venerdì 16 Gennaio 2026
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Turchia: aerei nel Baltico e in Romania

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Il ministero della Difesa turco ha annunciato che il Paese schiererà aerei da combattimento in Estonia e in Romania nell’ambito delle missioni di sorveglianza della NATO. La Turchia prevede di effettuare un dispiegamento di quattro mesi in Estonia tra agosto e novembre 2026, seguito da un’altra rotazione in Romania da dicembre 2026 a marzo 2027. L’annuncio arriva dopo che diversi Paesi hanno denunciato la violazione del proprio spazio aereo da parte di droni non identificati, accusando la Russia di condurre una “guerra ibrida” contro l’Europa. Mosca ha sempre rigettato le accuse.

Gaza: gli USA annunciano la “fase 2”, mentre Israele annuncia nuove operazioni militari

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Si passa alla seconda fase del cessate il fuoco a Gaza. Almeno, questa sembra la volontà americana annunciata sui social media dall’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, che ha dichiarato su X che il piano in 20 punti di Trump per Gaza sta “passando dal cessate il fuoco alla smilitarizzazione, alla governance tecnocratica e alla ricostruzione”.
La nuova fase prevede l’istituzione di un Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza, incaricato di assumere la gestione quotidiana del territorio per un periodo di transizione che durerà idealmente fino a fine 2027, e avvia la completa smilitarizzazione e ricostruzione di Gaza, cominciando dal disarmo di tutto “il personale non autorizzato”. Nel frattempo, ignorando quanto previsto dalle disposizioni statunitensi, Israele ha annunciato nuove massicce operazioni militari nella Striscia, volte ad espandere ulteriormente il controllo sul territorio.

La prima riunione del Comitato Nazionale, composto da 15 personalità palestinesi e guidato da Ali Shaath – ex viceministro della pianificazione dell’Autorità Palestinese, – si dovrebbe tenere oggi al Cairo, presso l’Ambasciata degli Stati Uniti. Fonti egiziane hanno precisato che la sede del Comitato tecnico palestinese sarà per il momento all’estero e che l’organismo sarà trasferito a Gaza “dopo il ritiro israeliano”. Il Comitato sarà supervisionato da un “Consiglio di pace” guidato da Trump in persona e formato da osservatori internazionali, la cui composizione non è ancora stata dichiarata.

“Gli Stati Uniti si aspettano che Hamas rispetti pienamente i propri obblighi, compreso il ritorno immediato dell’ultimo ostaggio deceduto. Il mancato rispetto di tali obblighi comporterà gravi conseguenze”, ha affermato Witkoff. Sono oltre 1190 le violazioni del cessate il fuoco da parte di Israele dall’inizio della tregua a ottobre denunciate dall’ufficio stampa del governo di Gaza, ma di queste, non si parla. Così come non si parla degli almeno 400 palestinesi uccisi della Striscia negli ultimi 3 mesi, di cui oltre 100 bambini, e delle oltre 2500 ulteriori strutture abitative demolite.

Mercoledì Hamas e Jihad Islamico hanno espresso il proprio sostegno al Comitato tecnocratico e così ha fatto l’Autorità Palestinese in Cisgiordania, sottolineando però l’importanza di “collegare le istituzioni dell’Autorità palestinese in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, senza creare accordi amministrativi, giuridici o di sicurezza che rafforzino la duplicazione, la divisione, la separazione o la frammentazione, sostenendo al contempo il principio di un unico sistema, un’unica legge e un’unica arma legittima.” La Presidenza dell’ANP ha inoltre riaffermato la necessità di adottare parallelamente misure decisive in Cisgiordania, sotto attacco continuo da parte dei militari israeliani e dai coloni.

