mercoledì 11 Febbraio 2026
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Dall’Università di Roma al porto di Genova: studenti e operai mobilitati contro la guerra

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In tutta Italia si sono moltiplicate, in queste settimane, le iniziative contro la guerra e l’invio di armi in Ucraina, sostenute da varie fasce della popolazione civile. Nella giornata di oggi, nel porto di Genova, il Coordinamento nazionale dei lavoratori portuali USB ha indetto uno sciopero di 24 ore, con un presidio iniziato alle 6 di questa mattina a ponte Etiopia. Contemporaneamente, a Roma, studenti afferenti a diversi movimenti e collettivi hanno occupata la facoltà di Lettere dell’Università “La Sapienza”. Le rimostranze, viste da ottiche differenti, convergono nel medesimo punto fermo: un “no” deciso alla guerra e all’invio di armi da parte dell’Italia nei contesti di conflitto.

Da Roma a Genova, una linea rossa di solidarietà vede due contesti differenti mobilitarsi per uno stesso scopo: l’opposizione netta e irremovibile alla guerra. Nel più grande porto italiano i lavoratori afferenti al Coordinamento nazionale dei lavoratori portuali USB hanno indetto una giornata di sciopero, ritrovandosi nelle primissime ore di questa mattina per il presidio a ponte Etiopia. La protesta coincide con l’arrivo, nel porto di Genova, della nave saudita Bahri “carica di armamenti statunitensi”. Le ragioni della mobilitazione sono tanto ideologiche quanto pragmatiche. Il tema della guerra e del lavoro, scrivono i portuali sul portale del sindacato, sono strettamente collegati: pensarla diversamente “sarebbe un errore, soprattutto per noi lavoratori portuali che lavoriamo a stretto contatto con le merci e non vogliamo essere complici della guerra movimentando armamenti di qualsiasi tipo e qualsiasi destinazione nei nostri scali”.

Da un lato, ricordano i portuali, il punto fermo del ripudiare la guerra è stato messo da parte da decenni “in ossequio a interessi industriali e geopolitici del tutto estranei ai lavoratori”. Dall’altro, a pagare le spese del conflitto “saranno proprio i lavoratori e le lavoratrici […] attraverso l’aumento del costo dei beni energetici come gas e petrolio e delle spese militari. Tutto ciò porterà a contraccolpi devastanti per il nostro Paese. I licenziamenti di massa e le ristrutturazioni, che non si sono mai fermate, andranno avanti senza sosta”. La popolazione, riporta il comunicato, non si è ancora ripresa dalle conseguenze della pandemia e già deve subire le ripercussioni della guerra, senza che all’aumento del carovita corrispondano adeguati aumenti salariali.

Contemporaneamente, a Roma, un centinaio di studenti provenienti da varie realtà e movimenti ha occupato la facoltà di Lettere dell’Università “La Sapienza” a partire dalle ore 20 di ieri, mercoledì 30 marzo. L’iniziativa, scrivono, è volta a ricordare come “Garantire un’università pubblica necessita la fine degli accordi di Sapienza con la multinazionale Leonardo, ottava multinazionale al mondo che fa profitto con i soldi delle bombe, delle armi, e dei mezzi militari venduti in tutto il mondo, che alimentano i conflitti che Sapienza dice di ripudiare. Saperi critici e liberi non possono esistere senza eliminare le ingerenze da chi ciò che studiamo lo influenza per i propri profitti”.

 

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Gli studenti hanno espresso piena solidarietà con la mobilitazione dei portuali, ricordando come le proteste contro l’invio di armi in contesti di guerra non siano nate nell’ambito del conflitto ucraino ma si protraggano da anni, nel silenzio della narrazione mediatica mainstream. La mobilitazione di Genova di oggi, inoltre, conferma la partecipazione del sindacato alla mobilitazione operaia generale che si terrà a Roma il prossimo 22 aprile.

[di Valeria Casolaro]

Ucraina, Draghi: “Per Putin tempi non maturi per incontro con Zelensky”

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«Ho espresso la mia convinzione che per risolvere alcuni nodi cruciali sia necessario un incontro con il presidente ucraino Zelensky, ma Putin mi ha risposto che i tempi non siano ancora maturi ed occorre che i negoziatori vadano avanti con le trattative»: è quanto ha affermato il presidente del Consiglio Mario Draghi – in merito al colloquio telefonico di ieri con il presidente russo Vladimir Putin- durante un incontro con la stampa estera. «Le condizioni per un cessate il fuoco non sono mature», avrebbe inoltre comunicato Putin al premier italiano anche se, ha aggiunto quest’ultimo, «è stato aperto poi il corridoio umanitario di Mariupol, che è la notizia che avete letto oggi sui giornali».

