venerdì 27 Marzo 2026
Home Blog Pagina 1350

La TAV non si farà mai? Secondo i francesi Macron ha abbandonato il progetto

1

La realizzazione del progetto della linea TAV rischia di concludersi in un nulla di fatto. Il motivo, per una volta, non risiede nei ritardi e rimandi italiani, ma nell’apparente disinteresse dell’amministrazione francese per la realizzazione dell’opera. Secondo quanto denunciato da un comunicato di La Transalpine, associazione di sostenitori istituzionali e imprenditoriali dell’Alta Velocità, il governo francese starebbe infatti puntando sull’ammodernamento della linea Digione-Modane, piuttosto che sulla realizzazione del tunnel italo-francese. Tale fattore, se confermato, comporterebbe la perdita dei finanziamenti europei per la realizzazione dell’infrastruttura e, quindi, un probabile e definitivo accantonamento dei lavori.

Il 9 maggio il Comitato ha infatti sottolineato la differenza tra l’impegno francese e quello italiano, recentemente concretizzatosi (a parole) per mezzo dell’ordinanza firmata dal nuovo Commissario straordinario del governo incaricato di occuparsi della Torino-Lione, Calogero Mauceri. Questi ha infatti firmato un’ordinanza che autorizza la Rete Ferroviaria Italiana (RFI) a riprendere i lavori sviluppando il progetto della linea Avigliana-Orbassano e gli interventi di adeguamento dello scalo di Orbassano. Come riportato dal sito della Regione Piemonte, in questo modo il commissario Mauceri “indica la strada lungo la quale tutti gli attori devono ora lavorare” per la realizzazione di “un’infrastruttura indispensabile”. Il presidente di La Transalpine, Jacques Gounon, si è detto soddisfatto delle mosse italiane, sottolineando l’urgenza di una maggior decisione da parte francese.

L’Italia avrebbe in questo modo dato nuovo slancio al proprio impegno nel rendere concreta la realizzazione dell’Alta Velocità, il cui costo stimato ammonta a 1,9 miliardi di euro, finanziati per metà dall’Unione europea. Fondi vincolati, tuttavia, all’adozione di una “Decisione di esecuzione” da parte di Italia e Francia, richiesta dall’UE a fine 2020. Il documento deve dettagliare interventi, tappe operative e costi per i lavori da effettuare da entrambe le parti. Secondo alcuni quotidiani francesi, l’Italia starebbe ora cercando di accelerare i tempi per il timore di perdere i finanziamenti europei. Tuttavia, se la decisione della Francia di puntare sull’ammodernamento della linea storica Digione-Modane fosse confermata, l’erogazione dei fondi europei verrebbe meno e andrebbe in fumo l’intera realizzazione dell’opera.

Per questo motivo il comunicato di La Transalpine insiste sul fatto che “I circa 150 km di nuovi binari della Torino-Lione” su lato francese “sono stati dichiarati ‘di interesse pubblico e urgente’ nel 2013. Al termine di una nuova sequenza di studi iniziata nel 2019, lo Stato avrebbe dovuto ufficializzare la scelta di uno scenario di prima fase alla fine di marzo”, decisione mai giunta e della quale il Comitato rimarca l’urgenza al fine del completamento dei lavori, insieme a un “chiarimento del calendario e dell’avvio rapido del processo di realizzazione dei lavori”.

Vi è poi un’altra criticità, sottolineata dal Comitato: l’ammodernamento della linea francese punterebbe a raggiungere la capacità di trasporto merci di 10 milioni di tonnellate all’anno, con meno di 100 treni al giorno. Si tratta di numeri alquanto inferiori rispetto a quelli cui dice di puntare l’Italia, ovvero 162 treni al giorno e 25 milioni di tonnellate di merci all’anno.

La mancanza di progetti coerenti tra i due lati della frontiera e il mancato interesse politico francese per la realizzazione dell’opera potrebbero compromettere seriamente la realizzazione dei lavori, da parte italiana fermi da cinque anni. Fattore, quest’ultimo, che non ha tuttavia impedito la militarizzazione di un’intera valle, operazione che da sola ha richiesto la spesa di milioni di euro.

