mercoledì 1 Aprile 2026
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Il dl Sicurezza apre agli agenti infiltrati nelle carceri

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Dopo avere concesso ai membri dei servizi segreti di assumere il comando di organizzazioni criminali e terroristiche, il governo Meloni punta alle carceri. Un articolo del nuovo decreto sicurezza estende infatti i casi in cui gli ufficiali della polizia giudiziaria possono condurre operazioni “sotto copertura”, aprendo alle missioni di infiltrazione nelle strutture detentive. Il decreto – che oggi si trova in esame presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato – permette agli agenti coinvolti in inchieste relative a diversi reati, tra cui quelli legati ai casi di terrorismo e droga, di ricevere, acquistare, nascondere, e ostacolare l’individuazione di denaro e beni legati alle indagini; tale intervento, «rischia di acuire la conflittualità, alimentando diffidenza e sospetto generalizzato tra detenuti e operatori», osserva l’associazione Antigone. «Il risultato è la trasformazione dell’istituzione penitenziaria in un presidio di sicurezza interna, dove la gestione delle tensioni assume i tratti dell’intervento di polizia più che del governo trattamentale».

L’articolo che permette alla polizia giudiziaria di infiltrarsi tra i detenuti propone una modifica all’articolo 9, comma 1, della legge n. 146 del 2006, che regola proprio le «operazioni sotto copertura»; il decreto dispone che «gli ufficiali di polizia giudiziaria appartenenti ai nuclei investigativi del Corpo di polizia penitenziaria» non sono punibili nel casi in cui mettano in pratica condotte che costituirebbero reato con la finalità di raccogliere prove nell’ambito di indagini relative a diversi reati. I reati per cui possono infiltrarsi sono quelli legati a: rivolta, terrorismo, droga, corruzione, concussione, peculato, tortura e violenza sessuale – compresi i casi di violenza di gruppo e abuso su minori. Gli agenti coinvolti nelle indagini non sono punibili se: acquistano, ricevono (o accettano in offerta o promessa), sostituiscono o nascondono denaro documenti, sostanze stupefacenti e in generale beni e oggetti legati al reato sotto indagine; gli agenti possono analogamente ostacolare l’individuazione degli stessi beni, consentirne l’impiego e compiere attività che potrebbero portare a una delle azioni elencate.

«La previsione di operazioni sotto copertura all’interno degli istituti di pena segna un ulteriore slittamento del carcere da luogo deputato all’esecuzione della pena in funzione rieducativa a spazio governato secondo logiche di ordine pubblico», scrive Antigone. «In un contesto già caratterizzato da sovraffollamento e tensioni strutturali, l’introduzione di agenti infiltrati rischia di acuire la conflittualità, alimentando diffidenza e sospetto generalizzato tra detenuti e operatori», continua l’associazione. «Il carcere, anziché essere ambito di trattamento e responsabilizzazione, viene così assimilato a un teatro permanente di prevenzione e repressione». Ad allarmare, insomma, è la chiara impostazione securitaria della legge che trasforma le carceri, già dense di problemi strutturali che minano le relazioni tra i detenuti, in centri di controllo; al posto di puntare sulla rieducazione, si alza così il livello di conflittualità nelle strutture.

L’approccio securitario dell’articolo riprende la struttura analogamente repressiva dell’intero decreto, di cui l’ampliamento della capacità operativa della polizia giudiziaria costituisce solo un tassello. Essa fa eco ai diversi interventi legislativi approvati dall’esecutivo Meloni nei suoi quattro anni di governo; a tal proposito, il decreto sicurezza che ha preceduto quest’ultimo, approvato l’anno scorso, ha rafforzato i poteri dei servizi segreti italiani, autorizzando gli operatori di AISE e AISI non solo a infiltrarsi in organizzazioni criminali e terroristiche, ma addirittura a dirigerle, legittimando gravissimi reati quali associazione sovversiva, terrorismo interno e banda armata.

