venerdì 20 Marzo 2026
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Corea del Nord: scattato un lockdown improvviso

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Nelle scorse ore ai cittadini di Pyongyang è stato improvvisamente ordinato di fare rientro alle proprie abitazioni, generando lunghe file alle fermate degli autobus e colonne di residenti diretti a piedi verso casa. L’informazione è stata diffusa dal sito NK News che da Seul studia gli avvenimenti a Nord del 38° parallelo, non specificando però la causa della misura. Alcune fonti parlano di “lockdown nazionale”, altre di “un problema nazionale”. La settimana scorsa, la Corea del Nord ha nuovamente chiuso la linea di collegamento ferroviario con la Cina, a causa della diffusione del coronavirus.

 

 

Lo Sri Lanka in rivolta: a fuoco le case dei rappresentanti del governo

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Non si arresta la spirale di violenza nella quale è scivolato lo Sri Lanka dopo l’esplosione della peggior crisi economica della sua storia recente. I manifestanti sono riusciti a ottenere le dimissioni del primo ministro Mahinda Rajapaksa, ma il presidente Gotabaya Rajapaksa non ha intenzione di fare altrettanto. Per questo motivo i sindacati hanno indetto una nuova settimana di proteste a partire da lunedì 9 maggio. Lo scopo è giungere a un completo cambio del governo, che da decenni vede esponenti della famiglia Rajapaksa occupare gran parte delle posizioni chiave. In tutto il distretto di Colombo sono stati registrati violenti scontri tra i manifestanti filogovernativi e coloro ne chiedono le dimissioni.

Tutte le posizioni chiave del governo dello Sri Lanka sono infatti occupate da anni da esponenti della famiglia Rajapaksa. Mahinda Rajapaksa, che ha rassegnato le dimissioni da primo ministro lunedì 9 maggio, è stato presidente durante la lunghissima guerra civile del Paese che aveva visto contrapporsi le forze governative e il gruppo paramilitare Tigri Tamil, conclusasi con la sconfitta di questi ultimi nel 2009. Durante quell’epoca l’attuale presidente Gotabaya Rajapaksa occupava la posizione di ministro della Difesa. Altre posizioni chiave nel governo erano occupate dai fratelli Basil e Chamal Rajapaksa, i quali il mese scorso hanno rassegnato le dimissioni per evitare un peggioramento della crisi. Lo stesso ha fatto Namal Rajapaksa, figlio di Mahinda.

La portavoce del governo Nalaka Godahewa ha riferito che alle dimissioni di Mahinda (giunte al termine di una giornata di violenze che ha visto la morte di 5 persone, compreso un membro del Parlamento) sono seguite quelle di tutto il suo gabinetto. Di contro, il presidente Gotabaya non ha mostrato intenzione di rinunciare dalla propria carica, motivo per il quale i manifestanti hanno deciso di proseguire con le proteste. Gli scontri hanno assunto un carattere ancora più violento in seguito all’attacco avvenuto lunedì 9 maggio ai danni dei gruppi di manifestanti pacifici che da un mese si trovavano accampati sul lungomare Galle Face, nel centro di Colombo, di fronte agli uffici governativi. Sono stati infatti violentemente assaliti da gruppi di sostenitori del governo, che hanno causato il ferimento di quasi 200 persone.

La popolazione, in tutta risposta, ha dato alle fiamme veicoli e abitazioni dei rappresentanti del governo in tutta l’isola. Nella notte di lunedì i manifestanti sono stati raggiunti da alcuni colpi di arma da fuoco mentre cercavano di entrare nella residenza del primo ministro e incendiavano un camion parcheggiato nella strada. L’ex primo ministro è stato messo in salvo e trasportato in una località segreta dall’esercito. Nella stessa giornata il legislatore Amarakeerthi Athukorala, appartenente al partito di governo, ha ucciso a colpi di pistola un uomo di 27 anni ed è stato in seguito trovato morto insieme alla sua guardia del corpo, in circostanze ancora da chiarire. Le case di 40 politici pro-Rajapaksa sono state date alle fiamme lo stesso giorno.

