La tempesta Goretti sta colpendo duramente diverse regioni di Francia e Regno Unito, con venti molto forti, piogge intense e nevicate che da giovedì interessano vari paesi europei. Le conseguenze più gravi riguardano l’energia elettrica: in Francia circa 380mila abitazioni sono senza luce, di cui 226mila in Normandia. Nel Regno Unito l’elettricità è stata ripristinata a 148mila case, ma altre 44mila risultano ancora al buio, soprattutto nel centro e sud-ovest dell’Inghilterra. La tempesta sta inoltre causando pesanti disagi ai trasporti stradali, ferroviari e aerei.
Gaza, raid israeliani uccidono 11 palestinesi
Almeno 11 palestinesi sono stati uccisi giovedì in una serie di attacchi israeliani nella Striscia di Gaza, secondo fonti mediche locali. Un raid aereo ha colpito una tenda a Khan Younis, nel sud, causando quattro morti e diversi feriti, tra cui bambini; un’altra persona è stata uccisa a est della città. Altri attacchi hanno provocato vittime a Jabalia, dove è stata colpita una scuola che ospitava sfollati, a Deir al-Balah e nel quartiere Zeitoun di Gaza City. L’esercito israeliano ha parlato di una risposta al lancio fallito di un razzo da Gaza, affermando di aver colpito militanti di Hamas e infrastrutture militari.
Un nuovo rapporto ONU spiega la segregazione razziale di Israele contro i palestinesi
L’Onu ha condannato nuovamente Israele per le sue politiche portate avanti contro la popolazione palestinese in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Lo ha fatto con un rapporto che documenta il peggioramento della situazione in tutti i territori occupati a partire almeno dal dicembre 2022. Il rapporto parla di furto di terre e risorse naturali, discriminazioni razziali, segregazione, e descrive il sistema di violenze sistematiche impunite, sfollamenti forzati e limitazioni in aumento alla libertà del movimento dei palestinesi chiedendone lo smantellamento. Mentre gli organismi internazionali continuano a lanciare appelli, Tel Aviv si prepara ad avviare i cantieri per la costruzione di 3401 nuove case nell’insediamento “E1” recentemente approvato, che rischia di spaccare in due la Cisgiordania, insieme alla costruzione di altre 19 nuove colonie, sempre illegali per il diritto internazionale.
«Che si tratti di accedere all’acqua, andare a scuola, correre all’ospedale, visitare familiari o amici o raccogliere le olive, ogni aspetto della vita dei palestinesi in Cisgiordania è controllato e limitato dalle leggi, dalle politiche e dalle pratiche discriminatorie di Israele», ha commentato l’Alto commissario Onu per i diritti umani, Volker Türk. «Si tratta di una forma particolarmente grave di discriminazione razziale e segregazione, che assomiglia al tipo di sistema di apartheid che abbiamo visto», ha affermato. Il sistema israeliano di repressione e apartheid è evidente nella Cisgiordania occupata, dove la popolazione è soggetta quotidianamente a incursioni militari, detenzioni arbitrarie e demolizioni. È lo stesso diritto alla vita che viene messo in discussione: il rapporto parla di oltre 1.500 uccisioni di palestinesi tra il 1 gennaio 2017 e il 30 settembre 2025. Le autorità israeliane hanno aperto 112 indagini, con una sola condanna. Le cifre dell’impunità esplicitano come le violenze di coloni e militari contro i palestinesi non solo restino nel silenzio, ma siano, di fatto, accolte dalle autorità di Tel Aviv.
La discriminazione sistematica nei confronti dei palestinesi nei territori palestinesi occupati è una preoccupazione di lunga data, osserva il rapporto. La situazione, tuttavia, sta peggiorando drasticamente. La vita dei palestinesi è diventata sempre più limitata e insicura; i circa mille punti di controllo tra checkpoint, cancelli, e posti di blocco mobili rendono gli spostamenti sempre più ardui, violando il diritto al lavoro, allo studio, e aggravando le già difficili condizioni economiche. I palestinesi continuano a subire confische di terra su larga scala e la privazione dell’accesso alle risorse; mentre ai palestinesi viene sottratta sempre più terra e le risorse idriche vengono deviate, le colonie israeliane si allargano. Il rapporto cita anche la discriminazione giuridica a cui sono costretti i non-israeliani, giudicati in Tribunali militari durante i quali vengono sistematicamente violati i loro diritti a un processo equo e giusto.
«Dal 7 ottobre 2023, il governo israeliano ha ulteriormente ampliato l’uso della forza illegale, la detenzione arbitraria e la tortura, la repressione della società civile e le restrizioni indebite alla libertà dei media, le severe restrizioni alla libertà di movimento, l’espansione degli insediamenti e le relative violazioni nella Cisgiordania occupata, il che ha segnato un deterioramento senza precedenti della situazione dei diritti umani in quella zona», continua il rapporto, aggiungendo che a ciò si aggiunge il protrarsi e l’escalation della violenza dei coloni, in molti casi con l’acquiescenza, il sostegno e la partecipazione delle forze militari israeliane. Il documento descrive come «asfissiante» l’insieme delle politiche israeliane create per controllare ogni aspetto della vita dei palestinesi, concludendo che esistono motivi ragionevoli per ritenere che la separazione, la segregazione e la subordinazione siano destinate a diventare permanenti, al fine di mantenere l’oppressione e il dominio sui palestinesi.
