Per millenni, il destino delle civiltà è rimasto custodito nel palmo di una mano: un pugno di semi, salvati di stagione in stagione, capaci di adattarsi al mutare dei venti, del suolo, dell’acqua e del sole. Era un patto di fiducia tra l’uomo e la natura, un “codice sorgente” libero e condiviso che ha garantito la sopravvivenza della nostra specie. Oggi, però, quel gesto millenario è diventato un atto di frontiera, una forma di resistenza silenziosa contro un sistema che ha deciso di trasformare il cibo, e la vita nel suo insieme, in una proprietà privata.
Quello che un tempo veniva celebrato ...
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A Piana del Sole, sudovest di Roma, l’esplosione di una bombola di gas ha fatto crollare una palazzina e danneggiato tre villette, ferendo gravemente due persone. Circa settanta residenti sono stati fatti evacuare, mentre i vigili del fuoco sono impegnati nelle operazioni di messa in sicurezza. Sul luogo si è recato anche il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, per monitorare la situazione.
Joseph E. Foreman, meglio noto come “Afroman”, è un rapper americano che non ha mai fatto mistero della sua passione per la marijuana. Divenuto famoso nel 2001 con il singolo Because I Got High ha raccontato del suo consumo di cannabis in tantissime canzoni facendone quasi un genere letterario. I Smoke Weed, Marijuana Music, Hit This Blunt With Me sono solo alcuni dei numerosi esempi della sua cifra poetica. Un continuo riferimento alle droghe, insomma. Atteggiamento che, col tempo, ha finito per attirare l’attenzione di alcuni soggetti poco raccomandabili. Quei soggetti poco raccomandabili sono la polizia degli Stati Uniti.
Premessa necessaria: i fatti riportati in questo articolo, per quanto assurdi, sono realmente accaduti e la loro veridicità è stata confermata da un procedimento giudiziario che si è appena concluso.
Agosto 2022. 7 agenti della polizia della contea di Adams, in Ohio, fanno irruzione nella casa di Afroman. Il mandato di perquisizione parla di sospetti di traffico di droga e, addirittura, sequestro di persona. L’irruzione non è pacifica. I poliziotti entrano con la forza, sfondano la porta e mettono la casa a soqquadro. Nelle immagini delle telecamere di sorveglianza, che diventeranno poi materiale pubblico, si vedono gli agenti aggirarsi per casa con fucili e pistole spianate in cerca di prove di reato. Tra queste, oltre alla droga, nel mandato si legge anche della “possibile presenza di donne incatenate nel seminterrato”. Seminterrato che, in realtà, non esisteva. Alla fine non trovano niente di tutto ciò. Se ne vanno portandosi via 2mila dollari in contanti e lasciando la casa danneggiata, con porta e cancello sfondati. La perquisizione non porterà ad alcun tipo di incriminazione. Afroman non era nemmeno presente durante il raid. In casa c’erano la moglie e i figli, di 10 e 12 anni, circondati da agenti armati.
È quello il momento in cui il genio artistico prende il sopravvento. «Mi sono chiesto, da uomo di colore in America, cosa potessi fare ai poliziotti che avevano sfondato la mia porta e rubato i miei soldi davanti ai miei figli – ha raccontato Afroman – E l’unica cosa che mi è venuta in mente è stata di scrivere una canzone rap divertente su di loro». In realtà Afroman non si è limitato a un brano. Ha scritto un intero album.Pochi mesi dopo, nel gennaio 2023, esceLemon Pound Cake, un disco di 14 brani in cui Afroman ricostruisce nei minimi dettagli il blitz dei poliziotti nella sua abitazione. Ma il rapper non si ferma qui, nei testi prende palesemente in giro gli agenti, trasformando ogni momento dell’irruzione in un episodio ridicolo. Il tutto corredato dalle immagini della videosorveglianza, che documentano l’incursione nei minimi dettagli e che vengono pubblicate su YouTube come se fossero videoclip. Il primo brano condiviso online ha un titolo piuttosto eloquente: Will You Help Me Repair My Door?
Nel video si vedono diversi episodi dell’irruzione. Porte e cancelli distrutti, movimenti sospetti di denaro, agenti impegnati a cercare improbabili “prove di rapimenti” tra i CD. Ma è un dettaglio apparentemente marginale a rubare la scena: uno sceriffo che osserva con curiosità una torta al limone appoggiata sul tavolo. Proprio quell’immagine diventerà il centro poetico di tutto il concept album, Lemon Pound Cake, in cui viene raccontato il momento in cui l’agente, arma in mano, sembra quasi tentato di prendere una fetta di torta per fare merenda. («They found no kidnapping victims, just some lemon pound cake»). Il risultato è talmente assurdo da essere degno della musica del miglior Frank Zappa. Non tanto per il semplice gusto del bizzarro ma per la capacità di trasformare il grottesco in una piccola, impeccabile beffa.
