martedì 13 Gennaio 2026
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In India la superficie delle foreste è aumentata di oltre 2000 km quadrati

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L’iniziativa statale One Tree Planted, la quale ha portato la popolazione indiana a piantare milioni di alberi, è stata un successo: negli ultimi tre anni la superficie forestale del paese è aumentata di oltre 2000 km quadrati. Un ottimo risultato, dato l’importante obiettivo di combattere il cambiamento climatico e la desertificazione. Secondo gli scienziati, infatti, l’India ha perso il 40% della sua copertura forestale negli ultimi 95 anni. Spinta dall’estrazione mineraria, dall’agricoltura e dall’urbanizzazione, questa profonda perdita di foreste può essere sanata mediante il rimboschimento. Inoltre, considerato che un albero maturo è in grado di sequestrare fino a circa 22 chili di carbonio l’anno, e che la qualità dell’aria in India è tra le peggiori al mondo, la piantumazione risulta di vitale importanza.

Gli alberi sono stati piantati nelle foreste, ma anche nelle fattorie, nelle scuole, lungo le rive dei fiumi e ai margini delle autostrade. L’iniziativa è stata guidata da funzionari del governo e attivisti, e fa parte del vasto progetto indiano di ricoprire con foreste e alberi un terzo della sua superficie totale – pari a 95 milioni di ettari – entro il 2030. In questi anni, gli sforzi degli indiani sono stati notevoli. Nel 2016 sono riusciti a piantare ben 50 milioni di alberi in un solo giorno nello stato dell’Uttar Pradesh e, un anno dopo, 66 milioni nel Madya Pradesh, un record mondiale. 

Il desiderio dell’India di rinverdire il territorio si è manifestato anche nei piccoli villaggi. Come, ad esempio, in quello di Piplantri, in Rajasthan, dove gli abitanti, da qualche anno, piantano 111 alberi da frutta ogni qual volta nasce una bambina, al fine di combattere la disparità di genere e di garantire un futuro migliore alle nuove generazioni. Ad oggi, i tre stati indiani che hanno aumentato significativamente la copertura forestale sono Andhra Pradesh (647 Km quadrati), Telangana (632 Km quadrati) e Odisha (537 Km quadrati). Si stima che lo stock totale di carbonio nelle foreste sia di 7.204 milioni di tonnellate, e che riporti un aumento di 79,4 milioni di tonnellate rispetto al 2019.

[di Eugenia Greco]

Mille proroghe: dal Parlamento un regalo alle industrie di petrolio e olio di palma

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Il Decreto legge ‘Mille proroghe’ 2022, con lo slittamento dell’esclusione dell’olio di palma dai biocarburanti, è stato approvato. Così come si sta cercando di reiterare gli incentivi auto anche per i motori più inquinanti. Iniziative legislative contrapposte all’interesse nazionale e ambientale che ricordano, ancora una volta, chi sono le vere favorite del Parlamento. Le industrie petrolifere, insieme a quelle dell’olio di palma e della soia, gioiscono. Per un altro anno sarà possibile destinare i principali prodotti responsabili della deforestazione alla produzione di biodiesel e biogas. Poco importa se per produrli si è disboscato senza tregua nell’altro Emisfero. Accolti inoltre gli ordini del giorno avanzati da Lega, Forza Italia e Pd che invitano il governo a prorogare i bonus per le auto nuove, a diesel o a benzina, con emissioni fino a 135 grammi di CO2 al km.

L’olio di palma, utilizzato sia nel gasolio per alimentare i motori a diesel sia nella produzione di elettricità nei grandi impianti a biomasse, su denuncia di Legambiente, era già entrato nel mirino dell’Autorità per la Concorrenza. Questa aveva condannato Eni a pagare cinque milioni di multa per “greenwashing” a causa della sua pubblicità ingannevole relativa al prodotto Enidiesel+, “benefico – a detta della multinazionale – per il motore e l’ambiente”. Il TAR del Lazio, nel novembre 2021, si è espresso dando ragione all’associazione ambientalista: il diesel, in nessun caso, può essere considerato combustibile “verde”. Eppure, ai vertici, si va nella direzione opposta. «Il Premier Mario Draghi ha ben ragione ad arrabbiarsi per la scarsa tenuta della maggioranza di governo, ma noi – ha commentato Andrea Poggio, Responsabile mobilità sostenibile di Legambiente – siamo ancora più arrabbiati di lui: per colpa di parlamentari allo sbando e di ministri doppiogiochisti, l’Italia a parole vuole la decarbonizzazione, nei fatti incentiva auto diesel alimentate con la distruzione delle foreste tropicali».

