1,7 miliardi di tonnellate: questa la quantità di CO2 rilasciata dall’1% più ricco della popolazione mondiale in poco più di 100 giorni. Una cifra superiore a quella emessa dall’intero continente africano nello stesso periodo. A denunciare questa ingiustizia l’organizzazione internazionale Oxfam, in occasione della diffusione del nuovo rapporto del Gruppo Intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC). Una stima dal forte impatto che sottolinea l’ipocrisia politica sulla questione climatica. Sono infatti trascorsi 100 giorni dalla COP26, il summit a cui ha partecipato buona parte di quel 1%, in certi casi persino raggiungendo la sede a Glasgow a bordo di jet privati altamente inquinanti.
Il divario si fa sentire. Nel complesso, le popolazioni dei paesi in via di sviluppo – quelle in assoluto meno responsabili dell’attuale crisi climatica – sono le stesse che ne subiscono gli effetti più devastanti. Al contrario, il più ricco Nord del mondo – cui è attribuibile gran parte della responsabilità – continua ad inquinare ed emettere gas climalteranti in relazione a degli stili di vita insostenibili ma ormai consolidati. Per queste ragioni, proprio alla COP26, i rappresentanti dei paesi più poveri hanno ribadito la necessità che fossero quelli benestanti a pagare i costi del cambiamenti climatico, ottenendo, tuttavia, dei magri risultati. Ad oggi, solo un quarto di tutte le risorse per il clima destinate ai paesi vulnerabili riguarda l’adattamento. L’accordo di Glasgow, sebbene preveda che vengano raddoppiate fino a 40 miliardi di dollari entro il 2025, non ha ancora incassato risultati sufficienti. L’Onu, infatti, stima che per rendere resilienti i paesi in via di sviluppo servano almeno 70 miliardi l’anno.
«Le persone che vivono nei paesi più colpiti dai cambiamenti climatici – ha dichiarato Nafkote Dabi, portavoce di Oxfam sui cambiamenti climatici – non avevano bisogno del report dell’IPCC per rendersi conto di quanto stia accadendo nella loro vita. A pagare il prezzo più alto sono per esempio i piccoli allevatori della Somalia che hanno visto morire di sete le loro greggi, le famiglie nelle Filippine che hanno perso la loro casa, spazzata via da un ciclone poco prima di Natale». E l’Africa, in particolare, oggi abitata da 1,4 miliardi di persone, è in questo momento una delle aree del mondo più colpite e meno preparate a resistere all’impatto dei cambiamenti climatici. «Le immani sofferenze denunciate nel report dell’IPCC – ha concluso Dabi – devono essere un campanello d’allarme per tutti. Per questo, i paesi ricchi devono farsi carico morale ed economico di sostenere l’adattamento delle comunità più vulnerabili a eventi climatici sempre ormai più estremi e imprevedibili».
Nel 2009 il grande pubblico italiano scoprì, quasi all’improvviso, di essere considerato dagli altri membri dell’Unione Europea, come uno stato in perenne crisi, incapace di onorare gli accordi e economicamente inefficiente, non un partner alla pari, bensì una zavorra di cui liberarsi, come il tono di molti articoli dell’epoca ben testimonia. In questo giudizio l’Italia non era sola, ma accompagnata da altri paesi: Grecia, Spagna e Portogallo, chiamati assieme con l’acronimo PIGS. Se aggiungiamo le loro difficoltà istituzionali e la successiva esplosione della crisi migratoria che ha destabilizzato tutta l’UE, deteriorandone i costrutti fondamentali (con la parziale sospensione di uno dei suoi fondamenti, la libera circolazione), non sorprende allora che il Sud Europa e il bacino del Mediterraneo vengano considerati l’epicentro del problema, se non proprio la principale e forse unica causa delle difficoltà europee. Questa non è però una verità fattuale, bensì ideologica che crea una contrapposizione etica e morale tra due realtà percepite come davvero distinte: un’Europa continentale affidabile, produttiva e ordinata, e un mondo mediterraneo caotico, improduttivo e, ça va sans dire, assolutamente inaffidabile.