[di Valeria Casolaro]

Rimuovere le barriere fluviali è importante: la Spagna mostra la via al resto d’Europa

0

Nel 2021 le barriere fluviali, causa principale della frammentazione dei corsi d’acqua, sono diminuite in Europa. Un primo passo importante e necessario, poiché la frammentazione dei corsi d’acqua dei fiumi è causa di problemi non di poco conto per l’ecosistema e la biodiversità. Ogni possibile sbarramento, da dighe a rampe, ai canali sotterranei, a chiuse, guadi, costruiti spesso per motivi di contenimento o col fine di ottenere energia idroelettrica, frammenta infatti i fiumi cambiandone il flusso, il corso e i collegamenti con le pianure alluvionali. Sono strutture che impediscono ai pesci ed agli insetti che abitano i fiumi di muoversi come naturalmente sarebbero portati a fare e influiscono negativamente anche sui flussi di nutrienti e sedimenti.

Gli impatti delle barriere sono variabili, ma di estrema importanza per comprendere quanto agire sulla rimozione delle opere, spesso ormai obsolete e senza alcuna effettiva funzione, sia parte essenziale del lavoro di ripristino dei bacini idrografici europei, dopo decenni di impattanti modifiche costruite non solo per protegge dalle inondazioni, ma anche per favorire l’agricoltura, l’industria, la produzione di energia e la crescita urbana. Un’opera miope che per decenni ha sacrificato gli ecosistemi fluviali alle esigenze delle città e dell’economia.

Le barriere influenzano la dinamica fluviale e la biodiversità acquatica, motivo per cui la Dam Removals, coalizione di sette organizzazioni (World Wildlife Fund, The Rivers Trust, The Nature Conservancy, European Rivers Network, Rewilding Europe, Wetlands International e World Fish Migration Foundation) si impegna per ripristinare il libero flusso dei fiumi e dei torrenti europei. Proprio dal rapporto del 2021 della Dam Removals
arriva una buona notizia: lo scorso anno le barriere fluviali rimosse in tutto il territorio Europeo sono state 239. Un’inversione di tendenza importante, seppur di portata numericamente trascurabile rispetto al totale delle barriere fluviali presenti in Europa, stimato in 1,2 milioni, ovvero 0,74 per chilometro. Di queste, almeno 200.000 sono da tempo prive di qualsiasi utilità pratica, e sarebbero semplicemente da rimuovere prima possibile.

Quantunque rispetto al 2020 siano state rimossi ben il 137% in più di sbarramenti fluviali, sono moltissimi i Paesi ancora fermi che dovrebbero invece contribuire per ottenere risultati maggiori. Ad avere seriamente agito sembra essere solo la Spagna, con la rimozione di 108 barriere fluviali nel 2021, un numero maggiore di quel che è stato fatto in tutta Europa nell’anno precedente. Eppure le specie di pesci migratori del continente sono in declino del 93%, dato che dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme, visto che tra le cause – seppur con un peso specifico difficile da quantificare – vi sono proprio le barriere fluviali.

Nella rimozione delle barriere l’Italia è ancora ferma al palo. Associazioni come il WWF hanno preso l’iniziativa occupandosi di mappare e segnalare gli sbarramenti presenti nella Penisola, ma al momento manca qualsiasi iniziativa istituzionale per passare all’azione. Il numero di rimozioni di qualsiasi sbarramento in Italia nel 2021 è stato uguale a zero. A farci compagnia nell’immobilismo sono Irlanda, Danimarca, Lettonia, Grecia, Ungheria, Romania e tutti i paesi balcanici ad esclusione del Montenegro. La Strategia UE per la Biodiversità 2030, prevede che nei prossimi otto anni siano ripristinati allo stato naturale almeno 25mila chilometri dei fiumi continentali, obiettivo non semplice da raggiungere, ma un primo passo nella giusta direzione è stato finalmente segnato.