Sull’olio di palma, così come su quello di soia, si prende tempo e, intanto, si discute ancora se elargire o meno bonus per l’acquisto di nuove auto diesel e benzina. «Persino l’industria dell’auto – scrive La Nuova Ecologia – sta cambiando più velocemente della politica. Quasi tutte le grandi case automobilistiche hanno dichiarato che non produrranno più auto a combustione per l’Europa dopo il 2030 e non chiedono più incentivi per diesel e benzina». Bonus del tutto privi di logica. Basti pensare che, a livello Europeo, se la media delle emissioni delle auto vendute supera i 95 grammi di CO2/km, alle cause auto spettano sanzioni quantificabili in miliardi di euro. Eppure, nonostante le più alte concentrazioni di inquinanti atmosferici di tutto il Vecchio Continente, si prende ancora in considerazione se condannare l’Italia ad avere il parco auto più inquinante per almeno altri dieci anni.

[di Simone Valeri]

Senza dimora: nel 2022 un decesso al giorno

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Dal primo gennaio di quest’anno 50 persone senza dimora hanno perso la vita in Italia, il che significa che vi è stato un decesso al giorno: a lanciare l’allarme è la Federazione italiana organismi per le persone senza dimora (fio.PSD), che oggi ha pubblicato un rapporto a riguardo intitolato “La strage invisibile”. Quella dei tanti morti tra i senza tetto non è però una eccezione delle ultime settimane: sono oltre 450, infatti, coloro che tra il 2020 e il 2021 hanno perso la vita. “I senza dimora muoiono tutti i mesi, non solo d’inverno”, sottolinea inoltre fio.PSD, precisando in tal senso che “nelle ultime quattro stagioni 79 sono deceduti d’inverno, 53 in primavera, altri 53 in estate e 60 in autunno” e che “il 60% dei decessi è per incidente/violenza/suicidio e il 40% per motivi di salute”.

Le Mauritius hanno “dichiarato guerra” al Regno Unito invadendo le Isole Chagos

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Mentre il mondo trema sotto le vicende ucraine, dall’altra parte del globo un’altra “invasione” è passata pressoché inosservata, seppur la notizia in sé desti un certo scalpore: le Mauritius hanno invaso le Isole Chagos, un territorio appartenente al Regno Unito, dichiarando di fatto guerra alla regina. I dettagli raccontano di una operazione grottesca: la forza di sbarco mauriziana era composta da 10 individui di mezza età, armati solo di una bandiera delle Mauritius, che hanno poi provveduto ad innalzare sull’atollo di Peros Banhos in segno di sfida verso la corona inglese. Al comando di questa “armata” l’ambasciatore mauriziano alle Nazioni Unite, tal Jagdish Koonjul.

Chiaramente l’invasione mauriziana altro non era che una provocazione, che pero lascia riflettere su quelli che sono stati gli effetti del colonialismo, e sulle ripercussioni che questo fenomeno ancora ha ai giorni nostri. Le parole di Koonjul fanno capire lo spirito con cui i mauriziani abbiano compiuto questo gesto. Il funzionario delle Mauritius ha infatti dichiarato ai media: «Stiamo compiendo l’atto simbolico di alzare la bandiera, come hanno fatto tante volte gli inglesi per stabilire colonie. Noi, però, reclamiamo ciò che è sempre stato nostro». Mentre il Primo Ministro delle Mauritius, Pravind Jugnaut, ha commentato: «Questa è la prima volta che Mauritius guida una spedizione in questa parte del suo territorio», aggiungendo: «Sono lieto che i nostri fratelli e sorelle chagossiani possano viaggiare nel loro luogo di nascita senza alcuna scorta straniera (cioè britannica). Il messaggio che desidero trasmettere al mondo, in quanto Stato sovrano sull’arcipelago di Chagos, è che garantiremo una saggia gestione del suo territorio – sulla sicurezza marittima, la conservazione dell’ambiente marino e i diritti umani».

