sabato 14 Febbraio 2026
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Lituania blocca import di gas russo, primo Paese in Ue

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La Lituania non importerà più gas dalla Federazione Russa, diventando il primo Paese dell’Unione europea a compiere tale passo. “Alla ricerca della piena indipendenza energetica dal gas russo, in risposta al ricatto energetico russo in Europa e alla guerra in Ucraina, la Lituania ha completamente abbandonato il gas russo”, si legge nel comunicato diffuso oggi dal Ministero dell’energia lituano.

Dall’inizio di questo mese quindi, secondo i dati forniti dal principale operatore di trasporto di gas naturali in Lituania, Amber Grid, tutta la domanda di gas lituana verrà soddisfatta attraverso il gas naturale liquefatto (Gnl) di Klaipėda.
Inoltre, se necessario, il gas potrà essere consegnato in Lituania tramite il collegamento con la Lettonia e dal primo maggio anche tramite la Polonia.

Usa, sparatoria a Sacramento: almeno 6 morti e 10 feriti

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Sei persone sono rimaste uccise e dieci ferite durante una sparatoria nel centro di Sacramento, in California. La sparatoria è avvenuta verso le 2 del mattino, ora locale, vicino al Golden 1 Center, un’arena dove gioca la squadra di basket dei Sacramento Kings.

Kathy Lester, capo della Polizia di Sacramento, ha detto ai giornalisti che si sta ancora cercando l’assassino. Ha inoltre lanciato un appello a chiunque abbia filmato la scena perché contatti le autorità.

Ucraina: raid aereo russo distrugge raffineria di petrolio a Odessa

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Secondo quanto riportato da Odessa Life, questa mattina un raid russo ha colpito un deposito di carburante a Odessa. Il ministero della Difesa russo ha poi confermato di aver “distrutto una raffineria di petrolio e tre impianti di stoccaggio di carburante nelle vicinanze della città di Odessa”, città portuale ucraina sul Mar Nero.

Nei giorni scorsi, durante un attacco missilistico, le forze russe hanno distrutto anche la raffineria di Kremenchuk, la più grande d’Ucraina. Lo riferisce il Kyiv Independent, aggiungendo che Mosca continua a prendere di mira i depositi di petrolio del Paese.

In Inghilterra gli ecologisti stanno occupando i terminal petroliferi

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Venerdì, centinaia di manifestanti per il cambiamento climatico hanno bloccato i terminal petroliferi, per costringere il governo del Regno Unito a fermare i nuovi progetti di petrolio e gas. I manifestanti, che hanno bloccato le raffinerie intorno a Londra, Birmingham e Southampton, appartengono ai gruppi di Extinction Ribellion e Just Stop Oil e 83 di loro sono stati arrestati.

Le proteste sono iniziate lo stesso giorno in cui la Gran Bretagna ha assistito al più grande aumento del costo dell’energia da decenni, dovuto alla questione Ucraina. Per questo, settimana prossima, il governo Johnson prevede di pubblicare la sua nuova strategia energetica. Entro il 2050 infatti, la Gran Bretagna si è impegnata a raggiungere l’obiettivo di emissioni zero, ma l’invasione Ucraina da parte della Russia, ha messo sotto pressione quei piani. Ad oggi il governo inglese ha affermato che aumenterà la produzione interna di petrolio e gas per riuscire, entro la fine del 2022, ad eliminare gradualmente le importazioni di petrolio russo.

 Nonostante questo, Extinction Rebellion ha affermato che finché il governo non si allontanerà dalle industrie inquinanti, scongiurando i peggiori scenari di devastazione del riscaldamento globale, la pressione e le proteste aumenteranno. Se i loro sforzi dovessero fallire, intendono paralizzare essi stessi la catena di approvvigionamento, utilizzando un’azione diretta non violenta per interrompere l’infrastruttura strategica che mantiene in movimento il Regno Unito.

La protesta che stanno intraprendendo gli ecologisti inglesi va contro ad una dinamica che dal 24 febbraio, sta prendendo piede in tutta Europa. Italia in primis. Con l’avvento dell’invasione russa e le conseguenti sanzioni nei confronti del Paese, infatti, l’Europa ha scelto di rinunciare al gas proveniente dalla Russia. Per compensare il fabbisogno energetico, molti paesi europei stanno retrocedendo rispetto a quelli che erano gli obbiettivi di abbandono dell’energia fossile.

