giovedì 5 Febbraio 2026
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Il cammino sardo che intreccia storia e lotte popolari è il più bello al mondo

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Foto credits: Fondazione Cammino Minerario di Santa Barbara

Un percorso che unisce la storia millenaria della Sardegna alle recenti lotte e mobilitazioni popolari per renderlo fruibile per tutti, è stato votato come il migliore al mondo dalla più grande comunità outdoor globale. Il Cammino minerario di Santa Barbara si è infatti aggiudicato il Global Choice Award di Komoot, piattaforma di riferimento per le attività all’aperto con oltre 50 milioni di utenti.

Il premio, che la Fondazione del Cammino Minerario di Santa Barbara ha dedicato alla memoria del fondatore Giampiero Pinna, e che per la prima volta è stato assegnato a un cammino, nasce da una consultazione globale tenutasi nel dicembre 2025: il percorso sardo si è imposto su sei finalisti di rilievo internazionale, tra cui Tourspain, il Comune di Genova, il Trans Canada Trail (Canada), GT 20 Bike (Corsica) e il Sauerland-Höhenflug (Germania). A rendere questo riconoscimento particolarmente significativo è la sua natura partecipativa: la scelta non arriva da una giuria tecnica, ma dalla community che ha votato l’esperienza più convincente, premiando un percorso autentico e coinvolgente, capace di raccontare i territori attraverso il cammino lento e consapevole.

Nel restituire questi sentieri ai camminatori di tutto il mondo, l’obiettivo iniziale era quello, come racconta la fondazione che lo gestisce, di tramandare la memoria degli uomini che nei secoli e nei millenni passati hanno realizzato e percorso gli antichi cammini minerari con il piacere di riscoprire la bellezza del territorio. Ci troviamo nell’area sud-occidentale dell’isola, dove la presenza dell’uomo, dal Neolitico antico (circa 6mila a.C.) fino ad oggi si è sviluppata in un dialogo costante con le rocce e le profondità della terra. In una prima fase l’uomo utilizzò le cavità carsiche naturali e le domus de janas come luoghi di riparo e di sepoltura; successivamente, soprattutto a partire dall’età nuragica (1500–800 a.C.), il sottosuolo divenne una risorsa da cui estrarre minerali e metalli di valore, praticamente fino ai giorni nostri.

Mentre il patrimonio archeologico veniva totalmente trascurato, nasce l’idea di tutelare l’area con la creazione di un Parco Geominerario, con i primi interventi negli anni ’90, in un processo favorito anche dal prestigioso riconoscimento internazionale dell’UNESCO, che nel 1998 porta alla sottoscrizione della Carta di Cagliari e l’impegno formale per l’istituzione del Parco. E qui iniziano i problemi.

Se la risposta istituzionale è il lassismo, quella del popolo sardo non si fa attendere: l’allora consigliere regionale Pietro Pinna guidò la protesta occupando il Pozzo Sella della miniera di Monteponi. Alla mobilitazione popolare aderirono rapidamente circa 500 lavoratori precari, in attesa di stabilizzazione con l’istituzione del Parco Geominerario. Il sostegno pacifico e non violento della popolazione fu determinante, permettendo di mantenere l’occupazione del pozzo per un intero anno e di portare a compimento la protesta. Il risultato? L’istituzione del Parco e lo stanziamento dei fondi nazionali necessari alla sua gestione, oltre alle prime risorse statali per le opere di bonifica delle aree minerarie dismesse e all’assunzione a tempo indeterminato dei 500 lavoratori.

Il cammino può essere svolto a piedi, in bicicletta o anche a cavallo, con diverse opzioni che riguardano le tappe e l’organizzazione. A piedi il percorso attraversa il Parco Geominerario Storico Ambientale della Sardegna seguendo le antiche vie dei minatori del sud-ovest dell’isola: un itinerario storico, culturale e spirituale che si snoda per 500 chilometri in 30 tappe, tra mare, montagne e miniere, nel cuore della terra più antica d’Italia, lungo un racconto lungo 8mila anni di storia. Nel tragitto è possibile essere ospitati nelle posadas, piccole ospitalità a carattere comunitario o rurale, che in origine erano luoghi semplici di ristoro e pernottamento per viandanti, pellegrini e lavoratori in transito.

