sabato 7 Marzo 2026
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”Saluterò di nuovo il sole”, una poesia di Forugh Farrokhzād (1962)

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Saluterò di nuovo il sole
e il torrente che mi scorreva in petto,
saluterò le nuvole dei miei lunghi pensieri
e la crescita dolorosa dei pioppi in giardino
che con me hanno percorso le aride stagioni.
Saluterò gli stormi di corvi
che a sera mi portavano in dono
l’odore dei campi notturni.
Saluterò mia madre, che viveva nello specchio,
immagine della mia vecchiaia.
E saluterò la terra, il suo desiderio ardente
di ripetermi e riempire di semi verdi
il suo ventre infiammato,
sì, la saluterò
la saluterò di nuovo.
Arrivo, arrivo, arrivo,
con i miei capelli come odori
che sgorgano dal sottosuolo
e gli occhi miei, l’esperienza densa del buio.
Con gli arbusti che ho strappato ai boschi oltre il muro.
Arrivo, arrivo, arrivo,
e la soglia trabocca d’amore
ed io ad attendere quelli che amano
e la ragazza che è ancora lì,
nella soglia traboccante d’amore, io
la saluterò di nuovo.

Forugh, la giovane poetessa di Teheran, influente ma scandalosa nella sua patria perché paladina di una specifica, indipendente visione femminile, adorata prima e dopo la morte come un profeta, come chi sa abbracciare l’universale e insieme a questo l’intimità, la tenerezza e l’intransigenza, la visione e l’incantesimo.

“Salutare”, “arrivare” sono dichiarazioni prima di tutto di un esserci, questione non da poco per una donna iraniana che fa poesia prima ancora che si affermi la rivoluzione islamica guidata dall’āyatollah Khomeini. 

La sua voce poetica ha assunto una vasta fama nel suo Paese che è tanto, per tradizione, sensibile alle parole dei cantori, una voce che sa essere lirica e insieme sociale, politica, come se la poesia fosse declamata durante un comizio o una preghiera collettiva. La poesia che in Persia-Iran ha il respiro dei cori della tragedia greca, che funziona come un oracolo seducente e combattente, araldo di verità sottaciute che il potere vorrebbe amministrare come sua proprietà, schiacciandole nella obbedienza cieca a norme arcaiche.

No, no, la poetessa è seducente, non perché è donna, e le spetterebbe tale prerogativa, lei è seducente perché l’amore non è un sentimento ma una energia necessaria a ottenere una visione convincente delle cose. Fuori dall’amore, fuori dagli urti della tragedia, c’è soltanto sopravvivenza, indifferenza, apatia.

Averro è, il filosofo arabo commentatore di Aristotele, scrive intorno al 1180 d.C. sull’alternanza di finito e infinito, sui confini dell’anima e del corpo, sulla consistenza e inconsistenza della realtà. “L’esperienza densa del buio”, “il ventre infiammato” della terra, in questa poesia sembrano attinenti al clima oscuro da lei vissuto, ai contorni insicuri del quotidiano, a una vita libera – per quanto era possibile –- carica di insidie dal punto di vista di una donna. «Tutti temono,/ tutti hanno paura, ma io e te/ siamo legati alla fiamma all’acqua allo specchio/ e non temiamo nulla… parlo delle nostre mani innamorate/ che sopra le notti han costruito un ponte» (scrive in La Conquista del Giardino).

La sua  indole ‟personale, spregiudicata e ribelle’’, gli atteggiamenti anticonformisti sono ben noti alla poesia iraniana e alle sue scrittrici (si veda l’accurato studio di Nahid Norozi, La mia spada è la poesia, WriteUp, Roma 2023). «Il paradosso è che se da un lato le spinte moderniste… invitavano a sviluppare, per la prima volta nella storia della letteratura persiana,…un sentimento lirico personale, il canone socio-letterario prescriveva che il corpo della donna fosse rappresentato come unico oggetto erotizzabile», ha scritto D. Ingenito, curatore della summa della sua opera (Giunti-Bompiani).

«Quando la mia fede era impiccata/ alle fragili corde della giustizia/ e in tutta la città/ facevano a pezzi il cuore dei miei occhi» (canta Forugh in Una finestra).

Un’altra grande voce iraniana, Simin Behbahâni declamava così con passione il pianto per una giovane donna, martire della libertà: «Non era piombo che la mano della Tirannia/ aveva scaricato sulla sua veste // ma una stella che dal tetto del cosmo/ era stillata nel calice del suo corpo…» (Dodici fontane di sangue, giugno 1985). 

