giovedì 12 Marzo 2026
Home Blog

La Russia alla Biennale e il (solito) doppio standard occidentale sui diritti umani

1

Quest’anno, dopo quattro anni dalla sua esclusione, la Russia potrà nuovamente partecipare all’Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia. La scelta è arrivata dalla stessa Fondazione Biennale, ma non è andata giù ai Paesi europei: 22 ministri della Cultura europei (di cui 20 UE) hanno inviato alla Fondazione una lettera in cui la invitano a rinnovare l’esclusione della Russia e dei suoi artisti all’esposizione. Ai ministri, ha fatto eco la Commissione Europea, che ha minacciato la Fondazione di privarla dei finanziamenti comunitari se la Russia dovesse partecipare all’evento. Ministri ed esecutivo UE fanno riferimento alla «brutale» guerra in Ucraina e alle sue conseguenze su cittadini e istituzioni culturali di Kiev. Come prevedibile, tuttavia, le loro spade non si sono levate in difesa delle vite uccise e delle istituzioni culturali rase al suolo in Palestina da Israele, né tantomeno contro la campagna bellica israelo-statunitense verso l’Iran definita dalla stessa Meloni «fuori dal diritto internazionale».

I ministri europei hanno inviato la propria lettera al Presidente e al comitato direttivo della Fondazione martedì 10 marzo. A firmarla i capi di gabinetto di Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Portogallo, Romania, Spagna, Svezia e Ucraina. Da parte UE, insomma, mancano solo Repubblica Ceca, Cipro, Italia, Malta,  Slovacchia, Slovenia e Ungheria. Il ministro italiano Giuli, tuttavia, ha affermato che la scelta della Fondazione è arrivata contro il parere del governo e ha chiesto a Tamara Gregoretti, rappresentante del ministero nel Consiglio d’Amministrazoine della Fondazione, di lasciare il proprio posto; dall’altra parte, Salvini e l’ex governatore veneto Zaia hanno mostrato solidarietà alla Biennale così come il sindaco di Venezia Brugnaro.

Lo scontro politico, tanto internamente all’Italia, quanto a Bruxelles, è un fronte piuttosto rilevante, perché la Fondazione dipende dai finanziamenti pubblici, e la Commissione ha apertamente minacciato di chiudere i rubinetti: «La decisione della Fondazione Biennale non è compatibile con la risposta collettiva dell’UE alla brutale aggressione russa, si legge in un comunicato. Qualora la Fondazione Biennale dovesse procedere con la sua decisione di consentire la partecipazione della Russia, valuteremo ulteriori azioni, tra cui la sospensione o la cessazione del finanziamento UE in corso alla Fondazione Biennale». Si parla, riporta l’agenzia di stampa internazionale Reuters, di due milioni di euro di fondi.

Se la partecipazione della Russia alla Biennale ha scatenato una reazione dura da parte dell’Europa, non si può dire lo stesso di quella israeliana e statunitense. Eppure, i motivi per cui la Federazione era stata esclusa, si potrebbero applicare anche a Washington e Tel Aviv; il 2 marzo 2022, la Fondazione Biennale scriveva: «La Biennale di Venezia intende manifestare il suo pieno sostegno a tutto il popolo ucraino e ai suoi artisti, insieme alla ferma condanna dell’inaccettabile aggressione militare messa in atto dalla Russia». La Biennale, aggiungeva, «rifiuta peraltro – finché permane tale situazione – ogni forma di collaborazione con chi ha attuato o sostiene un atto di aggressione di inaudita gravità, e non accetterà pertanto la presenza alle proprie manifestazioni di delegazioni ufficiali, istituzioni e personalità a qualunque titolo legate al governo russo».

La Commissione parla di «guerra di aggressione illegale della Russia contro l’Ucraina» e sostiene che «la cultura promuove e tutela i valori democratici, incoraggia il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione e non dovrebbe mai essere utilizzata come piattaforma per la propaganda». La lettera dei ministri alla Fondazione rimarca il ruolo «morale» della cultura nella promozione dei valori della libertà e della dignità umana, fa riferimento alla aggressione in corso e alle sue «devastanti conseguenze umane e culturali», e parla della «distruzione sistematica della vita e del patrimonio culturale dell’Ucraina». Secondo le autorità ucraine, la Russia avrebbe distrutto 1.685 siti di patrimonio culturale mentre 2.483 infrastrutture culturali sarebbero state distrutte o danneggiate.

La attuale guerra israelo-statunitense è stata descritta da molti come fuori dal perimetro internazionale. L’attacco di sabato 28 marzo è stato scagliato su iniziativa di Washington e Tel Aviv e il conflitto che ne è scaturito ha portato, tra Libano e Iran, a circa 4 milioni di sfollati, e all’uccisione di oltre 1700 persone, di cui circa 180 bambine di una scuola elementare. Tra i luoghi colpiti dalle bombe israelo-statunitensi, oltre ad abitazioni e scuole, anche luoghi di rilevanza storica e culturale, siti UNESCO e luoghi di culto. In Libano è stato ucciso un prete cristiano. Negli ultimi due anni nella Striscia di Gaza, un’area grande meno della metà della sola Kiev, Israele ha ucciso direttamente oltre 70mila persone, e distrutto il 78% di tutti gli edifici, tra cui sul piano culturale si annoverano 14 siti religiosi, 122 edifici di interesse storico e artistico, 3 depositi di beni culturali mobili, 9 monumenti, 1 museo e 8 siti archeologici. Tel Aviv è accusata di avere condotto un genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia e una delle sue massime autorità quale stesso premier Netanyahu è ricercata dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità. Nonostante le continue richieste della società civile, la Biennale di Venezia non ha mai preso in considerazione di escludere Israele e artisti israeliani dalla mostra internazionale. Nemmeno le autorità politiche di Bruxelles hanno mai rilasciato una dichiarazione a riguardo, a testimonianza del doppio standard politico delle istituzioni europee.

