mercoledì 1 Aprile 2026
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Alcuni attivisti della Flotilla per Cuba sono stati sequestrati

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«La solidarietà non è un crimine»: così alcuni attivisti del Nuestra América Convoy, la Flotilla internazionale per Cuba, hanno annunciato di essere stati arrestati e interrogati. Gli attivisti avevano raggiunto L’Avana via nave e via aereo, consegnando tonnellate di aiuti umanitari tra pannelli solari, biciclette, cibo e medicine. La missione umanitaria è stata lanciata in risposta al rinnovato embargo statunitense su Cuba, con lo scopo di rompere l’assedio sull’isola, che ha innescato una grave crisi energetica nel Paese. Al rientro nei propri Paesi, alcuni di loro sono stati fermati negli aeroporti di Miami e di Panama e interrogati per ore dalle autorità, prima di essere rilasciati.

A Panama è stato fermato Thiago Avila, attivista noto per la partecipazione alla missione della Global Sumud Flotilla, che aveva cercato di consegnare aiuti umanitari a Gaza prima che l’intero equipaggio (oltre quattrocento persone) fosse sequestrato dall’esercito israeliano. Proprio il team di comunicazione dell’attivista aveva fatto sapere sui social che Avila era stato arrestato e interrogato per sei ore nell’aeroporto di Panama, mentre la stessa cosa era successa ad oltre una dozzina di membri del convoglio a Miami. “Nessuna spiegazione per ore, nessuna trasparenza e nessun rispetto per un’azione umanitaria” denuncia il suo team sui social, aggiungendo: “non possiamo normalizzare l’intimidazione di chi lotta per giustizia, diritti umani e dignità”. Katie Halper, altra attivista arrestata e trattenuta a Miami, ha scritto sui propri social “Non inviatemi messaggi di testo, su Signal, su WhatsApp e non ditemi nulla al telefono in questo momento che non vorreste che il governo vedesse”, come a suggerire che il poprio telefono sia stato messo sotto controllo dal governo USA. Gli attivisti stessi avevano denunciato che i propri telefoni erano stati sequestrati e analizzati, così come i computer. “Stanno attivamente cercando di metterci paura”, hanno dichiarato i fermati.

La Flotilla era partita a metà marzo con l’obiettivo di rompere l’assedio statunitense sull’isola, distribuendo aiuti umanitari e prestando soccorso alla popolazione soffocata dal recente inasprimento del bloqueo imposto dagli USA. A fine gennaio, infatti, Trump ha imposto il divieto di scaricare carburante sull’isola, A bordo delle imbarcazioni vi erano un centinaio di persone, tra politici, infermieri, medici e studenti, e un totale di 20 tonnellate di aiuti tra cibo e medicinali. Anche la società civile italiana ha contribuito alla missione, con oltre 45 mila euro di donazioni e 5 tonnellate di medicinali raccolte – inclusi costosissimi farmaci antitumorali.

Bangladesh, bus precipita in un fiume a Daulatdia: almeno 24 morti

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Almeno 24 persone sono morte in Bangladesh dopo che un autobus con circa 40 passeggeri è precipitato nel fiume Padma mentre cercava di imbarcarsi su un traghetto a Daulatdia, nel distretto di Rajbari, a circa 100 km da Dhaka. Il mezzo ha perso il controllo, si è ribaltato ed è affondato a circa 9 metri di profondità. I soccorritori hanno recuperato 22 corpi, tra cui uomini, donne e bambini; altre due persone sono morte dopo il salvataggio. Le operazioni, condotte da vigili del fuoco, sommozzatori e forze di sicurezza, proseguono: si teme che vi siano ancora dispersi.

Prima nega, poi diffida, poi si ritira: ENI abbandona il progetto del gas nelle acque palestinesi

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Eni, Palestina, gas, ritiro

ENI ha fatto un passo indietro dal contestato progetto di esplorazione di gas nel Mediterraneo orientale, al largo di Gaza. Lo conferma il quotidiano finanziario israeliano Globes e lo ribadisce la stessa azienda in una dichiarazione all'agenzia Staffetta Quotidiana: la multinazionale italiana ha abbandonato il consorzio con Dana Petroleum e Ratio Energies, aggiudicatario di sei licenze di esplorazione offshore nel tratto di Mediterraneo all'interno della zona economica esclusiva palestinese. Il ritiro sarebbe avvenuto nell'ottobre 2025, ma la notizia è emersa solo ora, dopo che Ratio Energies...