La giunta del Burkina Faso scioglie i partiti politici

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La giunta militare del Burkina Faso ha sciolto tutti i partiti politici del Paese. Lo scioglimento dei partiti è stato disposto con un decreto che abroga le varie leggi che li regolano. Il decreto prevede inoltre che i beni dei partiti siano trasferiti allo Stato. «Il governo ritiene che la proliferazione dei partiti politici abbia portato a eccessi, alimentando la divisione tra i cittadini e indebolendo il tessuto sociale», ha dichiarato il ministro dell’Amministrazione Territoriale Emile Zerbo.

Ora lo ammette anche Israele: a Gaza uccise oltre 70 mila persone

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Sono almeno 71.000 le vittime nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre: un numero che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) avrebbero ammesso ora per la prima volta, e che si allinea alle stime – secondo diversi studi conservative – diffuse da mesi dalle autorità sanitarie di Gaza. L’annuncio del riconoscimento dei numeri forniti dalle autorità palestinesi è stato dato da diversi quotidiani israeliani, e non appare sulle fonti ufficiali di Tel Aviv, ma tra i vari media che hanno riportato la notizia ve ne sono di particolarmente vicini al governo Netanyahu e al Likud. L’esercito continua comunque a contestare la composizione del bilancio, sostenendo che una parte rilevante delle persone uccise siano combattenti di Hamas e respingendo le valutazioni internazionali sul numero di civili uccisi e sulle morti legate alla fame. L’annuncio arriva mentre Israele continua silentemente le proprie operazioni a Gaza, con attacchi diffusi in tutta la Striscia.

La notizia del riconoscimento delle vittime dell’aggressione israeliana su Gaza è stata data da diversi media israeliani, tra cui spicca il nome del Jerusalem Post, storicamente di stampo conservatore e da anni vicino alle posizione del Likud, il partito di Netanyahu. Le IDF – riporta il JP – continuano in ogni caso a contestare la percentuale di morti civili dichiarata dall’ONU e dalle autorità palestinesi, affermando che circa 25.0000 delle persone uccise siano «terroristi di Hamas»; i civili secondo le IDF sarebbero dunque oltre 50.000. Le IDF negano inoltre che le persone siano morte di fame, sostenendo che nessuna persona «sana» sia morta per le condizioni alimentari precarie. Le fonti dell’esercito hanno infine dichiarato di stare lavorando su una valutazione più completa della ripartizione tra civili e combattenti, che probabilmente arriverà fra tempo. Intanto, ieri, le IDF hanno continuato le proprie operazioni nel sud della Striscia. L’esercito ha annunciato di avere ucciso 8 combattenti del ramo armato di Hamas a est di Rafah, il Governatorato che costituisce la punta meridionale dell’exclave palestinese, al confine con l’Efitto; gli attacchi sono stati lanciati via aerea e attraverso le forze sul terreno. Le fonti palestinesi riportano inoltre di attacchi contro le infrastrutture energetiche e stradali, nonché di aggressioni in altre aree della Striscia, da nord a sud.

Intanto i negoziati per il proseguimento del cessate il fuoco procedono a rilento. Questa settimana, Israele ha ritrovato il corpo dell’ultimo ostaggio israeliano, chiudendo definitivamente la ricerca dei cadaveri dei rapiti dopo il 7 ottobre. In cambio, ha consegnato le salme di 15 palestinesi. I palestinesi attendono ancora la riapertura completa del valico di Rafah, attesa sin dall’inizio dell’accordo lo scorso ottobre, mentre intanto dovrebbe svolgersi la cosiddetta “fase due” del cessate il fuoco. Gli accordi prevedono una transizione politica nell’amministrazione della Striscia, con il potere che passerebbe nelle mani di un gruppo di tecnocrati palestinesi. Il portavoce di Hamas, Hazem Qassem, ha dichiarato che il gruppo è pronto a trasferire la gestione di Gaza al comitato. Il gruppo dovrebbe lavorare sotto la supervisione del cosiddetto Board of Peace, la nuova organizzazione internazionale formata da Trump con lo scopo di abbattere l’ONU e sostituirlo. In questa cornice, il destino di Gaza resta appeso a un filo: Israele continua a chiedere la piena smilitarizzazione di Hamas, e ad affermare le proprie intenzioni a mantenere il controllo della Striscia.

