lunedì 26 Gennaio 2026
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Il mercato delle materie prime vive un “rally impressionante”

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Da diversi mesi è iniziata a livello globale la convivenza con il rialzo dei prezzi, a partire dal caro energia e dall’effetto domino che ha scatenato. Oggi gli ultimi tasselli, favoriti dal conflitto fra Russia e Ucraina, stanno cadendo, mostrando un quadro di assoluta incertezza e volatilità non più isolato esclusivamente al petrolio e al gas, ma esteso a una moltitudine di materie prime. Ciò significa che, nonostante la crisi globale attuale, alcuni settori sono e saranno destinati a diventare più vantaggiosi agli occhi degli investitori perché portatori di possibili profitti, non trascurando gli ovvi rischi fisiologici. Allo stesso tempo, per uno dei meccanismi alla base dell’economia, questi settori risulteranno meno convenienti per i consumatori, poiché più costosi.

Evoluzione PUN
Evoluzione PUN

Di fronte a un aumento generalizzato dei prezzi, che sfocia poi nel fenomeno dell’inflazione, il consumatore può scegliere due strade: continuare a comprare il prodotto inflazionato, magari in quantità ridotte, oppure decidere di sostituirlo con un bene simile, definito in termini economici come “succedaneo” o “sostituto”. Quest’ipotesi è dunque percorribile nel caso in cui il prodotto in questione sia facilmente rimpiazzabile, come nel classico esempio del burro e della margarina. Ma cosa accade quando il bene non può essere sostituito? I consumatori sono in un certo senso costretti a comprarlo e chi non può far fronte al repentino aumento del suo prezzo, come nel caso delle imprese, è destinato alla chiusura. È ciò che sta accadendo in diverse regioni italiane, come in Lombardia e precisamente a Brescia, dove alcune acciaierie e fonderie hanno fermato la produzione, visto la loro natura “energivora” e il costo della corrente in forte crescita. D’altronde, il PUN (Prezzo unico nazionale dell’energia elettrica) ha toccato il 7 marzo scorso quota 587 euro al MWh: si tratta di una quadruplicazione rispetto all’anno scorso e di una decuplicazione rispetto al 2020.

Petrolio e gas

Evoluzione settimanale di alcune materie prime

Petrolio e gas sono i due protagonisti dell’incremento dei prezzi delle materie prime. D’altronde tra aumento della domanda, scenari geopolitici instabili e l’idea di embargo contro il greggio russo era inevitabile un rialzo così importante. Prima di lasciare spazio ai dati è necessario, per dovere di informazione, fare chiarezza sulla distinzione fra greggio e petrolio: il primo è il cosiddetto “petrolio crudo”, risalente al momento dell’estrazione e  praticamente inutilizzabile, quindi va lavorato. Da un punto di vista finanziario è proprio il greggio, chiamato sul mercato italiano petrolio, a essere preso in considerazione. Nello specifico, si distingue il petrolio Brent da quello WTI sulla base della provenienza geografica: il primo viene estratto nel Mare del Nord, tra la Norvegia e la Gran Bretagna, mentre il secondo proviene dagli Stati Uniti. Attualmente, entrambi si avvicinano al record del 2008, viaggiando sui 130$ al barile e segnando un +70% rispetto a marzo 2021, quando un barile di petrolio costava circa 70$. Anche gasolio e gas naturale, usati ad esempio per riscaldare gli edifici, stanno vivendo una crescita simile al petrolio, con incrementi del 89% e del 24% rispetto all’anno scorso.

4,4$ a gallone

Frumento e mais

Altri due protagonisti dell’incremento dei prezzi sono il frumento e il mais, che dall’invasione russa dell’Ucraina hanno vissuto una crescita esponenziale, visto che dai due Paesi dipende il 30% della produzione mondiale di grano e un quinto del commercio del mais. A causa del caro energia sono aumentati i costi di produzione dei cereali, mettendo in difficoltà sia i produttori sia i consumatori. Ad oggi un bushel (circa 27 chili) di grano viaggia sulla cifra record di 12$ (+54% rispetto a febbraio), raggiunta nel 2008. Cifre diverse ma stesso destino per l’altro cereale che a marzo si è stabilizzato su una soglia di 7,5$/bushel.

12$ per bushel 

Nickel e palladio

Anche i metalli hanno infranto diversi record in termini economici. Il palladio, impiegato soprattutto nelle marmitte catalitiche, si è spinto fino a 3.440 dollari l’oncia sul mercato spot londinese, registrando un incremento di circa l’80% da inizio anno. La motivazione è legata alle tensioni geopolitiche attuali, visto che la Russia è responsabile del 40% dell’offerta mondiale del metallo e le esportazioni, anche causa sanzioni, sono crollate nell’ultimo periodo. Il nickel ha invece quasi raddoppiato il proprio prezzo, spingendosi al record storico di 55 mila dollari per tonnellata al London Metal Exchange (LME). Il metallo, di cui la Russia detiene circa il 10% delle esportazioni, è impiegato sia nella produzione di acciaio sia in quella di batterie.

