L’ex direttore generale di Sogei, Paolino Iorio, ha patteggiato una condanna a tre anni nell’ambito dell’inchiesta che lo vedeva accusato per il reato di corruzione impropria. Iorio è stato arrestato lo scorso ottobre mentre intascava una tangente da 15 mila euro, mentre nella sua abitazione, nelle perquisizioni, furono rinvenuti circa 100 mila euro. Il Gip di Roma ha ratificato la condanna a 3 anni per l’imprenditore Massimo Rossi (anche lui ha patteggiato), che venne fermato dalla Guardia di Finanza mentre cedeva la mazzetta. È stata dunque disposta la scarcerazione di Iorio, che era ristretto ai domiciliari.
Gaza: ancora stragi mentre Trump annuncia “sostegno totale” a Israele
Un’altra strage di civili palestinesi si è verificata ieri a Gaza, dopo che Israele ha violato il cessate il fuoco martedì scorso riprendendo i bombardamenti e le operazioni via terra: nella sola giornata di ieri 91 palestinesi sono stati uccisi e decine sono rimasti feriti negli attacchi avvenuti in tutta la Striscia. Le Forze di difesa israeliane (IDF) hanno annunciato di aver avviato operazioni di terra nel distretto di Shaboura, nella città più a sud di Gaza, Rafah, al confine con l’Egitto. Allo stesso tempo, l’esercito dello Stato ebraico ha reso noto di aver dato il via a operazioni di terra anche nel nord dell’enclave, lungo la strada costiera di Beit Lahiya. La ripresa della campagna militare nell’enclave palestinese ha avuto il «sostegno totale» del presidente statunitense Donald Trump: la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha dichiarato che «Il presidente ha reso molto chiaro ad Hamas che, se non avessero rilasciato tutti gli ostaggi, ci sarebbero state conseguenze gravi. E purtroppo, Hamas ha scelto di giocare con i media a spese di vite umane». Inoltre, la Casa Bianca ha fatto sapere che Israele ha consultato gli Stati Uniti prima di riprendere gli attacchi. Da parte sua, il gruppo di resistenza palestinese Hamas ha ribadito il suo impegno nei confronti dell’accordo e ha invitato i mediatori ad «assumersi le proprie responsabilità».
Secondo le autorità mediche locali, circa 600 palestinesi sono stati uccisi dalla ripresa dei bombardamenti martedì, di cui più di 200 sono bambini. Il bilancio delle vittime è destinato a salire, considerato l’intensificarsi degli attacchi aerei e terrestri da parte di Israele. Nel frattempo, cresce il malcontento dell’opinione pubblica israeliana: da martedì, infatti, decine di migliaia di persone hanno manifestato contro il governo di Netanyahu e la ripresa delle stragi. I disordini interni non hanno comunque impedito al governo israeliano di riprendere i bombardamenti e di lanciare volantini sui quartieri residenziali intimando alla popolazione di abbandonare le città di Beit Lahiya e Beit Hanoun nel nord, il distretto di Shejaia nella città di Gaza e le città nella periferia orientale di Khan Younis nel sud. «Gli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza si sono intensificati, soprattutto all’alba, quando almeno 11 edifici residenziali sono stati rasi al suolo dalle forze israeliane», ha affermato l’inviato dell’emittente araba Al Jazeera, Tareq Abu Azzoum, in un servizio dal centro di Gaza. Come risposta, Hamas, che nelle prime 48 ore di ripresa delle ostilità da parte di Tel Aviv non aveva reagito, ha lanciato razzi verso Israele, affermando che l’operazione di terra israeliana e l’incursione nel corridoio di Netzarim sono state una «nuova e pericolosa violazione» dell’accordo di cessate il fuoco.
Tra gli obiettivi delle forze israeliane c’è quello di espandere la zona cuscinetto che separa la parte settentrionale da quella meridionale della Striscia, nota come corridoio di Netzarim, confermando così implicitamente di non volere ritirare le truppe dall’enclave come prevedrebbe la fase due dell’accordo stipulato a gennaio sotto l’amministrazione Biden. È proprio la mancata volontà di passare alla fase due della tregua che ha indotto Hamas a non rilasciare gli ostaggi israeliani: sin dagli inizi di marzo, infatti, il governo israeliano ha bloccato l’ingresso degli aiuti umanitari a Gaza, violando sia il diritto internazionale umanitario che gli accordi di cessate il fuoco stipulati con il gruppo di resistenza palestinese, con l’intento di forzare Hamas a rilasciare gli ostaggi, senza attuare la fase due dell’accordo. Quest’ultima prevede il ritiro delle truppe israeliane da Gaza, lo scambio degli ultimi ostaggi israeliani con prigionieri palestinesi e la negoziazione definitiva della fine della guerra. Tuttavia, Tel Aviv, con l’appoggio del governo statunitense, non solo non sta ritirando le sue truppe, proponendo solo una proroga temporanea della tregua, ma ha anche minacciato di occupare il territorio palestinese. Oggi, infatti, il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che «Se gli ostaggi non verranno rilasciati, Israele continuerà a prendere sempre più territorio nella Striscia per un controllo permanente».
