mercoledì 18 Febbraio 2026
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Rimpatri e “modello Albania”: il Parlamento UE approva la stretta sui migranti

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La Fortezza Europa alza ulteriormente le proprie barricate esterne. L’Europarlamento ha infatti approvato una nuova stretta sulla gestione della migrazione, che allarga la lista dei Paesi “sicuri”, facilitando le pratiche di respingimento ed espulsione. Allo stesso tempo, sono state aggiornate le norme sui cosiddetti Paesi terzi sicuri. Gli Stati europei potranno ora più agilmente spedirvi i richiedenti asilo, anche nel caso in cui questi non abbiano alcun legame con quel Paese, aprendo contemporaneamente la strada al “modello Albania” – ovvero alla costruzione, in questi Stati, di hub per la gestione della migrazione, su modello dell’accordo tra Roma e Tirana. Ad essere calpestati sono, ancora una volta, i diritti delle persone migranti, mentre il 2026 potrebbe potenzialmente già configurarsi come uno degli anni più letali per le persone che cercano di giungere ai nostri confini.

La nuova lista approvata dal Parlamento UE comprende ora anche Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. I cittadini provenienti da questi Paesi che presentino domanda di asilo potranno ora essere respinti o rimpatriati più rapidamente grazie a procedure semplificate, in caso non riuscissero a dimostrare di trovarsi in pericolo e di provare un fondato timore di persecuzione. In aggiunta a ciò, vengono approvati anche i nuovi criteri di definizione di Paese terzo. Un migrante potrebbe essere infatti spedito in un Paese terzo considerato “sicuro” dalla UE nel caso in cui: abbia non meglio specificati «legami culturali» con quel Paese, ne parli la lingua o vi sia presente un parente; esistano accordi bilaterali o multilaterali tra la UE e il Paese terzo per l’ammissione di richiedenti asilo (criterio che non si applica ai minori non accompagnati); la persona vi sia semplicemente transitata prima di giungere nella UE. Se sussiste una sola di queste condizioni, insomma, il migrante può essere respinto verso un Paese che non è nè quello in cui intendeva arrivare, nè tantomeno il proprio Paese di origine, ma una terza opzione considerata dall’UE la migliore. I due regolamenti dovranno ora essere adottati dal Consiglio e andranno a modificare il Patto su migrazione e asilo adottato dal Parlamento ad aprile 2024, che entrerà in vigore a partire dal 12 giugno di quest’anno.

Paesi sicuri solo sulla carta

In generale, l’UE definisce «sicuro» un Paese dove non ci sono persecuzioni, rischio di tortura e trattamenti inumani o degradanti, dove sia garantito lo Stato di diritto e una protezione effettiva dei diritti fondamentali. La Tunisia, tanto per citare uno tra i Paesi inseriti nell’elenco di quelli sicuri, sfugge del tutto a questa definizione. Certo, trattandosi di uno dei principali punti di partenza verso l’Europa del Mediterraneo, è uno dei Paesi con i quali l’UE si è premurata di sottoscrivere accordi per il controllo della migrazione, sulla scia di quanto fatto alcuni anni prima con la Libia. Solamente nel mese di gennaio 2026, dalle coste Tunisia sono partite in gran fretta un numero imprecisato di imbarcazioni, cariche di migranti che, secondo testimoni e ONG, stavano cercando di sfuggire in fretta ai rastrellamenti sempre più frequenti da parte delle autorità tunisine. Nel pieno del viaggio, tuttavia, le imbarcazioni si sono scontrate con l’uragano Harry e nessuna di esse è arrivata alle nostre coste. Il numero accertato di dispersi, al 24 gennaio, è di 380 persone, cifra che include anche donne e bambini molto piccoli. Tuttavia, si stima che siano oltre mille le persone uccise dalla furia del mare e dai ritardi nelle operazioni di soccorso, in una delle più grandi tragedie del bacino mediterraneo degli ultimi decenni.

