venerdì 16 Gennaio 2026
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Botta e risposta tra Stati Uniti e El Salvador sul Bitcoin di Stato

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Il “dittatore più cool del mondo”, o “CEO di El Salvador”, come si è autodefinito Nayib Bukele, Presidente della Repubblica di El Salvador, ha detto chiaramente agli Stati Uniti che non devono immischiarsi nelle vicende interne del suo Paese. La forte presa di posizione è arrivata dopo che Fondo Monetario Internazionale (FMI) e Stati Uniti hanno messo in guardia il paese centroamericano dal continuare ad utilizzare Bitcoin come moneta a corso legale: El Salvador, dal giugno 2021, è il primo paese al mondo ad utilizzare la criptovaluta come valuta ufficiale. Le monete a corso legale nel Paese sono quindi due: il dollaro statunitense e il Bitcoin.

Mercoledì scorso, Bukele ha scritto su Twitter : «Non siamo la vostra colonia o il vostro cortile». Il “dittatore cool” ha poi aggiunto: «State fuori dai nostri affari interni. Non provate a controllare qualcosa che non potete controllare». Le forti parole pubblicate dal Presidente di El Salvador, sono arrivate in seguito all’azione di tre senatori statunitensi – due repubblicani e uno democratico – i quali hanno proposto di creare l’Accountability for Cryptocurrency in El Salvador Act (ACES), chiedendo che il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti produca un rapporto e un piano per affrontare la questione.

L’adozione di Bitcoin da parte di El Salvador «ha il potenziale per indebolire la politica delle sanzioni statunitensi, dando potere ad attori maligni come la Cina e le organizzazioni criminali organizzate», ha sostenuto il senatore Jim Risch. Il repubblicano Bill Cassidy, ha invece affermato: «Se gli Stati Uniti vogliono combattere il riciclaggio di denaro e preservare il ruolo del dollaro come valuta di riserva del mondo, dobbiamo affrontare questo problema a testa alta»; Cassidy ha poi aggiunto che questa situazione «apre la porta ai cartelli di riciclaggio di denaro e mina gli interessi degli Stati Uniti».

Già a gennaio il FMI aveva ammonito El Salvador dal proseguire l’avventura con Bitcoin, sostenendo che avrebbe causato instabilità del mercato e problemi finanziari per il Paese. In quell’occasione Bukele aveva pubblicato un post di scherno, indirizzato all’organizzazione internazionale (controllata dagli USA): «Ti vedo, FMI. È molto bello»; riprendendo la celebre serie animata dei Simpsons.

L’eccentrico Presidente salvadoregno, salito al potere nel 2019, ha fatto certamente storcere il naso a molti, su al Nord, quando ha deciso di adottare Bitcoin nel giugno scorso: El Salvador, infatti, dal 2001 aveva rinunciato alla propria moneta decidendo di adottare il dollaro statunitense. Dunque, se quella delle criptovalute è una partita importante per il futuro, il fatto che il Paese centroamericano abbia messo in disparte il dollaro diviene per gli Stati Uniti una questione geopolitica di rilievo, più per la portata simbolica della scelta che per il Paese che ha deciso di compierla. Il rischio è di corrodere ancora di più l’immagine della valuta statunitense, che rischia di perdere il suo carattere “universale”.

Nell’ottobre dello scorso anno, Bukele aveva annunciato l’estrazione dei suoi primi Bitcoin ad energia geotermica prodotta dal vulcano Conchagua. Secondo i piani, è qui che dovrebbe sorgere Bitcoin City ed è proprio grazie al vulcano che verrà alimentata. Il Presidente salvadoregno prevede di lanciare a marzo un ingente quantità di obbligazioni in Bitcoin, con cui poter finanziare la costruzione della città e accumulare criptovalute.

Resta da scoprire se il “CEO di El Salvador” riuscirà a reggere la pressione degli USA oltre a quella dell’opposizione interna, spaventata dal fare affidamento ad una valuta tecnologica e il suo valore oscillante. Bukele avrà però il sostegno di chi pensa che il Paese potrà beneficiarne sul fronte delle rimesse dall’estero: ovvero abbattendo il costo della transizione dei soldi che i cittadini salvadoregni rimandano a casa dall’estero.