Generazione DAD: cosa rimane dell’apprendimento se si sta soli?

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L’impatto globale della pandemia da Covid-19 sulla salute pubblica è stato, e continua a essere, senza precedenti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha infatti più volte ribadito che la salute mentale e il benessere di intere società siano state gravemente colpite dalla crisi e dalla sua gestione politica, rappresentando una "priorità da affrontare con urgenza". La diffusione del virus e le conseguenti misure di contenimento adottate a partire da marzo 2020 nel nostro Paese hanno mutato fortemente gli equilibri e le routine di tutti i cittadini, ma a pagarne le maggiori conseguenze ...

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Il Senato approva l’aumento delle spese militari con voto di fiducia

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Il Senato ha appena approvato il disegno di legge n. 2562 di conversione del decreto-legge 25 febbraio n. 14, recante “disposizioni urgenti sulla crisi in Ucraina”. La votazione, nominale con appello, è avvenuta nei confronti del testo approvato dalla Camera dei Deputati, sul quale il Governo ha posto la questione di fiducia, la 42°, come dichiarato dalla senatrice Bianca Laura Granato durante la discussione generale precedente alla votazione. Il disegno di legge è stato approvato con 214 favorevoli, 35 contrari e nessun astenuto, su un totale di 249 presenti (su 321 seggi). Il fronte del no, alla cui guida avrebbe dovuto esserci il M5S, si è mostrato poco compatto. Tra le fila dei pentastellati, così come per Forza Italia, si sono registrate diverse assenze, ma nel complesso i partiti si sono allineati alla decisione dell’esecutivo, scongiurando una spaccatura in maggioranza e quindi una crisi di Governo.

Il disegno di legge approvato dal Senato prevede, tra le diverse misure, “la partecipazione di personale militare italiano al potenziamento di dispositivi della NATO sul fianco Est dell’Alleanza fino al 30 settembre 2022”, la cessione di mezzi ed equipaggiamenti militari all’Ucraina a titolo gratuito e l’aumento delle spese militari, presentato tramite ordine del giorno (O.d.G.) lo scorso 16 marzo. L’ultima misura comporta l’allineamento all’accordo informale NATO del 2006 e quindi all’incremento degli investimenti nel settore fino alla soglia del 2% del PIL.

[Di Salvatore Toscano]

 

 

 

Ucraina, cessate il fuoco a Mariupol: partiti 17 autobus per evacuare i civili

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Sono 45 gli autobus predisposti per l’evacuazione della popolazione civile dalla città di Mariupol, dopo che Mosca ha accettato un cessate il fuoco per la giornata di oggi, giovedì 31 marzo, a partire dalle ore 10 locali (le 9 in Italia). Secondo quanto riportato dall’Ansa, la vicepremier Iryna Vereshcuk ha dichiarato che 17 mezzi sono già partiti da Zaporizhzhia, 220 km a nord-ovest di Mariupol. Ulteriori 28 autobus stanno attendendo l’autorizzazione a superare il checkpoint russo di Vasylivka, nei pressi di Zaporizhzhia.

La maggioranza degli italiani dice no alle armi e alla criminalizzazione della Russia

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Nei giorni scorsi diversi sondaggi hanno mostrato una certa lontananza tra la volontà dell’opinione pubblica e le decisioni del Governo Draghi, soprattutto in materia di spese militari e conflitto Russia-Ucraina. Due rilevazioni, realizzate da SWG e EMG su diversi campioni, hanno condotto allo stesso risultato: oltre un italiano su due (54%) è contrario all’aumento delle spese militari, fissato alla soglia del 2% del PIL da un accordo informale NATO. Nel primo sondaggio, il 34% si è dichiarato invece favorevole e il restante 12% si è astenuto. Al contrario, la rilevazione di EMG ha mostrato un equilibrio fra chi accoglierebbe positivamente l’incremento di investimenti nel settore (23%) e chi si è mostrato indeciso (23%).

