giovedì 26 Febbraio 2026
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Chiudere alle 18 non era una misura sanitaria: la Torteria Chivasso vince la causa

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Non vi è prova del fatto che la chiusura delle attività di ristorazione alle ore 18:00, che era stata stabilita dal Dpcm del 24 ottobre 2020, fosse sinonimo di una minore diffusione del virus: è ciò che sostanzialmente emerge dalla sentenza n. 215/22 del Giudice di Pace di Ivrea, con la quale è stato accolto il ricorso proposto da Rosanna Spatari – titolare della Torteria di Chivasso diventata simbolo della resistenza verso le restrizioni anti Covid – contro la Prefettura di Torino. La stessa, infatti, nell’aprile 2021 aveva imposto tramite un provvedimento la chiusura del locale in questione per 5 giorni, il tutto in virtù proprio del mancato rispetto del Dpcm appena citato.

Nello specifico, detto provvedimento trovava fondamento in un precedente verbale della Guardia di finanza di Chivasso del mese di ottobre 2020, in cui si contestava alla Spatari l’esercizio della “attività di servizi di ristorazione oltre gli orari consentiti” – ovverosia “dalle ore 05:00 sino alle ore 18:00” – dall’art. 1, comma 9, lett. ee) del Dpcm del 24 ottobre 2020. La Guardia di finanza, infatti, aveva sorpreso “all’intero dei locali dell’attività 10 avventori” in un orario non consentito dalle limitazioni anti-Covid.

È per questo, dunque, che successivamente era arrivata la sanzione amministrativa da parte della Prefettura di Torino, la quale però è appunto stata impugnata dalla titolare della Torteria, assistita dall’avvocato Alessandro Fusillo, a cui il giudice Giampiero Caliendo ha sostanzialmente dato ragione. “L’unico impedimento alla prosecuzione oltre orario delle attività di ristorazione va individuato nel rischio di assembramento, comportamento tuttavia già vietato così che l’ulteriore misura restrittiva (limitazione di orario)” appare “sussidiaria ed attivata solo per la possibilità che il primo divieto non venga rispettato”, ha scritto infatti il giudice nella sentenza, precisando che “in altri termini già esistevano apposite disposizioni approntate al fine di contrastare l’assembramento, pienamente operative a prescindere dall’apertura o meno del pubblico esercizio, e pertanto la limitazione di orario in questione si rileva essere sostanzialmente non una misura dettata da autonomie e peculiari esigenze sanitarie non disciplinate bensì ulteriore cautela per l’eventuale inosservanza di altra norma da parte dei consociati”.

“Allo stato non risultano riscontri/evidenze tecnico-scientifiche che consentano di comprendere le ragioni del (paventato) maggior rischio di diffusione del contagio negli orari non consentiti, e ciò configura altro difetto motivazionale dell’atto”, ha poi aggiunto il giudice tra le motivazioni della sentenza, con la quale ha accolto l’opposizione, annullato il provvedimento impugnato, disposto la compensazione delle spese di lite e, soprattutto, disapplicato l’art. 1 comma 9, lett. ee) del Dpcm del 24 ottobre 2020 “nella parte in cui pone limitazioni al normale orario di apertura dei servizi di ristorazione”.

Si tratta dunque di una nuova vittoria per Rosanna Spatari: solo un mese fa, infatti, un’ottima notizia per la titolare della Torteria di Chivasso era arrivata dalla Corte di Cassazione. Una sentenza della stessa, risalente allo scorso 11 marzo, aveva annullato senza rinvio la conferma del sequestro preventivo, da parte del Tribunale del riesame di Torino, della Torteria, che durante l’emergenza Covid non aveva rispettato le misure di contenimento. La Cassazione aveva infatti stabilito che la Spatari non aveva commesso il reato di “inosservanza dei provvedimenti dell’autorità” previsto dall’articolo 650 del Codice Penale, precisando che la condotta contestata a quest’ultima con il decreto-legge n.19 del 25 marzo 2020 era stata depenalizzata e trasformata in illecito amministrativo. Se dunque la sentenza della Cassazione aveva stabilito che il comportamento della Spatari non potesse considerarsi reato, quella del Giudice di Pace di Ivrea ha adesso annullato la sanzione amministrativa ad opera della Prefettura.

