giovedì 19 Febbraio 2026
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Mercoledì 6 aprile

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7.00 – Gli Usa invieranno altri 100 mln di dollari di aiuti militari all’Ucraina, lo ha dichiarato il segretario di Stato Anthony Blinken.

9.00 – Italia: la commissione Finanze del Senato concede il primo sì alla cancellazione dell’iva sulla vendita di armi verso paesi UE.

10.00 – Roma, attivisti si incatenano ai cancelli della Sapienza contro l’invio di armi in Ucraina: portati in questura.

11.30 – Roma, carabinieri fanno irruzione nella sede del sindacato di base USB: trovata una pistola. Per i lavoratori si tratta di una «macchinazione».

12.00 – Israele: il governo perde la maggioranza in Parlamento, verso nuove elezioni.

12.30 – Como: villa di un oligarco russo in fiamme, incendio probabilmente doloso secondo gli inquirenti.

12.40 – L’UE avvia lo stoccaggio di attrezzature e farmaci contro incidenti chimici, batteriologici e nucleari.

13.00 – Il Senato approva il “Family act”, con misure in sostegno alle famiglie con figli.

14.15 – Strage di Bologna: condannato all’ergastolo l’ex terrorista nero Paolo Bellini.

15.30 – Atene: migliaia di persone in piazza per lo sciopero generale contro la guerra e l’inflazione.

17.00 – La Nato sulla guerra in Ucraina: «può durare mesi o anche anni. L’Ucraina ha bisogno di armi pesanti».

 

Il governo punta a eliminare l’iva dalle armi: dal Senato arriva il primo sì

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La Commissione Finanze del Senato, con 12 voti favorevoli (Pd, Lega, Fi, Fdi, Azione ed Autonomie), 5 astenuti (M5S) ed 1 contrario (Alternativa), ha approvato nella giornata di ieri un parere “non ostativo” allo schema di decreto legislativo che prevede l’esenzione dall’iva e dalle accise per le cessioni di armi tra Paesi Ue che partecipano ad operazioni nell’ambito della politica di difesa e sicurezza comune. Il via libera della Commissione è arrivato dopo una serie di tribolazioni interne alla maggioranza di governo, con il Movimento 5 Stelle che aveva annunciato voto contrario ma che alla fine è rientrato nei ranghi governativi, limitandosi all’astensione. Con ogni probabilità è bastato proprio inserire la circonlocuzione “non ostativo”, che infatti ha sostituito l’originario aggettivo “positivo”, per produrre questo cambio di atteggiamento nei pentastellati.

Tale provvedimento in favore delle imprese di armamenti, che non ha pari nemmeno per quanto riguarda i beni primari alimentari, è stato varato dal governo in attuazione di una direttiva europea del 2019. Nel testo approvato in Commissione, infatti, si legge che “lo schema di decreto legislativo intende adeguare l’ordinamento interno alla direttiva (UE) 2019/2235”, la quale “contiene le indicazioni per il recepimento di norme relativamente agli sforzi di difesa nell’ambito dell’Unione” e prevede appunto “una serie di limitate esenzioni al regime dell’iva e dell’accise”. “I beni e le prestazioni dei servizi oggetto dell’esenzione sono esclusivamente quelli destinati alle forze armate di altri Stati membri, per uso sia di personale civile che militare e attengono a profili logistici e organizzativi, senza peraltro un’esclusione di equipaggiamenti bellici o di armamenti”, si legge in tal senso nel testo, con cui si “esprime parere non ostativo nel presupposto che la disciplina in via di recepimento non abbia alcuna sovrapposizione con la normativa derogatoria introdotta per la cessione di armi in favore della repubblica Ucraina”.

Detto ciò, non si può non sottolineare che il cambio di atteggiamento sopracitato dei 5 stelle abbia fatto seguito a quello del 31 marzo quando, durante l’approvazione al Senato dell’aumento delle spese militari, il fronte del no – alla cui guida avrebbe dovuto esserci il M5S – si è mostrato poco compatto: tra le fila dei pentastellati, così come per Forza Italia, quel giorno si sono infatti registrate diverse assenze ma nel complesso i partiti si sono allineati alla decisione dell’esecutivo.

