Io sono la tua ombra, tu colui che mi crea, Tu mi dai forma e misura e movimento. Con te soltanto posso alzarmi e sdraiarmi, Sono la tua creatura, tu la mia forza e volontà.
A te sono appoggiata, nella tua presa, Come chi incatenato non muove il piede. A ciò che tu mi fai, io non mi oppongo, Per la vita e la morte al tuo comando.
Eppure sono tua, e anche tu appartieni alla Tua. Non mi puoi sfuggire, ti riprenderei, Non mi puoi cacciare, verrei riscelta.
Finché sole e stelle ti illuminano, Ai tuoi piedi vedrai, incolume, La tua amata, nata per te, da te.
Questa poesia oscilla tra l’ombra e l’automa, tra il sogno romantico di un doppio in cui, con timore, ci riconosciamo e verso cui manifestiamo attrazione e il sogno novecentesco che punta verso l’artificio: la duplicazione di una coscienza sfuggente in identità senza contorni, genesi di ogni fantascienza.
L’Ombra, nel senso di Jung, è forza interiore di cui non sappiamo i veri contorni, che non si può cacciare perché è lei che ci ispira a guardarci dentro con la stessa intenzione che ammira ciò che è fuori da noi, come il sole e le stelle. L’ Ombra dunque ci appartiene, è anche linguaggio del nostro Sé, di un amore che si riflette e nello stesso tempo si espande.
Ricarda Huch vive, nella visione artistica, il sogno romantico che ha origine nell’incubo di Frankenstein ma lo trasfigura in una speciale filosofia della natura, dove il mondo esterno è il mondo del non-io, della natura appunto come veste esteriore dello spirito. Ma uno spirito-macchina che non si oppone ai comandi, in un determinismo che sembra aver cancellato tutti i sogni possibili, perché ogni mito viene sovrastato dal destino già segnato.
Il mito delle antiche divinità discende tuttavia nel quotidiano, si fa esperienza: «eravamo su quel ponte,/il mio amore ed io da soli» dice Huch in un’altra poesia.
In gioco è il ‘tu’ della poesia che soltanto in superficie prende vita come entità esterna ma che in realtà sta nella fonte stessa della creazione estetica: tu ed io siamo due facce della stessa medaglia: io, poetessa immaginifica, sto «ai tuoi piedi», sono «la tua amata, nata per te, da te».
Sullo sfondo agisce potente il desiderio, quella “Sehnsucht” di cui canta altrove Ricarda, come tensione verso l’irraggiungibile, lo speciale Eros romantico che unisce immaginario e passione, perdita e piacere.
Per la terza sera consecutiva, in Turchia sono scoppiate numerose proteste a seguito dell’arresto di Ekrem Imamoglu, sindaco di Istanbul e principale leader dell’opposizione turca. I cortei di ieri, venerdì 21 marzo, hanno attraversato Istanbul, Ankara, Smirne, Adana, Antalya, Çanakkale, Eskişehir, Konya ed Edirne e, dopo alcuni scontri con la polizia locale, sono state arrestate centinaia di persone. Lo riporta oggi, sabato 22 marzo, il ministro degli Interni Ali Yerlikaya, che ha affermato in un post: «343 sospetti sono stati catturati nelle proteste che hanno avuto luogo ieri sera. Coloro che cercano di sconvolgere l’ordine sociale, minacciano la pace e la sicurezza della nostra nazione e cercano il caos e la provocazione non ne avranno mai l’opportunità e sicuramente non saranno tollerati»
Ciò che è accaduto in Italia il 15 marzo durante la manifestazione «Una piazza per l’Europa» ha dell’incredibile. E non per le posizioni e le idee che sono state portate avanti e difese in questa piazza che ha raccolto e riunito la gente più disparata, all’insegna del caos e della confusione. Ma per il modo in cui è stato fatto. Questa manifestazione passerà alla storia come una delle più grandi mistificazioni del XXI secolo. Ma procediamo con ordine. Non appena Ursula Von Der Leyen lancia il suo piano da ottocento miliardi di euro per riarmare l’Europa, piano che è stato approvato dal parlamento europeo, il giornalista Michele Serra lancia un appello dalle pagine di Repubblica. E chiede alla gente di scendere in piazza e manifestare in favore dell’Europa. Non l’Europa del riarmo, precisa, ma un’Europa che unisca genti, partiti e persone che hanno idee e posizioni diverse, ma che condividono l’amore per la pace, la democrazia, la civiltà occidentale che l’Unione Europea incarna e protegge.
