mercoledì 25 Febbraio 2026
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Tunisia: affonda petroliera con 750 tonnellate di carburante, rischio disastro ambientale

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Una petroliera con a bordo 750 tonnellate di carburante è affondata a circa 7 km dalle coste del golfo di Gabès, situato lungo la costa sud-orientale della Tunisia, dove era bloccata a causa delle condizioni del mare: a renderlo noto sono state le autorità tunisine, che hanno fatto sapere di star lavorando per evitare un disastro ambientale. Il Ministero dell’Ambiente di Tunisi, infatti, ha annunciato di avere attivato il piano nazionale per l’intervento di emergenza in caso di inquinamento marino causato dalla petroliera. Nello specifico si tratta della nave mercantile “Xelo”, battente bandiera della Guinea Equatoriale, proveniente dall’Egitto e diretta a Malta, che venerdì sera aveva chiesto di entrare nelle acque tunisine a causa delle cattive condizioni metereologiche. Durante il tragitto, quest’ultima aveva cominciato ad imbarcare acqua, motivo per cui l’intero equipaggio è stato poi evacuato.

L’Italia si è persa nel grande Risiko della pesca nel Mediterraneo

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9 agosto 1960, un peschereccio proveniente dalla cittadina siciliana di Mazara del Vallo viene intercettato da una motovedetta nord-africana. Parte un inseguimento, vengono sparati dei colpi, il battello viene catturato e il suo equipaggio viene segregato in attesa che la politica faccia la sua parte per risolvere la faccenda. L’imbarcazione era la “Salemi” e i militari in questione erano di Monastir, Tunisia. I colpi di fucile reclamarono la vita del comandante Nino Pagano – al secolo Antonino Genovese – e del cognato, l’armatore Luigi Licatini.

Nella storia mazarese cambiano i soggetti protagonisti dei casi di cronaca, ma la sinfonia rimane inalterata, la storia si ripete a spirali strette: primo settembre 2020, i diciotto uomini della “Antartide” e della “Medinea” vengono catturati dalle forze del Generale libico Khalifa Haftar e detenuti senza processo per 108 giorni. I dissapori patiti dai nostri pescherecci fanno parte di una tendenza che percepiamo chiaramente, ma che fa parte di uno schema più vasto che è difficile da percepire, quello della geopolitica della pesca nel Mar Mediterraneo. Si tratta di una contesa a bassa intensità, perlopiù invisibile agli occhi delle masse, ma che si sta progressivamente accendendo, intensificata da fenomeni che ne stanno fomentando concorrenzialità e portata.

La guerra del gambero rosso

Il gambero rosso è tra i frutti più ambiti del Mediterraneo, il cosiddetto “oro rosso di Sicilia” che può essere piazzato sui mercati dai 50 ai 120 euro al chilo. I pescherecci sono disposti a inoltrarsi in mare aperto pur di recuperare il prezioso crostaceo, tuttavia proprio questa propensione a spingersi verso l’esterno incappa frequentemente in dispute burocratiche e amministrative. Nel migliore dei casi questi dissapori vengono sedati tra nazioni appartenenti all’Unione Europea, nel peggiore coinvolgono quei Paesi del Nord Africa il cui panorama amministrativo è autoritario e frastagliato.

Complessivamente, questi contrasti vengono normalmente etichettati con la pittoresca definizione di “guerra del gambero rosso”, formula descrittiva che riassume in maniera accattivante quello che è al contempo un problema diplomatico e socio-economico. In molti casi gli arresti si concludono infatti con una semplice multa, tuttavia altri episodi vengono tramutati in vere e proprie leve strategiche con cui imporre volontà attraverso strategie coercitive. Nel caso della “Salemi” si aprì la strada a un’escalation dai toni belligeranti che è infine culminata nella stesura di accordi di pesca per cui Roma si impegnava a pagare Tunisi, mentre quello della “Antartide” e “Medinea” si è tradotto in una concertazione – tutt’altro che trasparente – tra l’Italia e il Generale Haftar, militare la cui autorità è formalmente disconosciuta dal Bel Paese. I pescatori vengono quindi tradizionalmente usati come pedine di un gioco d’ampio respiro, un gioco per cui l’Italia non sembra essere particolarmente portata.

Una mancanza tutta italiana

A questo punto è necessario spiegare cosa siano le zone economiche esclusive (ZEE), ovvero aree di mare in cui uno Stato costiero vanta lo sfruttamento esclusivo delle risorse naturali, incluse quelle ittiche. Le ZEE possono estendersi ben oltre alle acque territoriali e i Governi possono disegnarle unilateralmente, a patto che le aree rivendicate non “invadano” gli Stati adiacenti e frontisti. Partendo da questo presupposto, è importante dunque evidenziare che non solo l’Italia sia priva di una sua personale zona economica esclusiva, ma che i suoi pescatori siano soliti accedere illegalmente a quella altrui.

