Le principali case automobilistiche del mondo – Bmw, Ford, General Motors, Hyundai, Nissan, Renault, Honda, Mercedes-Benz, Volkswagen, Toyota, Stellantis e Tesla – stanno rallentando il raggiungimento degli obiettivi climatici globali. A rivelarlo è una nuova indagine di InfluenceMap che mostra come queste multinazionali, sebbene abbiano dichiarato pubblicamente il loro sostegno all’Accordo di Parigi, stiano rimanendo indietro rispetto allo sviluppo di veicoli a zero emissioni e, contemporaneamente, stiano facendo pressioni per prolungare il commercio di motori a combustione interna. Su 12 case automobilistiche, solo Tesla si sta impegnando realmente in una politica in linea con gli obiettivi climatici.
Il ritorno dei lupi in Italia: sono 3.300 mai così tanti dagli anni Settanta
Dopo due anni si è concluso il primo monitoraggio nazionale sulla presenza del lupo in Italia. Le stime elaborate dall’Istituto nazionale per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) confermano una tendenza di crescita dell’animale lungo tutto lo Stivale, con 3.300 esemplari. Il dato ottenuto arriva dopo un meticoloso lavoro, condotto durante la pandemia, che ha impegnato oltre 3mila persone – volontari, personale di parchi nazionali e regionali, università, musei, associazioni nazionali e locali, 504 reparti dei Comando Unità Forestali Ambientali e Agroalimentari (Cufaa) dell’Arma dei Carabinieri – da Nord a Sud.
Per l’indagine sono stati scandagliati 85mila chilometri, e la presenza del lupo è stata documentata da 6520 avvistamenti fotografici con fototrappole, 491 carcasse di ungulato predate, 1310 tracce, 171 lupi morti e 16mila escrementi. Per identificare effettivamente la specie e ottenere così la conferma assoluta di quanto rinvenuto sul territorio, sono state condotte 1500 analisi genetiche con tecniche specifiche, i cui risultati sono stati analizzati con i più recenti modelli statistici prodotti dalla comunità scientifica. Il monitoraggio è stato condotto suddividendo in celle di 10 per 10 chilometri il territorio (ne sono state selezionate mille), e conducendo due analisi differenti, una per le regioni/province autonome della zona alpina, e una per le regioni dell’Italia peninsulare. Stando ai risultati, sulle Alpi è avvenuto l’aumento più significativo, con un numero di lupi stimato intorno ai 950 (2400 sono distribuiti lungo il resto della penisola).
Fin dagli anni Cinquanta il lupo ha sempre diviso l’opinione pubblica, tra chi accettava la sua presenza e chi invece no. Difatti, le cause della diminuzione del lupo in Italia sono state principalmente due: l’ibridazione con il cane, che ha messo seriamente a rischio il patrimonio genetico della specie, e il conflitto con gli allevatori (bracconaggio). La svolta per il recupero dell’animale si ebbe negli anni Settanta, quando si contarono solo un centinaio di esemplari sul territorio, con l’approvazione del decreto ministeriale Natali (1971). Questo ha spianato la strada per l’inserimento del carnivoro nelle specie protette (1976), oltre ad averne vietato la caccia e l’avvelenamento. Così, negli ultimi anni, il lupo è ritornato a popolare le nostre terre, riproducendosi in maniera del tutto naturale e spontanea, senza interventi di reintroduzione da parte dell’uomo. Il carnivoro è quindi sotto la tutela dello Stato, poiché considerato elemento indispensabile dell’ecosistema cui appartiene e, dato che la convivenza con l’uomo non è affatto semplice, nell’esercizio della tutela, lo Stato riconosce ad allevatori e aziende gli indennizzi per le predazioni subite a causa dell’animale.
Ma i risarcimenti da soli non sono mai bastati, poiché non riducono gli attacchi del predatore. Pertanto, nel corso degli anni, si è puntato molto sulla prevenzione, con la messa in sicurezza degli allevamenti grazie a recinzioni sofisticate e cani da pastori certificati. Dinamiche che, di conseguenza, hanno contrastato il bracconaggio, la caccia e gli avvelenamenti. Significativo è stato anche l’aumento delle prede, quali cinghiali, caprioli e cervi che, oltre a distogliere l’attenzione del lupo dagli animali al pascolo, ha contribuito a salvare la specie. Infine, sono state attuate delle vere e proprie campagne di informazione da associazioni e attivisti, specialmente in quelle zone in cui il lupo é ricomparso dopo tanto tempo, al fine di aumentare la consapevolezza e l’accettazione nei cittadini.
