giovedì 1 Gennaio 2026
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Recensioni indipendenti: “Dove bisogna stare” (documentario)

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«In Italia oltre 10.000 migranti in fuga da guerre, persecuzioni, catastrofi naturali e miseria, vivono senza un tetto sulla testa e con gravi difficoltà di accesso al cibo, all’acqua e alle cure mediche essenziali. Queste persone sono escluse dai programmi di assistenza finanziati dallo Stato». Esistenze sospese a seguito dei tagli effettuati con l’applicazione del Decreto Sicurezza ancor più inasprito dal 113/2018 che abolisce di fatto la protezione umanitaria e stabilisce che, chi risulta ancora in Italia con questo titolo ottenuto in precedenza non ha più diritto all’accoglienza. Una situazione alla quale non si riesce a dare una adeguata soluzione in un paese incapace di governare il fenomeno se non con la perenne e deleteria logica dell’emergenza.

Questo film documentario di 97 minuti, presentato fuori concorso in TFF Doc al Torino Film Festival, e diretto da Daniele Gaglianone e Stefano Collizzolli prodotto da ZaLab in collaborazione con Medici Senza Frontiere, racconta, a differenza di altri documentari sul tema delle migrazioni, l’iter dei rifugiati che intendono usare il nostro paese come punto di passaggio verso altre destinazioni e dà una possibile risposta ad un problema che quella gente, spogliata da qualsiasi diritto, talvolta, perseguitata e ferita dall’ulteriore deprimente esperienza fatta in Italia si trova ad affrontare. Dove Bisogna Stare è un documentari che ci induce alla riflessione: quale responsabilità abbiamo sul nostro destino e quello di altri esseri umani? Come dovremmo confrontarci con quello che sta succedendo nel mondo e quanta partecipazione ci sentiamo di dare a ciò che ci è più vicino? Una risposta può essere l’impegno di grande umanità preso da quattro donne italiane, di età diverse e in luoghi diversi, che hanno deciso di impegnarsi, spontaneamente e gratuitamente, nella cura e nell’accoglienza di migranti e rifugiati. Elena in un paese di frontiera della Val Di Susa, aiuta molti migranti che rimangono bloccati e non riescono a passare il confine blindato e rischiano di morire di freddo cercando di attraversare le montagne per arrivare in Francia. Jessica ventunenne gestisce l’organizzazione di accoglienza in una grossa complesso abitativo occupato, al centro sociale Rialzo di Cosenza. Giorgia ventiseienne ex segretaria di una azienda di Como, è impegnata a combattere quotidianamente con la guardia di frontiera da quando la Svizzera ha cambiato politica e sono entrate in vigore nuove e più severe leggi sull’accoglienza. Lorena una psicoterapeuta in pensione, a Pordenone si occupa dei rifugiati in una vecchia e fatiscente struttura in disuso da anni nella zona industriale dove trovano riparo Pakistani, Afghani e Bengalesi  non riescono ad entrare nei percorsi di accoglienza istituzionali. Donne diverse e lontane geograficamente che si sono trovate davanti alla stessa scelta e vedendo la realtà con i propri occhi, hanno deciso di muoversi, agire attivamente e non voltarsi dall’altra parte mostrandoci quattro ritratti ma come fossero un unica oggettività.

Le seguiamo nelle quotidiane lotte per mettere al centro di tutto la vita e la dignità con umanità e giustizia per tutti quelli che ne hanno bisogno, mostrando che anche nel piccolo qualcosa si può realizzare facendolo sembrare una cosa normale anche se per questo atteggiamento si rischia l’incomprensione, talvolta il dileggio, si perdono amicizie e si viene giudicati o strumentalizzati. Una storia tutta al femminile dove queste quattro donne ci danno una grande lezione di vita mostrando di aver ben compreso “dove bisogna stare”. Loro fanno parte dell’Italia che agisce e così, come sarebbe dovere di ogni essere umano fare, in contrapposizione al fenomeno che emerge con forza dalle contraddizioni e dalle ingiustizie della nostra società, con una grande semplicità hanno un comportamento così spontaneo e familiare verso i rifugiati, da creare una confidenza e un’armonia talvolta commoventi.

