Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è ora succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 marzo, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì 9 marzo, i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio.
22 marzo – Ore 9.30 – I fatti della notte
Trump ha minacciato di distruggere le centrali elettriche iraniane se non verrà riaperto lo Stretto di Hormuz entro 48 ore. L’Iran ha risposto minacciando di colpire le infrastrutture idriche ed energetiche del Golfo.
I raid USA e israeliani nel Paese sono intanto continuati per tutta la notte, così come quelli iraniani su Israele e sui Paesi del Golfo: secondo le Guardie Rivoluzionarie, citate da Al Jazeera, sarebbero state uccise almeno duecento persone negli attacchi. Un missile iraniano ha colpito la città israeliana di Dimona, nel deserto del Negev, dove ha sede il più importante sito nucleare del Paese. Secondo quanto riportato dall’AIEA, questo non è stato danneggiato dai missili. Colpita anche la città israeliana di Arad, nel sud di Israele: circa un centinaio di persone sono rimaste ferite nell’attacco, gravi danni agli edifici.
L’Arabia Saudita ha ordinato ad alcuni membri del personale diplomatico iraniano di abbandonare il Paese, dichiarandoli persone non grate. Il governo ha anche dichiarato di aver intercettato un missile balistico lanciato verso Riyadh, mentre altri due sono atterrati in zone disabitate.
Un elicottero del Qatar si è schiantato nelle sue acque territoriali, causando la morte di sei persone, ma la causa sarebbe un guasto interno.
I combattimenti sono continuati anche nel sud del Libano, tra esercito israeliano ed Hezbollah, mentre esplosioni sono state registrate nella città di Beirut.
Secondo il Financial Times, dall’inizio della guerra le 20 maggiori compagnie aeree al mondo quotate in borsa hanno perso complessivamente 53 miliardi di dollari di valore, in quella che il quotidiano ha definito la peggiore crisi del settore dalla pandemia da Covid-19.
Mentre la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran entra nella quarta settimana, senza che da nessuna delle due parti si intravedano segni di cedimento, Teheran avrebbe iniziato a delineare le proprie condizioni per porre fine alla controffensiva. In un’intervista rilasciata al quotidiano Al Mayadeen, un alto funzionario iraniano avrebbe infatti riferito che Teheran starebbe portando avanti una strategia preparata «con mesi di anticipo» e portata avanti «con grande pazienza strategica»: ora che questa è stata messa in atto, l’Iran avrebbe pronte sei condizioni che dovrebbero essere soddisfatte affinchè si possa arrivare alla fine della guerra.
Il funzionario, il cui nome non è stato riportato, ha riferito al quotidiano che il Paese intende perseguire una politica di «punizione dell’aggressore», fino a che questo non subirà una «lezione storica». In aggiunta a questo, Theran avrebbe pronte sei condizioni affinchè si delinei «un nuovo quadro giuridico e strategico» che possa portare alla fine delle ostilità. Queste prevedono garanzie affinchè la guerra non si ripeta, la chiusura di tutte le basi militari statunitensi nella regione, il pagamento di un risarcimento alla Repubblica Islamica, la fine della guerra su tutti i fronti regionali, l’istituzione di un nuovo quadro giuridico per lo Stretto di Hormuz e il perseguimento penale ed amministrativo di tutte le «personalità dei media» ritenute ostili al regime.
L’intervista è stata rilasciata poche ore dopo che, in un post sul proprio social Truth, Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti sono «ormai molto vicini» al raggiungimento dei propri obiettivi in Iran e stanno «valutando la possibilità di ridurre gradualmente i nostri imponenti sforzi militari nel Medio Oriente nei confronti del regime terroristico iraniano». Tra gli obiettivi raggiunti vi sarebbero l’indebolimento della capacità missilisica iraniana «e di tutto ciò che vi è correlato», la distruzione della base industriale della difesa iraniana, l’eliminazione della marina e dell’aviazione del Paese, «non permettere che l’Iran possa mai avvicinarsi minimamente alla capacità nucleare» e la protezione «al massimo livello» degli alleati di Washington in Medio Oriente. Ciò che sfugge a questa narrazione sono i danni ingenti che la controffensiva iraniana sta causando tanto agli Stati Uniti quanto ad Israele, che sta provvedendo a censurare le immagini degli attacchi subiti.
