venerdì 23 Gennaio 2026
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Young Global Leaders: gli influencer del WEF per plasmare le politiche globali

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Probabilmente sono in pochi a sapere che una parte consistente dei politici, dei giornalisti, degli artisti, degli imprenditori e degli influencer “culturali” del mondo provengono da una formazione precisa che si ispira ai principi e agli obiettivi del World Economic Forum (WEF), potente organizzazione internazionale che persegue gli interessi del gotha finanziario ed economico mondiale. È stato proprio il WEF, infatti, a lanciare nel 1992 un programma chiamato “Global Leaders of Tomorrow”, ribattezzato poi nel 2004 “Forum for Young Global Leaders”: si tratta di un programma formativo quinquen...

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L’ex premier Massimo D’Alema scoperto a trattare la vendita di armamenti alla Colombia

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Cosa lega il Paese dove nel 2021 sono stati uccisi 145 difensori dei diritti umani a Massimo D’Alema? Un’operazione a nove zeri, mediata dall’ex Presidente del Consiglio, che avrebbe portato in Colombia quattro corvette, due sommergibili e diversi caccia intercettori prodotti in Italia. Precisamente, le aziende coinvolte sono Fincantieri e Leonardo, il cui amministratore delegato, Alessandro Profumo, intrattiene da anni una certa amicizia con D’Alema, come dimostra la sua partecipazione nel 2015 alla cena da mille euro a coperto per finanziare la fondazione dell’ex segretario del Pds.

Il problema, sia per le istituzioni italiane sia per D’Alema, non è di certo finanziare un Paese accusato da Amnesty International e Human Rights Watch per gravissime violazioni dei diritti umani. L’Italia, come gli altri paesi occidentali non si fa remore a mettere il business delle armi davanti ai diritti umani, e il nostro paese già vende armi anche all’Egitto e a Israele, tornato di recente a far parlar di sé per le violente repressioni nei confronti del popolo palestinese. Il problema è più che altro la sovrapposizione verificatasi fra i ruoli, visto che la trattativa per vendere armi al governo colombiano sembrerebbe essere stata avviata già nel 2018. Quindi inizialmente sono le istituzioni italiane a trattare, con diversi incontri fra le parti, fino a quando a metà febbraio l’ambasciatrice colombiana a Roma chiama il sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè per riferirgli di aver ricevuto una telefonata di D’Alema, che si presentava come mediatore della fornitura per incarico di Leonardo. A confermare l’accaduto è lo stesso Mulè, in un intervento televisivo dove afferma: «Sulla base di questo, convoco i dirigenti dell’azienda» per fargli notare che «è già in corso un’interlocuzione diretta tra governi, peraltro sollecitata e voluta dalla stessa Leonardo. Quindi chiedo loro quale sia il ruolo del Presidente D’Alema». Seguono giorni di silenzio da parte dell’azienda, che non fornisce una risposta adeguata a giustificare il motivo per cui si sia affidata a un intermediario, violando tra l’altro la legge n. 185 del 9 luglio 1990, norma che vieta la presenza di mediatori durante la compravendita di armi.

A prendere la parola nei giorni scorsi è stato lo stesso Massimo D’Alema, avanzando una tesi contrastante le parole di Mulè: «Non c’erano stati contatti a livello governativo, per questo ho fatto due cose: innanzitutto ho parlato con l’ambasciatrice della Colombia. Non ne sapeva nulla e ne sono rimasto sorpreso. Poi ho provveduto a informare Giorgio Mulè dell’attività in corso». In seguito, l’ex leader della FGCI (Federazione giovanile del Partito comunista) ha ammesso una posizione che sin da subito era apparsa contraddittoria, quella relativa al suo guadagno finale, affermando in un’intervista a Repubblica, di aver cercato di «dare una mano a imprese italiane per prendere una commessa importante» che, stando all’audio finito in rete un anno fa relativo ai giorni delle trattative, ammonterebbe a 80 milioni di euro, da dividere con i soci dello studio Robert Allen Law, e i «colombiani». «Ero stato contattato da personalità colombiane che si erano dette disposte a sostenere questa ipotesi. Evidentemente a qualcuno dava fastidio ed è intervenuto per impedirlo. Sia il Governo sia l’ambasciata colombiana erano stati chiaramente avvertiti di tutto. Trovo incredibile come sia facile reclutare in Italia qualcuno disponibile a danneggiare il nostro Paese», ha infine aggiunto Massimo D’Alema.