Risuona ancora, sempre l’urlo della poesia…

Palermo, corruzione nella sanità: 6 arresti, sequestrati 1,2 milioni

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La Squadra mobile di Palermo ha eseguito sei misure cautelari nell’ambito di un’indagine della Procura su presunti episodi di corruzione nella sanità pubblica. L’inchiesta, condotta tra il 2024 e il 2025 dalla sezione anticorruzione, riguarda reati contro la pubblica amministrazione legati al riconoscimento di stati invalidanti. Ai domiciliari è finito un 65enne ritenuto “facilitatore” delle pratiche, nel cui possesso sono stati sequestrati oltre 1,2 milioni di euro in contanti. Arresti domiciliari anche per un ortopedico dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Palermo e per un imprenditore di forniture ortopediche. Altri tre indagati sono stati colpiti da obbligo di firma e misure interdittive.

Nelle carceri italiane il numero delle morti “da accertare” è più che triplicato

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Nei dodici mesi del 2025, il sistema penitenziario italiano ha registrato 254 decessi tra i detenuti, con un aumento rispetto ai 246 attestati nell’anno precedente. Lo attesta l’ultimo report del Garante dei Detenuti, da cui emerge però un fenomeno specifico e allarmante: a subire un’impennata, passando dai 16 casi del 2024 ai 50 dello scorso anno, sono i decessi classificati come «cause da accertare». Questo forte incremento – i casi sono più che triplicati – richiede, secondo il rapporto, «un’indagine per comprenderne le ragioni e adottare eventuali misure correttive». L’aumento dei decessi avviene in un contesto di costante crescita della popolazione carceraria, che ha raggiunto una presenza media di 62.841 unità, con un incremento che ha toccato quasi il 17% rispetto al 2021.

Nello specifico, la categoria «cause da accertare» tiene in considerazione quei decessi le cui ragioni, almeno al momento della rilevazione statistica, non sono ancora state determinate con certezza. Il report ricorda come i fattori da cui ciò può dipendere siano vari. Tra questi, ci sono ad esempio accertamenti medico-legali ancora in corso, risultati dell’autopsia non ancora disponibili, il fatto che l’evento richieda ancora ulteriori accertamenti o che l’indagine dell’evento sia stata presa in carico dall’autorità giudiziaria. Si tratta dunque di una classificazione provvisoria, destinata a essere ricondotta, una volta completati gli esami, ad altre voci, come cause naturali, suicidio o omicidio.

Nell’analisi complessiva, i 254 decessi del 2025 si suddividono in 125 per cause naturali (quasi la metà del totale) e 76 suicidi, oltre appunto ai 50 in attesa di accertamento e a 3 decessi accidentali. Il report sottolinea come il numero di suicidi, pur in calo rispetto agli 83 del 2024, resti un’emergenza, con un’incidenza maggiore tra la popolazione straniera (1,74%) rispetto a quella italiana (0,95%) e tra le donne (2,18%) rispetto agli uomini (1,15%). Tra queste, 14 morti sono state registrati come “Esterno istituto”: si riferiscono a soggetti deceduti al di fuori delle strutture carcerarie, ad esempio in occasione di trasferimenti ospedalieri, ricoveri sanitari o, in altri casi, durante permessi o misure alternative alla detenzione.

L’analisi territoriale mostra una concentrazione drammatica in alcune regioni. La Campania e la Lombardia guidano la triste classifica con 40 decessi ciascuna, seguite dal Lazio con 30. Solo in tre regioni si concentra quasi un terzo della mortalità carceraria nazionale. All’interno del rapporto si evidenzia in maniera significativa il fenomeno del sovraffollamento. I numeri sono chiari: all’interno dei 55 istituti in cui si sono verificati suicidi, l’indice medio di affollamento si attesta al 151,50%, con punte che superano il 200% in strutture come Milano San Vittore e Foggia. In media, si legge nel documento, «per ogni 100 posti regolamentari disponibili sono presenti circa 152 detenuti». Gli effetti che questa compressione comporta «in termini di spazi vitali, accesso ai servizi, possibilità di svolgere attività trattamentali e condizioni igienico-sanitarie» rappresentano fattori che incidono anche «nella considerazione del quadro delle ampi vicende suicidaria», ricorda il Garante.

