Nel Regno Unito è stato approvato il “Police, Crime, Sentencing and Courts Act 2022”, una legge che, tra le altre cose, limiterà il diritto alla protesta nel paese. Dopo i dubbi iniziali, sia la Camera dei Comuni sia la Camera dei Lord hanno deciso di accettare il provvedimento, conferendo alla polizia maggiori strumenti per fermare le proteste. Si pensi, ad esempio, all’introduzione della possibilità di limitare una manifestazione se considerata troppo rumorosa, previa valutazione dello chief constable (grado maggiore della polizia britannica) nel caso di una protesta imminente o dell’ufficiale più anziano presente sul luogo se la manifestazione sarà già in corso.
“La polizia potrà imporre delle condizioni soltanto alle proteste ingiustificatamente rumorose che possono avere un impatto significativo sugli altri o possono causare gravi interruzioni alle attività delle organizzazioni nelle vicinanze” si legge sul sito del governo britannico. “Questa misura non ha nulla a che fare con il contenuto del rumore generato da una protesta, ma soltanto con il suo livello”, scrivono sulla pagina dedicata alle domande frequenti, specificando l’importanza del lavoro di valutazione “caso per caso” della polizia, visto che una “protesta rumorosa in un centro città potrebbe non raggiungere la soglia”, ma potrebbe farlo “nei pressi di una scuola, di una casa di cura per anziani, di un piccolo ambulatorio medico o di piccole attività commerciali”. In riferimento agli scenari in cui la polizia potrebbe applicare le limitazioni alle proteste, sul sito del governo britannico vengono citati gli “effetti dannosi e dirompenti che il rumore eclatante generato dalle proteste del Freedom Convoy ha causato ai residenti di Ottawa in Canada” e la successiva azione giudiziaria di un tribunale canadese, che ha imposto un’ingiunzione di dieci giorni per vietare azioni analoghe. “In circostanze simili, questi nuovi poteri sarebbero estremamente utili“.
Il limite sonoro, lasciato alla discrezionalità dei funzionari, si aggiunge ad altre tre circostanze già in vigore che giustificano l’intervento della polizia tramite “decisioni proporzionali”¹, quindi imponendo delle condizioni soltanto quando il rischio (danni) supera il beneficio (diritto a manifestare). Nello specifico, la possibilità di intervenire è riservata nei casi in cui la protesta possa causare gravi disordini pubblici, gravi danni alla proprietà o gravi interruzioni della vita della comunità. La nuova legge non modificherà la natura delle disposizioni precedenti e quindi non sarà necessario un permesso preventivo per organizzare o partecipare a una protesta. Allo stesso tempo, resterà in vigore l’obbligo di fornire alle autorità un preavviso di sei giorni (a meno che ciò non sia impossibile) in caso di corteo. In base alle citate circostanze, la polizia potrà optare per delle limitazioni, la cui violazione comporterà la commissione di un reato. In tal senso, è interessante soffermarsi su una modifica apportata dalla nuova legge approvata dal parlamento britannico riguardante il Crown Prosecution Service (CPS), un’istituzione che funge da pubblico ministero nel Regno Unito. Secondo le norme precedenti, ai fini dell’accertamento del reato, era necessario dimostrare che l’indiziato fosse a conoscenza delle condizioni imposte dalle autorità nei confronti della protesta. Con la nuova legge, al CPS basterà dimostrare che il manifestante avrebbe dovuto sapere delle limitazioni.
«Stiamo preparando un nuovo progetto per il ritorno volontario di un milione di fratelli siriani che si trovano nel nostro paese come ospiti», ha dichiarato nelle scorse ore il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, per poi aggiungere: «Circa 500.000 siriani sono tornati nelle aree sicure create dalla Turchia con operazioni oltre confine a partire dal 2016», in riferimento alle azioni militari condotte da Ankara sia contro l’ISIS sia contro i curdi negli ultimi anni. In base a un accordo del 2016, la Turchia riceve fondi dall’Unione europea in cambio dell’impegno a tenere chiuse le frontiere a coloro che tentano di migrare illegalmente verso l’Europa.