“I presidenti al fronte per primi”: la legge Cantona che smonta i guerrafondai

1
Eric Cantona

Ci sono momenti in cui basta una sola frase per mettere in ginocchio l’ipocrisia di un’intera epoca. Eric Cantona, 59 anni, francese, ex genio del pallone e da tempo intellettuale scomodo, l’ha trovata. Ospite del programma televisivo francese Clique, sul canale Canal+, per presentare il suo nuovo album Perfect Imperfection, il Re dello United ha abbandonato il copione e ha parlato di guerra, quella scatenata in Iran dagli attacchi di Stati Uniti e Israele e che rimbalza ogni giorno sui nostri schermi con tutto il peso di esseri umani ammazzati che non riusciamo nemmeno più a contare.

La sua proposta è di un’elementarità quasi feroce, una legge internazionale che stabilisca un principio chiaro: se un presidente decide di fare la guerra, deve essere il primo ad andare al fronte. Prima lui. Prima i potenti. Prima chi firma gli ordini dagli uffici climatizzati. E soltanto dopo, eventualmente, i figli degli altri.

Il ragionamento è impietoso nel suo buon senso. «Stanno in uffici lunghi venticinque metri», ha detto Cantona rivolgendosi al presentatore Mouloud Achour, «e poi mandano a morire ragazzi di diciotto anni». Non c’è ideologia in queste parole, non c’è una bandiera da sventolare. C’è qualcosa di più elementare e perciò più devastante: la constatazione che chi decide le guerre non le subisce mai. Che l’ordine di attaccare viene firmato da mani che non scaveranno mai una trincea. Che dall’altra parte – e qui Cantona abbassa la voce – spesso non ci sono nemmeno soldati, ma bambini, civili, innocenti senza nome e senza colpa.

La conclusione logica della sua proposta è altrettanto diretta: se i presidenti sapessero di dover combattere in prima persona i conflitti che scatenano, di guerre se ne farebbero pochissime. «Perché di coraggiosi», taglia corto l’ex numero 7 dei Red Devils, «non ce ne sono molti». È un j’accuse senza appello, tanto più tagliente perché privo di retorica.

Il riferimento a Trump e Netanyahu è implicito ma trasparente. I due presidenti non vengono mai nominati, ma è come se fossero lì, ingombranti, al centro di ogni parola. Cantona descrive esattamente il profilo di chi decide la sorte del mondo dalla distanza siderale di un palazzo, delegando a giovani senza esperienza il compito di eseguire volontà che non hanno scelto. E poi, in un passaggio che colpisce per la sua lucidità, evoca il presidente colombiano Gustavo Petro: ex guerrigliero, oggi capo di Stato, un uomo che conosce il suono delle armi non dai dispacci militari ma dalla propria pelle. Un leader che dice di voler la pace, ma che ha dichiarato di essere pronto a riprendere le armi qualora il suo paese fosse minacciato. Un profilo che — suggerisce Cantona — merita almeno rispetto, perché chi ha già rischiato la vita in prima persona sa esattamente cosa sta chiedendo agli altri.

Poi arriva la dichiarazione più personale, quella che chiude ogni discussione. «Nessuno dei miei figli andrà in guerra. Zero. Per fare cosa? Per chi? Per quale motivo?». E sul Milite Ignoto — simbolo dei caduti in tutti i paesi del mondo — Cantona riserva una lettura spietata: quella tomba senza nome, dice, serve solo a spingere altri ad andare a morire, aprendo una crepa nella narrazione eroica con cui ogni generazione dovrebbe considerare il sacrificio bellico come inevitabile, quasi dovuto.

Non è la prima volta che Cantona accende polemiche che vanno ben oltre il rettangolo di gioco. In passato aveva chiesto l’esclusione di Israele da tutte le competizioni sportive internazionali, definendo il calcio non semplicemente uno sport ma uno strumento culturale e politico — un soft power — che può e deve essere sospeso quando uno Stato viola le regole fondamentali della convivenza umana. Posizioni scomode, divisive, che si possono condividere o contestare, ma che hanno il pregio di essere dette ad alta voce da qualcuno che potrebbe tranquillamente tacere.

Perché Cantona non ha più nulla da dimostrare. Ha vinto tutto nel calcio, ha costruito una seconda vita come attore e musicista, può permettersi il lusso del silenzio. Invece parla. E la sua “legge” — mandiamo i leader in trincea prima dei loro sudditi — è una di quelle idee che, una volta pronunciate, è difficile smettere di sentire risuonare. Perché sono vere. Perché sono semplici. Perché fotografano con precisione chirurgica la distanza abissale che separa chi ordina da chi obbedisce, tra chi sopravvive da chi muore. Di uomini disposti a dirlo così, senza filtri e senza paura, ce ne sono sempre meno. Forse è per questo che quando parla Eric Cantona, vale ancora la pena ascoltarlo.

