venerdì 2 Gennaio 2026
Home Blog Pagina 1347

Mafia, confermato sequestro 20 milioni beni a clan Casamonica

0

È stato confermato il sequestro di beni per un totale di 20 milioni di euro eseguito nel 2020 nei confronti di Giuseppe Casamonica, del figlio Guerrino detto Pelè e di Christian Casamonica, figlio di Ferruccio. I soggetti colpiti dal provvedimento erano dediti ad estese attività di usura ed esercizio abusivo del credito, estorsione e intestazione fittizia dei beni. Nel 2021 sono state emesse le sentenze di condanna a 10 anni e due mesi per Guerrino e a 8 anni per Christian e il clan Casamonica è stato riconosciuto come associazione a delinquere di stampo mafioso. Tra i beni confiscati vi erano tre ville di lusso, due delle quali sono state assegnate per finalità sociali gestite dalla Regione Lazio e dall’Amministrazione Comunale del comune di Monterosi.

Nasce il fondo per la Repubblica Digitale, iniziativa chiave del PNRR

2

È stato siglato un protocollo d’intesa tra il Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale, Vittorio Colao, il Ministro dell’economia e delle finanze, Daniele Franco, e il presidente di Acri (Associazione di fondazioni e di casse di risparmio), Francesco Profumo, che stabilisce le modalità d’intervento del nuovo Fondo per la Repubblica Digitale: si tratta di un fondo a cui sono destinati 350 milioni di euro in cinque anni provenienti da fondazioni di origine bancaria e il cui principale obiettivo è quello di incrementare le competenze digitali degli italiani, in vista di una crescente digitalizzazione del mondo lavorativo e industriale.

Secondo il Digital Economy and Society Index (DESI) della Commissione Europea, infatti, il 58% della popolazione italiana tra i 16 e i 74 anni non ha le competenze digitali di base, rispetto al 42% della media UE. Questo comporterebbe un ritardo non solo nell’utilizzo della rete di servizi di “cittadinanza digitale” relativi alla pubblica amministrazione, ma anche un freno alla competitività e allo sviluppo economico del Paese. In questo contesto si inserisce l’azione del Fondo che selezionerà progetti rivolti alla formazione e all’inclusione digitale, da finanziare tramite bandi, a cui potranno partecipare soggetti pubblici, privati senza scopo di lucro e soggetti del Terzo settore. La governance del Fondo prevede un Comitato di indirizzo strategico che dovrà selezionare e valutare i progetti e un Comitato scientifico indipendente che si occuperà di valutare l’efficacia ex post degli interventi finanziati.

Il Fondo per la Repubblica digitale costituisce un tassello essenziale nell’ambito del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), ossia il piano che i Paesi UE devono presentare a Bruxelles per avere accesso ai fondi del Next Generation EU. Quest’ultimo è il più importante strumento di ripresa introdotto dalla Commissione europea per fare fronte alla depressione economica innescata dalle “chiusure pandemiche”. Come si legge nel documento ufficiale del PNRR, “il NGEU segna un cambiamento epocale per l’UE”: infatti, costituisce la base economica per la realizzazione di una visione di lungo periodo, volta a rimodellare interamente l’economia, la governance e l’assetto sociale del Vecchio Continente per adattarle al nuovo paradigma industriale 4.0. Nato con l’intento di incentivare rapidamente la ripresa economica nel Vecchio continente in seguito alla pandemia, in realtà gli obiettivi del Next Generation Eu sono sganciati dal sostegno all’economia reale e in particolare alle piccole e medio imprese e sono fortemente legati all’agenda di Davos. I fondi sono inoltre fortemente vincolati alle condizionalità che implicano un alto grado di interferenza da parte di Bruxelles nelle politiche nazionali.