[di Raffaele De Luca]

MiTe al centro di minacce informatiche

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Mentre era collegato in diretta con Radio1, il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha dichiarato la presenza di “minacce esterne rilevate sulla rete informatica del ministero”. Per prudenza sono stati, dunque, sospesi tutti i sistemi informatici ad esso relativi. Sulle domande riguardanti la provenienza dell’attacco, Cingolani non ha escluso nessuna ipotesi, affermando che è “impossibile rispondere in questo momento” con certezza. Ai disservizi che qualche settimana fa avevano colpito Trenitalia e Ferrovie dello Stato si aggiungono, dunque, quelli relativi al MiTe, il cui sito è attualmente irraggiungibile.

Roma, i carabinieri irrompono nel sindacato di base: spunta una “strana” pistola

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Erano quasi le 11 di oggi 6 aprile quando a Roma i carabinieri si sono presentati alla sede nazionale dell’Unione Sindacale di Base (USB) per operare un’ispezione alla ricerca di armi, segnalate tramite telefonata anonima alle prime luci dell’alba. Nonostante le proteste dei dirigenti USB (sindacato indipendente, spesso attive nelle lotte più aspre dei lavoratori) che avrebbero voluto un provvedimento scritto dell’autorità giudiziaria, le forze dell’ordine hanno proceduto senza mandato ai sensi dell’articolo 4 della legge 152/1975, trovando una pistola nascosta all’interno dello scarico di un water, così come annunciato dall’anonimo segnalatore. Prontamente, l’organizzazione ha denunciato “la chiara ed evidente macchinazione contro un sindacato conflittuale”, che fa sentire la propria voce al governo e alle istituzioni, come nel caso delle testimonianze dei lavoratori raccolte in seguito al rifiuto di caricare armi, munizioni ed esplosivi (e non aiuti umanitari) destinati all’Ucraina.

“I locali di via dell’Aeroporto sono quotidianamente aperti al pubblico, come tutte le sedi USB”. In questo modo diventano sia “l’ultimo posto in cui nascondere qualcosa” sia “il primo in cui tentare il colpo di mano per screditare un’intera organizzazione e le moltitudini di lavoratori, di disoccupati, di precari, di senza casa che la supportano”. Per fare luce sulla vicenda, il sindacato ha allertato lo staff legale e indetto una conferenza stampa alle 17 di oggi, mercoledì 6 aprile, in via dell’Aeroporto, presso la sede in cui è avvenuta la perquisizione. Infine, USB ha ribadito che le uniche armi che usa “sono gli scioperi, le rivendicazioni, le manifestazioni e le lotte”, lasciando le pistole “a chi le ama, a cominciare dalla compatta maggioranza che alimenta la guerra in Ucraina”.

[Di Salvatore Toscano]

Elon Musk entra in Twitter e già iniziano i cambiamenti

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Autore: James Duncan Davidson | Ringraziamenti: James Duncan Davidson Copyright: CC BY-NC 3.0

Nel novembre del 2021, il fondatore di Twitter, Jack Dorsey, ha deciso di annunciare le sue dimissioni da CEO dell’azienda asserendo che questa fosse ormai «pronta ad allontanarsi dai suoi fondatori». Una presa di posizione amara, se si considera che gli investitori avevano passato i mesi precedenti a fare pressioni per mettere alla porta il controverso dirigente. Pochi mesi dopo dal suo abbandono, Elon Musk si è insediato all’interno dell’impresa e la Borsa è impazzita di gioia. L’avvento di Musk è stato ufficializzato il 4 aprile con l’acquisto del 9,2% delle azioni previa una transazione da circa 2,89 miliardi di dollari. Una percentuale che non concede all’eccentrico miliardario il controllo assoluto dell’azienda – per quello necessiterebbe almeno il 14,9% -, ma che lo eleva in cima alla lista degli azionisti, superando non di poco l’8,8% controllato dal fondo Vanguard. Jack Dorsey, per la cronaca, ha in mano solamente il 2,3% delle azioni.

Alla dirigenza del social resta in ogni caso il relativamente poco noto Parag Agrawal, tuttavia l’uomo più ricco del mondo è entrato a pieno diritto nel Consiglio di Twitter ed è facile intuire che possa avere occasione di plasmarne, direttamente o indirettamente, le evoluzioni future. Agrawal, Dorsey e Musk condividono d’altronde la fantasia di “decentralizzare” il social network tramite un protocollo aperto, così che sia lontano dalle dinamiche di controllo verticali, tuttavia pare che i modi attraverso cui raggiungere quest’obiettivo siano altamente divergenti.

