venerdì 9 Gennaio 2026
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Israele: stop immediato al green pass

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Dopo essere stato uno dei primi Paesi a introdurre la misura, Israele ha deciso di revocare il il sistema attuale del green pass in scadenza a fine febbraio. Dunque non sarà più necessario esibire la prova di essere stati vaccinati contro il coronavirus, guariti o di essere negativi a un test per entrare in determinati luoghi pubblici. Ad annunciarlo è il primo ministro israeliano Naftali Bennett, al termine di una riunione con il ministro della sanità e i responsabili della lotta al Covid.

Canada: arrestati i leader del movimento Freedom Convoy

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Dopo quasi tre settimane di blocco della capitale Ottawa da parte del Freedom Convoy, la polizia canadese ha effettuato nella serata di giovedì 17 i primi arresti. Tra questi c’è Tamara Lich, leader del convoglio che nei giorni scorsi aveva esortato i camionisti a mantenere le loro posizioni e continuare con la protesta. Il suo arresto si aggiunge al precedente fermo di Chris Barber, altra guida del movimento. «Siamo pronti ad agire per sfrattare i manifestanti illegali dalle nostre strade», ha detto il capo della polizia di Ottawa Steve Bell, riferendosi a «un intervento imminente».

Cuba forma gratis medici stranieri, a patto che tornino a casa ad aiutare i deboli

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Joyce Malanda vuole diventare una dottoressa per aiutare le persone nel sud-est di Raleigh dove è cresciuta, in particolare quelle che faticano ad avere accesso alle cure mediche, in un paese, gli Stati Uniti, dove anche il diritto alla salute rimane tale fino a che si è in grado di pagare. Malanda, purtroppo questo lo sa bene: suo padre è morto quando lei aveva solo 9 anni, non avendo i soldi per pagarsi le cure di cui avrebbe avuto bisogno. Per raggiungere il suo obiettivo, Malanda ha scelto quindi di frequentare la facoltà di medicina a Cuba. Quest’inverno diventerà la prima residente della Carolina del Nord a frequentare la Scuola di Medicina dell’America Latina, fuori l’Avana. Nonostante le storiche tensioni tra Washington e l’Avana, più di 200 sono gli americani laureati in medicina a Cuba e 42 sono quelli iscritti al momento. Ajamu Dillahunt, membro di IFCO un organizzazione religiosa, che ha lo scopo di facilitare l’iscrizione per i ragazzi svantaggiati americani nella scuola dell’Avana, ha infatti commentato che la peculiarità della scuola è proprio quella di: « far conoscere la medicina ai ragazzi attraverso una visione che tenga conto anche dei principi di consapevolezza e giustizia sociale». Una rarità, considerando come in molti paesi occidentali le logiche del profitto rendano le cure mediche quasi un bene di lusso, piuttosto che un diritto universale. La scuola di medicina fu aperta nel 1999, su decisione di Fidel Castro, allo scopo di formare studenti stranieri provenienti dai paesi dell’America Latina devastati dagli uragani. L’iscrizione venne poi estesa a studenti anche di altri paesi, inclusi gli Stati Uniti. Tutti gli studenti che frequentano la scuola sono ospiti del governo cubano, che paga le loro tasse scolastiche. L’unica condizione per gli studenti è quella che, una volta terminati gli studi, si impegnino a tornare nei loro paesi d’origine e a praticare la medicina nelle comunità più povere e svantaggiate.

Cuba paese povero di risorse, che ancora si trova sotto embargo economico da parte degli Stati Uniti, nonostante l’Unione Sovietica non esista più da 30 anni, è stata capace negli anni di incrementare numerosi programmi di sviluppo della salute pubblica. Analizzando alcuni dati si può capire come tali programmi abbiano avuto successo. L’aspettativa di vita a Cuba ad esempio è cresciuta raggiungendo gli 80,7 anni per le donne e 76,2 per gli uomini rispetto al 1990 quando si assestava a 76,9 anni per le femmine e 73 per i maschi. Anche la capacità in tutta l’isola di offrire servizi medici efficaci è aumentata passando dal 59,4% del 1990 al 72,6% del 2019. Facendo un paragone con i paesi vicini, possiamo notare che ad esempio, nella Repubblica Dominicana, la capacità di offrire servizi medici essenziali al 2019 si ferma al 52,5%, mentre l’aspettativa di vita ad Haiti, al 2019, si assesta a 66 anni per le femmine e a 63,8 per gli uomini. Altra sostanziale differenza tra questi paesi dei caraibi è che a Cuba la salute è pubblica, ossia completamente gratuita, mentre negli altri due è a pagamento. Paragoni sulla capacità di copertura del sistema sanitario cubano si potrebbero fare anche con paesi di altre zone del mondo.

