Chiomonte, paese della Val di Susa nei pressi del quale si trova il cantiere dell’Alta Velocità, è stato invaso nei giorni scorsi da nubi di fumi tossici provenienti dal cantiere. La causa, secondo la denuncia del movimento No Tav, sarebbe lo smaltimento illegale dell’esplosivo utilizzato all’interno del tunnel per aprire le nicchie. Gli attivisti sono riusciti a filmare uno degli operai intento a bruciare gli scarti dell’esplosivo, operazione che causa il rilascio di una densa nube biancastra.
In Val di Susa la repressione nei confronti del movimento No Tav prosegue imperterrita, mentre sembra che gli addetti ai lavori possano procedere indisturbati anche nel mettere in atto azioni illegali e dannose per la salute dei cittadini. Per la seconda volta negli ultimi mesi, infatti, il paese di Chiomonte si è visto invaso da fitte nubi di fumi tossici e maleodoranti. L’origine sembrano essere i roghi con i quali gli operai del cantiere, sito a meno di un chilometro in linea d’aria dal paese, smaltiscono gli esplosivi utilizzati per aprire le nicchie all’interno del tunnel dell’Alta Velocità. A cogliere sul fatto uno degli operai sono stati alcuni vignaioli della zona, la cui attività può essere gravemente compromessa dalla presenza di queste nubi velenose.
Come ricorda il movimento nel proprio comunicato, nella valle è in vigore un divieto di accendere roghi a meno di 50 metri di distanza dai boschi o dai terreni coperti di arbusti. Se anche tale attività rientrasse nelle possibili deroghe giustificate da motivi di lavoro, rimangono seri dubbi riguardo al fatto che quella filmata costituisca la corretta procedura di smaltimento dei materiali. Come specificato nel comunicato, infatti, “nelle linee guida di questi materiali si sconsiglia vivamente di farli bruciare vicino ad aree popolate e di transito, come di evitare di smaltirli in terra senza alcun tipo di protezione in quanto altamente inquinanti”.
Nei giorni scorsi hanno avuto luogo diverse operazioni di polizia nei confronti degli attivisti No Tav, tra i quali l’arresto di Stefano Mangione, giustificato dal tentativo di appendere uno striscione in sostegno a una militante sotto processo al di fuori del Tribunale di Torino. Il 10 marzo, inoltre, 2 arresti e 11 misure cautelari sono stati messi in atto contro 13 attivisti, per fatti avvenuti nel 2020. In quest’occasione sono anche stati perquisiti i presidi di San Didero e dei Mulini, ma non è chiaro cosa le forze dell’ordine stessero cercando. Mentre è evidente una certa solerzia nell’intraprendere azioni contro il movimento, rappresentato a livello mediatico come un gruppo composto da violenti che lottano senza una causa, non si può dire che lo stesso trattamento sia riservato nei confronti di coloro occupati nella costruzione della grande opera.
“In Val Susa ormai sembra valere tutto: dalla militarizzazione, alla repressione dei manifestanti, alla violazione delle norme, anche quelle che sono finalizzate a tutelare i cittadini” dichiara Francesca Frediani del Movimento 4 Ottobre, il progetto politico nato in Piemonte in seno al Movimento 5 Stelle. “Ci aspettiamo che gli enti preposti si attivino con celerità e approfondiscano la situazione, per chiarire se e come siano state eseguite le procedure di smaltimento dei rifiuti”.
«Non vorremmo che la logica del ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire, che ha dichiarato la totale guerra finanziaria ed economica alla Russia, trovasse seguaci in Italia e provocasse una serie di corrispondenti conseguenze irreversibili»: è quanto avrebbe dichiarato all’agenzia Ria Novosti il direttore del dipartimento europeo del ministero degli Esteri russo, Alexei Paramonov. «Ci aspettiamo che a Roma, come in altre capitali europee, tornino comunque in sé, ricordino gli interessi profondi dei loro popoli, le costanti pacifiche e rispettose delle loro aspirazioni di politica estera», avrebbe in tal senso aggiunto Paramonov.
«Ha nevicato giusto l’altro ieri notte, ma non è neve che durerà questa: ne abbiamo già persi almeno 10 centimetri» afferma Roberto, uno dei gestori del rifugio Mila, mentre mi sporge un caffè caldo dall’altra parte del bancone del bar. All’interno della grande sala da pranzo vi siamo solo io e un altro paio di avventori. Tillo, il cane-mascotte della struttura, gironzola per la sala scodinzolando. Fuori dalle finestre il bacino del lago e le pendici della montagna sono ammantati da una coltre bianca abbagliante: lo strato, tuttavia, è molto sottile e in qualche punto sta già cominciando a sciogliersi e mischiarsi con la terra sottostante.