Nel frattempo, tra il 28 e il 29 marzo la società Izi ha raccolto, su un campione di 1029 intervistati, diversi dati sulle opinioni degli italiani in materia di conflitto in Ucraina, aumento delle spese militari e fiducia nei media. Se da un lato è emerso che il 44,4% degli intervistati non giustifica in alcun modo la Russia, dall’altro è stato rilevato che il 48,9% non criminalizza in modo esclusivo il Paese: una parte (22,1%) “non giustifica la guerra ma afferma che la Russia stia difendendo i propri interessi”, un’altra fetta (18,4%) crede che le responsabilità “vadano attribuite ai due Stati”, e la restante quota (8,4%) afferma che il Paese “sia stato provocato dall’Ucraina e/o dalla NATO e si stia legittimamente difendendo”. Interessante poi il dato sulla fiducia verso i mezzi di informazione “che stanno raccontando e testimoniando gli sviluppi della guerra in Ucraina e la situazione in Russia”: soltanto un intervistato su tredici (7,8%) sostiene che i media stiano facendo un ottimo lavoro e quindi nutre molta fiducia in loro. Quasi un italiano su due (46,3%) fa poco affidamento, o non lo fa affatto, sulle notizie fornite dagli organi di stampa. Inevitabile quando comunicazione a senso unico e fake news fanno parte, quasi quotidianamente, dell’informazione fornita ai lettori.

[Di Salvatore Toscano]

Torino, scarico abusivo di amianto nei boschi: 4 rinvii a giudizio

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Si è conclusa l’inchiesta dei carabinieri forestali di Torino, avviata con la denuncia dei residenti del comune di Canelli, riguardo lo scarico abusivo di lastre in amianto nelle campagne della Valle Belbo, avvenuto in particolare nell’estate 2020. Lo riporta La Stampa, che specifica come per la Direzione distrettuale antimafia di Torino si sia configurato il reato di traffico illecito di rifiuti che ha comportato gravi danni per l’ecosistema, tutelato dall’UNESCO. Il giudice ha disposto il rinvio a giudizio per 4 presunti responsabili: l’ex titolare di un’impresa edile specializzata nella rimozione di tetti in amianto, la proprietaria di un’altra ditta complice nello smaltimento illegale e due autisti dell’azienda. Il processo avrà inizio il 23 giugno prossimo ad Asti.

A chi giova la guerra del gas? Gli USA sono già passati all’incasso

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Lo scorso 25 marzo, in concomitanza con il viaggio in Europa del Presidente americano Joe Biden, Stati Uniti e Unione Europea hanno stretto un accordo bilaterale che prevede l’aumento delle forniture di Gas Naturale Liquefatto (GNL) USA all’UE, con l’obiettivo di ridurre almeno di due terzi entro quest’anno la dipendenza europea dal gas russo. Progressivamente lo scopo sarà quello di ridurre del tutto le importazioni di combustibili fossili da Mosca entro il 2027. Lo scoppio del conflitto russo-ucraino, infatti, insieme alla recente decisione del Cremlino di fare pagare le forniture di metano in rubli ai Paesi europei, ha fatto ulteriormente aumentare il prezzo dell’energia, costringendo Bruxelles a trovare fonti energetiche alternative. L’accordo tra USA e UE prevede, dunque, la creazione di una task force congiunta che lavori per ridurre la dipendenza europea da Mosca, rafforzando la sicurezza energetica del Vecchio continente. Nel dettaglio, Washington si impegnerebbe a fornire ai partner europei 15 miliardi di metri cubi (bcm) ulteriori rispetto a quelli già concordati entro la fine del 2022 e ad esportare 50 bcm annui fino al 2030.

Tuttavia, la sostituzione delle importazioni di gas russo con quello americano non è così semplice, in quanto comporta problemi di natura tecnica, economica e ambientale: in primo luogo, la capacità di esportazione statunitense è già ai suoi massimi e di conseguenza si presenterebbe la necessità di sottrarre alcune forniture a quegli Stati che hanno già sottoscritto contratti con gli USA come ad esempio Giappone e Corea del Sud, alleati di Washington nell’area dell’Indo-pacifico. Ma i problemi più grandi derivano dagli aspetti tecnici e logistici: il GNL è, infatti, metano che viene liquefatto attraverso tecniche di raffreddamento e condensazione e trasportato su apposite navi cisterna: servono, dunque, particolari terminal per il carico e lo scarico delle cisterne e le infrastrutture necessarie per lo stoccaggio e la rigassificazione che consenta di pompare il GNL nei gasdotti tradizionali. Secondo le stime degli esperti, la costruzione di queste infrastrutture richiederebbe dai due ai cinque anni. Un lasso temporale che sicuramente gli Stati UE non possono permettersi. Inoltre, stando a quanto riporta Reuters, gli analisti di ING Bank hanno affermato che anche se l’aumento di 15 bcm fosse raggiungibile nell’arco del 2022, non sarebbe comunque sufficiente “a sostituire le importazioni di gas russe, che ammontavano a circa 155 miliardi di metri cubi nel 2021”.

