venerdì 4 Aprile 2025
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Embraco: arrivate lettere di licenziamento per i 400 dipendenti

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Sono arrivate le prime lettere di licenziamento per i 400 lavoratori dell’ex Embraco di Riva di Chieri, lo hanno riferito gli stessi dipendenti della fabbrica. All’interno delle lettere, scritte in data 30 aprile e firmate dal curatore fallimentare Maurizio Gili, si legge infatti che il licenziamento sarĂ  valido a partire dal 22 luglio e che, in tal senso, la cassa integrazione resterĂ  in vigore fino a tale data. Il licenziamento non era certamente inaspettato: il Primo Maggio, infatti, i lavoratori avevano manifestato per chiedere al governo di affrontare la loro situazione.

Colombia, proteste dopo l’ultima riforma neoliberista: la polizia fa 35 morti

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Da mercoledì 28 aprile 2021, in Colombia si è scatenato uno sciopero generale di proporzioni enormi. La causa scatenante è stata l’introduzione di una riforma tributaria da parte del governo neoliberista di Iván Duque Márquez. Si tratta della terza riforma economica nei tre anni dalla sua elezione. Lo scopo è da una parte aumentare l’IVA e le accise sul carburante e dall’altra estendere la tassa sul reddito anche alle classi più basse e ai pensionati (che precedentemente ne erano esclusi). Queste misure penalizzano gli strati più deboli e indigenti della popolazione colombiana.

Per affrontare la crisi economica causata dal Covid, che ha colpito molto duramente la Colombia, Duque ha deciso di introdurre un apposito fondo di ripresa. Per nutrirlo, però, è andato a pesare particolarmente sulle classi medie e basse. L’aumento dell’IVA introdotto dall’ultima riforma non colpisce infatti né la Chiesa né il settore militare né le grandi aziende, ma penalizza i cittadini. Ovviamente si tratta di cittadini che hanno già patito per via della pandemia e che ora in nome di questa dovrebbero soffrire ulteriormente: una sorta di circolo vizioso.

La riforma ha scatenato la reazione dei movimenti di base e ampi strati della popolazione: gruppi studenteschi, movimenti sociali, femministe, indigeni. Il 28 aprile soltanto sono scesi in piazza più di 5 milioni di manifestanti, prima solo nella capitale Bogotà e poi, a macchia d’olio, anche nel resto del paese. Gli scontri più duri sono però avvenuti il secondo giorno dello sciopero generale, il 29 aprile, sia a Bogotà che nella città di Cali. I militari hanno risposto alle manifestazioni con il pugno di ferro, arrestando e aggredendo un numero ancora imprecisato di manifestanti (parliamo comunque di diverse centinaia). Secondo un rapporto di Human Rights Watch gli squadroni ESMAD (le forze colombiane anti-sommossa) avrebbero ucciso almeno 35 persone, e a Cali si è registrato anche un episodio di violenza sessuale. Alcuni manifestanti sembrano essere scomparsi.

Lo scenario è quello di una vera e propria guerriglia urbana. Le proteste sono già in partenza piuttosto violente, cariche della frustrazione accumulata dai cittadini, che sono stati sottoposti allo stesso tempo alla pandemia e all’austerità di matrice neoliberista del loro governo. La risposta feroce e repressiva della polizia ha poi esasperato la situazione.

[di Anita Ishaq]

Le infinite bufale dei giornali mainstream sulle proteste No Tav

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Tra gli argomenti che i media mainstream trattano piĂą spesso a sproposito c’è senza dubbio il Tav. Sia per motivazioni politiche che economiche è ormai 20 anni che chiunque desideri farsi un’opinione veritiera e non filtrata su ciò che avviene in Val di Susa deve tenersi alla larga da tutte le Tv e da quasi tutta la stampa italiana, con rare eccezioni. I fatti delle ultime settimane, a cominciare da quanto accaduto alle manifestazioni No Tav del 17 aprile scorso non fa eccezione e, purtroppo, non stupisce. La vicenda di Giovanna Saraceno, attivista gravemente ferita al volto dal lancio di un lacrimogeno da parte della polizia, è stata coperta solo in parte, e narrata in modo da creare un’opinione distorta dei fatti.