Secondo l’STC Health Index, un indice che valutando oltre 28 indicatori aiuta a comparare il livello dei sistemi sanitari di diversi paesi del mondo, vediamo che Cuba si classifica al 49° posto. Superando tutti i paesi delle Americhe ad eccezione di Canada e Cile, e facendo meglio anche di molti paesi dell’Europa Orientale. Senza dubbio uno dei maggiori successi del governo cubano è stata la capacità di risposta efficace alla pandemia, come riconosciuto anche dalla prestigiosa rivista medica The Lancet. Cuba infatti è stata capace con le sue sole forze di crearsi un vaccino, il Soberana. Inoltre,  non si è mai tirata indietro dal punto di vista della solidarietà, inviando medici ai paesi che ne avevano bisogno, come l’Italia.

Caso più unico che raro quello di Cuba, che è stata in grado di utilizzare lo sviluppo del suo programma di salute pubblica come un vero e proprio mezzo diplomatico, e solidale. Da molti anni infatti i medici cubani sono presenti in diverse zone di conflitto in aiuto alla popolazione locale o come primo soccorso nei paesi colpiti da disastri naturali. I medici cubani del contingente “Henry Reeve” sono stati infatti candidati, con il sostegno di oltre 100 paesi, al premio nobel per la pace per il loro contributo nella lotta al Covid. Sarebbero oltre 3.700 i medici che, raccolti in 46 brigate, hanno portato assistenza in quasi 40 paesi durante i primi mesi della pandemia.

Da oltre mezzo secolo, nonostante le difficoltà economiche, l’embargo e i tentati colpi di stato orditi dagli Usa, Cuba ha messo la formazione e la medicina alla base del proprio sviluppo. Lo storico presidente Fidel Castro non è più al potere da 14 anni ma le sue parole ancora guidano le politiche socialiste di questa piccola isola eretica nel cuore dei Caraibi: «Il nostro Paese non lancia bombe contro gli altri popoli, né manda migliaia di aerei a bombardare città. Il nostro Paese non possiede armi nucleari, né armi chimiche, né armi biologiche. Le decine di migliaia di scienziati cubani sono stati educati all’idea di salvare vite e sarebbe in assoluta contraddizione porli al servizio dello studio per costruire armi o virus letali».

[di Enrico Phelipon]

Brasile: sale a 104 morti bilancio delle piogge a Petrópolis

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104 persone hanno perso la vita in Brasile: è questo il bilancio attuale delle vittime delle piogge battenti, delle inondazioni e delle frane avvenute a Petrópolis, località di montagna vicino a Rio de Janeiro. A renderlo noto è stata la Protezione civile brasiliana, la quale ha altresì comunicato che tra i deceduti vi sarebbero anche almeno otto bambini. Il bilancio dei morti però potrebbe non essere comunque definitivo, dato che i soccorritori sono ancora alla ricerca di possibili sopravvissuti e, sulla base di un conteggio preliminare, almeno altre 35 persone risulterebbero al momento disperse.

