L’Agenzia internazionale per l’energia (AIE) ha avvertito nel suo ultimo rapporto che la guerra in Iran sta creando la “più grande interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale”, con una riduzione della produzione di petrolio e gas in Medio Oriente di almeno dieci milioni di barili al giorno. Per questo motivo l’Agenzia ha approvato il rilascio di 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve di emergenza dei Paesi che ne fanno parte (32 membri e 13 associati), vale a dire più del doppio dei 182 milioni di barili rilasciati all’inizio della guerra in Ucraina. Da parte sua, l’Ue si è sforzata di mostrare calma: dopo aver riunito il “gruppo di coordinamento sul petrolio”, ha dichiarato che «Non sono emerse preoccupazioni immediate sulla sicurezza delle forniture» e, secondo la portavoce dei gruppi di coordinamento Ue sul petrolio e sul gas, «c’è maggiore preoccupazione per l’aumento dei prezzi». Tuttavia, la decisione della nuova Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, di mantenere chiuso lo Stretto di Hormuz prospetta un peggioramento della situazione, considerato che dallo Stretto passano il 20% delle forniture globali di petrolio e GNL.
Secondo il rapporto dell’AIE, «in assenza di una rapida ripresa dei flussi di trasporto, le perdite di approvvigionamento sono destinate ad aumentare», prevedendo un calo globale della produzione di petrolio di 8 milioni di barili al giorno quest’anno, con le riduzioni in Medio Oriente che potrebbero essere parzialmente compensate dall’aumento della produzione dei Paesi non-OPEC plus, tra cui Kazakistan e Russia. Non a caso, il presidente statunitense Donald Trump ha suggerito a di sospendere le sanzioni statunitensi sul petrolio straniero, compreso quello russo, nel tentativo di fare scendere i prezzi globali, mentre il presidente russo Vladimir Putin ha colto la palla al balzo offrendo di ripristinare le forniture di gas e petrolio all’Ue. Gli Stati Uniti hanno rilasciato una licenza di 30 giorni che consente ai paesi di acquistare petrolio e prodotti petroliferi russi bloccati in mare. Ciò interesserà 100 milioni di barili di greggio russo, pari a quasi un giorno di produzione mondiale, secondo l’inviato presidenziale russo Kirill Dmitriev. Nel frattempo, nonostante la sospensione delle sanzioni sul petrolio da parte degli USA e l’iniziativa dell’AIE di rilasciare 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve, il prezzo degli idrocarburi è aumentato, con il prezzo del greggio di nuovo sopra i 100 dollari al barile.
A determinare l’interruzione della produzione di petrolio nella regione, oltre alla chiusura dello stretto di Hormuz da cui transitano le navi cariche di barili, sono stati anche i danni diretti agli impianti energetici della regione: gli attacchi israeliani, ad esempio, hanno colpito gli impianti petroliferi di Teheran, oltre a raffinerie e depositi in varie parti della città, trasformando la capitale iraniana in un inferno di fuoco. A sua volta, l’Iran ha minacciato di colpire le infrastrutture energetiche regionali se i raid di USA e Israele continueranno a colpire quelle iraniane e ha già colpito alcuni depositi e infrastrutture del gas e del petrolio in vari stati del Golfo. «Da attacchi del genere possono derivare conseguenze prevedibili, ampie e devastanti contro i civili, come incendi mortali fuori controllo, importanti interruzioni delle forniture essenziali, danni ambientali e gravi rischi nel lungo termine per la salute di milioni di persone. Tutto questo significa che tali attacchi possono violare il diritto internazionale umanitario e, in alcuni casi, costituire crimini di guerra», ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.
Importanti riduzioni dell’offerta si registrano in Iraq, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. In particolare, il colosso petrolifero statale degli Emirati Arabi Uniti ADNOC ha chiuso la raffineria di Ruwais, con una capacità di 922.000 barili al giorno, dopo che l’attacco di un drone ha provocato un incendio, secondo quanto riferito martedì da una fonte all’agenzia di stampa Reuters. Un altro incendio è scoppiato anche nel porto di Fujairah, un importante snodo globale per lo stoccaggio e il rifornimento di petrolio. In Iraq, la produzione dei principali giacimenti petroliferi meridionali è crollata del 70%, passando da 4,3 milioni di barili al giorno a soli 1,3 milioni, mentre il Qatar ha interrotto le operazioni presso i suoi impianti di GNL il 2 marzo, interessando uno dei più grandi impianti al mondo e una fonte che fornisce circa il 20% del GNL globale. Il 4 marzo ha dichiarato lo stato di forza maggiore sulle spedizioni di GNL.
Nonostante la grave crisi di produzione in Medio Oriente, per ora la situazione risulta ancora sotto controllo. Nel rapporto dell’AIE si legge che «I paesi consumatori dispongono di ingenti quantità di petrolio in deposito per compensare perdite temporanee di approvvigionamento. Le scorte globali di greggio e derivati sono attualmente stimate a oltre 8,2 miliardi di barili, il livello più alto da febbraio 2021». Dall’inizio del conflitto, i prezzi del gas sono aumentati del 50 per cento e quelli del petrolio del 27 per cento. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, ha dichiarato che il blocco sta valutando la possibilità di porre un tetto massimo ai prezzi del gas per aiutare i consumatori. Secondo l’AIE, l’impatto finale del conflitto sui prezzi del petrolio e del gas dipenderà «in modo determinante, dalla durata delle interruzioni del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz». Inoltre, l’agenzia sottolinea anche come le scorte di emergenza, pur fornendo una soluzione immediata, in assenza di una rapida risoluzione del conflitto, rimangono una misura tampone. In altri termini, più il conflitto si prolunga, più rischia di creare una crisi economica globale con ripercussioni importanti sugli assetti e gli equilibri internazionali.
