Questa mattina, sull’autostrada A14, nei pressi di Ortona (Chieti), un furgone portavalori diretto verso Pescara è stato assaltato da un commando armato. I rapinatori hanno bloccato il mezzo con un’auto di traverso e chiodi sull’asfalto, sparando colpi d’arma da fuoco e usando esplosivo per aprire il portavalori. Il bottino ammonterebbe a circa 400mila euro. Non si registrano feriti. Durante l’azione sono state incendiate alcune auto: in totale risultano coinvolti tre veicoli e un camion. Per il fumo due persone sono state soccorse dal 118. Il tratto Ortona–Pescara Sud è stato chiuso, causando lunghe code.
Ucraina: raid russo su Kiev, almeno 2 morti
È di due morti e di almeno quattro feriti il bilancio di un raid russo condotto nella notte in Ucraina. A Kiev un raid ha colpito aree residenziali, colpendo anche un centro medico privato nel distretto di Obolonskyi, dove due persone sono rimaste gravemente ferite. Danni sono stati registrati anche nella regione circostante la capitale, dove infrastrutture civili e abitazioni sono state interessate dagli attacchi. Le difese aeree ucraine sono entrate in funzione per intercettare parte dei missili e dei droni lanciati da Mosca. Le autorità invitano la popolazione a restare nei rifugi, mentre il bilancio potrebbe aggravarsi nelle prossime ore.
Trump, imperialismo senza freni: vuole anche Cuba, Colombia e Groenlandia
«L’America può proiettare la propria volontà ovunque, in qualsiasi momento». La frase pronunciata dal capo del Pentagono Pete Hegseth il 3 gennaio in conferenza stampa fotografa senza ambiguità il nuovo corso dell’imperialismo trumpiano. Il Venezuela non è un’eccezione, ma un ritorno all’origine: la riaffermazione della dottrina Monroe in versione aggiornata: “Le Americhe agli americani” diventa un principio operativo che ridefinisce l’America Latina come “cortile di casa”, spazio naturale di influenza e intervento di Washington. In questo quadro, la cattura di Maduro assume un valore soprattutto simbolico, mentre l’asse della pressione si sposta anche su Cuba e Colombia. A questi si aggiunge la Groenlandia, rivendicata da Trump come necessità strategica per la sicurezza USA, nonostante il secco no di Copenaghen.
A fare da megafono alle ambizioni neoimperialiste di Washington è Marco Rubio che ha difeso l’operazione in Venezuela chiarendo che: «Questo è il nostro emisfero». Parole che demarcano la politica muscolare della Casa Bianca ed evocano una memoria storica tutt’altro che sepolta. Il linguaggio dell’“amministrazione temporanea”, già ascoltato a Panama e poi in Iraq, oggi viene riproposto in forma quasi identica con Caracas, confermando come la promessa di gestione responsabile si traduca spesso in puro dominio. E proprio nelle ultime ore, il Segretario di Stato, figlio di emigranti controrivoluzionari cubani, durante una intervista alla NBC, ha parlato apertamente di “preoccupazione” per i vertici dell’Avana, lasciando intendere scenari di regime change, affermando che il governo cubano «è un enorme problema» ed è «in grossi guai». «Non penso che sia un mistero il fatto che non siamo dei grandi fan del regime cubano», ha ricordato Rubio.
L’attacco frontale più netto è, però, quello contro la Colombia. Trump ha accusato il governo di Bogotá di non affrontare adeguatamente il narcotraffico e ha lasciato intendere possibili misure severe, includendo la minaccia di intervento militare. Vittima degli strali è il presidente Gustavo Petro, che secondo il tycoon «produce cocaina, la manda negli Stati Uniti, quindi stia attento a non farsi beccare». Petro ha respinto le accuse su X, definendole infondate e strumentali, ha rivendicato la sovranità della Colombia e avvertito che il suo Paese non accetterà pressioni, minacce o ingerenze esterne. Anche il Messico è finito nel mirino di Washington: «Dobbiamo fare qualcosa con il Messico, il Messico deve darsi una regolata» ha dichiarato Trump sull’aereo presidenziale. In una intervista a Fox News, il tycoon ha sostenuto che la presidente messicana Claudia Sheinbaum non stia realmente governando il suo Paese, ma che siano invece i cartelli della droga a controllare la nazione: «Quindi dobbiamo fare qualcosa», ha concluso Trump.
