Un gruppo di hacktivisti che si fa chiamare “Dipartimento della Pace” ha messo mano a piú di 6.000 contratti siglati dall’antimmigrazione (l’ICE) e dal Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti con entità di vario tipo, tra cui aziende private, agenzie governative e almeno una dozzina di università. Tra i nomi d’alto profilo emersi figurano Anduril, HBGary, L3Harris, Microsoft, Oracle, Palantir e Raytheon.
Cipro, le basi britanniche di Akrotiri sotto attacco: l’isola paga la scelta atlantica
CIPRO – L’attacco iraniano con droni provenienti dal Libano contro la base britannica di Akrotiri e i due missili che il governo di Londra sostiene di aver intercettato sulla costa meridionale della Repubblica di Cipro hanno scioccato tutti sull’isola. Il governo in carica, una coalizione di centro-destra guidata dal liberale Nicos Christodulides, ha atlantizzato Cipro, aprendo alla presenza americana e costruendo un asse di ferro con Grecia e Israele, anche a costo di sacrificare i rapporti con la metà turco-cipriota che vive nel nord occupato. Ora, dopo due anni focalizzati su investimenti, mercati e rottura della tradizionale neutralità della Repubblica riconosciuta, quella greco-cipriota, è arrivato il conto: «Il governo in carica ha rotto quell’equidistanza che un Paese piccolo e diviso come il nostro dovrebbe mantenere in una regione turbolenta come questa, trasformandoci in una rampa per gli interessi dell’Occidente nella regione. E in bersagli» ha dichiarato a L’Indipendente Nicos Trimikliniotis, docente di diritto e sociologia all’Università di Nicosia.
«Cipro è passata indenne attraverso guerre e crisi regionali in Medio Oriente; anzi, ne ha spesso tratto beneficio ospitando banche e capitali in fuga. Ma questa volta è diverso. Una situazione di emergenza come questa, dal 1974, dai tempi dell’invasione turca, nessuno la ricorda», dice ancora Trimikliniotis. Ma il problema più grande riguarda i rapporti con le SBA, le Sovereign Base Areas britanniche: quella di Akrotiri è la più grande base della RAF (Royal Air Force) fuori dal Regno Unito e, insieme alla zona di Dhekelia, copre circa il 3% del territorio cipriota che la Gran Bretagna trattenne dopo la decolonizzazione. «Non solo gli inglesi hanno mentito, sostenendo di non svolgere alcuna attività militare nelle SBA, ma hanno anche violato lo stesso regolamento delle basi», prosegue Trimikliniotis, citando una clausola che impone a Londra di consultare la Repubblica di Cipro qualora le basi vengano utilizzate da Paesi non appartenenti al Commonwealth: «Starmer ha annunciato di voler concedere l’uso delle basi agli alleati USA e solo allora il governo di Nicosia si è mosso. Ma nei due anni di bombardamenti su Gaza, quando aerei spia decollavano due o tre volte al giorno da Akrotiri, erano rimasti in silenzio. Come se non li riguardasse».
La situazione tesa ha provocato una reazione nella Repubblica secessionista del nord, che condivide con la base di Dhekelia una linea di confine: anche il presidente turco-cipriota Tufan Erhürman è stato duro con la controparte del sud. «L’avevamo detto. Sapevamo che sarebbe successo, prima o poi», ha scritto su Facebook riferendosi ai rischi rappresentati dalle attività delle basi britanniche sull’isola.
La Turchia è l’unico Paese della regione ad aver condannato, in qualche modo, l’attacco di USA e Israele e, in questo momento, agli occhi di molti – anche tra i greco-ciprioti – il 37% dell’isola controllato da Ankara, con circa 30mila soldati turchi stanziati, sembra paradossalmente la zona più sicura.
USA: Greenpeace a rischio bancarotta per le azioni contro una società fossile
L’organizzazione ambientalista Greenpeace è stata colpita da una durissima sentenza. Il tribunale distrettuale del North Dakota l’ha infatti condannata a pagare 345 milioni di dollari a Energy Transfer, colosso texano gestore dell’oleodotto Dakota Access. La cifra, pur ridotta rispetto ai 667 milioni inizialmente richiesti, rischia di mandare in bancarotta la ong, che ha già dichiarato di non poter far fronte a tale somma. Al centro della vicenda, le proteste del 2016-2017 contro l’infrastruttura petrolifera, durante le quali migliaia di attivisti, tra cui i nativi Sioux della riserva di Standing Rock, si opposero alla costruzione dell’oleodotto temendo la contaminazione delle proprie terre e fonti d’acqua. Greenpeace ha annunciato che chiederà un nuovo processo e, se necessario, presenterà ricorso alla Corte Suprema del North Dakota, impegnandosi in un’ulteriore battaglia legale che potrebbe rivelarsi decisiva per la sua sopravvivenza.