[di Francesca Naima]

El Salvador, oltre 30 mila arresti in 2 mesi

0

La polizia di El Salvador ha dichiarato in un Tweet di aver arrestato 30.506 persone in meno di due mesi, ovvero da quando è stato dichiarato lo stato di emergenza per le violenze delle gang. Numerosi gruppi per la tutela dei diritti umani, insieme ad esperti delle Nazioni Unite, hanno tuttavia espresso preoccupazione per l’eccessivo uso della forza da parte della polizia, accusata di effettuare arresti arbitrari di membri non appartenenti alle gang e abusi di autorità nel contesto dello stato di eccezione.

Proteste No Green Pass al porto di Trieste: pioggia di denunce sui manifestanti

4
[Protesta dei portuali di Trieste al Molo 17]

Trenta persone che avevano preso parte alle proteste contro il Green Pass presso il porto di Trieste lo scorso ottobre sono state denunciate dalla polizia.  Tra le accuse figurerebbero reati di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, blocco stradale, getto pericoloso di cose all’indirizzo delle forze di polizia, manifestazioni sediziose e adunata sediziosa e non autorizzata. Il presidio di protesta, organizzato di fronte al varco IV del porto, era durato 4 giorni e vi avevano preso parte circa 8 mila persone, prima di essere violentemente disperso dalla polizia.

Il 18 ottobre le forze dell’ordine avevano infatti proceduto allo sgombero forzato della zona, usando gli idranti contro i manifestanti pacifici: numerosi di questi, decisi a non abbandonare il presidio, avevano opposto resistenza passiva sedendosi in terra o stando in piedi a mani alzate. Erano seguiti alcuni tafferugli e la polizia aveva fermato qualcuno dei presenti. Di fronte alla risolutezza dei portuali, che non avevano abbandonato l’area nemmeno dopo essere stati colpiti da diversi getti di idrante, i poliziotti avevano minacciato di far partire le cariche, cosa che poi è effettivamente avvenuta insieme al lancio di lacrimogeni. Sul posto era dovuta intervenire anche un’ambulanza.

A quel punto i manifestanti si erano dispersi per le strade nei dintorni del porto, per poi ricompattarsi in un corteo che aveva marciato verso il centro della città e si era fermato di fronte al Comune. La polizia aveva tentato anche in questo caso di disperderli e alcuni video mostrano come, nel tentativo, un lacrimogeno sia anche finito all’interno di una scuola media.

Nonostante il presidio, i portuali avevano dichiarato di voler garantire lo svolgimento delle normali attività al porto: i manifestanti avevano infatti permesso il passaggio di camion, merci e portuali che avevano deciso di non aderire alla protesta.

[di Valeria Casolaro]

La crisi ucraina fa segnare il record dei profitti per l’industria fossile

0

La crisi energetica in corso, legata in parte al conflitto in Ucraina, non sta avendo risvolti drammatici per tutti. Anzi, per qualcuno si sta trattando di una vera e propria occasione d’oro. È il caso delle compagnie fossili, che, a quanto pare, dalla situazione attuale hanno avuto solo che da guadagnarci. Nel solo primo trimestre del 2022, i dati finanziari mostrano infatti che 28 dei maggiori produttori di petrolio e gas hanno ottenuto quasi 100 miliardi di dollari di profitti complessivi. In particolare, sono 93,3 i miliardi entrati nelle casse dei principali colossi fossili principalmente grazie alla recente impennata dei prezzi delle risorse che questi commerciano. A rivelarlo, è stata un’inchiesta dell’organizzazione Climate Power.

L’olandese Shell ha raggiunto 9,1 miliardi di dollari di profitto, quasi il triplo di quanto guadagnato nello stesso periodo dello scorso anno. Cifre simili e altrettanto importanti per la statunitense Exxon i cui guadagni si sono aggirati sugli 8,8 miliardi di dollari. Chevron ha aumentato i suoi profitti a 6,5 miliardi di dollari mentre BP, con 6,2 miliardi di dollari, ha perfino registrato i più alti incassi del primo trimestre dell’ultimo decennio. Coterra Energy, un’azienda con sede in Texas, ha registrato invece il maggior guadagno relativo tra le 28 società analizzate, con un aumento dei guadagni del 449% rispetto all’anno precedente. Stesso discordo per l’italiana Eni che, sebbene non sia stata considerata in questa valutazione, ha visto crescere i suoi utili, nell’ultimo trimestre 2021, del 53%.