La stessa etichetta di PIGS non è neutra, ma ha un chiaro valore negativo e discriminatorio verso quei paesi, i quali ne hanno più volte contestato l’uso. La scelta dei PIGS non era né casuale, né dettata da motivi solo economici. Identificando infatti il ventre molle d’Europa con gli stati del Sud (tutti alle prese con evidenti difficoltà ma non necessariamente più gravi di alcuni paesi centro-europei), puntava a sottolinearne la loro diversità dal resto – virtuoso – dell’Unione. I paesi meridionali erano raccontati come maiali, cioè moralmente riprovevoli, untori volontari e consapevoli della crisi economica per le loro inaffidabilità tipicamente mediterranea. Ma che cos’è l’identità mediterranea e come si definisce? E poi, quando quest’area geografica è diventata sinonimo di sottosviluppo, fragilità economica ed insolvenza, in altre parole di problema? Sono state le crisi finanziarie e migratorie, o queste hanno solo evidenziato una narrazione già esistente?
Come è grande il Mare
Per rispondere è necessario chiedersi cosa sia il Mediterraneo, geograficamente e idealmente, così da capire cosa si intenda per civiltà mediterranea, se sia corretto parlarne e, in definitiva, cosa la caratterizzi. Innanzitutto definire con precisione i confini dell’area mediterranea non è così semplice come potrebbe sembrare. Se per molti questa dovrebbe essere limitata ai paesi che geograficamente vi si affacciano, e nemmeno tutti, visto che, ad esempio, la Francia spesso rifiuta di essere collocata tra i paesi mediterranei, lo storico francese Braudel parla invece di Mediterraneo ingrandito, una zona ben più ampia del bacino marino, e che comprende tutte le terre “dove cresce l’ulivo e il pino”. Definizione empirica, ma sufficientemente chiara, che ha il merito di collocare all’interno della mediterraneità terre come il Portogallo, il Marocco atlantico, ma anche il Vicino Oriente e le coste del Mar Rosso e del Mar Nero, tutte profondamente interconnesse con il Mediterraneo. E negli anni ’30 fa lo stesso il capitano di vascello Francesco Bertonelli, che teorizzava un Mediterraneo allargato,i cui confini strategico-commerciali vanno dal Golfo di Guinea a Ovest, dal Mar Nero a Nord, dalle coste settentrionali del Madagascar al Golfo Persico a Sud-Est.
È evidente quindi che l’area mediterranea non può essere limitata né storicamente né geograficamente alle sole terre che si affacciano sul Grande Mare, ma comprende anche quelle regioni limitrofe simili che proiettano il loro baricentro verso di lui, che riconoscevano e riconoscono il Mediterraneo fondamentale nel loro sviluppo politico-amministrativo e come risorsa economica privilegiata. Del resto si tratta di uno dei mari più pescosi, abitato dal 7,5% delle specie marine mondiali. La sua centralità non è però data solo dalla mitezza del clima o dalla pescosità delle sue acque, ma da un altro fattore, forse il più importante: la facilità di navigazione che lo caratterizza per buona parte dell’anno l’ha reso infatti più che un confine, uno straordinario vettore di comunicazione, sul quale popoli, idee, fedi, conoscenze e ricchezze hanno viaggiato ininterrottamente per secoli. Ed è proprio pensando al Mediterraneo e all’effervescenza dei suoi scambi che Bakunin teorizzerà la lontananza dal mare come la principale causa della stagnazione culturale di un popolo.
