L’oppositore bielorusso Mikalai Statkevich è tornato in libertà. La notizia rappresenta uno degli sviluppi più rilevanti degli ultimi mesi sul fronte dei diritti civili in Bielorussia, dove la repressione del dissenso politico resta strutturale.
Statkevich, 69 anni, ex candidato alle elezioni presidenziali e figura storica dell’opposizione democratica, era stato arrestato nel maggio 2020 con l’accusa di aver organizzato «disordini di massa» alla vigilia delle contestate elezioni che hanno confermato al potere Aleksandr Lukašenko. Organizzazioni internazionali per i diritti umani hanno sempre c...
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Non solo petrolio. Nel mirino delle ultime sanzioni imposte dalla Casa Bianca a Cuba è finito anche il suo sistema sanitario, nonché ciò che rappresenta nel mondo. Le minacce di Donald Trump sono dunque arrivate in Calabria, dove da anni il sistema ospedaliero si regge in piedi grazie all’aiuto di circa 400 medici cubani. L’amministrazione Trump ha chiesto la fine del programma ma il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto ha risposto picche, sottolineando la natura solidale e umanitaria del progetto, diventato ormai un pilastro per la sanità locale. Le ragioni sono state spiegate questa mattina anche a Mike Hammer, l’uomo inviato da Trump in Europa per implementare l’embargo verso Cuba. Al termine dell’incontro, definito «lungo e cordiale» da Occhiuto, il presidente forzista ha ottenuto il mantenimento del programma e la mancata previsione di sanzioni.
Fecero presto il giro del web le immagini dei medici cubani arrivati in Italia nel bel mezzo della pandemia di COVID-19. Portavano con sé competenze e conoscenze, espressione del fiore all’occhiello di Cuba: il suo sistema sanitario. Attraverso accordi rinnovati periodicamente, i medici provenienti dall’Avana sono diventati una risorsa fondamentale per la sanità calabrese, segnata da tagli, sottofinanziamenti e carenze. Nel 2022 Occhiuto definiva la misura come necessaria per evitare il collasso, «la chiusura degli ospedali», nonché «la lesione del diritto alla cura dei cittadini». Le stesse motivazioni sono state avanzate dal presidente forzista in queste ore, per difendere l’operato dei circa 400 medici cubani dagli attacchi della Casa Bianca.
Nell’ottica dell’assedio economico volto a provocare un’implosione nell’isola caraibica, Donald Trump ha alzato il livello della pressione. Da fine gennaio i Paesi che vendono petrolio a Cuba sono passibili di sanzioni americane. Ciò ha provocato una forte penuria di carburante, minando il funzionamento dei servizi più basilari e mettendo in pericolo milioni di vite. Contestualmente l’amministrazione Trump sta esercitando pressioni per rompere gli ultimi ponti economici tra gli alleati e Cuba. Il presidente USA ha affidato a Mike Hammer questo compito, con un viaggio in giro per l’Europa. In Italia è stato il (mai digerito a Washington) programma di collaborazione medica tra l’Avana e la Calabria a finire sotto la lente delle minacce.
«Ho detto ad Hammer — afferma Occhiuto — che i medici cubani che stanno consentendo di mantenere aperti gli ospedali e i pronto soccorso della Calabria sono ancora una necessità per la nostra Regione, perché la mia priorità assoluta è quella di assicurare il diritto alla cura dei cittadini calabresi che già hanno un sistema sanitario in condizione di grande difficoltà». A quanto pare, il programma vigente è stato confermato e gli oltre 400 medici cubani resteranno in Calabria. La concessione fatta all’amministrazione Trump c’è e riguarda gli arrivi futuri. Occhiuto aveva infatti raggiunto un accordo con l’Avana per «incrementare la missione dei medici cubani fino a 1000 camici bianchi caraibici». Tuttavia, a seguito di un confronto durato settimane con il Dipartimento di Stato USA e il consolato americano, «abbiamo deciso di verificare una strada alternativa», che allarga la nuova manifestazione di interesse a tutti i medici, UE ed extra UE. «Quindi, in conclusione, ho detto ad Hammer che i medici stranieri sono assolutamente necessari, ma che la nostra Regione è disponibile ad accogliere tutti i medici — comunitari, extracomunitari, cubani non vincolati alla missione già esistente — che in autonomia vogliano venire a lavorare in Calabria, ed è disponibile a dare loro tutto il supporto logistico ed economico che abbiamo già garantito ai medici cubani che da qualche anno vivono da noi».