Valori e idee giuste, almeno sulla carta, e che hanno attratto un numero discreto di persone convinte di difendere la pace, la democrazia e la giustizia. E che invece si sono ritrovate in una piazza che ha messo in campo, attraverso i suoi oratori di rilievo, una vera e propria propaganda bellicista. Meritano di essere analizzati tutti gli espedienti retorici, le manipolazioni verbali e i trucchi linguistici adoperati e messi in scena, iniziando proprio dal discorso di Michele Serra, l’organizzatore e il promotore di quest’evento.
Mentre celebra l’Europa che accoglie i migranti che scappano da fame, guerra e miseria, senza mai domandarsi come e perché il resto del mondo sia un cimitero di fame, carestia e miseria, e che ruolo abbia avuto in tutto ciò la nostra bella Europa, Serra lancia la sua frecciata «a noi europei, viziati da 80 anni di pace».
Ecco allora che la pace diventa un vizio. Una debolezza. La pace ci ha viziati, ci ha reso deboli, inermi e imbelli. La pace ingiusta, sarà questo il leitmotiv della manifestazione, è una colpa. Gli fa subito eco Gianrico Carofiglio, autore, ironia della sorte, di un saggio La manomissione delle parole, e che le parole le manomette, le plasma, le piega per portare acqua al mulino del riarmo. Non a caso Carofiglio cita e riprende il celebre discorso di Winston Churchill alla Camera dei Comuni il 4 giugno 1940. Siamo nel pieno della seconda guerra mondiale e non è casuale la scelta di rievocare, attraverso il discorso di Churchill, lo spettro della minaccia nazista, dopo aver tanto faticosamente cercato di accostare la figura di Putin a quella di Hitler. Accostamento che sposta e alza l’asticella del conflitto contro la Russia da guerra control’espansionismo di un paese nemico a scontro ideologico, morale, assoluto. Ed eccolo qui il discorso di Carofiglio che riprende Churchill: «Noi combatteremo in tutti i posti. Combatteremo con le armi micidiali dell’intelligenza, dell’umanità e della pace. Combatteremo. Combatteremo senza arrenderci mai».
L’intelligenza, l’umanità e la pace diventano «armi», armi da impugnare, imbracciare e sollevare. Perfino la parola pace che dovrebbe essere sinonimo di unione, di pacificazione, di comunione viene unita alla parola «armi», per giustificare, normalizzare e assegnare una valenza positiva a una parola che di buono e di positivo non avrebbe nulla. Accostare la parola armi a parole come intelligenza, umanità e pace è una manipolazione linguistica e retorica non dissimile dall’uso di ossimori come «missili intelligenti» o «guerra giusta». Ma nel discorso di Carofiglio è quel «combattiamo» ripetuto più e più volte, che risuona come un leitmotiv, come un ritornello, a dominare e a imprimersi nella mente dell’ascoltatore.
«Dobbiamo distinguere tra pace e pacifisti», specifica e puntualizza Roberto Vecchioni, anche lui sceso in piazza e chiamato per dare lustro e sostegno a questa Nuova Europa. «Non si può accettare qualsiasi pace. I veri pacifisti siamo noi». E poi, dato che dall’alto dei suoi ottant’anni non può più contribuire alla causa, si rivolge direttamente ai giovani, a coloro che a dispetto di tutti i Serra e i Galimberti, gli Augias e i Vecchioni saranno chiamati a dare il loro contributo di carne e sangue per difendere la democrazia d’Europa. «Ai giovani dico, siete voi che dovete rimediare alle cazzate che abbiamo fatto noi».
Ma come persuadere i giovani a immolarsi, i soldati a sacrificarsi, come giustificare agli occhi della gente 800 miliardi di debito in favore del riarmo? A tal proposito ci ha pensato Fabrizio Bentivoglio, attore e regista, che ha letto e recitato sul palco il discorso di Pericle al popolo ateniese. Un discorso che sembra parlare di libertà, felicità e giustizia e celebrare la democrazia. «Qui ad Atene noi facciamo così… Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi. (…) Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore».