Dopo aver rilanciato le minacce in America Latina, Trump ha posto al centro dell’agenda anche la Groenlandia, definendola “necessaria” agli Stati Uniti: «Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale, e la Danimarca non sarà in grado di occuparsene». Il presidente USA ha collegato la posizione artica del territorio alla crescente presenza di navi russe e cinesi, sostenendo che Washington deve avere un ruolo maggiore nel controllo dell’isola autonoma e che ciò sarebbe anche nell’interesse europeo: «L’UE ha bisogno che noi abbiamo la Groenlandia». In un’intervista all’Atlantic, il presidente ha ribadito che l’obiettivo è «Prendere il controllo fino a quando non ci sarà una transizione ordinata». Le tensioni sono aumentate dopo un post della podcaster Katie Miller, moglie di Stephen Miller, uno dei più stretti collaboratori di Trump, che ha pubblicato un’immagine della Groenlandia coperta dalla bandiera USA con la scritta «Presto». La reazione di Copenaghen è stata netta: la premier danese Mette Frederiksen ha respinto al mittente ogni ipotesi di annessione o di minacce, affermando che gli Stati Uniti non hanno alcun diritto di prendere il controllo della Groenlandia e invitando Washington a cessare ogni pressione su un alleato storico.
Dalle Ande all’Artico emerge una strategia coerente di Washington: colpire i governi non allineati, ridisegnare rapporti di forza e imporre interessi strategici in nome della sicurezza. È un neoimperialismo senza freni, che cambia linguaggio rispetto al passato ma non natura, mentre guerra e violazione della sovranità rimangono prassi ordinaria.
Domenica al museo: 213mila visitatori
213mila persone hanno usufruito oggi dell’ingresso gratuito nei musei, gallerie e parchi archeologici statali nella prima domenica del mese. In base ai primi dati disponibili, il sito più scelto è risultato essere il complesso del Pantheon – Basilica di Santa Maria ad Martyres con 15mila visite, seguito dal Parco archeologico del Colosseo (13,9mila visite) e dalle Gallerie degli Uffizi (11,4mila visite).
Meloni come Netanyahu e Milei: appoggia il rapimento di Maduro per compiacere Trump
Subito dopo il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro ad opera degli Stati Uniti, è iniziato il gioco di equilibrismi da parte delle cancellerie di tutto il mondo, chiamate a destreggiarsi tra (il fu) diritto internazionale e la realpolitik. Se da Cina e Russia è arrivata una condanna netta, gli alleati argentini e israeliani non hanno perso tempo per congratularsi col presidente americano Donald Trump. L’Unione europea, così come la maggior parte degli Stati membri, ha tentato di celare la soddisfazione per la caduta di Maduro con un generico invito al rispetto delle norme internazionali. A sfilarsi dal fronte della cautela è stata l’Italia, col governo Meloni che, pur non reputando «l’azione militare esterna la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari», «considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico».
Le conseguenze della discrezionalità nel definire attacchi alla propria sicurezza e fare ricorso all’etichetta del terrorismo sono evidenti nella storia recente, trovando proprio negli Stati Uniti un protagonista in negativo, con aggressioni sparse tra Iraq, Afghanistan e ora Venezuela. «La violazione del diritto internazionale» da parte di Washington crea in tal senso «un pericoloso precedente», come sottolinea il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si riunirà domani, 5 gennaio, per discutere dell’aggressione militare USA ai danni del Venezuela, che aveva fatto appello alla massima organizzazione internazionale.
Russia, Iran e Cina hanno condannato l’incursione americana. Ha fatto eco Cuba, che nel Venezuela aveva trovato un alleato decennale contro l’embargo di Washington. Sul versante opposto si sono posizionati Argentina e Israele, con elogi a Trump. Benjamin Netanyahu ha parlato di una «leadership coraggiosa e storica a favore della libertà e della giustizia», mentre Javier Milei ha commentato con un: «Viva la libertà!».
Reazioni più caute si sono registrate nel Vecchio Continente, dove si è cercato di mascherare la soddisfazione per la cattura di Maduro attraverso giri di parole e richiami generici al diritto internazionale. «Siamo al fianco del popolo venezuelano e sosteniamo una transizione pacifica e democratica. Qualsiasi soluzione deve rispettare il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite», ha scritto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, glissando sull’aggressione militare USA. Sulla stessa lunghezza d’onda Kaja Kallas, a capo degli affari esteri dell’UE, e diversi Paesi membri, tra cui Germania e Francia, cui ha fatto eco il Regno Unito. Se la Spagna ha fatto sapere di non riconoscere l’intervento USA in Venezuela, l’Italia lo ha legittimato, considerandolo «un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza.
Il governo Meloni conferma così il suo allineamento fideistico all’amministrazione Trump, un’entità, a quanto pare, al di sopra del diritto per Palazzo Chigi. La vicinanza italiana alla causa statunitense era emersa già durante la guerra dei dazi intrapresa da Washington e ancora prima con l’aumento delle spese militari e delle importazioni di gas liquido americano a prezzi elevati. Trump ha trovato in Europa, con l’Italia, l’equivalente dell’avamposto israeliano in Medio Oriente e argentino in America Latina. Se è chiaro però che Netanyahu tragga da Washington legittimazione e permessi per la sua condotta criminale e Milei un sostegno economico in grado di tenere in piedi le sue disastrose politiche neoliberiste, resta da scoprire cosa cerchi o abbia ottenuto il governo dei “sovranisti” in cambio della sua fedeltà a stelle e strisce.
