sabato 21 Marzo 2026
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Israele, approvati 4.000 alloggi in Cisgiordania

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La Commissione suprema per la progettazione, un ente che dipende dal governo guidato da Naftali Bennet, ha approvato la costruzione di oltre 4.000 alloggi per israeliani residenti in Cisgiordania, territorio occupato nel 1967 da Israele in cui vivono attualmente più di 2 milioni di palestinesi e 475.000 coloni. Dei circa 4.500 alloggi, 2.684 hanno ricevuto un’approvazione definitiva, mentre per altri 1.636 si tratta della fase preliminare dell’iter burocratico. Oltre agli alloggi, la Commissione suprema per la progettazione ha anche formalizzato lo status di tre piccoli avamposti ebraici, in uno dei quali sarà costruito un albergo con 180 stanze.

La sfrenata attività di lobby delle multinazionali dei pesticidi

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L'influenza che un'azienda è in grado di esercitare è direttamente proporzionale al suo fatturato. Una correlazione, questa, forse non ancora empiricamente dimostrata ma che frequentemente è sotto gli occhi di tutti. Non dovrebbe quindi sorprendere che il potere delle multinazionali, così come la loro capacità di guidare l'uno o l'altro processo decisionale, sia elevato e capillarmente radicato. Dagli interessi petroliferi a quelli farmaceutici, pur senza sfociare nel complottismo, è evidente quanto i grandi colossi finanziari siano quantomeno agevolati nell'indirizzare le scelte politiche. Di...

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Giovedì 12 maggio

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9.20 – Finlandia, presidente e primo ministro chiedono l’adesione alla NATO “senza indugio”.

9.40 – La Corte di Giustizia Ue condanna l’Italia: violati i limiti di qualità dell’aria.

10.50 – Mosca: con ingresso Finlandia nella NATO sale il rischio di uno scontro con la Nato e di una guerra nucleare.

11.00 – Stop alle adunate degli alpini: raccolte 18.000 firme dopo i casi di molestie a Rimini, oltre 500 le segnalazioni.

14.00 – Bloomberg: altri 10 importatori europei hanno aperto conti per pagare il gas in rubli.

14:30 – Il colosso russo Gazprom annuncia che smetterà di utilizzare un gasdotto chiave per il transito del gas attraverso la Polonia.

15.30 – Spazio: svelata la prima immagine del buco nero al centro della nostra galassia, “Sagittarius A*”.

16.00 – Il Senato approva con voto di fiducia la conversione in legge del “decreto Ucraina bis”.

18.00 – I ministri degli Esteri dei Paesi del G7 chiedono ai talebani di revocare le restrizioni  imposte alle donne.

19.00 – Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite approva una risoluzione per l’avvio di un’indagine sui presunti crimini di guerra russi.

Onu: allarme siccità, l’umanità è “a un bivio”

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Per quanto concerne la gestione del problema della siccità, l’umanità è “a un bivio”, motivo per cui bisognerebbe intervenire urgentemente utilizzando “ogni strumento possibile”: è ciò che viene affermato all’interno di un nuovo rapporto della UNCCD, la Convenzione delle Nazioni Unite per combattere la desertificazione. Il report, intitolato “Drought In Numbers, 2022”, raccoglie informazioni e dati relativi alla siccità e sottolinea tra l’altro che, a meno che non si intervenga prontamente, “entro il 2030 circa 700 milioni di persone rischiano di essere sfollate a causa della stessa”.

L’altro volto della guerra: i danni ambientali del conflitto in Ucraina

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Da due mesi e mezzo le immagini della guerra in Ucraina riempiono le preoccupazioni degli europei. Un conflitto raccontato principalmente aggiornando il numero di morti, disquisendo della tipologia di armi utilizzate e mostrando i danni subiti da infrastrutture e palazzi. C’è tuttavia un altro aspetto certo non secondario: l’impatto ecologico del conflitto, le cui conseguenze peseranno sulle future generazioni anche quando la guerra sarà finita.

Gli effetti a lungo termine di una guerra che coinvolge due nazioni altamente industrializzate come Russia e Ucraina saranno infatti visibili anche sui territori circostanti (come Bielorussia e Moldavia) e porteranno gradualmente alla perdita di ecosistemi e terreni fertili per l’agricoltura, inquinamento delle falde e diffusione di sostanze tossiche. Ma andiamo più nel dettaglio.