Quello calabrese è soltanto uno dei tanti nodi che compongono la rete di medici cubani sparsi per il mondo. Si tratta di un piano storico, che risponde a una duplice funzione: mettere in circolo competenze e conoscenze, in una chiave di cooperazione socialista, e aggirare in qualche modo l’embargo statunitense. Il lavoro dei medici cubani all’estero migliora non solo l’immagine pubblica dell’Avana e consolida rapporti con i Paesi stranieri ma permette anche vitali trasferimenti di denaro, tra rimesse e percentuali trattenute dalla compagnia statale che gestisce i viaggi. La Calabria paga ad esempio 4700 euro al mese per ogni medico cubano, migliaia di volte tanto l’attuale stipendio medio percepito sull’isola caraibica.
Il Caso Epstein continua a scuotere la scena pubblica britannica. Dopo il fermo del principe Andrea, è stato arrestato anche Peter Mandelson, ambasciatore britannico negli USA fino all’11 settembre 2025, quando il premier Starmer l’ha licenziato a seguito della diffusione dei primi Epstein Files. Come per il principe Andrea, anche Mandelson è stato arrestato con l’accusa di “cattiva condotta in ufficio pubblico”.
Abbiamo scritto – e continueremo a farlo – che queste Olimpiadi non sono state “a costo zero” come era stato promesso, che l’idea iniziale di realizzare interventi minimi sul territorio è stata puntualmente disattesa e che i miliardi pubblici impegnati raccontano una storia diversa da quella degli slogan. Abbiamo raccontato le proteste, i cantieri in ritardo, le opere ridimensionate e i conti lievitati oltre i sei miliardi. Non cambiamo posizione oggi.
Eppure un grande evento non è mai solo la somma delle sue storture. Dentro a una narrazione istituzionale spesso enfatica, si sono aperti spazi imprevisti: gesti sportivi autentici, scatti di dignità professionale, momenti di dissenso che non si sono fatti silenziare, prese di parola che hanno rotto la retorica della performance a ogni costo.
Non si tratta di bilanciare il giudizio, ma di riconoscere che la realtà è più stratificata della propaganda, sia essa celebrativa o denigratoria. In mezzo a ritardi, polemiche e contraddizioni, ci sono stati tanti momenti autentici, di sport e di vita vissuta. E vale la pena metterli a fuoco.
1. L’impresa di Federica Brignone
La sciatrice italiana Federica Brignone
Dieci mesi prima delle Olimpiadi si era infortunata. Da lì è iniziato il percorso di recupero: riabilitazione, lavoro fisico, ricostruzione della fiducia e una disciplina che non ammette esitazioni. Tornare competitiva era già una sfida. Vincere due ori olimpici è stato qualcosa di diverso: un’affermazione tecnica e mentale. Federica Brignone è stata più forte delle avversarie e del dolore, imponendo una superiorità netta nelle sue gare. In uno sport deciso da centesimi e traiettorie millimetriche, ha sciato con autorità, senza lasciare spazio ai dubbi. E poi l’immagine simbolo: dopo il secondo oro, le avversarie che si inchinano davanti a lei. Un gesto spontaneo che vale quanto la medaglia. Riconoscimento puro, tra atlete, per un’impresa che va oltre il risultato.
2. I giornalisti Rai e le dimissioni di Petrecca
La contestata gestione editoriale della copertura olimpica e la telecronaca dell’apertura dell’ex direttore Petrecca hanno innescato una reazione netta: i giornalisti di Rai Sport hanno ritirato le firme e proclamato sciopero a oltranza, rivendicando autonomia e credibilità. Le dimissioni di Petrecca, arrivate dopo giorni di tensioni, non sono una resa dei conti personale, ma l’esito di una mobilitazione interna che ha riaffermato un principio essenziale: la qualità del servizio pubblico e la dignità dei suoi lavoratori.