La ripresa della campagna militare a Gaza ha scatenato ampie proteste in Israele: da martedì decine di migliaia di persone hanno manifestato contro il governo di Netanyahu a Tel Aviv e a Gerusalemme e la polizia ieri sera ha cercato di sedare le rivolte sparando con gli idranti ed effettuando numerosi arresti. I manifestanti hanno accusato il governo di continuare la guerra per motivi politici e di mettere in pericolo la vita degli ostaggi ancora detenuti a Gaza. Nonostante ciò, il governo israeliano è determinato a proseguire la pulizia etnica del popolo palestinese e minaccia di appropriarsi dei suoi territori. Come riferisce Al-Jazeera, secondo Andreas Krieg, professore associato di studi sulla sicurezza al King’s College di Londra, l’obiettivo dello Stato ebraico è «impadronirsi del territorio e potenzialmente non restituirlo mai più. Vuole rinchiudere la gente di Gaza in spazi ristretti e poi trasferirsi lì». Il tutto sta avvenendo con l’approvazione degli Stati Uniti e, indirettamente, dell’Unione Europea che ieri al Consiglio Europeo non ha condannato gli attacchi israeliani e la violazione del cessate il fuoco da parte di Tel Aviv.
[di Giorgia Audiello]
Corea del Sud, presentato impeachment contro il presidente ad interim
I partiti di opposizione sudcoreani hanno presentato una mozione di impeachment per mettere sotto accusa il presidente ad interim Choi Sang-mok. La decisione arriva a causa dei «continui veti» alle proposte di legge dell’opposizione, e del rinvio della nomina del nono giudice della Corte Costituzionale, necessaria per completare la destituzione del presidente Yoon Suk-yeol. Choi, che è anche ministro delle Finanze, è stato nominato presidente ad interim proprio dopo la destituzione di Yoon, accusato di insurrezione, tradimento e abuso di potere per aver tentato di imporre la legge marziale lo scorso 3 dicembre.
Uno studio rivela che le microplastiche hanno raggiunto anche l’Antartide
Nonostante l’enorme distanza da grandi centri urbani, le severe normative sui materiali che vengono trasportati in zona e i numerosi allarmi lanciati negli ultimi anni sui potenziali effetti avversi per l’uomo e per l’ecosistema, le microplastiche hanno raggiunto anche la neve dell’Antartide. Lo rivela uno studio guidato da scienziati del British Antarctic Survey (BAS), sottoposto a revisione paritaria e pubblicato sulla rivista scientifica Science of the Total Environment. Secondo la ricerca, condotta grazie a una tecnica di rilevamento basata sulla spettroscopia infrarossa, i campioni di neve analizzati presentano plastiche di dimensioni inferiori ai 50 micrometri, con densità comprese tra 73 e 3.099 particelle per litro. I coautori hanno dichiarato che, sebbene il problema sia ben noto, questa sarebbe la prima volta in assoluto che vengono rilevate concentrazioni così alte in aree così remote, il che «evidenzia la cruda realtà che anche gli angoli più incontaminati del pianeta non sono esenti dall’impatto umano».
L’inquinamento da microplastiche è una delle emergenze ambientali più preoccupanti degli ultimi decenni. Composte da polimeri sintetici di varia natura, queste particelle si disperdono nell’ambiente attraverso processi industriali, rifiuti plastici e persino il deterioramento di abbigliamento tecnico. Finora, le microplastiche erano state rinvenute in quasi tutti gli ecosistemi terrestri e marini, dai fondali oceanici alla troposfera. L’Antartide, protetta da rigide normative ambientali che limitano l’introduzione di materiali plastici, era considerata una delle ultime aree incontaminate. Anche se alcuni studi avevano già segnalato la presenza di microplastiche nell’acqua e nei sedimenti marini antartici – suggerendo che le correnti oceaniche e i venti potessero trasportare questi inquinanti anche in luoghi remoti – il nuovo studio è il primo a dimostrare la diffusione delle microplastiche a concentrazioni elevatissime anche nella neve. Questo solleva interrogativi sul loro impatto sul clima e sulla fauna locale.