[di Raffaele De Luca]

Lo Sri Lanka dichiara default e si getta tra le braccia del Fondo Monetario Internazionale

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Fra le strade dello Sri Lanka nelle ultime settimane si sente un solo grido: «Gota vattene a casa». Gota sta per Gotabaya Rajapaksa, presidente del paese, appartenente ad una dinastia che in pratica governa su tutto lo Sri Lanka da 20 anni. Mahinda, uno dei fratelli, ricopre la carica di primo ministro, mentre Basil Rajapaksa e Chamal, rispettivamente ministri delle finanze e dell’irrigazione, si sono dimessi qualche giorno fa insieme a tutto il parlamento (ma non il presidente né il primo ministro). La popolazione è in rivolta da settimane. La gente accusa la dinastia Rajapaksa di essere la principale causa del tracollo economico e finanziario che sta mettendo in ginocchio il paese. I soldi stanno per terminare e le riserve monetarie sono praticamente esaurite. Gli esperti dicono che sono rimasti in “cassa” meno di 600 milioni, cioè denaro a malapena sufficiente per coprire il costo delle importazioni di una sola settimana. È diventato difficile reperire gasolio, fertilizzanti, medicinali, cibo e le autorità staccano l’energia elettrica per più della metà della giornata.

Ecco perché il 12 aprile il Governo ha ufficialmente dichiarato il default, cioè quella condizione economica per cui le entrate finanziarie statali (le tasse) non sono sufficienti a coprire le uscite dello stato.

Tra le altre cose, significa quindi che il Governo smetterà di ripagare il debito estero (sia le obbligazioni che i prestiti concessi da Governi e istituzioni internazionali), perché «dobbiamo concentrarci sulle importazioni essenziali e non possiamo preoccuparci del servizio del debito estero», ha sottolineato Nandalal Weerasinghe, a capo della Banca centrale. Andando più nel dettaglio, negli ultimi 15 anni lo Sri Lanka ha contratto debiti per il 65% del PIL, e nel 2022 ha in scadenza circa 4 miliardi di dollari di oneri. Come riporta il Sole24ore, Fitch – agenzia internazionale di valutazione del credito – crede che al paese serviranno “altri 2,4 miliardi di dollari per rimborsare i debiti contratti da aziende statali e private”.

Per far fronte alla crisi, le autorità hanno deciso di indebitarsi ulteriormente, aprendo un negoziato con il Fondo monetario internazionale (FMI) che, ricordiamolo, è un’istituzione con sede a Washington, a cui partecipano 188 paesi, con la finalità di “promuovere la stabilità economica e finanziaria”. In concreto, un programma che teoricamente dovrebbe “ristrutturare il debito”, modificando cioè le condizioni originarie di un prestito (tassi, scadenze, divisa, periodo di garanzia) per alleggerire nel tempo la posizione del debitore. Stando a quanto si apprende dalle fonti governative, le contrattazioni sono in corso e non senza malumori, espressi soprattutto dall’ex capo della Banca centrale Ajith Nivard Cabraal, che fino all’ultimo si è opposto all’accordo definendolo «una ferita alla sovranità del Paese».

Il FMI salverà quindi il paese dal collasso? No, o meglio, è bene sottolineare che il denaro concesso dal Fondo monetario non è a costo zero. I paesi che ricevono aiuti dal FMI devono accettare delle clausole e delle regole molto rigide, compresi tagli ai settori dell’educazione, della sanità e dei servizi pubblici. In pratica, i paesi debitori sottoscrivono dei “piani di aggiustamento strutturale”, impegnandosi a intervenire duramente sulle proprie politiche economiche con privatizzazioni e riforme di stampo liberista. Delle condizioni che in altri paesi non solo non hanno risolto strutturalmente il problema del debito, ma hanno anzi alla lunga aggravato le condizioni economiche dei paesi interessati. Basta guardare il caso dell’Argentina, che negli anni ha usufruito più volte di questa risorsa.

