venerdì 16 Gennaio 2026
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In decine di città italiane si organizzano manifestazioni per la pace

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In Italia erano le 03:50 del 24 febbraio 2022 quando Putin ha annunciato l’avvio dell'”operazione militare speciale” in Ucraina. Da quel momento gli scontri si sono susseguiti sia al confine sia nell’entroterra, riportando centinaia di morti e migliaia di sfollati, con le città ucraine sotto assedio. Nel frattempo in decine di Paesi del mondo si sono registrate diverse manifestazioni per chiedere la cessazione immediata delle ostilità: dal Regno Unito al Giappone, passando per Italia e Germania. Anche in Russia sono avvenute nella notte diverse proteste contro la decisione di Putin, terminate con più di 1400 arresti. Per la giornata di domani, 26 febbraio, sono previste ulteriori manifestazioni per la pace in decine di città italiane, così come riporta Peacelink. L’obiettivo è ripudiare la guerra e, in diversi casi, opporsi all’allargamento della NATO.

“Tutti i popoli devono essere messi nelle condizioni di vivere insieme nella sicurezza e in pace, impegnati a preservare durevolmente l’umanità, liberi di scegliere i propri destini e di determinare le proprie forme di governo. Siamo contrari a tutte le guerre e siamo convinti che il movimento pacifista debba ritornare a essere presente” recita il comunicato pubblicato dalle associazioni cosentine. A Roma si chiede invece “uno stop immediato delle ostilità. Il primo obiettivo deve essere la protezione umanitaria dei civili. Necessarie poi iniziative di demilitarizzazione e disarmo, in particolare nucleare”. A Bologna è prevista dalle 18 una fiaccolata da Piazza San Francesco a Piazza Maggiore “per dire no a leader mondiali e locali che trascinano il mondo in un’avventura senza ritorno”.

[Di Salvatore Toscano]

Ucraina, mezzi militari russi alle porte di Kiev

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Le forze armate russe starebbero velocemente marciando verso la capitale ucraina Kiev, e si troverebbero ormai a pochi chilometri dalla città. Alcune fonti non verificate riportano anche immagini di carri armati russi che sarebbero già riusciti a penetrare all’interno della città e starebbero marciando verso il centro. All’esterno della capitale alcune strade sono state fatte saltare in aria per impedire l’arrivo dei mezzi russi da guerra. Il presidente ucraino Zelenskiy ha chiesto un maggiore sforzo da parte della comunità internazionale, definendo insufficienti le sanzioni decise ai danni della Russia.

Benessere animale: la Campania rimuoverà le gabbie dagli allevamenti

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La Campania ha deciso di schierarsi in maniera netta contro la sofferenza degli animali di allevamento: il Consiglio regionale, infatti, ha approvato all’unanimità una mozione con cui ha impegnato la Giunta, tra l’altro, a “porre in essere politiche e strumenti a supporto della transizione ad allevamenti senza gabbie e rispettosi del benessere animale”. Si tratta di una vittoria per il consigliere regionale del Movimento 5 Stelle Michele Cammarano che, essendo il firmatario della mozione, ha accolto con grande entusiasmo la deliberazione sottolineando che «in Campania gli animali ospitati all’interno degli allevamenti intensivi non saranno più costretti a vivere chiusi in gabbie, spesso anguste, o stipati in recinti sovraffollati, tra la melma e i loro stessi escrementi».

Una decisione dunque rilevante, con la quale la Campania diviene la seconda regione a muoversi in tal senso: essa, infatti, va ad affiancarsi all’Emilia-Romagna, dove già nel mese di maggio 2021 la Giunta regionale era stata impegnata a favorire la medesima transizione del settore zootecnico. Il passo compiuto dal Consiglio regionale campano, inoltre, è in linea con l’iniziativa dei cittadini europei denominata “End the Cage Age”, letteralmente “stop all’era delle gabbie”. Si tratta di un appello, registrato presso la Commissione UE nel 2018 e sottoscritto da 1,4 milioni di persone in un anno, che è arrivato a smuovere le istituzioni europee, le quali si sono impegnate ad eliminare le gabbie gradualmente in tutti i Paesi dell’Unione.

