lunedì 5 Gennaio 2026
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Appena nata e già in vendita: si decide il futuro di ITA, l’ex Alitalia

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Ita Airways

”I provvedimenti presi in Consiglio dei ministri riguardano la riforma del Csm ma anche la procedura per la vendita di Ita”. Lo ha detto Mario Draghi nella conferenza stampa sulla riunione del Consiglio dei ministri di ieri. Nella seduta è stato illustrato il provvedimento che dispone la cessione di Ita Airways. Avverrà tramite vendita diretta o offerta pubblica. Il decreto (un Dpcm) avvierebbe la privatizzazione di Ita, la compagnia area che ha preso il posto di Alitalia, attualmente detenuta al 100% dal ministero del Tesoro, cioè dallo stato italiano. L’acquirente più accreditato è Msc, società a capitale completamente svizzero, a cui andrebbe la maggioranza, mentre il Tesoro conserverebbe una quota ancora per qualche tempo in vista probabilmente dell’uscita dall’azionariato.

Msc, leader nel settore cargo e crociere, sembra per ora riuscire a superare la concorrenza, date le offerte ancora in essere di Delta e Air France. Msc, con le sue 600 navi portacontainer e centinaia di hub portuali completerebbe così la sua strategia aziendale di vasta presenza nel campo della logistica, dichiarando di voler fare di Ita una punta d’eccellenza del suo business, in considerazione del fatto che il traffico aereo è destinato a sbloccarsi. Prospettive queste che hanno affascinato il governo. L’esecutivo guidato da Mario Draghi dovrà comunque fare un’analisi ponderata di un accordo che non è ancora concreto. Del piano però già si parla da un po’ ed è stato messo a punto dal Dicastero dell’economia su impulso del ministro Daniele Franco.

Lo schema verrà definito nei prossimi giorni e molto dipenderà anche da cosa farà Lufthansa. La compagnia tedesca aveva anch’essa avanzato un’offerta di acquisto il mese scorso. Msc fa sapere che nel caso vorrà guidare l’alleanza e avvalersi di chi ha già know-how nel settore dell’aviazione. Prevedibile che per concretizzare i passaggi il colosso con quartier generale a Ginevra si avvarrà delle sedi operative che possiede in Italia. Ci sarà poi, se tutto va secondo i piani, un Cda straordinario di Ita per definire il percorso.

Attualmente la nuova Ita, nata ad ottobre scorso, ha 2.235 dipendenti, 52 aerei. All’attivo fino ad adesso 1,2 milioni di passeggeri trasportati e un fatturato di 90 milioni. Con 400 milioni ancora in cassa. Recentemente è stato anche approvato il nuovo piano industriale quinquennale. Msc ne è al corrente ma punta al futuro e non si esclude la creazione di una nuova Newco Msc-Ita.

Se Ita non sarà più la compagnia di bandiera, potrebbe quindi addirittura essere una buona notizia, considerando l’affidabilità delle aziende papabili a subentrare. Eppure c’è sempre un po’ di amaro in bocca quando una realtà produttiva, caratterizzata da un passato  tortuoso e che ha dovuto incassare innumerevoli critiche, di fatto continua a fare tanta gola ai competitor stranieri. In questo modo forse si mantiene quello che resta sul versante occupazionale, dopo il sacrificio di migliaia di dipendenti e i miliardi spesi in aiuti durante questi anni, ma si perde un asset strategico nel mercato internazionale.

[di Giampiero Cinelli]

