mercoledì 4 Febbraio 2026
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“Comunità pianificate”: il nuovo modello abitativo per controllare i palestinesi a Gaza

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Controlli biometrici agli ingressi e alle uscite; check-points e sorveglianza degli spostamenti; portafogli elettronici in shekel per controllare i trasferimenti bancari, insieme a una riscrittura della storia che normalizza l’occupazione israeliana sui territori palestinesi.
La chiamano «comunità pianificata» ed è il nuovo possibile modello per una serie di campi residenziali da costruire sulle macerie di Gaza. Di fatto, un nuovo esperimento sociale, un panopticon basato sulle tecnologie biometriche, descritto come un «caso di studio» e finanziato interamente dagli Emirati Arabi Uniti. Un progetto che rischia di essere il modello per la ricostruzione della Striscia di Gaza.

Il piano dettagliato è stato presentato il 14 gennaio a un gruppo di donatori europei presso il Centro di Coordinamento Civile Militare (CCMC) di Kyryat Gat (nel sud di Israele), l’organismo a guida americana istituito nell’ottobre 2025 con l’accordo di pace a firma Trump che avrebbe dovuto coordinare gli sforzi di stabilizzazione e soccorso nella Striscia di Gaza. I documenti della presentazione sono stati svelati da un’inchiesta giornalistica di Drop Site News e poi dal The Guardian. Già lo scorso novembre era stata diffusa la notizia che l’amministrazione Trump stesse progettando nell’area occupata e controllata dall’esercito israeliano complessi residenziali chiamati «comunità sicure alternative» per «ospitare» (ovvero rinchiudere) i palestinesi di Gaza. Ora, se ne ha la conferma.

Secondo l’analisi delle immagini satellitari effettuata da Forensic Architecture, sembra che la prima di queste «comunità pianificate» sia già in fase di preparazione su un terreno di 1 km quadrato a Rafah, all’incrocio di due corridoi militari. Circa 25mila residenti palestinesi avranno accesso a servizi di base come istruzione, assistenza sanitaria e acqua corrente. Ma il prezzo, è alto. Per entrarvi bisogna ottenere un numero di identificazione personale che verrà rilasciato tramite un’accurata selezione dalle autorità in coordinamento con il COGAT, il ramo dell’esercito israeliano che sovrintende agli affari civili palestinesi nell’occupazione della Cisgiordania e di Gaza. Secondo le informazioni ottenute, verranno privilegiate le «famiglie estese intatte» (una grossa rarità da trovare a Gaza dopo oltre due anni di genocidio), residenti con una certa professionalità (professori, medici, personale amministrativo, professionisti della finanza) e gli abitanti che già vivevano nell’area, mentre si escluderanno tutti coloro che sono considerati «elementi di Hamas» o loro affini. Anche il sistema educativo verrà strettamente controllato e riscritto dagli Emirati Arabi Uniti, il Paese arabo che più ha normalizzato i rapporti con israele, per «impedire che una popolazione priva di istruzione e senza occupazione si dedichi ad attività inadeguate». Cosa si intenda con “attività inadeguate” sembra palese: riscrivere la storia per evitare di ritrovarsi giovani palestinesi che vogliono combattere Israele. Dimenticando, inoltre, che nonostante la brutale occupazione israeliana, i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania avevano uno dei tassi di alfabetizzazione più alti al mondo, che nel 2020 ha superato il 97%, con alti tassi di iscrizione all’istruzione secondaria e superiore.

Lo smantellamento di UNRWA, l’Agenzia ONU per i rifugiati palestinesi che da decenni si occupa di garantire servizi come sanità e istruzione, insieme al blocco delle ONG internazionali che operavano sul territorio, è uno dei tasselli fondamentali per la riuscita del piano illustrato al CCMC e che ha ottenuto il benestare di Israele. In questo modo, si elimina ogni alternativa, per obbligare i palestinesi ad accettare queste forme abitative, spingendoli tramite l’arma della fame e della necessità a essere parte di questo nuovo esperimento sociale e tecnologico. Il tutto, in nome della “sicurezza”.