Secondo quanto emerso dai dati Eurostat pubblicati nella giornata di ieri dalla Commissione Europea, nel 2020 ben 340mila tonnellate di pesticidi sono state vendute in Europa. Si parla soprattutto di fungicidi e battericidi (43 % del totale), poi seguono erbicidi, abbattitori di scorie e abbatti muschi, (35%) e insetticidi e acaricidi (14%). In Italia, dove sono state fatte e sono in corso diverse battaglie contro sostanze chimiche nocive, sono comunque 31.644.123 le tonnellate di pesticidi vendute nel 2020. Un aumento pericoloso considerando che nel 2019 dal Paese ne erano state acquistate 24mila. Comunque, nonostante ci sia ancora molto lavoro da fare per un’agricoltura meno contaminata e contaminante, il dossier dello scorso anno di Legambiente dal titolo “Stop Pesticidi” aveva dato speranza registrando un piccolo calo dei residui di pesticidi negli alimenti.
La situazione è senza dubbio meno preoccupante rispetto una decina di anni fa, quando le tonnellate di pesticidi acquistate in Italia corrispondevano a oltre 43mila (2011) e c’era una presenza ben più alta di agenti chimici negli alimenti. L’Italia rimane comunque uno dei principali Paesi europei (con Spagna, Francia e Germania) che coprono il 75% del numero totale di pesticidi venduti nell’Unione. Prima è la Spagna (37.915.957 tonnellate vendute nel 2020), poi invece segue il Bel Paese, poi la Francia con 26mila tonnellate e dopo ancora la Germania con poco meno di 10mila tonnellate. Ma anche la Gran Bretagna ormai fuori dall’Europa, nello stesso anno ha superato le 20mila tonnellate. Tornando al caso italiano, ci sono state movimentazioni nel corso degli anni per far sì di mettere al primo posto la salute pubblica e la sostenibilità ecologica, ma le lobby e il Governo sembrano silenziosamente contrastare più che appoggiare chi cerca di limitare l’uso di sostanze ormai dimostrato essere pericolose. Come il caso dell’uso del glifosato (notoriamente dannoso e altamente inquinante) quando i Comuni intenti a vietarne l’uso hanno cercato invano l’appoggio del governo della “Transizione ecologica”. E non serve guardare al passato per capire che servirebbe un’azione contro l’uso dell’erbicida tanto diffuso: a inizio anno a Pavia è scattato l’allarme contaminazione.
Per quanto le strategie Farm to Fork e Biodiversità, punti fondamentali del Green Deal europeo che cerca un futuro sostenibile, debbano essere seguite da ogni stato membro (e rincuora sapere come alcuni miglioramenti siano iniziati ad emergere), i nuovi dati Eurostat mettono la pulce nell’orecchio, che forse si potrebbe fare molto di più. Piuttosto che comprare pesticidi, investire lo stesso denaro in progetti sostenibili in parte già esistenti e che cercano un appoggio troppo spesso inesistente dai piani alti. Ne è un esempio la recente guerra, dove sembra che l’Europa per evitare possibili mancanze, si sia dimenticata degli obiettivi relativi alla sostenibilità. Come la presentazione del pacchetto di leggi per dimezzare l’uso di pesticidi nell’Unione Europea, che a causa della guerra è stata rimandata a data da destinarsi. E volere evitare una possibile crisi per carenze di cibo, ma offrendo alimenti dannosi e aumentando l’inquinamento (basti guardare i continui scandali alimentari dell’ultimo periodo) non sembra poi la soluzione più sana.
Il presidente russo Vladimir Putin, al fine di “tutelare gli interessi nazionali”, ha firmato un decreto sulle nuove misure economiche in risposta alle “azioni ostili di alcuni Stati stranieri e organizzazioni internazionali”: a riportarlo è l’agenzia di stampa russa Tass, la quale specifica che il decreto “vieta di adempiere agli obblighi e concludere accordi con persone fisiche e giuridiche straniere rientranti nella lista dei sanzionati, nonché di esportare materie prime e prodotti dalla Russia nell’interesse di tali persone”. A tal proposito, il governo russo “è stato incaricato di approvare un elenco di individui sanzionati dalla Russia entro dieci giorni e di determinare criteri aggiuntivi per accordi e obblighi da classificare come vietati in conformità al decreto”.
