Confronto e comparazione delle fonti sono due pilastri di una lettura obiettiva, di un’analisi critica o di uno studio oggettivo. Porre un filtro alle notizie, decidendo a priori chi possa o non possa svolgere il proprio lavoro, è una scelta che merita particolare attenzione. Ursula Von Der Leyen, Presidente della Commissione europea, ha annunciato di aver compiuto un passo senza precedenti, «sospendendo le licenze per la macchina di propaganda del Cremlino». «Russia Today e Sputnik, di proprietà statale, così come le loro sussidiarie, non saranno più in grado di diffondere le loro bugie per giustificare la guerra di Putin e per dividere la nostra Unione», ha poi aggiunto. Viene così inibito da tutta Europa l’accesso a due media che evidentemente non hanno contravvenuto a nessuna legge, se non quella – non scritta – di non essere allineati alla narrazione dominante. L’accesso a Russia Today (Rt.com) funziona già a singhiozzo e da questa mattina si alternano momenti in cui risulta irraggiungibile ad altri dove funziona correttamente (segno probabile di come il tentativo di messa al bando sia in corso), mentre Spuntnik (Sputnik.com) risulta ancora raggiungibile, almeno nel momento in cui scriviamo.
Partiamo da alcune considerazioni: in un’ipotetica realtà in cui si tenesse conto del parametro “diffusione di bugie” per la creazione e il funzionamento di una testata o di un’emittente, con ogni probabilità le redazioni che resterebbero in vita si conterebbero sulle dita di una mano. La presenza di un gran numero di notizie non verificate, fake news e propaganda mal celata sono ampiamente verificate anche sui media europei ed italiani in merito alla questione ucraina. Credere che questi problemi possano affliggere soltanto le testate al di là del Danubio è quindi decisione puramente politica, soprattutto se non si testa con mano la validità di queste redazioni, attendendosi esclusivamente a ciò che afferma un organo sovranazionale. Dal punto di vista della linea editoriale, infatti, Sputnik e RT (Russia Today) non si discostano molto dai temi affrontati dai media italiani ed europei, fatta eccezione per gli argomenti “sensibili” al governo russo, vista la sua sovvenzione. Ma qui si entra già in un altro discorso, in cui noi crediamo fermamente, legato all’indipendenza degli organi di stampa che soltanto allontanandosi dai rapporti istituzionali e commerciali possono svolgere a pieno il proprio lavoro.
Così, nella terra della democrazia e della libertà, ai cittadini viene negata la possibilità di giudicare da soli cosa sia vero e cosa no, di confrontare versioni e fonti, non fornendo un’alternativa a questo vuoto d’informazione, soprattutto per quello rappresentato da RT, che soltanto in Germania avrebbe raccolto nel 2021 circa 20 milioni di visualizzazioni mensili sul proprio canale YouTube, prima di essere chiuso dalla piattaforma a settembre dello stesso anno. Quindi, come spesso accade, la decisione finale nasconde dei precedenti: la messa al bando di RT e Sputnik da parte dell’Unione europea sembrerebbe parte di una vera e propria guerra mediatica che da anni si combatte fra l’occidente e la Russia, a suon di chiusure, limitazioni e censure. Al 2020 risale, infatti, la decisione del ramo degli affari esteri dell’Ue di avviare un monitoraggio circa le “tattiche di disinformazione presumibilmente utilizzate dallo Stato russo attraverso piattaforme di comunicazione come Telegram e media, tra cui RT e Sputnik”, sul presunto avvelenamento di Alexei Navalny e le continue proteste in Bielorussia. Andando indietro nel tempo, nel 2017, si trovano diverse denunce da parte Google circa la presunta disinformazione delle due emittenti, mentre nello stesso periodo Twitter decideva di bloccare loro la possibilità di pubblicare post sponsorizzati, con l’obiettivo di ostacolare l’allargamento della propria base di utenti.