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Dal 7 ottobre l’Italia avrebbe inviato 416 spedizioni a uso militari verso Israele

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I Giovani Palestinesi in Italia hanno pubblicato un dossier di oltre 60 pagine per denunciare il coinvolgimento italiano nel genocidio del popolo palestinese perpetrato da Israele. Il documento, compilato in collaborazione con diverse altre associazioni, verrà presentato il prossimo 29 marzo a Roma ed evidenzia che – dopo l’escalation del 7 ottobre 2023 – l’Italia avrebbe inviato a Israele 416 spedizioni contenenti apparecchiatura tecnologica, componenti per aerei, e strumentazione a uso militare, oltre a centinaia di migliaia di tonnellate di carburante. Tra i vari, sono compresi oltre 150 carichi di componenti aerospaziali e avionici da Leonardo, la maggiore industria bellica italiana, tra cui anche spedizioni alle linee di produzione di aerei impiegati nei bombardamenti a Gaza. Alla luce di tale ricerca, le associazioni chiedono all’Italia di imporre un embargo totale sull’invio di armi a Israele e di rescindere gli accordi che ne regolamentano le esportazioni, nel rispetto degli obblighi internazionali del Paese.

«Nonostante le ripetute rassicurazioni pubbliche del Ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani e della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, secondo cui l’Italia avrebbe limitato le esportazioni di armamenti verso Israele, questa ricerca rivela una realtà sostanzialmente diversa». Sono queste le parole con cui i Giovani Palestinesi esordiscono nel loro nuovo rapporto sulle relazioni bilaterali tra Italia e Israele. Secondo il resoconto, il meccanismo che soggiace al commercio tra Roma e Tel Aviv seguirebbe principalmente tre canali: il primo è un canale diretto, di trasferimento dalle infrastrutture aeroportuali e portuali italiane a quelle israeliane; il secondo è un canale indiretto, che passa da Paesi terzi; l’ultimo, invece, «consiste in importazioni italiane e relazioni industriali più ampie con aziende militari israeliane». Il documento si concentra sul primo di questi tre.

Il rapporto individua un totale di 416 spedizioni di materiali tecnologici, componenti per aerei, e strumentazione a doppio uso civile e militare o a uso militare esclusivo. In lista, compaiono materiali ottici avanzati, strumentazione per la protezione elettronica e anti-interferenza, materiali per la sorveglianza, ma anche scatole di munizioni e giubbotti antiproiettile. Tra le varie attrezzature anche unità necessarie allo sviluppo di velivoli senza pilota – e, dalla Lombardia, un velivolo integrale – così come componenti per aerei militari utilizzati durante i bombardamenti a Gaza, come gli F-15 di Elbit Systems. I materiali più individuabili come apparecchiatura a doppio uso civile e militare – quali cavi, luci e fanali, sono stati spesso inviati ad aziende attive nel campo bellico, come la stessa Elbit Systems e i suoi distaccamenti.

Alle spedizioni militari si aggiunge l’invio di oltre 224 chilotonnellate di carburante, necessario per le operazioni militari israeliane a Gaza. «Le infrastrutture per il carburante e l’energia sono anche parte integrante del progetto delle colonie, poiché la rete elettrica israeliana integra direttamente gli insediamenti illegali e non li distingue dalle infrastrutture all’interno della Linea Verde», si legge nel rapporto. Ad alimentare i dubbi, arriva il fatto che le spedizioni registrate sono state catalogate come «clandestine»: in diverse occasioni, le navi partite dall’Italia hanno disattivato i propri localizzatori, finendo per celare la loro destinazione verso Israele. Per ciascuna di queste spedizioni, il noleggiatore era indicato come Oil Refineries Ltd, affiliata al Gruppo Bazan, il più grande conglomerato petrolifero israeliano che, solo nel 2023 ha prodotto 723 chilotonnellate di carburante per aerei militari. Alle spedizioni di petrolio si aggiungono quelle di diesel, necessario per alimentare tecnologie e mezzi militari israeliani, primi fra tutti i carri armati Merkala.