La fine delle ostilità non giungerà comunque a breve, come ammesso dallo stesso funzionario intervistato da Al Mayadeen, dal momento che gli attacchi reciproci alle infrastrutture energetiche hanno segnato una nuova escalation nel conflitto. Nelle scorse ore, inoltre, Iran e Israele si sono scambiati attacchi ai rispettivi siti nucleari: Washington e Tel Aviv hanno colpito il sito nucleare iraniano di Natanz (utilizzato per l’arricchimento dell’uranio, oggetto di raid anche nel corso della guerra dei 12 giorni, scatenata dagli USA contro l’Iran lo scorso anno), mentre un missile iraniano ha colpito la città israeliana di Dimona, nel deserto del Negev, dove ha sede il più importante impianto nucleare del Paese. Nessuno degli attacchi sembra aver comportato danni. Trump ha inoltre lanciato un ultimatum all’Iran, avvisandolo di avere a disposizione 48 ore per una riapertura «completa e senza minacce» dello Stretto di Hormuz, prima che gli Stati Uniti provvedano ad annientare le infrastrutture energetiche, «a partire dalle più grandi». La risposta dell’Iran non si è fatta attendere: in caso Trump metta in atto le proprie minacce, verranno colpiti tutti i siti idrici dell’area del Golfo. Una minaccia forse ben peggiore degli attacchi ai siti petroliferi, dal momento che le popolazioni dell’area dipendono interamente da queste strutture per l’approvvigionamento di acqua potabile e quindi per la propria sopravvivenza.
A partire dalle ore 7 di stamattina, domenica 22 marzo, sono aperte le urne per votare per il referendum sulla giustizia, che prevede la riforma della magistratura e la riorganizzazione delle sue modalità lavorative (l’esito non avrà influenza su tempi ed efficienza amministrativa). Si potrà votare fino alle 23 di questa sera, e poi domani dalle 7 alle 15. Il referendum è confermativo, ovvero non è necessario raggiungere il quorum per la validità del voto.
A quanto pare c’è due senza tre. Dopo le concessioni ai fuorisede per le elezioni europee del 2024 e i quesiti referendari del 2025, milioni di italiani dovranno tornare nel proprio Comune di residenza per votare al referendum sulla magistratura. L’esercizio del più basilare diritto politico costerà dunque tempo e denaro per colpa delle barricate erette dalla maggioranza, sia alla Camera sia al Senato. L’emendamento al decreto elezioni che avrebbe permesso il voto fuorisede è stato infatti respinto a causa della «ristrettezza dei tempi tecnici». In centinaia hanno protestato tra Napoli, Roma e Milano, accusando il governo di trasformare un diritto in privilegio. In circa ventimila si sono organizzati per aggirare l’inazione politica e candidarsi come rappresentanti di lista (tanto per il sì quanto per il no), votando dunque in seggi vicino al proprio domicilio e non a quello di residenza.
Una finta cabina elettorale, schede e cartelli. A Napoli, al grido di «I diritti non si pagano», gli universitari hanno protestato contro il dietrofront del governo Meloni, che dopo aver tutelato il voto ai fuorisede nel 2024 e nel 2025 ha deciso di fare un passo indietro e non rinnovare la misura. «Sappiamo benissimo quanto costa un biglietto per viaggiare dai luoghi dove si studia o si lavora per tornare alle proprie case», dicono gli studenti del Collettivo Autorganizzato Universitario (CAU), parlando di «decisione politica» della maggioranza dettata dalla «paura dei giovani». Il riferimento è a uno degli ultimi sondaggi sul referendum, che dava il no in vantaggio tra gli Under 35, con punte del 71%. Fanno eco gli studenti da Roma, parlando delle preoccupazioni governative circa l’esito del voto tra i fuorisede negli scorsi anni, come l’exploit avuto da Alleanza Verdi-Sinistra Italiana (AVS) alle europee.
Anche a Roma e a Milano è stata allestita una finta cabina elettorale per raccogliere, con un gesto simbolico, le preferenze dei passanti. «Ci siamo mobilitati — scrivono Will Media, The Good Lobby e la Rete Voto Fuorisede — perché la politica ci ha detto che non c’era più tempo per approvare il voto fuorisede per questo referendum, dopo che questa legge viene chiesta da più di 10 anni. Oggi le persone fuorisede hanno buttato simbolicamente il loro voto, ma da domani questa cosa non deve più accadere».