Nel caso della Libia, per esempio, sentiamo spesso parlare di “acque contese”, tuttavia lo Stato in questione si è assicurato di prendere il controllo di uno specchio d’acqua i cui confini non superano la linea mediana che divide le sue sponde da quelle sicule, quindi Tripoli è legittimata nelle sue scelte pur non avendo interpellato Roma. In altre parole, le motovedette libiche hanno tutti i motivi di arrestare e multare i pescherecci che si avventurano entro la sua ZEE.

La cosa è ovviamente nota al Governo, il quale preferisce però mantenere in merito una posizione pubblica che è sibillina e ambigua, favorendo un forte fraintendimento nell’identificazione di quale parte sia in torto. I politici provano un certo imbarazzo ad ammettere che la pesca italiana faccia affidamento anche su risorse rubate, con la massima ammissione di colpa che è stata registrata nelle parole del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, il quale ha definito la ZEE libica al pari di acque «pericolose e proibite». I pescatori di Mazara del Vallo sono a loro volta consapevoli dell’infrazione, tuttavia non possono fare a meno di rivendicare quel tratto di mare appellandosi a un eventuale “diritto storico” e, ancor più, sono costretti a violare la legge a causa di concrete necessità economiche.

Area portuale di Mazara del Vallo.

La pesca italiana si appoggia a una flotta che nel 2020 contava 11.926 navi, molte delle quali danno da vivere a città costiere che non avrebbero altrimenti risorse per sopravvivere. Per potersi garantire un ritorno pecuniario sufficiente a mantenersi, le ciurme si trovano spesso nella posizione di dover cacciare le proprie prede in aree in cui le acque sono profonde e fredde, aree che frequentemente coincidono con le zone economiche di altri Paesi. Imporre un’adesione puntuale e repentina delle ZEE altrui sarebbe insostenibile, tuttavia, l’Italia potrebbe risolvere ogni contenzioso attraverso la stipulazione di trattati di pesca che cadono sotto la competenza dell’Unione, la quale dovrebbe poi giudicare caso per caso, analizzando le complessità specifiche.

La Libia ha un sistema politico spaccato in cui parte del potere non ha voce istituzionale verso le orecchie UE, l’Algeria ha istituito nel 2019 una ZEE che arriva a lambire le aree di pesca antistanti le coste sarde, la Tunisia ha firmato nel 1971 con Roma un accordo che sarebbe anche l’ora di rimettere in discussione. In tutte queste situazioni, tuttavia, l’Italia si dimostra vulnerabile e remissiva evidenziando una debolezza che è in gran parte giustificata dal fatto che il Bel Paese non si sia ancora attrezzato per dichiarare una propria zona economica esclusiva, al massimo ha «autorizzato» la sua istituzione nell’attesa che un giorno questa possa essere definitivamente proclamata con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro degli Esteri. Una dichiarazione di intenti, insomma, che pare assumere più le sembianze di una leva politica che di un vero e proprio piano d’azione.

«Il diritto internazionale non prevede che la zona economica esclusiva di uno Stato debba essere riconosciuta da qualcun altro per essere valida», ci conferma Fabrizio de Pascale, Segretario nazionale di UILA Pesca. «C’è una grossa ambiguità che nasce da il non voler vedere la realtà e il raccontare un’altra realtà. Di fatto, nel Mar Mediterraneo, non esistono più le acque internazionali. Le uniche acque internazionali sono quelle al largo dei mari italiani […] In sostanza le barche di questi Paesi [quelli nordafricani, ndr] possono venire a pescare a 12 miglia dalle coste italiane perché quello è ancora alto mare, ci può andare a pescare chiunque».

Nel 2018, stando ai dati del libro bianco prodotto da Bluemed, l’Italia estraeva da sola il 15% delle catture totali del Mediterraneo e del Mar Nero, un impegno che, in assenza di una propria ZEE, rischia di ledere le possibilità dei pescatori italiani, i quali non possono accedere alle acque altrui, ma sono liberi di subire l'”invasione” della concorrenza straniera. A questa criticità si somma il fatto che Unione Europea e Organizzazione mondiale del commercio (OMC) stiano lavorando per formalizzare accordi mirati a contenere il problema del depauperamento delle risorse ittiche, impegno che potrebbe tradursi in ulteriori limitazioni per i pescherecci nostrani.