Osservando le statistiche sui decessi, emerge un quadro di fragilità diffusa. Tra le persone decedute per cause naturali, l’età media è di 51 anni, significativamente inferiore all’aspettativa di vita della popolazione generale, e ben 41 detenuti (il 33% del totale) avevano una pena residua pari o inferiore ai tre anni, che avrebbe potuto consentire loro un prossimo ritorno in libertà. L’analisi dei suicidi rivela che ben 46 vittime (la maggioranza, dunque) erano state precedentemente coinvolte in eventi critici di auto-danno intenzionale; tra queste, 17 erano state protagoniste di precedenti tentativi di suicidio. In chiusura, il Garante afferma che i numeri contenuti nel rapporto «sollecitano analisi individualizzate da parte delle Amministrazioni interessate, quella penitenziaria e il servizio sanitario nelle sue articolazioni territoriali».

DIRETTA – Presidente dell’Iran: “non attaccheremo più Paesi del Golfo” – Intensi bombardamenti a Teheran – Meloni sente leader UE

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Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica e lunedì, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio.


In un comunicato che segue le dichiarazioni del presidente Pezeshian delle scorse ore, riportato dai media iraniani, il consiglio ad interim ha approvato lo stop agli attacchi contro i Paesi del Golfo – a meno che non siano questi ad attaccare. “Dopo le dichiarazioni del presidente, le forze armate ribadiscono ancora una volta il loro rispetto per gli interessi e la sovranità nazionale dei Paesi confinanti e affermano di non aver commesso alcuna aggressione nei loro confronti fino a questo momento”, riporta il comunicato, che tuttavia specifica che “qualora le precedenti azioni ostili dovessero continuare, tutte le basi militari e gli interessi dell’America criminale e del falso regime sionista sulla terraferma, in mare e nell’aria in tutta la regione saranno considerati obiettivi primari e saranno oggetto di potenti e devastanti attacchi da parte delle potenti forze armate della Repubblica Islamica dell’Iran”.


Sarebbero almeno 6.668 gli edifici ad uso civile presi di mira dagli attacchi di USA e Iran, secondo quanto riferito dalla Mezzaluna Rossa iraniana. Di questi, 5.535 sono abitazioni, 1.041sono centri commerciali, 14 i centri medici e 65 le scuole, oltre a 13 edifici appartenenti alla Mezzaluna Rossa.


  • La guerra lanciata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran entra nella seconda settimana: intense esplosioni sono state registrate a Teheran, ma il presidente Masoud Pezeshkian ha annunciato che, secondo quanto deciso dal consiglio di leadership provvisorio, i Paesi confinanti con l’Iran non verranno più attaccati a meno che non lancino un attacco contro l’Iran. Gli attacchi sono comunque proseguiti per tutta la notte.
  • L’ambasciatore iraniano all’ONU ha accusato Washington e Tel Aviv di prendere di mira, con i propri bombardamenti, zone densamente popolate del Paese.
  • L’ONU ha chiesto una indagine indipendente sull’attacco alla scuola di Minab, nel sud dell’Iran, nel quale sono state uccise 165 bambine. Secondo un’inchiesta del New York Times, l’attacco sarebbe opera degli USA.
  • I primi corpi dei militari americani uccisi nella guerra sono rientrati negli USA.
  • In un’intervista rilasciata a Fox News, Scott Bessent, segretario del Tesoro, ha dichiarato che gli USA potrebbero concedere lo stop ad altre sanzioni sul petrolio russo (oltre a quella concessa ieri all’India), dal momento che il petrolio dei Paesi del Golfo risulta ancora bloccato.
  • Meloni sente Starmer, Macron e Merz: a seguito della telefonata, il premier inglese ha rilasciato un comunicato nel quale si reitera la condanna agli attacchi iraniani di questi giorni e si annuncia una “intensa attività diplomatica” e uno “stretto coordinamento militare”. Inoltre, “i leader hanno accolto con favore l’offerta del presidente Zelensky di mettere a disposizione dei partner nella regione la sua esperienza nell’intercettazione dei droni” (oltre a ribadire la necessità del sostegno all’Ucraina).

USA e Ecuador bombardano campo di narcos al confine con la Colombia

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Operazione congiunta tra Stati Uniti ed Ecuador contro il narcotraffico nel Paese sudamericano. Il United States Southern Command e il Ministero della Difesa ecuadoriano hanno riferito di «operazioni cinetiche letali», senza precisare se vi siano stati morti o arresti. L’azione, denominata “Sterminio totale”, ha impiegato elicotteri, aerei, battelli fluviali e droni per individuare e bombardare un campo di addestramento nel nord-est dell’Ecuador, vicino al confine con la Colombia. La struttura apparteneva ai Comandos de la Frontera, gruppo criminale formato da dissidenti delle FARC. Il presidente Daniel Noboa ha fatto della repressione militare delle organizzazioni criminali uno dei pilastri della sua politica.