I motivi per i quali, nonostante il pericolo, le persone hanno scelto comunque di partire sono da anni documentati da video, foto, report, testimonianze, articoli e molto altro materiale, che interroga la scelta di definire la Tunisia un Paese sicuro. Le testimonianze parlano di raid della polizia che brucia gli accampamenti dei migranti, deportazioni nel deserto (che d’altronde, secondo inchieste giornalistiche, avvengono grazie a fondi e mezzi forniti dall’UE), stupri, pestaggi e uccisioni deliberate che si ripetono giorno dopo giorno. Amnesty International riporta come, dalla rielezione di Kais Saied, le autorità abbiano aumentato la persecuzione nei confronti non solo dei migranti, ma anche dei cittadini che esprimono dissenso, degli oppositori politici, di giornalisti, difensori dei diritti umani e ONG, oltre che tentato di ostacolare il lavoro indipendente della magistratura e lo Stato di diritto. Allo stesso modo, è critica la scelta di definire Paese sicuro l’Egitto, dove il regime di al-Sisi ha più volte violato gli obblighi previsti dalla Convenzione contro la tortura tra uccisioni di massa dei manifestanti, detenzioni in condizioni disumane con sistematiche pratiche di tortura, dove i dissidenti politici vengono detenuti e uccisi e dove le condanne a morte dopo sommari processi di massa sono all’ordine del giorno. «Questo elenco è uno strumento per negare l’accesso alla protezione e legittimare la violenza e la persecuzione in questi Paesi», scrivono decine di organizzazioni in un appello congiunto.

L’inganno dei numeri

Lo scorso 15 gennaio, l’Agenzia per il controllo delle frontiere UE Frontex ha diffuso i dati secondo i quali il numero degli ingressi irregolari nel continente sarebbe diminuito del 26%, ovvero di circa 178 mila persone. Il risultato è dovuto agli accordi bilaterali o multilaterali siglati con Paesi esterni, ma anche a maggiori controlli di polizia e di guardie costiere alla frontiera, cui (come nel caso dell’Italia con la Libia) i Paesi UE forniscono mezzi, droni ed ogni sorta di equipaggiamento. I numeri puri, tuttavia, nascondo le vicende di esseri umani in carne ed ossa e il costo del raggiungimento dei traguardi percentuali. Come fa notare il progetto Melting Pot, ad essere escluso dai dati ostentati da Frontex è il costo alle frontiere che permette questo “risultato”, tra violazione di diritti, omicidi, torture, compravendita di esseri umani e violenze di ogni genere. Sui numeri poi pesa anche la delocalizzazione delle procedure (il “modello Albania”, per l’appunto), grazie alla quale le domande di asilo sono gestite all’esterno dei confini europei.

Nel frattempo, la storia insegna che erigere barricate con cecchini armati non ha mai fermato i flussi di persone in cerca di una vita migliore, perseguitati alle frontiere per via di un “reato” amministrativo – ovvero la mancanza di un documento. Frontex stessa ammette che la situazione alle frontiere rimane «incerta», perchè «la pressione migratoria» si sposta rapidamente «da una rotta all’altra». Spesso più lunga e più pericolosa.

Canada, strage in una scuola: almeno 9 morti

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In Canada una persona ha aperto il fuoco all’interno di una scuola a Tumbler Ridge, cittadina della Columbia Britannica. Nel bilancio provvisorio della sparatoria si contano 9 morti e 27 feriti,  due dei quali versano in gravi condizioni. L’assassino, di cui la polizia non ha ancora reso nota l’identità, si è suicidato prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. Non è stata diffusa alcuna ipotesi sulle motivazioni della strage.

Amazzonia, le proteste indigene fermano il corridoio della soia sul fiume Tapajós

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Tapajós, Brasile, fiume, Amazzonia

Il governo brasiliano ha annunciato la sospensione del progetto di dragaggio del fiume Tapajós, uno dei principali affluenti dell’Amazzonia, dopo settimane di proteste guidate da comunità indigene della regione. La decisione rappresenta una battuta d’arresto per uno dei corridoi strategici dell’export agricolo del Paese e mette nuovamente in luce il conflitto tra sviluppo infrastrutturale e diritti delle popolazioni native.
Le mobilitazioni sono iniziate il 22 gennaio nello stato amazzonico del Pará, quando centinaia di manifestanti hanno bloccato l’accesso al terminal di Santarém gestito dall...

