domenica 25 Gennaio 2026
Home Blog Pagina 1350

I miei 40 anni di insegnamento universitario, cercando di leggere i segni

2

L’Università è il luogo dove si insegna a muoverci in un labirinto di segni. Ma come unire le curiosità intellettuali con i bisogni della vita? Il problema se lo era posto in questi termini Friedrich Nietzsche nel 1871 in una conferenza sull’avvenire delle scuole, cogliendo la contraddizione moderna tra idealismo e positivismo, tra una cultura “viziata, eterea”, lontana da una precisa finalità pratica e una cultura “servitrice del bisogno, del guadagno, della necessità”.

Non penso al Sessantotto, all’idea che l’Università dovesse essere soltanto statale, gratuita e per tutti, con voto positivo agli esami generalmente assicurato, e quindi col risultato inevitabile di un suo impoverimento, data l’incapacità di pensare, e realizzare, qualcosa di generale, equo e condiviso, di alto valore; penso all’Università degli ultimi decenni – alle facoltà umanistiche, quelle che conosco – appiattita su adempimenti burocratici di controllo e adeguamento quasi totalmente passivo alle esigenze del mercato e della produzione di beni e servizi. Una svolta che mi ha spinto a chiudere il mio rapporto di lavoro con cinque anni di anticipo.

L’Università dovrebbe invece intercettare i cambiamenti, ma anticipare i trend, fornire un’immagine insieme di avanguardia e di tradizione, di ottimizzazione dell’esistente e di tensione costante verso i processi di cambiamento, la fornitura di concetti e strumenti di base ravvivati da un sano confronto di idee, parametri e visioni. Ma adesso non aspettatevi nessuna analisi dei cosiddetti mali dell’Università, meno che mai del necessario equilibrio tra Università pubblica e privata, in discussione in Italia dalla legge Casati del 1859, né dell’autonomia degli atenei, delle carriere del personale docente, del numero chiuso per certe Facoltà con test di ingresso, né dei meccanismi di finanziamento o di reclutamento del personale.

In quarant’anni di insegnamento nell’Università, dal 1973 al 2013, ho capito che esiste un tabù nel territorio accademico, un tabù difficile da affrontare: nel mondo universitario è difficile, quasi impossibile, perfino proibito, parlare di contenuti (meno che mai, metterli in discussione). E poi vi sono altri due temi cruciali che io allora avvertivo, e che ora magari si presentano in modo differente: primo, la difficile conciliabilità tra esigenze della didattica ed esigenze della ricerca; secondo, la mancata regolare comunicazione tra mondo della docenza e mondo amministrativo degli atenei. Quindi mi prendo la libertà di parlare di contenuti, avendo avuto la fortuna di insegnare Semiologia generale (col nome poi di Semiotica), applicandola all’universo dei linguaggi e dei racconti, dei miti e delle fiabe, e infine della comunicazione, dei media, della televisione e anche del cinema, concludendo con la fondazione di una televisione universitaria, tra le prime in Europa, nel 2003, e con la direzione di un master di giornalismo, dove il mio personale undicesimo comandamento consisteva nella risposta a questa domanda dai pesanti risvolti etici: “Come affrontare, che cosa farsene del pensiero degli altri?

Ho vissuto una piccola rivoluzione, a partire dal 1986, all’Università di Torino dove un coraggioso e lungimirante professore di retorica classica, Adriano Pennacini, preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, lanciò un nuovo indirizzo di studi che nel 1992 sarebbe approdato al corso di laurea in Scienze della Comunicazione, negli anni successivi la famigerata fabbrica di disoccupati, oggetto di svariate ironie anche nella cinematografia italiana. Un corso innovativo in cui le materie linguistiche affiancavano quelle sociologiche, quelle economiche le storiche, e anche l’informatica, un corso prima attivato a Torino, Siena, Salerno, e poi a Bologna e a Roma con il coinvolgimento decisivo di Umberto Eco e di Tullio De Mauro. Allora noi pochi docenti eravamo giustamente trascinati dall’entusiasmo, circondati dalla diffidenza dei colleghi ma con un seguito enorme di iscrizioni che ci avevano portato a dover tenere le lezioni nei grandi cinema della città davanti a un pubblico di centinaia di studenti.

