Nessun allarme per l’approvvigionamento di gas all’indomani dell’esplosione del conflitto russo-ucraino: è quanto affermato in un report annuale stilato dai servizi segreti e inviato al Parlamento. La pluralità delle fonti di approvvigionamento infatti, secondo quanto previsto dal Regolamento europeo 2017/1938, permette “un’ampia e diversificata capacità di importazione” che consente di sopperire alle mancanze derivanti dalla chiusura del canale russo. Nonostante ciò, il decreto legge sulla crisi in Ucraina stilato dal Governo prevede un aumento dello sfruttamento dei combustibili fossili per l’approvvigionamento elettrico. Misure che, alla luce di quanto emerso, risultano ingiustificabili e sanciscono definitivamente la scarsa volontà dell’Italia di muoversi nella direzione della transizione ecologica, che oggi più che mai si configura come passaggio fondamentale verso l’indipendenza energetica.
L’approvvigionamento di gas in Italia è garantito “da un’ampia e diversificata capacità di importazione e da una dotazione di infrastrutture di stoccaggio in grado di compensare la stagionalità della domanda, nonché eventuali problemi di funzionamento di un gasdotto”. È quanto rivelato dalla Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza del 2021, stilata dai servizi segreti italiani e messa a disposizione del Parlamento. All’interno viene specificato come “Il sistema infrastrutturale italiano rispetta la cd. formula N-1, ossia la capacità di soddisfare, grazie alla ridondanza, livelli di domanda molto elevati anche in caso di interruzione della principale infrastruttura di importazione, ossia del gasdotto che trasporta i flussi in arrivo dalla Russia fino al punto di ingresso di Tarvisio e che, nel 2021, ha veicolato il 38% del fabbisogno nazionale”.
Dal “Rapporto annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza”
Nessun allarme, quindi, in caso di chiusura dei rubinetti da parte della Russia. Come fa notare il deputato di Alternativa Giovanni Vianello, inoltre, i gasdotti esistenti sono stati notevolmente sotto-utilizzati nel 2021: Transmed, il gasdotto che permette l’importazione di gas dall’Algeria, ha una capacità di 30,2 miliardi di metri cubi, ma ne sarebbero stati importati solo 21 miliardi. Stessa cosa per il libico Greenstream, che ha una capacità massima di 11 miliardi di metri cubi, ma sarebbero stati solo 3 miliardi quelli importati nel 2021. Inoltre nel 2021 l’Italia “ha esportato 1,5 miliardi di metri cubi all’estero” ricorda Vianello.
Nonostante ciò il Governo ha previsto, all’interno del decreto legge in merito alla crisi Ucraina, un’aumento della produzione di energia elettrica da fonti quali carbone e olio combustibile. Ciò avviene evidentemente indipendentemente dall’entità dell’emergenza futura la quale, a quanto risulta, sembra essere di portata nettamente inferiore a quella che lo stesso Governo vorrebbe far credere, “scollegando quindi l’emergenza energetica alla discrezionalità di utilizzare le fonti fossili e inquinanti”. Nel contesto attuale, i limiti di un sistema basatosull’interdipendenza energetica e sulle fonti fossili sono venuti alla luce più che mai. Accelerare il processo di transizione energetica verso fonti sostenibili si mostra un passaggio fondamentale per raggiungere un maggior livello di indipendenza e, di conseguenza, evitare una crisi di approvvigionamento. Questo discorso vale in particolar modo per l’Italia, che importa gas dalla Russia in misura maggiore rispetto a qualunque altro Paese europeo. Resta evidente che alle necessità oggettive dovrebbe corrispondere una precisa volontà politica, al momento del tutto assente.