I progettisti prevedono diverse iniziative per «prevenire l’influenza di Hamas», con l’introduzione di portafogli elettronici in shekel per «mitigare la diversione di beni e fondi verso i canali finanziari di Hamas», sostituendo l’economia gazawa basata in gran parte sulla moneta contante. La presentazione non menziona il fatto che Israele sta limitando l’ingresso di merci a Gaza da oltre 20 anni. Un portavoce dell’IDF ha affermato che Israele non parteciperà alla costruzione o alla gestione del complesso degli Emirati Arabi, ma che sarà l’ISF (la Forza Internazionale di Stabilizzazione) a partecipare con le sue truppe sul campo. Non è specificato chi effettuerà i controlli per l’accesso o gestirà la raccolta di dati biometrici.

«Questa comunità che sta per essere realizzata a Rafah costituirà il modello su cui basarsi per approfondire e ampliare il controllo israeliano», ha dichiarato a Drop Site Jonathan Whittall, un alto funzionario delle Nazioni Unite in Palestina tra il 2022 e il 2025, dopo aver esaminato una trascrizione dei materiali. «Questa è la fase successiva nella militarizzazione degli aiuti». L’esperto specifica: «Dopo che Gaza è stata rasa al suolo, affamata e deliberatamente sottoposta ad assedio negli ultimi anni, queste “nuove” comunità costruite sulle macerie delle case della popolazione non sono solo laboratori di governance per testare il controllo e la sottomissione definitivi, ma sono anche la reincarnazione dei campi profughi. Sono progettate per contenere una nuova generazione di palestinesi espropriati, efficacemente selezionati e confinati in zone sempre più ristrette controllate da Israele in cambio della sopravvivenza. Nel frattempo, le cosiddette “zone rosse” rimangono sotto assedio, sempre più isolate da un sistema umanitario che viene deliberatamente ostacolato».

Intanto, nella Striscia di Gaza, Israele continua a bombardare. Ieri, 27 gennaio, due palestinesi sono stati uccisi a Gaza City, mentre aerei da guerra israeliani hanno lanciato raid aerei a Rafah, a Gaza e Khan Younis, accompagnati da pesanti raffiche di fuoco provenienti da veicoli militari. La marina israeliana ha anche attaccato con colpi di arma da fuoco e bombardamenti i pescherecci palestinesi al largo della costa di Khan Younis. Mentre il silenzio dei media è gia calato sulla Striscia, e si parla di “fase due” di un cessate-il-fuoco mai iniziato, salgono a 488 il numero di palestinesi uccisi dai militari di Tel Aviv dagli accordi dell’11 ottobre, e a 1350, il numero dei feriti registrati. Almeno 1300 le violazioni del cessate-il-fuoco commesse da Israele.

I portuali del Mediterraneo hanno proclamato lo sciopero internazionale contro il riarmo

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Da Genova a Bilbao, da Tangeri ad Antalya, il 6 febbraio almeno 21 porti del Mediterraneo si fermeranno in una giornata di sciopero internazionale contro il riarmo europeo, la guerra e il traffico di armi. Dieci scali italiani incroceranno le braccia insieme a quelli di Grecia, Spagna, Marocco e Turchia, bloccando per 24 ore uno dei cuori logistici del commercio globale. Una mobilitazione che intreccia la solidarietà con la Palestina al rifiuto di trasformare i porti in retrovie militari e che prende di mira quella che i promotori definiscono “economia di guerra”: un sistema che scarica i costi sui lavoratori e alimenta gli interessi dell’industria bellica.

«I portuali non lavorano per le guerre» è lo slogan che sintetizza l’opposizione dei portuali alla movimentazione di merci belliche e al crescente riarmo europeo. Promossa dall’Unione Sindacale di Base (USB) insieme ad altri sindacati portuali di diversi Paesi – Enedep (Grecia), LAB (Paesi Baschi), Liman-Is (Turchia) e ODT (Marocco) – la mobilitazione punta a smascherare il legame tra porti, logistica globale e industria bellica: una filiera in cui la militarizzazione degli scali si traduce anche in arretramenti su diritti, salari e tutele per la salute e la sicurezza dei lavoratori. Al centro delle rivendicazioni c’è innanzitutto la richiesta di fermare il flusso di armamenti dai porti verso i teatri di guerra, con un’attenzione particolare alle spedizioni dirette in Palestina, e l’invito rivolto a governi e amministrazioni locali ad adottare un embargo commerciale nei confronti di Israele. I sindacati contestano inoltre il piano di riarmo dell’Unione europea e la progressiva militarizzazione degli scali e delle infrastrutture strategiche, rifiutando che la corsa alle armi diventi il pretesto per nuove privatizzazioni e per processi di automazione che mettono a rischio posti di lavoro e diritti.

