martedì 20 Gennaio 2026
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Siria, fuga di membri dell’ISIS dal carcere dopo scontri curdi-governo

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Nel nord-est della Siria sono scoppiati nelle ultime ore scontri attorno a due prigioni che ospitano migliaia di miliziani dell’ISIS, mettendo in luce la fragilità del cessate il fuoco tra governo e Forze democratiche siriane (SDF). Le parti si accusano reciprocamente di aver favorito la fuga di detenuti. Damasco sostiene che le SDF abbiano liberato prigionieri dal carcere di al Shaddadi, mentre i curdi parlano di attacchi condotti da gruppi armati legati al governo contro le prigioni di al Shaddadi e al Aqtan, a Raqqa. L’esercito ha imposto il coprifuoco e cerca i fuggitivi: ufficialmente sarebbero 120, alcuni dei quali ricatturati.

 

Davos, il World Economic Forum si apre tra tensioni geopolitiche e proteste

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Il World Economic Forum entra nel vivo della seconda giornata, in un clima carico di frizioni globali. Alla tradizionale riunione del gotha delle élite mondialiste, è la geopolitica a tenere banco: Groenlandia, Medio Oriente e Ucraina sono i dossier centrali del vertice di Davos, che quest’anno riunisce quasi 3.000 partecipanti, tra 60 capi di Stato e di governo, economisti, rappresentanti di multinazionali e organizzazioni globali. L’attesa per l’arrivo di Donald Trump ha già riscritto gli equilibri del summit, scompaginando l’agenda del Forum. La Danimarca ha deciso di disertare il meeting per la disputa sull’isola artica, mentre da domenica si susseguono manifestazioni in Svizzera, in segno di protesta contro il Forum.

L’atmosfera che si respira sulle innevate alpi Svizzere è quella di uno scontro permanente, in cui le tensioni internazionali svuotano di senso il richiamo allo “spirito del dialogo”, slogan di questa edizione, riducendolo a una formula di rito. Lo stesso Børge Brende, presidente e CEO del WEF, ha riconosciuto che l’evento si svolge «nel contesto geopolitico più complesso dal 1945», in un mondo che vede le grandi potenze agire in modo sempre più unilaterale. In questo scenario incandescente, la Cina affida la propria rappresentanza al vicepremier He Lifeng. Tra i presenti figurano il Segretario Generale dell’ONU, António Guterres, il premiercanadese Mark Carney, il presidente indonesiano Prabowo Subianto, il primo ministro del Qatar Mohammed al-Thani, il presidente polacco Karol Nawrocki, il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, il presidente israeliano Isaac Herzog. Nutrita anche la partecipazione latino-americana, dal presidente argentino Javier Milei a quello dell’Ecuador, Daniel Noboa. Particolare attenzione è rivolta all’arrivo del presidente siriano Ahmad al-Sharaa e del leader ucraino Volodymyr Zelensky. I delegati mediorientali, tra i quali spicca il primo ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mohammed Mustafa, attendono ulteriori annunci di Trump sulla composizione del Board of Peace per Gaza, che continua a estendersi a nuovi leader globali, tra cui Vladimir Putin e ad Aljaksandr Lukashenko.

Il ritorno di Trump a Davos avverrà con la delegazione americana più imponente di sempre: sei ministri, tra cui il segretario di Stato Marco Rubio e il capo del Pentagono Pete Hegseth. Kevin Hasset, direttore del National Economic Council, ha dichiarato su Fox Business che il presidente americano, nel suo panel atteso per mercoledì, parlerà di come stia ponendo le basi del “nuovo ordine mondiale”, generando fermento sui social. Nei giorni scorsi, l’ipotesi di Trump di acquisire la Groenlandia ha provocato tensioni con l’Europa, mettendo in crisi equilibri commerciali e militari. Le minacce di nuovi dazi contro i Paesi contrari alla strategia di Washington hanno suscitato forti reazioni da Bruxelles, che auspica un incontro distensivo. In un’intervista alla CNN, Trump ha sbeffeggiato i leader europei, dichiarando che «Non credo che si opporranno troppo» ai piani di annessione della Groenlandia, per poi minacciare Emmanuel Macron, reo di non aver accettato l’invito al Board of Peace per Gaza, di imporre dazi “al 200%” per vini e champagne francesi. Il tycoon ha pubblicato poi su Truth i messaggi privati del numero uno dell’Eliseo e del segretario generale della NATO, Mark Rutte. In parallelo, seppure defilata rispetto ad altri dossier, rimane sul tavolo la questione della guerra in Ucraina: da segnalare la presenza dell’inviato speciale di Vladimir Putin, Kirill Dmitriev, per incontrare i membri della delegazione statunitense.