[di Iris Paganessi]

Naufragio Libia, MSF: 90 migranti morti e solo 4 sopravvissuti

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Più di 90 persone sono morte nel naufragio di un’imbarcazione al largo della Libia, lo riferisce Medici Senza Frontiere (MSF), aggiungendo che una petroliera commerciale, Alegria 1, ha soccorso gli unici 4 sopravvissuti ieri mattina all’alba.

Il comandante di Alegria 1, che nonostante l’offerta di assistenza da parte dell’equipaggio della GeoBarents di MSF, ha deciso comunque di proseguire sulla sua rotta dirigendosi verso la Libia, ha ora l’obbligo di assicurarsi che le persone soccorse sbarchino nel porto sicuro più vicino.

Cibo, pesticidi e ambiente: la guerra riporta indietro l’orologio europeo

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Sull'altare della guerra e in nome della sicurezza alimentare, l'Europa appare determinata a sacrificare - ancora una volta - la sostenibilità ecologica. In questi giorni, infatti, sono diverse le misure a favore dell'ambiente derogate o rinviate a data da destinarsi perché - a detta della Commissione Ue - le priorità ora sono altre. In tutto questo però potrebbe esserci anche lo zampino dell'una o l'altra industria per cui la guerra è un'occasione ghiotta per rivendicare la propria fetta di torta. Gli indizi in questo senso non mancano ed è dimostrato che le pressioni arrivano da più fronti. ...

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Sri Lanka: coprifuoco di 36 ore e stato d’emergenza per via delle proteste contro il governo

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A partire da ieri sera, coprifuoco di 36 ore e truppe armate dispiegate tra le strade dello Sri Lanka dopo che il presidente ha dichiarato lo stato di emergenza, per via delle numerose manifestazioni di protesta contro il governo. Lo hanno annunciato le autorità, per prevenire ulteriori proteste causate dalla crisi alimentare e da scarso carburante. Il Paese è sull’orlo del baratro per la peggior crisi economica degli ultimi decenni, causata dal calo del 70% di valuta straniera nelle casse del Paese.

Il capo dello Stato ha giustificato la decisione con la necessità di “protezione dell’ordine pubblico e il mantenimento delle forniture e dei servizi essenziali per la comunità”. Intanto, all’interno del Paese si verificano code interminabili per i beni essenziali razionati e black-out di 10 ore.

Sabato 2 aprile

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6.00 – Guerra in Yemen, l’annuncio dell’ONU: raggiunto accordo per tregua di due mesi.

7.00 – Secondo quanto riportato dal New York Times, gli Usa hanno deciso di inviare carri armati all’esercito ucraino.

9.05 – Il presidente ucraino Zelensky dichiara: «La vittoria è l’unico accordo che accetteremo».

11.56 – Centro Studi Confindustria rivede al ribasso stime sul Pil italiano: + 1,9% nel 2022 anziché il + 4% previsto prima della crisi ucraina.

13.00 – Scontri e proteste in Sri Lanka, il governo impone lo stato di emergenza.

15.30 – Ambientalisti occupano i terminal petroliferi in Inghilterra: oltre 80 arresti.

16.00 – Portavoce di Putin:«Dialogo con l’Europa riprenderà quando smaltiranno la sbornia americana e riprenderanno a occuparsi della sicurezza del continente».

19.00 – La Cina annuncia la fase 2 nella sperimentazione della moneta digitale in diverse città del Paese.

 

Cgia: aumenta indebitamento famiglie italiane, + 21,9 miliardi nel 2021

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Nel 2021 è cresciuto il debito delle famiglie italiane: a renderlo noto è la Cgia (Associazione artigiani e piccole imprese di Mestre), la quale ha fatto sapere che “al 31 dicembre 2021 esso ammontava complessivamente a 574,8 miliardi di euro” e che ciò ha fatto registrare un aumento di 21,9 miliardi rispetto all’anno precedente. Nello specifico, “l’importo medio per nucleo familiare era di 22.237 euro” e, confrontandolo con il dato di 12 mesi prima, ci si accorge di come “la variazione sia stata positiva e pari a 851 euro”. Oltre a ciò, però, a preoccupare la Cgia è il rischio di usura. “Le forze dell’ordine denunciano da tempo molti segnali di avvicinamento delle organizzazioni criminali al mondo dell’imprenditoria, in particolar modo di quella composta da artigiani, negozianti e partite Iva”, afferma a tal proposito la Cgia.