Riaperta dopo 6 anni la tratta Pechino-Pyongyang

0

Oggi da Pechino è partito il primo treno per la capitale nordcoreana Pyongyang dopo sei anni dall’ultimo viaggio. Il treno arriverà domani mattina in Nord Corea dopo un viaggio di oltre 24 ore. Il servizio era stato sospeso dopo lo scoppio della pandemia di COVID-19 nel 2020, e da allora non era mai stato riaperto. Assieme a esso, sono stati riattivati anche i voli da Dandong, nel nordest della Cina, alla stessa Pyongyang, anch’essi interrotti dal 2020.

Casi clinici inventati per 25 anni: lo scandalo che scuote la ricerca medica e scientifica

0
ricerca scientifica case report inventati

La medicina e la ricerca scientifica si fondano su dati, osservazioni e casi reali. Ma cosa succede quando una parte di quella letteratura si rivela, semplicemente, inventata? È quello che è emerso nelle scorse settimane in una polemica che coinvolge la rivista scientifica Paediatrics & Child Health, pubblicazione ufficiale della Canadian Paediatric Society edita dalla Oxford University Press. Dopo oltre due decenni di pubblicazioni, la rivista ha infatti dovuto correggere 138 articoli scientifici pubblicati dal 2000 in poi, aggiungendo un avviso che cambia radicalmente la loro natura: i casi clinici descritti non erano reali, ma fittizi.

Per anni quei lavori erano stati letti, citati e utilizzati nella letteratura scientifica come normali osservazioni cliniche. Solo oggi i lettori scoprono che si trattava di esempi costruiti come strumenti didattici.

Cosa sono i case report e perché sono importanti

Per comprendere la portata della vicenda occorre partire da un punto fondamentale: che cos’è un case report. Nella letteratura medica e scientifica, un case report è la descrizione dettagliata di un singolo caso clinico osservato nella pratica. Può trattarsi di una malattia rara, di una reazione inattesa a un farmaco, di una nuova combinazione di sintomi o di una complicazione imprevista. Non sono studi statistici su grandi popolazioni, ma hanno comunque un ruolo cruciale nella medicina. Spesso sono proprio i case report a segnalare per primi fenomeni che poi diventano oggetto di ricerche più ampie: nuove patologie, effetti collaterali o rischi farmacologici. Per questo motivo, anche se hanno un livello di evidenza scientifica più basso rispetto agli studi clinici controllati, vengono pubblicati su riviste peer-reviewed – e cioè con articoli scientifici valutati e revisionati da altri esperti indipendenti dello stesso settore prima di essere pubblicati – e entrano a far parte del patrimonio della letteratura scientifica.

Il caso “Baby boy blue”

La questione è emersa dopo un’inchiesta del New Yorker, che ha riportato l’attenzione su uno dei case report pubblicati dalla rivista nel 2010. Il lavoro, intitolato “Baby boy blue”, descriveva un neonato che avrebbe mostrato segni di esposizione agli oppioidi attraverso il latte materno mentre la madre assumeva paracetamolo con codeina. Nel corso dell’inchiesta uno dei coautori ha ammesso che il caso era stato inventato. Da lì la decisione della rivista di intervenire retroattivamente su tutta la serie di articoli legati al Canadian Paediatric Surveillance Program (CPSP).

«Alla luce dell’articolo del New Yorker, abbiamo deciso di aggiungere un avviso di correzione a tutte le 138 pubblicazioni per chiarire che i casi sono fittizi», ha spiegato Joan Robinson, direttrice della rivista. In futuro, ha aggiunto, gli articoli specificheranno esplicitamente nel testo che il caso descritto è inventato.

Il problema è che per oltre vent’anni questo non era stato chiarito. Gli articoli seguivano infatti la struttura classica di un case report: una descrizione clinica iniziale, seguita da una sezione di “learning points” con dati e osservazioni epidemiologiche. Nulla indicava che si trattasse di scenari ipotetici.

ricerca scientifica case report inventati

Le critiche del mondo scientifico

La vicenda ha suscitato forti reazioni nel mondo accademico. Il farmacologo e clinico David Juurlink, professore all’Università di Toronto, ha sottolineato che la scelta di limitarsi a una correzione editoriale non sarebbe sufficiente, perché almeno alcuni di questi articoli dovrebbero essere ritirati completamente: un caso inventato pubblicato come osservazione clinica, ha detto, finisce per assomigliare a una vera e propria fabbricazione scientifica. Altro parere riportato da Retraction Watch, testata online specializzata nel monitoraggio dell’integrità scientifica, è quello di George Lundberg, ex direttore della rivista JAMA: i lettori di una rivista medica peer-reviewed, ha ricordato, «hanno il diritto assoluto di credere che ciò che leggono sia accurato e fattuale, salvo indicazioni esplicite contrarie».

