Il Canada è il quarto paese produttore di petrolio al mondo e nelle scorse ore ha annunciato un aumento del 5% nelle sue esportazioni, per far fronte “alle richieste di aiuto” dei suoi “alleati” in seguito al conflitto tra Ucraina e Russia che “rischia di minare le forniture di carburante”, da cui diversi Stati, tra cui l’Italia, dipendono. Ad annunciarlo è il ministro canadese per le Risorse naturali, Jonathan Wilkinson, in un comunicato. “Il Paese ha la capacità di aumentare le esportazioni di petrolio e gas di 300000 barili di petrolio al giorno entro la fine di quest’anno”. L’obiettivo dichiarato è quello di ridurre la dipendenza dei Paesi europei dall’energia russa.
La NASA conferma l’esistenza di 5mila pianeti extrasolari
La NASA ha confermato l’esistenza di 5mila esopianeti. Chiamati anche pianeti extrasolari, sono corpi celesti situati fuori dal nostro sistema solare. Questi orbitano intorno alla propria stella – da cui traggono energia e luce come la Terra rispetto al Sole – e alcuni di essi presentano le condizioni potenziali per la presenza di vita organica. La conferma, arrivata dell’Agenzia spaziale americana, è dunque significativa, considerando anche che gli scienziati stanno effettuando ricerche in tal senso da ben 30 anni. L’obiettivo principale? Trovare corpi celesti simili alla Terra.
La presenza degli esopianeti è stata confermata grazie a diversi metodi di rilevamento e tecniche analitiche. Tra i corpi celesti scoperti, ce ne sono di simili a Saturno e Giove – i più grandi del Sistema solare – ovvero giganti gassosi in grado di raggiungere una temperatura superiore a quella delle stelle; altri sono freddi, giganti di ghiaccio simili a Nettuno. E poi spiccano gli esopianeti “terrestri” come le cosiddette “super Terre”, possibili mondi rocciosi più grandi della Terra. Infine, si aggiungono al mix, pianeti in orbita attorno a due stelle contemporaneamente o altri che, ostinatamente, rimangono vicini ai resti collassati di stelle morte.
La ricerca di altri mondi ha avuto inizio nel 1992, quando sono stati individuati tre pianeti intorno ad una pulsar, stella di neutroni che ruota molto velocemente su sé stessa ed emette lampi di radiazione elettromagnetica. Negli anni a seguire le ricerche sono state spesso deludenti, in quanto centinaia di pianeti individuati si sono rivelati giganti gassosi troppo vicini alle loro stelle per poter essere abitabili. Oggi, però, dopo che il 21 marzo di quest’anno sono stati aggiunti all’archivio gli ultimi 65 esopianeti scoperti, abbiamo l’assoluta conferma dell’esistenza di pianeti molto simili al nostro. Secondo quanto dichiarato dagli esperti, infatti, è inevitabile che, prima o poi, venga trovata vita – più probabilmente di tipo primitivo – da qualche parte, su uno di questi corpi celesti.
Questo anche grazie agli strumenti astronomici sempre più sofisticati impiegati nella ricerca. Un esempio lampante è il telescopio spaziale Ariel dell’Esa (European Space Agency), il quale verrà lanciato nel 2029 con l’obiettivo di studiare l’atmosfera dei pianeti extrasolari. Le nuove tecniche scientifiche, infatti, permettono di determinare le caratteristiche principali del corpo celeste, come la massa, la dimensione e la distanza dalla stella, permettendo di ricavare informazioni importantissime: in base alla massa e alla dimensione, per esempio, si capisce se il pianeta è roccioso, come la Terra; la distanza dalla stella madre informa se l’acqua sul pianeta possa esistere allo stato liquido. Dove c’è acqua, potrebbe esserci vita.
[di Eugenia Greco]
Escherichia coli, ammonio e glifosato: le preoccupanti condizioni del Tevere
Escherichia coli ed ammonio, nonché tracce di glifosato, sono stati trovati all’interno delle acque del fiume Tevere, che versa in condizioni preoccupanti: è quanto emerso da un rapporto basato sulle analisi condotte – con il coordinamento scientifico dell’ecologa fluviale Bruna Gumiero – dall’Associazione A Sud insieme a cittadine e cittadini di Roma ed al Coordinamento Romano Acqua Pubblica. Il dossier, intitolato “Giù al Tevere: monitoraggio civico ambientale partecipato a Roma”, sottolinea che i valori di ammonio e del noto batterio fecale Escherichia coli siano molto elevati, ma che a preoccupare sia certamente anche la presenza del glifosato, un erbicida che la Fondazione per la ricerca sul cancro (AIRC) classifica come probabile cancerogeno.
