martedì 17 Marzo 2026
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Vulvodinia: la malattia che in Italia è ancora invisibile

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Alla Camera dei deputati e al Senato della Repubblica è stata depositata una proposta di legge per il riconoscimento di vulvodinia e neuropatia del pudendo. Malattie considerate “invisibili” perché ancora non ufficialmente riconosciute come tali. Anche se la vulvodinia, di cui soffre in media una donna su sette, è stata appena riconosciuta dall'Organizzazione mondiale della sanità nell'ultima revisione della classificazione internazionale delle malattie. Da gennaio 2022 rientra nell'ICD-11, categoria che riunisce il dolore correlato alla vulva, alla vagina o al pavimento pelvico. Un motivo in ...

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Filippine, al via oggi elezioni presidenziali

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Avranno il via oggi nelle Filippine le elezioni presidenziali, definite dagli analisti le più importanti della storia recente del Paese. Sono 10 i candidati in lizza per sostituire il presidente uscente Duterte, fortemente criticato per il suo governo violento e repressivo. Secondo le analisi, solamente due candidati hanno possibilità di vittoria: Ferdinand Marcos Jr, figlio dell’ex dittatore Marcos, e Leni Robredo, che ha promesso un governo più democratico. Saranno 67,5 milioni i filippini chiamati al voto, insieme all’1,7 milioni residenti all’estero. Non ci sarà un secondo turno di votazioni.

Sabato 7 maggio

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9.00 – Ucraina: gli Stati Uniti annunciano altri 150 milioni di aiuti militari.

10.30 – Sardegna: scoperti due nuovi “Giganti di Mont’e Prama”, antiche sculture risalenti alla Civiltà Nuragica.

11.00 – La Corte europea dei Diritti dell’Uomo respinge il ricorso dei poliziotti condannati per l’irruzione alla scuola Diaz durante il G8 di Genova.

11.30 – Afghanistan: i talebani impongono alle donne di indossare il burqa in pubblico.

12.30 – Le autorità della Transnistria affermano che quattro esplosioni si sono verificate vicino al confine con l’Ucraina.

15.20 – Il parlamento bulgaro vota quasi alla unanimità la mozione per inviare armi all’Ucraina.

16.40 – Jens Stoltenberg: “I Membri della Nato non accetteranno mai l’annessione illegale della Crimea”.

19.00 – In Irlanda del Nord trionfa il partito Sinn Fein.

 

NATO, Stoltenberg: “No all’annessione della Crimea”

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«I Membri della NATO non accetteranno mai l’annessione illegale della Crimea» ha dichiarato il segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg, per poi aggiungere: «Ci siamo sempre opposti al controllo russo su parti del Donbass in Ucraina orientale». Le parole di Stoltenberg seguono il “dibattito” a distanza tra Stati Uniti e Russia. Da Mosca è partita l’accusa nei confronti del governo di Washington circa la «partecipazione alle ostilità in Ucraina». «Non si tratta solo della fornitura di armi e mezzi, gli Stati Uniti coordinano e sviluppano le operazioni militari» per conto del «regime nazista di Kiev», ha dichiarato il presidente della Duma. Nel frattempo, secondo NBC News, Joe Biden ha ammonito i vertici di CIA e Pentagono sui rischi legati alle fughe di notizie circa le informazioni di intelligence Usa condivise con Kiev.

 

Il Copasir ha messo sotto indagine gli invitati “filo-russi” nei talk show

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Il presidente del Copasir, Adolfo Urso, ha annunciato che nelle prossime settimane verranno eseguite audizioni per indagare sulla disinformazione e la presunta propaganda russa nei media italiani. Il Comitato per la Sicurezza della Repubblica aveva già fatto il punto sulla guerra in Ucraina con Mario Draghi, il 5 aprile. Il 3 maggio era invece stato ascoltato il direttore dell’Aise (Agenzia informazioni e sicurezza esterna), Giovanni Caravelli. Adesso, per “approfondire l’ingerenza straniera”, mercoledì 11 maggio sarà la volta di Mario Parente, direttore dell’Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna). Seguirà giovedì 12 l’amministratore delegato della Rai, Carlo Fuortes e, infine, il 18 maggio Giacomo Lasorella, presidente di Agcom (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni). Lo scopo di ciò sarebbe “preservare la libertà e l’autonomia editoriale e informativa” dei canali di informazione, evitando qualsiasi “forma di condizionamento” in particolare per la guerra in Ucraina.