“Green”, “sostenibile”, “ecocompatibile”, “bio”: gli slogan della transizione ecologica sono ormai ovunque. Dal cibo che mangiamo, al sapone che utilizziamo: tutto sembra concepito nel rispetto dell’ambiente e della salute umana. Andando però oltre le pubblicità – e il relativo greenwashing – la realtà che si presenta è un’altra. In Italia, si stima che solo l’inquinamento atmosferico abbia causato, nel 2019, circa 65 mila morti premature. Una “epidemia” silenziosa con focolai sparsi qua e là lungo tutta la Penisola. E non è la sola in atto. Ai decessi legati ad un più generico inquinamento dell’aria, si sommano quelli correlati ad altre contaminazioni, spesso più puntuali, per le quali – se non altro – è possibile individuarne i diretti responsabili. Sono questi i casi che più frequentemente mobilitano le masse, in cui si pretende giustizia, dove però non è affatto scontato ottenerla. Lottare per la salute e un ambiente sano, infatti, significa prima accendere i riflettori, poi sperare che si venga ascoltati e, solo infine, confidare che la legge faccia il suo dovere.
L’altra faccia del Bel Paese
L’Italia ospita bellezze storiche e naturalistiche ambite dalla maggior parte dei Paesi del globo. Tuttavia, oltre il buon cibo, le spiagge e l’architettura, l’Italia vanta anche dei primati tutt’altro che invidiabili. La nostra penisola ospita la Pianura Padana, l’area geografica in assoluto più inquinata d’Europa, l’acciaieria più grande e letale del Vecchio Continente e un numero spaventoso di siti particolarmente contaminati. E questi sono solo gli esempi più eclatanti. I cittadini diretti interessati, però, solo raramente se ne sono stati con le mani in mano. Tra proteste, denunce e scioperi, la maggior parte dei casi di grave inquinamento è stata debitamente attenzionata e, qualche volta, i decisori politici non hanno potuto far altro che cambiare le cose. Basti pensare al caso dell’inquinamento da Sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) in Veneto, «il più grande inquinamento Pfas d’Europa per importanza ed estensione. Probabilmente – come l’ha definito il ricercatore del CNR che ha seguito la questione – il più grande anche del mondo se escludiamo la Cina». Tra Vicenza, Verona e Padova, sono ormai centinaia di migliaia le persone con concentrazioni oltre il limite di queste sostanze nel sangue. Sostanze notoriamente tossiche e particolarmente pericolose per i più giovani. Una vicenda drammatica che, tuttavia, non avrebbe preso i risvolti attuali se le persone non si fossero ribellate. In prima linea, il “Comitato Mamme No Pfas” che dopo anni di battaglie è riuscito a portare il caso davanti l’Alto commissariato delle Nazioni Unite e fatto sì che la condanna per i responsabili individuati – per il 97%, l’azienda Miteni Spa – fosse sempre più vicina. C’è poi il ben più noto caso dell’acciaieria di Taranto. Secondo quanto stabilito dalle perizie ufficiali, le emissioni dell’allora Ilva hanno causato un totale di 11.550 morti, con una media di 1.650 morti all’anno, soprattutto per cause cardiovascolari e respiratorie. 26.999 le persone ricoverate, con una media di 3.857 ricoveri l’anno. Dati i numeri, difficilmente la vicenda tarantina sarebbe passata inosservata (già a settembre 2013 la Commissione Europea avviò una procedura di messa in mora nei confronti dell’Italia) – ma le mobilitazioni hanno fatto sì che non si battesse mai la fiacca. La situazione, ad oggi, non si può ancora definire risolta, ma chi ha inquinato negligentemente sta iniziando a pagare. Tra politici, ex proprietari e legali, le pene inflitte ai responsabili del disastro ambientale e sanitario ammontano a 127 anni. Di questo, tra gli altri, gioiscono i “Genitori tarantini”, l’associazione che ha organizzato cortei e diverse iniziative per la tutela della salute e di commemorazione. Parlando di inquinamento e mobilitazioni, poi, non si può non menzionare la vasta area a cavallo tra Napoli e Caserta, tristemente nota come “Terra dei Fuochi”. Il termine, utilizzato per la prima volta nel Rapporto Ecomafie di Legambiente del 2003, sintetizza la tragica situazione campana: interramento di rifiuti speciali, discariche abusive e un numero imprecisato di roghi tossici che sprigionano diossina e altri gas inquinanti nell’atmosfera. Anche qui, non a caso, la correlazione con un incremento della mortalità per specifiche patologie è accertata e inquietante. La popolazione interessata, così, ogni anno marcia «contro una piaga che uccide ancora». Sono milioni le persone stanche di respirare, giorno e notte, fumo nero. Che la Terra dei Fuochi smetta presto di uccidere non ci credono in molti, ma piccole conquiste sono state già portate a casa. Come il caso della controversa discarica di Chiaiano, definitivamente chiusa dopo anni di opposizione popolare.
