martedì 20 Gennaio 2026
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Siamo tutti mediterranei, una storia di identità e stereotipi

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Nel 2009 il grande pubblico italiano scoprì, quasi all’improvviso, di essere considerato dagli altri membri dell’Unione Europea, come uno stato in perenne crisi, incapace di onorare gli accordi e economicamente inefficiente, non un partner alla pari, bensì una zavorra di cui liberarsi, come il tono di molti articoli dell’epoca ben testimonia. In questo giudizio l’Italia non era sola, ma accompagnata da altri paesi: Grecia, Spagna e Portogallo, chiamati assieme con l’acronimo PIGS. Se aggiungiamo le loro difficoltà istituzionali e la successiva esplosione della crisi migratoria che ha destabilizzato tutta l’UE, deteriorandone i costrutti fondamentali (con la parziale sospensione di uno dei suoi fondamenti, la libera circolazione), non sorprende allora che il Sud Europa e il bacino del Mediterraneo vengano considerati l’epicentro del problema, se non proprio la principale e forse unica causa delle difficoltà europee. Questa non è però una verità fattuale, bensì ideologica che crea una contrapposizione etica e morale tra due realtà percepite come davvero distinte: un’Europa continentale affidabile, produttiva e ordinata, e un mondo mediterraneo caotico, improduttivo e, ça va sans dire, assolutamente inaffidabile.

La stessa etichetta di PIGS non è neutra, ma ha un chiaro valore negativo e discriminatorio verso quei paesi, i quali ne hanno più volte contestato l’uso. La scelta dei PIGS non era né casuale, né dettata da motivi solo economici. Identificando infatti il ventre molle d’Europa con gli stati del Sud (tutti alle prese con evidenti difficoltà ma non necessariamente più gravi di alcuni paesi centro-europei), puntava a sottolinearne la loro diversità dal resto – virtuoso – dell’Unione. I paesi meridionali erano raccontati come maiali, cioè moralmente riprovevoli, untori volontari e consapevoli della crisi economica per le loro inaffidabilità tipicamente mediterranea. Ma che cos’è l’identità mediterranea e come si definisce? E poi, quando quest’area geografica è diventata sinonimo di sottosviluppo, fragilità economica ed insolvenza, in altre parole di problema? Sono state le crisi finanziarie e migratorie, o queste hanno solo evidenziato una narrazione già esistente?

Come è grande il Mare

Per rispondere è necessario chiedersi cosa sia il Mediterraneo, geograficamente e idealmente, così da capire cosa si intenda per civiltà mediterranea, se sia corretto parlarne e, in definitiva, cosa la caratterizzi. Innanzitutto definire con precisione i confini dell’area mediterranea non è così semplice come potrebbe sembrare. Se per molti questa dovrebbe essere limitata ai paesi che geograficamente vi si affacciano, e nemmeno tutti, visto che, ad esempio, la Francia spesso rifiuta di essere collocata tra i paesi mediterranei, lo storico francese Braudel parla invece di Mediterraneo ingrandito, una zona ben più ampia del bacino marino, e che comprende tutte le terre “dove cresce l’ulivo e il pino”. Definizione empirica, ma sufficientemente chiara, che ha il merito di collocare all’interno della mediterraneità terre come il Portogallo, il Marocco atlantico, ma anche il Vicino Oriente e le coste del Mar Rosso e del Mar Nero, tutte profondamente interconnesse con il Mediterraneo. E negli anni ’30 fa lo stesso il capitano di vascello Francesco Bertonelli, che teorizzava un Mediterraneo allargato, i cui confini strategico-commerciali vanno dal Golfo di Guinea a Ovest, dal Mar Nero a Nord, dalle coste settentrionali del Madagascar al Golfo Persico a Sud-Est.

