mercoledì 18 Marzo 2026
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Lunedì 9 maggio

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5.00 – Nelle Filippine si svolgono le votazioni per eleggere il nuovo presidente.

9.30 – Mosca: soldati e migliaia di persone alla Giornata della Vittoria, Putin parla ma non annuncia particolari novità sull’Ucraina.

10.00 – Kenya, le comunità locali ridanno vita ad un bosco ancestrale ripiantumando in autonomia la foresta di Chepalungu.

10.30 – Italia, morto Walter De Benedetto: malato simbolo della battaglia per la legalizzazione della cannabis.

10.50 – Colombia: inviati altri 2.000 soldati per sedare le rivolte del “cartello del golfo”.

14.00 – Sri Lanka: il Primo Ministro Mahinda Rajapaksa ha rassegnato le dimissioni dalla sua carica dopo un mese di proteste.

15.00 – Xi Jinping in videochiamata con Olaf Scholz: «fare del nostro meglio per evitare che il conflitto si intensifichi e si espanda».

15.50 – L’ambasciatore russo in Polonia, Sergei Andreev, viene ricoperto di vernice rossa da alcuni manifestanti.

16.20 – Corte di Cassazione: “Il pestaggio ai danni di Cucchi fu la causa della morte”.

16.50 – 13 paesi Ue si oppongono alla modifica dei Trattati dell’Unione, proposta da Ursula Von der Leyen e appoggiata da Emmanuel Macron.

17.45 – I sindacati della scuola, Cgil, Cisl, Uil, Snals e Gilda indicono uno sciopero per il prossimo 30 maggio.

18.30 – Roma, occupato uno stabile di via Caffarella 13 da parte di attivisti per protesta “contro la guerra e la crisi ecologica”.

 

Indonesia, i pescatori locali diventano una milizia contro la pesca illegale

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In Indonesia, i pescatori locali stanno contribuendo in maniera importante al contrasto della distruttiva pesca illegale: negli ultimi anni, infatti, il governo sta incentivando questi ultimi – così come altre comunità costiere – a formare gruppi che si occupino di pattugliare le loro acque. Si tratta di un lavoro oltremodo necessario in quanto l’area marina dell’Indonesia, che contiene una varietà di pesci di barriera corallina maggiore rispetto a qualsiasi altra parte del mondo, viene messa in pericolo da tale attività, che senza l’aiuto delle persone del posto non potrebbe essere ostacolata in maniera efficace. I pattugliamenti istituzionali infatti non riescono a contrastare in maniera impeccabile il fenomeno a causa delle limitate risorse a disposizione: basterà ricordare che, secondo l’Unione dei Pescatori Tradizionali Indonesiani (KNTI), i tagli al bilancio del ministero della pesca che vi sono stati negli ultimi anni hanno tra l’altro portato ad una riduzione del tempo totale di monitoraggio, sceso da 270 giorni del 2015 ad 84 giorni nel 2019.

Uno scarso pattugliamento che preoccupa in maniera particolare per quanto riguarda l’arcipelago indonesiano di Raja Ampat, situato al centro del “Triangolo dei coralli”: un’area (che si trova nelle acque marine tropicali di Indonesia, Malesia, Papua Nuova Guinea,  Filippine, Isole Salomone e Timor Est) che contiene almeno 500 specie di coralli in ogni ecoregione e migliaia di specie di pesci. Come sottolineato da un documento pubblicato sul sito ScienceDirect, infatti, nel solo 2006 le catture illegali e non dichiarate nell’arcipelago avevano superato quelle dichiarate di oltre 40mila tonnellate, minacciando così “la sostenibilità a lungo termine della pesca e quindi i mezzi di sussistenza nella regione”. Non a caso, dunque, tale pratica è stata anche accusata dai pescatori locali di causare un calo delle catture di pesce e di rappresentare un grande pericolo per la tutela delle risorse ittiche.