Contro la contaminazione fossile
Se non si fosse capito, l’Italia primeggia in Europa per inquinamento industriale. E tra tutti gli impianti inquinanti, ce ne sono poi, da noi come altrove, alcuni dalle particolari criticità. Stiamo parlando delle centrali termoelettriche alimentate a carbone, le principali responsabili delle emissioni di sostanze inquinanti e gas serra. Tra i 211 siti europei nel complesso più contaminanti, al 2017, 13 erano proprio in Italia.
Localizzazione delle 211 strutture che rappresentano il 50% dei costi complessivi dei danni causati dai principali inquinanti atmosferici e gas serra nel 2017 (EEA, 2021).
Il carbone è un killer silenzioso che diviene poi ancor più letale se ha come complice una gestione che ha occhi solo per il profitto. Emblematico, in questo senso, il caso della centrale di Vado ligure della ex Tirreno Power. Il 14 dicembre, il processo contro i 26 indagati per disastro ambientale e sanitario colposo, ha fatto un importante passo avanti. Sono stati infatti ascoltati i consulenti tecnici di “Uniti per la Salute”, il comitato cittadino dal cui esposto del 2010 è nata l’indagine. Questi, hanno presentato dati incontrovertibili sugli eccessi di mortalità, nella zona e nel periodo d’indagine, ben oltre la norma. Qui, è bastata una manciata di cittadini, spinta dalle giuste motivazioni, a far crollare un colosso energetico. Tra chiusure e tutt’altro che rassicuranti conversioni al gas naturale, l’era del carbone, comunque, sembra avvicinarsi alla fine. Non si può però dire altrettanto dell’industria fossile nel complesso, la quale, anche escludendo la fonte più inquinante, solo in Italia, vanta un numero di disastri ecologici unico al mondo. Basti pensare ad Eni, l’orgoglio tutto italiano, l’azienda più inquinante della Penisola, nonché responsabile di alcuni dei siti più contaminati d’Italia. Giusto per citarne un paio: il Centro olio Val d’Agri, in Basilicata, e la zona industriale di Livorno-Collesalvetti, in Toscana. Anche in questi casi, e soprattutto alla luce di uno o più illeciti ambientali smascherati, le proteste non sono mancate. Tuttavia, si ha come l’impressione che l’efficacia di queste si indebolisca proporzionalmente alla maggiore influenza politica ed economica dell’azienda accusata. D’altra parte, mai come nel caso dell’industria fossile le lotte per la salute e quelle per l’ambiente vanno di pari passo. Comunque sia, non c’è più spazio per il petrolio. A sottolinearlo, anche il presidio del movimento Fridays For Future che, a maggio 2021, ha dato vita alla protesta “Many against Eni” proprio davanti la raffineria del Cane a sei zampe di Stagno. «Un caso – come lo hanno descritto gli attivisti nel corso dell’occasione – paradigmatico del modello di finta transizione voluta dal governo e dalle multinazionali».