Il fronte delle immagini IA: come Iran e Occidente lottano per il monopolio della “verità”

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Negli ultimi giorni, hanno iniziato a circolare fotografie di missili balistici che solcano i cieli  di Tel Aviv, pubblicate da pagine di propaganda filo-iraniane. L’obiettivo era  dimostrare che i tanto decantati sistemi di difesa israeliani non sono poi la muraglia  invalicabile che si vuole far credere. Queste immagini sono risultate successivamente generate dall’intelligenza artificiale. L’esperienza maturata con la guerra in Ucraina (il primo conflitto ampiamente documentato in tempo reale via social) ha mostrato quanto i tradizionali protocolli di  verifica fatichino a tenere il passo con la velocità della circolazione informativa. Nonostante la smentita, quelle immagini, in quanto simbolo, hanno prodotto comunque il  loro effetto psicologico, permettendo agli ambienti informativi filo-iraniani di assaporare  rappresentazione simbolica di una vendetta a lungo attesa. Quella che si va delineando è un nuovo fronte della guerra dell’informazione che mette in campo generatori di immagini false sulle sponde dei campi di battaglia.

Alla produzione di immagini artefatte – che pure esistono e vanno denunciate – ha fatto immediatamente seguito l’attivazione del meccanismo della smentita ufficiale. Esemplare, in questo senso, un contenuto della BBC che ha prontamente smascherato le immagini AI. 

Un servizio giornalisticamente ineccepibile, ma che ignora il contesto: la  BBC – e in particolare il suo World Service – è storicamente considerata uno strumento di  soft power britannico, finanziata per anni dal Foreign Office e tutt’oggi allineata con le  narrazioni occidentali e, su molti dossier, con Israele. Il fact-checking diventa così anche un atto politico: smascherare il falso iraniano significa, nel medesimo gesto, riaffermare la  superiorità informativa del proprio schieramento. In mezzo, una domanda sempre più urgente, ma che nessuno sembra volersi porre: chi decide, oggi, cos’è vero? E con quali strumenti, e soprattutto con quale autorità? 

La vicenda assume contorni paradossali se si analizza il ruolo giocato dagli stessi  strumenti di IA nella certificazione della notizia. Diverse immagini hanno superato il vaglio  di Grok, l’intelligenza artificiale integrata nella piattaforma X di Elon Musk, che le ha etichettate come reali. Un episodio che rivela una crepa fondamentale nell’architettura della verifica contemporanea: le IA, per quanto sofisticate, sono soggette a bias algoritmici e si rivelano insufficienti se usate da sole. La validazione richiede ancora  l’intervento umano, capace di andare oltre l’impressione visiva. Il fact-checking tradizionale si basa su analisi comparative: confronto tra diverse fonti, verifica della coerenza architettonica con le mappe satellitari e altri strumenti specifici per ogni situazione. In assenza di certezze, di fronte ad immagini che presentano i tipici difetti delle generazioni IA, la prassi migliore resta il beneficio del dubbio. 

Esistono poi diversi paradossi tecnologici. Alcune piattaforme hanno iniziato a sperimentare sistemi di tracciabilità come lo standard C2PA, che permette di incorporare metadati crittografici al momento della generazione dell’immagine. Si tratta però di tecnologie recenti, lungi dall’essere universali: la maggior parte delle piattaforme non è ancora attrezzata per leggerle, e si affida alle segnalazioni di fact-checker, un  processo più lento e fallibile. 

Il vero punto debole, però, è la fragilità del manufatto digitale. I metadati sono facilmente eliminabili: immagini e video che diventano virali subiscono screenshot, ricompressioni, passaggi su WhatsApp o Telegram, perdendo irrimediabilmente le informazioni di origine. Anche il sistema più avanzato si trova così di fronte a un’immagine muta, incapace di raccontare la propria provenienza. Ma questa stessa fragilità tecnica è anche ciò che permette la circolazione libera dell’informazione: se ogni foto fosse permanentemente tracciabile, sarebbe impossibile per un testimone oculare in una zona di conflitto condividere ciò che ha visto senza passare attraverso i filtri delle redazioni centralizzate. 