Non a caso, le risorse messe a disposizione dalla Commissione UE sono strettamente vincolate a precisi ambiti d’investimento, che rappresentano i pilastri del NGEU. Tra questi vi sono la transazione ecologica e la digitalizzazione: a queste due aree, il PNRR deve destinare rispettivamente almeno il 37% e il 20% delle risorse, ossia le percentuali maggiori tra le voci di spesa. Il Fondo per la Repubblica Digitale nasce quindi con l’intento di accelerare e agevolare il raggiungimento degli obiettivi di digitalizzazione previsti dal NGEU.

Gli obiettivi che il governo intende raggiungere attraverso la formazione digitale e l’efficientamento del Paese riguardano l’innovazione e la competitività, visti come elementi propulsori per la ripresa economica nazionale. Con la digitalizzazione si pongono soprattutto le condizioni indispensabili per la realizzazione della Quarta rivoluzione industriale (4RI), improntata sulle nuove tecnologie, sull’intelligenza artificiale e l’Internet of Things, della quale i consessi internazionali della grande finanza come il World Economic Forum (WEF) sono ferventi sostenitori. A riguardo, è indispensabile sottolineare che questo tipo di industria è basata sul concetto di meccanizzazione del lavoro. Dunque, sebbene si creeranno nuove figure professionali, molte occupazioni andranno perse e ciò, insieme alla recente crisi energetica che ha colpito specialmente l’Europa, non sembra andare nella direzione della ripresa economica auspicata. Ciononostante, il ministro dell’economia Franco ha dichiarato che «l’accelerazione agli investimenti in nuove tecnologie, infrastrutture e processi digitali ci consentirà di potenziare la competitività della nostra economia. Il Fondo per la Repubblica Digitale rappresenta un importante strumento di cui si dota il nostro Paese per perseguire questi obiettivi».

[di Giorgia Audiello]

Terapia CAR-T: una speranza concreta contro la leucemia

1

La speranza di prendere il controllo e sconfiggere la leucemia si fa sempre più concreta: due pazienti che si sottoposero a una cura sperimentale più di dieci anni fa, oggi non presentano alcuna traccia del tumore. La cura, attuata nel 2010 negli Stati Uniti quando ancora era alle prime fasi di sperimentazione, è la CAR-T therapy che riuscì a mandare in remissione la leucemia linfatica cronica dei due soggetti. Oggi gli esperti hanno constatato che la cura è ancora funzionante, nonostante non sia stato fatto nulla nel lungo lasso di tempo trascorso. Si tratta di una scoperta medica importantissima, che alimenta la speranza di aver trovato finalmente il modo di sconfiggere questa forma tumorale.

Ma come funziona la terapia? La CAR-T therapy vede il “rafforzamento” in laboratorio di particolari globuli bianchi, i linfociti T, al fine di rendere il sistema immunitario capace di riconoscere ed eliminare le cellule tumorali. Nello specifico, i globuli vengono prelevati dal sangue del paziente e indotti a esprimere sulla loro superficie il recettore CAR, non esistente in natura, per permettere loro – una volta reintrodotti nel soggetto – di individuare le cellule maligne. Gli esperti hanno appurato che tali linfociti sono ancora in circolo e attivi nei due pazienti sottopostisi alla terapia dieci anni fa, e che di conseguenza, con questo tipo di cellule è possibile ottenere lunghe remissioni, senza la necessità di ricorrere a ulteriori interventi, come il trapianto delle cellule staminali.

La leucemia linfatica cronica, di cui si diagnosticano più o meno 3mila nuovi casi annui in Italia, è un tumore del sangue considerato inguaribile ma che oggi è possibile tenere sotto controllo. Quando però la malattia avanza, si rendono necessari trattamenti che, seppur generalmente efficaci, in una piccola percentuale di malati non sempre riescono ad arrestarne la progressione. Per tale motivo la scoperta fatta sulla terapia CAR-T è molto importante. Questa, se nel 2010 era in sperimentazione, oggi può essere indicata come terapia specifica per il trattamento di alcuni tumori ematologici, quali diversi tipi di linfomi, leucemie e il mieloma multiplo.

