giovedì 3 Aprile 2025
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Come e perché gli algoritmi dei social ti chiudono in una bolla

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Settimana scorsa il Congresso statunitense si è riunito per discutere di un argomento che tiene in ballo la politica USA ormai da cinque anni: come i social media plasmano il nostro dibattito e le nostre menti. Nel 2016, reduci dallo scandalo Cambridge Analytica, i politici americani si erano riuniti affannosamente attorno a un tavolo per mostrarsi impegnati, per convincere i cittadini che il Governo volesse evitare a ogni costo che le “bugie strategiche” fossero nuovamente fomentate da un uso oculato – e illegale – degli algoritmi internettiani.

Nulla è successo. Il Congresso ha fatto capire con una certa trasparenza di non voler intervenire per castrare «uno dei settori commerciali più innovativi e in rapida crescita dell’Occidente». D’altro canto è proprio questo il punto essenziale: i social network scommettono sul promuovere tossicità proprio perché questo gli concede ricavi finanziari notevoli che superano di molto le eventuali sanzioni con cui vengono raramente colpiti.

Per capire come mai la situazione sia tanto incancrenita bisogna prima di tutto essere consapevoli di due presupposti: gli esseri umani si fidano naturalmente delle intelligenze artificiali e la disinformazione, specie quella di estrema destra, si accattiva il massimo dell’attenzione da parte del pubblico. Operando con il dichiarato intento di aumentare il fatturato delle rispettive aziende, i social media non hanno potuto che cavalcare dinamiche tanto grottescamente promettenti. Anzi, le hanno espressamente enfatizzate, radunando i vari gruppi in “camere eco” attraverso cui idee e ideologie si sono polarizzate fino a garantire la normalizzazione delle fantasie più audaci.

Facebook, per esempio, vuole accuratamente evitare che personaggi di diverse sponde politiche possano confrontarsi, non solo perché un bacino di utenti ben definito è più facile da piazzare agli inserzionisti, ma anche perché un dibattito aperto renderebbe più frequenti e immediate le denunce delle violazioni dei contratti di servizio. Per assicurarsi che ciò non accada, il social ha deciso quindi di “ridurre i contenuti politici” visibili nelle bacheche degli utenti, incanalando così i discorsi tossici in comunità sempre più insondabili, lontane dagli occhi del pubblico e dei critici.

Avendo un bacino di consumatori più ristretto e selezionato, Twitter se la cava leggermente meglio. Leggermente, però, poiché neppure lui riesce a chiamarsi fuori all’economia dell’attenzione che deriva dal fomentare polemiche e controversie. Proprio del portale è il concetto del “cattivo del giorno”, un termine con cui si identificano quegli utenti che finiscono elencati nella lista dei “trend” promossi dal sito, spesso a causa di alcune esternazioni che, motivatamente o non, si guadagnano una posizione privilegiata nei meccanismi della gogna pubblica.

Tutto questo, tuttavia, porta soldi e ogni eventuale incidente viene considerato un danno collaterale più che tollerabile. L’unico modo per imporre alle aziende digitali un drammatico cambio di rotta sarebbe quello di alterare le modalità di monetizzazione dei social media, di assicurarsi che la raccolta dei dati non possa essere più adoperata ai fini commerciali e che le Big Tech debbano direzionarsi verso modelli aziendali alternativi, magari affidandosi su degli abbonamenti. L’idea di dover pagare mensilmente Facebook e omologhi potrebbe sembrare folle, tuttavia la fantasia che simili servizi siano gratuiti è, per l’appunto, una fantasia: le Big Tech guadagnano su altri frangenti e la merce immessa sul mercato è la vita privata degli internauti. Il videostreaming, gli antivirus, i programmi di grafica fanno affidamento da anni su servizi da pagare a intervalli regolari e non hanno problemi a sopravvivere e, addirittura, a prosperare. Se poi i social network dovessero estinguersi perché nessuno sarà disposto a versare un fio alle Big Tech, vorrà dire che le Big Tech non hanno nulla di meritevole da offrire.