L’Italia resta l’unico Paese europeo, oltre a Cipro e Malta (che però si estendono su territori molto più ridotti), a non prevedere una tutela stabile per i propri fuorisede, pari secondo le ultime stime a circa 5 milioni di persone. Meno degli oltre 6 milioni di italiani residenti all’estero che possono esercitare il proprio diritto al voto. In pratica risulta più semplice esprimere la propria preferenza dalla Nuova Zelanda che tra due diverse Regioni italiane.
In attesa di una regolamentazione certa e ugualitaria, chi può si arrangia per evitare i costi e i tempi degli spostamenti verso casa. In ventimila hanno infatti presentato richiesta per essere rappresentante di lista all’appuntamento del 22 e 23 marzo. AVS conferma la propria popolarità tra giovani e fuorisede, essendo destinataria di oltre la metà delle richieste inoltrate. Secondo la legge italiana, il rappresentante di lista è la figura incaricata di assistere alle operazioni di voto e di scrutinio, per conto di un partito o di un comitato coinvolti nella consultazione. Chi ricopre questo ruolo può votare nel seggio dove la funzione è svolta, presumibilmente il più vicino possibile al domicilio temporaneo, evitando di doversi recare presso il Comune di residenza. Si tratta comunque di un rattoppo parziale, che non potrebbe soddisfare le richieste di tutti i fuorisede. In Italia si contano infatti 60mila seggi, quindi nel caso del referendum un massimo di 120mila rappresentanti. Praticamente il 2,4% dei 5 milioni di fuorisede attuali.
È morto all’età di 86 anni Paolo Cirino Pomicino, esponente campano della Democrazia Cristiana più volte ministro a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Pomicino iniziò la sua attività politica nel 1970, diventando poi uno dei più stretti alleati del sette volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Sul finire del Millennio, Pomicino è stato condannato nell’ambito dell’inchiesta Mani Pulite, per finanziamento illecito ai partiti. Nel 2002 ha patteggiato per corruzione, nel processo fondi neri dell’ENI.
In Alto Adige, nella Val Ridanna, una valanga ha travolto 25 persone, munite di dispositivo di localizzazione ARTVA. Sul luogo dell’incidente, a circa 2400 metri di altitudine, sono intervenuti 80 soccorritori, supportati da sei elicotteri. È di due morti, tre feriti gravi e due feriti lievi il bilancio della valanga che ha travolto gli scialpinisti. Lo comunica la Centrale di emergenza di Bolzano.
È stata depositata alla Corte Suprema di Cassazione una proposta di legge d’iniziativa popolare che mira a introdurre sul territorio nazionale il divieto di utilizzo delle gabbie per tutte le specie allevate. A sostenere l’iniziativa, presentata lo scorso 12 marzo insieme a The Good Lobby, è la campagna “Gabbie Vuote” di Essere Animali, che si pone la finalità di raccogliere almeno 50.000 firme entro settembre. L’obiettivo primario è quello di chiedere formalmente al Parlamento italiano di avviare un percorso legislativo sulla materia, sulla scia di quanto già fatto da altri Stati membri dell’UE negli ultimi anni.
I dati fotografano una realtà imponente: nel nostro Paese si contano infatti oltre 40 milioni di animali rinchiusi in gabbia, tra cui più di 17 milioni di galline ovaiole, 13 milioni di conigli, quasi 600.000 scrofe, 1,5 milioni di vitelli e 8 milioni di quaglie. I promotori dell’iniziativa – appoggiata anche da varie personalità della società civile, come l’atleta olimpionico Riccardo Bugari e la fumettista Zuzu – spiegano che negli allevamenti intensivi il confinamento in spazi ristretti impedisce agli animali di esprimere comportamenti naturali fondamentali come muoversi senza costrizioni, nidificare, scavare o socializzare in modo adeguato. Ne conseguono stress cronico, frustrazione e patologie fisiche – in primis lesioni e fragilità ossea – fenomeni ampiamente documentati dai pareri scientifici dell’Autorità per la Sicurezza Alimentare in Europa (EFSA). Il percorso verso l’abolizione delle gabbie conosce una storia recente complessa. Tra il 2018 e il 2020, l’Iniziativa dei Cittadini Europei End the Cage Age raccolse 1,4 milioni di firme per chiedere il divieto su scala europea. «Le loro richieste sono state tradite dalle istituzioni europee, che ancora non hanno avviato un percorso preciso, pubblico e trasparente per vietare in tutta l’UE questa pratica crudele», affermano i promotori, secondo i quali «in questa fase storica di incredibile stallo» è fondamentale che «le singole nazioni inviino segnali importanti verso un cambiamento urgente e necessario anche nel nostro Paese».