[di Eugenia Greco]

Somalia, attentato contro delegati elezioni parlamentari: almeno 6 morti

0

Un minibus all’interno del quale viaggiavano alcuni delegati delle elezioni parlamentari somale è stato fatto saltare in aria a Mogadiscio, nella mattinata di giovedì 10 febbraio, causando almeno 6 morti e una dozzina di feriti. La responsabilità dell’attacco è stata rivendicata dal gruppo al-Shabab, legato ad al-Qaeda, il quale starebbe cercando di rovesciare il governo centrale. Le elezioni parlamentari, dopo numerosi rinvii, avrebbero dovuto tenersi il 25 febbraio, ma ora rischiano di essere nuovamente rimandate. I combattenti di al-Shabab sono stati cacciati da Mogadiscio nel 2011, ma controllano ancora ampie zone rurali della Somalia, dalle quali lanciano attacchi contro la capitale e altre parti del Paese.

Nuova Zelanda: assediato il Parlamento, la polizia non riesce a sgomberare l’area

3

Nella giornata di oggi a Wellington, in Nuova Zelanda, la polizia ha arrestato 122 persone che da tre giorni stavano occupando l’area del Parlamento per protestare contro le misure anti Covid messe in campo dal governo. Gli agenti infatti si sono recati nella zona antistante al Parlamento per cercare di sgomberare i manifestanti, che si sono rifiutati di lasciare l’area in questione nonostante essa sia stata ufficialmente chiusa questa mattina. Sono quindi scoppiati dei tafferugli, con gli agenti che hanno cercato di liberare con la forza la zona e con la folla che ha gridato «vergogna» ai poliziotti. Questi ultimi, come detto, hanno poi arrestato oltre 120 persone, che adesso rischiano di essere accusate di violazione di domicilio ed ostruzione.

La polizia, che ha altresì fatto sapere (tramite delle dichiarazioni del sovrintendente Corrie Parnell) di aver usato spray al peperoncino nei confronti di alcuni manifestanti che «hanno tentato di violare il cordone delle forze dell’ordine», non è però riuscita a far terminare del tutto la protesta dei cittadini. Certo, come comunicato dalla stessa polizia «il numero di manifestanti è diminuito in modo significativo», ma non tutti hanno abbandonato la zona, motivo per cui anche durante la notte la polizia «manterrà la propria presenza». Diverse strade intorno all’area infatti sono ancora bloccate, e per tale ragione le forze dell’ordine hanno esortato i pendolari di Wellington a «pianificare il loro viaggio di conseguenza». In tutto ciò la polizia ha altresì invitato i manifestanti a rimuovere immediatamente i veicoli, principalmente camion e camper, che bloccano le strade nei pressi del Parlamento.

A tal proposito, infatti, bisogna ricordare che la manifestazione in questione è nata proprio ispirandosi a quella dei camionisti canadesi, che da diversi giorni stanno protestando contro le restrizioni legate al Covid e che recentemente hanno ottenuto una prima vittoria. A Wellington la protesta è iniziata martedì, quando circa un migliaio di persone hanno occupato la zona attorno al Parlamento bloccando le strade con i loro veicoli. Successivamente, poi, alcune di esse hanno piantato delle tende e si sono accampate fuori dal palazzo del Parlamento, con la polizia che appunto oggi – al terzo giorno di protesta – è intervenuta nel tentativo di sgombrarle con la forza.

Da 3 giorni dunque i manifestanti stanno esprimendo con determinazione il proprio dissenso nei confronti delle restrizioni anti Covid ed in particolare dell’obbligo di vaccinazione per alcune categorie di lavoratori, come ad esempio insegnanti ed operatori sanitari. Le autorità però non sembrano al momento voler considerare la loro voce, dato che il primo ministro Jacinda Ardern ha detto di non avere intenzione di incontrare i manifestanti ed ha sottolineato che la maggioranza dei neozelandesi ha invece mostrato il proprio sostegno al programma di vaccinazione del governo.