Ciò che è stato sottaciuto è il contesto in cui venne pronunciato tale piccolo capolavoro di retorica. Pericle pronunciò questo discorso come elogio funebre dei caduti durante la guerra del Peloponneso. Questo discorso era parte del «funerale pubblico» per i caduti di guerra. E questo discorso che hanno voluto citare, non si capisce bene il perché, se per ignoranza, stupidità o malafede, è di cattivissimo auspicio. Perché Atene uscì distrutta da questa guerra. Annientata. La guerra del Peloponneso cambiò radicalmente il volto dell’Antica Grecia. Questo gigantesco conflitto che causò perdite devastanti dal punto di vista umano ed economico, segnò letteralmente la «fine del secolo d’oro della civiltà ellenica».
Merita una riflessione la frase: «qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia». Parole pronunciate in una città, l’Atene di Pericle, che era un’oligarchia. Altro che democrazia, non come la intendiamo o dovremmo intenderla oggi. Non è questa l’Atene che si dovrebbe prendere e invocare a modello. Vedere la folla applaudire al modello di «civiltà» incarnata dall’Atene di Pericle è stato sconcertante.
Nessuno qui vuole negare che la Grecia classica sia stata la culla della cultura occidentale. L’arte, la filosofia, il teatro hanno un debito fortissimo nei confronti dell’Antica Grecia. Ma per quanto riguarda la politica estera il mondo greco non aveva nulla di ideale, come del resto nessun altra civiltà del mondo antico. Conquistare, sottomettere, espandere la propria egemonia su altre terre, erano i valori che dominavano il mondo antico e facevano «grande» una città, una polis, un impero. Questa era in sostanza l’Atene di Pericle. E Pericle stesso era sì un grande oratore, ma era un uomo, figlio del suo tempo e di una mentalità, che l’Europa dovrebbe ripudiare.
Europa che oltre a promuovere il riarmo e la belligeranza, sempre in nome della sicurezza e della difesa ben inteso, come del resto ha fatto ogni singolo paese o impero che ha attaccato e dichiarato guerra per «proteggersi» e difendersi dagli invasori, dai nemici della patria, da chiunque minacciasse i propri interessi nazionali… comunque questa Europa, per la quale la gente è scesa in piazza, è anche tornata ad essere l’Europa della superiorità morale, civile e intellettuale indiscussa.
L’intervento di Vecchioni a ”Una piazza per l’Europa”
Ci ha pensato Roberto Vecchioni con un altro discorso teso a sottolineare la superiorità culturale europea rispetto alla barbarie del mondo non occidentale. «Adesso chiudete gli occhi per un momento,»dice alla folla,«e pensate ai nomi che vi dico: Socrate, Spinoza, Cartesio, Hegel, Marx, Shakespeare, Cervantes, Pirandello, Manzoni, Leopardi. Ma gli altri le hanno queste cose?»
Questa bella carrellata di grandi filosofi e pensatori del mondo occidentale si chiude con l’emblematica domanda: gli altri le hanno queste cose? E chi sarebbero gli altri? Chi sono nella fattispecie? I barbari naturalmente, gli incivili, i non europei, quei popoli che non conoscono né cultura né umanità né democrazia.
E allora, per rispondere a Vecchioni, io vi dico Dostoevskij, Puskin, Tolstoj e Gogol… Vi dico Gibran, Mishima, Allende, Tagore. Vi dico che la cultura non ha nazionalità, confini, limiti o barriere. Vi dico che i miei migliori amici sono stati russi, cinesi, giapponesi, americani, coreani. Non amo particolarmente gli USA, ma la mia adolescenza non sarebbe stata la stessa senza Hemingway. E allora vi dico Steinbeck, Faulkner, Edgar Allan Poe e ci metto anche Philip Roth!