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La pagina twitter di @LatestAnonPress, profilo legato ai noti “hacktivisti” di Anonymous, preannuncia un’evenienza che, qualora si concretizzasse, potrebbe stravolgere non poco il mondo informatizzato per come lo conosciamo oggi. Secondo il gruppo, il Cremlino si starebbe preparando ad abbandonare il world wide web, ovvero si starebbe attrezzando per imporre un’infrastruttura che potrà in qualsiasi momento essere separata da quella dei Paesi terzi, un’infrastruttura che molti hanno battezzato sardonicamente “Inter-nyet”.
Russia is preparing to disconnect from the global internet, limiting access to information for the Russian people. That means censorship, and we are totally against censorship of any kind. So… let's turn up the pressure! pic.twitter.com/4EhuTX9jRB
Il fatto che Mosca stia valutando la disconnessione dall’internet globale è cosa nota: il Presidente Vladimir Putin ha sviluppato attriti con le Big Tech, colpevoli di non sottostare alle sue ambizioni di censura, e guarda da tempo con interesse al concetto del “The Great Firewall” imbastito con successo dall’alleato cinese. A differenza di Beijing, Mosca non ha però vissuto la Rete approcciandosi sin da subito a questa direzione “separatista”, quindi al Governo non resta che recuperare il tempo perduto muovendosi a ritroso.
Ha censurato i contenuti a lui scomodi, multato i leader statunitensi del settore, iniziato a demolire software e servizi che garantiscono anonimato o che danno l’accesso al cosiddetto deep web e, più recentemente, ha provveduto a statalizzare il social media VK facendolo finire nelle mani di due sussidiarie di Gazprom, azienda energetica statale divenuta nota ai più per colpa dei dissapori legati al Nord Stream 2.
La Russia è probabilmente lontana dal raggiungere la sovranità digitale, miraggio aureo condiviso da tutte le Amministrazioni nazionaliste, tuttavia è facile credere che Putin stia facendo di tutto pur di velocizzare il processo di localizzazione del web, soprattutto in questo periodo belligerante. Mentre i mezzi blindati tagliano le strade ucraine, la Rete è infatti sconvolta da piccole schermaglie che mirano a diffondere potenti azioni contro-narrative. I cybercriminali hanno perlopiù colpito le pagine internettiane delle agenzie governative, ma la loro influenza ha oramai raggiunto anche i servizi di streaming, i quali sono stati adoperati per imporre ai civili le immagini della guerra.
Per anni, aziende e Governi hanno plasmato internet offrendo priorità alla remunerativa velocità di consumo, piuttosto che sulla sicurezza e alla solidità dell’infrastruttura stessa, e il Cremlino è ben consapevole che in assenza di interventi radicali sia impossibile difendere le infinite vulnerabilità della Rete. Questi interventi radicali, sostengono i documenti trapelati, sarebbero in corso d’opera ed entro l’11 di marzo tutti i server e tutti i domini operanti in Russia dovranno necessariamente essere trasferiti entro i confini di Mosca.
D’altronde, questo potrebbe essere il periodo migliore per Putin per procedere con una simile manovra: per scrupolo morale o per pressione politica, le aziende digitali estere si approcciano all’invasione dell’Ucraina sospendendo i propri servizi agli utenti russi, annullando di fatto il proprio potere lobbistico e finanziario nei confronti della stesura delle leggi. Qualora la situazione si normalizzasse, le Big Tech potrebbero trovarsi in futuro a tornare in una Russia che è a loro normativamente ostile, che predilige le “super-app” capaci di sopperire a più servizi minimizzando gli sforzi di controllo della censura e che punta a promuovere un isolamento stagno dal processo di globalizzazione 4.0.
In Italia sono 7423 i centri a rischio dissesto idrogeologico, ovvero frane, alluvioni ed erosione: è quanto rivela un rapporto dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), citato da La Stampa. Le cause sono per lo più il cambiamento climatico e il consumo di suolo, dovuto all’ampliamento indiscriminato delle aree urbane e all’abbandono dei centri montani, con il conseguente venir meno degli interventi di manutenzione. Sono 8 milioni i cittadini a risiedere in aree ad alta pericolosità. Unico dato positivo emerso dal rapporto: i litorali italiani in avanzamento superano quelli in erosione.