Geopolitica della velocità: la competizione per rilanciare i voli civili supersonici

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Dalla fine dell'era del Concorde, sviluppato negli anni '70 del secolo scorso, il progresso tecnologico nel settore del trasporto aereo civile si è paradossalmente inceppato. Si fanno nuovi modelli, si perfezionano strumentazioni di bordo e consumi, ma di base non ci sono stati progetti rivoluzionari. Una realtà che ora accenna a cambiare. Oggi, la velocità in volo non è più solo un lusso per pochi eletti, ma un asset strategico in una scacchiera globale sempre più tesa. Mentre la Cina accelera sui prototipi supersonici, gli Stati Uniti rispondono scendendo in campo con il peso del proprio app...

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Naufragio a Lampedusa: 19 morti

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I corpi di 19 persone migranti sono stati rinvenuti su un’imbarcazione al largo delle coste di Lampedusa. A farle sbarcare è stata una motovedetta della guardia costiera, dopo una operazione di soccorso condotta alle 3 di notte a circa 85 miglia dall’isola. Altre 58 persone sono state trovate vive a bordo della medesima imbarcazione, e tratte in salvo dalla guardia costiera, che le ha trasportate sull’isola e fatte sbarcare sul molo Favorolo.

Anche gli animali stabiliscono legami di amicizia: uno studio sugli squali lo dimostra

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squalo amici

Lo squalo toro è uno degli animali più temuti al mondo. Un predatore dall’occhio piatto, mascella larga e la fama di “macchina da guerra” biologica. Eppure, se poteste immergervi nella Shark Reef Marine Reserve alle Fiji e osservare l’esemplare che i ricercatori chiamano affettuosamente Chunky, lo vedreste nuotare fianco a fianco con Lady Lazarus: stessa andatura, stessa direzione, la stessa ostinata vicinanza di due vecchi compagni che passeggiano insieme da anni. Non lo fanno a caso, ma perché sono legati da qualcosa che noi considereremmo come un’amicizia.

Uno studio pubblicato il 17 marzo sulla rivista Animal Behaviour da un team dell’Università di Exeter, Lancaster, del Fiji Shark Lab e di Beqa Adventure Divers ha rovesciato uno dei luoghi comuni più duri a morire della zoologia popolare: gli squali toro non sono predatori solitari. Hanno preferenze sociali attive, scelgono i propri compagni, evitano certi individui e ne cercano altri, esattamente come facciamo noi umani.

La ricerca è frutto di sei anni di osservazioni su 184 esemplari, condotte in 473 immersioni per oltre 8mila minuti totali. I ricercatori hanno analizzato due comportamenti specifici: il nuoto parallelo – due squali che procedono affiancati entro una lunghezza corporea – e il cosiddetto lead-follow, in cui un esemplare segue deliberatamente un altro. Non si tratta di aggregazione attorno a una fonte di cibo, come fanno gli uccelli marini sopra un banco di pesci o gli gnu intorno a un fiume. Qui c’è qualcosa di diverso: una scelta.

«Come esseri umani coltiviamo una gamma di relazioni sociali, dai semplici conoscenti ai migliori amici, ma evitiamo anche certe persone», dice Natasha D. Marosi, ricercatrice di Exeter e fondatrice del Fiji Shark Lab, che ha guidato lo studio. «Questi squali toro fanno cose simili».

squali

La struttura sociale che emerge dai dati è sorprendentemente articolata. Gli adulti formano il nucleo della rete, stringendo legami preferenzialmente con individui di dimensioni simili alle proprie. I maschi – fisicamente più piccoli delle femmine in questa specie – tendono ad avere un numero maggiore di connessioni sociali: una strategia, secondo i ricercatori, per proteggersi da confronti fisici con individui più grandi restando integrati nella comunità. E poi ci sono gli anziani, i cosiddetti advanced adult, gli squali post-riproduttivi: loro si tengono ai margini. Hanno già visto tutto, sanno come cacciare, come riprodursi, come sopravvivere. Non hanno più bisogno di nessuno. «Questi individui anziani hanno anni di esperienza», spiega Marosi. «La socialità non è più così essenziale alla loro sopravvivenza».