Dorsey, nonostante tutti i suoi eccessi, ha infatti più volte dato voce alla necessità di combattere la disinformazione e l’abuso di internet come mezzo di manipolazione delle masse, Musk vorrebbe invece puntare su un mondo internettiano dove la “libertà di parola” è garantita a ogni costo, seguendo il filone di pensiero di imprenditori e politici che rinnegano con vigore il valore intrinseco del fact cheking

Che il Paperone del settore tech sia destinato ad avere un ruolo da leone nel futuro di Twitter lo si evince da voci interne all’azienda, ma anche dal fatto che, come rivela il The New York Times, la sua adesione al Consiglio non sia stata accompagnata dalla firma di un contratto che gli andrebbe altrimenti a impedire di influenzare le policy della Big Tech, contratto che molti suoi omologhi hanno invece dovuto siglare. Musk ha altresì dichiarato che contribuirà ad «attuare miglioramenti significativi a Twitter nei prossimi mesi», affermazione che né lui, né Agrawal, né Dorsey hanno voluto chiarire.

Un piccolo assaggio di cosa ci si possa aspettare lo si è visto con la recente scelta del social di rimuovere il contenuto dei tweet cancellati e di permettere agli utenti di modificare i propri cinguettii, elementi verso cui il passato CEO aveva mostrato una netta reticenza che si sosteneva sul fatto che un simile atteggiamento avrebbe reso ancora più torbido e pericoloso il dibattito sul web. Fatalmente, poco prima di quest’ultima evoluzione manageriale, Musk aveva aperto un sondaggio Twitter per stabilire quanti avrebbero effettivamente gradito la possibilità di alterare i propri post, dando a intendere sibillinamente che le manovre aziendali siano state condizionate dall’opinione pubblica.

Su questo frangente si è accumulata una tale ambiguità che l’azienda stessa ha sentito la necessità di smentire che detto sondaggio abbia avuto qualsivoglia parte nel processo decisionale, cosa che a sua volta va a rimarcare la tendenza di Elon Musk a illudere i propri follower che questi abbiano un effettivo peso sulle sue scelte. È possibile che la variazione degli equilibri di potere possa nel tempo consolidare la tanto augurata decentralizzazione del controllo internettiano, tuttavia i fatti suggeriscono altrimenti, ovvero che Twitter si stia imbarcando in manovre atte a far felici gli investitori e che gli utenti siano ancora l’ultima ruota del carro.

[di Walter Ferri]

Family Act: ok definitivo al Senato, è legge

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Con 193 voti favorevoli, 10 contrari e 15 astenuti, il Senato ha approvato definitivamente il cosiddetto “Family Act”, ovverosia il disegno di legge contenente deleghe al Governo per il sostegno e la valorizzazione della famiglia. Il provvedimento, approvato dalla Camera il 18 novembre scorso, diventa così legge. Si tratta, nello specifico, di un pacchetto di misure pensate per sostenere le famiglie con figli che hanno, tra l’altro, lo scopo di promuovere la genitorialità e la funzione sociale ed educativa delle famiglie, di contrastare la denatalità e di promuovere l’autonomia dei giovani.

Riciclo, una volta tanto l’Italia è la nazione più virtuosa in Europa

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L’Italia è la nazione europea più virtuosa in materia di riciclo e di riutilizzo delle materie prime riciclate all’interno dell’Unione Europea. Secondo i dati raccolti dal CEN (Circular Economy Network), si posiziona al primo posto per gli indicatori più importanti dell’economia circolare, assieme alla Francia. Nel complesso, la percentuale italiana di riciclo ha raggiunto quasi il 68%. Per quanto riguarda i rifiuti urbani, nel 2020 nell’UE ne sono stati riciclati mediamente il 47,8%, in Italia il 54,4%. Tra i cinque principali paesi dell’UE che sono state oggetto di analisi – Italia, Germania, Polonia, Spagna e Francia – il Belpaese si pone in testa anche per la quantità di riciclo dei rifiuti speciali (quelli provenienti da industrie e aziende): circa il 75%.