Il Governo italiano ha deciso di inviare armamenti in Ucraina senza voto parlamentare e mantenendo segreta la lista delle armi letali inviate nel Paese per contrastare l’invasione russa. La lista potrebbe essere resa pubblica in un secondo momento, quando verranno eventualmente meno i criteri di segretezza i quali, stando a quanto affermato dal sottosegretario alla Difesa Mulè, sarebbero determinati dal fatto di non voler dare vantaggio all’avversario russo. Tale motivazione non spiega in ogni caso l’estromissione dei parlamentari, ma si inserisce in un modo d’agire ormai divenuto la norma per questo Governo, che ha reso l’eccezionalità il braccio forte del proprio operato.
Il Parlamento è stato nuovamente estromesso dalle decisioni del Governo: questa volta tocca alla lista di armi da inviare in Ucraina per aiutare il governo di Zelensky a far fronte all’invasione russa. La lista del materiale bellico è infatti contenuta all’interno di un decreto interministeriale (definito di concerto dai ministeri della Difesa, degli Esteri e dell’Economia) secretato e non sottoposto all’esame dei parlamentari. Le rimostranze nei confronti di tale decisione sono giunte sia dalla maggioranza che dall’opposizione, con esponenti di Lega e Fratelli d’Italia (ma pare che il sentimento sia condiviso anche dai 5 Stelle) che hanno sottolineato la necessità del coinvolgimento dei parlamentari. Il Governo ha tuttavia deciso di non prendere questa strada, dichiarando di aver aggiornato il Copasir (il Comitato parlamentare per la difesa della Repubblica) con l’audizione del ministro Guerini di mercoledì 2 marzo. Si potrà, forse, arrivare a un resoconto successivo, quando verranno meno le esigenze di riservatezza.
Ma quali sono i motivi di tanta segretezza nei confronti di un organo costituzionale fondamentale come il Parlamento? Secondo quanto affermato dal sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè si tratterebbe di una necessità dovuta soprattutto al fatto di non voler dare vantaggio all’avversario rendendo pubblica la lista di armi che verranno messe a disposizione dell’Ucraina. A tal proposito, per quanto riguarda le liste pubblicate da alcuni mezzi di informazione in questi giorni, il Ministero della Difesa avrebbe negato l’esistenza di qualsiasi “riscontro ufficiale e oggettivo”. Fratelli d’Italia e Lega hanno sottolineato come il coinvolgimento del Parlamento potrebbe avvenire anche tramite seduta secretata, ma il Governo non pare essere della stessa idea. Anche alcuni rappresentanti di Forza Italia e Alternativa hanno sottolineato l’insensatezza di questa decisione, aggravata dal fatto che questa concerne l’invio di armamenti letali.
Aspre critiche sono giunte anche dalla ONG Amnesty International, che in un tweet ha ribadito la necessità di rispettare i principi di trasparenza e non utilizzare indiscriminatamente gli equipaggiamenti che verranno inviati.
Il governo ha secretato la lista di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari che cederà all’Ucraina. L’Italia è tenuta a rispettare i principi di trasparenza e protezione dei diritti umani. Gli equipaggiamenti non devono essere usati indiscriminatamente @MinisteroDifesa
La decisione del Governo si colloca inoltre in netta controtendenza rispetto a quanto stabilito da altri governi, che hanno reso nota la lista degli armamenti inviati. Non si comprende poi perché, oltre il Parlamento, debba essere estromessa anche l’opinione pubblica, che avrebbe tutto il diritto di sapere in che misura e con quali mezzi l’Italia contribuisca alla guerra.
A seguito dell’inasprimento delle misure contro chi diffonda presunte fake news in Russia, la piattaforma social TikTok ha deciso di sospendere i propri servizi di streaming e download. Nei giorni scorsi diverse testate giornalistiche, tra le quali la Bbc e l’italiana Rai, hanno deciso, per lo stesso motivo, di richiamare i propri corrispondenti dalla Russia. Anche La piattaforma di streaming Netflix ha sospeso i propri servizi, per protestare contro l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.