È evidente quindi che l’area mediterranea non può essere limitata né storicamente né geograficamente alle sole terre che si affacciano sul Grande Mare, ma comprende anche quelle regioni limitrofe simili che proiettano il loro baricentro verso di lui, che riconoscevano e riconoscono il Mediterraneo fondamentale nel loro sviluppo politico-amministrativo e come risorsa economica privilegiata. Del resto si tratta di uno dei mari più pescosi, abitato dal 7,5% delle specie marine mondiali. La sua centralità non è però data solo dalla mitezza del clima o dalla pescosità delle sue acque, ma da un altro fattore, forse il più importante: la facilità di navigazione che lo caratterizza per buona parte dell’anno l’ha reso infatti più che un confine, uno straordinario vettore di comunicazione, sul quale popoli, idee, fedi, conoscenze e ricchezze hanno viaggiato ininterrottamente per secoli. Ed è proprio pensando al Mediterraneo e all’effervescenza dei suoi scambi che Bakunin teorizzerà la lontananza dal mare come la principale causa della stagnazione culturale di un popolo.

Un mare di città

Partendo dall’Egitto e dal Vicino Oriente sorge e fiorisce sulle rive del Grande Mare un reticolo di civiltà che competono e si mescolano tra loro in un ciclo quasi infinito. Diverse per lingua e religione, tendono però a condividere tra loro molti aspetti comuni, e cioè l’organizzazione in città. Bisogna fare attenzione però quando nel mondo antico si parla di città, perché non si tratta solo di insediamenti abitativi, come i villaggi, ma dei luoghi di aggregazione sociale dove si esercita il potere politico, amministrativo, ma anche simbolico e sacrale sul territorio circostante. Per quasi tutti i popoli mediterranei, dalla Mesopotamia a Roma, città e civiltà erano assolutamente sinonimi. Chi non si conformava a questa visione del mondo era percepito come estraneo, e più spesso come primitivo e barbaro. E queste città esistevano e potevano esistere perché erano collegate tra loro attraverso il mare e nell’entroterra attraverso la ragnatela dei fiumi, una fitta rete di relazioni che le manteneva collegate tra loro. Non è un caso infatti che le città si diradino man mano che ci si inoltra lontano dalle coste, lontano dai fiumi che sfociano nel Mediterraneo, fino a scomparire del tutto. Né è un caso che la maggior parte delle città continentali antiche apparirà soltanto per volontà romana, sempre come centri amministrativi delle nuove conquiste, collegati al Mare attraverso una nuova rete comunicativa: le strade. È attraverso questa arteria di strade e rotte navali che in seguito alla Diaspora il popolo ebraico si insedierà in tutte le terre allora conosciute, come sarà sempre grazie a queste direttrici che Roma adotterà la cultura greco-ellenistica e, successivamente, si diffonderà il Cristianesimo.

La nascita dell’Europa

L’implosione dell’Impero Romano d’Occidente a causa delle invasioni barbariche del V secolo cambierà però questo assetto, almeno per quanto concerne l’Europa occidentale: se infatti nel Mediterraneo Orientale la rete di scambi culturali ed economici non si interrompe, anzi sembra rifiorire dopo le invasioni arabe del VII-VIII secolo, l’Occidente subisce un profondo processo di ruralizzazione. La civiltà cittadina importata da Roma in buona parte del continente si ritirerà drammaticamente, con la parziale eccezione dell’Italia, spingendolo quindi inesorabilmente alla periferia del mondo civile, a quest’epoca ancora centrato nel Mediterraneo allargato. È però proprio in quest’epoca di marginalizzazione che si comincia ad elaborare l’idea di un’identità europea continentale, condivisa, pur con tutte le differenze, a tutti i popoli del continente e il cui primo nucleo, quello che da molti è stato identificato come il vero cuore europeo, è riconoscibile nell’impero di Carlo Magno: Francia, Germania e Italia Centro-settentrionale. Anche se queste due identità sono per certi versi contrapposte, molte aree geografiche – come il Sud della Francia, la Spagna o l’Italia del Nord – si sentiranno (e verranno a loro volta percepite dagli altri) come più affini ora all’una, ora all’altra.

