È avvenuta tra le strade di Roma la prima manifestazione nazionale dopo il tonfo della maggioranza al referendum. Da Piazza della Repubblica, al grido di «Giorgia Meloni eccoci», è partito il corteo promosso dalla rete No Kings Italia. Decine di migliaia di persone — 300mila secondo gli organizzatori — hanno dato vita a un serpentone colorato ed eterogeneo, come prevedibile alla vigilia data l’adesione di oltre 700 sigle, tra cui Amnesty, Non una di meno e Askatasuna. Le autorità hanno risposto con lo schieramento di mille agenti in piazza, oltre agli ormai consueti controlli ai caselli autostradali e al debutto del fermo preventivo, voluto dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi nell’ultimo decreto sicurezza. Mentre da Roma chiedono di «fermare le politiche belliciste e la svolta autoritaria delle destre globali», a Niscemi un corteo cittadino ha sfilato contro la presenza delle basi statunitensi in Italia, che fanno dell’isola e dell’intero Paese delle «piattaforme di guerra nel Mediterraneo».
Doveva fermarsi a Piazza di Porta San Giovanni il corteo promosso dai No Kings, ma a causa dell’alta partecipazione gli organizzatori hanno deciso di prolungare il serpentone fino al Verano. «È una straordinaria manifestazione che dice no alla guerra e ai suoi monarchi», commenta Angelo Bonelli, co-portavoce di Alleanza-Verdi Sinistra Italiana (AVS). Anche di fronte alla sempre più tangibile economia di guerra, tra riconversioni produttive e caro vita, «c’è chi non riesce a dire no, come Giorgia Meloni, che afferma di non condividere e di non condannare. Intanto condanna però l’Italia a un riarmo inaccettabile, pari al 5% del PIL, mentre la sanità pubblica è in ginocchio e la povertà aumenta». Presente per la politica parlamentare anche una delegazione del Movimento 5 Stelle, oltre alle centinaia di sigle della società civile, da Non Una di Meno alla CGIL, passando per Amnesty e Askatasuna.
«Contro il 41bis, lo Stato tortura. Alfredo libero», si legge su uno striscione tenuto alto dagli anarchici. All’altezza della basilica di Santa Maria Maggiore è comparsa una ghigliottina di cartone, accompagnata dai volti di Giorgia Meloni, Carlo Nordio e Ignazio La Russa a testa in giù. Il corteo No Kings, monitorato da circa mille agenti, è stato preceduto dalla “marcia degli invisibili” organizzata dal Movimento Antirazzista. Tra le strade di Roma c’è stata dunque «una sfilata di fantasmi, a simboleggiare i migranti morti in mare o che vedono i loro diritti negati», confluita poi a Piazza della Repubblica. Centinaia di manifestanti non hanno potuto raggiungere il concentramento a causa degli ormai consueti controlli autostradali, accompagnati da perquisizioni e dal debutto del fermo preventivo. La norma voluta da Piantedosi consente di trattenere, in vista di un evento pubblico, le persone ritenute pericolose per un massimo di 12 ore in caserma o in commissariato.
La manifestazione organizzata a Roma ha un respiro internazionale, inserendosi nel filone internazionale No Kings, con epicentro negli Stati Uniti, dove sono previste per oggi oltre 3000 eventi, tra presidi e cortei. Come a Roma anche a Niscemi si protesta contro i venti di guerra, che dopo l’aggressione israelo-americana all’Iran soffiano forti in Asia Occidentale, con ripercussioni anche in Europa, tra complicità e rincari. Rispetto alla manifestazione capitolina cambia l’atmosfera, complice la ferita ancora fresca lasciata dalla frana di inizio anno. Un corteo cittadino di circa mille persone ha sfilato per le vie di Niscemi contro la presenza delle infrastrutture militari statunitensi, a partire dal MUOS. «I territori – commenta il movimento No MUOS – non sono basi militari; la guerra non può essere normalizzata; i luoghi sottratti alle comunità devono tornare alle comunità; la Sicilia e l’Italia non possono essere piattaforme di guerra nel Mediterraneo».
Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è ora succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 marzo, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì 9 marzo, i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio.
28 marzo – Ore 18.20 – Media: lanciato dagli Houthi un secondo missile verso Israele
Stando a quanto dichiarato dalla CNN, gli Houthi avrebbero lanciato un secondo missile verso Israele, a poche ore dal primo che ha di fatto segnato l’ingresso in guerra dei ribelli yemeniti.