Non è difficile leggere articoli che, indirettamente, spingono il lettore a intendere che la versione dei No Tav sia falsa: si sostiene che le forze dell’ordine non hanno lanciato lacrimogeni ad altezza d’uomo. La giovane attivista non è quindi stata colpita al volto da uno di essi, anche perchĂ© – secondo le opinioni della Questura, riportate acriticamente dai giornali – le ferite non sarebbero compatibili. Un “buon esempio” di ciò è questo pezzo de il Giornale, ma fatti a fotocopia se ne possono trovare molti altri. Si ospitano le parole di Martina Casel, referente del movimento, ma poi l’articolo cerca di smontarle e subissarle di opinioni (non fatti) che deresponsabilizzano le forze dell’ordine e criminalizzano i manifestanti. Prima fattualmente, dalla ricostruzione della questura: «Si è trattato di trauma da corpo contundente, non provocato da un lacrimogeno, che a distanza di 30-40 metri si sfaldano in dischi di sostanza polverosa di pochi millimetri, che si incendiano e fanno fumo». E poi moralmente, da Silvia Fregolent (Iv), che descrive gli attivisti come «pericolosi» e «senza scrupoli», e le loro attivitĂ  come «tentativi di omicidio». L’opinione della deputata è non solo senza contraddittorio, ma è inoltre posta a conclusione del pezzo, in modo da chiudere il cerchio. Inutile poi dire che la Fregolet è una politica schierata contro i No Tav, quindi la sua opinione non è esattamente neutrale.

In realtĂ  a supportare la tesi che quel giorno le forze di polizia abbiano sparato lacrimogeni ad altezza d’uomo ci sono due video, diffusi dai No Tav nelle medesime ore in cui anche il Giornale scriveva, ma omessi da molte testate. Il primo documento mostra un agente di polizia nell’atto di puntare il lancia lacrimogeni e sparare ad altezza d’uomo. La manovra risulta chiaramente volontaria. Il secondo, forse anche piĂą importante, riporta una conversazione fra colleghi, uno dei quali afferma distintamente di aver lanciato lacrimogeni in faccia a manifestanti per la strada. A provare che giĂ  in passato la polizia abbia lanciato lacrimogeni ad altezza d’uomo, sta anche una sentenza della Corte d’Appello di Torino. E’ emerso in modo inconfutabile che a una manifestazione del 2011, sempre compiuta da No Tav in Val di Susa, le forze dell’ordine hanno compiuto svariati illeciti contro il movimento. Adottarono condotte contrarie ai proprio doveri e, in alcuni casi, altamente pericolose, esplodendo ordigni lacrimogeni con un’angolazione insufficiente, tale che alcuni manifestanti potevano venir colpiti dai bossoli.

Non è tutto, negli stessi giorni i media hanno pubblicato, con grande sensazionalismo, titoli come questi: “No tav, cavi d’acciaio ad altezza d’uomo sulla A32” (Rai News); “Follia No Tav in autostrada: un cavo d’acciaio ad altezza uomo” (Il Giornale); “No Tav, cavo d’acciaio in autostrada: l’ultima follia per bloccare l’A32” (Il Mattino). Un lettore che si fermi ai titoli avrĂ  avuto gioco facile a credere che i No Tav abbiano compiuto una sorta di attentato terroristico, mettendo a rischio la vita degli automobilisti tendendo un cavo d’acciaio in autostrada. Ebbene, in realtĂ  si trattava di una manifestazione durante la quale il traffico autostradale era giĂ  stato bloccato e quindi nessuno ha corso alcun pericolo. Ma parlare di una “normale” protesta, seppur radicale, imporrebbe di doversi concentrare anche sulle sue ragioni e spiegarne i perchĂ©. Molto piĂą semplice è farlo passare come un gesto folle.