Nel frattempo, Guatemala e Honduras aspettano alla finestra quale piega prenderà l’esperimento di El Salvador. Anch’essi Paesi infatti, hanno un introito elevato dalle rimesse dall’estero. Al resto del mondo non resta che aspettare per capire cosa produrrà la scelta di Bukele alla fine di questo braccio di ferro tra la superpotenza statunitense e il Paese centroamericano.

[di Michele Manfrin]

Questione di fiducia: Alternativa occupa i banchi del Governo

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È in corso un’occupazione dei banchi del Governo nell’Aula della Camera da parte dei deputati di Alternativa, che hanno deciso di protestare contro «l’abuso del ricorso alla questione di fiducia da parte dell’esecutivo». «Vogliamo discutere in aula, con i tempi previsti dalla democrazia questo decreto che riguarda il prolungamento dello stato d’emergenza e l’obbligo di vaccinazione per gli over 50», riferendosi alla conversione in legge che dovrà avvenire entro l’8 marzo e su cui il Governo ha preannunciato durante la riunione della conferenza dei capigruppo di Montecitorio l’apposizione della fiducia.

“Inutile tirannia”: il più antico settimanale inglese parla del green pass italiano

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Il settimanale più antico al mondo non ha di certo usato eufemismi per parlare della rigidità delle restrizioni italiane legate alla pandemia, definite come “le più dure, nonostante i dati mostrino la loro inutilità”. The Spectator, rivista di stampo conservatore fondata nel Regno Unito nel 1828, ha pubblicato domenica 20 febbraio un articolo pungente e diretto nei confronti dell’Italia, descritta come il paese con “il passaporto vaccinale più draconiano d’Europa, dove indovini e guaritori rappresentano un’industria multi-miliardaria. Lì la psicosi di massa acceca i suoi politici e la sua gente dalla verità”.

Dunque dal Regno Unito, precisamente da uno dei suoi giornali storici, sembrerebbe arrivare una risposta all’attacco più o meno celato mosso dalle istituzioni italiane nei confronti della strategia britannica relativa alla pandemia, dipinta come “irresponsabile”. Nei mesi scorsi più volte sono state bollate come affrettate le riaperture proposte da Boris Johnson, primo ministro del Regno Unito e direttore per diversi anni del The Spectator, il quale ha deciso di continuare sulla propria strada fatta di rallentamenti delle restrizioni, che dal prossimo 24 febbraio verranno ritirate in via definitiva nel Paese. Si tratta di una strada particolarmente condivisa in Europa, dalla Danimarca alla Finlandia, passando per Austria e Irlanda, ma ancora lontana da quella immaginata dal Governo italiano e dal Ministro della salute Roberto Speranza, che di recente ha affermato: «Il green pass è stato ed è un pezzo fondamentale della nostra strategia. Le mascherine al chiuso sono ancora importanti: non riesco a vedere un momento X in cui il virus non esiste più e cancelliamo insieme tutti gli strumenti».

Proprio il green pass, meglio conosciuto oltremanica come passaporto vaccinale, rappresenta il cuore dell’attacco della rivista inglese, che a riguardo ha scritto: “I non vaccinati sono stati presto banditi da quasi tutti gli spazi e trasporti pubblici, e persino dal lavoro, con possibilità di accedervi avendo contratto il virus entro sei mesi o pagando un test da 15 euro una volta ogni 48 ore”. Così il green pass viene visto nel Regno Unito come un “esercizio di inutile tirannia“, affiancato dalla sua variante rafforzata che “da dicembre scorso ha reso la vaccinazione ormai obbligatoria per tutti coloro che usufruiscono dei mezzi pubblici o intendono accedere a ristoranti, bar (anche all’esterno), parrucchieri e stadi sportivi, a meno che non abbiano avuto il Covid negli ultimi sei mesi. Il diritto dei non vaccinati di sostenere il test di 15 euro ogni 48 ore per accedere alla maggior parte dei luoghi pubblici è stato così annullato”.