Vi dico che l’arte non divide ma unisce, non separa ma avvicina, non si scontra ma «incontra». Perché la cultura non è una gara, non è primato, podio o conquista. Le emozioni non hanno bisogno di salire su un podio, non fanno distinzioni tra «noi» e «loro». Non c’è verità che un cuore, da qui all’altro capo del mondo, non senta. E infine vi dico un’ultima cosa: vi dico che ho trovato imbarazzante tutto questo! Perché il discorso di Vecchioni ci ha fatto tornare indietro di due secoli. Nell’Europa del Colonialismo, del «noi», i migliori, i più perfetti, gli unici detentori di bellezza, verità, e cultura, e gli «altri». E strumentalizzare la letteratura per far passare questo messaggio, significa non averne capito nulla, perché i libri, come le canzoni, sono sempre stati ponti e finestre e non muri.
Ma niente di tutto questo è avvenuto in questa piazza in favore dell’Europa, che anziché rivendicare la costruzione di un’Europa libera, pacifica, orgogliosa delle proprie radici ma anche aperta all’Altro, ha soltanto riattizzato la fiamma dei vecchi nazionalismi, riportato in auge violenti suprematismi e militarizzato la cultura. E gabbato coloro che credendo di aderire a una manifestazione per la pace e che sventolavano inutilmente la bandiera della pace, hanno assistito e sono stati testimoni e vittima di una becera e non tanto sottile propaganda di guerra.
Oggi torna il maltempo in Italia con forti temporali. Le criticità maggiori si riscontrano in Toscana, dove a nord è scattata l’allerta arancione e molte scuole sono rimaste chiuse, mentre nel Lazio, in Umbria e in Emilia Romagna c’è l’allerta gialla. Una donna è stata travolta da una frana nel comune di Vinci (Firenze), rimanendo ferita, mentre nel capoluogo è stato Attivato il Centro operativo comunale (Coc) nella sede della protezione civile. La Prefettura ha confermato 91 evacuazioni preventive, 70 a Marradi e 21 a Vaglia. Anche il Comune di Bologna ha aperto in via precauzionale il Centro Operativo Comunale per monitorare la situazione.
Una giuria dello Stato americano del North Dakota ha giudicato il gruppo ambientalista Greenpeace responsabile di diffamazione e altri reati nei confronti della società texana Energy Transfer, gestore dell’oleodotto Dakota Access Pipeline, ordinando all’organizzazione di pagare all’azienda oltre 650 milioni di dollari di danni. Greenpeace ha dichiarato che ricorrerà in appello, affermando che l’azienda ha utilizzato la causa per intimidire e mettere a tacere le proteste pacifiche. Il caso ruota attorno alle proteste contro la costruzione dell’oleodotto nel 2016 e 2017 da parte di migliaia di persone nei pressi della Standing Rock Sioux Reservation. La stessa tribù indigena Standing Rock aveva fatto causa al governo per bloccare l’oleodotto, denunciando il rischio di contaminazione delle acque e della violazione di luoghi sacri per i nativi americani.
Il Dakota Access Pipeline, progettato per trasportare greggio dalla Bakken Formation fino all’Illinois, ha suscitato forti opposizioni sin dalla sua approvazione. Nel 2016 e 2017, migliaia di manifestanti si sono radunati nei pressi del cantiere, portando a scontri con le forze dell’ordine e a centinaia di arresti. L’allora presidente Donald Trump aveva rilanciato il progetto dopo lo stop imposto dall’amministrazione Obama, accentuando la tensione tra governo federale e attivisti. Secondo Energy Transfer, Greenpeace avrebbe orchestrato una campagna di disinformazione e incitato alla violenza, arrecando danni economici significativi all’azienda. L’organizzazione ambientalista è stata accusata di diversi reati legati alle proteste contro l’oleodotto: le principali accuse includono la diffamazione, la violazione di proprietà privata e la cospirazione civile, poiché secondo l’accusa Greenpeace avrebbe collaborato con altri gruppi e individui per pianificare e attuare attività illegali volte a ostacolare la costruzione e il funzionamento dell’oleodotto.
