Martedì scorso il lago di Texcoco, a Sud-Est della Valle del Messico, è stato dichiarato area naturale protetta. Durante la conferenza stampa del 22 marzo il presidente Andrés Manuel López Obrador ha dunque rispettato il risultato del referendum del 2018. Perché in un’area tanto importante dove sorge il più grande bacino di regolazione dell’acqua della Valle del Messico, l’intenzione era dare vita a un aeroporto internazionale. Un progetto devastante tanto per ragioni tecniche quanto ambientali. Grazie all’azione del Frente en Defensa de los Pueblos de la Tierra, quattro anni fa ha vinto “Yo prefiero el lago” (io preferisco il lago). Dal referendum sono partiti i lavori per fare del territorio interessato un luogo da salvaguardare e dalla recente conferenza, il Governo ha ufficialmente approvato la 184esima area protetta del Messico: Área de Protección de Recursos Naturales Lago de Texcoco.
Il progetto dell’aeroporto internazionale è quindi scemato in favore del rispetto e della preservazione di un luogo estremamente importante a livello ambientale. Non solo, ma i lavori porteranno alla costruzione di un grande parco naturale, da completarsi entro il 2023. Seguendo la tabella di marcia fissata, l’anno successivo lo spazio sarà aperto al pubblico. Lo scheletro del progetto prevede un giardino centrale, campi polivalenti, aree giochi, campi da basket, da baseball e da calcio e svariati altri spazi per il divertimento nel rispetto di un sito di grande valore. Uno spazio ecologico dove l’intenzione è che natura, cultura e infrastrutture possano coesistere. All’interno dell’Área de Protección de Recursos Naturales Lago de Texcoco sarà possibile svolgere svariate attività sempre nel rispetto dell’ambiente circostante. Dal ripristino ecologico al rimboschimento con specie autoctone, all’agricoltura e all’allevamento sostenibili fino all’ecoturismo. È stato inoltre stabilito che ogni attività potenzialmente minacciosa per l’ambiente naturale e gli ecosistemi faunistici, venga vietata.
Un passo importante, tra l’altro ufficializzato nella Giornata Mondiale dell’Acqua. Una data simbolo vista l’importanza dello specchio d’acqua anche come risorsa idrica. Il lago di Texcoco fornisce infatti fino a 43 milioni di metri cubi di acqua potabile agli oltre 15 milioni di abitanti dei 5 comuni lacustri e alla capitale, Città del Messico. Senza parlare della ricca biodiversità che caratterizza il territorio, dove vivono 678 specie tra flora e fauna. Uno spazio che accoglie alcune tra le specie più importanti del bacino della Valle del Messico e importante rifugio per gli uccelli acquatici migratori. L’area appena ufficializzata come protetta comprende ben 14mila ettari di territorio di cui quasi 11mila ettari sono zone federali, 2.971 ettari sono invece nuclei agrari di ejido e 369 ettari comprendono delle proprietà private.
Da quando – lo scorso 24 febbraio – la Russia ha invaso l’Ucraina, la metà dei bambini ucraini è stata sfollata: è ciò che avrebbe affermato alla Cnn il portavoce del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef), James Elder. «Uno su due ha dovuto abbandonare la propria casa», avrebbe infatti dichiarato Elder, aggiungendo che si tratterebbe di «una situazione mai vista prima» che sarebbe «quasi impossibile da affrontare».
Il 24 marzo del 1999 la NATO decise senza alcuna autorizzazione delle Nazioni Unite di avviare l’operazione “Allied Force”, una serie di bombardamenti sulla Repubblica di Jugoslavia che in 78 giorni provocarono morte e distruzione. In Serbia e in Kosovo, oltre agli obiettivi militari, vennero colpiti anche quelli civili: così caddero case, ospedali, scuole, edifici pubblici e culturali, lasciando un numero indefinito di vittime. Ancora oggi, a distanza di 23 anni, si parla soltanto di stime, con cifre che variano fra i 1200 e 2500 morti, non dimenticando gli oltre 12000 feriti che l’intervento NATO causò nella prima guerra combattuta in Europa dopo i due conflitti mondiali.
Jugoslavia
Per capire come si sia arrivati al 24 marzo del 1999 è necessario tornare indietro di qualche anno. Quando il 4 maggio del 1980 Josip Broz Tito, storico capo politico e militare jugoslavo, morì, lasciò il Paese con una struttura federale organizzata in sei repubbliche (Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Macedonia e Montenegro) e due province (Voivodina e Kosovo) legate alla Serbia. Nel 1991 sia la Slovenia sia la Croazia dichiararono la propria indipendenza. Nel primo caso si registrarono alcuni scontri fra le forze federali e le milizie locali, risolvendosi a favore delle seconde. Ben diverso fu il caso della Croazia, territorio caratterizzato da una forte presenza di serbi che portò Belgrado a organizzare delle milizie paramilitari per ostacolare l’indipendenza croata. Nel 1992 le ostilità si intensificarono, portando a frequenti episodi di violenza reciproca e alle prime uccisioni di civili nella regione. In poche settimane il conflitto si estese poi alla Bosnia-Erzegovina, che nel 1992 proclamò a sua volta l’indipendenza dalla Jugoslavia: anche in questo caso intervenne l’esercito federale, portando Sarajevo a diventare teatro di continui episodi di violenza. In tale contesto l’ONU, vista agli occhi dell’opinione pubblica come l’unica detentrice di una soluzione della crisi, intervenne creando una forza militare speciale delle Nazioni Unite, l’UNPROFOR, composta da militari di vari Paesi e dislocata prevalentemente in Bosnia con il compito, mai portato a termine, di creare aree protette a difesa della popolazione civile.
