domenica 22 Febbraio 2026
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Il nuovo rapporto della Dia spiega che Cosa Nostra sta cambiando

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La Direzione Investigativa Antimafia ha presentato al parlamento la relazione relativa al primo semestre del 2021, da cui emergono molte novità sulla peculiare fase di transizione che interessa Cosa nostra. Tradizionalmente nota fra le associazioni criminali di stampo mafioso nostrane per il carattere unitario e verticistico del suo impianto, la mafia palermitana si starebbe rimodulando secondo “un processo più orizzontale caratterizzato dal riassetto degli equilibri tra le famiglie dei diversi mandamenti in assenza di una struttura di raccordo di comando al vertice ”. Si rilevano inoltre forti criticità dovute alla “presenza di nuove figure di spicco che si innalzano a capi, sebbene non sempre riconosciute come tali dagli anziani uomini d’onore detenuti o da poco tornati in libertà”.

Importante è considerare che quasi tutti i boss storicamente più illustri e autorevoli di Cosa Nostra si trovano oggi relegati al “carcere duro”: la riforma dell’ergastolo ostativo, approvata alla Camera e ora al vaglio del Senato, che escluderebbe dall’accesso ai benefici carcerari i detenuti al 41-bis, potrebbe concorrere all’accelerazione del processo di “rinnovamento” in atto, aprendo la strada alle nuove leve e favorendo l’abbandono dei vecchi retaggi. I boss più anziani che tornano nei loro quartieri dopo aver scontato la loro pena all’interno degli istituti penitenziari, infatti, sembrano non voler spartire il potere con i nuovi reggenti: secondo la Dia, rappresentano i “portabandiera di un’ortodossia difficile da ripristinare a fronte di una visone più fluida del potere mafioso”, che viene “declinato in chiave moderna”. In ogni caso, tutto è ancora da scrivere e questo scontro-confronto potrebbe costituire lo spartiacque più importante per i futuri assetti e strategie dell’organizzazione mafiosa.

Per quanto riguarda la suddivisione interna, il capoluogo siciliano rimane frazionato in 8 mandamenti, nel cui perimetro sono distribuite 33 famiglie; il territorio provinciale accoglie invece 7 mandamenti, composti in totale da 49 famiglie. 

Sul fronte degli affari, la mafia palermitana continua a imporre il pizzo, i cui proventi sono ancora necessari per arricchire il salvadanaio dei clan e offrire sostegno alle famiglie degli uomini d’onore che si trovano in prigione. L’egemonia dei punciuti è però messa a dura prova dall’ascesa dei cults nigeriani, sempre più potenti grazie alla fruttuosa gestione del traffico di esseri umani: essi “sembrano aver acquisito un vantaggio competitivo nel settore degli stupefacenti”, riuscendo a controllarne sia l’offerta che la domanda. Da quando la mafia nigeriana ha messo le radici sul suolo siciliano (e, in particolare, nei vari comparti del business illegale del capoluogo) si è concretizzata una sostanziale “coabitazione” tra le due entità criminali, che, come si legge nel report, “conduce ad accordi utilitaristici in uno o più settori di cointeressenza confermando ulteriormente la tendenza, già emersa in passato, a rinunciare alla violenza e ai conflitti cruenti in favore di una predilezione per gli affari”. Sostanzialmente, dunque, si riesce a convivere senza attaccarsi vicendevolmente, in un’ottica di spartizione del guadagno dei traffici illeciti.

Nel dettato della relazione aleggia anche il fantasma di Matteo Messina Denaro: il capomandamento di Castelvetrano, ricercato dal 1993, costituirebbe ancora la “figura criminale più carismatica di cosa nostra e in particolare della mafia trapanese”. Nonostante la difficile latitanza, infatti, il pupillo di Totò Riina “resterebbe il principale punto di riferimento per far fronte alle questioni di maggiore interesse che coinvolgono l’organizzazione”, oltre che “per la risoluzione di eventuali controversie in seno alla consorteria”, e “per la nomina dei vertici di articolazioni mafiose anche non trapanesi”. In attesa che qualcuno si degni di catturarlo.

