La guardia di finanza ha eseguito diverse perquisizioni nelle sedi della società Juventus di Torino, Milano e Roma. I provvedimenti sono stati messi in atto nel contesto dell’indagine sulle plusvalenze in diversi anni di rendiconto finanziario (282 milioni di euro in tre anni), che nel 2021 avevano portato i dirigenti della società a essere iscritti nel registro degli indagati. Gli inquirenti vorrebbero in particolare far luce su 4 mensilità che i calciatori avrebbero congelato nel 2020, in accordo con la società, per permettere la riduzione dei costi nei bilanci durante la pandemia.
Obbligo vaccinale ai sanitari: sollevata la questione di costituzionalità
Il Consiglio di giustizia amministrativa (Cga) per la Regione siciliana ha sollevato davanti alla Consulta la questione di legittimità costituzionale relativa alla disciplina che impone l’obbligo di sottoporsi alla vaccinazione anti Covid per il personale sanitario. Il massimo organo della giustizia amministrativa operante in Sicilia, infatti, tramite un’ordinanza pubblicata nella giornata di ieri ha ritenuto che il decreto-legge con cui l’obbligo è stato introdotto potrebbe essere in contrasto con diversi articoli della Costituzione. Nello specifico, all’interno dell’ordinanza si legge che il Cga ha ritenuto “rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 4, commi 1 e 2, del d.l. n. 44/2021 (convertito in l. n. 76/2021), nella parte in cui prevede, da un lato l’obbligo vaccinale per il personale sanitario e, dall’altro lato, per effetto dell’inadempimento all’obbligo vaccinale, la sospensione dall’esercizio delle professioni sanitarie, per contrasto con gli artt. 3, 4, 32, 33, 34, 97 della Costituzione”.
Spiegando poi, nel dettaglio, quali sarebbero i profili di incostituzionalità, il Cga ha posto la lente di ingrandimento sul “numero di eventi avversi”, sulla “inadeguatezza della farmacovigilanza passiva e attiva”, sul “mancato coinvolgimento dei medici di famiglia nel triage pre-vaccinale” e sulla “mancanza nella fase di triage di approfonditi accertamenti e persino di test di positività/negatività al Covid”. Tali aspetti, infatti, non consentirebbero di “ritenere soddisfatta, allo stadio attuale di sviluppo dei vaccini anti Covid e delle evidenze scientifiche, la condizione, posta dalla Corte costituzionale, di legittimità di un vaccino obbligatorio solo se, tra l’altro, si prevede che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che è obbligato, salvo che per quelle sole conseguenze che appaiano normali e pertanto tollerabili”. Non vi sarebbe prova, dunque, della esclusiva presenza di rischi che rientrino in un normale margine di tollerabilità.
Proprio riguardo quest’ultimo punto, non ci si può non soffermare sulla spiegazione data dal Cga, il quale sottolinea che nel novero dell’elencazione degli effetti collaterali “rientrano evidentemente anche patologie gravi, tali da compromettere, in alcuni casi irreversibilmente, lo stato di salute del soggetto vaccinato, cagionandone l’invalidità o, nei casi più sfortunati, il decesso”. Certo, come precisato dall’organo amministrativo “le reazioni gravi costituiscono una minima parte degli eventi avversi complessivamente segnalati”, ma ciò non toglie che “il criterio posto dalla Corte costituzionale in tema di trattamento sanitario obbligatorio non pare lasciare spazio ad una valutazione di tipo quantitativo, escludendosi la legittimità dell’imposizione di obbligo vaccinale mediante preparati i cui effetti sullo stato di salute dei vaccinati superino la soglia della normale tollerabilità”. Ciò dunque non sembrerebbe “lasciare spazio all’ammissione di eventi avversi gravi e fatali, purché pochi in rapporto alla popolazione vaccinata”, anche perché, tra l’altro, seguire tale criterio “implicherebbe delicati profili etici (ad esempio, a chi spetti individuare la percentuale di cittadini “sacrificabili”)”.
