“A maggio, dopo il rallentamento di aprile, l’inflazione torna ad accelerare salendo a un livello che non si registrava da marzo 1986 (quando fu pari a +7,0%)”: è quanto fa sapere l’Istat (Istituto nazionale di statistica) tramite un comunicato pubblicato nella giornata di oggi. “Secondo le stime preliminari, nel mese di maggio 2022 l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC), al lordo dei tabacchi, registra un aumento dello 0,9% su base mensile e del 6,9% su base annua (da +6,0% del mese precedente)”, si legge infatti all’interno del comunicato. Non solo, perché l’Istat fa altresì sapere che gli alimentari lavorati “fanno salire di un punto la crescita dei prezzi del cosiddetto ‘carrello della spesa’ che si porta a +6,7%, come non accadeva dal marzo 1986 (quando fu +7,2%)”.
L’isola di Vanuatu, a due passi dall’Australia, dichiara l’emergenza climatica
Nell’arcipelago delle Vanuatu, piccolo stato insulare composto da circa ottanta isole nel Sud Pacifico, i cittadini sono in serio pericolo. Lo scorso venerdì il primo ministro del Paese Bob Loughman ha dichiarato lo stato di emergenza climatica e l’adozione di un piano da 1,2 miliardi di dollari. A destare preoccupazione è il significativo innalzamento del livello del mare, senza parlare dei disastri naturali e delle intemperie che colpiscono significativamente il Pacifico in maniera sempre crescente.
Secondo le autorità è necessario mettere in pratica manovre al più presto, per salvare i circa 300mila abitanti dell’arcipelago dopo che negli ultimi dieci anni due potenti cicloni si sono abbattuti nelle Vanuatu, colpite anche da una siccità senza precedenti. Motivo per cui il parlamento ha appoggiato all’unanimità la mozione sull’emergenza climatica. Loughman ha sottolineato come sia necessario tuttavia che provvedimenti urgenti per contrastare cause ed effetti del surriscaldamento globale vadano prese con urgenza a livello internazionale, senza lasciare soli i Paesi che, per collocazione e conformazione geografica ne stanno accusando per primi le conseguenze.
Già lo scorso anno il Paese si era mosso per chiedere il parere legale della Corte Internazionale di giustizia, con la speranza di iniziare un percorso di reale salvaguardia per alcuni luoghi del mondo che prima di altri stanno subendo le imponenti conseguenze del cambiamento climatico, come ad esempio le città Jacobabad, in Pakistan, e di Ras Al Khaimah, negli Emirati Arabi Uniti, dichiarate non più adatte alla vita umana o quella di Matatā, in Nuova Zelanda, al centro di un progetto di evacuazione. La recente dichiarazione è parte di una “spinta della diplomazia climatica” prima del voto previsto da parte delle Nazioni Unite. L’ONU voterà proprio riguardo la richiesta mossa alla Corte Internazionale da parte del governo di Vanautu. Agire per proteggere le nazioni vulnerabili dai cambiamenti climatici dovrebbe essere l’attuale priorità, ha lamentato Loughman intenzionato altresì a coronare l’Accordo di Parigi. Alle Vanautu serviranno almeno 1,2 miliardi di dollari per fronteggiare l’attuale crisi entro la data stabilita dall’Accordo (il 2030) e ci si aspetta l’arrivo di finanziamenti da paesi donatori.
La bozza del piano d’azione sui diversi impatti dettati dal cambiamento climatico palesa l’importanza di una presa in carico da parte di più Stati, a partire dalla vicina Australia soprattutto dopo la formazione del nuovo governo, dimostratosi nelle intenzioni più attento alla questione climatica. La nuova Ministra degli Esteri australiana Penny Wong sembra intenzionata ad abbracciare le richieste del leader delle Vanuatu, come promesso durante un recente viaggio alle Fiji. La stessa Wong ha espresso l’intenzione di ripristinare la politica climatica del Pacifico quasi del tutto abbandonata negli ultimi dieci anni. Wong ha promesso un impegno serio contro le emissioni di gas serra e che sarà in prima linea per chiedere una Cop sul clima che includa le isole del Pacifico.
