martedì 13 Gennaio 2026
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Le borse brindano alla guerra contro il Venezuela: volano le aziende di armi e petrolio

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Il blitz statunitense in Venezuela ha acceso le borse globali, trasformando una crisi geopolitica in un rally finanziario. Tra future in rialzo, indici asiatici euforici e Wall Street pronta a seguire, a guidare la corsa sono i titoli dell’energia e della difesa, mentre il petrolio risale e gli investitori scommettono su “ricostruzioni” future. In parallelo, hedge fund e gestori patrimoniali statunitensi stanno pianificando un viaggio esplorativo a Caracas a marzo, per anticipare il nuovo assetto di potere e sfruttare la crisi come corsia preferenziale verso il mercato venezuelano, puntando su privatizzazioni del settore energetico e sulla riapertura ai capitali occidentali.

È la logica della shock economy: l’emergenza viene usata come leva e la destabilizzazione diventa un modello di business. Lunedì la reazione delle borse al raid statunitense in Venezuela è stata immediata e coordinata. In Asia, Tokyo e Seul hanno registrato rialzi superiori al tre per cento, trainate dai settori industriali ed energetici. Wall Street ha aperto con future in aumento, mentre gli indici europei hanno seguito a ruota. Il messaggio dei mercati è chiaro: la crisi di Caracas ridisegna gli equilibri delle forniture globali e crea spazio per manovre speculative come leva di guadagno. Il petrolio ha reagito con un balzo dei prezzi: gli investitori hanno iniziato a scommettere che l’intervento USA finirà per sostenere l’economia statunitense, garantendo l’approvvigionamento di petrolio e di conseguenza mantenendo sotto controllo l’inflazione. A trarre il maggior vantaggio dal nuovo clima di tensione sono stati i titoli della difesa e dell’energia, tornati a essere letti dai mercati come asset strategici in uno scenario di conflittualità globale crescente. A Milano, su Piazza Affari, gli acquisti si sono concentrati sul listino principale: Leonardo ha messo a segno un rialzo del 6,3%, mentre Fincantieri è salita del 4,5%. Un segnale chiaro di come l’operazione militare statunitense in Venezuela venga interpretata come un incentivo alla spesa militare, riaccendendo al tempo stesso interrogativi su possibili escalation in altri dossier sensibili, dall’Iran alla Groenlandia, fino a Taiwan. Sul fronte energetico si è distinta Eni, in rialzo dell’1,5%, tra le poche major straniere ancora operative nel Paese sudamericano. L’amministrazione Trump non ha ancora consultato le principali compagnie petrolifere statunitensi, come ExxonMobil, Chevron e ConocoPhillips; incontri tra governo e big del petrolio sono in programma nei prossimi giorni, e l’unica major attiva nel Paese resta Chevron.

Dietro l’euforia dei listini si muove una finanza meno visibile ma altrettanto attiva. Secondo quanto riportato da Business Insider, Charles Myers, presidente della società di consulenza Signum Global Advisors e figura conosciuta nei circoli di rischio geopolitico, ha messo in piedi un ristretto gruppo di lavoro di circa venti investitori – tra hedge fund, gestori patrimoniali e specialisti dei settori energetico e difesa – con l’obiettivo di recarsi a Caracas già nel mese di marzo per sondare opportunità di investimento dirette. Secondo il presidente di Signum Global Advisors, proprio il rientro dei capitali stranieri nell’industria energetica dovrebbe fungere da motore iniziale della ripresa, trascinando con sé il rinnovo – o la creazione ex novo – di infrastrutture, capacità produttive e servizi. Myers parla apertamente della possibilità che l’investimento straniero nel Paese nei prossimi cinque anni possa oscillare tra 500 e 750 miliardi di dollari, e sottolinea come molti dei potenziali partecipanti «hanno effettivamente acquistato obbligazioni in previsione di questo momento». Questa dinamica non nasce per caso: gruppi di investimento organizzati da Signum hanno precedenti simili in zone di conflitto o post-conflitto, con viaggi programmati in Siria e Ucraina quando anche lì si profilavano scenari di riassetto economico post-crisi. Nel caso venezuelano, Myers non nasconde il “cauto ottimismo”: «C’è un enorme interesse per le opportunità di ricostruzione del Venezuela».

La rimozione di Maduro viene interpretata dagli ambienti finanziari come l’apertura di una finestra strategica per penetrare in un’economia piegata dalla crisi ma ancora ricchissima di risorse, consentendo agli investitori di posizionarsi in anticipo sul nuovo equilibrio di potere. La destabilizzazione del Venezuela si trasforma così in un’occasione di profitto: un turismo finanziario che anticipa la normalizzazione politica, quando l’emergenza non è ancora superata ma è già monetizzabile. E mentre le borse e i colossi delle armi e del petrolio festeggiano, la finanza affila i denti.