Bill Clinton, Presidente degli Stati Uniti d’America dal 1993 al 2001
I fallimenti dell’ONU, unitamente alla recente dissoluzione dell’URSS, accentuarono lo spirito “di risolutore” degli Stati Uniti, che nel 1994 intervennero “per ordinare il nuovo assetto internazionale sorto con la fine della guerra fredda”. Così, Washington iniziò a fornire un massiccio sostegno militare alla Croazia, che riprese a esercitare la piena sovranità sul proprio territorio, macchiandosi comunque di numerosi massacri nei confronti dei civili serbi. Contemporaneamente intervennero in Bosnia anche le forze aeree della NATO, scatenando una dura offensiva contro le unità militari della Repubblica serba di Bosnia, costituitasi qualche mese prima nella regione. La mobilitazione della NATO arrivò in un contesto in cui diversi attori politici iniziavano a interrogarsi circa le motivazioni del mantenimento dell’Alleanza, vista la dissoluzione dell’URSS. Così, già con i primi attacchi aerei alla Repubblica serba di Bosnia si iniziò a intuire la nuova natura della NATO, non più un’organizzazione esclusivamente difensiva, così come stabilito nel suo Statuto. Il 24 marzo 1999 i presentimenti divennero definitivamente concreti: l’Alleanza aveva scavalcato l’ONU per intervenire in uno Stato non-membro, il Kosovo, seguendo non una logica difensiva bensì volta all’attacco.
A fine XX secolo, la Jugoslavia era formata da Serbia e Kosovo. Fonte immagine: BBC
Il Kosovo era abitato in larga maggioranza da popolazione di etnia albanese, ma considerato dai serbi come “culla” della loro patria; i rapporti fra i serbi (ortodossi) e gli albanesi (in gran parte musulmani) erano risultati conflittuali sin dal periodo della disgregazione dell’impero ottomano, per poi degenerare a fine XX secolo, quando nel 1998 Belgrado negò l’autonomia al Kosovo, iniziando una lunga repressione che portò alla morte di diverse migliaia di kosovari. Così, in un contesto di tentativi di risoluzioni pacifiche avanzati dalla comunità internazionale, la NATO decise di risolvere la crisi jugoslava attraverso l’operazione “Allied Force”. I bombardamenti cessarono dopo 78 giorni, il 10 giugno del 1999, con l’accordo di Kumanovo che prevedeva il ritiro delle truppe serbe dal Kosovo e il successivo dispiegamento di 37 mila soldati NATO nella regione.
Difendere i diritti umani dovrebbe rappresentare un caposaldo della democrazia. Tuttavia, come ha dimostrato l’intervento della NATO 23 anni fa, esso nasconde diversi problemi e coni d’ombra: dalle modalità con cui ciò avviene, generanti ulteriore distruzione e vittime civili, all’incertezza del diritto, dato che gli Statuti o comunque i documenti e le procedure vincolanti (ad esempio l’approvazione del Consiglio di Sicurezza ONU) perdono di valore, passando per quella che dovrebbe rappresentare una macchia indelebile nelle coscienze occidentali: la strategia del “due pesi due misure”, che non fa altro che discriminare le vittime e anteporre loro interessi geopolitici. Significativo appare oggi, alla luce dell’anniversario dell’Allied Force, rileggere l’articolo 1 dello Statuto della NATO: “Le parti si impegnano, come stabilito nello Statuto delle Nazioni Unite, a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale in cui potrebbero essere coinvolte, in modo che la pace e la sicurezza internazionali e la giustizia non vengano messe in pericolo, e ad astenersi nei loro rapporti internazionali dal ricorrere alla minaccia o all’uso della forza assolutamente incompatibile con gli scopi delle Nazioni Unite”.
Mentre tutti sono stati catapultati sul fronte ucraino, ci sono manovre che sulla scia dell’emergenza Covid-19 si stanno compiendo e che andranno ad incidere profondamente sull’assetto sociale e antropologico del nostro Paese. La “guerra al virus” è mediaticamente sparita mentre si protraggono gli strascichi di misure restrittive che hanno diviso il paese tra chi è cittadino di prima classe e chi di seconda. Il Primo Ministro italiano, già manager Goldman Sachs e banchiere centrale d’Europa, Mario Draghi, durante la conferenza stampa in occasione della presentazione del Decreto riaperture, ha candidamente espresso quella che sarà la nuova normalità: ciò che era emergenziale diventerà ordinario. Il Ministro dell’innovazione tecnologica e della transizione digitale, Vittorio Colao, già CEO di Vodafone e nel Consiglio di amministrazione di Verizon, Unilever e General Atlantic, in audizione alla Commissione Affari costituzionali della Camera, ha invece prospettato il prossimo futuro digitale italiano. Le due esternazioni prese assieme danno il quadro del futuro imminente che ci aspetta.