Rimane di primaria importanza il parere dell’ONU quando analizzerà i punti della campagna diplomatica delle Vanuatu durante la prossima Assemblea generale delle Nazioni Unite, prevista per settembre 2022. La campagna dello Stato insulare chiede l’adozione di una legislazione internazionale per fare fronte alle conseguenze materiali e umane della crisi climatica e che possa garantire quanto prima una reale transizione ecologica per i Paesi del Pacifico.
[di Francesca Naima]
In Grecia dilaga la protesta contro l’istituzione della polizia universitaria
In Grecia studenti e professori stanno protestando contro la decisione del governo di inserire in maniera permanente contingenti delle forze dell’ordine nei campus universitari, a cominciare da quelli di Atene e Salonicco, i due principali del Paese. Il provvedimento, votato dal Parlamento all’inizio dello scorso anno, entrerà in vigore a partire dal prossimo giugno. Complice una storia recente di sanguinose repressioni delle proteste studentesche, studenti e professori si sono mobilitati in entrambe le città, per richiedere con forza l’abolizione di una misura ritenuta fortemente repressiva e antidemocratica.
Le città di Atene e Salonicco sono così diventate gli epicentri degli scontri tra le forze dell’ordine e gli studenti, che hanno comportato l’isolamento parziale del centro della capitale greca. La repressione della polizia ha raggiunto picchi di violenza tali da suscitare anche la preoccupazione di Amnesty. La decisione di istituire un corpo di polizia universitaria è stata introdotta dal Parlamento greco all’inizio del 2021. Prima di allora, le forze di polizia potevano fare ingresso nei campus solamente su esplicita richiesta dell’amministrazione. Le reclute, addestrate specificamente per questo compito, potranno fare ingresso nelle università di Atene e Salonicco a partire dal prossimo giugno. All’interno del campus dovranno essere disarmate, ma potranno contare sull’immediato supporto di contingenti armati presenti all’esterno delle università. Inoltre, entro il perimetro del campus gli agenti potranno fermare, perquisire e trattenere temporaneamente le persone quando ritenuto opportuno. Le strutture saranno poi dotate di videocamere di sicurezza e di un sistema di ingresso a tornelli, attivabili con tessera magnetica.
“Non è la polizia che entra nelle università, ma la democrazia” ha sostenuto il primo ministro Kyriakos Mitsotakis, insediatosi al governo nel 2019. Di parere contrario sono i principali partiti di opposizione, tra i quali il partito di centro-sinistra Kynal, quello di sinistra Syriza e il comunista KKE. A loro parere, infatti, la presenza della polizia nelle università violerebbe il principio europeo di autonomia di tali istituti: la misura, dichiarano, è più una mossa del governo conservatore per attuare una politica di “sicurezza”.
La presenza della polizia nelle università è un tema estremamente delicato in Grecia, dove ancora non è spenta la memoria della violenta repressione del 1973. In quell’occasione il governo militare al potere mise fine con i carri armati all’occupazione studentesca del Politecnico di Atene, organizzata per protestare contro la dittatura, causando la morte di 26 persone. Dalla rivolta nacque un movimento che riuscì, anni dopo, a far cadere la giunta militare. In seguito a questi eventi fu introdotta una legge che di fatto impediva l’ingresso della polizia nei campus universitari, rendendoli così un rifugio sicuro per i perseguitati politici. Tale legge è stata di fatto abolita nel 2019, anno nel quale si insediò al governo il primo ministro Mitsotakis.
Thousands of students took to the streets of #Thessaloniki to protest a law passed by the Ministry of Education which would create a university police force for the first time since the fall of Greece’s military junta. https://t.co/EWEC0ZaKMB#antireport #ACAB
15 April pic.twitter.com/tl3Dyeapuk— Protests.media (@ProtestsMedia) April 22, 2021
L’operazione del governo costituisce una mossa controversa anche dal punto di vista economico. Sarebbe infatti di 20 milioni di euro l’anno, secondo il Tesoro greco, il costo dell’operazione, a fronte di un budget di appena 91,6 milioni di euro per l’istruzione superiore. Una maggiore sicurezza nei campus si traduce in un maggiore apprendimento, hanno inoltre dichiarato i partiti conservatori che sostengono l’iniziativa: sono questi stessi partiti, tuttavia, che hanno tagliato i fondi alle università pubbliche, rifiutandosi di fornire supporto economico anche durante il periodo della pandemia. Solo per il 2021 la riduzione dei fondi delle università, che già soffrivano di carenze in forniture e attrezzature, è stata del 22%.