3. Le medaglie fuori dai circuiti dorati
La staffetta maschile azzurra nello sci di fondo, bronzo contro potenze strutturalmente dominanti come Norvegia e Svezia, è stata una delle sorprese più significative. Non solo una medaglia, ma la dimostrazione che voglia e abnegazione possono fare la differenza. Allo stesso modo, i podi conquistati da atleti provenienti da federazioni minori — lontane dai grandi budget nordici o nordamericani — hanno ricordato che lo sport olimpico non è solo industria e programmazione perfetta. A volte è ancora talento, squadra e l’occasione da non perdere colta nel momento giusto.
4. Il primo oro azzurro nel Biathlon femminile
La biatleta italiana Lisa Vittozzi
La vittoria di Lisa Vittozzi nel biathlon femminile non è solo una medaglia: è una prima volta. L’oro conquistato sulle nevi olimpiche rappresenta il primo titolo della storia italiana nella disciplina al femminile, in uno sport dominato da tradizioni nordiche e valori tecnici e fisici di altissimo livello. La sua prova ha unito precisione al poligono e tenuta sugli sci, due dimensioni che nel biathlon non ammettono sbavature: basta un errore al tiro per compromettere tutto. In una gara di equilibrio e sangue freddo, Vittozzi ha saputo reggere la pressione e trasformarla in vittoria.
5. Moioli: due medaglie dopo la caduta in allenamento
La snowboarder Michela Moioli
Il 12 febbraio 2026, durante una sessione di allenamento a Livigno, una caduta aveva rimesso tutto in discussione. Nello snowboard cross, disciplina di contatto e velocità pura, basta un attimo per compromettere preparazione e fiducia. E invece Michela Moioli è riuscita a trasformare quell’incidente in un passaggio, non in un epilogo. Le due medaglie conquistate ai Giochi raccontano proprio questo: gestione del rischio, lucidità, capacità di restare dentro la gara anche quando il margine è minimo e l’adrenalina altissima. Non solo talento tecnico, ma controllo mentale.
6. Il dominio totale di Johannes Høsflot Klæbo
Il fondista norvegese Johannes Høsflot Klæbo
A Milano-Cortina 2026 Klæbo ha firmato un’impresa storica: sei ori in una sola edizione, record assoluto ai Giochi invernali. Con questi successi ha portato il totale olimpico a undici medaglie d’oro in carriera, diventando l’atleta più vincente di sempre nella storia delle Olimpiadi invernali. Nel fondo, disciplina tecnica e spietata, ha imposto ritmo e superiorità tattica senza lasciare margini. Sul suo futuro e sulla prospettiva di dover smettere di gareggiare ha detto: “Presto dovrò imparare la tecnica di stare al mondo”. Campione totale.
7. Il commentatore della Radiotelevisione svizzera
Durante la gara maschile di bob a due, il commentatore Stefan Renna di RTS ha dedicato oltre un minuto non alla cronaca tecnica, ma all’atleta della squadra israeliana Adam Edelman, ricordando che si era definito “sionista fino al midollo” sui social media e di aver espresso opinioni a favore delle azioni militari israeliane nella Striscia di Gaza, incluse frasi che lo stesso commentatore ha descritto come “supporto al genocidio” secondo la terminologia usata da una commissione ONU sui diritti umani.
8. Oro e argento nello ski cross
La doppietta italiana nello ski cross maschile – oro e argento nella stessa gara – è arrivata in una delle discipline più spettacolari e imprevedibili del programma invernale. Qui non conta solo la velocità: conta la traiettoria, la gestione dei salti, la capacità di restare in piedi nei contatti ravvicinati. Conquistare due gradini del podio in una specialità così significa avere tecnica e nervi saldi. È un risultato che va oltre il singolo exploit: segnala maturità, qualità e tanto lavoro.