È interessante, dunque, riflettere su quanto sia in linea la decisione di oscurare dei canali di informazione con i valori occidentali, la cui difesa, accompagnata da una certa fobia anti-russa, è stata tanto propugnata nei giorni scorsi. In democrazia le informazioni false vengono smentite con l’argomentazione e con i dati, non con la censura. Perché così facendo ci si pone sullo stesso livello di chi si dice di voler contrastare, e a questo punto – comunque possa terminare la guerra – di sicuro ci avrà perso ancora una volta la libertà d’informazione dei cittadini.
Mosca ha appena annunciato delle pause nei combattimenti in Ucraina, con l’obiettivo di evacuare i civili residenti nel Paese attraverso dei corridoi umanitari. A diffondere la notizia è stato il ministero della Difesa russo, che si è definito “pronto a creare corridoi umanitari ovunque e in qualsiasi momento”. La notizia arriva in una giornata particolarmente importante per i risvolti futuri del conflitto, visto che a breve si terrà il secondo round di negoziati fra Mosca e Kiev nella città di Brest, al confine bielorusso con la Polonia.
L’ondata di proteste studentesche che ha preso il via quest’autunno non accenna a fermarsi. Sono due gli istituti occupati questa settimana a Milano, il Liceo Virgilio e l’Istituto Galvani, mentre studenti di altri licei hanno messo in atto altre forme di protesta, come i picchetti all’esterno dei licei Pareto e Lagrange. Le rivendicazioni degli studenti sono in linea con quelle presentate dalla maggior parte dei collettivi a livello nazionale: lo stop definitivo ai percorsi di alternanza scuola-lavoro, l’abolizione della seconda prova all’esame di maturità e un generale maggiore investimento da parte dello Stato nella scuola. Tuttavia vi sono altri aspetti fondamentali che animano le proteste, in particolare il bisogno estremo dei ragazzi di riconquistare uno spazio di socialità e di essere ascoltati dalle istituzioni.
Le proteste studentesche non accennano a volersi fermare. A Milano gli studenti di due istituti hanno occupato le strutture, seguendo l’onda di rivendicazioni che ha coinvolto decine di scuole in tutta Italia. La redazione de L’Indipendente si è recata all’interno del liceo Virgilio, il più grande della città, dove gli studenti per tre giorni hanno occupato la scuola e organizzato attività di autogestione, con laboratori tenuti da rappresentanti esterni di organizzazioni quali Non una di meno, Fridays For Future ed Extintion Rebellion. Ciò che è emerso con forza dirompente è la necessità dei giovani di riprendersi uno spazio di socialità e di coesistenza, dopo due anni di isolamento sociale e difficoltà nella gestione scolastica che ancora oggi si mostra incerta.
L’isolamento socialeimposto in ragione della pandemia ha avuto effetti importanti su un’altissima percentuale di adolescenti, ma la gravità della problematica e delle eventuali conseguenze sembra essere stata presa alquanto sottogamba dalle istituzioni. Lo stesso ministro Bianchi ha dichiarato che «la DAD non è il male assoluto», di fatto ignorando le problematiche che ha comportato sia a livello organizzativo che di disagio sociale dei giovani. “Vogliamo rivendicare il diritto ad avere i nostri spazi: vogliamo che la presidenza ci ascolti quando diciamo che non poter prendere nemmeno una boccata d’aria in cortile non ci fa bene, che ci ascolti quando diciamo che la socialità è un diritto dell’adolescenza tanto quanto seguire le lezioni, che ci ascolti quando diciamo che i problemi psicologici serpeggiano tra di noi come un’epidemia” affermano con forza gli studenti del Collettivo Autonomo Virgilio (CAV).
Essere ascoltati: ecco cosa la richiesta avanzata dai giovani alle istituzioni, dopo che troppe decisioni sono state prese in questi due anni sulla loro pelle e a scapito della loro salute. «Dalle attività laboratoriali che abbiamo realizzato in questi giorni è emerso un dato preoccupante: almeno un terzo degli studenti e studentesse dell’istituto soffre di problematiche legate all’alimentazione» racconta a L’Indipendente Isabella, rappresentante del CAV. Problematica che viene peraltro riconosciuta dallo stesso vicepreside del Liceo, che afferma di comprendere la rabbia e l’esplosione dei giovani pur esprimendo disaccordo sulle modalità di attuazione.