28 marzo – Ore 17.30 – Libano: uccisi tre gionalisti dell’emittente Al Manar
Sono Ali Shuayb e i fratelli Fatima e Mouhammad Fatouni i nomi dei tre giornalisti uccisi da un attacco israeliano in Libano, secondo quanto dichiarato da Al Manar, l’emittente per la quale lavoravano. Proprio quest’ultima ricorda che prendere di mira i giornalisti rappresenta, per la Convenzione di Ginevra, un crimine. Il Movimento della Jihad Islamica, citata dal giornale, ha ricordato che “quando si prende di mira la stampa, non si tratta di una coincidenza, ma di un tentativo di oscurare la verità.
28 marzo – Ore 14.10 – Ucraina e Qatar siglano un accordo di cooperazione
Qatar e Ucraina hanno firmato un accordo di cooperazione in materia di Difesa, che tra le altre cose prevede lo scambio di competenze nell’intercettazione di missili e droni.
Lo comunica il Ministro della Difesa del Qatar.
نائب رئيس مجلس الوزراء ووزير الدولة لشؤون الدفاع يلتقي أمين مجلس الأمن القومي والدفاع الأوكراني ورئيس أركان القوات المسلحة الأوكرانية pic.twitter.com/sILAyYp0bf
28 marzo – Ore 12.30 – Continuano gli attacchi israeliani in Libano
Mentre il fronte della guerra si allarga, con i primi missili sparati contro Israele dallo Yemen da parte degli Houthi, l’esercito israeliano prosegue la propria offensiva in Libano, dove ormai un quarto della popolazione è stata sfollata in seguito agli ordini di evacuazione. L’IDF ha riferito di aver attaccato nella notte “decine di infrastrutture di Hezbollah”, via terra e via mare, e che sono tutt’ora in corso attacchi “in tutto il Libano”. L’esercito avrebbe ucciso due alti esponenti della milizia: Ayoub Hussein Yacoub e Yasser Muhammad Mubarak, alti funzionari dell’unità comunicazioni. Due civili, padre e figlio, sono rimasti uccisi in un attacco che ha colpito la macchina nella quale viaggiavano.
28 marzo – Ore 10.30 – Zelensky in visita negli Emirati Arabi
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si è recato negli Emirati Arabi Uniti, dove “da diverse settimane gli ucraini stanno lavorando per contribuire a proteggere vite umane”. Durante la visita, il presidente ha incontrato rappresentanti delle Forze di Sicurezza e Difesa degli Emirati Arabi Uniti, oltre che il presidente emiratino, lo Sceicco Mohamed bin Zayed Al Nahyan. “Esiste già una chiara comprensione di come la protezione dello spazio aereo e delle infrastrutture critiche negli Emirati possa essere rafforzata integrando l’esperienza ucraina”, ha dichiarato Zelensky.
United Arab Emirates. For several weeks now, Ukrainians have been working here to help in protecting lives. I met with members of our team here and discussed the initial results, the key conclusions from their work in the Emirates, as well as several proposals.
— Volodymyr Zelenskyy / Володимир Зеленський (@ZelenskyyUa) March 28, 2026
28 marzo – Ore 9.00 – I fatti della notte
Per la prima volta dall’inizio della guerra in Iran, le milizie yemenitehouthi hanno lanciato un attacco con missili balistici contro Israele, “nel sud della Palestina occupata”. Le operazioni “proseguiranno fino al raggiugimento degli obiettivi dichiarati” e “fino alla cessazione dell’aggressione su tutti i fronti della resistenza”.
12 militari americani sarebbero rimasti feriti in un attacco contro una base in Arabia Saudita, avrebbe dichiarato un ufficiale statunitense a Reuters. Il quotidiano riporta anche come, secondo alcune fonti statunitensi, gli USA e Israele sarebbero riusciti a distruggere appena un terzo dell’arsenale missilistico iraniano.
L’Iran ha lanciato attacchi contro molti dei Paesi del Golfo, mentre proseguono i bombardamenti di USA e Israele su Teheran, i quali hanno colpito anche la sede di una università.
L’ONU ha istituito una task force per aiutare le navi a transitare in sicurezza attraverso lo Stretto di Hormuz. L’azione si concentrerà in particolare sulle navi che trasportano fertilizzanti e “materie prime correlate”.
Sarà Giuseppe Tango, giudice del lavoro a Palermo ed esponente del gruppo di Magistratura Indipendente, a sostituire Cesare Parodi alla guida dell’Associazione Nazionale Maigstrati (ANM). Parodi aveva consegnato le proprie dimissioni pochi minuti dopo la chiusura dei seggi per il referendum sulla giustizia, lo scorso lunedì 23 marzo, parlando di “motivi personali”.