Nonostante l’invasione altro non fosse che una provocazione, per le Mauritius questa vicenda è una cosa seria. La comunità internazionale infatti, tramite un voto alle Nazioni Unite, non ha riconosciuto la sovranità del Regno Unito sopra l’arcipelago. Ma non solo, anche la Corte Internazionale di Giustizia ha deciso in favore della Mauritius, invitando Londra a riconsegnare l’arcipelago il prima possibile. Anche se da Downing Street continuano a fare spallucce, adducendo che: «il Regno Unito non ha dubbi sulla propria sovranità sopra le Chagos, che sono state continuamente sotto il suo possesso dal 1814». In realtà i britannici avrebbero anche promesso di riconsegnarle alle Mauritius, ma solo quando le isole non saranno più Nazioni necessarie per scopi difensivi. Il che potrebbe non accadere essere mai, dato che nell’arcipelago è presente anche una base strategica dell’aviazione militare statunitense.

Londra ha dimostrato in passato di non tirarsi indietro, anche militarmente, nel caso di dispute per quelli che ritiene i suoi territori oltre mare. Anche se si tratta di piccole isole distanti dal Regno Unito più di 10.000 chilometri. Nel 1982, ci fu infatti una guerra per le isole Falkland tra Inghilterra e Argentina. Le isole (Malvinas per gli argentini), che si trovano a largo delle coste del paese sudamericano, vennero invase dalla giunta militare che in quegli anni governava Buenos Aires. Guerra che si concluse in pochi mesi con una netta vittoria inglese e che causò circa un migliaio di vittime. A dire il vero, esistono anche esempi in cui il Regno Unito scelse di riconsegnare territori che controllava oltremare: è il caso di Honk Kong. Questa ex colonia inglese venne infatti riconsegnata a Pechino nel 1997, come inizialmente previsto da una convenzione siglata dai due paesi nel 1898. Probabilmente però, quella decisione fu presa anche considerando il fatto che, una possibile forza di sbarco cinese, di certo, non sarebbe stata composta esclusivamente da 10 persone di mezza età armati di una bandiera.

Per venire a capo della disputa riguardante le isole Chagos, sarebbe stato utile capire il pensiero di chi ci vive. Tuttavia, ad abitare Peros Banhos sono rimasti solo degli asini. Gli esseri umani che ci vivevano infatti, furono deportati, su volere di Londra, nel 1972.

[di Enrico Phelipon]

Truth, il social network di Donald Trump è finalmente online

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«Viviamo in un mondo dove i talebani hanno un’immensa presenza su Twitter, mentre il vostro Presidente americano preferito è stato messo a tacere», aveva lamentato nell’ottobre del 2021 un Donald Trump ormai lontano dai corridoi del potere, ma anche da quella vetrina che sono i social media. Tra scossoni politici e linguaggio apertamente provocatorio, l’ex Presidente era infatti stato depauperato dalle Big Tech della sua notevole forza internettiana, forza che ora cerca di restaurare lanciando il suo social personale: Truth.

L’idea originale era quella di iniziare a mettere il portale a disposizione del pubblico già nel novembre del 2021, ma l’ipotetico lancio si tradusse allora in un nulla di fatto screziato da un soffocante silenzio. Questa quiete imbarazzata si è però infranta negli scorsi giorni, ovvero quando la Trump Media & Technology Group (TMTG) – azienda creata ad hoc lo scorso febbraio – ha annunciato che Truth sarebbe comparso in versione di prova il 21 febbraio 2021, data che strategicamente coincidente con le celebrazioni americane del Giorno dei Presidenti.

Il social è dunque online. Quasi. La sua pagina web risulta ancora oggi inaccessibile e l’app per cellulari è disponibile esclusivamente agli statunitensi e solamente via l’App Store di Apple. Nonostante queste limitazioni, Truth ha immediatamente scalato la vetta di popolarità delle app, scomodando una mole di utenti di tale portata che i consumatori si sono trovati costretti a patire rallentamenti e attese pur di poter accedere ai servizi. Non che di servizi ve ne siano molti, in questo momento. Il social è pressoché un ibrido tra Twitter e Facebook, ma è comprensibilmente ancora molto acerbo, pieno di bug e sempre vulnerabile a crollare a causa dell’instabilità dei server. L’adesione ai suoi servizi non possiede dunque un valore di consumo, piuttosto è da leggersi perlomeno in un’ottica simbolica.

