lunedì 26 Gennaio 2026
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Cina: la NATO è responsabile per la guerra in Ucraina

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Mentre i retroscena geopolitici dipingono il governo di Pechino attivo per cercare di favorire una soluzione negoziale al conflitto ucraino, il portavoce degli Esteri cinese Zhao Lijian ha ribadito quelle che per il governo cinese sono le responsabilità per la guerra in corso: «La Nato e gli Usa hanno spinto le tensioni tra Russia e Ucraina fino al punto di rottura». Attacco anche verso le sanzioni: «Brandire il bastone non porterà mai pace e sicurezza». La Cina ha ribadito nuovamente «le buone relazioni» con il governo di Putin. Al punto che, secondo la testata finanziaria Bloomberg, il governo di Pechino starebbe valutando un ingresso azionario in Gazprom e in altri colossi dell’economia russa.

L’invenzione mediatica del “fronte pro Putin”

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Secondo alcuni quotidiani, in particolare la Repubblica e Open, in Italia esisterebbe un “fronte pro Putin”. “Da Fusaro a Mattei”, scrivono. Oppure “da Fusaro a Dessì”. Un gruppo di intellettuali, politici, attivisti e quant’altro che, stando ai giornalisti, difenderebbe “lo Zar” per la guerra in Ucraina. 
In realtà non esiste nessun “fronte pro Putin italiano”, per due ragioni. La prima è che le persone citate nei vari articoli non costituiscono un gruppo omogeneo a livello di pensiero, né politicamente attivo, tanto da giustificare l’uso della parola “fronte”. L’unica cosa che hanno in comun...

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La guerra in Ucraina avrà anche conseguenze spaziali

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Se i rapporti tra Russia e mondo occidentale erano incrinati ancor prima dell’invasione dell’Ucraina, ora sono ridotti in macerie. Per quanto i risultati di questa tensione siano evidenti sul piano politico-economico, le sue ripercussioni riverberano anche sulla sfera accademica della ricerca scientifica, con il progetto della International Space station (ISS) che rischia di essere profondamente compromesso.

La stazione orbitale in questione nasce da una collaborazione tra le agenzie spaziali di Stati Uniti (NASA), Canada (CSA), Europa (ESA), Giappone (JAXA) e Russia (Roscosmos), ognuna delle quali ha prestato al progetto le competenze tecniche dei propri specialisti, ma anche le strumentazioni materiali che tengono in piedi l’intera struttura. Nello specifico, Mosca ha messo in campo il modulo della base che ospita i propulsori, propulsori che sono tanto vitali per modificare l’orbita dell’ISS, quanto essenziali per assicurarsi che questa non finisca a collassare contro la Terra.

Fino a non molti anni fa, Roscosmos e NASA vivevano di un rapporto simbiotico e di reciproco interesse. Da che gli USA hanno rinunciato agli shuttle, la Russia si era fatta carico del remunerativo compito di trasportare gli astronauti americani in orbita, quindi è giunta l’azienda privata SpaceX e il monopolio si è infranto. Questa rottura, affiancata ai crescenti malumori politici successivi all’invasione russa in Crimea, ha spinto Mosca a manifestare a più riprese la sua potenziale intenzione di abbandonare il progetto di ricerca, intenzione che ancora oggi non è però mai stata formalizzata ufficialmente. 

Considerando l’odierno clima belligerante, anche il più velato riferimento a una possibile defezione viene tuttavia preso profondamente sul serio e, anzi, la NASA sta già valutando il da farsi qualora la situazione dovesse volgere per il peggio. Dmitry Rogozin, uomo a capo di Roscosmos, non sta d’altronde cercando di calmare le acque, anzi getta benzina sul fuoco lanciando affermazioni provocatorie, il tutto mentre RIA Novosti, agenzia di stampa controllata dal Cremlino, pubblica un video che sornionamente mostra il modulo russo abbandonare l’ISS.