I manifestanti hanno anche incendiato la casa di un sindaco di una cittadina nelle vicinanze di Colombo perché aveva accompagnato otto autobus di sostenitori della famiglia Rajapaksa a esprimere solidarietà al governo. Migliaia di sostenitori della famiglia Rajapaksa sono infatti confluiti a Colombo da tutto il Paese in queste settimane.

Martedì 10 maggio il ministero della Difesa ha autorizzato le forze dell’ordine a “sparare a vista a chiunque saccheggi la proprietà pubblica o provochi danni alla vita”. I manifestanti antigovernativi hanno cercato anche di bloccare strade e aeroporti per assicurarsi che nessun politico possa abbandonare lo Stato.

Ora che Mahinda Rajapaksa non è più ministro il governo è stato sciolto, ma il principale partito di opposizione ha dichiarato che non contribuirà alla formazione di un nuovo governo fino a che il presidente non rassegnerà le dimissioni. La situazione di incertezza e sospensione nella quale si trova ora il Paese complica ulteriormente i tentativi di negoziazione con il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale per trovare una via d’uscita alla crisi economica. Al momento le riserve in valuta estera sono scese a 50 milioni di dollari, cifra che rende impossibile importare cibo, medicinali e carburante. Senza la nomina di un nuovo governo, ha fatto sapere il FMI, le trattative per i prestiti non potranno proseguire.

[di Valeria Casolaro]

 

 

Interpol, presidente indagato a Parigi per complicità in tortura

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La Procura di Parigi ha aperto una nuova indagine contro il presidente dell’Interpol Ahmed Naser al-Raisi in seguito alla denuncia di “tortura” e “detenzione arbitraria” da parte di due cittadini britannici. I fatti risalirebbero al 2018 e 2019 e avrebbero avuto luogo mentre i due soggetti si trovavano negli Emirati Arabi Uniti (EAU), secondo quanto riportato da Le Monde. Al-Raisi sarebbe stato complice dei fatti in quanto all’epoca era funzionario di polizia degli EAU. Le prove verranno fornite mercoledì nel corso di un’udienza richiesta da un giudice istruttore della divisione Crimini contro l’umanità del Tribunale di Parigi. Il presidente dell’Interpol, recentemente eletto, ha già diverse indagini aperte in vari Paesi per accuse simili.

Sapevate che l’Italia è il paese al mondo col miglior equilibrio tra vita e lavoro?

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Gli italiani stentano a crederci, ma l’Italia è uno dei Paesi in cui tra vita professionale e vita privata esiste un ottimo equilibrio. Non solo, secondo l’ultima classifica pubblicata, relativa al 2020, l’Italia si è posizionata addirittura al primo posto mondiale dopo avere superato la Danimarca. È il rapporto dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sul Work Life Balance a stilare la classifica, analizzando i 38 paesi membri dell’Organizzazione e considerando come indicatori principali le ore di lavoro e i momenti dedicati invece al tempo libero.

OCSE, Work Life Balance: il primato italiano

Secondo gli indicatori dell’OCSE, lavorare “troppo tempo” equivale, tendenzialmente, a superare le cinquanta ore settimanali. Non sorprende il fatto che a garantire migliore equilibrio tra vita professionale e privata sia ciò che è al di fuori dell’orario lavorativo, ma lascia increduli molti italiani il comprendere come il Bel Paese sia effettivamente il luogo migliore in cui tale equilibrio riesca ad eccellere ed essere mantenuto. Dall’indagine è infatti emerso come “solo” il 3 percento degli italiani lavori 50 o più ore a settimana, contro la media degli altri paesi dell’OCSE che è invece del 10 percento. Tanto che come visibile dal grafico, non solo l’Italia è al primo posto, ma raggiunge quasi il massimo del punteggio (9.4/10).

Gli italiani sono troppo abituati alle bad news?