Una seconda possibilità di vita per gli animali salvati dal traffico illegale. È questo che offre il Bioparcola Reserva, un fondo a scopo di lucro che contribuisce alla conservazione della fauna, della flora e delle risorse naturali colombiane, attraverso progetti di educazione ambientale e ricerca sulla biodiversità degli ecosistemi colombiani. Il rifugio, che accoglie decine di animali riscattati ai trafficanti, è immerso in un ambiente naturale a 30 chilometri da Bogotà, in Colombia, conta 1,5 ettari edificati e 19 di riserva e riproduce 7 dei 50 ecosistemi tipici del Paese sudamericano: dalla foresta umida ai boschi degli altipiani andini.
Il progetto nasce nel 2008, su iniziativa di un gruppo di ricercatori guidati da Iván Lozano nel tentativo di contrastare il traffico illegale degli animali in Colombia. Da allora sono stati salvati circa 250 animali. Negli anni, la Reserva è diventata anche un centro di studio e di visita. Secondo i fondatori, infatti, almeno 150.000 studenti sono riusciti a toccare con mano i miracoli della Natura, imparando a distinguere le specie e osservando come si adattano e quali esigenze hanno.
Per Iván e il suo gruppo non è stato facile realizzare questo parco. Rettili, anfibi e volatili sono sempre più spesso nel mirino dei contrabbandieri perché richiesti dal mercato internazionale. In Colombia, come in molti Paesi dove questa caccia si è fatta forsennata, il traffico di fauna selvatica è vietato; tuttavia, qui si registra il numero più alto di omicidi tra gli attivisti ambientali.
Le aree più afflitte dal business sono quelle più ricche: le regioni del Pacifico e dell’Amazzonia. Solo nel 2021, l’organizzazione WSC, che si occupa del contrabbando di animali, ha rivelato a El Pais di aver contabilizzato 1.800 esemplari vivi di 217 specie in Colombia, Ecuador, Perú, Bolivia e Brasile. La maggioranza (43%) erano uccelli, seguiti da mammiferi (37%), rettili (16%), pesci e anfibi (3%). Oltre a 1.822 uova, la maggioranza di tartaruga Taricaya o Peta del fiume.
La cattura di un animale non comporta grandi sforzi. Trasferirlo, di nascosto, da un Paese all’altro è molto più complicato. Chi li cattura e contrabbanda vuole spendere il meno possibile, incassare il massimo e sbarazzarsene velocemente. Il problema nasce quando questi animali devono essere liberati. Infatti, gli zoo non sono adatti e non si può pensare nemmeno di lasciarli in natura, dopo i maltrattamenti. Hanno bisogno di ambienti particolari dove possano essere protetti e curati. Per questo motivo La Reserva offre loro una seconda opportunità. L’unica, in fondo.
Lo ha dichiarato oggi a “Face the Nation” il Segretario di Stato americano, quando gli è stato chiesto se il governo polacco, membro della NATO, potesse inviare aerei da combattimento in Ucraina. “In questo momento stiamo parlando con i nostri amici polacchi di cosa potremmo essere in grado di fare per soddisfare i loro bisogni se in effetti scegliessero di fornire questi caccia agli ucraini.”
Se a dominare le attenzioni è al momento il conflitto in Ucraina, c’è un altro “fronte” caldo, meno conosciuto e chiacchierato: il Mediterraneo Orientale. Sebbene concentrati sempre a guardare a Nord, il dimenticato Mare Nostrum, soprattutto nel quadrante orientale, rimane una regione di alta rilevanza geostrategica. Anche in questo caso, la sfida politica ha una grande dose energetica e si innesta su conflitti mai veramente sopiti: Grecia e Turchia sono i perni principali dello scontro che ha come oggetto principale Cipro e altre isole minori che si trovano nel Mar Egeo. Le gran quantità di riserve energetiche fossili, soprattutto gas, che si trovano sotto i fondali del Mediterraneo hanno esacerbato le tensioni già presenti in tutta la regione centro-orientale, al di là dello scontro tra Turchia, Grecia e Cipro, con amicizie, partnership e alleanze abbastanza mutevoli e capaci di spostare gli equilibri precari della regione.