Oltre a tutto questo, poi, il Cga ha dichiarato “rilevante e non manifestamente infondata” la questione di legittimità costituzionale anche “dell’art.1 della l. 217/2019 nella parte in cui non prevede l’espressa esclusione dalla sottoscrizione del consenso informato delle ipotesi di trattamenti sanitari obbligatori” e, sempre relativamente al decreto-legge sull’obbligo vaccinale per i sanitari, dell’articolo 4 dello stesso “nella parte in cui non esclude l’onere di sottoscrizione del consenso informato nel caso di vaccinazione obbligatoria, per contrasto con gli artt. 3 e 21 della Costituzione”.
Volendo infine contestualizzare tale provvedimento, bisogna ricordare che l’ordinanza ha fatto seguito alla valutazione da parte del Cga dell’appello proposto da un tirocinante, iscritto al terzo anno del corso di Laurea infermieristica presso l’Università di Palermo, contro quest’ultima, in quanto non ammesso – tramite un provvedimento datato 27 aprile 2021 – ad un corso formativo all’interno delle strutture sanitarie perché non vaccinato. Nello specifico, l’appellante ha impugnato l’ordinanza del Tar della Sicilia che aveva respinto la domanda cautelare nel ricorso proposto contro tale provvedimento. In Sicilia, infatti, in primo grado vi è il Tar, le cui decisioni possono essere appellate davanti al Cga, che svolge nell’isola le funzioni proprie del Consiglio di Stato e che, come anticipato, è il massimo organo della giustizia amministrativa operante in Sicilia. Quest’ultimo, dunque, ha deciso di sollevare la questione di legittimità, con la Corte Costituzionale che adesso, stando alla sua consolidata giurisprudenza, potrebbe avere qualche difficoltà a decidere nel senso della legittimità dell’obbligo vaccinale.
[di Raffaele De Luca]
NATO: l’adesione dell’Ucraina non è in agenda
«L’adesione dell’Ucraina alla NATO non è in agenda, ma il sostegno al Paese è in cima alle nostre priorità e sarà uno dei principali temi della discussione di domani», ha detto il Segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, in riferimento al summit straordinario dell’Alleanza previsto per il 24 marzo. Nel frattempo, Stoltenberg ha annunciato il rafforzamento sul lato orientale dell’organizzazione, mediante il dispiegamento di «quattro battlegroup in Bulgaria, Ungheria, Romania e Slovacchia». Durante l’incontro di domani si parlerà anche della Cina che, secondo il Segretario generale della NATO, «ha fornito sostegno politico alla Russia».
Putin: Russia non accetterà pagamenti in dollari o euro per gas
La Russia non accetterà pagamenti in dollari o euro da parte dei Paesi considerati ostili in cambio del rifornimento di gas naturale: è ciò che avrebbe affermato – secondo quanto riportato dai media locali – il presidente russo Vladimir Putin. Quest’ultimo avrebbe in tal senso dichiarato che le forniture di gas naturale dovrebbero essere pagate in rubli, motivo per cui alle autorità russe sarebbe stata concessa una settimana di tempo per attuare nella pratica il passaggio al nuovo sistema in valuta locale.
I movimenti argentini scendono in piazza contro il Fondo Monetario Internazionale
Il 17 marzo il Senato argentino ha concesso la sua autorizzazione all’amministrazione del presidente Alberto Fernández per ristrutturare il debito del governo di 45 miliardi di dollari con il Fondo monetario internazionale (FMI) ed evitare un tracollo finanziario. Che significa? Il debito contratto dal paese (che corrisponde a circa 39,5 miliardi di euro) si rifà al grosso prestito di 57 miliardi di dollari (circa 51 miliardi di euro) che il Fondo Monetario Internazionale aveva fatto all’Argentina nel 2018, per evitare che lo stato, in sintesi, fallisse. Il prestito era stato concordato dall’allora presidente Mauricio Macri, con l’intento di fa fronte alla crisi monetaria. Stando agli accordi precedenti, l’Argentina avrebbe dovuto restituire al FMI un primo “acconto” di 19 miliardi quest’anno, poi 19,27 nel 2023 e 4,856 nel 2024. Cioè più di 40 miliardi in 3 anni. Invece, dopo due anni di trattative, i pagamenti saranno “rateizzati” per tutto il prossimo decennio, (fino al 2032), ma partiranno dal 2024, sotto la supervisione stessa dell’FMI. Per il governo il riaccordo è essenziale per evitare un collasso totale, che andrebbe, a suo dire, ad affossare ancora di più l’economia.