Oro, argento, rame e platino

Due aspetti accomunano oro, argento, rame e platino: uno è la loro essenza metallica, l’altro è la crescita in termini di prezzo che stanno vivendo nell’ultimo periodo. L’oro, ad esempio, ha superato nelle scorse ore la soglia record di 2000$/oncia. Anche prima che scoppiasse la guerra tra Russia e Ucraina, la domanda delle azioni dei metalli preziosi era elevata, con ogni probabilità trainata dalla ripresa dopo la pandemia. Sul lungo periodo (3 anni) si sono registrati incrementi che variano dal 44% al 66%, segnato dall’argento, uno degli elementi più versatili presenti sulla Terra: il suo uso va dalla saldatura delle leghe alla creazione di batterie, passando per la produzione di semi-conduttori.

[Di Salvatore Toscano]

Faroe: il piccolo Stato che ha rifiutato il lockdown, dimostrando che non fa differenza

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Le Isole Faroe, un arcipelago a governo autonomo che fa parte del Regno di Danimarca, nonostante abbiano contrastato il Covid in maniera decisamente poco restrittiva, durante il primo anno pandemico hanno avuto numeri migliori rispetto alla vicina Islanda, dove la politica sanitaria è stata ben più rigida. Innanzitutto, infatti, bisogna ricordare che nelle Isole Faroe il governo non ha imposto alcun lockdown generalizzato: certo, durante le prime settimane di pandemia sono state ad esempio chiuse le scuole, tuttavia la lotta al virus si è basata principalmente su delle semplici raccomandazioni da parte del governo, che ha invitato i cittadini a seguire determinate regole anziché imporle.

Tra il mese di aprile 2020 ed il mese di maggio vi è poi stato un graduale ritorno alla normalità, con il governo che nei mesi successivi non è tornato sui propri passi. In risposta alle successive ondate, infatti, non sono state introdotte nuove misure di blocco e si è scelto di implementare un massiccio regime di test insieme a un rigoroso tracciamento di casi e contatti, tecnica che si è dimostrata essere efficace come documentato da alcuni studi. «La nostra gestione della pandemia durante la primavera e l’estate del 2020 è stata unica per portata ed efficacia della sua capacità di test ed infatti le Isole Faroe hanno registrato il più alto tasso di test pro capite al mondo», ha affermato in tal senso il primo ministro Bárður á Steig Nielsen sottolineando che se da un lato si è puntato praticamente tutto sui test dall’altro «a differenza della maggior parte dei governi, si è deciso all’inizio di provare ad influenzare il comportamento dei nostri cittadini emettendo raccomandazioni, non emanando leggi».

Detto ciò, è interessante confrontare, come anticipato precedentemente, lo sviluppo della pandemia durante il suo primo anno nelle Isole Faroe e nella vicina Islanda, una nazione molto simile in termini di cultura e standard di vita. L’Islanda ha implementato misure rigorose con cui sono state chiuse nel mese di marzo 2020, tra l’altro, le università, le scuole secondarie nonché poi anche tutte le piscine, i musei, ed i bar. Successivamente, a differenza di quanto fatto nelle Isole Faroe, con la nuova ondata autunnale è stata disposta nuovamente la chiusura di bar, palestre e luoghi di intrattenimento. Eppure, confrontando i numeri relativi al Covid tra le due nazioni, si nota che quelli delle Faroe siano migliori di quelli islandesi. Al 28 febbraio 2021, infatti, i casi confermati nelle Isole Faroe erano poco meno di 14.000 per milione di persone ed i decessi erano di 20 per milione, mentre in Islanda vi erano circa 16.000 casi e 80 decessi per milione nel medesimo periodo. Certo bisogna specificare che alla data del 28 febbraio 2021 nelle Faroe il 5,8% della popolazione fosse completamente vaccinata mentre in Islanda il 3,4%, tuttavia si tratta appunto di una leggera differenza che evidentemente può aver inciso in maniera alquanto limitata.

È per questo, dunque, che le differenze tra i due paesi meritano di essere prese in considerazione, in quanto potrebbero potenzialmente indicare che maggiori restrizioni non sono in maniera certa sinonimo di miglior contrasto alla pandemia. Inoltre, seppur sia comunque difficile affermare con certezza ciò, un altro elemento a favore di tale tesi è costituito dalla densità di popolazione delle due nazioni: se da un lato, infatti, il minor numero di abitanti delle Isole Faroe (circa 50.000) rispetto a quello dell’Islanda (circa 366.000) potrebbe far pensare che il paragone sia totalmente fuorviante, la densità di popolazione dimostra che ciò non sia esatto, in quanto quella delle Isole Faroe (34,8 abitanti per chilometro quadrato) è molto più elevata rispetto a quella dell’Islanda (3,09 abitanti per chilometro quadrato).