Vale la pena fermarsi su quello che questa storia ci dice di noi, e non solo degli squali. In un anno medio, gli esseri umani uccidono decine di milioni di squali. Loro, invece, feriscono circa 70 persone in tutto il mondo, e nella maggior parte dei casi si tratta di morsi confusi, errori di identificazione in acque torbide, non di attacchi predatori. La probabilità statistica di essere uccisi da uno squalo è di 1 su 4.332.817. Il terrore che ci ispirano è una storia che ci raccontiamo, alimentata da un film del 1975 e da decenni di titoli a effetto. Nel frattempo, loro nuotano in coppia nelle acque calde del Pacifico, imparano dai più anziani, scelgono i propri amici.

«Contrariamente alle percezioni comuni», conclude il professor Darren Croft del Centre for Research in Animal Behaviour di Exeter, «il nostro studio mostra che gli squali toro hanno una vita sociale relativamente ricca e complessa. Probabilmente traggono benefici dall’essere sociali, trovare cibo, potenziali compagni, evitare confronti. Stiamo solo iniziando a capire davvero la loro vita».

Chunky e Lady Lazarus non lo sanno, naturalmente. Nuotano e basta, fianco a fianco, nel blu profondo della riserva marina. Ma forse è proprio questa l’informazione più sorprendente che la scienza ci ha restituito: che nell’animale che più abbiamo trasformato in simbolo di solitudine e brutalità, c’è qualcuno che sceglie di non nuotare da solo.

Molise e Abruzzo: evacuazioni e allerta rossa per ciclone

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In Abruzzo e Molise è in arrivo il ciclone Erminio. La tempesta dovrebbe portare neve a partire da quota 1.000 metri, con fiocchi fino a quote collinari. La diga di Liscione, in provincia di Campobasso, ha aperto gli scarichi al massimo per frenare il rischio esondazioni, e in diversi comuni delle due regioni sono state chiuse le scuole; a Termoli è stata evacuata tanto la caserma dei Vigili del Fuoco, quanto la zona industriale, dove si trova lo stabilimento di Stellantis, che ha fermato la produzione. Con le prime piogge, un uomo è stato salvato dalla piena del Sinarca.

Israele ha dichiarato che distruggerà tutte le case libanesi vicino al suo confine

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Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha dichiarato ieri che Israele distruggerà tutte le case nei villaggi libanesi vicino al confine, con l’obiettivo di istituire una zona cuscinetto nel Libano meridionale, sulla quale manterrà il controllo una volta cessate le operazioni di guerra. «Al termine dell’operazione, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) istituiranno una zona di sicurezza all’interno del Libano, una linea di difesa contro i missili anticarro, e manterranno il controllo della sicurezza sull’intera area fino al fiume Litani, compresi i restanti ponti sul Litani», ha dichiarato Katz, aggiungendo che «Tutte le case nei villaggi vicino al confine libanese saranno distrutte, secondo il modello utilizzato a Rafah e Beit Hanoun a Gaza, al fine di eliminare definitivamente le minacce che incombono sugli abitanti del nord in prossimità del confine». La ministra degli affari sociali libanese Haneen Sayed ha definito il piano un’«appropriazione di terre», spiegando che l’operazione di terra israeliana «sta aggravando il rischio che i libanesi rimangano intrappolati in una condizione di sfollamento a lungo termine».

La crisi umanitaria in Libano è allarmante e rischia di aggravarsi dal momento che il ministro della Difesa dello Stato ebraico ha fatto sapere che a 600.000 persone fuggite dal sud del Libano non sarà permesso di tornare a casa finché il nord di Israele non sarà considerato sicuro. Da quando lo scorso 2 marzo sono riprese le ostilità tra Libano e Israele, più di 1,2 milioni di persone sono state sfollate e altre 1.200 sono state uccise in Libano. È chiara la volontà di Israele di ampliare il territorio con il controllo dell’area compresa tra il fiume Litani e il confine israeliano, corrispondente a quasi un decimo del territorio libanese. Israele aveva già annunciato l’intenzione di creare una cosiddetta «zona cuscinetto» lo scorso 24 marzo, quando il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich aveva affermato che «L’attuale guerra in Libano deve concludersi con un cambiamento radicale, che vada oltre la sconfitta del gruppo terroristico Hezbollah» dicendo chiaramente che «Il fiume Litani deve essere il nostro nuovo confine con lo Stato libanese […]». Dichiarazioni che hanno allarmato anche il portavoce delle Nazioni Unite Stephane Dujarric, secondo il quale «Questa è l’ultima cosa che il popolo libanese del sud vorrebbe vedere». Da parte loro, i Paesi europei hanno esortato Israele a evitare un’ulteriore escalation, mentre il primo ministro canadese Mark Carney ha affermato che l’occupazione israeliana del territorio libanese costituisce una «violazione della sovranità territoriale, quindi la condanniamo».