[di Walter Ferri]

Mali: giornalista francese rapito da jihadisti

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Un reporter francese, Olivier Dubois, è stato rapito in Mali all’inizio di aprile da parte di jihadisti affiliati ad Al-Qaeda. Lo si apprende tramite un video di origine indeterminata diffuso nella giornata di oggi sui social network, nel quale il giornalista afferma di essere stato rapito nella città di Gao dal gruppo jihadista «Jnim», motivo per cui chiede di rivolgersi alle autorità francesi affinché facciano il possibile per ottenere il suo rilascio. La scomparsa è stata confermata all’agenzia di stampa Afp da un funzionario del ministero degli Esteri francese.

L’Unione Europea ha dato il via libera al cibo a base di tarme

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I 27 Stati Membri dell’Unione Europea hanno approvato la proposta della Commissione europea di consentire la commercializzazione ad uso alimentare dei cosiddetti «vermi gialli della farina», ossia le larve del coleottero «tenebrione mugnaio». È il primo via libera dell’Ue circa l’utilizzo di un insetto nel settore alimentare ed esso fa seguito alla valutazione scientifica fornita negli scorsi mesi dall’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa), che aveva definito tali larve sicure da mangiare per l’uomo. Adesso il prossimo passo è quello di adottare un regolamento dell’Ue che autorizzi l’uso dei vermi gialli della farina come alimenti, cosa che sarà fatta nelle prossime settimane.

Secondo molti ricercatori si tratta del cibo del futuro in quanto potenzialmente sostenibile, in grado cioè di nutrire la popolazione crescente del pianeta senza intaccare eccessivamente le risorse naturali e il clima. Infatti, è un alimento a basse emissioni di carbonio, motivo per cui allevare tali insetti come risorsa alimentare potrebbe generare risvolti positivi per l’ambiente. In tal senso, la decisione rientra all’interno della strategia Farm to Fork, il piano d’azione Ue 2020-30 che mira a rendere sostenibili i sistemi alimentari e che indica gli insetti come una fonte di proteine a basso impatto ambientale. A tutto ciò si aggiunge il fatto che queste larve siano una fonte di cibo sana ed altamente nutriente: hanno un elevato contenuto di grassi, proteine e fibre e possono essere utilizzate essiccate o come farina proteica in numerosi prodotti alimentari.

[di Raffaele De Luca]

A 10 anni dalla morte di Bin Laden, i talebani sono più forti che mai

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10 anni fa, nella notte tra l’1 e il 2 maggio del 2011, moriva Osama Bin Laden per mano delle forze speciali statunitensi Navy Seal. Noto fondatore del gruppo terroristico Al-Qaeda e la mente dietro l’attacco alle Torri Gemelle, Bin Laden era il nemico pubblico numero 1 degli Stati Uniti. 10 anni dopo l’avvenimento e al termine di una sanguinosa guerra, la presenza dei talebani in Afghanistan si è rafforzata. I talebani controllano almeno il 70% del paese, con molte zone contestate e altrettante che, seppur ufficialmente sotto il controllo del governo, sono vessate da continui attacchi e guerriglia di matrice terroristica. Durante i recenti negoziati di pace con gli Stati Uniti, hanno attaccato persino del personale sanitario locale.

Sembrerebbe, come ha affermato lo scrittore e storico afghano Ahmed Rashid in un’intervista, che la guerra al terrorismo sia stata un successo solo per gli Stati Uniti. La pacificazione che ha in teoria motivato l’intervento americano in Afghanistan non si è mai avviata, e nessuno ha garantito la sicurezza della popolazione locale. Gli USA si sono liberati del loro nemico, ma hanno lasciato l’Afganistan in balia dei Talebani, il cui potere, ad oggi, è cresciuto.