È nata la prima comunità energetica rinnovabile in Lombardia

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È nata la prima comunità energetica rinnovabile in Lombardia. A Turano Lodigiano, piccolo comune di poco più di 1500 abitanti, verranno installati due impianti fotovoltaici di 34 kW e 13 kW ciascuno, che permetteranno di produrre, scambiare e vendere energia verde al 100%. La comunità energetica si compone di 9 famiglie – a breve saliranno a 23 -, 1 parrocchia e 9 utenze comunali, riuniti nella libera associazione chiamata Solisca. Il tutto ha avuto inizio nel 2020 – poco dopo la firma del decreto che ha dato il via libera alla sperimentazione delle comunità energetiche rinnovabili (REC) -, per iniziativa dell’amministrazione comunale e la digital energy company Sorgenia, con l’idea di realizzare cinque impianti fotovoltaici dal valore di 70mila euro. Oltre ai due che effettivamente alimenteranno Solisca, altri 3 sarebbero stati installati nell’ufficio postale, nella sede della protezione civile e nella mensa del paese confinante Bertonico. Attualmente, però, sono previsti due impianti sulle aree coperte del campo sportivo e della palestra di Turano Lodigiano, dotati di una capacità energetica di circa 50mila kilowatt l’anno.

A gestire tutto il processo sarà una piattaforma digitale, che registrerà in tempo reale i dati – certificati da tecnologia blockchain – di produzione e consumo, i flussi di potenza, gli scambi di energia – prodotta, prelevata, condivisa – e il risparmio in bolletta. I componenti della comunità saranno dotati di un profilo energetico a cui potranno accedere tramite un’app, per ricevere consigli sull’utilizzo dell’energia prodotta e scambiata e ottenere risparmio ed efficienza ancora maggiori. Inoltre, la piattaforma digitale permetterà di avere sotto controllo alcuni indicatori di sostenibilità ambientale, come quelli relativi alle emissioni di anidride carbonica evitate e al numero di alberi equivalenti piantati. Infine, gli utenti saranno invitati ad adottare comportamenti di consumo più consapevoli e sostenibili, tramite iniziative di gamification.

Il modello adottato nel Comune lodigiano, non solo collega innovazione, sostenibilità e condivisione al servizio della transizione energetica, ma trasforma i consumatori di energia, da semplici pagatori di bollette a soggetti consapevoli e attivi. Per questo motivo, l’intenzione di Sorgenia è di replicarlo nel prossimo futuro, con la creazione di altre comunità energetiche rinnovabili per salvaguardare sempre di più l’ambiente e generare risparmi energetici.

[di Eugenia Greco]

Ucraina: oggi colloquio telefonico tra Biden e Putin

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Un colloquio telefonico tra il presidente russo Vladimir Putin e quello americano Joe Biden è in programma per la giornata di oggi: a riportarlo è l’agenzia di stampa Tass, secondo cui il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, avrebbe affermato che i due leader si parleranno questa sera. Un confronto che sarebbe stato chiesto dagli Stati Uniti, la cui richiesta sarebbe stata preceduta da una lettera inviata alla Russia.

La situazione in Siria torna ad accendersi

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La scorsa settimana, il governo siriano ha denunciato gli enormi danni arrecati da più di dieci anni di conflitto al settore petrolifero del Paese e, quindi, all’intero settore economico. Tra azioni dirette e indirette di formazioni paramilitari, gruppi terroristici e forze regolari di Paesi presenti illegalmente, i centri di estrazione e di raffinazione del greggio hanno subito ingenti danni e grandi quantità di petrolio sono state rubate con frequenza regolare. Il ministero del Petrolio e delle Risorse Minerarie ha rivelato che le perdite totali nel settore petrolifero ammontano, dal 2011, anno di inizio della guerra, a circa 100,5 miliardi di dollari. Dei quasi 86.000 barili al giorno che il governo siriano è riuscito ad estrarre, circa 16.000 hanno raggiunto le raffinerie mentre il resto è stato rubato dalle forze di occupazione statunitensi e da gruppi da esse sostenuti. Il governo siriano ha anche comunicato che, in questi anni di conflitto, sono deceduti 235 dipendenti del settore petrolifero, 64 sono rimasti feriti e 112 sono stati rapiti.