Nel 2025 l’UE ha prodotto più energia da sole e vento che dai combustibili fossili

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Per la prima volta nella storia dell’Unione europea, nel 2025 l’elettricità prodotta da vento e sole ha superato quella generata dai combustibili fossili. Eolico e solare hanno coperto insieme il 30% della produzione elettrica dell’UE, mentre carbone, gas e petrolio si sono fermati al 29%. Il dato emerge dalla European Electricity Review, l’analisi annuale che fotografa lo stato del sistema elettrico nei 27 Paesi membri.
Il sorpasso è frutto del lavoro combinato di due tecnologie che negli ultimi anni hanno conosciuto una diffusione senza precedenti. Parte del contributo decisivo è arrivato da...

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Nigeria, attacco contro una base militare

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Un gruppo di militanti islamisti nigeriani ha lanciato un attacco in una base militare nello Stato nordorientale del Borno, uccidendo 11 soldati e ferendone altre 12. A dare la notizia è l’esercito del Paese, mentre il bilancio dei morti è stato fornito ad agenzie di stampa internazionali da fonti militari; i miliziani hanno lanciato l’attacco contro la base di Sabon Gari, impiegando anche droni, utilizzati per distruggere veicoli militari. L’esercito ha ripreso il controllo dopo l’arrivo di un contingente di rinforzi. Questo ultimo attacco arriva in un momento di tensione per la Nigeria, con le milizie islamiste che stanno aumentando i propri attacchi contro gli avamposti militari e i villaggi del Paese.

In Somalia la siccità è un’emergenza senza precedenti: 4 milioni di persone a rischio

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L’assenza di piogge in Somalia ha causato una crisi alimentare che interessa circa un quarto della popolazione del Paese. A segnalare la criticità è Save the Children, dopo quattro stagioni consecutive senza piogge che hanno esaurito le riserve di cibo. Secondo l’ONG, sono 4,4 milioni le persone che, almeno fino alla metà di quest’anno, affronteranno livelli di grave insicurezza alimentare; 1,85 milioni di bambini sotto i cinque anni, invece, rischiano la malnutrizione acuta. Le regioni più colpite dalla carestia sono quelle di Benadir (dove si trova la capitale Mogadiscio) e di Galgadud, dove circa il 90% delle famiglie registra un consumo alimentare insufficiente e solo il 2% mangia in modo adeguato. La carenza di cibo sta spingendo inoltre all’abbandono scolastico, mentre l’assistenza alimentare ha raggiunto solo 350.000 persone a novembre 2025 e oltre 200 strutture sanitarie sono state chiuse.

La crisi alimentare sta colpendo tutte le regioni della Somalia. Nella regione di Gedo, riporta Save the Children, «tutte le famiglie monitorate saltano i pasti o ne riducono in modo netto la quantità». A Benadir, il 93% delle famiglie ha un consumo alimentare scarso, tanto che l’87% dei nuclei familiari risulta costretto a vendere bestiame e attrezzi da lavoro per assicurarsi del cibo, tagliando così le proprie fonti alimentari di carne e latticini. La situazione non è diversa a Hiiran, dove a vendere i propri beni sono il 92% delle famiglie, e nemmeno a Galgadud, dove a mangiare in maniera insufficiente sono il 90% delle case. Le difficoltà alimentari stanno inoltre facendo emergere criticità anche nell’istruzione e nella sanità: «Oltre 200 strutture sanitarie e nutrizionali hanno chiuso in tutto il Paese e più di 1,7 milioni di persone vulnerabili hanno perso l’accesso ai servizi di protezione»; oltre 1.100 bambini, invece, «hanno abbandonato la scuola nella regione di Gedo, nella Somalia meridionale, e quasi la metà delle famiglie nella regione di Galgadud ha ritirato i figli dai percorsi di istruzione perché costretti a spostarsi e a cercare cibo».