Ad aprile del 2021, il nuovo presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha dichiarato di voler ritirare le truppe USA e NATO dal paese. Si tratta di 2500 truppe americane e 7000 truppe di alleati Nato. Il presidente ha detto di volerle ritirare tutte, «per porre fine alla guerra più lunga d’America». L’intenzione è quella di ritirare le truppe entro l’11 settembre del 2021, una data chiaramente simbolica, a 20 anni dall’attacco che sconvolse gli Stati Uniti e che segnò l’inizio della terribile “war on terror.” La decisione è comunque controversa, soprattutto perché motivata dalle pressioni fatte agli USA dai talebani stessi. Oltretutto, sembra che l’atto abbia un valore esclusivamente simbolico, e che gli Americani, più che ritirarsi, stiano cercando di “privatizzare” la guerra.

Nel caso di un’improvvisa debolezza del governo afghano, i talebani potrebbero approfittare della situazione e prendere il potere, con una soluzione militare. Zalmay Khalilzad, l’alto rappresentante americano per l’Afghanistan, ha dichiarato che questo rischio non sussiste. Per quanto la partenza delle truppe sia un fatto positivo, la primissima mossa dopo quasi 20 anni per liberare il popolo afghano dalla guerra, rimane il fatto che, tolto un male, la popolazione ne dovrà affrontare un altro. La guerra in Afghanistan è stata lunga, distruttiva e sanguinosa, e la sua fine è un sollievo per tutti. Ma è stato risolto qualcosa in 20 anni?

[di Anita Ishaq]

Napoli, blitz dei carabinieri: documenti falsi per immigrati clandestini

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A Napoli, è stata sgominata un’associazione a delinquere che, dietro compenso, procurava documenti falsi per permessi di soggiorno in Italia a pakistani, indiani, marocchini, tunisini, afghani, russi, ucraini e ad extracomunitari delle aree di crisi a rischio terrorismo. I Carabinieri del Ros e del Comando provinciale hanno infatti eseguito tre arresti (di cui uno in carcere e due ai domiciliari) ed hanno stabilito 11 obblighi di dimora per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, falso ideologico e materiale. Dell’organizzazione facevano parte cittadini italiani, afgani e pakistani.

Cesenatico, camminata dopo le 22: multati e denunciati

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In seguito alla seconda edizione della «Passeggiata contro il coprifuoco», la protesta tenutasi a Cesenatico (FC) sabato sera alla quale hanno partecipato 150 persone, uno dei principali organizzatori, Mauro Mammana, sarà denunciato in quanto la manifestazione non era stata autorizzata ed anche altri organizzatori potrebbero ricevere lo stesso trattamento oltre alla denuncia penale in programma nei loro confronti per «istigazione a disobbedire alle leggi». Inoltre, saranno multati una cinquantina di partecipanti per non aver rispettato le regole anti Covid: polizia, carabinieri e la Digos (arrivata anche da Forlì) erano infatti presenti sul posto ed hanno identificato in loco una ventina di persone mentre un’altra trentina di loro saranno individuate tramite i filmati registrati al corteo.

La protesta di sabato è stata pacifica: i manifestanti hanno semplicemente espresso, intonando cori e slogan, la loro volontà di non rispettare il coprifuoco. Esso costituisce un problema notevole per il settore del turismo e di conseguenza per le attività economiche di una zona turistica come Cesenatico. Per questo motivo, non solo i cittadini pretendono una modifica di questa restrizione ma anche il sindaco della città, Matteo Gozzoli. «È evidente a tutti che non può esistere una stagione estiva con delle regole così forti: sarebbe una «non estate», senza possibilità di organizzare anche piccoli eventi, attività culturali e spettacoli. Per non parlare delle cene e delle attività presso le nostre strutture turistiche. Confido che dal mese di giugno, se non prima, il coprifuoco sarà gradualmente allentato», ha affermato il sindaco negli scorsi giorni in seguito alla notizia della proroga del coprifuoco alle 22 stabilita dal governo.

[di Raffaele De Luca]

La mia avventura sulla Ocean Viking, per capire cosa succede in mare

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Augusta, porto commerciale. La Ocean Viking è ancorata in rada e il suo equipaggio è in quarantena. Io con loro, imbarcato ad aprile per raccontare la vita a bordo e il soccorso in mare, primo youtuber dopo anni di giornalisti, scrittori e documentaristi. In questo mese è successo di tutto, ma partiamo dal fondo, dalla notizia più recente, comunicata dalla Mezzaluna Rossa: 50 morti in mare al largo di Zawiya, dopo un fine settimana in cui ci sono state migliaia di partenze dalla Libia e dalla Tunisia.

