giovedì 3 Aprile 2025
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Usa, Montana: 30 anni di carcere se protesti contro gli oleodotti

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Nel Montana, Stati Uniti, protestare contro gli oleodotti potrebbe diventare presto molto costoso, sia in termini economici sia di libertà personale. La proposta che arriva dai repubblicani dello Stato americano è di quelle forti e il Governatore Greg Gianforte è pronto a metterci la firma. La nuova legge criminalizzerebbe le proteste contro gli oleodotti con multe fino a 150.000 dollari e 30 anni di carcere per le persone fisiche e con multe fino a 1,5 milioni per le organizzazioni considerate come “cospiratrici” e sostenitrici delle proteste.

Una tale legislazione sarebbe certamente un forte deterrente nei riguardi degli ecologisti e degli attivisti ambientali oltre che nei confronti delle popolazioni indigene che sono la “prima linea” di resistenza contro i progetti delle mega-infrastrutture che servono al settore dell’energia fossile. Infatti, molto spesso i “serpenti neri” – come vengono chiamati dagli indigeni – corrono lungo territori con sovranità tribale, non rispettando quindi i trattati, i diritti e la volontà delle popolazioni indigene locali delle riserve. «Quello che vedono negli ultimi anni è quanto sia importante la voce dei nativi americani», ha detto Keaton Sunchild, direttore politico di Western Native Voice.

Questo è confermato dallo stesso Steve Gunderson, il principale sponsor del disegno di legge del Montana, che ha invocato le proteste contro l’oleodotto Dakota Access Pipe Line (DAPL), nel vicino South Dakota, come motivo per introdurre la legislazione. Lo stesso Gunderson che, per la propria campagna politica, ha preso soldi dai PAC legati a Phillips 66, Conoco, Northwestern Energy, Montana Wood Products Association e Weyerhaeuser.

Negli USA, le leggi che impongono multe severe per le proteste contro le infrastrutture per i combustibili fossili sono sorte negli ultimi. Una trentina di stati hanno una qualche forma di legge, molte delle quali hanno come modello l’American Legislative Exchange Council, per proteggere ciò che è legalmente noto come “infrastruttura critica”. L’obiettivo è semplice: sedare la libertà di parola e mettere a tacere l’opposizione ai progetti sui combustibili fossili imponendo multe severe e pene detentive per i manifestanti che esercitano i loro diritti.

[di Michele Manfrin]

Pedofilia: Germania, sgominata rete Darknet con 400mila iscritti

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L’Anticrimine tedesco ha scoperto sul Darknet, collaborando con altri organi inquirenti nazionali e stranieri, una rete internazionale dal nome “Boystown” con materiale pedopornografico. Stando alle indagini esiste dal giugno 2019 e conta circa 400 mila iscritti.

Fedez, il maestro delle battaglie fashion

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La diatriba e il clamore che si è venuto a creare con il discorso di Fedez al concertone del primo maggio è l’argomento che da due giorni occupa il grosso dei social e dei canali media d’Italia. Un colpo da maestro di comunicazione da parte dell’influencer/cantante, non c’è che dire. Un discorso nei contenuti assolutamente apprezzabile e condivisibile: quanto ha detto è giusto. In un mondo della musica e dello spettacolo che quasi mai prende posizione su nulla Fedez fa spesso eccezione e questo non è da buttare, specie in questi tempi. Tuttavia certe lodi sperticate al suo “coraggio” sono esagerate. Fedez ha una tendenza sempre più evidente a lanciarsi nelle battaglie “fashion”, quelle con un hastag che si trova in tendenza, trasversali e facili, condivisibili da tutti o quasi e soprattutto non “di classe”. Cioè che non danno affatto fastidio a sponsor e multinazionali al cui tavolo l’artista milanese banchetta ormai da tempo.