«Eravamo scuola divisa, ora siamo uniti, ci scambiamo pensieri: solo così è possibile la lotta. Così nessuno ci potrà fermare, nessuno ci potrà più ignorare. Così potremo cambiare il mondo» affermano gli studenti durante l’assemblea plenaria, ad altissima partecipazione, tenutasi al termine dei tre giorni di occupazione che ha visto la partecipazione attiva di circa un migliaio di studenti dell’istituto. Il Collettivo, sui propri social, definisce l’occupazione come “una appassionata scossa di vita“: in effetti, è proprio questo ciò cui abbiamo assistito tra i corridoi del liceo.
I lavori delle trivelle per la realizzazione della linea dell’Alta Velocità in Val di Susa potrebbero causare fuoriuscite di acqua pari al fabbisogno di 600 mila persone ogni anno, secondo quanto riportato da Altreconomia. Gli studi sono stari effettuati dal Comitato acqua pubblica di Torino e dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, che hanno elaborato i dati i dati messi a disposizione da TELT (la ditta italo-francese che si occupa della sezione transfrontaliera del progetto). Se queste proiezioni risultassero veritiere si tratterebbe di un immenso spreco di acqua aggravato dal fatto che il Piemonte sta attraversando uno dei 15 periodi più secchi degli ultimi 63 anni, che ha portato a restrizioni sull’uso dell’acqua in alcuni comuni della Valsesia.
Il Mar Mediterraneo è stato per secoli di vitale importanza per i vari imperi che si sono alternati nel corso della storia in Europa. Gli antichi Romani lo chiamavano, Mare nostrum, ossia “il nostro mare” e, in effetti, la conquista romana toccò tutte le regioni affacciate sul Mediterraneo. Al giorno d’oggi forse la definizione più corretta per il Mediterraneo sarebbe “mare di nessuno” visto che sono in tanti, tantissimi, i paesi interessati ad accrescere la propria influenza su questo specchio d’acqua sulle cui coste vivono circa 450 milioni di persone.
Il termine Mediterraneo deriva dalla parola latina mediterraneus, che significa in mezzo alle terre. Ed è proprio la sua posizione geografica che ha reso questo mare strategico, dal punto di vista politico, militare ed economico. Il Mediterraneo ha infatti permesso l’incontro, e spesso lo scontro, tra i popoli dell’Europa, dell’Africa e dell’Asia. Nello scacchiere internazionale il Mediterraneo ricopre ancora oggi un ruolo fondamentale. Di particolare rilievo ci sono tre zone: lo Stretto di Gibilterra, il Canale di Suez e lo Stretto dei Dardanelli.
Lo Stretto di Gibilterra: ha un’importanza strategica rilevante, chi lo controlla infatti è in grado di gestire il traffico marittimo in entrata e in uscita tra il Mediterraneo e l’Oceano Atlantico. La Gran Bretagna, grazie al suo passato di potenza marittima, controlla Gibilterra dal 1713. Rendendo di fatto questo “scoglio” l’ultima colonia presente in Europa. Lo Stretto di Gibilterra, ricopre un ruolo fondamentale anche dal punto di vista economico, dato che il 90% delle merci scambiate nel mondo viaggia via mare. Da Gibilterra passano infatti ogni anno circa 17,1 mln di TEU (twenty-foot equivalent unit, misura standard nel trasporto dei container) rendendo questo stretto il quarto chokepoint (ossia passaggi obbligati delle principali rotte commerciali) per termini di volume a livello globale.
Il Canale di Suez: inaugurato nel 1869, collega il Mar Mediterraneo al Mar Rosso permettendo di navigare direttamente fino all’Oceano Indiano. A causa della delocalizzazione dei centri produttivi verso l’Asia, il canale di Suez sta assumendo un ruolo crescente dal punto di vista commerciale. Il canale è infatti il quinto chokepoint a livello globale da dove passa circa il 12% degli scambi commerciali complessivi. Data l’importanza strategica francesi, inglesi e l’impero Ottomano si sono contesi negli anni il controllo di questo canale fino a che, nel 1956, l’allora presidente egiziano Nasser, decise di nazionalizzarlo.