Perché cannabis ed eutanasia sono temi che non meritano di sparire dal dibattito

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I quesiti referendari sull’eutanasia e sulla cannabis, come è ormai noto, sono stati entrambi bocciati da parte della Corte costituzionale. Ad illustrarne i motivi è stato il presidente della Consulta Giuliano Amato, il quale ieri ha spiegato che vi sarebbero sostanzialmente stati alcuni errori nella compilazione dei quesiti. Quello sull’eutanasia avrebbe in realtà riguardato «l’omicidio del consenziente» – previsto dall’articolo 579 del Codice penale – che sarebbe stato lecito in «casi ben più numerosi di quelli relativi all’eutanasia», mentre il quesito sulla cannabis avrebbe fatto riferimento «all’articolo 73 comma 1 della legge sulla droga» facendo in realtà scomparire «tra le attività penalmente punite la coltivazione delle sostanze stupefacenti di cui alle tabelle 1 e 3, quelle che includono le cosiddette droghe pesanti». Ad ogni modo, a prescindere dalla reale sussistenza di tali errori, ciò che è certo è che nonostante i quasi 2 milioni di firme a supporto dei quesiti i cittadini non potranno esprimersi a riguardo. Si tratta però di due temi che non meritano, per molteplici ragioni, di sparire dal dibattito pubblico e politico.

Per quanto riguarda l’eutanasia, proprio la Corte costituzionale si è di fatto schierata a favore della stessa in passato. In tal senso bisogna ricordare il caso di Fabiano Antoniani, noto come dj Fabo, che scelse di morire con il suicidio assistito in una clinica svizzera il 27 febbraio del 2017: con lui c’era Marco Cappato, promotore dell’attuale referendum, che si autodenunciò. Venne dunque accusato di aiuto al suicidio previsto dall’art. 580 del codice penale ed iniziò così un procedimento, che si concluse il 23 dicembre 2019 con la sua assoluzione anche grazie alla Consulta. Quest’ultima infatti in un primo momento, il 24 ottobre 2018, invitò il legislatore a regolamentare la materia. Non venne fatta però alcuna legge, e così la Consulta il 25 settembre 2019 decise di dichiarare l’illegittimità costituzionale dell’articolo 580 «nella parte in cui non esclude la punibilità di chi, con le modalità previste dagli artt. 1 e 2 della legge 22 dicembre 2017, n. 219, agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli». Ovviamente però la materia necessiterebbe comunque di essere regolamentata dal Parlamento: lo stesso Amato infatti ieri ha invitato nuovamente il Parlamento ad occuparsi del tema, che in questi anni è di fatto rimasto immobile.

Anche la questione cannabis merita di non sparire dal dibattito. L’attuale normativa, infatti, comporta varie criticità, tra cui il problema del sovraffollamento delle carceri. Come documentato dall’ultima edizione del Libro Bianco – un rapporto annuale che analizza gli effetti delle politiche proibizioniste in Italia – in assenza di detenuti proprio per l’art. 73 sopracitato “non vi sarebbe il sovraffollamento carcerario”. Si consideri poi che a rischiare il carcere sono anche le persone che coltivano la pianta semplicemente per curarsi da una malattia, che contribuiscono dunque al riempimento dei tribunali. Basterà ricordare il caso di Cristian Filippo, un ragazzo ventiquattrenne affetto da fibromialgia, che a causa della coltivazione di due piantine di canapa è stato accusato di spaccio e rischia fino a 6 anni di carcere. Certo, in casi del genere si può anche arrivare all’assoluzione come ad esempio è successo a Walter De Benedetto, malato di artrite reumatoide processato perché coltivava cannabis e successivamente assolto, ma ovviamente ciò non toglie che l’attuale normativa vada ad ingolfare la macchina della giustizia oltre che a causare problemi anche a chi coltiva la pianta per curarsi. Probabilmente, quindi, è anche per questo che i cittadini sono accorsi in massa a firmare il referendum, la cui bocciatura rappresenta però solo l’ultima sconfitta in tal senso, dato che negli anni in Italia è sempre stata ignorata la volontà popolare su tale tema.