La lotta per il reato di ecocidio
Tutti questi casi, oltre a minacciare la salute pubblica e la salubrità ambientale, hanno anche altro in comune: una definizione legale. Si tratta di ecocidi, ovvero, i crimini a spese di ecosistemi marini e terrestri, alla flora e alla fauna all’interno di questi, nonché l’impatto che ne deriva sul clima e le comunità. Il termine, coniato nel 1970 dal biologo statunitense Arthur Galston, solo recentemente è tornato alla ribalta. In particolare, grazie ad un gruppo di lavoro formato da avvocati e legali internazionali riuniti nella coalizione Stop Ecocide International. Questi hanno messo a punto una definizione giuridica di ecocidio e chiesto che il reato venga aggiunto ai crimini di cui si occupa la Corte penale internazionale dell’Aja, insieme ai crimini di guerra, ai crimini contro l’umanità e ai genocidi. Per raggiungere questo obiettivo, già nel 2017, è stata lanciata una prima campagna pubblica, «ma – come spiega Jojo Mehta, presidente della coalizione – è negli ultimi due o tre anni che c’è stato un cambiamento significativo: i cittadini e i politici oggi ascoltano con molta più attenzione quello che chiediamo da anni. A mio avviso succede perché, da un lato, c’è più consapevolezza dell’urgenza di un cambiamento, dall’altro, le mobilitazioni di massa per il clima, hanno acceso ulteriormente l’attenzione. Oggi i temi del clima e dell’ambiente sono ampiamente diffusi e se ne parla anche sui media mainstream. Il risultato è che anche temi che potevano sembrare ‘estremi’, come la nostra proposta, vengono percepiti in modo diverso». Qualche paese, come la Francia, il Regno Unito e il Messico, ha già iniziato ad introdurre il reato nei propri codici penali. E l’Italia? Sebbene il nostro paese riconosca diversi reati ambientali perseguibili penalmente, l’introduzione del più generico ecocidio potrebbe fare la differenza. Un reato ad ampio spettro, infatti, includerebbe ogni crimine ecologico senza lasciare spazio a scappatoie normative. Basti pensare che, nonostante le sanzioni previste, nel 2020, l’anno della pandemia, tutti i reati hanno subito una qualche battuta d’arresto, tranne gli illeciti ambientali. Secondo il rapporto Ecomafia 2021 di Legambiente, sono stati quasi 35 mila, lo 0,6% in più rispetto al 2019.
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha votato per abbattere la storica sentenza Roe v. Wade, uno dei principali precedenti riguardo la legislazione sull’aborto. È quanto scritto in una bozza iniziale dell’opinione di maggioranza scritta dal giudice associato della Corte Suprema Samuel Alito e circolata all’interno della Corte, diffusa poi da Politico. Se il contenuto della bozza fosse confermato (cosa che non avverrà prima di un paio di mesi), in numerosi Stati americani potrebbero essere abbattute le ultime barriere che impediscono l’emanazione di leggi antiabortiste, mettendo così duramente a rischio il diritto alla libertà di scelta delle donne.
La battaglia politica per l’aborto si gioca tutta sul corpo delle donne: sono diversi gli Stati americani che, nell’ultimo anno e mezzo, hanno rispolverato tendenze antiabortiste e messo in pratica restrizioni che di fatto impediscono alle donne di esercitare il libero diritto alla scelta. Gli Stati che hanno approvato disegni di legge o leggi vere e proprie contro l’aborto sono sempre di più: da gennaio ad ora si sono mossi in questo senso Florida, Oklahoma, Arizona, Kentucky e Idaho. Le restrizioni proposte, tuttavia, sono state oltre mezzo migliaio in 42 Stati totali.
La bozza dal titolo Opinione della Corte, redatta dalla Corte Suprema degli Stati Uniti e resa pubblica dal quotidiano Politico potrebbe, se confermata, costituire un deciso passo indietro in questo senso, annullando quasi 50 anni di difesa del diritto all’aborto negli Stati Uniti. In essa infatti il giudice Samuel Alito pronuncia un deciso rifiuto della sentenza Roe v. Wade del 1973 e la successiva Planned Parenthood v. Casey del 1992 che ne confermava le decisioni. Si tratta di sentenze che garantivano le protezioni costituzionali federali dei diritti all’aborto in America. Se annullate, permetterebbero ai singoli Stati di poter decidere in materia di limitazione o divieto di interruzione di gravidanza. Per quanto si tratti di un documento ancora non definitivo ne emerge che i cinque giudici repubblicani (ovvero la maggioranza della Corte Suprema, composta da nove giudici totali) siano di parere concorde in merito alla questione.