Hamas ha dichiarato che, come previsto dagli accordi, non ha intenzione di assumere alcun ruolo nell’autorità governativa futura di Gaza e che intende limitare il proprio ruolo a una funzione di monitoraggio, ma non ha ancora accettato di consegnare completamente le armi. Fidarsi di Israele infatti, è difficile: solo pochi giorni fa Tel Aviv ha annunciato di aver elaborato “piani per lanciare nuove massicce operazioni militari intensive a Gaza a marzo”, con un’offensiva mirata a Gaza City volta a spingere la linea gialla di demarcazione del cessate il fuoco verso la costa dell’enclave, espandendo ulteriormente il controllo sul territorio. Il tutto in netta contraddizione con la “Fase due” del piano Trump, che prevede il ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia e l’invio di truppe straniere che dovrebbero occuparsi di mantenere la pace nell’area. Netanyahu ha già annunciato che l’inizio della nuova fase è una mossa formale, “simbolica”, e che essa non cambia i piani di Israele su Gaza. In una dichiarazione condivisa sui social media, parlando dell’ultimo corpo disperso, l’ufficio di Benjamin Netanyahu ha affermato che “il ritorno di Ran è la nostra massima priorità”, aggiungendo che i piani per istituire il comitato tecnocratico per governare Gaza “non influiranno sugli sforzi” per riportare i resti di Gvili in Israele. Una mossa che sembra anticipare la retorica che utilizzerà Israele per continuare a rompere il cessate il fuoco.

Di fatto gli accordi sanciti non sono mai stati pienamente rispettati: le aggressioni militari delle IDF non si sono mai fermate, e il governo israeliano continua a impedire l’ingresso di molti degli aiuti umanitari concordati. La guerra alla popolazione di Gaza continua anche la recente espulsione di almeno 37 ONG dalla Striscia di Gaza e dalla Cisgiordania e con il blocco del valico di Rafah.

La Fase due e il Board of Peace di Trump

La prima fase del piano di cessate il fuoco è iniziata il 10 ottobre, con lo scambio degli ostaggi israeliani detenuti da Hamas e dai suoi alleati con i detenuti palestinesi detenuti da Israele. Le forze israeliane si sono ritirate su una “linea di tregua (gialla)”, la Yellow Line che ha permesso loro di mantenere il controllo della maggior parte del territorio della Striscia.

In questa seconda fase appena iniziata, il lavoro del comitato di transizione palestinese sarà supervisionato da Nickolay Mladenov, un veterano diplomatico bulgaro delle Nazioni Unite che ha tenuto colloqui sia con funzionari israeliani che palestinesi. Mladenov ha ricoperto il ruolo di inviato delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente dall’inizio del 2015 fino alla fine del 2020 ed è ampiamente rispettato in tutta la regione.

Mladenov riferirà a sua volta al comitato di pace di Trump, che dovrebbe essere composto da un gruppo di leader mondiali i cui nomi saranno resi noti nei prossimi giorni. Il “Board of Peace” potrebbe vedere la luce la prossima settimana nel corso del World Economic Forum (Wef) a Davos. Tony Blair continua ad essere uno dei politici che sembra assumeranno un ruolo decisivo sul futuro di Gaza; secondo alcuni media, l’ex primo ministro inglese è candidato per un posto nel comitato esecutivo che gestirà le scelte del Board of Peace presieduto da Trump. Anche rappresentanti di Italia e Germania entreranno probabilmente a far parte del gruppo, mentre Israele sembra determinato a tenere fuori dai giochi la Turchia.

La nuova fase si apre nell’incertezza: mentre ancora si deve capire come funzionerà il Comitato appena nominato, e se Israele non lo ostacolerà, il gigante nella stanza che è la questione iraniana appare in tutta la sua grandezza. Il futuro prossimo della regione è legato al “dossier iraniano”, e in molti temono una escalation che potrebbe distogliere l’attenzione di Washington – e del resto del mondo – dalla causa palestinese, lasciando a Tel Aviv la libertà totale di continuare a distruggere e occupare la Striscia di Gaza.

Calcio, la repressione alza il tiro: daspo al cagliaritano Cossu per i rapporti coi tifosi

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Andrea Cossu, ex calciatore del Cagliari diventatone poi dirigente, dovrà stare quattro anni lontano dai campi da calcio. Lo ha stabilito il TAR della Sardegna, confermando il DASPO emesso dalla Questura. A Cossu sono stati contestati i rapporti con gli Sconvolts. La storica sigla del tifo organizzato rossoblù era finita di recente nel mirino della magistratura: l’operazione Frari ha portato a 33 misure cautelari, all’interno di uno schema accusatorio articolato, che ha scomodato persino l’associazione a delinquere per condotta violenta. Nei confronti degli Sconvolts, come ricostruito dal TAR, Cossu «forniva un contributo causalmente rilevante alla sopravvivenza e al rafforzamento», consegnando «abbigliamento tecnico utilizzato dai calciatori del Cagliari Calcio durante le partite, materiale che successivamente veniva fatto oggetto di lotterie o vendita, il cui ricavato serviva per finanziare l’associazione». Il dirigente sardo ha dunque pagato per il suo ruolo “diplomatico”, di ponte tra società e tifosi, in un calcio, soprattutto a livello professionistico, sempre più spersonalizzato e distante dalla sua base popolare.