Nello specifico, a minacciare Raja Ampat sono metodi come la pesca esplosiva e la pesca al cianuro, diffusisi nelle acque dell’arcipelago a partire dagli anni ’80 in risposta alla crescente domanda commerciale di frutti di mare. A testimoniarlo sono stati alcuni membri della comunità locale a Mongabay, che è appunto andato alla ricerca delle persone offertesi di proteggere le loro acque. «Si potevano sentire le vibrazioni» ha infatti affermato la 33enne Esterlita Jabu – che vive sull’isola di Raja Ampat “Mutus” – ricordando le esplosioni provocate dai pescatori nel suo villaggio di appartenenza durante la sua infanzia. Esterlita Jabu ed altre 19 persone del villaggio da marzo 2020 si sono dunque offerte volontarie come membri di “Pokmaswas”, uno dei gruppi gestiti dalle comunità locali con lo scopo di aiutare a pattugliare le loro acque. I gruppi Pokmaswas si trovano in tutta l’Indonesia ed attualmente, grazie ad un’iniziativa del governo iniziata nel 2001, sono quasi 3000. Sull’isola di Mutus, però, 9 di essi si distinguono in quanto creati grazie ad una sovvenzione dell’Indonesia Climate Change Trust Fund (ICCTF), un fondo fiduciario lanciato dal governo, ed attualmente in fase di registrazione presso il ministero della pesca, cosa che aiuterebbe a sostenere le loro pattuglie e coprire le relative spese.

Si tratta di un rimborso evidentemente dovuto in quanto Mongabay, che ha parlato con alcuni dei membri di gruppi Pokmaswas, ha fatto sapere che sono state segnalate zero violazioni della pesca regolare da quando i gruppi sono stati formati e che Syafri, il responsabile della gestione del Raja Ampat Islands Marine Conservation Park (letteralmente il “Parco di Conservazione Marina delle Isole Raja Ampat”), ha affermato che le pratiche di pesca illegale e distruttiva sono diminuite del 70-80% negli ultimi tre anni. Il tutto anche grazie al lavoro di tali gruppi, che segnalano le potenziali attività di pesca illegali alle autorità facilitandogli il lavoro. I volontari, dotati di attrezzature come binocoli, walkie-talkie e fotocamere, effettuano i pattugliamenti almeno due volte a settimana in aree non coperte dalle squadre di pattuglia ufficiali. Grazie a delle “torri di monitoraggio a terra”, però, riescono a monitorare la situazione anche al di fuori dei giorni di pattugliamento programmati, contribuendo dunque in maniera notevole al contrasto del fenomeno.

[di Raffaele De Luca]

Sri Lanka: si dimette il primo ministro

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A causa delle proteste che vanno avanti da settimane contro la grave crisi economica in corso nel paese, il Primo Ministro Mahinda Rajapaksa ha rassegnato le dimissioni dalla sua carica. Nella capitale, Colombo, si sono registrati scontri tra i sostenitori del governo e i manifestanti che erano accampati da settimane nei pressi della sede dell’ufficio del primo ministro. La polizia è intervenuta con gas lacrimogeni e idranti e diverse decine di persone ferite sono state portate in ospedale. Subito dopo le dimissioni, la polizia ha imposto un coprifuoco su tutto il territorio nazionale. il presidente dello Sri Lanka, Gotabaya Rajapaksa, nominerà nei prossimi giorni un nuovo primo ministro.

Modifiche ai Trattati: 13 paesi Ue si oppongono

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Nelle scorse ore Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha aperto alla possibilità di modificare i Trattati dell’Unione: «Riformare l’Ue» dove necessario «per farla funzionare meglio». L’idea è stata appoggiata poco dopo da Emmanuel Macron, presidente della Repubblica francese, mentre ha trovato l’opposizione di ben 13 paesi dell’Unione: Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lituania, Lettonia, Malta, Polonia, Romania, Svezia e Slovenia. Lo si legge in un documento informale diffuso al termine della Conferenza sul futuro dell’Europa.