In Ucraina il rischio di contaminazione per l’ambiente è già alto dal 2014, anno dell’inizio del conflitto nel Donbass. Quest’area in particolare, che da allora subisce la guerriglia tra le forze armate ucraine e le milizie separatiste filorusse, ospita circa 4.500 imprese minerarie metallurgiche e chimiche. In queste zone, e in tutte quelle coinvolte dal conflitto, è difficile ad oggi monitorare i parametri ambientali sul campo: l’impossibilità di recarsi in loco e la circolazione di molte notizie false impedisce agli addetti di capire veramente in che modo intervenire e quanto sia urgente farlo.

Ma non si tratta solo di bombardamenti (che di per sé rilasciano già nell’ambiente sostanze dannose, come la polvere di cemento). Dall’inizio del conflitto – che si protrae tuttora – le aree attorno alle miniere di carbone, momentaneamente abbandonate, pullulano di sostanze tossiche. Al contrario di quanto si possa pensare, interrompere bruscamente l’attività estrattiva porta dei grossi rischi: l’acqua utilizzata nel processo deve essere pompata in continuazione. In caso contrario il liquido, intriso di sostanze tossiche, riempie i condotti minerari e sale in superficie, potenzialmente intaccando terreni e sorgenti potabili. E non è raro che accada, dal momento che in Donbass, ad esempio, almeno l’8% delle installazioni industriali è precario e poco sicuro.

Qualche esempio: il 13 marzo le bombe russe hanno colpito e gravemente danneggiato i centri di produzione e le tubature della centrale a carbone di Avdiivka, il principale centro di gestione del combustibile in Ucraina. La stessa sorte è toccata a Sumy, città nord orientale, dove i bombardamenti russi hanno provocato nuvole di ammoniaca tossica. A proposito di ammoniaca: nella regione di Ternopil (a ovest) il danneggiamento di alcuni serbatoi di fertilizzanti ha riversato nell’acqua una quantità della sostanza 163 volte superiore rispetto alla media.

ONG ed osservatori internazionali stimano che in generale, sul territorio ucraino si siano verificati danni a più di 100 infrastrutture (tra cui centrali elettriche, depositi di carburante e impianti per il trattamento e depurazione dell’acqua). Si teme in particolare per le 465 installazioni di stoccaggio, situate vicino a centri abitati o fonti di acqua (come i fiumi Dniester, Dnipro e Siverskyi Donets), e che contengono 6 miliardi di tonnellate di rifiuti tossici. Facile capire che, se dovessero disperdersi, si verificherebbe una vera e propria catastrofe.

Era il 2014 e l’allora segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ripeteva al mondo una frase che sarebbe dovuta diventare un mantra, e che invece non ha seminato quanto sperato:l’ambiente è la vittima silenziosa della guerra.Guardando al futuro e, si spera, ad una prospera e vicina ricostruzione dell’Ucraina, la comunità internazionale dovrebbe mettere in conto anche le spese da affrontare per la salvaguardia e la messa in sicurezza ambientale. Nell’interesse di tutti.

[di Gloria Ferrari]

Un enzima “mangia plastica” potrebbe liberarci da tonnellate di rifiuti

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Un gruppo di scienziati di Austin ha creato una variante enzimatica in grado di eliminare la plastica nel giro di pochissimo tempo. Si tratta di una scoperta potenzialmente molto importante, considerando che i rifiuti di plastica possono impiegare secoli a degradarsi. Questo enzima, secondo i ricercatori, ha tutte le carte in regola per potenziare il riciclaggio su larga scala, consentendo di aumentare esponenzialmente le possibilità di recupero e riutilizzo della plastica, contribuendo così a ridurre il suo devastante impatto ambientale.

I ricercatori, grazie all’intelligenza artificiale, sono riusciti a identificare – e quindi generare – quelle mutazioni che permettono all’enzima PETase di depolimerizzare rapidamente –  ovvero decomporre i polimeri in molecole – la plastica PET a basse temperature, una condizione fondamentale affinché la soluzione abbia un futuro su scala industriale. Il PETase, scoperto nel 2016, è una sostanza di natura proteica che permette ai batteri Ideonella sakaiensis di decomporre e digerire il polietilene tereftalato (PET), materiale termoplastico comunemente usato nella maggior parte degli imballaggi di consumo, come le confezioni per i biscotti, le bottiglie contenenti le bibite gassate, gli imballaggi per frutta, insalata e alcuni tessuti. Il PET costituisce il 12% di tutti i rifiuti globali.

È stato quindi utilizzato un sistema di apprendimento automatico che ha permesso di confrontare una serie di forme mutate dell’enzima, così da individuare quale fosse la migliore per distruggere i rifiuti di plastica. Il tutto è stato testato su 51 diversi contenitori di plastica post-consumo, ma anche cinque tipi di fibre di poliestere e, alcuni rifiuti, sono stati demoliti in appena 24 ore. L’esperimento, quindi, ha dato buoni risultati, dimostrando l’efficacia dell’enzima, il quale è stato battezzato FAST-PETasi, acronimo di “functional”, “active”, “stable”, “tolerant”, PETase.