I ricercatori hanno utilizzato una metodologia innovativa per rilevare particelle di plastica di dimensioni estremamente ridotte: anziché affidarsi alla selezione manuale, il team ha filtrato la neve sciolta e analizzato i residui con spettroscopia infrarossa, identificando polimeri come poliammide, polietilene tereftalato, polietilene e gomma sintetica. La poliammide, utilizzata in tessuti tecnici e corde, è risultata particolarmente abbondante nei campioni raccolti nei pressi dei campi di lavoro, mentre era assente nei siti più remoti, suggerendo una possibile contaminazione locale. Analizzando campioni di neve prelevati da Union Glacier, Schanz Glacier e dal Polo Sud sono state rilevate particelle piccole fino a 11 micrometri (circa le dimensioni di un globulo rosso) e in concentrazioni fino a 100 volte superiori rispetto a studi precedenti. «Riteniamo che ciò significhi che ci siano fonti locali di inquinamento da plastica, almeno per quanto riguarda la poliammide. Ciò potrebbe derivare dagli indumenti da esterno o dalle corde e dalle bandiere utilizzate per contrassegnare percorsi sicuri dentro e intorno al campo», ha commentato la dottoressa Clara Manno, ecologa oceanica presso il British Antarctic Survey, la quale ha aggiunto che le implicazioni delle microplastiche in questa «selvaggia natura ghiacciata» non sono ancora del tutto comprese.
«Nonostante le severe normative sui materiali che entrano in Antartide, le nostre scoperte rivelano contaminazione da microplastiche anche in aree remote e altamente controllate. Ciò sottolinea la natura pervasiva dell’inquinamento da plastica, dimostrando che nessun luogo sulla Terra è veramente incontaminato. La nostra ricerca evidenzia la necessità di sfruttare la presenza antartica esistente per un monitoraggio continuo. Mentre il mondo cerca di assumersi le proprie responsabilità attraverso il Trattato globale sulla plastica dell’Assemblea delle Nazioni Unite per l’ambiente, valutazioni regolari in tali ambienti incontaminati potrebbero fornire prove fondamentali per politiche e azioni», ha aggiunto la dottoressa e coautrice Kirstie Jones-Williams, concludendo che gli esperimenti evidenziano la «cruda realtà» che anche gli angoli più incontaminati del pianeta non sono esenti dall’impatto umano, a conferma della necessità di ulteriori studi a riguardo.
[di Roberto Demaio]
Turchia, si diffondono le proteste: Erdogan chiude metro e social
Dopo l’arresto del sindaco di Istanbul, Ekrem İmamoğlu, principale rivale politico del presidente Recep Tayyip Erdoğan, in Turchia è scoppiata una ondata di manifestazioni antigovernative, che hanno visto la partecipazione di decine di migliaia di persone. L’arresto di İmamoğlu è visto dai dimostranti come un nuovo tentativo di eliminare ogni residuo di opposizione politica e sociale nel Paese, facendo leva sulla magistratura. Tra mercoledì 20 e giovedì 21 marzo, a Istanbul, migliaia di persone si sono radunate davanti al municipio, mentre si sono registrati scontri nelle università. In generale, le proteste vanno avanti in tutto il Paese, nonostante il governo abbia vietato per quattro giorni ogni manifestazione politica. Nel tentativo di arginare sul nascere ogni possibile mobilitazione, l’esecutivo turco ha anche limitato l’accesso ai social media e chiuso la metropolitana di Istanbul.
Le proteste in favore di İmamoğlu sono ormai arrivate al secondo giorno consecutivo e non sembrano volersi fermare. Mercoledì, le manifestazioni si sono concentrate a Istanbul, dove l’amministrazione aveva vietato di manifestare e limitato l’accesso alle strade per scongiurare le mobilitazioni. Dopo l’arresto del sindaco, Özgür Özel, il capo del Partito Popolare Repubblicano (CHP), il partito di İmamoğlu, ha lanciato un appello alla mobilitazione, invitando i cittadini a unirsi presso il municipio e davanti alla sede centrale della polizia dove İmamoğlu è detenuto. La polizia ha bloccato l’accesso agli edifici. Le proteste di mercoledì hanno raggiunto le università, le stazioni della metropolitana, la sede del partito di İmamoğlu, e gli stessi luoghi indicati da Özel. All’Università di Istanbul si sono registrati scontri tra manifestanti e polizia, che ha usato lo spray al peperoncino per disperdere la folla.