Centinaia di agenti, unità cinofile, scientifica e persino un elicottero. Il maxi-blitz dell’operazione Frari ha dato prova della durezza che lo Stato italiano riserva da almeno 40 anni al movimento ultras. Un conflitto a bassa intensità che talvolta si riaffaccia sulla cronaca, come nel caso dei tifosi della Cavese multati per aver ricordato Stefano Cucchi allo stadio. L’attacco frontale al tifo organizzato rossoblù, avvenuto con un’operazione che rievoca le retate anti-mafia, ha portato nel 2022 a 33 misure cautelari. Secondo l’accusa, gli Sconvolts avevano organizzato nel quinquennio precedente diverse aggressioni verso i tifosi avversari, configurando così il reato di associazione a delinquere.

Buona parte degli ultras interessati hanno scelto la via del patteggiamento, così come Andrea Cossu, che il simbolo degli Sconvolts se l’è tatuato sul polpaccio dopo anni di militanza prima di spiccare il volo verso il calcio professionistico e diventare una bandiera del Cagliari. Dopo aver appeso i tacchetti al chiodo, Cossu è diventato dirigente rossoblù, non nascondendo mai le proprie origini. Coinvolto nell’operazione Frari proprio per il suo ruolo “diplomatico”, l’ex trequartista ha visto la sua pena di sei mesi convertita in multa da 22,5 mila euro. Poco dopo si è però attivata la Questura, emettendo nei suoi confronti un DASPO di 4 anni, confermato pochi giorni fa dal TAR. Il divieto di accedere alle manifestazioni sportive risponde a una valutazione di pericolosità sociale dell’interessato, avanzata dalla questura e non rigettata dai giudici. Nel motivare la propria decisione, il TAR della Sardegna ha sottolineato il ruolo di Cossu nel sostentamento economico degli Sconvolts, che negli anni non hanno mancato di realizzare iniziative a sfondo sociale, come raccolte fondi per i bambini dell’isola. Secondo gli inquirenti, l’ex calciatore avrebbe poi favorito «gli incontri tra gli associati e alcuni tesserati del Cagliari Calcio», presenziando «alle riunioni del gruppo ultrà» e frequentandone la sede, «tanto che aveva disponibilità delle chiavi».

Daspo preventivi, di gruppo, fuori contesto: sono tanti gli strumenti repressivi collaudati negli anni sugli ultras, al punto da trasformarli in una sorta di categoria a se stante dei cittadini italiani. Con il caso Cossu lo Stato italiano alza il tiro, stabilendo un indirizzo ben preciso ai rapporti tra calciatori, società e tifosi. Gli addetti ai lavori del panorama calcistico sono avvertiti: spersonalizzazione e distanza dalla base popolare o repressione giudiziaria.

Riccardo Magherini, ucciso dalla polizia: la Cedu condanna l’Italia

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Nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014, Riccardo Magherini vagava per le strade di Borgo San Frediano in preda ad allucinazioni. Quattro carabinieri gli si avvicinarono, lo immobilizzarono e lo tennero fermo a terra in posizione prona per circa venti minuti. All’arrivo dei paramedici, Magherini era già in arresto cardiaco. Oggi, a quasi 12 anni dalla sua uccisione, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ha riconosciuto che la scelta di utilizzare quella manovra da parte dei carabinieri fu sproporzionata, e condannato l’Italia a pagare 140mila euro per danni morali e 40mila di risarcimento delle spese legali ai familiari della vittima, sollevando diverse preoccupazioni sull’addestramento degli agenti riguardo all’uso della forza e delle manovre di costrizione. Non si è tuttavia pronunciata sulla responsabilità penale dei carabinieri coinvolti, accettando di fatto la sentenza della Cassazione che nel 2018 portò alla loro assoluzione.

