giovedì 12 Marzo 2026
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Costretti a lottare per la salute al tempo della transizione ecologica

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“Green”, “sostenibile”, “ecocompatibile”, “bio”: gli slogan della transizione ecologica sono ormai ovunque. Dal cibo che mangiamo, al sapone che utilizziamo: tutto sembra concepito nel rispetto dell’ambiente e della salute umana. Andando però oltre le pubblicità – e il relativo greenwashing – la realtà che si presenta è un’altra. In Italia, si stima che solo l’inquinamento atmosferico abbia causato, nel 2019, circa 65 mila morti premature. Una “epidemia” silenziosa con focolai sparsi qua e là lungo tutta la Penisola. E non è la sola in atto. Ai decessi legati ad un più generico inquinamento dell’aria, si sommano quelli correlati ad altre contaminazioni, spesso più puntuali, per le quali – se non altro – è possibile individuarne i diretti responsabili. Sono questi i casi che più frequentemente mobilitano le masse, in cui si pretende giustizia, dove però non è affatto scontato ottenerla. Lottare per la salute e un ambiente sano, infatti, significa prima accendere i riflettori, poi sperare che si venga ascoltati e, solo infine, confidare che la legge faccia il suo dovere.

L’altra faccia del Bel Paese

L’Italia ospita bellezze storiche e naturalistiche ambite dalla maggior parte dei Paesi del globo. Tuttavia, oltre il buon cibo, le spiagge e l’architettura, l’Italia vanta anche dei primati tutt’altro che invidiabili. La nostra penisola ospita la Pianura Padana, l’area geografica in assoluto più inquinata d’Europa, l’acciaieria più grande e letale del Vecchio Continente e un numero spaventoso di siti particolarmente contaminati. E questi sono solo gli esempi più eclatanti. I cittadini diretti interessati, però, solo raramente se ne sono stati con le mani in mano. Tra proteste, denunce e scioperi, la maggior parte dei casi di grave inquinamento è stata debitamente attenzionata e, qualche volta, i decisori politici non hanno potuto far altro che cambiare le cose. Basti pensare al caso dell’inquinamento da Sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) in Veneto, «il più grande inquinamento Pfas d’Europa per importanza ed estensione. Probabilmente – come l’ha definito il ricercatore del CNR che ha seguito la questione – il più grande anche del mondo se escludiamo la Cina». Tra Vicenza, Verona e Padova, sono ormai centinaia di migliaia le persone con concentrazioni oltre il limite di queste sostanze nel sangue. Sostanze notoriamente tossiche e particolarmente pericolose per i più giovani. Una vicenda drammatica che, tuttavia, non avrebbe preso i risvolti attuali se le persone non si fossero ribellate. In prima linea, il “Comitato Mamme No Pfas” che dopo anni di battaglie è riuscito a portare il caso davanti l’Alto commissariato delle Nazioni Unite e fatto sì che la condanna per i responsabili individuati – per il 97%, l’azienda Miteni Spa – fosse sempre più vicina. C’è poi il ben più noto caso dell’acciaieria di Taranto. Secondo quanto stabilito dalle perizie ufficiali, le emissioni dell’allora Ilva hanno causato un totale di 11.550 morti, con una media di 1.650 morti all’anno, soprattutto per cause cardiovascolari e respiratorie. 26.999 le persone ricoverate, con una media di 3.857 ricoveri l’anno. Dati i numeri, difficilmente la vicenda tarantina sarebbe passata inosservata (già a settembre 2013 la Commissione Europea avviò una procedura di messa in mora nei confronti dell’Italia) – ma le mobilitazioni hanno fatto sì che non si battesse mai la fiacca. La situazione, ad oggi, non si può ancora definire risolta, ma chi ha inquinato negligentemente sta iniziando a pagare. Tra politici, ex proprietari e legali, le pene inflitte ai responsabili del disastro ambientale e sanitario ammontano a 127 anni. Di questo, tra gli altri, gioiscono i “Genitori tarantini”, l’associazione che ha organizzato cortei e diverse iniziative per la tutela della salute e di commemorazione. Parlando di inquinamento e mobilitazioni, poi, non si può non menzionare la vasta area a cavallo tra Napoli e Caserta, tristemente nota come “Terra dei Fuochi”. Il termine, utilizzato per la prima volta nel Rapporto Ecomafie di Legambiente del 2003, sintetizza la tragica situazione campana: interramento di rifiuti speciali, discariche abusive e un numero imprecisato di roghi tossici che sprigionano diossina e altri gas inquinanti nell’atmosfera. Anche qui, non a caso, la correlazione con un incremento della mortalità per specifiche patologie è accertata e inquietante. La popolazione interessata, così, ogni anno marcia «contro una piaga che uccide ancora». Sono milioni le persone stanche di respirare, giorno e notte, fumo nero. Che la Terra dei Fuochi smetta presto di uccidere non ci credono in molti, ma piccole conquiste sono state già portate a casa. Come il caso della controversa discarica di Chiaiano, definitivamente chiusa dopo anni di opposizione popolare.