Alla metà di gennaio, più di cento veicoli statunitensi hanno trasportato petrolio e attrezzature militari dalla Siria, passando dal valico di frontiera illegale di Hasakah, nella parte nord-orientale, all’Iraq. Stessa cosa è avvenuta all’inizio di gennaio, e poi ripetuta all’inizio di questo mese, con un convoglio di circa 130 autocisterne che hanno contrabbandato greggio dalla Siria all’Iraq passando dal valico di al-Waleed. In queste occasioni, i militanti curdi delle Forze Democratiche Siriane (SDF) hanno scortato i mezzi statunitensi fino al confine con l’Iraq. Il Pentagono giustifica la propria presenza nel Paese per motivi di sicurezza rispetto alla presenza dell’ISIS e di gruppi terroristici affini che potrebbero entrare in possesso degli impianti di produzione e raffinazione del greggio.

La Siria, nel 2010, produceva 385.000 barili al giorno di greggio, rappresentando il 25% delle entrate totali del Paese mentre adesso, per sopperire alla domanda interna, deve importare fonti energetiche dall’alleato iraniano. Infatti, dallo scoppio del conflitto, la Siria è sotto sanzioni da parte dei Paesi occidentali e, di fatto, vive sotto embargo con gran parte del mondo. La Russia rappresenta per la Siria l’alleato di ferro: oltre ad aver aiutato il governo a respingere l’offensiva dello Stato Islamico e dei vari gruppi apparsi sul terreno di scontro, sta cercando di risollevare il settore più importante dell’economia siriana. Nel 2019, due società russe, Mercury LLC e Velada LLC, hanno firmato accordi con il governo siriano per l’esplorazione di quasi 10.000 chilometri quadrati in un’area della regione nord-orientale del Paese e in una a nord di Damasco dell’estensione di circa 2.000 chilometri quadrati.

La Siria vive dal 2011 un conflitto civile, divenuto poi guerra internazionale per procura, che si protrae ancora oggi. All’inizio di questo mese, l’opposizione siriana si è riunita a Doha per discutere sul presente e sul futuro del paese. I vari esponenti dell’insurrezione siriana sono accorsi in Qatar da vari Paesi del mondo per cercare di rinsaldare le forze. Riad Hijab ha espresso la volontà di effettuare una nuova offensiva nei confronti del Presidente siriano, Bashar al-Asad, dicendo di non dover più commettere gli errori commessi in passato, senza specificare quali essi siano stati. Salem al-Meslet ha invece affermato che è importante «inviare un messaggio a tutti i siriani, ascoltare i loro consigli e fare un nuovo piano».

Insomma, la partita siriana e la sofferenza del suo popolo non è ancora finita. Nel frattempo, le poche risorse a disposizione del Paese vengono sottratte da forze di occupazione straniera e gruppi terroristici da esse sostenuti.

E vista la situazione generale dei rapporti tra Stati Uniti – e tutta la NATO – e Russia, è comprensibile pensare che il fronte siriano torni ad essere molto caldo e che per gli Stati Uniti riacquisti importanza nell’ottica strategica dell’accerchiamento e del logoramento russo.

[di Michele Manfrin]

Afghanistan: i talebani arrestano nove occidentali

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In un tweet, di qualche ora fa, l’ex Vice Presidente dell’Afghanistan Amrullah Saleh ha riferito che 9 cittadini occidentali, tra cui l’ex giornalista della BBC Andrew North, sarebbero stati tratti in arresto da parte Talebani. L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha confermato che due giornalisti che lavoravano per l’agenzia e sono ora detenuti a Kabul, senza rilasciarne i nomi.

Ecuador: gli indigeni vincono in tribunale contro i colossi petroliferi

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Una storica vittoria per le popolazioni indigene ecuadoriane e un importante passo avanti per il rispetto dell’ambiente, dopo che la Corte Costituzionale dell’Ecuador ha riconosciuto il diritto dei popoli indigeni a scegliere per la propria terra. D’ora in avanti dovrà esserci un processo di consultazione che coinvolga le comunità, prima di pianificare una qualsiasi attività estrattiva sul loro territorio o nelle immediate vicinanze. Non solo, le comunità indigene avranno potere decisionale, dando o meno il loro consenso a determinati progetti.