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Guinea, sparatoria nei pressi di una prigione

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Nel pomeriggio di oggi, martedì 10 febbraio, è scoppiata una sparatoria nei pressi della prigione centrale di Conakry, la capitale della Guinea. Dalle ricostruzioni non risulta ancora chiaro chi abbia sparato o cosa abbia innescato gli spari. Contattate da agenzie internazionali, le autorità del Paese non hanno rilasciato dichiarazioni. Testimoni locali riportano di aver visto diversi pick-up militari con a bordo forze di sicurezza armate e un mezzo blindato con mitragliatrice, schierati nel distretto amministrativo centrale della città. La prigione non è nuova a questo genere di assalti: nel novembre del 2023, un commando armato aveva attaccato la struttura, permettendo una breve fuga dell’ex presidente guineano, Moussa Dadis Camara.

La macabra inchiesta sugli italiani che facevano i cecchini per divertimento in Bosnia

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L’ultimo aggiornamento di cronaca è di ieri: un uomo di ottant’anni di Pordenone, Giuseppe Vegnaduzzo, è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Milano con l’accusa gravissima di essersi recato a Sarajevo durante gli anni dell’assedio cittadino (1992-1995) per sparare per divertimento sui civili. L’indagato, per ora, nega ogni addebito, ma c’è chi giura di averlo sentito vantarsi pubblicamente delle sue “imprese”. A ogni modo, questo sarebbe solo il tassello di un quadro molto più ampio su cui indaga la procura meneghina, che si concentra sulle testimonianze e le ricostruzioni che descrivono vere e proprie spedizioni in cui soggetti stranieri avrebbero pagato al fine di essere portati in posizioni controllate dalle truppe serbo-bosniache per sparare contro obiettivi civili. Come fosse uno sport.

L’indagine sui cosiddetti “cecchini del weekend” ha ufficialmente avuto inizio nel 2025, ma si è intensificata nelle ultime settimane. L’accusa principale contestata al primo iscritto nel registro degli indagati è di omicidio volontario continuato, aggravato da motivi abietti. I pubblici ministeri sono al lavoro nella verifica di spostamenti, acquisti di ticket di viaggio e timbri di passaporto risalenti agli anni Novanta. La finalità è quella di attestare se si tratti solo di casi isolati o di un sistema organico che prevedeva rotte organizzate, con network di connivenza e mediatori locali. È però molto complesso per i magistrati mettere mano agli accertamenti, sia per la distanza temporale dai fatti oggetto dell’inchiesta sia per l’esaurirsi delle tracce materiali.

Testimonianze e reportage balcanici – a partire dal documentario del regista sloveno Miran Zupanič intitolato «Sarajevo Safari» – hanno fornito il terreno probatorio che ha riacceso il caso. Il quadro narrativo che emerge dalle rivelazioni raccolte in più inchieste è agghiacciante: sopravvissuti e testimoni locali raccontano di squadre straniere scese nelle colline attorno a Sarajevo per ricevere indicazioni e “posti” dove sparare, con la complicità o l’apertura di elementi delle forze d’assedio. Addirittura, nel reportage di Zupanič sono state fatte riemergere testimonianze di ex combattenti e civili che descrivono un fenomeno inquietante, con visite organizzate, intermediazioni locali e perfino tariffe prestabilite per colpi contro donne, anziani e bambini.

Tali racconti hanno portato giornalisti e attivisti italiani — tra cui lo scrittore Ezio Gavazzeni — a presentare esposti per sollecitare l’avvio di accertamenti giudiziari. Le indagini milanesi hanno preso slancio in particolare grazie alle testimonianze di una donna che ha parlato di Vegnaduzzo come di un uomo violento, appassionato di armi, vicino all’estrema destra e solito vantarsi pubblicamente delle sue azioni. La donna avrebbe infatti riferito dei raccapriccianti racconti riferiti all’esperienza di Sarajevo, in cui l’uomo si vantava della “caccia” effettuata. Ieri Vegnaduzzo è stato sottoposto a interrogatorio: rispondendo alle domande dei pm milanesi, non ha soltanto negato di aver preso parte alle uccisioni dei civili tra il ’92 e il ’95, ma ha anche sostenuto di non avere mai messo piede nella città bosniaca. Vedremo come si svilupperò l’inchiesta.