Il professore di diritto alla Stanford Law School, Tom Dannenbaum, ha spiegato all’agenzia di stampa Reuters che le leggi di guerra richiedono che qualsiasi demolizione controllata di abitazioni sia giustificata da «assoluta necessità militare», e che distruggere tutte le case vicino al confine non soddisferebbe tale criterio. «La distruzione non necessaria di proprietà può essere considerata un crimine di guerra», ha chiarito. Inoltre, ha aggiunto che le dichiarazioni di Katz, che impediscono ai residenti di tornare a casa, «indicano chiaramente una politica illegale di sfollamento a lungo termine o permanente». Da parte sua, l’esercito israeliano ha motivato la decisione di demolire le abitazioni libanesi sostenendo che all’interno ci sarebbero armi del gruppo sciita Hezbollah, ma non ha portato alcuna prova a sostegno delle sue dichiarazioni.

La guerra sul fronte libanese si è riaccesa quando Hezbollah (letteralmente “Partito di Dio”) – l’organizzazione paramilitare sciita facente parte del cosiddetto “asse della resistenza” sostenuto dall’Iran – ha deciso di schierarsi apertamente con Teheran e di vendicare l’uccisione della Guida suprema iraniana Ali Khamenei. Il 2 marzo il gruppo ha dunque lanciato una raffica di razzi e droni verso il nord di Israele, affermando di agire per vendicare l’assassinio di Khamenei e gli attacchi quasi quotidiani di Israele contro il Libano. Israele ha risposto colpendo i sobborghi meridionali di Beirut con attacchi violenti e emettendo avvisi di evacuazione per più di 50 città, costringendo decine di migliaia di persone a lasciare le proprie case. Israele sembra ora voler approfittare della situazione per estendere illegalmente i suoi territori.

Fin dal 1967 Israele occupa illegalmente diversi territori confinanti, tra cui la Cisgiordania, Gerusalemme est e le Alture del Golan sottratte alla Siria. Tali annessioni illegali violano diverse risoluzioni delle Nazioni Unite, quali la risoluzione 478 del 1980 che condanna l’annessione di Gerusalemme Est, dichiarando illegale lo spostamento delle ambasciate, la risoluzione 2334 del 2016, la quale afferma che la costruzione di colonie israeliane nei territori palestinesi occupati dal 1967 (inclusa Gerusalemme Est) non ha validità legale e costituisce una flagrante violazione del diritto internazionale. Tra le altre, la risoluzione 497 del 1981, adottata all’unanimità, dichiara illegale l’estensione delle leggi, della giurisdizione e dell’amministrazione israeliana sulle alture del Golan. Israele sembra ora intenzionata ad annettere una parte di territorio libanese, ampliando così ulteriormente i suoi confini, mentre la sua decisione di radere al suolo le case della popolazione libanese del sud potrebbe costituire l’ennesimo crimine di guerra.

Artemis II, il piccolo passo verso il progetto delle basi lunari

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L’essere umano torna alla Luna. O, perlomeno, verso la Luna. Mancano infatti poche ore al lancio della missione statunitense Artemis II, la quale porterà in orbita un equipaggio umano composto da quattro astronauti con l’obiettivo di sorvolare il nostro satellite naturale. Un’impresa che richiama i successi raggiunti tra gli anni Sessanta e Settanta, ma che oggi assume un valore nuovo: testare tecnologie e sistemi di nuova generazione in vista dei futuri allunaggi previsti per il 2028 e, più in prospettiva, di un’era in cui le ambizioni politiche e scientifiche puntano alla realizzazione di basi lunari autosufficienti.