Le spedizioni prese in analisi coinvolgono i principali aeroporti e porti marittimi italiani, tra cui Roma Fiumicino e Milano Malpensacentrali per il commercio militare, ma anche Genova e Ravenna, così come i terminal carburanti di Taranto e della Baia di Santa Panagia; le spedizioni provengono e transitano dalle regioni di Liguria, Abruzzo, Puglia, Campania, Lazio, Lombardia, Piemonte, Toscana, Veneto, Umbria ed Emilia-Romagna. «La maggior parte delle spedizioni a carattere militare analizzate», scrive il rapporto, «passano per gli aeroporti, tuttavia anche i porti marittimi italiani svolgono un ruolo significativo». Tra le compagnie coinvolte, Mediterranean Shipping Company (MSC) e ZIM sul versante marittimo, e EL AL, ITA Airways e Challenge Air Cargo tra quelle aeree. I carichi «sono trasportati regolarmente su voli commerciali di linea (EL AL, ITA Airways, Lufthansa) e vettori cargo dedicati (Poste Air Cargo, Challenge Air Cargo)».

«I dati di questo dossier dimostrano in modo inconfutabile che il complesso militare industriale italiano è parte integrante del genocidio in corso a Gaza». Evidenziati – seppure in maniera parziale – i legami italiani con la macchina genocida israeliana, le associazioni chiedono alle istituzioni di: «imporre un embargo bilaterale totale sulle armi nei confronti di Israele»; annullare tutti i permessi di esportazione e gli accordi di assistenza tecnica attualmente attivi; sospendere la fornitura di petrolio greggio e gasolio impiegati dalla macchina bellica israeliana; «monitorare e fornire dati trasparenti per tutti i trasbordi e le esportazioni dual-use in transito dai porti e aeroporti italiani»; rescindere il memorandum militare Italia-Israele. Quest’ultimo dovrebbe venire rinnovato il prossimo aprile, e già l’anno scorso è stato oggetto di numerose contestazioni da parte della società civile.

L’ex direttore di Frontex è indagato per crimini contro l’umanità

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Crimini contro l’umanità e tortura. Sono queste le accuse mosse nei confronti dell’ex direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, dalla Corte d’Appello di Parigi. La notizia arriva dall’agenzia di stampa internazionale francese AFP, che ha parlato con una fonte giudiziaria a conoscenza dell’inchiesta. Leggeri era stato denunciato nel 2024 dalla ONG francese Ligue des Droits de l’Homme (LDH), che lo aveva accusato di aver «condotto una politica volta a ostacolare, a qualunque costo l’ingresso dei migranti nell’Unione Europea», anche in termini di vite umane. Frontex non è nuova ad accuse di violazioni del diritto umanitario: negli ultimi anni, l’agenzia – che monitora i confini europei – è finita sotto indagine per casi di respingimento illegale di persone migranti.

Nella denuncia di LDH, Leggeri veniva accusato di aver “incoraggiato” i suoi uomini a lasciare che fossero le autorità libiche e greche a intercettare le imbarcazioni dei migranti, spingendoli a facilitarne l’operato. Mentre l’operato delle autorità greche nell’ambito dei salvataggi in mare è finito svariate volte sotto inchiesta, è ormai noto da anni – grazie a testimonianze di sopravvissuti, inchieste giornalistiche, indagini di ONG e anche alcuni processi – che la Libia sia una sorta di lager a cielo aperto per i migranti e che la “guardia costiera libica”, organo creato ad hoc dalle istituzioni europee per poter operare i respingimenti, si sia macchiata di crimini quali violenze, torture e omicidi.

Nel 2022 Leggeri, alla guida di Frontex dal 2015, si era dimesso dopo che un’indagine dell’ufficio europeo antifrode (OLAF) aveva dimostrato la complicità dell’agenzia nei respingimenti illegali ai confini europei, con particolare riferimento ad alcuni episodi avvenuti nel 2020. L’indagine – top secret, ma trapelata su alcuni mezzi di informazione – aveva dimostrato, tra le altre cose, come gli operatori di Frontex fossero stati assegnati ad altre missioni affinchè evitassero di vedere gli incidenti che si stavano verificando in mare e ostacolato il lavoro degli specialisti dei diritti umani. Alle indagini dell’OLAF si era aggiunto anche l’esito di quelle giornalistiche, che avevano documentato con immagini le violazioni. “Errori del passato” li aveva definiti Frontex, in una nota. Eppure, il nome dell’agenzia è stato collegato ad un gran numero di violazioni e stragi avvenute nel Mediterraneo, da quella di Pylos, nella quale persero la vita oltre 600 persone, a quella di Cutro, nella quale vi furono 94 morti accertate e molte altre che rimangono solamente un’ipotesi per il semplice fatto che i corpi non sono mai stati trovati.