Gli oltre 300 milioni di animali all’anno allevati in gabbia in tutta Europa, tra cui galline, vitelli e conigli, potranno così non patire più sofferenze palesi: le gabbie, infatti, sono nettamente sinonimo di crudeltà. A conferma di ciò vi sono non solo le inchieste condotte dalle associazioni animaliste, ma anche la presa di posizione di una parte del mondo scientifico: oltre 140 scienziati, infatti, negli scorsi mesi hanno inviato una lettera alla Commissione europea in cui hanno dichiarato di sostenere l’iniziativa “End the Cage Age” proprio in virtù della sofferenza che le gabbie arrecano agli animali. “L’argomento scientifico contro le gabbie è chiaro: gli animali d’allevamento europei vivono vite miserabili confinati in piccoli spazi”, hanno sottolineato i firmatari, precisando che “a molti vengono negati comportamenti naturali importanti e basilari e ciò che rende una vita degna di essere vissuta”.

[di Raffaele De Luca]

Russia: manifestazioni contro la guerra in 50 città

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Nella giornata di giovedì 24 febbraio migliaia di persone hanno protestato in giro per il mondo contro la decisione di Putin di invadere l’Ucraina. Anche in Russia, soprattutto a San Pietroburgo e a Mosca, si sono registrate delle manifestazioni. Per ora il conto degli arresti nel Paese è fermo a 1400, con oltre 50 città coinvolte. Soltanto a Mosca, durante la protesta svolta in piazza Pushkin, sono state fermate 719 persone. A San Pietroburgo, invece, gli arresti confermati sono 342. I dati, in continuo aggiornamento, sono forniti dalla ong Ovd-info e dall’agenzia France Presse.

Cosa accade in Ucraina: la situazione ricostruita con i video dal territorio

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Nei conflitti è sempre molto difficile capire cosa stia accadendo. L’informazione è un’arma e le parti in causa cercano di orientarla e manipolarla per i propri fini. Nulla di nuovo. Per quanto possibile abbiamo cercato di ricostruire la cronaca della giornata e di restituire quanto sta accadendo in Ucraina setacciando e verificando una serie di video diffusi nello sterminato spazio della web, al fine di ricostruire quanto sta avvenendo nei punti docali del conflitto e restituire, per quanto possibile, la vita che si sta conducendo a Kiev e dintorni.

Nelle prime ore del mattino hanno iniziato a suonare le sirene nella capitale Kiev. La Russia, ha deciso di lanciare un’operazione militare su tutto il territorio dell’Ucraina. Le truppe di Mosca sono entrate in Ucraina sia dal Donbass, che dalla Bielorussia. Diversi sarebbero gli obiettivi militari ucraini colpiti durante le prime fasi dell’offensiva. Come confermato dal Ministero della Difesa che alle 14:29, stando a quanto riportato da Sputnik, ne indicava 74. Sempre dal ministero hanno aggiunto come l’offensiva fosse esclusivamente concentrata su obiettivi militari evitando le città e gli obiettivi civili, per evitare vittime.

A Kakhovka nell’Ucraina del sud, i militari russi hanno preso possesso della centrale idroelettrica situata sulle rive del Dnepr. Obiettivo strategico data la vicinanza (circa 70 km) con la Crimea.

Anche Odessa, il più importante porto dell’Ucraina è stato colpito, imponenti colonne di fumo nero si vedono alzarsi sulla città ucraina. Oltre al porto, pare sia stata colpita anche una base militare, fonti non confermate indicano in 18 il bilancio momentaneo dei morti. Non è ancora certo se il porto sia già da considerarsi sotto il pieno controllo russo.

Attacco aereo nella cittadina di Myrhorod, Ucraina centrale. Colonne di fumo si alzano sopra la città dopo il bombardamento.

Anche l’aeroporto della città di Ivano-Frankivsk è stato colpito. Data la vicinanza con la Transnistria, regione della Moldavia, le truppe russe potrebbero essere partite proprio da qui per colpire questo obiettivo. In ogni caso la Slovacchia avrebbe mobilitato il proprio esercito, dato che anche obiettivi dell’Ucraina occidentale sono stati colpiti.

I combattimenti hanno interessato anche l’aeroporto di Hostomel, a 35 chilometri dalla capitale, in un assalto che potrebbe fare pensare ad un’offensiva contro il governo centrale di Kiev. Diverse fonti inoltre sostengono che la contraerea ucraina abbia abbattuto tre elicotteri russi.

Uno degli elicotteri russi abbattuti a Hostomel.

Continuano a suonare le sirene d’emergenza nella capitale ucraina.

Mezzi blindati ucraini presidiano le strade della capitale, presagio che gli scontri potrebbero interessare anche la città e i suoi quasi 3 milioni di abitanti. Nella città, come in tutta l’Ucraina, il governo ha mobilitato i riservisti ed è stato dichiarato il coprifuoco notturno.