Gli italiani non riescono a credere che il Bel Paese offra davvero una situazione di qualità della vita tanto conveniente, specialmente se paragonato ad altri Paesi europei ma, sopra ogni cosa, agli Stati Uniti, invece scesi ancora più in basso nella classifica (29esimo posto). A quanto pare l’American dream rimane giusto un sogno, perché la situazione è ben peggiore di quella italiana. E dall’uscita della classifica The Countries With the Best Work-Life Balance, si è creato un vero e proprio dibattito a riguardo. Proprio come nel social network Reddit Inc., dove un utente, incredulo, ha pubblicato un post chiedendo e chiedendosi: “Siamo davvero il Paese con il migliore equilibrio fra lavoro e vita?”. Le risposte non hanno tardato ad arrivare e alla discussione hanno partecipato italiani residenti in Italia, cittadini che invece vivono fuori e stranieri.

I più sorpresi sono stati proprio coloro che nel Paese vivono e lavorano. Chi invece ha scelto di andare fuori per svariati motivi, ha cercato di sottolineare come sì, l’Italia abbia diverse pecche ma come la qualità della vita in generale sia effettivamente tra le migliori. Questo perché in Italia si riesce a spendere il denaro guadagnato durante il tempo libero in maniera “sana” e intelligente, come ha detto qualcuno soprattuto comparando lo stile di vita degli italiani con quello, ad esempio, degli statunitensi.

Il lungo dibattito social sul benessere degli italiani: realtà o “solo numeri”?

La filosofia lavorativa italiana avrà pure da crescere, ma quel che gli italiani riescono a preservare è il loro benessere. Questo grazie alle ore di lavoro molto meno intense rispetto ad altri paesi ma anche coloro che sono più impegnati riescono in media a dedicare il 69 percento del loro tempo al prendersi cura del proprio essere, dal dormire al mangiare ad attività di socializzazione fino ad arrivare alle proprie passioni, per un totale di 16 ore e mezzo contro invece la media di 15 ore negli altri Paesi analizzati dall’OCSE.

C’è comunque chi ricorda che si parla di media, di dati, e che ad esempio in Italia c’è anche gran percentuale di chi lavora “in nero”, probabilmente non considerato nella raccolta dati. C’è anche chi sottolinea come nella penisola molte donne abbiano ancora difficoltà a trovare un giusto impiego e come esistano molte casalinghe, che è a tutti gli effetti un lavoro a tempo pieno dove il tanto importante momento di libertà sembra non arrivare mai.

C’è poi chi sostiene che la raccolta dati rispecchi la realtà della vita, ricordando come seppur con uno stipendio medio basso, il denaro speso sia speso “bene”, senza il bisogno di folli distrazioni come invece accade in molte altre parti del mondo. Anche perché l’Italia garantisce dei servizi gratuiti che permettono una vita meno dispendiosa sia economicamente che a livello di stress mentale/fisico, come la sanità pubblica. Inoltre gli italiani godono di svariati momenti di vacanza e di pausa, dalle ricorrenze ai giorni di festa, alle ferie, alla malattia. Si riesce a mangiare bene e andare in vacanza un po’ ovunque e anche l’assetto territoriale italiano facilita gli spostamenti.

 

L’equilibrio nella vita: un armonioso coesistere di più dimensioni

In poche parole, l’equilibrio tra lavoro e vita non dipende solo ed esclusivamente dagli indicatori principali, ma è necessario vedere la situazione a 360 gradi, perché ogni settore dell’esistenza è in fin dei conti connesso. Non a caso, How’s Life, Measuring well-being? il rapporto statistico pubblicato ogni due anni sempre dall’OCSE, descrive alcuni degli aspetti essenziali della vita che modellano il benessere delle persone. L’indagine considera undici aspetti fondamentali, dal reddito alla ricchezza, lavoro e guadagni, l’alloggio, la salute, l’istruzione, l’ambiente. Ma anche i legami sociali, l’impegno civico, la sicurezza e il benessere soggettivo. E riflettendoci bene l’Italia offre una situazione sicuramente criticabile per certi versi, ma anche “invidiabile”. Il territorio, la storia, le persone, il clima…e un modello lavorativo che riesce, nonostante tutte le critiche che si possono fare, a garantire ancora di “vivere e lavorare” e non “lavorare per vivere”.