La votación a favor del acuerdo con el #FMI evitó que Argentina caiga en default y se complique aun más el escenario económico. #JxC estuvo a la altura. Lo que falta es que el #kirchnerismo nos diga como piensa aplicar el plan para alcanzar las metas que acordaron.@GugaLusto pic.twitter.com/sMlfwTfFJv
— Maximiliano Pullaro (@maxipullaro) March 18, 2022
Il rifinanziamento era già stato approvato dalla Camera dei Deputati la scorsa settimana: per rendere a tutti gli effetti ufficiale la nuova soluzione mancherebbe solo la votazione del consiglio del FMI. A proposito, cos’è il Fondo monetario internazionale? Ha sede a Washington, ed è un’istituzione internazionale cui partecipano 188 paesi, con la finalità di “promuovere la stabilità economica e finanziaria”. Sta succedendo anche in Argentina?
Gli argentini in realtà protestano da molto tempo, scendendo in piazza per dire no al patto con il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Lo scorso 8 febbraio un corteo di 200 raggruppamenti ha sfilato contro l’accordo, mentre il 10 marzo alcuni manifestanti argentini hanno bruciato pneumatici, scagliato pietre e rotto finestre fuori dal palazzo del Congresso, per mostrare dissenso contro il nuovo accordo. Perché gli argentini sono così scontenti? Continuare ad essere in debito con il FMI, per larga parte della popolazione rappresenta un ulteriore “soffocamento” dell’economia nazionale.
'No to the IMF': thousands protest in Argentina against debt deal https://t.co/0tkAEGuh8S pic.twitter.com/AO1GaMswbs
— Reuters (@Reuters) February 9, 2022
Il prestito infatti avrebbe dovuto essere impiegato per correggere la finanza pubblica, gli squilibri fiscali, rafforzando l’esportazione e riducendo l’altissimo tasso di inflazione che da anni affligge il Paese. Ma per molti giuristi ed economisti non c’è dubbio che in realtà il piano sia stato una truffa fin dall’inizio. L’accordo iniziale (di 57 miliardi di dollari poi ridotto da Fernández a 44), conteneva già in partenza obiettivi impossibili da raggiungere e la bilancia dello stato sarebbe stata solo più appesantita dalla restituzione del debito. Il rischio era inoltre che la maggior parte di questi fondi finisse investito in altri paesi o utilizzato in maniera illecita. E così è stato.
A tal proposito, Celeste Fierro, leader del Movimento Socialista dei Lavoratori, aveva affermato che «il debito è una truffa: si tratta di soldi usciti con la fuga di capitali per sostenere la campagna elettorale di Macri. Soldi che non sono mai stati spesi per risolvere i problemi strutturali del Paese».
L’Argentina si era già trovata in una situazione simile a causa gli effetti del debito estero: nei primi anni 2000, a seguito dell’indebitamento messo in atto dalla dittatura militare, il Paese subì un collasso economico e sociale che portò la disoccupazione al 40% e alla contrazione del più grande debito estero nella storia economica del mondo. Le proteste che seguirono i tagli ai settori dell’educazione, della sanità e dei servizi pubblici spaccarono il Paese, portando a una grave e violenta crisi sociale.
[di Gloria Ferrari]
Afghanistan: talebani negano scuola secondaria alle donne
Dopo aver preso il potere in Afghanistan nell’agosto scorso, i talebani promisero l’accesso all’istruzione secondaria alle ragazze afghane. La data per la riapertura delle scuole venne fissata al 23 marzo 2021 ma oggi, quando centinaia di donne si sono recate presso gli istituti del Paese, è stato negato loro l’accesso, confermando dunque la limitazione all’istruzione femminile esclusivamente al livello primario. Si ricorda che il diritto paritetico all’istruzione resta uno dei punti chiave per gli aiuti e il riconoscimento politico dei talebani da parte della comunità internazionale.