Le difficoltà che sta affrontando la Somalia sono dovute alla grave carenza di piogge che ormai da quattro stagioni interessa il Paese; davanti a essa, nel novembre 2025, il governo federale ha dichiarato lo stato di emergenza. A gennaio, inoltre, è iniziata la stagione secca: «Quasi ogni famiglia ha perso completamente i propri mezzi di sostentamento. I nostri campi di mais e sorgo sono completamente distrutti: non c’è più nulla da raccogliere», segnala l’ONG. Lo stesso bestiame sta morendo: secondo le stime di Save the Children almeno il 90% degli animali da allevamento è morto o stato abbandonato dalle famiglie. La crisi, scrive Save the Children, «è aggravata da significativi tagli ai finanziamenti per le operazioni umanitarie». Per tale motivo, l’ONG lancia un messaggio alla comunità internazionale, chiedendole di aumentare i finanziamenti umanitari per «soddisfare i bisogni dei 6 milioni di persone che necessitano di assistenza, dare priorità al sostegno ai programmi nutrizionali e sanitari per prevenire la mortalità infantile, investire in programmi di resilienza a lungo termine e garantire che gli aiuti raggiungano le popolazioni più vulnerabili».

Silenziare Gaza: il caso Bisan Owda e la nuova governance di TikTok

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Bisan Owda tik tok

«TikTok ha cancellato il mio account. Avevo 1,4 milioni di follower e ho lavorato su quella piattaforma per quattro anni». È la dichiarazione, contenuta in un video girato ieri da Gaza, della giornalista palestinese Bisan Owda, una delle voci più seguite sui social nel racconto della guerra in corso nella Striscia. In passato il suo profilo era già stato temporaneamente sospeso o limitato, ma questa volta si è trattato di una cancellazione definitiva, che la giornalista mette in relazione con il recente riassetto societario di TikTok negli Stati Uniti.

Dopo anni di pressioni politiche e legislative, la piattaforma di origine cinese ha infatti finalizzato un accordo per la creazione di una nuova entità statunitense, nel tentativo di scongiurare il bando previsto dalla normativa approvata dal Congresso USA. L’operazione coinvolge investitori di primo piano, tra cui Oracle, Silver Lake e MGX, chiamati a garantire una maggiore “sicurezza nazionale” nella gestione dei dati e dei contenuti. Tra i protagonisti dell’operazione figura Larry Ellison, fondatore e presidente di Oracle, noto anche per il suo sostegno politico ed economico a Israele. Secondo dati pubblici, Ellison ha donato negli anni decine di milioni di dollari alla Friends of the Israel Defense Forces (FIDF), un’organizzazione che fornisce supporto logistico e finanziario ai soldati israeliani, e ha espresso apertamente il proprio appoggio al governo guidato da Benjamin Netanyahu.

Netanyahu, sul quale pende un mandato di arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale nel novembre 2024 per crimini di guerra e crimini contro l’umanità legati alle operazioni militari a Gaza, aveva dichiarato lo scorso settembre a New York, incontrando un gruppo di influencer: «Dobbiamo combattere con le armi adatte al campo di battaglia in cui siamo impegnati, e oggi le più importanti sono i social media». È in questo contesto che la cancellazione dell’account di Bisan Owda viene interpretata, da molti osservatori e attivisti, come parte di una più ampia dinamica di limitazione delle voci palestinesi online, già denunciata da diverse ONG negli ultimi mesi.

Al Jazeera, emittente con cui Owda collabora regolarmente, ha inviato una richiesta formale di chiarimenti a TikTok, chiedendo spiegazioni sulle motivazioni del ban e sulle procedure di moderazione adottate dalla piattaforma nei confronti dei contenuti provenienti da Gaza. A rafforzare le preoccupazioni è anche un video, condiviso dalla stessa giornalista, in cui Adam Presser, nuovo CEO della divisione statunitense di TikTok, afferma che l’uso del termine “sionista” in chiave negativa viene considerato incitamento all’odio e può portare alla rimozione dei contenuti o alla chiusura degli account. Dichiarazioni che, pur non essendo state formalizzate in un aggiornamento pubblico delle linee guida della piattaforma, sollevano interrogativi rilevanti sul confine tra contrasto all’odio e limitazione del dissenso politico, soprattutto quando il termine “sionista” viene utilizzato in contesti di critica a uno Stato o a un’ideologia.

La vicenda assume un rilievo particolare anche in Italia, dove proprio in questi giorni la Commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato il testo base del disegno di legge sull’antisemitismo. Il provvedimento prevede, tra le altre cose, la possibilità di negare l’autorizzazione a una manifestazione nel caso in cui venga ravvisato un «rischio potenziale» legato all’utilizzo di simboli, slogan o messaggi considerati antisemiti. Dopo l’adozione del testo base, il ddl entra ora nella fase emendativa, per poi approdare all’esame dell’aula del Senato e successivamente della Camera. Un iter che si preannuncia politicamente delicato, soprattutto alla luce del dibattito internazionale sulla distinzione – tutt’altro che pacifica – tra antisemitismo, antisionismo e critica alle politiche dello Stato di Israele.

