martedì 24 Marzo 2026
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Guerra Ucraina, Mosca: raggiunto accordo per evacuazione feriti da Azovstal

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«A seguito dei colloqui con i rappresentanti delle truppe ucraine bloccate presso l’acciaieria Azovstal, a Mariupol, oggi è stato raggiunto un accordo per evacuare i feriti»: è ciò che, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Tass, avrebbe affermato il ministero della Difesa russo. Quest’ultimo avrebbe inoltre aggiunto che sarebbe stato altresì introdotto un cessate il fuoco nell’area dell’impianto ed aperto un corridoio umanitario, attraverso il quale i militari ucraini feriti verrebbero portati in una struttura medica a Novoazovsk, nella Repubblica popolare di Donetsk, così da fornire loro tutta l’assistenza necessaria.

Il problema dell’amianto in Italia è ancora lontano dall’essere risolto

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Nel fondo italiano per la bonifica dell’amianto ci sono 8 milioni di euro inutilizzati da 7 anni. Il fondo, istituito con l’articolo 56 della legge 221 del 2015, è nato per facilitare la rimozione dell’amianto dagli edifici pubblici. La dotazione complessiva è stata di circa 12 milioni di euro e l’avremmo dovuta utilizzare tra il 2016 e il 2018. Tuttavia, sono trascorsi sette anni dalla scadenza e solo il 30% dei fondi è stato speso. Sono invece passati trent’anni dall’approvazione della legge che in Italia ha vietato l’estrazione, l’importazione, la produzione e la commercializzazione di amianto e di prodotti che lo contengono. Ad oggi, però, solo il 25% di quello installato è stato rimosso. Continuando con questi ritmi – rende noto un’inchiesta di Legambiente – per liberarsene del tutto serviranno altri 75 anni.

A mettere nero su bianco questi ultimi dati è stato però il Rapporto del registro nazionale dei mesoteliomi, dal quale è emerso anche che degli oltre 31 mila casi di mesotelioma pleurico registrati dal 1993 al 2018, l’80% è riconducibile proprio all’esposizione alle fibre d’amianto. Ancor più crudi poi i numeri dell’Osservatorio nazionale amianto che per il 2020, tenendo conto anche delle altre patologie legate all’esposizione delle fibre, parlano di 7mila decessi solo nel Bel Paese. Dati che tuttavia non dovrebbero sorprendere considerando che, ancora oggi, sono almeno 50.744 i solo edifici pubblici censiti con amianto sui tetti. Ciononostante si continua ad agire come se non fossimo di fronte ad un’emergenza. Gli avvisi attuativi della Legge precedentemente citata, ad esempio, pur dando priorità alle zone sensibili (come scuole, parchi gioco, ospedali, impianti sportivi), hanno portato all’assegnazione di appena 636 progetti di bonifica: 1.318.113 euro per 242 interventi nel 2017, 853.223 per 140 interventi nel 2019, 417.345 euro per 63 interventi nel 2021 e 1.188.670 euro per 191 interventi stabiliti dall’ultima graduatoria dello scorso febbraio.

Le cause di una così allarmante inazione, per quanto ingiustificabile, potrebbero essere diverse. Prima fra tutte, attorno alla quale ruotano tutte le altre possibili motivazioni, gli esorbitanti costi richiesti per bonificare i siti. Inoltre, specie nei piccoli comuni, si potrebbe ipotizzare una carenza di personale competente. Mentre, più in generale, è verosimile che molti rallentamenti dipendano da una carenza di discariche di prossimità idonee a smaltire in sicurezza i rifiuti contenenti amianto. Senza questi impianti disponibili sul territorio è inevitabile ricorrere all’export dei rifiuti contaminati, come frequentemente avviene – riporta un’analisi del Centro studi enti locali – aumentando però vertiginosamente i costi ambientali ed economici dell’operazione. Il risultato? Non si realizza nessuna bonifica. Tuttavia, sarebbe interessante capire come mai si è scelto di non approfittare dei cospicui fondi di ripresa. «È inaccettabile – non a caso precisa Andrea Minutolo di Legambiente – che l’amianto sia il grande escluso del Pnrr».