La semiologia si godeva la sua aura provocatrice: anche con i miei corsi su Sherlock Holmes, sul simbolo della porta, sul doppio e il personaggio diviso, sulle strutture narrative nella fiaba e nella letteratura, sui fondamenti teorici apportati tra secondo Ottocento e primo Novecento dal filosofo pragmatista statunitense Charles S. Peirce e dal linguista ginevrino Ferdinand de Saussure, ma soprattutto con l’enorme influsso che aveva allora la Morfologia della fiaba del russo Vladimir Propp: testo scritto nel 1928, poi in quegli anni lanciato dall’antropologo francese Claude Lévi-Strauss, era sicuramente il saggio più venduto dall’editore Einaudi. Intanto Umberto Eco continuava a stupirci e incantarci con i suoi modi caleidoscopici, con i suoi ragionamenti incandescenti.

Molti di noi avevano vissuto un Sessantotto non soltanto di cortei, seminari autogestiti, scontri più o meno diplomatici, in un difficile periodo, gravato da forti conflitti sociali e anche dal terrorismo. C’erano, tra i nostri docenti, importanti linguisti e filologi italiani, come Gian Luigi Beccaria e D’Arco S. Avalle, Cesare Segre, Maria Corti, avevamo potuto incontrare e dialogare con i linguisti più importanti dell’epoca, primo fra tutti il grande Roman Jakobson che aveva introdotto negli studi il famoso modello delle funzioni linguistiche, mostrando i ruoli di mittente, destinatario, codice, canale, messaggio, contesto.

Dagli studi di Charles Peirce avevamo acquisito uno speciale modo di pensare ai processi di significazione e comunicazione scanditi in primità, secondità e terzità: e cioè l’impatto con i dati della esperienza, poi il confronto tra di loro e infine il necessario passaggio nella dimensione dell’interpretante, il livello più complesso in cui la comunicazione veniva trasformata in qualcos’altro, vale a dire nei segni più complessi atti alla comprensione e alla traduzione tra tutti gli attori che intervengono nello scambio comunicativo. Molte volte in questi giorni ho pensato che i processi di pace che si volessero avviare e gestire con negoziati dovrebbero avvalersi delle modalità pragmatiche di Peirce, integrandole se è il caso con la concezione dell’esperienza di cui ha parlato di John Dewey, dove si cerca di porre in equilibrio una certa visione generale delle cose con una congruente abilità organizzata di azione.

Sarebbero poi arrivati gli apporti scientifici al mondo semiotico da parte di Algirdas Greimas e Jurij M. Lotman, la significazione avrebbe investito l’intero orizzonte della produzione e gestione del senso, in tutte le più svariate attività, mostrando il legame tra orizzonte cognitivo, simbolico e discorsivo. Sino alla concezione di Lotman della semiosfera, dove la cultura non è più acquisizione di conoscenze ma consapevolezza e padronanza di valori, tradizioni, capacità di traduzione e adattamento, generazione di interdipendenze, superamento continuo di dati acquisiti.

Inevitabilmente ritengo la scuola e l’università i luoghi in cui si producono dialoghi, si moltiplicano le frontiere e si riducono i confini, in cui l’orizzonte formativo che si sta affrontando verrà inevitabilmente superato, e molto di quello che si sta imparando e vivendo diventerà insieme anacronistico e fondamentale. Come qualsiasi esperienza della vita che abbia senso, o che semplicemente lo cerchi.