Oltre 1000 docenti universitari hanno firmato una lettera per denunciare i costi esorbitanti dell’operazione e, insieme a ricercatori e studenti, si sono appellati al Consiglio di Stato affinché dichiarasse la legge incostituzionale. Nel maggio scorso, invece, è stato stabilito che il provvedimento “non mette in pericolo la libertà accademica o l’autogestione delle università”.
[di Valeria Casolaro]
Camera, primo ok per legge contro carcere per madri detenute con figli piccoli
Con 241 voti a favore e 7 contrari la Camera dà il primo ok allo stop per al carcere per i bambini più piccoli figli di madri detenute. La proposta “Tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori”, a firma del dem Paolo Siani, è volta a superare la normativa in vigore, con la quale 10 anni fa sono stati istituiti gli Istituti di detenzione attenuata. In caso di ok del Senato, le madri con figli conviventi inferiori ai 6 anni non verrebbero più collocate in carcere ma in case famiglia protette, dove i bambini potrebbero crescere in modo più adeguato.
La Colombia potrebbe essere vicina ad un punto di svolta politico
I risultati ottenuti domenica dal primo turno delle elezioni presidenziali in Colombia lasciano presagire una svolta inedita nel prossimo futuro della Colombia: al ballottaggio che si svolgerà il 19 giugno si presenterà con discrete possibilità di vittoria il candidato Gustavo Petro, leader del movimento di sinistra Pacto Histórico, che ha raccolto quasi il 41,1% dei consensi, sfidando l’imprenditore Rodolfo Hernández, che ha raccolto il 28,2% superando a sorpresa il candidato conservatore e sostenuto dal presidente uscente Federico Gutiérrez, che i sondaggi davano in vantaggio e invece con il 23,9% si ritrova fuori dai giochi. Se il profilo di Hernández, pur nella novità formale di una campagna elettorale portata avanti via social e dal tentativo di accreditarsi come candidato anti-casta fin dal nome del movimento da lui formato (Liga de Gobernantes Anticorrupción – Lega dei governanti contro la corruzione) si pone in realtà perfettamente in linea con la storia colombiana, trattandosi di un ricco imprenditore, liberista e filo-americano, l’eventuale vittoria di Petro porta speranza specie tra i ceti popolari del paese.
La Colombia non è mai stata governata da un rappresentante di sinistra e fino ad ora ha custodito gelosamente la propria anima conservatrice. Che, a quanto pare, non piace più. Negli ultimi anni infatti migliaia di latinoamericani sono scesi in piazza a protestare (anche in Perù, in Cile) contro i partiti al comando e per una generale insoddisfazione per il modello economico vigente, le istituzioni esistenti, la corruzione e la collusione tra stato e militari.
Per capire come potrebbe essere il futuro della Colombia, bisogna conoscere meglio i candidati alla presidenza. Cominciamo con Gustavo Petro, 62enne ex sindaco della capitale Bogotà e leader del Pacto Histórico, un’alleanza di sinistra, che si era già candidato alla presidenza altre due volte, sconfitto poi dalla parte conservatrice del Paese. È noto soprattutto per il suo passato da ex guerrigliero del Movimento 19 aprile, una fazione della sinistra rivoluzionaria operante tra gli anni ’70 e ’80 in lotta con il Governo (fino alla pace firmata nel 1990). Dopo la “resa delle armi” il gruppo divenne per un breve periodo un vero e proprio partito, l’Alleanza Democratica M-19, i cui interessi principali erano orientati verso un’istruzione accessibile a tutti, lavoro e maggiore rispetto per l’ambiente (con lo stop alle nuove esplorazioni di petrolio e gas).