[di Stefano Baudino]

Bari, 20 arresti per traffico di donne rumene

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Nelle prime ore di oggi, sabato 9 aprile, la polizia di Bari ha effettuato 20 ordinanze di custodia cautelare in carcere e ai domiciliari nei confronti di altrettanti soggetti indagati per il reato di associazione a delinquere finalizzata alla riduzione in schiavitù e allo sfruttamento della prostituzione. Le vittime sarebbero donne molto giovani provenienti dalla Romania. Queste venivano ingannate con lo schema noto come “Lover Boy”, ovvero l’adescamento tramite social media fingendo di voler fare amicizia per poi destinarle alla prostituzione. Gli arresti sono avvenuti tra Bari e altre località della Puglia.

Le parole giuste, cioè la cultura come arma di pace

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“Chi ha detto che la mia patria è l’Ucraina? Chi me l’ha data per patria? La patria è quello che l’anima nostra va cercando e che per lei è caro sopra ogni cosa. La mia patria sei tu! Ecco la mia patria! E la porterò questa patria nel mio cuore, la porterò finché durerà la mia vita”. Andrej, figlio del leggendario cosacco Taras Bul’ba ha tradito i suoi ed è pronto a morire per mano del padre che lo accusa di amare una giovane polacca conosciuta a Kiev. La donna diventa per lui la vera patria e anche così si consuma lo strappo con gli ordini del padre, con le proprie origini e con una certa visione del mondo.

Nikolaj Gogol’, nato nel 1809 vicino a Poltava, in Ucraina, nel romanzo breve Taras Bul’ba narra le epiche imprese dei cosacchi, impegnati sino alla morte nella lotta contro polacchi, ebrei e musulmani ma nello stesso tempo descrive in toni mitologici, edenici la steppa da loro attraversata, che si distendeva fino al Mar Nero, “come un oceano verde-oro, in cui sprizzavano milioni di fiori variopinti… Sospesi nel cielo stavano gli sparvieri, con le ali spiegate e gli occhi immobili, fissi nell’erba… Talora il cielo notturno in varie parti era rischiarato da un lontano fulgore rossastro, da un incendio di canne secche nei prati…”. Taras finirà catturato dai polacchi e verrà bruciato vivo, legato a un albero. E Gogol’ gli attribuirà così una fine mitica, con quello speciale legame tra morte gloriosa e dimensione divina che discende dagli eroi greci dell’Iliade omerica: “Ci sarà un tempo in cui imparerete a conoscere che cosa è la religione russa ortodossa! Già fin d’ora lo sentono le nazioni lontane e vicine: sorgerà dalla terra russa il suo zar, e non ci sarà al mondo una forza che non si umilii dinanzi a lui!”.

È il conflitto tra la modernità di Andrej e la pesante (ancora viva) tradizione incarnata da Taras che bisogna saper cogliere, quella speciale verità come coincidenza degli opposti che è tipica di tutto il pensiero slavo, l’eredità di un ragionare simbolico, visionario che proviene dallo scisma di Oriente e che da Costantinopoli è approdato a Kiev. 

La vita è il vero luogo in cui si manifesta la verità. Così Pavel Florenskij, il grande filosofo russo (ucciso dopo anni di detenzione in un lager staliniano in Siberia), sosteneva che la verità va riconosciuta dove si mostra, prescindendo da astratti schemi intellettuali. C’è, a suo parere, alla base l’illusione dell’Occidente e la sua dannazione a voler ogni volta esaurire con spiegazioni la profondità dei fenomeni, a sostituire le prospettive molteplici della realtà con univoche risposte senza alternative, a cancellare la dimensione comunitaria a vantaggio sempre delle esigenze del soggetto, c’è l’incapacità “di dire il rapporto tra la fede e il sapere, condannando il cristianesimo all’insignificanza” (G. Lingua). Alla base si presenta una questione che, a partire dal pronunciamento del Concilio di Nicea dell’anno 787, diventa indissolubile nella liturgia orientale: “nella tradizione biblica la parola suona, è ascoltata, mentre in quella cristiano-ortodossa essa viene contemplata. La parola è vista, l’immagine (l‘icona) è ascoltata” (D. Ferrari-Bravo).