«Il mondo dovrebbe essere così: chi ha bisogno, va aiutato»                                               Gino Strada

[di Federico Mels Colloredo]

Svizzera, 13 febbraio referendum per abolire test su animali

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Domenica 13 febbraio la Svizzera voterà per decidere se diventare il primo Paese a vietare completamente i test medici sugli animali. Il referendum è stato reso possibile grazie all’iniziativa di un gruppo di animalisti che ha ricevuto sostegno in tutto il Paese. Il risultato della votazione sarà vincolante. La possibilità di una eventuale abolizione della sperimentazione sugli animali ha sollevato forti critiche da parte del settore farmaceutico, che ha sottolineato come in questo modo sarebbe preclusa la possibilità di sviluppare nuovi farmaci. Alcuni medici sostengono tuttavia che vi siano alternative meno crudeli, come l’utilizzo di biochip, le simulazioni al computer e il microdosaggio sugli esseri umani.

Le periferie d’Italia come il sud del mondo: arrivano le ONG per aiutare i poveri

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Nelle periferie di Milano ha preso il via il 7 febbraio la campagna della ONG Azione contro la fame: grazie alle donazioni telefoniche della popolazione verranno raccolti i fondi per aiutare 50 famiglie vulnerabili, soprattutto nuclei con minori, donne incinte e coppie con lavori instabili. La campagna di donazioni terminerà il 13 febbraio. L’intervento segna l’avviarsi di un modello d’azione inedito per l’Italia, dal momento che le iniziative delle Organizzazioni Non Governative vengono abitualmente attivate nei Paesi svantaggiati del Sud del mondo o in grave crisi economica e sociale. Provvedimenti di questo tipo richiamano quindi l’attenzione sulla progressiva svalutazione del welfare in Italia, che comporta la mancanza di politiche adatte al sostegno della popolazione.

Dove il welfare viene drasticamente a mancare, bisogna porre delle toppe. Le misure sussidiarie introdotte dallo Stato per ovviare alla mancanza di benessere sociale si moltiplicano con il galoppare del neoliberismo: dal reddito di cittadinanza all’assegno sociale, gli aiuti somministrati in maniera occasionale sono volti a rattoppare qua e là il disagio sociale. Così lo Stato pone rimedio a problemi quali la disoccupazione, l’inadeguatezza dei contratti di lavoro e l’incongruità dei salari (ricordiamo che l’Italia è uno dei pochi Paesi europei a non avere ancora introdotto alcuna regolamentazione sul salario minimo e dove, in aggiunta, gli stipendi sono in discesa dal 2009).

Tuttavia, che fosse necessario l’intervento di un’organizzazione umanitaria, quindi privata, è una novità se si pensa che l’intervento è mirato alle periferie di una delle città più sviluppate di un Paese del  cosiddetto “Primo mondo”. L’intervengo della campagna Azione contro la fame, denominato Mai più fame: dall’emergenza all’autonomia, mira ad aiutare inizialmente 50 famiglie povere della periferia di Milano.

Azione contro la fame è un’organizzazione umanitaria nata in Francia nel 1979, il cui scopo è combattere la fame nel mondo. Ha sede in 48 Paesi e diversi progetti attivi in Palestina, Georgia e alcuni Paesi dell’America Latina. La rete dei suoi partner comprende importanti realtà quali la Fondazione Cariplo, il Politecnico di Milano, la Croce Rossa Italiana, Terres des Hommes Italia e molte altre.

Per le famiglie della periferia di Milano, la ONG prevede un intervento che combina il sostegno alimentare immediato e la costruzione dell’autonomia alimentare a lungo termine. In pratica alle famiglie verrà concesso un sussidio di 100 euro al mese per 4 mesi e materiale informativo e sessioni di nutrizione per una corretta “educazione alimentare”. Emerge qui con forza il secondo fattore problematico della questione, ovvero l’approccio paternalistico al problema della povertà: le famiglie svantaggiate vanno educate sui temi della corretta alimentazione per sé e i propri figli, dando per scontato che non siano capaci di compiere scelte adeguate in autonomia.