Volendo scrutare dietro le quinte, la situazione è però più complessa e sfaccettata. Trump aveva già in passato cercato di rimediare alla sua dipartita mediatica appoggiandosi a portali che condividessero con solerzia la sua narrativa: prima si era mosso su Parler – social che è stato prontamente debellato dalla Rete -, quindi si era aperto il blog From the Desk of Donald J. Trump, il quale è stato un flop di proporzioni epocali ed è stato abbandonato nel giro di un mese.

Il fallimento del blog ha dimostrato che i follower di Trump non siano di per sé interessati alle posizioni dell’imprenditore, quanto alla possibilità di condividerne il messaggio. Una vera e propria dinamica dello sciame digitale in cui a cui tirare le fila non è tanto il leader nominato, ma un impianto comunicativo condiviso e polarizzato, poco avvezzo al confronto e molto forte nel creare un senso di appartenenza.

Volendo essere cinici, si potrebbe rimarcare come la vera forza di Truth non sia tanto quella dell’ottenere un libertarismo a ogni costo – il social deve comunque sottostare alle policy di Apple – quanto quella della strategia commerciale. La guida di TMTG è stata infatti affidata a Devin Nunes, Repubblicano tanto fedele a Trump da guadagnarsi nel gennaio del 2021 la Medaglia presidenziale della libertà, nonché ex-direttore della House Intelligence Committee, Commissione politica che monitora le mosse dell’Intelligence statunitense.

Considerando che sorveglianza e digitale vanno a braccetto, Nunes può vantare un ruolo privilegiato nel definire le strategie manageriali di Truth, dettaglio che non è certamente sfuggito alla Borsa. Sebbene TMTG non sia correntemente quotata a Wall Street, l’azienda ha infatti siglato un accordo di fusione con la Digital World Acquisition Corp (DWAC), la quale ha poco sorprendentemente visto lievitare il valore delle proprie azioni. Grattata la patina superficiale, insomma, Truth dà l’idea di essere una trovata imprenditoriale e non quel megafono politico che alcuni speravano di poter sfruttare.

[di Walter Ferri]

Burkina Faso: esplosione provoca 59 morti

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Un’esplosione nei pressi di una miniera d’oro situata nel sud-ovest del Burkina Faso ha causato la morte di almeno 59 persone, ferendone più di cento. Secondo una prima ricostruzione, l’esplosione sarebbe avvenuta lunedì 21 febbraio a Gbomblora a causa dei prodotti chimici usati per trattare l’oro, depositati in quantità considerevole all’interno del sito. I dati, forniti dalle autorità regionali, sono in continuo aggiornamento.

Italia, la maggioranza di Governo si è spaccata sul Green Pass

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Nella mattinata di ieri la Lega ha presentato un emendamento per eliminare il Green Pass a partire dal 1° aprile, dal momento che ad ora la data prevista per il termine dell’emergenza sanitaria è il 31 marzo e il Governo sembra deciso a non volerne prorogare oltre i termini. Il Movimento 5 Stelle si era inizialmente mostrato favorevole ad appoggiare l’emendamento, ma dopo la sospensione del voto e il suo rinvio al pomeriggio ha rivisto le sue posizioni e la proposta è stata bocciata. A votare a favore dell’abolizione del Green Pass sono stati, oltre la Lega, Alternativa e Fratelli d’Italia, mentre Forza Italia si è astenuto. Tra le file dei 5 Stelle permane tuttavia un certo scontento, che mostra come la maggioranza sia tutt’altro che unita sulla questione della certificazione verde.

È la prima volta che tra le fila della maggioranza si intravede una spaccatura netta sulla questione del Green Pass. Nella giornata di ieri, infatti, la Lega ha scatenato una bufera in commissione Affari Sociali alla Camera con la proposta di emendamento che avrebbe voluto l’abolizione della certificazione sanitaria a partire dal 1° aprile, ovvero all’indomani del termine dello stato di emergenza. Le discussioni sono state rinviate al pomeriggio, ma sembrava che l’emendamento potesse far tremare la tenuta della maggioranza, dopo l’apparente intenzione del Movimento 5 Stelle di appoggiare la proposta della Lega. Tuttavia nel pomeriggio le posizioni sono cambiate e, dopo la votazione, l’emendamento è stato bocciato. In questo modo la maggioranza ha tenuto per un pelo, anche se il collante che la tiene insieme minaccia di cedere da un momento all’altro.