L’attacco continua poi verso l’esecutivo e i suoi sostenitori, popolo compreso. Secondo Nicholas Farrell, autore dell’articolo, nessuno ammetterà mai che il green pass sia stato un fallimento, poiché “hanno tutti troppa faccia da perdere ora“, e aggiunge: “che la loro convinzione ossessiva sulle meraviglie del green pass sia una completa assurdità è chiaro da un confronto dei dati fra Italia e Regno Unito, che in realtà non ha avuto alcuna forma di passaporto vaccinale”, o almeno non stringente come nel nostro Paese. Le popolazioni dei due Stati sono simili: 59 milioni di abitanti per l’Italia e 69 milioni per il Regno Unito. Nel primo l’88,92% degli over 12 è completamente vaccinato, rispetto all’84,9% del secondo. “La lezione è chiara: la stragrande maggioranza delle persone ha scelto di essere vaccinata di propria spontanea volontà e non ha bisogno di essere costretta a farlo dallo Stato“. Inoltre, “se le misure restrittive avessero lavorato bene, i tassi di infezione dell’Italia sarebbero stati di gran lunga inferiori a quelli del Regno Unito. Eppure, dalla comparsa della variante Omicron i due Paesi hanno avuto un numero di casi abbastanza simile”.

Insomma, a distanza di mesi dalla sua adozione, la certificazione verde lascia ancora ampia discussione fra due parti discordanti: da un lato chi si avvia, non avendola mai adottata o dopo averlo fatto, verso la sua abolizione; dall’altro chi si ostina a farne un punto centrale della propria strategia di contrasto alla pandemia, nonostante la crescita costante delle perplessità. Entrambe le parti condividono lo stesso punto di partenza: la convinzione che il virus non scomparirà, almeno non nell’immediato. Sul finale, però, scelgono due strade differenti: la maggior parte dei Paesi europei accetterà la convivenza, tornando alla normalità. L’Italia, invece, si limita a parlare di ritiro graduale e indefinito delle restrizioni, scommettendo dunque a oltranza sulla propria convinzione.

[Di Salvatore Toscano]

Hong Kong e Covid: da marzo test a tappeto sulla popolazione

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Hong Kong ha annunciato l’intenzione di implementare i test Covid-19 obbligatori dal prossimo mese, costringendo i 7,4 milioni di residenti a sottoporsi a tre cicli di test a partire dalla metà di marzo. La decisione è stata confermata da Carrie Lam, capo esecutivo dell’ex colonia britannica, che al termine di una riunione ha dichiarato la volontà di continuare sulla linea delle restrizioni, con l’obiettivo di fermare l’ondata record di casi dovuta alla variante Omicron. Le misure rientrano nella strategia “zero Covid”, applicata in maniera ferrea in Cina, più volte ringraziata da Carrie Lam per il «suo sostegno» mostrato negli ultimi mesi di pandemia.

Corte UE: uno Stato può rifiutare la protezione a un rifugiato se già presente

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“Uno stato membro può esercitare la sua facoltà di dichiarare inammissibile una domanda di protezione internazionale se al richiedente è già stato concesso lo status di rifugiato da parte di un altro stato membro”. È quanto si legge su un documento ufficiale redatto dalla Corte di giustizia dell’Unione europea il 22 febbraio. La sentenza emessa dai giudici europei ha riguardato il caso di un uomo che, dopo aver ottenuto nel 2015 lo status di rifugiato in Austria, si è visto negare lo stesso diritto in Belgio, l’anno successivo. Il richiedente era approdato nel nuovo Paese per raggiungere le sue due figlie, una delle quali minorenne. Qui infatti le bambine avevano ottenuto il beneficio della protezione sussidiaria.

La vicenda poi è proseguita così. Nel 2018 l’uomo ha presentato al Belgio, “senza disporre di un diritto di soggiorno, una domanda di protezione internazionale. Tale domanda è stata dichiarata inammissibile”. Ecco il punto cruciale della questione, su cui la Corte è intervenuta, sostenendo che è lecito che un Paese possa intervenire in questo modo, respingendo la richiesta.

 

C’è comunque un’eccezione, che si verifica quando il richiedente è il padre di un minore non accompagnato che ha ottenuto il beneficio della protezione sussidiaria. In questo caso, la Corte dice che “è necessario provvedere al mantenimento dell’unità del nucleo familiare”. La sentenza aggiunge che per favorire tale l’unità familiare, il diritto europeo ha istituito “un certo numero di benefici a favore dei familiari del beneficiario di protezione internazionale”, a patto che sussistano tre condizioni. Secondo quanto riportato dal documento, il caso in questione non sembra soddisfare i requisiti necessari.