Nel silenzio generale di una parte degli interessati, si è mosso qualcosa fra i banchi della politica, non tanto a sinistra dove alcuni esponenti del Pd hanno preferito la strada del “non commento per non alimentare polemiche”, ma più sul centro-destra, dove ad esempio Fratelli d’Italia ha annunciato un’interrogazione parlamentare con l’obiettivo di chiedere e ottenere delucidazioni da parte del Governo circa i tanti aspetti della vicenda ancora rimasti nell’ombra.

[Di Salvatore Toscano]

Pakistan: strage in moschea

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In una moschea sciita a Peshawar, nel Pakistan settentrionale, si è verificata una violenta esplosione che ha causato almeno 30 morti e più di 50 feriti. Secondo le prime ricostruzioni, l’attentato sarebbe avvenuto durante la preghiera del venerdì, quando due uomini armati avrebbero aperto il fuoco contro i poliziotti all’esterno della moschea, ferendone a morte uno, con l’obiettivo di entrare all’interno della struttura. Poco dopo è avvenuta l’esplosione.

Ucraina: l’Occidente chiama le big tech a schierarsi nel conflitto

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Non è insolito che, in tempi di guerra, i poli di potere chiedano alle aziende di assumere una posizione politica netta. Anzi, spesso non c’è neppure bisogno di chiedere e sono le imprese stesse ad aderire autonomamente ai sentimenti dettati delle narrative dominanti. Ai tempi della globalizzazione digitalizzata, però, le alchimie di Mercato si sono ibridate al punto che assumere una presa di posizione definitiva sia cosa difficile, per le multinazionali, soprattutto se queste si occupano di comunicazione.

Negli anni, le Big Tech occidentali hanno portato avanti atteggiamenti ambigui nei confronti della tutela dei diritti umani e della libertà di parola, non di rado si sono chinati alle richieste di Governi dall’impostazione antidemocratica, tuttavia l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca sta ponendo sulle varie dirigenze delle pressioni da cui gli è arduo divincolarsi. Il Cremlino sta infatti chiedendo ai media di censurare post e informazioni che penetrano in Russia tramite il web: Facebook, Twitter, Google, YouTube, Microsoft sono finite tutte nel mirino dell’establishment russo, il quale non è certamente contento dei modi che adottano per diffondere le notizie, ancor più perché molte di loro hanno deciso di imporre restrizioni alle testate vicine a Mosca.

D’altro canto, neppure le Amministrazioni occidentali si ritengono pienamente soddisfatte dall’atteggiamento adottato dalle grandi aziende tech. I Paesi più vicini allo scontro – Polonia, Estonia, Lituania e Lettonia – hanno chiesto esplicitamente che le piattaforme social dominanti si impegnino a sospendere tutti gli account politicamente vicini a Vladimir Putin, mentre i politici europei e statunitensi stanno ragionando su quali siano i modi migliori per arginare la propaganda digitale russa. La posizione dell’Ucraina trova voce in Mykhailo Fedorov, Vice Primo Ministro, il quale pretende che le Big Tech rivedano invece l’accessibilità ai loro servizi in terra russa, una soluzione atta a isolare la nazione avversaria.

Molte aziende internazionali stanno assumendo una posizione simbolica in opposizione alla Russia, ma nessun settore sta ricevendo pressioni dall’alto quanto quello dei social media, dettaglio che tacitamente cementa il potere politico rappresentato dalle Big Tech. Quello dell’industria dei dati è tuttavia un potere effimero, che si è lungamente appoggiato all’idea di poter godere i benefici dell’ingerenza diplomatica senza incorrere negli oneri a essa collegati, ora che i nodi vengono al pettine le imprese non sanno bene come reagire e solcano timidamente la superficie di mari ignoti. I giganti del settore hanno tutto l’interesse di riscattare la propria immagine ormai intorbidita, tuttavia temono che una reazione troppo forte possa tradursi nel dover abbandonare il mercato russo e che una eccessivamente fiacca porterebbe a una regolamentazione del settore da parte USA.