Secondo il giudice Alito, che ha redatto la bozza, la sentenza del 1973 sui diritti all’aborto fu “mal concepita” e profondamente sbagliata, in quanto si sarebbe fondata su di un diritto non menzionato dalla Costituzione. Si tratterebbe, anche in questo caso, di una decisione basata sull’interpretazione della Costituzione, che tuttavia annullerebbe le tutele dei diritti delle donne. “La Costituzione non proibisce ai cittadini di ogni Stato di regolare o proibire l’aborto”, tuttavia “Roe e Casey si sono arrogati questa autorità. Noi ora annulliamo quelle decisioni e restituiamo quell’autorità al popolo e ai suoi rappresentanti eletti”.
La Corte Suprema ha per ora rifiutato di confermare quella che si configura come la peggior violazione alla sicurezza della propria storia. L’avvocato della Corte Suprema Neal Katyal ha tuttavia dichiarato su Twitter di aver dato una lettura alla bozza e di pensare che si tratti di un documento originale.
THREAD My Thoughts on @politico story saying the Court voted to say Roe v. Wade is fully overruled.
I’ve quickly scanned the draft opinion and it appears legitimate. This means there was a preliminary vote to fully overrule Roe V Wade and that a majority of the Court agreed.
Il partito democratico, insieme con diversi gruppi a sostegno dei diritti civili, ha condannato con forza il contenuto della bozza. Nonostante il giudice Alito faccia riferimento al fatto che le decisioni della Corte non possono essere influenzate da “pareri esterni”, i sondaggi mostrerebbero che la maggioranza degli americani vorrebbe mantenere la legge così com’è, confermandosi contraria alla decisione della Corte.
Centinaia di persone nelle Isole Vergini Britanniche si sono riunite nella giornata di ieri per protestare contro la proposta di porre i territori sotto diretto controllo del Regno Unito. Un rapporto commissionato da un rappresentante della regina Elisabetta e rilasciato venerdì sosterrebbe che le Isole dovrebbero essere governate da Londra per “ripristinare gli standard di governance” ai quali la gente lì “ha diritto”. In tutta risposta ieri i manifestanti si sono trovati di fronte all’ufficio del governatore con cartelli che recitavano “No al governo UK”.
Lo smaltimento dei rifiuti polimerici è ancora un problema, lo confermano i dati dell'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra). Nel 2020, solo la nostra Penisola ha generato 3,7 milioni di tonnellate di rifiuti plastici di cui poco più di 1 milione e mezzo è stato differenziato. E di questo, appena 620mila tonnellate sono state avviate a riciclo. Nonostante qualche progresso, quindi, siamo ancora molto lontani dal poter parlare di economia circolare per la plastica. Intanto, però, l'inquinamento da quest'ultima generato primeggia e causa danni in ogni comparto terre...
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In Indonesia c’è una piccola comunità che non si arrende alla prepotenza delle multinazionali estrattive: i residenti di Sangihe, l’isola principale dell’omonimo arcipelago, hanno deciso di presentare ricorso dopo che un tribunale ha dato il via libera all’estrazione di oro sul loro territorio per mano di diverse società.
Nella sentenza, che risale al 20 aprile, il tribunale di Jakarta ha sostanzialmente affermato di “non avere giurisdizione per decidere sul caso”. Eppure, come riferiscono invece gli abitanti dell’isola, dopo la causa indetta nell’agosto del 2021, i giudici si erano recati personalmente in loco per toccare con mano i danni che un intervento estrattivo del genere avrebbe causato.
Keputusan PTUN Jakarta ini bukan menandakan SSI telah kalah, bukan menandakan Save Sangihe tidak akan terus melawan. Kami akan terus melawan menjaga tanah kami! PT TMS tidak boleh beroperasi di tanah kami!! pic.twitter.com/PJRlwXGivj
— Save Sangihe Island (SSI) (@SaveSangihe) April 20, 2022
“Se i giudici si fossero presi la briga di guardare sul serio, si sarebbero accorti chiaramente delle violazioni contenute nei contratti emessi dal Ministero dell’energia e delle risorse minerarie”, ribadiscono i residenti.Quali società si dovrebbero occupare dell’estrazione dell’oro?
Più che di un’unica società, dovremmo parlare piuttosto di una corporazione di imprese, che vede la collaborazione della PT Tambang Mas Sangihe (TMS), collegata alla Baru Gold Corp. con sede in Canada con tre società indonesiane. Insieme, secondo l’ultima versione del contratto, sono autorizzate a estrarre oro fino al 2054 – quasi il doppio del massimo di 20 anni previsto dalla legge mineraria del 2020 -.