Intervistato da il Giornale, il presidente Urso ha garantito che il Copasir non avrebbe intenzione di fissare «regole» per fare informazione, e nemmeno di dare consigli. «Non interveniamo in alcun modo nei palinsesti e nelle libere scelte dei giornalisti. Il nostro compito è semmai esattamente il contrario: garantire che non ci siano interferenze esterne finalizzate a condizionare la nostra libera informazione». Tuttavia la notizia di un intervento da parte dell’organo parlamentare ha suscitato reazioni forti, specie da parte di giornalisti. Soprattutto perché la decisione è presa a stretto giro con gli annunci del Comitato di Vigilanza Rai, che invocava d’urgenza “un’audizione congiunta” proprio con il Copasir, per capire “se gli ospiti che amplificano alla Rai la propaganda del Cremlino si muovano come rappresentanti della stampa estera o come funzionari del governo di Putin”. Richiesta tra l’altro inedita nella storia della Repubblica Italiana, motivo per cui non sono pochi coloro che vedono all’orizzonte il rischio di un’intromissione indebita della politica nella sfera di competenza, autonomia e indipendenza dell’informazione. L’ultima presa di posizione in questo senso è quella di Massimo Giannini, che in diretta al programma televisivo Otto e Mezzo ha descritto come «ridicoli» Copasir e Vigilanza Rai: «La politica deve stare alla larga dall’informazione», ha ribadito.

Effettivamente è dalla politica che parte l’idea di un qualche intervento nell’informazione italiana. Era Andrea Romano, deputato del PD che, in una riunione notturna sui generis della Vigilanza, proponeva l’audizione col Copasir. Subito seguito da Michele Anzaldi di Italia Viva. All’origine della proposta “d’urgenza” vi era una puntata del programma televisivo Cartabianca. Troppa “filorussaggine” in quel programma: fra il prof. Orsini che parlava di uscita dalla Nato e la giornalista russa Nadana Fridrikhson, che in quanto russa fa per forza propaganda. O almeno questo è il “ragionamento” che va per la maggiore fra politici. Ma prima ancora era il presidente del Comitato stesso, il forzista Alberto Barachini, a uscirsene con la presentazione di un decalogo dei “talk show pollaio”.

La situazione ha suscitato l’intervento del presidente dell’Ordine dei Giornalisti, Carlo Bartoli. Presso l’agenzia di stampa Adnkronos ha dichiarato fermamente che uno dei punti cardine della professione giornalistica è proprio quello di poter decidere gli ospiti da invitare e intervistare. Non li decidono né il Copasir né la Commissione di vigilanza Rai, né tantomeno l’azienda per cui si lavora, ha sottolineato in tal senso Bartoli. Ci vogliono poi delle chiare evidenze per dire che certi personaggi sono “equivoci” secondo il presidente, non basta solo supporli tali. Invece spesso supposizione o sospetto diventano irrazionalmente certezza di “collusione coi russi”, di “filo-putinismo”, di “quinta colonna”, ora nell’informazione, ora nella politica e poi chissà dove. «Si possono esprimere delle critiche sulle modalità specifiche di certe scelte – ha detto Bartoli – ma sulla questione generale nessun arretramento da parte nostra».