L’uomo ha quindi fatto ricorso contro la dichiarazione di inammissibilità del Belgio, sostenendo che il diritto al rispetto della vita familiare e l’obbligo di prendere in considerazione l’interesse superiore del minore, di cui si parla nell’articolo 7 e nell’articolo 24 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, non era rispettato dalla decisione del Belgio. Dopo le accuse, il Consiglio di Stato belga ha deciso di interpellare la Corte europea, che ha appunto dato ragione alla decisione presa dal Paese.

[di Gloria Ferrari]

Clima: sulle Alpi meridionali l’inverno più mite e secco dal 1864

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Sul versante meridionale delle Alpi non si vedeva un inverno mite e secco come quello di quest’anno dal 1864: a riferirlo è MeteoSvizzera, l’Ufficio federale di meteorologia e climatologia della Svizzera, che proprio a partire da quell’anno ha analizzato l’andamento climatico di tutti gli inverni. “Nonostante manchi ancora qualche giorno alla fine dell’inverno meteorologico, che comprende i mesi di dicembre, gennaio e febbraio, tenendo conto delle previsioni per i prossimi giorni possiamo già trarre le prime conclusioni”, afferma a tal proposito MeteoSvizzera, sottolineando che “a sud delle Alpi l’inverno 2021/22 terminerà con una temperatura media di 1.8 °C superiore alla norma 1991-2020, mentre il totale di precipitazione sarà inferiore a un quarto del valore normalmente atteso, più precisamente risulterà pari al 22% di esso”.

In India la superficie delle foreste è aumentata di oltre 2000 km quadrati

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L’iniziativa statale One Tree Planted, la quale ha portato la popolazione indiana a piantare milioni di alberi, è stata un successo: negli ultimi tre anni la superficie forestale del paese è aumentata di oltre 2000 km quadrati. Un ottimo risultato, dato l’importante obiettivo di combattere il cambiamento climatico e la desertificazione. Secondo gli scienziati, infatti, l’India ha perso il 40% della sua copertura forestale negli ultimi 95 anni. Spinta dall’estrazione mineraria, dall’agricoltura e dall’urbanizzazione, questa profonda perdita di foreste può essere sanata mediante il rimboschimento. Inoltre, considerato che un albero maturo è in grado di sequestrare fino a circa 22 chili di carbonio l’anno, e che la qualità dell’aria in India è tra le peggiori al mondo, la piantumazione risulta di vitale importanza.

Gli alberi sono stati piantati nelle foreste, ma anche nelle fattorie, nelle scuole, lungo le rive dei fiumi e ai margini delle autostrade. L’iniziativa è stata guidata da funzionari del governo e attivisti, e fa parte del vasto progetto indiano di ricoprire con foreste e alberi un terzo della sua superficie totale – pari a 95 milioni di ettari – entro il 2030. In questi anni, gli sforzi degli indiani sono stati notevoli. Nel 2016 sono riusciti a piantare ben 50 milioni di alberi in un solo giorno nello stato dell’Uttar Pradesh e, un anno dopo, 66 milioni nel Madya Pradesh, un record mondiale. 

Il desiderio dell’India di rinverdire il territorio si è manifestato anche nei piccoli villaggi. Come, ad esempio, in quello di Piplantri, in Rajasthan, dove gli abitanti, da qualche anno, piantano 111 alberi da frutta ogni qual volta nasce una bambina, al fine di combattere la disparità di genere e di garantire un futuro migliore alle nuove generazioni. Ad oggi, i tre stati indiani che hanno aumentato significativamente la copertura forestale sono Andhra Pradesh (647 Km quadrati), Telangana (632 Km quadrati) e Odisha (537 Km quadrati). Si stima che lo stock totale di carbonio nelle foreste sia di 7.204 milioni di tonnellate, e che riporti un aumento di 79,4 milioni di tonnellate rispetto al 2019.