Lo sciopero internazionale del 6 febbraio si inscrive in una lunga serie di lotte nei porti del Mediterraneo contro il traffico di armi e la guerra. A partire dal giugno 2025, portuali francesi a Fos-sur-Mer hanno bloccato un container con 14 tonnellate di componenti per mitragliatrici destinate all’esercito israeliano, rifiutandosi di caricarlo su una nave della compagnia israeliana ZIM e dichiarando di non voler partecipare al genocidio in corso a Gaza. L’azione ha avuto eco anche in Italia, con lavoratori di Genova e altri collettivi che hanno sorvegliato la nave nelle fasi di scalo e annunciato presidi per impedire eventuali carichi bellici simili nel loro porto. A Ravenna, nel settembre 2025, la combinazione di proteste di portuali e cittadini ha portato le istituzioni locali e la società di gestione del porto a impedire l’imbarco di container di munizioni provenienti dalla Repubblica Ceca su una nave diretta a Haifa, dopo che lavoratori avevano segnalato la presenza del carico e migliaia di persone avevano manifestato lungo le banchine del porto. Queste azioni non sono eventi isolati, ma parte di un impulso più ampio del movimento portuale europeo contro la complicità nell’invio di armamenti verso teatri di guerra, con richieste esplicite di bloccare le esportazioni di armi verso Israele e di interrompere l’utilizzo dei porti civili per finalità militari. In Italia queste iniziative hanno dialogato con mobilitazioni più vaste, come lo sciopero nazionale del 22 settembre 2025 in solidarietà con la popolazione di Gaza, che ha coinvolto trasporti, portualità e altri settori in proteste e blocchi diffusi contro la cooperazione militare e commerciale con Israele.

La giornata del 6 febbraio è stata pensata per essere internazionale e si prevede l’adesione di porti europei e nordafricani. Alcuni scali come Pireo (Grecia), Bilbao (Spagna), Tangeri (Marocco) e Antalya (Turchia) figurano tra quelli già confermati, oltre a dieci porti italiani come Genova, Trieste, Livorno, Ancona, Civitavecchia, Ravenna, Salerno, Bari, Crotone e Palermo. L’organizzazione logistica dello sciopero prevede blocchi e manifestazioni coordinate: alcuni porti inizieranno le azioni alle prime ore del mattino, altri concentreranno le mobilitazioni nel tardo pomeriggio o alla sera, in base anche alle differenze di fuso orario nel bacino mediterraneo. Un blocco di 24 ore nei porti del Mediterraneo può incidere sulle catene globali e, al tempo stesso, scardinare il ruolo passivo assegnato ai lavoratori nei settori strategici, aprendo la strada a una nuova stagione di lotte transnazionali fondate sulla solidarietà tra gli scali del Mediterraneo.

’Ndrangheta: arrestato in Svizzera il latitante Bruno Vitale

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È stato catturato in Svizzera Bruno Vitale, latitante della ‘ndrangheta legato alla cosca Gallace di Guardavalle. L’arresto è avvenuto a Wetzikon, nel cantone di Zurigo, grazie a un’operazione congiunta della Polizia svizzera e del ROS dei Carabinieri italiani. Vitale era ricercato nell’ambito dell’inchiesta “Ostro-Amaranto” della DDA di Catanzaro, che indaga su associazione mafiosa, traffico internazionale di armi, estorsioni e voto di scambio. È ora in carcere in attesa di estradizione in Italia.