[di Simone Valeri]

Somalia, Hassan Sheikh Mohamud è il nuovo presidente

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Hassan Sheikh Mohamud è il nuovo presidente della Somalia, eletto da 329 deputati e senatori che hanno votato nel perimetro dell’aeroporto di Mogadiscio, con la presenza costante delle forze di sicurezza e l’istituzione di un coprifuoco in tutta la capitale per contenere il rischio di possibili attentati. La seconda vittoria di Hassan Sheikh Mohamud, dopo quella del 2012, ha posto fine a un processo elettorale che andava avanti da 15 mesi tra disordini e rinvii.

Roma verso l’abbattimento dei cinghiali con la scusa della peste suina

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Nelle prossime ore il via libera da parte delle istituzioni agli abbattimenti selettivi dei cinghiali a Roma potrebbe diventare realtà: su questa strada stanno infatti spingendo con decisione le autorità regionali e il sottosegretario alla Salute Andrea Costa. Il tema va avanti da tempo, con i numerosi casi di cinghiali avvistati tra le strade della capitale. Nelle ultime settimane i casi di “peste suina” paiono però aver convinto gli amministratori a rompere gli indugi, nella convinzione che il rischio sanitario possa servire a rompere le resistenze delle associazioni animaliste e di tanti cittadini contrari agli abbattimenti. Già oggi il sottosegretario Costa potrebbe firmare l’ordinanza che prevede la redazione di un «piano per l’eradicazione del virus» avente ad oggetto «l’abbattimento selettivo dei cinghiali sul nostro territorio».

I casi di peste suina registrati finora a Roma sono 6, con l’epicentro del focolaio individuato nella Riserva naturale dell’Insugherata. Il pretesto sufficiente per convincere la Regione ad andare in pressing sul commissario straordinario alla peste suina, Angelo Ferrari, a cui negli scorsi giorni l’assessore alla sanità Alessio D’Amato ha chiesto interventi “rapidi e risolutivi”. Obbiettivo, non solo le misure di contenimento, ma anche l’abbattimento dei capi. D’altra parte lo stesso sottosegretario Costa ha ammesso che gli abbattimenti non sarebbero solo a causa del pericolo peste: «Oggi la densità dei cinghiali in alcune zone d’Italia è almeno 5 volte superiore rispetto alla sopportabilità dell’ecosistema e, al di là del fattore contingente della peste suina, resto convinto e lo voglio ribadire con forza, pur rispettando le sensibilità degli animalisti, che questa è un’emergenza dinanzi alla quale occorre prevedere il prolungamento dell’attività venatoria da 3 a 5 mesi e la possibilità alle regioni di rideterminare le quote». Inoltre, a rischiare di essere uccisi, potrebbero essere non solo i cinghiali della Capitale ma anche quelli di altre zone d’Italia, a causa della loro massiccia presenza.

La drastica soluzione prospettata da Costa ha messo sulle barricate tanti cittadini e le associazioni animaliste, che stanno cercando nuovamente di fermare gli abbattimenti nel Lazio dopo aver già provato ad impedire, senza riuscita, le uccisioni dei cinghiali in Piemonte e Liguria, dove negli scorsi mesi è stato disposto l’abbattimento anche dei cinghiali e suini ospiti dei rifugi. Una petizione lanciata da 36 associazioni proprio per tale motivo e sottoscritta da più di 40mila persone, è stata adesso inviata alla Regione Lazio nella speranza che questa volta tale azione porti a dei risultati. “A suo tempo avevamo inviato un appello alla Regione Liguria e alla Regione Piemonte, e allo stesso Angelo Ferrari, di fermare le uccisioni dei cinghiali in quelle regioni, ma non siamo stati ascoltati. Ora abbiamo rifatto la medesima richiesta alla Regione Lazio inviando 40.428 firme della petizione che abbiamo aperto contro la mattanza di suini e cinghiali, perché uccidere gli animali non può essere il modo di risolvere i problemi”, affermano le associazioni Meta Parma e Avi Parma, ricordando altresì che “la caccia è stata ritenuta possibile causa di diffusione per il virus Psa (peste suina africana), anche perché spaventerebbe gli animali spingendoli a scappare e a spostarsi altrove diffondendo un eventuale contagio”.