Ponendo le mani avanti, la NASA sta esercitando una certa «flessibilità» guardando con interesse alle possibili soluzioni offerte dai cargo prodotti dal gruppo Northrop Grumman, mentre Elon Musk, leader di SpaceX, si dice già pronto a scendere in campo per offrire un’improbabile soluzione salvifica. Per quanto sia un traguardo della collaborazione scientifica e un monumento alla conclusione della Guerra Fredda, la base orbitale mostra infatti profondi acciacchi di anzianità – si consideri che inizialmente si stimava di smantellarla nel 2015 – ed è difficile credere che le parti coinvolte abbiano tempo e risorse da utilizzare per sostenere un qualsiasi espediente che vada oltre al rattoppare una stazione che comunque verrà dismessa nel giro di sette o otto anni.

Rinunciare al ruolo di Roscosmos sarebbe dunque un colpo durissimo per la politica, ma anche per la base spaziale stessa e gli accademici da ambo le parti caldeggiano vocalmente perché la collaborazione sia consolidata in nome del progresso scientifico. «Sarebbe molto difficile per noi operare in solitaria», fa notare Kathy Lueders, Amministratrice del programma spaziale umano della NASA. «L’ISS nasce da una partnership internazionale che è stata creata con dipendenze condivise […], sarebbe profondamente triste per le operazioni internazionali, se non fossimo in grado di continuare a cooperare pacificamente nello spazio».

[di Walter Ferri]

L’Europa prepara l’uscita dal gas russo

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Gli Usa chiamano, l’Unione Europea risponde. Dopo le pressioni esercitate dal segretario di Stato Usa che ha chiesto ai partner europei di progettare un futuro prossimo senza l’importazione di energia da Mosca, la Commissione europea ha delineato un piano per ridurre la dipendenza dal gas russo di due terzi in un solo anno. A breve termine, il gas sostitutivo dovrebbe provenire dagli stessi Usa e dall’Africa. Inoltre, nei prossimi mesi, alcuni paesi potrebbero aver bisogno di usare più carbone da compensare con uno “sviluppo più rapido delle rinnovabili”.

Panama ha emanato una legge sui diritti della natura

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Panama ha emanato una legge sui diritti della natura, garantendole il “diritto di esistere, persistere e rigenerarsi”. La nazione si unisce così ad altri paesi, abbracciando un movimento legale che conferisce a terra, alberi, fiumi, barriere coralline e montagne diritti simili a quelli previsti per gli umani, le società e i governi. La legislazione, dibattuta per più di un anno all’Assemblea nazionale di Panama, riconosce nel mondo naturale “una comunità unica e indivisibile di esseri viventi, elementi ed ecosistemi interconnessi tra loro, con una propria serie di diritti intrinsechi”. 

Si tratta di un passo significativo che potrebbe avere positive ripercussioni sulle politiche riguardanti l’energia e il territorio. Da ora in poi, infatti, il governo dovrà sviluppare piani decisionali, politiche e programmi nel pieno rispetto della natura, impegnandosi a promuoverne i diritti a livello internazionale. Così come stanno già facendo altri paesi tra cui Bolivia, Ecuador, Brasile, Messico; altre realtà stanno ancora lottando per introdurre tali cambiamenti nelle loro giurisdizioni. La normativa di Panama comprende 18 articoli tra cui vengono specificati  “il diritto a conservare la biodiversità” e “il diritto a essere ripristinata dopo i danni causati, direttamente o indirettamente, dalla mano dell’uomo”. Inoltre, la legge riconosce la stretta relazione tra il benessere della natura e i popoli indigeni, e si impegna a promuovere e integrare la loro profonda conoscenza del territorio, nell’attuazione dei diritti e degli obblighi previsti.