Il grande inganno degli “aromi”: come riconoscerli e perché starne alla larga

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Patatine, grissini e altri prodotti da snack per aperitivi o momenti di relax in casa. Sono uno di quei vizi diffusissimi nelle società occidentali moderne, difficile trovare persone che non vi abbiano a che fare anche perché sono diventati cibi di consuetudine anche nei buffet degli eventi di lavoro e non è affatto semplice smettere di mangiare questi alimenti. Sono presenti in vendita in tanti gusti: al rosmarino, al formaggio, alla paprika, pepe rosa, salsa barbecue, etc. Quando li mangiamo abbiamo effettivamente l’impressione di gustare una patata al rosmarino, per esempio, ma se poi andia...

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Vietato criticare Israele: la maggioranza ha approvato il testo base del ddl antisemitismo

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La Commissione Affari costituzionali del Senato ha mantenuto le sue promesse, approvando il testo base per il disegno di legge sull’antisemitismo in occasione del giorno della memoria. L’obiettivo di adottare il testo su cui proporre emendamenti entro ieri era stato fissato da diversi partiti politici; alla fine, la Commissione ha deciso di utilizzare la proposta del senatore leghista Massimiliano Romeo come tavola bianca su cui entro il prossimo 10 febbraio potranno essere depositate le proposte di modifica. Il testo di Romeo adotta il significato di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA), che tra le varie cose descrive come “antisemita” anche le critiche allo Stato di Israele. Il ddl propone inoltre di vietare manifestazioni «in caso di valutazione di grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita ai sensi della definizione operativa di antisemitismo adottata dalla presente legge». Il ddl si compone di tre articoli, il primo dei quali stabilisce l’adozione della definizione di antisemitismo dell’IHRA secondo la quale «si intende una determinata percezione degli Ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni, di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree e non ebree, i loro beni, le istituzioni della comunità e i luoghi di culto ebraici». Come sottolineato da numerosi studiosi, una tale definizione è problematica perchè estremamente generica e volta a criminalizzare qualsiasi critica contro lo Stato di Israele, non solo quelle di natura antisemita – portando per esempio a confondere antisemitismo e antisionismo. In precedenza, l’applicazione delle definizioni dell’IHRA hanno portato a identificare come antisemiti atti ordinari di protesta – tra questi, murales con la scritta «Palestina libera», adesivi con l’acronimo RAI storpiato in «Radio Televisione Israeliana» e gli inviti a boicottare i prodotti israeliani. Al fine di prevenire atti di semitismo inteso in questi termini, l’art. 2 prevede di creare una «banca dati sugli episodi di antisemitismo», di adottare misure di contrasto adeguate «anche attraverso l’aggiornamento delle regole di accesso ai social media» o «sistemi di segnalazione e rimozione dei contenuti» e di procedere con un’adeguata formazione sul tema tanto educatori e insegnanti quanto gli studenti, tramite appositi percorsi scolastici. Il ddl prevede anche la formazione del personale di polizia, «ai fini di una corretta individuazione della natura antisemita di un reato», oltre alla promozione di programmi sulla conoscenza del fenomeno dell’antisemitismo non solo attraverso tutti i canali di informazione – radiofonici, televisivi e multimediali -, ma anche nello sport. Ma a destare preoccupazione, in particolare, è il contenuto dell’art. 3, il quale prevede che si possa negare l’autorizzazione a una manifestazione anche nel caso in cui vi sia un «rischio potenziale» per l’utilizzo di «simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita» riconoscibile come tale in base alla definizione dell’IHRA adottata dal testo. Proprio per questo motivo, potenzialmente, potrebbero essere vietate tutte le manifestazioni in favore della Palestina per via di slogan quali «From the river to the sea Palestine will be free» (“dal fiume al mare la Palestina sarà libera”), o perchè si invita al boicottaggio dell’economia israeliana (che sta peraltro mostrando i suoi frutti, con l’agricoltura all’orlo del collasso). Proprio la presenza di quest’ultima disposizione rende il testo il più radicale tra quelli analoghi proposti negli scorsi mesi non solo dalla destra (che conta anche la proposta di legge di Maurizio Gasparri), ma anche del PD (con la proposta di Graziano Delrio). Migliaia di studiosi hanno segnalato in più occasioni il rischio dell’adozione di un testo basato sulla definizione dell’IHRA, proprio perchè ampia i contorni della criminalizzazione di qualsiasi espressione contro Israele – ed è infatti proprio per questo fortemente caldeggiata dallo Stato sionista. Sarebbe inoltre la prima volta in cui nel nostro ordinamento viene resa reato qualsiasi critica a uno Stato. Il ddl ha ricevuto il foto favorevole di IV e dei partiti di centrodestra, mentre a votare contro sono stati M5S, PD e AVS. Andrea Giorgis (PD) ha spiegato che il voto contrario del suo partito è dovuto all’adozione di un testo «divisivo» e «vecchio di due anni», che non tiene conto della «drammatica recrudescenza dell’antisemitismo» attuale. Peppe de Cristofaro (AVS), ha spiegato che il testo del ddl Romeo è «profondamente sbagliato» in quanto «rischia di mettere sullo stesso piano il giusto contrasto all’antisemitismo e invece le gravi cope dello Stato e del governo israeliano e le critiche allo Stato israeliano». Il suo gruppo, aggiunge, non ha presentato un disegno di legge sul tema, come fatto da molti altri partiti, perchè «riteniamo adeguata la legislazione attuale», e aggiunge: «se la maggioranza vuole combattere l’antisemitismo cominci a sciogliere le organizzazioni fasciste».