Siamo a Ceresole Reale, nella valle dell’Orco, a un’ora e mezza di macchina da Torino. L’altitudine è oltre i 1600 metri. «L’ultima volta che ha nevicato è stato l’8 dicembre scorso: da allora non abbiamo più avuto precipitazioni» racconta Roberto. Sono trascorsi 95 giorni prima che la neve tornasse a imbiancare la valle. Solo a quest’altitudine, e solo per una notte. «Noi risentiamo anche dell’impatto che questa situazione ha sul turismo, perché molta gente veniva al lago per praticare lo sci di fondo e poi si fermava qua al rifugio. Gli ultimi sciatori sono venuti il 10 dicembre, ma poi la neve si è sciolta». La portata del lago, un immenso bacino dal perimetro di circa 8 chilometri, arriva a 35 milioni di metri cubi quando si trova a pieno regime. «Al momento rimangono circa tre milioni di metri cubi. Iren non lo svuota mai del tutto, anche per garantire la vita della fauna qui intorno».
«È chiaro che trattandosi di un lago artificiale normalmente viene svuotato due volte all’anno, in primavera e autunno, per aspettare che si riempia nuovamente per effetto dello scioglimento della neve e dei ghiacciai in alta quota in estate e per effetto delle precipitazioni primaverili e autunnali, ma è circa un anno e mezzo che di acqua qui non ne abbiamo». Secondo Roberto, in questi giorni particolari a influire sulla quantità d’acqua residua è anche il caro prezzi dell’energia. «Ovviamente con quello che costa l’energia in questo periodo, Iren utilizza tutta l’acqua che può: appena c’è n’è un po’ viene immediatamente utilizzata». Il lago di Ceresole alimenta infatti la centrale idroelettrica di Rosone, un paese poco più a valle, di proprietà di Iren, in grado di produrre 250 Gigawattora all’anno.
Raggiungo la postazione di Iren a piedi, percorrendo il margine del lago dal lato abitato. Nella valle regna un silenzio quasi totale spezzato solo dal rumore dei miei scarponcini che affondano nella neve e dal respiro affannoso del mio cane che corre su e giù senza sosta. «Come dipendenti Iren non siamo autorizzati a rilasciare dichiarazioni» mi dicono i guardiani una volta raggiunta la loro postazione a lato della diga, «ma come residenti della zona possiamo dirti questo: il lago d’inverno è sempre vuoto, non è una novità questa. Certo, però, questa è una zona dove d’inverno vengono anche due metri e mezzo di neve. Quest’anno ne sono scesi appena pochi centimetri». «In questo periodo dovrebbe appena iniziare a sciogliersi la neve in alta quota, quindi il lago e i torrenti dovrebbero iniziare a breve ad avere una portata più grande. Il problema è l’assenza di precipitazioni. Il lago d’inverno è sempre stato praticamente vuoto, ma coperto dalla neve. Quest’anno non ne è scesa nemmeno un po’». Mentre parliamo mi indicano i punti lungo le pendici delle montagne dove si trovano i letti asciutti dei torrenti che fanno da affluenti al torrente Orco, che serpeggia per circa 90 km nella valle prima di gettarsi nel Po.
La diga del lago di Ceresole
«Le anomalie termiche sono state impressionanti: a dicembre di un grado superiore alla norma, a gennaio quasi due, 1.9 per la precisione». Stefano Fenoglio, esperto di ecologia fluviale e tra i fondatori del Centro per lo Studio dei Fiumi Alpini (AlpStream), dipinge un quadro della situazione attuale abbastanza preoccupante. «Oltre i tremila metri c’è stato lo zero termico per giorni e giorni» mi spiega al telefono, «Se non piove e le temperature fondono quello che era presente grazie alle precipitazioni precedenti si verificano dei deficit idrici, che si traducono nel fatto che adesso in molti fiumi c’è la metà dell’acqua che dovrebbe esserci in questo periodo». Riguardo la situazione del lago di Ceresole, Fenoglio mi spiega che il fatto che sia senza acqua «è un grosso allarme, perché è un lago grosso e il fatto che i fiumi che vi dovrebbero portare l’acqua siano a secco è grave. Se si svuota perché non si ricarica più è un discorso ben diverso dal fatto che si svuota perché è l’uomo a farlo».