La riuscita della ricerca apre uno spiraglio di speranza per lo smaltimento della plastica. Infatti, se li riciclaggio è il modo più ovvio per ridurre questo tipo di rifiuti, a livello globale meno del 10% di questi è stato riciclato. La plastica, infatti, viene spesso gettata nelle discariche o, ancora peggio, bruciata sprigionando gas nocivi nell’aria. Senza contare altri processi industriali alternativi, come quelli di glicolisi e metanolisi, i quali richiedono un alto dispendio energetico e vanno a intaccare l’integrità della plastica. Pertanto, l’enzima “mangia-plastica” risulta più conveniente, in quanto potrà essere impiegato efficientemente a basse temperature, ovvero a meno di 50 gradi Celsius, e con un basso consumo di energia. Ora gli esperti sono decisi ad approfondire le ricerche per raggiungere al più presto l’applicazione industriale e ambientale dell’enzima, e rendere il processo funzionante per tutti i tipi di plastica presenti in un normale flusso di rifiuti.

[di Eugenia Greco]

Una giornalista di Al Jazeera è stata uccisa dai soldati israeliani in Palestina

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Shereen Abu Aqleh

Ieri 11 maggio, Shereen Abu Aqleh giornalista per Al Jazeera con cittadinanza palestinese e americana, è stata uccisa mentre seguiva un’incursione israeliana nel campo rifugiati di Jenin, in Cisgiordania. Secondo il ministero della salute palestinese, sarebbero state le forze israeliane a spararle a sangue freddo proprio lì, fra la testa e le spalle, dove né il casco né il giubbotto antiproiettile possono salvare la vita. Tutte le testimonianze raccolte sul campo raccontano la stessa scena e individuano il medesimo responsabile (un soldato israeliano), tuttavia Israele nega e il grosso dei media italiani ed occidentali in genere riportano la notizia omettendo l’autore del gesto.

I fatti si sarebbero svolti in questo modo secondo Al Jazeera, che riporta la testimonianza di alcune persone che erano lì con la giornalista: una volta arrivati sul luogo, i reporter – tutti dotati di elmetto e giubbotto antiproiettile con su scritto “PRESS”, sono stati immediatamente assaliti dai cecchini israeliani, appostati nei dintorni. Questi, una volta colpita e uccisa Abu Akleh, avrebbero continuato a sparare ferendo altri giornalisti, tra cui Shatha Hanaysha, che era accanto alla corrispondente di Al Jazeera.  I testimoni hanno inoltre riferito che non c’erano conflitti a fuoco in quel momento e che quindi il gruppo di giornalisti era stato preso di mira di proposito.

«Eravamo quattro giornalisti, indossavamo tutti giubbotti, tutti indossavamo caschi. L’esercito di occupazione [israeliano] non ha smesso di sparare anche dopo che è crollata. Non potevo nemmeno allungare il braccio per tirarla a causa dei colpi sparati. L’esercito è stato irremovibile nel sparare per uccidere», ha riferito Hanaysha.

Israele ha risposto alle accuse sostenendo che invece sarebbe stata una milizia palestinese ad aprire il fuoco contro le forze israeliane e che in questo scontro sarebbero stati coinvolti i giornalisti. A sostegno di questo, a dire del paese, ci sarebbe un video che però secondo l’esperto di geolocalizzazione Samir Harb riprende un posto diverso rispetto a quello della morte della giornalista.

Il primo ministro palestinese Mahmūd Abbās ha invece sostenuto la «piena responsabilità» di Israele nell’omicidio della “voce della Palestina” uccisa «dalla mostruosità del colonialismo e dell’occupazione di Israele»: è così che la parlamentare palestinese Khalida Jarrar ha definito Abu Akleh, in servizio per amore della verità da più di vent’anni.

Nel dare la notizia i giornali italiani ci sono andati molto cauti. Non c’è da sorprendersi visti i rapporti commerciali e di amicizia che storicamente legano Israele al nostro paese. “Le relazioni con l’Italia sono eccellenti, anche sul Covid. Ma collaboriamo in diversi settori. Nel campo della sicurezza e dell’intelligence, nella sfera del cyber, tra gli eserciti” aveva detto in un’intervista Dror Eydar, ambasciatore israeliano a Roma. Molti articoli hanno riferito dell’episodio raccontandolo come “un’operazione dell’esercito israeliano”: è difficile reputarlo tale dal momento che anche le Nazioni Unite hanno confermato che ogni mese i territori occupati della West Bank subiscono oltre 200 violazioni del domicilio per mano dei soldati israeliani. Si tratta di pratiche illegittime, e spesso violente e che poco hanno a che vedere con “un’operazione militare”.