[di Raffaele De Luca]

Corno d’Africa, Onu: 13 milioni di persone soffrono fame estrema

0

«Il Corno d’Africa sta vivendo le condizioni più aride registrate dal 1981, con una grave siccità che ha lasciato circa 13 milioni di persone in Etiopia, Kenya e Somalia ad affrontare una grave fame nel primo trimestre di quest’anno»: è quanto comunicato dal Programma alimentare mondiale (Pam), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di assistenza alimentare. Quest’ultima fa sapere che «tre stagioni delle piogge consecutive mancate hanno decimato i raccolti e causato morti di bestiame insolitamente elevati», costringendo le famiglie ad abbandonare le proprie abitazioni. Non solo, perché le previsioni di precipitazioni al di sotto della media per i prossimi mesi minacciano di aggravare tali condizioni, motivo per cui c’è bisogno di «un’azione umanitaria immediata», ha affermato il direttore regionale del Pam in Africa orientale, Michael Dunford.

A San Valentino regala un abbonamento a L’Indipendente

0

L’amore è una cosa seria e per mantenerlo forte e solido servono non solo buone idee e complicità ma anche una buona informazione condivisa. Come si fa a convivere con un partner che non è informato allo stesso livello tuo? Con il quale non si può discutere partendo da una conoscenza condivisa dei fatti? È impossibile: la coppia scoppia. Ok, poi il segreto non sarà solo questo, ma di certo ha la sua importanza. Quindi: perché regalare le solite cose quando puoi regalare un abbonamento a L’indipendente e oltretutto farlo a prezzo scontato?

Dal 10 febbraio e per tutta la settimana di San Valentino potrai regalare un abbonamento da 6 o da 12 mesi a L’indipendente a prezzo scontato. Basta cliccare su questo link, selezionare l’abbonamento da regalare e procedere all’acquisto, successivamente sarà possibile inviare una mail in maniera automatica al destinatario del regalo contenente le istruzioni per attivare l’abbonamento.

Un’informazione non filtrata, indipendente, una percezione più lucida della realtà. Un’occasione per fare un regalo realmente utile specie – crediamo – di questi tempi. In più, un regalo realmente amico dell’ambiente, visto che L’Indipendente è un progetto a zero emissioni.

Ogni abbonato riceverà i nostri contenuti extra:

  • THE SELECTION: newsletter giornaliera con rassegna stampa critica dal mondo
  • MONTHLY REPORT: il nostro mensile in formato PDF, ogni secondo lunedì del mese oltre 30 pagine di inchieste ed esclusive
  • Accesso alla rubrica FOCUS: i nostri migliori articoli di approfondimento
  • Possibilità esclusiva di commentare gli articoli
  • Accesso al FORUM: bacheca di discussione per segnalare notizie, interagire con la redazione e gli altri abbonati

Per regalarti o regalare un abbonamento a prezzo speciale visita questo link: lindipendente.online/regala-un-abbonamento

E naturalmente, regalando un abbonamento, ci permetti di continuare ad esistere e rafforzarci ulteriormente, nel nostro obiettivo di fornire un’informazione libera, senza filtri, priva di padroni e sponsor di qualsiasi tipo.

Grazie e buon San Valentino!

Rapporto ISS: giovani con dose booster ospedalizzati più dei coetanei che ne sono privi

4

Nell’ultimo rapporto “Covid-19: Sorveglianza, impatto delle infezioni ed efficacia vaccinale”, basato sui dati relativi alla pandemia in Italia nelle ultime due settimane vi è un dato che dovrebbe far discutere: le persone di età compresa tra 19 e 39 anni che si sono sottoposte alla terza dose hanno un tasso di ospedalizzazione pari a 28 su 100.000 abitanti, mentre per i coetanei vaccinati con due dosi effettuate da meno di 120 giorni il tasso è di 23 su 100.000 persone. Numeri in entrambi casi molto bassi e sostanzialmente trascurabili (si va dal 0,023 al 0,028%), ma che non sembrano provare l’efficacia della terza dose quantomeno in questa fascia di età.