Forza Italia si è astenuto dalla votazione, seppure Berlusconi abbia ammesso di ritenere che sia ormai ora di superare le restrizioni e seguire l’esempio degli altri Paesi europei. Le modalità, tuttavia, dovrebbero essere differenti: a tal proposito il presidente di FI ha dichiarato che il proprio partito sta lavorando a un piano graduale di dismissione del Green Pass a partire dai contesti meno a rischio, che verrà consegnato al Governo nei prossimi giorni. Dal canto suo, il PD si schiera contro la proposta della Lega, che Letta commenta come «fuori da una logica di maggioranza». Affermazione che appare quantomeno dubbia, visto il caos che si è venuto a creare ieri in aula.

«Non si vede perché complicare la vita a chi lavora» ha dichiarato Salvini. Per il leader della Lega la situazione è ora sotto controllo e, se nei prossimi giorni fosse confermata l’attuale tendenza al miglioramento, non si vede la necessità di mantenere in essere restrizioni come il Green Pass obbligatorio per i lavoratori over 50. Di tutt’altro parere sembrano essere Draghi e Speranza, che si muovono su una linea assai più prudente. Il ministro della Salute ha infatti dichiarato di non riuscire nemmeno a prevedere un momento nel quale il virus non esisterà più e le restrizioni cesseranno di esistere tutte insieme. Curioso che proprio il ministro della Salute ignori una realtà scientifica data per assodata nel resto d’Europa, ovvero che il virus non cesserà di esistere, motivo per il quale sarà necessario adattarsi ad una futura convivenza.

L’insofferenza di una certa parte del M5S è evidente dopo che in un primo momento alcuni deputati si erano mostrati favorevoli ad appoggiare l’emendamento della Lega, per poi decidere di cambiare idea prima della votazione nel pomeriggio. Di fatto, le posizioni contrastanti all’interno del Movimento potrebbero creare non pochi problemi alla tenuta della maggioranza.

[di Valeria Casolaro]

 

Nord Stream 2: Berlino sospende l’autorizzazione

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La Germania ha appena sospeso l’autorizzazione del Nord Stream 2, gasdotto che trasporterebbe il gas naturale dai giacimenti russi alle coste tedesche raddoppiando il tracciato dell’attuale Nord Stream.
Ad annunciarlo, a poche ore dall’entrata delle truppe russe in Donbass, è il cancelliere Olaf Scholz che ha chiesto di interrompere il processo di revisione dell’infrastruttura da parte dell’autorità di regolamentazione tedesca. In questo modo non può essere rilasciata alcuna certificazione del gasdotto e «Nord Stream 2 non può entrare in funzione», ha infine aggiunto.

Iran, restituiti 820 mila vaccini perché prodotti negli USA

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L’Iran avrebbe restituito 820 mila dosi di vaccino AstraZeneca donate dalla Polonia, in quanto prodotte negli Stati Uniti, considerati “fonte non autorizzata”. Lo scrive Al Jazeera, che riporta come l’Iran al momento accetti vaccini occidentali solo se non provenienti da Stati Uniti o Gran Bretagna. Nel Paese, alla sesta ondata del virus, il 90% della popolazione sopra i 18 anni avrebbe ricevuto due dosi di vaccino, il 37% la terza. La Polonia ha comunicato che le dosi verranno ritirate e sostituite con altre provenienti “da fonti autorizzate”.

Come e da chi è stato smantellato il Servizio sanitario nazionale italiano

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Se c’è un elemento che la pandemia di Covid19 ha involontariamente messo in luce è l’inadeguatezza del Servizio sanitario nazionale (SSN), da imputarsi ai sistematici tagli di spesa effettuati in questo settore in particolare tra il 2010 e il 2019: in questo periodo sono stati effettuati definanziamenti per un totale di 37 miliardi di euro. Mentre l’incremento di risorse stanziato negli stessi anni è stato pari a 8,8 miliardi, una cifra inferiore al tasso d’inflazione che ha prodotto di fatto una riduzione del budget: secondo i dati dell'osservatorio Gimbe, infatti, a fronte di una crescita an...

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