Panama vanta un territorio ricco di biodiversità, caratterizzato da vaste distese di foreste pluviali e mangrovie che ospitano oltre diecimila specie di piante e animali. Purtroppo, secondo Global Forest Watch, dal 2002 al 2020 è avvenuta una drastica perdita – circa 78,4 ettari – di foresta primaria. Ciò significa che, in questo arco di tempo, l’area totale forestale è diminuita del 2,7%. Pertanto, la nuova legge sulla natura alimenta la speranza di riuscire a ripristinare parte del territorio panamense.

[di Eugenia Greco]

Ucraina: anche il Regno Unito eliminerà importazioni petrolio russo

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Il Regno Unito eliminerà gradualmente le importazioni di petrolio russo in risposta all’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca, con l’intento in tal senso che è quello di ridurre a zero le sue forniture entro la fine dell’anno: ad annunciarlo, nella giornata di oggi, è stato proprio il governo di Boris Johnson. Il Regno Unito si aggiunge così agli Usa, dato che il presidente Joe Biden in queste ore ha annunciato il bando del petrolio russo negli Stati Uniti.

Il mercato delle materie prime vive un “rally impressionante”

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Da diversi mesi è iniziata a livello globale la convivenza con il rialzo dei prezzi, a partire dal caro energia e dall’effetto domino che ha scatenato. Oggi gli ultimi tasselli, favoriti dal conflitto fra Russia e Ucraina, stanno cadendo, mostrando un quadro di assoluta incertezza e volatilità non più isolato esclusivamente al petrolio e al gas, ma esteso a una moltitudine di materie prime. Ciò significa che, nonostante la crisi globale attuale, alcuni settori sono e saranno destinati a diventare più vantaggiosi agli occhi degli investitori perché portatori di possibili profitti, non trascurando gli ovvi rischi fisiologici. Allo stesso tempo, per uno dei meccanismi alla base dell’economia, questi settori risulteranno meno convenienti per i consumatori, poiché più costosi.

Evoluzione PUN
Evoluzione PUN

Di fronte a un aumento generalizzato dei prezzi, che sfocia poi nel fenomeno dell’inflazione, il consumatore può scegliere due strade: continuare a comprare il prodotto inflazionato, magari in quantità ridotte, oppure decidere di sostituirlo con un bene simile, definito in termini economici come “succedaneo” o “sostituto”. Quest’ipotesi è dunque percorribile nel caso in cui il prodotto in questione sia facilmente rimpiazzabile, come nel classico esempio del burro e della margarina. Ma cosa accade quando il bene non può essere sostituito? I consumatori sono in un certo senso costretti a comprarlo e chi non può far fronte al repentino aumento del suo prezzo, come nel caso delle imprese, è destinato alla chiusura. È ciò che sta accadendo in diverse regioni italiane, come in Lombardia e precisamente a Brescia, dove alcune acciaierie e fonderie hanno fermato la produzione, visto la loro natura “energivora” e il costo della corrente in forte crescita. D’altronde, il PUN (Prezzo unico nazionale dell’energia elettrica) ha toccato il 7 marzo scorso quota 587 euro al MWh: si tratta di una quadruplicazione rispetto all’anno scorso e di una decuplicazione rispetto al 2020.

Petrolio e gas

Evoluzione settimanale di alcune materie prime

Petrolio e gas sono i due protagonisti dell’incremento dei prezzi delle materie prime. D’altronde tra aumento della domanda, scenari geopolitici instabili e l’idea di embargo contro il greggio russo era inevitabile un rialzo così importante. Prima di lasciare spazio ai dati è necessario, per dovere di informazione, fare chiarezza sulla distinzione fra greggio e petrolio: il primo è il cosiddetto “petrolio crudo”, risalente al momento dell’estrazione e  praticamente inutilizzabile, quindi va lavorato. Da un punto di vista finanziario è proprio il greggio, chiamato sul mercato italiano petrolio, a essere preso in considerazione. Nello specifico, si distingue il petrolio Brent da quello WTI sulla base della provenienza geografica: il primo viene estratto nel Mare del Nord, tra la Norvegia e la Gran Bretagna, mentre il secondo proviene dagli Stati Uniti. Attualmente, entrambi si avvicinano al record del 2008, viaggiando sui 130$ al barile e segnando un +70% rispetto a marzo 2021, quando un barile di petrolio costava circa 70$. Anche gasolio e gas naturale, usati ad esempio per riscaldare gli edifici, stanno vivendo una crescita simile al petrolio, con incrementi del 89% e del 24% rispetto all’anno scorso.

