansa Carsten Spohr. Le conseguenze maggiori dovrebbero abbattersi sul trasporto estivo, quando un’offerta energetica dimezzata incontrerà la domanda più alta dell’anno. Ballano sul filo della cancellazione centinaia di voli, mettendo a rischio soprattutto i collegamenti con le isole, più difficili da rifornire.

In attesa di azioni coordinate a livello europeo, gli Stati membri si muovono da soli. Il governo tedesco ha approvato un piano per ridurre da luglio la tassa sul traffico aereo, con l’obiettivo di mitigare le ricadute economiche sui consumatori. È degli ultimi minuti la notizia di un viaggio a sorpresa nel Golfo da parte della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. La leader di Fratelli d’Italia è appena atterrata a Gedda e nei prossimi due giorni incontrerà le autorità di Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar, con l’obiettivo di rafforzare la sicurezza energetica nazionale. Si tratta della prima leader occidentale in visita nei Paesi del Golfo dall’inizio della guerra che ha sconvolto la regione.

Sembra ieri quando Mario Draghi, l’allora presidente del Consiglio, chiedeva agli italiani se preferissero la pace in Ucraina o tenere i condizionatori accesi. La domanda retorica serviva a sostenere le sanzioni alla Russia nonché a indorare le ricadute economiche sui cittadini europei. La principale differenza con quattro anni fa è data dalla scomparsa della narrazione dell’aggressore e dell’aggredito. Oggi, di fronte a una guerra scatenata dagli alleati di Washington e Tel Aviv, l’Unione europea incassa il colpo e, in linea con quell’età della crisi annunciata qualche mese fa da Ursula von der Leyen, prepara i suoi cittadini a tirare la cinghia. I buchi però iniziano a scarseggiare.

Il cloud della Commissione Europea cade vittima del furto dei dati

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A metà marzo, la Commissione Europea ha subito un’infiltrazione malevola sui suoi servizi cloud. A distanza di un paio di settimane, il Computer emergency response team (CERT) europeo ha offerto un resoconto del danno: almeno 42 apparecchi interni alla Commissione risultano potenzialmente compromessi, ma a essere colpiti sono anche altre 29 “enti dell’Unione” che hanno fatto uso dei servizi di hosting offerti da “europa.eu” gestito da Amazon Web Services (AWS).

Martedì 24 marzo, il Cybersecurity Operations Centre (CSOC) della Comunità Europea nota delle attività sospette: le interfacce di programmazione di Amazon registrano un uso anomalo e, soprattutto, un traffico dati fuori scala. Il giorno seguente, vengono avvisate le autorità competenti. Secondo la ricostruzione offerta dal CERT, l’infiltrazione era ormai in atto dal 19 marzo ed è riconducibile a una serie di criticità concatenate. Il punto di partenza originale sarebbe riconducibile a Trivy, uno strumento open-source che, paradossalmente, è pensato per scansionare le vulnerabilità dei sistemi. Vittima di un precedente incidente informatico, l’azienda che gestisce lo strumento, Aqua, non sarebbe stata in grado di sistemare le falle pregresse, incappando in una compromissione che ha avuto effetti a cascata.

Essendo un sistema gratuito e utilizzabile da chiunque, Trivy è finito con l’essere integrato in molti sistemi di cloud, compresi quelli della Commissione Europea. Il gruppo responsabile della violazione, identificato con il nome TeamPCP, ha dunque verificato le credenziali di Amazon intercettate attraverso lo scanner infetto e, da lì, ha creato una nuova chiave di accesso, riuscendosi a infiltrare nei sistemi europei. Dopo aver violato il sistema cloud, gli hacker hanno esfiltrato una mole di dati imprecisata che è poi finita in vendita sul dark web sulla bacheca digitale del gruppo estorsivo ShinyHunters. Il materiale messo online corrisponde a circa 340 GB di contenuti e custodirebbe al suo interno documenti confidenziali, contratti, email e altro “materiale sensibile”.

Il CERT conferma che il maltolto includa la presenza di dati personali legati ai siti web della Commissione Europea e, potenzialmente, agli altri enti connessi al sistema. In tutto questo, sono trapelati almeno 2,22 GB di email di risposta automatica – quasi 52.000 file –, un fenomeno che ha quasi certamente esposto informazioni e dettagli privati di terzi. Chiunque abbia inviato una mail o un file alle caselle colpite in quei giorni, deve ipotizzare che le informazioni contenute nei loro messaggi siano ora in vendita sulla Rete. Le indagini per definire i danni effettivi dell’incidente informatico vanno avanti, tuttavia gli investigatori mettono in guardia: vista la mole dei dati rubati, ci vorrà tempo. 