Il dilemma è però a monte: i Governi e le società, intorpiditi dalla promessa di una crescita dell’industria e dei consumi, hanno lungamente permesso alle Big Tech di imbastire una sfera digitale che fosse comoda agli interessi speculativi, abbandonando ogni sforzo di confronto corale per imbastire dei binari guida etico-intellettuali. Quest’obiezione potrebbe suonare eccessivamente retorica, quasi anacronistica, tuttavia i limiti dell’approccio puramente funzionalistico alla tecnologia sono evidenziati dal fatto che persino i social network meno controversi – si veda Telegram – non siano in grado di definire se sia corretto o meno bloccare i canali di comunicazione usati ai fini propagandistici.

Tenendo in considerazione che il confine tra propaganda e informazione è molto sfocato, è opportuno bloccare una fonte narrativa – seppur mendace – che può comunque contribuire a percepire un’immagine d’insieme del mondo? Fin dove si può spingere la censura? Le aziende statunitensi dovrebbero sottostare alle leggi locali anche quando antidemocratiche o hanno il compito di promuovere i valori occidentali? Sono quesiti essenziali che troppo spesso mettiamo a tacere.

[di Walter Ferri]

Moldavia e Georgia: presentata richiesta di adesione all’Ue

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Giovedì 3 marzo la Georgia e la Moldavia hanno presentato ufficialmente la richiesta di adesione all’Unione europea, a una settimana dall’invasione russa dell’Ucraina. “Vogliamo vivere in pace, in prosperità, entrando a far parte di un mondo libero” ha affermato Maia Sandu, Presidente moldava, in linea con quanto detto qualche ora prima dal primo ministro Irakli Kobakhidze, leader del Georgian Dream: “Questa decisione, basata sul complessivo contesto politico attuale, aumenterebbe la sicurezza dei nostri cittadini”. 

Il mare è in pericolo: l’impegno dei volontari di Sea Shepherd Italia

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Il Mediterraneo è il mare più sovrasfruttato al mondo. L’allarme arriva dal rapporto biennale “Sofia” sullo stato di salute della pesca e dell’acquacoltura nel mondo, pubblicato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, la FAO : lo sfruttamento degli oceani è superiore alla possibilità biologica di rinnovamento, fenomeno che nella regione del Mediterraneo arriva al 75%. Nel corso degli ultimi cinquant’anni, il Mediterraneo ha perso il 41% di mammiferi marini e il 34% della quantità totale di pesce. Come se non bastasse il Mediterraneo ha una concentrazione di microplastiche tra le più alte al mondo: secondo i dati diffusi dal Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) sono 1,2 milioni le microplastiche per chilometro quadrato presenti in questo mare nel 2020.

In contrasto a questo triste scenario ecco i volontari della Fondazione Sea Shepherd Italia, impegnati su più fronti per dare una speranza e un futuro agli Oceani. Ma chi è Sea Shepherd? Costituita nel 1977, Sea Shepherd è un’organizzazione internazionale senza fini di lucro la cui missione è quella di fermare la distruzione dell’habitat naturale e il massacro delle specie selvatiche negli oceani nel mondo interno, al fine di conservare e proteggere l’ecosistema e le differenti specie. Quando si pensa a Sea Shepherd le immagini che salgono alla mente sono le navi che contrastano le baleniere Giapponesi nel lontano oceano Antartico, ma la realtà è che questa Organizzazione opera in tutti i mari, anche nel Mediterraneo. Sea Shepherd Italia infatti agisce dal 2010 a fianco delle Istituzioni – Guardia Costiera, Guardia di Finanza in primis – per vigilare, segnalare e contrastare le attività illegali che deturpano e depredano il nostro mare con delle missioni specifiche per il Mediterraneo: Operazione SISO, Operazione Siracusa, Anguilla Campaign, Jairo Med. Vediamole una ad una.