La causa intentata nel 2019 da Energy Transfer chiedeva circa 300 milioni di dollari di risarcimento, ma la giuria ha più che raddoppiato la somma. Greenpeace USA è stata giudicata responsabile di tutte le accuse, mentre Greenpeace International e Greenpeace Fund Inc. sono state ritenute colpevoli solo di alcune violazioni. I danni saranno ripartiti tra le tre entità. Energy Transfer ha accolto con favore il verdetto, dichiarando che la decisione è un passo fondamentale per dissuadere organizzazioni simili dal promuovere proteste dannose in futuro. Greenpeace ha respinto la sentenza, annunciando ricorso e definendo il processo un attacco alla libertà di espressione e al diritto di protesta pacifica. “Non si può mettere in bancarotta un movimento”, ha dichiarato Sushma Raman di Greenpeace USA, mentre Kristin Casper di Greenpeace International ha ribadito che l’organizzazione non si farà intimidire.
Diversi esperti del mondo legale hanno espresso preoccupazione per le implicazioni del verdetto. Michael Burger, docente di diritto alla Columbia University, ha criticato la sentenza, affermando che potrebbe scoraggiare future mobilitazioni ambientaliste e civili. Marty Garbus, avvocato per i diritti civili, ha invece affermato che si tratta di “una delle peggiori decisioni per il Primo Emendamento nella storia americana”. Oltre al ricorso negli Stati Uniti, Greenpeace ha avviato un’azione legale nei Paesi Bassi, dove ha sede la sua divisione internazionale, citando normative europee contro le cause pretestuose volte a silenziare attivisti e media. L’udienza è prevista per luglio, e l’organizzazione si dice determinata a ribaltare la sentenza.
Greenpeace aveva adottato diverse strategie per opporsi alla costruzione dell’oleodotto. In primis, l’organizzazione ha fornito supporto logistico e mediatico agli accampamenti di protesta allestiti a Standing Rock, dove gli attivisti vivevano in condizioni difficili per bloccare fisicamente l’avanzata dei lavori. Inoltre, Greenpeace ha diffuso informazioni sui rischi ambientali e sui diritti violati attraverso comunicazioni stampa, video e petizioni globali, chiedendo agli organi governativi di fermare il progetto e sostenendo cause legali in collaborazione con i Sioux di Standing Rock. Alcuni membri di Greenpeace e altri gruppi hanno partecipato a proteste che includevano il blocco delle attrezzature e l’ostruzione dei cantieri. Le manifestazioni sono culminate in episodi di repressione violenta da parte delle forze dell’ordine, con l’uso di gas lacrimogeni, proiettili di gomma e idranti. Le tensioni sono aumentate con l’elezione di Donald Trump, che nel 2017 ha accelerato il completamento dell’oleodotto, annullando i blocchi imposti dall’amministrazione Obama.
Dopo mesi di costante crescita, il mercato degli affitti brevi turistici in Italia risulta in calo. A dirlo è un’analisi dell’Aigab, l’Associazione Italiana Gestori di Locazioni Brevi, condotta sulle principali piattaforme di prenotazione. Secondo i dati dell’Aigab, oggi, sui portali online, si contano 66.660 annunci di affitti brevi, contro i 75.000 di gennaio, circa l’11% in meno. Il calo più marcato si è registrato a Firenze, dove il numero di annunci è diminuito del 20%, ma in generale sono diverse le città turistiche a subire una battuta d’arresto. A incidere sembra essere stata l’introduzione del CIN, il Codice Identificativo Nazionale, di cui devono dotarsi tutte le strutture destinate alla locazione breve; rilevanti anche gli interventi delle amministrazioni locali, come nel caso della regione Toscana, che ha introdotto la prima legge per limitare gli affitti brevi nelle zone più densamente visitate.
L’analisi dell’Aigab è stata presentata in un’intervista a Marco Celani, presidente dell’Associazione, sul Corriere della Sera. Secondo Celani, a causare una riduzione degli annunci pare sia stata una duplice «incertezza»: da una parte, di natura «economica», dovuta al fatto che «i turisti, soprattutto quelli stranieri, sono portati a prenotare meno o a farlo più sotto data»; questo avrebbe spinto il mercato ad adeguarsi «con un abbassamento dei prezzi per rendere l’alloggio più allettante oppure disattivando per un periodo di tempo limitato l’annuncio online». Dall’altra parte, l’incertezza sarebbe causata dalle norme stringenti in tema di sicurezza, che scoraggerebbero i proprietari di seconde case dall’immettere le abitazioni nel mercato turistico. Secondo quanto comunica Celani, in totale, su circa 9,6 milioni di seconde case non utilizzate, solo 496.000 sono soggette ad affitto breve. A tal proposito, a incidere sarebbe stata anche l’introduzione delle nuove regole del Ministero del Turismo: su 612.758 strutture registrate, infatti, solo l’85%, pari a 520.848, risulta dotato di CIN, dato in linea con la riduzione degli annunci. All’introduzione del CIN si aggiungono anche le norme locali, prima fra tutte quella della Toscana, che, non a caso, risulta la regione con il calo più significativo.