Le dimissioni di Leggeri hanno avuto tutta l’aria di essere un parafulmine, una sorta di modo per silenziare le critiche. D’altro canto, il budget dedicato all’agenzia è aumentato esponenzialmente negli ultimi anni, passando dai 333 milioni del 2019 fino a superare il miliardo di euro nel 2025. Nessuna altra agenzia europea gode di finanziamenti lontanamente somiglianti a questa cifra. Lo stesso Leggeri non è uscito poi così sconvolto dalla vicenda: nel 2024 si è buttato in politica a fianco di Marine Le Pen, rappresentante dell’estrema destra francese, per entrare nell’europarlamento. Non erano mancate le critiche nei confronti dell’agenzia, trasformata, a suo dire, in una “super ONG diretta da osservatori e responsabili dei diritti fondamentali”. Jordan Bardella, leader di Rassemblement National, ha dichiarato pieno supporto a Leggeri, “oggetto di vessazioni giudiziarie da parte di associazioni di estrema sinistra” per aver “difeso i confini dell’Europa dall’immigrazione di massa”. Che i corpi di molti di coloro che migravano “illegalmente” giacciano sul fondo del Mediterraneo, anche grazie a Frontex, è in fondo un particolare trascurabile.

Si è dimessa Santanché

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Dopo le richieste di Giorgia Meloni, la ministra del Turismo Daniela Santanché ha annunciato le proprie dimissioni: «Non ti nascondo un po’ di amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri», si legge in una nota di Santanché diffusa dai media. Le dimissioni di Santanché seguono quelle del Sottosegretario alla Giustizia Dalmastro, arrivate dopo uno scandalo relativo alla costituzione di una società con la figlia di Mario Caroccia, condannato in via definitiva come prestanome del clan camorristico Senese, e della Capa Gabinetto di Bartolozzi, giunte dopo la vittoria del No al referendum sulla magistratura.

USA: 3 milioni di ricompensa per info sui gruppi criminali di Haiti

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Gli Stati Uniti hanno offerto una ricompensa fino a 3 milioni di dollari e la possibilità di trasferimento in cambio di informazioni sulle attività finanziarie dei gruppi criminali di Haiti. La ricompensa riguarda i gruppi Viv Ansanm e Gran Grif, entrambi designati come organizzazione terroristiche da Washington; Viv Ansanm e Gran Grif riuniscono centinaia di bande armate attive nella capitale haitiana Port-au-Prince, da tempo alle prese con una insurrezione da parte dei gruppi criminali. L’annuncio degli Stati Uniti segna un cambio di tattica nella ricerca di informazioni sulle bande, posto che le precedenti ricompense si concentravano sui singoli capi dei gruppi, e arriva in un momento critico per il Paese.

Zecche tutto l’anno e sempre più in quota: perché sono aumentate e come proteggersi

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zecche rimuoverle proteggersi

Nove zecche addosso il primo giorno. Quindici il secondo. Quota mille metri, inizio marzo, sulle Dolomiti. Chi ha raccontato l’episodio non è un escursionista sprovveduto: frequenta la montagna da anni e non ne trovava così tante da tempo. Un caso personale, certo, ma che fotografa qualcosa che i ricercatori monitorano da anni: le zecche non sono più un problema estivo. Sono diventate un problema quasi tutto l’anno.

Cosa sta succedendo

La specie responsabile della maggior parte delle punture in Italia è Ixodes ricinus, la zecca dei boschi. Predilige zone umide, radure, bordi dei sentieri e tradizionalmente era attiva da primavera ad autunno, difficilmente presente oltre i 1.500 metri. Quel confine si sta spostando.

Le zecche non muoiono in inverno: vanno in quiescenza, rallentano il metabolismo. Ma se le temperature non scendono abbastanza a lungo – e negli ultimi anni al Nord Italia questo accade sempre più di rado – riprendono a essere attive con mesi di anticipo. Non è un caso che le zone più colpite siano Trentino, Veneto e Friuli Venezia Giulia: territori di confine con l’Europa centrale e orientale, dove la presenza di zecche è storicamente più alta e dove i movimenti di animali selvatici come cervi, caprioli e uccelli migratori, contribuiscono a spostare le popolazioni verso ovest e verso quote più elevate.

I rischi: non solo un fastidio

Una puntura di zecca, nella grande maggioranza dei casi, non provoca nulla di grave. Ma alcune zecche sono vettori di patogeni seri. La malattia di Lyme (borreliosi) è la più diffusa: si manifesta inizialmente con un eritema a forma di alone intorno alla puntura, che può comparire tra i 4 e i 60 giorni dal morso. Se non trattata, può coinvolgere articolazioni, sistema nervoso e cuore. La terapia antibiotica è efficace, ma richiede diagnosi tempestiva.