Intanto Carlo Fuortes, prima ancora dell’audizione del 12 maggio, ha già fatto sapere che la Rai cambierà rotta. Per un’azienda che fa servizio pubblico il format televisivo dei talk show non sarebbe più adatto per l’approfondimento giornalistico. «Negli ultimi anni – ha spiegato mercoledì poco prima di andare proprio in Commissione Vigilanza – c’è stato un abuso nell’utilizzo del format del talk show nella televisione pubblica. Credo che i talk siano più adatti all’intrattenimento su temi più leggeri. L’idea di giornalisti, operatori, scienziati, intellettuali chiamati a improvvisare su qualsiasi tema non credo che possa fare un buon servizio pubblico». Per Fuortes sarebbe l’opposto di quello che la Rai ha sempre fatto.

[di Andrea Giustini]

L’Ex Ilva di Taranto è ancora pericolosa per la salute: la Corte Europea condanna l’Italia

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La Corte europea dei Diritti dell’uomo (CEDU) ha pronunciato quattro condanne nei confronti dello stato italiano per le emissioni dell’Ex Ilva, sottolineando la loro pericolosità per la salute dei cittadini e la mancata tutela da parte delle istituzioni. Le sentenze riguardano i ricorsi presentati tra il 2016 e il 2019 da diversi dipendenti dell’impianto siderurgico e da centinaia di abitanti di Taranto (e dintorni) e di fatto confermano la condanna del 2019, quando la stessa CEDU dichiarò lo stato italiano colpevole di aver violato gli articoli 8 e 13 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo e di non aver protetto i cittadini dall’inquinamento proveniente dell’impianto. L’Italia venne così obbligata a versare un risarcimento di 5.000 euro alle 161 persone che avevano sporto denuncia negli anni precedenti.

A distanza di tre anni persiste il pericolo per la salute. È questo che, in sintesi, ha affermato la Corte europea dei Diritti dell’uomo con le ultime quattro condanne. L’organo giurisdizionale internazionale ha poi ribadito il ruolo del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, che dal 2019 sta esaminando il caso con l’obiettivo di accertare il comportamento tenuto dallo stato italiano in materia di salvaguardia della salute dei cittadini e di ricorso alle “misure necessarie”. Nel 2021, il Comitato ha dichiarato: “Le autorità italiane non hanno fornito informazioni precise sulla messa in atto effettiva del piano ambientale, un elemento essenziale per assicurare che l’attività dell’acciaieria non continui a rappresentare un rischio per la salute“. Le quattro condanne arrivano a qualche settimana dalla richiesta dei legali dell’Ex Ilva di dissequestrare gli impianti dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico pugliese perché considerati non più nocivi per la salute. L’istanza presentata alla Corte d’assise di Taranto suscitò l’indignazione generale tra gli abitanti e le organizzazioni della città, vittime decennali dell’inquinamento generato da un polo industriale di elevate dimensioni come quello dell’Ex Ilva. “Solo pensare queste cose è pura follia ma metterle nero su bianco in una richiesta di dissequestro è un’azione criminale perché significa negare l’evidenza dei continui “incidenti” che in questi anni si sono verificati”, scrisse il comitato “Cittadini e lavoratori liberi e pensanti”.

A ribadire il rischio che i cittadini di Taranto e dintorni corrono ogni giorno non sono soltanto le recenti sentenze della Corte europea dei Diritti dell’uomo. Negli anni, si sono susseguiti studi, rilevazioni e condanne che hanno confermato l’influenza delle emissioni industriali sulla salute degli abitanti della città. Quattro mesi fa, nel rapporto annuale del Consiglio dei Diritti Umani, Taranto è stata definita dall’ONU come “zona di sacrificio” degli interessi legati alla salute, dove “lo stato italiano non garantisce il diritto a un ambiente salubre”.