Al netto di quelle che saranno le risultanze penali su specifici soggetti, è opportuno ricordare come l’oggetto dell’inchiesta non rappresenti una novità nel dibattito storico-giuridico sui massacri di Sarajevo: basti pensare che, come ricorda OBC Transeuropa, le prime informazioni su tali attività erano apparse già sulla stampa italiana all’inizio del 1995 e poi, nella Primavera dello stesso anno, in un articolo pubblicato in prima pagina su Oslobođenje, il più antico quotidiano della Bosnia Erzegovina. Non mancano, ovviamente, smentite e resistenze rispetto a indagini che proseguono senza sosta, con soggetti citati all’interno delle ricostruzioni testimoniali e giornalistiche – spesso interi gruppi di veterani – che negano ogni addebito e la veridicità delle ricostruzioni che li tirano in ballo.

L’assedio di Sarajevo, il più lungo mai registrato di una capitale europea dalla Seconda guerra mondiale, si protrasse per oltre tre anni, nel periodo compreso tra l’aprile del 1992 e il dicembre del 1995. Il fenomeno collocò la città in una cornice di sistematica violenza contro la popolazione civile, con colpi di artiglieria sui mercati e sui quartieri residenziali, sanguinari checkpoint e attacchi mirati con cecchini che trasformarono strade e piazze in “Sniper Alley”. Tale scenario provocò una vera e propria paralisi sociale. Le ricerche demografiche e i dossier giudiziari indicano migliaia di morti e feriti tra i civili durante la fase dell’assedio, con stime aggregate e liste di vittime raccolte per procedimenti internazionali. L’assedio provocò un’emergenza umanitaria: centinaia di migliaia di persone divennero dipendenti dall’assistenza internazionale e si registrò una diffusione di abusi – detenzioni arbitrarie, omicidi mirati e trattamenti inumani – denunciati da organizzazioni dei diritti umani.

USA e Azerbaigian firmano un accordo di partenariato strategico

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Gli Stati Uniti e l’Azerbaigian hanno firmato un accordo di partenariato strategico per promuovere la cooperazione nei settori della difesa, dell’IA e della sicurezza energetica. La firma è avvenuta oggi a Baku, capitale azera, in occasione di una visita del vicepresidente statunitense J.D. Vance. Essa arriva durante il tour di Vance nella regione; ieri, è passato anche dall’Armenia, dove ha firmato un accordo che potrebbe aprire la strada alla costruzione di una centrale nucleare da parte degli Stati Uniti.

Italia in cammino: la legge per superare il turismo di massa e riscoprire borghi e natura

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C’è un’Italia che non si vede dai finestrini dell’alta velocità né dalle vetrine delle città d’arte: è quella dei sentieri, delle strade bianche, dei borghi sospesi tra le colline e le montagne. Un Paese che si attraversa a respiro lento, dove il tempo si misura in passi percorsi e saluti ricevuti dai viandanti che si incontrano. È a questa Italia che guarda la proposta di legge sui Cammini, un tentativo di trasformare il turismo slow in una vera infrastruttura nazionale, capace di unire i territori fuori dalle rotte più frequentate, valorizzando i paesaggi e le comunità locali e ridisegnando il modo in cui viaggiamo.

La proposta punta a riconoscere ufficialmente i Cammini come una rete strategica per lo sviluppo sostenibile del Paese, superando la frammentazione che oggi caratterizza molti itinerari. L’idea è quella di istituire un sistema nazionale con criteri comuni di segnaletica, sicurezza, accoglienza e manutenzione, accompagnato da una banca dati pubblica e aggiornata. Un’infrastruttura leggera, fatta di sentieri e ospitalità diffusa, ma con un potenziale economico e culturale tutt’altro che marginale.

Negli ultimi anni il turismo lento ha registrato una crescita costante: sempre più viaggiatori scelgono di attraversare l’Italia a piedi o in bicicletta, alla ricerca di esperienze autentiche, lontane dalle rotte affollate delle grandi città. I cammini storici e spirituali, da quelli francescani alla Via Francigena, hanno dimostrato che il passaggio dei viandanti può riattivare economie locali, sostenere piccole attività e riportare vita in borghi altrimenti destinati allo spopolamento.

La nuova legge, che prevede un investimento di 5 milioni di euro nel triennio 2026-2028, prova a fare un passo ulteriore: non limitarsi a valorizzare singoli itinerari, ma costruire una visione organica, capace di collegare territori diversi sotto un’unica rete riconoscibile. Un progetto che, se attuato con risorse adeguate e coinvolgendo davvero le comunità locali, potrebbe trasformare i cammini in uno degli assi portanti del turismo italiano del futuro.