La Corte europea boccia il ricorso dei poliziotti condannati per i fatti della Diaz

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La Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha dichiarato irricevibile il ricorso presentato da due dirigenti e otto agenti di polizia condannati per falso ideologico nell’ambito del processo per il G8 di Genova del 2001. I ricorrenti avevano infatti ritenuto leso il proprio “diritto alla difesa” in quanto la Corte d’appello di Genova, emettendo le condanne, non aveva riascoltato i testimoni sentiti in primo grado. La CEDU ha tuttavia stabilito che le testimonianze non avevano avuto un ruolo decisivo nel corso del processo, dichiarando per tale motivo del tutto infondato il ricorso.

In questo modo è stata finalmente scritta la parola “fine” su di una vicenda trascinatasi per oltre vent’anni e che ha profondamente segnato la storia contemporanea del nostro Paese. Fu Amnesty, infatti, a definire quanto avvenuto all’interno della scuola Diaz “la più grave violazione dei diritti umani in una democrazia occidentale nel dopoguerra”. I fatti avvenuti quella notte e le vicende giudiziarie che seguirono portarono alla luce le eclatanti anomalie e lacune del sistema giuridico italiano, che non ha introdotto il reato di tortura sino al 2017 (con un ritardo a dir poco clamoroso rispetto a numerosi altri Paesi europei).

La notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 infatti, mentre i cittadini che avevano preso parte alle manifestazioni contro il G8 di Genova dormivano all’interno della scuola Diaz, le forze di polizia hanno fatto brutalmente irruzione e dato il via a quella che il vicequestore Michelangelo Fournier ha definito una “macelleria messicana”. Le persone furono infatti violentemente assalite dagli agenti: finirono in ospedale in 61, tre dei quali in prognosi riservata e uno in coma. In seguito alla vicenda gli agenti produssero un gran numero di prove false che fornissero una giustificazione a quanto avvenuto. Tra queste vi fu l’introduzione di due molotov all’interno della scuola e la lacerazione della giacca di uno degli agenti, al fine di far credere che i manifestanti fossero armati, accusa rivelatasi poi del tutto infondata.

I dieci funzionari che hanno presentato il ricorso alla CEDU erano stati tutti processati nel 2004 per reati di calunnia, abuso di autorità pubblica, falsificazione intellettuale e complicità in falsificazione intellettuale insieme ad altri 18 colleghi. Assolti da tutte le accuse in primo grado, furono poi condannati in secondo grado per i reati di falso intellettuale e concorso in falso intellettuale, dopo che la Corte d’appello aveva dimostrato la partecipazione attiva dei poliziotti all’intera operazione e stabilito che i rapporti di perquisizione e arresto restituivano una descrizione “oggettivamente distorta” degli eventi.

Le condanne erano giunte senza che la Corte riascoltasse i testimoni che avevano deposto in primo grado, motivo per il quale i dieci poliziotti hanno presentato ricorso ritenendo leso il proprio diritto alla difesa. Tuttavia la CEDU ha stabilito che, seppur fosse vero quanto dichiarato, le deposizioni dei testimoni “non hanno avuto un ruolo decisivo né nell’assoluzione né nella condanna dei ricorrenti per i reati di falsificazione intellettuale e complicità nella falsificazione”. Tale condanna si è infatti basata “sulla ricostruzione dei fatti come stabilito dal giudice del processo sulla base delle ampie prove documentali e delle dichiarazioni di alcuni ricorrenti”. In base a queste considerazioni la Corte ha ritenuto il ricorso “manifestamente infondato” e lo ha respinto, dichiarando la domanda “irricevibile”.

Come ricordato da Enrico Zucca, uno dei pm che condussero le indagini, i fatti della Diaz sono oggi più attuali che mai, in quanto evocano “abusi di polizia non ancora sanati”. In tale situazione “la classica giustificazione delle poche mele marce all’interno di un corpo sano non regge in modo evidente”.