[Di Salvatore Toscano]

Afghanistan, imposto l’obbligo del burqa

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Il governo talebano, al potere in Afghanistan dall’agosto scorso, ha annunciato che in pubblico le donne afghane dovranno indossare il burqa, l’abito che copre integralmente il corpo lasciando scoperti soltanto gli occhi. La decisione è stata formalizzata attraverso un decreto del leader dei talebani, Hibatullah Akhundzada, in cui è stato scritto: “Le donne che non sono troppo anziane o troppo giovani devono coprire il volto a eccezione degli occhi, in rispetto delle direttive della sharia, in modo da evitare provocazioni quando incontrano uomini che non sono parenti stretti”. Il decreto, inoltre, afferma che le donne che non hanno importanti mansioni da svolgere farebbero meglio a “restare a casa”. Si tratta di una delle misure più restrittive emanate dal governo talebano dal suo (secondo) insediamento.

Addio alle armi

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“Oggi si combatte la guerra fredda con la tecnologia dell’informazione perché tutte le guerre si sono sempre combattute con la tecnologia più nuova che ogni cultura aveva a disposizione”. D’altro canto, la guerra di vecchio tipo è ormai inattuabile; sarebbe come fare un gioco di società con dei bulldozer. Questo scriveva Marshall McLuhan nel 1964 in conclusione di Understanding Media (trad.it. Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore). McLuhan aveva sostanzialmente una visione ottimistica, è stato il profeta della “fase finale dell’estensione dell’uomo: quella cioè in cui, attraverso la simulazione tecnologica, il processo creativo di conoscenza verrà collettivamente esteso all’intera società umana, proprio come, tramite i vari media abbiamo esteso i nostri sensi e i nostri nervi”. La realtà, e il mito, sono quelli della simultaneità, dovuti al dominio dell’era elettrica, al potere della informazione, capaci di mettere in luce la realtà esattamente quando si sta producendo. Mentre la precedente epoca dell’industria meccanica vedeva l’affermarsi di opinioni personali a seguito della frammentazione di percezioni, nell’epoca elettronica, dominata dalla automazione, è inevitabile il ricorso alla totalità, all’empatia, alla consapevolezza in profondità. Sappiamo che le cose non sono proprio andate così e che il concetto di interdipendenza e la trasformazione del mondo in un unico mastodontico sistema nervoso centrale, la messa a disposizione simultanea e planetaria dell’informazione non hanno affatto evitato che si perpetuasse, con nuovi strumenti, il vecchio sistema di “frazionare e dividere ogni cosa al fine di controllarla”. Ora, aggiunge Mc Luhan, che l’età dell’informazione richiede l’uso convergente di tutte le nostre facoltà, “ci accorgiamo di riposare soprattutto quando siamo intensamente coinvolti, come del resto accadde sempre agli artisti, in tutti i tempi”. Pensiamo ad esempio all’intensità crescente con cui utilizziamo il cellulare per potenziare la nostra rete di relazioni ma anche per dare una raffigurazione al nostro mondo simbolico e di valori, ad esempio mediante Instagram. Si è dunque venuta ad affermare una logica iconica, visiva dominata dall’immediatezza, mediante la sincronizzazione di numerose operazioni che hanno “posto fine al vecchio sistema meccanico di disporre le operazioni in una sequenza lineare”. Di qui una nuova predominanza dei sistemi visivi che fa parlare McLuhan – siamo nel 1964 – di armi come “guerra delle icone”, orizzonte che ha favorito, a suo parere i russi, abituati a un sistema di propaganda, quale perpetuazione “delle loro tradizioni religiose e culturali”, atte a costruire icone, a dare valore concreto alle immagini. Ma ci sono altre conseguenze prodotte dal mondo istantaneo dell’organizzazione elettrica: esso, ad esempio, ha reso il sistema scolastico frammentario, prigioniero del lavoro servile conseguente alla produzione meccanica. McLuhan alterna nelle sue pagine considerazioni visionarie e formule efficacissime, come quando afferma che l’automazione ha liberato le nostre risorse interiori esattamente come la macchina ha liberato il cavallo dalla fatica trasformandolo in un animale da svago. “Gli uomini sono diventati raccoglitori di conoscenza, nomadi come mai nel passato, informati come mai nel passato”, abituati insomma all’interdipendenza totale come punto di partenza. Una interdipendenza insita nell’automazione che ha ridisegnato le nostre forme di lavoro, fornendoci una spinta per una personale ricerca estetica e autonomia artistica, essendo l’utopia di McLuhan la stessa di Oscar Wilde, quella di trasformare il mondo in una grande opera artistica.