[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

Ucraina: il memoriale della shoah distrutto dai russi? È in piedi senza un graffio

7
Il giornalista Ron Ben Yishai davanti al memoriale di Babyn Yar perfettamente intatto. [fonte: Yedioth Ahronoth]

È di mercoledì 2 marzo la notizia che i russi, nel tentativo di colpire la Torre televisiva di Kiev, avrebbero bombardato il sito di Babyn Yar. Molte testate, sia italiane che internazionali, hanno riportato che nell’attacco sarebbe stato colpito il monumento che celebra l’olocausto. Ma è del tutto falso. Nessuno dei monumenti presenti è stato colpito, danneggiato o distrutto. Lo riporta in modo inequivocabile lo stesso sito web del memoriale ucraino.

Prima però di capire nello specifico cosa è successo a Kiev, è opportuno guardare alcuni esempi della notizia in contesto italiano. Come si vedrà, il problema non è stato solo la mancata verifica delle informazioni. Sono state anche male interpretate o distorte le parole del premier ucraino Volodymyr Zelensky.

Il Messaggero ad esempio ha titolato: “Ucraina: bombe sul monumento alla Shoah di Kiev”. Titolo che non sembrerebbe lasciare spazio a dubbi. Ma all’interno dell’articolo non c’è poi nulla che confermi il bombardamento sul monumento. Come fonte, si accenna solo a parole Volodymyr Zelensky, e si dà per scontato che significhino che il monumento è stato colpito. Le parole del premier citate sono tratte da un post apparso il 1 marzo su Twitter (che riportiamo tradotto in italiano):

Come si vede, si accenna sì a un bombardamento presso il sito di Babyn Yar, ma non a un monumento colpito.

Peggio fa La Repubblica con l’articolo “Guerra in Ucraina, gli attacchi russi stanno distruggendo musei e memoriali”. Qui il titolo suggerisce addirittura che il monumento sia stato distrutto. “Colpito il memoriale della Shoah”, nel sottotitolo, lo conferma in pieno. A differenza de il Messaggero però, nel pezzo vengono riportate anche altre parole di Zelensky: «dopo il Mausoleo di Babi Yar a Kiev, cos’altro vogliono colpire i russi nella capitale? Il Cremlino vuole cancellare la storia dell’Ucraina».

Queste frasi secondo il quotidiano sono tratte da un video. Quello del discorso pronunciato il 2 marzo. Effettivamente, Zelensky si è rivolto alla Comunità ebraica ed ha descritto le mosse di Mosca come «un tentativo di annientare la storia ucraina». Il problema però è che in nessun punto dice esplicitamente che “il Mausoleo di Babyn Yar” sarebbe stato colpito. Quello che Zelensky fa è solo insinuare retoricamente che le bombe cadute presso il sito abbiano un significato: non sarebbero un incidente. Retorica con la quale il presidente ucraino cerca evidentemente di usare il memoriale per forzare la collaborazione dello stato di Israele, che nel conflitto sta tenendo una posizione di sostanziale neutralità senza unirsi alle sanzioni verso Mosca. Ma nemmeno Zelensky, che pure ne avrebbe tutto l’interesse politico, è arrivato ad affermare che il monumento sia stato non solo distrutto ma nemmeno colpito.

Il problema è che nel discorso del presidente ucraino non c’è proprio traccia della frase a lui attribuita da la Repubblica. Quella enunciata dal premier ucraino, tradotta in italiano, è: «E se Babyn Yar fosse attaccata? Quali altre strutture militari minacciano la Russia? Quali altre basi della NATO? La cattedrale di Santa Sofia? Lavra? La chiesa di Sant’Andrea? Qualunque cosa sognino lì – che siano dannati! Perché Dio è con noi» La domanda è se il quotidiano abbia preso la frase da una fonte errata, se abbia tradotto male, o ancora se l’abbia modificata di proposito.