Il problema della siccità non si presenta solo in alta quota. Costeggiando il Po lungo i Murazzi, a Torino, non si può non rimanere impressionati dall’immagine delle pietre e del fondale che in certi punti affiorano in superficie, uno spettacolo anomalo in quasi tutte le stagioni. «Ci sono dei casi come il Po, dove la portata d’acqua è dimezzata, o come il Pellice o lo Stura di Piemonte, ancora più gravi perché l’acqua è il 70% in meno rispetto alla media stagionale» afferma Fenoglio. Il dato più preoccupante, a suo parere, è che non si tratti di un fenomeno episodico quanto di un trend che si ripete da anni: «Questo è l’ottavo anno di fila nel quale si registrano problemi di approvvigionamento idrico. Sicuramente, quest’anno è stato particolarmente siccitoso rispetto ad altri».
Il fiume Po all’altezza dei Murazzi, a Torino
L’allarme per la siccità in Piemonte è stato lanciato anche dall’Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po, che sottolinea come nel Nordovest la situazione particolarmente grave. In questa zona sono stati registrati ovunque oltre 90 giorni senza precipitazioni significative. A causa di ciò, il Po si trova ai valori minimi dal 1972, dato che definisce una situazione di “estrema siccità idrogeologica”. Le ripercussioni sull’agricoltura e sulla produzione di energia idroelettrica potrebbero rivelarsi assai gravi, dal momento che “la disponibilità d’acqua attuale difficilmente potrà colmare i fabbisogni della prima parte dell’estate”.
Il problema, mi spiega Fenoglio, ha anche ben altra portata. Oltre alla quantità di acqua disponibile, infatti, vi è anche una questione di qualità, che non va affatto trascurata. «Un fiume riesce a depurare anche in base alla quantità di acqua che ha a disposizione. I depuratori funzionano perché c’è un certo numero di abitanti equivalenti, cioè di persone che immettono i propri scarichi nei fiumi, e un certo volume del corpo recettore, ovvero la quantità di acqua nella quale noi versiamo i reflui del depuratore. Il numero di abitanti equivalenti è sempre lo stesso, ma la portata dei fiumi è crollata: molti fiumi ora sono inquinati non perché noi inquiniamo di più, ma perché c’è meno acqua e ciò che vi viene immesso rimane più concentrato. La qualità dell’acqua peggiora di conseguenza: questo ha certo una serie di impatti notevoli, perché l’acqua potrebbe finire per non essere più utilizzabile». A Torino la scuola di dottorato Sustnet si occupa dello studio della qualità dell’acqua e delle possibili soluzioni future.
La coltre grigia che incombe su Ceresole nella mattinata fa sperare in una nuova prossima nevicata. Nel primo pomeriggio, tuttavia, le nuvole si squarciano lasciando spazio al cielo azzurro e a un sole tiepido. Presto di tutto questo bianco non vi sarà più traccia. Il pensiero suscita in me una sorda malinconia. Seduta all’esterno del rifugio Mila, mentre i cani giocano rincorrendosi in quel deserto di neve, fumo un’ultima sigaretta prima di rientrare a Torino.
Presso la Corte Federale di San Josè, in California, è stata presentata un’azione legale contro Google, accusata di sistematici pregiudizi razziali nei confronti dei dipendenti di colore. La società li destinerebbe infatti allo svolgimento di mansioni di livello inferiore, non adeguatamente retribuiti e senza possibilità di avanzamenti di carriera. Secondo l’accusa, i dipendenti di colore rappresenterebbero appena il 4,4% dei dipendenti dell’azienda.
‘La condizione umana’, 1933, è in quell’anno titolo di un quadro di René Magritte e di un romanzo di André Malraux. Magritte mostra da surrealista le ambiguità di un quadro di paesaggio con una cornice equivoca, che fa confondere realtà e sua rappresentazione.
Il romanzo di Malraux segue con ansia crescente, da thriller cinematografico, l’insurrezione di Shanghai del 1927 con l’emergere degli scontri delle fazioni e il cambiamento di rotta di Chiang Kai-shek.
Nel tumulto della lotta, nel destino travolgente di milioni di persone, quello che si manifesta è però la solitudine e l’incrocio di inganni e agguati che minano la fiducia in un potere che si nutre di tradimenti, mettendo nelle condizioni ciascuno di decidere da solo, quasi con il puro istinto di sopravvivenza.
