venerdì 4 Aprile 2025
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Un rapporto svela la relazione perversa tra lobby del farmaco e Unione Europea

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Era il 4 maggio 2020 quando la presidente della Commissione Ue Ursula Von Der Leyen, rassicurava i cittadini europei affermando: «La risposta globale al coronavirus deve includere anche la società civile e la comunità globale dei cittadini. E questa sarà la prossima pietra miliare di questa maratona». Eppure, a un anno di distanza, dagli archivi pubblici degli incontri intrattenuti dalle autorità europee sull'emergenza coronavirus emerge un dato chiaro: i Commissari europei hanno incontrato quasi esclusivamente i lobbisti delle Big Pharma. Talmente potenti da aver collocato propri ex stipendia...

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Esercito israeliano studia piani per invasione Gaza

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Il portavoce militare israeliano Hidai Zilberman, citato da Times of Israel, ha fatto sapere che i piani – messi a punto dal Comando sud e dalla Divisione di Gaza – per una invasione via terra di Gaza saranno presentati al Comando Generale dell’esercito per l’approvazione e per il successivo esame della leadership politica.

Un enorme oleodotto statunitense è stato preso in ostaggio dagli hacker

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pompa di benzina

Code interminabili di automobilisti si stanno accalcando davanti a tutte le pompe di benzina della costa est statunitense, così da riempire i serbatoi con disperati rifornimenti d’emergenza. In una sola settimana, le richieste di carburante sono salite dal 20 al 40 per cento, un fenomeno che solitamente è riservato a quelle occasioni in cui un cataclisma meteorologico si sta per abbattere sui centri urbani, tuttavia questa volta le preoccupazioni dei cittadini hanno a che vedere con un attacco hacker.

Venerdì 14 maggio la Colonial Pipeline Co. si è infatti vista costretta a bloccare l’operativitĂ  della sua intera infrastruttura, un’infrastruttura non da poco, visto che gestisce una oleodotto di quasi 3.500 chilometri e che distribuisce circa il 45 per cento dei carburanti utili ad alimentare le autovetture e i jet della parte orientale del Paese. Il risultato è che 17 Stati sono ora in stato di emergenza e il prezzo della benzina sta progressivamente salendo, con l’Amministrazione Biden che ha provato a intervenire approvando domenica una legge che permette il trasporto massiccio su gomme degli idrocarburi, ma la cosa non ha rappresentato che un mero palliativo.

Ciò che è noto è che il tutto sia stato causato da un ransomware, ovvero da un “sequestro” di 100 GB di dati per cui, dicono persone vicine si fatti, i criminali hanno chiesto un riscatto dalla portata non meglio definita. L’FBI punta il dito contro i cybercriminali russi di DarkSide i quali, a loro volta, si sarebbero smarcati da eventuali ideologie socio-politiche per sottolineare che loro siano esclusivamente interessati esclusivamente al vil denaro. 

Senza attardarsi troppo nel ginepraio rappresentato dal cyberspionaggio internazionale e dalle letture propagandistiche dei fatti, questo attacco ha reso evidenti i limiti e le vulnerabilitĂ  degli Stati Uniti, Paese che per anni non ha finanziato il rimodernamento delle proprie infrastrutture critiche, abbandonandole in uno stato di obsolescenza. Complici gli incalcolabili disastri informatici che hanno recentemente colpito gli USA – il caso SolarWinds e il caso Microsoft Exchange -, i sistemi legati al Governo sono sempre piĂą un colabrodo in cui è facile per i malintenzionati infiltrarsi, ancor piĂą perchĂ© nessuno ha intenzione di investire adeguatamente nella cybersicurezza.

Il settore lamenta infatti che vi sia una grave penuria di esperti, tuttavia è anche vero che le aziende hanno generalmente difficoltà a tenersi i professionisti migliori, i quali vengono reclutati direttamente dalla National Security Agency (NSA) per infiltrarsi nei server stranieri. La stessa NSA ha dunque il problema omologo, considerando che un numero considerevoli dei suoi dipendenti, fattisi le ossa, abbandona il governo per arruolarsi nelle più remunerative ditte private di spionaggio.