In Italia si stimano oltre 160 cammini strutturati, distribuiti lungo tutta la penisola tra Alpi, Appennini e aree interne, in una rete che collega borghi, parchi e antiche vie di pellegrinaggio. Secondo il dossier nazionale sui cammini di Terre di Mezzo, nel 2024 si sono messi in viaggio quasi 200mila camminatori, generando oltre 1,4 milioni di pernottamenti e confermando una crescita costante del turismo lento. Il fenomeno è ancora più ampio se si considerano gli appassionati: in Italia si stimano circa 3,6 milioni di persone interessate al turismo a piedi, tra chi lo pratica già e chi vorrebbe farlo. I percorsi più frequentati restano quelli ormai diventati veri e propri “classici”: in testa c’è la Via degli Dei, l’itinerario tra Bologna e Firenze, percorsa dal 28% dei camminatori, seguita dalla Via Francigena, che raccoglie circa l’8% dei viaggiatori. Si tratta di cammini accessibili, ben segnalati e dotati di una rete di accoglienza consolidata, elementi che spiegano la loro popolarità rispetto a itinerari più recenti o meno strutturati.

Dal dossier è possibile ricavare anche una sorta di identikit del camminatore, un profilo sempre più vario e trasversale. L’età media si colloca tra i 40 e i 60 anni, ma cresce con decisione la presenza degli under 30, segno che i cammini stanno attirando anche le generazioni più giovani. Dal punto di vista del genere, le donne sono leggermente in maggioranza: rappresentano il 51% dei camminatori, contro il 49% degli uomini. La maggior parte dei camminatori è italiana, ma aumenta la presenza straniera, che ha raggiunto il 18% del totale, soprattutto da Germania, Francia e Stati Uniti, mentre l’esperienza tipica dura tra i tre e i sette giorni, con un numero crescente di persone che percorre interi itinerari a tappe. Per il pernottamento si scelgono soprattutto agriturismi, B&B e strutture religiose, mentre le motivazioni principali restano la ricerca di natura, benessere, cultura e spiritualità.

Il dato che dovrebbe far ragionare è che in Spagna, nel solo e celeberrimo cammino di Santiago, i pellegrini nel 2024 sono stati 300mila. Ma il nostro Paese, con la sua biodiversità da record, cibi deliziosi declinati Regione per Regione e spettacoli naturali mozzafiato, deve solo raccontarsi al mondo, per fare in modo che i suoi sentieri diventino un’alternativa credibile alle mete sovraffollate e alle rotte già consumate dal turismo di massa. Per ora c’è un piccolo sentiero, percorso col passo incerto, che però potrebbe diventare una vera e propria strada per il futuro del turismo italiano, che potrebbe passare sempre meno da grandi eventi e mega strutture, per scegliere sentieri silenziosi, zaino in spalla e passi lenti.

Morti, feriti e incidenti: tutti i danni della stagione di caccia

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caccia danni stagione venatoria

Ogni anno la stagione di caccia riapre gli stessi interrogativi: un’attività armata praticata in campagne, boschi e colline attraversati da escursionisti, residenti e animali domestici, dove il confine tra spazio venatorio e vita quotidiana resta spesso labile. Non è solo una questione etica o ambientale, ma anche di sicurezza: ogni stagione lascia dietro di sé un bilancio di morti, feriti e casi che coinvolgono persone estranee alla caccia.

L’ultima stagione venatoria si è chiusa con numeri in calo rispetto all’anno precedente per incidenti e morti: è il quadro che emerge dal report dell’Università di Urbino, che parla di una diminuzione degli episodi gravi legati all’attività di caccia tra l’autunno 2025 e l’inverno 2026. Ma dietro la narrazione del miglioramento si apre un’altra lettura, radicalmente opposta. Le associazioni animaliste contestano la caccia come un problema strutturale che continua a colpire non solo i cacciatori, ma anche passanti, escursionisti, residenti delle aree rurali e animali domestici.

Così, mentre il mondo venatorio rivendica un trend positivo, il bilancio della stagione si trasforma in un confronto tra letture opposte: da una parte lo studio accademico che segnala un calo degli incidenti, dall’altra i dossier indipendenti che denunciano una scia costante di vittime. E al centro dello scontro restano le stesse domande di sempre: quanto è davvero sicura la caccia in Italia e chi paga il prezzo di questa attività?