Molti Stati membri hanno già compiuto singoli passi avanti. Se nel 2012 la normativa comunitaria ha vietato le gabbie convenzionali per le galline ovaiole, Austria e Lussemburgo hanno esteso il divieto anche a quelle arricchite. La Svezia ha abbandonato le gabbie per le uova grazie a una transizione produttiva, mentre la Germania prevede un’eliminazione completa entro il 2026-2029. Francia, Repubblica Ceca e Slovenia hanno introdotto divieti progressivi. Per quanto riguarda le scrofe, la Svezia ha vietato tutte le gabbie già nel 1994, e altri Paesi come Danimarca, Austria, Finlandia e Paesi Bassi stanno seguendo la stessa direzione. In Italia, invece, a eccezione delle uova fresche – per le quali l’etichettatura è obbligatoria – risulta complesso sapere se un prodotto provenga da filiere cage-free (senza gabbia). Nel settore suinicolo, solo poche imprese hanno avviato la conversione e i relativi prodotti sono quasi interamente destinati all’esportazione: nessuno dei principali marchi di salumi e affettati propone sul mercato italiano articoli derivanti da scrofe allevate senza gabbie. Per i conigli la situazione è ancora più critica, con oltre il 90% degli animali allevati in gabbia.
Nonostante 9 italiani su 10 si dichiarino favorevoli all’abolizione delle gabbie negli allevamenti, in Italia il 35% delle galline da uova è ancora allevato con questo sistema. Una lunga serie di inchieste indipendenti – dal documentario Food for Profit alle numerose investigazioni condotte da associazioni animaliste, tra cui spicca Essere Animali – ha documentato criticità ricorrenti: animali ammassati in spazi angusti con evidenti segni di sofferenza e perdita del piumaggio; carcasse lasciate a decomporsi nelle gabbie, con conseguenti rischi igienico-sanitari; procedure di abbattimento non conformi e trasporti violenti che aggravano la fragilità ossea causata dalla selezione artificiale. Tutti sintomi di un sistema intensivo basato sull’iper-produzione che favorisce grandi aziende, marginalizza le piccole imprese e impone costi ambientali e sanitari alla collettività. L’organizzazione Greenpeace, insieme a una coalizione di associazioni, propone la legge “Oltre gli allevamenti intensivi” come strada per ridurre il numero di animali allevati, bloccare l’espansione degli impianti intensivi e avviare una transizione verso modelli a minor impatto.
Le Hawaii sono state colpite da inondazioni considerate tra le peggiori degli ultimi vent’anni, causate da piogge torrenziali su terreni già saturi. Sull’isola di Oahu oltre 230 persone sono state soccorse, senza vittime ma con alcuni ricoveri per ipotermia. Circa 5.500 residenti sono stati evacuati per i rischi legati al possibile cedimento una diga. Le acque hanno devastato la North Shore, distruggendo case e veicoli. I danni potrebbero superare il miliardo di dollari. I soccorsi, ostacolati anche da droni privati, continuano mentre sono previste nuove piogge che potrebbero peggiorare ulteriormente la situazione.
A Torino si sta svolgendo la XXXI Giornata della Memoria e dell’Impegno per le vittime innocenti delle mafie, promossa da Libera e Avviso Pubblico. Il corteo, partito da piazza Solferino, ha riunito familiari, istituzioni e cittadini: circa ventimila le persone presenti. In piazza Vittorio sono stati letti i nomi di 1.117 vittime. Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, ha sottolineato come le mafie, pur più silenziose, restino saldamente presenti. Si stima che l’80% dei familiari delle vittime non conosca ancora la piena verità sulla morte dei propri cari.
Il21 marzo 1931, in un appartamento di Milano, nasceva Alda Merini. Oggi il suo nome è diventato quasi un simbolo: la poetessa dei Navigli, la poetessa della follia, una donna che ha trasformato il dolore in poesia. Ma raccontare la sua vita non significa soltanto ripercorrere la storia di una grande poetessa, ma camminare sul confine incerto tra normalità e follia. Chi stabilisce, infatti, dove passa quel confine? La medicina? Le istituzioni? O il potere culturale di un’epoca?
