venerdì 30 Gennaio 2026
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Energia, l’Italia sblocca la realizzazione di sei parchi eolici

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Il Consiglio dei ministri ha recentemente sbloccato la realizzazione ed il potenziamento di sei parchi eolici localizzati in Puglia, Sardegna e Basilicata: a renderlo noto è stato proprio l’esecutivo, il quale tramite un comunicato stampa ha fatto sapere che questi ultimi assicureranno una potenza pari a 418 Megawatt. Nello specifico, si tratta di quattro nuovi progetti di impianti eolici dislocati in provincia di Foggia (nel Comune di Castelluccio dei Sauri, nei Comuni di Cerignola e Orta Nuova, nel Comune di Sant’Agata di Puglia e nel Comune di Troia) a cui si affianca il potenziamento del parco eolico “Nulvi Ploaghe” situato in provincia di Sassari nonché la proroga del parco eolico “Corona Prima” in provincia di Matera. Questi sei parchi eolici “si aggiungono ai due sbloccati lo scorso 18 febbraio, per una potenza di 65,5 Megawatt”, ha sottolineato il Consiglio dei ministri, il quale ha altresì precisato che “a partire dalla fine del 2021 sono stati sbloccati impianti di energia per una potenza totale di 1.407,3 Megawatt (1,407 Gigawatt) da fonti rinnovabili”.

All’Italia resta tuttavia della strada da fare, basta considerare che dovrebbe installare impianti di energie rinnovabili capaci di produrre complessivamente 80 Gigawatt entro il 2030 per essere in linea con gli obiettivi europei di decarbonizzazione, dunque circa 10 Gigawatt all’anno nei prossimi otto anni. Un obiettivo il cui raggiungimento a quanto pare non può essere dato per scontato, dato anche che – come rivelato da un rapporto curato da Elemens e Public Affairs Advisors nell’ambito dell’iniziativa volta ad approfondire l’evoluzione e le barriere delle fonti di energia rinnovabile nelle regioni italiane “R.E.gions 2030” – la maggior parte dei progetti eolici risulta ancora intrappolata negli uffici pubblici, in attesa dei necessari permessi.

È in tale contesto dunque che va collocato il via libera ai sei parchi eolici, che con ogni probabilità sono stati urgentemente sbloccati in virtù della attuale crisi energetica legata alla guerra in Ucraina. Come sottolineato dall’associazione ambientalista Legambiente, però, l’Italia potrebbe fare meglio, raccogliendo immediatamente la proposta lanciata da Elettricità Futura – la principale associazione delle imprese che operano nel settore elettrico italiano – di “autorizzare entro l’estate nuovi 60 Gigawatt di rinnovabili da realizzare nei prossimi 3 anni”. Ciò, infatti, permetterebbe di “ridurre i costi in bolletta del 30%” nonché di diminuire “il fabbisogno di gas russo al 7%”, una quantità per la quale sarebbe “facile trovare soluzioni alternative”.

L’invito dell’associazione ambientalista è inoltre quello di non agire così come è stato fatto negli ultimi anni, dato che le rinnovabili “dal 2013 hanno registrato un brusco rallentamento dovuto alla riduzione degli incentivi, portando le installazioni di eolico e solare a meno di 1 Gigawatt l’anno contro i 5,9 Gigawatt installati nel triennio 2010-2013″. Secondo Legambiente, infatti, “se in questi anni lo sviluppo delle fonti di energia rinnovabile (solare ed eolico) fosse andato avanti con lo stesso incremento annuale medio registrato in quel triennio, oggi l’Italia avrebbe potuto ridurre i consumi di gas metano di 20 miliardi di metri cubi l’anno, diminuendo le importazioni di gas dalla Russia del 70%”.

[di Raffaele De Luca]

Donetsk, Ucraina accusata di strage: un missile uccide almeno 20 civili russi

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In mattinata un missile “Tochka-U” ha provocato nella popolazione civile russofona almeno 20 morti e diverse decine di feriti nel centro di Donetsk. Ad annunciarlo, accusando della strage l’esercito ucraino, sono stati i separatisti filo-russi della regione. Le immagini strazianti della strage stanno facendo il giro del web, ma la notizia spesso non ha trovato neppure una riga tra i principali media nostrani. Nel frattempo la guerra di propaganda che accompagna ogni guerra è partita e da Kiev si nega la paternità dell’attacco affermando che «si tratta inconfondibilmente di un razzo russo o di un’altra munizione». Da parte ucraina in pratica si accusano i russi di essersi bombardati da soli. Nessuna reazione neppure a livello politico con la deputata del Movimento 5 Stelle Carla Ruocco che è stata fra i pochi a commentare, attraverso un tweet, la notizia in Italia.