9. Gli atleti che hanno parlato di pressione e salute mentale
Ilia Malinin, il pattinatore artistico statunitense
A Milano-Cortina, il tema non è rimasto uno slogan. Ilia Malinin, dopo il crollo nel pattinaggio, ha detto che “non ho saputo gestire lo stress” e che “la pressione” gli è “tornata addosso” fino a travolgerlo; poi, in un post, ha parlato di “battaglie invisibili” e di “pressione senza fine”. Alysa Liu ha raccontato l’altra faccia del successo: si era ritirata a 16 anni dopo Pechino perché si sentiva “sopraffatta”, troppo giovane per reggere quel palco, e ha rivendicato il ritorno con una prospettiva diversa. E Mikaela Shiffrin ha spiegato di aver lavorato con una psicologa per “desensibilizzarsi” perfino alla parola Olimpiadi, immaginando scenari e sensazioni per non arrivare schiacciata dall’evento.
10. Arianna Fontana: l’italiana più medagliata
Con le medaglie conquistate a Milano-Cortina, Arianna Fontana ha aggiornato un primato già storico: con 11 medaglie olimpiche complessive, è l’atleta italiana più medagliata di sempre ai Giochi invernali. Un dato che attraversa cinque edizioni olimpiche e racconta una continuità rarissima nello short track, disciplina feroce, dove basta un contatto per cancellare anni di lavoro. Le sue vittorie non sono soltanto podi, ma la prova che esperienza, lettura tattica e gestione del rischio possono reggere contro generazioni più giovani e batterie sempre più veloci. In uno sport di centimetri e cadute improvvise, la sua longevità è un risultato quasi più impressionante dell’oro.
Il Ciad ha chiuso il suo confine orientale con il Sudan. La notizia è stata data da fonti militari all’agenzia di stampa Reuters, e confermata da una nota governativa. La scelta arriva dopo una serie di scontri registrati sabato tra miliziani appartenenti al gruppo sudanese delle Forze di Supporto Rapido e membri dell’esercito ciadiano nella città di confine di Tine, in seguito a cui sono stati uccisi cinque soldati. In seguito agli scontri sono stati uccisi anche tre civili e ferite altre 12 persone. Gli ufficiali citati da Reuters hanno affermato che altre truppe ciadiane sarebbero state dispiegate nell’area.
Un gruppo di informatici ha analizzato il codice di Persona, il sistema biometrico di verifica anagrafica impiegato da piattaforme come Discord e Roblox, ma raccomandato anche da OpenAI. Ciò che hanno trovato suggerisce un impianto molto più invasivo di quanto dichiarato ufficialmente: dai file esaminati emerge infatti un’architettura che, più che limitarsi a proteggere i minori, sembra costruita per alimentare flussi informativi verso apparati governativi, integrando controlli multipli, incroci di dati e funzioni tipiche della sorveglianza istituzionale. Il risultato è un sistema che appare progettato per interagire con una mappatura capillare delle identità digitali, con implicazioni nefaste nei confronti di privacy, discriminazione e potenziali abusi.
Accedendo a informazioni rimaste sorprendentemente esposte al pubblico, tre esperti di sicurezza informatica hanno potuto consultare una libreria di 2.456 file che mostrerebbe come il sistema di Persona sia collegato a una rete di segnalazioni verso agenzie federali statunitensi. Secondo la loro analisi, durante la procedura di verifica dell’età il servizio sottopone il selfie dell’utente a 269 controlli distinti, alcuni dei quali incrociano il volto con liste governative legate a traffico di droga, frodi finanziarie, riciclaggio, terrorismo e pedopornografia, generando per ciascun individuo un punteggio di rischio basato sul grado di somiglianza con soggetti già attenzionati.
A seguito della segnalazione dei ricercatori, Persona ha immediatamente reso privato l’archivio che aveva lasciato esposto, mentre il CEO Rick Song ha assicurato che non si è trattato di un attacco informatico, ma solo della diffusione accidentale di un riassuntivo che rendeva leggibile i nomi delle funzioni. Sul tema cardine – la possibile integrazione del sistema in una rete di sorveglianza governativa – l’azienda non ha però fornito chiarimenti immediati, limitandosi piuttosto a elaborare qualche risposta ironica in cui il dirigente nega di aver mai condiviso dati con Palantir, la controversa società di analisi fondata da Peter Thiel. Un sospetto lecito, considerando che il Founders Fund, il fondo di venture capital guidato dallo stesso Thiel, ha investito almeno 350 milioni di dollari proprio in Persona.