Perché altrove – certo si hanno esempi anche in Italia – le troppe ore spese in ufficio, a performare, hanno compromesso la salute mentale e fisica. Lavorare troppo è poi, come ultimamente dimostrato, sinonimo di inefficienza e non il contrario come si crede fin tropo spesso, senza parlare di come poi lo stress accomulato affetti anche la sfera privata. Motivo per cui molti Paesi stanno sperimentando la settimana lavorativa breve e anche perché tante più aziende comprendono quanto importante sia preservare la qualità della vita dei propri dipendenti.

È fondamentale che il tempo libero permetta di svagarsi, prendersi cura di sé e dedicarsi a qualche passione, hobby, attività. Insomma, che la vita non lavorativa sia tale e non diventi unico momento in cui ricaricare le energie perché stremati dalla propria professione, la quale diventa preponderante eliminando tutto il resto. L’equilibrio tra lavoro e vita privata è quindi di grande importanza, nonostante non sia facile, nell’odierna società, far conciliare i due mondi. Eppure “La capacità di conciliare con successo lavoro, impegni familiari e vita personale è importante per il benessere di tutti i membri di una famiglia”, come viene sottolineato nel testo ufficiale dell’OCSE. E sembra che l’Italia ci riesca meglio di chiunque altro.

[di Francesca Naima]

Cisgiordania, reporter di Al Jazeera uccisa in scontro a fuoco

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La giornalista di Al Jazeera Shireen Abu Akleh è stata uccisa da un colpo di arma da fuoco mentre si trovava a Jenin. Secondo quanto riferito dal ministero della Sanità palestinese, il colpo è stato esploso da parte dell’esercito israeliano. La reporter stava documentando uno dei numerosi raid degli israeliani, notevolmente intensificatisi nelle ultime settimane. È stata colpita nonostante indossasse una giacca recante a grandi lettere la scritta “press”. Un secondo giornalista, Ali al-Samodi, è stato ferito.

La battaglia per la sopravvivenza di Telejato, la televisione antimafia

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In questi giorni è circolata la notizia della chiusura di Telejato, storica emittente siciliana che dalla sua fondazione si occupa di denunciare l’attività dei gruppi mafiosi attivi in quella zona della provincia di Palermo che il conduttore Pino Maniaci ha definito “il Triangolo delle Bermuda”. La causa della teorica cessazione dell’attività sono gli altissimi costi imposti dallo Stato italiano per il passaggio al nuovo digitale terreste. Tuttavia, quando lo abbiamo raggiunto al telefono, Maniaci ha dipinto un quadro ben diverso: ben lungi dall’avere intenzione di chiudere, l’emittente sta cercando un modo di reinventarsi per sopravvivere alle sfide imposte dallo Stato.

Fondata nel 1989 da Alberto Lo Iacono e rilevata nel 1999 da Pino Maniaci, allora imprenditore edile, Telejato è un’emittente televisiva che da oltre trent’anni è impegnata nella diffusione di informazione contro l’attività della criminalità organizzata. La zona in cui trasmetteva, racchiusa tra i comuni di Alcamo, Partinico, Castellammare del Golfo, San Giuseppe Jato, Corleone, Cinisi e Montelepre, è infatti caratterizzata da una forte presenza mafiosa. Maniaci stesso ha ricevuto negli anni innumerevoli minacce e subito aggressioni e azioni intimidatorie per la sua attività di giornalista, che non lo hanno tuttavia dissuaso dal proseguire con il suo mestiere. Tra i propri collaboratori la testata può contare su alcuni nomi eccellenti come quello di Salvo Vitale, ex conduttore di Radio Aut al fianco di Peppino Impastato. La sfida ultima all’emittente che vuole contrastare la mafia la pone, incredibilmente, lo Stato.

