giovedì 22 Gennaio 2026
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L’Occidente ha un concetto del tutto strumentale dei crimini di guerra

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Il ministro degli esteri ucraino Dmytro Kuleba vorrebbe che fosse istituito un tribunale speciale per poter processare la Russia in seguito all’invasione dell’Ucraina. Kuleba avrebbe infatti affermato che la Russia si è macchiata di “crimini di aggressione” contro l’Ucraina, motivo per il quale andrebbe portata davanti ad un Tribunale internazionale. Un processo in stile Norimberga, come ha affermato l’ex premier inglese Gordon Brown, che ha appoggiato l’idea. Affermazioni del genere suscitano di certo una immediata eco politica e mediatica, ma la fattibilità è ancora tutta da verificare. Ciò che sta emergendo con maggiore forza in seguito allo scoppio del conflitto russo-ucraino è come le nozioni di “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità” siano usati in modo del tutto strumentale da parte degli Stati e delle istituzioni occidentali, andando a servire più gli interessi geopolitici che i criteri di giustizia.

Cerchiamo di essere chiari sin da subito: la guerra va ripudiata con ogni mezzo e in ogni caso, ed è giusto che qualcuno condanni Putin per le proprie azioni criminali. Tuttavia, il sentimento antirusso scaturito in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina ha portato l’Occidente a calpestare alcuni dei propri principi fondamentali, quale per esempio la libertà di informazione (con la censura di diversi media russi). Nel contesto di caos e tripudio mediatico che ne è scaturito, inoltre, distinguere i fatti dalla propaganda diventa un’operazione ostica. Evocare il processo di Norimberga, in questo caso, ha sicuramente una eco mediatica e politica di rilievo. Riporta la mente all’atto conclusivo di un sanguinoso squarcio nella nostra storia contemporanea, una ferita che ha impiegato decenni a risanarsi e forse ancora non è guarita del tutto. La fattibilità di tale procedimento, tuttavia, è ancora tutta da verificare.

I crimini di guerra, contro l’umanità e il genocidio sono infatti di competenza della Corte Penale Internazionale (CPI), la quale ha potere complementare a quello degli Stati membri e ha sede a L’Aia. Nel giudicare tali crimini, la CPI ha giurisdizione limitatamente al territorio dei propri Stati membri anche nel caso in cui il crimine sia commesso da uno Stato non membro. Nè la Russia né l’Ucraina hanno mai ratificato lo Statuto su cui si basa la CPI e non ne sono quindi parte, tuttavia nel 2014 l’Ucraina è riuscita ad aggirare l’ostacolo attivando una procedura speciale prevista dallo stesso Statuto. Il problema della giurisdizione, in tal caso, potrebbe così essere aggirato, ma rimane il fatto che i processi presso la CPI non possano essere svolti in contumacia.

Nel 2018 a questi tre crimini è stato aggiunto quello di aggressione, ovvero “la pianificazione, la preparazione, l’inizio o l’esecuzione, da parte di una persona in grado di esercitare effettivamente il controllo o di dirigere l’azione politica o militare di uno Stato, di un atto di aggressione che per carattere, gravità e portata costituisce una manifesta violazione della Carta delle Nazioni Unite del 26 giugno 1945”. Per quanto riguarda questo tipo di reato, la CPI può intervenire solamente se a commettere l’aggressione è uno degli Stati membri. Per tale motivo, secondo l’analisi di ISPI, intervenire per i crimini di aggressione nel caso della Russia rimane di fatto impossibile anche tramite la riforma dell’impianto normativo, in ragione del principio della irretroattività. Il fatto che la CPI abbia deciso di istituire un’indagine è ad ogni modo un forte segno della volontà di far rispettare il diritto internazionale.

A questo punto, tuttavia, pare naturale porsi il quesito: in quante altre occasioni i crimini di guerra sono stati invece ignorati, proprio in virtù di giochi di forza geopolitici? Secondo alcune stime, le “vittime collaterali” dei raid americani nei principali teatri di guerra in Medio Oriente e Africa si avvicinerebbero a un minimo di 23 mila, numero che potenzialmente potrebbe anche raddoppiare. Tuttavia, a seguito delle pressioni da parte degli Stati Uniti, nel dicembre del 2021 la CPI ha annunciato di aver sospeso le indagini a carico dei soldati statunitensi per i crimini di guerra avvenuti nel contesto del conflitto in Afghanistan.

Lo ribadiamo: quanto sta accadendo in Ucraina è disumano e va condannato con forza. Ma proprio lo scoppio di questa guerra ha mostrato come la coscienza occidentale disponga di due pesi e due misure nel valutare l’impatto e la reazione a disgrazie di questo tipo. Pesi e misure che dipendono per lo più da criteri geopolitici di convenienza. Un’ipocrisia suggellata dalla decisione dell’Unione europea di qualche giorno fa di concedere due tipi di protezioni differenti ai profughi della guerra in Ucraina in base al tipo di passaporto del quale dispongono. Come a dire, per l’ennesima volta, che uguaglianza e diritti hanno validità solo sulla carta.