Libano, Israele intensifica i raid: colpite presunte basi di Hezbollah e Hamas

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L’esercito israeliano ha annunciato una serie di attacchi contro presunti depositi di armi ed edifici militari riconducibili a Hezbollah e Hamas in diverse aree del Libano. Secondo le Forze di difesa israeliane, i raid hanno colpito infrastrutture in superficie e sotterranee utilizzate per attività ostili e per il riarmo. In vista degli attacchi, l’esercito ha emesso ordini di evacuazione per alcuni villaggi. Il presidente libanese Joseph Aoun ha accusato Tel Aviv di aver agito per indebolire gli sforzi del suo esecutivo e di altri attori regionali e internazionali per consolidare il cessate il fuoco con Beirut.

147 Paesi hanno approvato (quello che resta) della tassa globale sulle multinazionali

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I 147 Paesi e giurisdizioni che partecipano all’Inclusive Framework su Base Erosion and Profit Shifting (BEPS), promosso dall’OCSE e dal G20, hanno raggiunto un accordo sugli elementi chiave della Global Minimum Tax, un’imposta minima globale del 15% sui profitti delle grandi multinazionali. L’intesa, parte del cosiddetto “Side-by-Side package”, mira a rafforzare la cooperazione fiscale internazionale, ridurre la complessità normativa e proteggere le basi imponibili nazionali, con la finalità di combattere l’elusione fiscale. Tuttavia, questa intesa arriva dopo che il G7 ha sancito l’esclusione delle multinazionali con capogruppo negli Stati Uniti dal meccanismo, indebolendo l’universalità della riforma e sollevando interrogativi sulla sua reale efficacia.

L’accordo annunciato dall’OCSE rappresenta, almeno sulla carta, un importante risultato politico e tecnico. Il suo scopo dichiarato è gettare le basi per una maggiore stabilità e certezza del diritto nel sistema fiscale internazionale, preservando i progressi finora conseguiti. Il pacchetto consolida un sistema che impone un’aliquota fiscale minima alle multinazionali con ricavi elevati in ciascuna giurisdizione in cui operano, contrastando la tendenza delle imprese a spostare profitti verso Paesi a bassa tassazione. Previsti anche strumenti di semplificazione e assistenza tecnica per facilitare l’implementazione nei diversi ordinamenti fiscali. Secondo l’organizzazione, il pacchetto «tutelerà la possibilità per tutte le giurisdizioni, in particolare i Paesi in via di sviluppo, di avere diritti di prima imposizione sui redditi generati nelle loro giurisdizioni».

Nello specifico, l’accordo si articola in cinque componenti chiave. Innanzitutto, introduce una serie di misure di semplificazione per ridurre gli oneri di compliance per le multinazionali e le autorità fiscali. In secondo luogo, uniforma ulteriormente il trattamento degli incentivi fiscali a livello globale attraverso una nuova clausola di salvaguardia mirata per gli incentivi basati sulla sostanza economica. Terzo, stabilisce nuovi “porti sicuri” per i gruppi multinazionali la cui entità madre ultima si trova in una giurisdizione idonea che soddisfa i requisiti minimi di tassazione. Quarto, comprende un processo di valutazione basato su prove concrete per garantire condizioni di parità tra tutti i membri. Infine, rafforza il ruolo dei regimi fiscali minimi nazionali qualificati come meccanismo primario per proteggere le basi imponibili locali, specialmente nei Paesi in via di sviluppo.

Tuttavia, questa architettura complessa è stata influenzata in modo sostanziale da un accordo politico precedente raggiunto in seno al G7 sotto la presidenza canadese. Per scongiurare contromisure legislative negli Stati Uniti, i Paesi del G7 hanno infatti concordato un’intesa condivisa che prevede, in determinate condizioni tecniche, l’esclusione delle imprese statunitensi dall’applicazione di alcune norme del Secondo Pilastro — in particolare la Regola di inclusione dei redditi (IIR) e la Regola sui profitti insufficientemente tassati (UTPR). L’intesa è stata collegata anche al contesto negoziale che ha riguardato la proposta legislativa interna statunitense nota come Section 899 nel disegno di legge OBBBA, la cosiddetta “tassa sulla vendetta” che avrebbe colpito le imprese straniere attive negli USA. L’intesa è stata salutata dal Segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, come un modo per «garantire maggiore stabilità e certezza al sistema fiscale internazionale in futuro».