Nell’album Afroman inveisce per oltre un’ora contro gli agenti, attingendo a piene mani dal più classico vocabolario denigratorio del rap. Li prende di mira uno per uno, tra insulti, caricature e soprannomi, arrivando anche a ribattezzare l’intera Adams County come “Adam KKKounty” e a paragonare uno di loro a Peter Griffin. Il tutto però sempre senza perdere di vista il nodo centrale della vicenda: la prepotenza e la goffaggine con cui si sono presentati in casa sua cercando prove di reati che non esistevano. Inutile dire che i poliziotti non l’hanno presa bene. I 7 agenti hanno intentato causa contro il rapper accusandolo di diffamazione e chiedendo un risarcimento di 3,9 milioni di dollari per aver causato loro “imbarazzo e perdita di reputazione. Durante il processo, l’accusa ha affermato che Afroman «ha diffuso intenzionalmente e ripetutamente menzogne su internet per oltre tre anni e mezzo riguardo a questi sette coraggiosi vice sceriffi». Un agente ha testimoniato che le affermazioni contenute in un video riguardanti sua moglie gli avevano causato “un dolore immenso”. Alcuni di loro, in aula, sono scoppiati in lacrime.
A sinistra l’agente in tribunale in lacrime, a destra invece la stessa agente visibilmente euforica a casa di Afroman
Il team legale di Afroman, dal canto suo, ha smontato l’impianto accusatorio rivendicando, innanzitutto, la libertà di parola e poi sottolineando che quei video non erano verbali di polizia, ma satira. «Sono contenuti chiaramente comici – ha spiegato la difesa – in parte anche critica sociale, ma non fatti. E questo è evidente a chiunque». Del resto, la realtà da cui tutto nasceva era già abbastanza surreale di per sé. Lo stesso Afroman ha ribadito che il raid gli aveva lasciato in eredità danni concreti e parecchia amarezza. Una casa devastata, oggetti fuori posto e 400 dollari che alla fine sono magicamente spariti dai 2mila che gli erano stati sottratti e poi restituiti. La polizia ha giustificato il tutto con un “errore di conteggio” confermando ancora una volta la goffaggine dell’intera operazione. In aula, Afroman ha scelto di non arretrare di un millimetro, rivendicando il diritto di trasformare l’assurdo in racconto.
Afroman in tribunale
Alla fine il tribunale gli ha dato ragione. Il 19 marzo 2026 Joseph E. Foreman è stato assolto da tutte le accuse. Il giudice ha riconosciuto che i contenuti dei brani e i video pubblicati su YouTube erano frutto della legittima libertà di espressione dell’imputato. Inoltre ha specificato che gli agenti al momento della perquisizione agivano come pubblici ufficiali e che chi ricopre questo ruolo deve essere in grado di tollerare un più alto livello di critica, per quanto aspra e ridicolizzante. Nonostante l’assoluzione e il tempo passato a difendersi da accuse assurde, Afroman non ha ricevuto alcun risarcimento. Del resto, non aveva mai sporto denuncia. Di fronte alla rabbia e al senso di impotenza provocati dall’irruzione della polizia, aveva scelto di sfogare la sua frustrazione attraverso la musica. Anche i poliziotti, derisi dal rapper, avevano provato rabbia e frustrazione, e avevano reagito con l’unico modo che conoscono: la repressione. Questa volta però hanno fallito.
Afroman mentre festeggia l’assoluzione
Dopo il verdetto, Afroman è uscito dal tribunale accolto dai suoi sostenitori, con i quali ha festeggiato la vittoria. Alla domanda sul perché abbia fatto tutto questo, ha risposto:«Per trasformare qualcosa di brutto in qualcosa di bello».
Una delle definizioni più limpide che si possano dare di “arte”. Assieme al titolo di questo articolo.
A Lillehammer, in Norvegia, Sofia Goggia si è guadagnata la Coppa del Mondo di SuperG, dopo averne vinte altre quattro di discesa. Si tratta della seconda coppa vinta dall’Italia in questa stagione, dopo quella conquistata sabato scorso in discesa da Laura Pirovano. Goggia diventa così la seconda sciatrice italiana, dopo Federica Brignone, a vincere sia un titolo in discesa che in SuperG.