In Italia il lupo è sopravvissuto a secoli di persecuzioni, al veleno, ai bracconieri, e al rischio di estinzione. Ora, con 78 voti favorevoli al Senato, solo 2 contrari e 57 astensioni, rischia di soccombere a qualcosa di molto più attuale: una legge di delegazione europea e dieci anni di inerzia istituzionale. Il Senato ha infatti approvato definitivamente la legge europea che contiene il recepimento del declassamento dello status di protezione del lupo. Dopo il via libera della Camera a dicembre 2025, il governo potrà ora adottare un decreto che sancirà il passaggio del lupo da specie “rigorosamente protetta” a semplicemente “protetta”. Come avevamo già raccontato a febbraio, la partita ha origine a Bruxelles: la Commissione Europea aveva proposto nel dicembre 2023 di abbassare lo status di protezione del lupo nella Direttiva Habitat, con pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale UE nel giugno 2025. L’Italia ha scelto il recepimento immediato, risultando tra i primi Paesi a farlo. Dopotutto lo stesso governo italiano aveva spinto per l’approvazione della norma che libera le doppiette.
Fino ad oggi ogni singolo abbattimento richiedeva una deroga specifica. Con la nuova normativa, le uccisioni potranno invece avvenire nell’ambito di piani di gestione regionali, eseguiti da personale specializzato. Le singole regioni potranno quindi approvare dei “piani di prelievo”, attraverso i quali decidere un numero di abbattimenti. Non si tratta di un via libera totale alla caccia: la specie rimane protetta e un documento tecnico dell’ISPRA ha già fissato un tetto massimo di 160 esemplari da abbattere sulla popolazione nazionale, stimata in circa 3.500 individui. Tuttavia si tratta chiaramente di una netta inversione di tendenza rispetto ai piani di ripopolamento che erano attivi fino a pochi anni fa.
Il problema, sollevato da più voci scientifiche, è che l’Italia si trova ad esercitare questo nuovo potere senza gli strumenti adeguati. Avremmo bisogno «di un piano di gestione vasto — ha spiegato a Ildolomiti.it Luigi Boitani, professore emerito di zoologia alla Sapienza e presidente della Large Carnivore Initiative for Europe — un piano che l’Italia ancora non ha». Un primo tentativo era stato avviato nel 2015 su commissione del ministero dell’Ambiente, ma da allora le Regioni non hanno mai trovato un accordo. Oltre dieci anni di stallo, e ora una nuova norma da applicare senza una base solida.
Le associazioni ambientaliste hanno reagito duramente. Legambiente parla di «grave errore»: «Abbassare il livello di protezione non risolverà i conflitti sociali. Basare il declassamento su una volontà politica, e non scientifica, potrebbe compromettere gli sforzi di conservazione e creare un precedente pericoloso per altre specie». L’ENPA denuncia invece «una grave retromarcia», e considera il provvedimento come «privo di giustificazioni reali, se non quella di tentare di compiacere una parte degli allevatori». La LAV segnala poi che alcune Regioni starebbero già contestando i tetti fissati dall’ISPRA, come accade in Toscana dove la giunta si opporrebbe al limite di 22 abbattimenti assegnato alla Regione.
Rimangono due questioni formali di rilievo. La prima: come ricordato già a febbraio dal Direttore Affari Istituzionali di WWF Italia Dante Caserta, la legge nazionale 157/92 indica ancora il lupo come specie particolarmente protetta e non è stata toccata dal provvedimento, aprendo la strada a possibili contenziosi. La seconda: sono tuttora pendenti dinanzi alla Corte di Giustizia Europea ricorsi contro la stessa decisione di declassamento della Commissione UE e il principio di precauzione avrebbe suggerito di attenderne l’esito.
Sullo sfondo, il problema strutturale rimane irrisolto: i lupi si spostano su territori tra i 50 e i 400 chilometri quadrati, rendendo qualsiasi gestione frammentata per Regioni o Province inefficace. La letteratura scientifica indica del resto che il controllo letale ha effetti incerti – può ridurre le predazioni su un allevamento ma aumentare il rischio nelle aree vicine – mentre le misure non letali, come recinzioni elettrificate e cani da guardiania, restano quelle con le prove di efficacia più solide. Ma richiedono investimenti e politiche di lungo periodo: esattamente ciò che manca in un Paese che, dopo dieci anni, è ancora senza un piano per il lupo.
Il Garante della privacy ha imposto a Intesa Sanpaolo una multa dal valore di 17,6 milioni di euro. Il Garante ha riconosciuto a Intesa di avere «trattato in modo illecito» i dati di 2,4 milioni di clienti, trasferiti per via unilaterale e automatica a Isybank, digitale controllata dallo stesso istituto finanziario. Per effettuare tale trasferimento, Intesa ha effettuato controlli di profilazione dei propri clienti, in modo da individuare le persone che presentavano le caratteristiche più adatte.