 

«La ricerca scientifica in generale clinica o laboratoristica che sia, ha una serie di problemi enormi e ci sono quotidianamente casi che richiedono attenzione, ma qui la questione centrale è la correttezza, trasparenza, e integrità della rivista medica», spiega a L’Indipendente Marco Cosentino, professore di Farmacologia dell’Università degli Studi dell’Insubria a Varese e direttore del centro di ricerche in Farmacologia Medica. «Hanno ritenuto di suscitare maggior interesse nel lettore pubblicando casi fittizi. È una cosa che ci può stare, se parliamo di didattica e formazione di medicina, però bisogna dire chiaramente che si tratta di una simulazione». Un esempio: la facoltà di medicina di Varese sta investendo molti soldi per acquistare un software che integra una sorta di paziente virtuale in grado di simulare dal punto di vista clinico tutta una serie di patologie differenti, cosa ritenuta utile per fare esercitare gli studenti. «Il caso clinico inventato, o, in maniera più elegante, simulato, fa parte della metodologia didattica, ma deve essere esplicito».

Sulla possibilità di ritirare definitivamente gli studi, spiega: «Cosa vuol dire specificare successivamente che i casi erano fittizi? Si potrebbe fare una modifica ai testi online, ma per quelli pubblicati solo su cartaceo il problema come si risolve? E poi, se riflettiamo sul caso dello studio della codeina, ci accorgiamo che questi stessi studi sono stati presi come riferimento e utilizzati in altre pubblicazioni. C’è addirittura un meta-studio in proposito pubblicato su Nature che fa vedere come, a distanza di anni, studi poi ritirati e studi invece completamente genuini, vengono letti e soprattutto citati esattamente nella stessa misura. Il sistema non ha una capacità intrinseca di autocorreggersi, e quindi rimane il problema, a distanza di tempo e spazio, di aver immesso nel sistema uno studio fallato, con conseguenze difficili da prevedere». Inoltre resta aperto il dubbio su quanti altri studi fallati siano presenti in letteratura. «Il dubbio fa parte della maniera in cui ci si dovrebbe approcciare alla ricerca, includendo il cosiddetto scetticismo sistematico, che significa coltivare in maniera razionale e costruttiva l’approccio del dubbio. Altra cosa è quando l’impianto complessivo della ricerca perde di credibilità: diventa un problema enorme», conclude Cosentino.

ricerca scientifica case report inventati

Una lezione sulla trasparenza

La rivista ha spiegato che i casi erano stati resi fittizi per proteggere la privacy dei pazienti. Molti riguardavano condizioni ben note — come sifilide congenita o sindrome feto-alcolica — per le quali descrivere un singolo paziente reale avrebbe aggiunto poco alla conoscenza scientifica. Per questo gli autori costruivano esempi clinici plausibili, basati su dati epidemiologici e sull’esperienza medica, utilizzandoli come strumenti didattici per illustrare sintomi, diagnosi e possibili complicazioni.

Eppure, proprio per questo, la trasparenza avrebbe dovuto essere ancora maggiore. La scienza non è immune da errori, anzi: spesso è proprio a partire dagli errori che si costruiscono le nuove scoperte. Ma la sua forza sta nella capacità di correggersi pubblicamente. Quando però un racconto inventato circola per anni nella letteratura scientifica senza essere identificato come tale, il problema non riguarda solo un articolo o una rivista: riguarda la fiducia nel sistema stesso della conoscenza scientifica.

Perché nella medicina, più che in qualsiasi altro campo, una storia clinica non è mai solo una storia: è un dato, una prova, un tassello che contribuisce a costruire ciò che medici e ricercatori credono sia vero. E quando quel tassello si rivela immaginario, la domanda diventa inevitabile: quanti altri lo sono senza che ce ne siamo accorti?

Caso Epstein: i Mandelson Files sbugiardano Starmer e fanno tremare Downing Street

1

L’eco dello scandalo Epstein continua a scuotere la politica britannica e ora rischia di travolgere direttamente il premier Keir Starmer. I documenti governativi appena pubblicati raccontano una storia che incrina la versione ufficiale di Downing Street: il primo ministro era a conoscenza dei legami tra Lord Peter Mandelson, figura centrale dei Laburisti e storico stratega dei governi guidati da Tony Blair e Gordon Brown, e Jeffrey Epstein, eppure lo ha comunque nominato ambasciatore negli Stati Uniti. Il 24 febbraio scorso, Mandelson è stato arrestato e poi rilasciato su cauzione con l’accusa di aver condiviso quando era ministro segreti governativi con il finanziere condannato per crimini sessuali. Avvertimenti chiari sul “rischio reputazionale generale” circolavano tra i funzionari governativi già prima della designazione del dicembre 2024, ma furono ignorati.

Ora, la prima tranche dei cosiddetti Mandelson Files147 pagine di una massa di informazioni che si ritiene ammontino a centinaia di migliaia – mostra un processo di nomina giudicato in modo “stranamente affrettato”, come ammesso dal suo stesso consigliere alla sicurezza nazionale, Jonathan Powell, e una catena di responsabilità politiche che potrebbe minare la stessa leadership di Starmer. Le carte rese pubbliche dal governo britannico rappresentano solo una parte del materiale disponibile, ma già delineano un quadro politicamente esplosivo. Dai documenti, che sbugiardano Starmer, si evince che il premier era stato informato dei rapporti tra Mandelson ed Epstein, amicizia che sarebbe proseguita fino almeno al 2011, “dopo la prima condanna di Epstein nel 2008 per aver procurato una minorenne”. In un altro passaggio si scopre che “Mandelson soggiornò nella casa di Epstein mentre quest’ultimo era in carcere nel giugno 2009.”