Turchia, Cipro, Grecia: il triangolo pericoloso
I dissidi storici tra Turchia e Grecia derivano dalla contesa riguardante Cipro, abitata per metà da etnia turca e per metà da etnia greca. Cipro divenne indipendente nel 1960, liberandosi dal dominio coloniale britannico, ma fin dai primi anni si fecero vedere i segni del conflitto tra le due comunità cipriote. Nel luglio del 1974, la giunta militare che governava autoritariamente sui cittadini greci mise in atto un colpo di Stato a Cipro col fine di annettere l’isola alla Grecia. In risposta a quest’azione, cinque giorni più tardi, il governo turco diede l’ordine di effettuare l’invasione di Cipro per far rispettare gli accordi presi tra i due Paesi a Londra nel 1960. La conseguenza di questi avvenimenti è stata la cristallizzazione della divisione cipriota in due stati: la Repubblica di Cipro, appartenente alle Nazioni Unite e, dal 2004, parte dell’Unione Europea; l’altra, la Repubblica Turca di Cipro del Nord, riconosciuta solamente da Ankara. La contesa dell’isola è la contesa delle sue acque e dei suoi fondali. Due anni fa ci fu addirittura un incidente che avrebbe potuto offrire un casus belli: nelle manovre di un’esercitazione navale congiunta tra Grecia e Francia, una nave greca e una turca andarono in collisione; solo l’intervento di Angela Merkel, l’ex Cancelliere tedesca, portò alla distensione tra i due Paesi.
Lo scacchiere del Mediterraneo Orientale
La situazione politica è resa ancor più complicata dal fatto che i due Paesi coinvolti maggiormente appartengono entrambi alla NATO e che altri attori in gioco ne fanno parte o sono partner strategici o in qualche modo amici o ammaestrati dall’Alleanza. La Grecia, ancora lacerata dalla crisi economica, dallo scorso anno ha avviato un programma di modernizzazione del proprio esercito con l’intenzione di portare avanti una strategia di coercizione nei confronti della Turchia. Oltre all’accumulo di armi, la Grecia sta lavorando duramente per espandere la sua rete di alleanze in Medio Oriente, aumentando al contempo la sua campagna di pressione anti-turca in Europa e negli Stati Uniti. In questo contesto, la Grecia vuole aumentare le sue capacità offensive, espandere il numero dei suoi alleati e garantire un embargo internazionale contro la Turchia per costringere quest’ultima a fare marcia indietro dai suoi interessi vitali nella regione.
Nel settembre scorso è scoppiato un incidente diplomatico a seguito del patto di difesa sancito dal governo greco con quello francese: il patto strategico di cooperazione militare e di difesa tra i due Paesi NATO vincola le parti all’intervento difensivo in caso di attacco da terzi, oltre che ad una componente commerciale militare dal valore di 3 miliardi di euro. Immediata la reazione della Turchia, anch’essa appartenente all’Alleanza atlantica. L’incidente diplomatico è stato causato dal valore che la Grecia ha dato all’accordo, chiaramente anti-turco, ma che non poteva supporre un possibile conflitto tra paesi appartenenti alla medesima alleanza militare. Da Parigi, la Ministro della Forze armate, Florence Parly, si è affrettata a precisare che l’accordo non riguarda la zona economica esclusiva che la Grecia si è attribuita e che la Turchia non riconosce, cercando così di mettere una pezza alla situazione poco gradita. Grecia e Francia hanno siglato accordi che porteranno ad Atene nuovi jet da combattimento e tre fregate.