Fuori dalle sale ovattate del WEF, la tensione si riversa nelle strade. In Svizzera e oltreconfine, migliaia di persone protestano da giorni contro la presenza di Trump e contro l’indirizzo politico del summit. A Zurigo oltre duemila manifestanti hanno sfilato contro quello che definiscono “il vertice degli oligarchi”, tra slogan come “Trump non è il benvenuto” e accuse alla governance globale del Forum. Il corteo è degenerato in scontri, tra vandalismi e incendi, con lanci di petardi e fumogeni e la risposta della polizia con idranti, lacrimogeni e proiettili di gomma. Le mobilitazioni si estendono ad altre capitali europee, in solidarietà con la Groenlandia e contro quello che gli attivisti chiamano “espansionismo economico”. Un segnale eloquente per un’edizione nata sotto il vessillo, sempre più fragile, del dialogo e della cooperazione.

Rewilding, oltre lo slogan: perché lasciare spazio alla natura non basta

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Rewilding natura ritorno Abruzzo

Il rewilding è un approccio alla conservazione della natura che va oltre le semplici aree protette: mira a ripristinare processi ecologici, biodiversità, specie chiave e dinamiche naturali, con un intervento umano mirato. Il concetto viene spesso semplificato nell’idea di “lasciar andare la natura a sé stessa”, ma la realtà è molto più articolata. Questo processo, che in italiano possiamo tradurre con rinaturalizzazione, è stato definito da Rewilding Europe, organizzazione europea che guida numerosi progetti, come un processo che lavora su ampie aree di paesaggio, stimola la diversità e l’abbondanza della fauna selvatica, vede le comunità locali come parte integrante dei progetti e può integrare metodi consolidati di conservazione.

A livello ambientale gli studi pubblicati su riviste internazionali indicano che i territori sottoposti a processi di rinaturalizzazione mostrano aumento della biodiversità, miglioramento della qualità del suolo, maggior capacità di assorbimento del carbonio e una migliore gestione naturale delle risorse idriche, senza contare che il ritorno di specie chiave come grandi erbivori, predatori e impollinatori, contribuisce a rendere gli ecosistemi più stabili e adattabili ai cambiamenti climatici. A livello economico e sociale, invece, il rewilding ha favorito il ritorno di un turismo lento, lo sviluppo di nuove professionalità legate a natura e territorio e la valorizzazione di terreni abbandonati.

Il nodo più critico resta la convivenza tra fauna selvatica e attività zootecniche. Il ritorno di lupi, linci o orsi viene spesso percepito come una minaccia diretta, anche quando i dati mostrano che gli episodi di predazione sono statisticamente limitati e mitigabili. In diversi Paesi europei, le resistenze degli allevatori hanno rallentato o bloccato progetti di rewilding, alimentando un conflitto che è culturale prima ancora che economico. Alcune comunità vivono il processo come una perdita di controllo sul territorio o come una decisione “calata dall’alto”: insomma, quando mancano dialogo e coinvolgimento reale, il progetto rischia di fallire.

A livello globale uno dei progetti più citati è quello di Knepp Wildland, nel Regno Unito. Qui un’ex azienda agricola intensiva è stata trasformata in un paesaggio semi-selvaggio, lasciando che grandi erbivori e processi naturali rimodellassero il territorio. I risultati raccontano del ritorno di specie rare di uccelli e insetti, dell’aumento della complessità ecologica e di una nuova sostenibilità economica nata grazie al turismo naturalistico. Dall’altro lato non si può prescindere dal fatto che sia un’operazione che si inserisce in un territorio specifico e quindi non è automaticamente replicabile ovunque: presentarla come modello universale rischia di nascondere le differenze strutturali tra territori.