Dopo aver puntato per anni sul fomentare la competitività del mercato e sul pianificare stratagemmi di controllo che hanno dato vita al capitalismo della sorveglianza, gli Stati Uniti si sono creati un vero e proprio campo minato in cui gli è divenuto difficile districarsi. La situazione è resa ulteriormente insidiosa dal fatto che la situazione amministrativa della cybersicurezza a stelle e strisce sia spezzata tra due organi governativi: il Cyber Command del Pentagono, il quale si occupa di attaccare le altre nazioni con uno schema di “difesa in anticipo”, e l’Infrastructure Security Agency del Dipartimento della sicurezza interna.

Quel che è peggio, non esisterebbero soluzioni definitive per il prossimo futuro, almeno stando al report pubblicato nel 2020 dalla Cyberspace Solarium Commission, un corpo intergovernativo bipartisan il cui scopo sarebbe proprio quello di sviluppare strategie di difesa contro le insidie digitali. Il problema di base è infatti esterno alle mani del Governo e la sua radice la si ritrova nei modi in cui il mondo globalizzato si approccia agli affari. L’economia spinge perché le aziende tecnologiche aggiornino i propri prodotti rapidamente, cosa che comporta necessariamente una gestione molto leggera dei tempi di rodaggio dei software, i quali finiscono con l’essere immessi nel mercato con criticità che possono non di rado causare problemi, primo tra tutti la fuga di dati. 

Alleggerire il peso dei cyberattacchi richiederebbe un uso piĂą parsimonioso e sobrio della Rete, ma proprio la Rete rappresenta ora piĂą che mai una miniera d’oro di introiti, causando un cortocircuito che gli USA non intendono approcciare.

[di Walter Ferri]

 

Veto USA a risoluzione contro Israele

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Gli Stati Uniti hanno posto il proprio veto sulla risoluzione discussa in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, riguardante la crisi in Medio Oriente, giudicata “controproducente”. I palestinesi vorrebbero un incontro pubblico che potrebbe essere organizzato domani dalla Cina. Mosca ha chiesto l’attivazione del Quartetto per il Medioriente (Onu, Ue, Usa e Russia) sul conflitto israelo-palestinese.

Inquinamento, i giganti della chimica hanno mentito sui PFAS

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Le sostanze chimiche chiamate FTOH 6:2 sono ora collegate a una serie di gravi problemi di salute. Sono ovunque utilizzate per imballaggi alimentari: scatole di pizza a prova di grasso, contenitori per il trasporto, involucri per fast food e imballaggi in cartone. I giganti della chimica sapevano ma hanno preferito omettere, nascondere e raccontare bugie. Daikin, gigante giapponese del settore chimico ed elettronico, ha trattenuto uno studio del 2009 che indicava la tossicità per fegato e reni nei ratti di laboratorio. DuPont, azienda chimica statunitense, nel 2012, non ha avvisato la Food and Drug Administration (FDA) di nuovi dati che indicavano la permanenza della sostanza chimica all’interno del corpo degli animali, per molto più tempo di quanto inizialmente pensato.

Adesso sappiamo che la sostanza procura malattie renali, danni al fegato, cancro, danni neurologici, problemi di sviluppo e disturbi autoimmuni. Nel 2020, la FDA ha raggiunto accordi con alcuni dei principali produttori di PFAS per smettere volontariamente di utilizzare composti FTOH 6:2 negli imballaggi alimentari, entro cinque anni. Eppure i documenti mostrano come la FDA fosse a conoscenza giĂ  nel 2015 dello studio nascosto di DuPont. Inoltre, l’eliminazione graduale concordata dalla FDA si applica solo ai composti FTOH 6:2 e non include altri PFAS simili a “catena corta”.