Greenpeace aveva adottato diverse strategie per opporsi alla costruzione dell’oleodotto. In primis, l’organizzazione aveva fornito supporto logistico e mediatico agli accampamenti di protesta allestiti a Standing Rock, dove gli attivisti vivevano in condizioni difficili per bloccare fisicamente l’avanzata dei lavori. Inoltre, Greenpeace ha diffuso informazioni sui rischi ambientali e sui diritti violati attraverso comunicazioni stampa, video e petizioni globali, chiedendo agli organi governativi di fermare il progetto e sostenendo cause legali in collaborazione con i Sioux di Standing Rock. Alcuni membri di Greenpeace e altri gruppi hanno partecipato a proteste che includevano il blocco delle attrezzature e l’ostruzione dei cantieri. Le manifestazioni sono culminate in episodi di repressione violenta da parte delle forze dell’ordine, con l’uso di gas lacrimogeni, proiettili di gomma e idranti. Le tensioni sono aumentate con l’elezione di Donald Trump, da sempre grande sponsor del progetto, che nel 2017 ne ha accelerato il completamento, annullando i blocchi imposti dall’amministrazione Obama.
Energy Transfer ha accusato Greenpeace di aver orchestrato le manifestazioni, sostenendo che l’ong avesse pagato i dimostranti e acquistato attrezzature per farli incatenare sul posto. L’avvocato della compagnia, Trey Cox, aveva chiesto una «sentenza esemplare» con l’obiettivo dichiarato di «dissuadere Greenpeace e altre organizzazioni dall’agire in modo simile in futuro». Le accuse mosse dall’azienda petrolifera riguardano i reati di diffamazione, danneggiamenti e violazione della proprietà privata. Greenpeace ha invece sempre risposto bollando tale iniziativa come una causa intimidatoria. Una prima causa intentata a livello federale era stata archiviata nel 2019, ma l’azione legale portata avanti nel tribunale del North Dakota è proseguita fino alla recente condanna, inizialmente fissata a 665 milioni di dollari e poi ridotta per un errore di calcolo relativo alla duplicazione di alcuni danni.
Nonostante tutto, Greenpeace rivendica la sua lotta e annuncia che la porterà avanti fino alla fine. «Esprimersi contro le aziende che causano danni ambientali non dovrebbe mai essere considerato illegale. È garantito dalla Costituzione degli Stati Uniti ed è essenziale per la tutela delle comunità e per la salute della democrazia» ha commentato Marco Simons, General Counsel ad interim di Greenpeace USA e Greenpeace Fund. «L’assurdità di questa sentenza può essere facilmente illustrata: Greenpeace è stata ritenuta responsabile per aver presumibilmente ritardato un oleodotto che, ancora oggi, non dispone dell’autorizzazione legale per operare e che in realtà è stato ritardato dalle decisioni del Corpo degli ingegneri dell’Esercito degli Stati Uniti. La sentenza include decine di milioni di dollari per aver firmato una lettera sottoscritta anche da altre 500 organizzazioni, che riprendeva affermazioni contenute in rapporti delle Nazioni Unite. Se i tribunali credono ancora nella giustizia, questa sentenza non potrà essere confermata».
Roma, corruzione negli appalti stradali: chiesti 38 rinvii a giudizio
La Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per l’imprenditore Mirko Pellegrini, detto “Mister Asfalto”, e altre 37 persone e società, nell’ambito di un’inchiesta su un presunto sistema corruttivo legato agli appalti per la manutenzione stradale. L’indagine, coordinata dall’aggiunto Giuseppe Cascini e dal pm Lorenzo Del Giudice, ipotizza un’associazione per delinquere finalizzata a pilotare gare pubbliche attraverso società intestate a prestanome. Contestati, a vario titolo, corruzione, turbativa d’asta, frode, bancarotta e trasferimento fraudolento di valori. Pellegrini è accusato anche di finanziamento illecito ai partiti. Parti offese risultano Roma Capitale, Astral, Banca d’Italia e Polizia di Stato.
Raid pakistani in Afghanistan: almeno 42 morti
Dopo i raid pakistani contro l’Afghanistan, sarebbero almeno 42 i civili uccisi mentre altri 104 sarebbero rimasti feriti. Il bilancio si riferisce agli scontri scoppiati tra il 26 febbraio e il 2 marzo, ed è stato fornito dalla Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA). La comunicazione dell’UNAMA arriva in un momento di tensione per i due Paesi, mentre il confronto militare tra Kabul e Islamabad entra nel sesto giorno: i talebani hanno dichiarato di avere conquistato un avamposto militare nella regione di Kandahar, mentre il Pakistan continua i suoi attacchi sul confine.
Ex Ilva: sindacati proclamano 24 ore di sciopero dopo morte operaio
Dopo la morte di un operaio avvenuta ieri all’ex Ilva di Taranto nell’ennesimo incidente sul lavoro, è arrivata reazione di operai e sindacati. Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm Uil e Usb hanno infatti occupato la sede della direzione aziendale, proclamando uno sciopero di 24 ore. Loris Costantino è precipitato da circa dieci metri dopo il cedimento improvviso di un piano di calpestio nell’area dell’agglomerato, morendo dopo il trasporto in ospedale. La Procura di Taranto ha aperto un’indagine per omicidio colposo, sequestrando l’area dell’incidente. Il 12 gennaio scorso, sempre all’ex Ilva e in un incidente simile, era morto un altro operaio.