Già dagli Epstein Files desecretati il 30 gennaio, erano emerse e-mail, incontri privati e scambi che avrebbero coinvolto anche dossier politici ed economici sensibili. Secondo gli investigatori, Epstein considerava Mandelson una fonte privilegiata di informazioni sulla politica britannica ed europea. Alcune comunicazioni suggeriscono che il Lord abbia condiviso con il finanziere valutazioni su strategie economiche e dinamiche governative nel delicato periodo successivo alla crisi del 2008. Gli atti indicano, inoltre, pagamenti per circa 75.000 dollari tra il 2003 e il 2004 su conti collegati a Mandelson o al marito Reinaldo Avila da Silva. Il politico ha sempre negato qualsiasi scambio improprio, ma i trasferimenti e le e-mail – che includono perfino richieste di consigli per acquistare un appartamento in Brasile – hanno condotto a un’inchiesta penale.

Nonostante ciò, il premier britannico avrebbe proseguito nel processo di nomina dell’ex eminenza grigia del New Labour come ambasciatore a Washington. La difesa di Starmer si è concentrata sull’idea di essere stato ingannato. Il premier ha sostenuto che Mandelson avrebbe “mentito” sui rapporti con Epstein, dando l’impressione di “conoscere a stento” il finanziere. Nei documenti pubblicati non emergono, però, prove evidenti che il Lord abbia effettivamente fornito dichiarazioni false durante i controlli preliminari. Le verifiche interne avevano posto tre domande chiave: sui contatti con Epstein dopo la sua condanna, sui soggiorni nelle proprietà del finanziere e sui legami con la fondazione di Ghislaine Maxwell. Secondo il capo della comunicazione di Downing Street, le risposte fornite erano state considerate “soddisfacenti”.

La rivelazione ha scatenato una tempesta politica a Westminster. Il caso è esploso durante il dibattito alla Camera dei Comuni, dove il ministro Darren Jones ha ammesso che Mandelson “non avrebbe mai dovuto ricevere l’incarico” e ha definito “inaccettabile” la buonuscita richiesta dall’ex ambasciatore dopo la sua rimozione. Mandelson, richiamato nel settembre 2025 dopo appena nove mesi di mandato, aveva infatti chiesto una liquidazione da 547.000 sterline. Il Tesoro ha poi ridotto la cifra a 75.00 sterline, ma la polemica non si è placata. Per le opposizioni si tratta comunque di uno scandalo e di un insulto alle vittime di Epstein. La leader conservatrice Kemi Badenoch ha definito “scioccante” la capacità di giudizio del premier. I Liberal Democratici hanno chiesto che la somma venga devoluta in beneficenza, mentre il leader dei Verdi Zack Polanski ha invocato apertamente le dimissioni di Starmer. Le ombre si allungano anche oltre il governo attuale. Un documento conservato nei National Archives britannici attesterebbe un incontro del 2002 a Downing Street tra Tony Blair ed Epstein, “facilitato da Mandelson”, presentato all’epoca come “amico di Bill Clinton”.

Intanto, nuovi documenti potrebbero essere pubblicati nelle prossime settimane. Se le rivelazioni dovessero confermare la piena consapevolezza di Downing Street sui legami tra Mandelson ed Epstein, lo scandalo rischia di trasformarsi in una crisi istituzionale senza precedenti: quella che molti osservatori definiscono già la più grave vicenda politica britannica del dopoguerra.

La programmazione via intelligenza artificiale sta causando problemi ad Amazon

0

Amazon sta attraversando una fase segnata da ripetuti problemi nell’erogazione dei propri servizi: sia il celebre portale di e‑commerce sia la proficua Amazon Web Services (AWS), la divisione del gruppo dedicata al cloud, hanno subito blackout prolungati che hanno inciso in modo significativo su ricavi e reputazione. Sebbene l’azienda non abbia fornito spiegazioni dettagliate e trasparenti sulle cause dei disservizi, diverse indiscrezioni suggeriscono un possibile legame con modifiche ai sistemi introdotte attraverso strumenti di intelligenza artificiale. Il fatto che Amazon abbia convocato i suoi ingegneri senior per un incontro interno dedicato proprio alle criticità generate dai processi “assistiti dall’IA generativa” sembra rafforzare questa ipotesi.

Negli ultimi mesi AWS ha registrato diverse interruzioni di servizio, almeno due delle quali sono state ricondotte dal Financial Times all’impiego di Kiro, uno strumento “agentico” sviluppato internamente all’azienda e introdotto lo scorso luglio per accelerare il passaggio “dal concept alla produzione” in ambito software. Secondo le testimonianze raccolte dalla testata, alcuni tecnici avrebbero delegato all’intelligenza artificiale la risoluzione autonoma di problemi operativi, con esiti che hanno raggiunto picchi disastrosi. In un caso, Kiro avrebbe addirittura “cancellato e ricreato” la stessa sezione di sistema che era stata chiamata a correggere, provocando un blackout di 13 ore.