Giovedì le proteste sono andate avanti. Davanti al municipio di Istanbul, piccoli gruppi di dimostranti si sono scontrati con la polizia mentre cercavano di avvicinarsi a piazza Taksim, che era stata chiusa alla folla. Ad Ankara, la capitale turca, la polizia ha utilizzato idranti per disperdere la folla di studenti radunatasi presso la Middle East Technical University, e analoghe proteste sono state segnalate anche nella città di Smirne (sulla costa egea della Turchia) e ad Adana (nella Turchia meridionale). A partire da ieri, inoltre, le proteste sono andate avanti anche sotto forma di post e contenuti sui social. L’ondata di critiche ha spinto le autorità turche a limitare l’accesso a varie piattaforme di social media, tra cui Facebook, Instagram, Signal, Telegram, TikTok, WhatsApp, X e YouTube, portando, secondo giornali specializzati, a un aumento dell’uso di VPN e metodi alternativi per accedere alle piattaforme soggette a restrizioni. Il ministro degli Interni turco, Ali Yerlikaya, ha poi dichiarato che la polizia ha arrestato 37 persone per aver condiviso post «provocatori» sui social media.
I manifestanti accusano il governo di sfruttare la propria influenza sulla magistratura per mettere a tacere il dissenso nel Paese. Ekrem İmamoğlu, 54 anni, sindaco di Istanbul dal 2019, è stato arrestato mercoledì assieme ad altre 106 persone, con la duplice accusa di corruzione e affiliazione al Partito dei Lavoratori del Kurdistan, che la Turchia considera un’organizzazione terroristica. Con i suoi mandati da sindaco, İmamoğlu ha acquisito parecchia notorietà, diventando gradualmente il principale politico dell’opposizione turca. Domenica sarebbe dovuto essere confermato candidato alle prossime presidenziali, che si dovrebbero tenere nel 2028. Il raid in casa sua, inoltre, è avvenuto solo due giorni dopo la decisione dell’Università di Istanbul di ritirare a İmamoğlu il diploma di laurea, requisito fondamentale per candidarsi alle elezioni. İmamoğlu, inoltre, è finito più volte al centro di vicende giudiziarie che l’opposizione giudica come tentativi di delegittimazione e di fermare una sua possibile candidatura. La sua stessa elezione a sindaco nel 2019, che mise fine a circa 25 anni di governo dell’AKP, il partito del presidente, fu ripetuta per decisione di Erdoğan.
[di Dario Lucisano]
Londra, incendio in aeroporto: migliaia di voli cancellati
L’aeroporto di Heathrow, a Londra, ha dichiarato che rimarrà chiuso per tutta la giornata di venerdì a causa di un vasto incendio scoppiato nella sottostazione elettrica di North Hyde, che ha messo fuori uso l’alimentazione. Heathrow è il più trafficato aeroporto d’Europa e il quinto al mondo: secondo il sito di monitoraggio dei voli FlightRadar24, almeno 120 voli in arrivo sono stati dirottati su altri aeroporti, mentre 1.351 voli avrebbero dovuto atterrare e decollare da Heathrow oggi. L’incendio ha inoltre costretto all’evacuazione di circa 150 persone dagli edifici vicini e ha lasciato migliaia di abitazioni senza elettricità. Ancora ignote le cause dell’incendio.
La maratona dei saharawi per l’indipendenza
La terra secca sotto i piedi, il vento caldo e la sabbia del deserto dipingono i quarantadue chilometri che separano il punto di partenza, il campo profughi di El Aaiun, dalla meta, il campo profughi di Smara. Dal 2001, atlete e atleti di tutto il mondo si riuniscono nei territori del Sahara Occidentale per partecipare alla Sahara Marathon, una competizione podistica unica nel suo genere, nata per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla resistenza del popolo saharawi.
Ideata dal podista Jeb Carney, questa corsa richiama ogni anno migliaia di partecipanti, creando un contesto sociale di profonda armonia con il territorio e i suoi abitanti. Nei giorni della competizione, infatti, i corridori vivono a stretto contatto con la popolazione locale, che si occupa dell’ospitalità, mentre l’organizzazione della gara è gestita dalla Segreteria di Stato dello Sport della Repubblica Democratica Araba Saharawi (RDAS), con il supporto di volontari provenienti da tutto il mondo.