La disperazione sfocia nel Mediterraneo

Quando si analizzano i preoccupanti soprusi subiti dai pescatori italiani per mano delle motovedette straniere, capita di sovente di incappare in personaggi che propongono di attenuare le difficoltà dispiegando sul campo dei mezzi militari. Se si tiene in considerazione quanto detto in relazione alle ZEE, è evidente che una simile posizione incappi in un immediato paradosso: nel caso, la Guardia Costiera dovrebbe allontanarsi dalla propria area di competenza per accompagnare le navi a pescare di frodo.

In passato, capitava che le motovedette di Stato si trovassero in zona per pura “coincidenza”, magari mentre erano impegnate a solcare le rotte di soccorso legate all’accoglienza dei migranti. Da allora, tuttavia, il clima politico europeo è drasticamente cambiato e anche questa opzione pare ormai inverosimile. Dal 2014, anno dell’esperimento Mare Nostrum, le autorità italiane hanno infatti preferito adottare un’impostazione più ligia al rispetto delle aree ufficiali di ricerca e soccorso (SAR), delegando spesso a terzi la salvaguardia di coloro che rischiano la vita in mare. Su carta si tratta di un approccio assolutamente legittimo, tuttavia è difficile credere che non vi sia malizia alcuna nella decisione del Governo italiano di confidare ciecamente nelle competenze assistenziali dei Paesi limitrofi.

Roma fornisce mezzi, addestramento e risorse a un corpo militare libico composto tra le altre da personaggi che sono accusati di essere parte attiva nella tratta umana, il tutto nonostante le stesse Nazioni Unite siano esplicite nell’affermare che i porti libici non siano da considerarsi sicuri o adatti all’accoglienza. La situazione non migliora se si tiene in considerazione la vastissima SAR che cade sotto la responsabilità di Malta. La situazione maltese è in effetti estremamente complessa: l’isola è stata controllata dal Governo britannico fino al 1964, Governo che si era assicurato ai tempi l’assegnazione di un campo di ricerca e soccorso estremamente ampio, uno stratagemma che gli ha concesso per vie traverse una Flight Information Region (FIR) altrettanto importante. Calcando sulla SAR, il Regno Unito si era dunque assicurato che gli aerei di passaggio tra Europa e Africa si affidassero ai suoi servizi di informazioni di volo, ottenendo un vantaggio strategico notevole.

Allo stesso tempo, La Valletta si guarda bene dal soddisfare puntualmente i requisiti di soccorso che le spetterebbero e piuttosto preferisce risolvere la questione siglando accordi proprio con la Libia. In altre parole, con la scusa del SAR le motovedette di Tripoli possono intervenire nella tratta del Mediterraneo che spazia dalla Tunisia alla Turchia, situazione che dovrebbe preoccupare la politica e che certamente spaventa quei pescatori italiani che si trovano assaliti dalle autorità libiche anche grazie a battelli e armamenti che sono messi gentilmente a disposizione da Roma, centro di potere che si dimostra pronto a chiudere un occhio sugli abusi subiti dai suoi cittadini pur di salvaguardare i rapporti economici e diplomatici internazionali.

Pesca come extrema ratio

La spartizione del Mar Mediterraneo è notoriamente influenzata dalla gestione delle risorse naturali, tuttavia le battaglie per le fonti ittiche devono ormai tenere conto di fattori ancora poco sondati. Uno dei motivi per cui i pescatori italiani arrivano a spingersi tanto lontano dalle acque territoriali si riscontra nel fatto che le acque europee si stiano scaldando a una velocità sorprendente, ben più velocemente di quanto non faccia l’ambiente terrestre. Pesci e crostacei che prima abitavano vicini alla costa si sono spostati verso il largo in cerca di temperature a loro più adatte, finendo con il concentrarsi in zone che finiscono irrimediabilmente per essere contese da più parti. 

Il cambiamento climatico sta inoltre impattando notevolmente nell’area circondante il Canale di Suez, passaggio solitamente noto per il suo traffico navale, ma da cui sopraggiungono anche specie marine aliene e invasive che da sempre vivono nel Mar Rosso. Stando ai dati di Legambiente, nel 2017 il Mediterraneo era già dimora permanente di almeno 600 pesci “esteri”, 42 dei quali sono ormai di casa anche in quel del Bel Paese. Questa rivoluzione non solo ha – e avrà – impatti sull’ecosistema marino, ma andrà a influenzare passivamente anche l’economia, almeno tenendo conto del fatto che molte di queste creature risultino tossiche, inadatte alla consumazione e assolutamente invendibili. Meno pesci e più concentrati, dunque, ma anche una maggiore competitività da parte delle nazioni nordafricane e del Vicino Oriente.