Artemis II è considerata la prima missione con equipaggio a spingersi oltre l’orbita terrestre bassa (LEO) dal 1972, anno della missione Apollo 17. Questa spedizione mira a dimostrare che, dopo il pensionamento degli Space Shuttle, la NASA e gli Stati Uniti sono pronti a inaugurare una nuova generazione di sistemi spaziali, in grado non solo di replicare, ma anche eventualmente di superare i traguardi raggiunti durante l’epoca d’oro della corsa allo spazio. Oltre al suo valore come strumento di soft power, Artemis II rappresenta anche un banco di prova fondamentale per tecnologie chiave: tra queste, i sistemi di supporto vitale e le nuove tute spaziali, finora testati prevalentemente in ambienti simulati. Nel 2022, Artemis I aveva infatti già iniziato a raccogliere dei dati grazie a una spedizione priva di equipaggio.

Il lancio è previsto per le 00:14 – ora italiana – del 2 aprile dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral, Florida. A portare gli astronauti nello spazio sarà il razzo Space Launch System (SLS), che trasporterà la capsula Orion, sistema che non ha ancora effettuato voli con esseri umani a bordo. Dopo il lancio, la missione prevede inizialmente una fase in orbita terrestre per verificare il corretto funzionamento dei sistemi. In seguito, se non ci saranno intoppi, la capsula imboccherà finalmente la traiettoria verso la Luna, effettuando un sorvolo senza entrare in orbita stabile. Il volo mira, tra le altre, a raccogliere dati fondamentali per le missioni successive del programma Artemis, in particolare in vista degli allunaggi umani previsti nei prossimi anni. In origine, questo traguardo era stato associato alla missione Artemis III; tuttavia, il programma ha subito diversi rinvii e permangono incertezze legate allo sviluppo dei moduli di allunaggio e di alcune tecnologie chiave. Ora come ora, la NASA è convinta di poter riportare i suoi astronauti sulla Luna con Artemis IV.

Artemis II sarà caratterizzata da due momenti particolarmente delicati. Una volta raggiunta la Luna, gli astronauti sperimenteranno una temporanea interruzione delle comunicazioni con la Terra, dovuta alla posizione della capsula dietro il satellite durante il sorvolo. Successivamente, nella fase di rientro, la capsula Orion dovrà dimostrare la propria capacità di resistere alle temperature estreme generate dall’attraversamento dell’atmosfera terrestre. Quest’ultima fase è di particolare rilevanza: durante la missione Artemis I, infatti, lo scudo termico aveva mostrato un livello ablativi differenti dalle attese emerse dai test di laboratorio, rendendo necessari ulteriori approfondimenti e verifiche. 

Il 24 marzo, a pochi giorni dal lancio previsto di Artemis II, la NASA ha annunciato ufficialmente l’intenzione di investire 20 miliardi di dollari nei prossimi sette anni per costruire una base lunare permanente vicino al polo sud della Luna. Il progetto prevede lo sviluppo di habitat, rover pressurizzati e sistemi energetici avanzati, inclusa la propulsione nucleare, con l’obiettivo di garantire una presenza umana stabile sulla superficie lunare, favorire l’esplorazione, condurre ricerche scientifiche e preparare future missioni verso Marte. Un’informazione che era già parzialmente trapelata a febbraio, nel momento in cui Elon Musk, proprietario dell’azienda spaziale SpaceX, aveva ufficialmente accantonato i suoi sogni di viaggi marziani per ridirezionarsi – guarda caso – verso il sogno delle basi lunari.

Il disastro della nazionale italiana di calcio viene da lontano

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Perché tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi. La frase più celebre del Gattopardo ben descrive il disastro della nazionale italiana di calcio, per certi versi specchio del Paese che rappresenta. Un disastro che nel merito ha poco a che fare coi due tiri sbagliati ieri nella lotteria dei rigori, ma ha piuttosto radici lontane, ben salde in un terreno colmo di personalismi, scandali e riforme mancate. Anche e soprattutto in risposta agli scarsi risultati internazionali, a partire dall’eliminazione ai gironi ai Mondiali del 2010, bissata quattro anni dopo. Da quel momento l’Italia, alla massima competizione calcistica, non c’è più nemmeno arrivata, mancando la qualificazione per due volte di fila. Tre, aggiungendo l’eliminazione di ieri sera contro la Bosnia. Chissà se sarà la volta buona per la tanto agognata rifondazione del sistema calcistico italiano.