[di Gloria Ferrari]

Israele, irruzione in moschea provoca decine di feriti

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Dall’inizio del Ramadan (e ora della Pasqua ebraica), le tensioni tra Israele e Palestina si sono intensificate. Prima dell’alba, la polizia israeliana ha fatto irruzione nella moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme Est, mentre migliaia di fedeli erano riuniti per le preghiere del primo mattino. Diverse fonti parlano di decine di palestinesi feriti (secondo alcune si sfiorerebbero le 90 persone) nelle violenze che sono seguite all’arrivo degli agenti: i video mostrano gli spari di gas lacrimogeni da parte di questi ultimi e il lancio di pietre da parte dei palestinesi. “L’irruzione è stata effettuata per fermare una folla violenta” ha dichiarato la polizia israeliana.

Giovedì 14 aprile

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7.00 – La Commissione Giustizia della Camera approva gli emendamenti alla riforma del CSM.

9.30 – Incrociatore russo colpito e danneggiato al largo di Odessa, per Kiev colpito da missili ucraini.

10.00 – Approvato emendamento che prevede che il canone RAI non sia più inserito in bolletta.

10.30 – Mosca avvisa la NATO: se entrano Finlandia e Svezia ci saranno conseguenze.

12.10 – Elon Musk lancia OPA da 41 mld per acquistare la maggioranza di Twitter.

12.20 – UK, il governo intende trasferire in Ruanda i richiedenti asilo arrivati illegalmente.

13.00 – Festival di Cannes, Bruni Tedeschi e Martone sono gli italiani in concorso.

14.00 – Mosca accusa Kiev di aver bombardato abitazioni civili in due villaggi ucraini sotto controllo russo.

14.30 – Walter Ricciardi: «In autunno con vaccini aggiornati quarta dose sarà per tutti».

16.00 – Gli Usa annunciano che gli ucraini riceveranno nuove armi in meno di una settimana.

17.00 – L’UE destina un miliardo di euro in progetti per la protezione degli oceani.

Oxfam: 263 milioni di persone in più a rischio povertà estrema nel 2022

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“263 milioni di persone in più potrebbero essere spinte in condizioni di povertà estrema nel 2022, a causa dell’impatto combinato del Covid-19, della disuguaglianza e dell’inflazione relativa ai prezzi di cibo ed energia, accelerata dalla guerra in Ucraina”: è quanto comunica l’Oxfam, la confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale, sulla base di un suo recente rapporto intitolato “Prima crisi, poi catastrofe”. “Abbiamo bisogno di un piano di salvataggio economico globale”, sottolinea in tal senso l’Oxfam, aggiungendo che “a meno che i leader del G20, il FMI e la Banca mondiale non agiscano immediatamente, oltre un quarto di miliardo di persone in più potrebbero trovarsi in una situazione di povertà estrema nel 2022”.

L’Olanda diventerà la prima nazione europea a ridurre gli allevamenti intensivi

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L’Olanda ha annunciato di voler ridurre gli allevamenti intensivi: l’obiettivo prevede la diminuzione del 30% degli animali al loro interno entro il 2030. Si tratterebbe di un grandissimo ridimensionamento del settore dell’allevamento al fine di dimezzare le emissioni di azoto e proteggere così l’ambiente. È la prima nazione europea a prendere questa strada.

Il governo olandese ha deciso di concentrarsi su questo settore perché il  paese è al primo posto a livello europeo per l’esportazione di carne. L’Olanda conta 100milioni di capi di bestiame per 17 milioni di abitanti. Una densità davvero molto alta per un territorio non molto esteso, grande più o meno come la Lombardia e il Veneto insieme. L’allevamento intensivo, infatti, causa conseguenze non di poco conto, specialmente al terreno per via dall’ammoniaca prodotta da letame e liquami. Inoltre, importanti aree territoriali olandesi sono state inquinate dall’azoto con una progressiva acidificazione e sovrafertilizzazione.