I contadini dell’Egitto, dell’Algeria, della Libia e del Levante si trovano a vivere in nazioni colpite da pesanti crisi finanziarie, inoltre i loro campi diventano sempre più difficili da coltivare a causa dell’innalzamento delle temperature. Il risultato è che molti di coloro che non riescono a vantare nuove prospettive lavorative finiscono con il cercare disperatamente di improvvisarsi pescatori, spesso incappando in magri risultati. Si prospettano furenti scontri diplomatici tra Unione Europea e Stati Arabi per determinare le nuove norme di pesca dell’OMC, tuttavia anche le singole nazioni e le aziende private si stanno attrezzando per siglare autonomamente concessioni previa accordi commerciali onerosi che si tengono spesso a porte chiuse. In questa sfida geopolitica, Roma sta compiendo passi timidi che vengono intorpiditi da un dibattito pubblico poco trasparente, tuttavia il tempo per negligenze amministrative e rimpalli di responsabilità sta scadendo e l’Italia necessita sempre più di trovare una voce attraverso cui confrontarsi a livello internazionale, che sia attraverso l’UE o autonomamente, via deroga. 

[di Walter Ferri]

 

No green pass, Stefano Puzzer licenziato per “giusta causa”

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Il leader del movimento dei portuali contro il green pass Stefano Puzzer è stato licenziato dall’Agenzia per il lavoro portuale per “giusta causa”. Ne ha dato notizia lo stesso Puzzer tramite un video in diretta postato sulla propria pagina Facebook. “Mi batterò con tutte le mie forze contro questo provvedimento” afferma lo stesso Puzzer, che afferma che la decisione è stata presa in seguito alle azioni da lui intraprese per “combattere contro il sistema”.

Arte e moda: l’Italia non forma alle sue eccellenze

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Italia, luogo ricco di storia, arte e cultura, patria di artisti rinomati in tutto il mondo. Penisola in cui attualmente esistono ben 58 siti inclusi nella lista dei patrimoni dell’umanità, che fa del Bel Paese lo Stato con il maggior numero di siti UNESCO. Eppure, chi nasce e cresce immerso nelle bellezze del territorio italiano, ha serie difficoltà a potere intraprendere percorsi di studio per crearne altrettante o preservare quelle esistenti. Una vera e propria facoltà triennale in Storia dell’Arte sembra essere assente e sostituita da “Beni Culturali”, “Arti visive” e simili, mentre studiare e approfondire le Belle Arti, Arte Drammatica, musica, danza, è spesso una strada considerata dallo Stato stesso come secondaria. La conseguenza è la difficoltà per certe accademie, conservatori, istituti, di sopravvivere dignitosamente. Senza parlare della considerazione a livello sociale di coloro che vorrebbero intraprendere studi relativi al mondo dell’arte. Allora, spesso si ripiega – certo, per chi ne ha la possibilità economica – a centri universitari privati, accademie costose ed elitarie, in cui si ha la sicurezza che “nonostante” la strada scelta si possano avere contatti con aziende, stage mirati, così da non rischiare di divenire “artisti sconclusionati”.

Se l’arte non ha ancora una Università

Mentre in tutta Europa le istituzioni di Belle Arti sono facoltà universitarie a tutti gli effetti, le Accademie di uno tra i Paesi più ricchi dal punto di vista artistico, hanno da sempre seri problemi burocratici, perché idealmente lo studio teorico viene considerato ben più importante del “pratico”. La legge italiana ha riconosciuto lentamente e con difficoltà solo alcuni istituti, portando così gli studenti a incontrare disagi mentre spesso non vengono nemmeno considerati come universitari (conseguenza, tra le altre cose, quella di avere meno tutele e agevolazioni). Dopo anni di studi tanto intensi quanto qualsiasi altra facoltà, gli studenti delle Accademie hanno in mano un diploma piuttosto che una laurea. Un titolo equipollente, lo chiamano, ed è tale solo da pochi anni se messo in comparazione con la storia universitaria in generale. Il “titolo equipollente alla laurea universitaria” esiste dal 1999, quando venne istituito l’AFAM (Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica). Ci sono voluti vent’anni, poi, affinché il Governo riconoscesse il valore di alcuni percorsi di studio (soprattutto del vecchio ordinamento), anche se ancora manca il riconoscimento dell’equipollenza dei diplomi di corsi di studio sperimentali presi prima del 1999. L’Italia in poche parole, è prima nell’arte ma l’arte in Italia non riesce ad essere una priorità. E molti professionisti nel settore, non hanno i giusti riconoscimenti, e diritti.