Lo Stretto dei Dardanelli: collega il mar di Marmara all’Egeo e, assieme allo stretto del Bosforo, controlla l’accesso del traffico marittimo tra il Mediterraneo e il Mar Nero. Seppure di minore rilievo rispetto a Gibilterra e Suez dal punto di vista commerciale, i Dardanelli hanno una certa rilevanza dal punto di vista politico e militare. Questi stretti controllati dalla Turchia, alleata di Washington, furono una delle prime cause di tensione durante la guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Nel mar Nero, a Sebastopoli vi è una delle più importanti basi della marina militare russa, alla luce delle recenti tensioni tra Mosca e Washington per la questione ucraina, non si può escludere che il governo turco possa, sotto pressione americana, arrivare anche a decidere di chiudere i Dardanelli e il Bosforo alla flotta russa.
Quali sono i paesi che si contendono il controllo del Mediterraneo?
Francia, Italia, Turchia, Spagna, Grecia, Algeria, Israele, Marocco, Egitto tutti questi paesi hanno almeno una o più basi navali, ed ognuno come è logico che sia lavora per i propri interessi commerciali e politici. Nel Mediterraneo sono presenti anche basi di paesi, che geograficamente non ci dovrebbero essere, come Russia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Tutti questi stati hanno aspirazioni diverse, chi punta ad avere un ruolo come potenza globale, e chi invece cerca di mantenere o di accrescere il proprio ruolo come potenza regionale o chi semplicemente cerca di tutelare i propri interessi commerciali.
Stati Uniti: Washington controlla tre basi nel Mediterraneo. Rota in Spagna, che fornisce supporto logistico alle navi statunitensi e a quelle della NATO (Organizzazione del Trattato Atlantico del Nord). A Napoli, si trova invece il quartiere generale delle forze navali degli Stati Uniti in Europa ossia la Sesta Flotta. Ed infine, la base di Souda nell’isola di Creta, Grecia. A Souda ci sono sia navi della marina greca che delle NATO ed è la più’ grande base navale del Mediterraneo Orientale. Il controllo di tre basi, assieme al fatto che praticamente tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo sono alleati o comunque “amici” garantisce agli Stati Uniti una posizione di dominio incontrastato su questo mare. Con la sola eccezione di Siria e Libia tutti gli altri paesi fanno parte della NATO o sono partner degli americani. Inoltre lo “zio Sam” può contare anche sulle numerosi basi aeree presenti nei paesi dell’Europa del Sud, che garantiscono oltre che il dominio sul mare anche quello sui cieli. Il Mediterraneo rimane quindi un mare strategico a cui difficilmente gli Stati Uniti vorranno rinunciare, la vicinanza ai ricchi giacimenti di petrolio della penisola Araba, cosi come le recenti scoperte di idrocarburi nel Mediterraneo Orientale, lo rendono importante anche dal punto di vista economico oltre che militare. Inoltre un’eventuale ritirata dal Mediterraneo aprirebbe ulteriormente il campo agli storici nemici russi. La presenza della Russia al momento è limitata alla sola base di Tartus, in Siria. Questa base, costruita negli anni ’70, è di vitale importanza per Mosca garantendogli accesso diretto al Mediterraneo. Senza dubbio uno dei motivi che hanno spinto Mosca a intervenire a fianco del governo di Assad durante in conflitto in Siria è stato proprio il mantenimento di questa base navale. Nel 2017, infatti, è stato siglato un accordo tra Russia e Siria per estendere il controllo di Mosca sulla base di Tartus per altri 50 anni. In questa chiave si può leggere anche l’intervento russo in Libia, ossia la possibilità di ottenere basi militare e influenza in un paese strategico dal punto di vista economico, date le ingenti risorse di petrolio, e geografico, data la posizione al centro del Mediterraneo. Ad oggi la lotta per l’influenza nel Mediterraneo tra questi due paesi che competono per accrescere le loro influenze a livello globale vede un netto dominio di Washington. Dominio che difficilmente verrà intaccato dalla Russia.