Un mare di città
Partendo dall’Egitto e dal Vicino Oriente sorge e fiorisce sulle rive del Grande Mare un reticolo di civiltà che competono e si mescolano tra loro in un ciclo quasi infinito. Diverse per lingua e religione, tendono però a condividere tra loro molti aspetti comuni, e cioè l’organizzazione in città. Bisogna fare attenzione però quando nel mondo antico si parla di città, perché non si tratta solo di insediamenti abitativi, come i villaggi, ma dei luoghi di aggregazione sociale dove si esercita il potere politico, amministrativo, ma anche simbolico e sacrale sul territorio circostante. Per quasi tutti i popoli mediterranei, dalla Mesopotamia a Roma, città e civiltà erano assolutamente sinonimi. Chi non si conformava a questa visione del mondo era percepito come estraneo, e più spesso come primitivo e barbaro. E queste città esistevano e potevano esistere perché erano collegate tra loro attraverso il mare e nell’entroterra attraverso la ragnatela dei fiumi, una fitta rete di relazioni che le manteneva collegate tra loro. Non è un caso infatti che le città si diradino man mano che ci si inoltra lontano dalle coste, lontano dai fiumi che sfociano nel Mediterraneo, fino a scomparire del tutto. Né è un caso che la maggior parte delle città continentali antiche apparirà soltanto per volontà romana, sempre come centri amministrativi delle nuove conquiste, collegati al Mare attraverso una nuova rete comunicativa: le strade. È attraverso questa arteria di strade e rotte navali che in seguito alla Diaspora il popolo ebraico si insedierà in tutte le terre allora conosciute, come sarà sempre grazie a queste direttrici che Roma adotterà la cultura greco-ellenistica e, successivamente, si diffonderà il Cristianesimo.
La nascita dell’Europa
L’implosione dell’Impero Romano d’Occidente a causa delle invasioni barbariche del V secolo cambierà però questo assetto, almeno per quanto concerne l’Europa occidentale: se infatti nel Mediterraneo Orientale la rete di scambi culturali ed economici non si interrompe, anzi sembra rifiorire dopo le invasioni arabe del VII-VIII secolo, l’Occidente subisce un profondo processo di ruralizzazione. La civiltà cittadina importata da Roma in buona parte del continente si ritirerà drammaticamente, con la parziale eccezione dell’Italia, spingendolo quindi inesorabilmente alla periferia del mondo civile, a quest’epoca ancora centrato nel Mediterraneo allargato. È però proprio in quest’epoca di marginalizzazione che si comincia ad elaborare l’idea di un’identità europea continentale, condivisa, pur con tutte le differenze, a tutti i popoli del continente e il cui primo nucleo, quello che da molti è stato identificato come il vero cuore europeo, è riconoscibile nell’impero di Carlo Magno: Francia, Germania e Italia Centro-settentrionale. Anche se queste due identità sono per certi versi contrapposte, molte aree geografiche – come il Sud della Francia, la Spagna o l’Italia del Nord – si sentiranno (e verranno a loro volta percepite dagli altri) come più affini ora all’una, ora all’altra.
Questa nuova identità continentale è la base di ciò che oggi chiamiamo impropriamente Occidente, ma in quest’epoca non ha ancora nessun giudizio di merito. Per i successivi otto-nove secoli sarà sempre il Mediterraneo il cuore ideale della civiltà: è lì che si trovano gli imperi più floridi e le città più ricche, è lì dove avvengono i principali scambi economici e culturali. Il resto del continente ne beneficia quando riesce ad inserirsi in questo intenso sistema di traffici, e le città italiane si arricchiscono oltre misura proprio facendo da cerniera tra questi due mondi. Ma dal XVI secolo la situazione cambia. L’affermarsi dell’egemonia ottomana e il diffondersi della Riforma Protestante rafforzano il senso di distacco e diversità centro-europeo nei confronti del Mediterraneo: mondo cristiano vs. mondo musulmano, mediterranei cattolici vs. protestanti. Se a ciò si aggiunge anche il progressivo slittamento del baricentro economico e politico verso l’Oceano Atlantico a seguito delle grandi scoperte geografiche, si vede facilmente come da culla di civiltà il Mediterraneo lentamente venga percepito come un confine, come la periferia del “mondo civile”.
Se ancora nel 1610 Maria de’ Medici, appena incoronata Regina di Francia, può lamentarsi del palazzo reale del Louvre, dicendo che non ci avrebbe fatto vivere nemmeno i suoi servi, un secolo dopo il rapporto si è completamente invertito, il Mediterraneo non è più culla di civiltà, ma una zona sottosviluppata, i paesi del Sud sono decadenti, spesso caotici e sporchi, come noteranno a più riprese molti viaggiatori del ‘700 e dell’800, soprattutto con l’affermarsi dell’industrializzazione. Si affermano gli stereotipi sugli abitanti: furbi, amanti della bella vita, irascibili, passionali, orgogliosi, caratteristiche che, a prima vista sembrerebbero neutre, ma che in realtà esprimono un giudizio di superiorità nei loro confronti: l’uomo civile è compassato, flemmatico come direbbero gli Inglesi dell’epoca, cioè capace di filtrare attraverso la propria ragione la sua parte istintuale, di conseguenza i mediterranei, che non sono in grado di farlo, sono primitivi, uomini a metà, inaffidabili perché poco razionali, e che vivono tra le gloriose rovine greche e romane senza capirle, senza poterle ereditare, visto che la civiltà, la tecnologia, la ricchezza ed il progresso ora sono a Nord.