Si tratta di una tematica presa in carico qualche anno dopo, 1938, anche da Jean Paul Sartre ne “La nausea”. Un’opera, quella di Malraux, che avrebbe ispirato lo straordinario film: “Apocalypse now” di Francis Ford Coppola: le guerre coinvolgono le masse ma sono decise da pochi individui la cui esaltazione è causa psicologica e ambientale di guasti irreparabili.
La follia è prima di tutto paura, poi solitudine, scriveva Dostoevskij in “Delitto e castigo”, ma ancor prima è perdita dei contorni tra illusione e realtà, come mostrava la finestra sul mondo di Magritte.
Una realtà, però, totalmente disabitata, nelle mani di pittori che non conosciamo perché restano al di fuori di quel che ci è dato vedere.
Un velivolo militare statunitense è precipitato nel corso di un’esercitazione NATO in Norvegia. A bordo vi erano 4 Marines, ma al momento non si hanno ulteriori notizie sulla loro sorte. L’esercitazione alla quale il velivolo stava prendendo parte è denominata Cold Risponse ed ha l’obiettivo di testare la capacità della Norvegia di ricevere rinforzi esterni in caso di aggressione. La causa dell’incidente è “sotto indagine”: al momento si sa solamente che le condizioni meteorologiche erano alquanto difficili e in via di peggioramento.
Oltre 20 organizzazioni italiane, tra cui Essere Animali, CIWF Italia ed Animal Law Italia, hanno dato vita a una coalizione il cui obiettivo è quello di assicurarsi che il governo assuma una posizione netta contro l’utilizzo delle gabbie negli allevamenti. La coalizione ha infatti lanciato un appello con cui chiede al Presidente del Consiglio Mario Draghi, al Ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli e al Ministro della Salute Roberto Speranza di “sostenere la richiesta di vietare l’allevamento in gabbia nella UE in tutte le sedi opportune” e di adottare ogni ragionevole “strumento, legislativo ed economico, per favorire e realizzare al più presto la transizione a sistemi di allevamento senza gabbie anche in Italia”.
La coalizione vuole che l’esecutivo aiuti a realizzare la richiesta fatta da oltre un milione di cittadini europei, che tramite una iniziativa denominata “End the Cage Age” hanno chiesto di eliminare l’uso delle gabbie negli allevamenti europei arrivando a smuovere le istituzioni. La Commissione europea infatti negli scorsi mesi si è impegnata a rimuovere il loro utilizzo gradualmente in tutti i Paesi dell’Unione entro il 2027, tuttavia la battaglia non è ancora vinta dato che ogni proposta legislativa, una volta presentata, deve essere adottata dal Consiglio dell’Unione europea e dal Parlamento europeo. È dunque proprio in tale contesto che l’Italia non dovrebbe ostacolare il progetto di legge secondo le organizzazioni, schierandosi invece a favore dello stesso in particolare nell’ambito del Consiglio dell’Unione europea, dove il nostro Paese avrebbe una voce importante. La richiesta dunque è chiara: l’Italia dovrebbe sostenere senza riserva la proposta di legge, favorendo così la fine delle sofferenze degli oltre 300 milioni di animali rinchiusi in gabbia negli allevamenti di tutta Europa.
Eppure, al momento a quanto pare l’esecutivo non sta perseguendo la strada auspicata dalla coalizione. All’interno del comunicato stampa relativo all’appello, infatti, si legge che “non solo il Governo italiano non ha ancora preso una posizione netta contro le gabbie, ma è in procinto di fare una vera e propria operazione di “sdoganamento” della produzione intensiva (e quindi anche in gabbia) tramite la proposta di decreto interministeriale SQNBA, una certificazione sul ‘benessere animale’ che – nel testo attuale – tradisce qualunque ispirazione di trasparenza e verità nei confronti di animali e consumatori”. “Con l’inaccettabile proposta di etichettatura di questi giorni si sta compiendo un errore clamoroso, ma si può ancora cambiare traiettoria. Abbiamo la possibilità di stare dal lato giusto della storia, non perdiamola”, affermano a tal proposito le associazioni.
Detto questo, però, bisogna ricordare che a livello regionale nel nostro Paese alcuni passi in avanti sono stati fatti: recentemente infatti il Consiglio regionale della Campania, in linea con l’iniziativa “End the Cage Age”, ha approvato una mozione con cui ha impegnato la Giunta a “porre in essere politiche e strumenti a supporto della transizione ad allevamenti senza gabbie”. La Campania si è affiancata così all’Emilia-Romagna, dove già l’anno scorso la Giunta regionale era stata impegnata a favorire la medesima transizione del settore zootecnico.