Gli accessi AWS compromessi sono stati nel frattempo bonificati e i programmatori hanno reintegrato una versione di Trivy che non dovrebbe essere afflitta da fatali vulnerabilità. Questa crisi non rappresenta però un caso isolato: lo scorso gennaio, la Commissione aveva scoperto che la sua piattaforma di gestione degli apparecchi mobili era stata violata, quindi smartphone e tablet dello staff istituzionale sono rimasti virtualmente accessibili per la durata di nove ore. Le istituzioni sostengono che in quel lasso di tempo non si siano registrate fughe di dati.

In generale, questo genere di incidenti sembra essere destinato a consolidarsi e a ripetersi. Le filiere di approvvigionamento dei servizi digitali sono sempre più intricate e fanno affidamento su di una catena infinita di subappaltatori, attingendo frequentemente a strumenti open-source, i quali sono accessibili in via gratuita e possono essere impiegati liberamente, anche dalle grandi aziende, ma sono frequentemente soggetti a un grado di verifica inferiore alle soluzioni for-profit. Allo stesso tempo anche i servizi cloud, presentati spesso e volentieri come la soluzione definitiva per proteggere le reti istituzionali, continuano a dimostrarsi propensi al fallimento, evidenziando come il compromesso tra accessibilità e sicurezza sia valido solamente fino a un certo punto e che ancora oggi sia il caso di gestire i dati gravemente sensibili internamente, magari su server non direttamente accessibili da internet.

Iran, nave francese attraversa Stretto di Hormuz: è la prima europea

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Una nave portacontainer del gruppo francese CMA CGM, ora al largo di Muscat, avrebbe attraversato lo Stretto di Hormuz, stando ai dati di tracciamento rilasciati dalla piattaforma MarineTraffic. Si tratterebbe del primo passaggio per una nave europea dalla chiusura dello stretto. Nei giorni scorsi il presidente francese Emmanuel Macron aveva reso noto il divieto di transito per gli aerei militari statunitensi diretti in Asia Occidentale, una misura particolarmente apprezzata da Teheran.

USA, l’ICE ha arrestato il presidente della Società Islamica di Milwaukee

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Salah Sarsour, presidente della principale moschea del Wisconsin, è stato fermato negli Stati Uniti dall’agenzia per l’immigrazione (ICE). Il 53enne, palestinese americano residente legale da oltre 30 anni, è stato arrestato mentre guidava e trasferito tra centri di detenzione fuori dallo Stato. Secondo le autorità, il provvedimento si basa su un arresto subito da adolescente nei territori occupati, ritenuto prova di sostegno a gruppi estremisti. La moschea e i suoi legali contestano le accuse, sottolineando che la condanna arrivò da un tribunale militare israeliano in Cisgiordania criticato per l’elevato tasso di condanne e presunte confessioni estorte.

Epstein Files: chi è Pam Bondi e perché Trump l’ha licenziata

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«La lista clienti di Epstein è qui, sulla mia scrivania in questo momento». Era il 21 febbraio 2025, quando l’allora procuratrice generale degli Stati Uniti, Pam Bondi, assicurava a Fox News che la lista Epstein era sulla sua scrivania «da esaminare». Una frase destinata a trasformarsi in un boomerang politico. A oltre un anno da quell’uscita, l’attorney general è stata rimossa dal presidente Donald Trump, al termine di un logoramento progressivo alimentato da errori strategici e da una gestione sempre più contestata dei dossier sensibili del Dipartimento di Giustizia. «Pam Bondi è una grande patriota americana e un’amica leale, che ha servito fedelmente come mio procuratore generale nel corso dell’ultimo anno», ha scritto il tycoon su Truth, ufficializzando il cambio al vertice e affidando ad interim il dipartimento al suo ex avvocato e vice di Bondi, Todd Blanche.

Le voci di un licenziamento avevano preso forza mercoledì sera, quando il Daily Mail aveva rivelato di una conversazione privata nella quale il presidente avrebbe sondato con i suoi collaboratori l’opportunità di rimuovere Bondi e sostituirla con Lee Zeldin, capo dell’agenzia per l’ambiente, EPA. Bondi avrebbe implorato Trump di non licenziarla in un acceso confronto alla Casa Bianca, dopo che lui l’aveva accusata di un’offesa imperdonabile: l’ex procuratrice avrebbe informato Eric Swalwell – uno dei principali candidati democratici alla carica di governatore della California – dei tentativi dell’FBI di divulgare documenti investigativi relativi al suo rapporto con una presunta spia cinese, Christine Fang.