A contestare tale modus operandi è anche l’Oipa (Organizzazione internazionale protezione animali), la quale si oppone alle uccisioni suggerendo di attuare un “monitoraggio sanitario degli animali morti che si trovino nel territorio nazionale”. Non solo infatti l’Oipa ricorda che – come confermato da un parere chiesto agli esperti dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) – “la caccia non è uno strumento efficace per ridurre le dimensioni della popolazione di cinghiali selvatici in Europa”, ma altresì che “i cacciatori, con le loro prassi di eviscerazione, possono diffondere in maniera incontrollata il virus della Psa, innocuo per l’uomo, e degli altri agenti patogeni di cui le prede potrebbero essere portatrici”. «A Roma il problema sono i rifiuti, non i cinghiali», afferma inoltre la delegata dell’Oipa di Roma Rita Corboli, sottolineando che «i cinghiali sono sempre gli stessi, ma negli ultimi anni sono aumentati i rifiuti e le discariche a cielo aperto e quindi la disponibilità di cibo nelle vicinanze delle aree verdi dove vivono». Se da un lato, infatti, a Roma il primo caso di Psa è stato registrato lo scorso 5 maggio, dall’altro l’invasione di tali animali è un problema presente da diversi anni. Già nel 2015, infatti, in Italia si parlava di “allarme cinghiali” a Roma Nord: un allarme che, a quanto pare, è divenuto ormai ordinario.

[di Raffaele De Luca]

Riforma Cartabia, oggi sciopero dei magistrati

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È stato indetto per la giornata di oggi lo sciopero di giudici e pm, che si asterranno dalle udienze per tutta la giornata. La protesta riguarda la riforma dell’ordinamento giudiziario (la cosiddetta riforma Carabia), approvata alla Camera e in attesa di voto definitivo al Senato, e la nuova legge elettorale del Consiglio superiore della magistratura. La categoria non scioperava dal 2010, quando i livelli di adesione raggiunsero il picco dell’85%. La decisione era stata comunicata dall’Associazione nazionale magistrati il 30 aprile.

(Monthly report n.10) Covid: è finita l’emergenza, ora è tempo di risposte

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È uscito il decimo numero del Monthly Report: la rivista de L’Indipendente che ogni mese fa luce su un tema che reputiamo di particolare rilevanza e non sufficientemente trattato sul mainstream. Il numero di maggio è il primo che è stato reso disponibile anche in formato cartaceo e ricevuto direttamente a casa dai nostri abbonati (tutte le info su come riceverlo a questo link), ma naturalmente rimane disponibile anche in formato digitale. Per l’occasione siamo tornati a parlare di Covid-19, e c’è una ragione molto precisa per la quale lo facciamo ora, appena in Italia è terminata ufficialmente l’emergenza e anche i media sono completamente assorbiti dalla nuova emergenza, quella della guerra.

L’editoriale del nuovo numero: Emergenza scaccia emergenza

Tra le dinamiche storte del mondo dell’informazione ce ne sono due che più di altre hanno conseguenze negative sulle possibilità dei cittadini di comprendere realmente le cose e di costruirsi un’opinione compiuta. La prima è che il sistema dei media è pensato e progettato per non fermarsi mai a ragionare, ad allargare il discorso, ad analizzare in profondità le cause e gli effetti di un determinato fatto. La seconda è che tutta l’informazione gira attorno all’emergenza del momento, in un eterno presente dove l’ultimo accadimento cancella quello precedente. Per due anni si è parlato solo di pandemia, ora si parla solo di Ucraina e l’argomento scomparirà dai radar non necessariamente quando il conflitto sarà terminato, ma quando ci si renderà conto che una nuova emergenza interesserà maggiormente il pubblico. Queste due dinamiche sono in realtà profondamente collegate e si alimentano a vicenda in un circuito perverso per la buona informazione. Un giornalismo del tutto schiacciato sull’emergenza del momento è funzionale a un sistema mediatico che non vuole mai fermarsi a ragionare sulle cause e sugli effetti profondi dei fatti e delle decisioni pubbliche.

Mentre l’emergenza è in corso il popolo è chiamato a stringersi a coorte, il governo ad agire rapidamente e senza esitazione e i media ad essere “responsabili”, ovvero a non alimentare la sfiducia e a non porre domande inopportune. Ogni voce disallineata è messa a tacere e non sono ammessi troppi ragionamenti sulle cause dei fatti e sui possibili effetti delle decisioni: per parlare di queste cose ci sarà tempo, si dice, ora bisogna rimanere uniti e vincere la battaglia contro il nemico, che sia un virus o un esercito. Il problema è che alla fine il momento non arriva mai. Perché finita l’emergenza subito ne comincia un’altra e se non c’è la si fabbrica, come delle volte accade con i migranti o con alcuni fatti di cronaca nera. Il risultato è sempre lo stesso: l’informazione gira su sé stessa, lasciando i cittadini storditi peggio di un criceto sulla ruota.