[di Valeria Casolaro]

Facebook, Camilleri e la folle censura

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Un paio di giorni fa, venerdì 6 maggio 2022, ho ricevuto un’infrazione da Facebook e un blocco del mio profilo personale (e verificato) di 1 mese.

Il motivo è che avrei violato le sacre norme della community. Come? Pubblicando una citazione di Andrea Camilleri, presente nel libro “Una voce di notte”, accompagnata da 3 emoji con l’immagine di una pecora. Sembra assurdo ma è tutto tragicamente vero. Lo screenshot che allego di seguito parla chiaro.


Questa la frase incriminata: “Gli italiani non amano sentire le voci libere, le verità disturbano il loro cervello in sonnolenza perenne, preferiscono le voci che non danno loro problemi, che li rassicurano sulla loro appartenenza al gregge.”

Un errore di valutazione o di qualche algoritmo? È la prima cosa che ho pensato, motivo per cui ho immediatamente chiesto un ulteriore controllo: la risposta è arrivata in pochi minuti. Infrazione confermata.

E così mi tappano la bocca per un mese, impedendomi totalmente di comunicare e interagire con gli oltre 160mila iscritti al mio profilo. In un momento tra l’altro particolarmente importante per dei progetti in uscita e contenuti a cui lavoro da tempo.

Non mi si venga a dire che Facebook (o Meta che sia) in quanto società privata fa quello che vuole sulla sua piattaforma: questa è una baggianata detta e ripetuta da chi non si rende conto che esiste una Costituzione Italiana, al cui interno c’è un articolo specifico che garantisce la libertà di parola e pensiero e che chiunque – sottolineo chiunque – deve rispettare se vive, agisce o opera sul territorio nazionale, compreso Facebook!

A meno che non si sia deciso che le norme di una community online con sede in California, abbiano più valore delle leggi del nostro stato nonché al vertice della gerarchia delle fonti nell’ordinamento giuridico della Repubblica. Perché evidentemente sembra sia così.  

E non mi sta bene nemmeno andarmene dal più grande social network del mondo: utilizzare tale “canale” è un mio diritto e voglio, anzi pretendo, che sia rispettato. Tanto più se lo utilizzo per svolgere la mia professione. Tanto più se lo faccio rispettando gli altri utenti e pubblicando contenuti – come nel caso della citazione in questione – del tutto privi di turpiloqui, volgarità, minacce, incitamento all’odio o alla violenza.

Ho aperto una nuova pagina e non ho alcuna intenzione di darla vinta a qualche segnalatore frustrato, ai detrattori nascosti dietro monitor e profili fake né tanto meno a qualche moderatore senza intelletto né cultura. 

Si riparte da zero e lo farò ancora e ancora e ancora se necessario. Non si molla di un centimetro! Anzi, più censurano, più bloccano, più limitano, più alziamo il tiro.

Certo è che dovremmo interrogarci tutti – a partire dalle nostre istituzioni – sul potere che hanno questi giganti della Silicon Valley di operare in barba alle norme del nostro ordinamento e intervenire prima che sia troppo tardi. Perché oggi è toccata a me, domani a un altro e poi un altro ancora. E di questo passo si prosegue verso l’azzeramento del pensiero critico, del confronto di opinioni diverse e in generale dell’appiattimento intellettuale.

Avanti tutta, sempre in direzione ostinata e contraria.

[di Matteo Gracis – fondatore de L’Indipendente]

È morto Walter De Benedetto, simbolo della battaglia per la cannabis terapeutica

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È morto all’età di 50 anni Walter De Benedetto, l’uomo diventato simbolo della battaglia per la liberalizzazione della cannabis a scopo terapeutico. Malato di artrite reumatoide da tempo, era stato assolto dal tribunale di Arezzo nel 2021 dopo essere finito sotto processo per il ritrovamento, presso la sua abitazione, di una serra dove coltivava cannabis, che appunto utilizzava a scopo terapeutico.

