Sono le otto del mattino di sabato 27 dicembre, quando decine di agenti di polizia, guardia di finanza e carabinieri bussano alla porta di Angela Lano a Sant’Ambrogio, in provincia di Torino. Giornalista, orientalista, accademica divisa tra Italia e Brasile, Lano è anche fondatrice e direttrice di InfoPal, unica agenzia di stampa in lingua italiana specializzata nel raccontare quanto avviene in Palestina. Il suo nome è finito all’interno dell’inchiesta della procura di Genova relativa a ipotetici fondi versati dall’Italia al gruppo palestinese Hamas. Nelle stesse ore, mentre gli agenti perquisiscono la sua casa e portano via oltre quarant’anni di studi racchiusi in taccuini, chiavette USB, computer e telefoni, sette persone finiscono in manette. Tra di loro vi è anche Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia. L’intera operazione si basa non su materiale raccolto dalla Procura di Genova, ma su “prove” messe insieme nientemeno che dall’esercito israeliano (IDF) «direttamente sul campo», ovvero la Striscia di Gaza. Proprio dove, da tre anni a questa parte, l’IDF sta commettendo un genocidio. Abbiamo raggiunto telefonicamente Lano, per farci raccontare la vicenda.
«Il più grande problema di tutta questa storia è che non posso proseguire col mio lavoro accademico, non posso dare voti agli studenti… L’unica attività che non si è fermata è proprio quella di Infopal, perché prosegue tutta online». Nel verbale che le è stato rilasciato, il materiale sequestrato è indicato come «relativo al reato» in oggetto: concorso in terrorismo. Infopal è infatti accusato di agire come «megafono di Hamas», facendo sostanzialmente attività di propaganda del gruppo. Un’accusa che, commenta, «svilisce profondamente il lavoro che portiamo avanti da vent’anni a questa parte». Infopal, racconta a L’Indipendente la giornalista, si pone l’obiettivo di «riportare quello che succede a Gaza, a Gerusalemme, in Cisgiordania, ovvero raccontare la colonizzazione genocida della terra di Palestina».

Per capire quanto accaduto, bisogna conoscere la storia dell’agenzia. «Io mi occupo da sempre di studi orientalistici, in particolare di Palestina, come accademica e come giornalista, inizialmente su canali di informazione mainstream come La Repubblica», racconta Lano. Dopo l’11 settembre 2001, però, svolgere questo mestiere è stato sempre più difficile. «Io volevo decostruire l’islamofobia e il razzismo che gli apparati politici e di informazione americani ed europei stavano costruendo a tavolino»: un lavoro che l’ha messa in contatto con diverse realtà del mondo islamico, come l’ABSPP (Associazione Benefica e di Solidarietà con il Popolo Palestinese, fondata pochi anni prima da Mohammad Hannoun), ma che le ha reso impossibile continuare a collaborare con le testate mainstream, che definisce «la grancassa del potere colonialista occidentale». In questo contesto, le realtà del mondo arabo le chiesero di creare un organo di informazione alternativo, specializzato in Palestina e Medio Oriente, che potesse fornire una contronarrazione. «La comunità musulmana sentiva l’asfissia di non poter apparire sui mezzi di informazione senza essere tacciata di terrorismo», ci spiega. Così, nel 2006, l’agenzia stampa Infopal viene ufficialmente iscritta presso il Tribunale di Genova e inizia il suo percorso di «critica della narrazione egemonica».
L’agenzia, spiega Lano, nasce come eredità diretta dell’omonima associazione Infopal. I soldi con i quali si finanziava venivano dalla zakāt, l’elemosina legale obbligatoria raccolta nelle moschee durante la preghiera del venerdì, che venivano poi versati all’associazione. «Tutto questo è sempre stato alla luce del sole, anche perché noi come agenzia partecipavamo spesso a incontri pubblici. Non è pensabile che gli inquirenti si siano accorti ora che ricevevamo soldi dall’associazione, che a sua volta li riceveva dalle moschee e quindi dalla comunità musulmana». Secondo Lano, criminalizzare tutto ciò significa confermare l’impianto ideologico «razzista, suprematista, bianco, islamofobo, etnocentrico ed eurocentrico». A suo parere, «è come scandalizzarsi che il bollettino parrocchiale riceva fondi dalla Chiesa, o che i giornali li ricevano dallo Stato».
Raed Dawoud, presidente dell’associazione Infopal, si trova al momento in carcere in forma cautelare, insieme a Mohammad Hannoun, Yasser Al-Assali e Riyad Al-Bustanji. Per Raed Salahāt, Khalil Abu Deiah e Adel Abu Rawā’, invece, è stata disposta la scarcerazione. Il motivo: il materiale che l’IDF avrebbe raccolto contro di loro (la cosiddetta battlefield evidence, ovvero “le prove raccolte sul campo di battaglia”) è quasi del tutto inutilizzabile. «Si tratta di materiale che ha bypassato i tribunali israeliani e che proviene direttamente dall’intelligence, raccolta in un contesto di guerra, dove stupri, omicidi e violenze sono quotidiani», spiega Lano.
In vent’anni di vita, Infopal ha visto collaborare al suo progetto tanti giornalisti ma anche tanti studenti, che presso l’agenzia hanno svolto stage universitari di traduzione. «A seguirci non sono solo attivisti per la causa palestinese, ma anche cittadini comuni e persone del mondo accademico», spiega Lano. E nonostante i temi del sito siano altamente specializzati, il numero di lettori è altissimo: dopo un iniziale picco di lettori immediatamente dopo il 7 ottobre 2023, l’interesse per la causa palestinese non ha accennato a scomparire, nonostante la Palestina sia sparita dai radar dell’informazione mainstream.
«Che piaccia o no», ricorda Lano, «Hamas ha vinto le elezioni del 2006, elezioni che l’Occidente ha riconosciuto. Quindi nella Striscia ora sono loro che governano e chiunque voglia aiutare la popolazione deve fare riferimento a loro». Nonostante ciò, e nonostante le indagini siano ancora in corso, il giornalismo mainstream non ha esitato un attimo a poggiarsi sulle posizioni israeliane, dando per buona la definizione di “terrorista” e continuando a utilizzarla. «Il giornalismo indipendente, al contrario, mi ha concesso molto più spazio», racconta. Nemmeno l’Ordine dei Giornalisti ha profferito parola: «Non mi hanno mai contattata per chiedere a me cosa fosse successo».
In questo contesto, conclude Lano, «mi sento una perseguitata politica dentro un regime sempre più totalitario. Contro di me si sono scatenate istituzioni e media, tutto su input israeliano. È una cosa disumana, soprattutto dal momento che c’è un genocidio in corso. Io sono una giornalista e una studiosa di Asia Occidentale e di Palestina: se mi si impedisce di farlo per un pregiudizio razzista verso i palestinesi, in quanto arabi e musulmani, allora la torsione autoritaria è sempre più evidente».