Per la prima volta nella storia dei soccorsi umanitari nel Mediterraneo, 14 ONG hanno dato vita ad una coalizione che ha l’obiettivo di opporsi alle leggi europee e italiane sulla migrazione e i salvataggi in mare, giudicate inique e fonte di rischio per la vita dei migranti. In piena contravvenzione del “decreto Piantedosi” (convertito poi nella legge 15/23, integrata nel decreto Flussi), queste organizzazioni hanno interrotto ogni collaborazione con la cosiddetta “Guardia Costiera Libica”, un’istituzione creata appositamente per dialogare con l’UE che si macchia di violazioni dei diritti umani continue contro i migranti, inclusi torture e omicidio. Infrangere le disposizioni del decreto Piantedosi comporta onerose sanzioni amministrative che possono interferire pesantemente con le operazioni delle ONG. È quanto successo alla nave Humanity1, della ONG tedesca SOS Humanity e membro della coalizione, sulla quale ci siamo imbarcati per seguire una missione.
Obiettivo: sfidare le leggi inique
«Abbiamo visto troppe volte che intercettano le persone, le riportano indietro, sparano in acqua, sparano verso chi cerca aiuto, sparano contro le ONG. Non possiamo considerarli una guardia costiera che fa il suo lavoro» – spiega a L’Indipendente Juan, coordinatore dei soccorsi di SOS Humanity con oltre 9 anni di esperienza nei soccorsi nel Mediterraneo – «per questo non comunichiamo più con loro, non mandiamo più email: non vogliamo essere complici». Alle sue parole fanno eco quelle di Barbara, coordinatrice della comunicazione di SOS Humanity, che ci spiega: «Siamo stati detenuti per 60 giorni per non aver collaborato con la guardia costiera libica, che viola sistematicamente i diritti delle persone in movimento attraverso respingimenti violenti e trattamenti disumanizzanti, e che perciò non consideriamo come autorità di riferimento durante i salvataggi in mare: la sanzione è arrivata in modo ingiustificato, a scopo punitivo e in un contesto di motivazioni fortemente politiche che mirano a criminalizzare l’operato degli attori civili che salvano vite nel Mediterraneo».
La nave di soccorso SOS Méditerranée Ocean Viking nel porto di Siracusa dopo essere stata colpita da pesanti colpi d’arma da fuoco della Guardia Costiera Libica
La coalizione Justice Fleet nasce alla fine del 2025, dopo che una motovedetta della Guardia Costiera Libica (GCL) spara oltre 200 colpi di arma da fuoco sulla Ocean Viking, la nave di ricerca e soccorso (SAR) di SOS Mediterranee. L’episodio ha rappresentato il culmine di una escalation di violenza da parte della GCL, che già diverse volte aveva cercato di interferire nei soccorsi impugnando armi da fuoco per sparare colpi vicino alle imbarcazioni in pericolo e maltrattando i naufraghi, violando sistematicamente il diritto internazionale. «Negli ultimi anni, la GCL ha operato con sempre maggior violenza e spostando sempre più a nord la sua area di azione, non solo nelle acque libiche ma anche in quelle maltesi» – spiega Marcel, imbarcato sulla missione come Human Rights Observer – figura che si occupa di documentare le violazioni dei diritti umani. Inoltre, aggiunge, «sono sempre meglio equipaggiati, con barche sempre più veloci e migliori strumenti per la sorveglianza ottenuti grazie ai finanziamenti dell’UE».
La Humanity1 riesce a trarre in salvo 33 persone prima di essere sottoposta a fermo dalle autorità italiane. Uno di loro, con il quale riusciamo a parlare mentre è a bordo del mezzo, ci conferma che molti dei migranti con i quali ha viaggiato avevano già tentato di mettersi in mare altre volte, ma erano sempre stati intercettati dalla Guardia Costiera Libica, riportati a terra e venduti ai centri di detenzione, dove ricominciava un ciclo di violenza e lavori forzati.
Durante un incontro con l’equipaggio, poco prima di partire, il responsabile delle missioni di SOS Humanity lo spiega chiaramente: «Quello che come Justice Fleet vogliamo fare è mostrare quanto siano arbitrarie le leggi che ci vengono imposte, principalmente il decreto Piantedosi, e mostrare che le politiche di esternalizzazione dell’UE funzionano solo perché l’UE lavora con dei criminali».
