“Quasi l’intera popolazione mondiale (99%) respira aria che supera i limiti di qualità raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) e che mette in pericolo la salute delle persone”: è quanto ha fatto sapere la stessa Oms tramite un comunicato con cui ha diffuso i nuovi dati a sua disposizione. “Le persone che vivono nei paesi a reddito medio e basso sono soggette alle esposizioni più elevate”, ha inoltre aggiunto l’Oms, precisando che in base ai numeri in suo possesso ha deciso di “sottolineare l’importanza di limitare l’uso dei combustibili fossili e di adottare altre misure concrete per ridurre i livelli di inquinamento atmosferico”.
Gli ucraini non lasciano uscire un cittadino italiano: “deve andare a combattere”
È partito dal Veneto per recarsi in Ucraina il 20 febbraio, per occuparsi dei funerali del padre venuto a mancare il giorno precedente, ma non è più riuscito a far rientro in Italia. È quanto accaduto a Volodymyr, cittadino italo-ucraino di 56 anni, da oltre 30 residente in provincia di Venezia. Ha viaggiato con passaporto ucraino invece che italiano, per evitare di doversi sottoporre a 10 giorni di quarantena una volta arrivato a Kiev, secondo quanto previsto dalle leggi in vigore per l’emergenza sanitaria. Tuttavia, con lo scoppio della guerra, uscire dall’Ucraina è diventato per lui impossibile. Da un mese Volodymyr si trova bloccato a Kiev, in un appartamento di fortuna dove ha convissuto con altre due persone rimaste senza una dimora a causa della guerra. Alla frontiera le autorità ucraine non lo lasciano transitare, nonostante sia in possesso di tutta la documentazione necessaria per poter tornare in Italia. L’Indipendente è riuscito a raccogliere, in esclusiva, la testimonianza di Volodymyr e di un rappresentante di Mediterranea Saving Humans, l’associazione per la quale Volodymyr è volontario, la quale si occupa di assistere la popolazione ucraina, aiutando i profughi ad attraversare i confini.
«Ho trascorso oltre metà della mia vita in Italia, sono un cittadino italiano. Ho due figli in Italia, di 6 e 10 anni, che continuano a chiedermi quando tornerò a casa». Così si racconta a L’Indipendente Volodymyr, cittadino italo-ucraino di 56 anni, da oltre 30 residente in provincia di Venezia. In Italia Volodymyr ha casa, lavoro e famiglia, ma una circostanza avversa lo ha riportato a Kiev nel febbraio di quest’anno. «Sono venuto in Ucraina per seppellire mio padre, che è morto il 19 febbraio. Sono arrivato con un aereo il 20 e il 22 lo abbiamo sepolto. Il 24 febbraio Kiev è stata bombardata». Da allora per Volodymyr le speranze di rientrare a casa si sono fatte sempre più sfumate. «Sono entrato con il passaporto ucraino perché alla frontiera mi hanno detto che era più conveniente rispetto a quello italiano, perché per il discorso del Covid se fossi entrato con quello italiano sarei dovuto rimanere 10 giorni in quarantena, cosa che non avrei potuto fare perché dovevo seppellire mio padre. Tuttavia, con lo scoppio della guerra è entrata in vigore la legge marziale, per la quale tutti gli uomini ucraini fino ai 60 anni non possono uscire dal Paese. Alle autorità non interessa se sei cittadino di un altro Stato, ti considerano una loro proprietà».
Da oltre un mese Volodymyr si trova così in un limbo dal quale non riesce a uscire. «Ho tentato più volte di attraversare la frontiera, ma sono sempre stato respinto con la motivazione che la mia è una situazione particolare, perché la legge è stata pensata per gli uomini che vivono in Ucraina, non per gli ucraini che hanno anche la cittadinanza in uno Stato diverso. Quando mi hanno respinto, la prima e la seconda volta, ho fatto presente che qui in Ucraina non avevo niente, nemmeno un posto nel quale dormire: mi hanno risposto che sarei potuto andare in Commissariato, dove mi avrebbero fatto lavare, vestire, dato un fucile e fatto partire per il fronte, nonostante a 56 anni io sia considerato vecchio per combattere». Nel frattempo, in Italia, la vita di Volodymyr è rimasta in sospeso. «Mi preoccupa come stanno i miei figli, inoltre ho un mutuo da pagare. Qui non ho modo di mantenermi, i miei rapporti personali e professionali sono tutti in Italia, dove ho un lavoro come guida turistica e uno come decoratore artistico».