4,4$ a gallone

Frumento e mais

Altri due protagonisti dell’incremento dei prezzi sono il frumento e il mais, che dall’invasione russa dell’Ucraina hanno vissuto una crescita esponenziale, visto che dai due Paesi dipende il 30% della produzione mondiale di grano e un quinto del commercio del mais. A causa del caro energia sono aumentati i costi di produzione dei cereali, mettendo in difficoltà sia i produttori sia i consumatori. Ad oggi un bushel (circa 27 chili) di grano viaggia sulla cifra record di 12$ (+54% rispetto a febbraio), raggiunta nel 2008. Cifre diverse ma stesso destino per l’altro cereale che a marzo si è stabilizzato su una soglia di 7,5$/bushel.

12$ per bushel 

Nickel e palladio

Anche i metalli hanno infranto diversi record in termini economici. Il palladio, impiegato soprattutto nelle marmitte catalitiche, si è spinto fino a 3.440 dollari l’oncia sul mercato spot londinese, registrando un incremento di circa l’80% da inizio anno. La motivazione è legata alle tensioni geopolitiche attuali, visto che la Russia è responsabile del 40% dell’offerta mondiale del metallo e le esportazioni, anche causa sanzioni, sono crollate nell’ultimo periodo. Il nickel ha invece quasi raddoppiato il proprio prezzo, spingendosi al record storico di 55 mila dollari per tonnellata al London Metal Exchange (LME). Il metallo, di cui la Russia detiene circa il 10% delle esportazioni, è impiegato sia nella produzione di acciaio sia in quella di batterie.

Oro, argento, rame e platino

Due aspetti accomunano oro, argento, rame e platino: uno è la loro essenza metallica, l’altro è la crescita in termini di prezzo che stanno vivendo nell’ultimo periodo. L’oro, ad esempio, ha superato nelle scorse ore la soglia record di 2000$/oncia. Anche prima che scoppiasse la guerra tra Russia e Ucraina, la domanda delle azioni dei metalli preziosi era elevata, con ogni probabilità trainata dalla ripresa dopo la pandemia. Sul lungo periodo (3 anni) si sono registrati incrementi che variano dal 44% al 66%, segnato dall’argento, uno degli elementi più versatili presenti sulla Terra: il suo uso va dalla saldatura delle leghe alla creazione di batterie, passando per la produzione di semi-conduttori.

[Di Salvatore Toscano]

Faroe: il piccolo Stato che ha rifiutato il lockdown, dimostrando che non fa differenza

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Le Isole Faroe, un arcipelago a governo autonomo che fa parte del Regno di Danimarca, nonostante abbiano contrastato il Covid in maniera decisamente poco restrittiva, durante il primo anno pandemico hanno avuto numeri migliori rispetto alla vicina Islanda, dove la politica sanitaria è stata ben più rigida. Innanzitutto, infatti, bisogna ricordare che nelle Isole Faroe il governo non ha imposto alcun lockdown generalizzato: certo, durante le prime settimane di pandemia sono state ad esempio chiuse le scuole, tuttavia la lotta al virus si è basata principalmente su delle semplici raccomandazioni da parte del governo, che ha invitato i cittadini a seguire determinate regole anziché imporle.