L’evento, che si svolge nell’ultima settimana di febbraio, fa da cornice all’anniversario più sentito per il popolo saharawi: l’indipendenza, dichiarata il 27 febbraio 1976 dal Fronte Polisario, il movimento politico e militare che lotta per l’autodeterminazione del Sahara Occidentale. Correre nel deserto, tuttavia, non è semplice. La temperatura media in questo periodo dell’anno si aggira intorno ai venticinque gradi centigradi, e le strutture ricettive per gli atleti non sono certo paragonabili a quelle dei circuiti professionali.
«La Sahara Marathon non cerca la presenza di sportivi d’élite», ha spiegato uno dei promotori della corsa, David Muñoz Avia, ai microfoni di Conversamos sobre el Sahara, «perché anche per loro è difficile, visto che spesso coincide con le competizioni ufficiali». Nonostante ciò, negli anni diversi atleti professionisti e personaggi dello spettacolo hanno preso parte alla gara, tra cui il maratoneta italiano Giorgio Calcaterra e, nel 2018, l’attore Giovanni Storti del trio Aldo, Giovanni e Giacomo.
Iniziata come una semplice maratona, con la partecipazione di un centinaio di atleti internazionali e nessun corridore locale, la competizione si è ampliata nel tempo, accogliendo diverse categorie di gara. Oltre alla maratona classica, infatti, si può scegliere di correre la mezza maratona, la 10 km o la 5 km. A queste si aggiunge una corsa per bambini, pensata per promuovere lo sport tra i giovani saharawi e raccogliere fondi per aiuti umanitari.
Mentre chilometro dopo chilometro le scarpe si riempiono di sabbia e il traguardo si avvicina, lo scenario che avvolge la competizione rimane quello di un conflitto irrisolto da oltre quarant’anni. La solidarietà e l’attenzione mediatica sono fondamentali per un popolo confinato in un deserto che da troppo tempo chiama “casa”.
«L’obiettivo iniziale della Sahara Marathon era raccogliere aiuti attraverso lo sport, riconoscendone l’importanza per lo sviluppo personale dei giovani» spiega David Muñoz Avia. Grazie ai finanziamenti derivanti dal progetto, le ragazze e i ragazzi saharawi possono avvicinarsi allo sport, in un contesto dove la pratica sportiva è ostacolata da un territorio ostile sia agli spostamenti sia all’attività fisica in sé. «Questo contributo ha aperto numerose opportunità per i giovani, favorendo la nascita di competizioni di calcio e pallavolo, incentivando lo sport femminile e permettendo la costruzione di strutture dedicate alla pratica sportiva».
La maratona, che dal 2001 non ha mai saltato un’edizione, nemmeno durante le restrizioni pandemiche del 2021, si svolge quest’anno sullo sfondo di una situazione politica rimasta pressoché immutata. Tra i membri dell’ONU e della NATO, è la Spagna a portare il maggior peso: formalmente responsabile di aver abbandonato un territorio coloniale all’aggressione del confinante Marocco, continua ad adottare una politica ambigua e, per questo, subdola. Gli interessi commerciali della Comunità Europea con Rabat rappresentano l’ago della bilancia di un’attività controversa. Tra i vari accordi, ad esempio, si distingue lo sfruttamento delle risorse ittiche saharawi da parte dell’industria della pesca marocchina, dichiarato illegale dal Tribunale di Giustizia dell’Unione Europea, così come il mercato delle tratte aeree operate da compagnie multinazionali come Ryanair, che collegano la Spagna a Dakhla, città del Sahara Occidentale trasformata dalla monarchia marocchina in una meta turistica marittima.
A denunciare questa operazione di marketing, che in realtà nasconde un’occupazione illegale, è stata Tesh Sidi, deputata saharawi del partito Sumar e Más Madrid nel Congresso spagnolo. «Mi sono preparata tutto l’anno per la Sahara Marathon, ma purtroppo non ho potuto partecipare per impegni di lavoro» racconta. «Questo progetto può contribuire a richiamare l’attenzione sul Sahara, anche se, a mio parere, sarebbe utile organizzarne altre anche in Spagna, coinvolgendo i vari club di running». Anche quest’anno migliaia di partecipanti sono partiti dall’accampamento di El Aaiun, che condivide il nome con l’omonima città nei territori occupati del Sahara Occidentale. Migliaia di atleti hanno corso per sostenere la resistenza di una causa sempre più spesso dimenticata, nell’attesa che, un giorno, la gara possa essere disputata nei territori occupati, che i saharawi continuano a chiamare «casa».
[di Armando Negro]