Nell’aprile 2021 è stato invece firmato un importante accordo tra Grecia e Israele: 1,68 miliardi di dollari per un centro di addestramento alla simulazione di aerei da combattimento per l’Aeronautica ellenica, da parte dell’appaltatore della difesa israeliana Elbit Systems, per un periodo di 22 anni. Il più grande accordo commerciale-militare tra i due Paesi ha certamente una connotazione politica anti-turca, viste le relazioni non amichevoli tra Israele e Turchia, con la seconda che sostiene il popolo palestinese denunciando l’occupazione di Gaza e della Cisgiordania. Sebbene dal 2018 sono stati ritirati i rispettivi ambasciatori, timidi segnali di tentativi di distensione si sono intravisti nel luglio scorso con una telefonata tra i rispettivi leader di Stato.
I disegni turchi e l’incognita israeliana
L’Egitto, la Grecia e Cipro hanno fin dal 2014 stretto legami di amicizia e collaborazione su vari fronti come quello energetico, con attività esplorativa del gas, quello della lotta al terrorismo internazionale e quello della demarcazione delle frontiere (marine). I tre paesi hanno anche a più riprese intrapreso esercitazioni militari congiunte. L’Egitto vede nella Turchia un competitor regionale scomodo e le relazioni tra i due paesi sono guaste, aggravate dalle posizioni opposte assunte dai due Paesi circa la situazione politica in Libia.
Dal canto suo, la Turchia vuole tornare ad essere un paese egemone della regione, specie nel vicino Medio Oriente. Di fatto, il governo di Ankara controlla i due stretti, quello dei Dardanelli e quello del Bosforo: il primo collega il Mar Egeo con il Mar di Marmara, il quale a sua volta si collega con il Mar Nero attraverso lo stretto del Bosforo. Questo rappresenta un dettaglio politico importante da far valere nei confronti degli alleati NATO, specie di questi tempi con venti di guerra in Ucraina. Intanto, nei confronti dell’Unione Europea, il governo di Ankara si è giocato più volte la carta dei migranti come misura politica di contrattazione.
Fregata della marina militare turca
Il ritorno della Gran Bretagna nella “colonia” Cipro
Nel frattempo, la “nuova” Gran Bretagna post Brexit ha annunciato il mese scorso, per bocca di un portavoce del ministero della Difesa britannico, che implementerà una delle due basi che mantiene a Cipro. Il progetto avrà luogo in un sito in disuso a Dhekelia Garrison, nell’angolo sud-orientale dell’isola, e prevede la realizzazione di un centro di comunicazione all’avanguardia. La Gran Bretagna vuole in maniera crescente portare la propria rinnovata potenza in regioni che ritiene di fondamentale importanza per il Commonwealth. Cipro rappresenta senz’altro un avamposto geostrategico importante. D’altronde, fin dal 2020, la presenza della forza militare navale britannica è tornata a farsi vedere in tutto il Mediterraneo, anche in proiezione indo-pacifica per tramite del canale di Suez.
La geopolitica del gas
Il Qatar si è avvicinato molto alla Turchia da quando, nel 2017, le relazioni di Doha si sono deteriorate rispetto a paesi solitamente vicini come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto, che hanno accusato il Paese mediorientale di finanziare e sostenere il terrorismo. I legami tra il Qatar e i quattro paesi arabi che gli avevano imposto l’embargo sono stati riallacciati lo scorso anno in Arabia Saudita, ad al-Ula, con una mossa che cerca di ricompattare i paesi arabi del Golfo. Nel dicembre scorso, il Qatar ha rafforzato la sua presenza nel Mediterraneo Orientale: Qatar Energy, di proprietà del governo, e il gigante statunitense ExxonMobil hanno firmato un contratto con Cipro per l’esplorazione di petrolio e gas nella zona chiamata Blocco 5. Già nel 2019 le due compagnie avevano ottenuto la possibilità di esplorare ed estrarre risorse dal Blocco 10, ove sarebbe presente la riserva più grande mai scoperta fin ora nella regione. La Turchia ha presto annunciato di non riconoscere il nuovo accordo, accusando Cipro di violare la sua piattaforma continentale. Seppur Turchia e Qatar siano alleati, Ankara ha minacciato di impedire alle due società di poter trivellare.