Ma come sono andate veramente le cose? Ron Ben Yishai è un giornalista israeliano. Lavora per il giornale Yedioth Ahronoth, fra le più antiche e importanti testate del paese. In un articolo ha raccontato la sua personale ispezione su tutta l’area di Babyn Yar, riscontrando che nessun monumento è stato colpito o danneggiato. «Il sito commemorativo di Babyn Yar non è stato né colpito né danneggiato – ha scritto – Dopo aver visitato tutto il grande sito posso riferire con certezza che nessun monumento è stato danneggiato, e nessuna bomba, missile o proiettile ha colpito i locali. Il colpo più vicino a Babyn Yar è esploso nel complesso della torre dei media, e della televisione di Kiev. A circa 300 metri dal nuovo monumento e a circa un chilometro dal vecchio monumento alle vittime del massacro durante la seconda guerra mondiale». Come prova, vengono anche riportate diverse fotografie scattate in loco.

Il giornalista Ron Ben Yishai davanti al memoriale di Babyn Yar perfettamente intatto. [fonte: Yedioth Ahronoth]
Per confermare la notizia abbiamo fatto una ulteriore ricerca, teoricamente alla portata di qualsiasi media, a patto di voler realmente verificare le notizie per non correre il rischio di prendere in giro i lettori. Il sito ufficiale di Babyn Yar invece ha pubblicato un comunicato dettagliato, dove descrive cosa, come e dove è stato colpito. Si apprende che il giorno 1 marzo vi sono stati tre attacchi missilistici. Sono stati danneggiati:

1. La Torre televisiva di Kiev;
2. Un edificio del complesso sportivo “Avangard”, complesso che in futuro è stato pensato di adibire a Memoriale dell’Olocausto in Ucraina e nell’Europa Orientale;
3. Il terreno di un ex cimitero militare.

L’ultimo paragrafo dissipa ogni dubbio sullo stato dei monumenti dopo l’attacco: «Gli oggetti eretti nel tratto dal Babyn Yar Holocaust Memorial Center, come la sinagoga simbolica “A Place for Reflection”, il “Crystal Wall of Crying” dell’artista concettuale Marina Abramovich, l’installazione audiovisiva “Mirror Field”, una serie di installazioni “Look into the past” e il monumento alla tragedia di Kureniv non sono stati danneggiati».

[di Andrea Giustini]

Corea del Nord, nuovo lancio di missile balistico

0

La Corea del Nord avrebbe effettuato un nuovo lancio di un missile balistico nel Mar del Giappone a quattro giorni dalle elezioni presidenziali di Seul, che si terranno il 9 marzo. Il lancio sarebbe stato osservato dall’esercito della Corea del Sud e confermato anche dal Giappone, secondo quanto riporta Al Jazeera. Dall’inizio del 2022 Pyongyang ha notevolmente intensificato i test missilistici, atteggiamento allarmante per il Consiglio di sicurezza nazionale di Seul in quanto in opposizione alla pace nella penisola coreana e nella comunità internazionale.

Nei mari italiani sono in sperimentazione le navi aspira plastica

5

Un nuovo dispositivo capace di trasformare le navi in vere e proprie aspira-plastica del mare, è quello in sperimentazione nelle imbarcazioni che operano in Italia del gruppo Grimaldi.  Il filtro è stato inserito a livello dei sistemi di depurazione dei gas di scarico – detti anche scrubber navali- i quali rimuovono ossidi di zolfo, idrocarburi, metalli pesanti e altri elementi inquinanti prodotti dai motori diesel delle grandi imbarcazioni. Dalle prove si è dimostrato in grado di ripulire i mari solcati dalle microplastiche, aiutando a ripristinare l’habitat marino.

Secondo l’associazione Plastics Europe, nel 2019 sono state prodotte 368 milioni di tonnellate di plastica a livello globale, di cui il 3% circa (11,4 milioni di tonnellate) è finito negli oceani. Per questo motivo, la multinazionale napoletana, in collaborazione con il gruppo Wärtsilä – grande produttore di motori nel settore marittimo – ha ideato un innovativo sistema di filtraggio per intrappolare le microplastiche prima che l’acqua di lavaggio venga restituita all’oceano. Si tratta, quindi, di una vera e propria “aspiraplastica” in grado di trattenere anche le particelle di dimensioni inferiori a 10 micrometri.