Alla conferenza stampa in questione, Mario Draghi, con a fianco il Ministro della Salute Roberto Speranza, rispondendo alle domande del giornalista de Il Messaggero, Marco Conti, spiega che la struttura emergenziale sarà tramutata in struttura ordinaria. Infatti, cambiata la missione del generale Figliuolo e messo da parte il Comitato Tecnico Scientifico, l’apparato di sicurezza, controllo e gestione adottato durante l’emergenza pandemica rimarrà per sempre. In altre parole, una volta smussati gli angoli e gli spigoli (Figliuolo e il CTS) con la fine dello “stato di emergenza” tutto il resto sarà la nuova normalità. Il Primo Ministro Draghi risponde: «Uno degli scopi del provvedimento di oggi è proprio quello di non smantellare tutta la struttura esistente, anche perché noi siamo consapevoli del fatto che un’altra pandemia potrebbe rivelarsi importante anche tra qualche tempo, quindi vogliamo costruire una struttura permanente di preparazione a reagire a questi fenomeni; impegno che abbiamo preso in sede nazionale e internazionale». Poi Draghi aggiunge: «Gradualmente questa struttura perde i caratteri di emergenza e acquista quello di ordinarietà». Insomma, sebbene finisca il tempo emergenziale, gli strumenti dell’emergenza non saranno eliminati ma solamente messi nel cassetto. Evidentemente, a questo risponde il fatto che il Green Pass non venga abolito e cancellato ma solo sospeso, ovvero non più richiesto al momento, data la proroga di validità del medesimo strumento fino ad un totale di 3 anni.
Se alle parole di Draghi uniamo quelle pronunciate dal Ministro Colao, il quadro diviene più chiaro. Durante l’audizione alla Commissione Affari costituzionali della Camera, in cui il Ministro ha esposto i progressi del PNRR per quanto attiene al proprio ministero, Colao ha fatto affermazioni che fanno il paio con quelle pronunciate da Draghi. La disamina del Ministro è molto lunga e articolata ed espone i quattro pilastri su cui si basa l’azione del suo ministero per quanto concerne lo stato di avanzamento del PNRR, per cui dispone di circa 20 miliardi di euro. Il primo pilastro è la struttura della rete internet e la connessione veloce; in altre parole, stiamo parlando di rete 5G. Il secondo pilastro, quello di cui andremo a parlare, è quello della digitalizzazione dei servizi pubblici. Gli altri due pilastri che formano l’azione globale del ministero guidato da Colao riguardano le competenze e l’imprenditoria innovativa oltre che quelle spaziali, che entrambe hanno carattere interministeriale.
Il tema che qui riteniamo importante riguarda la digitalizzazione dei servizi pubblici. Lo strumento fondamentale per l’attuazione di questo è l’identità digitale che permetterà di accedere ad ogni servizio pubblico. L’intenzione del ministero, dice Colao, è quella di estendere l’identità digitale chiamata SPID anche ai minorenni, per poter usufruire dei servizi scolastici. L’identità digitale servirà per accedere ad ogni cosa e sarà implementata sempre di più il pagamento con valuta elettronica grazie allo strumento chiamato IDpay. Dove tutto questo voglia andare a parare lo capiamo perfettamente dalle parole pronunciate dal Ministro Colao: «Il grande tema è l’interoperabilità delle piattaforme digitali abilitanti che è molto importante per ampliare i servizi ma anche per renderne la fruizione semplice attraverso il così detto principio del One’s only, cioè il principio in cui il cittadino una sola volta deve mettere le proprie informazioni dentro il sistema e poi è lo Stato da solo che lo va a cercare e lo vede». E qui arriviamo al punto dolente. Colao aggiunge: «Questo è molto importante perché ci sono degli esempi recenti di grande benefico che abbiamo avuto da questo: il Green Pass è un grande esempio di interoperabilità, e che tra l’altro adesso sta facendo venire a mente tante altre possibili applicazioni meno drammatiche e meno di emergenza in cui si potrebbe creare un sistema che permette in maniera istantanea di conoscere lo “stato”, il “diritto”, di attivazione o di fruizione di un servizio».
