“Le prospettive per l’economia globale si sono oscurate dallo scoppio della guerra in Ucraina il 24 febbraio, spingendo gli economisti a rivalutare le loro proiezioni per il commercio mondiale nei prossimi due anni”: è quanto comunica tramite una nota il World Trade Organization (WTO), ovverosia l’Organizzazione mondiale del commercio. Nello specifico quest’ultima – pur ricordando che le stime potrebbero essere modificate a causa dell’incertezza relativa all’andamento del conflitto in corso – precisa che, ad oggi, si preveda una crescita del volume degli scambi di merci del 3,0% nel 2022 e che essa sia “in calo rispetto alla precedente previsione del 4,7%”.
“È fatto obbligo di utilizzo dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie di tipo chirurgico, o di maggiore efficacia protettiva, fatta eccezione per i bambini
sino a sei anni di età, per i soggetti con patologie o disabilità incompatibili con l’uso dei predetti dispositivi e per lo svolgimento delle attività sportive”: sono queste le regole a cui dovranno attenersi gli studenti italiani fino alla conclusione dell’anno scolastico secondo quanto previsto dall’ormai noto decreto riaperture, legato al “superamento delle misure di contrasto alla diffusione dell’epidemia da COVID-19”. Con ogni probabilità, infatti, nel mentre non vi sarà alcun cambio di rotta rispetto a tali disposizioni, dato che secondo alcune indiscrezioni trapelate le istituzioni preferirebbero restare prudenti e non anticipare la fine dell’utilizzo delle mascherine in classe. In tal senso, in vista della verifica che il governo dovrà fare dopo Pasqua per decidere in quali luoghi al chiuso rimuovere del tutto le mascherine, il ministro dell’istruzione Patrizio Bianchi si sarebbe confrontato con il ministro della Salute Roberto Speranza, e da tale colloquio sarebbe emersa la volontà di non cambiare nulla a riguardo. Una linea estremamente rigida, dunque, che tuttavia a quanto pare è in contrasto con le politiche tendenzialmente perseguite in Europa.
Come denunciato dalla Rete Nazionale Scuola in Presenza, un coordinamento nazionale di comitati composti da genitori ed insegnanti, in molti paesi europei infatti non vi è l’obbligo di indossare la mascherina a scuola, motivo per cui in una lettera indirizzata, tra gli altri, proprio al ministro Speranza ed al ministro Bianchi, l’associazione ha chiesto al governo di “uscire dalla propria posizione di isolamento nelle politiche di gestione del SARS-CoV2 a cominciare dall’utilizzo delle mascherine e del distanziamento in ambito scolastico”. Ad oggi, ha sottolineato infatti Rete Nazionale Scuola in Presenza, pochi Paesi, come Grecia e Portogallo, prevedono l’obbligo di utilizzare le mascherine in ambito scolastico. Diversi, invece, sono i paesi che hanno detto addio alla mascherina in classe, tra cui Belgio, Regno Unito, Olanda e Francia. Certo, come riportato dai quotidiani locali alcune scuole francesi sono tornate a chiedere di utilizzare il dispositivo di protezione in classe, ma si tratta di rare eccezioni essendo l’obbligo di indossare la mascherina stato abolito dal governo per la maggior parte dei luoghi al chiuso, tra cui appunto le scuole.
Ad ogni modo, però, sembra che in Italia le mascherine rimarranno obbligatorie a scuola almeno fino all’ultima campanella dell’anno in corso. Eppure, ci sarebbero anche alcuni esponenti governativi favorevoli alla fine dell’obbligo di indossare la mascherina in classe. «A scuola si può togliere la mascherina, soprattutto durante le lezioni perché abbiamo bambini che sostanzialmente sono distanziati», avrebbe infatti affermato il sottosegretario alla Salute Andrea Costa, la cui indicazione tuttavia, a quanto pare, è destinata a rimanere disattesa.
Le foreste scozzesi si stanno espandendo a una velocità vertiginosa. Queste, in un solo secolo, si sono triplicate e il paese ora ha quasi la stessa densità forestale di mille anni fa. In cento anni la foresta in Scozia è cresciuta da circa il 6% a quasi il 18%.
La Scozia è ricoperta da foreste sin dalla fine dell’era glaciale, ovvero circa 11mila anni fa, ma con l’invasione romana dell’Inghilterra, quasi la metà delle foreste scozzesi è andata perduta a causa della deforestazione. Un incremento delle distese verdi si ebbe con la prima guerra mondiale, quando la carenza di molti beni di prima necessità rese chiara l’importanza della piantumazione di alberi. Il paese venne ricoperto di pini, i quali contribuirono a rafforzare la copertura forestale, ma si rivelarono dannosi per la biodiversità. Per questo motivo, a partire dagli anni Ottanta, l’attenzione si spostò sulla piantumazione di alberi autoctoni, fondamentali per l’ecosistema della foresta.