[di Raffaele De Luca]

Australia, gli aborigeni sfidano il colosso agricolo per i diritti sull’acqua

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In Australia i nativi stanno combattendo contro la licenza concessa dal Governo del Territorio del Nord alla Fortune Agribusiness, enorme società agroalimentare di proprietà cinese. Il ricorso presentato dal CLC (Central Land Council) contro la Corte Suprema viene dall’indignazione dei nativi, che si sono rivolti alla Mpwerempwer Aboriginal Corporation per lanciare un’impugnazione legale e sollecitare il Governo a cambiare direzione. Perché quest’ultimo ha scelto di concedere al colosso agricolo la più grande licenza di estrazione di acque sotterranee mai realizzata: si tratta di una licenza gratuita che permetterà di estrarre fino a 40.000 megalitri di acque sotterranee all’anno, per la bellezza di 30 anni. L’acqua verrà estratta dalle falde sotto la stazione di Singleton, a circa 400 km a nord di Alice Springs. Tale concessione risale ad aprile 2021 e già allora una mobilitazione aveva cercato di impedire la più grande dotazione idrica privata del territorio. Dopo essere stata rivista a novembre 2021però, il Governo del Territorio del Nord ha comunque scelto di confermare la licenza con qualche modifica relativa alle condizioni.

Motivo per cui gli aborigeni continuano a sostenere l’illogicità e l’ingiustizia della decisione presa dal Governo, visto che non sono stati minimamente presi in considerazione i diritti culturali degli aborigeni sull’acqua. Ciò che gli aborigeni chiedono attraverso la Mpwerempwer Aboriginal Corporation è di revocare in maniera assoluta la licenza concessa al colosso agricolo cinese, sospendendo le concessioni, almeno fino a quando non sarà completa la revisione del piano regionale di assegnazione dell’acqua. Così mercoledì il CLC ha presentato il ricorso alla Corte Suprema, specificando come la scelta del Governo violi l’NT Water Act e non solo. Viste le conseguenze del cambiamento climatico sulle comunità desertiche, concedere un’estrazione idrica di questo calibro è dannoso e rischioso per un territorio tanto vulnerabile. Tuttavia, la licenza è stata concessa senza avere dati sufficienti sulle falde acquifere e potrebbe portare Fortune Agribusiness a fare ben più di quello che prevede la concessione.

Come era lecito aspettarsi, la società ha precisato che il progetto da realizzare, dal valore complessivo di 150 milioni di dollari e 3.500 ettari di territorio da coltivare, potrebbe essere benefico sia dal punto di vista sociale che economico per gli aborigeni, promettendo inoltre ai nativi 100 posti di lavoro permanenti e 1.300 posti stagionali. Inoltre, dai vertici dell’azienda hanno fatto sapere al The Guardian che dopo aver ricevuto il reclamo del CLC di mercoledì, c’è l’assoluta intenzione di collaborare e soddisfare ogni richiesta e requisito. Rimane il fatto che chi vive da sempre nelle terre australiane ha diritti di proprietà nativi sull’accesso e l’uso dell’acqua, ma di fatto è privato completamente della possibilità di scegliere se la ricchezza possa essere usata a scopi commerciali e di godere dei proventi dell’eventuale scelta. Gli aborigeni si ritrovano ancora una volta soggetti passivi nei confronti di scelte fatte calare dall’alto con l’approccio paternalistico tipico di “voler fare del bene”. Una modalità simile a quella di chi, ai tempi del colonialismo, vedeva nei “popoli primitivi” dei “selvaggi” da educare e civilizzare.

[di Francesca Naima]

UE, respinto ricorso di Ungheria e Polonia sullo Stato di diritto

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Statua giustizia

Il 16 febbraio la Corte di giustizia dell’Unione europea ha respinto un ricorso presentato da Ungheria e Polonia. Di cosa si tratta? I due Paesi si sono opposti al meccanismo che prevede che l’erogazione dei fondi europei sia collegato al rispetto dello Stato di diritto. In altre parole, l’UE chiude i rubinetti alle Nazioni che non si preoccupano della salvaguardia e del rispetto dei diritti e delle libertà dell’uomo. Questa decisione blocca, tra le altre cose, anche l’accesso ai soldi del Recovery Fund.

Molti esperti ONG, associazioni in difesa dei diritti umani, concordano sul fatto che diversi paesi membri dell’Unione Europea fanno fatica a rispettare gli standard previsti dai cosiddetti regimi democratici. In Nazioni come Ungheria e Polonia, ma anche Repubblica Ceca, Bulgaria e Romania, ci sono grossi ostacoli nel garantire l’indipendenza della magistratura, dei tribunali e della giustizia in generale, nell’assicurare trasparenza nelle decisioni governative e nel tutelare minoranze e oppositori politici.