Quelle della UE verso Mosca sono le prime autosanzioni della storia?

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Nonostante la raffica di sanzioni che l’Unione Europea ha approvato verso la Russia dall’inizio del conflitto in Ucraina, da una ricerca prodotta dal Centro di Ricerca sull’Energia e l’Aria Pulita (CREA) si apprende che Mosca durante i primi due mesi di conflitto ha quasi raddoppiato le entrate dalla vendita di combustibili fossili rispetto al 2021. L’impennata dei prezzi di gas e petrolio, infatti, ha più che compensato la riduzione dei volumi delle esportazioni, diminuiti del 30% nelle prime tre settimane di aprile rispetto al primo bimestre 2022. Secondo i dati della ricerca, dall’inizio dell’offensiva militare in Ucraina, la Russia ha esportato combustibili fossili per 63 miliardi di euro, di cui 44 miliardi provenienti dai Paesi europei. Una crescita imponente se paragonata ai 140 miliardi di euro spesi in totale dalla UE durante tutto il 2021: vale a dire circa 12 miliardi al mese. Nell’ordine, i maggiori importatori europei sono stati Germania, Italia, Paesi Bassi e Francia.

Da questi dati emerge come le sanzioni stiano danneggiando più i Paesi europei rispetto alla Russia: infatti, a fronte di un aumento dei ricavi che confluiscono direttamente nelle casse del Cremlino grazie a Gazprom, società energetica controllata dallo Stato, l’inflazione dei prezzi dell’energia – e non solo – incide pesantemente sulle tasche dei consumatori europei. Secondo l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambienti (ARERA), per il secondo trimestre 2022 è previsto un aumento del 55% del costo dell’energia elettrica e del 41,8% per il gas naturale, in linea con l’aumento dei prezzi già registrato nel primo trimestre dello stesso anno.

Ma qualcuno che dalle sanzioni ci sta guadagnando anche in Occidente c’è, sono le multinazionali dell’energia e del fossile. Secondo Greenpeace, dall’inizio del conflitto in Ucraina, “le compagnie petrolifere hanno guadagnato almeno 3 miliardi di euro di extra profitti dalla vendita di diesel e benzina in Europa”, mentre l’industria petrolifera, nel solo mese di marzo, ha incassato una media di 107 milioni di euro di entrate extra al giorno. Alcune delle compagnie che stanno facendo maggiori profitti sono BP, Exxon Mobil, Shell, Equinor ed Eni, le quali, come riportato dalla ricerca del CREA, continuano ad importare combustibili fossili dalla Russia. In particolare, Exxon Mobil negli ultimi mesi ha registrato ricavi per 90,5 miliardi di dollari con un aumento del 53% rispetto all’anno precedente, mentre British Petroleum e Shell registrano un profitto combinato di 12,6 miliardi di dollari nel primo trimestre 2022, con un notevole aumento rispetto allo stesso periodo del 2021. Similmente, l’italiana ENI nel primo trimestre dell’anno ha registrato un utile netto pari a 3,58 miliardi di euro rispetto agli 856 milioni registrati nello stesso periodo del 2021. Dunque, una crescita di tre miliardi dovuta “alla capacità di catturare il rilevante aumento dei prezzi di realizzo delle produzioni equity (+70% in media)” come riporta il gruppo petrolifero.

Mentre alcuni parlamentari statunitensi e il governo inglese stanno facendo pressione per imporre una tassa sui guadagni extra delle multinazionali petrolifere, nei giorni scorsi Bruxelles ha varato il sesto pacchetto di sanzioni contro Mosca insieme all’embargo totale sul petrolio russo, sebbene quest’ultima misura abbia spaccato il fronte dei Paesi UE, provocando non pochi problemi alla Commissione europea. In questo modo, il rischio è che non si faccia altro che provocare un ulteriore aumento dei prezzi su cui possano speculare le compagnie energetiche, mettendo in atto quelle che si potrebbero considerare le prime “auto sanzioni” della storia: se, infatti, anche la Russia sta in qualche modo risentendo delle sanzioni economiche, i Paesi Ue sembrano essere quelli più colpiti, arrivando a rischiare la cosiddetta recessione tecnica, come affermato recentemente anche dalle previsioni del FMI.