[di Valeria Casolaro]

Ucraina, media locali: 007 di Kiev uccidono un loro negoziatore accusato di tradimento

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Uno dei rappresentanti di Kiev al primo round di negoziati con Mosca sarebbe stato ucciso dai servizi segreti ucraini (Sbu): a riferirlo sono stati alcuni media locali tra cui il giornale Ukrainska Pravda, secondo cui l’uomo sarebbe stato ucciso durante un tentativo di arresto. Si tratterebbe, nello specifico, del banchiere Denis Kireev, sospettato di aver tradito l’Ucraina: la fonte citata dalla testata di Kiev, infatti, avrebbe riferito dell’esistenza di «forti prove» a sostegno di un tradimento da parte sua.

Ucraina: Paypal sospende i suoi servizi in Russia

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Paypal, la società statunitense che offre servizi di pagamento digitale e di trasferimento di denaro tramite Internet, ha deciso di sospendere tutti i suoi servizi in Russia a causa della situazione in Ucraina: a renderlo noto è stato il ministro della trasformazione digitale ucraino, Mykhailo Fedorov, che sul proprio profilo Twitter ha pubblicato una lettera inviatagli dal Ceo di Paypal Dan Schulman. Tramite la stessa, infatti, quest’ultimo ha informato Fedorov che, in virtù delle «circostanze attuali», Paypal «sta sospendendo i servizi in Russia». «Paypal sostiene il popolo ucraino e si schiera con la comunità internazionale nel condannare la violenta aggressione militare russa in Ucraina», si legge inoltre nella lettera.

Enrico Mattei, l’uomo che osò sfidare le multinazionali del petrolio

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Una delle migliori occasioni per far decollare l’Italia, dopo le macerie belliche, è andata letteralmente in fumo nel cielo basso e autunnale della provincia lombarda, all’alba degli anni ’60. Anno 1962, per la precisione, la sera del 27 ottobre. Sopra Bascapè, 1755 anime da ultimo censimento, campagne e fienili a oriente di Pavia, qualcuno vede un piccolo aereo precipitare ed esplodere, avvolto da fiamme e fuoco. Una picchiata, un gran botto e poi rottami dappertutto, tra i campi coltivati. Il bireattore che si è schiantato al suolo era una Morane-Saulnier 760, un velivolo francese, alla cloche un pilota d’eccezione, Irnerio Bertuzzi, ex ufficiale dell’Aeronautica pluridecorato. L’aereo era diretto a Linate, proveniente da Catania, a bordo c’era un giornalista americano, William McHale, e un altro passeggero, decisamente d’eccezione: Enrico Mattei

Talmente importante, che la versione dei fatti cambia dopo che si viene a sapere della sua presenza a bordo. Spariscono le testimonianze di chi ha visto l’aereo esplodere in volo, cominciano i non so e i non ricordo, l’aereo è arrivato a terra intero e si è disintegrato al suolo: c’è una bella differenza. La morte violenta di Enrico Mattei viene archiviata come un incidente aereo anche per l’Eni, che era nata una decina di anni prima proprio grazie a lui. 

Mattei è l’uomo dell’energia e delle risorse, l’uomo che aveva letteralmente fatto il pieno all’Italia, con estrazioni di metano e petrolio, e che la stava spingendo a correre come e meglio delle altre e a guardarsi nell’ombelico, nel cuore del Mediterraneo, per costruirsi un ruolo da protagonista nelle dinamiche antiche e sempre cruciali del Mare Nostrum. Uno che si era fatto da solo, quando i tamburi della Seconda Guerra mondiale erano ancora lontani, con poca voglia di studiare ma un talento innato per trattare, per fare accordi, per guardare lontano e vedere le strade giuste per arrivarci. Uno partito da fattorino e arrivato a sfidare le famose e famigerate Sette Sorelle, le grandi compagnie petrolifere americane che si spartivano l’oro nero e i suoi enormi profitti, le multinazionali in fondo sono sempre esistite anche se con declinazioni diverse, e non gradivano affatto di fare patti con uno come Mattei. O, peggio, di essere messe in un angolo dalla sua carismatica capacità di tenere il pallino e tirare dritto per la sua strada.

Enrico Mattei sull’aereo aziendale [fonte: archivio storico Eni]

Voleva rendere l’Italia energeticamente indipendente

Una grande, enorme occasione appunto per l’Italia che oltre al boom economico, avrebbe avuto con lui un capitano di impresa e un politico lungimirante ed ecumenico. Con la rapida apertura e conclusione dell’inchiesta sull’incidente di Bascapè, inizia infatti quello che viene tuttora definito il Caso Mattei. Uno dei segreti più grandi e cruciali che restano sepolti, in questo Paese, sotto una cortina di silenzi e ipotesi.