In molte aree interne italiane, il rewilding è già in corso, ma non per scelta politica: è il risultato dell’abbandono agricolo, dello spopolamento e della marginalizzazione economica. Dalle Alpi alla Sila in Calabria, il ritorno della fauna selvatica avviene spesso senza una strategia condivisa, generando conflitti che poi vengono letti come “emergenze” nella cronaca quotidiana. La sfida è trasformare un processo spontaneo in una scelta consapevole e governata, che è quello che sta accadendo ad esempio sull’Appennino, grazie al progetto Rewilding Appennines.

È uno degli 11 progetti europei di Rewilding Europe che lavorano per ripristinare la natura su larga scala. Il 2025 ha visto la nascita dell’Enterprise Network for Coexistence: 37 aziende locali tra artigiani, agricoltori, ristoratori e operatori turistici, hanno scelto di lavorare insieme, condividendo la visione di un Appennino in cui l’economia locale si rinnova e la natura è parte del futuro. Sul lato eventi, in 40 incontri pubblici, è stato celebrato il primo Bear Smart Communities Festival, che ha riunito oltre 250 persone attorno a una visione di sviluppo radicata nella coesistenza con l’animale selvatico e il KinoAppennino, che ha portato 35 artisti nel cuore dell’Appennino Centrale, oltre alla seconda edizione del Convegno Nazionale Italicus, organizzato insieme all’associazione Io non ho paura del lupo. Il 2025 ha confermato l’impegno di Rewilding Apennines per il ripristino fluviale con la rimozione dello sbarramento sul fiume Liri e il rilascio di trote e gamberi autoctoni; ma i numeri degli interventi effettuati riguardano anche l’installazione di 80 recinti elettrificati, 53 cassonetti anti-orso e il rinforzo 5 pollai. Questi strumenti sono essenziali per ridurre i danni, prevenire i conflitti ed evitare che gli orsi si abituino alla presenza umana.

Nel mondo poco più di 3.000 ricchi possiedono otto volte il Pil dell’Italia

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«In 5 anni il valore dei patrimoni dei miliardari globali è cresciuto dell’81% e, da soli, 12 tra gli individui più ricchi del pianeta detengono più ricchezza del 50% più povero dell’umanità». Il Rapporto Oxfam 2026, presentato in occasione dell’apertura dei lavori del World Economic Forum a Davos, fotografa un salto storico nella polarizzazione economica mondiale: per la prima volta, i miliardari sono oltre 3.000. Le loro fortune complessive valgono più di 18 trilioni di dollari, una ricchezza che supera di otto volte il Pil italiano. Dodici individui concentrano più risorse della metà più povera dell’umanità, mentre miliardi di persone restano intrappolate nella precarietà, in un mondo in cui l’accumulo estremo di capitale ridisegna i rapporti di potere, trasformando il mondo in un’arena oligarchica.

Fonte: Forbes. Liste annuali e lista in tempo reale dei miliardari globali. Rielaborazione di Oxfam. Valori a prezzi costanti (anno base 2018)

Da marzo 2020 a oggi, i patrimoni dei miliardari sono cresciuti dell’81% in termini reali. Solo nell’ultimo anno, l’incremento è stato di 2,5 trilioni di dollari con un tasso di crescita annuo del 16,2%, tre volte superiore alla media del quinquennio precedente. Il divario è ormai strutturale: in media, l’1% più ricco del pianeta controlla il 43,8% della ricchezza globale e dispone di una ricchezza superiore di 8.251 volte rispetto a quella di una persona collocata nella metà più povera dell’umanità. È una forbice che non si limita a descrivere l’ingiustizia: la produce. Secondo il rapporto, «Il 65% della ricchezza accumulata dai miliardari nell’ultimo anno equivale alle risorse necessarie a porre fine alla povertà globale». E aggiunge: «La loro ricchezza aggregata vale 26 volte l’ammontare necessario a riportare alla soglia di 3 dollari al giorno chiunque viva sotto tale livello di povertà estrema». Eppure, mentre i super-ricchi prosperano, secondo la Banca Mondiale, quasi 3,8 miliardi di persone vivono in condizioni di povertà e le prospettive non migliorano: senza un cambio di rotta, nel 2050 un terzo della popolazione mondiale resterà intrappolato nella deprivazione.