Questa nuova identità continentale è la base di ciò che oggi chiamiamo impropriamente Occidente, ma in quest’epoca non ha ancora nessun giudizio di merito. Per i successivi otto-nove secoli sarà sempre il Mediterraneo il cuore ideale della civiltà: è lì che si trovano gli imperi più floridi e le città più ricche, è lì dove avvengono i principali scambi economici e culturali. Il resto del continente ne beneficia quando riesce ad inserirsi in questo intenso sistema di traffici, e le città italiane si arricchiscono oltre misura proprio facendo da cerniera tra questi due mondi. Ma dal XVI secolo la situazione cambia. L’affermarsi dell’egemonia ottomana e il diffondersi della Riforma Protestante rafforzano il senso di distacco e diversità centro-europeo nei confronti del Mediterraneo: mondo cristiano vs. mondo musulmano, mediterranei cattolici vs. protestanti. Se a ciò si aggiunge anche il progressivo slittamento del baricentro economico e politico verso l’Oceano Atlantico a seguito delle grandi scoperte geografiche, si vede facilmente come da culla di civiltà il Mediterraneo lentamente venga percepito come un confine, come la periferia del “mondo civile”.

Se ancora nel 1610 Maria de’ Medici, appena incoronata Regina di Francia, può lamentarsi del palazzo reale del Louvre, dicendo che non ci avrebbe fatto vivere nemmeno i suoi servi, un secolo dopo il rapporto si è completamente invertito, il Mediterraneo non è più culla di civiltà, ma una zona sottosviluppata, i paesi del Sud sono decadenti, spesso caotici e sporchi, come noteranno a più riprese molti viaggiatori del ‘700 e dell’800, soprattutto con l’affermarsi dell’industrializzazione. Si affermano gli stereotipi sugli abitanti: furbi, amanti della bella vita, irascibili, passionali, orgogliosi, caratteristiche che, a prima vista sembrerebbero neutre, ma che in realtà esprimono un giudizio di superiorità nei loro confronti: l’uomo civile è compassato, flemmatico come direbbero gli Inglesi dell’epoca, cioè capace di filtrare attraverso la propria ragione la sua parte istintuale, di conseguenza i mediterranei, che non sono in grado di farlo, sono primitivi, uomini a metà, inaffidabili perché poco razionali, e che vivono tra le gloriose rovine greche e romane senza capirle, senza poterle ereditare, visto che la civiltà, la tecnologia, la ricchezza ed il progresso ora sono a Nord.

Dallo stereotipo alla formulazione razzista il passo poi è breve, e infatti nell’Ottocento pensatori come Ripley e Gobineau teorizzarono la razza mediterranea come inferiore, proprio per quel suo carattere di mescolanza e di continuo scambio propiziata dalla navigabilità del Grande Mare. Ideologia questa che ha poi sostenuto, incentivato e giustificato il colonialismo – soprattutto francese – nel Nord Africa. Nonostante l’apertura del Canale di Suez abbia ricollocato il Mediterraneo come uno dei principali vettori di scambi economici, la sua percezione ancora oggi non di discosta molto dall’immagine di periferia della civiltà occidentale maturata nel XVIII secolo. Anzi, l’affermarsi negli ultimi 30 anni della dottrina del Greater Middle East promossa dagli Usa e dalla Nato, che nell’antagonismo al cosiddetto radicalismo terrorista islamico riconosce un’unica area di intervento che va dal Marocco all’Asia Centrale, non ha fatto che acuire l’idea che la zona mediterranea fosse un confine, e non una zona di scambi. Né è riuscita a intervenire l’Unione Europea che dopo aver promosso nel ’98 il Partenariato euro-mediterraneo e dieci anni dopo l’Unione per il Mediterraneo per impulso francese (pensate nelle intenzioni originarie per portare alla creazione di un mercato comune e alla stabilità della regione), sostanzialmente se ne è lavata le mani, preferendo volgere l’attenzione all’Est del continente.