La strategia dietro a questa alleanza è infatti proprio quella di ricorrere alla magistratura per dimostrare l’illegittimità della Legge Piantedosi, mettendo in luce la dissonanza tra i doveri che impone e il rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. La normativa impone infatti (tra le altre cose) l’assegnazione di un solo porto di sbarco, spesso molto lontano dal luogo di salvataggio, e il divieto di salvataggi multipli, oltre a quello di avvisare la Guardia Costiera Libica delle operazioni in corso. Ad oggi, nei tribunali italiani, la posizione della Justice Fleet è stata riconosciuta per ben 7 volte. L’equipaggio della Humanity1 spera che questa missione costituisca l’ottava.
Anatomia di una missione di soccorso
È notte quando un’imbarcazione di legno non identificata si avvicina alla nostra. Dalla velocità di navigazione si è potuto subito capire che si trattava di una cosiddetta “runaway boat”, ovvero un’imbarcazione guidata da trafficanti di persone – probabilmente appartenenti a qualche milizia armata libica – che si avvicinano alle navi SAR e scappano una volta che il soccorso viene effettuato. Partono sempre di notte, per evitare di essere intercettate dalle autorità, e a guidarle ci sono soggetti violenti e aggressivi, pronti a maltrattare le persone migranti che trasportano per velocizzare i trasbordi, e addirittura a gettarle in mare per poter scappare più velocemente.
A bordo ci sono 16 persone, di cui 4 sono uomini bendati e armati, come confermerà anche uno dei sopravvissuti. Quando Tango, il gommone veloce della Humanity1, si avvicina, iniziano a urlare in modo aggressivo e a spintonare le persone a bordo, incitandole a sbrigarsi. Tango mette in salvo 12 persone e in un batter d’occhio la barca di legno si perde nel buio, tra gli schiamazzi dei trafficanti.
L’aumento di queste situazioni è probabilmente una conseguenza dell’aumento dei respingimenti forzati da parte delle autorità libiche, finanziati dall’UE: si tratta infatti di imbarcazioni molto più veloci e resistenti a condizioni di mare avverse, in grado dunque di dare più garanzie sull’arrivo in territorio europeo. «Le persone a bordo di queste barche scappano dalla Libia, dunque sono sicuramente vittime di violenza, e si trovano in mare aperto in condizioni di pericolo, in mano a persone armate e non identificate» ci spiega Viviana, coordinatrice dei soccorsi di SOS Humanity.
Qualche ora dopo, intorno alle 13.00, una segnalazione dall’aereo Sea Bird dell’ONG Sea Watch indica un’imbarcazione in emergenza a circa 27 miglia nautiche dalla nostra posizione. Appena riusciamo ad avvicinarci a sufficienza, vengono messi in mare i gommoni di salvataggio che si avvicinano. A bordo ci sono 21 persone: sono tutti uomini, alcuni in chiaro stato di shock e ipotermia, altri privi di coscienza. Nel giro di pochi minuti vengono fatti salire a bordo della Humanity1, dove verranno assistiti dal team medico. Poche ore dopo, recupereremo anche due migranti che non ce l’hanno fatta: i loro corpi galleggiano sull’acqua probabilmente da giorni, perché l’avanzato stato di decomposizione non permette di definirne l’identità. Il sospetto è che siano tra coloro che hanno perso la vita per via della furia del ciclone Harry – che ha lasciato dietro di sé oltre un migliaio di sospette morti, 400 delle quali accertate.
Lo stratagemma della criminalizzazione
È dopo questi salvataggi che Humanity1 verrà sottoposta a fermo amministrativo e condannata a pagare 10 mila euro di multa. In base alla legge Piantedosi, infatti, il MRCC (Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo) Libico deve sempre essere messo in copia nelle email che le navi SAR sono obbligate a inviare al MRCC italiano, qualora si trovino nell’area di ricerca e soccorso in mare di pertinenza della Libia. La logica è quella di cooptare le navi SAR, costringendole a diventare un tassello del processo di esternalizzazione delle frontiere messo in atto dall’Unione Europea, imponendo la collaborazione con la Guardia Costiera Libica.
«Nel Mediterraneo si sovrappongono diversi sistemi legali» spiega Marcel, «da un lato, il diritto del mare e quello internazionale richiedono di soccorrere qualsiasi imbarcazione che si trovi in pericolo; dall’altro, la legge italiana impone il coinvolgimento di un attore che effettua respingimenti violenti in un Paese non considerato sicuro, ovvero la Libia, e che quindi opera in violazione dei diritti umani».