Questa ritrovata libertà, che restituisce pluralismo all’informazione, porta però con sé una  sfida: la frammentazione delle fonti rende oggi più difficile distinguere il reporter  indipendente dal propagandista. È il paradosso della democrazia informativa: più voci possono parlare, più è complesso orientarsi. Un prezzo da pagare, che ha come alternativa il ritorno censorio ai monopoli dell’informazione.

Il pericolo più concreto è che in tempi di escalation militari queste rappresentazioni finte  possano innescare reazioni reali da parte degli Stati. In uno scenario di tensione altissima,  dove i tempi di decisione si riducono a pochi minuti, un’immagine virale di un “attacco in  corso” potrebbe teoricamente influenzare i decisori politici o essere fraintesa dai sistemi di intelligence. Se un governo agisse sulla base di un falso credendolo vero, il confine tra simulacro e realtà verrebbe meno, con conseguenze incalcolabili. 

Quando Khamenei è stato ucciso, è diventata virale questa immagine che mostra il corpo della vecchia Guida Suprema iraniana sotto le macerie

Il problema etico sollevato da questi episodi, tuttavia, non nasce con l’avvento  dell’intelligenza artificiale, ma affonda le radici in una questione più profonda, di natura  epistemologica: come facciamo a sapere ciò che sappiamo? Chi è autorizzato a certificare la verità in un’epoca in cui la rappresentazione della realtà è divenuta tecnicamente indistinguibile dalla realtà stessa? 

L’Iran forma ogni anno centinaia di migliaia di laureati in discipline STEM, ma la macchina della delegittimazione occidentale resta più forte sul piano mediatico. Lo abbiamo già visto in passato: un meccanismo subdolo ed efficace, dove si prende un falso, lo si smaschera, e si estende il sospetto a tutto l’universo informativo dell’avversario.

Questa dinamica rivela il cuore del problema, che è anche strutturale: gli sviluppatori dei  sistemi automatizzati di tracciabilità e verifica delle immagini – dalla Content Authenticity  Initiative (CAI) di Adobe, passando per gli standard C2PA (coalizione che include Adobe,  Microsoft, Intel e la BBC) e strumenti come InVID (progetto finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del progetto Horizon) – così come i media che detengono successo e  riconoscimento internazionale, sono in stragrande maggioranza occidentali. Questo crea  uno scompenso epistemologico di partenza. Non esistono, al momento, sistemi di  tracciabilità sviluppati in paesi del Global South con pari diffusione e riconoscimento  internazionale. La certificazione della verità avviene quindi sempre e comunque attraverso  infrastrutture cognitive e tecnologiche che appartengono a una delle parti in conflitto. 

Le nuove tecnologie di verifica, se rimangono a disposizione esclusiva di chi detiene già l’egemonia culturale e tecnologica, rischiano così di diventare non strumenti di verità, ma armi di delegittimazione preventiva. Finché un post falso iraniano verrà smascherato da un apparato di fact-checking che vede la partecipazione attiva delle principali testate giornalistiche occidentali – non sempre semplici utilizzatrici, ma co-progettiste degli standard e delle tecnologie di verifica, mentre un post tendenzioso della controparte verrà ignorato, giustificato o semplicemente non sottoposto allo stesso vaglio, la “guerra delle immagini” rimarrà un conflitto a senso unico.  

La radice del problema resta quella di sempre: la verità non è mai stata solo una questione di fatti, ma di chi ha il potere di certificarla. Oggi, però, questo potere è  incorporato negli algoritmi, nei metadati, nei protocolli di autenticazione. E in questo nuovo campo di battaglia, vince chi riesce a stabilire non solo cosa è vero, ma chi è autorizzato a dirlo, e con quali strumenti.

La querela di Coldiretti contro un’attivista di Ultima Generazione è diventata un boomerang

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Dopo un braccio di ferro giudiziario durato due anni, la querela intentata da Coldiretti all’attivista di Ultima Generazione Miriam Falco è stata archiviata. Lo ha stabilito il giudice per le indagini preliminari (GIP) del Tribunale Ordinario di Roma, facendo crollare l’ipotesi del reato di diffamazione. L’intervento al programma televisivo Prima di domani con cui Miriam Falco ha accusato Coldiretti di concentrare nelle proprie mani i contributi europei erogati nell’ambito della crisi del settore ittico si è mosso nel perimetro del diritto di critica e di cronaca. «Sono andata in TV per raccontare onestamente come stanno le cose e sono contenta che sia stato riconosciuto», ha commentato l’attivista, aggiungendo: «Mi fa meno piacere che persone con molto potere e molti mezzi (e molto tempo libero?) si mettano a denunciare una semplice cittadina che li sta mettendo in discussione su questioni che riguardano tutte e tutti». 