Tom Neltner, direttore della politica sulle sostanze chimiche presso l’Environmental Defense Fund, ha ottenuto gli studi delle aziende e i documenti correlati di Daikin e dalla FDA, attraverso le richieste del Freedom of Information Act. Neltner ha espresso preoccupazione circa il ruolo di controllore della FDA, notando un pericoloso lassismo. I rapporti e le comunicazioni tra i produttori e FDA, concernenti le sostanze PFAS, tra il 2008 e il 2020, mostrano come una sequenza di analisi inadeguate della sicurezza chimica, studi nascosti e blanda supervisione, abbia creato uno scenario in cui gli statunitensi continuano a essere esposti al composto chimico presente negli imballaggi alimentari.

Il composto FTOH 6:2 fa parte di una nuova generazione di PFAS a “catena corta” progettati per sostituire i PFAS “a catena lunga”, ritenuti dannosi. I ricercatori dell’industria chimica sostengono che i composti a “catena corta” siano sicuri e non tossici. Tuttavia, ricercatori indipendenti come Erika Schreder, direttrice scientificica di Toxic Free Future, hanno scoperto che i PFAS, indipendentemente dalla lunghezza della catena, si accumulano nell’ambiente e nell’uomo, risultando essere dannosi e tossici.

Vi avevamo parlato di come i PFAS siano un grande problema anche in Italia, soprattutto nella pianura padana, dove le persone esposte a queste sostanze dannose sarebbero circa 300.000, attraverso la falda acquifera inquinata.

Erin Brockovich, nota attivista ambientale statunitense, mette in guardia l’umanità dalle gravissime minacce portate da queste sostanze che potrebbero portare all’azzeramento del numero degli spermatozoi nel giro di soli 25 anni (già diminuiti del 60% rispetto al 1973).

Environmental Working Group ha pubblicato una lunghissima serie di documenti che dimostrano che giĂ  dal 1950 studi condotti dalla 3M mostravano che la famiglia di sostanze chimiche fluorurate tossiche, ora note come PFAS, poteva accumularsi nel nostro sangue. Negli anni Sessanta, studi sugli animali condotti da 3M e DuPont hanno rivelato che le sostanze chimiche PFAS potevano rappresentare rischi per la salute ma le aziende hanno tenuto segreti gli studi per decenni.

[di Michele Manfrin]

Lampedusa: inizia il trasferimento dei migranti

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Sono in corso le operazioni di imbarco. A piccoli gruppi, i migranti vengono trasferiti dalla polizia dall’hotspot di Contrada Imbriacola: 600 sulla nave Azzurra e altri 200 minori non accompagnati sul traghetto Sansovivino per Porto Empedocle. Nell’hotspot dell’isola, con capienza di 250 posti, restano 783 migranti

Come i media ribaltano la veritĂ  sul conflitto tra Israele e Palestina

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«Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono», diceva Malcolm X – famoso attivista per i diritti della minoranza afro-americana negli Stati Uniti. Nel caso dei recenti scontri tra Israele e palestinesi, tale frase è piĂą che mai appropriata. La narrazione del mainstream sull’escalation militare risulta farsesca: chi ribalta i fatti e la concatenazione delle cause con gli effetti e chi cerca di esprimersi in maniera (apparentemente) oggettiva ma che lascia spazio ad interpretazioni fallaci. Come molto spesso accade, soprattutto quando si parla di Israele, le cose sono un po’ diverse da come vengono rappresentate dai mass media.

Vi avevamo già parlato dell’escalation militare e di come vi si sia giunti dopo settimane di duri scontri e di repressione sanguinosa del governo nei confronti dei palestinesi di Gerusalemme est, occupata militarmente da Israele. In quest’area sono all’ordine del giorno sfratti e demolizioni delle case dei palestinesi e i coloni israeliani sono supportati da gruppi di estrema destra che spesso attaccano i residenti arabi con chiari intenti di intimidazione e terrorismo, in particolar modo nel quartiere di Sheikh Jarrah.