Fin dal suo insediamento, la sessantenne Bondi, fedelissima del tycoon, aveva impresso una svolta radicale all’azione del Dipartimento. La sua gestione si è caratterizzata per una serie di epurazioni mirate che hanno colpito procuratori federali e funzionari dell’FBI coinvolti in indagini delicate, in particolare quelle legate all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 e ai procedimenti giudiziari che avevano sfiorato Trump. Parallelamente, sono state promosse iniziative contro figure simbolo dell’opposizione istituzionale al presidente, tra cui l’ex direttore dell’FBI James Comey e la procuratrice generale di New York Letitia James. Una linea dura, coerente con l’impostazione politica dell’amministrazione, che si è scontrata, però, con la realtà giudiziaria: molti procedimenti sbandierati a mezzo stampa si sono conclusi con archiviazioni o insuccessi, esponendo Bondi a critiche crescenti anche all’interno dell’area conservatrice, dando inoltre l’impressione che il Dipartimento si fosse piegato a una logica di regolamento di conti, con un costo elevato in termini di credibilità istituzionale.

A fare da detonatore è stato il caso Jeffrey Epstein. Le dichiarazioni altalenanti della procuratrice generale hanno alimentato nell’ultimo anno una spirale di sospetti difficile da contenere. Il 3 marzo 2025 Bondi aveva parlato dell’arrivo di un «camion» di documenti sul caso, mentre poche settimane dopo aveva evocato «decine di migliaia di video» al vaglio degli investigatori. Poi, il 7 luglio, il colpo di scena: un memorandum congiunto di FBI e Dipartimento di Giustizia ha escluso l’esistenza di una lista clienti e annunciato la fine della diffusione dei fascicoli. Una smentita clamorosa che ha costretto Bondi a correggere le sue precedenti dichiarazioni. Figure influenti dell’universo conservatore, come Tucker Carlson, hanno parlato apertamente di insabbiamento, mentre la base MAGA ha reagito con crescente ostilità, interpretando la vicenda come un tradimento. A pesare su Bondi sono stati anche i ritardi nella pubblicazione dei documenti, le accuse di scarsa tutela delle vittime e il sospetto – mai del tutto dissipato – che alcune informazioni potessero coinvolgere lo stesso Trump (non ha aiutato “dimenticarsi” di pubblicare nella tranche del 30 gennaio alcuni memo sul tycoon).

In questo contesto, il siluramento di Bondi appare anche come un’operazione di contenimento politico. Per alcuni analisti, l’ex procuratrice generale sarebbe stata sacrificata per placare una base elettorale irritata e sempre più diffidente per le promesse disattese. Il suo allontanamento si inserisce in una dinamica ben nota dell’era Trump, segnata da continui rimpasti e cambi di vertice. Già durante il primo mandato, il presidente aveva costruito una reputazione di leadership volatile, con un turnover costante tra i principali incarichi governativi. Dopo una fase iniziale più stabile, la rimozione di Kristi Noem – ex Segretario della sicurezza interna degli Stati Uniti d’America ora travolta da uno scandalo che coinvolge il marito in attività online controverse, tra cui l’utilizzo di identità digitali femminili e interazioni in ambienti a sfondo fetish – e di Bondi segnala un ritorno a quella logica. Le tensioni non si fermano qui: secondo indiscrezioni, anche la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard sarebbe finita nel mirino del presidente, complice la sua posizione critica sulla guerra in Iran.

Gianmarco Mazzi ha giurato come nuovo ministro del Turismo

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Gianmarco Mazzi è il nuovo ministro del Turismo. Ha giurato questa mattina, venerdì 3 aprile, al Quirinale davanti al presidente Sergio Mattarella. Deputato di Fratelli d’Italia, era stato capolista in Veneto alle politiche del 2022. Nella XIX legislatura ha fatto parte della Commissione Cultura, scienza e istruzione, poi sostituito da Grazia Di Maggio. Dal 2 novembre 2022 ha ricoperto l’incarico di sottosegretario di Stato al ministero della Cultura nel governo Meloni, affiancando i ministri Gennaro Sangiuliano e Alessandro Giuli. Con il nuovo ruolo alla guida del Turismo, in seguito alle dimissioni di Daniela Santanchè, lascia quindi il dicastero della Cultura.

Mafie e scommesse: l’alleanza tra criminali e professionisti nell’azzardo di Stato

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Il gioco d’azzardo legale in Italia è un colosso da circa 150 miliardi di euro all’anno, un volume in costante crescita che lo rende uno dei mercati più redditizi al mondo. Proprio nei meandri di questo settore, nato - almeno sulla carta - per sottrarre business alla criminalità, le mafie hanno però trovato il loro nuovo eldorado: la liberalizzazione, infatti, non ha eliminato il gioco illegale, ma semplicemente spostato gli interessi mafiosi verso l’ambito legale, protetto e iper-regolamentato dallo Stato. Le mafie non gestiscono più solo bische clandestine, ma controllano pezzi della filiera...

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