Se da un lato i dati dell’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità mostrerebbero una certa efficacia del vaccino nel ridurre la possibilità di contrarre il virus (1 su 7 per i non vaccinati, 1 su 16 per i vaccinati con almeno due dosi) e nell’evitare l’ospedalizzazione, dall’altro, mettono in luce un’incongruenza proprio su quest’ultimo aspetto. Le ospedalizzazioni nella popolazione che ha effettuato la dose booster fra i 12 e i 39 anni sono infatti maggiori rispetto alla stessa popolazione vaccinata con ciclo completo da meno di 120 giorni. Nel primo caso, il rapporto dell’ISS documenta 414 ricoveri su 1.463.143 vaccinati, quindi 28 ospedalizzazioni ogni 100.000 persone. Nel secondo, invece, si parla di 23 ospedalizzazioni ogni 100.000 abitanti, con 1.378 ricoveri su un totale di 5.996.404 vaccinati.

Una prima discussione sul tema è stata tenuta su La7, dove è intervenuto il virologo Francesco Broccolo, ammettendo che l’incongruenza emersa dall’ultimo rapporto dell’ISS non è una novità, ed anzi si era registrata anche nei due rapporti bisettimanali precedenti. Nel corso dell’intervento il ricercatore ha poi illustrato due possibili spiegazioni al fenomeno. La prima – che appare tutta da dimostrare – è relativa al comportamento dei vaccinati con dose booster, che abbasserebbero la guardia non prestando particolare attenzione alle raccomandazioni per evitare il contagio. La seconda spiegazione, di natura scientifica, fa appello al fenomeno Ade. In poche parole il potenziamento immunitario del vaccino attiverebbe, vista anche la differenza fra la variante Omicron e il virus nelle sue prime apparizioni (sulle cui caratteristiche è basato il vaccino), una quota di anticorpi non neutralizzanti «che anziché bloccare il virus lo traghetterebbero all’interno della cellula».

D’altro canto diversi studi ipotizzano che la stimolazione ripetuta del sistema immunitario possa portare a una sua compromissione. L’11 gennaio 2022 il capo della strategia vaccinale dell’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA), Marco Cavaleri, ha rilasciato una conferenza stampa nella quale ha espresso seri dubbi sulla somministrazione ripetuta delle dosi di richiamo, che potrebbero «sovraccaricare il sistema immunitario».

[di Salvatore Toscano]

Legge sul biologico, Camera taglia fuori la biodinamica

0

In una votazione tenutasi alla Camera il 9 febbraio riguardante la Legge sul biologico sono stati approvati due emendamenti che eliminano l’equiparazione del metodo biologico a quello biodinamico, costringendo così il testo a tornare in Senato per una rilettura prima del via libera definitivo. La decisione è stata presa in seguito al parere di una parte del mondo scientifico che ritiene l’agricoltura biodinamica una pratica agricola priva di fondamenti scientifici. Gli imprenditori del settore hanno invece fortemente criticato le modifiche.

Con il PNRR l’Europa ci dona soldi? I 528 vincoli da rispettare di cui non si parla

13

Quando parliamo di PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) – ovverosia del piano che dovrebbe “rilanciare” l’economia italiana nel contesto del programma Next Generation EU (NGEU) dell’Unione europea, il cosiddetto “Recovery Fund” –, è importante innanzitutto chiarire cosa non è. A differenza di come è stato presentato, il PNRR non è una misura così risolutiva dal punto di vista economico, e soprattutto ipotecherà per gli anni a venire le politiche dei Paesi europei, di fatto segnando un nuovo punto nel loro commissariamento da parte delle istituzioni europee. Nonostante la retorica martellante sul “fiume di soldi” in arrivo dall’Europa, infatti, la verità è che parliamo di cifre non decisive dal punto di vita macroeconomico: circa 200 miliardi spalmati nel corso di sei anni (in parte a debito e in parte “a fondo perduto”). Se a prima vista potrebbero sembrare tanti – e rispetto alle disponibilità economiche comuni lo sono senz’altro – è opportuno ricordare che la spesa pubblica italiana nel 2021 è arrivata quasi a 1.000 miliardi di euro. In altre parole, in un solo anno, l’Italia spende quasi cinque volte i fondi che il PNRR metterà a disposizione dell’Italia nel corso di sei anni. Non è un caso che l’editorialista del Financial Times, Wolfgang Münchau, abbia definito il programma NGEU «macroeconomicamente irrilevante»