Sono quattordici le nazioni indigene in Ecuador che da tempo combattono per avere voce in capitolo su ciò che accade nei territori in cui vivono. La stessa Costituzione dell’Ecuador prevede il diritto delle popolazioni a una consultazione “libera, preventiva e informata” (FPIC, dall’inglese Free, prior and informed consent) prima che vengano attuati progetti petroliferi, minerari o simili. Eppure, questo diritto è stato violato più volte mentre lo stesso presidente Guillermo Lasso ha cercato di implementare lo sfruttamento petrolifero e minerario dell’Ecuador, vista l’importanza economica di simili pratiche (rappresentano oltre l’8 per cento del PIL dell’Ecuador). Anche a livello internazionale, ai sensi della Convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro, viene garantito alle comunità indigene l’accesso al FPIC. Nonostante ciò, troppo spesso le popolazioni non sono state considerate. Oppure, quando chiamate a intervenire, il processo era lungi dal garantire un reale potere decisionale alle comunità e i progetti parevano già pronti per essere attuati, senza il raggiungimento di alcun reale accordo.

Ma la sentenza dello scorso 4 febbraio cambia le carte in tavola, stabilendo come qualsiasi processo debba avere l’accordo di chi in quei territori tanto ricchi di giacimenti di petrolio e minerali ci vive. Soprattutto nell’Amazzonia ecuadoriana, esistono le più importanti riserve di petrolio greggio del paese e come ricorda la Confederazione delle nazionalità indigene dell’Amazzonia ecuadoriana (CONFENIAE) il 70 per cento della regione è territorio indigeno. Oltre al sacrosanto diritto, ora ristabilito e tutelato, del decidere per la propria terra, gli esperti ricordano – e da tempo – la centrale importanza della tutela di aree come quella amazzonica, per preservare la salute di chi lì vive e per far fronte al cambiamento climatico.

L’appetito dei colossi fossili certamente non diminuirà, ma grazie alla decisione della Corte suprema ci saranno tutele più forti ed efficaci col fine di evitare il verificarsi di episodi come quello di Sinagoe, quando gli indigeni Cofán scoprirono diverse macchine estrattive vicino al Parco Nazionale Cayambe Coca, senza che fossero mai stati consultati. Era il 2018 e dopo denunce e combattimenti, i giudici pretesero l’annullamento di ben 52 concessioni minerarie, in un’area di circa 324 chilometri quadrati. Da ora dovrà invece esistere una reale attenzione purché la violazione del diritto alla consultazione preventiva degli indigeni non avvenga, così come quella dei diritti della natura e di un ambiente sano, tra l’altro riconosciuti dalla Costituzione ecuadoriana. Intanto, il presidente Guillermo Lasso non ha ancora commentato la sentenza. Con la recente sentenza della Corte Costituzionale rimane la possibilità del Governo di approvare alcuni progetti estrattivi senza il consenso della comunità solo in “circostanze eccezionali“, senza però dimenticare il rispetto di determinati diritti collettivi e dell’ambiente.

[di Francesca Naima]

Rosignano: la Solvay autorizzata a sversare scarti in mare per altri 12 anni

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Sono passati appena tre giorni dall’inserimento in pompa magna della tutela ambientale in Costituzione, e già si propone dirompente l’obiezione posta da molti movimenti ambientalisti: serve a poco inserire mirabolanti propositi in Costituzione se poi nella prassi quotidiana non se ne dà seguito. Il Ministero della transizione ecologica ha infatti rinnovato l’Autorizzazione integrata ambientale (AIA) alla multinazionale Solvay, permettendole di continuare a realizzare prodotti chimici nello stabilimento di Rosignano Marittimo (Livorno) e a sversare i residui della produzione in mare, con un limite di 250.000 tonnellate l’anno.

Il decreto, risalente al gennaio scorso, ha confermato l’AIA anticipando di cinque anni la sua scadenza naturale, prevista per il 2027. La decisione ha provocato le ovvie proteste dei comitati locali che da anni chiedono la chiusura dello stabilimento, parole di accusa sono giunte anche dal deputato Francesco Berti (del Movimento 5 Stelle) che, riferendosi alla decisione del Ministro Roberto Cingolani, ha parlato di una «fretta quantomeno sospetta e inusuale, visto che solo un mese e mezzo fa l’impianto livornese è stato messo sotto la lente di ingrandimento dalle Nazioni Unite».