Con un gioco di specchi, i mass media hanno capovolto la realtà facendo apparire le azioni israeliane come conseguenza dell’aggressione palestinese quando invece risulta essere un atto estremo condotto dopo una pressione israeliana che dura da diverse settimane. Hamas, l’organizzazione politico-militare che controlla Gaza, già da diversi giorni intimava al governo israeliano di interrompere gli attacchi ai palestinesi di Gerusalemme est, sia quelli prodotti delle forze di sicurezza sia quelli condotti dai coloni dei gruppi di estrema destra. La tensione è andata crescendo in un periodo religioso molto importante per i musulmani: il Ramadan.

Nella ricostruzione degli eventi, tutti i giornali e telegiornali hanno enfatizzato il lancio di razzi condotto da Hamas al fine di giustificare l’attacco aereo condotto dalle forze israeliane su Gaza – in cui interi edifici sono stati rasi al suolo.

Non va taciuta poi l’estrema sproporzione di forze in campo tra il modernissimo esercito israeliano e le forze esigue delle milizie di Hamas. Da una parte un arsenale offensivo gigantesco (tra cui testate nucleari) e dispositivi di sicurezza all’avanguardia, come lo scudo missilistico che non permette ai razzi palestinesi di fare seri danni ad Israele; dall’altra parte armi autoprodotte di scarsa efficacia oppure sistemi di attacco di seconda mano acquistati sul mercato nero o contrabbandate con organizzazioni filo-palestinesi.

Altro elemento importante di destabilizzazione è arrivato, sul finire di aprile, con il governo uscente di Netanyahu che ha fatto intendere di non voler autorizzare lo svolgimento delle elezioni legislative e presidenziali palestinesi nella zona di Gerusalemme est, previste per il 22 maggio e il 31 luglio prossimo. Tale situazione ha portato Abu Mazen, Presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), a rinviare le elezioni. Ad eccezione di Fatah, tutte le fazioni palestinesi avevano detto di essere contrarie al rinvio del voto. Hamas, tramite un suo portavoce, aveva affermato: «La nostra posizione è chiara: ci opponiamo a questo rinvio e non daremo il nostro aiuto a che questo avvenga». Il diritto palestinese di procedere a proprie elezioni è chiaramente affermato negli accordi di Oslo firmati dalle due parti nel 1993.

[di Michele Manfrin]

Spezia: crolla un ponte levatoio

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Ha ceduto improvvisamente il ponte levatoio della darsena di Pagliari, a Spezia. Durante una manovra di chiusura del ponte, la struttura è crollata. Non è stato riportato nessun ferito. In corso gli accertamenti sulla causa del crollo del ponte che era stato inaugurato nel 2010.

In Francia un gruppo di militari minaccia la “guerra civile”

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Domenica 9 maggio 2021, la rivista conservatrice Valeurs Actuelles ha pubblicato una lettera redatta da un gruppo di militari in servizio. Questi si dichiarano offesi dalle scelte governative della Francia, che giudicano ipocritamente islamiste, e annunciano un’insurrezione civile. La lettera (qui il testo integrale in francese) è indirizzata al presidente della repubblica, ai ministri, ai parlamentari e agli ufficiali. Il mittente, l’autoproclamata “generazione del fuoco” (gĂ©nĂ©ration du feu).

La generazione del fuoco è un gruppo di militari in servizio, uomini e donne, di varie tipologie e gradi. Si definiscono come «soldati che meritano di essere rispettati», cui è stato però «calpestato l’onore». Sono servitori della Francia, che hanno «dato gli anni più belli della loro vita per difendere la nostra libertà, obbedire ai vostri ordini, per portare avanti le vostre guerre o applicare le vostre restrizioni di bilancio». Ciò che li accomuna tutti: l’amore per il proprio paese e il rancore verso chi vorrebbe, secondo loro, infangare l’immagine della Francia e demonizzarne la storia. Come scrivono nella lettera, l’odio per la Francia sarebbe ormai divenuto la norma.