Le importazioni UE di materie prime dalla Russia sono in forte diminuzione in termini quantitativi (segno azzurro) , ma generano un flusso monetario in aumento vertiginoso (segno arancio) a causa dell’aumento dei prezzi, causato principalmente proprio dalle sanzioni [fonte: Eurostat].
Potrebbe sembrare un paradosso, eppure è proprio quel che sta accadendo: chi, direttamente o indirettamente, è in qualche modo responsabile delle attuali crisi globali – energetica e climatica – è allo stesso tempo chi ne sta beneficiando. E non è certo la prima volta. Secondo diversi studi accademici – come riporta un rapporto di Greenpeace – quasi la metà delle guerre esplose dopo il 1973 ha un legame con il petrolio. Le ricerche attuali sul tema, sebbene non abbiano raggiunto l’unanimità sul ruolo diretto delle fonti fossili nei conflitti, concordano che gli idrocarburi sono spesso la concausa di guerre civili o interstatali. Senza contare poi che, a livello ecologico, ha perfettamente senso: la lotta per le risorse, in natura, è la principale ragione di competizione. Perché per noi dovrebbe essere diverso? Tra i casi più recenti citati dagli studi, figura proprio il conflitto russo-ucraino, oltreché le tensioni nel Mediterraneo orientale e nel Mar cinese meridionale.

Appurato è invece il ruolo dell’industria fossile nell’attuale crisi ecologica, innegabile al tal punto che ormai ogni colosso petrolifero sta cercando di ripulire la propria immagine. La maggior parte delle grandi compagnie petrolifere, ad esempio, si è dotata di propri obiettivi climatici. Tuttavia, queste promesse sono per lo più incentrate sulle emissioni derivanti dalle operazioni di trivellazione e trasporto di petrolio e gas, piuttosto che sul loro effettivo utilizzo da parte dei consumatori, il quale comporta invece la maggior parte dell’inquinamento. Poche aziende fossili, inoltre, riportano i loro investimenti in energie pulite e rinnovabili. E quelle che citano questi dati dimostrano che tali investimenti a favore del clima sono comunque un aspetto marginale, in genere solo pochi punti percentuali del bilancio complessivo. Insomma, niente di più che greenwashing.

[di Simone Valeri]

Mafia, 31 arresti a Palermo

0

A Palermo le forze dell’ordine hanno eseguito 31 misure cautelari (delle quali 29 in carcere e 2 ai domiciliari) nei confronti di altrettanti individui accusati a vario titolo di associazione di tipo mafioso, detenzione e produzione di stupefacenti, detenzione di armi, favoreggiamento ed estorsione con aggravante del metodo mafioso. Gli arrestati facevano parte dei mandamenti Brancaccio-Ciaculli, che registrano guadagni ingenti grazie al racket delle estorsioni e il traffico di droga anche sull’asse Sicilia-Calabria.

Lunedì 16 maggio

0

6.30 – Camorra, blitz di Carabinieri e DDA porta a 17 arresti.

10.30 – In Yemen decolla il primo volo commerciale in sei anni.

12.00 – Sciopero dell’Associazione nazionale magistrati contro la riforma Cartabia: “È incostituzionale”.

13.00 – Monterotondo (Roma), incendio in azienda che produce vernici: isolato il perimetro e indicato ai cittadini di tenere chiuse le finestre delle abitazioni.

12.50 – Russia, McDonald’s chiude dopo 30 anni: “Impossibile continuare attività per crisi umanitaria in Ucraina e ambiente imprevedibile”.

14.30 – Trieste, 30 denunciati da polizia per manifestazioni no green pass di ottobre che ha causato il blocco del porto.

14.50 – Ex Ilva, Procura di Taranto contraria a dissequestro degli impianti dell’area a caldo richiesta dai legali dei commissari.

15.50 – Torino, ex sindaca 5S Appendino assolta da accuse di falso ideologico mosse nell’ambito del processo Ream.