Anche l’Italia segue questa traiettoria. Oxfam la definisce «il Paese delle fortune invertite»: «la ricchezza è sempre più concentrata in alto, mentre la metà più povera della popolazione registra da anni un calo della propria quota». È un movimento costante: chi dispone di capitali, immobili e rendite consolida il proprio vantaggio, mentre chi vive di lavoro perde terreno. Il 10% più ricco delle famiglie controlla il 59,9% della ricchezza nazionale, mentre la metà più povera si ferma al 7,4%. Tra giugno 2024 e giugno 2025 il patrimonio complessivo è cresciuto del 3,6%, ma quasi due terzi dell’aumento sono finiti al 5% più ricco, alla metà inferiore è arrivato appena il 4,6%. I 79 miliardari italiani, nello stesso periodo, hanno guadagnato 54,6 miliardi in termini reali, con fortune in larga parte ereditarie. La vulnerabilità si espande «a macchia di leopardo» e non riguarda più soltanto le periferie sociali, ma attraversa lavoratori, giovani, famiglie monoreddito. Le opportunità si divaricano: «chi sta meglio ha migliori chance educative e lavorative e migliore accesso al credito». La crescita dell’occupazione non basta a compensare la bassa qualità del lavoro, la sottoccupazione di giovani e donne, i salari fermi e l’aumento del lavoro povero. Anche avere un impiego non mette più al riparo dalla povertà: affitti, energia e beni essenziali erodono redditi già fragili. In questo quadro, le politiche pubbliche «riconoscono meriti e premialità a gruppi sociali e territori in condizioni di relativo vantaggio» e «non sono inclini a ricucire i divari economici e le profonde fratture sociali del Paese». Per questo Oxfam è netta: la disuguaglianza «non è un fenomeno casuale e ineluttabile, è frutto di scelte politiche».

Fonte: Banca d’italia, statistiche dei conti distributivi sulla ricchezza delle famiglie italiane. Rielaborazione di Oxfam

Il Rapporto Oxfam descrive un mondo in cui l’estrema ricchezza cresce molto più rapidamente della capacità collettiva di ridurre la povertà. «Se l’incremento di ricchezza dei miliardari nel 2025 fosse distribuito tra tutti i cittadini del pianeta – 250 dollari a persona – i miliardari sarebbero comunque più ricchi di oltre 500 miliardi rispetto all’anno precedente». L’accumulazione procede anche quando viene “simulata” la redistribuzione. Il paradosso è evidente: mentre pochi concentrano capitali equivalenti a intere economie nazionali, miliardi di persone restano esposte a fame, precarietà abitativa, accesso incerto a sanità e istruzione. Oxfam propone un cambio di rotta: tassazione progressiva dei grandi patrimoni, contrasto alle scappatoie fiscali, rafforzamento dei servizi pubblici, politiche salariali dignitose. Nel rapporto trova spazio anche il “limitarismo” di Ingrid Robeyns: fissare per legge una soglia massima alla ricchezza individuale – attorno ai 10 milioni di euro o dollari – oltre la quale i patrimoni verrebbero fortemente tassati a beneficio dell’interesse collettivo. Non per livellare le disuguaglianze, ma per spezzare una dinamica che rende la ricchezza sempre più ereditaria e la povertà permanente. In un mondo in cui 3.000 persone concentrano capitali superiori a quelli di intere nazioni, il problema non è la scarsità: è la distribuzione.

Ucraina: raid russo su Kiev, interruzioni di corrente e acqua

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Nella notte, Kiev è stata colpita da un nuovo attacco russo con droni e missili balistici. Secondo l’agenzia Rbc Ukraine, i raid hanno interessato la capitale e le aree circostanti, causando blackout e interruzioni dell’acqua in diversi quartieri. Il sindaco Vitali Klitschko ha riferito su Telegram di edifici e infrastrutture danneggiati: 5.635 condomini sono senza riscaldamento. L’amministrazione militare ha invitato i residenti a restare nei rifugi. I quartieri sulla riva sinistra del Dnipro risultano senza luce e acqua.