In questo scenario, il caso di Bisan Owda diventa emblematico di una questione più ampia: chi decide oggi cosa è odio e cosa è dissenso, e con quali strumenti di controllo, soprattutto quando a esercitarli sono piattaforme private diventate, di fatto, infrastrutture centrali del discorso pubblico globale.

 

Il governo spagnolo regolarizzerà mezzo milione di migranti

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Mezzo milione di persone. È questo il numero di migranti che saranno coinvolti dalla nuova misura annunciata dalla Spagna di Pedro Sánchez, che ha dichiarato la propria intenzione di concedere lo status legale agli immigrati attualmente irregolari che lavorano nel Paese senza autorizzazione. In controtendenza rispetto alle politiche restrittive prevalenti in molte capitali europee, il piano sarà attuato attraverso l’approvazione di un decreto esecutivo: ai candidati idonei verrà concesso fino a un anno di residenza legale e il permesso di lavoro. La misura interesserà gli stranieri arrivati ​​in Spagna prima del 31 dicembre 2025, in grado di dimostrare di risiedere nel Paese da almeno cinque mesi e senza precedenti penali. L’ultima sanatoria l’aveva approvata il governo Zapatero nel 2005.

«Oggi è un giorno storico per il nostro Paese», ha commentato Elma Saiz, ministra dell’inclusione, della sicurezza sociale e delle migrazioni. «Stiamo rafforzando un modello migratorio basato sui diritti umani e sull’integrazione, compatibile con la crescita economica e la coesione sociale», ha spiegato. La misura sarà adottata direttamente dal Consiglio dei ministri, senza passare dal Congresso dei deputati: una scelta legata alla fragilità della maggioranza parlamentare. L’iniziativa, che dovrebbe entrare in vigore ad aprile 2026, include anche la possibilità di ricongiungimento familiare per i figli minori e l’accesso immediato al lavoro legale, e rappresenta per l’esecutivo socialista un passo fondamentale per rafforzare coesione sociale e sviluppo economico. Per accedere alla misura basterà presentare la domanda nel periodo previsto tra aprile e 30 giugno 2026 e dimostrare i requisiti di residenza e la mancanza di precedenti penali. Il permesso iniziale avrà validità di un anno e darà immediato diritto a lavorare in qualsiasi settore e regione della Spagna, con possibilità di accesso ai benefici sociali e sanitari. Secondo le stime, in Spagna vivrebbero oggi oltre 840 mila persone in situazione amministrativa irregolare.

La misura è stata fortemente sostenuta da Podemos, partito alleato nella coalizione di governo, e vista con favore da numerose organizzazioni per i diritti dei migranti, gruppi civici e dalla Conferenza episcopale spagnola, che l’hanno salutata come un importante passo verso garanzie di dignità e inclusione per chi vive da anni nell’invisibilità normativa. Il decreto riprende lo spirito di una iniziativa legislativa popolare sostenuta da oltre 700mila firme e appoggiata da centinaia di associazioni riunite nella piattaforma RegularizaciónYa. L’iniziativa era stata presa in considerazione dal Congresso nell’aprile 2024 con una larghissima maggioranza, ma era poi rimasta bloccata.

Il governo lega apertamente la regolarizzazione di massa a esigenze demografiche ed economiche: la Spagna sta affrontando una significativa carenza di manodopera in vari settori e un rapido invecchiamento della popolazione, fenomeni che minacciano la sostenibilità futura del welfare e del mercato del lavoro. Sánchez e i suoi ministri hanno sottolineato come l’integrazione di chi già lavora nell’economia sommersa possa sostenere la crescita, rafforzare il sistema fiscale e migliorare la coesione sociale. La scelta di bypassare gli iter legislativi tradizionali con un decreto, pur efficiente per velocizzare l’attuazione, non è stata priva di controversie politiche. I partiti di opposizione, in particolare il conservatore Partito Popolare e la destra di Vox, hanno criticato la decisione, sostenendo che possa avere effetti negativi sull’occupazione locale e fungere da richiamo per ulteriori arrivi irregolari, tesi respinte dall’esecutivo e dagli analisti favorevoli alla regolarizzazione.