«Durante la stagione venatoria 2025-2026 (periodo che va dal 1° settembre 2025 al 31 gennaio 2026) gli incidenti strettamente attribuibili alla pratica venatoria sono stati 45, un numero notevolmente inferiore rispetto ai 62 della stagione precedente, con un trend di costante diminuzione negli ultimi cinque anni, che ha portato a dimezzare gli episodi», spiega infatti un comunicato dell’Università, puntualizzando che i morti sono stati 8 e che i numeri sono stati «filtrati degli episodi legati a malori, cadute, atti intenzionali o illeciti».

Ma basta spostare il punto di osservazione perché la fotografia diventi più fosca. L’Associazione Vittime della Caccia (AVC), nel dossier 2025/2026, parla di 46 incidenti, uno in più dell’Università, spiegando però che il dato allarmante «è il rapporto tra vittime tra i cacciatori e le persone estranee. Dai grafici emerge una sproporzione grave: a fronte di 33 cacciatori vittime di se stessi, si registrano 13 vittime totalmente estranee all’attività venatoria». Secondo l’associazione: «Anche quest’anno, la cronaca non ha risparmiato eventi nefasti: morti, feriti, abusi, reati e comportamenti pericolosi legati all’uso delle armi da caccia, che coinvolgono non solo i cacciatori stessi ma, in misura sempre più allarmante, persone che con la caccia non hanno niente a che fare».

Anche perché gli aspetti da considerare sono vari, come ad esempio il ferimento di animali domestici, o sinantropi e cioè quelli che, pur non essendo addomesticati, vivono in stretta associazione con l’uomo. L’associazione denuncia 32 episodi raccolti, in una cronologia di casi eterogenei: non solo animali colpiti da armi da fuoco durante l’attività venatoria, ma anche cani da caccia morti in dirupi o pozzi, episodi di avvelenamento, minacce armate e situazioni di maltrattamento o abbandono.

Mentre in Parlamento è in corso la revisione della legge 157 del 1992, il principale testo che regola la caccia in Italia, AVC sostiene che: «I numeri di questo dossier impongono una scelta non più rinviabile: continuare a tollerare un’attività armata pericolosa e sempre più pervasiva o intraprendere un cambio di rotta fondato su un’etica della vita, a tutela delle persone, degli animali e dei territori, nella sicurezza collettiva». La proposta sostenuta dal governo punta a modificare diversi punti chiave: dalla gestione del territorio alla possibilità di ampliare tempi, specie cacciabili e forme di esercizio venatorio. Tra le misure discusse ci sono l’allentamento dei limiti su periodi e aree di caccia e il ritorno di pratiche come i richiami vivi. Il testo, presentato come una modernizzazione della normativa, è però al centro di forti critiche da parte delle associazioni ambientaliste, che parlano di un indebolimento delle tutele per la fauna e per la sicurezza nei territori.

Nel frattempo, la Legge di bilancio 2026 ha già modificato un punto chiave: le aziende faunistico-venatorie, finora previste come strutture senza scopo di lucro, potranno essere autorizzate anche come vere e proprie imprese. La riforma consente quindi attività di caccia organizzata con finalità economiche su aree composte soprattutto da terreni privati, inclusi nelle aziende di caccia attraverso atti amministrativi regionali. Secondo l’Associazione Vittime della Caccia, questo passaggio trasformerebbe un regime speciale nato per la gestione faunistica in uno strumento a vantaggio di interessi privati, con possibili profili di incostituzionalità legati alla proprietà, alla tutela dell’ambiente e alle competenze tra Stato e Regioni.

Proteste in Senegal, muore uno studente

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Uno studente senegalese è morto durante un moto di proteste scoppiato per il mancato pagamento degli aiuti finanziari all’università di Dakar. A dare l’annuncio è il governo, ma non sono ancora chiare le circostanze della sua morte; video non verificati che circolano online mostrano quello che viene descritto come l’edificio universitario in fiamme, e un gruppo di persone che prova a salvarsi dall’incendio uscendo dalle finestre; una di queste perde l’equilibrio e precipita. Le proteste sono scoppiate circa una settimana fa per contestare il ritardo nei pagamenti degli stipendi e hanno portato a violenti scontri con le forze dell’ordine.