La legge toscana che limita gli affitti turistici assegna ai Comuni con alta densità turistica il potere di imporre limiti o vietare del tutto gli affitti brevi in alcune aree e permette di fissare tetti massimi per il numero di giorni in cui sono consentite le locazioni brevi. È stata impugnata dal governo, che sostiene che la norma si pone «in contrasto con la normativa statale ed europea in materia di libertà di impresa, concorrenza, ordinamento civile e penale, tutela del patrimonio culturale e professioni». La legge era stata pensata dopo un’ingente mobilitazione cittadina: secondo i comitati, l’afflusso continuo di visitatori avrebbe portato a un aumento dei prezzi degli affitti a lungo termine, costringendo molti cittadini a lasciare il centro storico. A Firenze, il dibattito è stato particolarmente acceso. Lo scorso novembre, il collettivo “Salviamo Firenze” ha inscenato una protesta simbolica contro gli affitti brevi, coprendo con adesivi rossi circa 500 key box, le scatole utilizzate dai proprietari per l’accesso agli appartamenti. Gli adesivi riportavano la scritta “Salviamo Firenze X Viverci”, un messaggio diretto contro la speculazione immobiliare che, secondo i manifestanti, stava trasformando il centro storico in un luogo sempre meno vivibile per i residenti. Proteste simili si sono verificate anche in altre città italiane, come Roma, dove gruppi locali hanno sabotato le key box in segno di protesta.
Francia, Germania e Regno Unito hanno lanciato un appello congiunto chiedendo un «immediato cessate il fuoco» nella Striscia di Gaza. I tre Paesi si sono detti «indignati» per il numero di vittime tra i civili da quando Israele ha violato la tregua martedì scorso. I ministri degli esteri dei tre Paesi hanno denunciato la «drammatica battuta d’arresto per la popolazione di Gaza, gli ostaggi, le loro famiglie e l’intera Regione», invitando le parti in gioco a «riprendere i negoziati affinché il cessate il fuoco sia attuato» e «sia consentita immediatamente la consegna degli aiuti» nella Striscia di Gaza.
La camera alta del Parlamento tedesco, il Bundesrat, ha approvato oggi una riforma costituzionale che permetterà alla Germania di fare debito, allentando la cosiddetta regola del “freno al debito”, che attualmente limita l’indebitamento pubblico allo 0,35% del prodotto interno lordo (Pil), con l’obiettivo di finanziare le spese militari e gli investimenti in infrastrutture, ma anche di rilanciare la più grande economia europea. La riforma, voluta dal futuro cancelliere Friedrich Merz e già passata martedì al Bundestag, è passata alla camera alta con 53 voti a favore, vale a dire oltre la maggioranza dei due terzi richiesti. È stata sostenuta dalla CDU (Unione Cristiano-Democratica di Germania), il più importante partito di centrodestra che ha vinto le elezioni federali lo scorso 23 febbraio, dai Socialdemocratici (SPD) e dai Verdi. Nello specifico, la modifica costituzionale permette di esentare dal vincolo del freno al debito le spese militari che superano l’uno per cento del Pil all’anno, ossia circa 45 miliardi di euro, e di creare un fondo da 500 miliardi di euro per migliorare le infrastrutture tedesche. Si tratta di una svolta storica nella politica fiscale tedesca, che per più di un decennio si è basata su una rigida austerità, rappresentando il modello da seguire per gli altri Stati dell’Unione. Per entrare in vigore, la legge dovrà ora essere firmata dal presidente federale tedesco Frank-Walter Steinmeier.