Vite rubate: dal sogno capitalista al futilitarismo
Futilitarismo: Neil Vallelly, autore del libro Vite rubate – Dal sogno capitalista al futilitarismo, conia questo neologismo per indicare la condizione nella quale verte l’uomo moderno. Figlio del capitalismo e dell’utilitarismo, il futilitarismo imbriglia il soggetto nelle maglie della propria rete e lo spinge ad mettere in atto azioni futili, atte al solo fine del guadagno monetario e non al perseguimento del bene sociale. Nel suo libro, in uscita oggi nelle librerie italiane, Vallelly accompagna il lettore in un viaggio attraverso la storia che mostra come la società sia arrivata a questo impasse, ma come sia anche possibile uscirne. Ritenendo che possa essere di grande interesse per i nostri lettori, pubblichiamo in esclusiva un estratto del libro, edito da Blu Atlantide.

“Nel lungo periodo, i neoliberisti hanno vinto la partita. La stagnazione economica e le crisi politiche degli anni Settanta hanno delegittimato la logica keynesiana, e Hayek e la cabala neoliberale della scuola di Chicago ne hanno approfittato per imporre il loro paradigma alternativo, grazie al sostegno di politici di spicco negli Stati Uniti, nel Regno Unito e altrove. Il violento rovesciamento del governo socialista di Salvador Allende in Cile nel 1973 segnò l’inizio del neoliberismo come realtà politica, e lo stesso Hayek divenne presidente onorario di un think-tank che sovrintese alla trasformazione del Cile in un’economia neoliberale sotto la dittatura di Augusto Pinochet. Mentre i neoliberisti attaccavano lo Stato keynesiano, principalmente a livello economico, quello stesso Stato stava subendo una forte critica sociale anche da sinistra da parte di coloro che lo consideravano un dispensatore di normatività sociale e culturale. Per alcuni critici del neoliberismo, questa nuova critica sociale simboleggia l’ambigua eredità delle rivolte del maggio del 1968. Harvey ha sostenuto che «per quasi tutti coloro che erano coinvolti nel movimento del ’68 lo Stato, con la sua invadenza, era il nemico e doveva essere riformato; e su questo i neoliberisti potevano facilmente concordare». Allo stesso modo, Alain Badiou ha concluso, nel quarantesimo anniversario delle rivolte del maggio ’68: “Si commemora Maggio ’68 perché il suo vero risultato, il vero eroe di Maggio ’68, è il capitalismo liberale nella sua massima espressione. Le idee libertarie del ’68, la trasformazione dei costumi, l’individualismo, il gusto del godimento, trovano il loro compimento nel capitalismo postmoderno e nel suo variegato universo di consumismi d’ogni genere”.
Ma come ha illustrato Kristin Ross nel suo indispensabile libro May ’68 and Its Afterlives (‘Il maggio ’68 e le sue molteplici vite’), la lettura dei moti di maggio semplicemente come nascita di un nuovo individualismo è retrospettiva e riduttiva, e ignora la lunga genesi che quei moti hanno avuto nelle proteste contro la guerra d’Algeria e nei vari scioperi operai nel corso degli anni Sessanta.