Ieri, un bombardamento iraniano si è abbattuto nei pressi del Muro Occidentale (anche noto come Muro del Pianto o, nel mondo musulmano, Muro di al-Buraq), a Gerusalemme. Il ministero degli Esteri israeliano ha pubblicato un video dell’attacco, che è stato ripreso dai media di tutta Italia. La capillarità nella diffusione di tale frammento non stupisce, se si considera lo scarso numero di testimonianze audiovisive della guerra che nelle ultime due settimane sono riuscite a scampare alla censura di Israele. Limitandosi a foto e video, effettivamente, parrebbe quasi che la nuova guerra nel Golfo viaggi interamente a senso unico: nonostante divieti e chiusura di internet, da Teheran sono giunti molteplici video che mostrano un ampio scenario di distruzione, come nel caso dell’attacco sul deposito petrolifero della notte tra il 7 e l’8 marzo. Da Israele, invece, le testimonianze sono risicate, sottoposte alla rigida censura di Tel Aviv, che si sta rivelando ben più stringente di quanto non lo sia quella iraniana.
Praticamente tutte le parti chiamate in causa direttamente o indirettamente in questo conflitto stanno imponendo ai propri cittadini un rigido regime di censura impedendo che video, foto e contenuti multimediali diventino di dominio pubblico. In Italia, come prevedibile, la discussione si concentra sulle misure adottate dall’Iran per evitare la circolazione di video. La rete internet risulta praticamente assente da 14 giorni e le autorità avrebbero imposto divieti di fare foto e video nei pressi dei luoghi degli attacchi e restrizioni di spostamento ai giornalisti. La censura più dura, tuttavia, non pare stare venendo imposta in Iran, ma negli altri Paesi. In Bahrein sono state vietate le proteste contro USA e Israele, tanto che sono state arrestate almeno 60 persone. Negli Emirati, sono state arrestate 20 persone che hanno fatto foto e video ai siti degli attacchi, e altre ancora per avere mostrato solidarietà alla Palestina; come negli UAE, anche in Arabia Saudita. Analoghi arresti sono avvenuti in Qatar e in Kuwait, dove sono state detenute rispettivamente 300 e 2 persone.
Israele stesso sta imponendo una dura censura sulla produzione e diffusione di contenuti multimediali. L’inviato dell’emittente spagnola RTVE ha spiegato che sin dal 28 febbraio, tutti gli operatori mediatici internazionali presenti in Israele hanno ricevuto un avviso dal dipartimento di censura militare di Tel Aviv, in cui venivano date loro le indicazioni sulle modalità con cui era concesso seguire la guerra: i giornalisti non possono fotografare o fare video ai luoghi che hanno subito attacchi, ma neanche registrare i cieli durante un bombardamento o una intercettazione e non possono fornire alcuna specifica che possa aiutare a individuare i luoghi in cui si è abbattuto un attacco. Se per esempio, ha spiegato l’inviato spagnolo, un missile dovesse cadere vicino a un’area civile situata nei pressi di un centro del Mossad, i giornalisti dovrebbero limitarsi a comunicare che ha colpito un edificio civile, senza aggiungere ulteriori dettagli. La censura israeliana ha portato, come nei Paesi arabi, all’arresto di due giornalisti turchi. Essa tuttavia, non si limita a silenziare i giornalisti, ma tocca anche cittadini, residenti e turisti che in questo momento si trovano in Israele. Sin dai primi giorni di guerra, Israele ha comunicato a tutti i civili di non fare e diffondere foto e video dei luoghi dell’attacco, ricordando più volte tale divieto. Nei giorni, ha arrestatoalmeno due persone – cittadini arabo-israeliani – per avere fotografato il luogo di un attacco e diffuso tali immagini.
Potrà apparire come una stortura per un cittadino europeo, ma alla luce del numero di arresti, dei regolamenti interni e – soprattutto – del quantitativo di immagini che sono riuscite a filtrare da Teheran comparato a quelle arrivate da Israele, la censura imposta dal regime iraniano pare più mitigata rispetto a quella dello Stato ebraico, e Teheran più “trasparente” nel rappresentare questa guerra. Resta da capire per quale motivo le parti coinvolte nel conflitto stiano imponendo una censura così stretta ai propri cittadini e residenti. Davanti ai resoconti di IDF e giornalisti, lo scopo di tali misure parrebbe duplice: da una parte sarebbe una questione strategica; evitare la diffusione di dettagli servirebbe a non fornire informazioni sull’esito degli attacchi ai propri avversari. «Il nemico segue queste documentazioni per migliorare le sue capacità di attacco», si legge a tal proposito in un comunicato delle IDF. Il secondo motivo sarebbe comunicativo: lo stesso inviato spagnolo ha precisato che «l’informazione è un’arma di guerra», ma soprattutto che «nascondere le vulnerabilità è parte della strategia». Censurare gli attacchi, insomma, avrebbe lo scopo di restituire una immagine di forza e solidità. Per i Paesi del Golfo questo significherebbe mantenere quella rappresentazione di località sicure e pacifiche che stanno costruendo negli ultimi anni con l’apertura verso Occidente. Per Israele, invece, riaffermare l’immagine di invincibilità militare che si è costruita nei decenni sin dalla sua fondazione.
Il 19 novembre 2025, la Commissione Europea e l’Alto Rappresentante dell’Unione hanno adottato il Pacchetto Mobilità Militare 2025 che include una proposta di Regolamento per facilitare lo spostamento rapido di truppe, equipaggiamenti e materiali militari, limitare i tempi di autorizzazione e semplificare procedure doganali. La proposta è ora sottoposta al vaglio del Parlamento e del Consiglio dell’UE, prima di diventare definitiva e vincolante.
