Filippine e Giappone hanno siglato a Manila un nuovo accordo di cooperazione logistica in ambito difensivo che permetterà la condivisione di forniture civili e militari, dalle munizioni al carburante fino ai beni di prima necessità, durante addestramenti congiunti e in caso di emergenze. L’intesa, firmata dai ministri degli Esteri Theresa Lazaro e Toshimitsu Motegi, punta a rafforzare la deterrenza verso la Cina e a migliorare la capacità di risposta a crisi e disastri naturali. Il Giappone ha inoltre annunciato nuovi aiuti per la sicurezza e lo sviluppo delle Filippine. L’accordo dovrà ora essere ratificato dal Parlamento giapponese.
Venezuela: liberato anche Luigi Gasperin
Un altro connazionale, l’imprenditore Luigi Gasperin, è stato scarcerato in Venezuela ed è nell’ambasciata italiana a Caracas. Lo fa sapere il ministro degli Esteri Antonio Tajani su X. Secondo la Farnesina, Gasperin è «provato ma in condizioni stabili» e ha espresso il desiderio di rimanere in Venezuela e tornare alla città di Maturín (nello Stato di Monágas) dove si trova la sua azienda. Negli ultimi giorni, Caracas ha iniziato a rilasciare diversi detenuti stranieri, tra cui l’italo-venezuelano Biagio Pilieri, Alberto Trentini e Mario Burlò, rimpatriati in Italia dopo lunghi mesi di detenzione.
Ryanair taglierà 1 milione di posti per il Belgio
La compagnia aerea Ryanair ha annunciato che ridurrà i voli da e per l’aeroporto belga di Charleroi, riducendo di 1,1 milioni i posti a sedere. La decisione fa seguito alla introduzione di una tassa per ogni passeggero decisa dall’amministrazione di Charleroi, che entrerà in vigore ad aprile. Il prossimo anno, verranno tagliati altri 1,1 milioni di posti.
La Siria “benedetta” dall’Occidente all’attacco dei curdi: testimonianza dal Rojava
A partire dal 6 gennaio scorso sono ricominciati gli scontri armati tra le forze legate al nuovo governo Damasco e le milizie popolari legate all’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (DAANES): l’offensiva ha colpito soprattutto i quartieri a maggioranza curda di Aleppo e ha riattivato la tensione anche lungo il confine con il Rojava. Il risultato è stato un nuovo picco di violenza con decine di morti e feriti, migliaia di sfollati e, secondo le ricostruzioni locali, la presa di controllo di alcuni quartieri da parte del governo centrale. L’escalation arriva nel pieno del confronto sul futuro assetto del Paese: da una parte il nuovo regime di Damasco, benedetto da Occidente, punta a ricentralizzare il controllo dei territori; dall’altra i rappresentati curdi chiedono garanzie politiche e amministrative per proseguire la rivoluzione collettiva e antiautoritaria del confederalismo democratico che difendono in armi dal 2012.
«C’è vento di guerra» dice A., solidale italiana trasferitasi da qualche mese nel Kurdistan occidentale, al telefono con L’Indipendente. A. parla dalla Comune Internazionalista del Rojava, un’esperienza nata nel Nord-Est della Siria che accoglie persone da tutto il mondo per formarsi sull’ideologia dell’autonomia democratica, unirsi alla rivoluzione delle donne e imparare le basi del confederalismo democratico teorizzato da Ocalan. Per motivi di sicurezza, ha preferito rimanere anonima. «I soldati di Al-Joulani si sono avvicinati moltissimo al confine con DAANES; ma anche l’esercito turco si è avvicinato dalla parte turca», riferisce. «Il governo siriano ha rotto gli accordi stipulati il 1° aprile con le SDF [le Forze Democratiche Siriane, ndr] e ha attaccato i quartieri a maggioranza curda di Aleppo, Sheikh Maqsoud e Ashrafiye. Data la situazione, anche un nuovo inizio degli attacchi da parte dello Stato turco sul Rojava non è da escludere, nonostante le trattative di pace in corso tra lo stato turco e il leader del Movimento di Liberazione del Kurdistan, Abdullah Ocalan, che ancora oggi si trova nel carcere di massima sicurezza di Imrali».