Boltanski e Chiapello implicano che il nuovo individualismo emerso negli anni Settanta ebbe a che fare tanto con la risposta governativa e capitalistica al maggio del 1968 quanto con la logica culturale monolitica delle rivolte. Essi notano che in Francia la risposta del governo alle rivolte comportò concessioni sui salari e sulla sicurezza sociale come tentativo di «smorzare la lotta di classe». Ma queste concessioni fecero lievitare i costi per le imprese, il che, insieme alle crisi economiche dei primi anni Settanta, spinse i capitalisti a cercare soluzioni innovative per tagliare i costi, soprattutto perché «il livello della critica con cui si confrontavano non sembrava diminuire nonostante le concessioni fatte». Di conseguenza, le imprese hanno sviluppato nuove forme di organizzazione del lavoro, «che si presentano come un’accumulazione di piccole evoluzioni e piccoli cambiamenti [che] hanno avuto l’effetto di svuotare, pur senza abrogarle, un gran numero di disposizioni del diritto del lavoro». E come mostrano Boltanski e Chiapello, questi sviluppi hanno attinto a un solo aspetto del movimento del 1968, ossia la «denuncia dell’oppressione quotidiana e dell’atrofizzazione dei poteri creativi dei singoli prodotte dalla società industriale e borghese». Successivamente, «la trasformazione delle modalità del lavoro si è […] realizzata in gran parte per rispondere alle loro aspirazioni, tanto che sono stati chiamati a parteciparvi, soprattutto dopo l’avvento della sinistra al potere durante gli anni Ottanta». L’ascesa di un nuovo individualismo non fu una conseguenza inevitabile del movimento del 1968, concludono Boltanski e Chiapello, ma fu invece un effetto degli sforzi profusi dai capitalisti per ridurre le energie collettive del movimento alla mera sete di autonomia individuale e per costruire un nuovo modello di produzione attorno a questa sete. All’inizio degli anni Ottanta, osservano Boltanski e Chiapello, «l’autonomia è stata scambiata con la sicurezza, aprendo la strada a un nuovo spirito del capitalismo incentrato sulle virtù della mobilità e dell’adattabilità mentre il precedente si articolava in termini più di sicurezza che di libertà». La condizione futilitaria è emersa proprio in questo frangente storico, in cui i capitalisti hanno colonizzato le rivendicazioni della sinistra anticapitalista, producendo un nuovo spirito capitalista che celebrava l’autonomia economica e sociale dell’individuo.
Il concetto di massimizzazione dell’utilità rimane parte integrante del neoliberismo – come discuterò nel dettaglio nel capitolo 6 nel contesto della pandemia di Covid-19 – perché gli individui sono incoraggiati e persino costretti a rendersi utili per sopravvivere. Ma se il neoliberismo è utilitaristico dal punto di vista della richiesta di massimizzazione dell’utilità – laddove l'”utilità” è definita dai datori di lavoro e dalle imprese – non è certamente utilitaristico nei suoi effetti. Indubbiamente, l’idea che la massimizzazione dell’utilità possa portare al benessere della maggioranza – per quanto sia sempre stato un mito – è ormai svanita del tutto nel XXI secolo. La condizione futilitaria traspare e prolifera quando l’utilitarismo rimane la giustificazione del capitalismo, nonostante il fatto che la massimizzazione dell’utilità sia ormai completamente slegata dal principio di felicità generale.
Il neoliberismo garantisce l’autonomia ponendo la scelta individuale e la flessibilità alla base dell’economia di mercato. Ma questa autonomia compromette la sicurezza sociale che anche utilitaristi quali Bentham e Mill vedevano come un aspetto fondamentale per garantire il principio della massima felicità. Il neoliberismo genera semplicemente le condizioni per l’autonomia, indipendentemente dal fatto che una maggiore autonomia renda felici o meno gli individui. E, come esemplificano le enormi disuguaglianze sociali, la precarietà onnipresente e le depressioni e le ansie di massa della nostra epoca, il neoliberismo genera principalmente infelicità nella maggioranza delle persone. A questo proposito, Franco “Bifo” Berardi fa un’osservazione molto puntuale: «I padroni del mondo non vogliono certo che l’umanità possa essere felice, perché un’umanità felice non si lascerebbe intrappolare nella produttività, nella disciplina del lavoro o negli ipermercati». Perché mai la felicità dovrebbe essere il fine ultimo del capitalismo se quella stessa felicità potrebbe minacciare l’accumulazione di capitale?