Lo Stato è quindi pronto ad azionarsi per la riduzione degli allevamenti intensivi negli anni a venire, affinché anche il suolo possa tornare in salute. Per raggiungere l’obiettivo, i Paesi Bassi si impegneranno a produrre meno rifiuti e a riciclare ove possibile, ricavare mangime per animali dagli scarti dell’industria alimentare, e salvaguardare il benessere degli animali anche con la costruzione di spazi più ampi, per evitare malattie e l’impiego di antibiotici. Il piano prevede anche un paracadute per i lavoratori del settore: nei 25 miliardi di euro che verranno investiti in questo percorso di transizione, sono previsti risarcimenti e incentivi per accompagnare e sostenere gli allevatori che dovranno adattarsi ai cambiamenti e abituarsi a uno sfruttamento del territorio più rispettoso.

La speranza che le misure introdotte in Olanda siano da esempio anche per gli altri paesi europei è grande, soprattutto se si considera che per ridurre notevolmente le emissioni di gas serra – precisamente del 68% -, bisognerebbe eliminare totalmente gli allevamenti a livello globale, come confermato da un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Plos Climate. In questo modo, infatti, si ridurrebbe la quantità di anidride carbonica, metano e ossido di azoto, e non ci sarebbe più bisogno di sfruttare i campi per la produzione di mangime. Il tutto renderebbe possibile il recupero della vegetazione nativa, considerando che il 30% della superficie terreste viene utilizzata per il pascolo o la coltivazione di mangimi per gli animali.

[di Eugenia Greco]

E171: il colorante pericoloso che l’industria alimentare usa da troppi anni

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Partiamo dalla fine: il 7 Agosto 2022 entrerà in vigore in tutta Europa il divieto totale di impiego del colorante alimentare E171 (biossido di titanio) negli alimenti e negli integratori, ma rimarrà consentito l’uso in prodotti di cosmesi e nel rivestimento delle compresse dei farmaci. La Commissione europea ha messo definitivamente fuori legge questa sostanza tossica (dopo oltre 14 anni di impiego in ambito alimentare) con il Regolamento UE 2022/63 del Gennaio 2022, concedendo però all’industria un termine di adeguamento di sei mesi dalla data del Regolamento, al fine di poter smaltire le sc...

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Lo sport dei ragazzi senza green pass riparte da Cesenatico, con un torneo autogestito

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A Cesenatico si tornano a fare prove di normalità: domenica 10 aprile si è tenuto il primo torneo di basket libero a 8 squadre all’esterno del Palazzetto dello sport cittadino. Sono stati 90 i ragazzi tra i 9 e i 17 anni che hanno partecipato alla gara, per sperimentare di nuovo la bellezza dello stare insieme dopo mesi di restrizioni. Senza bisogno di esibire alcun green pass. A causa delle nuove regole imposte a gennaio di quest’anno, infatti, i ragazzi al di sopra dei 12 anni non hanno più potuto fare sport se non in possesso della certificazione verde rafforzata, ottenibile in seguito a vaccinazione o guarigione da Covid. Così, i genitori hanno scelto di auto-organizzarsi e fornire ai propri figli nuove opportunità di socializzazione con un torneo interregionale che ha richiamato ragazzi da Lombardia, Marche ed Emilia-Romagna.

Domenica 10 aprile a Cesenatico si è tenuto un grande torneo di basket, che ha coinvolto 8 squadre per un totale di 90 ragazzi tra i 10 e i 16 anni. Le squadre provenivano dalle città di Rimini, Pisa, Sassuolo, Forlì, Pesaro, Altedo, Casal Maggiore Cremona e Bologna. Tutti, o quasi, senza green pass. L’iniziativa è nata da un gruppo di genitori i cui figli, in seguito all’entrata in vigore del decreto legge 229/2021, a partire dai 12 anni di età non avrebbero più potuto praticare sport di squadra se non in possesso della certificazione sanitaria ottenibile con la vaccinazione o la guarigione da Covid. «Abbiamo fatto i primi allenamenti nella prima settimana di gennaio, prima che il decreto entrasse in vigore» mi racconta Anna Ballerini, genitore membro del gruppo Rimini Basket Libero e tra le organizzatrici dell’iniziativa, il cui figlio undicenne si è rifiutato di proseguire l’attività nella propria società sportiva dopo che il migliore amico ne era stato escluso in quanto sprovvisto della certificazione sanitaria.