Contro la contaminazione fossile

Se non si fosse capito, l’Italia primeggia in Europa per inquinamento industriale. E tra tutti gli impianti inquinanti, ce ne sono poi, da noi come altrove, alcuni dalle particolari criticità. Stiamo parlando delle centrali termoelettriche alimentate a carbone, le principali responsabili delle emissioni di sostanze inquinanti e gas serra. Tra i 211 siti europei nel complesso più contaminanti, al 2017, 13 erano proprio in Italia.

Localizzazione delle 211 strutture che rappresentano il 50% dei costi complessivi dei danni causati dai principali inquinanti atmosferici e gas serra nel 2017 (EEA, 2021).

Il carbone è un killer silenzioso che diviene poi ancor più letale se ha come complice una gestione che ha occhi solo per il profitto. Emblematico, in questo senso, il caso della centrale di Vado ligure della ex Tirreno Power. Il 14 dicembre, il processo contro i 26 indagati per disastro ambientale e sanitario colposo, ha fatto un importante passo avanti. Sono stati infatti ascoltati i consulenti tecnici di “Uniti per la Salute”, il comitato cittadino dal cui esposto del 2010 è nata l’indagine. Questi, hanno presentato dati incontrovertibili sugli eccessi di mortalità, nella zona e nel periodo d’indagine, ben oltre la norma. Qui, è bastata una manciata di cittadini, spinta dalle giuste motivazioni, a far crollare un colosso energetico. Tra chiusure e tutt’altro che rassicuranti conversioni al gas naturale, l’era del carbone, comunque, sembra avvicinarsi alla fine. Non si può però dire altrettanto dell’industria fossile nel complesso, la quale, anche escludendo la fonte più inquinante, solo in Italia, vanta un numero di disastri ecologici unico al mondo. Basti pensare ad Eni, l’orgoglio tutto italiano, l’azienda più inquinante della Penisola, nonché responsabile di alcuni dei siti più contaminati d’Italia. Giusto per citarne un paio: il Centro olio Val d’Agri, in Basilicata, e la zona industriale di Livorno-Collesalvetti, in Toscana. Anche in questi casi, e soprattutto alla luce di uno o più illeciti ambientali smascherati, le proteste non sono mancate. Tuttavia, si ha come l’impressione che l’efficacia di queste si indebolisca proporzionalmente alla maggiore influenza politica ed economica dell’azienda accusata. D’altra parte, mai come nel caso dell’industria fossile le lotte per la salute e quelle per l’ambiente vanno di pari passo. Comunque sia, non c’è più spazio per il petrolio. A sottolinearlo, anche il presidio del movimento Fridays For Future che, a maggio 2021, ha dato vita alla protesta “Many against Eni” proprio davanti la raffineria del Cane a sei zampe di Stagno. «Un caso – come lo hanno descritto gli attivisti nel corso dell’occasione – paradigmatico del modello di finta transizione voluta dal governo e dalle multinazionali».