Incendio Crans-Montana: identificate 6 vittime italiane
L’incendio scoppiato a Capodanno in un locale svizzero, a Crans-Montana, ha provocato oltre un centinaio di feriti e 40 morti. Alle operazioni di soccorso si sono affiancate quelle per l’identificazione delle vittime, che hanno portato al riconoscimento di 6 ragazzi italiani (cinque sedicenni e una quindicenne), come confermato dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. «Esistono le disgrazie, ma questa è stata una tragedia evitabile», ha commentato Riccardo Minghetti, l’ambasciatore italiano in Svizzera.
Siria, attacco UK-Francia contro postazioni ISIS
Le aviazioni britannica e francese hanno effettuato un attacco congiunto su una struttura sotterranea in un’area montuosa a nord di Palmira, in Siria. Secondo una nota del ministero della Difesa britannico, il complesso di gallerie sarebbe stato usato dall’ISIS come deposito di armi ed esplosivi. A Palmira, il 13 dicembre scorso, dei militari statunitensi e siriani erano caduti in un’imboscata dello Stato Islamico, con un bilancio di tre morti e diversi feriti.
Tentato golpe in Venezuela: cosa succederà ora?

L’incursione statunitense che la scorsa notte ha portato al rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro e all’uccisione di almeno 40 persone non si è conclusa con la capitolazione del Paese e del popolo chavista. Se è vero che la risposta popolare al tentato golpe USA non è paragonabile a quella che nel 2002 fermò il colpo di stato contro l’allora presidente Hugo Chávez, è altrettanto vero che il sentimento antimperialista ha restituito, almeno per il momento, una saldatura con l’apparato istituzionale. La Corte Suprema del Venezuela ha ordinato alla vicepresidente Delcy Rodríguez di assumere ad interim la presidenza. Si aprono ora diversi scenari, che vanno dalle elezioni anticipate all’ascesa, attraverso il voto o la violenza, delle opposizioni. Non si esclude il golpe nel golpe da parte dell’apparato militare, un’ipotesi che prende quota di fronte alle minacce del presidente USA Donald Trump. Quest’ultimo ha dichiarato l’occupazione del Paese affermando che sul territorio non saranno inviati soldati americani «se la vicepresidente farà ciò che vogliamo».
Nel primo discorso alla tv di Stato dopo il rapimento di Nicolás Maduro, Delcy Rodríguez ha posto l’accento sulla mobilitazione del popolo e delle forze nazionali di fronte all’attacco statunitense. La vicepresidente ha poi citato l’eroe nazionale Simón Bolivar: «Il velo si è strappato, abbiamo già visto la luce e vogliono riportarci nelle tenebre. Le catene sono state spezzate, siamo già stati liberi e i nostri nemici vogliono nuovamente renderci schiavi. Il Venezuela non tornerà mai più ad essere una colonia».
«Qui c’è un solo presidente e si chiama Nicolás Maduro», ha detto Rodríguez, chiedendone il rilascio immediato. Anche la Corte Suprema del Venezuela, nell’ordinare a Rodríguez di assumere la presidenza ad interim, non ha dichiarato definitivamente caduto Maduro, che al momento resta in custodia negli Stati Uniti. Di fronte all’impedimento temporaneo del presidente, il suo sostituto governa fino a 90 giorni, prorogabili fino a 6 mesi dall’Assemblea Nazionale, prima delle elezioni anticipate. Se invece l’impedimento di Maduro divenisse definitivo, il tempo per organizzare il voto scenderebbe a 30 giorni.
Nel frattempo, l’opposizione guidata da María Corina Machado scalpita e preme per «una transizione sicura». Pesa però la sonora bocciatura di Donald Trump, che evidentemente non ha ancora buttato giù la perdita del premio Nobel per la Pace proprio a favore di Machado. Quest’ultima, secondo il presidente USA, «non ha il sostegno o il rispetto per guidare il Venezuela». Le prossime ore saranno cruciali per capire se le opposizioni sceglieranno la strada della violenza per imporre il proprio status quo e superare la stagione chavista.
Quest’ultimo obiettivo è chiaro nei piani dell’amministrazione Trump, che punta ad esempio a smantellare le nazionalizzazioni di Chávez a favore delle industrie private americane, soprattutto del petrolio. «Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e giudiziosa», ha detto Trump, annunciando di fatto l’occupazione del Paese. Di fronte a questo scenario non si esclude che i funzionari governativi venezuelani possano organizzare un golpe nel golpe, guidato dal ministro della Difesa Vladimir Padrino López.