Dallo stereotipo alla formulazione razzista il passo poi è breve, e infatti nell’Ottocento pensatori come Ripley e Gobineau teorizzarono la razza mediterranea come inferiore, proprio per quel suo carattere di mescolanza e di continuo scambio propiziata dalla navigabilità del Grande Mare. Ideologia questa che ha poi sostenuto, incentivato e giustificato il colonialismo – soprattutto francese – nel Nord Africa. Nonostante l’apertura del Canale di Suez abbia ricollocato il Mediterraneo come uno dei principali vettori di scambi economici, la sua percezione ancora oggi non di discosta molto dall’immagine di periferia della civiltà occidentale maturata nel XVIII secolo. Anzi, l’affermarsi negli ultimi 30 anni della dottrina del Greater Middle Eastpromossa dagli Usa e dalla Nato, che nell’antagonismo al cosiddetto radicalismo terrorista islamico riconosce un’unica area di intervento che va dal Marocco all’Asia Centrale, non ha fatto che acuire l’idea che la zona mediterranea fosse un confine, e non una zona di scambi. Né è riuscita a intervenire l’Unione Europea che dopo aver promosso nel ’98 il Partenariato euro-mediterraneo e dieci anni dopo l’Unione per il Mediterraneo per impulso francese (pensate nelle intenzioni originarie per portare alla creazione di un mercato comune e alla stabilità della regione), sostanzialmente se ne è lavata le mani, preferendo volgere l’attenzione all’Est del continente.
È arrivato l’ok definitivo del Senato alla conversione in legge del decreto Covid che prevede l’obbligo del vaccino anti-Covid per gli over 50. Il provvedimento, su cui il governo ha posto la questione di fiducia tramite il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, è stato approvato con 193 voti favorevoli, 35 contrari e nessun astenuto.
L’Italia si risveglia oggi con un paradosso: come rispondere alle decisioni e alle mosse di Putin? Con la censura nel proprio Paese. È ciò che è successo al professor Paolo Nori e al suo corso sul celebre romanziere russo Fëdor Michajlovič Dostoevskij, cancellato dall’Università Bicocca di Milano per “evitare ogni forma di polemica dato il momento di forte tensione attuale”. Una scelta che testimonia un clima tutt’altro che democratico, dove si ritiene evidentemente giusto non solo trasmettere una realtà a senso unico sui media, ma addirittura recidere con la censura qualsiasi legame con la Russia, anche culturale come nel caso di uno scrittore di fama mondiale. «Non solo essere un russo vivente è una colpa oggi in Italia, ma lo è anche essere morto» ha commentato il professor Nori, per poi aggiungere: «Ciò che sta succedendo in Ucraina è una cosa orribile, ma parte di quello che sta accadendo di conseguenza in Italia è ridicolo», tra cui censurare un corso su un autore «condannato a morte nel 1849 per aver letto qualcosa di proibito».
Paolo Nori non trattiene le lacrime di fronte a questa decisione assurda e paradossale, che non assume un senso da qualsiasi punto di vista venga osservata. «Che una università italiana proibisca una corso su un autore come Dostoevskij è una cosa che io non posso credere», ha infine aggiunto. Almeno, guardando al bicchiere mezzo pieno, dalla Bicocca sembrerebbe appena arrivata una retromarcia sulla decisione, mentre centinaia di persone hanno espresso nelle scorse ore la loro solidarietà al professore, tra cui si annoverano diversi profili politici, da Pier Luigi Bersani a Matteo Renzi. Tornando, invece, al bicchiere mezzo vuoto c’è da ricordare come la stessa politica, e in particolare il Pd, abbia fortemente protestato in Commissione di Vigilanza RAI per le parole del giornalista corrispondente da Mosca, Marc Innaro, colpevole di aver ricordato quanto segue nel suo intervento in diretta al Tg2: «Basta guardare la cartina geografica per capire che, negli ultimi 30 anni, chi si è allargato non è stata la Russia, ma la Nato». Il giornalista è stato prontamente bollato come filo-russo e adesso rischia ripercussioni sul proprio lavoro: quanto ha detto è una ovvietà che non può essere smentita, ma evidentemente politicamente scorretta in un momento in cui i media si arroccano nella comunicazione a senso unico che deve forzare gli spettatori non a riflettere ma a scegliere acriticamente da che parte stare.