Operazione SISO: due navi, un gommone, un drone; tutti impegnati nella protezione del delicato ecosistema del Mar Tirreno dalla pesca illegale non documentata e non dichiarata. In contrasto particolarmente contro l’uso delle reti “spadare”, note per aver ucciso capidogli, tartarughe, tonni, pesci spada, squali e mammiferi marini fino alla loro messa al bando e verso l’uso indiscriminato dei FAD. I Fishing Aggregative Devices sono metodi di pesca illegali perché formati da un filo di plastica ancorato in fondo al mare – anche a profondità di 3000 metri – che tiene a galla in superficie degli ombreggianti in plastica, a volte ancora uniti alle tradizionali foglie di palma, dove si radunano i pesci, pescati poi dalle reti a circuizione. Solo nel 2021 in 7 mesi di Operazione, i volontari hanno liberato il Mediterraneo da 300 FAD corrispondenti a oltre 500 kilometri in meno di plastica in fondo al nostro mare e permesso di confiscare dalla Guardia Costiera oltre 15,8 km di reti derivanti illegali di tipo “Ferrettara”. «Siamo particolarmente orgogliosi della riuscita di Operazione SISO 2021» dichiara Andrea Morello, Presidente di Sea Shepherd Italia «poiché oltre ai risultati raggiunti, per il primo anno – a differenza degli scorsi anni – nessun Capodoglio è morto nel Tirreno a causa di queste reti.» 

Operazione Siracusa: dal 2013 i volontari di Sea Shepherd pattugliano di notte e di giorno le coste dell’area marina protetta del Plemmiro, con l’intento di individuare, documentare e avvisare le forza dell’ordine preposte, al fine di cogliere sul fatto i pescatori di frodo. Inoltre i volontari ripuliscono l’area in cui agiscono, raccogliendo tutti  i rifiuti che  le persone abbandonano  in mare e che, durante i temporali, questo riversa sulle coste. Giorno e notte, 30 volontari pattugliano 14 km di costa per avvisare tempestivamente le forze dell’ordine circa le azioni illegali che violano l’area protetta. «Nei primi anni ogni giorno c’era una segnalazione, una violazione, che sfociava o in una multa o nel sequestro delle attrezzature illegali, ad oggi grazie alla nostra presenza le violazioni sono diventate talmente rare da parlare addirittura di Effetto Sea Shepherd» commenta orgoglioso Morello. Un riassunto di quanto fatto nel 2021 lo si può vedere al video: 

Anguilla Campaign: questa campagna punta i riflettori sulle anguille e sulle condizioni che minacciano l’esistenza di questa importante specie, inserita dal 2009 nella Lista Rossa della IUCN e classificata come a rischio critico. L’obiettivo è di proteggere la specie e far rispettare la legalità. Nasce dopo 7 anni di azione diretta, durante i quali i volontari Sea Shepherd sotto copertura, in collaborazione con Carabinieri Forestali e Capitanerie di Porto, hanno portato avanti attività di investigazione, documentazione e contrasto al bracconaggio di novellame. «La campagna è delicata poiché il consumo di piccoli di anguilla è fortemente radicato nella tradizione culinaria italiana e spesso i pescatori di novellame agiscono indisturbati da decenni». commenta Morello «molto spesso il contrasto deve andare di pari passo con la sensibilizzazione. E’ fondamentale che le persone capiscano quale immenso danno stanno causando con le loro azioni illegali».

Jairo Med è finalizzata a protegger la popolazione di tartarughe marine in via di estinzione nel Mar Mediterraneo. All’alba i volontari pattugliano le spiagge italiane – da giugno fino a fine periodo di nidificazione – per individuare eventuali tracce di tartarughe risalite a terra per deporre le uova. Avvisata la Guardia Costiera, i volontari si occupano quotidianamente del monitoraggio delle temperature del nido fino al momento della schiusa e dell’emersione dei piccoli di tartaruga dalla sabbia. I volontari quindi sorvegliano la discesa dei piccoli verso il mare evitando che questi vengano disturbati da fattori esterni, quali inquinamento ambientale o disturbo da parte dell’uomo. «Svegliarsi all’alba tutte le mattine per anticipare i trattori che spianano la sabbia è stata una bella sfida» dichiara una volontaria impegnata nel progetto Jairo 2021 «ma ti regala albe dai colori impagabili e la consapevolezza che stai facendo qualcosa di veramente importante. Se poi si ha anche la fortuna di essere presenti al momento dell’emersione dei piccoli, il sacrificio svanisce in un sussulto dinnanzi alla vita che si manifesta in tutta la sua grandezza». Progetto Jairo si occupa anche di aiutare le tartarughe in difficoltà, coadiuvando le autorità nel recupero e nel trasporto degli animali feriti fino ai centri di assistenza. 