Con il pretesto del terrorismo Israele intensifica la repressione dei palestinesi

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Nella giornata di oggi, sabato 2 aprile, tre palestinesi sono stati uccisi nel corso di una sparatoria con le forze armate israeliane in Cisgiordania. Secondo la polizia israeliana si trattava di una “cellula terroristica” coinvolta nelle recenti attività contro le forze di sicurezza e “apparentemente pronta a lanciare un altro attacco”. Quattro membri delle forze israeliane sono stati feriti. Si tratta dell’ultimo episodio di una rapida escalation di violenze che ha registrato, nella settimana scorsa, il più alto numero di vittime israeliane in un contesto non di guerra da molti anni a questa parte. Gli attentati hanno costituito un ottimo pretesto per mettere in atto una dura repressione nei confronti del popolo palestinese, anche se l’impressione è che le forze israeliane stiano “colpendo nel mucchio”, più che avere un’idea precisa della provenienza degli attentati.

Sono tre i palestinesi uccisi nella giornata di oggi in Cisgiordania dalle forze di sicurezza israeliane, che li accusavano di essere terroristi. Giovedì 31 marzo almeno due palestinesi sono rimasti uccisi durante un raid nel campo profughi di Jenin, un terzo su di un autobus. Il 30 marzo due fratelli palestinesi, accusati dai poliziotti israeliani di star preparando un attentato, sono stati arrestati nella Gerusalemme ovest dopo che la polizia ha sparato loro alle gambe. I media palestinesi denunciano decine di arresti tra la popolazione. Le rappresaglie scattate in Cisgiordania hanno anche visto gli israeliani abbattere ulivi e danneggiare case e veicoli degli abitanti con pietre e bastoni. La rapida escalation di violenze e arresti segue l’intensificarsi degli attacchi da parte dei militanti, che ha portato a 11 il totale delle vittime israeliane, il bilancio più alto registrato in una sola settimana in un contesto non di guerra dal 2006. Otto di questi erano civili e tre agenti di polizia, a fronte di quattro attentatori. Gli attacchi da parte araba sono stati tre in tutto: il più sanguinoso ha avuto luogo in un sobborgo di Tel Aviv nella giornata di martedì 29 marzo.

In seguito agli attacchi, il primo ministro israeliano Naftali Bennett si è rivolto alla popolazione con un video nel quale ha affermato «Cosa ci si aspetta da voi cittadini israeliani? Vigilanza e responsabilità. A chi ha il porto d’armi dico che questo è il momento di tenere una pistola (a portata di mano)». Il netto incitamento alla violenza accompagna l’aumento del contingente armato per le strade: saranno ben un migliaio, infatti, i soldati che affiancheranno le forze di polizia. Tuttavia, la risposta di Israele agli attacchi palestinesi non sembra avere dei target precisi, ma pare più mettere in atto una repressione che colpisce alla cieca obiettivi casuali. “Israele sta affrontando una crisi di sicurezza” scrive l’analista Amos Harel, esperto dei media israeliani sulle questioni militari e di difesa, su Haaretz: “Il senso di sicurezza personale degli israeliani ha subito un duro colpo”. Nessuno degli attacchi, infatti, era stato previsto dall’intelligence israeliana. “Per ora i terroristi sembrano essere un passo avanti rispetto ai servizi di sicurezza, che brancolano nel buio” scrive l’analista.

La repressione delle forze israeliane è avvenuta su larga scala in tutta la Cisgiordania e si è svolta con particolare intensità in concomitanza con le celebrazioni per il 46° anniversario della Giornata della Terra, in ricordo del sequestro dei Territori palestinesi da parte del governo israeliano nel 1976. Contro la popolazione sono stati usati proiettili di metallo rivestiti in gomma, bombe sonore e lacrimogeni. Il momento è poi particolarmente delicato anche in ragione del fatto che ad aprile convergeranno l’inizio del Ramadan e la Pasqua cristiana ed ebrea. Le festività precedono inoltre una serie di anniversari delicati, tra i quali il Giorno dell’indipendenza israeliana, la commemorazione della Nakba palestinese e il primo anniversario del conflitto di 11 giorni svoltosi nel maggio scorso, nel corso del quale 250 persone furono uccise a Gaza e 13 in Israele. In vista del probabile aumento delle tensioni, Israele ha rinforzato le truppe schierate lungo il confine con la striscia di Gaza.

Il presidente palestinese Mahmud Abbas ha condannato l’attacco avvenuto a Tel Aviv, secondo quanto riportato da Times of Israel, affermando che “L’uccisione di civili palestinesi e israeliani porterà solo a un ulteriore deterioramento della situazione, mentre noi tutti stiamo lottando per la stabilità“. Nel frattempo Israele ha ricevuto messaggi di sostegno da varie parti, inclusi gli Stati Uniti e il segretario generale dell’ONU Guterres.

[di Valeria Casolaro]