La sentenza della CEDU accoglie in parte le richieste dei ricorrenti, i genitori, la moglie, il figlio, il fratello, lo zio, il nipote e i cugini di Magherini. La Corte contesta due violazioni dell’Articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo sul diritto alla vita e sul diritto all’indagine. Nella sentenza, si legge che i giudici ritengono che l’iniziale immobilizzazione di Magherini fosse «assolutamente necessaria», senza tuttavia comprendere la ragione per cui la vittima sia stata tenuta in quella posizione per tutto quel tempo. «La Corte rileva inoltre che, all’epoca dei fatti, non esistevano in Italia direttive che spiegassero, attraverso istruzioni chiare e adeguate, come porre una persona in posizione prona con il minimo rischio per la sua salute e la sua vita», continuano i giudici. «La questione della formazione degli agenti delle forze dell’ordine è strettamente legata a questa carenza». La condanna arriva proprio a causa della mancanza di adeguati programmi di formazione riservati agli agenti. Oltre a ciò, la Corte ha rilevato una violazione del diritto all’indagine, perché gli agenti che hanno raccolto la testimonianza della testimone oculare – uno dei volontari della Croce Rossa arrivate in soccorso di Magherini – furono gli stessi coinvolti nei fatti.

Con tale pronuncia, la CEDU mette fine a una odissea giudiziaria durata dodici anni. La perizia medica stabilì che la morte di Magherini avvenne a causa di una combinazione di fattori, tra cui l’intossicazione da cocaina, lo stress causato dalla manovra di costrizione degli agenti, i suoi tentativi di liberarsi, e la stessa posizione in cui era stato tenuto; tra il 2016 e il 2017, i tribunali di grado inferiore condannarono tre carabinieri per omicidio colposo, ma nel 2018 la Cassazione annullò tale sentenza, sostenendo che non ci si potesse aspettare che i carabinieri fossero consapevoli della gravità della situazione o delle sue conseguenze.

USA sequestrano petroliera legata al Venezuela nei Caraibi

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Gli Stati Uniti hanno sequestrato una petroliera legata al Venezuela. A dare la notizia è l’agenzia di stampa Reuters, citando funzionari statunitensi del comando meridionale. L’operazione, spiega il comando, è stata effettuata prima dell’alba, e ha coinvolto la motocisterna Veronica. «La nave stava operando in violazione della quarantena stabilita dal Presidente Trump per le navi sanzionate nei Caraibi». Veronica è la sesta petroliera legata al Venezuela sequestrata dagli Stati Uniti dallo scorso dicembre. Lo scorso 7 gennaio gli USA hanno anche sequestrato una nave russa mentre si trovava nell’Atlantico settentrionale.

Congo: il prezzo umano del nostro progresso

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Dentro telefoni, computer, batterie elettriche ci sono minerali estratti nella Repubblica Democratica del Congo – RDC. Capire cosa succede nei territori da cui provengono significa capire il prezzo umano del nostro progresso

La RDC possiede alcune delle più grandi riserve mondiali di rame e cobalto. Oltre il 70% del cobalto utilizzato a livello globale proviene da qui. Senza questi minerali non esisterebbero le tecnologie digitali, né la transizione energetica. Eppure, questa ricchezza non si traduce in diritti o benessere per chi vive nei territori minerari.

Il settore minerario congolese è segnato da decenni di mala gestione statale, corruzione e dipendenza da compagnie estrattive, spesso internazionali, che operano con l’obiettivo di massimizzare l’estrazione riducendo i costi. Per ottenere entrate rapide e attrarre investimenti, lo Stato congolese concede loro vaste porzioni di territorio senza costruire un sistema di tutela per le comunità che vi abitano.

Le concessioni minerarie sono contratti che assegnano a una compagnia il diritto esclusivo di estrarre risorse da un’area per anni o decenni. Spesso vengono rilasciate senza una mappatura reale delle comunità presenti sul territorio. Molte famiglie vivono su quelle terre da generazioni ma non possiedono documenti di proprietà formalmente riconosciuti, a causa di fattori strutturali come basso livello di istruzione, difficoltà di accesso agli uffici pubblici, costi burocratici, mancanza di informazioni e assenza di supporto legale. In un sistema opaco, chi ha meno strumenti resta invisibile.

Quando una concessione viene attivata o ampliata, le famiglie che vivono su quei terreni – non essendo riconosciute come proprietarie – diventano legalmente sacrificabili. Le compagnie possono chiedere lo sgombero dell’area e lo sfratto forzato diventa parte del modello estrattivo. Secondo il diritto congolese, uno sgombero dovrebbe prevedere informazione preventiva, consultazione, compensazioni adeguate e alternative abitative. Nella realtà questo accade raramente: le case vengono demolite senza preavvisi chiari, senza processi trasparenti, con compensazioni insufficienti o inesistenti e spesso con l’intervento violento della polizia. Interi villaggi vengono cancellati in poche ore.