Svantaggi economici e problemi ambientali

Se, da un lato, le importazioni di metano statunitensi non sono semplici sotto l’aspetto logistico e infrastrutturale, dall’altro non mancano gli svantaggi da un punto di vista economico e ambientale: proprio a causa delle lavorazioni di cui necessita il gas liquefatto – in particolare stoccaggio e rigassificazione – il costo industriale è in media più elevato del gas che arriva tramite i gasdotti dalla Russia come il Nord Stream. Si stima, infatti, che questo processo produttivo sia più costoso di circa il 20% rispetto all’importazione di gas naturale. In Italia, ad esempio, il gas russo viene importato per circa sette dollari per mmBtu (million metric British thermal units), un’unità di misura equivalente al barile per il greggio, mentre – stando a quanto riportato da un articolo del Sole 24 Ore – “il GNL americano costa più dei sette dollari pagati dall’Italia per acquistarlo dalla Russia di almeno un 20%”. A questi costi vanno poi aggiunte le spese per la costruzione di nuove infrastrutture che permettano lo scarico delle cisterne, in vista dell’aumento di importazioni dagli Stati Uniti.

Dal punto di vista ambientale, invece, il metodo di estrazione del gas adottato non è privo di scompensi: gli Stati Uniti, infatti, estraggono il metano dalle rocce argillose – shale gas – considerate giacimenti non convenzionali per la difficoltà di raggiungimento e di estrazione: in questo caso, oltre alle tradizionali trivellazioni verticali, si ricorre anche a quelle orizzontali tramite la tecnica dell’hydrofracking o fratturazione idraulica: quest’ultima consiste nell’iniezione di una soluzione ad alta compressione di acqua e sabbia negli strati rocciosi per spaccarli. In questo modo viene liberato il metano intrappolato che viene raccolto e stoccato. Questa tecnica comporta diversi impatti ambientali negativi: può aumentare il rischio idrogeologico e provocare eventi sismici vicino ai siti di trivellazione. Inoltre, un ulteriore problema è dato dalla contaminazione delle falde acquifere e dalle grandi quantità d’acqua necessarie alla fratturazione. Tutto ciò sicuramente non è in linea con gli obiettivi di transizione ecologica previsti dall’UE e più in generale con gli obiettivi di salvaguardia ambientale.

Geopolitica dell’energia

Il conflitto tra Russia e Ucraina ha solo esasperato una condizione di dipendenza e scarsità energetica che affliggeva l’UE già prima dello scoppio delle ostilità e a cui hanno contribuito in modo determinante gli Stati Uniti: da sempre, infatti, Washington fa pressione su Bruxelles affinché riduca le sue importazioni di petrolio da Mosca e aumenti invece quelle di GNL americano. Già nel dicembre 2021, le esportazioni di gas statunitense verso l’Europa sono aumentate del 37% rispetto al gennaio dello stesso anno. In questo modo gli USA ottengono un doppio vantaggio di tipo economico e geostrategico: sostituiscono le importazioni russe aumentando i ricavi sulla vendita di gas e indeboliscono un potenziale asse tra Russia e Unione Europea e, in particolare, tra Mosca e Berlino, riconducendo il Vecchio continente nell’orbita atlantica sotto l’ala di Washington, anche in vista di un ricompattamento della NATO in funzione antirussa e anticinese. In questa cornice, fin dall’inizio del progetto, gli USA sono stati contrari alla costruzione e all’attivazione del gasdotto Nord Stream2 e già l’amministrazione Trump nel 2019 si era prefissata di aumentare del 50% le esportazioni di metano in Europa, con l’obiettivo di fare concorrenza al gas russo: in particolare, la Germania, che importa la metà del suo fabbisogno energetico dalla Russia, era dovuta scendere a patti con l’amministrazione Trump impegnandosi a realizzare una piattaforma per degassificare il gas liquefatto proveniente da oltreoceano in cambio di un tacito consenso degli USA alla realizzazione, allora già ben avviata, del Nord Stream 2. In realtà, gli americani non hanno mai gradito né accettato realmente la costruzione del gasdotto, sul quale hanno spesso minacciato di imporre sanzioni. Successivamente, sia l’aumento dei prezzi dell’energia prima della crisi ucraina, sia ora il conflitto e le conseguenze provocate dalle sanzioni imposte dalla stessa UE hanno giocato a favore di Washington e ai danni dei Paesi dell’Unione. Se, infatti, Mosca può compensare l’eventuale perdita dei mercati occidentali con gli emergenti mercati orientali – in particolare con India e Cina – e gli USA aumentano i loro guadagni attraverso l’incremento delle esportazioni, l’Unione Europea è l’unica a rimetterci non solo a causa di un aumento considerevole dei prezzi, ma anche a causa di una potenziale impossibilità di approvvigionamento: dal 31 marzo, infatti, Mosca potrebbe sospendere le forniture – che fino ad ora sono avvenute regolarmente – nel caso in cui i Paesi europei non fossero disposti a pagare in rubli e, allo stesso tempo, le esportazioni americane potrebbero non bastare o arrivare solo in parte per via della mancanza di infrastrutture. In questo contesto, da un lato, la stessa Unione Europea ha agito contro i suoi stessi interessi imponendo sanzioni ad un Paese con cui è in strettissimi rapporti commerciali e rinunciando al Nord Stream2, dall’altro Washington ha utilizzato Bruxelles come mezzo per perseguire i suoi interessi di natura geopolitica, compromettendone stabilità e sicurezza energetica.