La military mobility è in realtà da anni una delle preoccupazioni dell’Europa: con i Piani d’azione del 2018 e del 2022, l’UE ha riconosciuto alla rete TEN-T (Reti Transeuropee dei Trasporti) una strategicità militare. Già il Regolamento 2024/1679 ha deciso di prolungare i quattro corridoi della rete TEN-T verso l’Ucraina e la Moldavia, mentre allo stesso tempo vengono ridimensionati o declassati i collegamenti con la Russia e la Bielorussia. Anche il Libro Bianco sulla prontezza della difesa europea 2030 (il cosiddetto piano Rearm Europe) del marzo 2025 conteneva l’impegno a sviluppare la mobilità militare. Insomma, ogni anno la Commissione alza il tiro, presenta la guerra contro la Russia come ineluttabile e spinge un po’ più in là l’asticella dell’escalation.
«La guerra della Russia contro l’Ucraina ha dimostrato la necessità di spostare rapidamente truppe ed equipaggiamenti militari dal punto A al punto B. Tuttavia, complesse norme in tempo di pace possono trasformare un semplice convoglio in un incubo logistico», spiega la Commissione. Contro questo “incubo” si propone il sogno di un «trasporto militare fluido e senza ostacoli, rapido e su larga scala», a partire dall’eliminazione di lacci e lacciuoli normativi.
Eliminare le barriere normative
«Le procedure di autorizzazione sono spesso complesse con tempi di approvazione lunghi. Alcuni Stati membri richiedono un preavviso di 45 giorni», è il lamento della Commissione Europea che quindi chiede massimo 3 giorni per ottenere un’autorizzazione all’export in tempi normali e una semplice notifica in tempi emergenziali.
Di più: si chiede agli Stati di rilasciare «autorizzazioni perenni» valide fino alla successiva revoca e con la possibilità di ampliare l’ambito di applicazione. Per la Commissione vanno evitati il più possibile i «controlli alle frontiere» da parte delle Dogane per i carichi di armi (già ora fatti solo a campione) in quanto «potrebbero introdurre ritardi tali da compromettere la tempestività delle operazioni di trasporto militare». L’eliminazione di controlli alla Dogana potrebbe facilitare non solo l’esportazione di materiali «autorizzati» ma anche di quelli non autorizzati, magari riesportati verso milizie criminali o eserciti genocidi, e di fatto potrebbe alimentare il mercato illegale di armi, gettando altra benzina su un mondo già in fiamme. Il tutto ovviamente porterebbe a svuotare la legge italiana 185/90 (una delle più avanzate a livello europeo).
La Commissione si impegna inoltre a semplificare le norme che regolamentano il trasporto su strada, ferrovie e aerei per le merci militari pericolose (esplosivi) e carichi eccezionali (fuori sagoma o peso), garantendo «una maggiore flessibilità nell’applicazione di restrizioni […] al fine di agevolare il trasporto militare». La libera circolazione delle armi non si limita all’ambito comunitario ma è estesa anche ai Paesi NATO non europei (incluse quindi Turchia e USA) oltre ovviamente a Ucraina e Moldavia. «Queste misure favoriranno il movimento più rapido dell’assistenza militare verso l’Ucraina, con l’obiettivo […] di preparare il Paese a una futura adesione all’UE». Una volta che l’Ucraina farà parte dell’UE, la guerra alla Russia sarà ovviamente molto più vicina.
Standard militari per lavoratori civili
La Commissione Europea chiede che il trasporto militare effettuato da operatori civili (white fleet), sia «allineato» alle norme delle forze armate (green fleet). Si punta a militarizzare non solo le infrastrutture ma anche gli stessi lavoratori, che saranno sottoposti a norme più rigide tipiche dei militari. Questo probabilmente per disintegrare e reprimere il fronte di dissenso che sta crescendo tra i lavoratori della logistica che in questi mesi hanno sempre più ostacolato il trasporto di armi, in porti, aeroporti e ferrovie. A rimarcare il concetto, casomai non fosse chiaro, si sottolinea la necessità di una cooperazione civile-militare totale, facendo riferimento all’approccio «whole-of-society»: tutta la società deve essere impegnata nello sforzo bellico, convinta e consapevole della sua bontà. Un déjà-vu della vigilia della Prima guerra mondiale.
I costi per adeguare le infrastrutture
«Poiché i convogli militari sono spesso di grandi dimensioni e composti da veicoli sovradimensionati e sovrappeso – si legge nella proposta di Regolamento – le infrastrutture devono essere adattate a tali trasporti militari eccezionali, in particolare rafforzando e ampliando ponti e tunnel stradali e ferroviari e aumentando in modo significativo la capacità di trasporto, soprattutto nei porti e negli aeroporti». I costi ambientali di queste opere non vengono minimamente presi in considerazione, non si parla di valutazioni sull’impatto ecologico. Per quanto riguarda i costi economici, per il periodo 2021-2027, sono stati già stanziati 1,69 miliardi di euro per co-finanziare 95 progetti in tutta Europa, nei quattro corridoi prioritari. Il pacchetto di mobilità militare di novembre 2025 prevede di decuplicare il bilancio, fino a 17 miliardi di euro per la prossima tranche (2028–2034). In altri punti del documento si parla di 500 nuovi progetti individuati con un fabbisogno complessivo stimato intorno ai 100 miliardi di euro. Fino alla nuova ondata di finanziamenti, prevista alla fine del 2027, gli Stati potranno usare i fondi di coesione: gli aiuti destinati al sociale saranno quindi dirottati per esigenze belliche. I fondi potranno provenire anche da Horizon Europe, il programma dell’Unione Europea che nei prossimi bandi sosterrà «azioni a duplice uso rilevanti per la mobilità militare».