Questo sistema richiede pochissime modifiche alla procedura di bordo, e utilizza le funzionalità degli scrubber open loop (a circuito aperto) già installati su decine di navi del Gruppo Grimaldi, i quali prelevano ogni giorno enormi quantità di acqua per poi immetterla nuovamente in mare. Dotati del nuovo dispositivo di filtraggio, questi riuscirebbero a pulire l’acqua dalla plastica, salvaguardando, così, il delicato ecosistema marino. Il test pilota della nuova tecnologia è già stato effettuato e completato, e ha riguardato una delle navi Grimaldi impiegate tra Civitavecchia e Barcellona. I risultati sono stati molto positivi: più di 64.680 microparticelle sono state raccolte durante il viaggio.

[di Eugenia Greco]

Ucraina, Russia annuncia tregua per aprire corridoi umanitari

0

Secondo quanto riportato dall’agenzia Tass, la Russia avrebbe annunciato un cessate il fuoco per la giornata di oggi 5 marzo al fine di garantire l’uscita dei civili dalle cittadine di Mariupol e Volnovakha. Lo avrebbe dichiarato il Ministero della Difesa russo, che ha specificato che la tregua avrà inizio dalle ore 10. Le vie di uscita dei cittadini dai centri abitati sarebbero stati concordati con la parte ucraina.

Alberi solari: una soluzione possibile per l’energia e l’ambiente

4

I cosiddetti solar trees (“alberi solari”) esistono da tempo ma solo ultimamente stanno godendo di una crescente popolarità. Visto l’attuale concetto di sostenibilità, i solar trees appaiono una soluzione ottimale perché producono energia pulita attraverso la conversione dei fotoni solari in elettricità. Stesso identico meccanismo dei comuni pannelli fotovoltaici, convenienti sia dal punto di vista economico che di rispetto ambientale. In più, i dispositivi a forma di albero fanno risparmiare molto spazio, perché integrati verticalmente. Le “foglie” dell’albero sono pannelli fotovoltaici che catturano l’energia solare e la convertono in elettricità. I “rami” fanno sì che l’elettricità arrivi a una batteria centrale all’interno del tronco.

Dove serve ricoprire un intero tetto per ottenere una certa quantità di energia, basterebbero pochi metri di spazio a terra dove far sorgere uno o più alberi solari. Non solo, ma essendo più alti essi ricevono meglio la luce solare rispetto ai pannelli disposti a terra o sul tetto, senza parlare di quanta ombra creino negli ambienti urbani riducendo la quantità di energia termica riflessa dalle superfici urbane come l’asfalto, il cemento o i mattoni. Guardando a zone del mondo in cui esistono vere e proprie “foreste solari urbane” si ha già la prova di come queste possano fornire un nuovo habitat cittadino per flora e fauna. I Gardens By the Bay di Singapore, per esempio, sono abbastanza grandi da ospitare fiori tropicali, viti e piante sul tronco e sui rami. Si tratta di 101 ettari di superficie (1,01 km²) nel centro di Singapore, in cui non solo si ha una “foresta ecologica” con piante alte dai 25 e ai 50 metri, ma una vera e propria istallazione artistica che emula la natura.