Amazon Shopping non se la passa affatto meglio. In questo caso, i disservizi sono stati attribuiti all’impiego di Q, assistente di IA sviluppato per supportare la programmazione. Secondo una nota interna intercettata da Bloomberg, il vicepresidente senior dei servizi e‑commerce, Dave Treadwell, avrebbe denunciato una “tendenza agli incidenti” protratta per settimane e con effetti su larga scala. Gli errori generati dall’intelligenza artificiale hanno portato alla mancata registrazione di oltre sei milioni di ordini, costringendo l’azienda a introdurre una policy d’emergenza: per 90 giorni, ogni modifica al codice critico dovrà essere supervisionata da due ingegneri distinti prima dell’implementazione.

Secondo un ennesimo report del Financial Times, di fronte a questi disservizi, Amazon ha organizzato un incontro martedì 10 marzo con i suoi ingegneri d’alto profilo al fine di analizzare le cause alla radice dei problemi. “Come probabilmente sapete, la disponibilità del sito e delle infrastrutture non è stata buona ultimamente”, ha dichiarato Treadwell allo staff, attribuendo la situazione alle “modifiche assistite dall’intelligenza artificiale generativa”. Nello specifico, la criticità identificata consiste nel fatto che “non sono ancora consolidate delle pratiche di buon utilizzo e di salvaguardia delle nuove GenAI”. In altre parole, l’introduzione delle tecnologie di IA non è stata accompagnata da linee guida operative adeguate, lasciando i tecnici a procedere in modo disomogeneo e spesso improvvisato.

Amazon ha precisato che il problema non riguarda il grado di autonomia delle IA, ma la necessità di rafforzare il “controllo degli accessi da parte degli utenti”. Nessun cambio di rotta, dunque: l’intelligenza artificiale generativa continuerà a essere utilizzata, ma sarà sottoposta a una supervisione molto più rigorosa. In particolare, gli sviluppatori junior dovranno attendere l’approvazione dei superiori prima di poter eseguire qualunque intervento assistito dall’IA. Un approccio sensato e sano che andrebbe sempre applicato per strumenti di questo tipo, ma che rischia di vanificare la presunta convenienza offerta dalla GenAI. Il tempo risparmiato nella programmazione potrebbe infatti trasformarsi in ore dedicate alla verifica incrociata e ai passaggi autorizzativi.

Frana in Etiopia: 52 morti

0

Le forti piogge in Etiopia hanno provocato una frana nell’area di Gamo, nel sud del Paese, provocando almeno 52 morti. La notizia è stata data oggi dalle autorità del Paese, che hanno dato un primo bilancio delle piogge che si sono abbattute sull’Etiopia all’inizio della settimana. Secondo l’ufficio di comunicazione di Gamo, almeno altre 50 persone risulterebbero disperse. Le operazioni di ricerca e soccorso sono ancora in corso.

I contrattacchi iraniani stanno avendo effetti più pesanti di quanto ammesso dagli USA

5

L’escalation militare che ha infiammato il Golfo Persico nelle ultime settimane non rappresenta soltanto l’ennesimo capitolo di un conflitto pluridecennale, ma segna un punto di non ritorno strategico che riscrive le regole della sicurezza regionale e globale. Mentre i bollettini ufficiali si concentrano sul conteggio dei danni subiti dall’Iran, la contro-offensiva iraniana denominata “True Promise 4” ha di fatto smantellato il mito dell’invulnerabilità tecnologica occidentale. Il vero successo militare strategico di Teheran è stato quello di aver colpito i “nervi ottici” del sistema difensivo statunitense nella regione. Un colpo molto costoso per gli Stati Uniti, sia in termini economici che militari. Per i primi si parla di circa 2,5 miliardi per tre obiettivi colpiti; per i secondi, della distruzione di parte del sistema integrato di difesa missilistica degli Stati Uniti, il fiore all’occhiello della tecnologia militare USA.

Come riportato anche dai media statunitensi, colpendo sistematicamente i sensori strategici, in particolare il sistema THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) negli Emirati Arabi Uniti, il radar AN/TPY-2 in Giordania, e il radar AN/FPS-132 in Qatar, l’Iran ha ottenuto ciò che molti analisti ritenevano impossibile: ha “accecato” parte della rete di allerta missilistica precoce degli Stati Uniti. THAAD è un sistema di difesa contro i missili balistici che può colpire obiettivi distanti 200 chilometri, il cui rilevamento avviene però in un raggio di circa 2.500 chilometri. Il suo costo è di 1 miliardo di dollari mentre il costo di ogni singolo missile sparato è di 12,6 milioni di dollari. AN/TPY-2 è il radar trasportabile che fa parte del sistema THAAD, ed è quello che rileva e traccia i bersagli da colpire. Il costo del solo radar è di circa mezzo miliardo di dollari. L’ AN/FPS-132 è un altro potente radar che fa parte del sistema integrato di allerta missilistica precoce. Il suo costo è di 1,1 miliardi di dollari e la sua “capacità visiva” ha un raggio di azione di circa 5.000 chilometri.