I fondi di tante Accademie sono miseri e il corpo docente vacilla in continuazione. I cosiddetti contratti “co.co.co” (Collaborazione Coordinata e Continuativa) dove i docenti non hanno mai reale stabilità tra ritardi e rinvii del MIUR, con un contratto lavorativo imbarazzante. I lavoratori delle AFAM svolgono la stessa mole di lavoro dei docenti ordinari ma sono precari, non hanno congedi parentali tantomeno giorni di malattia. Nessuna maturazione di titoli di servizio, alcun riconoscimento e compenso delle ore extra. Gli studenti e le studentesse ne vivono le conseguenze: da lezioni sospese a corsi che non partono pur pagando tasse anche alte, visti i problemi dei fondi e delle agevolazioni per il settore.

Piccoli e lenti passi avanti

Finalmente nel dicembre 2021 sono stati fatti alcuni piccoli passi avanti, dopo anni che lavoratori e studenti hanno manifestato il loro scontento. L’ampliamento dell’organico è avvenuto dopo una stasi di ben 25 anni, con il decreto interministeriale di riparto del ministero dell’Università e della Ricerca e del ministero dell’Economia e delle Finanze, volto a suddividere 70 milioni di euro previsti dall’art 1, comma 889 della Legge 30 dicembre 2020 n. 178. Ma comunque problematiche come quelle descritte rimangono e il guaio maggiore viene vissuto dagli studenti, costretti a scegliere una professione che dovrebbe essere considerata sia a livello istituzionale che accademico al pari di qualsiasi altra facoltà, ma che fa fatica a essere riconosciuta come tale. Una volta superato l’inghippo della considerazione sociale, un giovane voglioso di “studiare arte” si trova davanti ostacoli e scomodità non indifferenti. Se economicamente in grado, lo studente potrà optare per Accademie private, master e corsi, che spesso chiedono ingenti somme di denaro tanto per l’iscrizione quanto per il continuo degli studi.

Una storia simile viene vissuta da chi vuole entrare nell’industria della moda. E di nuovo, la moda in Italia è risaputo quanta importanza abbia, ma rappresenta un’eccellenza anche questa volta sottostimata. Il tanto osannato made in Italy rimane purtroppo distante per chi vorrebbe, a livello di studi, diventare esperto in materia e lavorare nel settore. Gli artigiani sembrano ormai creature di un passato mitico eppure la moda è un insieme di capacità artigianali, tra le altre cose. Senza parlare quanto essa al pari di arte, musica e cinema rispecchi le evoluzioni culturali e sia una disciplina da valorizzare e alla quale dare dignità. Purtroppo però, anche se negli ultimi anni le cose sono migliorate, studiare moda in Italia non è affatto facile. Poi, il made in Italy non viene valorizzato almeno fino alla scelta della scuola superiore e solo se si frequenta un determinato indirizzo. Invece, come ha suggerito Carlo Capasa, presidenti del CNMI (Camera Nazionale della Moda Italiana), sarebbe bene dedicare almeno un’ora al made in Italy anche alle scuole secondarie di primo grado. Anche perché la mente creatrice di capi d’abbigliamento e accessori, il cosiddetto “stilista” nasce, come figura, in Italia, patria di moltissimi talenti e attenti professionisti.

Una formazione ancora classista

Tuttavia, solo dall’inizio degli anni duemila è stato possibile comprendere l’importanza di una formazione scolastica per chi è interessato e voglioso di entrare nel settore. Così ora esiste una fitta rete di scuole di moda sul territorio, che specialmente negli ultimi anni sta registrando un incremento significativo. Esistono non solo istituti privati ma anche pubblici, che allettano sempre più i giovani sia per il tasso di occupazione futuro che per un percorso davvero legato al territorio, a livello di artigianalità e manifattura. La formazione professionale sta finalmente guadagnando spazio dopo che per anni è sembrata atterrata da quella universitaria “propriamente detta”. Il problema però, è sempre legato alla difficoltà nel trovare corsi triennali riconosciuti dal MIUR che comunque rimangono titoli “equipollenti” alla laurea. Nonostante esistano validi corsi di laurea nelle università pubbliche, come all’Università di Bologna, il Politecnico di Milano, IUAV, per dirne alcuni, le scuole italiane di riferimento rimangono quelle private, che hanno guadagnato il primo posto nella formazione pratica. Ma gli istituti d’eccellenza come il Marangoni, lo IED, il Polimoda e la Naba non sono certo accessibili a tutti. Anzi, ad accedervi è solo una élite. Per quanto esistano aiuti economici e borse di studio, le scuole private rimangono impossibili da considerare per tanti. Rette universitarie che arrivano fino a 20.000 euro all’anno, ma promettono una formazione eccellente e una connessione reale con svariate aziende. Insomma, è come se si investissero ingenti somme di denaro per assicurarsi un posto di lavoro futuro in un settore tanto competitivo.