Sappiamo come notizie del genere possano essere particolarmente delicate, vista l’impossibilità di verificarle con mano sul campo. Tuttavia l’avvenimento è verificato così come l’alto numero di vittime testimoniato anche dai reperti video dell’accaduto. Da annotare, tuttavia, la decisione presa dalla quasi totalità delle redazioni italiane di non dedicare spazio alla notizia, discostandosi dalla linea tenuta in occasione di attacchi mossi dai russi nei confronti della popolazione civile, ai quali è stato dedicato sempre ampio spazio nonché scarso uso di condizionali anche quando l’impossibilità di una verifica sul campo lo avrebbe reso deontologicamente necessario, incappando non di rado in vere e proprie fake news. Così facendo non emerge altro che un trattamento di disparità verso l’informazione e una classificazione discriminatoria verso le vittime. Le immagini dell’attacco sono dispobili a questo link (lo alleghiamo per dovere di cronaca, segnalando la crudezza delle stesse come avviso preventivo verso chi volesse guardarle).

Ucraina, Onu: da inizio invasione russa uccisi almeno 636 civili

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Sono almeno 636 i civili che hanno perso la vita in Ucraina dall’inizio dell’invasione russa: ad renderlo noto è stato l’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr), tramite una dichiarazione inviata all’emittente televisiva statunitense Cnn. Tra i morti – ha fatto sapere l’Ohchr – vi sono anche 16 adolescenti e 30 bambini, mentre al momento i civili rimasti feriti risultano essere 1.125. Ad ogni modo il bilancio delle vittime, che riguarda esclusivamente quelle accertate, secondo l’ufficio delle Nazioni Unite potrebbe essere notevolmente più pesante.

Batterie, l’europa adotta un regolamento per il ciclo di vita sostenibile 

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Il Parlamento europeo ha adottato il regolamento per il ciclo di vita sostenibile delle batterie. Questo con 584 voti favorevoli, 67 contrari e 40 astensioni, abroga la direttiva risalente al 2006 e modifica il regolamento del 2019 (2019/1020). Nel testo di legge sono fissati obiettivi e tassi di raccolta delle batterie più rigorosi, e nuove norme finalizzate ad aumentarne la sostenibilità. Il prossimo passo sarà la negoziazione con i singoli governi dell’Unione Europea.

In cosa consiste il regolamento? Prima di tutto la normativa sostiene l’introduzione dell’obbligo di diligenza per i produttori, al fine di scongiurare il mancato rispetto dei criteri di natura sociale. Stando ai deputati europei, l’industria dovrebbe garantire maggior rispetto dei diritti umani, tenendo in considerazione i rischi relativi all’approvvigionamento, alla lavorazione e al commercio delle materie prime concentrate solo in pochi Paesi. Altro punto importante del testo è dedicato alla sostenibilità, la quale dovrà riguardare tutto il ciclo di vita della batteria. Il Parlamento Europeo, infatti, stabilisce requisiti più rigorosi in materia di sostenibilità, prestazioni ed etichettatura, introducendo la categoria “batterie per mezzi di trasporto leggeri (LMT)” – quali scooter e bici elettriche – a causa del loro crescente utilizzo, e stabilendo che le batterie vengano dotate di un’etichetta indicante la propria impronta di carbonio. Questo indicatore servirà a rendere più trasparente l’impatto ambientale di ogni dispositivo.

Altra questione affrontata dal testo di legge è lo smaltimento, il quale dovrà incentivare il riciclaggio e l’utilizzo delle tecnologie per promuovere il riuso delle batterie. Entro il 2024, le batterie portatili (smartphone) e quelle per i LMT, dovranno essere progettate in modo da poter essere sostituite facilmente e in sicurezza. Inoltre, a tal proposito, l’Europarlamento ha stabilito i livelli minimi di materie prime – litio, piombo, nichel, cobalto – da recuperare dalle batterie non più funzionanti per utilizzarle in quelle nuove. 