«Alcune informazioni circolate in questi giorni sono quantomeno fuorvianti: Telejato chiude nel senso che spegne gli impianti, come hanno fatto tutte le televisioni che avevano ancora impianti, per via del passaggio al nuovo digitale terrestre» tiene a precisare Pino Maniaci. Tuttavia, spiega, Telejato non è nemmeno approdata alla graduatoria per il nuovo digitale terrestre, perché «la prima cosa che lo Stato chiede per valutare la domanda è una stabilità economica che noi non abbiamo avuto e non siamo in grado di dimostrare. Per pagare il gestore che veicolerebbe il nostro segnale sono infatti necessari 40 mila euro all’anno». Mensilmente, la tassa avrebbe un valore di circa 3500 euro: «è una cifra che noi vediamo ogni due mesi e con la quale dobbiamo pagare anche le spese come l’affitto della redazione». Va tenuto poi conto del fatto che Telejato è una rete comunitaria: a differenza di quelle commerciali può trasmettere pochissima pubblicità, appena tre minuti ogni ora, differenza che impatta profondamente sul bilancio finale dell’emittente.

La problematica non riguarda, evidentemente, solamente Telejato, ma tutte le piccole realtà simili in Italia. «Il problema riguarda sia le reti comunitarie che quelle commerciali, perché con il passaggio al nuovo digitale sono stati resi disponibili un numero preciso di spazi per ogni emittente, quindi ci sono televisioni che pur avendo effettuato il passaggio sono rimaste comunque fuori, e realtà che non vi sono proprio approdate per una questione economica. Questa è la strage dell’art. 21 della Costituzione e del concetto di Repubblica fondata sul lavoro, perché in questo modo centinaia di giornalisti, montatori, operatori televisivi hanno perso il posto e nessuno se ne è interessato». A rendere ancora più complicata la situazione, spiega Maniaci, è il breve preavviso con il quale si è venuto a sapere del pagamento della tassa. «Noi lo abbiamo saputo circa 15 giorni fa, non di più. Se lo avessimo saputo prima, per esempio nello stipulare il contratto da qui all’anno prossimo, avremmo cercato di organizzarci, facendo pagare di più la pubblicità o operando in modo più parsimonioso. Venendolo a sapere così, all’improvviso, non abbiamo avuto modo di poterlo fare».

Per rimediare temporaneamente al problema Telejato ha lanciato una raccolta fondi, per mettere insieme la cifra necessaria per pagare il primo anno di tasse, mentre cerca di espandere i propri canali. «Abbiamo potenziato i social, abbiamo aperto il sito telejato.it, in Sicilia per chi ha la smart tv abbiamo un canale on demand che trasmette Telejato 24 ore su 24, il canale 83 di Palermo permette il passaggio di tre edizioni del nostro telegiornale… ci siamo moltiplicati, non fermati. Sta passando il messaggio sbagliato: noi non siamo spenti, noi stiamo annaspando». E aggiunge, con determinazione: «Noi non abbiamo intenzione di fermarci: non lo ha fatto la mafia, non lo farà nemmeno lo Stato».

[di Valeria Casolaro]

Martedì 10 maggio

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5.30 – Corea del Sud: Yoon Suk’yeol giura come nuovo presidente.

7.00 – Firenze, non si arresta lo sciame sismico in corso dal 3 maggio: oltre 150 scosse di lieve entità sino ad oggi.

8.50 – ‘Ndrangheta, operazione “Propaggine”: 43 arresti tra Roma e Reggio Calabria, tra cui anche il sindaco di Cosoleto, in provincia di Reggio.

9.30 – Rivolte in tutto lo Sri Lanka, morto d’infarto il presidente del Parlamento dopo che manifestanti hanno dato fuoco a sua abitazione.

10.00 – Il Giappone espanderà i parchi nazionali per la conservazione della biodiversità.

11.20 – Filippine: Ferdinand Marcos Junior trionfa alle elezioni presidenziali.

11.50 – In Italia sono 210 i Comuni premiati con la bandiera blu per la qualità del mare, 9 in più dell’anno scorso.