Gli sfratti forzati non sono un problema isolato, ma si inseriscono in un contesto segnato da lavoro minerario pericoloso, esposizione alle polveri tossiche, assenza di sanità adeguata e mancanza di tutele. I crolli delle miniere sono frequenti e le conseguenze sulla salute gravi. Dal 2021, da quando Still I Rise opera nel territorio, tre membri dello staff sono morti per problemi di salute, una studentessa ha perso la vita e il fratello di un’altra studentessa è morto in seguito a un crollo in miniera. Questo sistema accetta queste perdite come un costo normale dell’estrazione.

Uno sfratto non significa solo perdere una casa. Significa perdere stabilità, sicurezza, reti sociali, reddito e accesso all’istruzione. I bambini vengono spostati continuamente, iniziano a lavorare per sostenere la famiglia o finiscono nelle miniere artigianali. La storia di Ruth, studentessa della Still I Rise Academy a Kolwezi, è un esempio di una dinamica sistemica: dopo che la casa della sua famiglia è stata distrutta durante uno sfratto forzato legato a una concessione mineraria, la madre, vedova, ha iniziato a lavorare in miniera portando con sé la figlia ogni giorno. Ruth non aveva mai frequentato la scuola, non per scelta, ma perché non aveva alternative.

Quando una famiglia può essere sfrattata in qualsiasi momento, la scuola perde continuità e accessibilità. Per questo, intervenire sull’istruzione significa anche intervenire sulle cause che la rendono strutturalmente inaccessibile: garantire informazione legale, supporto nella gestione dei documenti e tutela minima contro sfratti arbitrari non è un’estensione del lavoro educativo, ma una sua condizione di possibilità. 

Gli sfratti forzati nella Repubblica Democratica del Congo non sono un effetto collaterale inevitabile, ma il risultato di scelte politiche precise che permettono al nostro modello di progresso di avanzare scaricandone il costo umano sulle comunità più vulnerabili. Finché le concessioni continueranno a valere più delle persone, i diritti resteranno selettivi e l’istruzione non sarà mai davvero universale.

Russia: espulso un diplomatico britannico accusato di spionaggio

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La Russia ha espulso un diplomatico britannico accusandolo di essere una spia per i servizi segreti del Regno Unito. Il diplomatico, identificato dai media russi con Gareth Samuel Davies, ha ora due settimane per lasciare il Paese. Il ministero degli esteri russo ha inoltre convocato l’incaricato d’affari britannico per parlare della situazione. Londra ha condannato l’espulsione del proprio diplomatico, definendo le accuse «maliziose e infondate» e affermando che esse minino alla base il funzionamento delle ambasciate. Ha inoltre ha dichiarato di star valutando una risposta.

Aumenti ingiustificati dei prezzi: la grande distribuzione finisce sotto inchiesta

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Negli ultimi cinque anni, in Italia i prezzi dei beni alimentari sono cresciuti del 24,9%. Un rincaro che pesa sui consumatori, mentre per i produttori non si traduce in maggiori guadagni: gli agricoltori denunciano margini fermi, compressi lungo una filiera sempre più sbilanciata. Su questo squilibrio si concentra l’indagine conoscitiva avviata dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato sulla Grande Distribuzione Organizzata (GDO), accogliendo le denunce del Codacons. L’Antitrust passerà al setaccio potere contrattuale, pratiche commerciali e peso dei prodotti a marchio, per capire se dietro il caro-spesa si nascondano dinamiche distorsive.

Secondo i dati ISTAT, tra ottobre 2021 e ottobre 2025 i prezzi dei beni alimentari sono aumentati di quasi otto punti più dell’inflazione generale (17,3%). Un rincaro che, per l’Antitrust, richiede risposte e trasparenza: l’obiettivo è capire se gli aumenti siano “ingiustificati”, oppure il risultato di meccanismi di mercato alterati. Alcuni rincari possono essere spiegati da eventi eccezionali e dalle normali oscillazioni del mercato: a dicembre cacao e cioccolato in polvere costavano il 20% in più rispetto all’anno precedente, il caffè il 18%, carne e uova quasi l’8%. Si tratta dei prezzi sugli scaffali, che la grande distribuzione ha sempre giustificato con l’aumento dei costi a monte, dalle materie prime all’energia e al packaging. L’autorità guidata da Roberto Rustichelli, però, mette in dubbio che questa narrazione sia del tutto fondata e sospetta che non tutti gli aumenti siano realmente legittimati. Per l’Antitrust, anche con costi stabili o in calo, la grande distribuzione potrebbe aver mantenuto prezzi elevati grazie al proprio potere di mercato. Lo squilibrio tra pochi grandi gruppi e molti piccoli produttori potrebbe aver inciso sui rincari più dei reali aumenti dei costi.