Rodolfo Hernández ha invece ha 77 anni e incarna gli interessi della parte più facoltosa della Colombia: è un imprenditore impegnato soprattutto in ambito immobiliare, ma è stato sindaco della città settentrionale di Bucaramanga. Per il resto, la sua esperienza politica e militante è relativamente recente, tant’è che la sua figura non è particolarmente nota tra gli elettori. Quello che lo contraddistingue però – e per cui molti lo accomunano a Trump – è la sua indole populista e conservatrice, pompata da una campagna elettorale fondata su temi come la lotta alla corruzione: lo stesso reato per cui è indagato dalla procura, con l’accusa di aver favorito un’azienda in cui era impiegato il figlio.
«Gli elettori sono stufi e vogliono cambiare», ha detto a Ojo Público Silvia Otero, esperta di politica latinoamericana. Prosegue l’articolo: “E la voglia di farlo è così grande che molti elettori sembrano non curarsi di alcune caratteristiche della personalità di Petro: la sua tendenza all’autoritarismo e alla megalomania, sempre in agguato nei suoi discorsi, nei suoi tweet, nei momenti chiave della sua biografia e persino nell’enorme P –in maiuscolo e in rosso brillante– che ha plasmato il palcoscenico su cui ha camminato il grande leader mentre pronunciava il suo discorso inaugurale della campagna elettorale a Barranquilla”, a nord del Paese.
Di cos’è che vorrebbero liberarsi i colombiani? Prima di tutto della nomea di “Narcostato”, appellativo che ad oggi ben si addice al Paese che più di tutti esporta cocaina. A prescindere da chi avrà la meglio nel ballottaggio finale, il nuovo presidente dovrà infatti scontrarsi con una vera e propria “economia della droga”, da cui derivano traffico illecito e lotte armate tra bande. Sarà importante che il nuovo leader continui ad occuparsi del rapporto con la FARC, le Forze Armate Rivoluzionarie nate negli anni ’60 come movimento di lotta contadina pro indipendenza, e diventate oggi un’organizzazione che controlla almeno il 25% del territorio colombiano. Anche se nel 2016 l’ex presidente Manuel Santos e i rappresentanti delle FARC hanno firmato un accordo di pace, lo scontro non è mai cessato – e anzi ha spinto alla nascita di altri gruppi illegali più piccoli che monitorano il traffico di droga.
E poi gran parte di loro vorrebbero liberarsi di decenni di politiche liberiste, come confermato dalle enormi proteste che travolsero il paese lo scorso anno e che costarono la vita a decine di persone brutalmente uccise dai militari. Non un caso, visto che nel narcostato Colombiano la polizia pare storicamente molto più interessata a colpire chi vuole cambiare il sistema rispetto a chi lo sostiene. Sono almeno 145 i leader sociali o difensori dei diritti umani che sono stati uccisi in Colombia nel 2021:tra loro attivisti indigeni che si battono contro le estrazioni minerarie, sindacalisti, attivisti di base e giornalisti.
[di Gloria Ferrari]
Per la prima volta è stato individuato il DNA di un abitante morto nell’eruzione di Pompei
Per la prima volta è stato letto il DNA di una delle vittime della violenta eruzione del Vesuvio che, il 24 agosto del 79 d.C., devastò Pompei. Finora erano stati analizzati solo frammenti del DNA mitocondriale – molto più semplice di quello del nucleo cellulare -, sia di esseri umani sia di animali dell’antica città. Oggi, con la decifrazione del DNA nucleare, si potranno ottenere dettagli preziosi sulla vita di un uomo morto moltissimo tempo fa, e questo aprirà nuove strade nelle ricerche riguardanti l’antica Roma.
