lunedì 9 Marzo 2026
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La California riscopre i fuochi rituali indigeni per la protezione del territorio

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I fuochi controllati degli indigeni evitano incendi devastanti. I nativi americani della California, tradizionalmente, fanno ricorso al fuoco per svolgere cerimonie rituali e ritenuti capaci di fertilizzare il terreno. Pratiche giudicate dal governo di Washington primitive e pericolose, al punto da vietarle nel 1991, tramite il Weeks Act. Fu così che il servizio forestale statunitense iniziò a perseguire una politica di soppressione dei fuochi controllati. Ma, a mano a mano che i fuochi indigeni divenivano un ricordo ci si è resi conto di quanto servissero effettivamente, per custodire la salute delle foreste e circoscrivere le possibilità di espansione degli incendi veri e propri. Ora il governo della California ha deciso di fare marcia indietro, non solo depenalizzando, ma addirittura incentivando la pratica indigena, contando in questo modo di giocare d’anticipo in vista dell’estate, stagione che negli ultimi anni è stata sistematicamente accompagnata da incendi devastanti nel territorio dello stato.

Una decisione che conferma quanto pratiche generalmente considerate “primitive”, “ancestrali” e “selvagge”, siano molto più sicure e appropriate di quelle definite “moderne”. I nativi americani hanno sempre usato gli incendi controllati non solo per allestire aree dedicate a rituali, ma anche per ripulire il terreno da sterpaglia, detriti, piante e altri elementi che, con l’aumento della temperatura, sono spesso la causa scatenante di grossi incendi. Una pratica che giova agli ecosistemi e agli habitat, e che consente di produrre cibo e legna senza danneggiare l’ambiente. Come spiega uno studio dell’università di Berkeley, la combustione controllata ha lasciato il segno nelle foreste della California, preservandola per almeno un millennio prima della colonizzazione europea. Pare, infatti, che questi incendi abbiano avuto un ruolo importantissimo per il mantenimento della biodiversità e per il benessere degli animali.

Le agenzie statali sono quindi decise a collaborare con le tribù locali per reintrodurre l’usanza di bruciare piccole zone con fuochi contenuti e a bassa intensità, ed evitare così lo scoppio di incendi devastanti e incontrollabili. Più precisamente, il governatore della California Gavin Newsom, e il dipartimento di protezione ambientale Wildfire and Forest Resilience Task Force, hanno deciso di espandere questa pratica indigena in circa 160mila ettari di territorio nazionale entro il 2025, tramite l’iniziativa California’s Strategic Plan for Expanding the Use of Beneficial Fire. Un passo molto importante, non solo per la salvaguardia dell’ambiente, ma anche per il riconoscimento del ruolo delle tribù native nella gestione del territorio.

[di Eugenia Greco]

Giovedì 28 aprile

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9.00 – L’UE prepara sesto pacchetto sanzioni verso Russia: probabile stop a importazioni petrolio (ma non gas).

11.30 – Uk manda a Kiev missili a lungo raggio, obiettivo è costringere Mosca a lasciare «tutta l’Ucraina».

12.30 – Segretario NATO: «Braccia aperte per ingresso di Finlandia e Svezia nell’alleanza».

12.40 – Rapporto Antigone su carceri italiane: 20mila detenuti potrebbero usufruire di misure alternative ma contribuiscono a sovraffollamento.

12.50 – Mosca ribadisce che l’invio di missili all’Ucraina minaccia la sicurezza europea.

15.30 – Ministro Speranza: obbligo mascherine al chiuso resterà fino al 15 giugno.

17.20 – Biden annuncia che chiederà al Congresso USA 33 miliardi per ulteriori aiuti all’Ucraina.

17.50 – Commissione Affari Sociali vota autorizzazione a somministrazione vaccinazioni anti-Covid in farmacia.

18.00 – Italia, Conferenza Stato-Regioni destina 800 mln contro dissesto idrogeologico.