«Non bisogna però pensare che le attività di Sea Shepherd si svolgano soltanto in mare» -continua Morello – «i nostri volontari sono impegnati a diffondere il messaggio di Sea Shepherd nelle scuole, con progetti ed incontri specifici destinati alle classi per sensibilizzare le generazioni future verso il necessario rispetto per l’ecosistema marino». Partecipiamo inoltre a numerose giornate per la pulizia delle spiagge e dei fondali marini, senza dimenticare l’attività che ci ha visti impegnatissimi fino al 1 Febbraio 2022: «Stop finning – Stop the trade». Un’iniziativa dei cittadini europei che ha chiesto a gran voce di vietare l’importazione, l’esportazione ed il transito di pinne di squalo nell’Unione Europea, con più di 1 milione di firme raccolte in tutta Europa anche grazie al costate impegno profuso dai volontari di Sea Shepherd. 

«Sea Shepherd quindi non si arrende dinnanzi a dati allarmanti o davanti alla prepotenza dei bracconieri, ma agisce in modo attivo per contrastare l’illegalità che deturpa il mare. E’ giunto il tempo di cambiare la rotta che ci sta portando verso l’estinzione, ognuno di noi deve essere parte attiva nel cambiare la propria vita, rendendola realmente sostenibile nel pianeta dove abitiamo e da cui dipendiamo» conclude Morello.

[di Sea Shepherd Italia]

Ucraina-Russia: concordato terzo round di negoziati

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L’Ucraina e la Russia avrebbero concordato di tenere presto un terzo round di negoziati: a riportarlo è l’agenzia di stampa Tass, la quale comunica che ad affermarlo sarebbe stato Mikhail Podolyak, consigliere del presidente ucraino Vladimir Zelensky nonché membro della delegazione ucraina. “Abbiamo deciso di continuare il nostro lavoro nel terzo round che si terrà nel prossimo futuro”, avrebbe infatti dichiarato Podolyak oggi dopo la conclusione del secondo round di negoziati tra Mosca e Kiev, aggiungendo altresì che sarebbe stata raggiunta un’intesa sulla questione della creazione congiunta di corridoi umanitari per l’evacuazione dei civili.

Cos’è la riforma del catasto su cui il governo sta rischiando la crisi

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Draghi

Il governo rischia di cadere sulla riforma del catasto. Fino a pochi giorni fa sarebbe sembrata fantapolitica, invece il messaggio è passato molto chiaramente tra le file dell’esecutivo. Lo ha dichiarato Draghi e lo ha ribadito la sottosegretaria al ministero dell’Economia e delle Finanze, Maria Cecilia Guerra. Queste le sue parole: «Se l’articolo 6 non viene approvato si ritiene conclusa l’esperienza di governo». Si parla appunto dell’articolo 6 delle legge delega sulla riforma fiscale e riguarda la revisione del catasto. Per quanto si tratti di disposizioni ancora poco specifiche, l’intento è la “modernizzazione” dei criteri di rilevazione, una nuova mappatura degli immobili (identificando gli abusivi e i terreni agricoli edificabili) e l’adeguamento dei valori catastali agli attuali prezzi di mercato, così come della rendita patrimoniale, prevedendo meccanismi di adeguamento periodico. L’intervento sarà effettivo a decorrere dal 1° gennaio 2026. Oggi è in programma la riunione della Commissione Finanze alla Camera in cui si affronterà il punto. La Lega è ancora intenzionata a sopprimere l’articolo 6 del progetto di riforma coadiuvata da Fratelli d’Italia, Il Partito Democratico e Italia Viva sono favorevoli, mentre Forza Italia si accolla l’onere di tentare una mediazione dopo aver pensato anche lei inizialmente a un emendamento che eliminasse la parte del catasto. In mezzo al guado, come ormai da copione, il Movimento 5 Stelle.