16.20 – TAV, Parigi trascura il progetto e l’Unione europea minaccia di interrompere i finanziamenti.

17.00 – Ucraina, raggiunto accordo su apertura corridoio umanitario per evacuazione feriti Azovstal.

17.50 – La Svezia chiederà ufficialmente l’ingresso nella NATO.

18.20 – Macron nomina Elisabeth Borne, ministra del Lavoro per il governo Castex, nuova premier.

 

 

Nato, la Svezia farà richiesta di adesione

0

La Svezia chiederà ufficialmente l’adesione alla Nato. Ad annunciarlo è il primo ministro Magdalena Andersson, parlando di una nuova era per il Paese scandinavo. La decisione è arrivata a poche ore dall’annuncio analogo delle istituzioni finlandesi. Mercoledì, il ministro della Difesa svedese, Peter Hultqvis, sarà negli Stati Uniti per incontrare il capo del Pentagono, Lloyd Austin, e parlare della situazione relativa alla sicurezza in Europa alla luce dell’invasione russa dell’Ucraina.

Recensioni indipendenti: Coronation, il documentario che nessuna piattaforma trasmette

0

Musica cupa e suggestive riprese aeree su l’enorme stazione della città di Wuhan, deserta e come congelata, sospesa in un tempo senza fine. Inizia così Coronation, un film documentario del poliedrico artista cinese dissidente Ai Weiwei ritenuto politicamente scomodo dal governo cinese ed esiliato in Europa. Grazie alle riprese fatte da amici e comuni cittadini di Wuhan, il film documenta il primo lockdown di massa della storia, avvenuto nella città cinese il 23 gennaio 2020, solo un mese dopo il primo caso dichiarato di Covid-19 dato che il governo cinese aveva fermamente negato che si verificassero infezioni da uomo a uomo, mantenendo segreto il numero dei contagiati e punendo i medici che diffondevano informazioni sull’epidemia.

Immagini di innegabile realtà evidenziano il rigido controllo esercitato su 60 milioni di persone della provincia di Hubei di cui 11 nella sola città di Wuhan e raccontano la storia della popolazione, della loro vita e della reclusione forzata al culmine della pandemia di coronavirus. 113 minuti lenti e terribili fatti di suoni e rumori, luci, tergicristalli che sbattono in attesa ai continui posti di blocco, controlli, poche parole, ospedali, lunghi e interminabili corridoi, camere e anticamere, videosorveglianza sul controllo della meticolosa vestizione e disinfezione di medici e infermieri. Riprese interminabili mentre una coltre di neve seppellisce una città dall’aspetto apocalittico. Con le strade deserte, le sirene delle ambulanze, l’ansia che attanaglia i reparti di terapia intensiva, la frustrazione e la rabbia di persone costrette a rimanere nelle loro case spesso troppo piccole.

I video girati da decine di volontari ci portano nel cuore straziato della città, ma grazie alla regia e al sapiente montaggio di Ai Weiwei, emerge con tutta la sua forza una veemente critica al governo e all‘autorità del regime totalitario di Pechino. Coronation è certo il primo documentario che ci mostra quanto, brutalmente, ma efficacemente, l’incredibile macchina statale cinese sia in grado di esercitare il suo potere sulla vita dei cittadini anche con la continua presenza della propaganda di partito. Attraverso le potenti immagini l’artista pone la questione se la sottomissione debba essere il prezzo della protezione in un frangente storico in cui le libertà personali e la sicurezza pubblica sembrano opposte piuttosto che complementari. La città è piena di telecamere, il governo è in grado di tracciare i movimenti delle persone in qualsiasi momento.

Ai Weiwei così definisce ciò che accade nel suo paese «sorveglianza, lavaggio del cervello ideologico e determinazione brutale a controllare ogni aspetto della società». Il risultato è nessun rispetto per l’individuo, e una popolazione più povera di fiducia. Coronation, e un film che tutti dovrebbero vedere, definito da molti crudo e drammatico, è disponibile solo su Vimeo On Demand, non è stato accolto alla Mostra del Cinema di Venezia o ad altri festival internazionali. Al momento né Amazon né Netflix hanno presentato il documentario sulle loro piattaforme. Ai Weiwei afferma di essere stato boicottato perché «nessuno vuole far arrabbiare la Cina».