[di Raffaele De Luca]

Biden annuncia lo stop all’import di petrolio russo

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In diretta televisiva Joe Biden ha appena annunciato il bando del petrolio russo negli Stati Uniti, affermando che «le riserve energetiche del Paese sono a disposizione degli Alleati». L’obiettivo, ha dichiarato il Presidente degli Stati Uniti d’America, è l’indipendenza dal greggio russo prima e dal petrolio in generale poi, ribadendo dunque la necessità di una transizione verso le fonti pulite. Ringraziando tutti i Paesi e le imprese che stanno seguendo la linea della rottura dei rapporti con la Russia, Biden ha concluso: «La storia di questa guerra è scritta. Lascerà la Russia più debole e il resto del mondo più forte».

Crisi energetica: l’Italia torna al fossile, la Germania corre verso le rinnovabili

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Nel tentativo di fronteggiare la crisi energetica in atto, l’Italia sta puntando ancora tutto sul fossile. A maggior ragione di questi tempi, si potrebbe così credere che attingere alle fonti più inquinanti sia l’unica soluzione a disposizione. Tuttavia, il caso della Germania racconta una storia differente. Difatti anche Berlino, e persino più di noi, deve riorganizzazione i propri approvvigionamenti energetici a causa di un’eccessiva dipendenza dal gas russo. Eppure, la strategia scelta è stata un’altra: spingere l’acceleratore sulle rinnovabili.

La Germania, coerentemente con gli ormai annosi obiettivi di sostenibilità, ha deciso quindi di aumentare la crescita dei suoi progetti di energia eolica e solare. Questo, nonostante per la principale economia europea ridurre le importazioni di gas naturale dalla Russia sia stata tutt’altro che cosa da poco. Considerando, soprattutto, che non molto tempo prima aveva già pianificato una rapida uscita dal nucleare. Ma anziché cercare nuovi fornitori di gas o pensare di riaprire le vecchie centrali a carbone, Berlino accelera il passaggio della Legge sulle fonti di energia rinnovabili (EEG). L’obiettivo è far sì che questa entri in vigore entro il 1° luglio 2022. La Legge vedrebbe la Germania incentivare le sovvenzioni per i nuovi pannelli solari sui tetti e, entro il 2028, aumentare la nuova capacità installata a 20 gigawatt (GW) per il solare. Ancor più ambiziosi, invece, gli obiettivi per l’eolico. Quello onshore, entro il 2027, aumenterebbe di 10 GW all’anno, fino ad arrivare a 110 GW complessivi entro il 2035. Anno in cui, poi, l’energia eolica offshore dovrebbe raggiungere i 30 GW, anche grazie ad un nuovo tipo di contratto che permetterà agli operatori di ottenere profitti aggiuntivi se i prezzi dell’elettricità saranno alti. In questo modo, entro il 2030, le fonti rinnovabili soddisferanno l’80% del fabbisogno elettrico della Germania. Il 100%, entro il 2035: cinque anni prima del precedente obiettivo di abbandonare i combustibili fossili “entro il 2040”.

E l’Italia? Nelle ultime settimane, ‘diversificazione’ è il concetto chiave sbandierato dal Ministero della Transizione Ecologica. La crisi in Ucraina ha messo in evidenza le fragilità del sistema energetico italiano, così, correre ai ripari per arginare delle conseguenze già fin troppo evidenti è un dovere dei vertici governativi. Ma diversificare cosa? Nel nostro caso, di certo non le fonti energetiche. Nonostante le potenzialità del nostro territorio, anziché sfruttare la spiacevole occasione per avvicinarci ai target europei sulle rinnovabili, l’unica cosa che diversificheremo saranno i fornitori di gas fossile. «In 24-30 mesi – ha fieramente annunciato il ministro Cingolani – saremo indipendenti dal gas della Russia». In che modo? Dei 29 miliardi di metri cubi di gas che ogni anno l’Italia importa dal Cremlino, 15-16 miliardi di metri cubi saranno rimpiazzati da altri fornitori. Per il resto, rigassificazione e rinforzo delle nostre infrastrutture. In sostanza, aumenteremo la produzione nostrana di gas e passeremo dall’essere dipendenti da un Paese all’essere dipendenti da altri. E chi sono questi altri? Algeria, Libia, Qatar, Azerbaijan… insomma, tutte nazioni famose per la loro ‘stabilità’ geopolitica. Per quanto riguarda poi la possibilità che vengano riaperte le centrali a carbone, il ministro rassicura che ‘al massimo’ «si potrebbero mandare a pieno regime quelle ancora in funzione di Brindisi e Civitavecchia». Sulle rinnovabili, invece, tutto tace.