Una misura macroeconomicamente irrilevante

D’altronde, è lo stesso Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) a certificare che l’impatto sulla crescita delle risorse del PNRR nel corso di quest’anno e di quello a venire sarà rispettivamente dello 0,4 e allo 0,8 per cento del PIL. Briciole o poco più: altro che rilancio dell’economia. Ciò non sorprende se teniamo conto del fatto che, nonostante il NGEU, gli investimenti pubblici in rapporto al PIL quest’anno si assesteranno comunque al di sotto del livello del 2009. E che i fondi “aggiuntivi” del PNRR in realtà dovranno essere “compensati da riduzioni di altre spese o aumenti delle entrate [al fine di] riequilibrare la finanza nel medio termine dopo la forte espansione del deficit”, come si legge nel PNNRE questo senza considerare che parliamo di soldi che, in un modo o nell’altro, andranno restituiti praticamente tutti (anche quelli “a fondo perduto”). 

Insomma, come palesano gli stessi dati del governo, il PNRR è uno strumento che per il rilancio dell’economia (e soprattutto dell’occupazione) si rivelerà tutt’altro che decisivo. Quello, infatti, richiederebbe cifre ben più rilevanti, nell’ordine di centinaia di miliardi all’anno. Ma se il PNRR non serve a rilanciare l’economia, allora a cosa serve? E perché da un anno a questa parte viene descritto da politici e giornalisti come lo strumento apotropaico da cui dipendono le sorti dell’Italia?

Rafforzare i vincoli europei

La verità è che il PNRR è uno strumento prettamente politico che serve a rafforzare ulteriormente il vincolo esterno europeo (sia a livello concreto che psicologico) e la subordinazione dell’Italia ai centri di comando dell’Unione europea e agli Stati ivi dominanti. I soldi, insomma, si rivelano principalmente un’esca. Per capire perché, dobbiamo guardare alle centinaia di clausole che vanno rispettate per ottenere quelle risorse. Le risorse del PNRR, infatti, arriveranno all’Italia sotto forma di rate semestrali, l’erogazione delle quali è subordinata, da un lato, alla solita disciplina di bilancio (tagli alla spesa pubblica e/o aumenti di tasse) e più in generale a “una sana governance economica”, come già detto, e dall’altro a un dettagliatissimo piano di riforme – illustrate nel PNRR – che convergono sull’obiettivo di abbattere gli ultimi residui di Stato sociale e completare la neoliberalizzazione dell’economia italiana iniziata trent’anni or sono con la firma del Trattato di Maastricht

528 condizioni da rispettare

Per la precisione, parliamo di ben 528 (cinquecentoventotto!) condizioni, illustrate nell’Allegato riveduto della Decisione di esecuzione del Consiglio relativa all’approvazione della valutazione del piano per la ripresa e la resilienza dell’Italia. Queste si suddividono in 214 traguardi da raggiungere e 314 obiettivi quantitativi da conseguire per il tramite di 63 riforme e 151 investimenti. Le misure riguardano quattro ambiti principali – la riforma della pubblica amministrazione (PA), la riforma della giustizia, la semplificazione legislativa e la promozione della concorrenza – e sono tutte ispirate al dogma neoliberale della “eliminazione dei vincoli burocratici” (leggi: controlli pubblici e democratici) che impediscono di “liberalizzare” l’economia, come si legge nel PNRR.