Ci sono state per la verità altre due indagini su quello strano incidente: la prima dal 1962 al 1966, affiancata dal lavoro di una commissione ministeriale che in Italia non manca mai e che ha concluso, indecisa, tra un guasto e un errore del pilota, nonostante fosse una specie di Barone Rosso. Il pm Santachiara arrivò a dare la colpa alla stanchezza di Bertuzzi, una leggenda dell’aria che si sarebbe affaticato nel breve tragitto dalla Sicilia alla Lombardia. La seconda inchiesta viene aperta nel 1994, dopo la stagione delle bombe mafiose a Firenze e Roma, dopo che pentiti da novanta come Buscetta ne parlano. Il sospetto che sulla morte di Mattei ci fosse la lunga mano della mafia, magari per conto terzi, c’era già da tempo. Forse da sempre. Il pm Vincenzo Calia mise insieme una colossale mole di documenti e carte, con 12 perizie e 614 testimoni sfilati in aula a deporre, 13 faldoni e 5000 pagine, fu anche riesumata la salma di Mattei per altri accertamenti, arrivando alla conclusione e all’ipotesi di un ordigno esploso a bordo dell’aereo. L’inchiesta fu comunque archiviata. Intervistato tre anni fa, il magistrato che da solo scavò quella voragine sotto ai piedi dei potenti dettò un epitaffio molto illuminante, sulla vita e sulla morte del padre dell’Eni: «Mattei si poneva come obiettivo l’autonomia energetica dell’Italia, la sua scomparsa azzerò quel progetto industriale e il nostro Paese tornò a dipendere dai grandi produttori internazionali». 

Enrico Mattei a colloquio con esponenti della Repubblica Popolare Cinese [fonte: archivio storico Eni]

Enormi intrecci politici ed economici

È stata però accertato e svelato l’intreccio che lega la fine di Mattei con la scomparsa di Mauro De Mauro, giornalista de “L’Ora” di Palermo che il 16 settembre 1970 su sequestrato da Cosa Nostra senza mai essere più ritrovato. Secondo i giudici della prima sezione della Corte di Assise di Palermo, la Cupola mafiosa tolse di mezzo il cronista perché si era avvicinato troppo al mistero dell’incidente aereo di otto anni prima. De Mauro stava infatti raccogliendo notizie sul fatto per conto del regista Francesco Rosi, alle prese con la realizzazione di un film sulla vita e la figura di Mattei che poi è uscito (nel 1972) con Gian Maria Volontè nei panni del protagonista. “La causa scatenante della decisione di procedere senza indugio al sequestro e all’uccisione di Mauro De Mauro fu costituita dal pericolo incombente che egli stesse per divulgare quanto aveva scoperto sulla natura dolosa delle cause dell’incidente aereo di Bascapè, violando un segreto fino ad allora rimasto impenetrabile e così mettendo a repentaglio l’impunità degli influenti personaggi che avevano ordito il complotto ai danni di Enrico Mattei, oltre a innescare una serie di effetti a catena di devastante impatto sugli equilibri politici e sull’immagine stessa delle istituzioni” scrivono i giudici siciliani nelle loro 2.199 pagine che ricostruiscono, insieme alla lupara bianca che ha fatto sparire De Mauro e con Totò Riina unico imputato (assolto), gli intrecci politici ed economici, con profili internazionali, e le oscure trame che si sono mosse dietro alla fine, o per meglio dire all’eliminazione, di Enrico Mattei.

Enrico Mattei in compagnia del presidente egiziano Nasser

Uno dei più grandi capitani d’industria di questo paese, ricordato prima di tutto per il suo celebre motto “non voglio essere ricco in un paese povero”. Primo di cinque figli, nato nel 1906 ad Acqualagna, provincia di Macerata, un padre brigadiere dei carabinieri e la mamma casalinga. Con le qualità ma con poca applicazione, tra i banchi di scuola, come si direbbe ora. Un bambino molto interessato al mondo dei grandi, una gavetta precoce tra la manifattura e l’ingresso in una conceria a Matelica: a 20 anni era già il responsabile. Poi il trasferimento a Milano dove mette in piedi una ditta di vernici con una ventina di operai, e la chiamata nel 1944, durante la Repubblica di Salò, nelle file della Resistenza. Il CLN gli affida un ruolo militare e col nome di battaglia di Marconi, prima nelle Marche e poi in Lombardia, si mette in luce. Proprio nell’Oltrepò pavese, non lontano da dove poi ha trovato la morte, ha creato un piccolo esercito di 65mila uomini, ne aveva ereditati 2000, portando nella Resistenza la sua anima democristiana: aveva prima militato nei partigiani Guelfi delle Marche. Il suo contributo alla causa finisce con l’onore di marciare in prima fila nel giorno della Liberazione di Milano, dopo aver conosciuto personaggi del calibro di Longo e Parri. Arriva una medaglia al valore e anche il tributo degli americani, che poi diventeranno suoi inesorabili avversari nella battaglia per il petrolio e per la sua gestione. 