[di Simone Valeri]

 

Uova allevate a terra: un inganno del marketing che nasconde la sofferenza animale

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L’acquisto di uova provenienti dai sistemi di allevamento intensivo e industriale è sconsigliato, così come quelle “allevate a terra” che sono frutto di un inganno del marketing e dello sfruttamento totale degli animali.

Oggi gli esperti di zootecnia denunciano un altro problema degli allevamenti di galline ovaiole, quello della frattura ossea dello sterno. Da anni si sa che queste povere bestiole soffrono di osteoporosi precoce a causa dell’accrescimento troppo rapido e violento dato dal sistema di allevamento a cui sono sottoposte (la massa grassa e muscolare cresce ad un ritmo superiore di quella ossea). Nelle galline ovaiole le fratture, oltre a compromettere il loro benessere a causa del dolore, causano un calo della produzione e della qualità delle uova, con conseguente riduzione della redditività dell’allevamento.

Le fratture possano variare da allevamento ad allevamento. Queste ultime iniziano ad apparire intorno alle 25 settimane di vita e arrivano ad interessare anche il 50% dei capi alla fine del ciclo di ovodeposizione, la cui durata è di 60 settimane (15 mesi). Le galline che riportano fratture sembrano modificare il proprio comportamento e ciò potrebbe essere dovuto al dolore. Ad esempio, l’esemplare con fratture presenta tempi più lunghi nel saltare giù da un trespolo e nel muoversi all’interno delle strutture, e questi tempi si riducono somministrando analgesici. Quindi, la preoccupazione è che le galline soffrano e che i parametri di benessere animali, richiesti dalla legge, non siano rispettati da tale tipologia di allevamento intensivo. È anche probabile che le uova delle galline con fratture siano limitate in termini di quantità e qualità. La guarigione da una frattura, infatti, richiede molta energia e calcio, elementi di cui le galline hanno bisogno anche per la produzione di uova (il guscio dell’uovo è fatto in gran parte di calcio).

Più uova vengono deposte, più sono le fratture delle ossa

Il paradosso di questa faccenda è il fatto che più le galline sono stimolate ad alimentarsi, più le fratture delle loro ossa aumentano. Il motivo di ciò, secondo gli esperti, riguarda l’elevato fabbisogno di calcio richiesto dalle galline nelle attuali condizioni di allevamento, finalizzate alla elevata produzione di uova (circa 325 uova all’anno). Deporre quasi un uovo al giorno implica un impiego elevato di energia nel metabolismo delle galline e provoca la rottura del tessuto osseo per rilasciare il calcio in esso contenuto, in modo da poter essere utilizzato dall’animale per costruire il guscio. Questo fenomeno provoca la demineralizzazione ossea e rende l’osso soggetto a fratture in caso di urti o collisioni, molto frequenti nell’ambiente sovraffollato in cui le galline sono allevate. In condizioni più naturali, utilizzando galline con una genetica non mirata alla produzione di uova a ciclo continuo, le pause nella produzione permetterebbero alla gallina di ricostituire questo minerale e mantenere le ossa robuste. 

Per un acquisto consapevole

Le uova in commercio non sono tutte uguali, ma troviamo 4 tipologie di prodotto. Le possiamo distinguere, oltre che dalle diciture presenti sulle confezioni (uova “biologiche”, “allevate a terra”, “allevate all’aperto”), da un codice alfanumerico che viene stampigliato per legge sull’uovo. Quest’ultimo permette di tracciare la provenienza e sapere realmente come e dove è nato l’uovo. Il primo numero da sinistra che compare in questo codice ci dice la tipologia di allevamento che è stata posta in essere.

 Le 4 tipologie di allevamento

Quando troviamo il numero zero come primo numero del codice, abbiamo a che fare con un uovo biologico. Queste uova provengono da galline che seguono un ciclo di vita abbastanza naturale con accesso al pascolo in prato verde (10 metri quadrati di spazio verde per gallina), ai mangimi biologici e a cure fitoterapiche e non farmacologiche. La gallina, per fare un uovo dalle qualità superiori deve trovare da sola, razzolando nel prato, almeno una parte di quello che mangia (vermetti, insetti e altri piccoli animaletti, e ovviamente un ricco banchetto di erbe spontanee). Altro elemento importante di questa tipologia di allevamento è l’effetto antistress dovuto al razzolare in prossimità del manto d’erba e al beccare le verdi piantine del prato. Inoltre, le galline che vivono all’aperto sono in genere razze rustiche, più robuste, che si ammalano di meno e quindi non necessitano di farmaci e antibiotici tipici delle galline ovaiole allevate nei capannoni al chiuso. Questa tipologia di galline e di allevamento dà come risultato produttivo finale un uovo ogni 2 giorni e non uno al giorno come avviene nella tipologia di allevamento più intensivo. L’uovo biologico in Italia ha un costo medio di 40-50 centesimi.