PFAS nell’acqua, scatta il monitoraggio obbligatorio in tutta l’Unione europea

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Da gennaio 2026, in tutta l’Unione europea è entrato in vigore un nuovo sistema di protezione dell’acqua potabile che riguarda una delle contaminazioni più diffuse e meno visibili degli ultimi decenni: quella da PFAS. È la prima volta che l’UE introduce un controllo obbligatorio e coordinato a livello comunitario sulla presenza di queste sostanze chimiche, note come “inquinanti eterni”, nelle acque destinate al consumo umano.
Il provvedimento attua la direttiva europea sull’acqua potabile e obbliga tutti gli Stati membri a controllare regolarmente la presenza di PFAS, verificando il rispetto d...

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Il premier bulgaro si dimette per candidarsi alle elezioni

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Il presidente bulgaro Rumen Radev ha annunciato le sue dimissioni, affermando che avrebbe formato un partito per candidarsi alle elezioni anticipate, previste quest’anno. Radev è salito al potere lo scorso mese, dopo le dimissioni del precedente governo arrivate a causa di un ingente moto di protesta contro la proposta di finanziaria. Radev avrebbe dovuto coprire l’incarico fino alla fine dell’anno. Se la Corte Costituzionale accetterà le dimissioni, sarà sostituito dalla vicepresidente Iliana Iotova fino alle elezioni presidenziali.

Perché il board per Gaza di Trump è un (maldestro) tentativo di smantellare l’ONU

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Quello che doveva essere il “Corpo di Pace” per gestire la tregua in Palestina è piuttosto una nuova piattaforma politica con lo scopo di soppiantare le istituzioni e la legge internazionali. A gestirlo sarebbe lo stesso Trump, in veste di Presidente, carica dal mandato privo di scadenza e densa di poteri decisionali; gli altri membri – capi di Stato e di Governo – sarebbero scelti dal Presidente, e rimarrebbero nel Corpo per tre anni, salvo il pagamento di un contributo da «oltre un miliardo di dollari». Accanto a essi, opererebbe una sorta di comitato esecutivo, composto da politici e imprenditori miliardari. Insomma: il “Gaza Board of Peace”, di Gaza, ha solo il nome, tanto che nella sua stessa carta fondativa l’exclave palestinese non compare neanche una volta. Si tratta, piuttosto, di un corpo di oligarchi della finanza mondiale e leader politici accuratamente selezionati da Trump, l’autoproclamatosi vertice del nuovo ordine mondiale a guida americana.

Le notizie ufficiali sul Gaza Board of Peace finora scarseggiano. Il Corpo è parte del piano a venti punti che ha istituito il cessate il fuoco a Gaza lo scorso ottobre e sta venendo formato in questi giorni, con l’avvio della cosiddetta “fase due” della tregua. Il testo del documento è stato diffuso integralmente dai media israeliani. Sin dalle premesse, il Corpo di Pace rende chiaro il proprio obiettivo: «Dichiarando che una pace duratura richiede giudizio pragmatico, soluzioni di buon senso e il coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito», si legge nelle prime righe, in quello che pare un chiaro riferimento all’ONU. Il compito del Corpo di Pace sarebbe quello di «garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti»; il riferimento ai conflitti è generale, e non menziona alcuno specifico teatro di guerra. Lo scopo, insomma, è quello di gestire le guerre in generale.

Il Corpo di Pace sarebbe formato da due organi: il primo è un comitato esecutivo, composto da «leader di caratura mondiale», ossia politici e miliardari; il comitato sarebbe guidato da un Capo eletto dai membri e avrebbe il compito di guidare i percorsi di transizione di pace; i suoi membri resterebbero in carica due anni. Il secondo è invece una sorta di consiglio, a cui parteciperebbero capi di Stato e di Governo; questi avrebbero il compito di prendere le decisioni e di consigliare il comitato esecutivo; i suoi membri resterebbero in carica tre anni, salvo il pagamento di oltre un miliardo di dollari nel primo anno di entrata in effetto della Carta. Comitato e consiglio si riunirebbero periodicamente.