Il manifesto del nuovo partito di Vannacci è pieno di richiami evidenti al fascismo

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Le sue simpatie verso il fascismo non le aveva mai nascoste, con rimandi alla Xª Flottiglia MAS, frasi su Mussolini – giudicato come uno «statista», o sulla marcia su Roma – definita una semplice «manifestazione di piazza». Eppure, con il manifesto del suo nuovo partito, Futuro Nazionale, l’ex generale Roberto Vannacci fa un passo in più: il testo è denso sin dal suo esordio di richiami più o meno evidenti all’ideologia del Ventennio. A partire da sigla e logo del partito, per passare da nostalgici cenni ai fasti dell’Impero romano, fino ad arrivare alla scelta dell’anagramma Vitale” per comporre i punti fermi del programma, un richiamo che a molti può sfuggire ma che rappresenta un chiaro e difficilmente involontario riferimento alla mistica e all’ideologia fasciste. Fino ad arrivare a passaggi del programma che mettono apertamente lo stato di diritto proprio delle democrazie in secondo piano, come quello in cui si afferma che famiglia, tradizione e patria vengono prima di tutto, «anche del diritto».

Nome, Logo e introduzione del Manifesto

La nascita di Futuro Nazionale è stata annunciata qualche giorno prima della scissione di Vannacci con la Lega. Il logo del partito, dalla forma circolare, si presenta con un rimando alla fiamma tricolore (storico simbolo dell’MSI, partito che nacque dalle ceneri del fascismo nell’immediato dopoguerra, il cui simbolo è ancora presente in piccolo sullo stemma del partito della premier Meloni, Fratelli d’Italia), e con il nome del partito scritto per intero in bianco su sfondo blu; è curioso notare come FN (le iniziali del partito) sia una sigla storicamente vicina all’estrema destra italiana: fu già sigla di Forza Nuova e del Fronte Nazionale, il partito di Junio Valerio Borghese, comandante della X° MAS tanto cara a Vannacci e fascista della prima ora, autore del noto golpe Borghese; lo stesso Partito Nazionale Fascista aveva la sigla PNF. A chiudere il logo, in basso, la scritta “Vannacci” in giallo.

I richiami al fascismo sono presenti sin dall’incipit del manifesto di Futuro Nazionale. Si scorgono a partire dai toni trionfalistici con cui viene presentato il partito, che si propone di rappresentare un Paese «colmo di energia trattenuta, di forza compressa, talento umiliato, merito non riconosciuto, orgoglio ammansito, entusiasmo e passione che anelano di esplodere». Nel fascismo storico, i rimandi retorici all’eroismo e l’uso di espressioni cariche di pathos  erano particolarmente frequenti: come il testo di Vannacci, anche il Manifesto degli intellettuali fascisti pubblicato nel 1925 si apriva con un accenno a una Italia – quella precedente alla marcia su Roma – «stanca» («spossata», scriveva il manifesto fascista), impoverita, repressa, piena di un potenziale inespresso che aveva bisogno di esplicitarsi. Il rimando più evidente al fascismo, tuttavia, sta nell’utilizzo della parola “vitale”, lanciata sin dalle prime righe del manifesto di Futuro Nazionale.

L’intero manifesto ruota attorno al termine “vitale”: «La mia Destra è VITALE perché è innamorata della Vita ed è protesa verso il futuro», scrive Vannacci. Il generale elenca così l’insieme di valori  che intende promuovere con il proprio partito, utilizzando la parola “vitale” come acronimo (Virtù, Identità, Tradizioni, Amore, Libertà, Eccellenza ed Entusiasmo). La scelta del termine non pare casuale: il “vitalismo” è infatti una corrente filosofica che è stata centrale per il fascismo. Per semplificare, il vitalismo è una dottrina che pone la vita al centro intendendola come impulso primordiale, slancio irrazionale, energia creatrice, lontana dalle idee di razionalismo, positivismo e materialismo. Correnti artistiche spesso associate al fascismo come il Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti o pensatori dell’universo esoterico fascista come Julius Evola riprendono questi concetti applicandoli all’arte e alla filosofia.