La lotta per il reato di ecocidio

Tutti questi casi, oltre a minacciare la salute pubblica e la salubrità ambientale, hanno anche altro in comune: una definizione legale. Si tratta di ecocidi, ovvero, i crimini a spese di ecosistemi marini e terrestri, alla flora e alla fauna all’interno di questi, nonché l’impatto che ne deriva sul clima e le comunità. Il termine, coniato nel 1970 dal biologo statunitense Arthur Galston, solo recentemente è tornato alla ribalta. In particolare, grazie ad un gruppo di lavoro formato da avvocati e legali internazionali riuniti nella coalizione Stop Ecocide International. Questi hanno messo a punto una definizione giuridica di ecocidio e chiesto che il reato venga aggiunto ai crimini di cui si occupa la Corte penale internazionale dell’Aja, insieme ai crimini di guerra, ai crimini contro l’umanità e ai genocidi. Per raggiungere questo obiettivo, già nel 2017, è stata lanciata una prima campagna pubblica, «ma – come spiega Jojo Mehta, presidente della coalizione – è negli ultimi due o tre anni che c’è stato un cambiamento significativo: i cittadini e i politici oggi ascoltano con molta più attenzione quello che chiediamo da anni. A mio avviso succede perché, da un lato, c’è più consapevolezza dell’urgenza di un cambiamento, dall’altro, le mobilitazioni di massa per il clima, hanno acceso ulteriormente l’attenzione. Oggi i temi del clima e dell’ambiente sono ampiamente diffusi e se ne parla anche sui media mainstream. Il risultato è che anche temi che potevano sembrare ‘estremi’, come la nostra proposta, vengono percepiti in modo diverso». Qualche paese, come la Francia, il Regno Unito e il Messico, ha già iniziato ad introdurre il reato nei propri codici penali. E l’Italia? Sebbene il nostro paese riconosca diversi reati ambientali perseguibili penalmente, l’introduzione del più generico ecocidio potrebbe fare la differenza. Un reato ad ampio spettro, infatti, includerebbe ogni crimine ecologico senza lasciare spazio a scappatoie normative. Basti pensare che, nonostante le sanzioni previste, nel 2020, l’anno della pandemia, tutti i reati hanno subito una qualche battuta d’arresto, tranne gli illeciti ambientali. Secondo il rapporto Ecomafia 2021 di Legambiente, sono stati quasi 35 mila, lo 0,6% in più rispetto al 2019.

[di Simone Valeri]

La Corte Suprema USA potrebbe annullare il diritto costituzionale all’aborto

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La Corte Suprema degli Stati Uniti ha votato per abbattere la storica sentenza Roe v. Wade, uno dei principali precedenti riguardo la legislazione sull’aborto. È quanto scritto in una bozza iniziale dell’opinione di maggioranza scritta dal giudice associato della Corte Suprema Samuel Alito e circolata all’interno della Corte, diffusa poi da Politico. Se il contenuto della bozza fosse confermato (cosa che non avverrà prima di un paio di mesi), in numerosi Stati americani potrebbero essere abbattute le ultime barriere che impediscono l’emanazione di leggi antiabortiste, mettendo così duramente a rischio il diritto alla libertà di scelta delle donne.

La battaglia politica per l’aborto si gioca tutta sul corpo delle donne: sono diversi gli Stati americani che, nell’ultimo anno e mezzo, hanno rispolverato tendenze antiabortiste e messo in pratica restrizioni che di fatto impediscono alle donne di esercitare il libero diritto alla scelta. Gli Stati che hanno approvato disegni di legge o leggi vere e proprie contro l’aborto sono sempre di più: da gennaio ad ora si sono mossi in questo senso Florida, Oklahoma, Arizona, Kentucky e Idaho. Le restrizioni proposte, tuttavia, sono state oltre mezzo migliaio in 42 Stati totali.