Nel paese nordico il tema della riforestazione è molto sentito, specialmente in relazione alla crisi climatica. Circa l’80% degli scozzesi ha sostenuto il rimboschimento delle Highlands in un sondaggio del 2021 finanziato da Forestry and Land Scotland, il quale ha interrogato mille giovani tra i 18 e i 35 anni. Le Highlands scozzesi ospitano circa 350mila ettari di silvicoltura – quasi il 13,5% della superficie terrestre -, e producono circa 500mila tonnellate di legname all’anno, il quale viene utilizzato in moltissimi ambiti produttivi. Non solo. Nel giugno dello scorso anno, l’amministrazione regionale di Glasgow ha annunciato il progetto di piantare 18 milioni di alberi nel prossimo decennio, al fine di creare vaste foreste urbane al posto di spazi degradati, collegare storiche zone boschive, e contribuire al raggiungimento dell’obiettivo di copertura forestale del 21% entro il 2032.
Il Segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha dichiarato che l’Alleanza «sta lavorando a piani per una presenza militare su vasta scala al suo confine orientale, nel tentativo di combattere future aggressioni russe». L’ipotesi entrerebbe a far parte di un quadro più ampio, quello della riforma dell’Alleanza, che negli ultimi tempi era «nel bel mezzo di una trasformazione». «Oggi siamo di fronte a una nuova realtà, una nuova normalità per la sicurezza europea. Pertanto, abbiamo chiesto ai nostri comandanti militari di fornire diverse opzioni per quello che chiamiamo un reset, un adattamento a lungo termine della NATO», ha poi aggiunto Stoltenberg. In tal senso, risulterà fondamentale l’esito dell’incontro tra i Paesi membri dell’Alleanza previsto a giugno a Madrid, che potrebbe confermare l’indiscrezione e aprire al dispiegamento militare in Europa orientale, in particolare in Polonia e negli Stati baltici.
Stoltenberg ha accolto con favore la decisione di diversi Paesi membri, tra cui l’Italia, di adeguarsi all’aumento delle spese militari concordato nel 2006, ribadendo che la spesa del 2% del Prodotto Interno Lordo (PIL) per la Difesa dovrebbe essere considerata un valore minimo per gli Stati della NATO e non un punto d’arrivo. Così, verrà ben accolto ogni aumento degli investimenti rivolti al settore da parte degli Alleati, anche quelli che «attualmente spendono già più della soglia indicata» (8 su 30 membri). Alle dichiarazioni di Stoltenberg relative a una presenza militare “su larga scala” al confine con la Russia, si affianca un’indiscrezione del Times, secondo cui sarebbe imminente (entro l’estate) l’entrata della Finlandia e della Svezia nell’Alleanza atlantica. Ciò vorrebbe dire estendere il confine NATO-Russia di diverse centinaia di chilometri (la Finlandia condivide con il Paese una frontiera lunga 1.340 km), alimentando le tensioni fra le due forze.
La Bielorussia resterà al fianco della Russia, in qualsiasi modo si evolverà la situazione: è ciò che – secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Tass – avrebbe affermato il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, che ha incontrato il suo omologo russo Vladimir Putin nel cosmodromo di Vostochny, in Russia. «Sappi che non importa quale sarà la situazione, potrai contare sempre sui bielorussi così come i russi potranno contare su di noi, saremo sempre lì», avrebbe precisamente dichiarato Lukashenko in un passaggio del suo colloquio con Putin.
Alessandro Pavanello, un ragazzo di Padova residente da diverso tempo a Shanghai, si trova da tre giorni all’interno di un centro Covid nella metropoli cinese. Attraverso i social fornisce una preziosa quanto ironica testimonianza di cosa significhi trovarsi all’interno di questi enormi centri, pensati per il contenimento della pandemia ma all’interno dei quali le norme igieniche di base vengono del tutto dimenticate. Unica nota positiva: «qui quantomeno abbiamo da mangiare». Le persone rimaste nelle proprie abitazioni, infatti, si trovano nell’impensabile situazione di non riuscire a procurarsi il cibo, perché i negozi sono chiusi e gli addetti al delivery sono sempre meno.
L’ironia come arma per esorcizzare le difficoltà del quotidiano vivere: così Alessandro Pavanello, giovane padovano residente a Shanghai, affronta la quotidianità all’interno di un centro Covid. Attraverso video e foto postate sul proprio profilo Instagram, Alessandro rende partecipe il resto del mondo di cosa significhi vivere in un centro di contenimento della pandemia da Covid in Cina. Shanghai ha infatti recentemente registrato un’impennata nei casi di Covid, motivo per il quale da settimane si è tornati in un regime di lockdown duro. Ma all’atto pratico le misure messe in atto dalle istituzioni governative non sembrano affatto adeguate ad un effettivo contenimento dei contagi.