14.00 – I presidenti di Francia e Cina, Macron e Xi Jinping, chiedono che si raggiunga al più presto la pace in Ucraina.

16.00 – Associazione Nazionale Alpini: «Espelleremo chi ha molestato», in riferimento alle 150 denunce raccolte da Non Una di meno durante l’adunata degli Alpini a Rimini.

17.20 – Camera dei Deputati: bocciata la proposta di legge costituzionale di Fratelli d’Italia per trasformare l’Italia in repubblica semi-presidenziale.

18.10 – La Giunta del regolamento del Senato ha dato parere favorevole allo scioglimento della commissione Esteri presieduta dal “filorusso” Vito Petrocelli.

 

Sta per nascere la prima città galleggiante al mondo

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Con l’obiettivo di contrastare gli effetti dell’innalzamento del mare è nato Oceanix Busan, un prototipo della prima città galleggiante e sostenibile al mondo che, come si può facilmente intuire, diverrà realtà a Busan, in Corea del Sud. Il progetto è infatti stato recentemente presentato ufficialmente dalla stessa città portuale sudcoreana, dalla società Oceanix e dall’UN-Habitat, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di favorire un’urbanizzazione socialmente ed ambientalmente sostenibile. La futuristica città, architettata principalmente dall’azienda Samoo Architects & Engineers (di proprietà della Samsung) e dallo studio internazionale di architettura d’avanguardia BIG-Bjarke Ingels Group, sarà costituita da 3 piattaforme galleggianti interconnesse tra loro – oltre che collegate alla terraferma – per un totale di 15,5 acri di superficie. Sarà così in grado di ospitare una comunità composta da 12.000 persone, tuttavia, la città si trasformerà organicamente con il passare del tempo e potrà espandersi al punto tale da poter contenere più di 100.000 individui.

Nello specifico, ogni quartiere è progettato per un determinato scopo, come ad esempio fornire spazi abitativi o centri di ricerca. Inoltre, la città sarà dotata di sei sistemi integrati che consentiranno di avere zero rifiuti seguendo i principi dell’economia circolare, cibo autoprodotto, mobilità innovativa, rigenerazione degli habitat costieri ed energia “net zero” (ossia a 0 emissioni). Questi sistemi interconnessi, infatti, genereranno il 100% dell’energia operativa richiesta in loco grazie ai pannelli fotovoltaici galleggianti, oltre che a quelli posti sui tetti. Ogni quartiere ridurrà e riciclerà le risorse e sarà caratterizzato da un’agricoltura urbana innovativa, ed inoltre tratterà e ripristinerà la propria acqua in quanto dotato di sistemi idrici a circuito chiuso. Un progetto che, dunque, pare essere realmente sostenibile.

Vista aerea della città – credits: OCEANIX/BIG-Bjarke Ingels Group.

«Oggi è una pietra miliare fondamentale per tutte le città costiere e le nazioni insulari in prima linea nell’ambito del cambiamento climatico», ha affermato Philipp Hofmann, amministratore delegato di Oceanix, in occasione della presentazione sopracitata. La speranza, infatti, è che tramite infrastrutture galleggianti del genere le città costiere possano espandersi in modo sostenibile ed efficace, mettendole come detto al riparo dalla minaccia dell’innalzamento del livello del mare. Una scommessa su cui a quanto pare è necessario puntare, dato che come ricordato dalla stessa UN-Habitat attualmente due persone su cinque nel mondo vivono entro 100 chilometri dalla costa e il 90 per cento delle mega città a livello globale sono vulnerabili all’innalzamento del livello del mare. “Le inondazioni stanno distruggendo infrastrutture per miliardi di dollari e costringendo milioni di rifugiati climatici a lasciare le loro case”, ricorda in tal senso l’UN-Habitat, sottolineando che “senza un posto dove espandersi, la rapida crescita della popolazione urbana sta spingendo le persone più vicino all’acqua, portando i costi degli alloggi a livelli proibitivi e spingendo via le famiglie più povere”.