È per contrastare questo modello nocivo di informazione che torniamo sulla questione della pandemia da Covid-19 e lo facciamo ora che in Italia è ufficialmente terminato lo stato di emergenza. D’altronde è da due anni che i media e le istituzioni ci preparano all’idea che stiamo entrando nell’era delle pandemie, come se dovessimo dare per scontato che questi due anni siano stati l’antipasto di una lunga e pesantissima cena. Sarà quindi il caso che alcune domande trovino una risposta onde evitare di ripetere gli stessi errori: lockdown e mascherine sono serviti sul serio o si sono rilevati inutili restrizioni? Le cure domiciliari precoci alla fine erano una bufala cara ai no vax o sono state ingiustamente non considerate? Di laboratori biologici come quello di Wuhan dal quale (forse) si è diffuso il virus quanti altri ne esistono, cosa si fa al loro interno e con quali rischi? Le autorità che approvano farmaci e vaccini, come Ema e Aifa, sono enti indipendenti dei quali possiamo fidarci? E l’Organizzazione mondiale della sanità come se la passa visto che dovrebbe proteggere la salute mondiale? Sono domande fondamentali da porsi e alle quali cercare una risposta in modo onesto. Così come è fondamentale cercare di capire se la legislazione di emergenza adottata durante la pandemia (dal green pass alle limitazioni al diritto di protestare) sia in via di smantellamento insieme alla fine dell’emergenza o se i governi del mondo, incluse le democrazie occidentali, vogliano solo cambiare nome a certi meccanismi di potere per continuare ad utilizzarli. Troppe sono le domande rimaste sul tavolo, è tempo di cercare (e di pretendere) le risposte.

L’indice del nuovo numero:

  • Il labile confine tra misure di emergenza e abuso di potere
  • Lontano da dove
  • Non solo green pass: gli strumenti del biopotere nell’era delle emergenze
  • La veritа sull’OMS raccontata da un ex capo ricercatore: intervista a Francesco Zambon
  • Tra filantropia e interessi geopolitici: il fallimento del progetto COVAX
  • Gli enti di controllo che approvano i farmaci sono realmente indipendenti?
  • Un mondo sospeso tra biolab e gain of function
  • Cure precoci: tutto quello che sappiamo dopo due anni di pandemia
  • Mascherine e lockdown: le restrizioni anti-covid, in definitiva, hanno avuto senso?
  • Giovani, le vittime dimenticate delle politiche pandemiche
  • Coronation, il documentario che nessuna piattaforma vuole trasmettere

Il mensile, in formato PDF, può essere scaricato dagli abbonati a questo link: lindipendente.online/monthly-report/

La NATO occupa le coste della Sardegna per le prove di guerra: vietato l’accesso a mare

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Fino al 27 maggio, la Sardegna sarà teatro di una vasta esercitazione NATO, che vedrà coinvolti circa 4.000 militari provenienti da 7 paesi dell’Alleanza a bordo di aerei e navi. L’operazione Mare Aperto 2022 è arrivata senza preavviso, mentre i residenti e i primi turisti si preparavano all’imminente avvio della stagione estiva. Fino al 27 maggio sarà vietato in 17 aree a mare interessate dall’esercitazione “il transito, la sosta, la pesca, la balneazione e le immersioni”. Con un’ordinanza firmata dallo Stato Maggiore della Difesa, a inizio maggio si è deciso infatti di porre “immediatamente” sotto assedio la Sardegna. Nonostante si tratti di un’esercitazione annuale, il rischio di trasformare quanto sta avvenendo nella regione in un elemento che potrebbe destabilizzare il già precario equilibrio diplomatico lungo la direttrice NATO-Mosca non è trascurabile, soprattutto se si considera la discrezionalità da parte delle istituzioni circa il periodo in cui porre in essere Mare Aperto. Si pensi che nel 2021 l’esercitazione si è svolta a ottobre.