Nel 2020, in Europa nella media sono state consumate circa 13 tonnellate di materiali per abitante e, tra le cinque maggiori economie al centro dell’analisi, le differenze sono rilevanti: 7,4 tonnellate per abitante nel nostro paese, 17,5 in Polonia, 13,4 tonnellate in Germania, 8,1 in Francia e 10,3 in Spagna. Per nessuno di questi paesi è stato riscontrato un incremento della produttività delle risorse nel 2020 e in Italia la riduzione del consumo durante il periodo di lockdown è stata maggiore, con dati del 36% più bassi rispetto a quelli pre-pandemici. Sempre facendo riferimento allo stesso anno, il tasso italiano di utilizzo di materia proveniente dal riciclo ha raggiunto il 21,6%. Una percentuale quasi due volte maggiore della media europea (12,8%), seconda solamente a quella della Francia (22,2%) e più alta a quella della Germania (13,4%). Questo dato, tuttavia, ha il rovescio della medaglia, in quanto nel nostro paese il 20% dei rifiuti finisce ancora in discarica, dato rilevante se confrontato con Germania (0,7%), Paesi Bassi (1,4%) e Belgio (1,1%).

Ci sono quindi anche alcuni settori in cui l’Italia non brilla, tra cui quello dell’ecoinnovazione. Nel 2021, dal punto di vista degli investimenti in questo senso, il paese appare al 13° posto nell’UE con un indice di 79 (la Germania è a 154). Altro settore in cui ci sono difficoltà è la riparazione dei beni. Nel 2019 è stato stimato che 23mila aziende lavoravano alla riparazione di beni elettronici e di altri beni personali (vestiario, calzature, orologi, gioielli, mobili, ecc.). In Francia, ad esempio, le aziende erano quasi 34mila, e in Spagna circa 28mila. In questo settore l’Italia ha perso quasi 5mila aziende (circa il 20%) rispetto al 2010.

[di Eugenia Greco]

Cottura dei cibi: quali metodi fanno bene o male? Alcuni miti sono da sfatare

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Nell’articolo precedente sul cibo crudo e quello cotto abbiamo sottolineato già come qualsiasi cottura a temperature superiori a 42 gradi distrugga gli enzimi naturalmente presenti nel cibo fresco. In quel caso sarà il nostro organismo a dover produrre gli enzimi necessari per la digestione del cibo, un lavoro che consuma risorse del nostro corpo. Cuocere i cibi d’altro canto ha dei vantaggi: offre la possibilità di scaldare il corpo nei mesi freddi dell’anno mangiando cibi caldi, aumenta la digeribilità delle proteine, degli amidi presenti nei cereali e delle fibre nei vegetali. Infine favori...

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Miracolo: l’Ex Ilva non è più pericolosa, almeno secondo i suoi legali

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La struttura commissariale dell’Ex Ilva ha presentato alla Corte d’assise di Taranto un’istanza di dissequestro degli impianti dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico pugliese. La richiesta, avvenuta in amministrazione straordinaria, verrà valutata dallo stesso organo giudiziario che nel giugno del 2021 inflisse, nell’ambito del processo “Ambiente Svenduto”, 26 condanne (tra dirigenti della fabbrica, manager e politici) per un totale di 270 anni di carcere. All’interno della sentenza venne poi disposta sia la confisca (per equivalente) di 2,1 miliardi di euro nei confronti di Ilva Spa, Riva fire e Riva forni elettrici sia la confisca degli impianti dell’area a caldo, in continuità con la decisione del gip Patrizia Todisco di porre sotto sequestro la struttura nel 2012. Secondo i legali dell’Ex Ilva, nel corso degli anni successivi al sequestro diversi interventi strutturali avrebbero “significativamente modificato l’assetto impiantistico operativo”, eliminando quidi i “rischi per la collettività e per l’ambiente” che ora non sarebbero più presenti “neppure allo stadio potenziale”.