«È chiaro che eventuali attacchi andrebbero a minare gli accordi di pace e la possibilità di costruire una soluzione democratica in Medio Oriente» riporta. «Qui in questi giorni ci sono cortei quasi quotidiani. C’è molta voglia di resistere in tutto il Rojava, c’è molta solidarietà. Erano partiti convogli da tutte le città per arrivare a sostenere i quartieri assediati Ashrafieh e Sheikh Maqsoud di Aleppo» continua A. Con il cessate il fuoco concordato tra le milizie del governo di transizione siriano e le Forze di Sicurezza Interna alla città, questi convogli sono rientrati accompagnando e supportando la popolazione sfollata di Aleppo e le persone cadute difendendo la città.
L’11 gennaio il governo di transizione siriano ha preso il controllo dei due quartieri, dopo giorni di massacri, che hanno visto decine di morti e feriti e migliaia di sfollati. Gli scontri sono stati i più violenti dalla caduta del regime di Bashar al Assad nel dicembre del 2024. Scoppiati il 6 gennaio, si sono configurati come un messaggio chiaro da parte del governo siriano e dello Stato turco della loro volontà di ostacolare la possibilità di costruire una Siria unita e democratica. «L’accordo firmato il 1 aprile scorso prevedeva che i due quartieri venissero smilitarizzati; in cambio, Ashrafieh e Sheikh Maqsoud sarebbero rimasti sotto l’autonomia amministrativa che fa riferimento al confederalismo democratico, con la garanzia che non sarebbero stati attaccati» continua la solidale italiana. Accordo che è stato rotto con l’attacco di pochi giorni fa che ha portato alla completa evacuazione di tutta la popolazione, terminato ieri. «Ma si trattava di Asayish, le forze di sicurezza interna, non militari dei curdi. Le Forze Democratiche Siriane avevano lasciato il territorio secondo gli accordi».
I militari siriani giustificano l’aggressione come una risposta a presunti attacchi imputati alle SDF nelle settimane precedenti verso posti di blocco affiliati a Damasco nell’area circostante alla città di Aleppo; le leadership della DAANES respingono le accuse denunciando invece che si tratta di una operazione contro le popolazioni civili più fragili dopo anni di isolamento e violenze, e ricordando che le SDF non hanno alcuna presenza militare nella città. In una dichiarazione diffusa il 7 gennaio, il comando Generale delle SDF aveva lanciato un appello agli attori regionali e internazionali affinché intervenissero per fermare l’attacco, segnalando che la prosecuzione dell’offensiva nei due quartieri rischiasse di creare conseguenze che sarebbero andate ben oltre Aleppo, riaprendo una fase di instabilità e di conflitto su scala nazionale.
I due quartieri di Aleppo furono i primi a liberarsi dal regime di Assad durante la rivoluzione del 2011; a maggioranza curda, erano riusciti a mantenere la loro autonomia in tutti questi anni. I curdi rappresentano circa il 10% della popolazione siriana, ma detengono il controllo di circa il 30% del territorio del Nord-Est del paese. Lì, nel “Rojava Kurdistan”, con la rivoluzione incominciata nel luglio 2012, la popolazione ha costruito una forma di governo autonoma basata sui principi della liberazione delle donne e del confederalismo democratico, istituendo forze autonome di difesa della popolazione, le SDF.
Con l’uscita di scena del regime di Bashar al-Assad l’8 dicembre 2024 e l’avanzata delle milizie guidate da Hayat Tahrir al-Sham (HTS), è incominciata una nuova fase di transizione per la Siria. Il potere centrale che ha sostituito il regime di Assad vuole ricomporre lo Stato riprendendo il controllo sui territori che ha perso, tra cui il Nord-Est della Siria. Dall’altra parte, le leadership della DAANES cercano di proteggere i propri diritti e le proprie forme di autogoverno all’interno del nuovo perimetro statale. Da questo confronto sono nati gli accordi del 10 marzo 2025 tra il governo di transizione e le SDF, presentati come un’intesa per integrare le istituzioni civili e militari della DAANES. Gli accordi hanno aperto a una traiettoria di unificazione che sarebbe dovuta terminare entro la fine del 2025, ma gli scontri dei giorni scorsi testimoniano il tentativo di ostacolarla da parte dell’amministrazione centrale.