Niente di sorprendente, sono gli stessi media che per anni hanno dipinto l’alta velocitĂ  Torino-Lione come un’opera assolutamente necessaria, raccontando che il grosso delle spese per la sua realizzazione era inoltre coperto da fondi europei. A questo punto non dovrebbe sorprendervi sapere che – poche settimane fa – quando si è scoperto che la Francia sta stanziando pochissimi fondi per l’opera (che evidentemente non ritiene così prioritaria) e l’Europa ha dato solo spiccioli, al punto che l’Italia sta coprendo da sola l’82% dei costi, praticamente nessuno tra i media citati abbia dato la notizia.

[Andrea Giustini]

 

Usa, Montana: 30 anni di carcere se protesti contro gli oleodotti

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Nel Montana, Stati Uniti, protestare contro gli oleodotti potrebbe diventare presto molto costoso, sia in termini economici sia di libertà personale. La proposta che arriva dai repubblicani dello Stato americano è di quelle forti e il Governatore Greg Gianforte è pronto a metterci la firma. La nuova legge criminalizzerebbe le proteste contro gli oleodotti con multe fino a 150.000 dollari e 30 anni di carcere per le persone fisiche e con multe fino a 1,5 milioni per le organizzazioni considerate come “cospiratrici” e sostenitrici delle proteste.

Una tale legislazione sarebbe certamente un forte deterrente nei riguardi degli ecologisti e degli attivisti ambientali oltre che nei confronti delle popolazioni indigene che sono la “prima linea” di resistenza contro i progetti delle mega-infrastrutture che servono al settore dell’energia fossile. Infatti, molto spesso i “serpenti neri” – come vengono chiamati dagli indigeni – corrono lungo territori con sovranità tribale, non rispettando quindi i trattati, i diritti e la volontà delle popolazioni indigene locali delle riserve. «Quello che vedono negli ultimi anni è quanto sia importante la voce dei nativi americani», ha detto Keaton Sunchild, direttore politico di Western Native Voice.

Questo è confermato dallo stesso Steve Gunderson, il principale sponsor del disegno di legge del Montana, che ha invocato le proteste contro l’oleodotto Dakota Access Pipe Line (DAPL), nel vicino South Dakota, come motivo per introdurre la legislazione. Lo stesso Gunderson che, per la propria campagna politica, ha preso soldi dai PAC legati a Phillips 66, Conoco, Northwestern Energy, Montana Wood Products Association e Weyerhaeuser.

Negli USA, le leggi che impongono multe severe per le proteste contro le infrastrutture per i combustibili fossili sono sorte negli ultimi. Una trentina di stati hanno una qualche forma di legge, molte delle quali hanno come modello l’American Legislative Exchange Council, per proteggere ciò che è legalmente noto come “infrastruttura critica”. L’obiettivo è semplice: sedare la libertĂ  di parola e mettere a tacere l’opposizione ai progetti sui combustibili fossili imponendo multe severe e pene detentive per i manifestanti che esercitano i loro diritti.

[di Michele Manfrin]

Pedofilia: Germania, sgominata rete Darknet con 400mila iscritti

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L’Anticrimine tedesco ha scoperto sul Darknet, collaborando con altri organi inquirenti nazionali e stranieri, una rete internazionale dal nome “Boystown” con materiale pedopornografico. Stando alle indagini esiste dal giugno 2019 e conta circa 400 mila iscritti.

Fedez, il maestro delle battaglie fashion

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La diatriba e il clamore che si è venuto a creare con il discorso di Fedez al concertone del primo maggio è l’argomento che da due giorni occupa il grosso dei social e dei canali media d’Italia. Un colpo da maestro di comunicazione da parte dell’influencer/cantante, non c’è che dire. Un discorso nei contenuti assolutamente apprezzabile e condivisibile: quanto ha detto è giusto. In un mondo della musica e dello spettacolo che quasi mai prende posizione su nulla Fedez fa spesso eccezione e questo non è da buttare, specie in questi tempi. Tuttavia certe lodi sperticate al suo “coraggio” sono esagerate. Fedez ha una tendenza sempre piĂą evidente a lanciarsi nelle battaglie “fashion”, quelle con un hastag che si trova in tendenza, trasversali e facili, condivisibili da tutti o quasi e soprattutto non “di classe”. Cioè che non danno affatto fastidio a sponsor e multinazionali al cui tavolo l’artista milanese banchetta ormai da tempo.

