mercoledì 7 Gennaio 2026
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L’Algeria condanna la multinazionale italiana del gas Saipem

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Saipem, società italiana che si occupa di prestare servizi nel settore dell’energia e delle infrastrutture, è stata condannata in primo grado dal Tribunale di Algeri, la capitale dell’Algeria, il quale si è pronunciato ieri nell’ambito del procedimento penale in corso dal 2019 nel Paese avente ad oggetto, tra l’altro, le modalità di assegnazione nel 2008 del “GNL3 Arzew”, un progetto relativo alla liquefazione del gas. A renderlo noto è stata la stessa azienda, la quale tramite un comunicato ha fatto sapere che con la sentenza del Tribunale è stata imposta una multa per complessivi 192 milioni di euro “a carico di Saipem SpA, Saipem Contracting Algérie e Snamprogetti SpA Algeria Branch”. Queste ultime, specifica la società, sono state accusate delle fattispecie sanzionate dalla legge algerina di “maggiorazione dei prezzi in occasione dell’aggiudicazione di contratti conclusi con una società pubblica a carattere industriale e commerciale beneficiando dell’autorità o influenza di rappresentanti di tale società” e di “false dichiarazioni doganali”.

La decisione non sembra però essere condivisa dall’azienda: Saipem infatti ha spiegato che la multa influirà sui conti del 2021 anche se la relativa somma di denaro non verrà al momento versata, in quanto la decisione di condanna del Tribunale di Algeri sarà impugnata in appello con “conseguente sospensione degli effetti della stessa”. A sostegno della sua posizione, Saipem sottolinea inoltre che “l’autorità giudiziaria italiana, all’esito di un procedimento penale in cui sono state analizzate anche le modalità di assegnazione nel 2008 del progetto GNL3 Arzew, ha pronunciato il 14 dicembre 2020 sentenza di assoluzione in via definitiva”. Bisogna infatti ricordare che, in relazione ai medesimi fatti, il Tribunale di Milano aveva assolto la società. Tuttavia il Tribunale di Algeri ha evidentemente giudicato in maniera differente la questione, ed ha altresì condannato “due ex dipendenti del Gruppo Saipem (l’allora responsabile del progetto GNL3 Arzew e un ex dipendente algerino) rispettivamente a 5 e 6 anni di reclusione”, mentre “un altro dipendente del Gruppo Saipem è stato assolto da ogni accusa”.

Detto ciò, bisogna sottolineare che le accuse nei confronti della società si collocano nell’ambito di un sistema di estrazione del gas in Algeria che sembra essere caratterizzato da criticità di non poco conto. Come sottolineato dall’associazione ReCommon, sembra esservi stato – almeno negli scorsi anni – un collegamento tra l’accaparramento delle riserve di gas del Paese nord-africano ed i diritti umani della popolazione locale, con il Regno Unito che ha infatti cercato di garantire alle aziende britanniche la possibilità di mettere le mani sulle riserve di gas senza preoccuparsi delle conseguenze per la popolazione locale, allora governata con piglio autoritario dal presidente Abdelaziz Bouteflika. L’estrazione del gas è stata inoltre anche contestata dagli algerini in passato: basterà ricordare la protesta che nel 2015 venne fatta da centinaia di persone delle comunità locali contro l’inizio delle esplorazioni di gas di scisto annunciate dal governo. La manifestazione riguardò principalmente In Salah – una delle più importanti zone per la produzione di gas del paese – dove gli abitanti denunciarono la decisione di iniziare le operazioni, che a parer loro il governo prese senza consultare i residenti e senza realizzare una valutazione ambientale degli impatti.

[di Raffaele De Luca]

L’Italia si mobilita per Ocalan, il leader dei curdi in isolamento da 23 anni

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Manifestazione Ocalan

Sabato 12 febbraio si sono svolte diverse manifestazioni tra Milano e Roma per chiedere la liberazione di Abdullah Ocalan, in isolamento da ormai ventitré anni sull’isola di Imrali (Turchia). I partecipanti alle proteste hanno anche chiesto che il Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) da lui fondato sia cancellato dalla lista delle organizzazioni terroristiche e il riconoscimento da parte del Governo italiano dell’Amministrazione democratica della Siria del nord-est, «l’unica realtà che può condurre alla democratizzazione e la convivenza di diverse etnie e religioni», ha detto Alessandro Orsetti (il padre del combattente ucciso in Siria dall’ISIS il 18 marzo 2019) al Manifesto.