Rifornimento di combustibile
La proposta di Regolamento afferma senza giri di parole che la mobilità militare dipende dal fossile e si rammarica del «calo della domanda civile di combustibili fossili e della chiusura delle raffinerie» che «stanno creando nuovi rischi e dipendenze dalle importazioni», oltre a creare «colli di bottiglia nell’approvvigionamento energetico». Per questo «la Commissione riesaminerà il quadro sulla sicurezza energetica, inclusa la Direttiva sulle scorte petrolifere, per valutare adeguamenti relativi ai carburanti sostenibili, mitigare i rischi emergenti e rafforzare la prontezza della mobilità militare attraverso una maggiore resilienza energetica». Da Green Deal a Military Deal è stato un attimo.
EMERS e siamo in guerra
In caso di emergenza sarà attivato il Sistema Europeo di Risposta Rafforzata per la Mobilità Militare (EMERS). Non è chiaro se sarà attivato in caso di attacco effettivo da parte di uno Stato nemico o solo in caso di una ipotetica minaccia, né come evitare i falsi allarmi. A premere il “bottone rosso” sarà il Consiglio entro 48 ore, su proposta della Commissione, di propria iniziativa o su richiesta di almeno uno Stato membro. Ove possibile, la Commissione consulterà il Gruppo per il Trasporto nella Mobilità Militare proposto nel Regolamento, coordinandosi ovviamente con la NATO.
Quando l’EMERS sarà attivo, si applicheranno norme speciali, non serviranno autorizzazioni preventive ma solo notifiche del passaggio armi, con un preavviso ridotto. «Saranno previste deroghe in materia di tempi di guida e periodi di riposo per il trasporto militare effettuato da operatori civili». Sospese anche le regole sul cabotaggio (norme che assicurano che i camionisti non restino lontani da casa per periodi eccessivi e ricevano un trattamento equo quando operano all’estero). Tradotto: se adesso i camionisti non possono guidare più di tot ore di fila, con la procedura EMERS potranno guidare molto più a lungo e con meno riposo. Quindi esplosivi pericolosi saranno trasportati in TIR guidati da automobilisti stanchi e privati del sonno necessario.
E ancora: «Il trasporto militare sarà esentato dalle restrizioni alla circolazione basate sulle prestazioni ambientali dei veicoli o su misure relative alla qualità dell’aria e al controllo del rumore applicate in aeroporti e porti». Con l’attivazione dello stato di emergenza ci sarà uno spostamento di truppe e ordigni improvviso e massiccio, rischiando di provocare una reazione e quindi l’escalation del conflitto.
Riconversione bellica per le imprese della logistica
Secondo la proposta di Regolamento, un gran numero di veicoli ferroviari civili può essere considerato già idoneo per operazioni di trasporto militare oppure adattabile. Le forze armate avranno l’accesso ai registri esistenti di veicoli e aeromobili e ferrovie, per poterne disporre secondo le loro esigenze. Quindi l’Italia, già fanalino di coda per i mezzi pubblici, avrà parte dei veicoli ferroviari sottratti all’uso civile e “adattati” per il trasporto di armi, mezzi corazzati e truppe. La vita per i pendolari sarà ancora più dura. Le imprese della logistica dal canto loro segneranno nel nuovo «catalogo della mobilità militare» le proprie «offerte». Vista la crescente domanda di mobilità, la Commissione propone una riconversione delle imprese legate al mondo della logistica (da chi produce pianali per carri merci, a chi trasporta): «Sostenere l’espansione delle capacità industriali per la produzione di equipaggiamenti per la mobilità militare, nonché la formazione, riqualificazione e aggiornamento del personale». La compagnia ferroviaria tedesca DB Cargo ad esempio si è già impegnata a riservare una capacità di 343 carri pianali e due fasce orarie giornaliere per il trasporto militare. In Italia dal 2022 il servizio di trasporto di materiali e mezzi delle forze armate invece è stato affidato a Mercitalia, del gruppo FS. Mentre Leonardo ha stretto un accordo con RFI (Rete Ferroviaria Italiana) sulla military mobility con l’obiettivo di adeguare la rete ferroviaria al transito dei propri armamenti e convogli militari.
Ogni Stato membro sarà tenuto a designare un “Coordinatore Nazionale per il Trasporto Militare” e già nel 2026 saranno organizzate delle esercitazioni (stress test), «mirate a garantire il rapido movimento di assistenza militare verso l’Ucraina e i confini orientali dell’Unione», nelle quali sarà coinvolta anche la Nato.
Ferrovieri contro la guerra
Se il movimento dei portuali contro la guerra è già molto forte a livello internazionale, gli altri operatori della logistica stanno muovendo i primi passi, sostenuti dal sindacalismo di base. Si muove qualcosa nel settore aeroportuale, grazie ad alcuni lavoratori coraggiosi, mentre il settore dei camionisti è ancora abbastanza silente. In fase di veloce crescita il Collettivo Ferroviere/i contro la guerra, almeno in Italia, che da oltre un anno e mezzo si è mobilitato con bollettini e presidi. In Toscana i ferrovieri hanno manifestato insieme ai familiari della strage di Viareggio: «Con un aumento sproporzionato di transiti militari e di merci pericolose, non ci sarà più sicurezza per nessuno, né lavoratori né popolazione», spiegano.