Certi lati del vitalismo vengono ripresi dagli stessi filosofi di punta del fascismo, e trovano uno sfogo nel fascismo inteso come dottrina politica: «Non c’è concetto dello Stato che non sia fondamentalmente concetto della vita», scriveva Giovanni Gentile ne La Dottrina del Fascismo. «Così il fascismo non si intenderebbe in molti dei suoi atteggiamenti pratici, come organizzazione di partito, come sistema di educazione, come disciplina, se non si guardasse alla luce del suo modo generale di concepire la vita. Modo spiritualistico». Con tale idea, il fascismo rifuggiva la concezione di «mondo» liberale, caratterizzato dall’individualismo: «L’uomo del fascismo», al contrario, «è individuo che è nazione e patria». L’individuo nel fascismo si identifica con lo Stato e lo Stato esprime «la realtà vera dell’individuo»: da questa concezione filosofica, la dottrina fascista fa derivare gli ideali di esaltazione della Patria, sacrificio, tradizione, culto del passato, esaltazione della libertà personale e, in un secondo momento, sarà capace di aprire le porte alle leggi razziali, inizialmente assenti nell’ideologia di partito.

L’anagramma di “Vitale”: “Virtù” e “Identità”

Per quanto il manifesto di Futuro Nazionale non si possa dire concettualmente sofisticato come la filosofia gentiliana, pare difficile immaginare che Vannacci ignori del tutto l’importanza che le idee vitaliste hanno rivestito nella dottrina fascista; anche perché lo stesso anagramma della parola “vitale” riprende molti dei concetti tipici del fascismo: la “V” di “Virtù” richiama «coraggio, forza, dovere, spirito di sacrificio, iniziativa, determinazione, passione, memoria», replicando gli ideali di eroismo, potenza e sacrificio accennati precedentemente; la “I” di “Identità” rilancia la «Patria», affermando con scarsi riferimenti storici che «l’Italia è il Paese più bello e più rilevante della storia mondiale». In questo paragrafo, Vannacci richiama il grande passato dell’Italia geografica, in quella retorica di radicazione dell’identità nazionale nella gloria del passato tipica del fascismo: «Qui è nato l’Impero Romano; qui i popoli del Mediterraneo sono stati uniti; qui la religione di Cristo ha posto il proprio centro».

Restando sul paragrafo sull’Identità vi è quello che pare il più esplicito rimando ideologico al fascismo, seppur scritto prendendo in prestito una frase da De Gaulle: «Viene prima l’Italia, poi lo Stato e le Istituzioni, che devono esserne al servizio, e infine, fintanto che gli interessi di questi due soggetti sono salvaguardati, il Diritto». Con tali parole, De Gaulle – che il fascismo lo aveva combattuto – intendeva dire che il Diritto non può esistere senza che esista uno Stato, ossia che l’istituzione lo precede in quanto condizione necessaria, e che per tale motivo va salvaguardata; Vannacci, invece, pare suggerire che esso sia subordinato alla presunta “identità italiana”, alla «Patria» di cui parlava all’inizio del paragrafo. L’esaltazione dello Stato e dell’Italia – posta prima di tutto – è forse uno degli aspetti più centrali del fascismo politico, e poggia su quell’idea per cui l’individuo si identifica con lo Stato, assumendo una forma che lo stesso fascismo definiva «religiosa».

I richiami al fascismo  procedono in maniera più o meno esplicita lungo il corso di tutto il testo: anche la “T” di “Tradizione” rimanda trionfalmente al passatoitaliano”, dove affondano «le radici della cristianità, del diritto romano, della filosofia greca, dell’eroismo romano-germanico che diede vita al Sacro Romano Impero», e promuove la «remigrazione». La “A” di “Amore” poggia sulla centralità della famiglia, e sulla italianità degli italiani: «Chiunque venga in Italia a lavorare sarà rispettato ma non per questo diventerà italiano». La “L” di Libertà esaspera la libertà personale e ne risolve il concetto in una libertà della difesa della proprietà privata, arrivando ad affermare che «se violi la mia casa o mi aggredisci per la strada rischi la vita: la difesa è sempre legittima». Il manifesto chiude con una ammissione: «la mia destra […] non è moderata», scrive Vannacci interamente in maiuscolo. «La mia destra è vera, coerente, identitaria, forte, orgogliosa, convinta, entusiasta, pura e contagiosa». Una identità che si nutre anche di richiami evidenti all’ideologia politica del ventennio mussoliniano.