Gli aumenti dei prezzi alimentari non sono un fenomeno isolato, ma rappresentano un trend costante degli ultimi anni. Con 30 euro di spesa oggi si compra molto meno di quanto si poteva fare nel 2021, e questa dinamica pesa soprattutto sulle famiglie e sui redditi più bassi. Secondo l’Antitrust, va valutato anche il crescente ruolo delle cosiddette “private label” (prodotti a marchio dei distributori), che, pur presentandosi come alternative più economiche, possono influenzare le dinamiche concorrenziali e i rapporti di forza con i fornitori. Sotto la lente finiranno anche meccanismi poco visibili al pubblico, come i contributi che i fornitori devono versare per entrare nei supermercati e ottenere spazio nelle promozioni, oltre alle alleanze tra catene che uniscono gli acquisti per rafforzare il proprio potere negoziale.

L’apertura dell’indagine ha suscitato reazioni diversificate. Le associazioni di consumatori e alcuni operatori di settore parlano di pratiche che hanno penalizzato sia famiglie sia produttori, costringendo molte famiglie a ridurre la spesa alimentare e a modificare le proprie abitudini di consumo. D’altro canto, rappresentanti della grande distribuzione, hanno minimizzato l’impatto dell’inchiesta, affermando che il settore ha già adottato misure per contenere il trasferimento dei costi sui prezzi al consumo. «Abbiamo operato fin dai primi picchi inflattivi nel 2022-2023 per frenare il rincaro», garantisce il presidente di Federdistribuzione, Carlo Alberto Buttarelli, mentre Mauro Lusetti, presidente di Conad e di Adm (Associazione distribuzione moderna), assicura che l’intenzione di «chiarire ogni dubbio».

Avviata il 16 dicembre 2025, l’indagine si concluderà entro la fine del 2026 con una relazione che potrà aprire la strada a interventi correttivi, anche sul piano normativo. In un contesto di prezzi sotto pressione, l’azione dell’Antitrust intercetta una domanda crescente di trasparenza su come si formano i costi lungo la filiera. Non si tratta solo di individuare eventuali condotte scorrette, ma di capire come ristabilire condizioni di concorrenza effettiva, tutelando chi acquista e chi produce. Se emergeranno abusi o distorsioni, l’Autorità potrà intervenire per riequilibrare un sistema che oggi appare sbilanciato. Per famiglie e agricoltori è un tentativo di dare voce alle difficoltà di questi anni: dalla tavola alla politica dei prezzi, il nodo resta quello di un sistema che deve funzionare in equilibrio, senza ingiustificati aumenti che pesano sul bilancio quotidiano delle persone.

Kurt Cobain, i Clash e il golpe in Venezuela

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La prima volta che Kurt Cobain ascoltò un disco dei Clash rimase quantomeno sconcertato. Era il 1981: il futuro leader dei Nirvana aveva appena 14 anni e cercava, con scarso successo, di capire qualcosa di quel genere musicale che da qualche tempo andava per la maggiore in Inghilterra: il punk. Conosceva di fama i Sex Pistols tramite gli articoli che leggeva sulle riviste, ma non aveva ancora ascoltato praticamente nulla. Il problema era che, nell’era pre-internet, l’unica fonte a disposizione per sentire qualcosa di nuovo era la radio cittadina. Ma ad Aberdeen, il paese di boscaioli dove era nato, i DJ non erano esattamente in sintonia con le ultime novità.

«Avevamo solo una stazione che trasmetteva soft rock – raccontò tempo dopo – era praticamente impossibile ascoltare il punk inglese». Un giorno, però, il giovane Kurt entra in un negozio di dischi e si imbatte in una copia di Sandinista!, l’ultimo album dei Clash. Lo compra, lo porta a casa e lo mette nello stereo. Provate ora a immaginare la faccia di un adolescente che ha fantasticato per mesi su un suono fatto di chitarre veloci e rabbia, di Anarchy in the U.K. urlata in faccia al mondo, e si ritrova invece ad ascoltare una base rap con un grazioso basso saltellante nel brano di apertura: The Magnificent Seven. Non certo l’urlo secco e distruttivo che si aspettava. Non a caso, anni dopo, commenterà con ironia: «Sandinista! non era proprio la migliore introduzione possibile al punk rock».