Quando, negli anni Venti del Novecento, si affacciò in linguistica la scuola formalista, di stampo soprattutto slavo, a determinare le leggi interne dell’arte poetica e con la sua ‘Morfologia della fiaba’ Vladimir Propp (1928) individuò gli schemi ricorrenti del funzionamento dei racconti, tutto questo fu possibile grazie a una vera e propria rivoluzione, consistente nel porre al centro il linguaggio, come aveva mostrato la poesia simbolista e quella futurista. Quasi fosse possibile svincolarsi da qualsiasi contenuto, dando invece il privilegio alle sonorità, alla forza espressiva e trasgressiva della parola, sostituendo quasi alla teologia della bellezza, agli interrogativi romantici sul ruolo della persona e delle masse nel mondo, l’orizzonte visionario e caleidoscopico delle avanguardie.

Nella Russia del secondo Ottocento c’era stata, a partire da Potebnja sino ad arrivare, nel Novecento, a Vygotskij, la visione potente della centralità della parola, non tanto come rappresentazione del pensiero ma in quanto dotata di una sua specifica forza creativa, come organo di formazione del pensiero, il che permetteva di creare una vera e propria scienza letteraria che saldasse la visione mitologica delle sedimentazioni narrative del passato, e dei suoi contenuti ricorrenti, con la energia delle  nuove visioni formali.

“Le parole-idee sono le voci del mondo , la risonanza dell’universo, la sua ideazione. La parola è ideazione del cosmo”. La parola è il mondo, la conoscenza del mondo si compie attraverso la parola, così scriveva Sergej Bulgakov. Per parte sua Michail Bachtin, l’autore di straordinari studi sul romanzo, affermava che ogni enunciazione linguistica non si limita a trasmettere significati, a produrre comunicazione, ma crea ogni volta qualcosa di nuovo che prima non esisteva. La parola insomma, in quanto atto, annotava il semiologo Jurij Lotman, ha “una forza particolarissima, incomparabile”.

I nostri sono tempi in cui per superare la gravità di quanto accade occorre dotarsi di una consapevolezza speciale, quella di saper cogliere, nel mondo slavo la particolare commistione tra spiritualità, o se preferite esaltazione religiosa, e visione linguistica delle cose, con una creatività e una prospettiva a cui bisogna lasciare margini di incomprensione.

Il regista Andrej Tarkovskij, nel suo splendido libro, Scolpire il tempo, 1988, osservava che nella Russia attuale si erano oscurate certe tradizioni culturali. Quelle ad esempio che permettono di riconoscere che “l’anima è assetata di armonia e che la vita è disarmonica”. Come dice Aleksander nel film Sacrificio, “l’uomo si è difeso dalla natura e l’ha violentata. Il risultato è una civiltà fondata sulla forza, sulla paura, sulla dipendenza. Il peccato è ciò che non è necessario. Tutta la nostra civiltà è basata sul superfluo… e fondamentalmente sbagliata, figlio mio”. E quanto a un altro suo film, Stalker, Tarkovskij dichiarava che il protagonista viveva sì momenti di disperazione, che la sua fede barcollava, “ma ogni volta egli avvertiva nuovamente in sé la propria vocazione a servire gli uomini che hanno smarrito le proprie speranze e le proprie illusioni” (Scolpire il tempo, Ubulibri, p. 275).

Vedere insomma in una guerra, che è sempre e comunque sbagliata, uno scontro di civiltà, significa non soltanto non capire, non voler capire, ma ricoprire con un manto di ignoranza, di silenzio e poi di violenza, la miseria sì ma anche la grandezza, nel bene e nel male, dell’esperienza umana.

[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

Attacco hacker al Mite: sito web oscurato da tre giorni

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Il Ministero per la Transizione ecologica (Mite) ha ammesso di essere sotto attacco informatico, motivo per il quale tutti i server sono stati spenti e il sito web è inattivo da tre giorni. Sono al vaglio diverse ipotesi circa la natura dell’attacco, ma al momento non sono trapelate ulteriori informazioni. Il direttore dell’agenzia nazionale per la cybersicurezza, Roberto Baldoni, ha sottolineato come questo episodio mostri la necessità di ripensare le strutture informatiche della Pubblica Amministrazione in modo che rispettino i principi della cyber-sicurezza.