Il paradosso è che Volodymyr dispone di tutti i documenti necessari ad attestare il suo diritto ad attraversare il confine. Come ci spiega Damiano Censi, giurista e volontario dell’associazione Mediterranea Saving Humans, presente sul territorio ucraino per aiutare i profughi proprio ad attraversare le frontiere, «Noi abbiamo presentato tutta la documentazione richiesta, che attesta il fatto che lui è tutore materiale e legale dei figli residenti in Italia, che è un volontario di Saving Humans e come tale rientrerebbe nelle casistiche nelle quali è permesso uscire. Tuttavia i documenti presentati dall’ambasciata italiana che attestano quanto detto non sono stati riconosciuti. Qualsiasi documentazione aggiuntiva presentata rimane una valutazione a loro avviso non sufficiente a rilasciare un cittadino che loro considerano ucraino, in un momento nel quale può essere effettivamente chiamato al servizio militare, ai sensi della legge marziale». L’applicazione di tale legge, spiega Censi, è estremamente rigida da parte delle guardie di frontiera. «Moltissimi sono giovani, giovanissimi, vi sono anche molte donne tra di loro, eppure con Volodymyr hanno insistito moltissimo perché rimanesse a combattere per la propria terra».
«L’ultima soluzione rimasta» spiega Censi «è che venga rilasciato un nuovo documento sostitutivo del passaporto, che quindi non abbia il timbro in ingresso nel Paese, grazie al quale lui potrebbe presentarsi come cittadino italiano con diritto di transito alla frontiera. L’Ambasciata italiana sta provvedendo al rilascio di questo documento, ma poi serve che venga effettivamente rispettato dalla polizia di frontiera. Sembra che il ministro degli Esteri sia intervenuto in qualche modo, ma deve essere un intervento deciso».
«Serve qualsiasi tipo di pressione da parte della società civile, dei media, di chiunque» afferma Censi, che sottolinea: «Come il ministero degli Esteri si muove in questi casi è un tema da porre a livello nazionale. Garantisce la sicurezza dei propri cittadini, a prescindere dalle dichiarazioni di guerra? Si occupa e si preoccupa dei propri cittadini e di tutta la collettività?». Interrogativi al momento senza esito, che necessitano più che mai di una risposta urgente da parte delle istituzioni.
Mentre raggiunge l’Ambasciata italiana di Leopoli, Volodymyr afferma con rammarico: «Io non mi sarei mai potuto immaginare che sarebbe scoppiata la guerra mentre ero qua. Lo stesso Zelensky diceva che non sarebbe scoppiata la guerra, nonostante numerosi giornali esteri affermassero il contrario. Se avessi anche solo potuto immaginarlo non sarei entrato con i documenti ucraini, avrei usato quelli italiani».
AGGIORNAMENTO ore 16.00, lunedì 4 aprile. Con un breve messaggio Damiano Censi ci ha comunicato che il tentativo fatto è andato a buon fine: Volodymyr è riuscito ad attraversare la frontiera e si trova al momento in viaggio verso l’Italia.
[di Valeria Casolaro]
Giordania: il principe Hamzah rinuncia al titolo
L’ex principe ereditario di Giordania Hamzah bin Hussein ha deciso di rinunciare al titolo reale perché le sue convinzioni non possono essere conciliate con gli «approcci, le politiche e i metodi delle istituzioni attuali». Hamzah è stato spogliato del titolo di principe ereditario dal fratello Abdullah II, attuale re di Giordania, nel 2004. Da allora ha mantenuto lo status di principe, abbracciando però la causa popolare, come dimostra la denuncia rivolta nei confronti della corruzione all’interno del Paese: «Il benessere dei giordani è stato messo in secondo piano da un sistema di governo che ha deciso che i suoi interessi personali e finanziari e la sua corruzione siano più importanti della vita, della dignità e del futuro di 10 milioni di persone».