L’esposizione del codice mostra però che Persona operi anche in una variante destinata al programma FedRAMP, il sistema federale che certifica la sicurezza dei servizi cloud utilizzati dalle agenzie statunitensi. Questa versione, secondo i ricercatori, non si limita alla verifica dell’età, ma integra funzioni di monitoraggio del comportamento, analisi dei dati biometrici e valutazione di informazioni finanziarie, elementi che suggeriscono un’infrastruttura pensata per esigenze di conformità e controllo molto più ampie. Nel materiale analizzato compaiono inoltre riferimenti che fanno pensare a un possibile collegamento con Fivecast ONYX, una piattaforma di sorveglianza che utilizza sistemi di intelligenza artificiale per rastrellare social network e dark web, costruire profili digitali degli utenti e attribuire punteggi di rischio legati a potenziali comportamenti violenti.
Vale la pena ricordare che le operazioni dei tre ricercatori siano state stimolate dal fatto che, il 9 febbraio, Discordha annunciato l’introduzione obbligatoria della verifica anagrafica per i propri utenti: una misura globale che, almeno nelle intenzioni ufficiali, dovrebbe impedire ai minori di mentire sulla propria età per accedere a servizi loro vietati. La scelta si inserisce in un clima di crescente panico morale attorno all’uso dei social da parte dei giovani, con governi di diverse aree del mondo che sostengono la necessità di limitarne drasticamente l’accesso, invocando un’applicazione più rigida delle normative esistenti o l’adozione di nuove leggi pensate formalmente per proteggere l’infanzia.
La spinta politica a introdurre controlli dell’età su larga scala riflette una tendenza ormai evidente: dal britannico Online Safety Act, al progetto europeo di Chat Control, fino al decreto Caivano in Italia, diversi governi stanno convergendo sull’idea che l’anonimato online debba essere intaccato al fine di proteggere i minori. Questa convinzione, però, appare sempre più come un pretesto politico, più che come una risposta efficace a un problema reale. I primi risultati provenienti dall’Australia – dove misure simili sono in vigore da un paio di mesi – mostrano infatti un quadro in cui queste soluzioni, oltre a essere invasive, si rivelano anche inefficienti, incapaci di produrre benefici concreti per la tutela dei più giovani.
Molti osservatori sottolineano come, invece di chiamare le grandi piattaforme a rispondere dei contenuti che ospitano e degli algoritmi che impiegano, si preferisca scaricare sugli utenti finali l’onere di procedure di controllo e identificazione frammentate e confuse. Altri ritengono che la battaglia per la verifica anagrafica sia invece un mero pretesto per estendere il controllo su ciò che viene detto e fatto online, sintomo delle spinte autoritarie che stanno sbocciando in ogni dove. Episodi come quello di Persona non contribuiranno certo a rassicurare chi teme che le istituzioni stiano lavorando alla costruzione di un panopticon digitale capace di monitorare in profondità la vita privata di ogni persona che si azzarda ad avere una presenza su internet.
Si è spento, all’età di 74 anni, il boss di ‘ndrangheta Domenico Belfiore, condannato in via definitiva come mandante dell’omicidio del magistrato Bruno Caccia, avvenuto il 26 giugno 1983. Un delitto storico: Caccia è, ancora oggi, l’unico magistrato ucciso dalle mafie nel nord Italia. Sebbene la magistratura sia stata compatta nel ritenere Belfiore – punto di riferimento dei clan di ‘ndrangheta nel nord Italia – l’uomo che ha ordinato di mettere a morte il giudice, un grande buco nero è rimasto aperto negli anni sulle cointeressenze che potrebbero aver segnato quell’azione omicidiaria. La quale fu subito oggetto di depistaggi e su cui, a distanza di decenni, ancora si aprono nuove piste di indagine.