Che la situazione sia critica lo dimostrano anche le lunghe code di automobili che dalle prime ore del mattino stanno tentando di lasciare la capitale. Un grande flusso di ucraini è diretto verso la frontiera con la Polonia.

Salgono le preoccupazioni anche da parte degli stranieri ancora presenti a Kiev, come possiamo vedere dalle immagini di cittadini indiani che si sono rivolti alla loro ambasciata.

Un condominio colpito nell’ucraina dell’est a Chuhuiv, cittadina poco distante da Kharkiv.

Intanto a Kharkiv cittadini ucraini sono in fila per donare il sangue. Il premier ucraino Volodymyr Zelenskyj ha invitato la popolazione a resistere all’offensiva russa, chiedendo inoltre ai cittadini in grado di combattere di rivolgersi alle autorità.

La metropolitana di Kharkiv, utilizzata come rifugio ai bombardamenti russi dalla popolazione. Tutte le stazioni della metropolitana dell’Ucraina sono state aperte alla popolazione a questo scopo.

[di Enrico Phelipon e Walter Ferri]

Cremlino: Putin è pronto a colloqui con Kiev su status neutrale Ucraina

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Il Presidente russo, Vladimir Putin, sarebbe pronto a negoziare un accordo con la leadership ucraina sullo status neutrale del Paese e sulla sua demilitarizzazione: lo si apprende dall’agenzia di stampa russa Interfax, secondo cui a renderlo noto sarebbe stato l’addetto stampa di Putin, Dmitry Peskov. Alla domanda chiarificatrice, ovverosia se la Russia fosse pronta ora a discutere con l’Ucraina di ciò, Peskov avrebbe risposto: «Se la leadership ucraina è pronta a parlarne».

La strategia ambientale di ENI esiste solo negli spot pubblicitari

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L’osannata strategia adottata da ENI per allinearsi alla sperata sostenibilità ambientale entro il 2050 è fallimentare e l’azienda italiana, già principale emettitore italiano di gas serra, continua a investire senza sosta sul gas e sul petrolio. A dimostrarlo è il nuovo rapporto di Reclaim Finance, che condanna ENI e le altre major europee del settore. Un “grande fallimento” (major failure) perché le enormi aziende, per adattarsi concretamente agli obiettivi dell’accordo di Parigi sul clima e rispettare lo scenario Net Zero del 2021 World Energy Outlook, dovrebbero puntare alla riduzione drastica della produzione di petrolio e di gas fossile. Nel caso specifico dell’azienda italiana, tra l’altro quinta in Europa e diciannovesima a livello mondiale nel suo settore, la riduzione dovrebbe essere almeno del 51% entro il 2030 (secondo i modelli di Carbon Tracker). Però, anche se ENI dovesse rispettare completamente il proprio piano di riduzione tanto pubblicizzato, questo non basterebbe, anzi. Nel 2030 la produzione di combustibili fossili dell’azienda sarà ancora imponente e di quindici volte superiore all’energia ottenibile da fonti rinnovabili.

Per un vero percorso di decarbonizzazione è necessario diminuire le emissioni fin da subito e non aumentarle come fanno cinque delle sei major analizzate da Reclaim Finance, ENI compresa. Paradossalmente, la crescita è riscontrabile fin dagli Accordi di Parigi sul clima e continuerà indisturbata fino al 2024. Ed ecco come il cane a sei zampe, nonostante dica di impegnarsi a ridurre le emissioni dirette e indirette del settore esplorazione e produzione del 50% entro il 2024 e la sua intensità media di carbonio dei prodotti energetici venduti del 15% entro il 2030, sia ora in procinto di sviluppare nuovi giacimenti di petrolio e gas fossile. In pratica, nel breve termine, le emissioni dell’azienda stanno crescendo e non diminuendo. La promessa di una diminuzione rimane una fantasia per il futuro, mentre il presente continua ad essere danneggiato e l’impegno in obiettivi tanto lontani di neutralità del carbonio non mantiene il riscaldamento globale al di sotto di 1,5°C, come stabilito durante gli Accordi di Parigi.

Con i dati di Rystad si calcola che i nuovi investimenti di ENI porteranno all’aumento della produzione del 3,5% da oggi al 2024. Seguendo gli stessi piani dell’azienda italiana, la propria produzione upstream (ovvero l’insieme dei processi da cui ha origine l’attività di produzione dei combustibili) sarà in netto aumento fino al 2025 prima di potersi stabilizzare, dunque entro il 2030 la produzione crescerà ancora del 6%. Le stime di Reclaim Finance, Greenpeace Italia e ReCommon sulla base dei dati forniti dalla stessa società, parlano chiaro: nel 2050 la multinazionale avrà emesso almeno il 45,8% in più del budget assoluto di emissioni climalteranti, percorrendo una strada ben lontana dal fatidico limite imposto dagli Accordi di Parigi.