Nel 1948 viene eletto deputato con la Democrazia Cristiana, Amintore Fanfani è uno dei suoi punti di riferimento insieme al sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, con cui condivide la visione “mediterranea” di un paese non subalterno nel clima da Guerra Fredda, ma appunto centrale nel teatro geopolitico ed economico del Mare Nostrum. A guerra finita viene incaricato di liquidare l’Agip, che era stata creata per la ricerca e l’estrazione del petrolio e aveva per questo strutture, uomini, mezzi e competenze. Nella sua lungimirante visione del futuro per l’Italia, Mattei aveva ben chiaro l’importanza dell’approvvigionamento di fonti di energia, un lasciapassare per un’economia forte, autosufficiente e libera da influenze e dipendenze altrui. Invece di liquidarla, infatti, il partigiano Mattei rilancia Agip e rispolvera la sua capacità estrattiva. Alla guida del “Cane a sei zampe” vengono scoperti diversi giacimenti di metano nella pianura padana, il progetto di Mattei era quello di creare con Agip e Snam il deposito italiano di petrolio e gas, carburante necessario per macinare chilometri nel futuro e mettere il paese nelle condizioni di sfruttare le proprie risorse, senza comprare quelle altrui (a prezzi esorbitanti, spesso).

Un distributore Agip in Sudan [fonte: archivio storico Eni]

La nascita dell’energia italiana negli anni del boom

Per costruire la rete di metanodotti necessari a portare nelle case degli italiani il gas che serviva per accendere il futuro del paese, l’animo di Mattei che in una persona sola è un imprenditore, un politico, un partigiano e un uomo molto pragmatico, inventa uno stratagemma degno di Richelieu. Fa scavare agli uomini Agip di notte, per posare i tubi delle condotte metanifere, e di giorno quando nei paesi e nelle località scoprono i buchi, si scusa con la cittadinanza da cui ottiene di poter ricoprire tutto, una volta finito i lavori, pur di ripristinare l’integrità delle strade. La rete del metano italiano è nata così, aggirando costi e tempi elefantiaci della burocrazia per ottenere le autorizzazioni. Dopo il metano è il turno del petrolio. Nel 1949, a Cortemaggiore, nella pancia dell’Emilia Romagna, viene scoperto un giacimento che non può certo bastare al bisogno italiano di greggio, ma che grazie a Mattei – che ha anche creato un quotidiano come il Giorno per avviare una narrazione del paese e dell’economia secondo i suoi obiettivi – diventa una specie di Dubai italiana, per l’epoca. Nasce il celeberrimo slogan “Supercortemaggiore, la potente benzina italiana”, Valletta inventa e costruisce con la Fiat la 500 per la quale ci vogliono 13 stipendi da operaio. L’Italia si avvia a iniziare il boom economico che deflagra un decennio dopo, ma ha bisogno appunto di tanta benzina.

Nel 1953 Mattei crea ENI – Ente Nazionale Idrocarburi – e ne diviene presidente. Sotto alla sua ala, una specie di cabina di regia per il settore energetico del paese, vengono raccolte Agip (petrolio), Snam (gas metano), Anic (chimica per l’agricoltura), Liquigas (gas liquefatto in bombole), Nuovo Pignone (attrezzature meccaniche per l’industria) e Romsa (raffineria di oli minerali). Soprattutto, per garantire all’Italia il fabbisogno di petrolio necessario ad alimentare il boom economico e consolidare la ricostruzione post bellica, Mattei va a cercare il petrolio dove ci sono i più grandi giacimenti del mondo, Nord Africa e Golfo Persico, stringendo accordi con i paesi in via di sviluppo ma anche con lo Scià di Persia. La sua formazione di politico democristiano, la sua abilità nelle trattative e il suo animo da visionario, lo porta a stringere accordi nuovi e molto promettenti: capisce che bisogna incentivare i produttori e gli lascia il 75% delle royalties, che con altri erano al 5%. 

Un uomo solo contro le multinazionali del petrolio

Gli altri, nemmeno a dirlo, sono i cartelli internazionali del settore, nel quale Mattei entra con l’impatto di un meteorite. Quelle che lui definisce argutamente le Sette sorelle, e che avevano fino ad allora il monopolio di produzione e distribuzione del carburante, la prendono molto male. Si tratta di Exxon, Shell, British Petroleum, Mobil, Chevron, Gulf e Texaco. A parte la Shell, olandese, e la British, britannica, le altre cinque erano tutte società statunitensi. Nel 1957, Mattei fu definito dagli americani qualcosa di molto simile ad un “pericoloso comunista”, visto che tra l’altro nel frattempo aveva preso le parti della resistenza algerina contro il colonialismo francese. Il padre dell’Eni mette in discussione il monopolio delle multinazionali del petrolio, butta all’aria gli equilibri politici creati dagli americani in Italia nel dopoguerra e tutto questo, secondo tutti, non poteva restare senza conseguenze. Un uomo solo contro alcune tra le più potenti lobby del mondo di allora e di oggi. Anche e soprattutto per questo, non sono ancora svanite le ombre dietro all’incidente di Bascapè: soprattutto, l’ombra dei 100 grammi di Compound B, l’esplosivo che secondo la perizia postuma era stato collocato nel cruscotto del bireattore per spezzare il volo di Enrico Mattei.