Inoltre, la legittimità della GCL è messa seriamente in discussione in quanto costituita da gruppi operativi strettamente affiliati a diverse milizie armate. Tra questi vi sono il gruppo di Zawiya, stretto associato del gruppo armato Nasr Brigade; quello di Tripoli, legato ai gruppi che gestiscono diversi centri di detenzione; e quello di Khoms, sospettato di collusione con milizie. Poi c’è il GACS (General Administration for Coastal Security), attivo nelle acque territoriali libiche, il quale ha legami con il DCSIM (Department For Combatting Settlement and Illegal Migration), responsabile di numerosi respingimenti. Tutti gruppi che ricevono o hanno ricevuto supporto da fondi italiani ed europei, in particolare dal programma Support to Integrated border and migration management in Libya (SIBMILL).
La sfida di chi non vuole obbedire al sistema
In questo contesto, quella della Justice Fleet rappresenta non solo una scelta operativa, ma una presa di posizione politica e giuridica, mantenuta anche a costo di fermi e sanzioni. Il fermo della Humanity1 diventa così parte di un conflitto più ampio, che non riguarda soltanto una nave o un singolo soccorso, ma il modello stesso di gestione delle frontiere nel Mediterraneo centrale.
Da una parte c’è un impianto normativo che impone la collaborazione con la Guardia Costiera Libica come condizione per operare; dall’altra, ci sono organizzazioni che rivendicano il primato del diritto del mare e dei diritti fondamentali sull’obbligo di obbedienza a una legge nazionale ritenuta ingiusta. È su questo terreno che la Justice Fleet ha deciso di spostare lo scontro, trasformando ogni fermo amministrativo in un caso giudiziario e ogni sanzione in un’occasione per contestare la legittimità del decreto Piantedosi.
Nel frattempo, in mare, le partenze continuano. E con esse i soccorsi, i respingimenti, le intercettazioni, le morti invisibili. La scommessa della Justice Fleet è che siano i tribunali a stabilire se salvare vite possa essere subordinato a logiche di deterrenza politica, o se resti un obbligo inderogabile.
Asfalto, cemento e superfici sigillate hanno dominato la logica di sviluppo delle città per decenni, tra gli altri, con un obiettivo preciso: allontanare l’acqua piovana il più velocemente possibile attraverso reti fognarie sempre più complesse e costose. Un modello che oggi mostra però tutti i suoi limiti. Quando le precipitazioni diventano intense sulle superfici urbane, l’acqua, anziché infiltrarsi, scorre rapidamente, raccoglie inquinanti e si riversa nei sistemi di drenaggio. Con l’aumento delle aree impermeabilizzate e la crescente frequenza di eventi estremi legati al cambiamento climat...
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Nel giro di dodici mesi, i Paesi europei hanno impresso un’accelerazione che non ha precedenti alle spese militari, raggiungendo e addirittura superando obiettivi che fino a poco tempo fa apparivano molto distanti. Lo certifica il Rapporto annuale della NATO, pubblicato il 26 marzo del 2026, che spiega come, per la prima volta nella storia dell’Alleanza, tutti i 32 Paesi membri abbiano raggiunto la soglia del 2% del PIL in spesa per la difesa. Nel 2025, i Paesi europei e il Canada hanno investito complessivamente 574 miliardi di dollari, con un aumento reale del 20% rispetto all’anno precedente. L’Italia ha dichiarato una spesa di oltre 45 miliardi di euro, pari al 2,01% del PIL, segnando un incremento di 12 miliardi rispetto al 2024.
Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha dichiarato che «tutti gli Alleati hanno riportato cifre di spesa per la difesa che soddisfano o superano l’obiettivo del 2%», svolta che a suo dire è stata resa possibile da un quadro di minacce crescenti come la guerra in Ucraina, le violazioni dello spazio aereo degli Alleati da parte di droni russi e azioni ibride contro le infrastrutture critiche. «Per troppo tempo, europei e Canada hanno fatto un eccessivo affidamento sulla forza militare degli Stati Uniti: non ci siamo assunti abbastanza responsabilità per la nostra sicurezza, ma ora c’è stato un vero cambio di mentalità», ha detto Rutte in conferenza stampa. E l’accelerazione è destinata a proseguire, dal momento che, al vertice dell’Aia del giugno 2025, gli Alleati si sono impegnati a destinare il 5% del PIL annuo alla difesa e alla sicurezza entro il 2035, di cui almeno il 3,5% per i soli requisiti militari fondamentali. Lo scorso mese, nel frattempo, I ministri della Difesa dell’UE hanno dato il via libera definitivo ai piani di finanziamento per la difesa di otto Paesi nell’ambito del fondo SAFE per il riarmo. Si tratta di Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Portogallo, Romania e Spagna, che hanno chiesto l’accesso a una somma complessiva di oltre 38 miliardi di euro.