Infatti, nonostante tutto, la Russia non solo sta aumentando i suoi guadagni grazie all’aumento dei costi di petrolio e gas, ma anche la sua moneta, il rublo, si è ulteriormente apprezzata: oggi, infatti, il tasso di cambio con la valuta americana si attesta a 69,40 rubli per un dollaro. Uno dei cambi più favorevoli dall’inizio delle ostilità, addirittura migliore di quello prebellico. Inoltre, l’“appoggio” dei Paesi asiatici appare solido: Mosca ha incrementato i rapporti commerciali con Cina e India soprattutto per quanto riguarda l’aumento della vendita di petrolio e la possibile costruzione di nuovi gasdotti.

Dunque, nello scenario economico attuale di certo c’è solo l’enorme profitto extra delle multinazionali energetiche e l’impoverimento dei popoli europei. Mentre, almeno per ora, il fallimento di Mosca – auspicato e teorizzato dai governi d’Occidente – è rimandato a data da destinarsi.

[di Giorgia Audiello]

Nigeria, uomini armati uccidono 48 persone nel nord-ovest del Paese

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Gruppi di uomini armati hanno fatto irruzione alla guida di motociclette in tre villaggi dello stato di Zamfara, nel nord-ovest della Nigeria, uccidendo 48 persone che cercavano di fuggire e facendo razzia di bestiame e cibo. Gli attacchi da parte di queste bande si sono notevolmente intensificati negli ultimi anni, divenendo un fenomeno di rilievo nazionale: si tratta di gruppi che effettuano omicidi e azioni violente contro la popolazione per poi sottrarne le risorse. I funzionari dello stato di Zamfara hanno comunicato che oltre 700 mila persone sono state sfollate a causa delle violenze.

La svolta di Fratelli d’Italia: giurare fedeltà agli Usa per provare a governare

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Giorgia Meloni è, al momento, la regina dei sondaggi. Il suo partito, Fratelli d’Italia (Fdi), si attesta al 22,1%, staccando di mezzo punto il Pd, principale forza politica dello schieramento avverso, e di oltre 5 punti la Lega di Matteo Salvini, alleato-concorrente all’interno del centro-destra. A cavallo tra fine aprile e inizio maggio è andata in scena la convention milanese di Fdi dal titolo “Italia, energia da liberare”, in cui la Meloni si è ufficialmente presentata agli elettori come aspirante leader della coalizione, manifestando apertamente la sua ambizione di staccare il biglietto per la guida il prossimo esecutivo e puntando evidentemente a rassicurare anche i possibili scettici che siedono a Washington.

Mentre l’obiettivo si fa sempre più concreto, infatti, la leader di Fdi ha voluto apertamente lanciare importanti segnali ai “timonieri” della Nato, tranquillizzando i nostri potenti alleati sullo stampo che imprimerà al Paese quando (e se) sarà chiamata a governare. Dal palco del Milano Convention Centre, sull’Alleanza Atlantica la Meloni è stata infatti molto chiara, sottolineando che «la Destra è lì, salda, dal Dopoguerra». In merito al tema del riarmo e del conflitto russo-ucraino, la Meloni gioca la sua partita pro-Nato su un escamotage retorico, collegando il sentimento patriottico-nazionalista di cui si fa portavoce alla scelta di condividere l’azione del Governo Draghi sulle sanzioni alla Russia e sull’invio delle armi all’Ucraina. Dal palco, ha infatti “picconato” le varie anime del movimento pacifista: «Noi lo capiamo, altri che dicono che gli ucraini debbano arrendersi non lo capiscono. Non lo capiscono le sardine, l’ANPI, chi sventola bandiere della pace».