La guerra appare ovviamente una minaccia a tutto questo. Come affermava Yves Montand in Z-L’orgia del potere, il notevole film di Costa-Gavras (1968), “viviamo in un paese in cui persino la fantasia è sospetta. E invece ci vuole fantasia per risolvere i problemi di questo pianeta, sul quale la potenza esplosiva delle bombe atomiche in deposito corrisponde a una tonnellata di dinamite per abitante”. Fantasia al potere, dunque, e potrebbe anche andar bene. Ma vorrei ora richiamarmi alla fantasia narrativa, con le sue ragioni e la sua forza. La fantasia, intrecciata alla catastrofica esperienza della prima guerra mondiale, che permise a Ernest Hemingway di consegnare alle stampe, nel 1948, “Addio alle armi”, scritto vent’anni prima: “Ero sempre imbarazzato dalle parole sacro, glorioso e sacrificio e dall’espressione invano. Le avevamo udite a volte ritti nella pioggia, quasi fuori dalla portata della voce…e le avevamo lette sui proclami … ma non avevo visto niente di sacro, e le cose gloriose non avevano gloria… Le parole astratte erano oscene accanto ai nomi concreti dei villaggi, ai numeri delle strade, ai nomi dei fiumi…”. Nella nota di apertura del romanzo Hemingway parla della sua esperienza: “Forse è chiaro perché uno scrittore debba interessarsi al continuo, prepotente, criminale, sporco delitto che è la guerra… Le guerre sono combattute dalla più bella gente che c’è… ma sono fatte, provocate e iniziate da precise rivalità economiche e da maiali che sorgono a profittarne”. Ci sono soldati scrittori, come Hemingway, che sfidano la banalità del male inventando, nelle loro storie, amori magari di pura fantasia. Il nostro Renato Serra, impegnato anche lui sulle nostre montagne, nel primo conflitto mondiale, scriveva dalla trincea a un amico che “una nuvola che passa e un raggio di sole che viene a trovarti in fondo alla buca acquista più importanza della pallottola che t’ha sfiorato il collo”. Il contrario della guerra non è insomma la pace ma, per ogni singolo essere vivente, e per tutti insieme, il contrario è l’amore, la pietà. Come scrive Serra nel suo Esame di coscienza di un letterato, “la guerra non cambia niente. Non migliora, non redime, non cancella… Non paga i debiti, non lava i peccati, in questo mondo che non conosce più la grazia… Le orme dei movimenti e dei passaggi si sono logorate nel confuso calpestio delle strade… ma la vita ha continuato uguale; è ripullulata dalle semenze nascoste con lo stesso suono di linguaggi e con gli stessi oscuri vincoli che fanno di tanti piccoli esseri divisi, dentro un cerchio, indefinibile e preciso, una cosa sola”.

[di Gian Paolo Caprettini]

Onu: riaprire urgentemente porti ucraini per evitare carestia mondiale

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Il Programma alimentare mondiale (Pam), ovverosia l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di assistenza alimentare, ha chiesto di riaprire urgentemente i “porti nella zona di Odessa, nell’Ucraina meridionale”, così da scongiurare la minaccia di carestia mondiale. La riapertura vi dovrebbe essere per far sì che “il cibo prodotto nel paese dilaniato dalla guerra possa fluire liberamente nel resto del mondo prima che l’attuale crisi alimentare globale vada fuori controllo”, si legge infatti sul sito dell’agenzia.