Cosa succede nel Mediterraneo? Me lo chiedevo da qualche anno, da quando la migrazione è diventata oggetto di commenti quotidiani sui social, di notizie contraddittorie e di scontri politici. Ora l’ho visto. Nel Mediterraneo si vive e si muore, si scappa e si viene presi, ci si affida alla sorte e a un mare che cambia in fretta. Troppo in fretta.

Sulla Ocean Viking ho vissuto giorno per giorno con l’equipaggio, dividendo gli spazi ristretti e partecipato agli addestramenti. Ora so fare una rianimazione, usare vari tipi di barella, approcciare una persona traumatizzata, cercare un gommone sul radar, allestire una clinica d’emergenza, ma soprattutto aspettare.

Il mare ha i suoi tempi, è lui che comanda. Ci sono state settimane di brutto tempo, quando era difficile anche solo camminare sul ponte spazzato dalle onde. Con quel tempo non potevamo aspettarci nessuna partenza, troppo pericoloso mettersi in mare. Attorno al 20 di aprile però ci sono stati alcuni giorni di tregua, di vento da sud e di onde sotto controllo. È bastata quella finestra di bel tempo per dar modo a barchini e gommoni di partire dalla Libia, nella notte, complice una luna piena spettacolare. Abbiamo seguito e cercato di intercettare una barca di legno per quasi un giorno intero, ma poi è scomparsa. Nel frattempo sono arrivati altri allarmi. Quello più preoccupante raccontava di un gommone con 130 persone, a dieci ore di distanza da noi.

Per raggiungerlo ci siamo tuffati in una bufera con onde di sei metri. L’ho già detto, il meteo cambia molto in fretta e travolge tutto. Abbiamo passato una notte d’inferno e i ragazzi del team di soccorso erano già preparati al peggio. Impossibile sopravvivere a quel mare su un gommone. Il giorno purtroppo ha dato ragione ai pessimisti. Quando il vento si è placato abbiamo trovato i resti del naufragio. Attorno a noi i corpi senza vita di decine di persone. Sembravano ragazzi, giovani, persone della mia età. Già gonfi e deformati, tenuti a galla dalle camere d’aria delle giacche di salvataggio.

Al dolore per la loro morte si aggiunge l’aggravante delle circostanze. Il sistema Alarm Phone aveva segnalato la loro posizione 26 ore prima e nessuno era intervenuto, tranne la Ocean Viking – cioè noi – e tre mercantili. Mi spiegano i soccorritori che troppo spesso le barche in difficoltà vengono lasciate al loro destino, che gli Stati costieri non intervengono. Qui vedo gli effetti della politica, vedo persone galleggiare senza vita perché nessuna guardia costiera è voluta intervenire. L’umore a bordo è teso, l’aria si taglia con il coltello. Le foto dei cadaveri fanno il giro del mondo e come al solito qualcuno sui social si sente in diritto di commentare che sono fatte ad arte, una messa in scena.

Qualche giorno dopo assisto a un intervento della guardia costiera libica. Il tempo è tornato buono, riceviamo segnalazioni di partenze. Facciamo rotta su due gommoni, è mattino presto e c’è nebbia fitta. Le squadre di soccorso stanno per mettere le lance di salvataggio in mare quando arriva un messaggio via radio. L’inglese è approssimativo ma il contenuto è chiaro: dobbiamo allontanarci. La nostra nave viene affiancata e superata da una motovedetta libica, è molto più veloce di noi, e cala sul primo gommone come un falco. In pochi minuti prende a bordo tutte le persone e riparte verso il secondo. La Ocean Viking ha i motori al massimo, ma i libici fanno il triplo della velocità. Mi sorprende la rapidità dell’intervento, dura un niente. Noi assistiamo a distanza di sicurezza, vogliamo evitare che le persone intercettate si buttino in mare per fuggire e che ci siano altre vittime. Guardiamo impotenti con il teleobiettivo. A distanza di pochi giorni, in quello stesso angolo di Mediterraneo, i volontari di un’altra Ong saranno testimoni della violenza dei militari libici, che usano la forza per costringere un gommone a fermarsi. Girano un video che finisce sui telegiornali, e non è la prima volta che i media raccontano di soccorsi fatti con la forza. Basterebbe essere onesti, e chiamarli con il proprio nome: respingimenti, non soccorsi.