Tale deroga rischia di svuotare di significato la riforma. Le multinazionali statunitensi (insieme a quelle cinesi) rappresentano infatti una quota importante a livello mondiale e la loro esenzione pratica potrebbe lasciare di nuovo spazio ai paradisi fiscali, incentivando lo spostamento della residenza delle multinazionali e migliorando la loro competitività fiscale rispetto ad altri Paesi. Inoltre, restano irrisolte questioni centrali, tra cui quella delle Digital Services Taxes, unilateralmente adottate da molti Paesi e fonte di continue tensioni.

L’OCSE ha ora il compito di guidare la fase di attuazione, offrendo assistenza tecnica e strumenti operativi. Tuttavia, la strada per una tassazione globale veramente equa ed efficace appare oggi più complessa e incerta. L’intesa dei 147 Paesi, pur rappresentando oggettivamente un progresso tecnico notevole, dovrà infatti fare i conti con una realtà geopolitica in cui il potere contrattuale di singole nazioni può ancora influenzare l’esito finale, lasciando in sospeso la promessa di contrastare in modo universale l’elusione fiscale delle grandi corporation.

Roma, si è ufficialmente chiuso il Giubileo

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Papa Leone XIV ha chiuso la Porta Santa della Basilica di San Pietro, atto che segna ufficialmente la conclusione del Giubileo aperto da papa Francesco il 24 dicembre 2024. L’evento, centrale per la Chiesa cattolica, ha richiamato a Roma pellegrini da tutto il mondo. Durante l’Anno Santo hanno attraversato la Porta Santa 33,5 milioni di persone,provenienti da 185 Paesi. Non è la prima volta che il Giubileo viene aperto e chiuso da due papi diversi. In origine il Giubileo garantiva il perdono totale dei peccati; oggi mantiene una valenza simbolica, con un significato soprattutto spirituale e comunitario.

Non solo petrolio: perché il Venezuela è irrinunciabile per l’imperialismo USA

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L'operazione militare condotta dagli Stati Uniti contro il Venezuela, che ha portato al rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro, rappresenta uno spartiacque nella politica estera americana così come per gli equilibri politici regionali e mondiali. Più che per ragioni di esportazione democratica, in perfetto stile a stelle e strisce, Trump ha ufficialmente ammesso che l’azione militare contro il Paese sudamericano è stata condotta per impadronirsi del suo petrolio. Sebbene i giacimenti di petrolio venezuelani siano i più grandi al mondo, quel che non viene detto è che il Venezuela è...

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Venezuela: nella notte droni e spari vicino al palazzo presidenziale, poi rientra l’allarme

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Nella notte tra lunedì e martedì, nel centro di Caracas, colpi d’arma da fuoco ed esplosioni hanno squarciato il silenzio attorno al Palazzo di Miraflores, sede del governo venezuelano, mentre sui social iniziavano a circolare immagini di droni in volo sopra l’area presidenziale, dando origine a speculazioni su un possibile tentativo di colpo di Stato. L’allerta sicurezza è rientrata in meno di un’ora, ma l’episodio ha confermato il clima di forte tensione che attraversa il Paese. Poche ore prima, Delcy Rodríguez aveva prestato giuramento come presidente ad interim davanti all’Assemblea nazionale, mentre a New York si era svolta la prima udienza giudiziaria di Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores, comparsi davanti a un giudice federale dopo il sequestro da parte delle forze speciali statunitensi.

Le prime segnalazioni arrivate dal centro di Caracas verso l’una e trenta ore italiane riferivano di sagome di droni in volo sopra il complesso presidenziale e di movimenti anomali di uomini armati nelle strade adiacenti, alimentando per diverse ore il timore di un’operazione militare o di un incidente di sicurezza. In alcuni dei video circolati sui social si distinguono colonne di mezzi militari e blindati, da cui scendono uomini armati schierati in assetto operativo, affiancati da motociclisti con fucili imbracciati, immagini che richiamano le unità paramilitari legate al ministero dell’Interno. In almeno alcuni edifici residenziali della zona, i vetri sarebbero stati raggiunti da proiettili vaganti. Secondo fonti locali citate da El Nacional, gli spari sarebbero stati il risultato di un errore di coordinamento interno: alcune unità a terra avrebbero aperto il fuoco dopo aver individuato come “non identificati” droni di sorveglianza operativi nell’area senza un’adeguata comunicazione preventiva. La confusione avrebbe innescato una risposta armata immediata. Non risultano feriti e le autorità non hanno diffuso una ricostruzione ufficiale dettagliata dei fatti.