Una misura di tal genere, peraltro disponibile per un periodo di tempo assai breve, non risolverà certo le cause alla base dell’impoverimento della popolazione. Secondo quanto rilevato dall’ISTAT nel 2020 erano 2 milioni le famiglie in condizioni di povertà assoluta, per un totale di circa 5,6 milioni di individui (il 9,4% della popolazione), segnando un aumento significativo rispetto al 2019. Dato inatteso è che il 47% di queste famiglie vivono nel Nord Italia (167 mila nuclei in più rispetto al Mezzogiorno). La pandemia ha certamente avuto un profondo impatto nel determinare queste condizioni, esacerbando le fratture nella società. In questo contesto il Governo attuale spinge sempre di più verso la privatizzazione dei servizi e i tagli alle spese pubbliche, misure che impattano direttamente sul welfare (basti pensare al caos che hanno creato, in tempo di pandemia, i continui tagli alla sanità). Perseguire in politiche di questo tipo non può portare che al lento soffocamento di chi non ha i mezzi per rialzarsi.

[di Valeria Casolaro]

 

UE interroga Francia su accuse vendita tecnologie cyber-controllo a Egitto

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La Commissione europea ha dichiarato di stare verificando insieme alle autorità competenti quanto emerso da un rapporto del media Disclose, il quale ha sostenuto che la Francia abbia esportato software di sorveglianza prodotti da aziende francesi al governo di al-Sisi. Tale tecnologia, secondo alcuni studiosi, sarebbe utilizzata per supportare il regime di repressione del dissenso vigente in Egitto, lavorando al monitoraggio della comunicazione online e potenzialmente anche localizzando i dispositivi delle persone.

Lo speck dell’Alto Adige IGP è una grande truffa?

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Nell’ultimo anno in Alto Adige sono stati allevati 8.557 suini, calcolando che ogni maiale è dotato sempre e solo di due cosce e da ogni coscia si ricava una sola “baffa” di speck, come è possibile che nello stesso periodo nella medesima regione siano state prodotte 7.699.000 baffe di speck vendute con il marchio Alto Adige, di sui 2.755.541 marchiate con la preziosa denominazione di qualità Speck Alto Adige IGP? Secondo un rapporto del WWF la risposta è semplice: il 99,8% dello speck spacciato come altoatesino è in realtà prodotto con materie prime di importazione, principalmente tedesca.

«Presentato come regionale, autentico e genuino, è in realtà il prodotto di un’economia globalizzata»: è con queste parole che lo Speck dell’Alto Adige viene descritto dal Wwf di Bolzano. Le pubblicità che rappresentano lo speck con le montagne dell’Alto Adige sullo sfondo costruiscono un’icona «estremamente fuorviante» creata dagli «esperti di marketing del settore alimentare con il supporto istituzionale ed economico della Provincia di Bolzano», accusata dall’associazione ambientalista di nascondere l’insostenibilità degli allevamenti intensivi e la distruzione delle foreste.

«Nulla di più distante dalla realtà», come dimostrato dai dati sui maiali altoatesini diffusi in apertura, che fanno a pugni con quelli diffusi dal Consorzio Tutela speck Alto Adige scrive. Secondo il Wwf di Bolzano «solo lo 0,2% delle carni utilizzate nella produzione dello speck Alto Adige è di provenienza regionale, mentre il 99,8% della materia prima arriva dall’estero». «Gran parte delle carni destinate alla produzione dello speck altoatesino – aggiunge l’associazione – proviene dagli allevamenti intensivi e non dai masi e dalle valli alpine che vediamo nelle immagini pubblicitarie»: nello specifico, esse «giungono in Alto Adige da Germania (70%), Olanda (20%), Austria (2,5%), Italia (7%) e Belgio (0,5%)». Anche lo speck Alto Adige IGP sarebbe prodotto con maiali provenienti dall’estero secondo l’associazione, la quale spiega che tutto ciò «è stato reso legale dal disciplinare dello speck Alto Adige, che consente di esternalizzare la produzione delle carni di maiale e con essa anche gli effetti negativi dell’allevamento intensivo, ossia l’inquinamento dei terreni e delle acque a causa dei reflui zootecnici e le emissioni di ammoniaca».