Questa domanda riflette l’irriducibile contraddizione tra autonomia e libertà che ossessiona la condizione futilitaria. Per quanto il neoliberismo abbia fatto propria la bandiera dell’autonomia, la verità è che la maggior parte di noi oggi contribuisce alla macchina del capitale senza alcuna possibilità di sfuggire ai suoi tentacoli. Anche il nostro tempo libero è colonizzato dal capitale della sorveglianza. Come sosteneva Marx, «nella libera concorrenza, non gli individui, ma il capitale è posto in condizioni di libertà». La libertà, insisteva Marx, è un’illusione che il capitalismo imprime nella vita umana; ma esso utilizza anche le aspirazioni individuali alla libertà per liberare il capitale dai vincoli della vita sociale. I neoliberisti hanno perseguito aggressivamente questa dualità sostenendo che l’unico modo in cui gli esseri umani possono essere veramente liberi è collocare il mercato al centro di tutti i loro sforzi, liberalizzando al tempo stesso la sfera del lavoro e quella sociale, sapendo che gli esseri umani (certamente la maggioranza degli esseri umani) e il mercato non possono essere contemporaneamente liberi. Wendy Brown osserva che «la rivoluzione neoliberale si svolge nel nome della libertà – liberi mercati, paesi liberi, uomini liberi – ma distrugge il fondamento della libertà nella sovranità sia per gli Stati che per i sudditi». Il trucco qui, come sottolinea Byung-Chul Han, è che «il capitale sviluppa bisogni propri, che per errore percepiamo come nostri». Crediamo che la libertà che desideriamo possa essere raggiunta attraverso la nostra capacità di liberare il capitalismo da ogni costrizione – e di liberarci dalle nostre relazioni con gli altri – ma questo il più delle volte si traduce in forme di autosfruttamento e di non libertà.
Il soggetto della condizione futilitaria è certamente autonomo, ma solo perché questa autonomia alimenta il mercato. Essere autonomi significa essere incatenati a una libertà molto più volatile, che spesso offusca la distinzione tra libertà e precarietà. Ci viene
costantemente ripetuto di essere noi stessi, di celebrare la nostra unicità, di commercializzarci come diversi dagli altri, di condividere i nostri pensieri come se fossero ascoltati da qualcuno. Allo stesso tempo, ci viene detto che dobbiamo contare su noi stessi, essere flessibili e resilienti, e considerare le nostre condizioni sociali ed economiche come riflessi delle nostre caratteristiche individuali. Questo è il prezzo dell’autonomia nell’era neoliberale. La grande ironia è che questo non è il mondo che i pensatori neoliberali avevano immaginato alla metà del XX secolo. Le idee di Hayek, Milton Friedman e dei Chicago Boys erano, in teoria, mirate a proteggere la libertà economica dell’individuo all’interno dell’ordine di mercato neoliberale. Ma gli effettivi processi materiali della neoliberalizzazione hanno reso futile anche questo insidioso ideale. Le forme di autonomia individuale emerse all’inizio del XXI secolo non sono perfezionamenti della teoria neoliberale, ma mutazioni di questa teoria in un’ideologia ancora più discutibile come conseguenza della prassi neoliberale. È individualismo senza libertà; individualismo come merce; individualismo come sorveglianza; individualismo come dati; individualismo come narcisismo; individualismo o muerte.
I vantaggi dell’uso del termine “futilitarismo” o “condizione futilitaria” per definire questo individualismo pervasivo derivano dal fatto che richiamano direttamente la futilità esistenziale che permea la vita del XXI secolo. Quando ci troviamo di fronte alle vere calamità della nostra epoca – crescenti disuguaglianze, cambiamenti climatici, crisi dei rifugiati, pandemie mortali – ci troviamo contemporaneamente di fronte alla nostra futilità
nell’affrontare questi problemi. Ma è una futilità di cui spesso non siamo neanche coscienti. Anzi, molti di noi finiscono per ripiegare su singoli atti di (non) resistenza: sostituire le buste di plastica con la borsa di stoffa, fare una donazione a un’associazione umanitaria ecc. Ma l’ombra della futilità si staglia su ogni nostra azione, e lo sappiamo. Per sostituire questa presenza ossessionante, ci diamo pacche sulle spalle per i nostri atti di filantropia, celebriamo e incoraggiamo la nostra autonomia reciproca e continuiamo a illuderci di essere soggetti etici che si prendono cura del nostro pianeta. Ammettere che le nostre azioni sono futili significa ammettere che siamo stati ingannati dal capitalismo, che i nostri desideri di autonomia individuale sono stati usati contro di noi per rinchiuderci ancora di più negli spasimi del realismo capitalista.