18.40 – Il Copasir autorizza il governo italiano a mantenere segreta la lista degli aiuti militari all’Ucraina.

 

 

Deforestazione zero, le cifre del 2021 fanno apparire l’obiettivo un miraggio

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L’obiettivo di deforestazione zero entro il 2030, che i governi e le aziende si sono impegnati a perseguire alla conferenza sul clima delle Nazioni Unite (Cop26), appare sempre più irraggiungibile: nel 2021, infatti, è andata persa un’area di foresta tropicale delle dimensioni di Cuba. Alti tassi di deforestazione sono stati registrati in Brasile e nella Repubblica Democratica del Congo, che ospitano le due più grandi distese di foresta tropicale del mondo. Inoltre, nelle foreste boreali dell’Eurasia e del Nord America vi è stato un vero e proprio record di deforestazione l’anno scorso, la cui causa va individuata principalmente nei grandi incendi verificatisi in Russia.

È questo sostanzialmente ciò che emerge dai nuovi dati dell’Università del Maryland e disponibili su Global Forest Watch, una piattaforma gestita dal World Resources Institute (WRI). Nello specifico, dagli stessi si evince che i paesi tropicali “hanno perso 11,1 milioni di ettari di copertura arborea nel 2021”, un’ area appunto grande quanto Cuba. A generare particolare preoccupazione, però, sono i “3,75 milioni di ettari persi all’interno delle foreste pluviali primarie tropicali”, trattandosi di “aree di importanza critica per lo stoccaggio del carbonio e per la biodiversità”. Quest’ultima a quanto pare non è stata per niente tutelata, dato che “la perdita di foreste primarie tropicali nel 2021 ha comportato 2,5 gigatonnellate (Gt) di emissioni di anidride carbonica, cifra equivalente alle emissioni annuali di combustibili fossili dell’India”.

Il tasso di deforestazione nel 2021, secondo gli analisti, è stato però minore di quello dell’anno precedente, ma ciò non è di certo una buona notizia. “Sebbene i tropici abbiano perso l’11% in meno di foresta primaria nel 2021 rispetto al 2020, ciò ha fatto seguito a un aumento del 12% dal 2019 al 2020”, affermano infatti a tal proposito, sottolineando poi – come anticipato precedentemente – che a preoccupare “non sono solo le foreste tropicali ma anche le foreste boreali” con “quelle in Russia hanno subito una perdita di copertura arborea senza precedenti nel 2021”.

Queste tendenze, dunque, rendono sempre più lontani gli obiettivi globali di deforestazione zero. Nell’ambito della Cop26, infatti, 141 paesi si sono impegnati a “fermare e invertire la perdita di foreste entro il 2030”, ma il raggiungimento di questo obiettivo – affermano gli analisti – “richiederà un consistente calo della perdita di foreste ogni anno per il resto del decennio, che non si sta ancora verificando nei paesi tropicali nel loro insieme”. Certo ci sono dei paesi – come Indonesia e Malesia – dove la perdita di foresta primaria è diminuita in modo significativo negli ultimi anni, ma si tratta di singole “eccezioni” che evidentemente incidono in maniera alquanto limitata.

[di Raffaele De Luca]

Ministro Speranza: mascherine obbligatorie fino al 15 giugno in alcuni luoghi al chiuso

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Le mascherine resteranno obbligatorie fino al 15 giugno in alcuni luoghi al chiuso: è ciò che sostanzialmente avrebbe affermato – secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Ansa – il ministro della salute Roberto Speranza. Nello specifico il ministro, che secondo quanto dichiarato dovrebbe firmare a breve un’ordinanza relativa alla proroga in questione, avrebbe affermato che le mascherine rimarranno obbligatorie “nel trasporto pubblico locale e a lunga percorrenza, per gli spettacoli nei cinema, nei teatri e per tutti gli eventi e competizioni sportive che si svolgono al chiuso”.