La bozza dal titolo Opinione della Corte, redatta dalla Corte Suprema degli Stati Uniti e resa pubblica dal quotidiano Politico potrebbe, se confermata, costituire un deciso passo indietro in questo senso, annullando quasi 50 anni di difesa del diritto all’aborto negli Stati Uniti. In essa infatti il giudice Samuel Alito pronuncia un deciso rifiuto della sentenza Roe v. Wade del 1973 e la successiva Planned Parenthood v. Casey del 1992 che ne confermava le decisioni. Si tratta di sentenze che garantivano le protezioni costituzionali federali dei diritti all’aborto in America. Se annullate, permetterebbero ai singoli Stati di poter decidere in materia di limitazione o divieto di interruzione di gravidanza. Per quanto si tratti di un documento ancora non definitivo ne emerge che i cinque giudici repubblicani (ovvero la maggioranza della Corte Suprema, composta da nove giudici totali) siano di parere concorde in merito alla questione.

Secondo il giudice Alito, che ha redatto la bozza, la sentenza del 1973 sui diritti all’aborto fu “mal concepita” e profondamente sbagliata, in quanto si sarebbe fondata su di un diritto non menzionato dalla Costituzione. Si tratterebbe, anche in questo caso, di una decisione basata sull’interpretazione della Costituzione, che tuttavia annullerebbe le tutele dei diritti delle donne. “La Costituzione non proibisce ai cittadini di ogni Stato di regolare o proibire l’aborto”, tuttavia “Roe e Casey si sono arrogati questa autorità. Noi ora annulliamo quelle decisioni e restituiamo quell’autorità al popolo e ai suoi rappresentanti eletti”.

La Corte Suprema ha per ora rifiutato di confermare quella che si configura come la peggior violazione alla sicurezza della propria storia. L’avvocato della Corte Suprema Neal Katyal ha tuttavia dichiarato su Twitter di aver dato una lettura alla bozza e di pensare che si tratti di un documento originale.

Il partito democratico, insieme con diversi gruppi a sostegno dei diritti civili, ha condannato con forza il contenuto della bozza. Nonostante il giudice Alito faccia riferimento al fatto che le decisioni della Corte non possono essere influenzate da “pareri esterni”, i sondaggi mostrerebbero che la maggioranza degli americani vorrebbe mantenere la legge così com’è, confermandosi contraria alla decisione della Corte.

[di Valeria Casolaro]

Isole Vergini, in centinaia per manifestare contro governo diretto Regno Unito

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Centinaia di persone nelle Isole Vergini Britanniche si sono riunite nella giornata di ieri per protestare contro la proposta di porre i territori sotto diretto controllo del Regno Unito. Un rapporto commissionato da un rappresentante della regina Elisabetta e rilasciato venerdì sosterrebbe che le Isole dovrebbero essere governate da Londra per “ripristinare gli standard di governance” ai quali la gente lì “ha diritto”. In tutta risposta ieri i manifestanti si sono trovati di fronte all’ufficio del governatore con cartelli che recitavano “No al governo UK”.

Rifiuti ed economia circolare, il riciclo della plastica è ancora un miraggio

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Lo smaltimento dei rifiuti polimerici è ancora un problema, lo confermano i dati dell'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra). Nel 2020, solo la nostra Penisola ha generato 3,7 milioni di tonnellate di rifiuti plastici di cui poco più di 1 milione e mezzo è stato differenziato. E di questo, appena 620mila tonnellate sono state avviate a riciclo. Nonostante qualche progresso, quindi, siamo ancora molto lontani dal poter parlare di economia circolare per la plastica. Intanto, però, l'inquinamento da quest'ultima generato primeggia e causa danni in ogni comparto terre...