Cosa prevede la riforma

L’articolo in discussione prevede un nuovo sistema di mappatura degli immobili con nuovi strumenti per Comuni e Agenzia delle Entrate: i dati raccolti dovranno essere disponibili dal primo gennaio 2026. Lo scopo è fare emergere immobili e terreni non accatastati correttamente o “fantasma” (non registrati) e per i quali i proprietari non pagano tasse. Si prevede poi di rideterminare i valori di mercato delle abitazioni tenendo conto anche delle aree in cui sono costruiti, preparando inoltre una nuova mappa con l’aumento delle zone catastali nelle città. Secondo i fautori, insomma, il fine è semplicemente quello di “riattualizzare” le mappe catastali rendendole adeguata alla realtà dei fatti.

Lo zampino del Recovery Plan

Ma perché per il governo è così fondamentale? La questione va legata al Pnrr. I prestiti inizieranno ad essere ripagati nel 2027. La nuova disciplina catastale entrerebbe in vigore l’anno prima. Il documento che illustra il Piano di Ripresa e Resilienza comprende anche, tra le vaste e vincolanti misure di accompagnamento, una riforma fiscale, vista come elemento prioritario per combattere le “debolezze strutturali del paese”. Cosa vuol dire nel concreto? Vuol dire che bisogna assicurarsi entrate fiscali sufficienti a far fronte ai debiti da ripagare. E la ricchezza principale degli italiani risiede nel loro patrimonio immobiliare. Se ce ne sarà bisogno, quindi, le tasse sugli immobili possono salire.

La protesta è dunque in ragione del pericolo di aumenti fiscali sulla casa e il potenziale ritorno dell’Imu sulla prima casa, elemento che da sempre per le destre rappresenta un punto su cui battersi. Discorso che vale più per l’area settentrionale dell’Italia che quella meridionale. Ma il proposito della riforma è anche far emergere gli immobili non censiti, circa 1,2 milioni. Più quelli accatastati ma che non figurano nelle dichiarazioni dei contribuenti, circa 2,1 milioni.

I numeri in ballo

Basandosi sull’ultimo rapporto curato dal Mef e dall’Agenzia delle Entrate, vediamo che gli immobili in Italia sono 64,4 milioni. 34,9 milioni le abitazioni comunemente intese. La somma delle rendite catastali (cioè la somma imponibile dal fisco) degli edifici di gruppo A, esclusi gli uffici, è di 16,9 miliardi di euro, corrispondente a una media di 500 euro annui. Secondo le stime, è il 10-15% in meno in rapporto ai potenziali guadagni di un affitto. C’è poi un’anomalia che il governo vuole sanare, ovvero quel caso in cui due coniugi vivono concretamente nella stessa casa ma sono formalmente residenti in altre. Di fatto, la loro reale abitazione agli occhi del fisco non rappresenta una “prima casa”. Mancherebbero così all’appello circa 1,5-2 milioni di effettive prime case, come abbiamo detto all’inizio, con i benefici fiscali che ciò comporta. Infatti, da qualche anno l’Imu sulla prima casa non è più obbligatorio per tutti ma solo per alcune specificità.

Le prospettive

Bisogna comunque ponderare bene gli effetti di una riforma del genere. Il governo assicura che non influirà sul gettito totale legato agli immobili (40 miliardi, di cui circa 20 l’Imu e gli altri derivanti da altre tasse), ma questo non vuol dire che singolarmente un cittadino non possa pagare di più. In quanto aumenterebbero i parametri Isee, facendo perdere il diritto ad alcune agevolazioni. Si presume anche una revisione delle aliquote, dunque una redistribuzione del carico. Redistribuzione ragionevole per certi versi (pensiamo alle fasce proprietarie di seconde case, su cui l’Imu si paga) ma insidiosa per coloro che potrebbero vedersi dimezzato il valore delle proprietà. Per questo è da scongiurare la conseguenza indiretta degli aumenti dei prezzi degli affitti.