Negli anni Settanta, Bruno Caccia svolse un ruolo centrale nella lotta al terrorismo, raccogliendo le dichiarazioni confidenziali di Patrizio Peci e firmando la richiesta di rinvio a giudizio del nucleo storico delle Brigate rosse. Nel 1980 fu nominato Procuratore capo a Torino, occupandosi, tra le altre inchieste eccellenti, sul cosiddetto “Scandalo petroli”, che coinvolgeva ufficiali della Guardia di finanza e dirigenti statali in storie di contrabbando ed evasione fiscale, e sul caso “Zampini”, prima Tangentopoli torinese che vide al centro personaggi della giunta e dell’amministrazione comunale. Inoltre, iniziò a svolgere e coordinare importanti indagini sulle compagini criminali mafiose – siciliane e calabresi – che avevano iniziato a insediarsi in Piemonte. La sua uccisione avvenne il 26 giugno 1983, quando, mentre portava il suo cane a fare una passeggiata nei pressi della sua abitazione, fu affiancato da un’automobile da cui furono sparati 14 colpi di pistola, con altri tre esplosi a breve distanza. Dopo l’omicidio arrivarono ai principali quotidiani italiani presunte rivendicazioni da ambienti terroristici, ma gli uomini delle Brigate Rosse e di Prima Linea – su cui si era concentrata l’opera repressiva di Caccia – negarono di aver avuto un ruolo nel delitto.
Domenico Belfiore entrò in questa storia quando, abbandonata la pista terroristica, gli inquirenti iniziarono a concentra su quella ‘ndranghetista. Le indagini presero una piega decisiva quando un detenuto, Francesco Miano, cominciò a collaborare con i servizi segreti dall’interno del carcere. Dotato di un registratore, Miano raccolse testimonianze tra i compagni di cella su quanto accaduto al procuratore Bruno Caccia; tra le registrazioni più incisive vi fu quella con Domenico Belfiore, anche lui recluso: sotto pressione, Belfiore riconobbe di aver avuto un ruolo chiave nell’agguato, assumendosi la responsabilità dell’ordine di uccidere. Belfiore e altri due imputati vennero rinviati a giudizio; il processo, avviato a Milano nel 1989, si concluse dopo vari gradi con la condanna all’ergastolo di Belfiore nel 1992, ritenuto il mandante dell’omicidio. La ricostruzione giuridica indicò come movente la volontà del gruppo di rimuovere un magistrato integerrimo e “intoccabile”, considerato ostacolo alla loro espansione. All’epoca, come oggi, la legge vietava però qualunque rapporto tra magistratura e servizi segreti, ritenendo inammissibile affidare le indagini a strutture dipendenti dalla Presidenza del Consiglio; eppure, tale scelta investigativa fu adottata e autorizzata dai magistrati torinesi, pur non essendo più formalmente competenti sul caso, nella convinzione di ottenere risultati altrimenti irraggiungibili. Secondo il legale della famiglia Caccia, Fabio Repici, questa impostazione finì però per condizionare e limitare l’accertamento della verità processuale.
Solo nel 2020 si è arrivati anche alla condanna definitiva di Rocco Schirripa, aderente al clan Belfiore, accusato di avere partecipato all’agguato. A evidenziare il fatto che l’omicidio Caccia potrebbe nascondere molto più di quanto la magistratura abbia accertato è stato lo stesso procuratore generale Alfredo Pompeo Viola, pm del processo Schirripa. «Un delitto del genere è ideato, progettato e infine realizzato in contesti organizzati e quello del dottor Caccia prima vittima di mafia al Nord, è logicamente ipotizzabile che non sia stato compiuto solo dai due sparatori e dai due condannati, Belfiore definitivo e Schirripa per cui chiedo lo stesso epilogo», ha detto il magistrato. In passato, un’ipotesi entrata nelle indagini suggeriva che Caccias sarebbe stato eliminato per bloccare un’indagine sul riciclaggio della mafia nei casinò di Saint-Vincent. Un rapporto della Guardia di Finanza puntò su frequentatori del casinò, tra cui Rosario Pio Cattafi, poi condannato per associazione mafiosa e uomo di estrema destra, ma la pista venne archiviata e non trovò approfondimento nei processi successivi. Poi, lo scorso anno, una consulenza balistica della polizia scientifica ha evidenziato una compatibilità di classe d’arma dei proiettili calibro rinvenuti sulla scena dell’omicidio con quelli ottenuti dai test di sparo con la pistola trovata e sequestrata dalle forze dell’ordine a casa di Francesco D’Onofrio, arrestato nel 2024 in un’indagine sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Piemonte. Anche su questo lavorerà la magistratura.