Dunque, il Green Pass, strumento di discriminazione che istituisce cittadini di prima e di seconda classe, che non viene eliminato ma solo messo nel cassetto, viene considerato come strumento innovativo e come guida per il futuro sociale e pubblico di questo Paese. Un’identità digitale a cui tutte le nostre informazioni verranno collegate, quelle sanitarie, fiscali, economiche, giuridiche etc., permetterà – oppure no – di accedere ai servizi pubblici, dietro pagamento elettronico da effettuare con IDpay direttamente collegato all’identità digitale stessa. A questo punto, le possibilità che si tracciano sono molteplici. Cosa accadrà se un cittadino non avrà pagato una multa, o se il suo stato vaccinale non sarà ritenuto idoneo, o se in qualche altro modo avrà contravvenuto la norma? In fondo, come spiega lo stesso Colao, una volta che le informazioni ci sono si tratta solo di metterle insieme e, in base a quelle, decidere se il cittadino possa o meno accedere ad un servizio pubblico e/o ad un suo diritto. Oltre a questo c’è anche un serio pericolo di sicurezza dei dati e di rischio collegato a potenziali malfunzionamenti o manomissioni del sistema di gestione e controllo che potrebbero negare l’accesso anche a coloro che sarebbero in regola con le disposizioni del momento; per questo motivo sarà infatti istituita l’Agenzia Nazionale di Cybersecurity e l’istituzione del Polo Strategico Nazionale (PSN). Eppure lo stesso Colao conferma che buona parte dei nostri dati vagheranno nel Cloud commerciale, ovvero quello gestito e controllato dalle aziende private.
Qualcuno chiama tutto questo utopia e progresso, altri distopia e controllo. Quel che sembra certo è che se la retorica che si accompagna a tutto questo rimane Occidentale, il sistema sociale sembra subire una metamorfosi cinese. L’idea della cittadinanza a punti, del credito sociale, sembra pervadere sempre di più le menti italiane. Piccolo esempio pratico di questa mentalità cinese di Draghi & Co., accaduto in questi giorni, arriva dal Comune di Fidenza. Il piccolo Comune, che si trova nella Provincia di Parma, con l’adozione del sistema a punti per chi abita nelle case popolari sembra essere entrato nella provincia di Shanghai.
Un’indagine condotta congiuntamente dal gruppo per la tutela dei diritti umani Fortify Rights e dal Centro Schell per i diritti umani internazionali della Yale Law School documenta le violenze e gli omicidi messi in atto in Birmania dai militari in seguito al colpo di stato del febbraio 2021. Il rapporto accusa la giunta della Birmania di “crimini contro l’umanità” e nomina almeno 61 funzionari che dovrebbero essere perseguiti per gli abusi, tra i quali il capo delle forze armate, leader del colpo di Stato, e il suo vice. Alcuni testimoni avrebbero riferito che uccidere gli oppositori fa parte della politica statale di terrore del governo militare.
L’Arabia Saudita è in trattative avanzate con la Cina per la vendita di alcuni quantitativi di petrolio in yuan cinesi invece che in dollari USA, come riferito recentemente dal Wall Street Journal. Si tratta di un’iniziativa che – qualora si concretizzasse – potrebbe comportare lo sgretolamento del sistema del petrodollaro su cui si basa da più di mezzo secolo il sistema finanziario internazionale e il mercato delle materie prime, in seguito ad un accordo stipulato tra l’amministrazione Nixon e il Regno saudita nel 1973. Ciò avrebbe serie ripercussioni sull’impianto economico globale e su Washington che, in questo modo, perderebbe gran parte della sua centralità e del suo dominio con una progressiva de-dollarizzazione dell’economia mondiale. La Cina, infatti, è il più grande importatore di greggio al mondo, mentre l’Arabia Saudita è uno dei principali Paesi esportatori: secondo i dati dall’Amministrazione generale delle dogane della Cina, nel 2021 l’Arabia Saudita è stata il primo fornitore di greggio del colosso asiatico con una vendita di 1,76 milioni di barili al giorno, seguita dalla Russia con 1,6 milioni di barili al giorno. Se questi scambi dovessero avvenire in yuan, l’egemonia del dollaro come valuta di riferimento internazionale subirebbe un duro colpo: del resto, già la Russia – a causa delle sanzioni Occidentali – sta usando la moneta cinese come valuta di riserva per i suoi scambi commerciali con l’India.
La decisione dell’Arabia Saudita di fare a meno del dollaro negli scambi internazionali dipende dal deterioramento dei rapporti con il suo storico alleato – gli USA – sotto l’amministrazione Biden, da imputarsi a diverse circostanze di natura diplomatica e geopolitica: innanzitutto, i sauditi non tollerano l’idea di un possibile accordo con l’Iran sul nucleare e, in secondo luogo, lamentano la mancata difesa militare da parte di Washington contro gli attacchi dei ribelli Houthi yemeniti. Oltre a ciò, i rapporti sono peggiorati da quando, nel 2020, Biden ha insultato il Regno saudita, definendolo uno “Stato paria”, per via dell’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi, ostile alla Casa reale. Secondo l’intelligence USA l’uccisione sarebbe stata ordinata dal principe Mohammed bin Salman: per questo, lo stesso principe si rifiuta da giorni di rispondere al telefono al Presidente americano, il quale sollecita un aumento della produzione di petrolio. Al contrario, L’Arabia Saudita intende incrementare le sue relazioni col Dragone nella speranza di convincere Pechino a ridurre il suo sostegno all’Iran sciita, nemico dei sauditi.