Questa futilità non riflette un nostro fallimento personale, ed è forse la paura che possa essere così che ci impedisce di riconoscerla appieno. La futilità esistenziale è piuttosto l’esito logico del rapporto storico tra utilitarismo e capitalismo. L’utilitarismo ha sempre portato con sé la possibilità del futilitarismo, in quanto era inevitabile che gli aspetti dell’etica utilitaristica che vanno a vantaggio dell’accumulazione sfrenata del capitale avrebbero finito per mettere in ombra qualunque nozione di benessere sociale, come è successo in modo spettacolare quando i neoliberisti hanno vinto la battaglia ideologica del XX secolo. In quanto membri della generazione neoliberale, oggi subiamo le conseguenze devastanti della metamorfosi dell’utilitarismo in futilitarismo. Il mio obiettivo nel resto del libro non è solo illustrare come si manifesta il futilitarismo nella società contemporanea, ma anche gettare le basi per l’emergere di una nuova politica che possa confrontarsi con la logica distruttiva del futilitarismo”.
Spese militari al massimo, cooperazione al minimo: la scelta di campo del governo Draghi
Il Governo italiano ha approvato l’aumento della spesa militare dall’1,4 al 2% del PIL, in linea con quanto stabilito dagli altri Paesi dell’Unione europea nel contesto dell’invasione russa dell’Ucraina. Tuttavia mentre la spesa militare continua a salire vertiginosamente, non si può dire che valga lo stesso per gli stanziamenti pubblici per lo sviluppo internazionale, i quali hanno toccato il minimo storico dello 0,22%. Nei prossimi anni lo stato italiano spenderà più per la difesa che non per le misure di contrasto alla povertà dei cittadini italiani e per gli aiuti ai paesi poveri messi insieme.
Con l’approvazione del Decreto Ucraina l’Italia porterà la propria spesa militare dall’1,4% del proprio PIL al 2%, passando dai 26 miliardi di euro attuali a 38 miliardi di euro circa all’anno. Il decreto è stato votato con 391 voti favorevoli su 421 deputati presenti. La tendenza ad aumentare le spese per la difesa era già evidente ben prima che scoppiasse il conflitto russo-ucraino: un aumento del 5,4% rispetto al 2021, pari a 1,3 miliardi di euro, era infatti già stato decretato alla fine dello scorso anno, portando le spese militari ai livelli più alti di sempre.
Tuttavia, parallelamente, i fondi per l’aiuto pubblico allo sviluppo sfiorano i valori più bassi mai registrati. Questi non superano infatti lo 0,22% del reddito nazionale lordo (Rnl), circa un decimo della spesa prevista per la difesa, corrispondente alla cifra esigua di 3,67 miliardi di euro.

Gli aiuti pubblici allo sviluppo (Aps) fanno parte della cooperazione allo sviluppo perseguita con risorse pubbliche: in pratica si tratta di fondi che vengono stanziati per contribuire a progetti con Paesi a basso tasso di sviluppo. Se si esamina il rapporto tra Aps e Rnl, l’Italia risulta collocarsi al ventesimo posto su 30 Paesi che compongono il comitato dell’Ocse che coordina le politiche pubbliche. Il tutto nonostante in sede internazionale l’Italia, insieme ad altri Paesi, si sia impegnata a raggiungere l’obiettivo dello 0,7% di rapporto Aps/Rnl entro il 2030, ovvero più del triplo delle cifre attuali.
Inoltre, anche il contributo per l’accoglienza viene contabilizzato come aiuto pubblico allo sviluppo, rendendo di fatto alcuni Paesi occidentali tra i percettori principali del proprio stesso investimento in cooperazione. Questa impasse ha portato numerosi Paesi membri a rivalutare le proprie priorità nell’ambito della crisi ucraina, rivalutando in quali contesti di crisi inviare gli aiuti e quali sospendere.