Intanto nelle stazioni in provincia di Pisa (Tombolo e Pontedera) e di Palmanova (Udine), sono stati finanziati e già realizzati opere di allungamento dei binari per ospitare treni merci da 750 metri. Negli scali di Genova Sampierdarena-Parco Fuori Muro e di La Spezia Marittima sono in fase di attuazione due progetti europei con termine lavori previsto nel 2027, per collegare i porti liguri al corridoio TEN-T. Il finanziamento dell’Unione Europea prevede oltre 28 milioni di euro erogati a RFI per lo scalo di Genova e oltre 9 milioni per La Spezia. «Un fiume di soldi pubblici che, invece di essere utilizzati nel miglioramento della mobilità civile, nella sicurezza ferroviaria e nei contratti collettivi delle categorie del personale ferroviario (insieme a corpose e necessarie assunzioni), vengono spesi in obiettivi di morte, distruzione e miseria», commenta il collettivo dei ferrovieri contro la guerra. «La mobilitazione già in essere sui contratti deve diventare un tutt’uno con la mobilitazione antimilitarista, in quanto lo sfruttamento del lavoro alimenta la guerra. Non potranno esserci migliori condizioni di lavoro se come ferrovieri/e non spezzeremo questo binomio».
Pestaggi e aggressioni a danni di minorenni, anche attraverso l’impiego di oggetti come sedie, bastoni ed estintori. Sono questi i fatti per cui dieci agenti della polizia penitenziaria di Roma sono finiti indagati dalla Procura a vario titolo. Le accuse precise sono di lesioni per cinque agenti, falso ideologico per altri tre e tortura per gli ultimi due; per cinque di loro, i pm hanno chiesto la sospensione dal servizio. Le vittime sono almeno tredici ragazzi tra i 15 e i 19 anni, tutti stranieri, detenuti presso il carcere minorile di Casal del Marmo. Le accuse si basano su una serie di testimonianze raccolte dagli operatori della struttura tra cui educatori, preti e suore, che sarebbero stati più volte spinti e aggrediti verbalmente dai medesimi agenti.
Secondo le indagini della Procura, gli abusi, i maltrattamenti e le torture degli agenti sui ragazzi sarebbero stati portati avanti nel periodo compreso tra febbraio e novembre del 2025. A fare scattare l’allarme sono stati gli operatori del posto, temendo per l’incolumità delle vittime: «Qui o si interviene o scappa il morto», ha detto uno dei cappellani. I medesimi operatori riportano di avere subito aggressioni fisiche e verbali e di essere stati più volte allontanati dalle scene durante le situazioni di maggiore tensione. Generalmente, questi casi sono all’ordine del giorno presso il carcere minorile di Casal del Marmo: secondo l’ultimo rapporto di Antigone, diffuso lo scorso febbraio, a fine 2024 nell’IPM romano si contavano 214 sanzioni disciplinari, 16 detenuti trasferiti per ragioni di sicurezza, 188 episodi di autolesionismo, e 17 tentati suicidi.
I racconti delle vittime degli abusi e dei testimoni sono crudi, e restituiscono quello che pare un approccio sistematicamente violento da parte degli agenti della polizia penitenziaria accusati. I ragazzi si rivolgono a loro usando appellativi come “Animale”, “Pugile”, “Sceriffo”. Le indagini sono ancora in corso, e per ora le testimonianze più dettagliate si concentrano sugli episodi di violenza, che sarebbero corroborati dai referti medici. Nelle zone non coperte dalle telecamere, gli agenti avrebbero inoltre approfittato dell’assenza di circuiti per picchiare i ragazzi – spesso servendosi di oggetti. Una delle testimonianze più significative arriva da un ragazzo di 15 anni: mentre litigava con un compagno di cella, uno dei poliziotti coinvolti gli avrebbe sferrato un pugno, spedendolo in infermeria; lì, «mi ha lanciato addosso dei libri e mi ha fatto sdraiare sul lettino, togliere i pantaloni e gli slip. Poi mi ha minacciato di tagliarmi le p***e, ha preso una forbice e l’ha avvicinata al mio testicolo destro facendomi uscire del sangue», riporta il ragazzo. Dopo l’episodio, sarebbe stato riportato in cella, dove «hanno continuato a picchiarmi con calci e pugni».
Il Pakistan ha bombardato il deposito di carburante della compagnia aerea privata Kam Air vicino all’aeroporto di Kandahar, in Afghanistan. A dare l’annuncio questa mattina sono le autorità talebane, che hanno anche dichiarato che il Pakistan avrebbe effettuato bombardamenti in altre zone, tra cui la capitale Kabul, dove avrebbe colpito edifici civili e ucciso cittadini afghani. Il nuovo bombardamento arriva in un momento di tensione tra i due Paesi, che hanno riacceso le reciproche ostilità il mese scorso. Da qualche giorno, tuttavia, non si segnalavano raid pakistani su Kabul e gli scontri al confine si erano attenuati.
A Fort McMurray, una piccola città canadese nell’Alberta settentrionale, un programma di giustizia riparativa sta attirando l’attenzione degli esperti del sistema penale. Dal 2022, tra le 115 persone che hanno completato il percorso, solo una è tornata a commettere reati. Un dato che rafforza l’idea che un altro modo di fare giustizia sia possibile (e migliore): punire chi ha sbagliato, riconoscere e riparare il danno subito dalla vittima e, allo stesso tempo, ridurre il rischio che quella persona torni a delinquere. Con effetti positivi non solo per chi è coinvolto direttamente, ma per l’inte...