Perché Abdullah Ocalan è diventato per molti un simbolo? E perché si trova in isolamento?

Oltre al partito da lui fondato (i cui obiettivi il riconoscimento dei diritti della minoranza curda presente nel Paese e la nascita di uno Stato indipendente), Ocalan è considerato il padre delle dottrine su cui si basa la rivoluzione del Rojava (o Kurdistan siriano). Nato nel 1948 a Omerli, la sua è una figura controversa: eroica per i movimenti curdi, nemica per lo Stato turco.  

Dal 1998 si trova nel carcere di Imrali, dove sconta una condanna all’ergastolo perché i suoi ideali sono reputati una minaccia per la Turchia. Nello specifico, è accusato di attività separatista armata, considerata come terrorismo da Turchia, Stati Uniti e Unione europea. Anche se nel 2018 la Corte di Giustizia Europea ha dichiarato che non erano stati soddisfatti i requisiti per includere il PKK nell’elenco delle attività terroristiche, ad oggi la lista non è stata ancora aggiornata. Secondo Yilmaz orkan, responsabile di Uiki (Ufficio informazione del Kurdistan in Italia), «Quando la Turchia guarda al Rojava e vede che arabi, curdi, assiri, turkmeni costruiscono insieme un sistema democratico, capisce che lo stesso potrebbe avvenire sul proprio territorio e ne ha paura».

Quello di Ocalan è un isolamento, tra l’altro, che pare peggiorare con il tempo. La piccola isola del mar di Marmara in cui si trova il carcere, ospita esclusivamente la struttura. È un penitenziario che per molti anni è stato riservato a lui (ma che da poco ospita altri tre detenuti). Il suo avvocato ha detto che non lo incontra da dieci anni e che «ora sono diciotto mesi che non ne abbiamo notizie. L’ultimo contatto è stato a marzo 2021 quando era girata la voce che fosse morto di Coronavirus». Un comportamento da parte delle autorità turche che va contro le regole, dal momento che l legge locale garantisce ai detenuti il diritto di parlare coi propri avvocati.

Quali sono le aspettative per la vita di Ocalan? Il suo avvocato intende appellarsi al “diritto alla speranza”, riconosciuto dal Consiglio d’Europa, per cui passati diversi anni, il detenuto ha diritto a chiedere una revisione della sentenza (soprattutto per Ocalan che ormai ha più di settant’anni). Secondo i manifestanti, è ingiusto che un uomo che ha cercato una soluzione pacifica del conflitto tra i turchi e i curdi in Turchia viva ancora in quelle condizioni.

«Tutto questo accade a un passo dall’Unione Europea. È come se un carcere del genere si trovasse vicino a Parigi, Roma o Berlino: inaccettabile», ha ribadito il legale.

[di Gloria Ferrari]

Vaccini Covid: Ema esamina nuovamente casi irregolarità ciclo mestruale

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L’Agenzia europea per i medicinali (Ema) sta esaminando nuovamente i casi di irregolarità del ciclo mestruale – ossia quelli relativi alle mestruazioni abbondanti nonché all’assenza delle stesse – segnalati in seguito alla somministrazione dei vaccini anti-Covid ad mRna. A renderlo noto è stata proprio l’Ema tramite una nota, nella quale si legge che il Comitato di valutazione dei rischi per la farmacovigilanza (Prac) dell’agenzia aveva in passato concluso che “le prove non supportassero l’esistenza di un nesso causale tra questi vaccini e i disturbi mestruali”, tuttavia ora, alla luce delle segnalazioni spontanee aventi ad oggetto i disturbi mestruali e dei risultati a cui è giunta la letteratura scientifica, il Prac ha deciso di valutare ulteriormente l’incidenza di tali disturbi dopo la vaccinazione.