Per quanto concerne infine la trasformazione del prodotto, «una volta terminato il periodo di ingrasso dagli allevamenti esteri i maiali arrivano nei macelli»: qui «vengono abbattuti, le carni lavorate ed esportate verso l’Alto Adige, dove vengono salate, affumicate e confezionate». L’etichetta del prodotto finale, poi, «non deve contenere le informazioni sull’intera filiera produttiva». Ben pochi consumatori, ricorda a tal proposito il Wwf di Bolzano, sarebbero disposti a comprare uno speck Alto Adige con tali informazioni: «meglio quindi riportare solo il marchio regionale Alto Adige Südtirol e non indicare null’altro».

Sono questi dunque i motivi per cui il Wwf di Bolzano consiglia al consumatore di «diffidare del marchio Alto Adige – Südtirol, dietro al quale si nascondono sfruttamento e danni ambientali che vanno ben oltre i confini provinciali». Oltre a ciò, il Wwf chiede poi che vengano eliminati gli allevamenti intensivi industriali e che l’Unione Europea, l’Italia e la Provincia di Bolzano non diano più sussidi alle produzioni alimentari che utilizzano carni provenienti da allevamenti intensivi e sostengano invece aziende agricole che producono con metodi biologici ed estensivi.

[di Raffaele De Luca]

Nuovi Licei TED: l’Italia progetta la scuola di domani insieme alle multinazionali

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Una riforma che avrà grandi conseguenze sul futuro dell’Italia sta passando completamente inosservata nel dibattito pubblico. È quella della scuola, inserita all’interno del PNRR e volta a riorganizzare l’istruzione alla luce della cosiddetta Quarta Rivoluzione Industriale, quella guidata dalla transizione energetica e dalla cosiddetta governance 4.0. Simbolo di questa riforma saranno i nuovi Licei TED (Transizione Ecologica e Digitale) già approvati ed in partenza sperimentale in 28 scuole italiane. I licei Ted saranno il primo esempio italiano di superamento della scuola pubblica come la conosciamo. Programmi e funzionamento – si legge sul sito – si avvalgono infatti “della rete di grandi gruppi e imprese che aderiscono al Consorzio di aziende CONSEL“, tra la quali figurano Microsoft, Eni, Atlantia, Huawei, BNL, Enel, Generali, IBM, Leonardo, Cisco, Nokia, Oracle, Sky, Vodafone e Snam. Le multinazionali, insomma, entrano direttamente nella formazione delle nuove generazioni, con il pretesto di renderle più “competitive” nel futuro mercato del lavoro.

Insomma, mentre negli Stati Uniti Amazon compra i programmi d’istruzione per formare i lavoratori su misura di domani, in Italia, con il tanto decantato PNRR, si traccia il nuovo modello di scuola. Del documento di 247 pagine, 25 sono dedicate alla scuola (tout court, dall’asilo nido all’Università). La “Missione 4: istruzione e ricerca” prevedrebbe lo stanziamento di 30,88 miliardi di euro suddivisi in due macro voci: potenziamento dell’offerta dei servizi, a cui vanno 19,44 miliardi di euro; dalla ricerca all’impresa, con 11,44 miliardi previsti. Per quanto concerne gli istituti di scuola superiore è evidente l’importanza che si vuol fare assumere alle materie così dette STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).

Il documento recita: «La riforma, implementata dal Ministero dell’Istruzione, mira ad allineare i curricula degli istituti tecnici e professionali alla domanda di competenze che proviene dal tessuto produttivo del Paese. In particolar modo, orienta il modello di istruzione tecnica e professionale verso l’innovazione introdotta da Industria 4.0, incardinandolo altresì nel rinnovato contesto dell’innovazione digitale. La riforma coinvolge 4.324 Istituti Tecnici e professionali, il sistema di istruzione formazione professionale e sarà implementata attraverso l’adozione di apposite norme [..] La riforma rafforza il sistema degli ITS attraverso il potenziamento del modello organizzativo e didattico (integrazione offerta formativa, introduzione di premialità e ampliamento dei percorsi per lo sviluppo di competenze tecnologiche abilitanti – Impresa 4.0), il consolidamento degli ITS nel sistema ordinamentale dell’Istruzione terziaria professionalizzante, rafforzandone la presenza attiva nel tessuto imprenditoriale dei singoli territori [..] La misura mira al potenziamento dell’offerta degli enti di formazione professionale terziaria attraverso la creazione di network con aziende, università e centri di ricerca tecnologica/scientifica, autorità locali e sistemi educativi/formativi. Con questo progetto si persegue: l’incremento del numero di ITS; il potenziamento dei laboratori con tecnologie 4.0; la formazione dei docenti perché siano in grado di adattare i programmi formativi ai fabbisogni delle aziende locali; lo sviluppo di una piattaforma digitale nazionale per le offerte di lavoro rivolte agli studenti in possesso di qualifiche professionali».