Un cambio di strategia

Solo un cambio di strategia da parte dell’Europa che riveda la sua posizione nell’ambito dello scacchiere internazionale, dunque, potrebbe modificare lo stato delle cose: l’Unione Europea si configura, infatti, come un’entità di natura strettamente economica e monetaria, sprovvista di una propria politica estera e di un suo ruolo geopolitico strategico, in quanto interamente al traino degli Stati Uniti. Da questa condizione deriva anche la sua mancanza di sicurezza energetica, poiché quest’ultima è strettamente correlata a questioni di politica internazionale su cui Bruxelles ha dimostrato di non avere alcuna autonomia.

L’indipendenza energetica presuppone quella geopolitica, motivo per cui l’UE dovrebbe smarcarsi al più presto dall’influenza di Washington, puntando su una difesa comune e diversificando le fonti energetiche. Le soluzioni possibili, in un continente in grossa parte privo di idrocarburi, sono essenzialmente due: le rinnovabili e il nucleare. Tuttavia, considerati i lunghi tempi di attuazione, sono iniziative che i Paesi del Vecchio continente avrebbero dovuto intraprendere con maggiore rapidità già da tempo, onde evitare di rimanere schiacciati tra Mosca e Washington, innescando una speculazione dei prezzi al rialzo e una potenziale crisi economica e industriale senza precedenti. Infatti, si tratta di misure che permetterebbero di uscire dalla dipendenza energetica non prima del 2025 e sulle quali, in ogni caso, ora più che mai è necessario investire.

[di Giorgia Audiello]

Tunisia, il Presidente scioglie il Parlamento

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Il Presidente della Repubblica tunisina, Kaïs Saïed, ha annunciato lo scioglimento del Parlamento, portando a termine un processo di assunzione di poteri eccezionali, tra cui la possibilità di legiferare, iniziato sette mesi fa con la sospensione dell’organo costituzionale. La decisione è arrivata durante una riunione del Consiglio di sicurezza nazionale, a poche ore da una riunione virtuale dei deputati (sospesi) che hanno votato l’annullamento delle misure eccezionali decise dal Presidente tunisino il 25 luglio 2021. Secondo Saïed, si è trattato di “un tentativo di colpo di stato”, pertanto ha annunciato
«la dissoluzione dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo per preservare lo Stato e le sue istituzioni e per preservare il popolo tunisino».

Mercoledì 30 marzo

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7.00 – Il ministero della Difesa ucraino definisce «ingannevole» il ritiro annunciato dai russi.

9.23 – La Germania attiva l’allerta per il piano di emergenza energetica.

11.28 – Guardia di Finanza sequestra 5 società che gestivano depositi abusivi di carburante in Puglia e Campania.

12.00 – «Russia e Cina sono una voce unica per la pace e contro le egemonie», lo dichiarano i ministri degli Esteri di Mosca e Pechino dopo incontro bilaterale.

12.14 – La Commissione Europea approva strategia per rendere l’industria della moda ecologicamente sostenibile e socialmente responsabile entro il 2030.

12.50 – Secondo il Cremlino non c’è stata «nessuna svolta promettente» nei colloqui con l’Ucraina.

18.00 – Un’ora di colloquio telefonico tra Draghi e Putin, le fonti governative si limitano a riportare che hanno parlato di gas e trattative di pace, senza specificare dettagli.

18.22 – Il Governo annuncia che sarà posto il voto di fiducia al Senato sul ddl Ucraina, che contiene l’aumento delle spese militari.

18.35 – «Ue deve essere meno tollerante con criptovalute, sono giochi d’azzaro», lo ha affermato il Comitato esecutivo della Bce.

20.13 – Gas: Putin specifica che i clienti europei potranno pagare in euro (anziché in dollari come oggi) a Gazprombank che convertirà il denaro in rubli.