Il Tar del Lazio impone il reintegro dei militari non vaccinati

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La Prima Sezione bis del Tar del Lazio, con un decreto cautelare pronunciato dal Presidente Riccardo Savoia, ha accolto il ricorso presentato da alcuni individui appartenenti alle forze militari sottrattisi all’obbligo vaccinale, con cui è stato chiesto l’annullamento previa sospensione dell’efficacia dei provvedimenti di sospensione dal lavoro e l’accertamento del diritto ad essere reintegrati ed a percepire lo stipendio non versato durante il periodo di sospensione. Il Presidente, accogliendo il ricorso, ha dunque temporaneamente messo fine alla sospensione dal lavoro e conseguentemente dallo stipendio degli appartenenti alle forze militari.

A tal proposito, all’interno del decreto si legge che l’efficacia dei provvedimenti sospensivi impugnati viene sospesa “medio tempore”, ossia fino alla decisione definitiva che sarà presa in seguito alla trattazione collegiale in camera di consiglio, fissata per il prossimo 16 marzo. Ciò in quanto la decisione in questione è stata presa tramite un decreto cautelare, cui ci si rifà nel caso in cui sia indispensabile emanare una decisione rapida, ossia quando una decisione in via ordinaria comprometterebbe le ragioni del richiedente in maniera irrimediabile. Tramite lo stesso vengono infatti eliminati i tempi necessari per instaurare il contraddittorio e il pronunciamento viene assunto in forma monocratica dal giudice, che prende una decisione basandosi esclusivamente sul ricorso e non attendendo che vi sia un contraddittorio con la controparte. Se il giudice ritiene validi i motivi su cui si fonda il ricorso, il decreto annulla provvisoriamente ciò che è stato impugnato fino alla successiva fase di giudizio a cognizione piena, che in questo caso si terrà il 16 marzo.

Detto ciò, è interessante ricordare anche un altro punto del decreto, nel quale si prospetta la “remissione alla Corte Costituzionale della questione di legittimità costituzionale dell’art. 2 del decreto legge n. 172 del 26.11.2021″, ossia quello che ha introdotto l’obbligo vaccinale per alcune categorie di lavoratori, tra cui quella in questione. Si tratta di un’ipotesi importante dato che, se il Tar Lazio alla camera di consiglio di marzo ritenesse la questione di legittimità costituzionale rilevante e non manifestamente infondata, la Consulta sarebbe chiamata ad esprimersi nei confronti dell’obbligo vaccinale per tutte le categorie obbligate dall’articolo.

[di Raffaele De Luca]

In Sardegna è riesplosa la protesta dei pastori

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A tre anni dalla guerra del latte, ricomincia la mobilitazione dei pastori sardi che ieri sono scesi in strada per chiedere l’intervento statale e protestare contro l’aumento del costo di mangimi e concimi, gasolio ed energia elettrica. La mobilitazione è ripartita da dov’era iniziata nel 2019, dal ponte sulla strada Bitti Sologo, in cui avvennero i primi sversamenti di latte sull’asfalto.

Nell’inverno del 2019 gli allevatori sardi decisero di unirsi in protesta per rivendicare prezzi più giusti rispetto ai 55 centesimi al litro per il latte di pecora e 44 centesimi per quello di capra pagati dalle aziende. “Meglio gettarlo via che accettare prezzi così bassi” era uno degli slogan della protesta che, nel febbraio 2019, rischiò di diventare sommossa, con la promessa da parte dei pastori sardi di bloccare le elezioni regionali del 24 febbraio in caso di mancato accordo con le istituzioni: “Non entrerà nessuno a votare: non è che non andiamo a votare, non voterà nessuno, blocchiamo la democrazia” annunciò allora il coordinamento dei pastori. Prima dell’intervento delle istituzioni, tutta l’Isola mostrò solidarietà: dai calciatori del Cagliari Calcio che a San Siro indossarono una maglietta con su scritto “solidarietà ai pastori sardi”, fino ai commercianti di Nuoro che annunciarono una mezza giornata di chiusura collettiva. Le proteste si conclusero con un aumento dei prezzi pagati ai pastori, centinaia di denunce e diversi processi. Due di questi si terranno proprio nelle prossime settimane, quando gli imputati saranno chiamati a rispondere del reato di blocco stradale. “Entrambi i processi appaiono gli unici in Sardegna per i quali si procede per il reato di blocco stradale” scrive a riguardo l’associazione indipendentista Libertade.