I resti del veivolo sul quale si trovava Enrico Mattei la sera del 27 ottobre 1962

[di Salvatore Maria Righi]

I miei 40 anni di insegnamento universitario, cercando di leggere i segni

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L’Università è il luogo dove si insegna a muoverci in un labirinto di segni. Ma come unire le curiosità intellettuali con i bisogni della vita? Il problema se lo era posto in questi termini Friedrich Nietzsche nel 1871 in una conferenza sull’avvenire delle scuole, cogliendo la contraddizione moderna tra idealismo e positivismo, tra una cultura “viziata, eterea”, lontana da una precisa finalità pratica e una cultura “servitrice del bisogno, del guadagno, della necessità”.

Non penso al Sessantotto, all’idea che l’Università dovesse essere soltanto statale, gratuita e per tutti, con voto positivo agli esami generalmente assicurato, e quindi col risultato inevitabile di un suo impoverimento, data l’incapacità di pensare, e realizzare, qualcosa di generale, equo e condiviso, di alto valore; penso all’Università degli ultimi decenni – alle facoltà umanistiche, quelle che conosco – appiattita su adempimenti burocratici di controllo e adeguamento quasi totalmente passivo alle esigenze del mercato e della produzione di beni e servizi. Una svolta che mi ha spinto a chiudere il mio rapporto di lavoro con cinque anni di anticipo.

L’Università dovrebbe invece intercettare i cambiamenti, ma anticipare i trend, fornire un’immagine insieme di avanguardia e di tradizione, di ottimizzazione dell’esistente e di tensione costante verso i processi di cambiamento, la fornitura di concetti e strumenti di base ravvivati da un sano confronto di idee, parametri e visioni. Ma adesso non aspettatevi nessuna analisi dei cosiddetti mali dell’Università, meno che mai del necessario equilibrio tra Università pubblica e privata, in discussione in Italia dalla legge Casati del 1859, né dell’autonomia degli atenei, delle carriere del personale docente, del numero chiuso per certe Facoltà con test di ingresso, né dei meccanismi di finanziamento o di reclutamento del personale.

In quarant’anni di insegnamento nell’Università, dal 1973 al 2013, ho capito che esiste un tabù nel territorio accademico, un tabù difficile da affrontare: nel mondo universitario è difficile, quasi impossibile, perfino proibito, parlare di contenuti (meno che mai, metterli in discussione). E poi vi sono altri due temi cruciali che io allora avvertivo, e che ora magari si presentano in modo differente: primo, la difficile conciliabilità tra esigenze della didattica ed esigenze della ricerca; secondo, la mancata regolare comunicazione tra mondo della docenza e mondo amministrativo degli atenei. Quindi mi prendo la libertà di parlare di contenuti, avendo avuto la fortuna di insegnare Semiologia generale (col nome poi di Semiotica), applicandola all’universo dei linguaggi e dei racconti, dei miti e delle fiabe, e infine della comunicazione, dei media, della televisione e anche del cinema, concludendo con la fondazione di una televisione universitaria, tra le prime in Europa, nel 2003, e con la direzione di un master di giornalismo, dove il mio personale undicesimo comandamento consisteva nella risposta a questa domanda dai pesanti risvolti etici: “Come affrontare, che cosa farsene del pensiero degli altri?

Ho vissuto una piccola rivoluzione, a partire dal 1986, all’Università di Torino dove un coraggioso e lungimirante professore di retorica classica, Adriano Pennacini, preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, lanciò un nuovo indirizzo di studi che nel 1992 sarebbe approdato al corso di laurea in Scienze della Comunicazione, negli anni successivi la famigerata fabbrica di disoccupati, oggetto di svariate ironie anche nella cinematografia italiana. Un corso innovativo in cui le materie linguistiche affiancavano quelle sociologiche, quelle economiche le storiche, e anche l’informatica, un corso prima attivato a Torino, Siena, Salerno, e poi a Bologna e a Roma con il coinvolgimento decisivo di Umberto Eco e di Tullio De Mauro. Allora noi pochi docenti eravamo giustamente trascinati dall’entusiasmo, circondati dalla diffidenza dei colleghi ma con un seguito enorme di iscrizioni che ci avevano portato a dover tenere le lezioni nei grandi cinema della città davanti a un pubblico di centinaia di studenti.

La semiologia si godeva la sua aura provocatrice: anche con i miei corsi su Sherlock Holmes, sul simbolo della porta, sul doppio e il personaggio diviso, sulle strutture narrative nella fiaba e nella letteratura, sui fondamenti teorici apportati tra secondo Ottocento e primo Novecento dal filosofo pragmatista statunitense Charles S. Peirce e dal linguista ginevrino Ferdinand de Saussure, ma soprattutto con l’enorme influsso che aveva allora la Morfologia della fiaba del russo Vladimir Propp: testo scritto nel 1928, poi in quegli anni lanciato dall’antropologo francese Claude Lévi-Strauss, era sicuramente il saggio più venduto dall’editore Einaudi. Intanto Umberto Eco continuava a stupirci e incantarci con i suoi modi caleidoscopici, con i suoi ragionamenti incandescenti.