Dal rapporto, frutto di un un anno di lavoro in cui è stato monitorato mensilmente il fiume in 8 postazioni piazzate da Roma nord a Roma sud, è emerso nello specifico che nel 79,8% dei campioni la concentrazione di Escherichia coli fosse al di sopra del limite per l’idoneità alla balneazione dei corsi d’acqua dolci. Inoltre, come anticipato, i valori di ammonio sono risultati essere “generalmente molto elevati” anche se, si legge nel report, “in considerazione del fatto che è stato usato un kit da campo di cui non si conosce ancora l’affidabilità si ritiene necessario proseguire questo campionamento con uno strumento di maggior precisione prima di fare affermazioni che potrebbero non essere del tutto corrette”. Infine, per quanto riguarda il glifosato, non solo la sua presenza e quella del suo metabolita AMPA è stata “rilevata in alcune circostanze”, ma in un caso essi sono stati “trovati in quantità molto rilevanti”. “Il 21 giugno 2021 sono stati registrati valori molto elevati di glifosato ed AMPA”, si legge infatti nel dossier, nel quale si precisa però altresì che essi dovranno essere ulteriormente verificati poiché “dopo solo un mese dal campionamento hanno subito una riduzione di 1 su 1000”.
Ad ogni modo, si tratta comunque di dati che preoccupano in quanto, come sottolineato all’interno del report, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) “l’inquinamento dell’acqua è un aspetto ambientale determinante per la salute umana, assieme all’inquinamento atmosferico o ai cambiamenti climatici e, insieme a questi ultimi ed alla perdita di biodiversità, è da considerarsi la terza emergenza planetaria”. Proprio a tal proposito, infine, non si può non ricordare che – stando alle ultime evidenze scientifiche emerse in Italia – nel nostro Paese il problema dell’inquinamento dell’acqua è ampiamente presente. Non solo infatti, come sottolineato da tale rapporto, il fiume Tevere risulta essere inquinato, ma come rilevato da un recente studio anche i fiumi lombardi sono letteralmente avvelenati a causa della elevata presenza di glifosato, la cui concentrazione nelle acque in alcuni casi supera di 8 volte il limite previsto dalla legge.
[di Raffaele De Luca]
Gli Stati Uniti annunciano nuove sanzioni contro la Russia
Gli Stati Uniti hanno annunciato l’imposizione di nuove sanzioni contro la Russia, con le quali saranno presi di mira precisamente 328 membri della Duma russa, 48 aziende della difesa ed il numero uno della banca di Stato Sberbank, Herman Gref. A renderlo noto è stato il Dipartimento del tesoro Usa, che tramite una nota ha definito la guerra in Ucraina illegale ed ingiustificata. «Gli Stati Uniti, con i partner e gli alleati, stanno colpendo al cuore la capacità della Russia di portare a termine la sua guerra contro l’Ucraina», ha inoltre affermato la segretaria al Tesoro, Janet Yellen, commentando la decisione di imporre tali sanzioni.
Ucraina, Unicef: da inizio guerra sfollato un bambino su due
Da quando – lo scorso 24 febbraio – la Russia ha invaso l’Ucraina, la metà dei bambini ucraini è stata sfollata: è ciò che avrebbe affermato alla Cnn il portavoce del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef), James Elder. «Uno su due ha dovuto abbandonare la propria casa», avrebbe infatti dichiarato Elder, aggiungendo che si tratterebbe di «una situazione mai vista prima» che sarebbe «quasi impossibile da affrontare».
24 marzo 1999: quando la NATO riportò la guerra in Europa
Il 24 marzo del 1999 la NATO decise senza alcuna autorizzazione delle Nazioni Unite di avviare l’operazione “Allied Force”, una serie di bombardamenti sulla Repubblica di Jugoslavia che in 78 giorni provocarono morte e distruzione. In Serbia e in Kosovo, oltre agli obiettivi militari, vennero colpiti anche quelli civili: così caddero case, ospedali, scuole, edifici pubblici e culturali, lasciando un numero indefinito di vittime. Ancora oggi, a distanza di 23 anni, si parla soltanto di stime, con cifre che variano fra i 1200 e 2500 morti, non dimenticando gli oltre 12000 feriti che l’intervento NATO causò nella prima guerra combattuta in Europa dopo i due conflitti mondiali.

Per capire come si sia arrivati al 24 marzo del 1999 è necessario tornare indietro di qualche anno. Quando il 4 maggio del 1980 Josip Broz Tito, storico capo politico e militare jugoslavo, morì, lasciò il Paese con una struttura federale organizzata in sei repubbliche (Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Macedonia e Montenegro) e due province (Voivodina e Kosovo) legate alla Serbia. Nel 1991 sia la Slovenia sia la Croazia dichiararono la propria indipendenza. Nel primo caso si registrarono alcuni scontri fra le forze federali e le milizie locali, risolvendosi a favore delle seconde. Ben diverso fu il caso della Croazia, territorio caratterizzato da una forte presenza di serbi che portò Belgrado a organizzare delle milizie paramilitari per ostacolare l’indipendenza croata. Nel 1992 le ostilità si intensificarono, portando a frequenti episodi di violenza reciproca e alle prime uccisioni di civili nella regione. In poche settimane il conflitto si estese poi alla Bosnia-Erzegovina, che nel 1992 proclamò a sua volta l’indipendenza dalla Jugoslavia: anche in questo caso intervenne l’esercito federale, portando Sarajevo a diventare teatro di continui episodi di violenza. In tale contesto l’ONU, vista agli occhi dell’opinione pubblica come l’unica detentrice di una soluzione della crisi, intervenne creando una forza militare speciale delle Nazioni Unite, l’UNPROFOR, composta da militari di vari Paesi e dislocata prevalentemente in Bosnia con il compito, mai portato a termine, di creare aree protette a difesa della popolazione civile.