In relazione al riarmo, le performance dei Paesi appaiono però assai diversificate. Polonia e Lituania risultano in testa alla classifica con un bilancio militare pari al 4,3% e al 4% del Pil; seguono Lettonia (3,7%), Estonia (3,4%), Danimarca (3,3%) e Norvegia (3,2), con alle spalle Finlandia (2,9%), Grecia (2,8%), Olanda (2,6%), Svezia (2,5%), Germania (2,4%) e Turchia (2,3%). Gli Stati Uniti registrano il 3,2% del Pil, ma è un dato solo parziale, poiché il concetto di spesa militare negli USA non considera elementi che gli altri Paesi includono invece nel “calderone”. A chiudere la lista ci sono poi Regno Unito (2,3), Francia (2,1%) e Italia, che va a toccare il minimo del 2% con Spagna, Canada e Belgio.
Proprio il dato italiano solleva interrogativi di cui si è fatto carico l’Osservatorio Mil€x, progetto indipendente nato per monitorare, analizzare e rendere trasparenti le spese del Ministero della Difesa. Secondo l’analisi dell’Osservatorio, infatti, la spesa militare “pura” – quella che finanzia personale, esercizio e armamenti – si attesterebbe intorno all’1,5% del PIL, molto distante dal 2,01% comunicato a Bruxelles. La differenza risiede nel nuovo perimetro contabile adottato dal governo, che ha incluso nel computo voci come i pagamenti pensionistici dei militari, le quote dei Carabinieri impiegati in funzioni di polizia, e capitoli generici come «mobilità militare» e «cybersicurezza», senza alcuna specificazione di contenuto. Come aveva già anticipato il Documento Programmatico Pluriennale 2025, l’operazione ha permesso di raggiungere formalmente il target senza un aumento reale e strutturale della spesa per gli armamenti.
L’artificio contabile non cancella però la realtà del riarmo italiano: a gennaio il Ministero della Difesa ha reso note al Parlamento le nuove stime economiche per lo sviluppo dei caccia di sesta generazione GCAP, con costi triplicati fino a 18,6 miliardi rispetto alla fase di lancio, da spalmare nei prossimi dodici anni. Al termine del programma si aggiungeranno poi i costi per l’acquisto dei cacciabombardieri e dei droni accessori. Una settimana dopo, è stato reso noto che i costi sono lievitati anche per l’acquisto delle nuove batterie missilistiche Samp/T New Generation, passando dai 3 miliardi di euro previsti nel 2021 agli attuali 5,34. L’aumento, secondo il documento inviato dalla Difesa al Parlamento, dipenderebbe da non meglio specificate «nuove esigenze operative della Difesa», e fa salire a 16,5 miliardi il costo complessivo dei 16 programmi di riarmo in approvazione dall’inizio di quest’anno.
Ventidue migranti partiti dalla Libia sono morti durante la traversata verso la Grecia dopo che il loro gommone è rimasto alla deriva per giorni a sud di Creta. L’imbarcazione, soccorsa da Frontex con 26 sopravvissuti a bordo, era partita il 21 marzo da Tobruk con 48 persone. Durante il viaggio ha perso la rotta, restando in mare per sei giorni senza acqua né cibo. Secondo le testimonianze, le vittime sarebbero decedute per le condizioni estreme e i loro corpi gettati in mare su ordine di uno scafista. Per il viaggio erano stati pagati circa 10 mila dollari.
La realtà ha le sue evidenze, i suoi dati, le sue misure. Impone alla nostra ragione il compito di capire, non soltanto quello di reagire, e qualche volta capire è una operazione problematica soprattutto se gli altri e il contesto non reagiscono come ci aspetteremmo. Abbiamo allora bisogno di metabolizzare quanto accade nel mondo in generale, e nel nostro universo di riferimento, miscelando istinto e intelligenza, spirito di adattamento e creatività, schemi e fantasia, tolleranza e rigore, conoscenza e intuizione.
Chiamiamo in causa il nostro potenziale, applichiamo una teoria, valutiamo ipotesi, trascuriamo quanto accade o diamo a ciò eccessiva importanza, siamo alternativamente distratti e ossessionati, cerchiamo una soluzione chissà dove, quando magari la situazione che consideriamo ha bisogno proprio di noi.
Diventiamo allora autori di racconti immaginari, la nostra antropologia della realtà ci convoca come autori non soltanto come personaggi. Ma non si tratta di scrivere, si tratta di vivere. Una metafora forse allora è necessaria, una via d’uscita dalla prigione dei fatti, delle parole degli altri, dei media, dei poteri.