Sono centinaia le relazioni che testimoniano le violazioni sistemiche dei diritti umani di Israele; decine le risoluzioni, le richieste, le commissioni che negli anni hanno chiesto a Tel Aviv di interrompere gli abusi e di ritirarsi dai territori occupati della Cisgiordania e di Gerusalemme. Nonostante ciò, i governi continuano ad appoggiare politicamente ed economicamente Tel Aviv, e Israele accelera il suo piano di pulizia etnica e annessione dei territori palestinesi. «Ogni tendenza negativa documentata nel rapporto non solo è continuata, ma si è anche accelerata. E ogni giorno che si permette che questa situazione continui, le conseguenze per i palestinesi peggiorano».
Russia: attacco alle infrastrutture energetiche ucraine
La Russia ha lanciato un ingente attacco missilistico contro le infrastrutture energetiche ucraine. Nell’attacco sono stati impiegati droni, e armi terrestri e navali a lungo raggio, tra cui il missile “Oreshnik”, che avrebbe raggiunto una velocità di 13.000 chilometri orari; il missile ha colpito uno dei maggiori impianti di stoccaggio ucraini, situato nella regione di Leopoli. Presi di mira anche siti di produzione di droni a Kiev. L’offensiva di oggi arriva in risposta a un attacco registratosi lo scorso 29 dicembre, che avrebbe preso di mira la residenza di Putin; l’Ucraina ha affermato di non avere attentato alla vita del presidente russo, rigettando le accuse.
La “nuova” Siria di al-Sharaa ha ricominciato ad attaccare i territori curdi
Ad Aleppo, in Siria, è riesplosa la tensione tra milizie curde e governo centrale. Gli scontri sono iniziati lo scorso 5 gennaio, con il gruppo a guida curda delle Forze Democratiche Siriane (SDF) e l’esercito che si sono accusati vicendevolmente di avere scagliato attacchi nelle reciproche postazioni. Tra ieri e oggi, 8 gennaio, gli scontri sono continuati, e circa 30.000 persone sono state evacuate dalla città, mentre l’esercito ha avviato una operazione militare per prendere il controllo dei quartieri a guida curda. Le SDF riportano di essere state accerchiate con almeno 80 mezzi pesanti, e di avere subito colpi di artiglieria e mortaio; mentre l’esercito assedia la città, la Turchia ha rilasciato una dichiarazione a sostegno del governo siriano, chiedendo alle forze curde di abbandonare le armi e minacciando un intervento diretto nel caso in cui Damasco chiedesse aiuto.
Non è chiaro cosa abbia fatto esplodere gli scontri ad Aleppo. La sera del 5 gennaio, l’agenzia di stampa siriana Sana ha riportato che droni delle SDF avrebbero preso di mira un posto di blocco della polizia militare situato vicino ai punti di controllo di Deir Hafer, a est della città. «L’Esercito Arabo Siriano risponderà a questa aggressione in modo appropriato», riporta un comunicato diffuso dal media. Analogamente, le SDF riportano di avere subito un attacco, accusando l’esercito di avere iniziato le violenze. Nelle ore che sono seguite, sono iniziati i primi combattimenti presso postazioni e avamposti dei due schieramenti. Il 6 gennaio, gli scontri sono diventati più violenti, coinvolgendo anche scuole e ospedali, e sono stati segnalati i primi morti e le prime evacuazioni dei residenti; le autorità siriane hanno ordinato la chiusura delle scuole e delle attività dell’aeroporto della città, e hanno concentrato gli attacchi nei quartieri di Sheikh Maqsoud, Ashrafieh, a maggioranza curda. Ieri, infine, è stata lanciata l’operazione militare: il numero di morti ufficiale è arrivato a 7 persone, e quello dei feriti a 52; circa 30.000 persone sono state evacuate, ma il governo ha preparato alloggi per 142.000 persone; la città è stata assediata da mezzi pesanti e oggi l’esercito ha rilasciato diversi ordini di evacuazione.
Gli scontri ad Aleppo arrivano in un momento di tensione tra le SDF e il governo centrale. A marzo, la milizia a guida curda aveva siglato un accordo per entrare a far parte dell’esercito regolare, che tuttavia è saltato nei mesi successivi; non è noto il motivo esatto per cui l’accordo non è andato a buon fine, ma secondo la ricostruzione di analisti il contenzioso riguardava le modalità con cui le SDF avrebbero dovuto venire integrate nell’esercito, se come blocco unitario o con l’inquadramento dei singoli soldati. A ottobre, la tensione tra governo centrale e curdi è salita a causa della esclusione delle comunità curde – assieme a quelle delle donne e delle comunità druse – dalle prime elezioni legislative, e tra i diversi gruppi etnici locali è iniziata a sorgere la richiesta di una Siria multinazionale e federale, che tuttavia non ha portato alla nascita di un movimento di rivendicazione unificato. A complicare i rapporti tra curdi e governo centrale è l’incombente presenza turca, Paese con cui il governo al-Sharaa intrattiene un rapporto privilegiato; oggi stesso, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha soffiato sul fuoco, chiedendo apertamente ai curdi siriani di abbandonare le armi e mostrando aperto sostegno al governo.
Senato USA: no a nuovi attacchi in Venezuela
Con 52 voti a favore e 47 contro, il Senato degli Stati Uniti ha avanzato una risoluzione che impedirebbe a Trump di intraprendere nuove azioni militari contro il Venezuela senza l’autorizzazione del Congresso. La misura dovrà ora essere approvata dalla Camera. Il voto arriva a pochi giorni dal rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro, che è stato portato negli USA, dove sta venendo processato per narcotraffico. Il Senato aveva già provato a bloccare azioni militari di Trump in Venezuela in occasione degli attacchi alle imbarcazioni lanciati negli scorsi mesi.