La storia di Alda Merini è la storia di una donna che ha trascorso anni dentro un’istituzione pensata per separare i normali da coloro che non lo erano. Per capire fino in fondo Alda Merini bisogna partire dal sistema che per anni ha tentato di definirla, classificarla, contenerla: il manicomio. Ma facciamo un passo indietro.
Fin da giovanissima Alda Merini dimostra un talento fuori dal comune. Ben presto attira l’attenzione di alcuni importanti critici dell’epoca. Nel 1953 pubblica la sua prima raccolta, La presenza di Orfeo. Non è ancora una poetessa famosa, ma la sua voce è già riconoscibile: visionaria, intensa, attraversata da una tensione chemescola eros e sofferenza.
Nei suoi versi, brevi e taglienti, il linguaggio non descrive soltanto il mondo: lo attraversa. Il dolore, l’amore, il desiderio, la solitudine diventano materia viva. Sempre negli anni Cinquanta si sposa con Ettore Carniti. Per un periodo relativamente breve le incombenze della vita familiare convivono con l’attività letteraria. Ma a metà degli anni Sessanta qualcosa si rompe.
Le ragioni che portarono all’internamento di Alda Merini non possono essere ridotte soltanto a una diagnosi clinica. Certo, la poetessa attraversò momenti di forte instabilità psichica, con crisi e stati di agitazione che la psichiatria dell’epoca interpretò come disturbo mentale.
Ma limitarsi a questa spiegazione significa ignorare il contesto culturale e umano in cui quelle crisi maturarono. Alda era una donna estremamente sensibile, dotata di un’intensità emotiva fuori dal comune, capace di percepire con una profondità quasi dolorosa tutto ciò che la circondava. Questa ipersensibilità, che alimentava la sua poesia, venne spesso letta invece come un segno di squilibrio.
A ciò si aggiungeva una situazione familiare complessa: il rapporto con il marito Ettore Carniti, infatti, era segnato da incomprensioni profonde. Carniti era un uomo estraneo al mondo letterario e faticava a comprendere l’urgenza creativa della moglie. In una società che ancora faticava ad accettare l’autonomia femminile, una donna appassionata, visionaria, attraversata da slanci mistici e da improvvise cadute emotive poteva facilmente essere percepita come eccessiva. Così quella che era anche una sensibilità artistica radicale finì progressivamente per essere medicalizzata.
Nel 1965 Merini viene ricoverata nell’ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano. Inizia così una lunga stagione di internamenti che durerà, con brevi interruzioni, oltre un decennio. Bisogna ricordare che prima del 1978, l’anno della riforma promossa da Franco Basaglia, i manicomi italiani non erano strutture pensate per curare. Il loro compito non era comprendere la sofferenza psichica quanto gestire la devianza. Isolare ciò che disturbava l’ordine sociale.
Alda Merini negli anni Ottanta
Nel manicomio le personeentrano persone e«diventano cose», scriverà poi nel suo libroL’altra verità. Diario di una diversa un racconto-testimonianza della vita manicomiale. Se il manicomio aveva tentato di privarla dell’identità, della voce, di quella che potremmo definire banalmente la sua essenza o più poeticamente la sua anima, con la sua scrittura, invece, Alda, inverte questo paradigma e si riappropria di tutto ciò che le era stato rubato: complessità, voce, identità.
In questo senso la scrittura di Alda Merini non è soltanto letteratura. È anche una testimonianza. Racconta dall’interno ciò che è stato il sistema manicomiale italiano per gran parte del Novecento. Non un luogo di cura, ma una macchina che produce silenzio. E che produce invisibilità, perché il folle è colui che, una volta emarginato dal consorzio civile, diventa invisibile, inascoltato.
Ciò che è interessante di questo sistema è che oggi si ripete, non soltanto nelle così dette case di cure, ma in ogni aspetto della società, laddove viene operata una separazione tra chi è considerato degno di parola, voce e attenzione e chi puntualmente viene emarginato, escluso o addirittura criminalizzato, se esprime un pensiero diverso o poco conforme al sentire comune.
Ma per tornare alla vita di Alda Merini… durante gli anni di internamento, sottoposta a un ciclo continuo di elettroshock, la sua produzione poetica si interrompe quasi completamente. È una frattura profonda, eppure proprio da questa frattura nascerà una nuova fase della sua poesia.