Ucraina, attacco russo contro un treno a Kharkiv: 5 morti

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Sale a cinque morti e diversi feriti il bilancio dell’attacco russo contro un treno passeggeri nella regione di Kharkiv, nel nord-est dell’Ucraina. Il convoglio, in viaggio sulla tratta che collega la città di Barvinkove, a est, a Leopoli e Čop, a ovest, trasportava 291 civili quando è stato preso di mira da tre droni Shahed: uno ha centrato il treno, mentre gli altri due hanno colpito l’area circostante. In un post su X, il presidente Volodymyr Zelensky ha diffuso il video del convoglio in fiamme, definendo l’azione “un puro atto di terrorismo”.

Milano prova ad arginare l’emergenza abitativa con 3500 nuovi alloggi

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Il Comune di Milano ha avviato la seconda fase del Piano straordinario per la casa, individuando cinque aree cittadine destinate alla realizzazione di circa 3.500 nuovi alloggi. I primi bandi sono attesi a partire da febbraio, mentre l’assegnazione definitiva dei siti è prevista tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. L’intervento riguarda complessivamente poco meno di 200mila metri quadrati di superficie edificabile e rappresenta una parte del traguardo più ampio di 10mila abitazioni annunciato dall’amministrazione nell’autunno del 2024.
La notizia arriva in un momento in cui la questione a...

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Norvegia: 2 miliardi in artiglieria a lungo raggio

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Il parlamento norvegese ha approvato un piano di acquisto da 2 miliardi di dollari rivolto all’acquisizione di artiglieria a lungo raggio. Lo scopo dichiarato del piano è quello di rafforzare la deterrenza del Paese contro la Russia nell’Artico. «Si tratta di armi che possono arrivare molto oltre le linee nemiche», ha dichiarato al parlamento il portavoce dell’opposizione in materia di difesa; «è un elemento decisivo nella guerra moderna». Il piano di preciso prevede l’acquisizione di 16 piattaforme di lancio. Non è ancora chiaro chi si sia assicurato il contratto di fornitura dell’attrezzatura; secondo fonti citate da quotidiani internazionali, il contratto potrebbe coinvolgere un’azienda sudcoreana.

Una frana sta facendo sprofondare la città di Niscemi: 1.500 abitanti sfollati

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In una Sicilia messa a durissima prova dai danni del ciclone Harry, una frana di proporzioni macroscopiche sta lentamente divorando il territorio di Niscemi, in provincia di Caltanissetta, costringendo all’evacuazione circa 1.500 residenti e minacciando di isolare l’intera cittadina. Il movimento franoso, che si estende per un fronte di circa quattro chilometri nell’area del torrente Benefizio, ha causato cedimenti verticali fino a 25 metri, lasciando decine di abitazioni sull’orlo del precipizio. La situazione, definita drammatica dalle autorità, continua a peggiorare con nuovi smottamenti, mentre la protezione civile e le forze dell’ordine lavorano incessantemente per mettere in sicurezza la popolazione e valutare soluzioni per la viabilità ormai compromessa.