Sin da subito i bambini hanno trovato adulti, tra i quali ex giocatori di basket, disposti ad allenarli all’aperto. «Abbiamo iniziato ad incontrarci tutti i sabati e nel frattempo, grazie ai gruppi Telegram, abbiamo visto che c’era una realtà analoga a Forlì. Li abbiamo contattati, e il 12 marzo abbiamo fatto la prima trasferta per far incontrare le due squadre. In quell’occasione abbiamo rilasciato un comunicato stampa e hanno iniziato a contattarci altre realtà da tutta Italia. Il 27 marzo abbiamo ospitato una squadra del cremonese, ma nel frattempo se ne sono aggiunte altre, così abbiamo deciso di organizzare il torneo di domenica scorsa».

L’evento, ospitato dal Palazzetto dello Sport di Cesenatico e dal significativo nome di “Festa del Basket Libero”, si è trasformato in un gioioso momento di incontro e condivisione sia per i ragazzi che per gli adulti. I ragazzi, provati da due anni di restrizioni e isolamento che hanno pesantemente influito sulla salute fisica e psicologica, hanno beneficiato enormemente di questa nuova opportunità di socializzazione. «Domenica ho visto solo gioia. I ragazzi praticamente non li abbiamo visti, hanno giocato ininterrottamente per dieci ore senza mai abbandonare il campo. Non abbiamo fatto nemmeno la pausa pranzo» mi racconta Anna entusiasta.

«La nostra non sarà una realtà momentanea» mi spiega Anna, parlandomi delle iniziative future del gruppo, «troveremo una forma di organizzarci e andremo avanti. La nostra non vuole essere una realtà chiusa, tra i ragazzi ce n’era almeno uno vaccinato. Non vogliamo creare discriminazione, ma offrire un’alternativa inclusiva».

[di Valeria Casolaro]

Quarta dose vaccino, Walter Ricciardi: “In autunno sarà per tutti”

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«In autunno sarà necessaria una nuova dose per tutti»: è quanto ha affermato, in un’intervista rilasciata al quotidiano Il Messaggero, Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute Roberto Speranza. «L’autunno sarà un momento delicato e difficile, perché ci saranno le condizioni favorevoli per la propagazione del virus e ci sarà un’attenuazione della protezione vaccinale in tutta la popolazione», ha dichiarato in tal senso Ricciardi, aggiungendo che la speranza sia quella di «avere dei vaccini onnicomprensivi, perché i vaccini che oggi abbiamo non proteggono in maniera completa e gli anticorpi monoclonali, tranne in un caso, non si sono rivelati efficaci contro il virus». Per questo, ha concluso Ricciardi, «quando arriveranno i nuovi vaccini sarà consigliabile un richiamo per tutti».

Dall’Ucraina niente di buono: aggiornamenti dal fronte militare e diplomatico

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A quasi due mesi dall’inizio delle ostilità, i combattimenti continuano a scuotere il territorio ucraino, tra le offensive russe e il fallimento della diplomazia. In queste ore Mariupol, città dell’Ucraina sudorientale considerata strategica da Putin, è sotto assedio, con il porto che sembrerebbe ormai nelle mani russe. Da Mosca arriva anche la notizia di circa 1000 soldati ucraini fatti prigionieri nella città, confermata nella sostanza ma smentita nei numeri da Kiev che parla di prigionia esclusivamente per “una parte della 36a Brigata Marine”, quindi “non mille persone, ma molte meno”. Al largo di Odessa, invece, ieri sarebbe stato colpito da due missili ucraini l’incrociatore russo Moskva, costringendo i militari a bordo (oltre 500) ad abbandonare la nave da guerra. Secondo il Cremlino si tratterebbe di un incendio e non di un attacco. In ogni caso la Russia ha perso l’operatività di una delle maggiori navi della sua flotta militare, dotata della massima tecnologia bellica sviluppata dal Paese.