In mezzo a questi due episodi, ho l’opportunità di partecipare a un salvataggio. È mattina presto, sono emozionato, a breve mi metterò alla prova. Il mio compito è testimoniare, ma in caso di necessità devo essere pronto a lasciare la telecamera per dare una mano. E succede. Interveniamo per due gommoni, sono stipati di persone e uno mostra segni di cedimento. Non c’è tempo da perdere, ma bisogna muoversi con calma e non fare agitare le persone. Sento la tensione del team, e la mia.

La prima persona che tiriamo fuori dal gommone è Yaya, un bambino di due anni. Piange disperato, a pieni polmoni, e viene infagottato in un giubbottino di salvataggio. Sua mamma è in mezzo al gommone, in sua attesa lo tengo in braccio e cerco di calmarlo. Sono minuti che mi sembrano eterni. Lui piange, altri gridano, attorno a noi solo mare e persone da mettere in salvo. Alla fine dell’intervento abbiamo a bordo 236 naufraghi. Sono giovanissimi, quasi la metà sono minori non accompagnati. Vista l’età media e la stagione potrebbe essere una gita di terza media, ma non ci sono maestri e l’unica lezione è quella di sopravvivere. Sono tutti stanchi e disidratati. Alcuni vomitano. Un ragazzo non riusciva a stare in piedi e l’abbiamo trasportato in barella. Le donne vengono separate dagli uomini, hanno a disposizione una stanza protetta e più confortevole. A bordo tutti ricevono un kit di benvenuto con dei vestiti, del cibo e dell’acqua. Il primo giorno passa fra docce e riposo, sono tutti stanchi e dormono sul ponte.

Dal mattino successivo la mia telecamera suscita curiosità, alcuni si avvicinano e vogliono raccontare la loro storia. Per me è l’occasione di capire, di fare la domanda che mi brucia in gola da qualche tempo. Voglio capire. Il mare è pericoloso e su questo non ci sono dubbi. La gente muore o viene respinta. Perché partire, allora? Perché mettere la vita in mano a trafficanti e gommoni. Chi sono questi ragazzi, da cosa scappano e cosa vogliono?

Le risposte sono un fiume in piena. Per la prima volta da mesi o da anni queste persone si trovano davanti qualcuno che vuole ascoltare, qualcuno che si prende cura di loro, qualcuno che non li fa sentire in pericolo. Raccolgo storie di giovanissimi in fuga da famiglie violente, di ragazzi costretti ai lavori forzati, di persone messe in prigione più e più volte. Il mare è la via di fuga, impossibile tornare indietro. Alcuni sono stati messi sui gommoni contro la loro stessa volontà. I medici a bordo visitano persone che sono state picchiate perché non volevano imbarcarsi. È un mondo capovolto, in cui il rischio di morire in mare viene rincorso, desiderato, accettato. È un mondo in cui si può scegliere di morire per non restare schiavi. Faccio fatica a capire, sono concetti distanti dal mio sentire, ma sono reali, sbattuti di fronte a me. Qualcuno dei nostri involontari passeggeri parla tre lingue, qualcuno non sa nemmeno scrivere. I vestiti che abbiamo distribuito sono tutti uguali (tuta blu, calze nere, cappellino) e questo crea l’inganno dell’uniformità. Niente di meno vero, ho davanti un’umanità complessa e diversissima, nella quale mi perdo fra mille storie.