Dei 500 miliardi di euro destinati al fondo infrastrutturale, 100 miliardi saranno destinati al fondo per la trasformazione climatica ed economica, come richiesto dai Verdi. Delle restanti risorse, invece, 300 miliardi andranno al governo federale e 100 ai governi dei Länder (gli Stati federati). Inoltre, a ciascuno dei 16 stati federati della Germania sarà consentito di gestire un piccolo deficit strutturale pari allo 0,35% della propria produzione economica, che gli consentirà di avere 16 miliardi di euro in più da spendere, mentre finora non gli era consentito fare deficit. L’approvazione della modifica costituzionale arriva in un momento di forte difficoltà per l’economia teutonica e in un contesto internazionale in rapido mutamento. Dopo il divario crescente tra l’UE e gli USA di Donald Trump e dopo aver perso l’ombrello difensivo degli Stati Uniti, propensi a riprendere i contatti con la Russia, la Germania sta pienamente assecondando il piano di riarmo di Bruxelles. Le deroghe ai rigidi vincoli di bilancio riguardano, infatti, prevalentemente l’apparato militare e infrastrutturale. Indirettamente, però, revocando il freno al debito che Berlino aveva adottato a partire dal 2009, il governo tedesco sta confermando come le politiche di austerità imposte come un dogma negli ultimi anni a tutti gli Stati membri siano contrarie allo sviluppo economico e alla crescita. Lo stesso sindaco di Berlino, Kai Wegner, ha affermato che «la Germania è stata in parte distrutta nel corso di decenni. La nostra infrastruttura è stata, negli ultimi anni, più gestita che sviluppata attivamente», aggiungendo che «Per troppo tempo abbiamo fatto solo il minimo indispensabile e non possiamo e non dobbiamo continuare in questo modo». Il sindaco ha definito il pacchetto da 500 miliardi di euro un «Piano Marshall» per la Germania.
Per anni lo Stato tedesco ha perseguito una politica rigorista, fondata su una cieca austerità di bilancio, prescritta anche agli altri Paesi europei, il cui effetto non è stato altro che quello di comprimere la domanda interna – anche attraverso la svalutazione dei salari – per spingere le esportazioni. Ora però che la politica mercantilista tedesca ha subito un brusco declino, prima a causa dell’interruzione dei rapporti commerciali con la Russia, e ora per via dei potenziali dazi degli Stati Uniti, Berlino sta rapidamente cambiando rotta. La priorità, però, non è stata accordata allo Stato sociale o al sostegno di famiglie e imprese, bensì all’ambito della difesa, seguendo pedissequamente le indicazioni di Bruxelles e della NATO. Gli Stati europei, che hanno designato la Russia come una «minaccia esistenziale», non esitano a investire miliardi di euro nel riarmo, dopo aver tagliato per decenni le principali voci della spesa pubblica. Non a caso, con riferimento alla questione russa e alla sicurezza, Merz ha detto ai legislatori prima del voto che «Per almeno un decennio abbiamo avvertito un falso senso di sicurezza. La decisione che prendiamo oggi sulla prontezza della difesa non può che essere il primo importante passo verso una nuova comunità di difesa europea».
Secondo l’istituto di ricerca economica ZEW, i piani fiscali hanno sollevato il morale degli investitori tedeschi questo mese, in quanto il suo indice di fiducia economica ha segnalato un aumento a 51,6 punti dai 26,0 punti di febbraio. Secondo l’istituto economico tedesco DIW, invece, il solo fondo infrastrutturale pianificato dalla Germania potrebbe aumentare la produzione economica di una media di oltre due punti percentuali all’anno nei prossimi dieci anni. Tuttavia, gli economisti affermano che ci vorrà tempo prima che lo stimolo entri in vigore e contribuisca a risollevare un’economia in contrazione da due anni consecutivi.
L’esercito del Sudan ha annunciato di aver preso il pieno controllo del palazzo presidenziale nel centro della capitale Khartum. L’aggiornamento è arrivato oggi, venerdì 21 marzo, dopo giorni di segnalazioni di scontri nei pressi della capitale, che indicavano un avvicinamento dell’esercito al palazzo. La conquista del palazzo presidenziale da parte dell’esercito regolare rappresenterebbe una delle più importanti vittorie delle forze armate sudanesi contro il movimento ribelle delle Forze di Supporto Rapido (RSF), che ne aveva preso possesso nell’aprile del 2023.