L’episodio si inserisce in una fase di profonda instabilità istituzionale e politica per il Venezuela. Proprio ieri, l’ex presidente Nicolás Maduro e la moglie Cilia Flores sono comparsi davanti al giudice federale Alvin Hellerstein del distretto meridionale di New York a Manhattan, rispondendo alle accuse di traffico di droga, narco-terrorismo e uso illecito di armi da guerra. In aula, con i piedi ammanettati e camicia blu sopra la tuta arancione carceraria, Maduro si è dichiarato “innocente” e “prigioniero di guerra”, definendo la sua presenza negli Stati Uniti un sequestro illegittimo e ribadendo di essere ancora il presidente costituzionale del Venezuela. La prossima udienza è stata fissata per il 17 marzo. Il loro difensore è l’avvocato americano Barry Pollack, noto per aver rappresentato Julian Assange. È considerato uno dei più autorevoli penalisti statunitensi, con oltre trent’anni di esperienza nella difesa di dirigenti d’azienda, alti funzionari pubblici e grandi organizzazioni coinvolti in procedimenti complessi e ad alta esposizione mediatica. Il caso che ne ha consolidato la notorietà internazionale resta quello del fondatore di WikiLeaks, concluso lo scorso giugno con la fine di un contenzioso con Washington durato quattordici anni.

Intanto, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ribadito che gli USA «non sono in guerra con il popolo venezuelano» e sul fronte della transizione politica, ha escluso che si possano tenere elezioni in Venezuela nei prossimi 30 giorni. Il tycoon ha parlato di un progetto di ricostruzione delle infrastrutture energetiche venezuelane che potrebbe richiedere fino a 18 mesi e per il quale gli Stati Uniti sono pronti a offrire sovvenzioni alle compagnie petrolifere. Nel frattempo, alla Assemblea nazionale venezuelana Delcy Rodríguez, finora vicepresidente e ministro del petrolio, ha prestato giuramento come presidente ad interim per un periodo iniziale di 90 giorni, con possibilità di estensione fino a sei mesi. In concomitanza con l’insediamento, nelle strade di Caracas, i sostenitori di Maduro sono scesi in piazza chiedendone la liberazione. Nel suo primo messaggio ufficiale, Rodriguez ha lanciato un appello a Trump per lavorare insieme su “pace e dialogo”, auspicando una relazione bilaterale rispettosa e cooperativa. La sua nomina è stata riconosciuta dall’esercito, mentre la leader dell’opposizione e Premio Nobel per la Pace Maria Corina Machado, da una località segreta, ha dichiarato di voler tornare in patria «il prima possibile» e in un’intervista a Fox News ha attaccato duramente Rodríguez, definendola parte integrante dell’apparato che ha sostenuto la corruzione e la repressione.

Iran: almeno 35 morti e 1200 arresti nelle proteste

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Sale a 35 il bilancio delle vittime delle proteste contro la crisi economica in Iran. Lo riferisce l’ong Human Rights Activists, secondo cui tra i morti figurano quattro bambini e due membri delle forze di sicurezza. Dall’inizio delle manifestazioni, almeno 1.200 persone sono state arrestate. Sarebbero inoltre circa 250 gli agenti di polizia e 45 i membri delle forze Basij iraniane rimasti feriti. Il bilancio delle vittime rimane, però, difficile da verificare. Le proteste si sono estese a 27 delle 31 province del Paese. Intanto, il capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha avvertito che il sistema giudiziario non mostrerà “alcuna clemenza” verso i “rivoltosi”, pur riconoscendo il diritto a manifestare per rivendicazioni economiche.

Contro gli affitti brevi: Capri taglia l’IMU a chi affitta ai residenti

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Il Comune di Capri, isola nel golfo di Napoli appartenente all'arcipelago Campano e parte della città metropolitana di Napoli, ha deciso di azzerare l’IMU per i proprietari che affittano i propri immobili ai residenti. Una misura pensata per riportare sul mercato gli affitti a lungo termine, ormai diventati rari dopo anni di espansione delle locazioni turistiche brevi. È una scelta netta, che interviene su uno dei nodi più delicati delle località ad alta pressione turistica: l’accesso alla casa per chi vive e lavora stabilmente sul territorio.
La decisione è stata approvata durante l’ultimo Co...

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Studio USA ammette: nel 2025 la Russia è avanzata in Ucraina a ritmo doppio

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Un’analisi dell’Istituto americano per lo Studio della Guerra (ISW) ha certificato che il 2025 è stato l’anno dell’avanzata più significativa delle forze russe in Ucraina dall’invasione su larga scala del 2022. Lo studio, condotto assieme al Progetto Minacce Critiche (CTP), rivela infatti che Mosca ha conquistato nell’ultimo anno un’area territoriale superiore a quella ottenuta nel 2024 e nel 2023 messi insieme, nonostante il picco degli sforzi diplomatici per un piano di pace negli ultimi mesi. Un’accelerazione che rischierebbe fortemente di compromettere le stesse trattative in corso.