Già nei primi anni 2000 la nuova normativa comunitaria, ispirata a una logica di “sviluppo sostenibile”, e la crescente sensibilità dell’opinione pubblica in tema ambientale misero in luce il problema della nocività delle emissioni di diossina e benzo(a)pirene in atmosfera da parte degli stabilimenti di Genova e Taranto. Il primo venne chiuso nel 2005 e il secondo posto sotto sequestro nel 2012, salvo poi essere riaperto all’inizio dell’anno successivo, nonostante le Direttive europee indicassero tutt’altra direzione. Dopo la riapertura degli stabilimenti, si registrarono nuove denunce da parte di cittadini e ONG, a causa delle esalazioni inquinanti provenienti dall’acciaieria. A quegli anni risale una perizia che mise in luce l’influenza delle emissioni industriali sulla salute degli abitanti di Taranto, attribuendo all’inquinamento proveniente dagli stabilimenti dell’Ex Ilva la causa di 30 decessi, 18 casi di tumore maligno, 19 eventi coronarici e 74 ricoveri ospedalieri per malattie respiratorie (in gran parte bambini) ogni anno. Tutti eventi che avrebbero potuto avere esito differente, se solo le istituzioni fossero intervenute all’interno di un territorio che già a partire dagli anni ’70 mostrò inevitabili segni di insofferenza, dovuta all’incompatibilità fra tessuto urbano e un polo industriale di elevate dimensioni come quello dell’Ex Ilva. D’altronde, il finanziamento di 400 milioni di euro da parte della Banca europea per gli investimenti (BEI) alle aziende coinvolte nella gestione degli impianti lasciò intendere già nel 2012 come la priorità fosse “la competitività internazionale e l’occupazione” piuttosto che la salute pubblica.

Il 26 settembre 2013 la Commissione europea inviò all’Italia un avviso di messa in mora, invitandola ad adeguarsi alla nuova Direttiva 2010/75/UE (Direttiva IED) sulle emissioni industriali e i grandi impianti di combustioni. Le prove di laboratorio, eseguite per conto della Commissione europea, evidenziarono un forte inquinamento dell’aria, delle acque e del terreno di Taranto riguardante sia l’area industriale dell’acciaieria sia le zone abitative adiacenti (in particolare il quartiere di Tamburi). Oltre alla mancata trasposizione della Direttiva IED nei termini prescritti, la Commissione europea rilevò anche l’assenza di controlli e di interventi delle autorità italiane sul corretto funzionamento dell’impianto Ilva. Ciò spinse l’organo sovranazionale nel 2014 a inviare al Governo italiano un parere motivato, strumento volto a far allineare gli Stati membri alla legge comunitaria, con il quale segnalò diverse infrazioni: mancata riduzione dei livelli di emissione generati dai processi di produzione dell’acciaio, insufficiente monitoraggio del suolo e delle acque reflue, inosservanza delle condizioni stabilite per le AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) dalla Direttiva IED. Nel frattempo, il 15 maggio 2017, fu avviato il procedimento innanzi alla Corte d’assise di Taranto per disastro ambientale, avvelenamento da sostanze chimiche e associazione a delinquere, noto come “Ambiente svenduto”.

Contemporaneamente, cittadini e associazioni tarantine si rivolsero alla Corte Europea dei diritti umani (Corte di Strasburgo) accusando i vertici dell’Ilva di crimine contro l’umanità. Cinque anni dopo, alla notizia della richiesta di dissequestro degli impianti, abitanti e organizzazioni di Taranto hanno manifestato la loro incredulità. Il comitato “Cittadini e lavoratori liberi e pensanti” ha scritto sui propri profili che “solo pensare queste cose è pura follia ma metterle nero su bianco in una richiesta di dissequestro è un’azione criminale perché significa negare l’evidenza dei continui “incidenti” che in questi anni si sono verificati”.

[Di Salvatore Toscano]

Twitter annuncia stretta sugli account ufficiali russi

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Nelle scorse ore Twitter ha annunciato l’introduzione di misure che limiteranno “l’impatto della propaganda ufficiale russa sull’Ucraina” all’interno della piattaforma. In questo modo, gli account ufficiali russi non verranno più “raccomandati” agli utenti del social network su tutte le categorie disponibili sull’app, inclusa la ricerca. La misura si inserisce nella serie di sanzioni nei confronti di Mosca, seguendo la messa al bando dei media RT e Sputnik, accusati di essere “fabbriche di fake news” al soldo del governo russo.