Rientra in tale ambito, per esempio, il decreto-legge 77/2021, che deregolamenta pesantemente le procedure di appalto, derogando ad una serie di prescrizioni poste a tutela dell’ambiente e della legalità delle procedure (accertamenti relativi alla compatibilità ambientale, verifiche antimafia ecc.), con il probabile risultato di facilitare le speculazioni edilizie. Questo obiettivo sarà ulteriormente favorito dalla carenza ormai strutturale di organico all’interno delle pubbliche amministrazioni e degli enti controllori, che il PNRR non fa nulla per risolvere, anzi: posto il divieto di impiegare le risorse del PNRR per finanziare assunzioni a tempo indeterminato, con la conseguenza che i lavoratori impiegati nel contesto del PNRR saranno assunti a tempo determinato, il Piano non farà che acuire la precarizzazione del settore pubblico. 

Rendere più facili sfratti e pignoramenti

Un’altra condizione richiesta dal PNRR, sempre in nome della “semplificazione”, è l’accelerazione delle procedure per l’esecuzione immobiliare, che consentirà alle banche e ai palazzinari di realizzare molto più rapidamente i pignoramenti delle case dei debitori. In tema di giustizia, poi, le istituzioni europee hanno preteso una riforma lampo del processo civile e del processo penale: per accelerare i tempi della giustizia, oggettivamente troppo dilatati, si è però scelta ancora una volta la via della mera semplificazione delle procedure, con il risultato di favorire chi ha le risorse necessarie per tirare i processi per le lunghe, a scapito dei comuni cittadini. 

Insistere con le privatizzazioni forzate

Ma è nell’ambito della “promozione della concorrenza”, delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni che rientrano molte delle condizioni previste dal PNRR, finalità per la quale si preannuncia una capillare e “sistematica opera di abrogazione e modifica di norme anticoncorrenziali”, comprendente “la rimozione di molte barriere all’entrata dei mercati» e la modifica «in senso pro-concorrenziale” dei “regimi concessori” in praticamente tutti i settori: servizi pubblici locali, energia, trasporti, rifiuti, concessioni stradali. Un primo, importante passo in questa direzione è stato compiuto con il DDL “Concorrenza” approvato a fine 2021 dal governo Draghi, che per la prima volta, in ossequio alle richieste dell’Europa e al progetto che Draghi persegue fin dagli anni Novanta, apre alla privatizzazione di tutti i servizi pubblici locali, nessuno escluso.

Aumentare l’intervento privato nella sanità

Senza alcun senso del ridicolo si dice che il provvedimento ha lo scopo di “promuovere lo sviluppo della concorrenza e di rimuovere gli ostacoli all’apertura dei mercati […] per rafforzare la giustizia sociale, la qualità e l’efficienza dei servizi pubblici, la tutela dell’ambiente e il diritto alla salute dei cittadini”. Peccato lo stesso DDL ribadisca la volontà di continuare a foraggiare le strutture sanitarie private, che ogni anno ricevono dallo Stato oltre 40 miliardi di euro, con un peso del privato che negli anni è andato vieppiù crescendo rispetto al pubblico. D’altronde l’attuale presidente dell’Authority sulla concorrenza lo aveva detto chiaramente: «Alla sanità serve più privato». E così sarà. Con buona pace della salute dei cittadini e della retorica nauseabonda degli ultimi due anni. 

Insomma, quale sia la direzione in cui vanno le condizionalità del PNRR è fin troppo evidente. Ma c’è un altro punto da tenere a mente, ovverosia che nuove riforme possono aggiungersi in qualunque momento. I paesi beneficiari delle risorse UE, infatti, dovranno rispettare le raccomandazioni specifiche per paese (country-specific recommendations) redatte ogni anno dalla Commissione, che abbracciano praticamente ogni aspetto della politica economica dei paesi membri – politica fiscale, mercato del lavoro, welfare, pensioni ecc. –, oltre ai nuovi obiettivi (“Green Deal” e digitalizzazione), in linea con la sorveglianza rafforzata dei bilanci nazionali prevista dal Semestre europeo. Per avere un’idea del tipo di “raccomandazioni”, si consiglia la lettura di un recente rapporto commissionato dall’europarlamentare della Linke Martin Schirdewan, che si è preso la briga di studiarsi tutte le raccomandazioni formulate dalla Commissione europea nell’ambito del Patto di stabilità e crescita e della Procedura per gli squilibri macroeconomici tra il 2011 e il 2018. 