Al vertice della piramide, il Presidente, incarico dai poteri pressoché assoluti che verrebbe assunto da Trump: il presidente sceglierebbe i membri di entrambi gli organi e avrebbe autorità esclusiva di «creare, modificare o sciogliere entità sussidiarie» e sottocomitati per le iniziative di pace, avrebbe il potere di sciogliere l’intero corpo, e – soprattutto – sarebbe privo di scadenza di mandato; il Presidente potrebbe venire destituito solo attraverso votazione unanime del consiglio, avrebbe poteri di veto assoluti, dovrebbe ratificare ogni scelta e potrebbe rimuovere a sua discrezione qualsiasi membro dell’esecutivo e del consiglio (scelta, quest’ultima che potrebbe essere rovesciata con l’approvazione dei due terzi dei membri). Il Presidente nominerebbe inoltre un suo successore. La carta stabilisce anche che il Corpo di Pace avrebbe personalità giuridica (e potrebbe dunque istituire contratti, avere conti, asset, e beni, o presentarsi in tribunale), e darebbe priorità alle leggi nazionali dei membri. Il Corpo si scioglierebbe ogni anno solare dispari salvo rinnovo del Presidente. La carta entrerebbe in vigore una volta ratificata da tre Stati.

Per ora, è noto che Trump ha invitato circa 60 Paesi e organizzazioni a fare parte del Corpo di Pace: tra questi, l’UE, la Russia, la Bielorussia, ma anche Israele, Argentina, India, Canada, Francia, Pakistan, Turchia. Secondo le ricostruzioni dei media, la Russia, in attesa di specifiche, starebbe valutando l’idea di ratificare la carta; altri Paesi, come l’Italia, sono rimasti sul vago, affermando di essere «pronti a fare la propria parte»; altri ancora, come l’Argentina, hanno accettato l’invito; la Francia, invece, avrebbe rifiutato perché l’organizzazione descritta nel documento minerebbe i poteri dell’ONU.

Accanto agli inviti ai politici, Trump ha anche nominato il corpo esecutivo, che sarà formato dal Segretario di Stato USA Marco Rubio; Steve Witkoff, braccio destro diplomatico di Trump; Jared Kushner, genero del presidente, ex inviato speciale di Trump e imprenditore; Tony Blair, ex premier britannico e fondatore dell’omonima fondazione; Robert Gabriel, consigliere politico; e Marc Rowan e Ajay Banga, due imprenditori multimiliardari, rispettivamente amministratore delegato di Apollo Global Management e banchiere ed ex AD di Mastercard. È stato inoltre formato il primo sottocomitato esecutivo, che supervisionerà la situazione a Gaza: di esso faranno parte anche imprenditori attivi nell’edilizia, e diversi politici tra cui Hakan Fidan, ministro degli Esteri turco.

È morto Valentino Garavani

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Oggi, all’età di 93 anni, è morto Valentino Garavani, fondatore dell’omonimo marchio di alta moda, Valentino. Valentino iniziò la sua carriera nella moda negli anni ’50, lavorando per marchi parigini; nel 1959 fondò il suo atelier a Roma, e negli anni ’60 si affermò come uno degli stilisti più noti al mondo. A dare la notizia della sua morte è lo stesso gruppo di cui fu fondatore. Valentino è morto nella sua casa, a Roma; la camera ardente sarà allestita presso PM23, a Roma, tra mercoledì e giovedì 22 gennaio. Il funerale si terrà venerdì 23 gennaio 2026, alle ore 11.00, presso la Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri.

TikTok presenta la sua nuova soluzione per rimuovere i minori dal social

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Tiktok annuncia un giro di vite all’uso dell’app da parte degli under-13, soggetti la cui iscrizione sulla piattaforma non è consentita. Almeno ufficialmente. Mentre diversi Paesi europei stanno indagando o valutando di aprire indagini sul social, l’azienda cinese opta dunque per l’introduzione di una nuova tecnologia di verifica dell’età destinata agli utenti dell’Unione Europea. Il sistema, in arrivo nelle prossime settimane, promette di individuare gli account irregolari attraverso un’analisi basata su strumenti di intelligenza artificiale assistiti dall’intervento di un equipe di moderatori.