Una decisione su cui si discuteva già dal 2009 e che in realtà è in contrasto con la legge locale 27/2007, secondo cui “nessuno è autorizzato a sfruttare i minerali sulle isole con una superficie inferiore a 2mila metri quadrati”: Sangihe ne ha poco più di 500. Ma affinché il contratto possa considerarsi lecito, mancano ancora alcuni punti. L’accordo infatti è stato emesso senza che la società abbia ottenuto alcuni essenziali permessi, tra cui quello del Ministero degli affari marittimi e della pesca e quello del Ministero dell’Ambiente e delle Foreste, previsto quando si estrae all’interno di un’area forestale.
— Save Sangihe Island (SSI) (@SaveSangihe) April 20, 2022
Che cosa significherebbe per l’isola dover sopportare continue estrazioni almeno per i prossimi 30 anni?
Il sito minerario interessato dalle concessioni governative occupa un’area di 42.000 ettari, equivalente cioè a mezza New York. Per l’arcipelago si traduce invece nell’occupazione di 80 villaggi cittadini, distribuiti in un territorio grande poco più del lago di Garda. L’isola è principalmente conosciuta (oltre che per la presenza di un vulcano abbastanza attivo) per le sue riserve di oro – scoperte nel 1986 – e di argento, localizzate soprattutto nella parte sud-orientale.
Quantitativamente parlando, oggi si stima che nell’area ci siano oltre 3000 kg di oro, a cui si aggiungono più di un milione di once di argento. Quanto è importante l’isola per chi ci vive? “Se le nostre terre potranno essere sfruttate, saranno distrutte. La foresta protetta di Sahendarumang ha una funzione molto importante per la nostra economia”, ha ribadito una residente.
— Save Sangihe Island (SSI) (@SaveSangihe) April 10, 2022
Nella zona, infatti, nascono 70 tra fiumi e affluenti, fondamentali per le attività agricole e per il bestiame. La coltivazione, in particolare, è la fonte primaria di approvvigionamento e sostentamento. Non è meno importante la pesca, che potrebbe essere del tutto intaccata dagli scarichi provenienti dalle attività estrattive – che tra l’altro, a loro volta, necessitano di molta acqua -. Inoltre la sopra citata foresta di Sahendarumang è anche l’habitat di 10 specie di uccelli in pericolo di estinzione e che, privati della loro casa, avrebbero un’altissima probabilità di morire.
“Non c’è modo di cercare l’oro attraverso l’estrazione a cielo aperto in un’area forestale senza alterare la funzione principale di quell’area forestale. Per estrarre l’oro da 42.000 ettari di superficie nell’isola di Sangihe, tutti gli alberi dovrebbero essere prima abbattuti”.
Questo non solo metterebbe a rischio la vita di tutte le specie presenti sul territorio, ma anche degli stessi abitanti. L’economia della comunità locale si troverebbe in ginocchio e, pur di procedere nei loro intenti, le società potrebbero utilizzare metodi poco leciti. È ancora un mistero, ad esempio, la morte di Helmud Hontong, un funzionario politico locale che si è fortemente opposto al progetto minerario fin dall’inizio. L’uomo è deceduto durante un volo che lo stava portando da Bali a Makassar “perdendo conoscenza durante il viaggio fino alla morte”. Eppure, secondo i testimoni, all’imbarco si trovava in buona salute. Nonostante la richiesta da parte dei gruppi ambientalisti e per i diritti umani di aprire un’indagine indipendente, al momento la sua morte è ancora accomunata ad un improvviso malore.
Antonio Cuozzo Nasti, boss del clan camorristico Mallardo e membro dell’Alleanza di Secondigliano, è stato arrestato vicino a Cannes, in Francia. Latitante dal 2014, deve scontare 16 anni di carcere per rapina, ricettazione e porto illegale di armi. Il boss era riuscito a reinventarsi una vita in Costa Azzurra sotto falso nome, diventando chef di un rinomato ristorante italiano all’interno di un albergo di lusso. È stato arrestato nel suo appartamento, dove viveva da solo, ed è ora in attesa di essere estradato in Italia.
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