Mentre la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran entra nella quarta settimana, senza che da nessuna delle due parti si intravedano segni di cedimento, Teheran avrebbe iniziato a delineare le proprie condizioni per porre fine alla controffensiva. In un’intervista rilasciata al quotidiano Al Mayadeen, un alto funzionario iraniano avrebbe infatti riferito che Teheran starebbe portando avanti una strategia preparata «con mesi di anticipo» e portata avanti «con grande pazienza strategica»: ora che questa è stata messa in atto, l’Iran avrebbe pronte sei condizioni che dovrebbero essere soddisfatte affinchè si possa arrivare alla fine della guerra.
Il funzionario, il cui nome non è stato riportato, ha riferito al quotidiano che il Paese intende perseguire una politica di «punizione dell’aggressore», fino a che questo non subirà una «lezione storica». In aggiunta a questo, Theran avrebbe pronte sei condizioni affinchè si delinei «un nuovo quadro giuridico e strategico» che possa portare alla fine delle ostilità. Queste prevedono garanzie affinchè la guerra non si ripeta, la chiusura di tutte le basi militari statunitensi nella regione, il pagamento di un risarcimento alla Repubblica Islamica, la fine della guerra su tutti i fronti regionali, l’istituzione di un nuovo quadro giuridico per lo Stretto di Hormuz e il perseguimento penale ed amministrativo di tutte le «personalità dei media» ritenute ostili al regime.
L’intervista è stata rilasciata poche ore dopo che, in un post sul proprio social Truth, Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti sono «ormai molto vicini» al raggiungimento dei propri obiettivi in Iran e stanno «valutando la possibilità di ridurre gradualmente i nostri imponenti sforzi militari nel Medio Oriente nei confronti del regime terroristico iraniano». Tra gli obiettivi raggiunti vi sarebbero l’indebolimento della capacità missilisica iraniana «e di tutto ciò che vi è correlato», la distruzione della base industriale della difesa iraniana, l’eliminazione della marina e dell’aviazione del Paese, «non permettere che l’Iran possa mai avvicinarsi minimamente alla capacità nucleare» e la protezione «al massimo livello» degli alleati di Washington in Medio Oriente. Ciò che sfugge a questa narrazione sono i danni ingenti che la controffensiva iraniana sta causando tanto agli Stati Uniti quanto ad Israele, che sta provvedendo a censurare le immagini degli attacchi subiti.
La fine delle ostilità non giungerà comunque a breve, come ammesso dallo stesso funzionario intervistato da Al Mayadeen, dal momento che gli attacchi reciproci alle infrastrutture energetiche hanno segnato una nuova escalation nel conflitto. Nelle scorse ore, inoltre, Iran e Israele si sono scambiati attacchi ai rispettivi siti nucleari: Washington e Tel Aviv hanno colpito il sito nucleare iraniano di Natanz (utilizzato per l’arricchimento dell’uranio, oggetto di raid anche nel corso della guerra dei 12 giorni, scatenata dagli USA contro l’Iran lo scorso anno), mentre un missile iraniano ha colpito la città israeliana di Dimona, nel deserto del Negev, dove ha sede il più importante impianto nucleare del Paese. Nessuno degli attacchi sembra aver comportato danni. Trump ha inoltre lanciato un ultimatum all’Iran, avvisandolo di avere a disposizione 48 ore per una riapertura «completa e senza minacce» dello Stretto di Hormuz, prima che gli Stati Uniti provvedano ad annientare le infrastrutture energetiche, «a partire dalle più grandi». La risposta dell’Iran non si è fatta attendere: in caso Trump metta in atto le proprie minacce, verranno colpiti tutti i siti idrici dell’area del Golfo. Una minaccia forse ben peggiore degli attacchi ai siti petroliferi, dal momento che le popolazioni dell’area dipendono interamente da queste strutture per l’approvvigionamento di acqua potabile e quindi per la propria sopravvivenza.
A partire dalle ore 7 di stamattina, domenica 22 marzo, sono aperte le urne per votare per il referendum sulla giustizia, che prevede la riforma della magistratura e la riorganizzazione delle sue modalità lavorative (l’esito non avrà influenza su tempi ed efficienza amministrativa). Si potrà votare fino alle 23 di questa sera, e poi domani dalle 7 alle 15. Il referendum è confermativo, ovvero non è necessario raggiungere il quorum per la validità del voto.