Venerdì 8 aprile

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7.00 – Israele: attentato nella notte a Tel Aviv, due morti e 15 feriti. Ucciso attentatore palestinese.

8.00 – Italia: commissioni della Camera danno via libera ad aiuti per 8 miliardi contro caro bollette.

9.10 – Secondo la CNN gli Usa hanno inviato in Ucraina oltre 12.000 sistemi anticarro, centinaia di droni e 1.400 sistemi antiaerei.

11.10 – Ucraina: missile sulla stazione ferroviaria a Kramatorsk: decine di morti. Mosca e Kiev si accusano a vicenda.

12.35 – Portavoce del Cremlino: «l’operazione speciale in Ucraina potrebbe concludersi nel prossimo futuro».

13.45 – Rapporto FAO: guerra porta crescita più alta di sempre dei prezzi alimentari globali, + 12,6% in un mese.

14.00 – L’UE lancia una piattaforma per l’acquisto congiunto tra gli stati membri di gas non russo.

15.20 – Italia: quarta dose vaccinale anti-Covid per over 80 e categorie a rischio.

18.00 – Decolla il primo volo spaziale interamente con passeggeri privati. Per la NASA è «una pietra miliare nella commercializzazione del settore».

18.50 – La Russia cancella la registrazione di 15 organizzazioni straniere tra cui Amnesty International e Human Rights Watch.

20.00 – A Kiev la presidente della Commissione Europea Von der Leyen consegna modulo di adesione all’UE al presidente ucraino Zelensky.

L’emergenza è finita, ma le navi quarantena sono ancora in funzione

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Con il decreto legge della Protezione civile del 12 aprile 2020 venivano istituite le navi quarantena, mezzi controversi strettamente legati alla durata dell’emergenza sanitaria, sui quali i profughi avrebbero dovuto espletare i 14 giorni di isolamento fiduciario. Nonostante l’emergenza sanitaria da Covid-19 sia terminata il 31 marzo e non esistano atti normativi che ne proroghino i termini, alcuni di questi mezzi non risultano ancora dismessi, nonostante non vi siano leggi né decreti che ne giustifichino l’esistenza. Sarebbero infatti 89, su 106 totali, i migranti fatti reimbarcare dopo essere approdati, grazie alla nave della ONG tedesca Sea-Eye 4, nel porto di Augusta, secondo quanto denunciato da un’inchiesta del Manifesto.

A poche settimane dall’esplosione dell’emergenza sanitaria in Italia, dovuta al dilagare della pandemia da Covid-19, con decreto legge interministeriale (num. 150 del 7 aprile 2020) il governo ha dichiarato che i porti italiani non disponevano dei requisiti necessari per essere definiti “sicuri”. Fondamentalmente, per tutte le navi straniere (tendenzialmente appartenenti alle ONG) che salvassero i migranti al di fuori dalla zona di stretta competenza italiana per quanto riguarda la ricerca e il salvataggio i porti italiani si rivelavano di fatto chiusi.

Cinque giorni dopo, con il decreto della Protezione civile del 12 aprile, venivano istituite le navi quarantena, delle quali abbiamo parlato approfonditamente nel Monthly Report n. 7. L’assegnazione delle navi, sulle quali i migranti avrebbero dovuto trascorrere i 14 giorni di quarantena previsti per i profughi provenienti dal Mediterraneo centrale, è stata fatta tramite bando, l’ultimo dei quali pubblicato il 10 dicembre 2021. Ad aggiudicarselo sono state le compagnie GNV (con le navi Aurelia, Azzurra, Splendid e Rhapsody) e Moby (con la nave Moby Zaza), con una spesa totale di 20 milioni di euro tra i mesi di gennaio e marzo. Tuttavia, nonostante l’emergenza sanitaria sia terminata il 31 marzo e nonostante non esistano, al momento, decreti che ne proroghino la validità o nuovi bandi per l’assegnazione dei mezzi, le navi quarantena sembrano essere ancora in funzione. Secondo quanto denunciato dall’inchiesta del quotidiano Il Manifesto, infatti, dopo essere sbarcati presso il porto di Augusta mercoledì 6 aprile grazie al salvataggio della ONG tedesca Sea-Eye 4, 89 dei 106 migranti sono stati fatti salire nuovamente a bordo.