È noto che Ungheria e Polonia sono due stati difficilmente definibili pienamente democratici. È più giusto invece reputarli a guida semi-autoritaria, soprattutto perché da anni tentano di sfuggire alle regole e controlli UE (in particolare per i fondi). Il denaro che questi Paesi ricevono è stato spesso utilizzato per rafforzare il controllo sull’economia e la politica, e consolidare il potere di chi sta a capo.

La sentenza della Corte potrebbe già entrare in vigore nel giro di poche settimane. Le motivazioni che hanno portato l’UE a prendere questa decisione sono racchiuse in poche righe: “Il regolamento mira (…) a proteggere il bilancio dell’Unione europea da pregiudizi derivanti in modo sufficientemente diretto da violazioni dei principi dello stato di diritto, e non già a sanzionare, di per sé, violazioni del genere. Il rispetto da parte degli Stati membri dei valori comuni sui quali l’Unione si fonda (…) giustifica la fiducia reciproca tra tali Stati”.

[di Gloria Ferrari]

Dl proroga stato emergenza: ok definitivo Camera

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La conversione del decreto legge n. 221/2021, recante la proroga dello stato di emergenza nazionale al 31 marzo 2022, è stata approvata in via definitiva dall’Aula della Camera con 331 voti favorevoli e 45 contrari. Il tutto dopo che ieri il governo aveva ottenuto la fiducia, posta nella giornata di martedì dal Ministro per i rapporti con il Parlamento, Federico d’Incà.

 

 

Nelle carceri italiane 11 suicidi dall’inizio dell’anno

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Dall’inizio dell’anno nelle carceri italiane sono stati commessi ben 11 suicidi, ovvero una media di uno ogni quattro giorni. Uno degli ultimi casi riguarda una giovane donna che si è tolta la vita impiccandosi nella propria cella, nel carcere di Messina, a poche ore dall’arresto. Questa settimana, inoltre, ben due rivolte sono scoppiate negli istituti penitenziari di Varese e Canton Mombello (Brescia): seppure non siano ancora state chiarite le cause, è evidente come all’interno delle carceri si stia vivendo un momento di altissima tensione. Il tasso di suicidi è di per sé un dato allarmante che porta a galla le carenze di un sistema retrivo che fa acqua da tutte le parti e, come spiega la Garante dei diritti dei detenuti di Alessandria Alice Bonivardo, evidenzia la situazione di «abbandono istituzionale» nella quale si trovano i reclusi.

Il Garante nazionale delle persone private della libertà personale ha descritto il quadro di una situazione allarmante. Sono 11 i suicidi compiuti all’interno delle carceri dall’inizio dell’anno, ai quali si aggiungono 4 morti “per cause ancora da accertare”. Una delle ultime detenute a togliersi la vita è stata Manuela Agosta, di 29 anni, che si è impiccata con un lenzuolo nella cella dove si trovava in custodia cautelare. Le accuse nei suoi confronti erano di concorso in spaccio di sostanze stupefacenti, in particolare marijuana e hashish. I pm di Messina, a seguito dell’accaduto, hanno aperto un fascicolo per “istigazione al suicidio contro ignoti”. Si tratta di una tendenza in netto aumento rispetto agli anni passati che denota una situazione critica all’interno degli istituti penitenziari, nei quali la tutela della salute e dell’integrità dei detenuti è fortemente compromessa.

A confermare il quadro di una «situazione drammatica» è Alice Bonivardo, Garante dei detenuti di Alessandria. «Vi sono due elementi che garantiscono il buon funzionamento di un carcere: buoni rapporti con le famiglie e la tutela della salute, ovvero un’assistenza sanitaria che funzioni. Sono due sfere che, inevitabilmente, hanno molto risentito degli effetti della pandemia. Tuttavia le direttive nazionali sono state applicate in maniera disomogenea da ciascun istituto e questa è certamente una delle cause che ha contribuito a creare un clima molto teso».