[di Jacopo Marcello Del Majno]

Dl Covid: ok definitivo del Senato

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È arrivato l’ok definitivo del Senato alla conversione in legge del decreto Covid che prevede l’obbligo del vaccino anti-Covid per gli over 50. Il provvedimento, su cui il governo ha posto la questione di fiducia tramite il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, è stato approvato con 193 voti favorevoli, 35 contrari e nessun astenuto.

Vietato Dostoevskij all’Università: la censura antirussa ha già passato il ridicolo

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L’Italia si risveglia oggi con un paradosso: come rispondere alle decisioni e alle mosse di Putin? Con la censura nel proprio Paese. È ciò che è successo al professor Paolo Nori e al suo corso sul celebre romanziere russo Fëdor Michajlovič Dostoevskij, cancellato dall’Università Bicocca di Milano per “evitare ogni forma di polemica dato il momento di forte tensione attuale”. Una scelta che testimonia un clima tutt’altro che democratico, dove si ritiene evidentemente giusto non solo trasmettere una realtà a senso unico sui media, ma addirittura recidere con la censura qualsiasi legame con la Russia, anche culturale come nel caso di uno scrittore di fama mondiale. «Non solo essere un russo vivente è una colpa oggi in Italia, ma lo è anche essere morto» ha commentato il professor Nori, per poi aggiungere: «Ciò che sta succedendo in Ucraina è una cosa orribile, ma parte di quello che sta accadendo di conseguenza in Italia è ridicolo», tra cui censurare un corso su un autore «condannato a morte nel 1849 per aver letto qualcosa di proibito».

Paolo Nori non trattiene le lacrime di fronte a questa decisione assurda e paradossale, che non assume un senso da qualsiasi punto di vista venga osservata. «Che una università italiana proibisca una corso su un autore come Dostoevskij è una cosa che io non posso credere», ha infine aggiunto. Almeno, guardando al bicchiere mezzo pieno, dalla Bicocca sembrerebbe appena arrivata una retromarcia sulla decisione, mentre centinaia di persone hanno espresso nelle scorse ore la loro solidarietà al professore, tra cui si annoverano diversi profili politici, da Pier Luigi Bersani a Matteo Renzi. Tornando, invece, al bicchiere mezzo vuoto c’è da ricordare come la stessa politica, e in particolare il Pd, abbia fortemente protestato in Commissione di Vigilanza RAI per le parole del giornalista corrispondente da Mosca, Marc Innaro, colpevole di aver ricordato quanto segue nel suo intervento in diretta al Tg2: «Basta guardare la cartina geografica per capire che, negli ultimi 30 anni, chi si è allargato non è stata la Russia, ma la Nato». Il giornalista è stato prontamente bollato come filo-russo e adesso rischia ripercussioni sul proprio lavoro: quanto ha detto è una ovvietà che non può essere smentita, ma evidentemente politicamente scorretta in un momento in cui i media si arroccano nella comunicazione a senso unico che deve forzare gli spettatori non a riflettere ma a scegliere acriticamente da che parte stare.

I due episodi non possono far altro che spingere alla riflessione, perché cancellare un corso su un autore “colpevole” del fatto che la sua patria, 150 anni dopo la sua morte, abbia attaccato uno Stato o attivare una procedura di vigilanza nei confronti di un giornalista che riporta in maniera obiettiva dei dati sono sintomi di una malattia che un Paese che si professa come difensore della democrazia e della libertà non può permettersi. Una narrazione a senso unico che nei giorni scorsi ha oltretutto fatto abbondante uso di fake news.

[Di Salvatore Toscano]

Politiche pandemiche e sanzioni alla Russia: come l’Italia sta devastando il suo turismo

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Il settore del turismo italiano, già pesantemente danneggiato dall'emergenza sanitaria degli ultimi due anni, ora rischia di essere definitivamente messo al tappeto dalla nuova emergenza che preoccupa il mondo intero: la guerra tra Russia ed Ucraina. In reazione ad essa, infatti, l'Italia ha deciso nella giornata di domenica di chiudere lo spazio aereo alla Russia sostanzialmente anticipando di poche ore la decisione dell'Ue, che successivamente ha annunciato la medesima misura a livello europeo: una decisione potenzialmente letale per il turismo italiano, dato che, come denunciato proprio dal...