Ma la volontà di rafforzare i legami economici e geopolitici con la Cina, adottando lo yuan come valuta di scambio, è anche da ricondurre al sistema di sanzioni messo in atto da Washington contro Mosca: Riyad, infatti – come del resto anche Pechino – vuole smarcarsi dall’orbita finanziaria statunitense per evitare che in futuro possa andare incontro allo stesso tipo di sanzioni, ma anche per allinearsi al nuovo polo economico emergente orientale: proprio il triangolo Russia-Cina-India segna del resto uno spostamento dell’asse dell’economia globale verso l’Asia a cui ha contribuito in modo determinante la crisi ucraina. Infatti, non solo molti Paesi asiatici – tra i quali proprio India e Cina – si sono astenuti sulla risoluzione di condanna dell’invasione russa dell’Ucraina approvata dall’ONU, ma hanno anche resistito alle pressioni che Washington ha esercitato per fare applicare le sanzioni a Mosca. Come ha riportato un funzionario del governo indiano, ad esempio, l’India è intenzionata ad aumentare le importazioni di gas russo a prezzi scontati pagandolo in rupie e vanificando così gli sforzi statunitensi di compattare il mondo contro il Cremlino. Al contrario, ciò che si sta verificando è una “de-occidentalizzazione” dell’economia globale che, evidentemente, l’Arabia Saudita non ha mancato di cogliere e di sfruttare, spinta anche dai suoi risentimenti verso l’amministrazione Biden.
Dal canto loro, gli Stati Uniti – per tramite di un alto funzionario – hanno definito l’idea dei sauditi di vendere petrolio alla Cina in yuan “altamente volatile e aggressiva” e “non molto probabile”. È necessario sottolineare, infatti, che non è la prima volta che l’Arabia Saudita “minaccia” i suoi alleati “storici” di abbandonare il dollaro e che il passaggio da una valuta di riferimento all’altra richiederebbe comunque tempi lunghi, in quanto, ad oggi, i due terzi delle riserve di liquidità globali sono denominate in dollari. Allo stesso tempo però va rilevato come l’inizio della fine del sistema del petrodollaro sia inevitabile – proprio a causa dell’utilizzo strumentale del dollaro come “arma finanziaria” – così come l’emergere di un nuovo centro economico alternativo a quello occidentale, ricchissimo di materie prime, metalli preziosi, minerali e terre rare, rappresentato dall’Eurasia e da buona parte dei Paesi arabi. In questo contesto, la posizione dell’Arabia Saudita – ma anche dell’India – può segnare un’accelerazione determinante verso nuovi equilibri commerciali e geopolitici internazionali che presuppongono il ridimensionamento della valuta americana all’interno del sistema economico globale e, di conseguenza, anche del dominio unipolare occidentale.
Il ministero degli Esteri russo ha riferito in una nota che “il 23 marzo, una lista di diplomatici statunitensi dichiarati persone non gradite è stata consegnata al capo della missione diplomatica americana”, quindi all’ambasciatore statunitense a Mosca. La decisione, presa a poche ore dall’espulsione di 45 diplomatici russi in Polonia, è avvenuta in risposta alla misura analoga adottata da Washington alla fine di febbraio, quando 12 diplomatici russi presso le Nazioni Unite sono stati allontanati dalla sede di New York “per questioni di sicurezza nazionale”.
La cottura dei cibi ha un potere alchemico, a volte negativo, di togliere delle proprietà agli alimenti, ma altre volte positivo di apportare dei benefici. Ci sono dunque dei pro e dei contro e cercheremo di conoscerli per sfruttare al meglio quello che ogni alimento può rappresentare in termini di salute.
Si pensa che la cottura degli alimenti abbia avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione dell’uomo. Con la scoperta del fuoco infatti, insieme alla possibilità di scaldarsi e di difendersi dagli attacchi degli animali, l’uomo ha potuto sperimentare un nuovo modo di mangiare. La cottura ha dato al cibo sapori e odori prima sconosciuti, ha reso digeribili alimenti pressoché immangiabili da crudi come i cereali e i legumi, ha ridotto significativamente il rischio di infezioni da batteri, funghi e virus.
La cottura rende più digeribili molti cibi, perché il calore spezzetta in unità più piccole sia le proteine che gli amidi, predigerendoli e rendendoli più accessibili agli enzimi digestivi che altrimenti dovrebbero fare interamente questo lavoro, con maggiore dispendio di energia e calorie dal nostro organismo, fra l’altro. Ecco perché gli amidi cotti di cereali e legumi, essendo maggiormente digeribili, apportano più calorie degli amidi crudi. Questo è anche il motivo per cui i neonati e chi è malato o defedato devono nutrirsi di cibi morbidi già cotti: impiegheranno meno energie e meno sforzi per estrarne il nutrimento. Ed ecco anche perché l’alimentazione di oggi, basata in prevalenza su cibi ultra-lavorati e creati per sciogliersi in bocca, si associa a una vera e propria epidemia di obesità.