Ma perché soprattutto le private hanno una nomina tanto positiva a livello di formazione e inserimento lavorativo? Una difficoltà da considerare riguarda la reale competenza degli insegnati all’interno dei corsi pubblici: la scelta dei docenti avviene attraverso i concorsi ministeriali a cui possono partecipare solo i laureati abilitati all’insegnamento. In questo modo vengono spesso escluse figure professionali che sarebbero un esempio essenziale per mostrare e dimostrare la realtà lavorativa del settore. Gli istituti privati vantano invece un personale docente composto quasi sempre da professionisti immersi nel mondo della moda, e ciò fa la differenza.

Al momento, il Governo italiano non è ancora stato disposto a dare vero valore alla formazione sul mondo della moda, nonostante esso sia uno dei settori che – anche a livello economico – arricchisce il paese. Il motivo alla base potrebbe anche essere culturale, visto quanto la moda sia considerata – in maniera erronea – come lontana, quasi superficiale, ludica, inaccessibile. In Italia purtroppo si tende ancora oggi a considerare la moda come un lusso e non vicina e parte integrante della cultura. Se le istituzioni rimangono tanto distanti dalla formazione di professionisti del settore, ci si dimentica di quanto la moda sia strategica e importante non solo economicamente; la fama e l’amore, la qualità e l’importanza del made in Italy sia ancora alta, nonostante solo ultimamente si stia ritrovando amore per alcune occupazioni tecniche e artigianali, spesso considerate anch’esse di serie B. Eppure, per studiare nella seconda divisione serve essere molto comodi economicamente, anche se l’accesso a qualsiasi percorso di studi, non dovrebbe mai essere caratterizzato da differenze economiche e sociali.

[di Francesca Naima]

Twitter annuncia piano per difendersi da acquisizione di Elon Musk

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Il consiglio di amministrazione di Twitter ha approvato all’unanimità un piano per proteggersi dall’acquisizione da parte del multimiliardario Elon Musk. Il piano, noto come “pillola di veleno” in finanza, impedirebbe a chiunque di diventare azionista della società oltre il 15%. Elon Musk ha infatti recentemente offerto 43,4 miliardi di dollari per acquisire l’azienda, sostenendo di volerne liberare lo “straordinario potenziale” per sostenere la libertà di parola e la democrazia nel mondo. La durata del piano è limitata e non andrà oltre il 14 aprile 2023.

In Italia centrale sono tornati i castori, dopo 500 anni

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Tornano i castori in Italia dopo mezzo millennio. Un ritorno inaspettato, che sta particolarmente impegnando studiosi ed esperti faunistici. Piccole tracce della presenza del roditore risalgono al 2018 nei pressi dei laghi di Fusine a Tarvisio (Udine), e al 2021 in Val Pusteria (Alto Adige) ma, solo recentemente, è stata individuata una diga lungo il fiume Tevere, a Sansepolcro, in provincia di Arezzo. Un rinvenimento che conferma il ritorno del castoro nel Belpaese, dopo la sua estinzione avvenuta a livello italiano quattro secoli fa, e a livello globale un secolo fa.

La parola castoro evoca subito il roditore del nord America, eppure nel vecchio continente vive la sua specie cugina, il castoro europeo chiamato Castor fiber. In Italia, l’ultimo esemplare di questo ceppo è stato segnalato nel 1541 nell’area padana. In diversi paesi europei il roditore si è estinto a causa della caccia indiscriminata per la pelliccia, la coda – considerata cibo prelibato -, e il castoreo, sostanza odorosa che l’animale secreta dalle ghiandole per marcare il territorio e comunicare con i suoi simili, impiegata nella medicina tradizionale. Oggi, il castoro sta avendo una grande ripresa in Europa, specialmente grazie alle numerose reintroduzioni. In Italia non ci sono mai state iniziative del genere, nonostante il roditore sia considerato una specie chiave per via delle dighe da lui costruite in grado di modificare la struttura fluviale e favorire la presenza di altri animali. Eppure, negli ultimi tempi, la sua presenza ha iniziato a farsi sentire particolarmente, come dimostrato dalle molte piante (salice bianco, pioppo, ontani, cornioli e robinia) rosicchiate lungo il corso d’acqua.

Il nucleo individuato a Sansepolcro sembra essere particolarmente numeroso. Qui sono stati riscontrati tanti segni riproduttivi, e le tracce indicano la presenza di un paio di “famiglie”, una con due cuccioli e l’altra con uno. Di norma, gli esemplari adulti si aggirano tra i 25 e i 30kg di peso, ma effettuare un censimento preciso non è semplice. Il castoro, infatti, è un animale prevalentemente notturno che si protegge in tane “sotterranee”, spesso difficili da rintracciare, tranne in casi rari quando costruisce delle vere e proprie casette con legni rosicchiati. Pertanto, per immortalare aspetti interessanti e, perché no, chiarificatori, i ricercatori hanno deciso di installare una serie di fototrappole nell’area attorno alla diga.