[di Eugenia Greco]
Mercoledì 18 maggio
8.40 – Regno Unito, inflazione al 9%: mai così alta negli ultimi 40 anni.
10.00 – Finlandia e Svezia hanno ufficializzato la loro richiesta di ingresso nella Nato.
12.15 – Russia, ministro Esteri comunica espulsione di 24 diplomatici italiani, 27 spagnoli e 34 francesi.
12.40 – Dl Riaperture, via libera definitivo dopo ok del Senato con 201 voti favorevoli.
15.45 – Commissione UE, proposti fino a 9 miliardi aggiuntivi per assistenza finanziaria a Ucraina.
17.00 – Dopo aver eletto come presidente Stefania Craxi, la Commissione Esteri non riesce a procedere con le nomine dei vicepresidenti perché manca il numero legale.
18.00 – La Turchia blocca l’avvio dei colloqui relativi all’adesione di Svezia e Finlandia nella Nato.
18.30 – La maggioranza vota compatta contro la riattivazione di 752 piattaforme di estrazione presenti nel Mar Adriatico e nel Mar di Sicilia.
Eni ha aperto un conto per pagare il gas in rubli, ma giura di non usarlo
Con un comunicato stampa pubblicato sul proprio sito, Eni ha annunciato l’apertura di due conti correnti, uno in euro e uno in rubli, presso Gazprom Bank, la terza banca russa più grande del paese. Il provvedimento è stato adottato “in via cautelativa” a causa delle “imminenti scadenze di pagamento previste per i prossimi giorni”, che comunque verranno affrontate in euro, ha dichiarato la compagnia guidata da Claudio De Scalzi, per poi essere convertite in rublo da un agente della Borsa di Mosca. Nel comunicato stampa viene sottolineato come le nuove modalità di pagamento siano state prese in accordo con le istituzioni italiane e rappresentino un modo di procedere “neutrale in termini di costi e rischi”, compatibile con le sanzioni previste dall’Unione europea.
Tuttavia, da Bruxelles è già arrivata una bocciatura preventiva attraverso le parole di un portavoce della Commissione europea che ha dichiarato: «L’apertura di un conto in rubli va oltre le indicazioni che abbiamo dato agli Stati membri», incaricati di vigilare che le società rispettino le sanzioni. Esse «hanno un obbligo legale e in caso contrario l’organo può aprire la procedura d’infrazione». Il vice presidente della Commissione europea, Frans Timmermans, ha commentato l’ipotesi di un’attivazione da parte di Eni del conto corrente in valuta russa: «Pagare in rubli significa violare le sanzioni. Ed è una violazione anche dei contratti stipulati che prevedono in quale valuta pagare: euro o dollari, mai rubli». Il 30 aprile scorso, il presidente russo Vladimir Putin ha firmato un decreto in cui si imponeva l’apertura di un doppio conto, uno in euro o dollari e l’altro in rubli, per saldare le forniture di Gazprom con il coinvolgimento della Gazprom Bank e della Banca centrale russa. Accettare la presenza del principale istituto bancario di Mosca, con annessa modifica radicale dei contratti, avrebbe comportato, per le aziende europee, una violazione delle sanzioni imposte dai paesi occidentali. Dunque, tutte le grandi società energetiche del Vecchio Continente si sono ingegnate per trovare una soluzione: pagare in euro e coinvolgere, per la conversione in rublo, non la Banca centrale russa ma un “clearing agent operativo presso la Borsa di Mosca entro 48 ore dall’accredito”, come dichiarato da Eni, che nel comunicato stampa ha scritto: “L’esecuzione dei pagamenti con queste modalità non riscontra al momento nessun provvedimento normativo europeo che preveda divieti che incidano in maniera diretta sulla possibilità di eseguire le suddette operazioni”.