A rispondere all’accusa con una nota al sapore di scaricabile lo stesso ministero: “Si precisa che la revisione dell’AIA è stata disposta dal precedente governo nel marzo 2018 e che l’autorizzazione non viene elaborata dal ministro, ma da una commissione indipendente composta interamente da tecnici”. Interessante notare che, per il 2027, non era soltanto fissata la ridiscussione del rapporto con la Solvay, ma anche e soprattutto il raggiungimento da parte dell’Italia dello status “buono” di tutte le acque, superficiali e di falda, da conseguire entro il 31 dicembre 2027, come disposto dalla Direttiva europea 2000/60/CE. Evidente che per Rosignano Marittimo se ne riparlerà più avanti.

Il Gruppo Solvay, fondato in Belgio da Ernest Solvay nel 1863, è oggi attivo nel settore chimico e delle materie plastiche in ben 64 paesi, con un numero di dipendenti complessivo pari a circa 24.100 unità (1.900 in Italia) e un fatturato, relativo al 2019, di 10.2 miliardi di euro. Nonostante l’accordo di programma firmato nel luglio del 2003 con gli enti locali, con cui la Solvay si impegnava essenzialmente a ridurre il proprio impatto sull’ambiente, la salute della costa livornese non è migliorata, anzi.

Nel maggio 2013, dopo quattro anni di indagini, la Procura di Livorno ha accertato lo scarico illecito di fanghi da parte di Solvay nell’area delle spiagge bianche attraverso “un sistema di scarichi non mappati che permettevano all’azienda di diluire sostanze come mercurio, piombo, selenio e fenoli affinché nel momento in cui questi arrivavano a valle risultavano in regola con i parametri previsti dalle normative di legge”.
Secondo le stime realizzate dal Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche) di Pisa nella sabbia bianca la Solvay avrebbe scaricato 337 tonnellate di mercurio e altri veleni tra i quali figurano arsenico, cadmio, nickel, piombo, zinco, dicloroetano. All’inquinamento del mare si aggiungono poi un uso sconsiderato di acqua dolce e numerose emissioni in atmosfera. Il Rapporto Cheli-Luzzati (Università di Pisa) stima nel 48% l’uso di acqua dolce del territorio da parte di Solvay. L’altra metà della risorsa idrica deve soddisfare i consumi prioritari di popolazione e agricoltura. Per quanto riguarda, invece, le emissioni in atmosfera, Solvay nel 2016 ha dichiarato 168 tonnellate di ossidi di azoto, 327.000 tonnellate di anidride carbonica, 6.260 tonnellate di ossido di carbonio e 365 di ammoniaca (NH3). Il mercurio disperso in atmosfera, inoltre, è stato rilevato in 4 grammi per 1000 kg di cloro prodotto, corrispondenti a 480 kg di mercurio l’anno in atmosfera.

Tutto questo ha conseguenze sulla salute dei cittadini. Gli abitanti di Rosignano, infatti, sono esposti a un rischio maggiore di mortalità rispetto alla media nazionale, con tendenze a sviluppare malattie croniche come il diabete mellito o la demenza.

[di Salvatore Toscano]

Genova: arriva Draghi, la polizia rimuove i cartelli di protesta dall’asilo

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La polizia ha rimosso alcuni cartelli di protesta indirizzati al premier Draghi che erano stati affissi ai cancelli di un asilo di Genova, nel quartiere di Sampierdarena, poco prima che il corteo di auto che trasportava il Primo Ministro e il sindaco del capoluogo ligure, Mario Bucci, vi transitasse davanti. Non paga, ha poi proceduto ad identificare tutti i presenti, ovvero le maestre d’asilo e i genitori di alcuni bambini. Il tutto per aver esposto piccoli striscioni colorati tutt’altro che minacciosi o ingiuriosi, con scritte come: “Signor Draghi, Sampierdarena ha bisogno di tutto, non dei depositi chimici”.