Chi dopo la debacle di Zenica si aspettava una sostanziale ammissione di responsabilità, con dimissioni corali, da parte dei vertici della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) è rimasto deluso. «Capisco la richiesta di dimissioni — dice Gabriele Gravina, presidente della FIGC dal 2018, in conferenza stampa — ma le valutazioni spettano di diritto al Consiglio Federale della prossima settimana». C’è spazio anche per una frecciatina poco velata alla Lega di Matteo Salvini, che pochi minuti dopo il fischio finale di Bosnia-Italia aveva scritto: «ancora eliminati. Niente Mondiale per l’Italia: è una vergogna inaccettabile. Il calcio italiano è da rifondare, partendo dalle dimissioni di Gabriele Gravina». Quest’ultimo, di tutta risposta, ha parlato di «un momento di grande crisi» vissuto dal calcio italiano, «che richiede una riflessione» non soltanto alla Federazione «ma anche alla politica, che si prodiga e accelera solo per richiedere le dimissioni». Insomma, è andato in scena il classico scaricabarile accompagnato dal valzer delle accuse: una prerogativa tutta italiana che permea anche il mondo calcistico.

Nel continuare la sua invettiva politica, Gravina dice di essere stato inascoltato sui provvedimenti chiesti «per sostenere la crescita del sistema italiano». Ciò che però dimentica il presidente della FIGC è di avere uno strumento, quello delle dimissioni, con il quale si possono inviare dei messaggi inequivocabili. Lo sa bene l’icona del calcio italiano Roberto Baggio che, dopo la disfatta ai Mondiali in Sudafrica, venne nominato dalla FIGC presidente del settore tecnico. Nel 2011 Baggio produsse, insieme a decine di collaboratori, un documento di quasi mille pagine, attraverso il quale rifondare il sistema calcistico del nostro Paese. Presentato al Consiglio Federale, il progetto venne liquidato in un quarto d’ora, con la promessa di uno stanziamento di dieci milioni di euro per la sua attuazione. Parole rivelatesi vuote, a cui Baggio ha risposto con le dimissioni, lasciando l’incarico.

Roberto Baggio, ex calciatore e Pallone d’Oro 1993.

A rivedere oggi quel progetto si ha la sensazione di ritrovarsi al cospetto di una profezia rimasta inascoltata. Cinque anni dopo Calciopoli, lo scandalo delle partite truccate messo velocemente sotto il tappeto dalla vittoria ai Mondiali del 2006, Baggio tirò fuori un piano per liberare il sistema calcistico da corruzione e logiche clientelari, premiando competenze e passione. L’idea era quella di un calcio virtuoso, aderente per davvero ai valori che si vantava di trasmettere: solidarietà, gioco di squadra, altruismo. Si doveva partire dagli allenatori, non più tecnici improvvisati ma maestri, preparati dal punto di vista pedagogico oltre che tecnico. L’ossessione tutta italiana per la fisicità — la stessa che continua oggi a escludere i giovani dai vivai — andava messa da parte, a vantaggio di competenze tecniche, creatività e coltivazione del talento. I ragazzi andavano cercati e monitorati attraverso un database nazionale, diffuso su cento distretti, forniti di strutture, servizi e personale. Un progetto che nel suo complesso avrebbe colpito i giochi di potere che ruotano intorno ai giovani calciatori, tra raccomandazioni, corse agli sponsor e megalomania dei procuratori.

Soltanto l’anno scorso aveva fatto scalpore l’inchiesta realizzata dalle Iene, riguardante il giro di affari per giocare in Serie C. Secondo questo scouting a pagamento “basterebbero” 30mila euro per diventare un calciatore professionista in una competizione, la Lega Pro, segnata da fallimenti sistemici e scarsità di infrastrutture, esasperando una condizione diffusa. C’è poi un giro parallelo, questa volta legale, introdotto dalla FIGC con la cosiddetta riforma Zola. Si tratta di incentivi economici ai club che impiegano i ragazzi del settore giovanile. Al di là degli scopi nobili, relativi a un maggiore impiego dei giovani, la realtà sul campo dice altro e vede i ragazzi come galline dalle uova d’oro piuttosto che perni centrali di un progetto.