Secondo il documento, nel solo 2025 la Russia ha annesso oltre 5.600 chilometri quadrati di territorio ucraino, una superficie pari allo 0,94% del totale del paese. Questo dato eclissa i progressi cumulativi del 2024, fermi a 4.000 km², e quelli del 2023, ammontanti a soli 580 km². Un’avanzata sostenuta e graduale, seppur con ritmi variabili: a dicembre Mosca ha conquistato 244 km², il suo progresso mensile più debole da marzo, ma il mese di novembre ha fatto registrare un balzo in avanti di 701 km². L’offensiva si è concentrata particolarmente nel Donbass, con guadagni anche di 131 km² nella regione di Zaporizhzhia, teatro di intensi bombardamenti.

L’accelerazione è stata resa possibile da un nuovo “modello operativo” che si basa su una prolungata campagna di interdizione aerea sul campo di battaglia (BAI), con sforzi di interdizione tattica, missioni di infiltrazione e assalti di piccoli gruppi di massa che hanno permesso i progressi russi nelle direzioni Pokrovsk, Oleksandrivka e Hulyaipole che si sono verificate nell’autunno 2025. Ad aprile e maggio 2025, i russi hanno dispiegato lungo tutto il fronte elementi del Centro per le Tecnologie Avanzate Senza Equipaggio, fondamentali per il successo di queste operazioni. Adattamenti tecnologici cruciali hanno supportato la campagna, come la produzione su vasta scala di droni a fibra ottica, più resistenti alle contromisure elettroniche ucraine. Il raggio di azione di questi droni è aumentato da circa 7 chilometri all’inizio della primavera 2025 a circa 20 chilometri nell’estate 2025, per arrivare, con adattamenti recenti, a tra i 50 e i 60 chilometri.

Le avanzate relativamente più veloci della Russia nel 2025 hanno spesso approfittato delle cattive condizioni meteorologiche – pioggia, nebbia, neve – che ostacolano le operazioni dei droni ucraini. Non mancano comunque, secondo il documento, vere e proprie battute d’arresto per l’esercito del Cremlino. Lo studio evidenzia che le forze ucraine hanno riconquistato terreno in due aree specifiche: nella regione di Kharkiv i russi hanno perso 125 km², mentre in quella di Dnipropetrovsk il arretramento è stato di 55 km². «Queste riconquiste ucraine sono le più importanti dal giugno 2023» si legge nell’analisi, che nota come proprio queste due zone siano quelle da cui il piano americano propone esplicitamente il ritiro russo.

A fine dicembre, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha incontrato il presidente statunitense Donald Trump nella sua residenza di Mar-a-Lago, in Florida, per parlare del nuovo piano in venti punti per la pace, elaborato congiuntamente da Washington e Kiev. L’incontro è stato preceduto da una lunga telefonata con Vladimir Putin. In conferenza stampa, Trump è apparso ottimista, ma il piano di pace resta in gran parte teorico, privo di passi concreti e segnato da «uno o due temi spinosi», ossia da questioni strategiche e territoriali ancora aperte, tra cui il Donbass, la centrale nucleare di Zaporizhzhia e l’adesione dell’Ucraina alla NATO. Nel quadro di una guerra che prosegue nonostante i colloqui, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nei suoi auguri per il 2026, ha offerto una valutazione sul processo di pace, affermando che un accordo per porre fine alla guerra è «pronto al 90%». Ha però avvertito che il restante 10% determinerà il «destino della pace», lasciando intendere che la questione cruciale del futuro dei territori occupati rimane il nodo irrisolto.

Scontri in Yemen: 400 turisti bloccati nel Paese, 86 italiani

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400 turisti stranieri sono bloccati sull’isola di Socotra, in Yemen, a causa degli scontri tra le milizie legate al gruppo separatista del Consiglio di Transizione del Sud (STC) e i gruppi legati al governo centrale. Tra questi, 86 sono italiani; la Farnesina ha avvisato di stare collaborando con l’ambasciata dell’Arabia Saudita – competente anche per lo Yemen – per velocizzare il rientro dei propri cittadini. Gli scontri in Yemen vanno ormai avanti da inizio dicembre, quando le forze del STC – supportate dagli Emirati Arabi – hanno lanciato una vasta offensiva contro quelle del governo centrale – supportato dall’Arabia Saudita – conquistando vaste porzioni di territorio.