Mentre l’azione politica di un Salvini sempre più spaesato appare circoscritta al limbo (elettoralmente mortale) riservato a chi, mentre partecipa a un Esecutivo fortemente elitario, cerca goffamente l’appoggio di succulente fette di elettorato anti-establishment (che infatti, dopo averlo premiato nel 2018, ora migrano verso altri lidi), la Meloni gioca la sua partita in maniera efficace, mascherando il suo atlantismo di ferro dietro ai più classici schemi retorici e sentimentali del populismo di destra. «Noi siamo molto più europeisti di molti soloni di Bruxelles. – ha detto dal palco della convention -. Da sempre rivendichiamo che la Nato sia composta di due colonne, una americana e una europea, con pari dignità. Per questo Fratelli d’Italia ha da sempre nel suo programma l’aumento delle spese militari, è il costo della libertà. Vogliamo essere alleati, non sudditi, ma essere alleati e non sudditi ha un costo”. Un colpo al cerchio e uno alla botte, dunque: l’Europa rinasca come “continente delle nazioni”, ideologicamente più conservatore e militarmente più “armato” (attacco alle élite tecnocratiche sovranazionali e al mondialismo, in nome di un sovranismo europeo), ma, al contempo, si giuri fedeltà eterna all’influenza Usa, smarcandosi da un’ottica multilaterale di dialogo con le potenze dell’Est (e quindi rassicurazione a quelle stesse élite attaccate in precedenza). Un gioco di prestigio che mira evidentemente a non perdere la presa sugli elettori mentre si inviano rassicurazioni al potente alleato.

Insomma, da quando ha (argutamente) scelto di non entrare nell’esecutivo guidato da Draghi, il partito della Meloni trae benefici e consenso da una posizione privilegiata: quella di chi si presenta formalmente come opposizione dura e pura alla “ammucchiata” governativa (formula vincente, come si evince mettendo a confronto la risalita di Fdi con il tonfo nei consensi della Lega), ma che incanala fluidamente il suo viaggio alla conquista di Palazzo Chigi sui binari geopolitici tracciati dall’asse Italia-Usa, preparandosi all’appuntamento dando pieno supporto al nostro attuale governo filo-atlantista nelle più importanti scelte strategiche di politica internazionale. Una posizione resa ancora più credibile dai consolidati legami della Meloni con l’universo conservatore statunitense e dalla scelta della leader di Fdi di non sedersi al fianco della Le Pen e di altri gruppi della destra “sovranista” nel Parlamento Europeo, ma al contrario di confluire nel gruppo dei Conservatori riformisti.

Per unire organicamente i puntini, basta leggere il contenuto del documento lanciato da Fdi in occasione della sua conferenza programmatica, intitolato “Appunti per un programma conservatore”. “La nostra attiva partecipazione nella Nato è più necessaria che mai – si legge a pagina 32 -. La crisi ucraina ha riportato in primo piano l’importanza della difesa collettiva, ma ha anche sbilanciato gli interessi dell’Alleanza verso Est. Ciò è naturale, ma il fianco sud presenta anch’esso alti profili di rischio d’instabilità. L’Italia dovrà pertanto mantenere una posizione ferma ed equilibrata in ambito alleato sulla Russia”. Nel paragrafo successivo, viene scritto che “L’Europa della difesa non ha la pretesa di porsi in contrapposizione o in alternativa all’Alleanza Atlantica. Ue e Nato sono organizzazioni tra loro diverse ma perfettamente complementari; un’Europa più forte rende la Nato più forte […] evitando di far gravare la sicurezza dei nostri Paesi quasi esclusivamente sulle spalle dello storico alleato americano, con tutte le limitazioni politiche che ne conseguono” […] L’Italia dovrà mantenere un credibile strumento militare nazionale per partecipare a pieno titolo alla costruzione della difesa europea, tramite il raggiungimento del 2% del PIL in spesa per la Difesa”. Più chiaro di così…

[Stefano Baudino]