Nel suo intervento, “Miriam Falco — scrive il gip romano — ha attribuito la crisi del settore ittico al fatto che gli operatori sarebbero costretti a vendere il loro prodotto alla grande distribuzione ad un prezzo non sufficiente a coprire i costi, nonché al fatto che i contributi europei sarebbero appannaggio di un’unica associazione, Coldiretti, e non sarebbero invece distribuiti agli operatori in difficoltà”. Ancora, si legge nel decreto di archiviazione: “il breve intervento dell’indagata deve essere letto come l’espressione sintetica dell’analisi di un problema e, cioè, che le piccole aziende, gli operatori non riuniti in consorzi e, in generale, tutte le realtà di piccole dimensioni, avevano avuto difficoltà ad accedere a misure di sostegno, a differenza degli operatori associati, ai quali era infine andata la gran parte dei contributi”. Era il 15 febbraio del 2024 e Miriam Falco, attivista di Ultima Generazione, muoveva “una critica lecita ed espressa in forme continenti” all’operato di Coldiretti. Di tutta risposta la maggiore organizzazione agricola in Italia, capace di contare più di 5mila associati, querelò per diffamazione l’attivista. 

Lunedì 2 marzo il giudice per le indagini preliminari (GIP) del Tribunale Ordinario di Roma ha posto fine a due anni di braccio di ferro giudiziario, archiviando la querela e ritenendo l’intervento di Miriam Falco espressione del diritto di cronaca e di critica. «Far passare la critica come calunnia è la nuova avanguardia del bavaglio?», si chiede l’attivista, commentando la sentenza di archiviazione. A farle eco è Ultima Generazione, definendo il caso un esempio di querela temeraria, «uno strumento del potere per reprimere il dissenso». Un fenomeno che spesso vede coinvolti giornalisti e attivisti, al centro di «un’azione legale infondata, presentata in malafede o con colpa grave, al solo scopo di intimidire o bloccare (SLAPP – Strategic Lawsuit Against Public Participation) il soggetto querelato». Anche concludendosi con un’archiviazione, la querela comporta spese e si traduce in una condizione di precarietà. Per questo motivo, nel 2024 il Parlamento europeo ha approvato la direttiva anti-SLAPP, che permette ai giudici di archiviare più rapidamente le cause manifestamente infondate, prevedendo anche delle sanzioni economiche per chi abusa del sistema giudiziario. L’Italia, che in Europa è maglia nera con 21 SLAPP (su 167) segnalate nel 2024, non ha ancora recepito l’atto.

In Libano 700.000 civili sono in fuga dai bombardamenti israeliani

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Il conflitto che contrapporne l’Iran all’asse israelo-statunitense in Medio Oriente si è allargato ormai da lunedì scorso al Libano, dove è in corso una vera e propria emergenza umanitaria. Giovedì, infatti, l’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione forzata della periferia sud di Beirut, intimando a centinaia di migliaia di residenti di «salvare le proprie vite ed evacuare immediatamente le proprie case». Secondo il capo delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, «ciò solleva serie preoccupazioni ai sensi del diritto internazionale umanitario». L’emittente araba Al-Jazeera riferisce che mentre le precedenti minacce di evacuazione forzata si concentravano sul Libano meridionale, a sud del fiume Litani, questo rappresenta il primo ordine di evacuazione completa per le aree vicine alla capitale da quando sono riprese le ostilità. Il che significa che circa 700.000 persone – secondo i media locali – sono in fuga da Dahiyeh, la zona sud di Beirut, dopo l’ordine impartito da Israele. In un video pubblicato sui social media, il ministro delle finanze israeliano Bezalel Smotrich ha affermato che la periferia meridionale di Beirut «somiglierà presto a Khan Younis», la città nella Striscia di Gaza meridionale, rasa quasi completamente al suolo dopo oltre due anni di offensiva israeliana contro l’enclave palestinese. Il Ministero della Salute Pubblica del Libano ha riferito giovedì che il bilancio delle vittime si attesta al momento a quota 123, con 683 feriti da lunedì.