Non la migliore introduzione possibile al punk rock

In effetti il quarto disco dei Clash di punk aveva ben poco, almeno nei suoni. Dopo il grande successo di London Calling, la band inglese aveva deciso di allargare drasticamente i propri orizzonti: reggae, dub, funk, gospel e il primo rap che arrivava dagli Stati Uniti, tutti condensati in un triplo album dall’ambizione quasi enciclopedica, tanto affascinante quanto dispersivo.

«Avevamo appena fatto un tour molto lungo in Gran Bretagna e negli Stati Uniti – racconta Joe Strummer – e invece di crollare esausti e partire per gli angoli opposti del mondo, eravamo così entusiasti che siamo andati direttamente in studio. Il fatto che sia stato buttato giù tutto in una volta e poi pubblicato in quel modo lo rende doppiamente scandaloso, triplicatamente scandaloso».

Se sul piano musicale i Clash sperimentano nuove direzioni, su quello politico non hanno mai avuto incertezze. Sandinista! (che da ora in poi chiameremo amichevolmente Sandinista) non è soltanto un laboratorio sonoro ambizioso, ma anche uno degli album più esplicitamente ideologici del suo tempo. Il gruppo continua a interrogarsi su imperialismo, lotta di classe, razzismo, violenza di Stato e rivoluzioni tradite, ampliando però lo sguardo oltre i confini britannici. L’Inghilterra thatcheriana resta sullo sfondo, mentre il centro del discorso si sposta verso l’America Latina, l’Africa e i ghetti statunitensi.

Il tutto senza rinunciare a un po’ di sana provocazione tipicamente punk: il titolo del disco si fa palesemente beffe del tentativo del governo inglese di proibire l’uso della parola “Sandinista” dopo la rivoluzione in Nicaragua. Quella parola diventa anzi un grido di lotta nella canzone che la rivista Rolling Stone giudicherà il vero cuore del disco: Washington Bullets. Qui i Clash, tra suoni di marimba e atmosfere da spiaggia, ripercorrono le ingerenze statunitensi in America Latina nel Novecento, seguendo la traiettoria simbolica di un proiettile che dal Cile passa per Cuba fino ad arrivare al Nicaragua. Da Salvador Allende alla Baia dei Porci, fino alla rivoluzione sandinista che ha destituito Anastasio Somoza, ultimo anello di una dinastia sostenuta per decenni dagli Stati Uniti: «The people fought the leader and up he flew / With no Washington bullets what else could he do?», canta Joe Strummer.

Un gruppo punk che non ha paura di usare le marimba

Riascoltarla oggi rende difficile non pensare agli eventi recenti in Venezuela. Eppure, di fronte all’ennesimo golpe orchestrato dagli Stati Uniti nel loro “giardino di casa”, molti hanno parlato di un fatto eccezionale, senza precedenti, sostenendo che con l’attacco a Caracas e il rapimento di Nicolás Maduro si segni l’inizio di una nuova era caratterizzata da un nuovo equilibrio mondiale, in cui gli Stati Uniti fanno valere la legge del più forte.

Un’affermazione che tradisce una sorprendente amnesia storica: la politica estera degli Stati Uniti è da sempre segnata da pratiche di dominio e prevaricazione, soprattutto nei confronti dell’America Latina. 

A volte serve ricordarlo. La musica dei Clash, sicuramente, non lo dimentica.

Referendum, iniziativa dei comitati del No supera 500mila firme

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Sono state raggiunte stamattina le 500 mila firme per la richiesta del referendum confermativo sulla riforma costituzionale della giustizia da parte dei sostenitori del No. In seguito alla richiesta di referendum avanzata dai parlamentari di maggioranza per il Sì alla separazione delle carriere, a partire dal 22 dicembre una nuova raccolta firme è stata infatti promossa da 15 cittadini dal fronte opposto. I promotori hanno inoltre presentato un ricorso al Tar del Lazio contro la decisione del governo di fissare la consultazione per il 22 e 23 marzo, contestando un’interpretazione restrittiva della legge sui tempi di convocazione. Il Tar non ha concesso la sospensiva e discuterà il ricorso il 27 gennaio.