DMA e DSA, la nuova governance del web

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Questo mese è stato di un’importanza vitale nel determinare il futuro tech dell’Unione Europea. Il 24 marzo 2022, Parlamento e Consiglio europei sono riusciti a trovare un accordo con cui portare avanti il Digital Market Act (DMA), il 23 aprile è stato invece il turno dell’approvazione della bozza per il Digital Service Act (DSA). Le due proposte erano state presentate nell’ormai lontano dicembre del 2020, con i legislatori europei che hanno dovuto portare avanti due anni di densi confronti nel pieno della crisi pandemica. Tenendo conto del contesto e dei naturali tempi della burocrazia, la qu...

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Cremlino: invio armi a Kiev minaccia sicurezza europea

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L’invio di armi in Ucraina ed in altri paesi, comprese quelle pesanti, minaccia la sicurezza europea: ad affermarlo, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa russa Tass, sarebbe stato il ​​portavoce del Cremlino Dmitry Peskov. «Si tratta, per definizione, di un’azione che minaccia la sicurezza del continente e innesca instabilità», avrebbe precisamente dichiarato Peskov commentando le parole della ministra degli Esteri britannica Liz Truss, la quale ha affermato che si debba garantire che «paesi come la Moldova e la Georgia abbiano la resilienza e le capacità per mantenere la loro sovranità e libertà».

Draghi vuole mandare missili e mitragliatrici in Ucraina senza passare dal Parlamento

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Ieri, 27 aprile, è stato pubblicato sul Giornale ufficiale del ministero della Difesa il decreto interministeriale riguardante “la cessione alle autorità governative dell’Ucraina di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari“, che dovrebbe avvenire attraverso una lista secretata, come con i primi aiuti del Governo Draghi a Kiev. L’atto amministrativo, una fonte normativa secondaria, è stato il frutto di un lavoro congiunto tra i ministri degli Affari esteri e della cooperazione internazionale (Luigi Di Maio), della Difesa (Lorenzo Guerini) e dell’Economia e delle finanze (Daniele Franco), che hanno apposto la loro firma sul documento. Per la sua entrata in vigore sarà necessaria la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, fase finale di una procedura abbreviata che non coinvolge (nello stato avanzato dell’atto) il Parlamento.

Infatti, il decreto interministeriale è prescritto sempre da una norma: nel caso specifico dell’”autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari alle autorità governative dell’Ucraina”, si tratta della legge 5 aprile 2022, n.28, nata non su iniziativa parlamentare ma governativa, essendo di conversione del decreto-legge 25 febbraio 2022, n.14, recante “Disposizioni urgenti sulla crisi in Ucraina” e caratterizzato dalla questione di fiducia posta dall’esecutivo. Il nuovo decreto interministeriale sarà al centro dell’audizione del ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, prevista in giornata dinanzi al COPASIR (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica), che servirà per fare il punto sulla situazione anche alla luce della riunione del “Gruppo di Consultazione per il supporto all’Ucraina” organizzato dal Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd James Austin, al quale hanno preso parte i rappresentanti di più di 40 Paesi, anche extra-europei, della Nato e dell’Ue.

[di Salvatore Toscano]

Berlino, approvato l’invio di armi pesanti a Kiev

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Il Bundestag tedesco ha approvato la consegna di armi pesanti all’Ucraina. Dopo il dibattito parlamentare, la mozione è passata con ampio consenso, sia da parte della maggioranza sia dall’opposizione. Infatti, si sono registrati 586 voti favorevoli, 100 contrari e 7 astensioni. “Con l’ampio isolamento economico e l’esclusione della Russia dai mercati internazionali, il modo più efficace e importante di fermare l’invasione russa è intensificare e velocizzare la consegna di munizioni e sistemi complessi, armi pesanti incluse”, si legge nella mozione “Difendere libertà e pace in Europa”.