E i problemi non finiscono qui. C’è anche da considerare quanto la strategia di riduzione delle emissioni dell’azienda italiana si basi su una tecnologia alquanto costosa e che finora ha registrato più fallimenti che successi. Eppure, ENI continua a far credere che il suo sia un impegno reale e concreto, tanto da indurre a credere che alla base della filosofia aziendale ci sia una sincera attenzione per l’ambiente. Lo fa attraverso pubblicità e sponsorizzazioni che alla prova dei fatti si rivelano incongruenti, visto come l’80% del suo portfolio si basi sui combustibili fossili, ma solo l’8% degli annunci parla di combustibili. La volontà di ENI di raggiungere il Net Zero, le parole spese a più riprese per trasformarsi in una “compagnia energetica a emissioni nette zero” entro il 2050 e poi la scoperta di come stiano realmente le cose, fa pensare più a un ecologismo solo di facciata. Greenwashing come nelle proprie pubblicità.

[di Francesca Naima]

Recensioni indipendenti: Involuntary (film)

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Secondo lungometraggio del talentuoso regista svedese Ruben Östlund, (Palma d’Oro a Cannes nel 2017 con The Square) Involuntary è stato presentato con successo nella sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes nel 2008 e premiato come miglior film al Festival del Cinema Europeo di Bruxelles. Uno sguardo fresco e realista sulla società svedese, sulle lezioni da imparare e da insegnare, proponendo un ritratto provocatorio e innovativo su comportamenti comuni a tutti. Il film racconta, con un intreccio apparentemente casuale, cinque storie parallele, valide in qualsiasi luogo e contesto, diverse ma legate da un tema principale, lo sguardo amaramente tragicomico sulla quotidianità e sulle dinamiche che l’influenza del gruppo ha sull’individuo, mettendo a fuoco sia le condizioni sociali che i limiti da non oltrepassare, evidenziando momenti di tensione in cui la cultura svedese si scompone e tradisce l’idea ultracivile che ha di se stessa.

In un’elegante villa un uomo sta festeggiando con un gruppo di amici il compleanno della moglie. A fine serata ci sono i fuochi d’artificio, ma un incauto comportamento dell’uomo che viene colpito dall’esplosione di un petardo, potrebbe rovinare la festa. Per l’imbarazzo e per paura del giudizio degli amici, si rifiuta di farsi visitare da un medico. Un trentenne, con un gruppo di vecchi amici trascorre un weekend in campagna dove, a causa dell’eccessivo uso di alcol, viene umiliato, fatto oggetto anche di approcci sessuali e ne resterà traumatizzato. Due ragazze adolescenti completamente sedotte da internet, nell’inconsapevolezza di un’età acerba, decidono di ubriacarsi ed emularne i personaggi più trasgressivi, ma fuori ciò che incontreranno nella realtà sarà ben diverso e molto pericoloso. A scuola un’insegnante accusa alcuni suoi colleghi di avere comportamenti sbagliati verso certi studenti che vengono maltrattati e talvolta picchiati per la loro mancanza di disciplina senza che sia presa in considerazione la benché minima attenuante da ricercarsi spesso in un profondo disagio familiare e sociale. Anziché riuscire a cambiare la situazione, rischia lei stessa di essere emarginata dai colleghi. Infine, una donna durante un viaggio su un autobus crea una situazione che lei stessa avrebbe dovuto spiegare con grande semplicità e che non comportava alcuna conseguenza, lascia invece che un altro se ne assuma la responsabilità e non fa niente perché ciò non accada.

Ruben Östlund dirige questo film di 98 minuti visibile sulle piattaforme streaming MUBI e Prime Video, con una maestria e un controllo notevoli, dosando ogni storia senza lasciare nulla al caso e riuscendo benissimo ad immergere lo spettatore dentro i fatti narrati usando una tecnica quasi documentaristica come in un esperimento visivo, restituendoci la consapevolezza di un quadro sociale, culturale ed antropologico dell’individuo e il suo insieme, accentuandolo con lunghi piani sequenza, ampie profondità di campo e inquadrature fisse su luoghi, dettagli e attori, per la maggior parte non professionisti resi ancora più veri e convincenti dalla  loro interpretazione basata sulla riuscitissima improvvisazione.