Secondo quanto dichiarato al Manifesto dal Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma, «Perseverare con l’utilizzo delle navi quarantena configurerebbe una illegittima privazione della libertà personale». Una soluzione pensata per essere «transitoria ed eccezionale», la cui necessità era strettamente legata all’emergenza sanitaria, rischia infatti di istituzionalizzarsi, trasformando le navi in «hotspot galleggianti». Secondo quanto riportato dal quotidiano, infatti, in Sicilia l’isolamento fiduciario per i profughi avverrebbe ancora a bordo delle navi quarantena, mentre in Puglia e in Calabria l’isolamento è previsto a terra. Per i profughi ucraini, invece, nulla di tutto ciò: bastano un tampone entro le prime 48 ore dall’ingresso in Italia e il regime di auto-sorveglianza per i cinque giorni successivi, con obbligo di utilizzo di mascherina FFP2.

L’adozione della misura delle navi quarantena è stata fortemente contestata da numerose realtà operanti nel sistema dell’accoglienza e dei diritti. Recentemente, in una lettera inviata al Governo e sottoscritta dall’Associazione studi giuridici sull’immigrazione (ASGI), LasciateCIEntrare, Sea-Watch e numerose altre realtà viene fatto appello alle istituzioni affinché “si ponga fine al sistema delle navi quarantena e si adotti procedure che garantiscano la sicurezza, il diritto di asilo, la libertà personale e un’accoglienza degna delle persone in arrivo sul territorio italiano”. Inoltre, aggiungono le associazioni, “A due anni dallo scoppio della pandemia, non hanno alcuna giustificazione misure d’emergenza lesive della dignità delle persone e dell’accoglienza, che costituiscono un ulteriore passo in avanti nell’evoluzione e amplificazione dell’approccio hotspot e delle violazioni da esso derivanti, con conseguenze gravi sulla vita delle persone coinvolte”.

Sono almeno tre le morti di cittadini stranieri sulle navi quarantena: due di questi erano minori che avevano bisogno di cure urgenti, le quali tuttavia hanno tardato ad arrivare. La magistratura sta verificando gli eventuali collegamenti con le condizioni a bordo delle navi.

[di Valeria Casolaro]

Rischio salmonella, Ferrero ferma attività fabbrica in Belgio

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La multinazionale italiana Ferrero ha disposto la sospensione delle attività a scopo precauzionale dello stabilimento di Arlon, in Belgio, a causa della probabile presenza di alcuni casi di salmonella. Le attività riprenderanno, fa sapere l’azienda, dopo il via libera delle autorità sanitarie. L’azienda aveva già richiamato da alcuni supermercati di Paesi europei, compresa l’Italia, lotti di prodotti provenienti dallo stabilimento di Arlon. L’azienda specifica che si tratta di una decisione “volontaria e precauzionale” e che al momento nessuno dei prodotti ritirati dal mercato è risultato positivo ai test per il batterio.

Italia: i creatori di contenuti digitali chiedono una legge che li tuteli

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Maggiori tutele per i creatori di contenuti digitali. È questo lo scopo dell’indagine conoscitiva sui lavoratori del settore, avviata con voto unanime il 07 aprile 2021 e conclusa il 9 marzo 2022, presso la Commissione XI Lavoro Pubblico e Privato della Camera dei Deputati su iniziativa di Valentina Barzotti, avvocato e deputato del Movimento 5 Stelle. L’indagine è il primo passo per proporre una legge, ora non resta che sperare che qualche parlamentare se ne faccia interprete, depositandola in Parlamento. 

Il documento, pubblicato sulla rivista Lavoro Diritti Europa e redatto da oltre 50 creators, ha evidenziato come in Italia manchi ancora una soddisfacente ricostruzione di questa nuova forma di lavoro (sviluppatasi in particolare durante la pandemia), una platea di soggetti riconducibili alla categoria di creatori di contenuti digitali e tutele rivolte a questi ultimi.

I soggetti presi in considerazione «risultano essere in una posizione di dipendenza funzionale ed economica rispetto alla piattaforma da cui trasmettono, senza però disporre di margini di contrattazione sulle modifiche dell’algoritmo, che determina la diffusione dei loro contenuti – spiega la parlamentare pentastellata – e senza scudi legati ai rischi connessi alle segnalazioni degli haters». 