[di Eugenia Greco]

Mille proroghe: dal Parlamento un regalo alle industrie di petrolio e olio di palma

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Il Decreto legge ‘Mille proroghe’ 2022, con lo slittamento dell’esclusione dell’olio di palma dai biocarburanti, è stato approvato. Così come si sta cercando di reiterare gli incentivi auto anche per i motori più inquinanti. Iniziative legislative contrapposte all’interesse nazionale e ambientale che ricordano, ancora una volta, chi sono le vere favorite del Parlamento. Le industrie petrolifere, insieme a quelle dell’olio di palma e della soia, gioiscono. Per un altro anno sarà possibile destinare i principali prodotti responsabili della deforestazione alla produzione di biodiesel e biogas. Poco importa se per produrli si è disboscato senza tregua nell’altro Emisfero. Accolti inoltre gli ordini del giorno avanzati da Lega, Forza Italia e Pd che invitano il governo a prorogare i bonus per le auto nuove, a diesel o a benzina, con emissioni fino a 135 grammi di CO2 al km.

L’olio di palma, utilizzato sia nel gasolio per alimentare i motori a diesel sia nella produzione di elettricità nei grandi impianti a biomasse, su denuncia di Legambiente, era già entrato nel mirino dell’Autorità per la Concorrenza. Questa aveva condannato Eni a pagare cinque milioni di multa per “greenwashing” a causa della sua pubblicità ingannevole relativa al prodotto Enidiesel+, “benefico – a detta della multinazionale – per il motore e l’ambiente”. Il TAR del Lazio, nel novembre 2021, si è espresso dando ragione all’associazione ambientalista: il diesel, in nessun caso, può essere considerato combustibile “verde”. Eppure, ai vertici, si va nella direzione opposta. «Il Premier Mario Draghi ha ben ragione ad arrabbiarsi per la scarsa tenuta della maggioranza di governo, ma noi – ha commentato Andrea Poggio, Responsabile mobilità sostenibile di Legambiente – siamo ancora più arrabbiati di lui: per colpa di parlamentari allo sbando e di ministri doppiogiochisti, l’Italia a parole vuole la decarbonizzazione, nei fatti incentiva auto diesel alimentate con la distruzione delle foreste tropicali».

Sull’olio di palma, così come su quello di soia, si prende tempo e, intanto, si discute ancora se elargire o meno bonus per l’acquisto di nuove auto diesel e benzina. «Persino l’industria dell’auto – scrive La Nuova Ecologia – sta cambiando più velocemente della politica. Quasi tutte le grandi case automobilistiche hanno dichiarato che non produrranno più auto a combustione per l’Europa dopo il 2030 e non chiedono più incentivi per diesel e benzina». Bonus del tutto privi di logica. Basti pensare che, a livello Europeo, se la media delle emissioni delle auto vendute supera i 95 grammi di CO2/km, alle cause auto spettano sanzioni quantificabili in miliardi di euro. Eppure, nonostante le più alte concentrazioni di inquinanti atmosferici di tutto il Vecchio Continente, si prende ancora in considerazione se condannare l’Italia ad avere il parco auto più inquinante per almeno altri dieci anni.

[di Simone Valeri]

Senza dimora: nel 2022 un decesso al giorno

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Dal primo gennaio di quest’anno 50 persone senza dimora hanno perso la vita in Italia, il che significa che vi è stato un decesso al giorno: a lanciare l’allarme è la Federazione italiana organismi per le persone senza dimora (fio.PSD), che oggi ha pubblicato un rapporto a riguardo intitolato “La strage invisibile”. Quella dei tanti morti tra i senza tetto non è però una eccezione delle ultime settimane: sono oltre 450, infatti, coloro che tra il 2020 e il 2021 hanno perso la vita. “I senza dimora muoiono tutti i mesi, non solo d’inverno”, sottolinea inoltre fio.PSD, precisando in tal senso che “nelle ultime quattro stagioni 79 sono deceduti d’inverno, 53 in primavera, altri 53 in estate e 60 in autunno” e che “il 60% dei decessi è per incidente/violenza/suicidio e il 40% per motivi di salute”.