Ripetendo la condivisione delle argomentazioni portate dal cantante, ci porgiamo anche una domanda: perchĂ© alla festa dei lavoratori non si è parlato di tutti i problemi del mondo del lavoro e delle condizioni lavorative nel nostro paese? Forse perchĂ© ci vorrebbe molto coraggio ad esporsi, parlando fuori dai denti, sulle questioni sociali che investono il mondo del lavoro, a cominciare da quelle aziende con le quali si è in affari. Infatti, come si potrebbe parlare di Amazon e delle sue disumane condizioni lavorative quando si è testimonial della stessa multinazionale? A fare questo sì che ci vorrebbe molto coraggio. E, certamente, diventa difficile parlare della drammaticitĂ  del dover scegliere tra lavoro, ambiente e salute quando tra gli sponsor del concertone ci sono la multinazionale del petrolio ENI ed Intesa Sanpaolo (la “banca piĂą fossile” d’Italia).

Eppure, nel primo trimestre del nuovo anno, il numero di morti sul lavoro è cresciuto dell’11,4%. In Italia, piĂą di una persona muore ogni giorno sul lavoro: sono le così dette morti bianche. Negligenza, mancata formazione, abbattimento dei costi e lavoro nero sono solo alcune delle cause di morte sul lavoro, senza contare quei morti a distanza di anni per patologie sviluppate in conseguenza di un’esposizione prolungata a sostanze dannose. Il primo maggio – ovvero la giornata dei lavoratori – dovrebbe servire per parlare di queste cose, che quasi mai vengono affrontate sui media posseduti dalle stesse grandi aziende che rappresentano il problema. Si tratta di questioni che riguardano da vicino tutti i lavoratori e certamente anche le minoranze alle quali (giustamente) Fedez porge l’attenzione.

[di Michele Manfrin]

1,5 milioni di posti di lavoro persi

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Un milione e mezzo di posti di lavoro persi: è quanto emerge dal rapporto dell’Ufficio studi Confcommercio. Gli effetti della pandemia hanno impattato in maniera consistente anche sui consumi con quasi 130 miliardi di spesa persa, di cui l’83%, pari a circa 107 miliardi, in soli quattro settori: abbigliamento e calzature, trasporti, ricreazione, spettacoli e cultura e alberghi e pubblici esercizi.

Naufragio in Libia: 50 morti

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La Mezzaluna Rossa libica riferisce del naufragio di un’imbarcazione a largo della Libia che ha causato 50 morti. L’Agenzia Onu per i Rifugiati (Unhcr) rende noto inoltre che “circa 95 persone sono state soccorse in mare e riportate a Tripoli nella notte dalla Guardia costiera libica”.

Birmania: a 4 mesi dal golpe non si fermano le proteste

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A quattro mesi esatti dal colpo di stato militare, non si fermano le proteste dei cittadini birmani. Ancora ieri manifestazioni si sono tenute in varie cittĂ  della nazione e fonti locali riportano l’uccisione di cinque manifestanti da parte delle forze di polizia. In diverse cittĂ  (a partire da Yangon) si sono negli ultimi giorni registrati attentati ed esplosioni. Atti non rivendicati che il governo attribuisce ai manifestanti e che vengono utilizzati per giustificare la repressione, ma che secondo i manifestanti sono invece opera degli stessi militari.

Proteste contro il coprifuoco in tutta Italia

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In molte cittĂ  italiane è stato un sabato sera di proteste contro il coprifuoco, con gruppi di cittadini che si sono dati appuntamento per passeggiate “disobbedienti” dopo le ore 22. Tante persone a Bologna, fronteggiate dalla Guardia di Finanza. Centinaia di persone, principalmente ragazzi e ragazze, hanno sfidato i divieti a Cuneo con una lunga passeggiata per le vie cittadine, mentre a Parma un gruppo di manifestanti piĂą ristretto e adulto ha avuto momenti di tensione con le forze dell’ordine. Ma, nel silenzio dei media locali e nazionali, le proteste sono avvenute in tante cittĂ : da Lipari a Lugo, passando per Cesenatico, Lecce, Salerno e molte altre.