Gardens By The Bay, Singapore

Se poi si parla di spese e tempo per la manutenzione, i solar trees hanno solo bisogno di
una pulizia sporadica ai pannelli solari per levare i detriti. I dispositivi sono infatti unità elettriche autonome che richiedono una manutenzione quasi nulla. Insomma, gli “alberi solari” hanno lo stesso scopo dei più diffusi pannelli fotovoltaici, ma ancor più vantaggi. Un punto a “sfavore” di queste apparecchiatura, ma principalmente perché ancora poco presenti sul mercato, riguarda il costo medio di istallazione, per ora ancora abbastanza elevato. Negli Stati Uniti, Spotlight Solar (la principale azienda di alberi solari) chiede in media dai 40.000 agli 80.000 dollari. Con una cifra del genere, si otterrebbe un sistema che va dai 15 kW ai 30 kW che basta e avanza per una casa di medie dimensioni (che chiede dai 5 kW ai massimo 10 kW). Una soluzione ancora poco diffusa ma apparentemente molto buona per ottenere autonomia energetica e supporto ambientale, mentre la consapevolezza sul bisogno e la possibilità di avere un’energia pulita cresce, visto quanto le strutture siano straordinarie e attirano l’attenzione.

[di Francesca Naima]

Polonia, arrestato giornalista spagnolo sospettato di spionaggio per la Russia

0

Pablo Gonzalez (nome riferito dal suo avvocato), reporter spagnolo per diversi media quali PublicoLa Sexta, è stato arrestato in Polonia con l’accusa di svolgere attività di spionaggio per la Russia. Se le accuse fossero confermate, Gonzalez rischierebbe una pena detentiva di 10 anni. Dal giorno dell’arresto, avvenuto lunedì 28 febbraio, Gonzalez non avrebbe avuto la possibilità di ricevere alcuna assistenza legale o comunicazioni con il mondo esterno. Varie associazioni di tutela dei giornalisti, quali Reporters senza frontiere (RSF) e il Comitato per la protezione dei giornalisti (CPJ) hanno contestato la legittimità dell’arresto e richiesto l’immediato rilascio del giornalista.

Xylella, nuove prove sulle origini del batterio killer

0

Xylella fastidiosa, il batterio che ha letteralmente devastato il paesaggio salentino, è arrivato in Puglia dal Costa Rica ‘a bordo’ di una pianta da caffè infetta, probabilmente, nel 2008. Queste nuove informazioni sulle origini del patogeno dell’olivo provengono da  un recente studio condotto da un gruppo di ricerca internazionale di cui fa parte anche il Centro Nazionale delle Ricerche italiano. Scoperte, inoltre, specifiche mutazioni nel batterio adattato agli olivi pugliesi che aprono nuove porte per soluzioni più mirate. Geni che potrebbero diventare bersagli per contrastare la patologia alterando il patogeno fino a renderlo innocuo.

I ricercatori, tra il 2013 e il 2017, hanno raccolto campioni biologici da oltre 70 olivi affetti da CoDiRO, il Complesso del Disseccamento Rapido di cui Xylella fastidiosa è responsabile. Sfruttando un nuovo protocollo per estrarre il Dna batterico, gli scienziati si sono poi concentrati sulla variabilità di quest’ultimo, confrontandolo, inoltre, con quattro campioni analoghi di piante da caffè del Costa Rica. Studi precedenti, infatti, avevano già individuato in quest’ultima specie dell’America centrale il più probabile serbatoio originario. Ora, la conferma: i risultati hanno difatti evidenziato poche differenze genetiche tra i campioni suggerendo che il patogeno è arrivato in Italia con un’unica introduzione dal Costa Rica. Valutando poi il tasso medio di mutazione del Dna batterico è stato possibile risalire anche ad un preciso anno di introduzione in Italia: il 2008. Considerando che il periodo di incubazione della patologia può durare più di due anni e che le prime segnalazioni di alberi infetti da parte degli agricoltori pugliesi sono giunte nel 2010, tale evidenza appare ancor più verosimile.