[di Raffaele De Luca]

Rinuncia alla Crimea: la bufala del botta e risposta fra Zelensky e Nato

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Venerdì scorso spuntò la notizia che Zelensky aveva “aperto alla pace” con la Russia dichiarando la disponibilità dell’Ucraina a rinunciare alla Crimea. Open ad esempio aveva così titolato: “Ucraina, Zelensky: «Per la pace con la Russia potremmo rinunciare alla Crimea». La cosa aveva subito acceso un intenso dibattito. Ma nemmeno il tempo di stappare il prosecco nel weekend e brindare alla possibile fine della guerra, che un’altra notizia aveva già gelato gli animi. Il Segretario Generale della Nato, Jens Stoltenberg, aveva come risposto a Zelensky, dichiarando che l’Alleanza Atlantica non avrebbe mai acconsentito alla cessione della Crimea: “La Nato corregge Zelensky”, titolava ad esempio La Stampa, “«La Crimea è incedibile»”. In realtà la storia della rinuncia alla Crimea per la pace era una bufala tutta italiana, così come il “botta e risposta” fra Zelensky e la Nato.

Bisogna inquadrare bene cosa Zelensky e Stoltenberg hanno effettivamente detto. La bufala sulla presunta disponibilità a cedere la Crimea origina da un’interpretazione forzata dell’intervista che il premier ucraino ha rilasciato il 6 maggio al think tank inglese Chatham House. Alla domanda di Robin Niblett, che gli chiedeva se, per la pace, l’Ucraina fosse anche disposta ad accettare un ritorno alla situazione prima della guerra, Zelensky aveva risposto in modo affermativo. Tradotto: «La condizione minima per poter cominciare a dialogare e arrestare la guerra tra Russia e Ucraina dovrebbe essere recuperare la situazione del 23 febbraio. I russi devono rientrare lungo le linee di confine e richiamare le loro truppe. Solo in quel caso torneremo a parlare di pace normalmente. Nonostante i russi abbiano distrutto tutto, i nostri ponti non sono metaforicamente tutti andati distrutti».

Né in questa né in altre risposte date vi è alcun cenno alla Crimea. Zelensky aggiungeva anzi: «I cittadini ucraini mi hanno eletto per essere il presidente di tutta l’Ucraina e non di una sua versione in miniatura». Per qualche misterioso motivo il fatto che si citasse la «situazione prima del 23 febbraio» ha indotto gran parte della stampa italiana a ritenere che Zelensky stesse fra le righe suggerendo la cessione della Crimea. Forse perché, anche se la maggior parte dei paesi del mondo non ne aveva riconosciuto l’annessione, da dopo il referendum del 2014 la regione era passata sotto il controllo della Russia. Ma ad essere precisi un ritorno alla situazione pre-guerra significherebbe tornare alla contesa dei territori del Donbass e della Crimea, non a un’Ucraina senza quest’ultima. Ad ogni modo l’interpretazione dei media è rapidamente passata dall’essere solo un’ipotesi ad una certezza, tanto che giornali come Open, come citato, l’avevano addirittura virgolettata, facendola diventare parole di Zelensky mai pronunciate: «Per la pace con la Russia potremmo rinunciare alla Crimea».