Dopo 21 anni completata la mappa del genoma umano, il DNA non ha più segreti
Gli scienziati sono riusciti a completare la mappa del genoma umano, rendendo il DNA umano senza più segreti: una svolta che si annuncia feconda di ampie conseguenze nel mondo della ricerca e della medicina. Con l’individuazione dei geni mancanti, infatti, sarà possibile non solo la diagnosi di malattie finora impossibili da riconoscere perché caratterizzate da sequenze genetiche instabili, ma anche lo sviluppo di terapie su misura grazie all’analisi del corredo genetico di ogni paziente. L’intero genoma umano è costituito da circa 3 miliardi di basi e, il nuovo genoma di riferimento designato T2T-CHM13, aggiunge quasi 200 milioni di paia di basi di sequenze di DNA fino a ieri sconosciute.
La prima mappatura del genoma risale al 2001. All’epoca, però, i computer non erano hi-tech come quelli odierni, pertanto non riuscirono a decifrare tutti i passaggi, e lasciarono delle lacune complessivamente corrispondenti all’8% del genoma. Oggi, grazie al consorzio internazionale chiamato Telomere-to-Telomere (T2T), queste sono state colmate, ed è quindi possibile leggere il DNA umano dall’inizio alla fine senza interruzioni. I ricercatori sono rimasti colpiti dal fatto che le parti mancanti consistevano in sequenze che si ripetono molte volte, un dato che dimostra come nelle ripetizioni si nasconda il segreto della diversità umana. Alcuni dei geni che ci rendono unicamente umani quindi, risiedevano proprio in questa materia oscura, identificata con l’impiego del metodo di sequenziamento Nanopore, in grado di leggere fino a un milione di lettere di DNA in una singola lettura con un modesto grado di accuratezza, e il metodo PacBio HiFi, capace di identificare precisamente circa 20mila lettere contemporaneamente.
Il completamento della mappatura del genoma umano ha permesso di scrivere un nuovo libro sull’acido deossiribonucleico il quale, affermano i ricercatori, è a prova di errore. Questo grazie all’utilizzo del programma “Merfin”, una specie di correttore automatico che analizza le sequenze e corregge gli eventuali errori. Tutto ciò apre la strada a un nuovo capitolo della medicina, con tanti interrogativi ma anche molte speranze. Oltre alla diagnosi di nuove malattie infatti, ci si domanda se la mappa dei cromosomi porterà a comprendere perfettamente il funzionamento del corpo umano, e alla soluzione di enigmi di vitale importanza. Come ad esempio il mistero delle cellule tumorali che, al contrario dei tessuti – i quali invecchiano e muoiono -, si riproducono incessantemente. O ancora, nasce la speranza di trovare nelle combinazioni del codice genetico la chiave per guarire malattie come il diabete, la schizofrenia, l’Alzheimer o il Parkinson.
[di Eugenia Greco]
L’Europa ha deciso che la moda dovrà essere green entro il 2030: che significa?
Coscienti del breve ciclo di vita dei prodotti tessili dove solo l’un percento delle materie prime viene riutilizzato, dai vertici dell’Ue si punta ora a raggiungere l’obiettivo entro il 2030: rendere la moda un settore sostenibile, non solo ecologicamente ma anche socialmente. Il settore tessile in Europa è al quarto posto tra i motivi di maggiori emissioni: prima solo il cibo (principalmente a causa degli allevamenti intensivi), l’alloggio e la mobilità. Inoltre le prestazioni del settore della moda sono disastrose anche per quanto riguarda il consumo d’acqua, lo sfruttamento del suolo e il consumo di materie prime. Di qui la battaglia intrapresa da tempo da molti gruppi ecologisti affinché il settore della moda sia riformato e affrancato dalla logica dell’usa e getta che il capitalismo ha imposto negli ultimi decenni.