Secondo la fisica quantistica una particella non percorre soltanto una determinata traiettoria per raggiungere l’obiettivo ma si comporta come se, nel percorso che segue, calcolasse in ogni istante le alternative possibili e ne scegliesse ogni volta una e non un’altra. Questo non significa che nella realtà si manifesti ogni volta esclusivamente una delle infinite opzioni e nemmeno vuol dire che, quando consideriamo un evento, un accadimento, una situazione, formuliamo una serie di “se”, immaginando che cosa sarebbe potuto succedere altrimenti.
La concezione quantistica ci porta invece a credere non tanto alla gamma delle possibilità che concernono ciò che è già accaduto o ciò che potrebbe accadere ma a comportarci come se i possibili “come se” fossero tutti pronti a diventare attivi, perfino contemporaneamente. Comprendere allora significa esaminare la realtà come un insieme di dati, eventualità e previsioni che nel complesso, in un determinato momento o fase storica, hanno agito, sottraendoci a una spiegazione deterministica, a un processo inevitabile, a una visione unilaterale.
Capire e agire possono dunque diventare la stessa cosa e allora, banalmente, nel ragionare sulle circostanze e sui fatti è necessario averne cultura, cioè comprenderli e narrarli come sedimentazione di passato e germinazione di futuro.
Dove il presente è il domani di ieri, al di fuori però di qualsiasi automatismo, come ne avessimo una coscienza moltiplicata. Con l’atteggiamento di un lettore o di uno spettatore che si chiede come andrà a finire il racconto, il film o la notizia che ha sotto gli occhi o che ha ascoltato. Con l’atteggiamento dell’autore che ha deciso di dar vita a una soltanto delle tracce narrative e di senso possibili, mantenendo però in atto dispositivi di apertura che consentano varietà di orizzonti, di percorsi possibili e di valutazioni fondate.
La realtà, dunque, come “opera aperta”, per usare la felice espressione di Umberto Eco, ma aperta non perché indefinita o carica di una gamma di illimitate interpretazioni, aperta perché contemporaneamente molteplice e caleidoscopica. La realtà, nella sua intrigante complessità ovvero nella sua splendida chiarezza, deve anche apparire quale effetto di una contemporaneità perenne, e nello stesso tempo discontinua, perché molti sono i linguaggi, rapsodiche le verifiche, inquietanti ma anche banali le conferme.
Questa la posizione che ho adottato nelle riflessioni del mio libro Fatti non foste (ed. Meltemi 2026), mantenendone volutamente la eterogeneità, la varietà di stili ma non di intenzioni, e dunque avvalendomi di quell’atteggiamento “stravagante” che avevo esplicitato tempo fa nella prefazione a Ordine e disordine (Meltemi 1999).
“Stravagante” perché, come dice la parola, è necessario “extra-vagare”, uscire dal sentiero, cambiare programma, tentare deviazioni, pensieri laterali, mosse del cavallo. Non accettare nemmeno l’ovvio, spostarsi mentalmente, dribblare tanto le convenzioni quanto le mode, non evitare gli equivoci, in una visione polimorfica, tentacolare.
Forse, chissà, anche immaginando – per i fatti – una metafisica della loro lettura, una metafisica che agisce già per il motivo che li trasformiamo in pensiero, in parole e dunque li rendiamo insieme più circoscritti ma anche indeterminati.
La realtà, dunque, come palcoscenico e platea, quella che il poetare conosce come appartenente a un mondo insieme concreto e ipotetico, dove la ragione si allea strategicamente con l’immaginario, dove i dati di fatto e la fantasia si uniscono per ricostruire e lanciare ipotesi, con l’atteggiamento dello scrittore, del regista: lasciando insomma il finale aperto a nuove variazioni oppure ad ulteriori conferme.
Svolta giudiziaria nell’inchiesta sull’omicidio del sindaco di Pollica Angelo Vassallo, ucciso nel 2010. Il gup ha mandato a processo l’ex brigadiere Lazzaro Cioffi, l’imprenditore Giuseppe Cipriano e Giovanni Cafiero. I primi due sono accusati di concorso in omicidio aggravato dal metodo mafioso, Cafiero di traffico di droga. Percorso autonomo per l’ex collaboratore di giustizia Romolo Ridosso, che ha scelto il rito abbreviato. Il colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo è invece stato prosciolto dalle accuse. Le indagini hanno a lungo ipotizzato un coinvolgimento dei clan camorristici, ritenendo che Vassallo fosse stato eliminato per la sua azione amministrativa a tutela dell’ambiente, che ostacolava traffici illeciti.