La frana, riattivatasi con violenza dopo un primo evento lo scorso 16 gennaio, interessa i quartieri di Sante Croci, Trappeto e via Popolo. Tre strade su quattro risultano impraticabili e sono state chiuse; moltissime case, negozi e uffici sono stati abbandonati. Nel frattempo, come comunicato dal portale ufficiale del Comune, è stato attivato l’ufficio di assistenza alla popolazione. «La situazione – ha spiegato il sindaco Massimiliano Conti – continua a peggiorare perché si sono registrati altri cedimenti. In nottata, si è verificato un taglio verticale di 25 metri». Il primo cittadino, coordinando il centro operativo comunale, ha dovuto disporre l’evacuazione preventiva di centinaia di persone, dichiarando inagibili a tempo indeterminato le loro abitazioni. La maggior parte degli sfollati ha trovato riparo da parenti e amici, mentre altri sono stati alloggiati con brandine nel palazzetto dello sport “Pio La Torre”, messo a disposizione dal Comune.

Le conseguenze sull’assetto urbano sono gravissime. Per precauzione, la cosiddetta zona rossa di sicurezza è stata allargata. Come spiegato dal ministro per la Protezione civile Nello Musumeci al termine di una riunione dell’Unità di crisi a Roma, la fascia di rispetto è passata da 100 a 150 metri, mentre la linea di frana ha raggiunto i quattro chilometri. Oltre al pericolo diretto per le abitazioni, Niscemi rischia l’isolamento. Le strade provinciali SP10 e SP12, fondamentali per i collegamenti verso la statale Gela-Catania, sono state interdette al transito a causa dei cedimenti, lasciando attiva solo la provinciale 11 per la direzione di Gela. Il presidente del Libero consorzio dei Comuni di Caltanissetta, Walter Tesauro, ha espresso vicinanza alla popolazione e assicurato che si attiverà «tutto ciò che rientra nelle competenze dell’Ente, in pieno coordinamento con le istituzioni regionali e locali, affinché l’emergenza possa essere affrontata con rapidità, responsabilità e concreta attenzione alle esigenze dei cittadini».

Nel frattempo, la vita della comunità è paralizzata. Tutte le scuole di ogni ordine e grado sono rimaste chiuse, mentre i tecnici comunali e regionali, supportati da rilievi con droni e sopralluoghi in elicottero, studiano l’evoluzione del fenomeno e la sua possibile correlazione con la frana di gennaio. Il sindaco Conti, in un appassionato appello via social, ha esortato i cittadini alla massima cautela: «È una frana drammatica, non voglio che qualcuno prenda sottogamba questo evento. Per fortuna non si sono registrati feriti ma solo danni a case e oggi. State a casa». E ancora: «Faremo di tutto intanto per mettere in sicurezza il territorio – ha detto – state a casa e seguite le indicazioni. le scuole resteranno chiuse. Vi invito a non superare il limite della zona transennata».

Gli esperti lanciano un allarme che va oltre l’emergenza immediata. Michele Orifici, vicepresidente nazionale della Società italiana di Geologia ambientale, ha spiegato che il dissesto «riguarda la sostanziale evoluzione di quello che nell’anno 1997 causò ingenti danni». Secondo il geologo, il recente ciclone Harry – che ha lasciato vaste aree del Sud devastate, con una stima dei danni che ammonta a circa 2 miliardi di euro – e la frequenza con cui eventi meteo sempre più potenti si abbattono nell’area del Mediterraneo «impongono di guardare al futuro in maniera molto più attenta», rendendo necessarie «azioni strategiche di adattamento al cambiamento climatico molto rapide con priorità a quei territori che, per le proprie caratteristiche geologiche, sono storicamente esposti al dissesto e al rischio idrogeologico». La critica situazione di Niscemi diventa così il simbolo più emblematico della fragilità di un territorio sempre più martoriato.