Molti di noi avevano vissuto un Sessantotto non soltanto di cortei, seminari autogestiti, scontri più o meno diplomatici, in un difficile periodo, gravato da forti conflitti sociali e anche dal terrorismo. C’erano, tra i nostri docenti, importanti linguisti e filologi italiani, come Gian Luigi Beccaria e D’Arco S. Avalle, Cesare Segre, Maria Corti, avevamo potuto incontrare e dialogare con i linguisti più importanti dell’epoca, primo fra tutti il grande Roman Jakobson che aveva introdotto negli studi il famoso modello delle funzioni linguistiche, mostrando i ruoli di mittente, destinatario, codice, canale, messaggio, contesto.

Dagli studi di Charles Peirce avevamo acquisito uno speciale modo di pensare ai processi di significazione e comunicazione scanditi in primità, secondità e terzità: e cioè l’impatto con i dati della esperienza, poi il confronto tra di loro e infine il necessario passaggio nella dimensione dell’interpretante, il livello più complesso in cui la comunicazione veniva trasformata in qualcos’altro, vale a dire nei segni più complessi atti alla comprensione e alla traduzione tra tutti gli attori che intervengono nello scambio comunicativo. Molte volte in questi giorni ho pensato che i processi di pace che si volessero avviare e gestire con negoziati dovrebbero avvalersi delle modalità pragmatiche di Peirce, integrandole se è il caso con la concezione dell’esperienza di cui ha parlato di John Dewey, dove si cerca di porre in equilibrio una certa visione generale delle cose con una congruente abilità organizzata di azione.

Sarebbero poi arrivati gli apporti scientifici al mondo semiotico da parte di Algirdas Greimas e Jurij M. Lotman, la significazione avrebbe investito l’intero orizzonte della produzione e gestione del senso, in tutte le più svariate attività, mostrando il legame tra orizzonte cognitivo, simbolico e discorsivo. Sino alla concezione di Lotman della semiosfera, dove la cultura non è più acquisizione di conoscenze ma consapevolezza e padronanza di valori, tradizioni, capacità di traduzione e adattamento, generazione di interdipendenze, superamento continuo di dati acquisiti.

Inevitabilmente ritengo la scuola e l’università i luoghi in cui si producono dialoghi, si moltiplicano le frontiere e si riducono i confini, in cui l’orizzonte formativo che si sta affrontando verrà inevitabilmente superato, e molto di quello che si sta imparando e vivendo diventerà insieme anacronistico e fondamentale. Come qualsiasi esperienza della vita che abbia senso, o che semplicemente lo cerchi.

[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

Ucraina: il memoriale della shoah distrutto dai russi? È in piedi senza un graffio

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Il giornalista Ron Ben Yishai davanti al memoriale di Babyn Yar perfettamente intatto. [fonte: Yedioth Ahronoth]

È di mercoledì 2 marzo la notizia che i russi, nel tentativo di colpire la Torre televisiva di Kiev, avrebbero bombardato il sito di Babyn Yar. Molte testate, sia italiane che internazionali, hanno riportato che nell’attacco sarebbe stato colpito il monumento che celebra l’olocausto. Ma è del tutto falso. Nessuno dei monumenti presenti è stato colpito, danneggiato o distrutto. Lo riporta in modo inequivocabile lo stesso sito web del memoriale ucraino.

Prima però di capire nello specifico cosa è successo a Kiev, è opportuno guardare alcuni esempi della notizia in contesto italiano. Come si vedrà, il problema non è stato solo la mancata verifica delle informazioni. Sono state anche male interpretate o distorte le parole del premier ucraino Volodymyr Zelensky.

Il Messaggero ad esempio ha titolato: “Ucraina: bombe sul monumento alla Shoah di Kiev”. Titolo che non sembrerebbe lasciare spazio a dubbi. Ma all’interno dell’articolo non c’è poi nulla che confermi il bombardamento sul monumento. Come fonte, si accenna solo a parole Volodymyr Zelensky, e si dà per scontato che significhino che il monumento è stato colpito. Le parole del premier citate sono tratte da un post apparso il 1 marzo su Twitter (che riportiamo tradotto in italiano):

Come si vede, si accenna sì a un bombardamento presso il sito di Babyn Yar, ma non a un monumento colpito.

Peggio fa La Repubblica con l’articolo “Guerra in Ucraina, gli attacchi russi stanno distruggendo musei e memoriali”. Qui il titolo suggerisce addirittura che il monumento sia stato distrutto. “Colpito il memoriale della Shoah”, nel sottotitolo, lo conferma in pieno. A differenza de il Messaggero però, nel pezzo vengono riportate anche altre parole di Zelensky: «dopo il Mausoleo di Babi Yar a Kiev, cos’altro vogliono colpire i russi nella capitale? Il Cremlino vuole cancellare la storia dell’Ucraina».