Sta di fatto che, su queste storie, Domenico Belfiore non può più parlare. È deceduto a Chivasso, nel torinese, venerdì 20 febbraio. L’uomo, però, fa notizia anche da morto. Infatti, il manifesto funebre apparso davanti alla camera mortuaria in cui riposa la salma del boss annuncia il rito religioso presso la parrocchia Madonna di Loreto, nella cittadina piemontese. Per questo motivo, si è alzato un gran polverone. «Mi addolora il fatto che questa persona che ha ucciso mio padre non si sia mai pentito, abbia continuato a dire bugie e non abbia contribuito a far luce dopo tanti anni su questo assassinio», ha dichiarato Paola Caccia, figlia del magistrato assassinato nel 1983. «Mi lascia perplessa la scelta di officiare le esequie in chiesa per una persona che in vita ha seminato violenza e terrore».
Una potente bufera di neve sta investendo il Nord-Est degli Stati Uniti, con forti nevicate, raffiche di vento fino a circa 110 km/h e disagi diffusi ai trasporti: circa 5.000 voli sono stati cancellati, si registrano interruzioni di corrente e centinaia di scuole chiuse. In alcune zone orientali della Pennsylvania sono già caduti fino a 45 cm di neve; le nevicate più intense hanno interessato Delaware, New Jersey, New York, Connecticut, Rhode Island e Massachusetts; la tempesta si sposterà poi verso le coste del Canada. A New York City le scuole resteranno chiuse e non è prevista didattica a distanza.
Dalla notte tra ieri e oggi, 23 febbraio, le strade del Messico sono teatro di blocchi e scontri armati tra membri del personale di sicurezza e appartenenti alle bande armate. I combattimenti sono iniziati dopo l’uccisione di Nemesio Oseguera, meglio conosciuto come “el Mencho”, vertice del Cártel de Jalisco Nueva Generación (CJNG), uno dei maggiori gruppi del narcotraffico del Paese, con base nell’omonimo Stato di Jalisco. El Mencho è stato ucciso in un’operazione militare a Tapalpa, nel medesimo Stato, svolta in coordinazione con gli Stati Uniti. A poche ore dall’annuncio della sua morte, membri e sostenitori del CJNG hanno messo a ferro e fuoco l’intero Messico, instaurando blocchi, incendiando strade e negozi, e facendo esplodere scontri a fuoco in almeno 20 dei 31 Stati del Paese. Il bilancio, a ora, è di 26 vittime. Le autorità hanno disposto lo stato d’allerta, chiuso le scuole e consigliato alla popolazione di rimanere chiusa in casa, mentre le compagnie aeree hanno cancellato i voli.
L’annuncio della morte del Mencho è stato dato oggi dal ministero della Difesa messicano. Da quanto spiega il ministero, l’operazione è stata condotta dalle Forze Speciali dell’Esercito Messicano con il coinvolgimento di diversi velivoli dell’Aeronautica Militare e della Forza di Reazione Immediata della Guardia Nazionale, e con il sostegno informativo dell’intelligence militare centrale, del Centro Nazionale di Intelligence e della Procura Generale. La missione ha inoltre trovato l’appoggio degli Stati Uniti, che tuttavia non è chiaro che ruolo abbiano giocato nelle operazioni; quello che è certo è che abbiano fornito non meglio precisate «informazioni supplementari». Lo scopo dichiarato dell’operazione era quello di arrestare el Mencho, ma, riporta il ministero, il personale sarebbe stato attaccato e, «per legittima difesa», avrebbe «respinto l’aggressione», uccidendo quattro membri del CJNG e ferendone gravemente altri tre. Da quanto riporta il governo, questi ultimi sono stati trasportati via aereo a Città del Messico, morendo prima di potere ricevere cure. Tra questi, c’era proprio el Mencho. Il comunicato prosegue affermando che «le autorità competenti saranno responsabili delle procedure forensi per la sua identificazione»; non è chiaro cosa queste comportino, visto che el Mencho sarebbe morto sotto custodia dell’esercito.