«A tre anni di distanza dalla guerra del latte abbiamo avuto il risultato del prezzo che si è alzato, con conguagli che hanno superato abbondantemente l’euro, ma oggi la situazione è anche più grave di quella che si viveva allora» dice Gianuario Falchi, uno dei portavoce dei pastori. L’aumento dei prezzi di tutte le materie prime nelle scorse settimane è solo l’ultimo tassello di un domino problematico che ha avuto inizio in estate, con caldo anomalo, incendi e siccità. Il risultato è una riserva di fieno insufficiente ad alimentare le greggi, che quindi «dev’essere importato dalla Penisola con prezzi per il trasporto che oggi lievitano anche a 25.600 euro per un solo carico. Per evitare il fallimento è necessaria la dichiarazione dello stato di calamità». Nel frattempo le campagne continuano a spopolarsi e l’agricoltura in Sardegna rischia di scomparire nel silenzio più totale. Si parla di un settore che conta oggi 12 mila aziende e circa 50 mila impiegati, con più di 3 milioni di pecore e capre che ogni anno garantiscono una produzione media di 300 milioni di litri di latte. «Dalla guerra del latte sono cambiate poche cose e l’umore delle campagne è nero: temo che succederà qualcosa di nuovo» conclude Gianuario Falchi.

Intanto la Coldiretti Sardegna ha annunciato per giovedì 17 febbraio una manifestazione a Cagliari, e contemporaneamente in altri capoluoghi di Regione, davanti all’Ufficio Territoriale del Governo con l’obiettivo di sensibilizzare le istituzioni e avanzare loro le proprie richieste.

[di Salvatore Toscano]

Nuovo processo contro Navalnyj, Amnesty: “è una farsa”

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Il Cremlino ha avviato oggi un nuovo processo contro Aleksej Navalnyj dopo averlo accusato di aver rubato 4,8 milioni di dollari dalle organizzazioni che lui stesso ha fondato. Il processo si tiene in una colonia penale fuori Mosca ed è stato definito da Amnesty come “una farsa” funzionale alle autorità russe ad “assicurarsi che Navalnyj non lasci presto la prigione”. Il dissidente, principale oppositore di Putin, si trova attualmente in carcere per scontare due anni e mezzo in seguito a vecchie accuse di frode. Se a conclusione del processo iniziato oggi Navalnyj fosse identificato come colpevole, rischierebbe una pena detentiva di ulteriori 10 anni.

MoviePass: l’app che si assicura che guardi gli annunci pubblicitari

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Dopo una prima esperienza del tutto fallimentare, questa estate tornerà MoviePass: Stacy Spikes ha resuscitato l’azienda fallita nel gennaio 2020, da lui stesso fondata nel 2011 insieme a Hamet Watt, promettendo che questa volta sarà quella buona. Il servizio di bigliettistica è stato pensato in maniera differente rispetto alla prima volta ed aggiunge un dettaglio inquietante: l’applicazione controllerà il livello di attenzione dei bulbi oculari. Infatti, oltre ad una specie di “moneta virtuale”, la nuova applicazione permetterà di ottenere crediti aggiuntivi guardando pubblicità che gli occhi devono effettivamente seguire (altrimenti, niente crediti).

La prima esperienza di MoviePass inizia nel 2011 ma è nel 2017 che sembra avere successo, quando la quota di maggioranza dell’azienda viene acquistata dalla società di analisi dati Helios and Matheson. In quell’anno, MoviePass inizia ad offrire, al costo mensile di 9,95 dollari, biglietti per vedere film al cinema. Nel giro di un anno la società registra un incremento enorme degli abbonamenti ma, al contempo, non riusce a trovare un modello di sostenibilità economica del servizio offerto (un solo biglietto può costare più del canone mensile). Nel giro di poco tempo si crea un buco da 100 milioni di dollari nei bilanci aziendali e tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 MoviePass dichiara fallimento.