Il genoma decifrato da un team di ricercatori italiani, appartiene a un individuo di sesso maschile, molto probabilmente malato, che venne ucciso dalla violenta eruzione che investì Pompei, Ercolano e Stabia – a sud di Napoli – le quali vennero ricoperte da enormi nubi di cenere ardente, tanto che Pompei – città portuale romana e sede di commercio e affari – venne scoperta e riportata alla luce secoli dopo. A partire dal Settecento, infatti, iniziarono una serie di scavi che diedero vita a uno dei siti archeologici più conosciuti e meglio conservati di sempre, grazie allo spesso strato di ceneri il quale ha fatto sì che corpi, edifici, oggetti e strade si conservassero nel tempo. Ed è proprio in uno degli edifici meglio conservati, la Casa del Fabbro, che negli anni Trenta gli archeologici scoprirono gli scheletri dell’uomo il cui codice genetico è stato letto, e di una donna.
La ricerca ha tracciato il profilo dell’uomo: questo era alto circa 1.64 e aveva tra i 35 e i 40 anni. Inoltre, l’analisi dei frammenti del suo DNA mitocondriale (mtDna all’interno dei mitocondri che si eredita per via materna) ha rilevato geni specifici delle popolazioni sarde, le quali si pensa derivino da migrazioni avvenute durante il Neolitico, dall’Anatolia (antica regione dell’Asia occidentale in parte corrispondente alla moderna Turchia). Altra informazione trapelata dalla ricerca riguarda lo stato di salute del soggetto. Difatti è stata individuata la presenza del DNA di Mycobacterium tuberculosis, il microrganismo responsabile della tubercolosi. Più precisamente, i ricercatori, analizzando le vertebre dello scheletro, hanno ipotizzato che l’uomo fosse affetto dalla malattia di Pott (spondilite tubercolare), una forma di tubercolosi extrapolmonare il cui batterio si localizza nella colonna vertebrale causando dolore, rigidità muscolare e gravi difficoltà nei movimenti.
Per concludere, la ricerca dimostra la possibilità di estrarre materiali genetici anche se molto degradati. Studiare i resti biologici di siti come Pompei, infatti, è difficilissimo, in quanto le elevate temperature tendono a danneggiare – se non distruggere – la composizione delle ossa, abbassando la probabilità di riuscire a estrarre quantità sufficienti di DNA per gli approfondimenti. Questa volta, però, i materiali vulcanici sono stati di aiuto, in quanto hanno funzionato da “teca” per i resti archeologici, creando un ambiente privo di ossigeno – gas catalizzatore di reazioni – e di protezione da agenti atmosferici e fattori ambientali che normalmente degradano la materia organica. Questo particolare, aggiunto ai modernissimi metodi di sequenziamento oggi disponibili, hanno permesso al team di mappare l’intero DNA dell’uomo, ma non quello della donna di mezza età ritrovata accanto a lui, in quanto troppo deteriorato.
[di Eugenia Greco]
Canada, Trudeau annuncia stretta sulle armi
Dopo le numerose stragi che hanno avuto luogo negli USA, il premier canadese Justin Trudeau ha annunciato un progetto di legge che prevede il “congelamento nazionale” della proprietà di armi e il ritiro della licenza per chi è coinvolto in atti di violenza domestica o molestie. I caricatori per le armi lunghe, inoltre, dovranno essere modificati affinché non possano sparare più di 5 colpi. “Dal giorno in cui entrerà in vigore, non sarà più possibile acquistare, vendere, trasferire o importare armi in Canada” ha dichiarato Trudeau.
Lunedì 30 maggio
7.40 – Nepal, ritrovati rottami aereo scomparso: recuperati 14 corpi.
9.00 – Sciopero nazionale del personale scolastico: richiesti rinnovi dei contratti di categoria e stabilizzazione dei precari.
10.00 – Morto a 104 anni lo scrittore tristino Boris Pahor, tra i primi a narrare le discriminazioni fasciste contro la minoranza slovena.
10.30 – Presidenziali Colombia, Gustavo Petro e Rodolfo Hernandez a ballottaggio il prossimo 19 giugno.
11.00 – Ucraina, Zelensky annuncia epurazione responsabile sicurezza a Kharkiv: non avrebbe lavorato per la sicurezza della regione.
13.00 – Mosca annuncia di aver distrutto con un bombardamento diversi pezzi di artiglieria inviati dall’Italia all’Ucraina.
15.00 – Ucraina, ucciso reporter francese nel Donbass: documentava l’evacuazione dei civili.