Smantellare le tutele sul lavoro

I risultati sono da far accapponare la pelle. Lo studio mostra come, oltre ad insistere ossessivamente sulla riduzione della spesa pubblica, la Commissione si sia concentrata in particolare sulla riduzione della spesa relativa alle pensioni, alle prestazioni sanitarie e all’indennità di disoccupazione, oltre a chiedere il contenimento della crescita salariale e la riduzione delle misure di garanzia della sicurezza sul lavoro. In particolare, dall’introduzione del semestre europeo nel 2011 fino al 2018, la Commissione ha formulato ben 105 raccomandazioni distinte nei confronti degli Stati membri affinché aumentassero l’età pensionabile e/o riducessero la spesa pubblica relativa alle pensioni e all’assistenza per gli anziani. Inoltre, ha anche formulato 63 raccomandazioni ai governi affinché riducessero la spesa per l’assistenza sanitaria e/o esternalizzassero o privatizzassero i servizi sanitari

Infine, la Commissione ha formulato 50 raccomandazioni volte a reprimere la crescita dei salari e 38 raccomandazioni volte a ridurre la sicurezza sul lavoro, le tutele occupazionali contro il licenziamento e i diritti di contrattazione collettiva di lavoratori e sindacati. Storicamente, però, alla Commissione sono sempre mancati strumenti idonei per obbligare gli Stati al rispetto delle proprie disposizioni. Un “difetto” a cui Bruxelles ha oggi trovato il modo di supplire proprio con il programma NGEU, che per la prima volta offre alla Commissione un dispositivo efficacissimo per imporre le proprie raccomandazioni anche ai governi più recalcitranti, riassumibile nel concetto “niente riforme, niente soldi”

Un dispositivo che trasuda ideologia neoliberale

In pratica, con il PNRR, non solo si conferma la funzione principale dell’Unione europea nella sua essenza di dispositivo neoliberale, ma assesta l’ultimo colpo, sostanzialmente mortale, alla sovranità democratica italiana, anche da un punto di vista meramente formale. Con il PNRR, infatti, l’Italia si è impegnata a realizzare una serie di riforme su un arco temporale che supera abbondantemente l’orizzonte politico del governo in carica. 

Come scrive il collettivo di economisti Coniare Rivolta: «Non importa quali siano i prossimi governi, cosa votino i cittadini, quali maggioranze parlamentari possano affermarsi: fino a che l’Italia resta nel campo della compatibilità con la cornice istituzionale dell’Unione europea, il paese ha già tracciato davanti a sé un programma politico che, passando per le tappe forzate scandite dal PNRR, eroderà i residui diritti sociali e imporrà, in misura ancora più pervasiva, l’interesse privato di pochi sul benessere collettivo della popolazione. Il principio che si afferma con il PNRR è chiaro: la politica economica del nostro paese viene esplicitamente determinata all’infuori del processo democratico. Non più solamente per quanto riguarda i livelli di spesa pubblica, limitati entro i vincoli di bilancio imposti da Maastricht in poi, ma anche il suo contenuto e tutte le riforme che fanno da contorno al processo di deregolamentazione dei mercati in favore dei profitti privati». 

D’altronde, l’ha detto chiaramente lo stesso Draghi quando, mentre cercava di convincere i partiti ad eleggerlo al soglio quirinalizio, aveva ammonito sul fatto che il solco della politica economica per i prossimi anni era ormai tracciato: «Il governo ha creato le condizioni perché il PNRR continui indipendentemente da chi ci sarà [alla guida del governo]», sostanzialmente confermando che al giorno d’oggi le elezioni non contano quasi più nulla, dal momento che le decisioni determinanti vengono prese altrove, ovvero negli apparati tecnocratici dello Stato incaricati di attuare i diktat dell’UE – dettati che oggi, grazie al PNRR, sono più forti che mai.

[di Thomas Fazi]