Tra il mese di aprile 2020 ed il mese di maggio vi è poi stato un graduale ritorno alla normalità, con il governo che nei mesi successivi non è tornato sui propri passi. In risposta alle successive ondate, infatti, non sono state introdotte nuove misure di blocco e si è scelto di implementare un massiccio regime di test insieme a un rigoroso tracciamento di casi e contatti, tecnica che si è dimostrata essere efficace come documentato da alcuni studi. «La nostra gestione della pandemia durante la primavera e l’estate del 2020 è stata unica per portata ed efficacia della sua capacità di test ed infatti le Isole Faroe hanno registrato il più alto tasso di test pro capite al mondo», ha affermato in tal senso il primo ministro Bárður á Steig Nielsen sottolineando che se da un lato si è puntato praticamente tutto sui test dall’altro «a differenza della maggior parte dei governi, si è deciso all’inizio di provare ad influenzare il comportamento dei nostri cittadini emettendo raccomandazioni, non emanando leggi».

Detto ciò, è interessante confrontare, come anticipato precedentemente, lo sviluppo della pandemia durante il suo primo anno nelle Isole Faroe e nella vicina Islanda, una nazione molto simile in termini di cultura e standard di vita. L’Islanda ha implementato misure rigorose con cui sono state chiuse nel mese di marzo 2020, tra l’altro, le università, le scuole secondarie nonché poi anche tutte le piscine, i musei, ed i bar. Successivamente, a differenza di quanto fatto nelle Isole Faroe, con la nuova ondata autunnale è stata disposta nuovamente la chiusura di bar, palestre e luoghi di intrattenimento. Eppure, confrontando i numeri relativi al Covid tra le due nazioni, si nota che quelli delle Faroe siano migliori di quelli islandesi. Al 28 febbraio 2021, infatti, i casi confermati nelle Isole Faroe erano poco meno di 14.000 per milione di persone ed i decessi erano di 20 per milione, mentre in Islanda vi erano circa 16.000 casi e 80 decessi per milione nel medesimo periodo. Certo bisogna specificare che alla data del 28 febbraio 2021 nelle Faroe il 5,8% della popolazione fosse completamente vaccinata mentre in Islanda il 3,4%, tuttavia si tratta appunto di una leggera differenza che evidentemente può aver inciso in maniera alquanto limitata.

È per questo, dunque, che le differenze tra i due paesi meritano di essere prese in considerazione, in quanto potrebbero potenzialmente indicare che maggiori restrizioni non sono in maniera certa sinonimo di miglior contrasto alla pandemia. Inoltre, seppur sia comunque difficile affermare con certezza ciò, un altro elemento a favore di tale tesi è costituito dalla densità di popolazione delle due nazioni: se da un lato, infatti, il minor numero di abitanti delle Isole Faroe (circa 50.000) rispetto a quello dell’Islanda (circa 366.000) potrebbe far pensare che il paragone sia totalmente fuorviante, la densità di popolazione dimostra che ciò non sia esatto, in quanto quella delle Isole Faroe (34,8 abitanti per chilometro quadrato) è molto più elevata rispetto a quella dell’Islanda (3,09 abitanti per chilometro quadrato).

[di Raffaele De Luca]

Biden annuncia lo stop all’import di petrolio russo

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In diretta televisiva Joe Biden ha appena annunciato il bando del petrolio russo negli Stati Uniti, affermando che «le riserve energetiche del Paese sono a disposizione degli Alleati». L’obiettivo, ha dichiarato il Presidente degli Stati Uniti d’America, è l’indipendenza dal greggio russo prima e dal petrolio in generale poi, ribadendo dunque la necessità di una transizione verso le fonti pulite. Ringraziando tutti i Paesi e le imprese che stanno seguendo la linea della rottura dei rapporti con la Russia, Biden ha concluso: «La storia di questa guerra è scritta. Lascerà la Russia più debole e il resto del mondo più forte».