[di Federico Mels Colloredo]

Un caso di cronaca rivela l’ipocrisia del “Chiudo perché non trovo dipendenti”

6

Negli ultimi mesi hanno trovato spazio su gran parte dei giornali italiani le storie di decine di datori di lavoro impegnati in una “faticosa ricerca di dipendenti”. Nei giorni scorsi, il Corriere Torino ha dedicato un articolo a Maurizio Rostagno, ristoratore proprietario de L’Acciuga Bistrot, costretto a chiudere “temporaneamente l’attività dopo soli sei mesi di apertura” perché non in grado di trovare dipendenti nonostante gli annunci. Alcune testimonianze hanno rivelato però una storia di licenziamenti non volontari legati all’altro ristorante di proprietà dell’imprenditore, Le Fanfaron Bistrot, causati dalla “riorganizzazione” e dal calo del fatturato del locale.

Nei commenti è emersa l’altra faccia della medaglia di questa storia: i lavoratori. Uno di questi ha raccontato di aver inviato il curriculum in risposta a un annuncio di Le Fanfaron Bistrot per la mansione di capo partita ai primi di cucina piemontese. Dopo una settimana di prova passata invece a lavorare il pesce, gli è stata affidata la gestione del Bistrot, con il compito di ricoprire più ruoli, dalla pulizia dei piatti alla preparazione del menù. Se, da un lato, la paga si è rivelata essere coerente con quanto dichiarato (comprensiva tuttavia degli istituti contrattuali come, ad esempio, Tfr, tredicesima e quattordicesima), dall’altro, sono state necessarie più ore di lavoro e la copertura di diverse mansioni. Infine, la sera del Primo Maggio, dopo un turno di nove ore e mezza il dipendente è stato licenziato per via di alcuni lavori imminenti del locale, che avrebbero reso superfluo il suo lavoro.

Ciò che è successo a Torino non è un caso isolato, ma una realtà radicata nel nostro paese, dove fanno eco le dichiarazioni dello chef (e figlio dell’attrice Barbara Bouchet e dell’imprenditore Luigi Borghese) Alessandro Borghese in cui ha affermato: «A me nessuno ha mai regalato nulla. Mi sono spaccato la schiena, questo lavoro è fatto di sacrifici, abnegazione. Invece oggi i ragazzi preferiscono tenersi stretto il weekend con gli amici», alimentando dunque il mito della “schiena rotta” necessaria a costruirsi un futuro che poi si sgretola di fronte ai casi di cronaca e alla logica di un lavoro “giusto”, caratterizzato da limiti, che siano di competenza o temporali, da non oltrepassare. In tanti hanno attribuito negli ultimi anni la mancanza di copertura da parte dell’offerta nei confronti della domanda alle più disparate cause, una su tutte il reddito di cittadinanza, “colpevole” di aver reso la forza lavoro, e in particolare i giovani, pigra e “poco incline al sacrificio”. Ieri, Matteo Renzi sui suoi profili social ha scritto: “Mancano 350.000 addetti per la stagione. Il ministero del turismo (leghista!) propone un decreto flussi per coprire con i migranti i posti di lavoro. Inutile girarci intorno: il reddito di cittadinanza è una follia“.

Nei sistemi democratici, uno dei modi per inserire e legittimare un punto all’interno di una qualsiasi agenda politica è la pressione mediatica. È ciò che sta accadendo negli ultimi mesi attraverso articoli, testimonianze e dichiarazioni di persone coinvolte in diversi settori (specialmente quello della ristorazione) o parte del sistema politico che si prepara alle elezioni parlamentari del 2023. Si preannuncia dunque un dibattito incentrato sulla presenza, e resistenza, di una “forza lavoro pigra” che semplifica un problema che meriterebbe un’analisi accurata piuttosto che dichiarazioni a effetto per colpire l’elettorato.

[Di Salvatore Toscano]