La guerra sul fronte libanese si è riaccesa quando Hezbollah (il Partito di Dio) – l’organizzazione paramilitare sciita facente parte del cosiddetto “asse della resistenza” sostenuto dall’Iran – ha deciso di schierarsi apertamente con Teheran e di vendicare l’uccisione della Guida suprema iraniana Ali Khamenei. Il 2 marzo il gruppo ha dunque lanciato una raffica di razzi e droni verso il nord di Israele, affermando di agire per vendicare l’assassinio di Khamenei e gli attacchi quasi quotidiani di Israele contro il Libano. Israele ha risposto colpendo i sobborghi meridionali di Beirut con attacchi violenti e emettendo avvisi di evacuazione per più di 50 città, costringendo decine di migliaia di persone a lasciare le proprie case. Allo stesso tempo, il primo ministro del governo libanese, Nawaf Salam, ha annunciato il divieto delle attività militari e di sicurezza di Hezbollah: «Annunciamo il divieto delle attività militari di Hezbollah e ne limitiamo il ruolo alla sfera politica», ha dichiarato Salam in una conferenza stampa tenutasi lunedì. Secondo gli analisti locali, però, l’esercito non sarebbe entusiasta di entrare in conflitto col Partito di Dio, il che non fa altro che spaccare ulteriormente la società libanese.

Dopo l’attacco di Hezbollah, non si è fatta attendere la feroce risposta di Israele, che ha innescato la ripresa aperta delle ostilità da quando era stato sottoscritto il cessate il fuoco nel novembre del 2024: oggi i media libanesi hanno reso noto che Israele ha lanciato attacchi aerei su diverse città nel Libano meridionale. «Gli aerei da guerra nemici hanno lanciato attacchi notturni sulle città di Srifa, Aita al-Shaab, Touline, as-Sawana e Majdal Selem», ha riferito l’agenzia di stampa ufficiale National News Agency (NNA). Secondo fonti sul campo, le forze israeliane hanno continuato ad attaccare anche il Libano meridionale con incursioni nella città più grande della zona, Sidone. L’NNA ha segnalato anche la presenza di aerei da guerra israeliani sulle città meridionali di Tiro e Bint Jbeil. Da parte sua, l’esercito israeliano ha dichiarato di aver condotto 26 serie di attacchi a Dahiyeh, la zona sud di Beirut considerata la roccaforte di Hezbollah. Afferma di aver colpito diverse infrastrutture utilizzate dall’organizzazione sciita, tra cui il quartier generale del Consiglio Esecutivo del gruppo e un magazzino con droni. Hezbollah, invece, ha rivendicato la responsabilità di un’ondata di attacchi sferrati venerdì mattina contro le forze di terra israeliane, comprese quelle entrate nel territorio libanese negli ultimi giorni. Dopo l’accordo del 2024 che ha sancito il cessate il fuoco, l’esercito israeliano avrebbe dovuto ritirarsi dai territori libanesi, ma ciò non è mai avvenuto e Tel Aviv ha mantenuto il controllo di cinque punti nel sud del paese rifiutando di abbandonarli.

A pagare le conseguenze più alte del conflitto sono i civili: secondo la NNA, infatti, si è verificato un esodo di massa dalla periferia sud di Beirut che ha lasciato la zona «quasi vuota». Secondo diverse testimonianze dei residenti, la crisi umanitaria sta crescendo rapidamente: si vedono persone in cerca di rifugio ai lati delle strade, quasi a ogni angolo, e centinaia di famiglie hanno cercato riparo su una spiaggia di Beirut. Secondo alcune testimonianze raccolte da Al-Jazeera, non ci sono abbastanza scuole per dare rifugio alle centinaia di migliaia di persone che ieri sono state costrette ad abbandonare le loro case e le persone dicono «Non siamo animali, siamo esseri umani, i nostri figli hanno freddo». Intanto, oggi il capo delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, ha condannato gli ordini di evacuazione su larga scala emessi dall’esercito israeliano per il Libano meridionale e la periferia meridionale di Beirut. «Questi ordini di sfollamento generalizzati e massicci riguardano centinaia e migliaia di persone», ha detto Turk, aggiungendo che «Ciò solleva serie preoccupazioni ai sensi del diritto internazionale umanitario, in particolare per quanto riguarda le questioni relative ai trasferimenti forzati».