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Australia: migliaia di sfollati per piogge torrenziali

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Migliaia di australiani sono stati costretti a lasciare le proprie abitazioni a causa delle forti piogge torrenziali che hanno provocato nel sud est del Paese il peggior allagamento dell’ultimo decennio. Secondo le prime stime si contano almeno 13 morti, vittime delle condizioni climatiche estreme che nell’ultima settimana si sono verificate in Australia. Il Bureau of Meteorology, Agenzia del Governo, ha affermato che “i cittadini di Sidney dovrebbero prepararsi a ricevere in poche ore una quantità di pioggia che, in condizioni normali, dovrebbe essere distribuita nell’arco di mesi”.

L’OMS sta lavorando a un passaporto sanitario globale in direzione della “governance 4.0”

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L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) è destinata ad assumere un peso crescente nella gestione di eventuali future pandemie, sia coordinando l’introduzione di un passaporto vaccinale globale, sia assumendo un potere decisionale “straordinario” in caso di nuove crisi sanitarie. È quanto riporta Politico in un articolo in cui si spiega che l’organizzazione sta lavorando per uniformare a livello internazionale i diversi certificati vaccinali adottati dalle singole nazioni, dando vita così ad una sorta di certificazione vaccinale “universale”. Un modello unico di certificazione consentirebbe, infatti, una maggiore facilità negli spostamenti internazionali, costruendo così quello che viene definito un “quadro di fiducia” all’interno della comunità internazionale. Attualmente, gli standard di vaccinazione esistenti riguardano solo il certificato Covid digitale dei Paesi dell’Unione Europea, mentre gli Stati Uniti non hanno standard ufficiali, nonostante la predominanza delle “Smart Health Cards” promosse dalla Vaccination Credential Initiative, una coalizione di organizzazioni pubbliche e private che sviluppano il rilascio di credenziali sanitarie verificabili. L’idea è quella di promuovere un’azione coordinata internazionale che associ ad ogni cittadino una certificazione digitale nella forma di “codice QR”, abbinata ad un’identità digitale. Ciò ricalca molto da vicino il programma ID 2020 promosso, tra gli altri, dalla Rockefeller Foundation e da Gavi, l’Alleanza per i vaccini, sebbene non vi siano ancora indicazioni a riguardo, che però – stando alle dichiarazioni dell’OMS – “dovrebbero arrivare presto”.

Nella stessa ottica di fornire soluzioni condivise per i problemi globali rientra anche la volontà, da parte dell’OMS, di istituire un Organo Negoziale Intergovernativo (INB) con l’obiettivo di redigere una convenzione o trattato sulla prevenzione, la preparazione e la risposta alle pandemie, ai sensi dell’articolo 19 della Costituzione dell’organizzazione, che conferisce all’Assemblea mondiale della sanità l’autorità di adottare convenzioni su qualsiasi questione di sua competenza. A tal fine, l’INB terrà la sua prima riunione entro il 1° marzo 2022 – per concordare modalità di lavoro e tempistiche – e la seconda entro il 1° agosto 2022, per discutere i progressi su una bozza di lavoro. Il direttore del Dipartimento della Salute dell’Office of Globale Affaire, Loyce Pace, si è recata a Ginevra per un incontro con l’OMS e gli altri “leader sanitari globali” proprio con l’intento di promuovere tale trattato e aiutare a gettare le basi per una risposta internazionale alla prossima pandemia. Pace ha avanzato proposte di emendamento ai regolamenti sanitari internazionali che conferirebbero all’OMS maggiori poteri in caso di emergenza sanitaria, permettendogli di agire con maggiore rapidità. Gli stessi emendamenti sono stati proposti anche dagli Stati Uniti a gennaio, come riporta Ashleigh Furlong di Politico.