I fallimenti dell’ONU, unitamente alla recente dissoluzione dell’URSS, accentuarono lo spirito “di risolutore” degli Stati Uniti, che nel 1994 intervennero “per ordinare il nuovo assetto internazionale sorto con la fine della guerra fredda”. Così, Washington iniziò a fornire un massiccio sostegno militare alla Croazia, che riprese a esercitare la piena sovranità sul proprio territorio, macchiandosi comunque di numerosi massacri nei confronti dei civili serbi. Contemporaneamente intervennero in Bosnia anche le forze aeree della NATO, scatenando una dura offensiva contro le unità militari della Repubblica serba di Bosnia, costituitasi qualche mese prima nella regione. La mobilitazione della NATO arrivò in un contesto in cui diversi attori politici iniziavano a interrogarsi circa le motivazioni del mantenimento dell’Alleanza, vista la dissoluzione dell’URSS. Così, già con i primi attacchi aerei alla Repubblica serba di Bosnia si iniziò a intuire la nuova natura della NATO, non più un’organizzazione esclusivamente difensiva, così come stabilito nel suo Statuto. Il 24 marzo 1999 i presentimenti divennero definitivamente concreti: l’Alleanza aveva scavalcato l’ONU per intervenire in uno Stato non-membro, il Kosovo, seguendo non una logica difensiva bensì volta all’attacco.

Il Kosovo era abitato in larga maggioranza da popolazione di etnia albanese, ma considerato dai serbi come “culla” della loro patria; i rapporti fra i serbi (ortodossi) e gli albanesi (in gran parte musulmani) erano risultati conflittuali sin dal periodo della disgregazione dell’impero ottomano, per poi degenerare a fine XX secolo, quando nel 1998 Belgrado negò l’autonomia al Kosovo, iniziando una lunga repressione che portò alla morte di diverse migliaia di kosovari. Così, in un contesto di tentativi di risoluzioni pacifiche avanzati dalla comunità internazionale, la NATO decise di risolvere la crisi jugoslava attraverso l’operazione “Allied Force”. I bombardamenti cessarono dopo 78 giorni, il 10 giugno del 1999, con l’accordo di Kumanovo che prevedeva il ritiro delle truppe serbe dal Kosovo e il successivo dispiegamento di 37 mila soldati NATO nella regione.
Difendere i diritti umani dovrebbe rappresentare un caposaldo della democrazia. Tuttavia, come ha dimostrato l’intervento della NATO 23 anni fa, esso nasconde diversi problemi e coni d’ombra: dalle modalità con cui ciò avviene, generanti ulteriore distruzione e vittime civili, all’incertezza del diritto, dato che gli Statuti o comunque i documenti e le procedure vincolanti (ad esempio l’approvazione del Consiglio di Sicurezza ONU) perdono di valore, passando per quella che dovrebbe rappresentare una macchia indelebile nelle coscienze occidentali: la strategia del “due pesi due misure”, che non fa altro che discriminare le vittime e anteporre loro interessi geopolitici. Significativo appare oggi, alla luce dell’anniversario dell’Allied Force, rileggere l’articolo 1 dello Statuto della NATO: “Le parti si impegnano, come stabilito nello Statuto delle Nazioni Unite, a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversia internazionale in cui potrebbero essere coinvolte, in modo che la pace e la sicurezza internazionali e la giustizia non vengano messe in pericolo, e ad astenersi nei loro rapporti internazionali dal ricorrere alla minaccia o all’uso della forza assolutamente incompatibile con gli scopi delle Nazioni Unite”.
[Di Salvatore Toscano]
Birmania, indagine dimostra “crimini contro l’umanità” da parte dei militari
Un’indagine condotta congiuntamente dal gruppo per la tutela dei diritti umani Fortify Rights e dal Centro Schell per i diritti umani internazionali della Yale Law School documenta le violenze e gli omicidi messi in atto in Birmania dai militari in seguito al colpo di stato del febbraio 2021. Il rapporto accusa la giunta della Birmania di “crimini contro l’umanità” e nomina almeno 61 funzionari che dovrebbero essere perseguiti per gli abusi, tra i quali il capo delle forze armate, leader del colpo di Stato, e il suo vice. Alcuni testimoni avrebbero riferito che uccidere gli oppositori fa parte della politica statale di terrore del governo militare.