L’Interveno della UE si inserisce nel nuovo pacchetto di misure proposte nel piano d’azione per l’economia circolare, ufficialmente approvato dalla Commissione Europea nella giornata di mercoledì 30 marzo. Nel comunicato stampa viene specificato come l’obiettivo sia quello di allontanarsi dal consueto modello “prendere-fare-usare-smaltire”, con l’obiettivo di rendere il mondo del tessile ecosostenibile entro il 2030, tramite due direttrici: riciclaggio innovativo con rifiuti ridotti al minimo e prodotti di qualità sempre più duraturi.
Secondo la nuova strategia legislativa i capi dovranno essere privi di qualsiasi sostanza pericolosa per la salute umana e l’ambiente, realizzati con fibre riciclate e il più possibile resistenti. Le norme sui rifiuti tessili saranno contenute nella revisione della direttiva quadro sui rifiuti, prevista per il prossimo anno. Alcune delle principali regole riguarderanno la divulgazione del numero di tessuti invenduti scartati, il divieto di distruzione dei tessuti invenduti, la lotta all’inquinamento da microplastiche, la raccolta differenziata, la diffusione di informazioni più chiare, con tanto di passaporto digitale dei prodotti e un regime obbligatorio di responsabilità estesa del produttore dell’Ue. Un capitolo della strategia è dedicato al tema della fast fashion, invitando le aziende a ridurre il numero di collezioni all’anno e prevedendo misure fiscali favorevoli per il settore del riutilizzo e della riparazione.
Si mira anche a fornire supporto per “favorire la metamorfosi dell’ecosistema tessile con il lancio di uno strumento collaborativo” essenziale per aiutare le aziende a riprendersi dagli impatti negativi della pandemia di Covid-19, rendendole più resilienti e meno a rischio contro una “feroce concorrenza globale”. La Commissione promuoverà altresì attività di sensibilizzazione, tanto per le aziende quanto per i consumatori, come il lancio della campagna #ReFashionNow.
Insomma un pacchetto piuttosto completo, che intende agire contro alcune delle storture prese dal mondo della moda la cui conversione a settore sempre più dominato dalle produzioni a basso costo e bassa durata ha provocato problemi ambientali, di salute e di diritti sul lavoro. Una misura che però, vista solo dal lato del modello di produzione industriale, rischia di dimenticare le ragioni profonde per le quali questo settore si è orientanto all’usa e getta: l’impossibilità oggettiva di molti cittadini ad acquistare capi più costosi. Un problema che certamente ha anche una parte culturale che è stata introdotta dalle pubblicità ossessive: si acquistano molte cose delle quali non si ha bisogno e si desidera avere molti più capi di quelli necessari, ma la soluzione – per non tramutarsi in una misura discriminatoria verso i meno abbienti – deve essere anche ricercata limitando i prezzi dei capi “responsabili” e garantendo a tutti i cittadini europei la possibilità di acquistarli.
[di Francesca Naima]
Cina, migliaia di medici e militari a Shanghai per effettuare test COVID
La Cina avrebbe inviato oltre 38 mila operatori sanitari e l’esercito per testare per Covid-19 tutti i 26 milioni di residenti della città di Shanghai. Si tratta della più grande risposta in materia di salute pubblica da quando è esplosa la pandemia da Covid-19 nel 2019. Shanghai ha iniziato un lockdown in due fasi il 28 marzo che ha visto tutti gli abitanti della metropoli confinati in casa, dopo l’aumento dei casi. I cittadini che si rifiutino di farsi testare senza addurre ragioni giustificabili sono punibili con sanzioni amministrative e penali, secondo quanto dichiarato a Reuters dalla polizia locale.