La cottura pare abbia avuto un ruolo fondamentale per la sopravvivenza della specie umana: aumentando la disponibilità di calorie apportate da cereali, legumi e patate, ha fornito all’uomo l’energia necessaria per la crescita e il sostentamento. Secondo le teorie evoluzionistiche cuocere il cibo ha contribuito a far crescere di volume il cervello dell’uomo e di conseguenza a migliorare lo status sociale dell’Homo sapiens sapiens rispetto ad altri primati che non hanno avuto accesso al cibo cotto. Una dieta crudista con cibi non lavorati – dato che in passato non esistevano frullatori e centrifughe – non sarebbe quindi stata in grado di sostenere l’evoluzione del cervello dell’uomo se l’avvento della cottura non avesse concesso ai nostri antenati delle caverne la possibilità di aumentare il numero dei propri neuroni (86 miliardi), riuscendo così a staccare di alcune lunghezze altre specie meno evolute. Si pensi che il cervello dei gorilla ha 33 miliardi di neuroni e quello degli scimpanzè 28 miliardi. Neuroni che apportano numerosi benefici ma che richiedono molte calorie per funzionare. Non a caso il cervello umano consuma da solo il 20 per cento dell’intero fabbisogno energetico giornaliero di tutto il corpo. Secondo questa teoria, dunque, noi umani dobbiamo il nostro patrimonio di neuroni alla cottura, che ci avrebbe liberati dalla condanna di dover trascorrere buona parte della vita sugli alberi a masticare cibi crudi. Potendo passare più tempo a terra davanti al fuoco, l’uomo sarebbe stato avviato alla socializzazione, al parlare, allo sviluppo di strutture sociali via via più complesse. Tutti compiti per cui è necessario possedere cervelli più complessi e sostenuti dall’energia disponibile grazie al cibo cotto. Una dieta crudista, quindi, sarebbe perfetta per perdere peso (masticare richiede dispendio di calorie da parte del nostro corpo), ma assolutamente deleteria per far crescere un bambino e permettergli un adeguato sviluppo cerebrale e che ha bisogno di mettere da parte più calorie di quelle che consuma.
Le virtù dei cibi crudi
La cottura ha avuto un ruolo rilevante nell’evoluzione umana, ma ciò non significa che non ci siano benefici nel consumo in forma cruda di una parte del nostro cibo. Se la cottura dei cibi ci offre più calorie ed energia, e migliora il gusto di svariati cibi, c’è però anche un lato negativo in quanto essa distrugge molti nutrienti degli alimenti, in primo luogo gli enzimi e molte vitamine. Gli enzimi sono importantissimi per la salute perché moltiplicano la velocità di tutte le reazioni chimiche che avvengono nel nostro corpo fino a milioni di volte Chi non produce o assume abbastanza enzimi è “rallentato” in tutte le funzioni corporee. Servono enzimi infatti per le funzioni metaboliche e digestive, la riparazione cellulare, l’attività del sistema immunitario. Senza enzimi gli ormoni, le vitamine, i minerali e le cellule non funzionano. Tutti gli alimenti crudi possiedono al loro interno il patrimonio di enzimi necessario per la loro digestione, ma la cottura oltre 45 gradi distrugge quasi del tutto queste sostanze. Il cibo crudo è quindi un vero concentrato di enzimi e vitalità. I cibi crudi sono più leggeri e non appesantiscono i processi chimici del nostro organismo, anzi li aiutano favorendo quelli di rigenerazione cellulare, disintossicazione, antinvecchiamento.
Un altro pregio del cibo crudo è che a differenza di quello cotto non induce la leucocitosi digestiva, ossia non fa aumentare il numero di cellule del sistema immunitario che si attivano contro le sostanze “estranee” contenute nei cibi ingeriti (specialmente cibi cotti perché creano nuove sostanze anche tossiche nell’alimento, come furosina, acrilammide, ecc.). Il termine leucocitosi si riferisce ai leucociti (o globuli bianchi) che sono cellule di difesa immunitaria contro agenti esterni di ogni genere come batteri, virus, e anche sostanze estranee contenute nei cibi, che prima di essere neutralizzate dall’organismo vengono attaccate e controllate dalle cellule immunitarie come i leucociti. In questo processo di leucocitosi digestiva viene reclutato un enorme numero di globuli bianchi e tutto questo non fa altro che “distrarre” il sistema immunitario dell’intestino, che rappresenta i 4/5 della nostra immunità. Nel tentativo di combattere questi “patogeni” del cibo però si toglie la sorveglianza immunologica verso le cellule cancerose. I globuli bianchi, messi in allerta all’ingresso nell’intestino del cibo cotto, aumentano di numero dopo 15 minuti dall’ingestione, rimangono alti per alcune ore e poi tornano ai livelli basali. Questo è in sintesi un fenomeno infiammatorio che avviene ogni volta che mangiamo cibi cotti, ma che non si verifica con i cibi crudi. Poiché le infiammazioni del corpo sono di diversa natura e si sommano tra di loro, un modo per abbassare l’infiammazione totale è quello di ridurre il più possibile le sollecitazioni infiammatorie parziali come quella ai pasti appena descritta.