Xylella fastidiosa è un patogeno altamente invasivo. Si trasmette alle piante dagli insetti vettori che si nutrono della loro linfa, provocando gravi conseguenze in circa 595 specie diverse. In Europa l’epidemia ha fatto la sua comparsa proprio in Puglia, per poi diffondersi in Francia, Spagna e Portogallo. È però tra le province di Lecce e Brindisi dove ha avuto gli impatti peggiori, tanto da essere definita «la peggior emergenza fitosanitaria al mondo». Le varietà di olivo tipiche del Salento, difatti, sono tra le più vulnerabili alla patologia. Tra deceduti e abbattuti, ad oggi, sono già milioni gli alberi che non produrranno più olive con disastrose conseguenze per una terra culturalmente ed economicamente fondata sul settore olivicolo. Già secondo le stime del 2019, erano almeno 4 milioni le piante che avevano perso del tutto la loro capacità produttiva. Ogni anno sono state perse 29 mila tonnellate di olio d’oliva, pari in media a circa il 10% della produzione olivicola italiana, per un totale di 390 milioni di euro complessivi di valore della mancata produzione. Senza contare poi gli impatti sul paesaggio, ora, visibilmente cambiato.

Un’epidemia che crea ancora problemi e in continua evoluzione, sebbene appaia oggi meno invadente. «Negli ultimi anni – ha commentato Maria Saponari, ricercatrice del Cnr e tra gli autori dello studio – abbiamo riscontrato focolai nella zona di Bari, a nord, ma la diffusione è inferiore, grazie alle misure di contenimento e al fatto che questa zona è più diversificata, con colture e paesaggi diversi che frenano la trasmissione». Misure di contenimento che oggi restano l‘unica arma a disposizione. Allo scopo di eradicare il batterio, inizialmente, si è puntato tutto, in quanto unica soluzione tangibile, sull’abbattimento degli olivi infetti e di quelli nei loro paraggi. Già da qualche anno, però – secondo uno studio del 2017 – si è appurato come non sia più possibile eliminarlo dal territorio salentino. In questa fase, quindi, intervenire biotecnologicamente andando a modificare il batterio in funzione delle nuove evidenze genetiche potrebbe contribuire a risolvere l’emergenza. Allo scopo, sarebbe necessario creare un ceppo mutato di Xylella, con geni silenziati o aggiunti, «ma tali studi – secondo Saponari – saranno difficili da eseguire in Italia, a causa della mancanza di impianti con le strutture di quarantena necessarie per manipolare il patogeno».

[di Simone Valeri]

UE domina esportazioni pinne di squalo in Asia: rischio estinzione di molte specie

0

Un rapporto realizzato dall’IFAW (Fondo Internazionale per il Benessere Animale) ha rivelato come i Paesi europei dominino la metà del commercio asiatico di pinne di squalo, nonostante un terzo delle specie di squali esistenti sia a rischio estinzione. Il rapporto ha analizzato circa 20 anni di dati doganali in 3 importanti centri commerciali asiatici. La Spagna, in particolare, si è rivelata la maggior fonte di importazioni per i mercati di Hong Kong, Singapore e Taiwan, avendo esportato quasi 52 mila tonnellate di pinne di squalo in 20 anni. Tali pratiche, spiega il report, favoriscono l’estinzione degli squali, mettendo a rischio interi ecosistemi oceanici e la sicurezza alimentare di molti Paesi.

I profughi non sono uguali? Tra Ucraina e Polonia si passa in base al colore della pelle

1

Nuovi scenari, vecchie abitudini. Per quanto il sentimento antirusso esploso in seno alla guerra scatenata da Putin abbia fatto scattare una cortina di solidarietà in tutta l’Europa, sin da subito è stato evidente che non tutti i profughi avrebbero goduto dello stesso diritto di salvarsi. Questo perché nazioni come la Polonia, le cui politiche sull’accoglienza dei migranti sono note da tempo, mettono in atto pratiche di accoglienza selettiva. Sono numerose le denunce da parte di giovani africani, per la maggior parte studenti, che affermano di aver subito trattamenti violenti alla frontiera tra Ucraina e Polonia, o di vedersi precluso l’accesso a pullman e treni che li avrebbero portati fuori dalla nazione in guerra. Una situazione degenerata al punto da allarmare l’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), che ha lanciato un appello ad una maggiore solidarietà e cooperazione nell’ambito del conflitto.