Il codice 1 caratterizza una tipologia di allevamento in parte all’aperto e in parte al chiuso, ma di tipo intensivo (densità di popolamento: 1 gallina ogni 2,5 metri quadri di terreno). Il numero 2 è collegato a uova provenienti da allevamento a terra, in capannoni chiusi e con luce artificiale per 24 ore al giorno. Si tratta di una tipologia alquanto innaturale e forzata, caratterizzata da una alimentazione ipercalorica e da una densità di popolamento di 7-9 galline per metro quadro. Il codice 3 identifica uova di galline allevate in gabbie, una tipologia di allevamento talmente dannosa per la salute degli animali e per quella dei consumatori, che ormai quasi in tutta Europa sono in moto progetti di legge per abolirla completamente. Le caratteristiche di questo tipo di allevamento sono le stesse di quelle con codice 2 ma con una densità di popolamento di 25 galline per metro quadro. Queste uova costano al supermercato circa 13-15 centesimi cadauno soltanto.

Contenuti nutrizionali diversi

Nel 2010 negli Stati Uniti è stato pubblicato uno studio in cui si mostravano i valori nutrizionali delle uova da allevamenti in gabbie e da allevamenti biologici. Come potete osservare dalla immagine qui di seguito, i valori di vitamina E, vitamina A, betacarotene, omega-3, colesterolo e grassi saturi erano tutti nettamente migliori nelle uova da allevamento biologico.

In sostanza, le uova provenienti da allevamenti intensivi in gabbie, non solo penalizzano fortemente il benessere dell’animale e la salute dell’ambiente, ma procurano un danno alla salute delle persone in quanto si tratta di uova con un profilo nutrizionale molto basso, fortemente infiammatorio (le uova sono cariche di grassi saturi e sprovviste di grassi omega-3 antinfiammatori). Inoltre, hanno quantitativi bassissimi di vitamine preziose che intervengono, fra le altre cose, sul benessere della pelle, degli occhi e nella sintesi dell’eme, una frazione dell’emoglobina che permette il trasporto di ossigeno nel sangue. Avere una adeguata disponibilità di vitamina E è importantissimo per il sangue: nel plasma, al di sotto di certi livelli di concentrazione, i globuli rossi diventano più fragili e la loro vita media si accorcia.

Questo delle uova è il miglior esempio per imparare che non basta fare attenzione a ciò che si mangia, ma anche a ciò che mangia la fonte di cibo in questione.

[di Gianpaolo Usai]

Stati Uniti: evacuazioni in Florida a causa degli incendi

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In Florida diverse centinaia di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni a causa di un’ondata di incendi alimentata dalla presenza di vegetazione morta nell’area. Lunedì 7 marzo sono andati distrutti circa 4.800 ettari di territorio, interessando principalmente la comunità di Panama City, nel nord della Florida. «La crescita della copertura nuvolosa, unita all’aumento dell’umidità, dovrebbero aiutare a far rientrare l’allarme» ha detto Joe Zwierzchowski, portavoce del Florida Forest Service. Attualmente non sono stati segnalati decessi.

Ucraina, prove di trattativa: Putin ufficializza le richieste per la pace

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Ieri, 7 marzo, la Bielorussia ha ospitato il terzo round di colloqui Russia-Ucraina, ottenendo risultati scadenti. Le parti, molto lontane dal trovare un punto d’incontro, si sono dovute accontentare dello stabilire una quadra sull’istituzione di corridoi umanitari che consentiranno ai civili di abbandonare il Paese, un risultato che è messo a dura prova da un panorama bellico confuso, fatto di schermaglie che violano gli accordi e di mine antiuomo che nessuno degli eserciti osa rivendicare come proprie.

D’altronde risulta difficile per Kiev accettare le richieste del Cremlino, richieste che sono state pubblicamente formalizzate prima del confronto diplomatico. La Russia pretende che l’Ucraina si impegni a modificare la propria costituzione così da garantirsi neutrale – ovvero che si impegni formalmente a non avvicinarsi ad alcun blocco -, che riconosca la Crimea come russa e che conceda l’indipendenza alle aree separatiste del Donetsk e del Lugansk. Mosca disconosce o rinuncia quindi all’obiettivo che gli è stato attribuito sin dall’inizio dell’invasione: quello di voler sostituire l’Amministrazione ucraina con un’istituzione palesemente filo-russa.