Cuba si prepara all’attacco americano: “disponibili al dialogo, ma siamo pronti a resistere”

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La tensione nei Caraibi non accenna a diminuire dopo il blitz americano contro il Venezuela dello scorso 3 gennaio, conclusosi con la cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores. Il presidente Donald Trump ha infatti alzato il tiro e ha minacciato in maniera diretta Messico, Colombia e Cuba. Lo scorso 17 gennaio, dunque, il Consiglio Nazionale di Difesa Cubano si è riunito per valutare e rafforzare i piani di preparazione militare e contrastare eventuali piani di cambio di regime sull’isola da parte di Washington. 

Per il governo cubano l’attacco al Venezuela è stato un duro colpo per diversi motivi: Caracas è il principale partner ideologico dell’Avana, con il suo modello socialista bolivariano fortemente vicino ai valori della Rivoluzione. La special relationship tra i due Paesi garantiva alla più grande delle Antille un rifornimento costante di petrolio, vitale per tenerne in piedi l’economia strangolata da più di 60 anni di blocco economico, e assicurava a Caracas di poter contare su personale militare e dei servizi segreti cubani per la sicurezza delle proprie infrastrutture. Ed è proprio tra questi elementi cubani che si contano le maggiori vittime del blitz statunitense del 3 gennaio, costato la vita a circa 80 uomini delle forze di sicurezza a guardia della residenza da cui sono stati prelevati Nicolás Maduro e Cilia Flores. Cuba piange in questi giorni le sue 32 vittime, ma al tempo stesso si prepara a un attacco che, ormai sembra certo, non è lontano.

Le stesse dichiarazioni dell’establishment statunitense non lasciano spazio a dubbi: già all’indomani dell’attacco a Caracas il Segretario di Stato Marco Rubio aveva detto che Cuba era “in guai seri”, mentre Trump dichiarava «Cuba sta per crollare. Non credo serva alcun intervento».

La prospettiva di un regime change a L’Avana non è nuova alla politica statunitense, che ne è anzi il principale sponsor da ormai più di sessant’anni, con alle spalle diversi attentati sull’Isola e almeno un tentativo fallito di invasione armata. Già in estate, il dispiegamento della più grande flotta navale mai schierata nel Mar dei Caraibi aveva preoccupato fortemente il governo cubano, consapevole di essere nella lista nera del Presidente statunitense: d’altronde, lo stesso Trump nel suo primo mandato aveva inasprito fortemente le già drastiche misure economico-commerciali-finanziarie in vigore all’epoca da cinque decenni, che strangolano l’economia cubana e le impediscono un accesso equo ai mercati internazionali. Un attacco al Venezuela, tra i principali partener cubani nella regione, alleato nelle più influenti organizzazioni regionali (come la CELAC e l’ALBA), rappresenta chiaramente un avvertimento e una minaccia per l’Avana.

Non sorprende allora che lo scorso 17 gennaio si sia riunito il Consiglio Nazionale di Difesa «con l’obiettivo di aumentare e migliorare il livello di preparazione e coesione degli organi di gestione e del personale», di «valutare la preparazione militare in caso di guerra», secondo un comunicato diffuso da canali ufficiali. L’incontro, presieduto dal Presidente di Cuba Miguel Díaz-Canel, aveva l’obiettivo di «analizzare e approvare i piani e le misure per la transizione allo Stato di Guerra», come parte della «preparazione del paese secondo il concetto strategico della Guerra dell’intero Popolo», si legge su Cubadebate.cu.

L’espressione si riferisce alla dottrina formulata da Fidel Castro, assurta a concezione difensiva strategica del Paese, basata sullo «spiegamento del sistema di difesa territoriale come fondamento della sua potenza militare e sull’uso più vario di tutte le forze e risorse della società e dello Stato», secondo l’articolo 3.b della Ley 75 de la Defensa Nacional.

Lo Stato di Guerra non è ancora stato dichiarato, ma L’Avana inizia a prepararsi allo scenario peggiore, quello di un tentativo di regime change sul modello venezuelano recentemente sperimentato. Uno scenario che, al netto delle dichiarazioni neutraliste di Trump – secondo cui «Cuba cadrà da sola» – sembra farsi sempre più reale.