Inoltre, se si effettua poi un paragone con l’erogazione del Reddito di cittadinanza, inteso come misura di contrasto alla povertà, si può notare che nel complesso, da marzo 2019 (al quale risalgono le prime elargizioni della misura) a dicembre 2021 siano stati spesi a questo fine 19,8 miliardi, circa la metà dei 38 miliardi di euro previsti per la spesa militare dopo l’aumento al 2% del valore del PIL. Se al Reddito di Cittadinanza volessimo aggiungere anche l’intera somma erogata dal governo per misure di varia natura di sostengo a famiglie, imprese e cittadini in difficoltà per la crisi scaturita dalla pandemia da Covid-19 arriveremmo a 27 miliardi. Insomma, l’Italia nei prossimi anni destinerà più soldi al comparto militare che non al contrasto della povertà dei propri cittadini, alla crisi delle imprese e al sostegno allo sviluppo dei paesi poveri messi insieme.
[di Valeria Casolaro]
Abbiamo calcolato male: la surreale ammissione USA sui numeri dei bambini morti di Covid
“Un errore nell’algoritmo ha portato a classificare in maniera sbagliata i decessi che non erano correlati al Covid-19”, motivo per cui “il 14 marzo scorso i dati sulla mortalità legata al virus sono stati modificati”: è quanto comunicato dal CDC (Centers for Disease Control and Prevention), ovvero l’organismo di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti. Quest’ultimo, ha fatto sapere che tale correzione abbia “comportato la rimozione di 72.277 decessi precedentemente segnalati in 26 Stati Usa” ed inoltre, tramite alcune dichiarazioni rilasciate all’agenzia di stampa Reuters, ha specificato che tra i decessi rimossi 416 fossero “pediatrici“: un dato alquanto rilevante, in quanto in tal modo sarebbe stata ridotta del 24% la stima delle morti nei bambini.
I più piccoli, del resto, stando ai dati statunitensi attuali hanno una possibilità di morire a causa del virus molto bassa. Infatti, come riportato in questi giorni dalla American Academy of Pediatrics – un’associazione professionale americana di pediatri che riassume i dati comunicati dagli Stati Usa – il 19% dei casi di Covid registrati negli Stati Uniti dall’inizio della pandemia è stato attribuito ai bambini, tuttavia i più piccoli hanno rappresentato solo lo 0,00% – 0,27% del totale delle persone decedute a causa del coronavirus. Inoltre, solo lo 0,00% – 0,01% del totale dei bambini contagiatisi è deceduto.
L’errore ammesso da parte del CDC rappresenta senza dubbio un argomento estremamente rilevante arrivando esso dal più grande centro di verifica dei dati sanitari in Occidente, e non è di certo un azzardo affermare che tale sbaglio abbia contribuito in maniera importante alla diffusione di un certo tipo di informazioni da parte dei media mainstream. Sicuramente anche grazie ad esso, infatti, gran parte della stampa aveva potuto affermare che la variante Omicron fosse alquanto pericolosa nei bambini spingendo in questo modo a convincere i genitori circa la necessità di vaccinarli. Ad esempio, proprio poco prima della correzione da parte del CDC, il New York Post aveva comunicato che un terzo dei decessi nei bambini degli Stati Uniti fosse “avvenuto durante l’ondata Omicron”. Ma non solo, perché andando a ritroso nel tempo ci si rende conto che se i dati del CDC fossero stati corretti in partenza, probabilmente i media non avrebbero parlato così tanto dei presunti rischi maggiori della variante Omicron nei bambini proprio nel periodo in cui, tra l’altro, si discuteva molto della reale necessità di vaccinarli. Una campagna di stampa che anche in Italia coinvolse tutte le testate principali, con La Repubblica che, ad esempio, il 9 gennaio scorso titolò “Salgono i ricoveri tra i bambini, Omicron li colpisce di più” citando proprio i dati sbagliati del CDC come dimostrazione.
Ora che il CDC ha fatto sapere di aver riportato i dati in maniera sbagliata, i media mainstream non hanno dedicato nemmeno una riga all’argomento nonostante fino ad ora avessero ampiamente parlato della pericolosità della variante Omicron nei più piccoli. Eppure si tratterebbe di un errore su cui porre, in maniera critica, la lente di ingrandimento, in quanto appunto proveniente direttamente dall’organismo di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti, quello direttamente preposto ad autorizzare le vaccinazioni e che, anche in base a dati calcolati in modo scorretto, ha improntato politiche pubbliche che poi sono state seguite anche in Europa.
[di Raffaele De Luca]