Differenti sono le strategie per il controllo del Mediterraneo dell’altra superpotenza globale, la Cina. Pechino, da anni ha impostato la sua politica estera sul commercio piuttosto che sulla forza militare. I due colossi statali cinesi, Cosco e China Merchants hanno infatti partecipazioni in diversi porti del Mediterraneo, che garantiscono un certo grado di controllo da parte di Pechino su alcuni dei porti principali di questo mare; il porto del Pireo in Grecia, Istanbul, Valencia, Marsiglia e Malta. Nel 2020, il governo cinese è riuscito a mettere le mani anche sul porto di Taranto. Inoltre le mire di Pechino sui porti italiani non si fermano qui, nel mirino sono finiti anche i porti di Genova e Trieste. L’espansione cinese nel Mediterraneo comporta indubbiamente dei rischi a livello politico, dato che i porti sono asset strategici per l’Unione Europea e per gli interessi militari della NATO, appare però difficilmente limitabile l’influenza diretta o indiretta di Pechino. Essendo la Cina il principale produttore di beni al mondo, l’influenza cinese nei porti del Mediterraneo, cosi come in quelli del resto del mondo, appare destinata inevitabilmente ad aumentare.
La Turchia negli ultimi anni ha cercato in ogni modo di incrementare il suo ruolo di potenza regionale. Ankara è infatti attiva a livello politico e militare in diversi contesti, dalla gestione dei flussi di migranti con l’Unione Europea (UE) fino agli interventi militari in Siria e Libia. Se l’intervento in Siria, poteva essere in qualche modo correlato alla spinosa questione curda, l’intervento in Libia è stato probabilmente dettato dalla volontà di accrescere la presenza anche sul Mediterraneo. Non a caso, Israele ed Egitto hanno valutato la presenza turca in Libia come una possibile minaccia. L’intervento turco in Libia in sostegno alle truppe del generale Haftar è avvenuto in cambio di concessioni per i diritti di sfruttamento delle acque libiche sotto il controllo del generale. Tensioni relative al controllo e allo sfruttamento delle Zona Economica Esclusiva (ZEE) sono emerse anche con Grecia e Cipro. Per contrastare l’espansione turca nel Mediterraneo l’UE ha infatti sanzionato in due diverse occasioni il governo di Ankara per trivellazione illegale.
La Francia: per capacità militari, economiche e alla luce del suo passato coloniale Parigi avrebbe tutte le caratteristiche per diventare una potenza regionale nel Mediterraneo, e in parte lo è già. Paese leader, assieme alla Germania, nell’Unione Europea, Parigi ha diversi interessi in gioco in questo mare, il principale è il mantenimento dei rapporti con le ex colonie in nord Africa. Algeria, Marocco e Tunisia sono tutte ex colonie che ancora oggi, in modo più o meno diretto, devono fare i conti con il peso politico di Parigi. Oltre al peso politico i cugini d’oltralpe possono contare anche su una delle migliori flotte militari a livello globale, non a caso sono stati l’unico paese europeo ad aver mandato supporto militare alla Grecia durante le dispute con la Turchia. Anche nel conflitto in Siria la Francia non ha fatto mancare il suo peso, con la portaerei Charles De Gaulle che ha stazionato nelle acque siriane per tutta la durata del conflitto. La presenza francese a largo della Siria è stata facilitata dai buoni rapporti che Parigi ha con Cipro, che le permettono di poter utilizzare i porti di Limassol e Larnaca. Grazie ad un patto siglato con quest’ultimo, Parigi ha infatti ottenuto l’utilizzo di questi porti fino al 2027, che le permettono di incrementare la presenza francese in Medio Oriente. Inoltre questo patto aveva anche lo scopo di tutelare dalle ingerenze turche i diritti estrattivi nelle acque cipriote della compagnia petrolifera francese Total.