Mappa Ucraina, liveuamap

Nel frattempo, la diplomazia fallisce giorno dopo giorno con incontri inconcludenti fra le parti, ultima la trasferta a Mosca del cancelliere austriaco Karl Nehammer, il primo leader occidentale (membro dell’Unione europea ma non della NATO) a incontrare Vladimir Putin dall’inizio della guerra. L’intenzione di Nehammer era quella di arrivare nel Paese per “far capire al leader russo di aver perso la guerra“: questo atteggiamento di certo non ha ripagato, consegnando alla storia un incontro di 75 minuti praticamente inutile, definito dallo stesso cancelliere “non amichevole” e “molto difficile”. Nehammer ha infine minacciato di inasprire le sanzioni verso la Russia «finché in Ucraina le persone continueranno a morire», ribadendo che l’Unione europea sia allineata a questa scelta. Si tratta, tuttavia, di una misura che ha appena scalfito l’export russo: secondo i dati raccolti dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD), le sanzioni congiunte di Regno Unito, Unione europea e Stati Uniti hanno inciso infatti soltanto sul 7% delle esportazioni totali russe. Per i Paesi occidentali si profila oltre al danno anche la beffa, visto che paradossalmente le entrate di Mosca (relative all’energia) sono aumentate rispetto a due mesi fa.

Export russo, elaborazione dati UNCTAD

Nei giorni scorsi hanno fatto riflettere, o almeno dovrebbero spingere a farlo, le dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti d’America Joe Biden che, dopo aver definito Putin “un macellaio”, lo ha accusato di genocidio per le atrocità commesse in Ucraina. L’uso inedito del termine (in relazione alle azioni russe nel Paese) continua l’escalation verbale avviata già nelle scorse settimane da Russia e Occidente. “Parole vere da un vero leader” ha scritto prontamente su Twitter Volodymyr Zelensky, che dagli Stati Uniti riceverà 800 milioni di dollari di nuove armi. Dalla Francia è arrivata, invece, una reazione diversa alle dichiarazioni di Biden, con Emmanuel Macron che ha dichiarato: «È una follia quello che sta succedendo, una brutalità inaudita, ma allo stesso tempo sto osservando i fatti e voglio cercare il più possibile di continuare a essere in grado di fermare questo conflitto e ricostruire la pace. Non sono sicuro che l’escalation di termini servirà alla causa». Sulla questione è intervenuta anche la Cina, attraverso le parole del portavoce del ministero degli Esteri, Zhao Lijian: «Qualsiasi sforzo della comunità internazionale dovrebbe raffreddare la tensione, non alimentarla, e dovrebbe spingere per una soluzione diplomatica, non aggravare ulteriormente gli scenari».

Oltre a un aspetto puramente lessicale, un’escalation dialettica potrebbe mutare radicalmente lo scenario geopolitico attuale, soprattutto se condotta dalla potenza più influente della NATO. Stabilizzare, agli occhi dell’opinione pubblica, la guerra in Ucraina sui termini del genocidio potrebbe spianare la strada al modus operandi adottato a fine XX secolo nei Balcani, quando la NATO intervenne militarmente per “porre fine a una deliberata campagna di oppressione, pulizia etnica e violenze intrapresa nella regione del Kosovo dal regime jugoslavo contro i propri cittadini di origine albanese”. Prima del 24 marzo 1999, inizio dell’operazione Allied Force, le ragioni umanitarie dell’intervento erano state più volte ribadite sia in ambito propriamente Nato, ad esempio dal Segretario generale Javier Solana, sia da parte dei governi degli Stati membri. L’allora Presidente degli Stati Uniti Bill Clinton, in un discorso alla nazione, dichiarò che le operazioni NATO appena avviate (erano le 20 del 24 marzo 1999) si erano rese necessarie per «difendere la vita di migliaia di innocenti» e che porre fine alla tragedia del Kosovo con la forza costituiva «un imperativo morale». Nelle operazioni, terminate il 10 giugno successivo, morì un numero (ancora) indefinito di civili.

[Di Salvatore Toscano]