«Dalla stagione sportiva 2025-26 le premialità per l’impiego dei giovani provenienti dal settore giovanile arriveranno sino al 400%, il doppio rispetto a quanto già previsto per il campionato in corso», scrive entusiasta la Lega Pro. I club finiscono così per costruire le rose in base a quanti bonus possono ottenere, anche sacrificando il talento, meno remunerativo a breve termine: un ragazzo più giovane sarà tendenzialmente preferito a un compagno di squadra più grande, dal momento che i premi dipendono dall’età, oltre che dal minutaggio. Alla luce di ciò, gli allenatori sono costretti dalle necessità economiche delle società a turnover fittizi, che puntano non tanto a far crescere i ragazzi quanto piuttosto a incassare i soldi della Federazione. Meccanismi simili per l’impiego dei giovani sono da anni in vigore anche nelle Leghe minori, come la Serie D. In questo sistema assumono spazio e potere gli sponsor e i procuratori, veri protagonisti del calcio moderno.

La questione non diventa tanto il talento in sé — migliorabile comunque in termini qualitativi e quantitativi attraverso investimenti su vivai e infrastrutture — e lo dimostrano gli ottimi risultati raggiunti dalla nazionale italiana nelle competizioni Under. Nel 2023 l’Italia U19 ha vinto gli europei e l’anno dopo la selezione U17 ha fatto lo stesso, conquistando anche un terzo posto ai mondiali. Il problema principale, come visto, si palesa successivamente, quando questi giovani devono fare il loro debutto nel calcio professionistico, avere continuità e centralità nel progetto, come avviene negli altri grandi Paesi europei, Spagna su tutti. La crescita diventa utopia se i ragazzi vengono scavalcati da logiche clientelari e di profitto, le stesse che hanno ad esempio guidato la riforma dei calendari (spezzatino) a vantaggio delle paytv.

Emerge un sistema elitario, poco aperto alle istanze della base, che inevitabilmente fa scemare la passione per il calcio. In nome del profitto si sono create delle competizioni non solo contro gli interessi dei giovani ma anche contro quelli dei tifosi, veri proprietari di questo e di tutti gli sport. Piuttosto che concentrarsi sulla rifondazione di un sistema obsoleto e sofferente, superando una volta per tutte gli interessi particolaristici, la classe politica e le autorità calcistiche hanno dedicato tempo ed energie per reprimere chi invece tentava di tutelare l’essenza sociale e popolare del calcio, anche mettendo in crisi le logiche attuali. D’altronde si sa, perché tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi.

Iraq: colpiti depositi petroliferi della britannica Castrol

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Continuano gli attacchi ai siti energetici nella guerra in Asia Occidentale. In mattinata sono stati colpiti a Erbil, nel Kurdistan iracheno, tre depositi di petrolio della multinazionale britannica Castrol. Lo riporta l’agenzia di stampa Shafaq, non specificando la provenienza degli attacchi. Ieri le forze iraniane avevano preso di mira una petroliera ferma nel porto di Dubai. Le rappresaglie seguono gli attacchi effettuati dalla coalizione israelo-americana sui siti energetici di Teheran.

PFAS: i Paesi europei (forse) si apprestano a intervenire, lobby permettendo

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L’Unione Europea accelera sul fronte della regolamentazione degli PFAS, i composti chimici sintetici noti come “inquinanti eterni”, approvando nuovi standard di qualità delle acque in parallelo alla pubblicazione di rinnovate raccomandazioni scientifiche dell’Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche (ECHA). Secondo l’ECHA, gli PFAS rappresentano un rischio crescente per la salute umana e per l’ambiente. Nel rapporto diffuso dall’agenzia si sottolinea che queste sostanze, in alcuni casi associate a patologie gravi come tumori e disturbi della riproduzione, “persistono a lungo nell’ambiente, percorrono lunghe distanze e contaminano le falde acquifere e il suolo”. La conclusione è che le misure attualmente in vigore non sono sufficienti e servono nuove norme a livello comunitario. Una richiesta finalmente senza mezze misure, tuttavia già avanzata da decenni di battaglie sociali supportate da ormai inespugnabili evidenze scientifiche.