La volontà di schivare in qualche modo l’ostacolo delle sanzioni da parte delle compagnie energetiche europee sottolinea, innanzitutto, la dipendenza inestricabile nei confronti di gas e petrolio russi, nonostante da anni sia stata annunciata la necessità di una svolta sostenibile, verso quell’utilizzo di fonti rinnovabili ostacolato dalla burocrazia. La crescita dell’idrico e del geotermico è praticamente ferma dal 2000, mentre il fotovoltaico e l’eolico, dopo un exploit iniziale, non registrano incrementi interessanti da 5 anni. Ad oggi, come dimostrano le spedizioni dell’esecutivo italiano in Africa, la preoccupazione maggiore è quella di stipulare contratti con Algeria, Mozambico, Egitto, Angola e Congo, accompagnati da non pochi dubbi sul reale apporto produttivo che potranno avere nel breve periodo.

Alla “sconfitta” dell’ambiente, sacrificato per far fronte alle sanzioni rivolte a Mosca, si aggiunge poi la crescita del rublo, a dispetto delle previsioni (e speranze) europee. Il tasso di cambio nei confronti delle maggiori valute mondiali ha raggiunto i livelli pre-pandemia, quando per ottenere un dollaro statunitense erano necessari circa 60 rubli. Dopo aver subito una massiccia svalutazione (di circa il 50%) lo scorso marzo, la moneta ufficiale della Russia ha iniziato una rapida ripresa rappresentando, al momento, la miglior valuta del 2022, con un rimbalzo sul dollaro di circa il 12% da inizio anno.
[Di Salvatore Toscano]
Ue: presentato “RePowerEu”, il piano per ridurre la dipendenza energetica dalla Russia
La Commissione europea ha presentato oggi il piano “RePowerEu”, il cui fine è quello di ridurre rapidamente la dipendenza dai combustibili fossili russi e portare avanti velocemente la transizione verde. «Dobbiamo ridurre la nostra dipendenza energetica dalla Russia il più rapidamente possibile, lo possiamo fare», ha affermato a tal proposito la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, sottolineando che con il “RePowerEu” si stanno «mobilitando fino a 300 miliardi di euro» di cui «circa 10 miliardi di euro finanzieranno i collegamenti mancanti per il gas, il GNL e le infrastrutture petrolifere così da fermare le spedizioni dalla Russia, mentre tutti i restanti serviranno ad accelerare e aumentare la transizione verso l’energia pulita».
La Sardegna si mobilita contro le esercitazioni della NATO
Fino al 27 maggio numerose tra le spiagge naturalisticamente più pregevoli delle coste sarde saranno ostaggio delle esercitazioni militari della Nato, che vedranno 65 mezzi navali e aerei (sottomarini compresi) provenienti da 7 Paesi dell’Alleanza atlantica allenarsi a fare la guerra. Saranno 4 mila i gli uomini che prenderanno parte all'”assedio” dell’isola. I cittadini sardi hanno deciso di non sottostare a tale imposizione, giunta senza alcun preavviso agli inizi della stagione turistica, e hanno lanciato sulla piattaforma change.org una petizione per dire di no alle esercitazioni militari e “bloccare questa e future iniziative”.
Il titolo della petizione è eloquente di per sé: Mai più esercitazioni militari nelle coste sarde. I cittadini, infatti, sottolineano come siano già tre i poligoni presenti sul territorio sardo: Quirra-San Lorenzo, Capo Frasca e Teulada. Nonostante ciò si è deciso di svolgere le esercitazioni dell’Alleanza in 17 aree marittime, alcune delle quali mai coinvolte in operazioni militari e conosciute in tutto il mondo per la loro bellezza. Tra queste vi sono Porto Pino, il Poetto e Teulada. L’operazione “Mare Aperto” impedirà quindi “il transito, la sosta, la pesca, la balneazione e le immersioni” fino al 27 maggio. A preoccupare i cittadini sono soprattutto i rischi di danni ingenti all’ambiente: le esercitazioni rischiano infatti di essere “distruttive e devastanti” per il patrimonio naturalistico e paesaggistico della zona, “messo a dura prova per il diletto delle forze militari della Nato”.
La petizione fa appello alla Regione Sardegna affinché “si faccia portavoce nei confronti del Ministero della Difesa Italiana per bloccare questa e future iniziative militari”. Intanto, per il 22 maggio è prevista una manifestazione di protesta a Capo Teulada, già organizzata da alcune settimane per contestare l’occupazione militare della Sardegna.