Il crudo prima del cotto
Una soluzione efficace per limitare il fenomeno della leucocitosi è quella di consumare del cibo crudo (un frutto o una verdura) prima di quello cotto. Consumando un alimento crudo, per esempio una mela, prima di quello cotto si può gestire il fenomeno della leucocitosi digestiva. Questo perché nell’alimento crudo sono presenti una serie di sostanze (panallergeni) che preparano il nostro sistema immunitario in modo tale da evitare tutte quelle reazioni di difesa immunitaria che si attivano coi cibi cotti. In parole più semplici dobbiamo aggirare il nostro sistema immunitario. Per evitare che si attivi la leucocitosi digestiva e con essa tutti quei segnali di “pericolo” che predispongono il nostro organismo all’obesità, sovrappeso e infiammazione, basta mangiare una carota, un finocchio o un frutto, perché sono riconosciuti come cibi “amici”, prima di mangiare un alimento cotto, in modo tale che i globuli bianchi non aumentino e non si attivino con essi tutti i processi infiammatori nocivi per il nostro corpo.
Cibi cotti salutari
Qualcuno potrebbe dedurre erroneamente, dalle informazioni appena illustrate sulla leucocitosi digestiva, che i cibi cotti siano da limitare come nemici della salute. Niente affatto. È vero che con la cottura i cibi perdono molti nutrienti come la clorofilla, le vitamine e gli enzimi, tuttavia essa può anche rendere alcune sostanze antiossidanti più numerose in quantità e maggiormente disponibili per l’assorbimento intestinale. Il pomodoro, ad esempio, cuocendo libera licopene, un potente antiossidante della famiglia dei carotenoidi, che protegge le cellule dai danni dei radicali liberi e dal loro invecchiamento precoce. Con la cottura il licopene diventa più facilmente assimilabile. Poiché il licopene è una sostanza liposolubile allo stesso modo delle vitamine liposolubili (cioè si scioglie nei grassi), l’aggiunta di olio al pomodoro favorirà ulteriormente l’assorbimento di questa sostanza: la sua concentrazione nel sangue sarà molto più alta dopo aver mangiato un buon sugo di pomodoro cotto piuttosto che un’insalata di pomodori crudi, magari senza olio. Quanto detto per i pomodori vale anche per le carote, i cui carotenoidi si liberano meglio se le saltiamo in padella con aggiunta di olio. I broccoli e gli altri vegetali della famiglia delle Crucifere (cui appartengono cavolfiore, cavolo cappuccio, verza, cavolini di Bruxelles, cavolo nero, rucola, ravanello e senape) sono considerati fra le verdure più importanti da consumare regolarmente grazie alla ricchezza non solo di vitamine, minerali e composti antiossidanti, ma anche di sostanze ad azione antitumorale come il sulforafano. In questo caso occorre però attuare una strategia di preparazione e cottura particolare, altrimenti non riusciamo a sfruttarne le proprietà. Il sulforafano non è presente nel vegetale integro ma si forma solo in seguito alla rottura delle pareti cellulari grazie all’azione di un enzima chiamato mirosinasi, come accade quando tagliamo o mastichiamo le verdure. L’enzima però viene distrutto dalla cottura e quindi, per ottenere i benefici del sulforafano, dobbiamo prima dare modo all’enzima di fare il suo compito. Occorre frantumare le cellule del vegetale in 2 modi: mangiando le crucifere crude (come nel caso della rucola, del cavolo rosso e del ravanello), oppure tagliandole e lasciandole riposare 10-20 minuti prima di cuocerle, per dare tempo all’enzima di agire. Perciò se prepariamo una zuppa o un minestrone a base di cavolfiore o broccoli, per ottenere la formazione di sulforafano dovremmo prima frullare le verdure crude, lasciarle riposare per 10-20 minuti e quindi cuocerle: il contrario di quanto facciamo normalmente.
La guardia di finanza ha eseguito diverse perquisizioni nelle sedi della società Juventus di Torino, Milano e Roma. I provvedimenti sono stati messi in atto nel contesto dell’indagine sulle plusvalenze in diversi anni di rendiconto finanziario (282 milioni di euro in tre anni), che nel 2021 avevano portato i dirigenti della società a essere iscritti nel registro degli indagati. Gli inquirenti vorrebbero in particolare far luce su 4 mensilità che i calciatori avrebbero congelato nel 2020, in accordo con la società, per permettere la riduzione dei costi nei bilanci durante la pandemia.