Per tutti questi motivi, secondo quanto emerso dall’indagine, lo statuto di tutele da applicare ai creatori di contenuti digitali dovrà necessariamente essere individuato traendo i propri elementi dalla disciplina del lavoro autonomo, da quella del lavoro autonomo di seconda generazione, dalla normativa di tutela dei consumatori e degli utenti e da forme di protezione analoghe a quelle riconosciute ai lavoratori dipendenti.

L’obiettivo è quindi ricostruire una nuova forma di lavoro che già comprende, a livello globale, 50 milioni di creators. Un numero destinato ad aumentare, in effetti, poiché qualsiasi utente, su una qualsiasi piattaforma, è un potenziale creatore di contenuti. 

Ma chi è esattamente un creatore di contenuti digitali?

È una figura ricercata dalle aziende che già lavorano in campo digitale, capace di occuparsi, a più livelli, dei contenuti riguardanti un prodotto o un brand. Il creator infatti analizza, coordina e produce i contenuti grafici per social media ed e-commerce, tenendo sempre conto del contesto, delle piattaforme e dell’utente finale. Il ruolo è quindi essenziale per costruire un’immagine del brand chiara e coerente: in assenza di contenuti di qualità, infatti, siti web e social network non sono sufficienti a garantire la visibilità delle aziende.

Alle origini dell’Indagine con Il Pancio

Originariamente, l’idea della regolamentazione di questa professione nasce da Il Pancio (Andrea Panciroli), un comico che nel 2014 perse il proprio profilo (con 500.000 iscritti), rendendosi conto di quanto poco tutelata fosse la propria attività, e che, da padre con una figlia di 8 anni futura cittadina del mondo digitale, vorrebbe vedere regolamentato questo settore.

Il Pancio ha risposto ad alcune domande de L’Indipendente.

Da cosa è nata l’idea dell’indagine conoscitiva?

Nel 2014, fui uno dei primi a perdere il profilo su una piattaforma. Immagina di andare a dormire con un’azienda in tuo possesso e di ritrovarti il giorno dopo senza, come se fosse sparita in un buco nero. Immagina di perdere l’attività a cui avevi dedicato tempo, sacrifici e soldi senza avere risposte e diritti a riguardo. Ho pensato che non poteva esistere impresa in una situazione simile. Soprattutto senza un tavolo di trattativa con le piattaforme.

Nessuno faceva nulla ma la situazione persisteva. Quindi nel 2019 creai Confederazione Italiana Creatori di contenuti (CIC), un gruppo Facebook, in cui tante persone condividevano le proprie esperienze. Online mostrarono interesse anche due partiti: Fratelli d’Italia e il Movimento 5 Stelle. Scelsi così di scambiare le mie idee con quelle di Valentina Barzotti, deputato pentastellato, e in seguito, facemmo una ricerca di mercato con il professor Davide Bennato, Emanuele Pantano e Filippo Giardina. A questo punto cercammo 50 creators disposti a testimoniare alla Camera del Lavoro e, una volta trovati, chiedemmo di avviare un’indagine conoscitiva.

Quale è l’obbiettivo di tutto questo?

L’obbiettivo è tentare di riconoscere e suddividere i creatori di contenuti digitali attraverso codici ATECO ad hoc che identifichino in maniera precisa questo sistema lavorativo, suddividendo i lavoratori in base alla piattaforma su cui operano, le ore di lavoro effettivo e il metodo di retribuzione.

Inoltre, chiediamo allo Stato di iniziare a fare da garante tra piattaforme (aziende private) e partite iva italiane, creando uno statuto dei lavoratori del web chiaro e trasparente, in modo da permettere a tutti i lavoratori di essere tutelati e di lavorare regolarmente.