Sono un milione i profughi in fuga dall’Ucraina nella prima settimana di conflitto, secondo le stime dell’UNHCR. In un contesto del genere, la maggioranza dei Paesi europei si è detta disposta ad offrire accoglienza e protezione ai rifugiati. Tra questi anche la Polonia, la quale tuttavia ha dimostrato sin da subito di avere in serbo trattamenti discriminatori a seconda del passaporto dei rifugiati. Sono decine (e continuano a moltiplicarsi) i racconti di giovani profughi di origine africana picchiati e trattenuti al confine tra Ucraina e Polonia. Mentre i cittadini ucraini transitano senza intoppi attraverso i valichi di frontiera, le persone di provenienza africana e indiana rimangono bloccate. Si tratta per lo più di lavoratori o studenti, che negli ultimi 20 anni hanno scelto l’Ucraina come meta perché l’offerta formativa risulta meno costosa rispetto agli Stati Uniti o altre nazioni europee. Le violenze, stando ai racconti, avvengono tanto dalle forze di polizia ucraine quanto da quelle polacche.

Stando a quanto riportato, le autorità di frontiera ucraine avrebbero creato due corridoi di transito verso la Polonia: uno per i cittadini ucraini e uno per gli stranieri residenti in Ucraina. Testimonianze di tali trattamenti sono state riportate anche dagli operatori delle organizzazioni umanitarie che intervengono sulla scena, i quali dichiarano come gli interventi lungo il confine polacco-ucraino siano organizzati su base razziale. Ad aggravare ulteriormente la situazione vi è la mancanza di cibo e acqua, il freddo e le nevicate intense.

Lo spettacolo mediatico della guerra in Ucraina è sotto gli occhi di tutti. Non si tratta più, a questo punto, di distinguere “profughi veri” e “profughi finti”, per usare la cristallina chiarezza espositiva di Matteo Salvini. Si tratta di pura e semplice discriminazione razziale basata sul criterio più antico del mondo: il colore della pelle.

Non che si tratti di una novità: solo pochi mesi fa la Polonia aveva schierato lungo i propri confini 12 mila soldati per impedire ai rifugiati provenienti dal Medio Oriente di attraversare le frontiere, con il beneplacito dell’Unione europea. In un’Europa che è tornata a erigere muri per “difendere” i propri confini non c’è poi molto da sorprendersi. Nemmeno per l’atteggiamento scarsamente tollerante nei confronti di una proposta della Commissione europea di garantire la protezione anche ai residenti in Ucraina con passaporto di un altro Paese. A causa delle proteste di Stati quali Polonia, Austria, Ungheria e Slovacchia la proposta di garantire eguale protezione umanitaria a tutti i profughi provenienti dall’Ucraina è stata bocciata. Al suo posto si è optato per provvedimento in base al quale il profugo in fuga dall’Ucraina ma con passaporto di un Paese terzo “dovrebbe essere coperto dalla direttiva sulla protezione temporanea [DPT, che accorda un anno di protezione, prorogabile fino a tre, ndr] o dalla legislazione nazionale“. In poche parole: per tutti i cittadini ucraini è previsto il DPT, per gli altri gli Stati possono decidere da sé se concedere il DPT o agire in base alle proprie normative nazionali. Stessi profughi, stessa guerra, ma trattamenti diversi in base al passaporto. Il tutto con il via libera dell’Unione europea.

La stessa OIM si è detta “allarmata”  in seguito alle “notizie verificate e credibili di discriminazione, violenza e xenofobia contro cittadini di paesi terzi che tentano di fuggire dal conflitto in Ucraina”, chiedendo alle nazioni confinanti con l’Ucraina di garantire un’accoglienza “non discriminatoria” e “culturalmente appropriata”. Le speranze che questo avvenga sono, evidentemente, alquanto scarse.

[di Valeria Casolaro]