Il Tar del Lazio ha annullato il Daspo contro Stefano Puzzer
Il Tribunale Amministrativo Regionale (Tar) del Lazio ha annullato la misura imposta dalla questura di Roma al portuale Stefano Puzzer, il quale aveva ricevuto un foglio di via e il divieto di rientro di un anno nella capitale per aver partecipato a una manifestazione. La misura imposta ai danni dell’uomo, leader dei lavoratori portuali di Trieste in lotta contro la misura del green pass, sarebbe infatti stata giudicata illegittima. Il Ministero dell’Interno è anche stato condannato a pagare le spese legali al portuale.
Era il 2 novembre 2021 quando Stefano Puzzer, leader del movimento di protesta contro il green pass dei portuali di Trieste, si era recato in Piazza del Popolo, a Roma, per protestare contro l’imposizione della certificazione sanitaria sul luogo di lavoro. In seguito a quei fatti, la questura di Roma gli aveva imposto il rientro a Trieste entro le ore 21.00 del giorno successivo e aveva deciso di denunciarlo per manifestazione non preavvisata, disponendo il divieto di soggiorno per un anno nella capitale e il foglio di via. Oggi il Tar del Lazio ha annullato il provvedimento, imponendo anche al Ministero dell’Interno il pagamento “delle spese di giudizio in favore del ricorrente e le liquida nella misura di euro 1000 oltre accessori di legge”.
La valutazione del Tar del Lazio è, infatti, che i provvedimenti adottati dalla Questura fossero eccessivi e infondati, in quanto la “manifestazione non autorizzata” risultava “non accertata in maniera definitiva” e ad ogni modo non può da sola “reggere la misura, in assenza di ulteriori e concreti elementi di fatto”. Puzzer si era recato da solo a Roma per protestare contro le istituzioni, ma era stato raggiunto da una gran folla di persone che sostenevano la sua causa.
[di Valeria Casolaro]
Ungheria, Orban ottiene vittoria schiacciante alle elezioni
I risultati preliminari delle elezioni svoltesi domenica in Ungheria riportano la vittoria schiacciante del primo ministro uscente Viktor Orban, confermandone l’incarico per il quarto mandato consecutivo. Durante la campagna elettorale, svoltasi in concomitanza con lo scoppio della guerra in Ucraina, Orban è stato costretto in più occasioni a giustificare le decennali relazioni commerciali con Putin, ma è riuscito a convincere l’elettorato della necessità di mantenere tali legami e di tenere l’Ungheria in una posizione di neutralità. Strenuo sostenitore di politiche anti-immigrazione, Orban è uno dei leader più longevi in Europa.
Covid, la ricerca conferma: il plasma iperimmune costa poco e funziona
Negli individui affetti da Covid-19, la maggior parte dei quali non vaccinati, la somministrazione di plasma convalescente entro 9 giorni dall’insorgenza dei sintomi ha “ridotto il rischio di progressione della malattia che porta al ricovero in ospedale”: è quanto emerso da uno studio recentemente pubblicato sul New England Journal of Medicine (Nejm), con cui sono stati valutati gli effetti del trattamento con il plasma dei guariti in pazienti nelle prime fasi della malattia. Per condurlo, 1181 persone positive al Covid e di età compresa tra i 18 e gli 84 anni sono state sottoposte ad una trasfusione in media dopo 6 giorni dall’insorgenza dei sintomi: di queste, 592 hanno ricevuto il plasma convalescente e 589 il “plasma di controllo”, ovverosia quello non immunizzato. Successivamente, mettendo a confronto i due gruppi, è emerso che in quello trattato con il plasma convalescente 17 individui sono stati ricoverati in ospedale (il 2,9%), mentre nel gruppo trattato con il plasma di controllo sono state ricoverate 37 persone (il 6,3%). Risultati che – si legge nello studio – hanno determinato una riduzione del rischio assoluto di ricovero del 3,4% per le persone sottoposte al plasma convalescente, corrispondente ad una diminuzione del rischio relativo del 54%.