Famiglia nel bosco, Garante: no alla separazione tra madre e figli

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“Catherine è spesso ostile e squalificante, non si fida di nessuno e ciò influenza i bambini che a suo dire sono arrabbiati con tutti perché vogliono tornare a casa”. Così il Tribunale dei Minori dell’Aquila, tornato sulla questione della “famiglia nel bosco” per disporre la separazione tra la madre e i bambini che attualmente vivono in una casa famiglia. All’ordinanza si è opposta l’Autorità garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, Marina Terragni, chiedendo la sospensione del trasferimento. Si attendono sviluppi.

La guerra scatenata dal Pentagono contro Anthropic non basta a renderla “buona”

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Alla fine la minaccia si è concretizzata: Anthropic, la potente azienda di intelligenza artificiale nota per il modello Claude, è stata inserita dal Dipartimento della Guerra statunitense nella lista dei rischi per la catena di fornitura, una classificazione finora riservata esclusivamente a società straniere considerate vicine a governi ostili. La vicenda, però, è solo all’inizio: Anthropic ha già annunciato ricorso, mentre tutt’attorno cresce un più ampio movimento di critica verso l’impiego bellico dell’intelligenza artificiale.

La designazione di Anthropic come elemento di rischio era ormai nell’aria da giorni, quindi è stata formalizzata ieri, 5 marzo, con un comunicato asciutto diffuso dal Pentagono. “Sin dall’inizio si è trattato di una questione di principio: l’esercito deve poter utilizzare la tecnologia per tutti gli scopi previsti dalla legge”, si legge nella nota. “Non permetteremo a un fornitore di inserirsi nella catena di comando limitando l’uso legittimo di una risorsa critica e mettendo a rischio la sicurezza dei nostri militari”. L’azienda ha replicato contestando la legittimità della classificazione, definendola contraria ai valori americani e un’ingerenza governativa senza precedenti nel settore privato. Anthropic sostiene che la misura sia priva di fondamento giuridico e ha annunciato l’intenzione di avviare una battaglia legale per ottenerne l’annullamento.

A ridosso delle elezioni statunitensi di metà mandato, lo scontro tra l’azienda e le istituzioni ha assunto una dimensione apertamente politica e commerciale, ma anche da soap opera stracolma di colpi di scena. Ufficialmente, i rapporti si sarebbero incrinati perché il CEO di Anthropic, Dario Amodei, si sarebbe opposto all’impiego dell’intelligenza artificiale in sistemi d’arma autonomi e in programmi di sorveglianza di massa rivolti alla popolazione statunitense. Si è così consolidata una narrazione da “Davide contro Golia”, in cui un’azienda presentata come “brava” si opporrebbe agli abusi di un’amministrazione bellicosa e disinvolta rispetto ai vincoli di legge, nazionali e internazionali. Ma sarebbe fuorviante dipingere Dario Amodei come un pacifista integerrimo: al di là del fatto che le sue preoccupazioni sulla sorveglianza riguardano esclusivamente i cittadini fasciati in una bandiera a stelle e strisce, il dirigente non ha mai nascosto di essere ben felice di fare affari con il Dipartimento della Guerra, un orientamento che ribadisce a ogni occasione possibile.

Anthropic ha molte più affinità che divergenze con il Dipartimento della Guerra”, si legge nel comunicato diffuso dall’azienda dopo la designazione come rischio per la supply chain. “Siamo orgogliosi del lavoro svolto finora a supporto dei militari in prima linea, fornendo strumenti per l’analisi d’intelligence, modelli di simulazione, pianificazione operativa, operazioni cyber e altro ancora”. Anthropic è giá legata da diversi anni al Pentagono: nel 2024 ha firmato un contratto militare per mettere le proprie tecnologie a disposizione di Palantir, la controversa società di analisi dei dati, mentre più di recente il modello Claude sarebbe stato impiegato per contribuire all’organizzazione dell’attacco statunitense contro l’Iran.

Complice il fatto che Anthropic si sia sempre presentata come l’alternativa “etica” a OpenAI, una vasta parte del pubblico ha frainteso le reticenze di Amodei come un gesto di coraggioso posizionamento politico. Un’impressione rafforzata dal comportamento di Sam Altman, CEO di OpenAI, il quale si è invece mostrato più che disponibile ad assecondare le pretese dell’esercito, arrivando poi a difendere pubblicamente la sua posizione con una disastrosa intervista in cui ha tentato di screditare Amodei. La reazione dell’opinione pubblica è stata immediata: l’app di Claude ha superato ChatGPT per numero di download e gruppi di manifestanti hanno organizzato proteste davanti agli uffici di OpenAI.