Da un lato, il Presidente ha annunciato sui social un prossimo aumento del 50% delle spese militari, dagli attuali 1.000 miliardi di dollari (già il 13% in più rispetto allo scorso anno) a 1.500 miliardi entro la fine del 2027. Una promessa che finora si limita a un annuncio social, e per la quale sembra difficile l’amministrazione riuscirà a reperire i fondi necessari.

I presidenti di Cuba, Miguel Diaz-Canel (a sinistra) e il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro (a destra), durante una visita di Stato in Venezuela

Dall’altro lato, un’inchiesta del Wall Street Journal ha rivelato che l’amministrazione statunitense starebbe attivamente puntando a un cambio di regime a Cuba entro la fine dell’anno, e che si sarebbe già mossa per cercare all’interno dell’amministrazione cubana la persona con cui trattare la transizione. Un golpe basato sulla riproposizione del modello seguito in Venezuela, dunque: pressione psicologica mediante minacce e accuse, schieramento militare, attacchi mirati per spingere la società civile al collasso interno e qualche funzionario al tradimento.

La presenza della portaerei USS George H.W. Bush a 60 miglia dalle coste di Varadero, nonché la velata minaccia su Truth al governo cubano a “raggiungere un accordo” prima che sia “troppo tardi” non lasciano spazio a dubbi.

Non a caso, l’avventura venezuelana ha fruttato bene a Donald Trump in termini di popolarità interna: immediatamente dopo i fatti del 3 gennaio, l’elettorato repubblicano si è compattato dietro al suo presidente, contraltare a una crisi di consenso unica secondo i sondaggi, che fotografano l’immagine di un presidente trasversalmente impopolare i cui consensi sono in caduta libera. La risoluzione della questione cubana – non a caso promessa entro la fine dell’anno – potrebbe rappresentare un’ancora di salvezza per la popolarità del presidente, da valutare a seguito delle delicatissime elezioni di midterm di questo novembre.

Nel frattempo, Cuba si prepara a resistere. Non ha promulgato lo Stato di Guerra, ma ha rafforzato le infrastrutture militari e la compagine civile del suo sistema di difesa: una prassi nel paese caraibico, che vive da sei decenni una situazione di assedio non solo economico-finanziario-commerciale, ma anche concretamente militare, dal momento che lo spauracchio dell’invasione non è mai davvero venuto meno dopo gli scontri della Baia dei Porci.

Cuba rafforza anche i legami con i partner regionali, contrastando la narrativa di Washington che la vorrebbe ormai isolata dopo la caduta di Maduro: il presidente Miguel Díaz-Canel ha riportato su X un colloquio telefonico con Delcy Rodriguez, presidente ad interim del Venezuela, a cui ha espresso il «sostegno e la solidarietà» di Cuba, a sottolineare la continuità della vicinanza dei due Paesi. Ha cementato i rapporti col Messico, anch’egli nel mirino della repressione trumpiana, e con la sua presidente Claudia Sheinbaum, che si è resa disponibile a mediare nel dialogo tra Cuba e USA. Dialogo al quale Díaz-Canel si è detto sempre aperto, pur non accettando minacce e imposizioni, e su un livello paritario.

A livello internazionale, sono stati riaffermati gli storici legami con Cina e Russia. Mercoledì 21 gennaio Raul Castro ha ricevuto nel Palacio de la Revolución il ministro dell’Interno russo, Vladimir Alexandrovich Kolokolcev, nell’ambito di un rafforzamento delle relazioni tra “paesi fratelli”.

Il giorno prima, l’ambasciatore cinese Hua Xin ha confermato il «vincolo di amicizia speciale che lega Cuba e Pechino» rinsaldato dall’approvazione cinese dell’invio di 60.000 tonnellate di riso verso l’Isola e un pacchetto di aiuti da 80 milioni di dollari per l’acquisto di equipaggiamento e materiale elettrico, per rinforzare e ammodernare le infrastrutture energetiche cubane.