I due episodi non possono far altro che spingere alla riflessione, perché cancellare un corso su un autore “colpevole” del fatto che la sua patria, 150 anni dopo la sua morte, abbia attaccato uno Stato o attivare una procedura di vigilanza nei confronti di un giornalista che riporta in maniera obiettiva dei dati sono sintomi di una malattia che un Paese che si professa come difensore della democrazia e della libertà non può permettersi. Una narrazione a senso unico che nei giorni scorsi ha oltretutto fatto abbondante uso di fake news.
Il settore del turismo italiano, già pesantemente danneggiato dall'emergenza sanitaria degli ultimi due anni, ora rischia di essere definitivamente messo al tappeto dalla nuova emergenza che preoccupa il mondo intero: la guerra tra Russia ed Ucraina. In reazione ad essa, infatti, l'Italia ha deciso nella giornata di domenica di chiudere lo spazio aereo alla Russia sostanzialmente anticipando di poche ore la decisione dell'Ue, che successivamente ha annunciato la medesima misura a livello europeo: una decisione potenzialmente letale per il turismo italiano, dato che, come denunciato proprio dal...
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Migliaia di australiani sono stati costretti a lasciare le proprie abitazioni a causa delle forti piogge torrenziali che hanno provocato nel sud est del Paese il peggior allagamento dell’ultimo decennio. Secondo le prime stime si contano almeno 13 morti, vittime delle condizioni climatiche estreme che nell’ultima settimana si sono verificate in Australia. Il Bureau of Meteorology, Agenzia del Governo, ha affermato che “i cittadini di Sidney dovrebbero prepararsi a ricevere in poche ore una quantità di pioggia che, in condizioni normali, dovrebbe essere distribuita nell’arco di mesi”.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) è destinata ad assumere un peso crescente nella gestione di eventuali future pandemie, sia coordinando l’introduzione di un passaporto vaccinale globale, sia assumendo un potere decisionale “straordinario” in caso di nuove crisi sanitarie. È quanto riporta Politico in un articolo in cui si spiega che l’organizzazione sta lavorando per uniformare a livello internazionale i diversi certificati vaccinali adottati dalle singole nazioni, dando vita così ad una sorta di certificazione vaccinale “universale”. Un modello unico di certificazione consentirebbe, infatti, una maggiore facilità negli spostamenti internazionali, costruendo così quello che viene definito un “quadro di fiducia” all’interno della comunità internazionale. Attualmente, gli standard di vaccinazione esistenti riguardano solo il certificato Covid digitale dei Paesi dell’Unione Europea, mentre gli Stati Uniti non hanno standard ufficiali, nonostante la predominanza delle “Smart Health Cards” promosse dalla Vaccination Credential Initiative, una coalizione di organizzazioni pubbliche e private che sviluppano il rilascio di credenziali sanitarie verificabili. L’idea è quella di promuovere un’azione coordinata internazionale che associ ad ogni cittadino una certificazione digitale nella forma di “codice QR”, abbinata ad un’identità digitale. Ciò ricalca molto da vicino il programmaID 2020 promosso, tra gli altri, dalla Rockefeller Foundation e da Gavi, l’Alleanza per i vaccini, sebbene non vi siano ancora indicazioni a riguardo, che però – stando alle dichiarazioni dell’OMS – “dovrebbero arrivare presto”.