Autostrada Brebemi: una storia di consumo di suolo e soldi pubblici

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I dati registrati negli ultimi otto anni mostrano l’impatto che l’autostrada Brebemi (A35) ha avuto nel corso della sua vita: quasi ininfluente sugli automobilisti, che continuano a scegliere l’A4, e insostenibile sul bilancio dell’omonima società. L’infrastruttura, inaugurata nel luglio del 2014, collega Milano e Brescia con un percorso posizionato più a sud rispetto al tracciato dell’autostrada A4, rappresentando quindi un’alternativa superflua, come dimostrano le scelte degli automobilisti e come denunciato all’epoca da diversi esperti e associazioni. Si tratta di un utilizzo di suolo e fondi pubblici che ha fatto, e fa tuttora, discutere, soprattutto alla luce di una condizione di netta disparità tra gli investimenti e la presenza di infrastrutture al nord e al sud, in contrasto con la politica di coesione che punta a ridurre il divario tra le regioni.

Rete, Autostrade per l’Italia

La Società di Progetto Brebemi Spa gestisce la seconda autostrada tra Brescia e Milano grazie a una concessione che scadrà il 22 gennaio 2040: il tempo c’è ma i dati non confortano. Dall’ultimo progetto di bilancio approvato a marzo 2022 dal consiglio d’amministrazione (CdA) emerge, infatti, l’assenza di un profitto. L’anno scorso i ricavi hanno raggiunto quasi la soglia dei 100 milioni di euro (+150% sul 2015, quando erano 40,7 milioni) a fronte però di costi troppo elevati, che hanno portato la bilancia in rosso. Si tratta di un evento non isolato ma ciclico. “Complessivamente dal 2012″ la società “ha maturato 451,5 milioni di euro di passivo”, hanno scritto in un comunicato Dario Balotta, responsabile nazionale trasporti e infrastrutture di Europa Verde-Verdi Europei, e Devis Dori, deputato di Europa Verde-Verdi Europei. Rientrando “nel programma di dismissioni di partecipazioni azionarie non più strategiche”, Intesa Sanpaolo ha deciso di cedere nel 2020 il controllo della Brememi alla Aleatica SAU, che risponde a un fondo d’investimento (IFM Global Infrastructure Fund) gestito da IFM Investors, creato più di 25 anni fa da un gruppo di fondi pensione australiani.

La progettazione e la costruzione dell’A35 vennero accompagnate dall’idea di star assistendo alla realizzazione di un’opera interamente finanziata da capitali privati. La realtà fu poi un’altra, visto l’intervento di Cassa depositi e prestiti e di Banca europea degli investimenti. Oltre alla spesa pubblica, l’autostrada Brebemi ha gravato sul territorio e non ha avuto l’impatto sperato sul traffico lombardo. La sua realizzazione, insieme alle “sorelle” Pedemontana Lombarda e Tangenziale Est esterna di Milano, ha occupato oltre 1.000 ettari di suoli agricoli. Secondo i bollettini pubblicati da AISCAT (Associazione Italiana Società Concessionarie Autostrade e Trafori), l’A35 risulta tra le meno congestionate d’Italia. I 62 chilometri di Brebemi corrispondono all’1,4% della rete italiana, ma sono stati scelti da “appena” lo 0,74% delle auto e dei camion che hanno circolato nel primo mese del 2022.

[Di Salvatore Toscano]

ENI pronta a pagare il gas russo in rubli

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Il colosso energetico Eni si starebbe preparando ad aprire conti in rubli presso Gazprombank JSC, mossa che accomoderebbe le richieste di Putin di pagare il gas erogato in valuta locale. Sono già 4 gli acquirenti europei, secondo quanto riportato da Bloomberg, che hanno pagato in rubli e altri 10 si starebbero preparando a farlo, nonostante la richiesta di non piegarsi alle pretese russe avanzata con forza dalla presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen. Al momento il portavoce di Eni avrebbe rifiutato di rilasciare commenti.