La Francia approfitta della guerra per accelerare sulla deterrenza nucleare UE
«Aumenteremo il numero di testate nucleari, ma non comunicheremo i dettagli». Così il presidente Emmanuel Macron, ha annunciato il potenziamento dell’arsenale nucleare francese. L’annuncio, in contrasto con i principi delineati dai trattati internazionali sulle armi atomiche, arriva nel bel mezzo della guerra in Iran scatenata dall’aggressione israeliano-statunitense (i cui sviluppi possono essere seguiti nella diretta de L’Indipendente). Secondo le ultime cifre pubblicate dall’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (SIPRI), la Francia possiede circa 290 armi atomiche e rappresenta, insieme al Regno Unito, la deterrenza nucleare europea. Con la Germania è stato istituito un “gruppo direttivo nucleare di alto livello», che permetterà alle truppe tedesche di unirsi a quelle francesi nelle esercitazioni nucleari, già a partire da quest’anno. Parigi e Berlino lavoreranno poi insieme al Regno Unito su progetti missilistici a lungo raggio.
L’annuncio di Macron è arrivato ieri, 2 marzo, in un discorso tenuto presso la base militare sottomarina di Île Longue a Brest, in Bretagna. Il presidente francese ha fatto esplicito riferimento alla situazione di tensione che in questi ultimi giorni è esplosa con lo scoppio della guerra nella regione mediorientale: «Visto il crescente e proliferante ambiente pericoloso che ho appena menzionato, la mia responsabilità è quella di assicurare che la nostra dissuasione mantenga nel futuro il suo potenziale distruttivo» ha detto Macron. «Ecco perché ho ordinato di aumentare il numero delle testate nucleari del nostro arsenale. Per tagliare alla radice tutte le possibili speculazioni, non comunicheremo più le cifre del nostro arsenale nucleare, contrariamente a ciò avremmo fatto nel quadro passato». Su quest’ultimo punto Macron si è appellato alla Costituzione, sostenendo che la scelta di diffondere dati e numeri del programma nucleare parigino appartenga al solo presidente della Repubblica, «responsabile davanti al popolo francese». Macron ha aggiunto che non condividerà alcun dettaglio, né riguardante la pianificazione, né concernente la messa in opera del nuovo piano nucleare francese. L’obiettivo è quello di costruire quella che egli stesso ha definito «dissuasione avanzata».
I dettagli del piano francese, insomma, sono in larga parte ignoti; il primo sottomarino atomico del progetto di riarmo sarebbe attivo dal 2036 e si chiamerà L’Invincible. Il piano di «dissuasione avanzata» includerà discussioni con gli alleati per estendere la deterrenza al continente europeo, pur sempre lasciando alla Francia l’ultima parola. In tale cornice, prevedrebbe «dispiegamenti circostanziali tra i nostri alleati europei». Macron ha affermato che otto Paesi sarebbero già interessati al programma, affermando che essi potrebbero ospitare «forze aeree strategiche» dell’aeronautica francese, nell’ottica di una loro «diffusione in tutto il continente europeo»: si tratta di Regno Unito, Germania, Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Svezia e Danimarca. Poco dopo l’annuncio di Macron, Francia e Germania hanno rilasciato una dichiarazione congiunta annunciando la formazione di un «gruppo direttivo nucleare di alto rango» tra i due Paesi: «Abbiamo istituito un gruppo direttivo nucleare in cui coordineremo le questioni relative alla deterrenza. Intendiamo adottare misure concrete entro la fine dell’anno, tra cui la partecipazione convenzionale tedesca alle esercitazioni nucleari francesi»; Merz ha parlato anche di visite congiunte a siti strategici e di aumentare lo sviluppo di armi convenzionali, in collaborazione con gli altri partner europei. Tra queste ultime iniziative, lo sviluppo di un missile a lunga gittata con la stessa Parigi e con Londra, nell’ambito del programma European Long-range Strike Approach (ELSA).
Le dichiarazioni di Macron hanno trovato una modesta apertura in patria: la leader della destra Marine Le Pen ha criticato l’ipotesi di condividere le testate nucleari con i partner europei, affermando che la strategia di deterrenza nucleare francese dovrebbe rivolgersi alla sola Francia, ma si è mostrata in linea con il discorso del riarmo; il capo della coalizione di sinistra Jean-Luc Mélenchon, invece, ha detto che la proposta di Macron richiede ulteriori analisi, pur definendola «una buona decisione». L’Italia, invece, non si è ancora espressa a riguardo, ma non figura tra i Paesi che hanno aderito al piano elencato da Macron. Non sembrano inoltre essere state rilasciate dichiarazioni dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica o dal suo presidente Rafael Grossi, nonostante la scelta di aumentare le testate nucleari da parte di Macron vada contro i principi del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP). Il TNP, nonostante non vieti l’ampliamento dell’arsenale atomico dei Paesi aderenti, impegna gli Stati a portare avanti le discussioni diplomatiche per il disarmo nucleare; vieta, inoltre, il trasferimento di armi ad altri Paesi, punto che pare andare contro la dottrina «di dissuasione avanzata» macroniana.