L’altra patologia da conoscere è la TBE (Tick-Borne Encephalitis), un’encefalite virale che evolve in due fasi: prima simil-influenzale, poi, in circa un terzo dei pazienti, con coinvolgimento neurologico e possibili sequele permanenti. Per la TBE esiste un vaccino, consigliato a chi frequenta abitualmente boschi nelle zone endemiche del Nord-Est.

Come proteggersi: cosa funziona davvero

L’abbigliamento è la prima linea di difesa. Pantaloni lunghi chiari – per individuare prima le zecche – con il fondo infilato dentro i calzini o un elastico che li tenga fermi: le zecche si arrampicano dal basso, bloccare i punti di ingresso dalla caviglia in su riduce il rischio in modo significativo. E poi evitare di sedersi nell’erba alta.

I repellenti chimici funzionano se scelti bene. Il principio attivo più studiato è il DEET, ad alte concentrazioni fino al 50%, da applicare su pelle e abiti. L’Icaridin è un’alternativa più tollerata dalla pelle. La Permetrina va applicata solo sui vestiti prima di uscire, non sulla pelle, ed è attiva per diverse ore.

Una nota sui dispositivi a ultrasuoni, spesso pubblicizzati come alternativa naturale ai repellenti chimici: la letteratura scientifica non supporta questa promessa. Il dottor Fabrizio Montarsi, dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, è netto: gli ultrasuoni non funzionano molto neanche contro le zanzare, e contro le zecche ancora meno. Meglio investire in un repellente registrato.

Come rimuoverle

Se ci si trova addosso una zecca, va tolta il prima possibile: il rischio di trasmissione di eventuali patologie aumenta con le ore. Lo strumento giusto sono delle pinzette apposite, a punta fine, che si trovano facilmente in farmacia. La zecca va afferrata più in profondità possibile, esercitando una trazione lenta e costante verso l’alto; alcuni esperti consigliano anche una leggera rotazione antioraria, ma l’indicazione più diffusa è evitare torsioni brusche che potrebbero “rompere” il parassita, senza riuscire ad estrarlo completamente.

Da non fare: niente olio, acetone, calore, creme o alcol sulla zecca mentre è ancora attaccata: la irritano e la inducono a rigurgitare saliva, aumentando il rischio di contagio. Dopo la rimozione, disinfettare e annotare data e sede e del morso. Se nelle settimane successive compare un alone rossastro, è il momento di andare dal medico.

La montagna resta uno dei luoghi più belli dove stare. Le zecche, che esistono da prima di noi e continueranno a farlo, più che il problema in sé, sono il segnale di un cambiamento. Conoscerle e sapere come si muovono, come si diffondono e soprattutto come si evitano, è il modo più efficace per non sottovalutare il problema, anche perché ignorarlo non le farà sparire.

Caso Epstein: perquisita una sede bancaria della famiglia Rothschild

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Il caso Epstein torna a scuotere i centri nevralgici del potere europeo. A Parigi, una sede bancaria del gruppo Edmond de Rothschild è stata perquisita martedì, alla presenza della direttrice generale, Ariane de Rothschild, nell’ambito di un’indagine preliminare, avviata il mese scorso. Gli inquirenti stanno approfondendo ipotesi di corruzione legate a un pubblico ufficiale straniero, nonché possibili profili di complicità riconducibili all’ex diplomatico francese Fabrice Aidan. Le autorità francesi cercano ora di capire se, e fino a che punto, Jeffrey Epstein abbia potuto contare su sponde operative anche nel cuore della finanza europea.