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La lotta delle comunità indonesiane contro l’estrazione mineraria

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Proteste a Sangihe

In Indonesia c’è una piccola comunità che non si arrende alla prepotenza delle multinazionali estrattive: i residenti di Sangihe, l’isola principale dell’omonimo arcipelago, hanno deciso di presentare ricorso dopo che un tribunale ha dato il via libera all’estrazione di oro sul loro territorio per mano di diverse società.

Nella sentenza, che risale al 20 aprile, il tribunale di Jakarta ha sostanzialmente affermato di “non avere giurisdizione per decidere sul caso”. Eppure, come riferiscono invece gli abitanti dell’isola, dopo la causa indetta nell’agosto del 2021, i giudici si erano recati personalmente in loco per toccare con mano i danni che un intervento estrattivo del genere avrebbe causato.

“Se i giudici si fossero presi la briga di guardare sul serio, si sarebbero accorti chiaramente delle violazioni contenute nei contratti emessi dal Ministero dell’energia e delle risorse minerarie”, ribadiscono i residenti. Quali società si dovrebbero occupare dell’estrazione dell’oro?

Più che di un’unica società, dovremmo parlare piuttosto di una corporazione di imprese, che vede la collaborazione della PT Tambang Mas Sangihe (TMS), collegata alla Baru Gold Corp. con sede in Canada con tre società indonesiane. Insieme, secondo l’ultima versione del contratto, sono autorizzate a estrarre oro fino al 2054 – quasi il doppio del massimo di 20 anni previsto dalla legge mineraria del 2020 -.

Una decisione su cui si discuteva già dal 2009 e che in realtà è in contrasto con la legge locale 27/2007, secondo cui “nessuno è autorizzato a sfruttare i minerali sulle isole con una superficie inferiore a 2mila metri quadrati”: Sangihe ne ha poco più di 500. Ma affinché il contratto possa considerarsi lecito, mancano ancora alcuni punti. L’accordo infatti è stato emesso senza che la società abbia ottenuto alcuni essenziali permessi, tra cui quello del Ministero degli affari marittimi e della pesca e quello del Ministero dell’Ambiente e delle Foreste, previsto quando si estrae all’interno di un’area forestale.

Che cosa significherebbe per l’isola dover sopportare continue estrazioni almeno per i prossimi 30 anni?

Il sito minerario interessato dalle concessioni governative occupa un’area di 42.000 ettari, equivalente cioè a mezza New York. Per l’arcipelago si traduce invece nell’occupazione di 80 villaggi cittadini, distribuiti in un territorio grande poco più del lago di Garda. L’isola è principalmente conosciuta (oltre che per la presenza di un vulcano abbastanza attivo) per le sue riserve di oro – scoperte nel 1986 –  e di argento, localizzate soprattutto nella parte sud-orientale.

Quantitativamente parlando, oggi si stima che nell’area ci siano oltre 3000 kg di oro, a cui si aggiungono più di un milione di once di argento. Quanto è importante l’isola per chi ci vive? “Se le nostre terre potranno essere sfruttate, saranno distrutte. La foresta protetta di Sahendarumang ha una funzione molto importante per la nostra economia”, ha ribadito una residente.

Nella zona, infatti, nascono 70 tra fiumi e affluenti, fondamentali per le attività agricole e per il bestiame. La coltivazione, in particolare, è la fonte primaria di approvvigionamento e sostentamento. Non è meno importante la pesca, che potrebbe essere del tutto intaccata dagli scarichi provenienti dalle attività estrattive – che tra l’altro, a loro volta, necessitano di molta acqua -. Inoltre la sopra citata foresta di Sahendarumang è anche l’habitat di 10 specie di uccelli in pericolo di estinzione e che, privati della loro casa, avrebbero un’altissima probabilità di morire.

“Non c’è modo di cercare l’oro attraverso l’estrazione a cielo aperto in un’area forestale senza alterare la funzione principale di quell’area forestale. Per estrarre l’oro da 42.000 ettari di superficie nell’isola di Sangihe, tutti gli alberi dovrebbero essere prima abbattuti”.