Per la prima volta nella legislazione europea, il regolamento sulle batterie stabilisce un insieme olistico di regole con l’intento di controllare l’intero ciclo di vita del prodotto. Si tratta di un approccio innovativo, che introduce nuovi standard di sostenibilità nell’intero mercato globale delle batterie, dispositivi importantissimi per la tecnologia. Si stima non solo che entro il 2030 la domanda globale di batterie aumenterà di 15 volte rispetto al 2021, ma anche che il fabbisogno per l’Unione Europea rappresenterà il 17% della domanda totale. Tale fenomeno è da considerare una conseguenza dell’ascesa dell’economia digitale, dello sviluppo delle energie rinnovabili e del crescente aumento di veicoli elettrici alimentati a batteria.

[di Eugenia Greco]

Carburanti e gas: Procura Roma apre indagine su aumento prezzi

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In virtù dell’aumento del prezzo di gas, energia elettrica e carburanti la Procura di Roma ha aperto un fascicolo di indagine. Al momento si tratterebbe di un semplice procedimento contro ignoti e senza ipotesi di reato atto a verificare i motivi di tale aumento nonché ad individuare eventuali responsabili, ed i relativi accertamenti sarebbero stati affidati al nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza di Roma. L’apertura dell’inchiesta arriva in seguito alle parole del ministro della Transizione ecologica Cingolani, che negli scorsi giorni aveva definito la crescita dei prezzi una «colossale truffa».

L’Arabia Saudita ha giustiziato 81 persone in un solo giorno

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Mohammed bin Salman

L’Arabia Saudita ha comunicato sabato di aver giustiziato 81 persone, condannate a morte per diversi crimini tra cui omicidio “di uomini, donne e bambini innocenti”, terrorismo e appartenenza a gruppi militanti come al-Qaida o a quello dei ribelli Houthi (presente in Yemen). Qui nello specifico una coalizione guidata dall’Arabia Saudita sta combattendo i ribelli yemeniti Houthi, sostenuti dall’Iran dal 2015, nel tentativo di riportare al potere il Governo locale riconosciuto a livello internazionale. In generale le uccisioni hanno riguardato 73 sauditi, sette yemeniti e un siriano. È una delle più grandi esecuzioni di massa nella storia moderna del paese, tutte avvenute in un giorno solo.

Il numero di giustiziati ha superato persino il bilancio di una storica esecuzione di massa avvenuta nel gennaio 1980, quando 63 militanti furono condannati per aver sequestrato la Grande Moschea della Mecca nel 1979, un attacco ritenuto gravissimo perché oltraggioso nei confronti del regno e di un luogo sacro all’islam. Dopo di allora, l’ultima esecuzione di massa era avvenuta nel gennaio 2016, quando il sovrano aveva deciso di giustiziare 47 persone, tra cui un importante religioso sciita dell’opposizione che aveva organizzato delle proteste anti governative.

 

L’ultimo episodio poi nel 2019, quando l’Arabia Saudita decapitò 37 cittadini per presunti crimini legati al terrorismo. In quell’occasione il sovrano decise anche di “appendere” a un palo in pubblica piazza il corpo senza vita (e senza testa) di un presunto estremista, come segno di avvertimento per gli altri.

Non è raro, dunque, che l’Arabia Saudita condanni a morte i propri cittadini. È più raro, invece, che scelga di farlo in una giornata sola, una scelta che secondo alcuni analisti può essere stata dettata dalla volontà di concentrare le esecuizione mentre l’attenzione mondiale è concentrata sulla guerra in Ucraina.

Anche se il numero delle condanne è diminuito durante la pandemia da Coronavirus, il re Salman (in carica da gennaio del 2015) e suo figlio Mohammed bin Salman (principe ereditario, Primo Vice Primo ministro e ministro della Difesa dell’Arabia) hanno continuato a concedere molte autorizzazioni. Secondo l’Agenzia di stampa governativa saudita, i sovrani avrebbero garantito che agli accusati “il diritto a un avvocato e tutti i pieni diritti della difesa, ma Il regno tuttavia continuerà ad assumere una posizione rigorosa e incrollabile contro il terrorismo e le ideologie estremiste”. Ovviamente le esecuzioni hanno suscitato immediate critiche internazionali. Ali Adubusi, il direttore dell’Organizzazione saudita europea per i diritti umani, ha aggiunto che i carcerati sono stati anche torturati prima della morte e costretti a subire processi svolti in segreto.