Che ruolo ha l’Italia nel Mediterraneo?
Storicamente l’Italia è stata il partner più affidabile degli Stati Uniti nel mare nostrum. Non a caso una delle principali basi della NATO si trova a Napoli. Negli anni della guerra fredda, la politica estera italiana nel Mediterraneo era incentrata sul controllo del mare Adriatico ed in particolare delle attività della marina della Jugoslavia. Ad oggi, gli interessi principali di Roma nel Mediterraneo sono concentrati sul controllo dell’immigrazione illegale e sulla messa in sicurezza delle rotte energetiche e degli interessi economici. I conflitti in Libia e Siria hanno causato diverse ondate di rifugiati verso le coste dello stivale: Italia, Spagna e Grecia sono i paesi che hanno dovuto affrontare in prima linea questi flussi migratori. Ogni anno, per limitare gli sbarchi, Roma mette a bilancio diversi milioni di euro come finanziamento per la guardia costiera libica. La tutela degli interessi energetici per l’Italia ha luogo principalmente in Libia e nel Mediterraneo. Uno dei principali interessi strategici di Roma, sarebbe appunto lo sviluppo del gasdotto Eastmed, che punta a collegare i giacimenti di gas del Mediterraneo orientale alla Grecia per poi arrivare in Italia. Progetto a cui la Turchia si oppone strenuamente poiché ridurrebbe il suo ruolo di ponte tra Europa e Medioriente. In futuro l’Italia, in riguardo al Mediterraneo, dovrà riuscire a mediare tra gli interessi espansionistici di Pechino sui porti della penisola, e quelli che sono invece gli interessi strategici degli americani e della NATO. Quello che una volta era appunto un mare nostrum sta diventando sempre più un mare illi (loro).
Una risoluzione storica ed attesa così a lungo che molti delegati dopo l’approvazione si sono abbandonati a scene di esultanza e pianti liberatori come raramente se ne vedono nei palazzi istituzionali. All’assemblea delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEA-5), riunitasi a Nairobi dal 28 febbraio al 2 marzo 2022, sono state poste le basi per combattere realmente, a livello globale, l’inquinamento da plastica, giungendo a un accordo che sia giuridicamente vincolante per tutti entro il prossimo anno. L’incontro avvenuto in Kenya ha visto l’approvazione da parte dei diversi Capi di Stato, ministri e rappresentati di 175 Stati membri delle Nazioni Unite. Approvata la risoluzione intitolata End Plastic Pollution: Towards an International legally binding instrument. È stato istituito un Comitato Intergovernativo di Negoziazione (INC) che a breve si impegnerà per presentare una tabella di marcia efficacie per contrastare realmente il problema della plastica. Non solo, ma la risoluzione approvata a Nairobi pone l’attenzione sull’intero ciclo di vita della plastica (produzione, progettazione, smaltimento).
Dalle tre bozze iniziali di risoluzione delle varie nazioni coinvolte, lo storico accordo ha fatto dell’INC un mezzo efficace e centrale per ottenere un piano in cui esista una cooperazione internazionale sempre maggiore. Un accordo ambientale multilaterale tanto importante non si vedeva dall’Accordo di Parigi e il recente incontro non è che il primo step. Per la prima sessione dell’INC infatti, l’UNEP (ovvero il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) ha dichiarato di volere convocare un forum entro la fine del 2022. In questo modo, qualsiasi parte interessata potrà dare il proprio contributo col fine di condividere quante conoscenze possibili, migliorando le pratiche per passare a un’economia circolare in ogni parte del mondo, grazie a un genuino interscambio. L’UNEP sarà in prima linea per appoggiare e finanziare qualsiasi governo o impresa che mostrerà vere intenzioni per liberarsi dalla plastica monouso.