Nei giorni scorsi le Capitanerie di Porto di Cagliari e Oristano hanno disposto, con due ordinanze, l’interdizione di 17 aree a mare con “decorrenza immediata”, individuando le zone in cui si svolgerà l’esercitazione militare. Oltre ai circa 21.000 ettari dei tre poligoni di Teulada, Perdasdefogu e Capo Frasca, l’operazione si estenderà anche in aree mai convolte in azioni militari. L’Unione Sarda ha creato una mappa sulla base delle coordinate geografiche contenute nelle due ordinanze, mostrando le zone interessate: si parte dalle acque di Sant’Antioco per arrivare alla costa orientale, passando per Porto Pino (davanti agli stabilimenti balneari già in funzione) Capo Teulada, Villasimius, Muravera e altre località in preparativi per la stagione estiva. “Le forze in campo si eserciteranno nel dominio marittimo”, ma anche “nei contesti aereo e terrestre, e in quelli innovativi dello spazio e della cyber-security, simulando scenari ad alta intensità e in veloce mutamento attraverso cui verificare le capacità di intervento in svariate aree, dalla prevenzione e il contrasto di traffici illeciti, alla lotta contro minacce convenzionali e asimmetriche“, ha dichiarato il ministero della Difesa in un comunicato.

Le aree costiere interessate dall’esercitazione militare [Fonte: L’Unione Sarda]
Nei calcoli e nelle dichiarazioni, il grande assente è risultato essere l’ambiente, nonostante i danni causati periodicamente dalle esercitazioni militari. Nel 2010 il magistrato Domenico Fiordalisi condusse delle indagini incentrate sul disastro ambientale provocato in Sardegna dallo smaltimento illegale di materiale radioattivo all’interno dei poligoni militari. L’indagine, prima di essere “sgonfiata” da una perizia (ritenuta contraddittoria da diversi esperti), accertò l’esplosione di missili Milan contenenti torio, elemento radioattivo, nel poligono di Teulada. Sul poligono di Quirra si sono concentrate invece le analisi del fisico Evandro Rizzini, dalle quali è emerso il collegamento tra l’esposizione al metallo radioattivo e la morte di 167 militari. Con l’allargamento delle aree coinvolte, a partire proprio dai poligoni, il rischio di dover affrontare ulteriori danni per la salute e per l’ambiente non può far altro che aumentare.

[Di Salvatore Toscano]

UE condanna Italia per livelli inquinamento atmosferico

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La Corte di giustizia dell’Unione europea ha nuovamente condannato l’Italia per il livello di inquinamento atmosferico, accogliendo un ricorso della Commissione europea riguardante il mancato rispetto del valore limite fissato per il biossido d’azoto nell’aria, definito “sistematico e continuativo”. L’Italia sarebbe anche stata bacchettata per non aver preso misure adeguate al fine di garantire il rispetto di tale limite, in particolare in metropoli quali Torino, Brescia, Milano, Bergamo, Genova, Roma e Firenze.

Domenica 15 maggio

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4.30 – 18enne uccide 10 persone in un supermercato a Buffalo. L’FBI indaga sul “crimine d’odio razziale e estremismo”.

7.00 – In Libano iniziano le elezioni parlamentari, le prime dal 2018.

8.00 – In Italia è l’Overshoot day, giorno in cui il nostro paese esaurisce le risorse a disposizione per l’anno corrente.

9.30 – Il presidente indonesiano Joko Widodo incontra l’ad di Tesla Elon Musk per discutere di possibili investimenti.

12.00 – Migliaia di tunisini protestano contro il presidente Kais Saied chiedendo il ritorno all’ordine democratico.

12.10 – Coldiretti lancia l’allarme carestia in 53 paesi in seguito alla crisi in Ucraina.

13.00 – La Finlandia chiederà ufficialmente di entrare nella NATO. Lo annunciano il presidente e il primo ministro.

15.30 – NATO, Stoltenberg: «L’Ucraina può vincere la guerra. La Russia non sta raggiungendo gli obiettivi prefissati».

18.00 – Anche la Svezia verso l’adesione ufficiale alla NATO. Ad annunciarlo è Magdalena Andersson, primo ministro del paese.

Tunisia, proteste contro il presidente Saied

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Migliaia di tunisini hanno protestato oggi contro il presidente Kais Saied, chiedendo il ritorno al normale ordine democratico. Dalla scorsa estate, momento del suo insediamento, Saied ha condotto un particolare processo di accentramento del potere, sciogliendo il Parlamento e iniziando a governare per decreto, con l’obiettivo di sostituire l’attuale costituzione attraverso un referendum. «È diventato chiaro che il popolo sostiene un ritorno al percorso democratico», ha detto Samira Chaouachi, vice leader del parlamento sciolto lo scorso marzo.