Secondo il principe è una questione religiosa, scritta nel Corano, per cui chi toglie la vita a qualcun altro merita lo stesso trattamento: «Indipendentemente dal fatto che mi piaccia o no, non ho il potere di cambiarlo». Non è esattamente così. L’editorialista del Washington Post, Jamal Khashoggi, della cui morte e smembramento è accusato proprio il principe Mohammed bin Salman, non aveva commesso alcun crimine. Anzi, si trovava in Arabia per supervisionare e raccontare degli attacchi aerei diretti allo Yemen e che hanno ucciso centinaia di civili. Come si giustifica il suo omicidio? Nella monarchia assoluta alleata degli Stati Uniti, la stessa che Matteo Renzi ebbe l’ardire di definire “culla del rinascimanto” i diritti umani continuano ad essere calpestati. Il tutto mentre il Governo italiano, con una decisione dello scorso luglio, ha pure deciso di allentare le restrizioni sulla vendita di armi al governo saudita.

[di Gloria Ferrari]

 

Milano: studenti occupano il liceo Brera

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In mattinata gli studenti del liceo artistico Brera di Milano hanno deciso di occupare la succursale dell’istituto, incontrando prima l’opposizione di una parte del personale scolastico e poi l’intervento della Digos. La protesta si inserisce nella scia delle mobilitazioni avvenute negli ultimi mesi contro il modello della scuola-azienda, l’alternanza scuola-lavoro, il definanziamento degli istituti e il mancato ascolto dei bisogni degli studenti da parte delle istituzioni competenti.

In Ecuador la corsa all’oro minaccia l’esistenza di 1500 comunità indigene

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Il boom di estrazioni legali e illegali di oro nella regione amazzonica ecuadoriana ha causato  l’inquinamento dei fiumi e dei bacini idrici, rendendo impossibile l’approvvigionamento di acqua e pesce per le comunità locali. I livelli di contaminazione da metalli tossici, tra i quali alluminio e piombo, superano del 500% i livelli consentiti. Le conseguenze sulla popolazione, in termini di capacità di sostentamento e impatto sulla salute, sono ingenti. Alcune recenti sentenze della Corte Costituzionale, tuttavia, sembrano muoversi nella giusta direzione per restituire il potere decisionale alle comunità e corrispondere un adeguato risarcimento per i danni subiti.

L’estrazione legale e illegale dell’oro, in Ecuador, ha causato danni ambientali cospicui che hanno impatto diretto sul benessere e sulla possibilità di sopravvivenza della popolazione indigena. L’alto livello di contaminazione dei corsi d’acqua dolce ha causato in alcuni punti la scomparsa di tutti gli organismi viventi, compresi quelli che possono tollerare un certo livello di inquinamento acquatico. Nella provincia di Napo, in particolare, sono 1500 le comunità indigene la cui esistenza è minacciata dall’estrazione indiscriminata. Secondo le rilevazioni fatte da alcuni studiosi, il livello di metalli tossici nei fiumi supera del 500% i limiti consentiti. Inoltre è stato registrato un’altissimo tasso di contaminazione da mercurio, che viene utilizzato per legare le scaglie di oro e viene poi disperso nei corsi d’acqua contribuendo anche alla decimazione della fauna selvatica.

Le riserve minerarie esistenti nella provincia di Napo sono facilmente raggiungibili, elemento che costituisce un fattore di attrazione per le grandi industrie estrattive. In aggiunta a ciò, secondo i ricercatori, vi è un certo grado di complicità dei grandi proprietari terrieri e delle autorità ambientali, che non eseguono i controlli necessari e in alcuni casi avvertono in anticipo le aziende delle ispezioni, dando così la possibilità di occultare le attività illegali. Carlos Mestanza-Ramón, ricercatore presso l’Università della Calabria e la Scuola Politecnica di Chimborazo, in Ecuador, ha dichiarato a Mongabay che il Ministero dell’Ambiente, dell’Acqua e della Transizione Ecologica non applica le misure necessarie alla tutela dell’ambiente e delle popolazioni locali.

Le politiche dell’ex presidente ecuadoriano Correa hanno favorito il boom di estrattivismo e investimenti stranieri nelle compagnie minerarie tra il 2015 e il 2016, mentre tra il 2019 e il 2022 un gran numero di concessioni minerarie sarebbero state rilasciate senza tenere in considerazione i progetti già esistenti. A fungere da ulteriore incentivo per l’estrazione mineraria indiscriminata, in un meccanismo che si accartoccia sempre più su sé stesso, vi sono le scarse possibilità per la popolazione locale di ottenere un lavoro ben retribuito, accesso all’assistenza sanitaria o all’istruzione di base. Le possibilità, d’altronde, sono decimate dall’attività delle industrie di estrazione, che deturpando e inquinando l’ambiente impattano direttamente sull’agricoltura e sul turismo.