Ciò significa che in caso di ulteriori crisi sanitarie, le decisioni dell’OMS diventerebbero determinanti, soppiantando di fatto quelle degli Stati. Per questo, tale organizzazione rappresenta l’organismo sovranazionale che meglio di altri è in grado di attuare quel nuovo paradigma di governo – denominato dal World Economic Forum (WEF) “governance 4.0” – caratterizzato da una verticalizzazione e concentrazione dei poteri decisionali: questi ultimi dai governi nazionali verrebbero demandati a quelli che spesso vengono definiti “attori transnazionali”, che includono non solo i grandi enti sovranazionali, ma anche le associazioni filantropiche, le associazioni di commercio e tutte le organizzazioni non governative. Poiché, come ha ricordato il fondatore del WEF, Klaus Schwab, “il governo non può più agire come se solo avesse tutte le risposte”, una graduale cessione dei poteri a questi organismi diventa imprescindibile e l’OMS assume da questo punto di vista un ruolo preminente, conferitogli da una condizione emergenziale ormai costante.

Non stupisce, dunque, che – come riporta lo stesso articolo di Politico – il settore privato sia intenzionato a penetrare all’interno delle istituzioni globali per fare pesare maggiormente le sue istanze e conseguire più agevolmente i propri scopi. Proprio con questo proposito, la Global Business Coalition – composta dalla Camera di Commercio degli Stati Uniti, da Business Europe, dalla Confederazione dell’Industria Indiana e da quella di altri sei continenti – ha inviato una lettera all’OMS per chiedere più voce in capitolo nelle decisioni dell’agenzia. È chiaro, dunque, che la direzione intrapresa è quella di una governance globale in cui il ruolo maggiore potrebbe essere assunto oltre che dagli organismi transnazionali proprio dai privati, realizzando un modello di governo tecnocratico, giustificato dall’emergenza, così come auspicato dalle plutocrazie internazionali. In questo scenario, il passaporto sanitario universale diventerebbe uno strumento “simbolo” della nuova governance 4.0, targata OMS.

[di Giorgia Audiello]

Italia, Governo avvisa i camionisti: Non saranno tollerati blocchi stradali

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Nei giorni scorsi vari gruppi di camionisti hanno protestato da nord a sud contro il caro energia e quindi contro l’aumento dei costi del carburante paralizzando il traffico su decine di strade italiane. Diversi presidi si sono registrati soprattutto nel Mezzogiorno, in particolare in Puglia, Campania e Sicilia, dove il 24 febbraio i manifestanti hanno occupato per metà mattinata il porto di Palermo e, qualche ora prima, il casello di San Gregorio a Catania. Sulla questione è tornata il viceministro delle Infrastrutture, Teresa Bellanova, durante un’audizione alla Camera, dove ha affermato l’intenzione di «dare, insieme, una risposta» ai problemi, ma contrastando e impedendo fortemente ogni illegalità.

Regioni e Stato sembrerebbero, almeno fino ad ora, su due lunghezze d’onda differenti: da un lato, ad esempio, il presidente della Regione Sicilia, Nello Musumeci, ha annunciato il proprio sostegno ai camionisti dicendo che: «A voi autotrasportatori abbiamo dato fin dal primo momento il sostegno del governo regionale, anche con lo stanziamento di 10 milioni di euro destinato alla categoria. Le soluzioni in questo settore, però, non possono che arrivare da Roma». Per questo motivo Musumeci ha chiesto al ministro delle Infrastrutture Enrico Giovannini un incontro urgente, ricordando che in caso di una mancanza di risposte tempestive organizzerà una delegazione di funzionari e lavoratori del settore per andare nella capitale ed essere ricevuti. Dall’altro lato, il Governo manifesta la «massima disponibilità» a un confronto con l’obiettivo di «entrare nel merito delle questioni», non proponendo però azioni concrete e immediate sul miglioramento delle condizioni dei lavoratori, nonostante il settore venga definito da Teresa Bellanova, in audizione alla Camera, come «strategico per il Paese». L’unica certezza, secondo lo stesso viceministro delle Infrastrutture, è che oggi «non può essere tollerata alcuna illegalità. Nessuno può permettersi di impedire a un altro di svolgere la propria funzione».