Quando negli anni Ottanta torna finalmente alla scrittura, pubblica La Terra Santa. Il titolo è paradossale: la terra santa, infatti, è il manicomio. Ma perché chiamare così un luogo di dolore? Perché la follia non è soltanto una perdita, ma è anche una forma di conoscenza. La mente del folle vede ciò che la normalità spesso non riesce a percepire o preferisce ignorare.
L’idea che la follia possa contenere una forma di verità non nasce con Alda Merini. È una tensione che attraversa tutta la cultura occidentale. Già nel 1509, nel suo celebre Elogio della follia, Erasmo di Rotterdam scriveva che: «La vita degli uomini non sarebbe vita se non fosse temperata da un po’ di follia.»
Senza illusioni, senza passioni irrazionali, senza quella scintilla di disordine che rompe la rigidità della ragione, la vita diventerebbe insopportabile. La follia, per Erasmo, è ciò che rende possibile l’amore, l’arte, l’entusiasmo.
Tutta la letteratura, in realtà, è popolata da personaggi apparentemente folli che vedono più lontano degli uomini normali. Pensiamo ad Amleto, il principe di Danimarca che si finge pazzo zia per smascherare la corruzione del potere; o a Don Chisciotte, il cavaliere creato da Miguel de Cervantes, che agli occhi del mondo appare come un pazzo visionario mentre in realtà è l’unico a difendere, fino all’estremo, l’idea di giustizia in un mondo ormai dominato dal cinismo.
La poetessa dei Navigli, Alda Merini
O ancora al principe Myškin de L’idiota di Dostoevskij, un uomo che proprio per la sua purezza e per la sua incapacità di adattarsi alle logiche dell’opportunismo viene stupidamente giudicato idiota dalla società che lo circonda.
Nelle opere di Pirandello, invece, il folle è l’unico a intravedere l’assurdità delle convenzioni sociali.
In uno dei suoi drammi più belli, l’Enrico IV, un uomo, dopo una caduta da cavallo perde la ragione e si auto convince di essere un imperatore. Ma quando, anni dopo, riacquista la lucidità, sceglie consapevolmente di continuare a fingersi pazzo. Perché ha capito che la follia, in fondo, è una maschera più onesta di quelle che indossano ogni giorno gli uomini normali.
È proprio questa intuizione che attraversa anche la poesia di Alda Merini: la mente ferita non è soltanto una mente fragile, ma una mente che ha visto qualcosa che gli altri non vogliono vedere. In uno dei passi più intensi del suo Diario di una diversa, Alda confessa: «Ero matta in mezzo ai matti. (…) Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti sono simpatici, non come i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo».
Negli anni Novanta la sua figura diventa sempre più conosciuta. Vive in una casa sui Navigli di Milano e intorno a lei si crea una sorta di mito. Giornalisti, studenti, artisti la incontrano, la intervistano, la ascoltano, si abbeverano delle sue parole. Nasce così l’immagine della poetessa dei Navigli, una figura carismatica e affascinante. Ma bisogna fare attenzione, perché il rischio è di trasformare la sua vita in una leggenda romantica.
La poesia di Alda Merini nasce da un’esperienza concreta di esclusione, perdita e resistenza. È una poesia che parla di amore, di Dio, di desiderio, ma anche di dolore, lutto e sofferenza. Nei suoi versi convivono eros e spiritualità, passione e dolore. Sono la testimonianza, in forma poetica, dell’odissea vissuta da una donna che ha attraversato un sistema istituzionale durissimo. Di una madre che ha visto le proprie figlie allontanarsi durante gli anni di internamento. Di una scrittrice che ha dovuto riconquistare lentamente la propria voce.
Alla fine, Alda Merini, si spegne a Milano il 1 novembre 2009. La sua poesia, ancora oggi, continua a essere letta, citata, amata. Ma forse il suo lascito più importante non riguarda soltanto la letteratura. Riguarda la domanda che la sua vita continua a porre: che cos’è davvero la follia? Una patologia individuale? Una fragilità della mente? O forse la conseguenza di un sistema incapace di accogliere ciò che non comprende?Alda Merini ci ricorda che il confine tra normalità e follia non è mai soltanto una questione medica. È anche una questione di potere.
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