Un radar di sorveglianza aerea AN/TPY-2 distrutto dalle forze armate iraniane. Base di Muwaffaq Salti in Giordania

Questi scudi multimiliardari, venduti come impenetrabili, sono stati resi inerti non da una forza superiore, ma da una strategia di saturazione asimmetrica che ha sfruttato le falle intrinseche della difesa integrata. Senza questi sensori, le batterie di intercettori Patriot e gli stessi THAAD diventano giganti d’argilla, incapaci di tracciare le minacce in tempo utile. È il fallimento della superiorità tecnologica convenzionale davanti alla massa critica di droni e missili a basso costo. Strutture che, oltre ad essere molto costose, sono realizzate con anni di lavoro e dunque non facilmente rimpiazzabili con sistemi nuovi. Proprio per questo, anche se le autorità statunitensi minimizzano la faccenda, gli USA stanno spostando il sistema THAAD presente in Corea del Sud per una destinazione del Medio Oriente.

Per decenni, le monarchie del Golfo – Bahrain, Kuwait, Oman, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati – hanno costruito la propria prosperità su un tacito accordo: la concessione di basi militari agli Stati Uniti (e l’istituzione del petrodollaro) in cambio di una sicurezza assoluta. Oggi, questo paradigma è andato in frantumi. L’attacco coordinato a strutture sia militari che civili in tutti i Paesi che compongono il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) ha posto i regnanti locali di fronte a un dilemma esistenziale. La presenza militare statunitense, un tempo sentita e utilizzata come una polizza assicurativa, oggi inizia ad essere percepita come un magnete per la guerra. Le scorte di missili intercettori si stanno esaurendo a un ritmo insostenibile: ogni missile iraniano da poche migliaia di dollari richiede intercettori che costano milioni. È una guerra d’attrito finanziario che le petromonarchie, nonostante le loro immense riserve, non possono vincere nel lungo periodo.

Per le monarchie del Golfo, il danno materiale dei missili iraniani è niente in confronto al danno economico e d’immagine che stanno causando le esplosioni. Queste Nazioni hanno attirato decine e decine di migliaia di espatriati e miliardi di dollari di capitali esteri vendendo l’immagine di oasi di pace e ricchezza nel mezzo a un deserto turbolento. Quell’immagine sta bruciando insieme alle infrastrutture colpite. Le grandi compagnie di bandiera, pilastri della diversificazione economica petrolifera, vedono i propri cieli chiusi o considerati zone di guerra. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha paralizzato il commercio di gas e petrolio. E non solo. La compagnia marittima Maersk, qualche giorno fa ha annunciato la sospensione delle attività nel Golfo Persico e in Medio Oriente, prefigurando una cogestione totale della logistica regionale. Se il conflitto dovesse protrarsi, la fuga dei capitali e dei cittadini occidentali è un rischio concreto che potrebbe trasformare queste “città del futuro” in cattedrali nel deserto entro pochi mesi.

La crisi attuale dimostra che la deterrenza statunitense nel Golfo è compromessa. L’incapacità di proteggere i sensori critici in Qatar e negli Emirati ha inviato un segnale inequivocabile a Pechino e Mosca: il sistema di sicurezza centrato sugli USA è saturabile e vulnerabile. L’Iran ha dimostrato che per poter affrontare un titano tecnologico basta privarlo della vista. E i Paesi del Golfo stanno imparando a proprie spese che il prezzo per aver permesso agli Stati Uniti di operare contro Teheran dal proprio suolo potrebbe essere la fine del proprio “miracolo” economico. 

Corruzione e sondaggi pessimi: tutti i guai del premier spagnolo Pedro Sánchez

1

Il «no a la guerra» di Pedro Sánchez ha fatto clamore, attirando sul premier spagnolo le attenzioni della politica e della stampa internazionale. Una buona parte della stampa italiana di sinistra ha colto l’occasione per idolatrare (o piuttosto continuare a farlo) il premier spagnolo, raccontando una figura che però all’interno del contesto interno appare spesso più sfaccettata. Il suo mandato, iniziato nel 2023, può essere definito a dir poco rocambolesco: tra scandali di corruzione, disastri naturali, una politica internazionale spesso contraddittoria e una crisi immobiliare profonda, Sánchez si è dovuto barcamenare cercando di trovare l’equilibrio all’interno di una maggioranza frammentata e spesso poco affidabile.

Nel suo discorso pronunciato pochi giorni dopo l’aggressione militare israelo-statunitense all’Iran, Sánchez ha dichiarato che la Spagna non avrebbe permesso agli Stati Uniti d’America di utilizzare le basi di Rota e Morón con il fine di attaccare l’Iran e ha reiterato l’importanza delle relazioni diplomatiche contro le azioni militari. Questa posizione ha immediatamente scatenato le reazioni della politica internazionale, che, specialmente a sinistra, ha trovato in Sánchez l’unico leader capace di tenere testa all’imperialismo di Donald Trump e Benjamin Netanyahu.