[Di Salvatore Toscano]

Agrofotovoltaico: la tecnologia che sta aiutando le comunità del Kenya

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In Kenya gli scienziati stanno sperimentando dei pannelli solari “speciali” che, grazie alla tecnica agrofotovoltaica, sono in grado sia di generare energia pulita, sia di dare ombra al terreno sottostante il quale, riuscendo a trattenere l’umidità, diventa particolarmente fertile. Questi pannelli, infatti, possono essere posizionati a tre metri da terra, lasciando lo spazio necessario agli agricoltori e ai macchinari agricoli per lavorare. In Africa il sole è quasi sempre garantito, per questo motivo i ricercatori hanno pensato di sperimentare l’agrofotovoltaico in alcune fattorie del Kenya. I risultati sono stati sorprendenti.

I cavoli coltivati sotto i pannelli solari sono un terzo più grandi e “sani”  di quelli coltivati “normalmente” con la stessa quantità di fertilizzante e acqua. Altre verdure, come la melanzana, la lattuga e il mais, hanno riportato caratteristiche molto simili. Gli esperti hanno dichiarato che gli obiettivi erano testare come si sarebbero comportate le coltivazioni all’ombra dei pannelli, cercare di raddoppiare la produzione del terreno e generare energia pulita, in zone africane dalle risorse limitate. La ricerca dimostra che l’agrofotovoltaico può portare svolte significative in un paese come l’Africa. I pannelli, infatti, migliorerebbero la sicurezza alimentare e idrica, rafforzerebbero la resilienza delle persone alla crisi climatica e fornirebbero elettricità a basse emissioni di carbonio. Inoltre, garantirebbero ombra, una minore perdita di acqua nel suolo, e proteggerebbero le colture dalle alte temperature e dai danni dei raggi UV.

Un progetto del genere – il quale prevede l’installazione di 180 pannelli da 345 watt -potrebbe essere replicato in diverse zone del continente, in particolare nell’Africa Orientale, che ben si adatterebbero a ospitare impianti agrofotovoltaici. Le comunità locali, così, godrebbero di preziosi vantaggi, specialmente per quanto concerne il reddito famigliare. Per esempio, in alcune zone remote africane, spesso le donne sono costrette ad acquistare biglietti da 2,50 euro per raggiungere un mercato e procurarsi le verdure. Con i pannelli solari in grado di aumentare la produzione di prodotti vegetali, questo non sarebbe più necessario.

[di Eugenia Greco]

Ucraina: aperti nuovi valichi verso la Polonia

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Nella notte, Ucraina e Polonia hanno aperto due nuovi valichi lungo il confine, in modo da agevolare e velocizzare la fuga dei residenti in Ucraina verso territori più sicuri. Ad annunciarlo è stato il viceministro dell’interno di Kiev, Mary Akopyan, che ai microfoni del Kyiv Independent ha detto: «Ci sono ancora molte macchine ma le code di persone a piedi non sono più così estreme». Secondo l’Agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR), sarebbero almeno 660 mila le persone fuggite dall’Ucraina per cercare riparo nei Paesi vicini durante l’ultima settimana.