Un film davvero ben riuscito che ci mette di fronte ad una realtà nella quale tutti possiamo riconoscerci e dove la personalità dell’individuo può mutare  in modo involontario e inconsapevole, ci fa riflettere su quanto le dinamiche collettive finiscano per modificare e talvolta annullare scelte e valori personali facendoci perdere anche il criterio di valutazione delle conseguenze.

[di Federico Mels Colloredo]

 

Ucraina: combattimenti a 35 km da capitale

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Il consigliere presidenziale ucraino Mykhaylo Podolyak, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Bloomberg, avrebbe detto che sono in corso pesanti combattimenti all’aeroporto di Hostomel, a circa 35 km a nord-ovest dalla capitale, Kiev. Podolyak avrebbe altresì aggiunto che l’attacco russo all’aeroporto potrebbe mirare a portare truppe aviotrasportate e un assalto all’amministrazione governativa, ed avrebbe invitato i giornalisti a lasciare l’edificio al centro di Kiev. Intanto Mosca annuncia la distruzione di 74 obiettivi, di cui 11 basi militari aeree.

Covid: Draghi annuncia la fine dello stato di emergenza, ma solo per finta

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In data 23 febbraio il premier italiano Mario Draghi ha annunciato l’intenzione del Governo di non voler prorogare lo stato di emergenza oltre il 31 marzo. Draghi stesso ha infatti riconosciuto come il numero dei contagi sia in discesa, fattore che può portare alla rimozione delle restrizioni imposte ai cittadini in ragione dell’emergenza sanitaria. Di fatto, tuttavia, la dichiarazione del premier non si traduce in atti concreti in modo sostanziale: alla fine dello stato di emergenza non corrisponde infatti l’abolizione delle restrizioni imposte ai cittadini proprio in ragione dell’emergenza, tra le quali l’obbligo vaccinale per  determinate categorie di lavoratori over 50, che rimarrebbe in vigore addirittura fino al 15 giugno.

«Voglio annunciare che è intenzione del Governo non prorogare lo stato d’emergenza oltre il 31 marzo»: sono queste le parole con le quali il Presidente del Consiglio Mario Draghi ha annunciato, mercoledì 23 febbraio, il termine dello stato di emergenza, a ben due anni dalla sua introduzione dovuta allo scoppio della pandemia da Covid-19. Il premier ha dichiarato che a questa decisione seguirà la graduale rimozione delle restrizioni quali l’obbligo di certificazione sanitaria per accedere a determinati eventi (per lo più di intrattenimento  e sportivi), l’obbligo di mascherine FFP2 nelle classi e l’obbligo di quarantena da contatto. «Il nostro obiettivo è quello di riaprire tutto e al più presto» ha dichiarato il premier.

Tuttavia è evidente come le dichiarazioni fatte siano percorse da una contraddizione lapalissiana, che di fatto sancisce la mancanza di una reale intenzione del Governo di allentare più di tanto le restrizioni. Di fatto, qualsiasi misura eccezionale di riduzione della libertà dei cittadini presa in questi due anni è stata giustificata dal persistere di uno stato di emergenza sanitaria, che permette l’introduzione di norme per l’appunto “eccezionali”. Con il suo decadere, la libertà individuale dovrebbe essere pienamente restaurata e le misure eccezionali perdere di legittimità. Tra queste, dovrebbero rientrare a pieno titolo provvedimenti quali l’obbligo di vaccinazione per i lavoratori over 50 (pena canzoni e sospensione dal luogo di lavoro senza stipendio) e l’uso diffuso del green pass.

Pochi giorni fa, tuttavia, il Governo ha bocciato un emendamento che proponeva l’abolizione del green pass contestualmente alla fine dell’emergenza, stabilita per il 31 marzo. La mossa, seppur non andata a buon fine, ha portato alla luce le profonde crepe presenti nella maggioranza di Governo rispetto a tale tematica, mostrando come il fronte politico a favore del green pass sia tutt’altro che unito.

L’Italia è rimasta la sola in Europa ad essere ferma su posizioni che impongono stringenti misure di limitazione della libertà personale: quasi tutti i Paesi europei hanno infatti annunciato l’eliminazione della quasi totalità delle restrizioni contestualmente alla fine dell’emergenza o ne hanno allenato la severità. La prudenza del Governo italiano si colloca quindi in una posizione isolata di eccezionalità, al punto che la stampa internazionale ha iniziato a definirne le politiche come “inutile tirannia”.

[di Valeria Casolaro]