Una dichiarazione importante ma necessaria, visto l’esponenziale aumento della produzione di plastica. Basti pensare che se nel 1950 ne venivano prodotte circa 2 milioni di tonnellate, nel 2017 si è arrivati a ben 348 milioni di tonnellate. Di pari passo, il valore dell’industria ha raggiunto i 522,6 miliardi di dollari e le previsioni attestano un ulteriore pericoloso aumento entro il 2040. Non solo, nella stessa data ci sarà una triplicazione dei rifiuti di plastica negli oceani, che già arrivano a circa 11 milioni di tonnellate ogni anno. Ma con un provvedimento che abbia a cuore l’ambiente, dati tanto spaventosi potrebbero diminuire fino all’80% entro il 2040. Senza parlare di quanto un’economia circolare ridurrebbe la produzione di plastica vergine (55%), facendo risparmiare ai governi fino a 70 miliardi di dollari, mentre si verrebbero a creare 700.000 nuovi posti di lavoro. Continuando a vivere la situazione odierna, le emissioni di gas serra associate alla produzione, all’uso e allo smaltimento della plastica rappresenterebbero il 15% delle emissioni consentite entro il 2050 (il famoso limite di 1,5 gradi centigradi). Le emissioni potranno invece ridursi del 25%, se le scelte prese all’UNEA-5 saranno davvero rispettate e applicate.
In Georgia il partito al governo ha annunciato l’intenzione di “presentare immediatamente” la richiesta per entrare a far parte dell’Unione europea, definendola come un’operazione che “aumenterebbe la sicurezza dei suoi cittadini”. Irakli Kobakhidze, leader del Georgian Dream, mercoledì ha detto alla stampa che la decisione del suo partito è “basata sul complessivo contesto politico e sulla nuova realtà” degli ultimi giorni, aggiungendo poi che “la richiesta dovrebbe essere avanzata giovedì”, quindi nelle prossime ore.
L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione con cui chiede alla Russia di mettere fine alla guerra in Ucraina e di ritirare tutte le sue truppe. I paesi che hanno votato a favore sono stati 141, mentre 5 hanno votato contro e 35 si sono astenuti, tra cui la Cina.
Documentario di 95 minuti, (Visibile sulla piattaforma streaming MUBI), considerato tra i migliori film della 13esima edizione del Rome Independent Film Festival, manifestazione attenta alla complessità del cinema indipendente, diretto dal regista svizzero Pierre-Yves Borgeaud, giornalista e musicista egli stesso che, in pieno stile reportage, segue, camera in spalla, Gilberto Gil, musicista brasiliano e politico che ebbe grande influenza nella corrente musicale del Tropicalismo, vero e proprio movimento teso a “invertire la rotta” di un regime soffocante e oscurantista, attraverso una musica rivoluzionaria che si ispira e trae nutrimento tanto dai ritmi africani quanto dal reggae e dal rock americano contaminando la musica popolare brasiliana tradizionale e dando vita ad una moderna concezione del samba che ha fatto da colonna sonora alla ribellione giovanile del 68. Il Tropicalismo influenzò molto anche il cinema, il teatro e la letteratura e il coinvolgimento come attivista di Gil fu la causa, nel 69, del suo esilio dal Brasile, dove fece poi ritorno nel 1972. Dal 2003 al 2008, durante la presidenza di Luiz Inazio Lula da Silva, è stato il primo uomo di colore nominato ministro della Cultura nel suo paese. Gilberto Gil dopo decenni di concerti, decide di intraprendere un lungo viaggio musicale a contatto con la natura e con popoli ed etnie diverse, condividendo e lasciandosi ispirare dalla contaminazione delle varie culture, per un futuro dove le diversità siano sempre più unite tra loro.
Il viaggio si svolge attraverso tre continenti dell’emisfero sud del pianeta. Parte dalla sua città natale Salvador De Bahia con i ritmi, i colori e la vitalità di ogni carnevale brasiliano, ma con un evento, tipico del luogo, che rimarca il suo risaputo orgoglio nero con la parata del gruppo “Filhos de Gandhi” (I figli di Gandhi) una eccezionale dichiarazione secondo gli ideali di pace, libertà e fratellanza del Mahatma. Vola poi in Australia dove partecipa a riti tribali nelle terre degli aborigeni che continuano nonostante le emarginazioni a mantenere solide le loro tradizioni e la loro cultura territoriale. In Sudafrica a Johannesburg incontra gli artisti nelle township, baraccopoli particolarmente oppresse dall’apartheid, e si esibisce con la MAGI, Orchestra che mescola persone e culture diverse mantenendo il principio di Africa unita e di nazione-arcobaleno, idealizzato e sostenuto da Nelson Mandela. Il viaggio si conclude con il ritorno in Brasile a Sao Gabriel de Cachoeira con un incontro commovente presso le tribù degli indios dell’Amazzonia in lotta per difendere non solo la loro entità culturale ma anche la loro terra.