Il gruppo Edmond de Rothschild ha dichiarato di collaborare pienamente con gli inquirenti, sottolineando la propria estraneità a qualsiasi attività illecita. Sebbene Epstein non avesse una rappresentanza formale o legale ufficiale della famiglia Rothschild, e-mail e documenti risalenti al periodo compreso tra il 2013 e il 2019 mostrano che mantenne rapporti regolari con Ariane de Rothschild. In una mail del 28 febbraio 2016, Epstein scrisse al cofondatore di PayPal e di Palantir Peter Thiel, vantandosi di essere l’intermediario della famiglia Rothschild. I documenti rilasciati il 30 gennaio scorso dal Dipartimento di Stato americano attestano decine di messaggi e numerosi incontri, alcuni avvenuti nelle residenze del finanziere a New York e Parigi, con scambi che assumono spesso toni informali e personali, più intensi di quanto inizialmente riconosciuto dalla banca. Ariane de Rothschild ha dichiarato che i suoi incontri con il finanziere americano si sono svolti «nell’ambito normale delle sue funzioni all’interno del gruppo» e che non aveva «alcuna conoscenza della condotta e del comportamento personale» di Epstein. Parallelamente, la dirigente ha inviato un messaggio diretto a clienti e dipendenti per rassicurare sulla solidità finanziaria del gruppo. Un passaggio chiave della vicenda che ha portato alla perquisizione della sede parigine risale, però, al gennaio 2014, quando il diplomatico francese Fabrice Aidan entrò come lobbista internazionale nel gruppo, con un distacco autorizzato dal ministero degli Esteri francese. Poche settimane dopo, il 13 febbraio, partecipò a un pranzo a Parigi con Ariane de Rothschild, Terje Rød-Larsen, ex alto funzionario ONU, marito di Mona Juul, e lo stesso Epstein.

Il cuore dello scandalo riguarda, infatti, Aidan. L’11 febbraio 2026, il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot aveva annunciato su X di aver deferito il caso alla magistratura ai sensi dell’articolo 40 del Codice di procedura penale, avviando contestualmente un’indagine amministrativa e un procedimento disciplinare. «Sono rimasto inorridito», aveva dichiarato il ministro, dopo aver letto i documenti che riguardavano l’ex diplomatico. Aidan, segretario principale degli Affari esteri in congedo per motivi personali, continuava a essere vincolato agli obblighi di lealtà verso lo Stato, pur lavorando nel privato per un grande gruppo energetico Engie.

Le accuse vanno oltre il piano disciplinare. Secondo un’inchiesta di Radio France e Mediapart, i rapporti tra Aidan ed Epstein risalgono almeno al 2010, quando il diplomatico operava presso le Nazioni Unite come assistente di Terje Rød-Larsen. In quel contesto, Aidan divenne un canale privilegiato per Epstein all’interno dell’ONU e dell’International Peace Institute. Le e-mail mostrano scambi su dossier sensibili: nel gennaio 2011 organizzò una cena con Epstein, lo sceicco Abdullah bin Zayed e Bill Gates; nell’agosto dello stesso anno, una trascrizione riservata di una telefonata tra Ban Ki-moon e il ministro degli Esteri turco finì nella casella del finanziere in meno di 24 ore. I rapporti non erano solo professionali: Epstein metteva a disposizione il suo appartamento parigino al 22 di Avenue Foch per i soggiorni di Rød-Larsen; Aidan ne conosceva il codice di accesso e diverse e-mail suggeriscono sue visite. In quello stesso periodo, Aidan fungeva da intermediario in trasferimenti di denaro: nel febbraio 2014 segnalò che una banca norvegese era «estremamente cauta» per «importi superiori a 50.000 dollari» in un pagamento da 130.000 dollari destinato a Epstein; il 15 dicembre 2015 inviò a Rød-Larsen i «dati bancari per il trasferimento» relativi a un’operazione da 250.000 dollari proveniente da una società di Epstein.

Nel 2016, un articolo intitolato “Uno scandalo di pedofilia insabbiato dal Quai d’Orsay” venne inoltrato a Epstein e da lui immediatamente girato a Rød-Larsen e ad Aidan. Il testo riprendeva rivelazioni del giornalista Vincent Jauvert su un diplomatico francese indagato dall’FBI nel 2013 e licenziato dall’ONU: una fonte governativa, contattata da Radio France, ha confermato che quel diplomatico era proprio Fabrice Aidan, aggiungendo che «la priorità del ministro degli Esteri e del suo ispettore generale è capire perché queste informazioni siano andate perse» e che i rappresentanti francesi negli Stati Uniti dell’epoca «saranno interrogati».

Incendio in un hotel a Parigi: 400 evacuati

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Oggi è scoppiato un incendio presso l’hotel Le Bristol di Parigi, che ha costretto le autorità a evacuare l’edificio. Di preciso, il rogo è esploso nella cucina dell’albergo, situata nel piano interrato del palazzo; l’hotel è una struttura di ricezione di lusso, spesso frequentata da esponenti della politica internazionale. Due membri dello staff sono rimasti feriti cercando di domare le fiamme, che sono state spente nel pomeriggio dai vigili del fuoco.