L’Unione Europea fornirà aiuti militari anche alla Moldavia

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L’Unione Europea si appresta a fornire ingenti aiuti militari alla Moldavia e promette di esprimersi al più presto sulla domanda di adesione di questa all’UE. Lo si apprende direttamente da Charles Michel, Presidente del Consiglio europeo, il quale ha fatto visita al Paese pochi giorni fa. Questo avviene a stretto giro rispetto agli attacchi missilistici avvenuti su obiettivi russi in territorio ufficialmente riconosciuto alla Moldavia, in Transnistria, regione dichiaratasi indipendente nel 1990 e che nel 2014, dopo il referendum della Crimea che ha sancito l’adesione alla Federazione russa, ha chiesto di poter unirsi con la Russia. La Moldavia, dopo l’attacco subito in Transnistria, ha allertato le proprie forze di sicurezza.

Il Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, si è recato a Chisinau ove ha svolto una conferenza stampa congiunta con la Presidente moldava Maia Sandu. Durante la conferenza, Michel ha dapprima ribadito che l’Unione Europea vuole mantenere la stabilità nella regione per evitare un escalation militare del conflitto russo-ucraino, poi ha spiegato che l’UE intende fornire aiuti militari alla Moldavia. La Presidente Sandu ha affermato di non ritenere che vi sia alcun rischio imminente di coinvolgimento della Moldavia nella guerra in Ucraina attraverso la regione della Transnistria, ma che le autorità sulla riva destra del Dnestr hanno preparato piani di reazione ad eventuali attacchi.

Il presidente del Consiglio ha detto che l’UE fornirà alle forze armate moldave attrezzature militari e sostegno per combattere gli attacchi informatici e la disinformazione, oltre che un «sostegno significativo» per il rafforzamento delle capacità di difesa. In seguito, il ministero degli Esteri moldavo ha poi dichiarato in un comunicato che il Paese riceverà aiuti in 6 aree di interesse: logistica militare, mobilità, comando e controllo, difesa informatica, capacità di monitoraggio della situazione e comunicazioni tattiche.

L’Unione Europea, in diversi campi, ha già vari accordi con la Moldavia e ne ha implementati dopo lo scoppio del conflitto. Come Ucraina e Georgia, in marzo, anche la Moldavia ha fatto richiesta di adesione all’UE. Durante la conferenza stampa di Chisinau, Michel, che ha definito la procedura di adesione come “complessa” ha affermato: «Sono sicuro che nei prossimi due mesi saremo in grado nel Consiglio europeo di inviare un chiaro segnale sul futuro che vogliamo, anche in termini di allargamento dell’UE».

Successivamente, Olivér Varhelyi, commissario Ue per il Vicinato e l’allargamento, intervenuta al Parlamento europeo circa lo stato della cooperazione tra Ue e Moldavia, ha dichiarato: «Non abbiamo ancora una tempistica precisa né sappiamo quando vi sarà l’adozione del parere della Commissione ma ci prepariamo affinché ciò possa avvenire a ridosso del Consiglio del 24-25 giugno prossimi».

Nel frattempo, l’European Council on Foreign Relations, think-tank europeo, da quasi per scontato che l’escalation del conflitto vi sarà e che accadrà proprio in Moldavia, nella Transnistria, spiegando la necessità di spostare le truppe NATO di stanza in Romania verso il confine moldavo.

Come già vi abbiamo dato conto, la Transnistria ha subito tre attacchi in due giorni, il 25 e il 26 aprile scorso, all’edificio del Consiglio di sicurezza dello Stato a Tiraspol, e successivamente presso il centro radiofonico russo di Mayak – nel distretto di Grigoriopol – e nei confronti di un’unità militare di stanza nel villaggio di Parcani. Il rimpallo delle accuse tra Kiev e Mosca non ha comunque impedito alla Moldavia di dichiarare lo stato di allerta delle forze armate.

[di Michele Manfrin]