Uno documentario a tempo di Samba, reggae e musica folkloristica, allegro, suggestivo e allo stesso tempo malinconico che può ridare un po’ di fiducia nel genere umano, usando come veicolo la musica e le emozioni, con idee e valori che si mescolano ad etnie e culture, riuscendo ad ottenere un forte arricchimento reciproco in contrapposizione alla globalizzazione che tutto uniforma e appiattisce in maniera così veloce e incontrollata da creare nuovi scenari politici, sociali e togliendo ogni certezza. Gilberto Gil prova a trasmettere una sua speranza con “A Raça Humana”la canzone che chiude il documentario.
1,7 miliardi di tonnellate: questa la quantità di CO2 rilasciata dall’1% più ricco della popolazione mondiale in poco più di 100 giorni. Una cifra superiore a quella emessa dall’intero continente africano nello stesso periodo. A denunciare questa ingiustizia l’organizzazione internazionale Oxfam, in occasione della diffusione del nuovo rapporto del Gruppo Intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC). Una stima dal forte impatto che sottolinea l’ipocrisia politica sulla questione climatica. Sono infatti trascorsi 100 giorni dalla COP26, il summit a cui ha partecipato buona parte di quel 1%, in certi casi persino raggiungendo la sede a Glasgow a bordo di jet privati altamente inquinanti.
Il divario si fa sentire. Nel complesso, le popolazioni dei paesi in via di sviluppo – quelle in assoluto meno responsabili dell’attuale crisi climatica – sono le stesse che ne subiscono gli effetti più devastanti. Al contrario, il più ricco Nord del mondo – cui è attribuibile gran parte della responsabilità – continua ad inquinare ed emettere gas climalteranti in relazione a degli stili di vita insostenibili ma ormai consolidati. Per queste ragioni, proprio alla COP26, i rappresentanti dei paesi più poveri hanno ribadito la necessità che fossero quelli benestanti a pagare i costi del cambiamenti climatico, ottenendo, tuttavia, dei magri risultati. Ad oggi, solo un quarto di tutte le risorse per il clima destinate ai paesi vulnerabili riguarda l’adattamento. L’accordo di Glasgow, sebbene preveda che vengano raddoppiate fino a 40 miliardi di dollari entro il 2025, non ha ancora incassato risultati sufficienti. L’Onu, infatti, stima che per rendere resilienti i paesi in via di sviluppo servano almeno 70 miliardi l’anno.
«Le persone che vivono nei paesi più colpiti dai cambiamenti climatici – ha dichiarato Nafkote Dabi, portavoce di Oxfam sui cambiamenti climatici – non avevano bisogno del report dell’IPCC per rendersi conto di quanto stia accadendo nella loro vita. A pagare il prezzo più alto sono per esempio i piccoli allevatori della Somalia che hanno visto morire di sete le loro greggi, le famiglie nelle Filippine che hanno perso la loro casa, spazzata via da un ciclone poco prima di Natale». E l’Africa, in particolare, oggi abitata da 1,4 miliardi di persone, è in questo momento una delle aree del mondo più colpite e meno preparate a resistere all’impatto dei cambiamenti climatici. «Le immani sofferenze denunciate nel report dell’IPCC – ha concluso Dabi – devono essere un campanello d’allarme per tutti. Per questo, i paesi ricchi devono farsi carico morale ed economico di sostenere l’adattamento delle comunità più vulnerabili a eventi climatici sempre ormai più estremi e imprevedibili».
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