Il piano di Madrid si colloca in un momento in cui molti governi europei hanno adottato politiche più rigide sui controlli e sui rimpatri, con una retorica spesso incentrata sulla sicurezza e sul contenimento dei flussi migratori. Mentre in Paesi come Germania, Austria e Danimarca si sono intensificate misure restrittive e limiti più severi all’accesso al lavoro e ai servizi per gli stranieri senza documenti, la Spagna ha scelto di riconoscere la realtà demografica e sociale del proprio territorio, sostenendo che l’immigrazione può contribuire in modo decisivo alla crescita economica e alla sostenibilità del sistema sociale. Questa posizione pone Madrid in netto contrasto con la linea seguita dalla maggior parte degli Stati membri dell’Unione Europea, segnando un possibile punto di svolta nel dibattito europeo sulle politiche migratorie.

Guida e droghe: la Consulta detta i limiti alla riforma del Codice della Strada

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La Corte costituzionale si è espressa sul nuovo codice della strada entrato in vigore nel dicembre del 2024, che punisce chi è positivo agli stupefacenti al volante indipendentemente dal fatto che sia “sotto effetto” al momento del fermo: la stretta sulla guida dopo l’assunzione di sostanze stupefacenti non viene bocciata, ma neppure lasciata “libera” di produrre effetti automatici e potenzialmente sproporzionati. Con la sentenza n. 10 del 2026, depositata oggi, la Corte costituzionale ha stabilito che la nuova formulazione dell’articolo 187 del Codice della strada non è illegittima, a condizione però che sia letta in modo coerente con i principi di proporzionalità e offensività: può essere punito solo chi si mette al volante in condizioni tali da creare un pericolo per la sicurezza della circolazione.

Tre giudici di merito (di Macerata, Siena e Pordenone) avevano sollevato dubbi di costituzionalità: così scritta, la disposizione rischiava di colpire chiunque risultasse “positivo” a distanza anche molto lunga dall’assunzione (giorni o settimane), finendo per colpire condotte prive di qualsiasi incidenza sulla sicurezza stradale e creando disparità rispetto alla disciplina dell’alcol.

La Corte non ha accolto le censure, ma ha messo un paletto decisivo: non serve più dimostrare l’alterazione effettiva del singolo conducente, però serve accertare nei liquidi corporei la presenza di quantitativi di sostanza che, “per qualità e quantità” e alla luce delle conoscenze scientifiche, siano idonei a determinare in un “assuntore medio” un’alterazione delle condizioni psico-fisiche e quindi delle capacità di controllo del veicolo. In altre parole: non un reato “a prescindere”, ma una punibilità legata a una soglia di pericolosità, ricostruita tramite parametri tecnico-scientifici.

In pratica, la sentenza cambia il modo in cui dovranno essere fatti i controlli. Non basterà più limitarsi a trovare una traccia della sostanza nell’organismo, ma nemmeno sarà necessario dimostrare che il conducente fosse visibilmente alterato. Il punto centrale diventa che cosa viene trovato e in quale quantità. Già nel 2025 una circolare dei ministeri dell’Interno e della Salute aveva provato a rendere i controlli più sensati, distinguendo tra chi guida realmente sotto l’effetto di una sostanza e chi presenta solo residui legati a un consumo lontano nel tempo. La Corte costituzionale ora rafforza questo criterio: la sanzione penale può scattare solo quando i valori rilevati indicano una reale capacità di mettere in pericolo la sicurezza stradale.

Stragi: dopo Bellini, la Procura di Caltanissetta vuole archiviare anche Dell’Utri

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Il braccio destro di Silvio Berlusconi ed ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri non deve andare a processo per la strage di via D’Amelio. A stabilirlo – e non è una sorpresa – è la Procura della Repubblica di Caltanissetta, che negli ultimi mesi ha provveduto a chiedere di archiviare le inchieste sui principali personaggi della “zona grigia” finiti sul registro degli indagati per gli attentati che hanno scosso l’Italia nei primi anni Novanta. Pochi mesi fa si era mossa così anche nei confronti di Paolo Bellini, ex terrorista nero già condannato per la strage di Bologna. L’ex fondatore di Forza Italia, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, rimane comunque indagato a Firenze per le stragi del 1993 e va verso il processo a Milano per 42 milioni di euro ricevuti da Berlusconi, ritenuti dai pm il «prezzo del silenzio» pagato dal Cavaliere.