La comunità internazionale ha chiesto di avviare un’inchiesta approfondita per far luce sulla morte di Shireen Abu Akleh ed evitare che questa resti impunita, come è successo molte altre volte. Per questo è importante, ad esempio, che l’indagine non sia affidata unicamente all’esercito israeliano, soprattutto perché la Cisgiordania subisce un incremento della violenza da parte degli israeliani ormai da molti mesi.

Prima di concludere, ricordiamo che la giornalista non è la prima vittima delle truppe israeliane. Per citarne solo alcuni: Simone Camilli, ucciso dall’esplosione di un ordigno in Palestina, dove si trovava per raccontare la guerra tra Hamas ed Israele. Fadel Shana’a, cameraman ucciso dallo sparo di un carro armato israeliano e Yaser Murtaja, freddato da un cecchino durante le proteste a Gaza nel 2018.

[di Gloria Ferrari]

Cremlino: adesione Finlandia alla NATO è una minaccia per la Russia

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L’adesione della Finlandia alla NATO rappresenta una minaccia per la Russia: è ciò che avrebbe affermato il ​​portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa russa Tass. «Un’ulteriore espansione della NATO non rende il nostro continente più stabile e sicuro», avrebbe aggiunto Peskov, sottolineando che la Russia elaborerà le misure necessarie per garantire la propria sicurezza. La risposta di Mosca dipenderà però dalla misura in cui «le infrastrutture militari si avvicineranno ai nostri confini», avrebbe precisato in tal senso il portavoce del Cremlino.

Strage di Viareggio: il sindaco prende i soldi e ritira il comune dal processo

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«È una pugnalata che ci arriva al cuore, è un rigirare il coltello nella piaga», ha affermato ai microfoni di Radio Onda d’Urto Daniela Rombi, madre di Emanuela, ragazza di 21 anni morta a seguito delle ustioni riportate nella “strage di Viareggio”, l’incidente ferroviario che il 29 giugno del 2009 costò la vita a 32 persone, ferendone più di un centinaio. Il commento si riferisce alla decisione del sindaco Giorgio Del Ghingaro di ritirare il comune dalla costituzione in sede civile nell’appello-bis del processo sulla strage. Il sindaco di Viareggio ha accettato infatti un risarcimento da 200.000 euro, che va ad aggiungersi ai 2,8 milioni incassati nel 2011 dal governo precedente. Il rimborso è stato, invece, rifiutato dai parenti delle vittime che cercano giustizia per quanto accaduto la sera del 29 giugno del 2009, quando un treno merci che trasportava gas gpl deragliò, provocando l’enorme esplosione che investì ogni cosa nel raggio di oltre 100 metri causando la strage.

In questi anni, mentre il comune portava avanti la battaglia giudiziaria, la parte restante del versamento era rimasta congelata, anche in seguito all’autocritica del sindaco che ha accettato il patto nel 2011, Luca Lunardini, il quale ha dichiarato di aver commesso «un grave errore, dovuto anche al fatto di essere stato consigliato male». A marzo, però, la parte mancante è stata trasferita da Assicurazioni Generali nelle casse pubbliche viareggine, con conseguente ritiro da parte del comune dall’appello-bis, alimentando un coro di critica rivolto al sindaco Del Ghingaro, che attualmente governa sulla maggioranza delle liste civiche nate a suo sostegno.

[di Salvatore Toscano]

Il lungo viaggio di Munduruku: dall’Amazzonia all’Europa per chiedere giustizia

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Come rappresentante del proprio popolo e dei diritti troppo spesso a loro negati, l’attivista indigena Maria Leusa Kaba Munduruku ha deciso di viaggiare oltreoceano e parlare direttamente con le aziende responsabili della devastazione della sua terra, facendo appello all’Europa. Un anno fa la donna ha visto il proprio villaggio letteralmente attaccato dagli invasori e la sua casa è andata in fiamme. I minatori si sono impossessati dei luoghi dell’Amazzonia in cui tribù come quella di Maria Leusa vivono da sempre, non solo danneggiando il territorio e l’ambiente ma calpestando i diritti di intere popolazioni.E visto come il presidente Jair Bolsonaro non agisca in favore della protezione delle popolazioni indigene, ma anzi trovi ogni scusa per annientare intere etnie, allora la donna ha deciso di chiedere l’intervento europeo.