Il Consiglio di giustizia amministrativa (Cga) per la Regione siciliana ha sollevato davanti alla Consulta la questione di legittimità costituzionale relativa alla disciplina che impone l’obbligo di sottoporsi alla vaccinazione anti Covid per il personale sanitario. Il massimo organo della giustizia amministrativa operante in Sicilia, infatti, tramite un’ordinanza pubblicata nella giornata di ieri ha ritenuto che il decreto-legge con cui l’obbligo è stato introdotto potrebbe essere in contrasto con diversi articoli della Costituzione. Nello specifico, all’interno dell’ordinanza si legge che il Cga ha ritenuto “rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 4, commi 1 e 2, del d.l. n. 44/2021 (convertito in l. n. 76/2021), nella parte in cui prevede, da un lato l’obbligo vaccinale per il personale sanitario e, dall’altro lato, per effetto dell’inadempimento all’obbligo vaccinale, la sospensione dall’esercizio delle professioni sanitarie, per contrasto con gli artt. 3, 4, 32, 33, 34, 97 della Costituzione”.
Spiegando poi, nel dettaglio, quali sarebbero i profili di incostituzionalità, il Cga ha posto la lente di ingrandimento sul “numero di eventi avversi”, sulla “inadeguatezza della farmacovigilanza passiva e attiva”, sul “mancato coinvolgimento dei medici di famiglia nel triage pre-vaccinale” e sulla “mancanza nella fase di triage di approfonditi accertamenti e persino di test di positività/negatività al Covid”. Tali aspetti, infatti, non consentirebbero di “ritenere soddisfatta, allo stadio attuale di sviluppo dei vaccini anti Covid e delle evidenze scientifiche, la condizione, posta dalla Corte costituzionale, di legittimità di un vaccino obbligatorio solo se, tra l’altro, si prevede che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che è obbligato, salvo che per quelle sole conseguenze che appaiano normali e pertanto tollerabili”. Non vi sarebbe prova, dunque, della esclusiva presenza di rischi che rientrino in un normale margine di tollerabilità.
Proprio riguardo quest’ultimo punto, non ci si può non soffermare sulla spiegazione data dal Cga, il quale sottolinea che nel novero dell’elencazione degli effetti collaterali “rientrano evidentemente anche patologie gravi, tali da compromettere, in alcuni casi irreversibilmente, lo stato di salute del soggetto vaccinato, cagionandone l’invalidità o, nei casi più sfortunati, il decesso”. Certo, come precisato dall’organo amministrativo “le reazioni gravi costituiscono una minima parte degli eventi avversi complessivamente segnalati”, ma ciò non toglie che “il criterio posto dalla Corte costituzionale in tema di trattamento sanitario obbligatorio non pare lasciare spazio ad una valutazione di tipo quantitativo, escludendosi la legittimità dell’imposizione di obbligo vaccinale mediante preparati i cui effetti sullo stato di salute dei vaccinati superino la soglia della normale tollerabilità”. Ciò dunque non sembrerebbe “lasciare spazio all’ammissione di eventi avversi gravi e fatali, purché pochi in rapporto alla popolazione vaccinata”, anche perché, tra l’altro, seguire tale criterio “implicherebbe delicati profili etici (ad esempio, a chi spetti individuare la percentuale di cittadini “sacrificabili”)”.
Oltre a tutto questo, poi, il Cga ha dichiarato “rilevante e non manifestamente infondata” la questione di legittimità costituzionale anche “dell’art.1 della l. 217/2019 nella parte in cui non prevede l’espressa esclusione dalla sottoscrizione del consenso informato delle ipotesi di trattamenti sanitari obbligatori” e, sempre relativamente al decreto-legge sull’obbligo vaccinale per i sanitari, dell’articolo 4 dello stesso “nella parte in cui non esclude l’onere di sottoscrizione del consenso informato nel caso di vaccinazione obbligatoria, per contrasto con gli artt. 3 e 21 della Costituzione”.
Volendo infine contestualizzare tale provvedimento, bisogna ricordare che l’ordinanza ha fatto seguito alla valutazione da parte del Cga dell’appello proposto da un tirocinante, iscritto al terzo anno del corso di Laurea infermieristica presso l’Università di Palermo, contro quest’ultima, in quanto non ammesso – tramite un provvedimento datato 27 aprile 2021 – ad un corso formativo all’interno delle strutture sanitarie perché non vaccinato. Nello specifico, l’appellante ha impugnato l’ordinanza del Tar della Sicilia che aveva respinto la domanda cautelare nel ricorso proposto contro tale provvedimento. In Sicilia, infatti, in primo grado vi è il Tar, le cui decisioni possono essere appellate davanti al Cga, che svolge nell’isola le funzioni proprie del Consiglio di Stato e che, come anticipato, è il massimo organo della giustizia amministrativa operante in Sicilia. Quest’ultimo, dunque, ha deciso di sollevare la questione di legittimità, con la Corte Costituzionale che adesso, stando alla sua consolidata giurisprudenza, potrebbe avere qualche difficoltà a decidere nel senso della legittimità dell’obbligo vaccinale.
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