A quanto pare c’è due senza tre. Dopo le concessioni ai fuorisede per le elezioni europee del 2024 e i quesiti referendari del 2025, milioni di italiani dovranno tornare nel proprio Comune di residenza per votare al referendum sulla magistratura. L’esercizio del più basilare diritto politico costerà dunque tempo e denaro per colpa delle barricate erette dalla maggioranza, sia alla Camera sia al Senato. L’emendamento al decreto elezioni che avrebbe permesso il voto fuorisede è stato infatti respinto a causa della «ristrettezza dei tempi tecnici». In centinaia hanno protestato tra Napoli, Roma e Milano, accusando il governo di trasformare un diritto in privilegio. In circa ventimila si sono organizzati per aggirare l’inazione politica e candidarsi come rappresentanti di lista (tanto per il sì quanto per il no), votando dunque in seggi vicino al proprio domicilio e non a quello di residenza.
Una finta cabina elettorale, schede e cartelli. A Napoli, al grido di «I diritti non si pagano», gli universitari hanno protestato contro il dietrofront del governo Meloni, che dopo aver tutelato il voto ai fuorisede nel 2024 e nel 2025 ha deciso di fare un passo indietro e non rinnovare la misura. «Sappiamo benissimo quanto costa un biglietto per viaggiare dai luoghi dove si studia o si lavora per tornare alle proprie case», dicono gli studenti del Collettivo Autorganizzato Universitario (CAU), parlando di «decisione politica» della maggioranza dettata dalla «paura dei giovani». Il riferimento è a uno degli ultimi sondaggi sul referendum, che dava il no in vantaggio tra gli Under 35, con punte del 71%. Fanno eco gli studenti da Roma, parlando delle preoccupazioni governative circa l’esito del voto tra i fuorisede negli scorsi anni, come l’exploit avuto da Alleanza Verdi-Sinistra Italiana (AVS) alle europee.
Anche a Roma e a Milano è stata allestita una finta cabina elettorale per raccogliere, con un gesto simbolico, le preferenze dei passanti. «Ci siamo mobilitati — scrivono Will Media, The Good Lobby e la Rete Voto Fuorisede — perché la politica ci ha detto che non c’era più tempo per approvare il voto fuorisede per questo referendum, dopo che questa legge viene chiesta da più di 10 anni. Oggi le persone fuorisede hanno buttato simbolicamente il loro voto, ma da domani questa cosa non deve più accadere».
L’Italia resta l’unico Paese europeo, oltre a Cipro e Malta (che però si estendono su territori molto più ridotti), a non prevedere una tutela stabile per i propri fuorisede, pari secondo le ultime stime a circa 5 milioni di persone. Meno degli oltre 6 milioni di italiani residenti all’estero che possono esercitare il proprio diritto al voto. In pratica risulta più semplice esprimere la propria preferenza dalla Nuova Zelanda che tra due diverse Regioni italiane.
In attesa di una regolamentazione certa e ugualitaria, chi può si arrangia per evitare i costi e i tempi degli spostamenti verso casa. In ventimila hanno infatti presentato richiesta per essere rappresentante di lista all’appuntamento del 22 e 23 marzo. AVS conferma la propria popolarità tra giovani e fuorisede, essendo destinataria di oltre la metà delle richieste inoltrate. Secondo la legge italiana, il rappresentante di lista è la figura incaricata di assistere alle operazioni di voto e di scrutinio, per conto di un partito o di un comitato coinvolti nella consultazione. Chi ricopre questo ruolo può votare nel seggio dove la funzione è svolta, presumibilmente il più vicino possibile al domicilio temporaneo, evitando di doversi recare presso il Comune di residenza. Si tratta comunque di un rattoppo parziale, che non potrebbe soddisfare le richieste di tutti i fuorisede. In Italia si contano infatti 60mila seggi, quindi nel caso del referendum un massimo di 120mila rappresentanti. Praticamente il 2,4% dei 5 milioni di fuorisede attuali.
È morto all’età di 86 anni Paolo Cirino Pomicino, esponente campano della Democrazia Cristiana più volte ministro a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Pomicino iniziò la sua attività politica nel 1970, diventando poi uno dei più stretti alleati del sette volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Sul finire del Millennio, Pomicino è stato condannato nell’ambito dell’inchiesta Mani Pulite, per finanziamento illecito ai partiti. Nel 2002 ha patteggiato per corruzione, nel processo fondi neri dell’ENI.
In Alto Adige, nella Val Ridanna, una valanga ha travolto 25 persone, munite di dispositivo di localizzazione ARTVA. Sul luogo dell’incidente, a circa 2400 metri di altitudine, sono intervenuti 80 soccorritori, supportati da sei elicotteri. È di due morti, tre feriti gravi e due feriti lievi il bilancio della valanga che ha travolto gli scialpinisti. Lo comunica la Centrale di emergenza di Bolzano.