La conclusione a cui si è giunti tramite lo studio, dunque, è che il plasma convalescente possa ridurre il rischio di essere ricoverati se somministrato nelle prime fasi della malattia. In tal senso, inoltre, a quanto pare anticipando la somministrazione si potrebbero ottenere risultati migliori dato che – affermano gli autori dello studio – “in un’analisi di sottogruppo la trasfusione precoce (effettuata entro i primi 5 giorni dall’insorgenza dei sintomi) è sembrata essere associata ad una maggiore riduzione del rischio di ospedalizzazione”.
Un altro punto toccato all’interno dello studio, poi, è che mentre gli anticorpi monoclonali “sono costosi da produrre” il plasma convalescente “non ha limiti di brevetto ed è relativamente poco costoso da produrre, poiché molti singoli donatori possono fornire diverse unità”. Parole che fanno tornare alla mente il dottor Giuseppe De Donno – morto suicida l’estate scorsa – che per primo aveva avuto l’idea di utilizzare il plasma iperimmune contro il Covid, definendo la terapia basata sulla sua trasfusione «una cura che non costa nulla». De Donno, la cui intuizione adesso sembrerebbe riacquisire valore, come da lui stesso denunciato aveva però «ricevuto tantissime critiche ed attacchi», probabilmente anche dovute al fatto che in Italia la terapia basata sul plasma convalescente non è sostanzialmente mai stata presa sul serio.
Ad aprile 2021, infatti, uno studio promosso dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e dall’Istituto superiore di sanità (Iss) aveva sminuito il ruolo terapeutico del plasma convalescente con l’Aifa che, pur parlando dell’ipotesi di dover “studiare ulteriormente il potenziale ruolo terapeutico del plasma nei soggetti con Covid lieve-moderato e nelle primissime fasi della malattia”, sottolineava che la ricerca non avesse “evidenziato un beneficio del plasma in termini di riduzione del rischio di peggioramento respiratorio o morte nei primi trenta giorni”. Risultati, dunque, che sembrano non coincidere con quelli dello studio appena pubblicato dal New England Journal Of Medicine, ma che potrebbero essere spiegati proprio dai commenti contenuti nello stesso: gli autori della ricerca, infatti, affermano che risultati negativi ottenuti in altre ricerche potrebbero essere stati influenzati da fattori quali “la mancanza di moderni progetti di studio”, “le dimensioni piccole del campione” o la “somministrazione tardiva rispetto all’inizio della malattia”.
Col tempo, quindi, a quanto pare i ricercatori stanno confermando che ci sia una validità scientifica alla base del trattamento basato sul plasma iperimmune, che evidentemente non a caso negli scorsi mesi era stato approvato in Russia. A darne notizia il 30 dicembre scorso era stata l’azienda statale Rostec, la quale aveva fatto sapere che il farmaco “COVID-globuline” – basato sul plasma sanguigno convalescente – aveva “ricevuto il certificato di registrazione permanente dal Ministero della Salute russo” in quanto in grado di “aiutare l’organismo a prevenire l’aggravamento della malattia ed a superare l’infezione”.
[di Raffaele De Luca]
Domenica 3 aprile
4.00 – All’alba le forze russe hanno sferrato un attacco alla città di Odessa, in fiamme la raffineria.
6.00 – Il Tar del Lazio annulla il daspo nei confronti di Stafano Puzzer, leader dei portuali triestini contro il green pass.
7.00 – Cina: 25 milioni di abitanti della regione di Shanghai in lockdown per contagi Covid.
9.00 – Serbia e Ungheria al voto in due elezioni importanti per gli equilibri europei e balcanici.
13.30 – Consiglio UE: «lavoriamo per nuove sanzioni alla Russia».
14.10 – Usa, ennesima sparatoria: almeno 6 morti a Sacramento, in California.
16.00 – Manifestazioni di piazza in tutto lo Sri Lanka nonostante il coprifuoco imposto dal governo.
18.00 – L’Ucraina accusa la Russia di strage di civili a Bucha, Mosca smentisce accusando Kiev di diffondere foto false.
18.45 – La Lituania blocca l’importazione di gas russo: è il primo paese europeo.