Rifiuti di plastica, al via i negoziati per un accordo globale

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Nella giornata di ieri i ministri dell’ambiente ed altri rappresentanti di oltre 170 nazioni si sono riuniti a Nairobi, in Kenya, per dare inizio ad una 3 giorni di negoziati nell’ambito della quinta sessione dell’Assemblea delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unea), un’organo che si occupa di stabilire le priorità in materia di politiche ambientali a livello globale. È quanto si apprende dal sito dell’Unep (il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente), dal quale si evince che tali negoziati si stiano tenendo con l’obiettivo di arrivare ad un accordo globale sull’inquinamento da plastica. Quest’ultimo, nello specifico, dovrebbe avere ad oggetto “l’intero ciclo di vista della plastica”, ovvero la produzione ed il design degli imballaggi nonché la gestione dei rifiuti: a renderlo noto è stata l’agenzia di stampa Reuters, la quale ha fatto sapere che sarebbero questi alcuni dei punti contenuti in una bozza di risoluzione da essa visionata. Nella stessa sarebbe inoltre anche prevista la promozione della progettazione sostenibile degli imballaggi in plastica così da poterli riutilizzare e riciclare, il che vorrebbe dire chiudere definitivamente il capitolo sulla plastica monouso.

Non si hanno invece certezze su un altro aspetto di fondamentale importanza, ovverosia il possibile carattere legalmente vincolante dell’accordo. La bozza, infatti, è enigmatica già a partire dal titolo, nel quale si afferma semplicemente la volontà di dirigersi “verso uno strumento giuridicamente vincolante a livello internazionale”. Tuttavia, sembra comunque probabile l’inserimento della vincolatività nell’accordo dato che, come dichiarato dal direttore esecutivo dell’Unep, Inger Andersen, “un’azione ambiziosa per combattere l’inquinamento da plastica dovrebbe”, tra le altre cose, “essere legalmente vincolante”.

A tal proposito, bisogna ricordare che una settimana di negoziati ha preceduto la creazione della bozza, che solo nelle prime ore della giornata di ieri è stata messa a punto. Ora dunque spetterà ai ministri e rappresentati delle 170 nazioni dare l’ok definitivo all’accordo, cosa che dovrebbe essere fatta nella giornata di mercoledì. Se poi si dovesse raggiungere l’intesa sul documento, quest’ultimo prevedrebbe la formazione di un comitato di negoziazione intergovernativo che dovrebbe limare gli ultimi dettagli con l’obiettivo di avere un accordo pronto per la ratifica nel 2024. Dunque, anche con il raggiungimento di un accordo si dovrebbe comunque aspettare ancora prima che esso diventi realtà, tuttavia ciò non toglie che le riunioni attuali siano di fondamentale importanza dato che con esse si concorderanno i punti fermi dello stesso.

Detto ciò bisogna ricordare che il documento di cui si sta discutendo a Nairobi, che costituirebbe il primo accordo globale per affrontare l’inquinamento da plastica, farebbe seguito ad una direttiva dell’Unione europea recentemente entrata in vigore con cui sono stati messi al bando alcuni oggetti in plastica monouso. Essa però esclude diversi prodotti usa e getta e dunque, seppur rappresenti senza dubbio un primo passo verso la riduzione dell’impatto ambientale della plastica, non costituisce una svolta definitiva. Sarà quindi probabilmente anche per questo che l’Ue, che sta partecipando ai negoziati, propende per un “accordo globale giuridicamente vincolante”, sostenendo inoltre che “solo gli sforzi coordinati a livello mondiale riusciranno a fare fronte all’inquinamento da plastica costituendo esso un problema globale”.

Una posizione ovviamente sostenuta dall’Unep, la quale ricorda che “ogni minuto l’equivalente di un camion della spazzatura pieno di plastica viene scaricato negli oceani”. “Circa 7 miliardi dei 9,2 miliardi di tonnellate di plastica prodotte dal 1950 al 2017 sono diventati rifiuti”, aggiunge l’Unep, sottolineando altresì che l’inquinamento da plastica possa “alterare gli habitat ed i processi naturali, riducendo la capacità degli ecosistemi di adattarsi ai cambiamenti climatici e colpendo direttamente i mezzi di sussistenza di milioni di persone, le capacità di produzione alimentare ed il benessere sociale”.

[di Raffaele De Luca]