Le carenze in ambito sanitario, tuttavia, precedono di molto l’esplodere della pandemia. Con il passaggio delle competenze sanitarie dal Ministero della Giustizia al Sistema sanitario nazionale, avvenuto nel 2008, si è venuta a definire una situazione di grave criticità. «Le ASL faticano a mantenere gli standard corretti di personale presente nelle strutture penitenziarie. Durante la pandemia l’accesso alle cure è stato difficile per le persone fuori dal carcere, per i detenuti è ancora più complicato. Spiegarne a loro le ragioni non è semplice, sentono di essere stati abbandonati». Non aiuta la situazione la mancanza di supporto psicologico: «Gli psicologi ci sono e possono far capo sia al Ministero della Giustizia che all’ASL o al SERD, ma in genere ce n’è uno in tutto l’istituto e si occupa per lo più di osservazione, non fa clinica né intraprende effettivamente un percorso psicologico».

«Ciò che in genere viene messo in ombra riguardo il discorso dei suicidi è il problema grave della salute mentale all’interno delle carceri, che non può essere affrontato in maniera adeguata per tutte le carenze che ho appena descritto» sottolinea con forza Bonivardo. «Per questo motivo sono moltissimi anche i casi di autolesionismo. C’è da considerare poi che procurarsi ferite o togliersi la vita in carcere non è semplice, in genere avviene in modo davvero truce: questo comporta difficoltà anche per gli agenti penitenziari, che si trovano ad affrontare difficoltà per le quali non sono preparati. Sicuramente buona parte dei casi di autolesionismo sono atti dimostrativi a titolo di protesta, ma avvengono perché alle spalle c’è una problematica di malagestione della salute mentale, di mancanza di ascolto delle esigenze dei soggetti».

La partecipazione politica alla scena è, inoltre, del tutto inesistente: «Da quando è esplosa la pandemia nessun politico è più entrato in carcere. I Parlamentari non hanno bisogno di autorizzazione per accedere agli istituti, eppure di fatto nessuno lo fa. Allo stesso modo, se il Comune e gli assessori entrassero nel carcere si renderebbero conto di quanto la presenza del Comune sia fondamentale, soprattutto per le attività di reinserimento in società nel momento in cui termina la pena».

«L’intera concezione del carcere come istituto destinato alla rieducazione, nel quadro appena descritto, non può che vacillare. «L’art. 27 della nostra Costituzione è quello che viene applicato meno in assoluto, perché nel momento in cui si decide di applicare il carcere come pena principale e non in extrema ratio è difficile pensare che davvero si voglia pensare a un percorso rieducativo. Ad oggi, noi non educhiamo le persone detenute e non risolviamo il problema della sicurezza, perché coloro che escono di galera o commettono nuovi reati o sono comunque legati all’assistenzialismo delle istituzioni. Il carcere è un’istituzione granitica: dalla riforma del ’75 non è stato rinnovato nulla, l’unico moto che si è visto è stata l’introduzione delle nuove tecnologie, ma si è dovuto attendere il 2020 e una pandemia perché questo avvenisse. È un’istituzione irremovibile rispetto ai suoi principi fondatori, che andrebbe chiusa e completamente ripensata».

[di Valeria Casolaro]

Canada: Trudeau invoca leggi speciali contro i camionisti, ma la protesta non arretra

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Il 23 gennaio scorso un gruppo di camionisti si è messo in marcia da diverse regioni del Canada per arrivare a Ottawa e protestare contro le misure restrittive attuate dal Governo per contrastare la pandemia di Covid-19. Da quel giorno migliaia di manifestanti si sono mobilitati, scatenando la reazione dell’esecutivo guidato da Justin Trudeau che, il 14 febbraio, ha annunciato l’intenzione di invocare l’Emergencies Act, un provvedimento che autorizzerebbe il Governo ad adottare “misure temporanee speciali per garantire la sicurezza durante le emergenze nazionali e per modificare altre leggi in conseguenza di ciò”. Nonostante la volontà di applicare la norma, che dovrà essere approvata dal Parlamento, le proteste a Ottawa non sembrano arrestarsi.