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Quest’anno, dopo quattro anni dalla sua esclusione, la Russia potrà nuovamente partecipare all’Esposizione internazionale d’arte della Biennale di Venezia. La scelta è arrivata dalla stessa Fondazione Biennale, ma non è andata giù ai Paesi europei: 22 ministri della Cultura europei (di cui 20 UE) hanno inviato alla Fondazione una lettera in cui la invitano a rinnovare l’esclusione della Russia e dei suoi artisti all’esposizione. Ai ministri, ha fatto eco la Commissione Europea, che ha minacciato la Fondazione di privarla dei finanziamenti comunitari se la Russia dovesse partecipare all’evento. Ministri ed esecutivo UE fanno riferimento alla «brutale» guerra in Ucraina e alle sue conseguenze su cittadini e istituzioni culturali di Kiev. Come prevedibile, tuttavia, le loro spade non si sono levate in difesa delle vite uccise e delle istituzioni culturali rase al suolo in Palestina da Israele, né tantomeno contro la campagna bellica israelo-statunitense verso l’Iran definita dalla stessa Meloni «fuori dal diritto internazionale».
I ministri europei hanno inviato la propria lettera al Presidente e al comitato direttivo della Fondazione martedì 10 marzo. A firmarla i capi di gabinetto di Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Portogallo, Romania, Spagna, Svezia e Ucraina. Da parte UE, insomma, mancano solo Repubblica Ceca, Cipro, Italia, Malta, Slovacchia, Slovenia e Ungheria. Il ministro italiano Giuli, tuttavia, ha affermato che la scelta della Fondazione è arrivata contro il parere del governo e ha chiesto a Tamara Gregoretti, rappresentante del ministero nel Consiglio d’Amministrazoine della Fondazione, di lasciare il proprio posto; dall’altra parte, Salvini e l’ex governatore veneto Zaia hanno mostrato solidarietà alla Biennale così come il sindaco di Venezia Brugnaro.
Lo scontro politico, tanto internamente all’Italia, quanto a Bruxelles, è un fronte piuttosto rilevante, perché la Fondazione dipende dai finanziamenti pubblici, e la Commissione ha apertamente minacciato di chiudere i rubinetti: «La decisione della Fondazione Biennale non è compatibile con la risposta collettiva dell’UE alla brutale aggressione russa, si legge in un comunicato. Qualora la Fondazione Biennale dovesse procedere con la sua decisione di consentire la partecipazione della Russia, valuteremo ulteriori azioni, tra cui la sospensione o la cessazione del finanziamento UE in corso alla Fondazione Biennale». Si parla, riporta l’agenzia di stampa internazionale Reuters, di due milioni di euro di fondi.
Se la partecipazione della Russia alla Biennale ha scatenato una reazione dura da parte dell’Europa, non si può dire lo stesso di quella israeliana e statunitense. Eppure, i motivi per cui la Federazione era stata esclusa, si potrebbero applicare anche a Washington e Tel Aviv; il 2 marzo 2022, la Fondazione Biennale scriveva: «La Biennale di Venezia intende manifestare il suo pieno sostegno a tutto il popolo ucraino e ai suoi artisti, insieme alla ferma condanna dell’inaccettabile aggressione militare messa in atto dalla Russia». La Biennale, aggiungeva, «rifiuta peraltro – finché permane tale situazione – ogni forma di collaborazione con chi ha attuato o sostiene un atto di aggressione di inaudita gravità, e non accetterà pertanto la presenza alle proprie manifestazioni di delegazioni ufficiali, istituzioni e personalità a qualunque titolo legate al governo russo».
La Commissione parla di «guerra di aggressione illegale della Russia contro l’Ucraina» e sostiene che «la cultura promuove e tutela i valori democratici, incoraggia il dialogo aperto, la diversità e la libertà di espressione e non dovrebbe mai essere utilizzata come piattaforma per la propaganda». La lettera dei ministri alla Fondazione rimarca il ruolo «morale» della cultura nella promozione dei valori della libertà e della dignità umana, fa riferimento alla aggressione in corso e alle sue «devastanti conseguenze umane e culturali», e parla della «distruzione sistematica della vita e del patrimonio culturale dell’Ucraina». Secondo le autorità ucraine, la Russia avrebbe distrutto 1.685 siti di patrimonio culturale mentre 2.483 infrastrutture culturali sarebbero state distrutte o danneggiate.
La attuale guerra israelo-statunitense è stata descritta da molti come fuori dal perimetro internazionale. L’attacco di sabato 28 marzo è stato scagliato su iniziativa di Washington e Tel Aviv e il conflitto che ne è scaturito ha portato, tra Libano e Iran, a circa 4 milioni di sfollati, e all’uccisione di oltre 1700 persone, di cui circa 180 bambine di una scuola elementare. Tra i luoghi colpiti dalle bombe israelo-statunitensi, oltre ad abitazioni e scuole, anche luoghi di rilevanza storica e culturale, siti UNESCO e luoghi di culto. In Libano è stato ucciso un prete cristiano. Negli ultimi due anni nella Striscia di Gaza, un’area grande meno della metà della sola Kiev, Israele ha ucciso direttamente oltre 70mila persone, e distrutto il 78% di tutti gli edifici, tra cui sul piano culturale si annoverano 14 siti religiosi, 122 edifici di interesse storico e artistico, 3 depositi di beni culturali mobili, 9 monumenti, 1 museo e 8 siti archeologici. Tel Aviv è accusata di avere condotto un genocidio davanti alla Corte Internazionale di Giustizia e una delle sue massime autorità quale stesso premier Netanyahu è ricercata dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità. Nonostante le continue richieste della società civile, la Biennale di Venezia non ha mai preso in considerazione di escludere Israele e artisti israeliani dalla mostra internazionale. Nemmeno le autorità politiche di Bruxelles hanno mai rilasciato una dichiarazione a riguardo, a testimonianza del doppio standard politico delle istituzioni europee.