Stacy Spikes viene licenziato nel 2018 dopo mesi di totale disaccordo con la nuova proprietà circa l’insostenibilità dell’operazione messa in atto: il prezzo dell’abbonamento a 9.95 dollari. In precedenza il costo variava a seconda di diverse fasce di prezzo, dai 15 ai 50 dollari, ma Ted Farnsworth, CEO di Helios e Matheson (maggior azionista di MoviePass dal 2017), aveva in mente altri piani. Il costo irrisorio dell’abbonamento mensile doveva servire a moltiplicare in maniera enorme la base dei clienti e il reale business dell’azienda doveva essere la vendita dei dati dei clienti per pubblicità mirate, a questo serviva l’esperienza della Helios and Matheson. Secondo Farnsworth, quindi, il business di MoviePass avrebbe dovuto basarsi sull’estrapolazione di valore dai dati dei propri clienti, più che dalla vendita degli abbonamenti. I conti comunque non tornarono.

Adesso però, Spikes sembra voler replicare la cosa. Sebbene non sia noto quanto costerà l’abbonamento all’applicazione, è certo che vi saranno varie fasce di prezzo. Le novità sono due: una “moneta virtuale” e il “PreShow”. Sarà possibile acquistare i biglietti per le proiezioni cinematografiche attraverso crediti che possono anche, di mese in mese, essere scambiati o condivisi con amici o altri utenti. Il PreShow punta invece a realizzare quanto in precedenza tentato da Farnsworth circa la remunerazione ottenuta tramite pubblicità mirate per i clienti, ottenute grazie all’elaborazione dei dati degli stessi. Non solo. Per bocca dello stesso Spikes, l’applicazione utilizzerà sistemi di riconoscimento facciale per accertarsi che gli occhi dell’utente siano effettivamente concentrati sull’annuncio pubblicitario costruitogli su misura. Dunque, invogliando gli utenti ad ottenere crediti aggiuntivi gratuiti, l’applicazione ti mostra pubblicità di prodotti che l’algoritmo ha calcolato possano interessarti e, per ottenere i crediti, devono essere guardate per intero: l’applicazione controllerà che lo sguardo sia fisso sullo schermo. Spikes ha spiegato che questo intende sovvertire il modello di product placement.

Anche noto come “pubblicità indiretta” o “embedded marketing”, il product placement è una tecnica pubblicitaria che consente alle aziende di dare visibilità ai propri prodotti: i marchi vengono inseriti all’interno di contesti non strettamente pubblicitari come film, serie tv, programmi televisivi, eventi sportivi etc., al fine di inserirli nella narrazione generale e nell’immaginario dello spettatore. Grazie a MoviePass, ha spiegato Spikes, il modello di product placement creerà «una transazione tra te e il marchio». Dunque, grazie alla “premialità” che va tanto di moda nel nuovo modello sociale generale, si manipolano gli utenti invogliandoli a guardare pubblicità mirate alle quali effettivamente dovranno prestare attenzione perché un sistema di riconoscimento facciale ne monitorerà i bulbi oculari.

Questa tecnologia è parte del corollario del capitalismo della sorveglianza e che ha già fatto breccia nel mondo del lavoro, come da noi spiegato nel novembre scorso, con software che permettono di controllare il livello di attenzione dei lavoratori che operano da remoto. Dalle piccole cose ai fatti più importanti della vita di una persona, il controllo – che sia governativo o corporativo privato – è sempre più pressante nel quotidiano umano.

[di Michele Manfrin]

Da oggi i lavoratori over 50 non vaccinati saranno a casa senza stipendio

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Sarà effettiva da oggi la misura voluta dal Governo in base alla quale tutti i lavoratori sopra i 50 anni che non abbiano ricevuto le tre dosi di vaccino rimarranno a casa dal lavoro senza stipendio. Non si dispone di numeri esatti, ma si stima che il provvedimento vada a toccare all’incirca un milione e mezzo di persone tra i 50 e i 70 anni, dalle quali vanno sottratte esenti e pensionati. Esenti dalla misura sono i lavoratori che presentino certificato medico di esenzione dalla vaccinazione, mentre per i lavoratori sotto i 50 anni (appartenenti alle categorie per le quali non era già previsto un obbligo, come sanità e istruzione) rimarrà la possibilità di presentarsi a lavoro con il green pass di base, ottenibile con il tampone rapido o molecolare da effettuare ogni 48 o 72 ore. Nonostante la pandemia sembri in fase di ritiro e in molti Paesi si vada verso l’allentamento delle restrizioni, dunque, il Governo non rivede le proprie politiche e tira dritto per la sua strada, diversificando sempre di più l’accesso ai diritti in base a criteri opachi e contestabili.