Crisi energetica: l’Italia torna al fossile, la Germania corre verso le rinnovabili

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Nel tentativo di fronteggiare la crisi energetica in atto, l’Italia sta puntando ancora tutto sul fossile. A maggior ragione di questi tempi, si potrebbe così credere che attingere alle fonti più inquinanti sia l’unica soluzione a disposizione. Tuttavia, il caso della Germania racconta una storia differente. Difatti anche Berlino, e persino più di noi, deve riorganizzazione i propri approvvigionamenti energetici a causa di un’eccessiva dipendenza dal gas russo. Eppure, la strategia scelta è stata un’altra: spingere l’acceleratore sulle rinnovabili.

La Germania, coerentemente con gli ormai annosi obiettivi di sostenibilità, ha deciso quindi di aumentare la crescita dei suoi progetti di energia eolica e solare. Questo, nonostante per la principale economia europea ridurre le importazioni di gas naturale dalla Russia sia stata tutt’altro che cosa da poco. Considerando, soprattutto, che non molto tempo prima aveva già pianificato una rapida uscita dal nucleare. Ma anziché cercare nuovi fornitori di gas o pensare di riaprire le vecchie centrali a carbone, Berlino accelera il passaggio della Legge sulle fonti di energia rinnovabili (EEG). L’obiettivo è far sì che questa entri in vigore entro il 1° luglio 2022. La Legge vedrebbe la Germania incentivare le sovvenzioni per i nuovi pannelli solari sui tetti e, entro il 2028, aumentare la nuova capacità installata a 20 gigawatt (GW) per il solare. Ancor più ambiziosi, invece, gli obiettivi per l’eolico. Quello onshore, entro il 2027, aumenterebbe di 10 GW all’anno, fino ad arrivare a 110 GW complessivi entro il 2035. Anno in cui, poi, l’energia eolica offshore dovrebbe raggiungere i 30 GW, anche grazie ad un nuovo tipo di contratto che permetterà agli operatori di ottenere profitti aggiuntivi se i prezzi dell’elettricità saranno alti. In questo modo, entro il 2030, le fonti rinnovabili soddisferanno l’80% del fabbisogno elettrico della Germania. Il 100%, entro il 2035: cinque anni prima del precedente obiettivo di abbandonare i combustibili fossili “entro il 2040”.

E l’Italia? Nelle ultime settimane, ‘diversificazione’ è il concetto chiave sbandierato dal Ministero della Transizione Ecologica. La crisi in Ucraina ha messo in evidenza le fragilità del sistema energetico italiano, così, correre ai ripari per arginare delle conseguenze già fin troppo evidenti è un dovere dei vertici governativi. Ma diversificare cosa? Nel nostro caso, di certo non le fonti energetiche. Nonostante le potenzialità del nostro territorio, anziché sfruttare la spiacevole occasione per avvicinarci ai target europei sulle rinnovabili, l’unica cosa che diversificheremo saranno i fornitori di gas fossile. «In 24-30 mesi – ha fieramente annunciato il ministro Cingolani – saremo indipendenti dal gas della Russia». In che modo? Dei 29 miliardi di metri cubi di gas che ogni anno l’Italia importa dal Cremlino, 15-16 miliardi di metri cubi saranno rimpiazzati da altri fornitori. Per il resto, rigassificazione e rinforzo delle nostre infrastrutture. In sostanza, aumenteremo la produzione nostrana di gas e passeremo dall’essere dipendenti da un Paese all’essere dipendenti da altri. E chi sono questi altri? Algeria, Libia, Qatar, Azerbaijan… insomma, tutte nazioni famose per la loro ‘stabilità’ geopolitica. Per quanto riguarda poi la possibilità che vengano riaperte le centrali a carbone, il ministro rassicura che ‘al massimo’ «si potrebbero mandare a pieno regime quelle ancora in funzione di Brindisi e Civitavecchia». Sulle rinnovabili, invece, tutto tace.

[di Simone Valeri]