Dopo l’operazione, il ministero ha dispiegato a Jalisco il personale della Guardia Nazionale e truppe dell’Esercito provenienti dal Messico centrale e dagli Stati confinanti per rafforzare il contingente in caso di risposte da parte del CJNG. Il gruppo del narcotraffico, infatti, non si è fatto attendere: in poche ore, sostenitori del Mencho sono scesi per le strade degli Stati di Jalisco, Bassa California, Quintana Roo, Nayarit, Sinaloa, Colima, Guanajuato, Guerrero, Stato del Messico, Michoacán, Nuevo Leon, Oaxaca, Puebla, Querétaro, San Luis Potosi, Tamaulipas, Veracruz e Zacatecas. In diffuse aree del Paese si sono registrati scontri a fuoco, blocchi, e incendi dolosi per le strade, dove i gruppi armati hanno dato fuoco a macchine, locali commerciali, autobus, stazioni di servizio, banche e supermercati. Gli scontri più feroci sono scoppiati proprio nello Stato di Jalisco, dove è stato preso d’assalto un edificio della Guardia Nazionale. In totale il personale di sicurezza ha smantellato 250 posti di blocco del cartello in 20 stati; in tutto il Messico, sono state uccise almeno 26 persone: 17 agenti delle forze dell’ordine (15 membri della Guardia Nazionale, un agente della Procura e una guardia carceraria), una civile (i media menzionano una donna al terzo mese di gravidanza), e otto membri di bande armate. Arrestate, inoltre, 27 persone, di cui 11 per episodi di violenza e 14 per i saccheggi.
Le autorità di Jalisco hanno lanciato lo stato di allerta, mentre diversi Stati hanno imposto il lavoro da remoto, interrotto i servizi di consegna a domicilio, chiuso le scuole, sospeso i trasporti pubblici, e chiesto ai trasportatori di rientrare nei depositi. I turisti sono stati invitati a non lasciare i propri alberghi, e i residenti le proprie case. Sebbene nessun aeroporto sia stato chiuso, i blocchi stradali hanno avuto ripercussioni sulle operazioni aeree, con la maggior parte dei voli nazionali e internazionali cancellati sia a Guadalajara che a Puerto Vallarta, entrambe nello Stato federato di Jalisco. L’ambasciata statunitense, inoltre, ha chiesto ai propri cittadini di limitare al minimo gli spostamenti. Gli stessi USA hanno confermato di avere preso parte alle operazioni; la portavoce dell’amministrazione Trump, Karoline Leavitt, ha spiegato che «Trump definito il CJNG un’Organizzazione Terroristica Straniera perché è esattamente ciò che è». Il gruppo è una delle maggiori organizzazioni messicane del narcotraffico, e opera su scala internazionale; prima della sua uccisione, gli USA avevano offerto una ricompensa di 15 milioni di dollari per chi avesse fornito informazioni sul Mencho.
I lavoratori del settore dei trasporti incroceranno le braccia per più giorni questa settimana. Si inizierà con lo stop dell’intero comparto dell’aviazione civile di giovedì 26 febbraio, data decisa dopo che il ministro dei Trasporti Salvini aveva precettato lo sciopero del comparto durante lo svolgimento delle Olimpiadi. Alcune compagnie, come Ita Airways, hanno annunciato la cancellazione di oltre la metà dei collegamenti previsti per quel giorno e il successivo. Venerdì 27 e sabato 28 sarà la volta di Ferrovie per lo Stato, con lo stop ai treni di lunga percorrenza e regionali. A fermarsi saranno anche i lavoratori del trasporto merci su rotaia.
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