Ma cosa ha spinto il castoro a tornare nel nostro paese? L’ipotesi più accreditata è quella di un’immissione non autorizzata per mano di alcune persone, effettuata violando le regole specifiche su come e dove debbano essere rilasciati gli animali. L’altro punto interrogativo riguarda i possibili effetti sull’ecosistema a seguito del ritorno del roditore dopo molto tempo. I ricercatori pensano non ci saranno situazioni particolarmente impattanti, ma è anche vero che al momento non ci sono abbastanza dati per poter esserne sicuri. La cosa certa è che il castoro potrà rivelarsi utile da un punto di vista botanico, perché abbattendo piante e costruendo dighe sull’acqua, potrà favorire un rinnovo dal punto di vista ecosistemico, creando degli ambienti favorevoli ad altri organismi.

[di Eugenia Greco]

Nigeria, USA approvano vendita armi per 1 miliardo di dollari

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Gli USA hanno approvato la vendita di armi per quasi 1 miliardo di dollari alla Nigeria, nonostante le preoccupazioni riguardo gli abusi dei diritti umani da parte del governo nigeriano. Gli stessi funzionari statunitensi avevano denunciato l’uso di “forza eccessiva” da parte dei militari sui civili disarmati. La Nigeria sta inoltre affrontando un aumento di rapine a mano armata e rapimenti per riscatto nelle zone controllate dalle bande armate. Secondo quanto riportato da Al Jazeera, la preoccupazione statunitense è che per via delle sanzioni alla Russia e alla Bielorussia, in precedenza partner militari della Nigeria, lo Stato possa ora decidere di acquistare armi dalla Cina.

Venerdì 15 aprile

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9.00 – Scontri tra palestinesi e polizia israeliana presso la Spianata delle moschee, almeno 150 feriti.

9.30 – 5 regioni italiane fanno ricorso al Tar contro la decisione del governo di riprendere le trivellazioni petrolifere.

10.00 – Ucraina: pesanti combattimenti a Mariupol, buona parte della città è in mano russa.

11.00 – L’ANPI in vista del 25 aprile: no a paragoni tra la resistenza ucraina e quella contro il fascismo.

11.15  Di Maio afferma che non ci sono elementi per dire che la Russia stia commettendo un genocidio.

11.30 – Pechino ribadisce che la riunificazione con Taiwan ci sarà a prescindere dagli Usa.

15.10 – Segretario di Stato americano Antony Blinken: «la guerra può durare per tutto il 2022».

18.57 – Riaperta l’ambasciata italiana a Kiev.

 

L’Inghilterra sigla un accordo con il Ruanda per liberarsi dei profughi

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Il 14 aprile 2022 il Ministro dell’Interno inglese Priti Patel e il Ministro degli Esteri e della Cooperazione internazionale del Ruanda Vincent Biruta hanno firmato il primo Partenariato per la migrazione e lo sviluppo economico al mondo. Tale accordo permette al Regno Unito di inviare in Ruanda i migranti (soprattutto uomini e soli) che entrino “illegalmente” nel Paese, in cambio di un investimento di 120 milioni di sterline (poco meno di 145 milioni di euro) nello “sviluppo economico e nella crescita del Ruanda”. Il contratto, seppur nuovo nella forma, non costituisce di per sè una novità: altri Paesi hanno già cercato di esternalizzare la gestione delle richieste di asilo e dei migranti. La logica della securitizzazione e della costruzione di barriere si profila ancora una volta la scelta preferenziale da parte dei governi, pur essendosi dimostrata del tutto fallimentare e non risolutiva per gli scopi desiderati, oltre che priva degli estremi legali per mostrarsi legittima.

La forma può certo essere unica nel suo genere, ma la sostanza non varia poi molto da quanto già visto in altre occasioni: il governo inglese pagherà fior di sterline al Ruanda affinchè questo si faccia carico dei migranti che facciano ingresso illegalmente nel Regno Unito. Il primo ministro britannico Boris Johnson è stato chiaro nelle sue motivazioni: se da un lato ha provato a sostenere che questa decisione col tempo costituirà un potente “deterrente” per coloro che traggono profitto dal traffico di vite umane, ha però anche aggiunto senza mezzi termini che “non possiamo chiedere ai contribuenti inglesi di firmare un assegno in bianco per coprire i costi di chiunque voglia venire a vivere qui”. L’accordo supporterà anche “operazioni di asilo, alloggio e integrazione, simili ai costi sostenuti nel Regno Unito per questi servizi”.