Nonostante si intraveda all’orizzonte la fase calante della pandemia e nonostante si stia procedendo un po’ ovunque al progressivo rilassamento delle restrizioni, con misure quali la riapertura delle discoteche e l’abolizione dell’obbligo di mascherine all’aperto, il Governo non sembra avere intenzione di fare marcia indietro sui propri provvedimenti. Così, a partire da oggi i lavoratori over 50 che non abbiano ricevuto le vaccinazioni rimarranno a casa senza stipendio. Per chi decidesse di violare la norma sono previste sanzioni da 600 a 1500 euro, raddoppiate in caso di ripetuta violazione. Inoltre, per gli over 50, lavoratori o meno, che al 1° febbraio non abbiano regolarizzato la propria posizione vaccinale è prevista una multa una tantum di 100 euro.

La misura, tuttavia, non si applica a chi sia stato contagiato dal Covid da meno di sei mesi: in quel caso, verrà rilasciata la certificazione verde per avvenuta guarigione e il lavoratore sarà libero di andare sul posto di lavoro. Una discriminazione da non poco conto, che subordina il godimento di un diritto in base al fatto che il soggetto abbia o meno contratto una determinata malattia.

Inoltre, il decreto riguardante l’obbligo vaccinale non si esprime in materia di smartworking: a questo proposito, come reso evidente da un articolo pubblicato dal quotidiano la Verità in data odierna, si apre un vuoto legislativo di non poco conto. In caso il lavoratore svolga le proprie mansioni da casa, infatti, il datore di lavoro non è tenuto a sapere se il dipendente disponga o meno del green pass, nonostante, secondo il decreto ministeriale di ottobre, il lavoro agile non costituisca esenzione dalla vaccinazione. Nel caso in cui il dipendente si ammali e il datore di lavoro ne dia comunicazione all’Inps, tuttavia, emergerebbe immediatamente lo stato vaccinale del lavoratore il quale, in caso non avesse ricevuto le inoculazioni necessarie, non avrebbe diritto di lavorare. Ma è possibile sospendere il lavoratore da stipendio e contributi se nessun green pass è stato scansionato, come prevede la norma per la sospensione del lavoro? Inoltre non sono previsti contratti che permettano la sostituzione del lavoratore che si opponga al green pass: questi resta a casa, ma il datore di lavoro non ha modo di sostituirlo.

I dubbi sono tanti, le discriminazioni evidenti e le crepe profonde. La misura dell’obbligo vaccinale sembra inoltre dettata da puri criteri politici, dal momento che si tratta di un provvedimento drastico e dalle drammatiche conseguenze per i cittadini non supportato a sufficienza da criteri scientifici.

[di Valeria Casolaro]

 

Ucraina: la Russia inizia a ritirare le truppe dal confine

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Alcune unità militari russe impegnate in un’esercitazione nei pressi del confine ucraino hanno iniziato il ritiro verso le proprie basi permanenti. “Le unità dei distretti militari meridionali e occidentali, dopo aver concluso le loro attività e completato i loro compiti, cominceranno a rientrare oggi e a trasferirsi nelle loro postazioni militari abituali” ha detto il portavoce del Ministero della difesa russo Igor Konashenkov ai giornalisti.
Nel corso della giornata avverrà inoltre l’incontro a Mosca fra il Cancelliere tedesco Olaf Scholz e il Presidente russo Vladimir Putin.

 

Canada, Trudeau dichiara l’emergenza pubblica nazionale

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Per riuscire a mettere fine alle proteste contro le restrizioni dovute al Covid che hanno causato il blocco della capitale e del traffico commerciale con gli USA, il premier canadese Justin Trudeau ha dichiarato lo stato di emergenza pubblica nazionale. La misura, che viene applicata per la prima volta dopo mezzo secolo, permette al premier di sospendere le libertà civili per ristabilire l’ordine pubblico, tramite, ad esempio, il divieto raduni pubblici o le limitazioni ai viaggi da o per zone specifiche del Paese. Affinché diventi effettiva, la misura deve essere approvata dal Parlamento entro una settimana.