A fine gennaio, è emerso che giornalisti e attivisti italiani sono stati intercettati illecitamente con uno spyware noto come Graphite, prodotto dall’azienda di natali israeliani Paragon. Il Governo italiano, cliente dell’impresa in questione, non ha ancora comunicato al pubblico gli esiti della sua indagine interna. Chi ha espresso un’opinione è invece il The Citizen Lab, gruppo dell’Università di Toronto che ha analizzato la situazione dal lato tecnico. Secondo il suo primo report, la situazione potrebbe essere più grave di quanto fino a oggi noto.
Il rapporto, pubblicato il 19 marzo, si è focalizzato sul verificare due scenari: quello canadese, vicino alla realtà dell’accademia, e quello italiano, contesto che è stato malauguratamente in grado di fornire numerosi elementi di ricerca. Gli accademici hanno riscontrato un possibile legame tra Graphite e le Forze di polizia dell’Ontario, tuttavia gli elementi più interessanti emergono proprio dallo scenario nostrano.
Grazie all’intervento di Meta, sappiamo da tempo che almeno sette italiani sono stati monitorati su WhatsApp attraverso il software di spionaggio. Tra questi Francesco Cancellato, direttore del giornale Fanpage, Luca Casarini, fondatore di Ong Mediterranea, Giuseppe Caccia e don Mattia Ferrari, rispettivamente co-fondatore e cappellano di bordo di Mediterranea Saving Humans. Indiscrezioni intercettate da The Guardian e discussioni politiche hanno dunque rivelato che Roma ha contratti in essere con Paragon e che questi siano stati sospesi dopo l’esplosione dello scandalo.
L’indagine forense di The Citizen Lab, effettuata in collaborazione con Meta, aggiunge ulteriori tasselli. Gli apparecchi Android infetti analizzati hanno rivelato la presenza di un artefatto che è stato battezzato per l’occasione BIGPRETZEL, il quale si ritiene sia connesso all’azienda israeliana. Partendo dalla traccia digitale, è emerso dunque che lo spyware non si sia limitato a infettare Whatsapp: lo smartphone di Caccia evidenzia per esempio almeno altre due app infette, tra cui una non meglio definita “popolare app di messaggistica”.
Il gruppo canadese ha quindi scandagliato l’iPhone di David Yambio, rifugiato libico e fondatore di Refugees in Libya, il quale non figura tra i famosi sette identificati da Meta, ma ha comunque ricevuto una notifica omologa da parte di Apple. Il telefono ha evidenziato delle attività anomale il 13 giugno 2024, fenomeni che l’azienda produttrice dell’apparecchio non esita a identificare come “attacchi spyware molto sofisticati”. La falla che ha consentito il monitoraggio di Yambio pare sia stata colmata con l’aggiornamento a iOS 18, tuttavia è probabile che i dati dell’attivista siano stati compromessi.
The Citizen Labs sospetta che l’Italia sia un clusterdi fenomeni di spionaggio, un polo di sorveglianza che viene motivato dal posizionamento strategico nel Mediterraneo e dal ruolo che le ONG manifestano nei confronti dell’accoglienza e dell’assistenza a migranti e rifugiati. La verifica effettuata dai ricercatori si limita agli avvenimenti più recenti, tuttavia si sospetta che la presenza di spyware sia antecedente al caso Paragon, che possa aver coinvolto altre imprese di spionaggio.
I ricercatori hanno inoltrato i loro risultati a Paragon stessa, la quale ritiene che contengano “diverse imprecisioni”, sostenendo però di non poter commentare più approfonditamente in assenza di dettagli tecnici più precisi. The Citizen Labs nota inoltre che l’azienda israeliana custodisca un “registro dettagliato” delle attività dello spyware Graphite e suggerisce alle autorità italiane di richiederne accesso, così da verificarne gli eventuali impieghi illeciti. “Anche se gli spyware mercenari sono stati acquistati con uno scopo primario, come per esempio investigare gruppi criminali, l’esperienza ci rivela che, con il tempo, la tentazione di usare queste potenti tecnologie per scopi politici è considerevole”, conclude amaramente il report.
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