Questo non solo metterebbe a rischio la vita di tutte le specie presenti sul territorio, ma anche degli stessi abitanti. L’economia della comunità locale si troverebbe in ginocchio e, pur di procedere nei loro intenti, le società potrebbero utilizzare metodi poco leciti. È ancora un mistero, ad esempio, la morte di Helmud Hontong, un funzionario politico locale che si è fortemente opposto al progetto minerario fin dall’inizio. L’uomo è deceduto durante un volo che lo stava portando da Bali a Makassar “perdendo conoscenza durante il viaggio fino alla morte”. Eppure, secondo i testimoni, all’imbarco si trovava in buona salute. Nonostante la richiesta da parte dei gruppi ambientalisti e per i diritti umani di aprire un’indagine indipendente, al momento la sua morte è ancora accomunata ad un improvviso malore.

[di Gloria Ferrari]

Camorra, arrestato boss latitante in Francia

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Antonio Cuozzo Nasti, boss del clan camorristico Mallardo e membro dell’Alleanza di Secondigliano, è stato arrestato vicino a Cannes, in Francia. Latitante dal 2014, deve scontare 16 anni di carcere per rapina, ricettazione e porto illegale di armi. Il boss era riuscito a reinventarsi una vita in Costa Azzurra sotto falso nome, diventando chef di un rinomato ristorante italiano all’interno di un albergo di lusso. È stato arrestato nel suo appartamento, dove viveva da solo, ed è ora in attesa di essere estradato in Italia.

Lunedì 2 maggio

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8.50 – Duma: “Capi di Stato che armano Kiev devono essere consegnati alla giustizia come criminali di guerra”.

9.30 – L’Ungheria ribadisce l’opposizione all’embargo dell’Unione europea sulle importazioni russe di petrolio e gas.

10.00 – Pfizer: forte calo in borsa dopo che i dati clinici hanno ridimensionato l’efficacia del farmaco anti-Covid Paxlovid.

10.30 – Istat: Il tasso di disoccupazione a marzo cala all’8,3%, tornando ai livelli del 2010.

12.50 – Apple Pay finisce nel mirino dell’Antitrust Ue.

13.30 – Napoli, ritrovato manoscritto inedito di Giacomo Leopardi nella Biblioteca Nazionale.

14.00 – Israele convoca l’ambasciatore russo in seguito alle dichiarazioni del ministro degli Esteri Lavrov, che ha avanzato un parallelismo tra Zelensky e Hitler.

16.30 – Fao: “L’arresto della deforestazione può evitare l’emissione di 3,6 miliardi di tonnellate di anidride carbonica all’anno tra il 2020 e il 2050”.

16.50 – Il Consiglio dei ministri stanzia 18,6 milioni di euro per Como, Sondrio e Varese, in conseguenza degli eventi meteorologici dello scorso anno.

17.10 – Roberto Cingolani (ministro Transizione ecologica): “Le aziende dovrebbero avere la possibilità di pagare il gas in rubli per alcuni mesi”.

Benessere animale: ripensare la macellazione rituale senza stordimento

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Le istituzioni italiane devono rivedere le norme che al momento consentono la macellazione degli animali senza stordimento per finalità religiose: è quanto richiede l’associazione Animal Law Italia ETS (ALI), che non solo ha diffuso un dossier di ricerca, ma ha anche rilasciato una lettera aperta rivolta al legislatore e sostenuta da accademici e veterinari nonché lanciato una petizione popolare da poter firmare sull’apposito sito web messo a disposizione. “Crediamo che i tempi siano maturi per un ripensamento di questa pratica, alla luce delle mutate esigenze della società in tema di rispetto del benessere animale”, comunica in tal senso l’associazione, che chiede al legislatore di “rendere obbligatorio il ricorso allo stordimento reversibile nelle macellazioni rituali o comunque di valutare con urgenza altre soluzioni idonee a rendere l’animale insensibile”.