I cartelli erano stati affissi in occasione del passaggio del Presidente del Consiglio Mario Draghi, il quale si trovava a Genova per la visita al cantiere del Terzo Valico e per incontrare le famiglie delle vittime del Ponte Morandi, da parte delle maestre della scuola dell’infanzia Firpo, insieme ad alcuni genitori del Comitato solidale Firpo, per protestare contro lo spostamento presso il ponte Somalia, nel porto di Sampierdarena, dei depositi chimici che attualmente si trovano a Multedo, provvedimento che ha suscitato molta preoccupazione negli abitanti del quartiere e al quale dovrebbero essere destinati 30 milioni di finanziamenti pubblici.

La Polizia, dopo aver notato il gruppo all’esterno della scuola, avrebbe provveduto alla rimozione dei cartelli prima del passaggio dell’auto del premier e all’identificazione di tutti i presenti, cui sarebbero stati sottratti i documenti per essere restituiti solamente un’ora dopo. La Questura ha confermato che nessuno è stato denunciato.

In un comunicato stampa il Comitato solidale Firpo ha espresso indignazione per “l’ennesima prevaricazione di questa Amministrazione che non tollera dissensi ai propri piani, non accetta discussioni, non ammette voci contrarie intelligenti e di buonsenso, fondamentalmente perché non ha risposte da dare, né a chi sta protestando né a chi sta chiedendo di investire realmente su questo quartiere (e quindi su Genova intera) quei 30 milioni di euro che, invece, andranno a finanziare il loro folle progetto dello spostamento dei depositi chimici“.

[di Valeria Casolaro]

È nato il podcast de L’Indipendente

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Al momento il servizio mette a disposizione degli ascoltatori la rilettura degli articoli più importanti e degli approfondimenti pubblicati sul nostro sito. Presto sarà arricchito di novità, interviste e contenuti esclusivi. È possibile ascoltare i contenuti del podcast su tutte le principali piattaforme, tra le quali Spotify, Speaker, Google Podcast e YouTube.

Iniziate a seguirci su questi canali, presto arriveranno altre novità!

Putin ha lanciato un appello a tutti i cittadini europei

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“Non so con quali armi si combatterà la terza guerra mondiale, ma so quelle con le quali si combatterà la quarta: sassi e bastoni”, la paternità della celebre frase è dubbia, seppur attribuita dai più ad Albert Einstein. Come che sia, le parole rilasciate dal presidente russo Vladimir Putin in conferenza stampa, con preghiera di diffusione “ai lettori e agli utenti di internet”, ripercorrono il medesimo concetto. «Capite o no che se l’Ucraina si unisse alla NATO e provasse militarmente a riprendere la Crimea i paesi europei si ritroverebbero automaticamente in guerra con la Russia? Certo la potenza della NATO e della Russia sono incomparabili, lo capiamo, ma sappiamo anche che la Russia è una delle principali potenze nucleari e in alcune componenti della modernità è davanti a molti. Non ci saranno vincitori in questa guerra».

Le parole del preside russo, rilasciate durante la conferenza stampa svoltasi al Cremlino dopo l’incontro con il presidente francese Macron, lo scorso 8 febbraio, non sono state riportate con la dovuta importanza sui media europei ed italiani, al solito impegnati a fornire una lettura unilaterale e filo-americana della disputa. Per questo abbiamo scelto di sottotitolarle e riportarle integralmente, in quanto si tratta di un monito che tutti gli europei dovrebbero avere ben chiaro, a cominciare possibilmente da chi siede nei posti di governo. Le tensioni con la Russia sono foraggiate da un paese, gli Usa, che si trova a migliaia di chilometri di distanza dall’Ucraina, mentre l’Europa si trova immediatamente a tiro delle conseguenze di questo pericoloso Risiko, con conseguenze economiche ed energetiche che già vediamo chiaramente e con rischi militari incalcolabili. Per questo è importante cercare di capire quanto sta avvenendo, cosa che per altro abbiamo già cercato di spiegare con dovizia di particolari in questo articolo.