Nella stessa ottica di fornire soluzioni condivise per i problemi globali rientra anche la volontà, da parte dell’OMS, di istituire un Organo Negoziale Intergovernativo (INB) con l’obiettivo di redigere una convenzione o trattato sullaprevenzione, la preparazione e la risposta alle pandemie, ai sensi dell’articolo 19 della Costituzione dell’organizzazione, che conferisce all’Assemblea mondiale della sanità l’autorità di adottare convenzioni su qualsiasi questione di sua competenza. A tal fine, l’INB terrà la sua prima riunione entro il 1° marzo 2022 – per concordare modalità di lavoro e tempistiche – e la seconda entro il 1° agosto 2022, per discutere i progressi su una bozza di lavoro. Il direttore del Dipartimento della Salute dell’Office of Globale Affaire, Loyce Pace, si è recata a Ginevra per un incontro con l’OMS e gli altri “leader sanitari globali” proprio con l’intento di promuovere tale trattato e aiutare a gettare le basi per una risposta internazionale alla prossima pandemia. Pace ha avanzato proposte di emendamento ai regolamenti sanitari internazionali che conferirebbero all’OMS maggiori poteri in caso di emergenza sanitaria, permettendogli di agire con maggiore rapidità. Gli stessi emendamenti sono stati proposti anche dagli Stati Uniti a gennaio, come riporta Ashleigh Furlong di Politico.
The US has proposed amendments to the International Health Regulations that would require swifter action by countries & WHO during an emergency, as well as giving the WHO greater powers to act during a crisis, according to a document obtained by POLITICO. https://t.co/BHVVrrDbB5
Ciò significa che in caso di ulteriori crisi sanitarie, le decisioni dell’OMS diventerebbero determinanti, soppiantando di fatto quelle degli Stati. Per questo, tale organizzazione rappresenta l’organismo sovranazionale che meglio di altri è in grado di attuare quel nuovo paradigma di governo – denominato dal World Economic Forum (WEF) “governance 4.0” – caratterizzato da una verticalizzazione e concentrazione dei poteri decisionali: questi ultimi dai governi nazionali verrebbero demandati a quelli che spesso vengono definiti “attori transnazionali”, che includono non solo i grandi enti sovranazionali, ma anche le associazioni filantropiche, le associazioni di commercio e tutte le organizzazioni non governative. Poiché, come ha ricordato il fondatore del WEF, Klaus Schwab, “il governo non può più agire come se solo avesse tutte le risposte”, una graduale cessione dei poteri a questi organismi diventa imprescindibile e l’OMS assume da questo punto di vista un ruolo preminente, conferitogli da una condizione emergenziale ormai costante.
Non stupisce, dunque, che – come riporta lo stesso articolo di Politico – il settore privato sia intenzionato a penetrare all’interno delle istituzioni globali per fare pesare maggiormente le sue istanze e conseguire più agevolmente i propri scopi. Proprio con questo proposito, la Global Business Coalition – composta dalla Camera di Commercio degli Stati Uniti, da Business Europe, dalla Confederazione dell’Industria Indiana e da quella di altri sei continenti – ha inviato una lettera all’OMS per chiedere più voce in capitolo nelle decisioni dell’agenzia. È chiaro, dunque, che la direzione intrapresa è quella di una governance globale in cui il ruolo maggiore potrebbe essere assunto oltre che dagli organismi transnazionali proprio dai privati, realizzando un modello di governo tecnocratico, giustificato dall’emergenza, così come auspicato dalle plutocrazie internazionali. In questo scenario, il passaporto sanitario universale diventerebbe uno strumento “simbolo” della nuova governance 4.0, targata OMS.
Nei giorni scorsi vari gruppi di camionisti hanno protestato da nord a sud contro il caro energia e quindi contro l’aumento dei costi del carburante paralizzando il traffico su decine di strade italiane. Diversi presidi si sono registrati soprattutto nel Mezzogiorno, in particolare in Puglia, Campania e Sicilia, dove il 24 febbraio i manifestanti hanno occupato per metà mattinata il porto di Palermo e, qualche ora prima, il casello di San Gregorio a Catania. Sulla questione è tornata il viceministro delle Infrastrutture, Teresa Bellanova, durante un’audizione alla Camera, dove ha affermato l’intenzione di «dare, insieme, una risposta» ai problemi, ma contrastando e impedendo fortemente ogni illegalità.