Che il Presidente Vladimir Putin avesse in mente questi traguardi sin da subito o che li abbia ridimensionati a causa delle complicazioni belliche incontrate sul campo, poco importa, quel che importa è piuttosto che Mosca si stia mostrando maggiormente aperta all’idea di uscire dalla sua “operazione speciale” seguendo la via del dialogo. Nonostante la diplomazia stia assumendo forme locali, è impossibile non sottolineare che la possibilità di contrattazione di Kiev sia condizionata duramente dalle reazioni manifestate dall’Occidente intero. Ecco dunque che il Presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, si lancia ripetutamente in appelli provocatori diretti ai Paesi alleati, i quali vengono accusati di ignavia nel tentativo di promuovere una narrazione per cui l’eventuale caduta dell’Ucraina sarebbe da intendersi necessariamente come un segno di fatale debolezza da parte della NATO.

Non che sia difficile intessere una tale lettura dei fatti: non solo le ripercussioni minacciate da alcuni Governi occidentali sono ben più fiacche di quanto questi avevano inizialmente dato a intendere, ma anche sul frangente degli interventi commerciali si registrano opinioni estremamente divergenti, con la Germania che esorcizza l’idea che si possano recidere i rapporti energetici con Mosca. Da notare che Berlino è la più grande importatrice europea di gas russo, seguita dall’Italia. Allo stesso tempo, anche Putin si trova a dover gestire delle complicazioni parallele a quelle direttamente connesse al conflitto ucraino.

Seppure venga citata poco dalle notizie di massa, di vitale importanza è per esempio la situazione dell’Iran, Paese coinvolto nei tentativi di resurrezione dei patti per il nucleare. Proprio questo già traballante sforzo diplomatico potrebbe complicarsi ulteriormente, qualora gli Stati Uniti dovessero porre a Teheran un veto sulla vendita di uranio arricchito alla Russia, cosa che svilupperebbe conseguenze strategiche e politiche la cui portata è difficile da prevedere. Da osservare con attenzione sono anche le mosse della Cina, la quale, pur essendo pubblicamente vicina a Mosca, si trova nella difficile situazione di dover prendere una posizione su un’invasione che, nell’interpretazione russa, ha preso il via per garantire la sopravvivenza dei separatisti del Donbass. Beijing si è sempre fatta promotrice del mantenimento dell’integrità territoriale, della non interferenza negli affari interni delle nazioni estere, supportare con troppa enfasi le mosse del Cremlino andrebbe quindi a minare la credibilità delle sue posizioni.

Zelensky, dal canto suo, cerca di spingere per trovare un compromesso che non abbia il sapore della capitolazione, ben consapevole che le pressioni finanziarie esercitate dall’Occidente sulla Russia mostreranno la loro efficacia solamente nel tempo. I prossimi colloqui sono quindi previsti per il 10 marzo ad Antalya, Turchia, Paese che nonostante sia all’interno della NATO è noto per i suoi forti legami con la Russia. «Ankara non abbandonerà né Mosca né Kiev», aveva infatti annunciato a inizio mese il Presidente turco Recep Erdoğan.

[di Walter Ferri]

8 marzo: perché c’è ancora bisogno di una giornata per la parità di genere

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In Italia, la “festa della donna” esiste in maniera ufficiale dal 1945 e a chiederne l’introduzione fu l’Unione Donne in Italia (UDI). L’8 marzo del 1946, fu celebrata per la prima volta nel Belpaese quella che in realtà nel resto del mondo viene chiamata – ben più correttamente – la Giornata internazionale dei diritti della donna, senza ridurla a una “festa”. L’Italia era arrivata tardi rispetto ad altri Paesi, basti pensare che la Giornata fu pensata originariamente nel 1907, durante il congresso socialista che vide protagonisti alcuni tra i maggiori marxisti del tempo. Due anni dopo negli Stati Uniti nacque ufficialmente il Woman’s day. In Europa invece, la data simbolo è quella dell’8 marzo 1917 quando ci fu un enorme sciopero organizzato dalle donne a San Pietroburgo. Durante le manifestazioni in Russia, le donne rivendicavano la fine della guerra. Una giornata tanto importante da essere considerata la vera radice dei movimenti a venire e di quella che è poi diventata la Rivoluzione russa.

La protesta delle donne russe dell’8 marzo 1917

L’8 marzo fu designato come giorno ufficiale dalle Nazioni Unite nel 1975, ma il primo statuto internazionale risale al 1945. Intanto, nella bella Penisola le donne dovevano ancora combattere purché i propri diritti fossero riconosciuti e si raggiungesse la parità di genere; e ancora oggi, c’è del lavoro da fare. Quando si tenne la famosa manifestazione femminista dell’8 marzo 1972 in piazza Campo de’ Fiori a Roma, le donne chiedevano la legalizzazione dell’aborto e la liberalizzazione dell’omosessualità: intollerabile per una società controllata dalla Democrazia Cristiana, tanto attenta al “bene comune” quanto pronta a ordinare alla polizia di caricare le manifestanti a suon di manganellate. La battaglia delle donne in Italia non è però solo relativa ai diritti ed è ancora accesa, per quanto dei miglioramenti siano ormai tangibili.