Il tutto è poi specificato sul sito di Futura. La scuola per l’Italia di domani, ove si parla anche di didattica digitale, formazione degli insegnanti, estensione del tempo pieno e delle nuove competenze necessarie per il “nuovo mondo”.

Oltre alla rivoluzione degli istituti tecnici, prova ancor più tangibile delle profonde modifiche al sistema dell’istruzione è la già citata nascita del liceo quadriennale TED, Scienze applicate per la Transizione Ecologica e Digitale. Sono 28 gli istituti che hanno aderito in 12 regioni d’Italia. Il liceo intende «dare ai giovani gli strumenti per vivere da protagonisti la transizione digitale ed ecologica in atto. Si propone a tale scopo di sperimentare un nuovo modo di apprendere e insegnare, che favorisca la crescita dello studente dal punto di vista delle conoscenze tecnico-scientifiche da cui dipenderanno sempre di più le professioni del futuro, unite a cultura umanistica e competenze non cognitive, come maturità emozionale, capacità relazionale, comunicazione verbale e non verbale». La sperimentazione del nuovo liceo è promossa da ELIS come Progetto di Semestre sotto la presidente di Marco Alverà, CEO di Snam, avvalendosi della rete di grandi gruppi e imprese private che aderiscono al Consorzio di imprese CONSEL. E che cos’è CONSEL? Sul loro sito leggiamo: «Il Consorzio di Aziende ELIS (CONSEL) raccoglie in un rapporto stabile di collaborazione oltre 100 grandi gruppi, piccole e medie imprese, start-up e università, al fine di garantire il supporto del mondo economico, produttivo e della ricerca nel disegnare i percorsi di formazione di ELIS, il rapido ingresso degli studenti nel mondo del lavoro e la realizzazione di progetti d’innovazione e sviluppo con attenzione alla responsabilità sociale d’impresa». Tra le Università figurano la Bocconi e il Politecnico di Milano. Tra i grandi gruppi abbiamo: Microsoft, Eni, Atlantia, Huawei, BNL, Enel, Generali, IBM, Leonardo, Cisco, Nokia, Oracle, Sky, Vodafone e Snam.

Come del resto già avvenuto in passato, la scuola dovrà essere adesso la fucina dell’industria 4.0 frutto della Quarta rivoluzione industriale (4RI). Il cambiamento del paradigma sociale e antropologico che la trasformazione capitalista sta compiendo impone che la scuola vi si adatti per rispondere al meglio alle esigenze della nuova società globale. Un esempio stesso di quello che l’ultimo documento dal World Economic Forum (WEF) denomina governance 4.0, quella in cui élite politiche nazionali ed élite economico-finanziarie globali governano a braccetto. O se preferite, mantenendo la sintassi del documento, quella in cui il governo nazionale non agisce più “come se da solo avesse tutte le risposte”, accettando una verticalizzazione e una concentrazione dei processi decisionali che si pone al di fuori del perimetro delle istituzioni democratiche nazionali.

La scuola non potrà di certo sottrarsi alla ristrutturazione del sistema sociale; anzi, dovrà essere ancora una volta il carburante di un cambiamento imposto dall’alto. Una visione che, tra l’altro, i movimenti studenteschi hanno in buona parte compreso, denunciando quella che chiamano “aziendalizzazione” del sapere. Per questo da mesi stanno protestando ed occupando le scuole, mentre la politica ed il grosso dei media non sprecano nemmeno un momento ad ascoltarne le ragioni.