La graduale uscita dalla produzione elettrica basata sul carbone viene rinviata in Italia al 31 dicembre 2038. La svolta è arrivata in commissione Attività produttive della Camera, dove è stato approvato un emendamento al decreto Energia che, di fatto, riscrive il calendario della transizione. La scelta, avanzata dalla Lega e appoggiata da tutto il centro-destra, investe le quattro centrali ancora operative in Italia, concentrate tra Sardegna e penisola, ribaltando un percorso iniziato anni fa per chiudere impianti vecchi, costosi e molto inquinanti. La maggioranza giustifica il rinvio facendo riferimento agli effetti di un complesso quadro internazionale segnato dalle tensioni sui mercati e dalle crisi aperte tra Ucraina e Medio Oriente, ma le opposizioni fanno sentire la loro voce, parlando di un clamoroso passo indietro.
Le quattro centrali a carbone ancora in funzione in Italia si trovano, nello specifico, a Brindisi (Puglia), Civitavecchia (Lazio), Fiumesanto e Portovesme (Sardegna). In totale producono meno dell’1% del fabbisogno elettrico nazionale, ma, a detta dei partiti che reggono l’esecutivo, la loro permanenza in stand-by come «riserva strategica» garantirebbe la sicurezza del sistema in caso di crisi. «Una scelta di buonsenso in un momento di tensione dei mercati energetici – ha dichiarato il capogruppo del Carroccio Riccardo Molinari, che ha presentato l’emendamento – permetterà di garantire sicurezza e adeguatezza del sistema elettrico nazionale, scongiurando possibili criticità legate alla rete di trasmissione nazionale o alla mancanza di infrastrutture alternative». «Si ristabilisce così un principio semplice: la sicurezza energetica viene prima dell’ideologia e delle politiche green europee distanti dalle reali esigenze del Paese e dei nostri sistemi produttivi», ha aggiunto sul suo profilo Facebook il deputato. Anche Fratelli d’Italia ha sostenuto la linea del rinvio, richiamando la necessità di rafforzare l’autonomia del Paese e assicurare continuità al sistema elettrico.
L’Italia aveva scelto di provvedere al progressivo abbandono del carbone già nel 2017 con la Strategia energetica nazionale sotto l’esecutivo di Paolo Gentiloni. All’epoca furono chiuse le centrali di Fusina (Veneto) La Spezia (Liguria) e Monfalcone (Friuli), ma gli impianti sopravvissuti hanno ottenuto numerose proroghe. A luglio 2024 il governo Meloni aveva confermato la scadenza nel Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, salvo poi fare dietrofront nei mesi successivi. La decisione definitiva è maturata in autunno, con l’intenzione di mantenere le centrali in attività come riserva, a fronte di un corrispettivo di circa 100 milioni di euro annui per Enel.
Il nodo, per i critici, è anche economico: il carbone è una fonte più inquinante e meno conveniente, oltre a dipendere in larga misura dalle importazioni estere. Dalle opposizioni è partita la levata di scudi, con il Partito Democratico che parla dell’«ennesimo provvedimento a favore delle fonti fossili» che provocherà «effetti negativi per il sistema Paese». Sulla medesima linea il Movimento 5 Stelle, che critica un «atto irresponsabile e miope che ci riporta indietro di decenni», evidenziando come il carbone rappresenti «una fonte costosa, inquinante e già superata dal mercato, i cui costi crescenti legati alle emissioni e alla gestione degli impianti finiranno inevitabilmente in bolletta».
Nel 2022, con l’aggravarsi della crisi energetica legata alla guerra in Ucraina, il governo italiano approvò un Piano nazionale per ridurre i consumi di gas che prevedeva di aumentare la produzione a carbone e olio delle centrali esistenti, contravvenendo agli obiettivi di transizione ecologica. All’epoca erano coinvolti sette impianti destinati a essere dismessi entro il 2025. Negli anni successivi, tuttavia, la strategia è mutata: solo la centrale di Monfalcone è stata riconvertita al gas, mentre Fusina e La Spezia erano già state chiuse. L’ultimo passaggio in commissione è invece la formalizzazione normativa definitiva di un orientamento già annunciato. Nell’agosto dello scorso anno, intervenuto durante il question time in Parlamento, il ministro delle Imprese Adolfo Urso aveva dichiarato come fosse previsto «il posticipo del phase out del carbone al 2038», decisione frutto di un ordine del giorno presentato da Forza Italia e Azione che il Governo aveva inserito nel decreto ex Ilva (n. 92/2025). Il decreto Energia arriverà in aula a Monteciorio lunedì prossimo. Si ipotizza che l’esecutivo ponga la fiducia.
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