Il Comitato per la Valutazione dei Rischi (RAC) dell’ECHA ha in particolare espresso un parere chiaro sulla proposta di restrizione degli PFAS avanzata nel 2023 da Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Norvegia e Svezia: una restrizione ampia, idealmente senza deroghe, sarebbe la misura più efficace per ridurre l’impatto di queste sostanze per- e polifluoroalchiliche. Anche laddove venissero concesse eccezioni, queste comporterebbero “emissioni aggiuntive” e “rischi incontrollati” dato che non esistono livelli sicuri di emissione per queste sostanze. Diverso, ma solo in parte, l’approccio del Comitato per l’analisi socio-economica (SEAC), che nella sua bozza di parere sostiene anch’esso una restrizione ampia, ma accompagnata da deroghe mirate nei casi in cui manchino alternative tecniche o i costi siano considerati sproporzionati. Tuttavia, lo stesso SEAC evidenzia come la scarsità di dati forniti dall’industria renda difficile valutare pienamente l’impatto economico delle restrizioni. La consultazione pubblica su questo parere resterà aperta fino al 25 maggio e il documento finale è atteso entro il 2026. A quel punto, la Commissione europea dovrà tradurre le indicazioni scientifiche in una proposta legislativa nell’ambito del regolamento sulle sostanze chimiche REACH.

In parallelo, il Parlamento europeo ha già approvato nuovi standard sull’inquinamento idrico, inserendo ufficialmente gli PFAS tra le principali sostanze da monitorare e limitare non solo nelle acque potabili, ma anche in fiumi, laghi e falde sotterranee. Le nuove regole forniscono inoltre agli Stati membri strumenti più chiari per intervenire: dall’inasprimento delle autorizzazioni agli scarichi industriali alla limitazione di pesticidi nocivi, fino agli investimenti nei sistemi di trattamento delle acque reflue. L’obiettivo è integrare queste misure nei Piani di gestione dei bacini idrografici per il periodo 2028-2033. Secondo l’European Environmental Bureau, questa svolta normativa arriva in un momento critico, in cui la pressione sulle risorse idriche europee è in aumento proprio a causa dell’inquinamento. La stessa organizzazione denuncia però anche tempistiche troppo dilatate, con gli Stati membri avranno tempo fino al 2039, con possibili proroghe fino al 2045, per conformarsi pienamente agli standard. Il ritardo nell’adozione di misure efficaci potrebbe avere conseguenze economiche enormi. Un recente studio commissionato dall’UE stima che i costi legati all’inquinamento da PFAS oscillino già oggi tra i 440 e oltre 1000 miliardi di euro. Proiezioni a lungo termine indicano cifre fino a 1700 miliardi entro il 2050, considerando bonifiche ambientali e costi sanitari. Sul piano sanitario, le evidenze continuano invece ad accumularsi. Già nel 2023 uno studio condotto da trenta scienziati dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), certificava che alcune sostanze della famiglia PFAS, PFOA e PFOS, sono rispettivamente cancerogeni “certi” e “probabili” per l’uomo, grazie a prove di correlazione causale con tumori renali e testicolari. Altri effetti, ormai ampiamente avvallati dalla comunità scientifica, includono alterazioni metaboliche e dei sistemi immunitario, riproduttivo e neuroendocrino.

Nonostante il crescente consenso scientifico sulla pericolosità degli PFAS, il percorso verso una regolazione stringente resta accidentato. Diversi settori industriali continuano a difendere l’uso di queste sostanze, ritenute essenziali in numerosi processi produttivi. Un’inchiesta dell’organizzazione no-profit F-Minus ha evidenziato come alcune grandi società statunitensi di lobbying operino sia rappresentando le industrie chimiche, contro le restrizioni, e sia organizzazioni sanitarie o ambientali, a favore di norme più severe. Questo fenomeno in definitiva contribuisce in ogni caso a rallentare o indebolire le normative, pur garantendo profitti ai gruppi di pressione. Secondo il rapporto, tali dinamiche hanno già portato all’affossamento o all’annacquamento di diverse proposte legislative negli Stati Uniti. In Europa – come denunciato da innumerevoli lotte popolari – la situazione non è troppo distante con il rischio che, ancora una volta, il principio di precauzione a tutela della salute pubblica venga subordinato a interessi economici di breve periodo.