Ci sono momenti in cui basta una sola frase per mettere in ginocchio l’ipocrisia di un’intera epoca. Eric Cantona, 59 anni, francese, ex genio del pallone e da tempo intellettuale scomodo, l’ha trovata. Ospite del programma televisivo francese Clique, sul canale Canal+, per presentare il suo nuovo album Perfect Imperfection, il Re dello United ha abbandonato il copione e ha parlato di guerra, quella scatenata in Iran dagli attacchi di Stati Uniti e Israele e che rimbalza ogni giorno sui nostri schermi con tutto il peso di esseri umani ammazzati che non riusciamo nemmeno più a contare.
La sua proposta è di un’elementarità quasi feroce, una legge internazionale che stabilisca un principio chiaro: se un presidente decide di fare la guerra, deve essere il primo ad andare al fronte. Prima lui. Prima i potenti. Prima chi firma gli ordini dagli uffici climatizzati. E soltanto dopo, eventualmente, i figli degli altri.
Il ragionamento è impietoso nel suo buon senso. «Stanno in uffici lunghi venticinque metri», ha detto Cantona rivolgendosi al presentatore Mouloud Achour, «e poi mandano a morire ragazzi di diciotto anni». Non c’è ideologia in queste parole, non c’è una bandiera da sventolare. C’è qualcosa di più elementare e perciò più devastante: la constatazione che chi decide le guerre non le subisce mai. Che l’ordine di attaccare viene firmato da mani che non scaveranno mai una trincea. Che dall’altra parte – e qui Cantona abbassa la voce – spesso non ci sono nemmeno soldati, ma bambini, civili, innocenti senza nome e senza colpa.
La conclusione logica della sua proposta è altrettanto diretta: se i presidenti sapessero di dover combattere in prima persona i conflitti che scatenano, di guerre se ne farebbero pochissime. «Perché di coraggiosi», taglia corto l’ex numero 7 dei Red Devils, «non ce ne sono molti». È un j’accuse senza appello, tanto più tagliente perché privo di retorica.
Il riferimento a Trump e Netanyahu è implicito ma trasparente. I due presidenti non vengono mai nominati, ma è come se fossero lì, ingombranti, al centro di ogni parola. Cantona descrive esattamente il profilo di chi decide la sorte del mondo dalla distanza siderale di un palazzo, delegando a giovani senza esperienza il compito di eseguire volontà che non hanno scelto. E poi, in un passaggio che colpisce per la sua lucidità, evoca il presidente colombiano Gustavo Petro: ex guerrigliero, oggi capo di Stato, un uomo che conosce il suono delle armi non dai dispacci militari ma dalla propria pelle. Un leader che dice di voler la pace, ma che ha dichiarato di essere pronto a riprendere le armi qualora il suo paese fosse minacciato. Un profilo che — suggerisce Cantona — merita almeno rispetto, perché chi ha già rischiato la vita in prima persona sa esattamente cosa sta chiedendo agli altri.
Poi arriva la dichiarazione più personale, quella che chiude ogni discussione. «Nessuno dei miei figli andrà in guerra. Zero. Per fare cosa? Per chi? Per quale motivo?». E sul Milite Ignoto — simbolo dei caduti in tutti i paesi del mondo — Cantona riserva una lettura spietata: quella tomba senza nome, dice, serve solo a spingere altri ad andare a morire, aprendo una crepa nella narrazione eroica con cui ogni generazione dovrebbe considerare il sacrificio bellico come inevitabile, quasi dovuto.
Non è la prima volta che Cantona accende polemiche che vanno ben oltre il rettangolo di gioco. In passato aveva chiesto l’esclusione di Israele da tutte le competizioni sportive internazionali, definendo il calcio non semplicemente uno sport ma uno strumento culturale e politico — un soft power — che può e deve essere sospeso quando uno Stato viola le regole fondamentali della convivenza umana. Posizioni scomode, divisive, che si possono condividere o contestare, ma che hanno il pregio di essere dette ad alta voce da qualcuno che potrebbe tranquillamente tacere.
Perché Cantona non ha più nulla da dimostrare. Ha vinto tutto nel calcio, ha costruito una seconda vita come attore e musicista, può permettersi il lusso del silenzio. Invece parla. E la sua “legge” — mandiamo i leader in trincea prima dei loro sudditi — è una di quelle idee che, una volta pronunciate, è difficile smettere di sentire risuonare. Perché sono vere. Perché sono semplici. Perché fotografano con precisione chirurgica la distanza abissale che separa chi ordina da chi obbedisce, tra chi sopravvive da chi muore. Di uomini disposti a dirlo così, senza filtri e senza paura, ce ne sono sempre meno. Forse è per questo che quando parla Eric Cantona, vale ancora la pena ascoltarlo.
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