Regioni e Stato sembrerebbero, almeno fino ad ora, su due lunghezze d’onda differenti: da un lato, ad esempio, il presidente della Regione Sicilia, Nello Musumeci, ha annunciato il proprio sostegno ai camionisti dicendo che: «A voi autotrasportatori abbiamo dato fin dal primo momento il sostegno del governo regionale, anche con lo stanziamento di 10 milioni di euro destinato alla categoria. Le soluzioni in questo settore, però, non possono che arrivare da Roma». Per questo motivo Musumeci ha chiesto al ministro delle Infrastrutture Enrico Giovannini un incontro urgente, ricordando che in caso di una mancanza di risposte tempestive organizzerà una delegazione di funzionari e lavoratori del settore per andare nella capitale ed essere ricevuti. Dall’altro lato, il Governo manifesta la «massima disponibilità» a un confronto con l’obiettivo di «entrare nel merito delle questioni», non proponendo però azioni concrete e immediate sul miglioramento delle condizioni dei lavoratori, nonostante il settore venga definito da Teresa Bellanova, in audizione alla Camera, come «strategico per il Paese». L’unica certezza, secondo lo stesso viceministro delle Infrastrutture, è che oggi «non può essere tollerata alcuna illegalità. Nessuno può permettersi di impedire a un altro di svolgere la propria funzione».
In Kenya gli scienziati stanno sperimentando dei pannelli solari “speciali” che, grazie alla tecnica agrofotovoltaica, sono in grado sia di generare energia pulita, sia di dare ombra al terreno sottostante il quale, riuscendo a trattenere l’umidità, diventa particolarmente fertile. Questi pannelli, infatti, possono essere posizionati a tre metri da terra, lasciando lo spazio necessario agli agricoltori e ai macchinari agricoli per lavorare. In Africa il sole è quasi sempre garantito, per questo motivo i ricercatori hanno pensato di sperimentare l’agrofotovoltaico in alcune fattorie del Kenya. I risultati sono stati sorprendenti.
I cavoli coltivati sotto ipannelli solari sono un terzo più grandi e “sani”di quelli coltivati “normalmente” con la stessa quantità di fertilizzante e acqua. Altre verdure, come la melanzana, la lattuga e il mais, hanno riportato caratteristiche molto simili. Gli esperti hanno dichiarato che gli obiettivi erano testare come si sarebbero comportate le coltivazioni all’ombra dei pannelli, cercare di raddoppiare la produzione del terreno e generare energia pulita, in zone africane dalle risorse limitate. La ricerca dimostra che l’agrofotovoltaico può portare svolte significative in un paese come l’Africa. I pannelli, infatti, migliorerebbero la sicurezza alimentare e idrica, rafforzerebbero la resilienza delle persone alla crisi climatica e fornirebbero elettricità a basse emissioni di carbonio. Inoltre, garantirebbero ombra, una minore perdita di acqua nel suolo, e proteggerebbero le colture dalle alte temperature e dai danni dei raggi UV.
Un progetto del genere – il quale prevede l’installazione di 180 pannelli da 345 watt -potrebbe essere replicato in diverse zone del continente, in particolare nell’Africa Orientale, che ben si adatterebbero a ospitare impianti agrofotovoltaici. Le comunità locali, così, godrebbero di preziosi vantaggi, specialmente per quanto concerne il reddito famigliare. Per esempio, in alcune zone remote africane, spesso le donne sono costrette ad acquistare biglietti da 2,50 euro per raggiungere un mercato e procurarsi le verdure. Con i pannelli solari in grado di aumentare la produzione di prodotti vegetali, questo non sarebbe più necessario.
Nella notte, Ucraina e Polonia hanno aperto due nuovi valichi lungo il confine, in modo da agevolare e velocizzare la fuga dei residenti in Ucraina verso territori più sicuri. Ad annunciarlo è stato il viceministro dell’interno di Kiev, Mary Akopyan, che ai microfoni del Kyiv Independent ha detto: «Ci sono ancora molte macchine ma le code di persone a piedi non sono più così estreme». Secondo l’Agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR), sarebbero almeno 660 mila le persone fuggite dall’Ucraina per cercare riparo nei Paesi vicini durante l’ultima settimana.
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