Il governo di Ahmea Al Sharaa aveva più volte affermato di voler difendere le minoranze presenti nel Paese, ma gli attacchi scoppiati ad Aleppo nei giorni scorsi rappresentano il terzo episodio di violenze e massacri ai danni delle minoranze, dopo quelli di marzo contro la popolazione alawita, nell’ovest del Paese, e quelli di luglio contro la popolazione drusa, a sud. «Molti non hanno interesse affinché il Paese venga unito, anzi», dice ancora A. «La presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen è andata a Damasco proprio l’8 gennaio, appena dopo l’inizio dell’attacco» continua, «portando a Damasco un dono di 620 milioni di euro per il prossimo biennio». Un aiuto alla popolazione per ricostruire i servizi essenziali, come parte della proposta di cooperazione economica tra UE e Siria. «Le popolazioni che da anni si impegnano e lottano per la costruzione di una Siria unita e democratica, secondo principi di convivenza, uguaglianza e rispetto delle diversità, continuano a fare la loro parte e a impegnarsi per trovare una soluzione politica ai conflitti. Purtroppo però, molti interessi, nazionali e internazionali, si scontrano in Siria. Il futuro, è tutto da vedere».
Thailandia, deraglia un treno, 32 morti
Un treno è deragliato nel nord-est della Thailandia uccidendo almeno 32 persone e ferendone 66. L’incidente è avvenuto nella provincia di Nakhon Ratchasima, nel distretto di Sikhio, a circa 200 chilometri a nordovest della capitale Bangkok. Il ministro dei trasporti thailandese ha dichiarato che a bordo del treno erano presenti 195 persone e che sono ancora in corso le indagini sull’accaduto. Dalle prime ricostruzioni, sembra che una gru impiegata in un cantiere ferroviario sia caduta su una delle due carrozze mentre il treno stava transitando, facendolo deragliare e causando un breve incendio.
Obbligo di identità digitale, dopo le proteste il Regno Unito cambia idea
Dopo aver trasformato il tema in una delle sue principali battaglie politiche, il governo del Regno Unito guidato da Keir Starmer ha fatto marcia indietro sull’ipotesi di rendere obbligatoria un identità digitale per tutti i lavoratori. In seguito alle forti proteste dei cittadini e alle opposizioni di diverse parti politiche, la cosiddetta “Brit card” si apre dunque a una nuova interpretazione: il documento sarà erogato solo su base volontaria e ai lavoratori sarà sufficiente digitalizzare un documento di identità già in loro possesso. Annunciata il 26 settembre, l’iniziativa era stata subito presentata come uno strumento per contrastare l’immigrazione illegale. “L’identificativo digitale rappresenta un’enorme opportunità per il Regno Unito”, aveva dichiarato allora il Primo Ministro Starmer. “Renderà più difficile lavorare illegalmente in questo Paese, contribuendo così a rafforzare la sicurezza dei confini”. Nel giro di poche settimane, però, il sostegno pubblico all’establishment è precipitato: dal 53% registrato a giugno è sceso a un ben più modesto 31% in ottobre.
Ufficialmente, il Partito Laburista evita accuratamente di definire il cambio di rotta come una vera e propria retromarcia, preferendo parlare di un semplice aggiustamento in vista di una consultazione pubblica, la quale dovrebbe essere avviata “a breve”. In un commento al The Times, una fonte governativa offre però una lettura più pragmatica: “compiere un passo indietro sull’obbligatorietà aiuterà a disinnescare i principali punti di attrito. Non vogliamo correre il rischio che un sessantacinquenne di un’area rurale si ritrovi impossibilitato a lavorare solo perché non ha installato il documento digitale sul proprio telefono”.
Gli abitanti del Regno Unito si sono visti imporre l’obbligo di possesso di documenti d’identità con il National Registration Act del 1939, varato in piena Seconda Guerra Mondiale. La norma, tuttavia, è decaduta nel 1952 e già allora non mancavano alcuni coriacei detrattori. Nel 2006, nel pieno della “guerra al terrore”, anche il governo Blair tentò di introdurre carte d’identità contenenti dati biometrici, tuttavia la forte opposizione politica e popolare fece naufragare il progetto ancor prima che potesse decollare.
La storia, dunque, sembra ripetersi. In risposta all’introduzione dell’identificativo digitale è stata lanciata una petizione parlamentare che ha raccolto circa tre milioni di firme, mentre da ogni fronte si moltiplicano le contestazioni guidate da gruppi che temono un indebolimento delle libertà civili e il rafforzamento di una sorveglianza statale dai tratti apertamente discriminatori. Secondo un funzionario governativo interpellato da The Guardian, la decisione di Starmer di ammorbidire la propria posizione nasce proprio dal diffuso malcontento e dalla necessità di stemperare le tensioni. O, per usare le sue parole, dalla volontà di mettere a tacere “queste assurdità complottiste sul controllo Statale”.