L’intenzione di Maria Leusa, la quale ha dovuto letteralmente fuggire con i bambini perché minacciata dai minatori, è quella di assicurarsi che l’Europa lavori sulla creazione di una valida legislazione. Un intervento che possa andare oltre le aziende europee e possa arrivare a proteggere l’Amazzonia quando necessario. Perché altrimenti, chi ha potere nelle terre ormai notoriamente devastate e continuamente minacciate da altri interventi aggressivi, non solo non agirà per la protezione dei popoli e dell’ambiente, ma continuerà a ostacolare ogni possibile atto volto alla rivendicazione dei diritti dei popoli e della terra in cui essi vivono, e rispettano.

Il Governo brasiliano è ancora intento a fare approvare la discussa legge (PL191) volta a legalizzare l’attività mineraria nelle terre in cui vivono i popoli indigeni, questo nonostante il Brasile abbia raggiunto il doppio del record precedente per numero di ettari di foresta amazzonica andati perduti, tra il disboscamento intensivo, l’agricoltura e l’estrazione mineraria. Anzi, nonostante proteste, mobilitazioni e appelli alla Corte internazionale, le ingiustizie e gli interventi invasivi hanno subito un netto aumento dall’inizio del 2022. E allora oltre all’ostilità del governo brasiliano, anche l’Europa tanto intenta a una svolta green, è stata pesantemente criticata. Come sottolinea Maria Leusa, per ogni intervento incontrollato delle aziende europee, c’è il sangue di persone innocenti e il dolore della Terra. Le ONG hanno chiarito come l’Europa abbia un ruolo essenziale nella distruzione dell’Amazzonia, aziende e banche europee hanno infatti finanziato e acquistato prodotti causa e conseguenza della deforestazione. Allora da Bruxelles a febbraio è stato deciso di creare una legge apposita, così da vietare l’importazione di materie prime legate alla deforestazione e al degrado forestale, come legno e soia.

Ma per quanto la proposta di nuove linee su una sostenibilità aziendale sembrasse un’azione storica e salvifica, “Solo l’1 percento più delle aziende in Europa sarà preso di mira dalle regole proposte”, sottolineano gli attivisti. I continui danni ambientali dovrebbero essere vietati una volta per tutte e invece anche le nuove legislazioni sembrano non prendere mai davvero una decisione che cambi le sorti dell’Amazzonia, dei popoli, del Pianeta.

La proposta è ora in discussione al Parlamento Europeo, e la leader dei Munduruku si è presentata fisicamente così da assicurarsi che l’Europa ammetta le sue colpe e possa rendersi conto dell’importanza del suo ruolo. Ma certo per attivisti come Maria Leusa c’è da costruirsi una corazza, visto come gli incontri non vadano come sperato. Giovedì scorso la donna ha infatti viaggiato verso Berna, in Svizzera con altri rappresentanti indigeni, confrontandosi con i dirigenti delle raffinerie d’oro Metalor, Précinox e Argor Heraeus e l’Associazione svizzera dei produttori e dei commercianti di metalli preziosi (ASFCMP). Società molto attive in territorio europeo e per questo soggette alle regole proposte. Con le cinque tonnellate d’oro arrivate dall’Amazzonia in Svizzera, il Paese è stato il secondo importatore di oro brasiliano nel 2021, subito dopo il Canada. È stata la Società tedesca per le persone minacciate (STP) a sottolineare l’entità e l’origine delle esportazioni, che sono partite anche dalla terra in cui vivono i Munduruku, popolo di Maria Leuasa.

Per quanto l’azienda abbia chiarito come ogni attività sia stata ben controllata assicurandosi che la catena di approvvigionamento fosse libera da violazioni dei diritti umani, gli attivisti continuano a credere che l’oro arrivato in Svizzera sia “macchiato”. Consapevoli della mancanza di prove, gli attivisti confrontatosi con i grandi capi aziendali dopo avere raccontato la loro drammatica storia e mostrato la loro ricerca di responsabilità, si sono sentiti presi in giro e guardati con indifferenza. La stessa Maria Leusa Kaba Munduruku, la quale ha raccontato la propria storia in una lunga intervista per Politico ha riassunto l’incontro di giovedì scorso. La donna ha speso parole durissime per sintetizzare ciò che ha provato nel cercare di confrontarsi con governi, dirigenti e chiunque si trovi ai vertici: «Quello che sembra importare alle persone che abbiamo incontrato è l’oro e non le vite dei gruppi indigeni. Ad essere onesti non riuscivo nemmeno a guardarli dritto in faccia».

[di Francesca Naima]