Il gruppo di camionisti, ribattezzato Freedom Convoy, è arrivato il 29 gennaio nella capitale canadese, di fronte alla sede del Parlamento, chiedendo la disapplicazione dell’obbligo vaccinale per i lavoratori che devono attraversare la frontiera. Alla manifestazione si sono uniti vari gruppi con rivendicazioni diverse, ampliando così le proteste a tutte le misure adottate dal governo contro la pandemia. Dopo una settimana la contestazione ha assunto le forme della rivolta, con migliaia di persone in strada e “circa 500 camion associati alla manifestazione presenti all’interno della zona rossa”, così come riportato dalla polizia. Le autorità hanno bollato la protesta come un’occupazione ben organizzata, instabile e pericolosa, annunciando l’impiego di tutte le risorse di Ottawa per contrastarla. Così il giorno successivo il sindaco della capitale, Jim Watson, ha dichiarato lo stato di emergenza. Mentre le proteste dilagavano al di fuori dei confini della capitale, dall’Ontario è arrivata una prima vittoria per i camionisti: il primo ministro, Doug Ford, ha annunciato che il Covid pass verrà revocato nella provincia canadese a partire dal primo marzo. La misura è stata confermata il 14 febbraio, un giorno dopo la riapertura del ponte che collega Ontario e Michigan, l‘Ambassador Bridge, avvenuta tramite sgombero della polizia. I giorni di occupazione sono costati all’industria dell’auto, secondo i calcoli della società Anderson Economic Group, 300 milioni di dollari. Nel frattempo la capitale resta paralizzata, il capo della polizia Peter Sloly si è dimesso e Trudeau, il 14 febbraio, ha dichiarato lo stato di emergenza pubblica nazionale.

L’Emergencies Act è stato adottato in tempi di pace soltanto in un unico precedente: era il 1970 e il Governo guidato da Pierre Trudeau, padre dell’attuale primo ministro, si trovò a gestire in Quebec la Crisi di Ottobre. Tecnicamente il provvedimento adottato in quel caso fu la War Measures Act, sostituita nel luglio del 1988 proprio dallo stato di emergenza pubblica nazionale. La differenza sostanziale è il rispetto da parte del Governo della Carta canadese dei diritti e delle libertà e la Carta dei diritti canadese, nonostante le prerogative esclusive ed eccezionali assegnatogli. Tra queste si ricordano la possibilità di regolamentare, e vietare, “qualsiasi assemblea pubblica che possa portare ragionevolmente a una violazione della pace”, lo spostamento da e verso aree specifiche e l’uso, in alcuni casi, della proprietà privata (confisca di beni). Quest’ultima misura è già in linea con quanto accaduto nei giorni scorsi quando, su pressione delle autorità governative e della polizia di Ottawa, è stata bloccata la raccolta fondi su GoFundMe che stava aiutando i camionisti a coprire i costi per il cibo, il carburante e l’alloggio. Così i 10 milioni di dollari canadesi (circa 6 milioni di euro) sono stati congelati e dovrebbero essere restituiti ai donatori nelle prossime settimane. Anche la TD Bank ha seguito la strada tracciata dal Governo, congelando due conti in cui erano stati depositati 1,4 milioni di dollari canadesi a supporto dei manifestanti. Le restrizioni non fanno però arretrare la parte di popolazione che continua ad aiutare, sia con beni materiali sia con parole di conforto, chi sta protestando da ormai 3 settimane.

Allo stesso tempo la notizia della volontà di ricorrere all’Emergencies Act non sembra suscitare nuove preoccupazioni fra i manifestanti, con l’organizzatrice del convoglio Tamara Lich che li esorta a mantenere la loro posizione. «Non ci sono minacce che ci spaventeranno. Terremo la linea. L’amore sconfiggerà sempre l’odio» ha affermato lunedì in una conferenza stampa. Trudeau ha dichiarato invece di non voler ricorrere all’esercito, affermando di «non star impedendo alle persone di esercitare il loro diritto di protestare legalmente ma di star rafforzando i principi, i valori e le istituzioni che mantengono liberi tutti i canadesi».

[di Salvatore Toscano]