Per quanto riguarda il Segretario Generale Stoltenberg le parole male interpretate sono quelle rilasciate il 7 maggio a Welt, canale tedesco di informazione. Dopo aver rassicurato che la Nato farà di tutto sia per aiutare l’Ucraina nel conflitto, «anche se dovesse durare mesi o anni», che per impedire una sua estensione ad altri paesi, Stoltenberg risponde a una domanda su quale potrebbe essere per la Nato una soluzione alla fine della guerra. Tradotto: «L’Ucraina deve vincere questa guerra, perché difende il proprio territorio. I membri della NATO non accetteranno mai l’annessione illegale della Crimea. Siamo stati sempre contrari anche al controllo russo di parti della regione del Donbass nell’Ucraina orientale. Gli alleati sostengono la sovranità e l’unità territoriale dell’Ucraina in relazione ai confini riconosciuti. Sosterremo l’Ucraina per tutto il tempo in cui Putin proseguirà con la guerra. In ultima analisi però la decisione su come disegnare la pace spetta al governo e al popolo sovrano dell’Ucraina. Questo non lo possiamo decidere noi». Non vi è alcun riferimento alle parole enunciate da Zelensky presso Chatham House, men che meno alla bufala sulla sua “apertura alla pace” attraverso la cessione della Crimea. Si dice solo che la Nato non accetterà un’annessione illegale della Crimea, che è cosa diversa da non accettarne di l’annessione in assoluto. Tra l’altro, poco dopo il Segretario Generale sottolinea che «saranno però il governo e il popolo ucraino a decidere in maniera sovrana su una possibile soluzione di pace». Eppure gran parte della stampa italiana ha trasformato le parole di Stoltenberg in una sorta di avvertimento a Zelensky. Davvero clamoroso il caso de il Fatto Quotidiano, che oltre ad aver titolato in prima paginaNato contro Zelensky: la Crimea è nostra” ha pure pubblicato un’immagine di Stoltenberg e Biden, con improbabile aria sorridente, che imbavagliano il premier ucraino. Ma il grave errore non è limitato solo alla sfera dell’informazione. Il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che dovrebbe basarsi su informazioni ben più consistenti di quelle dei soli media italiani, se n’è uscito con il commento: «Zelensky ha fatto un’apertura importantissima: dopo aver aperto sulla neutralità dell’Ucraina, ha detto che è disposto a considerare la Crimea fuori dall’accordo di pace. Queste sono aperture importanti, Putin deve dimostrare di voler venire al tavolo, di non volere la guerra».

Dopo la scoperta della colossale figuraccia, molti dei giornali che avevano titolato o raccontato male sono corsi a modificare i propri articoli: ma non a scusarsi o a spiegare l’accaduto. In certi casi hanno fatto “doppietta”, cioè hanno prima riportato le notizie false, giovando del traffico di click che portavano, e poi hanno pubblicato come nulla fosse anche la notizia che di fatto le smentiva, prendendo nuovamente click. Tgcom24 ad esempio aveva inizialmente titolato “Ucraina, la Nato si oppone all’apertura di Zelenzky:«Non accetteremo mai l’annessione della Crimea alla Russia»”. Adesso invece l’articolo si chiama “«Ucraina, la Nato: “Non accetteremo mai l’annessione della Crimea alla Russia»”. All’interno non solo non si rettifica, ma in riferimento alla presunta rinuncia della Crimea, si scrive genericamente di “una voce circolata in questi giorni ed erroneamente attribuita allo stesso Zelensky”, come se la testata stessa non avesse riportato quella “voce”. Uno dei pochi giornali che ha in qualche modo rettificato è Open. Nell’articolo adesso intitolato “Zelensky: «Per parlare di pace si ritorni alla situazione del 23 febbraio»”, si precisa che l’articolo è stato corretto.

[* L’articolo, precedentemente titolato “Ucraina, Zelensky: «Per la pace con la Russia potremmo rinunciare alla Crimea»”, è stato corretto in quanto il Presidente ucraino non ha mai parlato della Crimea come condizione per i negoziati. Ne parliamo qui. Ci scusiamo con i lettori.]

[di Andrea Giustini]

Revisione forma di governo: in corso la discussione alla Camera

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Alla Camera dei Deputati è in corso la discussione sulla proposta di legge avanzata da Fratelli d’Italia (FdI), che trasformerebbe il paese in una repubblica semi-presidenziale, seguendo «il modello alla francese», come affermato da Giorgia Meloni. La leader di FdI ha aperto poi ad altre eventuali proposte di presidenzialismo, con l’obiettivo di «superare l’attuale sistema» politico, definito come un luogo nel quale le forze di maggioranza «possono fare liberamente i loro giochi di palazzo sulla pelle dei cittadini».