Il quadro degli interessi in gioco nella disputa del gas, economici e politici, si complicano se consideriamo l’accordo provvisorio raggiunto dall’Unione Europea per il regolamento RTE-E. Gli ambasciatori presso l’UE hanno infatti approvato, il 15 dicembre scorso, un accordo politico provvisorio sulla revisione del regolamento relativo alle reti trans-europee dell’energia (RTE-E), raggiunto tra la presidenza del Consiglio e i negoziatori del Parlamento europeo. Come si può leggere dal sito del Consiglio, il punto che qui più ci interessa è il seguente: “nel caso di Cipro e Malta, che non sono ancora interconnessi con la rete transeuropea del gas, consentire che ciascuno di questi Stati membri abbia un’interconnessione in fase di sviluppo o di pianificazione a cui sia stato concesso lo status di progetto di interesse comune e che sia necessaria per garantire l’interconnessione permanente di Cipro e Malta con la rete transeuropea del gas”. La pipiline EastMed, considerata dall’UE come progetto di interesse comune, farebbe arrivare il gas israeliano e cipriota all’Italia e al continente europeo. Il progetto risale al 2013 ma solamente nel 2020 si è arrivati ad un accordo tra le parti ufficialmente coinvolte: Israele, Cipro e Grecia. Il gasdotto si estenderebbe per 1.900 chilometri e la sua realizzazione è affidata al consorzio formato da Public Gas Corporation of Greece e dall’italiana Edison. Il punto di arrivo dell’EastMed è previsto in Puglia, ad Otranto, e la sua conclusione dovrebbe avvenire nel 2025 per un costo che si aggira sui 6 miliardi di euro. Il progetto è fortemente osteggiato dalla Turchia che, all’indomani dell’accordo, ha emanato, per tramite del ministero degli Esteri, una dichiarazione: «Qualsiasi progetto che miri a ignorare la Turchia con la costa più lunga del Mediterraneo orientale e miri a ignorare i turco-ciprioti che hanno uguali diritti sulle fonti naturali dell’isola di Cipro non avrà successo». Mentre l’Europa è schiacciata dai prezzi del gas, gli Stati Uniti, desiderosi di vendere nel Vecchio continente il proprio GNL, tolgono il proprio assenso all’opera. Le motivazioni sarebbero di carattere ambientale e di carattere politico. Mentre le prime non sono credibili, lo sono le seconde: cercare di distendere le tensioni nella regione e tra gli alleati NATO e al contempo cercare di imporre all’Europa il proprio gas. In più, possiamo aggiungere che nel Mediterraneo Orientale opera anche il colosso italiano del petrolio e del gas Eni, il quale si è aggiudicato cinque licenze esplorative concesse dal ministero del petrolio egiziano, per un totale di 8.410 chilometri quadrati; alcune licenze sono state ottenute in esclusiva mentre altre in partnership con Apex Petroleum e British Petroleum.
Insomma, il Mediterraneo orientale vive di un equilibrio precario e tutto il Mediterraneo, che ne siamo consapevoli o meno, rimane di elevata rilevanza geostrategica e politica.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nel suo ultimo video pubblicato sui social, ha comunicato che l’aeroporto della regione di Vinnytsia è stato distrutto da diversi razzi russi. In seguito all’attacco, Zelensky è tornato a chiedere la no fly zone per evitare ulteriori attacchi alle infrastrutture civili. Vinnytsia è una città situata nell’Ucraina centro-occidentale e si trova a sud-ovest di Kiev.
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