Il centro in cui Alessandro si trova da tre giorni è una gigantesca ex area expo, al cui interno sono state stipate centinaia di brandine da campo. Le persone vivono in una condizione di totale promiscuità, dove il distanziamento minimo non è garantito e dove non vengono prese nemmeno le precauzioni di base per monitorare e prevenire il contagio. «Ci fanno quasi quotidianamente dei test (oggi, per esempio, non ne abbiamo fatti)» racconta Alessandro, ma «non viene misurata la temperatura» ed è evidente dalle immagini che in molti non dispongono nemmeno delle mascherine chirurgiche. A far da sottofondo quasi continuo vi è il coro di tosse dei contagiati. Nemmeno le norme igieniche di base vengono rispettate adeguatamente: i bagni sono sporchi e non vi sono docce. Per lavarsi vengono forniti una confezione di lozione, una bacinella (da riempire con acqua rigorosamente fredda) e un asciugamano da immergere nell’acqua per strofinare il corpo. I capelli si lavano nel lavandino, sotto il rubinetto.
Alcuni centri, come quello dove è ospite la fidanzata di Alessandro, contengono fino a 5000 persone, motivo per il quale è difficile che tutti riescano a passare per l’iter predefinito corretto. Lei è già sulla lista di coloro che hanno due tamponi negativi e quindi potrebbero uscire, ma ancora non l’hanno lasciata andare. «Appena avrò i due tamponi negativi chiederò immediatamente l’aiuto del Consolato italiano per uscire il prima possibile, ma lei è ucraina e in questo momento difficilmente potrà ricevere lo stesso aiuto». La notte risulta anche difficile dormire, a causa del continuo rumore e del fatto che le luci rimangono costantemente accese. «Dove sta lei è peggio, perché tengono tutte le luci accese sempre. Qui quantomeno ne spengono qualcuna per dormire, anche se non tutte». In giro per la struttura si vede gironzolare anche qualche bambino: fino a un paio di giorni fa li separavano dai genitori in caso di bambini positivi e genitori negativi o viceversa, ma ora hanno smesso, spiega il Alessandro.
Ma vi è un particolare che rende ancora più inquietante la sua testimonianza. Alessandro riferisce infatti che «La cosa che mi ha colpito di più è stato un signore che mi ha detto “qua c’è cibo gratis”. Adesso a Shanghai, fuori da questi centri, è difficilissimo ottenere cibo e acqua. La gente si sta dannando per ottenere delle consegne di cibo, di frutta e verdura, di carne, uova, è quasi impossibile. Appena sono risultato positivo la prima volta, il 28 marzo, mi hanno detto di rimanere in casa. Abbiamo ordinato dalle app di delivery un po’ di scorte di cibo e il governo ha dato al complesso dove vivevamo un sacchetto con delle scorte di frutta e verdura, uova eccetera. Questo solo una volta. Io sono arrivato al 9 aprile che avevo il frigo quasi vuoto, ho dovuto chiedere una mano ai miei vicini che mi hanno dato un pacchetto con un cetriolo, del pane e della frutta secca. Però quando tornerò a casa, se la situazione rimane la stessa, io ho cibo solamente per due o tre giorni».
«Il problema» spiega il ragazzo «è stato che hanno chiuso i negozi e c’erano pochissimi delivery man. Tutto il cibo sta andando verso questi centri qua, la gente fuori non ne riceve. Noi qua viviamo in una situazione un po’ così ma non abbiamo il cibo, la gente fuori vive nel comfort di casa ma non ha il cibo».
In conclusione, Alessandro afferma che «Essendo stati trattati in modo quasi disumano, dal mio punto di vista, la mia percezione della Cina è cambiata totalmente. Noi stiamo cercando un modo di andarcene. I cinesi protestano sì, ma nemmeno troppo. Non danno dimostrazione di volere un cambio. Si lamentano ad alta voce, ma senza quella marcia in più. Nel centro alla fine la gente è tranquilla: loro dicono “Abbiamo un letto, cibo per tre volte al giorno: aspettiamo e poi andiamo a casa”. Per quanto riguarda me, prima o poi questa situazione finirà. Non posso far altro che sedermi e aspettare».
Putin è tornato a parlare pubblicamente al Cosmodromo di Vostochny, dopo giorni di silenzio, affermando che ciò che la Russia sta facendo è «sia aiutare e salvare le persone nel Donbass sia lavorare per la propria sicurezza». «Ovviamente non avevamo scelta, questa è la decisione giusta» ha detto, sbilanciandosi poi sulle mosse future: «L’obiettivo di proteggere il Donbass verrà raggiunto. Questo è quello che accadrà, non ci sono dubbi. Gli obiettivi sono perfettamente chiari e nobili». Le dichiarazioni si inseriscono in un contesto d’allarme lanciato dall’Ucraina e dalla NATO circa la previsione di “una grande offensiva di Mosca nel Donbass”.
La questione dei laboratori biologici ucraini continua a tenere banco con la maggior parte dei media mainstrem che bollano la questione come fake news e complottismo senza alcun reale approfondimento e senza porsi alcuna domanda. Eppure è ormai certo che questi laboratori vi fossero, come per stessa ammissione di Victoria Nuland - Sottosegretario di Stato per gli Affari Politici deli USA - la quale si è detta molto preoccupata circa la possibilità che passassero sotto il controllo russo. Tale preoccupazione, condivisa anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ravvisa il fatto che ...
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