Tuttavia, tra l’autunno del 2021 e l’inizio del 2022, gli indigeni hanno ottenuto una serie di vittorie legali che aprono uno spiraglio di speranza per il futuro delle comunità, che il più delle volte subiscono la deturpazione dei loro territori senza che sia rispettato il loro diritto al consenso libero, preventivo e informato. La Corte Costituzionale, in particolare, ha emesso due sentenze importanti, una che riconosce la violazione dei diritti della natura nella foresta nebulosa di Los Cedros, in conseguenza della quale non sarà più possibile concedere permessi minerari alle imprese di estrazione ed è stato disposto il risarcimento delle comunità. L’altra, annunciata il 4 febbraio, è volta a garantire il diritto delle comunità indigene ad avere potere decisionale riguardo i progetti estrattivi nei loro territori. Iniziative che di certo non fermeranno l’avidità predatoria delle grandi aziende, ma che possono costituire un’importante strumento di tutela per le comunità locali.

[di Valeria Casolaro]

Il commissario Figliuolo si oppone alla pubblicazione del contratto tra Italia e Pfizer

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Il Generale Figliuolo, commissario straordinario per l’emergenza Covid, si è opposto alla pubblicazione del contratto stipulato tra Italia e l’azienda farmaceutica Pfizer per la distribuzione di 600 mila trattamenti dell’antivirale Paxlovid per il 2022, stipulato il 27 gennaio. Il diniego segue una richiesta inoltrata dalla testata Altreconomia di fornire accesso civico alla documentazione. Si rende così evidente una nuova ingiustificata mancanza di trasparenza nei confronti dei cittadini, nonostante la produzione dei farmaci sia possibile grazie ad ingenti finanziamenti pubblici.

A suggellare la chiusura della stagione dell’emergenza Covid vi è una nuova mancanza di trasparenza da parte delle istituzioni e delle aziende farmaceutiche. Dopo la reticenza mostrata dalle Big Pharma nello svelare i contratti con gli Stati europei per i vaccini, le stesse difficoltà tornano a presentarsi per quanto riguarda i farmaci antivirali destinati al trattamento del Covid. In una lettera firmata l’8 marzo, infatti, il commissario per l’emergenza Covid Francesco Paolo Figliuolo si è opposto alla divulgazione del contratto siglato il 27 gennaio dall’Italia con l’azienda farmaceutica Pfizer per la distribuzione nel 2022 di 600 mila trattamenti di Paxlovid.

“Non si provvederà a fornire copia del contratto per la fornitura del farmaco antivirale Paxlovid finalizzato dalla Struttura Commissariale, d’intesa con il Ministero della Salute, con la casa farmaceutica Pfizer” scrive Figliuolo nel documento fatto pervenire ad Altreconomia. Il commissario riporta anche uno stralcio dell’opposizione pervenuta da Pfizer, che adduce come scusante il fatto che il farmaco in questione sia “oggetto di tutela brevettuale” e contenga “numerose clausole che costituiscono segreti commerciali”, motivo per cui “il contratto è definito nella sua interezza confidenziale ed è soggetto a una specifica clausola di riservatezza che vincola le Parti a non divulgare a terzi il contenuto dell’accordo raggiunto”.

Si configura, così, l’ennesimo caso di mancanza di volontà di trasparenza da parte delle istituzioni e della casa farmaceutica, che non può non sollevare dubbi circa la legittimità del contenuto dei contratti.

[di Valeria Casolaro]

Guerra in Ucraina, governo Zelensky utilizza tecnologia riconoscimento facciale

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Il Ministero della Difesa ucraino avrebbe iniziato ad utilizzare la tecnologia di riconoscimento facciale americana Clearview AI, ma “lo scopo esatto non è chiaro” afferma l’amministratore delegato dell’azienda Hoan Ton-That. Lo riporta Reuters, che spiega come l’ad di Clearview abbia offerto la propria assistenza all’Ucraina dopo l’invasione russa per identificare gli aggressori, combattere la disinformazione e identificare i morti. Il Ministero della Difesa ucraino non avrebbe risposto alle richieste di commento. Clearview ha diverse cause legali negli USA perché accusata di violare i diritti della privacy e alcuni Paesi, tra i quali Regno Unito e Australia, hanno dichiarato le sue pratiche illegali.