Ripetendo la condivisione delle argomentazioni portate dal cantante, ci porgiamo anche una domanda: perché alla festa dei lavoratori non si è parlato di tutti i problemi del mondo del lavoro e delle condizioni lavorative nel nostro paese? Forse perché ci vorrebbe molto coraggio ad esporsi, parlando fuori dai denti, sulle questioni sociali che investono il mondo del lavoro, a cominciare da quelle aziende con le quali si è in affari. Infatti, come si potrebbe parlare di Amazon e delle sue disumane condizioni lavorative quando si è testimonial della stessa multinazionale? A fare questo sì che ci vorrebbe molto coraggio. E, certamente, diventa difficile parlare della drammaticità del dover scegliere tra lavoro, ambiente e salute quando tra gli sponsor del concertone ci sono la multinazionale del petrolio ENI ed Intesa Sanpaolo (la “banca più fossile” d’Italia).

Eppure, nel primo trimestre del nuovo anno, il numero di morti sul lavoro è cresciuto dell’11,4%. In Italia, più di una persona muore ogni giorno sul lavoro: sono le così dette morti bianche. Negligenza, mancata formazione, abbattimento dei costi e lavoro nero sono solo alcune delle cause di morte sul lavoro, senza contare quei morti a distanza di anni per patologie sviluppate in conseguenza di un’esposizione prolungata a sostanze dannose. Il primo maggio – ovvero la giornata dei lavoratori – dovrebbe servire per parlare di queste cose, che quasi mai vengono affrontate sui media posseduti dalle stesse grandi aziende che rappresentano il problema. Si tratta di questioni che riguardano da vicino tutti i lavoratori e certamente anche le minoranze alle quali (giustamente) Fedez porge l’attenzione.

[di Michele Manfrin]

1,5 milioni di posti di lavoro persi

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Un milione e mezzo di posti di lavoro persi: è quanto emerge dal rapporto dell’Ufficio studi Confcommercio. Gli effetti della pandemia hanno impattato in maniera consistente anche sui consumi con quasi 130 miliardi di spesa persa, di cui l’83%, pari a circa 107 miliardi, in soli quattro settori: abbigliamento e calzature, trasporti, ricreazione, spettacoli e cultura e alberghi e pubblici esercizi.

Naufragio in Libia: 50 morti

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La Mezzaluna Rossa libica riferisce del naufragio di un’imbarcazione a largo della Libia che ha causato 50 morti. L’Agenzia Onu per i Rifugiati (Unhcr) rende noto inoltre che “circa 95 persone sono state soccorse in mare e riportate a Tripoli nella notte dalla Guardia costiera libica”.

Birmania: a 4 mesi dal golpe non si fermano le proteste

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A quattro mesi esatti dal colpo di stato militare, non si fermano le proteste dei cittadini birmani. Ancora ieri manifestazioni si sono tenute in varie città della nazione e fonti locali riportano l’uccisione di cinque manifestanti da parte delle forze di polizia. In diverse città (a partire da Yangon) si sono negli ultimi giorni registrati attentati ed esplosioni. Atti non rivendicati che il governo attribuisce ai manifestanti e che vengono utilizzati per giustificare la repressione, ma che secondo i manifestanti sono invece opera degli stessi militari.

Proteste contro il coprifuoco in tutta Italia

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In molte città italiane è stato un sabato sera di proteste contro il coprifuoco, con gruppi di cittadini che si sono dati appuntamento per passeggiate “disobbedienti” dopo le ore 22. Tante persone a Bologna, fronteggiate dalla Guardia di Finanza. Centinaia di persone, principalmente ragazzi e ragazze, hanno sfidato i divieti a Cuneo con una lunga passeggiata per le vie cittadine, mentre a Parma un gruppo di manifestanti più ristretto e adulto ha avuto momenti di tensione con le forze dell’ordine. Ma, nel silenzio dei media locali e nazionali, le proteste sono avvenute in tante città: da Lipari a Lugo, passando per Cesenatico, Lecce, Salerno e molte altre.

L’Italia non è un paese per orsi?