[di Michele Manfrin]

Piacentino, 37 indagati per falso, frode e corruzione

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Imprenditori edili, funzionari tecnici degli enti locali e sindaci: sono 37 gli indagati nel piacentino nei confronti dei quali i Carabinieri stanno eseguendo misure cautelari. Tra questi, 4 sono stati portati in carcere e 7 si trovano ai domiciliari. Tra i reati contestati vi sono associazione a delinquere, corruzione, concussione, abuso d’ufficio, traffico di influenze illecite, frode, falso materiale e ideologico commesso da pubblico ufficiale, truffa e voto di scambio. Previsto anche il commissariamento giudiziario per due aziende e l’interdizione dal contrattare con la Pubblica Amministrazione per una società. L’operazione, cominciata all’alba di oggi, ha coinvolto almeno 300 Carabinieri del Comando di Piacenza.

È morto a 89 anni il premio Nobel Luc Montagnier

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“Il professor Luc Montagnier, Premio Nobel per la Medicina 2008, è morto pacificamente l’8 febbraio 2022 alla presenza dei suoi figli” con queste parole ha dato la notizia della morte del virologo il quotidiano France Soir. Per ore la notizia è rimasta dubbia, con dubbi e smentite, fino alla conferma giunta dalla genetista francese Alexandra Henrion-Caude, collaboratrice del professore. Montagnier era direttore emerito del “Centre national de la recherche scientifique” e dell’Unità di Oncologia Virale dell’Istituto Pasteur di Parigi dove nel 1983, assieme a Françoise Barré-Sinoussi scoprì il virus HIV. Negli ultimi tempi era stato una delle voci più conosciute ad essersi espresso contro i vaccini anti-Covid.

Alberta: eliminato il pass vaccinale, prima vittoria dei camionisti canadesi

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«È tempo di passare a un approccio equilibrato in cui siamo in grado di convivere con il Covid-19 e tornare alla normalità»: sono queste le parole pronunciate da Jason Kenney, premier della provincia di Alberta, in Canada, che nella giornata di ieri ha annunciato un piano per la progressiva abolizione delle misure restrittive anti Covid. Per alcune di esse, però, è stata prevista l’immediata cessazione: il premier infatti ha fatto sapere che a partire dalla mezzanotte della giornata di oggi sarebbe cessata l’operatività del “Restrictions Exemption Program”, il quale ha ad oggetto il pass vaccinale contro cui da giorni protestano i camionisti canadesi.

L’annuncio del primo ministro infatti fa seguito alle proteste in tutto il Canada da parte dei camionisti riuniti nel movimento “Freedom Convoy”, che chiede l’abolizione di ogni restrizione legata al Covid. Il governo centrale guidato da Justin Trudeau sembra intenzionato però ad estendere l’obbligo di vaccinazione a tutti i camionisti che si muovono tra le province canadesi, non limitandosi a prevederlo solo per quelli che si muovono tra il Canada e gli Stati Uniti. Una possibilità che il premier della provincia di Alberta assolutamente non condivide, dato che recentemente ha fatto sapere che contro di essa «Alberta si batterà anche in tribunale, se necessario».

Ha idee del tutto differenti Jason Kenney dunque, che come anticipato ha annunciato un vero e proprio piano volto a eliminare gradualmente tutte le restrizioni legate all’emergenza sanitaria. Esso si divide precisamente in tre fasi: la prima prevede principalmente la rimozione del Restrictions Exemption Program sopracitata e, dal 13 febbraio, dell’obbligo di indossare le mascherine per tutti i bambini e i giovani nelle scuole. Se poi i tassi di ospedalizzazione continueranno a diminuire ci sarà la seconda fase, con l’eliminazione dal primo marzo di gran parte delle misure, quali le limitazioni relative agli assembramenti sociali ed il lavoro da casa obbligatorio. Infine, sempre se i tassi di ospedalizzazione continueranno a decrescere si arriverà alla terza fase, la cui data di inizio verrà successivamente individuata, con cui verranno rimosse le poche altre misure legate al Covid.

[di Raffaele De Luca]

Madagascar: sale a 80 bilancio vittime per ciclone Batsirai

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Il ciclone Batsirai, che negli scorsi giorni ha colpito il Madagascar, ha provocato 80 morti: è questo il bilancio attuale delle vittime secondo quanto comunicato dall’agenzia statale che si occupa dei soccorsi in caso di calamità. Quest’ultima, ha inoltre specificato che 60 decessi sono avvenuti in una singola area, ovverosia il distretto di Ikongo, situato nel sud-est del Madagascar. Oltre a ciò, il ciclone ha distrutto o comunque danneggiato le case di 91.000 persone.