16.00 – Biden smentisce la notizia secondo cui gli Usa invieranno all’Ucraina missili a medio raggio in grado di colpire il territorio russo: «Non lo faremo».
17.00 – Colloquio telefonico Erdogan-Putin: Turchia disponibile per incontro tra Ucraina, Russia e Onu a Istanbul.
Colloquio telefonico Erdogan-Putin: proposto incontro con Ucraina, Russia ed Onu
Il presidente russo Vladimir Putin ed il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan hanno avuto un colloquio telefonico relativo alla situazione in Ucraina nel corso del quale, secondo quanto comunicato dall’ufficio del presidente turco, quest’ultimo avrebbe sostanzialmente proposto un incontro con l’Ucraina, la Russia e l’Onu. “Il presidente Erdogan ha parlato della disponibilità della Turchia, se concordata in linea di principio da entrambe le parti, ad incontrare la Russia, l’Ucraina e le Nazioni Unite ad Istanbul”, fa sapere a tal proposito l’ufficio del presidente turco.
Il business delle armi non si ferma: l’Italia le venderà anche alla Tanzania
Il Generale Venance Salvatori Mabeyo, capo della Tanzanian People’s Defence Force (l’esercito della Repubblica Unita di Tanzania), negli scorsi giorni si è recato in missione ufficiale a Roma, dove ha incontrato il generale Luciano Portolano, Segretario Generale della Difesa e Direttore Nazionale degli Armamenti. La visita, come comunicato dallo stesso Segretariato Generale della Difesa tramite una nota, si è svolta in un clima “franco e cordiale” ed ha permesso al generale Portolano di “rafforzare i rapporti di amicizia e di cooperazione tra i due Paesi”, in maniera particolare per quanto concerne il settore del “procurement” – ovverosia dell’approvvigionamento – militare. Nello specifico, dopo che il Generale Mabeyo ha fornito un quadro della situazione relativa al “ruolo geopolitico che la Tanzania gioca nello scacchiere africano”, la discussione si è “incentrata sull’interesse della nazione dell’Africa orientale per il velivolo M-345, in sostituzione dei velivoli K-8, gli aeromobili C-27J e gli elicotteri AW139 e AW109“. Tutti i prodotti aeronautici appena citati appartengono a Leonardo SpA, un’azienda italiana attiva nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza – il cui maggiore azionista è il Ministero dell’economia e delle finanze – che a quanto pare si appresta ad avere un importante cliente in Africa orientale.
La cooperazione militare però non finisce qui, dato che oltre ad aerei ed elicotteri la Tanzanian People’s Defence Force ha “rappresentato l’intenzione di realizzare un Centro Addestramento piloti ex novo” per la cui realizzazione è stato chiesto il “supporto dell’Italia in termini di programmi per l’addestramento dei piloti e per la formazione degli istruttori”. Inoltre, si legge ancora nella nota, “il Generale Portolano ha potuto confermare il ruolo di Segredifesa quale interfaccia di riferimento nell’ambito del ‘Sistema Difesa’ a supporto delle numerose partnership nel settore difesa già in essere e quelle in divenire come nel caso della Tanzania”.
Detto questo, non si può non sottolineare che i punti toccati nel corso del colloquio abbiano fatto seguito ad una recente significativa collaborazione fra l’Italia e la Tanzania in tema di difesa. Come reso noto tramite un comunicato del Ministero degli Esteri, lo scorso 14 febbraio è “giunta nel paese africano la Nave Bergamini”. Si tratta di un’operazione realizzata nell’ambito della “Missione Atalanta”, la missione diplomatico-militare dell’Unione europea contro la pirateria marittima ed i traffici illeciti lungo le coste del Corno d’Africa. L’iniziativa ha “costituito anche un momento di grande visibilità per il nostro Paese in Tanzania”, si legge sul sito del Ministero, nel quale si precisa tra l’altro che “l’evento sarà suscettibile di positive ricadute nell’ambito della già buone relazioni bilaterali in materia di difesa”. Relazioni che, a quanto pare, adesso sono destinate ad essere incrementata.
[di Raffaele De Luca]