E se la Francia è oggetto d’odio, sostiene la generazione del fuoco, è colpa del governo, che ne ha fatto un paese «fallito» nonostante le conquiste degli avi. Hanno mandato loro, militari patrioti, a combattere l’Islamismo in giro per il mondo, a vedere i propri compagni morire, e nel frattempo sul suolo francese fanno «concessioni» all’Islam. La generazione del fuoco sostiene di essersi battuta per gli interessi del paese, solo per poi ritrovarsi, in patria, nel degrado, nella criminalità, a vivere in quartieri in cui a valere è la legge del più forte.

Gli autori della lettera si schierano anche contro il comunitarismo, che a loro dire si è insediato nello spazio pubblico e nel dibattito pubblico. Si definiscono però apolitici. La loro lettera è carica di rancore, ma questi militari chiariscono che non si pianifica nessun “pronunciamento militare”. Si limitano ad osservare l’incombenza di una, ben giustificata, insurrezione civile, e la annunciano minacciosamente. Apparentemente un monito che molti osservatori leggono però come un invito alla sollevazione. 

Ad oggi, 250.000 persone hanno firmato la lettera. Si tratta del secondo tentativo. Già il 21 aprile del 2021 la stessa rivista aveva pubblicato una lettera redatta da una ventina di militari in pensione (qui il testo ingrale in francese). Questa prima lettera era stata duramente criticata e rifiutata dal governo come contraria ai principi della Repubblica e ai doveri dell’esercito. Al momento non si sa quale sarà la sorte della seconda.

[di Anita Ishaq]

Genova: i lavoratori del porto sfidano la repressione per fermare i carichi di armi

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Un nuovo carico di armi e carri armati in partenza verso una dittatura è stato individuato al porto di Genova: si tratta della nave cargo della compagnia Bahri, battente bandiera dell’Arabia Saudita. Nella stiva dell’imbarcazione i lavoratori aderenti al sindacato Calp (Collettivo autonomo lavoratori portuali) hanno scoperto un carico di carri armati ed armi, ed è scattata la protesta, asserendo che gli armamenti siano destinati ad alimentare il sanguinoso conflitto in Yemen nel quale la monarchia saudita è coinvolta. Un’iniziativa, quella dei lavoratori, tanto piĂą coraggiosa perchĂ© molto di loro si trovano ancora sotto indagine della magistratura per casi analoghi avvenuti in passato.

Il 24 febbraio scorso, infatti, cinque portuali – secondo quanto rivelato dagli stessi lavoratori – subirono una perquisizione in casa da parte della Digos e il sequestro di computer e materiale vario e contro di loro è stata aperta un’inchiesta per “associazione a delinquere” e “attentato ai mezzi di trasporto”, per avere lanciato alcuni razzi luminosi verso la fiancata di una delle navi della flotta Bahri. Un caso avvenuto due anni fa, sempre allo scopo di contrastare la partenza della medesima nave, che all’epoca trasportava un altro carico di armi.

Secondo quanto riporta il quotidiano genovese Il Secolo XIX l’amministratore delegato del terminale genovese, Andrea Bartalini, non ha voluto commentare il carico della nave. Il presidente dell’AutoritĂ  portuale Genova-Savona, Paolo Emilio Signorini, sostiene che l’AutoritĂ  non è competente della merce in transito, nĂ© di quella imbarcata in porto. Una posizione che non soddisfa i lavotori del Calp – che nella lotta sono affiancati da varie associazioni come Emergency a Medici senza Frontiere – che sottolineano come: «Il traffico di armi deve uscire dal porto di Genova. In passato ci siamo sempre opposti a questo tipo di traffico e continueremo a farlo. Non solo per una questione etica ma pure di sicurezza».