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Sono passati vent’anni dal primo tentativo di ripopolamento dell’orso bruno in Trentino. Era il 1996 quando partì il progetto europeo Life Ursus, nato con l’obiettivo di ridare vigore all’unica popolazione significativa di orso bruno nelle Alpi nostrane. Quello trentino è, infatti, l’ultimo baluardo alpino di una specie tanto emblematica quanto vulnerabile. Al tempo, 10 orsi provenienti dalle foreste slovene, furono catapultati nella più antropizzata provincia di Trento. Negli anni a seguire la popolazione effettivamente aumentò, ma l’entusiasmo iniziale fu presto spento quando si scoprì che i...

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Afghanistan: inizia ritiro di truppe Usa e Nato

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È formalmente iniziato oggi il ritiro delle truppe americane e di quelle Nato dall’Afghanistan. Secondo i piani, tutti i diecimila soldati ancora sul territorio saranno ritirati entro la data simbolica del prossimo 11 settembre. I talebani hanno tuttavia minacciato di compiere attacchi contro le truppe in quanto secondo gli accordi con gli Usa il ritiro avrebbe dovuto essere già concluso.

Europa: la nuova legge contro il radicalismo digitale rischia di aumentare la censura

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General view on the hemicycle of the European Parliament in Strasbourg

Venerdì 28 aprile 2021 il Parlamento Europeo ha approvato ufficialmente una legge per contrastare la diffusione di contenuti digitali di matrice terroristica. La proposta di legge, pensata già nel 2018, era stata presentata il 16 marzo e votata nel mese di aprile. Impone alle piattaforme digitali di rimuovere contenuti di matrice terroristica nell’arco di un’ora. Sarà applicata a partire da 12 mesi dopo la pubblicazione dell’EU’s Official Journal.

Lo scopo dichiarato della legge è quello di combattere la radicalizzazione giovanile, che avviene principalmente online, mettendo un filtro su contenuti quali streaming di attività terroristiche, materiali che incitano al reclutamento e istruzioni sulla fabbricazione di esplosivi. Alcune eccezioni sono i contenuti destinati alla ricerca, all’educazione, all’arte e al giornalismo. Le piattaforme, una volta ricevuto un avvertimento dalle autorità nazionali rispetto all’esistenza di un contenuto sospetto, devono procedere ad eliminarlo entro un’ora. Se questo non avviene, devono renderne conto. Non sono costrette a monitorare i contenuti o filtrarli, ma sono tenute a rispondere agli avvertimenti degli stati membri. Per quanto riguarda le aziende e piattaforme che rifiutano di collaborare, queste rischiano delle sanzioni monetarie.

Ci sono degli obblighi di trasparenza per le piattaforme: informazioni sul contenuto, identificazione e rimozione devono essere oggetto di pubblico scrutinio. Nonostante ciò, i gruppi di difesa dei diritti civili si sono schierati contro questa legge, che temono si renderà responsabile di una forma di censura digitale, peraltro completamente automatizzata (a giudicare la natura del contenuto digitale non sarà una persona, ma un insieme di intelligenza artificiale, algoritmi e filtri). Anche molti parlamentari hanno espresso la preoccupazione che di questa legge si finisca a fare un uso inadeguato, fino a bloccare contenuti legittimi e creare uno scomodo precedente di censura digitale.

Ma le preoccupazioni sono anche di natura economica: il limite di un’ora è molto ristretto e potrebbe facilitare le aziende e piattaforme più grandi e ricche, penalizzando quelle più piccole, che non sempre hanno le possibilità materiali e finanziarie per gestire un controllo così serrato sui contenuti. Il mercato dei servizi digitali soffre già sufficientemente del monopolio di giganti come Google e Facebook, e questa legge potrebbe contribuire a sopprimere la competizione. Oltretutto, avere solo un’ora a disposizione, rischiando multe e sanzioni in caso di mancato intervento, potrebbe facilitare un giudizio affrettato dei contenuti e potrebbe quindi costituire una minaccia alla libertà di espressione.

[di Anita Ishaq]