Queste frasi secondo il quotidiano sono tratte da un video. Quello del discorso pronunciato il 2 marzo. Effettivamente, Zelensky si è rivolto alla Comunità ebraica ed ha descritto le mosse di Mosca come «un tentativo di annientare la storia ucraina». Il problema però è che in nessun punto dice esplicitamente che “il Mausoleo di Babyn Yar” sarebbe stato colpito. Quello che Zelensky fa è solo insinuare retoricamente che le bombe cadute presso il sito abbiano un significato: non sarebbero un incidente. Retorica con la quale il presidente ucraino cerca evidentemente di usare il memoriale per forzare la collaborazione dello stato di Israele, che nel conflitto sta tenendo una posizione di sostanziale neutralità senza unirsi alle sanzioni verso Mosca. Ma nemmeno Zelensky, che pure ne avrebbe tutto l’interesse politico, è arrivato ad affermare che il monumento sia stato non solo distrutto ma nemmeno colpito.

Il problema è che nel discorso del presidente ucraino non c’è proprio traccia della frase a lui attribuita da la Repubblica. Quella enunciata dal premier ucraino, tradotta in italiano, è: «E se Babyn Yar fosse attaccata? Quali altre strutture militari minacciano la Russia? Quali altre basi della NATO? La cattedrale di Santa Sofia? Lavra? La chiesa di Sant’Andrea? Qualunque cosa sognino lì – che siano dannati! Perché Dio è con noi» La domanda è se il quotidiano abbia preso la frase da una fonte errata, se abbia tradotto male, o ancora se l’abbia modificata di proposito.

Ma come sono andate veramente le cose? Ron Ben Yishai è un giornalista israeliano. Lavora per il giornale Yedioth Ahronoth, fra le più antiche e importanti testate del paese. In un articolo ha raccontato la sua personale ispezione su tutta l’area di Babyn Yar, riscontrando che nessun monumento è stato colpito o danneggiato. «Il sito commemorativo di Babyn Yar non è stato né colpito né danneggiato – ha scritto – Dopo aver visitato tutto il grande sito posso riferire con certezza che nessun monumento è stato danneggiato, e nessuna bomba, missile o proiettile ha colpito i locali. Il colpo più vicino a Babyn Yar è esploso nel complesso della torre dei media, e della televisione di Kiev. A circa 300 metri dal nuovo monumento e a circa un chilometro dal vecchio monumento alle vittime del massacro durante la seconda guerra mondiale». Come prova, vengono anche riportate diverse fotografie scattate in loco.

Il giornalista Ron Ben Yishai davanti al memoriale di Babyn Yar perfettamente intatto. [fonte: Yedioth Ahronoth]
Per confermare la notizia abbiamo fatto una ulteriore ricerca, teoricamente alla portata di qualsiasi media, a patto di voler realmente verificare le notizie per non correre il rischio di prendere in giro i lettori. Il sito ufficiale di Babyn Yar invece ha pubblicato un comunicato dettagliato, dove descrive cosa, come e dove è stato colpito. Si apprende che il giorno 1 marzo vi sono stati tre attacchi missilistici. Sono stati danneggiati:

1. La Torre televisiva di Kiev;
2. Un edificio del complesso sportivo “Avangard”, complesso che in futuro è stato pensato di adibire a Memoriale dell’Olocausto in Ucraina e nell’Europa Orientale;
3. Il terreno di un ex cimitero militare.

L’ultimo paragrafo dissipa ogni dubbio sullo stato dei monumenti dopo l’attacco: «Gli oggetti eretti nel tratto dal Babyn Yar Holocaust Memorial Center, come la sinagoga simbolica “A Place for Reflection”, il “Crystal Wall of Crying” dell’artista concettuale Marina Abramovich, l’installazione audiovisiva “Mirror Field”, una serie di installazioni “Look into the past” e il monumento alla tragedia di Kureniv non sono stati danneggiati».

[di Andrea Giustini]

Corea del Nord, nuovo lancio di missile balistico

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La Corea del Nord avrebbe effettuato un nuovo lancio di un missile balistico nel Mar del Giappone a quattro giorni dalle elezioni presidenziali di Seul, che si terranno il 9 marzo. Il lancio sarebbe stato osservato dall’esercito della Corea del Sud e confermato anche dal Giappone, secondo quanto riporta Al Jazeera. Dall’inizio del 2022 Pyongyang ha notevolmente intensificato i test missilistici, atteggiamento allarmante per il Consiglio di sicurezza nazionale di Seul in quanto in opposizione alla pace nella penisola coreana e nella comunità internazionale.

Nei mari italiani sono in sperimentazione le navi aspira plastica

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Un nuovo dispositivo capace di trasformare le navi in vere e proprie aspira-plastica del mare, è quello in sperimentazione nelle imbarcazioni che operano in Italia del gruppo Grimaldi.  Il filtro è stato inserito a livello dei sistemi di depurazione dei gas di scarico – detti anche scrubber navali- i quali rimuovono ossidi di zolfo, idrocarburi, metalli pesanti e altri elementi inquinanti prodotti dai motori diesel delle grandi imbarcazioni. Dalle prove si è dimostrato in grado di ripulire i mari solcati dalle microplastiche, aiutando a ripristinare l’habitat marino.