È stata depositata alla Corte Suprema di Cassazione una proposta di legge d’iniziativa popolare che mira a introdurre sul territorio nazionale il divieto di utilizzo delle gabbie per tutte le specie allevate. A sostenere l’iniziativa, presentata lo scorso 12 marzo insieme a The Good Lobby, è la campagna “Gabbie Vuote” di Essere Animali, che si pone la finalità di raccogliere almeno 50.000 firme entro settembre. L’obiettivo primario è quello di chiedere formalmente al Parlamento italiano di avviare un percorso legislativo sulla materia, sulla scia di quanto già fatto da altri Stati membri dell’UE negli ultimi anni.
I dati fotografano una realtà imponente: nel nostro Paese si contano infatti oltre 40 milioni di animali rinchiusi in gabbia, tra cui più di 17 milioni di galline ovaiole, 13 milioni di conigli, quasi 600.000 scrofe, 1,5 milioni di vitelli e 8 milioni di quaglie. I promotori dell’iniziativa – appoggiata anche da varie personalità della società civile, come l’atleta olimpionico Riccardo Bugari e la fumettista Zuzu – spiegano che negli allevamenti intensivi il confinamento in spazi ristretti impedisce agli animali di esprimere comportamenti naturali fondamentali come muoversi senza costrizioni, nidificare, scavare o socializzare in modo adeguato. Ne conseguono stress cronico, frustrazione e patologie fisiche – in primis lesioni e fragilità ossea – fenomeni ampiamente documentati dai pareri scientifici dell’Autorità per la Sicurezza Alimentare in Europa (EFSA). Il percorso verso l’abolizione delle gabbie conosce una storia recente complessa. Tra il 2018 e il 2020, l’Iniziativa dei Cittadini Europei End the Cage Age raccolse 1,4 milioni di firme per chiedere il divieto su scala europea. «Le loro richieste sono state tradite dalle istituzioni europee, che ancora non hanno avviato un percorso preciso, pubblico e trasparente per vietare in tutta l’UE questa pratica crudele», affermano i promotori, secondo i quali «in questa fase storica di incredibile stallo» è fondamentale che «le singole nazioni inviino segnali importanti verso un cambiamento urgente e necessario anche nel nostro Paese».
Molti Stati membri hanno già compiuto singoli passi avanti. Se nel 2012 la normativa comunitaria ha vietato le gabbie convenzionali per le galline ovaiole, Austria e Lussemburgo hanno esteso il divieto anche a quelle arricchite. La Svezia ha abbandonato le gabbie per le uova grazie a una transizione produttiva, mentre la Germania prevede un’eliminazione completa entro il 2026-2029. Francia, Repubblica Ceca e Slovenia hanno introdotto divieti progressivi. Per quanto riguarda le scrofe, la Svezia ha vietato tutte le gabbie già nel 1994, e altri Paesi come Danimarca, Austria, Finlandia e Paesi Bassi stanno seguendo la stessa direzione. In Italia, invece, a eccezione delle uova fresche – per le quali l’etichettatura è obbligatoria – risulta complesso sapere se un prodotto provenga da filiere cage-free (senza gabbia). Nel settore suinicolo, solo poche imprese hanno avviato la conversione e i relativi prodotti sono quasi interamente destinati all’esportazione: nessuno dei principali marchi di salumi e affettati propone sul mercato italiano articoli derivanti da scrofe allevate senza gabbie. Per i conigli la situazione è ancora più critica, con oltre il 90% degli animali allevati in gabbia.
Nonostante 9 italiani su 10 si dichiarino favorevoli all’abolizione delle gabbie negli allevamenti, in Italia il 35% delle galline da uova è ancora allevato con questo sistema. Una lunga serie di inchieste indipendenti – dal documentario Food for Profit alle numerose investigazioni condotte da associazioni animaliste, tra cui spicca Essere Animali – ha documentato criticità ricorrenti: animali ammassati in spazi angusti con evidenti segni di sofferenza e perdita del piumaggio; carcasse lasciate a decomporsi nelle gabbie, con conseguenti rischi igienico-sanitari; procedure di abbattimento non conformi e trasporti violenti che aggravano la fragilità ossea causata dalla selezione artificiale. Tutti sintomi di un sistema intensivo basato sull’iper-produzione che favorisce grandi aziende, marginalizza le piccole imprese e impone costi ambientali e sanitari alla collettività. L’organizzazione Greenpeace, insieme a una coalizione di associazioni, propone la legge “Oltre gli allevamenti intensivi” come strada per ridurre il numero di animali allevati, bloccare l’espansione degli impianti intensivi e avviare una transizione verso modelli a minor impatto.
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