A tali conclusioni si è giunti grazie al dossier sopracitato, che ha analizzato in maniera approfondita la tematica sul piano del diritto e della scienza. Grazie al contributo di giuristi, docenti e ricercatori universitari in discipline giuridiche e veterinarie, con la ricerca è stata posta la lente di ingrandimento sul contesto attuale e sul quadro normativo vigente in Italia e in Europa, introducendo le ragioni a supporto della proposta di revisione normativa. Dalla stessa, infatti, è emerso che diversi Stati membri dell’Ue abbiano introdotto per legge soluzioni tecniche più favorevoli al benessere animale nelle macellazioni rituali, il che costituisce sostanzialmente il punto di partenza delle richieste avanzate dall’associazione.

Per comprendere il motivo delle differenze normative tra l’Italia e gli altri paesi europei, però, occorre fare una breve premessa. Il regolamento europeo n. 1099/2009, che disciplina le norme di protezione degli animali durante la macellazione, prevede un obbligo generale di stordimento prima dell’abbattimento, così da assicurare che l’animale da macellare sia incosciente e quindi insensibile al dolore. Tuttavia, come sottolineato all’interno del dossier, il regolamento “concede una deroga al generale obbligo di stordimento dell’animale, al fine di permettere le pratiche di macellazione previste da particolari riti religiosi”. L’operatività della deroga però non è obbligatoria, in quanto il regolamento consente altresì agli Stati membri di adottare disposizioni nazionali intese a garantire una maggiore protezione degli animali anche qualora vengano adoperati particolari metodi di macellazione prescritti da riti religiosi.

È per questo, dunque, che vi sono differenze normative non solo tra l’Italia e gli altri Paesi del mondo ma anche tra il Belpaese e gli altri stati membri dell’Ue. Nello specifico, tra i paesi europei che non ammettono la macellazione senza previo stordimento vi sono la Danimarca, la Svezia, la Slovenia e da ultimo la Grecia. Particolare attenzione, però, merita senza dubbio la soluzione adottata in due delle tre regioni del Belgio (Fiandre e Vallonia), dove nel 2017 è stato approvato l’obbligo di stordimento previo reversibile, entrato poi in vigore nel 2019. In pratica, è stato reso obbligatorio l’utilizzo dello stordimento elettrico, che a differenza dello stordimento con proiettile captivo non può procurare anche la morte dell’animale: una tecnica che la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha ritenuto compatibile con il rispetto della libertà di religione.

È proprio in virtù di ciò che l’associazione ALI, come anticipato, chiede al legislatore di rendere obbligatorio lo stordimento reversibile anche in Italia. Tramite la stesso, infatti, da un lato non si provoca la morte dell’animale (tanto che se non si procede oltre riprende perfetta salute) e dall’altro quest’ultimo viene reso insensibile al dolore nel momento del dissanguamento. Si tratta perciò di un’alternativa che rappresenterebbe un compromesso tra l’esigenza di tutelare il benessere animale e le esigenze religiose. Le comunità religiose, infatti, hanno interesse a salvaguardare la salute degli animali: le regole tradizionali richiedono che l’animale sia sano ed è proprio questo punto che rende incompatibile con le esigenze rituali il ricorso alle comuni pratiche di stordimento come l’utilizzo della pistola a proiettile captivo, in grado di danneggiare irrimediabilmente lo stato di salute dell’animale.

Una soluzione, dunque, a quanto pare esiste, e sarebbe oltremodo necessario adottarla. «Si impone una revisione dell’attuale quadro normativo italiano in materia, anche alla luce della crescente considerazione della società verso un migliore trattamento degli animali ad uso alimentare», ha affermato a tal proposito il presidente di Animal Law Italia ETS Alessandro Ricciuti, sottolineando che «la recente modifica della Costituzione, con l’inserimento del richiamo alle leggi di protezione degli animali tra i principi fondamentali, apre la strada ad un’ampia riconsiderazione dell’attuale legislazione».