Secondo l’associazione Plastics Europe, nel 2019 sono state prodotte 368 milioni di tonnellate di plastica a livello globale, di cui il 3% circa (11,4 milioni di tonnellate) è finito negli oceani. Per questo motivo, la multinazionale napoletana, in collaborazione con il gruppo Wärtsilä – grande produttore di motori nel settore marittimo – ha ideato un innovativo sistema di filtraggio per intrappolare le microplastiche prima che l’acqua di lavaggio venga restituita all’oceano. Si tratta, quindi, di una vera e propria “aspiraplastica” in grado di trattenere anche le particelle di dimensioni inferiori a 10 micrometri.

Questo sistema richiede pochissime modifiche alla procedura di bordo, e utilizza le funzionalità degli scrubber open loop (a circuito aperto) già installati su decine di navi del Gruppo Grimaldi, i quali prelevano ogni giorno enormi quantità di acqua per poi immetterla nuovamente in mare. Dotati del nuovo dispositivo di filtraggio, questi riuscirebbero a pulire l’acqua dalla plastica, salvaguardando, così, il delicato ecosistema marino. Il test pilota della nuova tecnologia è già stato effettuato e completato, e ha riguardato una delle navi Grimaldi impiegate tra Civitavecchia e Barcellona. I risultati sono stati molto positivi: più di 64.680 microparticelle sono state raccolte durante il viaggio.

[di Eugenia Greco]

Ucraina, Russia annuncia tregua per aprire corridoi umanitari

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Secondo quanto riportato dall’agenzia Tass, la Russia avrebbe annunciato un cessate il fuoco per la giornata di oggi 5 marzo al fine di garantire l’uscita dei civili dalle cittadine di Mariupol e Volnovakha. Lo avrebbe dichiarato il Ministero della Difesa russo, che ha specificato che la tregua avrà inizio dalle ore 10. Le vie di uscita dei cittadini dai centri abitati sarebbero stati concordati con la parte ucraina.

Alberi solari: una soluzione possibile per l’energia e l’ambiente

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I cosiddetti solar trees (“alberi solari”) esistono da tempo ma solo ultimamente stanno godendo di una crescente popolarità. Visto l’attuale concetto di sostenibilità, i solar trees appaiono una soluzione ottimale perché producono energia pulita attraverso la conversione dei fotoni solari in elettricità. Stesso identico meccanismo dei comuni pannelli fotovoltaici, convenienti sia dal punto di vista economico che di rispetto ambientale. In più, i dispositivi a forma di albero fanno risparmiare molto spazio, perché integrati verticalmente. Le “foglie” dell’albero sono pannelli fotovoltaici che catturano l’energia solare e la convertono in elettricità. I “rami” fanno sì che l’elettricità arrivi a una batteria centrale all’interno del tronco.

Dove serve ricoprire un intero tetto per ottenere una certa quantità di energia, basterebbero pochi metri di spazio a terra dove far sorgere uno o più alberi solari. Non solo, ma essendo più alti essi ricevono meglio la luce solare rispetto ai pannelli disposti a terra o sul tetto, senza parlare di quanta ombra creino negli ambienti urbani riducendo la quantità di energia termica riflessa dalle superfici urbane come l’asfalto, il cemento o i mattoni. Guardando a zone del mondo in cui esistono vere e proprie “foreste solari urbane” si ha già la prova di come queste possano fornire un nuovo habitat cittadino per flora e fauna. I Gardens By the Bay di Singapore, per esempio, sono abbastanza grandi da ospitare fiori tropicali, viti e piante sul tronco e sui rami. Si tratta di 101 ettari di superficie (1,01 km²) nel centro di Singapore, in cui non solo si ha una “foresta ecologica” con piante alte dai 25 e ai 50 metri, ma una vera e propria istallazione artistica che emula la natura.

Gardens By The Bay, Singapore

Se poi si parla di spese e tempo per la manutenzione, i solar trees hanno solo bisogno di
una pulizia sporadica ai pannelli solari per levare i detriti. I dispositivi sono infatti unità elettriche autonome che richiedono una manutenzione quasi nulla. Insomma, gli “alberi solari” hanno lo stesso scopo dei più diffusi pannelli fotovoltaici, ma ancor più vantaggi. Un punto a “sfavore” di queste apparecchiatura, ma principalmente perché ancora poco presenti sul mercato, riguarda il costo medio di istallazione, per ora ancora abbastanza elevato. Negli Stati Uniti, Spotlight Solar (la principale azienda di alberi solari) chiede in media dai 40.000 agli 80.000 dollari. Con una cifra del genere, si otterrebbe un sistema che va dai 15 kW ai 30 kW che basta e avanza per una casa di medie dimensioni (che chiede dai 5 kW ai massimo 10 kW). Una soluzione ancora poco diffusa ma apparentemente molto buona per ottenere autonomia energetica e supporto ambientale, mentre la consapevolezza sul bisogno e la possibilità di avere un’energia pulita cresce, visto quanto le strutture siano straordinarie e attirano l’attenzione.

[di Francesca Naima]