Uno scatto della manifestazione femminista a Campo de’ Fiori del 1972

Il grande problema è la mentalità patriarcale, l’idea malsana di famiglia tradizionale cara al cattolicesimo e un machismo che rende gli uomini prima vittime, poi ancora troppo spesso pericolosi attuatori di comportamenti violenti. Machismo che poi non è solo caratteristica degli uomini, ma anche di certe donne. Pier Paolo Pasolini è magistralmente riuscito a cogliere lo spirito della mentalità italiana: guardando oggi Comizi d’Amore, documentario in cui l’intellettuale rivolge a italiani di qualsiasi provenienza e classe sociale domande “scomode” su svariati tabù e in generale sul mondo del sesso, si capisce come mai ancora oggi esistano certi perbenismi e un atteggiamento moralista, troppo spesso padre di discriminazioni e rabbia. Erano gli anni Sessanta, poco prima dell’abrogazione del reato di adulterio (1968), dell’introduzione del divorzio (1970), la riforma del diritto di famiglia (1975) e l’introduzione dell’aborto (1978). Ancora più tardi, solo il 5 agosto 1981 con la legge 442, fu finalmente abolito il diritto d’onore.

Una panoramica che almeno in parte riesce a spiegare perché la situazione in Italia sia ancora triste, e sono i dati a parlare: Secondo il Global Gender Gap Index, il rapporto per valutare i progressi fatti verso la parità di genere nei settori della politica, dell’economia, dell’istruzione e della salute dei 153 paesi che il World Economic Forum analizza, l’Italia nel 2019 si classificava al 76esimo posto. Può rincuorare il pensiero che negli ultimi anni, comunque, ci sia stato un miglioramento: secondo il rapporto dell’associazione universitaria Alma Laurea nel 2020 le donne non solo sempre più donne frequentano percorsi universitari (quindi l’accesso allo studio è “ormai” garantito) ma fanno percorsi spesso ben più duraturi dei colleghi uomini. Eppure, la situazione nel mondo lavorativo è ancora piena di diseguaglianze e ingiustizie. Nel mercato del lavoro gli uomini continuano a essere più valorizzati e meno soggetti a trattamenti alle volte indicibili.

Oltre al fatto che a cinque anni dal titolo universitario il tasso di occupazione delle donne laureate è all’85,2 percento mentre quello degli uomini è al 91,2 percento, in media coloro di sesso maschile guadagnano fino al 20 percento in più delle colleghe e sono loro a ricoprire le migliori posizioni, soprattutto quando le donna minacciano di essere “fertili”. Poi dal 2021 il servizio studi della Camera ha predisposto un paragrafo dedicato all’analisi di impatto di genere. Ci si prova a fare passi avanti, ma si rimane paradossalmente molto statici: è anche stato modificato il Codice delle pari opportunità (Dgs. 198/2006) per ridurre le differenze sul piano retributivo e di crescita professionale. Altra novità sono la “certificazione della parità di genere” , poi una nozione di discriminazione e la “clausola di condizionalità” per l’aumento dell’occupazione femminile, oltre che giovanile. Misure teoricamente utili ma ancora da vedere pienamente realizzate, mentre non è certo quanti e quali cambiamenti effettivi esse apporteranno.

Corteo “Non una di meno” a Bologna

Intanto, rimane in auge una mentalità distruttiva per le donne spesso dettata anche da una profonda ignoranza, nel senso che letteralmente si ignora e si è seriamente disattenti. Proprio così si diffondono informazioni non del tutto corrette, come il famoso incendio (realmente avvenuto) nella fabbrica Triangle, che avrebbe dato il via alla ricorrenza odierna. L’incendio però si dilatò il 25 marzo 1911 e non l’8 marzo. Sembra un nonnulla, ma un tale errore storico riconferma ancora una volta la tendenza a vedere le donne ben più deboli di quello che sono, non ricordando che in realtà, la Giornata nasce da donne protagoniste che manifestavano contro qualcosa di enorme come la guerra e non semplici “vittime” bisognose di aiuto. Oppure, in Italia si fatica a dare appoggio e voce a figure che da anni combattono anche le ingiustizie interne a movimenti che dovrebbero abbracciare e non allontanare. Come Alice Walker e il suo womanism poi evoluto in Universalism un “nuovo” femminismo questa volta senza separazione alcuna al suo interno. Però, in Italia, si continua a credere che basti fare gli auguri per una “festa” e, perché no, regalare una mimosa.