[di Giampiero Cinelli]

Francia: il super green pass sarà sospeso dal 14 marzo

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In Francia il pass vaccinale, ossia l’equivalente del nostro super green pass, sarà sospeso a partire dal 14 marzo: lo ha annunciato oggi il primo ministro del Paese, Jean Castex. Quest’ultimo, ha altresì dichiarato che dal medesimo giorno non sarà più obbligatorio indossare la mascherina al chiuso, precisando però che il dispositivo di protezione individuale dovrà ancora essere utilizzato nei mezzi pubblici. Per poter accedere poi agli ospedali, alle case di riposo o alle strutture per gli adulti con disabilità, Castex ha comunicato che «salvo emergenze» alle persone basterà possedere il pass sanitario, ossia l’equivalente del nostro green pass.

Mentre il mondo guarda all’Ucraina, Israele intensifica le violenze sui palestinesi

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Anche se negli ultimi giorni l’attenzione mediatica è concentrata sulla guerra tra Ucraina e Russia, le altre guerra non vanno in vacanza. Anzi, in alcune parti del mondo sembra ci si voglia approfittare della scomparsa dei riflettori per intensificare le azioni violente. È il caso della Palestina, un conflitto di cui spesso l’Occidente perde memoria. Negli ultimi giorni tre ragazzi palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano a colpi di arma da fuoco. Non sono numeri, anche se i morti a certe latitudini rischiano spesso di diventarlo, quindi meritano di essere citati per nome: Abdullah al-Hosari, 22 anni, e Shadi Khaled Najm, 18 anni, e Ammar Shafiq Abu Afifa, 21 anni.

Non solo: nella notte tra l’1 e il 2 marzo nella parte settentrionale della Cisgiordania, le forze israeliane hanno arrestato 37 palestinesi. Tra loro anche un padre e suo figlio, la cui casa è stata più volte perquisita. E ancora. Il 28 febbraio, 7 palestinesi, tra cui anche bambini e donne, sono rimasti feriti dopo che la polizia è intervenuta per attaccare la zona di Bab al-Amud e quella della Città Vecchia di Gerusalemme. Oltre a loro sono state arrestate altre 24 persone.

 

Queste aggressioni avvengono il più delle volte senza un mandato di perquisizione, e sotto il libero arbitrio delle autorità israeliane. Seppur in territorio palestinese, spesso gli agenti si muovono con disinvoltura, ogni qual volta decidano di fare una rappresaglia.

La lista dei reati, uccisioni, violenza e arresti ai danni dei palestinesi potrebbe continuare all’infinito. Secondo la legge militare israeliana, i comandanti dell’esercito detengono la massima autorità sui palestinesi. In particolare, le forze militari possono apporre decisioni legislative e giudiziarie, che ricadono su oltre 3 milioni di cittadini che vivono in Cisgiordania.

 

Andando a ritroso nel tempo, gli abusi israeliani si fanno sempre più evidenti. Il 5 gennaio, ad esempio, la polizia ha investito un anziano attivista palestinese che tentava di evitare il sequestro di alcune auto del villaggio. Qualche giorno dopo i soldati hanno aggredito un altro uomo, lasciandolo bendato e legato. Questo è morto qualche ora dopo, colpito da un infarto.

Per questo motivo e molti altri, lo scorso martedì i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane hanno indetto uno sciopero della fame come segno di rifiuto delle punizioni imposte dal Servizio carcerario israeliano. Ad oggi sono detenuti ingiustamente più di 4.500 palestinesi.

Karim Khan, Procuratore capo della Corte penale internazionale, nelle scorse ore ha aperto un’indagine su possibili crimini di guerra e crimini contro l’umanità in Ucraina. Una risoluzione simile è stata applicata l’anno scorso anche per i crimini commessi da Israele ai danni dei palestinesi. Il primo ministro israeliano aveva commentato dicendo che si trattava di «puro antisemitismo». La decisione della Corte potrebbe non essere abbastanza, e arrivare tardi, soprattutto perché, come dicevamo, gli abusi contro i palestinesi vanno avanti da moltissimi anni.

Quanta terra sarà ancora strappata aspettando una sentenza definitiva? Quante case distrutte? E quanti palestinesi uccisi, torturati o ingiustamente imprigionati? Quanta storia sarà ancora cancellata o rimossa dalla memoria delle persone?

[di Gloria Ferrari]