L’iscrizione nel registro degli indagati di Dell’Utri per la strage che il 19 luglio 1992 vide la morte di Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta riguardava l’ipotesi che l’intervista rilasciata da Borsellino alla tv francese Canal+ del 21 maggio 1992 (che non fu trasmessa fino ai primi anni Duemila), in cui il magistrato menzionava le indagini sulle connessioni tra il boss Vittorio Mangano e Dell’Utri, nonché sui potenziali interessi mafiosi per le aziende di Berlusconi, potesse aver costituito l’input per la consumazione dell’attentato. Come ricorda la sentenza di appello sulla strage di via D’Amelio del marzo 2002, infatti, «Cosa Nostra era in condizione di sapere che Paolo Borsellino aveva rilasciato una clamorosa intervista televisiva a dei giornalisti stranieri, nella quale faceva clamorose rivelazioni su possibili rapporti di Vittorio Mangano con Dell’Utri». Secondo i giudici, non poteva escludersi che i contenuti dell’intervista a Borsellino «siano circolati tra i diversi interessati, che qualcuno ne abbia informato Riina e che questi ne abbia tratto autonomamente le dovute conseguenze».

Sta di fatto che, per l’ennesima volta, la Procura ha deciso di chiedere l’archiviazione. Uno scenario verificatosi recentemente anche nel caso di un altro indagato “eccellente” come Paolo Bellini, su cui ora – come su Dell’Utri – dovrà esprimersi il gip. Giovane membro del MSI e poi di Avanguardia Nazionale, legatissimo a Stefano Delle Chiaie, negli anni Novanta Paolo Bellini divenne killer di ‘ndrangheta, per poi pentirsi e confessare 13 omicidi. Nel giugno del 2023, Bellini era stato perquisito e interrogato dagli inquirenti: nel decreto venivano ricostruiti i suoi viaggi in Sicilia nel 1992, che sarebbero stati effettuati anche per incontrare il boss di Altofonte Nino Gioè, in prima linea nell’attentato di Capaci a Giovanni Falcone del 23 maggio ’92 e poi protagonista di uno strano “suicidio” in carcere nel 1993. Recentemente, Bellini è stato condannato all’ergastolo per essere stato uno degli esecutori della strage di Bologna del 2 agosto 1980.

Questi fatti si inseriscono in un contesto di forti tensioni dentro il Palazzo di Giustizia nisseno. Lo scorso dicembre, infatti, la gip Graziella Luparello ha rigettato per la seconda volta dal 2022 la richiesta di archiviazione avanzata dai pm nisseni sull’inchiesta dei cosiddetti “mandanti esterni” degli attentati del 1992, ordinando loro di procedere con nuove indagini. Qui, però, si è aperto uno scontro istituzionale senza precedenti: la Procura ha reagito ricorrendo in Cassazione contro il provvedimento, giudicato “abnorme”, addirittura rifiutandosi di porre in essere le “attività a sorpresa” (dunque assai urgenti e potenzialmente non ripetibili) ivi previste. Sullo sfondo, vi è l’esame di elementi sempre più centrali sul possibile ruolo dell’eversione di destra, della massoneria coperta e dei servizi deviati nel concepimento e nell’esecuzione delle stragi di Capaci e via D’Amelio.

A ogni modo, Marcello Dell’Utri ad oggi risulta ancora iscritto nell’indagine sulle stragi del 1993 pendente alla Procura di Firenze. Nell’aprile 2024, i pm fiorentini hanno chiuso proprio un filone di inchiesta inerente il patrimonio di Dell’Utri per la presunta violazione della normativa antimafia e, in concorso con sua moglie, per trasferimento fraudolento di valori, con l’aggravante di aver agito «al fine di occultare la più grave condotta di concorso nelle stragi ascrivibile a Silvio Berlusconi e allo stesso Dell’Utri». Negli scorsi mesi, il procedimento è stato spostato per competenza a Milano, con i magistrati della città meneghina che hanno chiesto di mandare a processo Dell’Utri e la moglie per 42 milioni di euro di donazioni ricevuti da Berlusconi e mai dichiarati al Fisco.