L’annuncio, diffuso alla stampa venerdì 16 gennaio, presenta la nuova soluzione come il risultato di un anno di collaborazione con il regolatore irlandese per la protezione dei dati, il Data Protection Commissioner. Secondo quanto riportato, il sistema è stato testato in parallelo all’entrata in vigore nel Regno Unito dell’Online Safety Act, ovvero quella normativa che impone alle piattaforme di limitare l’accesso dei minori a contenuti ritenuti illegali o potenzialmente dannosi per il loro sviluppo.

TikTok afferma che il nuovo sistema di controllo si baserà su un’analisi dei comportamenti degli utenti, con l’obiettivo di individuare profili le cui abitudini risultino compatibili con quelle giudicate tipiche di un minore. Gli account che supereranno questa prima fase di filtraggio verranno poi segnalati al personale umano, il quale è incaricato di valutare se procedere o meno al blocco. Il comunicato, come spesso accade in questi casi, è però avaro di dettagli tecnici, soprattutto per quanto riguarda il ruolo e le modalità di intervento degli addetti alla moderazione.

Da anni le grandi piattaforme social hanno progressivamente ridotto le risorse dedicate alla supervisione dei contenuti. Ufficialmente, questa scelta viene motivata con l’inefficienza delle forme tradizionali di moderazione, considerate lente, fallibili e influenzate da pregiudizi. Molti osservatori, però, ritengono che la svolta sia legata anche ai mutamenti del clima politico globale e, più semplicemente, alla volontà di contenere i costi e massimizzare i profitti. Il personale rimasto è spesso impiegato tramite società esterne, che finiscono regolarmente al centro di scandali legati a turni estenuanti e alla scarsa tutela della salute mentale di dipendenti e collaboratori.

Il rischio è che gran parte del processo venga affidata a un sistema automatizzato poco supervisionato, calibrato su criteri che potrebbero penalizzare anche utenti perfettamente conformi alle norme. Non a caso, TikTok precisa che la nuova procedura sarà affiancata da meccanismi di appello potenziati, attraverso i quali gli utenti potranno dimostrare la propria età tramite carte di credito, documenti ufficiali o strumenti di verifica biometrica forniti da terze parti. Nello specifico, da Yoti. L’azienda sottolinea inoltre come l’evoluzione del quadro normativo europeo — sempre più orientato all’identificazione anagrafica degli utenti — imponga la necessità di trovare compromessi tra la tutela dei minori e la protezione della privacy.

A monte di tutto ciò, restano i dubbi sull’efficacia di un approccio che si limita a impedire ai minori di accedere ai social senza che vengano affrontate parallelamente le cause profonde dei rischi che li riguardano. Il proibizionismo si è spesso rivelato più uno strumento di controllo che una reale risposta ai problemi di disagio, soprattutto quando non è accompagnato da interventi educativi, sociali, culturali ed economici capaci di agire sulle criticità alla radice. Nel caso dei social, inoltre, il crescente intreccio tra finanza globale e grandi aziende tecnologiche alimenta ulteriori perplessità sulla reale applicabilità e tenuta delle norme.

L’esempio più recente dei limiti di questo approccio arriva dall’Australia, Paese che lo scorso dicembre ha vietato l’uso dei social per gli under-16. I primi riscontri mostrano l’inefficacia radicale delle misure: le sospensioni sono state poche e molti minori hanno rapidamente trovato modi per aggirare i controlli. Come osserva la neuropsicologa Tiziana Metitieri, il rischio è che l’insistenza sul tenere i giovani fuori dai social si presta soprattutto a diventare una forma di distrazione, utile a sollevare le piattaforme dalle responsabilità legate alla diffusione di disinformazione, propaganda e contenuti illegali, finendo al contempo per restringere gli spazi digitali di aggregazione delle nuove generazioni.