Tuttavia, non è tutto oro quello che luccica. Nel primo anno dell’attuale legislatura il Partito Socialista Obrero Español (PSOE) è stato scosso da uno scandalo di corruzione che ha portato alle dimissioni dell’ex ministro dei trasporti José Luis Ábalos, quando la polizia giudiziaria della Guardia Civil ha scoperto che il Segretario d’organizzazione del PSOE e numero tre del partito Santos Cerdán ha influenzato l’acquisizione di appalti pubblici a favore di imprese costruttrici. A questo si aggiungono casi di molestie e comportamenti sessisti protratti da alcuni esponenti del PSOE tra i quali spicca la figura dell’ex consigliere politico Francisco Salazar. Agli scandali all’interno del partito si sommano le questioni che hanno minato direttamente la figura del presidente. Seppur mosse dall’organizzazione Manos Limpias, vicina all’estrema destra del Paese e spesso accusata di presentare denunce totalmente infondate o inventate, le imputazioni di traffico di influenza e corruzione che hanno coinvolto Begoña Gómez e David Sánchez, rispettivamente moglie e fratello del premier, hanno contribuito ad una graduale perdita di fiducia da parte dell’elettorato verso Sánchez e il partito.

Questo elemento si rispecchia negli ultimi risultati elettorali in ambito regionale, dove il PSOE ha perso drasticamente consensi a favore del Partido Popular e di VOX. Secondo le stime di gennaio 2026 tracciate dal Gabinet d’Estudis Socials i Opinió Pública (GESOP), se si votasse oggi per le elezioni generali il Partito Popolare raggiungerebbe il 30% dei voti, mentre il PSOE otterrebbe il 26,5%, segnando un calo di cinque punti dalle elezioni del 2023.

Sebbene il governo Sánchez abbia messo in atto politiche in controtendenza rispetto ad altri governi europei, in particolar modo se si considerano la regolarizzazione di 500.000 persone in situazione di irregolarità amministrativa o l’aumento del salario minimo interprofessionale, queste misure sono spesso il risultato di un lavoro strenuo della società civile o degli alleati di governo, che spesso hanno trovato proprio nel PSOE l’ostacolo per approvare rapidamente i decreti che nella stampa italiana vengono raccontati come successi di Pedro Sánchez. Nonostante ciò, Sánchez ha tra le mani una gatta da pelare molto delicata, ovvero l’aumento del prezzo degli immobili. Nel corso degli ultimi anni collettivi e sindacati attivi per il diritto all’abitare sono scesi in piazza per protestare contro politiche inefficaci o che spesso finiscono per tutelare gli interessi degli speculatori immobiliari.

Sulla scena politica internazionale le prime criticità sono emerse subito dopo le dichiarazioni contro l’aggressione degli USA e Israele all’Iran. Mentre risuonava il «no a la guerra», il governo spagnolo ha inviato la fregata Cristobal Colón verso Cipro insieme ad altri Paesi europei per, secondo le dichiarazioni della ministra della Difesa Margarita Robles, «difesa dell’Unione Europea e della sua frontiera orientale». Se gli alleati di governo di Sumar hanno approvato la missione celebrando le intenzioni di Sánchez, altri partiti come Podemos e il Bloque Nacionalista Galego hanno criticato l’operazione, equiparandola ad un intervento militare. A questo si aggiungono le analisi del traffico aereo che hanno dimostrato movimenti militari dalle basi statunitensi di Rota e Morón diretti verso la Sicilia nel giorno in cui Sánchez avrebbe impedito l’utilizzo delle basi per attaccare l’Iran. Alcuni esponenti politici, tra cui l’ex vice premier Pablo Iglesias hanno criticato l’operazione: «questo trucco permette a Washington di utilizzare le basi spagnole come punto di transito senza dichiarare formalmente la partecipazione nell’operazione militare. Questo è stare fuori dalla guerra?» ha affermato Iglesias in un video nel suo profilo Instagram.

Alle contraddizioni si aggiungono le relazioni con Israele: nonostante Sánchez abbia cercato di schierarsi contro le azioni genocide del governo israeliano, la Spagna non ha mai realmente applicato un embargo totale alla compravendita di armi con Tel Aviv e in molte occasioni ha permesso il transito di navi cariche di materiali destinati all’utilizzo nel genocidio in Palestina dai porti spagnoli.

La figura di Pedro Sánchez appare quindi controversa. Internazionalmente dipinto come strenuo rivale di Donald Trump, mentre in patria più simile ad un abile comunicatore, il premier spagnolo inizia a muovere le sue pedine in occasione delle prossime elezioni. Le ultime sconfitte in ambito regionale, sembrano allontanare l’ipotesi di un nuovo mandato socialista. Se le prossime elezioni segneranno la chiusura di una porta in patria, non è da escludere che le prese di posizione di Sánchez possano aprirgli un portone in Europa.

Ecovillaggi in Italia: quanti sono e come si vive davvero

0

Una descrizione univoca per cosa realmente sia un ecovillaggio, probabilmente non esiste. E sicuramente la definizione che va per la maggior sui media mainstream, e cioè quella di “comunità neorurali”, non è un termine che storicamente appartiene a questo tipo di realtà, come loro stessi ci hanno spiegato, anche perché in molti lo ritengono riduttivo in relazione alla complessità che li caratterizza.
Negli ecovillaggi si trovano comunità hippy, spesso definite così da chi resta distante da questi mondi o da chi è rimasto con la testa agli anni ’60 del secolo scorso, ma anche bocconiani che han...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.