[di Francesca Naima]

Il Governo italiano non trova un accordo sulla rimozione del Green Pass

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Il Governo italiano non riesce ancora ad accordarsi su modalità e tempistiche di rimozione della certificazione sanitaria. Se infatti la Lega chiede la totale rimozione allo scadere dello stato di emergenza (il 31 marzo) e il Movimento 5 Stelle insiste per avere almeno un alleggerimento, queste posizioni incontrano il parere contrario del resto dei partiti di maggioranza. Intervistato dalla testata Il Tempo, il sottosegretario alla salute Silleri ha affermato di voler procedere in maniera graduale «ascoltando la scienza, valutando i dati epidemiologici e i suggerimenti del Cts».

La protesta di Ghedi: il paesino lombardo pieno di bombe nucleari americane

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A una manciata di chilometri da Brescia si trova un comune di poche migliaia di anime, dove i venti di guerra tra Russia e Ucraina mettono la popolazione in allerta più che in ogni altro luogo d’Italia. Si tratta della cittadina di Ghedi, la cui base militare conserva circa una ventina di testate nucleari di proprietà statunitense. Per tale motivo la base (e l’intera cittadina) si trova in stato di preallarme dal giorno dell’esplosione del conflitto. Domenica 6 marzo qualche centinaio di persone si sono ritrovate al suo esterno, per chiedere la fine del conflitto la cui rapida escalation ha reso improvvisamente questo piccolo paese un obiettivo sensibile.

Sono appena 18 mila gli abitanti di Ghedi, una piccola cittadina a una ventina di chilometri da Brescia. Un minuscolo centro abitato, diventato improvvisamente obiettivo sensibile nel contesto della guerra tra Ucraina e Russia: si stima infatti che siano almeno una ventina le testate nucleari ospitate dalla base militare locale, che si vanno a sommare alle altre (una trentina) di Aviano, in provincia di Pordenone. Per questo motivo, domenica pomeriggio è stato organizzato un sit-in, durante il quale si è protestato contro una guerra di interessi economici, contro la censura mediatica e culturale, contro le ipocrite e discriminatorie politiche di accoglienza dei profughi e contro l’invio di armi in Ucraina.

Dalla base di Ghedi partirà infatti una parte delle armi che il Governo italiano, evitando abilmente il confronto con il Parlamento e con l’opinione pubblica, ha deciso di inviare in Ucraina. Lista peraltro secretata, della quale non è possibile conoscere con certezza il contenuto, anche se è certo che si tratti di armi pesanti e strumenti di guerra. Un modo di certo curioso di esportare la pace.

Secondo un report di Greenpeace, pubblicato nel dicembre 2020, nelle basi di Aviano e Ghedi sono custodite in tutto una quarantina di bombe. Nel caso di un eventuale attacco a queste basi, il fungo atomico generato potrebbe coinvolgere dalle 2 alle 10 milioni di persone, a seconda dell’intensità dei venti e dei tempi di intervento. L’Italia si configura (secondo le stime, poiché non esistono dati ufficiali al riguardo) il Paese che ha in custodia il maggior numero di testate nucleari di proprietà statunitense. In base agli accordi bilaterali stretti con gli Stati Uniti per la cosiddetta “condivisione nucleare”, i Paesi NATO sono tenuti a ospitare alcune delle testate nucleari e, in caso di esplosione di un conflitto, i cacciabombardieri sono tenuti a sganciare le bombe in caso di necessità. Per questo motivo si tengono esercitazioni anche in tempo di pace, come quella che si è svolta a Ghedi nell’ottobre del 2021. Tuttavia, questo in Italia avviene nonostante il nostro Paese abbia firmato e ratificato il Trattato di non proliferazione nucleare, con il quale si è impegnato per il disarmo e la non proliferazione nucleare.

L’esercitazione, dal nome Steadfast noonè avvenuta contestualmente all’ammodernamento e all’ampliamento della base di Ghedi, dove sono ora custodite le bombe B61-12 di ultima generazione e dove verranno ospitati i nuovissimi cacciabombardieri F-35A adibiti al loro trasporto. L’operazione era stata definita dalla NATO volta a “garantire che il deterrente nucleare della NATO rimanga sicuro, protetto ed efficace”.

Come ricorda Angelo Mastandrea su L’Essenziale del 5 marzo, a Ghedi ha anche sede la fabbrica di bombe Rwm, che il governo Renzi nel 2016 aveva venduto nella quantità di 20 mila ordigni all’Arabia Saudita. L’esportazione è stata sospesa nel 2019 dal Governo Conte e definitivamente interrotta nel 2021 dopo che frammenti di quelle bombe sono stati ritrovati tra le macerie di un’abitazione in Yemen, dove una famiglia di sei persone è stata sterminata.

Dall’esplosione del conflitto in Ucraina, la base di Ghedi si trova in stato di preallarme. E, per il momento, il procedere del conflitto ed i suoi esiti rimangono ancora incerti.

[di Valeria Casolaro]