Le Mauritius hanno “dichiarato guerra” al Regno Unito invadendo le Isole Chagos

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Mentre il mondo trema sotto le vicende ucraine, dall’altra parte del globo un’altra “invasione” è passata pressoché inosservata, seppur la notizia in sé desti un certo scalpore: le Mauritius hanno invaso le Isole Chagos, un territorio appartenente al Regno Unito, dichiarando di fatto guerra alla regina. I dettagli raccontano di una operazione grottesca: la forza di sbarco mauriziana era composta da 10 individui di mezza età, armati solo di una bandiera delle Mauritius, che hanno poi provveduto ad innalzare sull’atollo di Peros Banhos in segno di sfida verso la corona inglese. Al comando di questa “armata” l’ambasciatore mauriziano alle Nazioni Unite, tal Jagdish Koonjul.

Chiaramente l’invasione mauriziana altro non era che una provocazione, che pero lascia riflettere su quelli che sono stati gli effetti del colonialismo, e sulle ripercussioni che questo fenomeno ancora ha ai giorni nostri. Le parole di Koonjul fanno capire lo spirito con cui i mauriziani abbiano compiuto questo gesto. Il funzionario delle Mauritius ha infatti dichiarato ai media: «Stiamo compiendo l’atto simbolico di alzare la bandiera, come hanno fatto tante volte gli inglesi per stabilire colonie. Noi, però, reclamiamo ciò che è sempre stato nostro». Mentre il Primo Ministro delle Mauritius, Pravind Jugnaut, ha commentato: «Questa è la prima volta che Mauritius guida una spedizione in questa parte del suo territorio», aggiungendo: «Sono lieto che i nostri fratelli e sorelle chagossiani possano viaggiare nel loro luogo di nascita senza alcuna scorta straniera (cioè britannica). Il messaggio che desidero trasmettere al mondo, in quanto Stato sovrano sull’arcipelago di Chagos, è che garantiremo una saggia gestione del suo territorio – sulla sicurezza marittima, la conservazione dell’ambiente marino e i diritti umani».

Nonostante l’invasione altro non fosse che una provocazione, per le Mauritius questa vicenda è una cosa seria. La comunità internazionale infatti, tramite un voto alle Nazioni Unite, non ha riconosciuto la sovranità del Regno Unito sopra l’arcipelago. Ma non solo, anche la Corte Internazionale di Giustizia ha deciso in favore della Mauritius, invitando Londra a riconsegnare l’arcipelago il prima possibile. Anche se da Downing Street continuano a fare spallucce, adducendo che: «il Regno Unito non ha dubbi sulla propria sovranità sopra le Chagos, che sono state continuamente sotto il suo possesso dal 1814». In realtà i britannici avrebbero anche promesso di riconsegnarle alle Mauritius, ma solo quando le isole non saranno più Nazioni necessarie per scopi difensivi. Il che potrebbe non accadere essere mai, dato che nell’arcipelago è presente anche una base strategica dell’aviazione militare statunitense.

Londra ha dimostrato in passato di non tirarsi indietro, anche militarmente, nel caso di dispute per quelli che ritiene i suoi territori oltre mare. Anche se si tratta di piccole isole distanti dal Regno Unito più di 10.000 chilometri. Nel 1982, ci fu infatti una guerra per le isole Falkland tra Inghilterra e Argentina. Le isole (Malvinas per gli argentini), che si trovano a largo delle coste del paese sudamericano, vennero invase dalla giunta militare che in quegli anni governava Buenos Aires. Guerra che si concluse in pochi mesi con una netta vittoria inglese e che causò circa un migliaio di vittime. A dire il vero, esistono anche esempi in cui il Regno Unito scelse di riconsegnare territori che controllava oltremare: è il caso di Honk Kong. Questa ex colonia inglese venne infatti riconsegnata a Pechino nel 1997, come inizialmente previsto da una convenzione siglata dai due paesi nel 1898. Probabilmente però, quella decisione fu presa anche considerando il fatto che, una possibile forza di sbarco cinese, di certo, non sarebbe stata composta esclusivamente da 10 persone di mezza età armati di una bandiera.

Per venire a capo della disputa riguardante le isole Chagos, sarebbe stato utile capire il pensiero di chi ci vive. Tuttavia, ad abitare Peros Banhos sono rimasti solo degli asini. Gli esseri umani che ci vivevano infatti, furono deportati, su volere di Londra, nel 1972.

[di Enrico Phelipon]