[di Valeria Casolaro]
In Iran l’aumento dei prezzi del cibo ha scatenato rivolte contro il governo
In tutto l’Iran si sono diffuse violente proteste per l’aumento dei prezzi degli alimenti la settimana scorsa, dopo che il governo ha annunciato il taglio dei sussidi statali per il grano importato causando un aumento di prezzi dei prodotti a base di farina fino al 300%. Anche i prodotti di prima necessità, tra i quali l’olio da cucina e i prodotti caseari, hanno subito importanti innalzamenti di prezzo. Nonostante il governo abbia dichiarato il ritorno a una situazione tranquilla, su Twitter sono decine i video e le immagini che attestano le numerose manifestazioni e la repressione delle forze di polizia.
Le proteste proseguono senza sosta, allargandosi a macchia d’olio in tutto il Paese: sarebbero almeno 40 le città coinvolte durante il solo weekend, secondo quanto riporta Reuters. Almeno 6 manifestanti sarebbero stati uccisi dall’inizio delle proteste, secondo quanto emerso dai social media e dalle dichiarazioni di fonti locali. Tra queste, l’agenzia di stampa semi-ufficiale ILNA ha riportato l’uccisione di una persona nella città di Dezful, nella provincia del Khuzestan, zona ricca di petrolio. I media statali hanno fatto sapere che le forze di sicurezza hanno disperso almeno 300 persone nella città di Dezful, mentre almeno 15 sono state arrestate nella serata di giovedì 12 maggio. Le autorità non avrebbero ancora confermato né smentito il numero delle vittime.
Dall’inizio delle proteste sono state registrate numerose interruzioni della linea Internet locale, in quello che alcuni ritengono sia stato un tentativo governativo di impedire l’organizzazione di manifestazioni e la condivisione di immagini online. L’osservatorio NetBlocks, che monitora malfunzionamenti e interruzioni della normale attività della rete, ha registrato numerose interruzioni del servizio in Iran nella settimana passata, commentando che “il rallentamento del servizio potrebbe limitare la libera circolazione delle informazioni durante le proteste”.
⚠️ Confirmed: Real-time network data show a brief collapse in observable international connectivity on internet provider Rightel in #Iran, as well as a deterioration on other mobile and fixed-line providers; the slowdown may limit the free flow of information amid protests 📉 pic.twitter.com/uuzu2uYduB
— NetBlocks (@netblocks) May 11, 2022
Scatenate dall’incontrollato e repentino aumento dei prezzi dei generi alimentari in un Paese dove quasi la metà degli 85 milioni di abitanti vive sotto la soglia della povertà, le proteste hanno presto assunto una connotazione marcatamente politica. I cittadini chiedono infatti una maggiore libertà politica e la fine della Repubblica islamica e dei suoi leader. Sono numerosi i video che mostrano i manifestanti bruciare le foto della massima autorità iraniana, la Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei, per chiedere invece il ritorno dell’esiliato Reza Pahlavi, figlio dello Scià d’Iran.
Negli ultimi anni, in Iran, i cittadini “hanno sfruttato ogni opportunità disponibile per segnalare la loro insoddisfazione e il loro malcontento nei confronti del regime che li governa” ha dichiarato ad Al-Arabiya Behnam Ben Taleblu, del think-tank statunitense Foundation for Defense of Democracies. Nel 2019 le rivolte scatenate dall’aumento dei prezzi del carburante hanno presto assunto toni di contestazione politica, scatenando la più violenta repressione in quarant’anni di storia della Repubblica islamica. In quell’occasione Reuters aveva riportato la morte di 1500 persone e Amnesty di oltre 300, dati sempre negati dalle autorità.
I disordini attuali contribuiscono ad aggiungere una notevole pressione sul governo iraniano, che lotta per mantenere a galla un’economia paralizzata dalle sanzioni imposte da Washington nel 2018 quando gli Stati Uniti hanno abbandonato l’accordo di Teheran sul nucleare del 2015. Sono stati fatti dei tentativi per rilanciare il patto, ma i colloqui sono in stallo dallo scorso marzo.