Un sera, dopo varie richieste, riceviamo dall’Italia l’autorizzazione a entrare in porto. Lo comunichiamo al mattino presto, è il primo maggio, siamo in vista di Augusta. La gioia è incontenibile. Canti, balli, qualche lacrima. Per contrasto, o forse per lezione del destino, la prima immagine di questa Europa tanto voluta ha la forma di rottami. Il nostro attracco è di fronte a una montagna di ferro vecchio. Ad attendere i naufraghi due settimane di quarantena su un’altra nave, noleggiata dal governo italiano. Poi, per ognuno di noi, ricomincerà il viaggio.

[reportage di Giuseppe Bertuccio D’Angelo]

“From the Desk of Donald J”: il social network di Trump

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Dopo essere stato bandito da Twitter e Facebook, Donald Trump ha lanciato la propria piattaforma social dal nome “From the Desk of Donald J”. Funzionerà come un normale social network, con post di foto, video e testo, ma con la particolarità che ogni utente sarà sempre informato su cosa Trump ha pubblicato

Nucleare: Rohani, le sanzioni Usa saranno presto rimosse

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«Le sanzioni Usa saranno presto rimosse», è l’annuncio del Presidente iraniano Hassan Rohani, durante una riunione di governo. Rohani ha aggiunto: «Il lavoro che i nostri negoziatori hanno fatto nei colloqui di Vienna è stato eccezionale. Se l’altra parte agirà nel rispetto della legge, le sanzioni saranno presto eliminate».

Amazon: 44 miliardi di fatturato in Europa, zero euro di tasse

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Sebbene i vari lockdown in giro per il mondo abbiano portato Amazon, e altre multinazionali, a fare entrate da record, le tasse che la società ha versato in Europa nel 2020 ammontano a zero. Nonostante Amazon abbia toccato la cifra record di 44 miliardi di euro di vendite in Europa, non ho dovuto versare neanche un centesimo di tasse. Amazon EU Sarl, con sede in Lussenburgo, attraverso la quale vende prodotti a tutta Europa, nonostante abbia raccolto entrate gigantesche, avrebbe segnato una perdita di 1,2 miliardi di euro e, perciò, non ha dovuto versare tasse. Addirittura sono stati concessi 56 milioni di euro in crediti d’imposta poiché Amazon avrebbe 2,7 miliardi di euro di perdite immagazzinate. L’unità lussemburghese gestisce le vendite per Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Spagna e Svezia, eludendo il pagamento delle tasse in questi paesi.

Visto che la società lussemburghese di Amazon, nonostante le enormi entrate, è continuamente in perdita (o mantenuta tale), risulta difficile che paghi anche negli anni a venire. Nell’inchiesta prodotta dal Guardian viene riportata la dichiarazione della portavoce di Amazon che sul merito della questione ha giustificato la cosa dicendo: «L’imposta sulle società si basa sugli utili, non sui ricavi, e i nostri profitti sono rimasti bassi, dati i nostri pesanti investimenti».

Paul Monaghan, amministratore delegato della Fair Tax Foundation, ha invece dichiarato: «Queste cifre sono strabilianti, anche per Amazon. Stiamo assistendo a un’accelerazione esponenziale del dominio del mercato in tutto il mondo sulla base di entrate che continuano ad essere in gran parte non tassate, consentendole di sotto-quotare ingiustamente le imprese locali».

Interessante sottolineare come Amazon prese accordi con il Lussemburgo per una tassazione favorevole nel 2003, quando il Primo Ministro del paese era Jean-Claude Juncker – futuro Presidente della Commissione europea dal 2014 al 2019 – che si offrì per risolvere i problemi della multinazionale fondata dall’uomo più ricco del mondo, Jeff Bezos.

Amazon non è la sola a creare strutture societarie complesse per eludere la tassazione. Secondo un rapporto di Fair Tax Foundation, le sei grandi aziende tecnologiche americane, Amazon, Facebook, Google, Netflix, Apple e Microsoft, sono state accusate di aver eluso 100 miliardi di dollari di tasse a livello globale negli ultimi dieci anni. Ed è così che lo strapotere economico prodotto da un diseguale trattamento diventa strapotere politico, il quale non farà altro che tentare di perpetuare sé stesso, in un vortice di ingiustizie su tutti i fronti e in ogni parte della Terra.

[di Michele Manfrin]