[di Iris Paganessi]

Israele, nuovo attentato a Tel Aviv: ucciso l’autore

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Nella tarda serata di giovedì un uomo sarebbe entrato in un pub in una via centrale di Tel Aviv, in Israele, uccidendo due persone a colpi di arma da fuoco e ferendone altre tre prima di darsi alla fuga. Si tratta dell’ultimo di una serie di episodi violenti che hanno avuto luogo in diverse parti del Paese e hanno scatenato una dura repressione da parte delle forze armate israeliane. Dopo una caccia all’uomo durata tutta la notte, le forze israeliane avrebbero individuato e ucciso l’autore dell’attacco, un palestinese di 28 anni originario di Jenin.

Lunga e forse allargata: i generali USA fanno le previsioni sulla guerra ucraina

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Negli ultimi giorni si sta assistendo a un lento ma progressivo cambiamento nella strategia adottata dall’Occidente per affrontare la guerra in Ucraina, con le ore che passano e le trattative di pace che non vanno a buon fine. Così, mentre la diplomazia fallisce mutano, parallelamente, le previsioni future: dalla NATO rimbalza l’idea di “un conflitto lungo, che potrebbe durare mesi se non addirittura anni“. Nelle scorse ore il vicesegretario dell’Alleanza, Mircea Geoana, ha parlato dell’inizio di una seconda fase del conflitto, in cui «il sostegno degli alleati cambierà», alla luce di «una maggiore fornitura di armi a Kiev, insieme ad aiuti umanitari e finanziari». Una strategia che avrà di certo la benedizione degli Stati Uniti, che hanno deciso di rispondere all’appello del ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, inviando migliaia di armi al Paese: secondo la CNN, si tratterebbe di più di 12.000 sistemi anticarro, centinaia di droni suicidi e 1.400 sistemi antiaerei.

Mircea Geoana ha poi affermato che «nelle prossime settimane nel Sud-Est del Paese ci sarà un altro tipo di guerra, più convenzionale e su scala più vasta», in linea con quanto dichiarato dal Segretario della NATO, Jens Stoltenberg, circa l’attesa di «una grande offensiva di Mosca nel Donbass». In accordo ai due funzionari dell’Alleanza, dagli Stati Uniti rimbalza l’idea di una guerra “non solo lunga, ma anche larga”, almeno secondo le previsioni del generale statunitense Mark Milley e del Segretario alla Difesa Lloyd Austin che, in audizione al Congresso, hanno ribadito come le probabilità di “un conflitto internazionale significativo” siano in aumento. Milley ha dichiarato che «l’invasione russa dell’Ucraina è la più grande minaccia alla pace e alla sicurezza dell’Europa e forse del mondo», due condizioni per cui, a detta del generale, «una generazione di americani ha combattuto duramente». Riferendosi a Cina e Russia, Milley ha aggiunto che entrambe sono intenzionate a cambiare radicalmente l’attuale ordine globale basato sulle regole. È evidente che «stiamo entrando in un mondo sempre più instabile, dove le probabilità di un significativo conflitto internazionale stanno aumentando, non diminuendo». Il Segretario alla Difesa ha poi rincarato la dose, gettando benzina sul fuoco, con l’affermazione: «Se gli Stati Uniti avessero inviato forze militari in Ucraina per combattere Putin, ora staremmo parlando di una storia differente».

Nel frattempo, mentre il Pentagono ha affermato che “la guerra potrebbe essere vinta dall’Ucraina” e che Putin “non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi nel territorio”, il 5 aprile scorso gli Stati Uniti hanno approvato lo stanziamento di altri 100 milioni di dollari in armi per sostenere l’Ucraina, portando l’assistenza complessiva al Paese a circa 1,7 miliardi di dollari. La misura è in linea con quanto accordato ieri, 7 aprile, durante la riunione del Consiglio Atlantico, quando i ministri degli Esteri dell’Alleanza hanno deciso di “fornire più supporto militare per respingere l’esercito di occupazione russo”. Il Cremlino, attraverso le parole del portavoce Dmitry Peskov, ha prontamente risposto affermando che «rifornire l’Ucraina di armi non contribuirà al successo delle trattative russo-ucraine». Dunque, se da un lato le affermazioni dell’Alleanza ribadiscono la sovranità esclusiva dell’Ucraina in materia di trattati risolutivi con la Russia, definendola “decisore finale”, dall’altro le dichiarazioni e le azioni della stessa NATO sembrano compromettere, o almeno ostacolare, questo processo.

[Di Salvatore Toscano]