[di Valeria Casolaro]
Parlamento, fiducia approvata su decreti Ucraina e Riapertura
Questa mattina, la Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva la questione di fiducia posta dal governo sulla conversione in legge del decreto-legge Ucraina bis, dopo i problemi di lunedì scorso relativi al non raggiungimento del numero legale nell’Aula. La norma contiene misure urgenti per contrastare gli effetti economici e umanitari della crisi che ha colpito Kiev: dai bonus sociali alla proroga dello stato di emergenza di protezione civile per “continuare a garantire le attività di soccorso e assistenza alla popolazione”. Nel frattempo, il Senato ha approvato la fiducia sulla conversione in legge del decreto Riapertura, contenente le “disposizioni urgenti per il superamento delle misure di contrasto alla diffusione dell’epidemia da Covid, in conseguenza della cessazione dello stato di emergenza”.
La maggioranza dei parlamentari è contro le armi a Kiev, ma solo a parole
La maggioranza dei parlamentari fa capo a gruppi che hanno espresso con una retorica inequivocabile la contrarietà all’invio di armi a Kiev. Si tratta dei gruppi di Forza Italia, Lega e Movimento 5 Stelle, che contano rispettivamente un totale di 368 parlamentari alla Camera, su un totale di 630, e 186 (su 321) in Senato. A questi va poi aggiunta quella parte del Gruppo Misto afferente ad Alternativa e a Potere al Popolo che hanno espresso pareri simili. Il totale, solo tra FI, M5S e Lega ammonta a 554 parlamentari, quasi il 60% del totale. Eppure, quando richiesta, è sempre stata concessa la fiducia alle mozioni del Governo, compreso riguardo la questione dell’invio di armi in Ucraina.
Tra il dire e il fare c’è di mezzo il rischio della crisi di Governo: è infatti un’anomalia tutta italiana quella per la quale un voto di sfiducia comporti automaticamente la caduta dell’intero esecutivo. Tuttavia non si spiega altrimenti il comportamento contraddittorio dei principali partiti riguardo le questioni di fiducia poste dal Governo, tra le quali anche l’invio di armi in Ucraina.
Matteo Salvini ieri ha dichiarato con fermezza di aver «ribadito al presidente Draghi che io di mio, con le mie responsabilità, sto percorrendo tutti i canali e i rapporti che ho coltivato negli anni per arrivare a uno stop alle armi». Tuttavia, alla domanda diretta «Chiederete il voto sulle armi?» il leader della Lega risponde che «No, non mi sembra che arrivino delle comunicazioni, non mi sembra che siano previsti voti», per poi aggiungere «Non c’è niente da votare, io non commento le ipotesi».
Stessa solfa per quanto riguarda il Movimento 5 Stelle, il cui presidente Giuseppe Conte ha accuratamente evitato di esprimere posizioni nette riguardo l’invio di armi in Ucraina. Il documento redatto al termine dell’ultima riunione dei vertici del Movimento riporta infatti come si ritenga “assolutamente opportuno che l’Italia, dopo avere già inviato varie forniture comprensive anche di armamenti per consentire all’Ucraina di esercitare il diritto alla legittima difesa di cui all’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite, concentri adesso i suoi sforzi sul piano diplomatico”. L’invio delle armi appare quindi implicitamente considerato legittimo: di certo non figura qui condanna esplicita da parte del Movimento.
Il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi non è stato da meno: durante il comizio tenutosi lunedì sera ha espresso posizioni apparentemente molto nette contro l’invio di armi, sottolineando come questo implichi la nostra automatica presenza in un contesto di guerra. «Siamo in guerra anche noi perché gli mandiamo le armi, adesso dopo le armi leggere mi hanno detto che gli mandiamo carri armati e cannoni pesanti, lasciamo perdere. Cosa significa tutto questo? Che avremmo dei forti ritorni dalle sanzioni sulla nostra economia e ci saranno danni ancora più gravi in Africa e allora è possibile che si formino delle ondate di profughi e questo è un pericolo derivante dalla guerra in Ucraina». La preoccupazione espressa sembra quindi forte: peccato che nemmeno Forza Italia si sia pronunciata riguardo il voto parlamentare.
A dissipare qualsiasi dubbio vi è la nota del Copasir, che considera l’invio di armi in Ucraina “in linea con le indicazioni e gli indirizzi dettati dal Parlamento“, riferendo riguardo al terzo decreto (secretato) sull’invio di materiale bellico. Tutto il resto, quindi, è solo politica.
[di Valeria Casolaro]