[di Raffaele De Luca]

Alcune armi “segrete” inviate dall’Italia a Kiev sono già state sequestrate dai russi

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A marzo l’Italia ha spedito diverse armi a Kiev, secretando e non sottoponendo all’esame dei parlamentari la lista che ne conteneva i dettagli. La decisione, come affermato dal sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè, riposava sulla volontà di non fornire alcun vantaggio all’avversario russo da cui, paradossalmente, i cittadini italiani sono venuti a conoscenza di una parte delle armi inviate nelle scorse settimane. Precisamente, le forze filorusse del Donbass hanno pubblicato una serie di immagini di armamenti che i soldati ucraini hanno abbandonato sul campo, tra cui munizioni leggere e colpi di mortaio che non lasciano dubbi sulla provenienza, visto le avvertenze scritte in italiano.

“Attenzione. Con il mortaio da 120mm la carica massima consentita è la quarta”, recita un’etichetta immortalata in uno degli scatti comparsi in rete. Si tratta di un’arma capace di colpire fino a 5 chilometri di distanza, danneggiando un’area con un raggio di circa 100-150 metri, quindi lontana dall’idea di “arma difensiva” che ha accompagnato il dibattito politico nelle ultime settimane. «Come M5S siamo assolutamente contrari a un’escalation militare perché significherebbe ulteriori sofferenze e carneficine. Quindi siamo contrari ad armamenti sempre più letali. Non è questione della tipologia dell’armamento ma dell’indirizzo politico: se è quello di difendersi o di contrattaccare. Per intenderci carri armati non ne vogliamo inviare», ha dichiarato nelle scorse ore Giuseppe Conte.

Al materiale militare trovato in Donbass, si aggiungono le casse di munizioni (e granate) italiane rinvenute negli uffici ucraini dell’OSCE, usati per qualche settimana come base dalle forze di Kiev in seguito all’abbandono dell’edificio da parte dei funzionari. Si tratta di armamenti spediti dall’Italia per supportare l’Ucraina finiti invece nelle mani russe, avverando una delle preoccupazioni avanzate da esperti e cittadini nelle scorse settimane circa l’invio di materiale bellico al paese. «Apprendiamo da notizie di stampa che nella sede dell’OSCE a Mariupol sarebbero state trovate diverse casse di munizioni e granate italiane, spedite dall’aeroporto militare di Pratica», ha dichiarato la senatrice del gruppo Misto, Bianca Laura Granato, annunciando un’interrogazione parlamentare. Le notizie dei ritrovamenti, e delle conseguenti prese di posizione politiche, arrivano a qualche giorno dalla pubblicazione del secondo decreto interministeriale sul Giornale ufficiale del ministero della Difesa riguardante la nuova “cessione alle autorità governative dell’Ucraina di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari“, che avverrà attraverso una lista secretata, come con i primi aiuti del Governo Draghi a Kiev.

[Di Salvatore Toscano]

Napoli: ritrovato manoscritto inedito di Giacomo Leopardi

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Un manoscritto inedito di Giacomo Leopardi con ogni probabilità risalente al 1814 – anno in cui il poeta aveva 16 anni – è stato ritrovato nel fondo Leopardiano, conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli. Si tratta di un “quadernetto” composto da quattro mezzi fogli, ripiegati nel mezzo in modo da ottenere otto facciate, recanti una lunga lista alfabetica di autori antichi e tardo antichi (circa 160 i lemmi), ognuno dei quali seguito da una serie di riferimenti numerici (in totale oltre 550). Ad intercettarlo, nello specifico, sono stati i docenti universitari Marcello Andria e Paola Zito, che ne hanno curato la pubblicazione per i tipi di Le Monnier Università. Il volume “Leopardi e Giuliano imperatore. Un appunto inedito dalle carte napoletane”, sarà infatti presentato nella giornata di domani, alle ore 16:00, presso la Sala Rari della Biblioteca Nazionale di Napoli.