Un’inchiesta portata a termine dal quotidiano tedesco Der Spiegel avrebbe mostrato la piena consapevolezza e complicità dell’agenzia Frontex nell’operare respingimenti illegali di migranti ai confini europei, in particolare nei pressi delle coste greche. L’indagine, che presenta materiale fotografico inequivocabile a proprio supporto, dona sostanza alle accuse che da anni venivano mosse nei confronti dell’agenzia, ma che mai come ora erano state supportate da prove concrete.
Sono durate oltre un anno le indagini dell’ufficio europeo antifrode OLAF, poi confluite in un rapporto di 200 pagine top secret, riservato al punto che anche gli eurodeputati che dovrebbero dedicarsi al controllo dell’operato di Frontex non l’hanno ancora visto. Il contenuto, tuttavia, dovrebbe essere sufficiente a inchiodare Fabrice Leggeri, capo dell’agenzia, e alcuni collaboratori per la complicità nei brutali respingimenti messi in atto dalla guardia costiera greca di frontiera nel Mar Egeo. Il tutto, a quanto sembra, nonostante l’opposizione del proprio staff.
L’inchiesta è stata realizzata dal quotidiano tedesco Der Spiegel, in collaborazione con l’organizzazione giornalistica Lighthouse Reports. Alcuni dei fatti incriminati sarebbero avvenuti nel marzo 2020, quando la guardia costiera greca ha fermato un’imbarcazione con a bordo diversi profughi mediorientali e africani, soprattutto siriani. Secondo quanto evidenziato anche grazie al materiale fotografico, i funzionari della guardia costiera greca avrebbero intercettato il gommone, distrutto il motore e trascinato il mezzo verso la costa turca per poi lasciarlo lì alla deriva. Non si tratta dell’unico caso nel quale l’agenzia avrebbe documentato un respingimento di questo tipo, senza tuttavia intervenire per impedirlo e anzi monitorandone l’andamento dall’alto.
Leggeri, che ha sempre scansato le accuse rivoltegli da numerose associazioni internazionali nel corso degli anni, non ha ancora commentato la vicenda, adducendo come scusante il fatto di non aver ancora avuto la possibilità di leggere il rapporto per intero. Secondo quanto riportato da Der Spiegel, tuttavia, la stessa carica di Leggeri potrebbe essere messa in discussione. Un’eventuale decisione sul suo licenziamento o meno avrebbe certo una forte connotazione politica, dal momento che il consiglio d’amministrazione, l’unico che possa decidere sul suo licenziamento, è composto da rappresentanti dei Paesi Schengen.
I respingimenti sarebbero avvenuti, secondo quanto rilevato dagli investigatori degli uffici OLAF, nonostante il parere contrario del personale dell’agenzia. Leggeri dovrà presto affrontare un processo in tribunale, anche a causa della denuncia sopraggiunta in questi giorni alla Corte di giustizia europea da parte di un migrante siriano, assistito dalla ONG Front-lex, vittima di un respingimento illegale avvenuto ancora una volta grazie alla piena complicità dell’agenzia con le attività della guardia costiera greca.
🔥BREAKING🔥 FOR THE 1st TIME: A ‘PUSHBACK’ VICTIM SUES FRONTEX FOR HALF A MILLION EUROS AFTER HE WAS KIDNAPPED FROM GREECE, TRANSFERRED TO A ‘DEATH RAFT’, ABANDONED IN DISTRESS AT SEA OVERNIGHT FOR 17 HOURS & COLLECTIVELY EXPULSED TO TURKEY 👇🏽🧵 pic.twitter.com/WCsxysGjGn
L’inchiesta getta ulteriori ombre anche sugli accordi stipulati dal Politecnico di Torino con l’agenzia, poiché ora l’Università non può più fingere di non sapere per cosa Frontex utilizzi le mappe e la strumentazione elaborata dai propri ricercatori. L’accordo previsto tra l’Università e l’agenzia prevedeva inoltre una clausola vincolante riguardante il rispetto dei diritti umani e dei “principi di integrità della ricerca”, che ad oggi risulterebbe ancora “in fase di finalizzazione”.