Il provvedimento prende di mira un target molto specifico: i migranti “illegali” che attraversino i confini “con le navi o con i camion”, in particolare se maschi e soli. Secondo il governo, l’impiego di “nuove imbarcazioni, sorveglianza aerea e personale militare esperto” per rafforzare i confini, per i quali sono previsti 50 milioni di sterline in nuovi finanziamenti, permetterà di affrontare “l’inaccettabile costo di 4,7 milioni di sterline al giorno per il contribuente derivante dall’ospitare i migranti negli alberghi”. Coloro che arriveranno in Inghilterra, afferma Johnson, non saranno più ospitati negli hotel ma in “centri di detenzione”.

Questa decisione, stando a quanto si legge sul sito del governo, costituirà un’opportunità per i profughi di “costruire una nuova e prosperosa vita in una delle economie che crescono più velocemente al mondo, riconosciuta globalmente per i suoi risultati nell’accogliere e integrare i migranti”. Numerosi report di organizzazioni internazionali e istituti di ricerca, tuttavia, dipingono un quadro leggermente differente.

Verso la fine del 2021, per esempio, un rapporto di Human Rights Watch ha descritto il Ruanda come luogo nel quale detenzioni arbitrarie e trattamenti inumani, compresi maltrattamenti e torture, sono eventi all’ordine del giorno sia all’interno delle strutture governative che in quelle non ufficiali. L’opposizione politica, in Ruanda, subisce una violenta repressione da parte delle autorità statali, arrivando a minacciare anche gli oppositori che sono migrati all’estero. Il Ruanda è inoltre uno dei Paesi più densamente popolati al mondo e più poveri dell’Africa, nel quale il contraccolpo sull’economia dovuto alla pandemia si è fatto sentire con particolare forza. Il numero di rifugiati presenti nel Paese è già di per sè altissimo (intorno ai 130 mila) e difficilmente il governo potrà farsi carico della gestione di nuovi soggetti. Secondo l’analisi di numerose associazioni per la difesa dei diritti umani, oltre che di alcuni oppositori di Johnson, il provvedimento sarebbe privo dei presupposti legali che ne sostengano la legittimità.

Tuttavia, come fa notare il Financial Times, per il presidente ruandese Paul Kagame un accordo del genere costituirebbe una possibilità di riconoscimento agli occhi del contesto internazionale. In questo modo, infatti, Kagame apparirebbe agli occhi dell’Occidente come “leader africano proattivo che offre soluzioni radicali ai problemi spinosi di politica interna ed estera”, oscurando in parte le polemiche sulla repressione messa in atto contro l’opposizione.

Accordi simili sono già stati stipulati in precedenza: in Europa ci aveva già provato la Danimarca, nel 2021, e anche in questo caso le associazioni avevano denunciato la mancanza di un quadro legale legittimo entro cui operare. In quell’occasione il governo danese aveva scelto proprio il Ruanda per firmare un accordo di rafforzamento della cooperazione in materia di migrazione e asilo, finalizzato al potenziale trasferimento dei richiedenti asilo dalla Danimarca al Ruanda. Questo nonostante nel 2020 la Danimarca avesse ricevuto il più basso numero di richieste di asilo degli ultimi 20 anni (appena 1515). In quell’occasione era stata anche ipotizzata la costruzione di un centro profughi nel Paese africano, ma ad oggi non è stato realizzato nulla di concreto. Nonostante ciò, la Danimarca si è detta disponibile ad ospitare fino a 100 mila profughi ucraini.

Un caso esemplare di esternalizzazione dei migranti, passato per molto tempo in sordina, è costituito dai centri di detenzione australiani costruiti nelle isole di Nauru e di Papua Nuova Guinea. In quel caso il disinteresse da parte delle istituzioni per gli abusi subiti da uomini, donne e bambini provenienti da Iran, Iraq, Pakistan, Somalia, Bangladesh, Kuwait e Afghanistan, dei quali le istituzioni erano al corrente, era stato identificato dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani come mezzo per scoraggiare i profughi dal recarsi in Australia a chiedere asilo.

[di Valeria Casolaro]

Sudafrica, governo denunciato per negligenza contro clisi climatica

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Un gruppo di organizzazioni per la giustizia climatica ha presentato una denuncia penale contro il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa e alcuni membri del suo governo per non aver intrapreso “azioni pratiche per affrontare la crisi climatica”. La denuncia arriva in seguito alla notizia della morte di oltre 400 persone nella provincia di KwaZulu Natal, dopo che la tempesta subtropicale Issa si è abbattuta sulla zona. Secondo la coalizione, il governo sudafricano sarebbe direttamente responsabile delle morti nella regione in quanto non avrebbe mai messo in atto misure per “prevenire ulteriori emissioni e proteggere i vulnerabili dall’aumento della disuguaglianza e della povertà”.