La Corte Costituzionale del Perù ha disposto la scarcerazione dell’ex presidente Alberto Fujimori, al potere tra il 1990 e il 2000. Fujimori sarebbe dovuto restare in carcere fino al 2032 per reati di violazione dei diritti umani. L’attuale presidente Pedro Castillo, eletto nel 2021 dopo aver battuto l’avversaria Keiko Fujimori, figlia dell’ex dittatore, ha protestato contro la decisione della Corte e ha invitato i tribunali internazionali a “proteggere l’effettiva pratica della giustizia”. Non è ancora chiaro quando Fujimori potrà effettivamente uscire dal carcere.
Un documentario avvincente e toccante di 90 minuti co-diretto dagli irlandesi Garry Keane e Andrew McConnell girato a Gaza durante i conflitti e le sanguinose proteste in un arco di tempo che va dal 2014 al 2018 e presentato in anteprima al Sundance Film Festival di Salt Lake City nel 2019. Vivere durante la guerra? Per quanto incredibile, è possibile. Il popolo della Striscia di Gaza lo fa da anni, chiuso in questo piccolo lembo di terra affacciata sul mar Mediterraneo che spesso viene definita una prigione a cielo aperto. Le frontiere con i Paesi confinanti, Egitto e Israele, sono chiuse, la libera circolazione delle merci strettamente controllata e ostacolata, l’energia elettrica, in molta parte fornita da Israele, insufficiente, il limite delle acque territoriali è di sole tre miglia. Tutto questo fa ben capire quali siano le difficoltà di un popolo che vuole semplicemente vivere e nei brevi momenti di tregua di una guerra continua, lavorare e dare una parvenza di normalità alla sua esistenza. La realtà di Gaza non può essere considerata solo in un contesto puramente politico o analizzando solo i conflitti che ce la mostrano con immagini di violenza, caos e devastazione, ma va anche compresa la vita di chi vi abita cercando di esplorare la ricca diversità sociale e le sottigliezze culturali che un mix eclettico di quasi due milioni di persone, di cui più della metà rifugiati, può creare.
Il fotografo Andrew McConnell e il regista documentarista Garry Keanehanno realizzato un interessantissimo documentario che ci mostra si, anche momenti di tensione e scontro, ma principalmente si sofferma sulle vicende degli uomini, delle donne, dei tanti bambini e dei ragazzi, analizza la loro vita quotidiana soffermandosi sulle reazioni, a volte sorprendenti, che hanno nell’affrontare tanta difficoltà. Piccoli artigiani e imprenditori, che non sanno mai se potranno finire un lavoro per la continua mancanza di energia elettrica o i pescatori che ritirano le loro reti semivuote a causa del breve tratto di mare cui è consentito loro di pescare. Artisti e musicisti che attraverso l’arte cercano uno spiraglio di serenità, ragazzi che non sono certi di poter andare a scuola il giorno dopo, bambini, talvolta colpiti e feriti che sperano comunque nella vita e in un futuro migliore.
Un documentario di ampio respiro, colorato e armonioso ma paradossalmente e allo stesso tempo crudo tanto da trasformarsi sul finale in un vero e proprio reportage di guerra, rendendo bene l’idea di un continuo clima di tensione emotiva, dove tutto può cambiare improvvisamente, dove il sibilo di un missile, seguito da un esplosione, scatena in un giorno apparentemente sereno, guerriglie urbane, copertoni incendiati, colonne di fumo nero e sassaiole. Appaiono i lancia razzi i kalashnikov e le molotov, palazzi distrutti e macerie, feriti, urla strazianti, sirene di ambulanze, disperazione, caos e morti soprattutto tra i più giovani e gli ospedali da campo rapidamente sostituiscono i luoghi di svago e di lavoro.
Far comprendere una realtà così dicotomica non è semplice, ma i due autori ci riescono perfettamente facendoci capire quanto l’essere umano sia più adattabile di quanto si pensi e che il desiderio di sopravvivenza unito alla ricerca di libertà e giustizia lo guidino verso la sperimentazione di schemi diversi di vita. Le immagini e le parole dei personaggi, ci portano nella dimensione intima di un luogo unico per lo più sconosciuto e ignorato dai reportage istituzionali e rivelano un mondo ricco di suggestione e resilienza offrendo uno sguardo rigoroso su esistenze costrette a confrontarsi con un conflitto perenne. Una rara opportunità, questa, per immergerci nel cuore di Gaza e in quello dei suoi abitanti, rivelando un potente mosaico di forte umanità.
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