Abbiamo provato a percorrere insieme un ragionamento: siamo partiti col denunciare alcune gravi storture, traendo peraltro spunto da drammatici episodi di cronaca, per poi provare a riflettere sul perché i lavoratori non riescano oggi a porre in essere adeguate azioni di autotutela. Abbiamo insistito, seppur tenendo conto di esigenze di sintesi, nel tracciare i contorni di un disegno che si realizza da almeno trent’anni. Ora ciò che intendiamo fare è provare ad argomentare come il gioco non sia fermo, come la tensione esistente tra mondo del lavoro e grande impresa non si sia per nulla allenta...
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Questa mattina, un’auto ha travolto una folla di persone riunitasi per assistere ad una manifestazione popolare legata al carnevale a Strépy-Bracquegnies, distretto del comune di La Louvière, in Belgio. Secondo un primo bilancio riportato dalla stampa belga, che cita in tal senso il sindaco di La Louvière Jacques Gobert, 4 persone avrebbero perso la vita, 12 sarebbero rimaste gravemente ferite ed una ventina leggermente ferite. «L’autista ha poi proseguito per la sua strada, ma l’abbiamo intercettato», avrebbe inoltre aggiunto il sindaco, sottolineando altresì di aver messo «a disposizione delle famiglie il palazzetto dello sport comunale ed attivato il servizio di assistenza per le vittime».
Sono almeno 847 i civili uccisi dall’inizio della guerra in Ucraina: a riferirlo è stato l’ufficio dei diritti umani delle Nazioni Unite, il quale ha precisato che tra le vittime ci siano 64 bambini e che 1.399 persone invece siano rimaste ferite. Dato che le Nazioni Unite riportano solo i conteggi che possono verificare, però, l’ufficio dei diritti umani sottolinea che il bilancio effettivo delle vittime dovrebbe essere molto più alto di quello comunicato.
Nel disco rigido di un laptop abbandonato tra gli scaffali di un centro assistenza del Delaware c’era, forse, la notizia che avrebbe potuto cambiare le elezioni americane del 2020 e la corsa alla Casa Bianca. Se gli americani e, in particolare, gli elettori di Joe Biden avessero conosciuto il contenuto delle email conservate in quella memoria, avrebbero potuto cambiare idea sul proprio voto e quindi sul risultato elettorale che ha detronizzato Donald Trump. Questo, almeno, è quello che si evince dal pezzo che il New York Times ha pubblicato nei giorni scorsi, con 17 mesi di ritardo sulla vicenda. Un colpevole e ingiustificato ritardo, per una testata del prestigio e dell’influenza del NYT, che lascia appunto molti dubbi e perplessità sul modus operandi della blasonata redazione americana: l’8% degli elettori dem, secondo un sondaggio, ha dichiarato che non avrebbe votato Biden, se avesse avuto queste notizie per tempo.
Ma cosa ha tenuto nei cassetti il NYT tutto questo tempo, tanto da rafforzare una volta di più le critiche per essersi schierato a suo tempo a favore di Biden nella competizione contro Trump? Una serie di email che riguardano Hunter Biden e più in generale tutta la famiglia. Messaggi di posta elettronica saltati fuori nell’ambito di un’inchiesta della procura federale che ha per oggetto il figlio del presidente e i suoi affari con soci e società stranieri. L’imprenditore Hunter Biden, chiacchieratissimo in questi giorni anche per le vicende ucraine, ha dovuto chiedere 1 milione in prestito per pagare tasse arretrate. Confermando questa notizia, il NYT ha poi candidamente – diciamo – sfoderato la vicenda delle email mandate allo stesso Hunter e da lui stesso ad altre persone, tra le quali spunta e ricorre il nome del padre, Joe, oltre che dello zio (e fratello del presidente), Jim Biden.
Difficile, leggendo quelle email, non immaginare che il candidato alla Casa Bianca abbia sfruttato il suo ruolo e il suo potere per favorire e consolidare gli affari di famiglia, per così dire. O per meglio dire, il traffico di influenze internazionale, come è stato definito quel grumo di business e relazioni biunivoche tra gli Stati Uniti, chef famiglia Biden, e uomini d’affari e holding internazionali. Va precisato che l’autenticità dei messaggi è fuori discussione. “Quelle e-mail sono state ottenute dal New York Times da una cache di file che sembra provenire da un laptop abbandonato dal signor Biden in centro assistenza del Delaware. L’e-mail e gli altri documenti nella cache sono state autenticate da persone che hanno familiarità con i Biden e con l’indagine” ha precisato la testata, presentando il tutto come un’inchiesta esclusiva ma soprattutto nuova. Il problema, appunto, è che tutto il materiale giaceva nei cassetti del NYT da oltre un anno e mezzo.
E che materiale. Tra le email c’erano video e foto di Hunter Biden nudo, in evidente stato confusionale o forse sotto l’effetto di qualche droga, in compagnia di una prostituta. Materiale non proprio meraviglioso in caso di divulgazione, per chi ha un padre candidato alla presidenza degli Stati Uniti. Ma le immagini e gli eccessi privati di Hunter Biden in una presumibile camera di albergo non erano l’unico ghiotto segreto custodito così a lungo dal NYT. Nelle email spunta infatti il nome di Tony Bobulinski, ex lottatore di wrestling e ufficiale di Marina che è stato Ceo di una joint-venture creata da Hunter Biden insieme ad un imprenditore comunista cinese nel settore dell’energia. Prima delle elezioni di novembre 2020, Bobulinski aveva confermato l’autenticità delle email presenti nel pc e che lo riguardavano. Una, in particolare, ha attirato l’attenzione degli inquirenti. Quella nella quale si descrive la divisione delle quote di capitale nella joint venture tra lo stesso Bobulinski, Hunter e Joe Biden e altri due soci. La ripartizione prevedeva il 20% per quattro e il 10% per quello che è stato definito “pesce grosso” e che Bobulinski ha identificato proprio come Joe Biden. Lo ha anche confidato a Ken Vogel, uno dei tre giornalisti del NYT che hanno firmato il pezzo, specificando che quella mail era già stata confermata autentica nell’ottobre 2020, prima delle elezioni ma quando la cache con le mail era in possesso del giornale, che non ha pubblicato nemmeno una riga.
Joe Biden non ha smentito nulla, né lui né la famiglia, forse anche perché Bobulinski ha consegnato alla FBI il computer e tutti i suoi documenti, e quindi potrebbero spuntare fuori altre cose imbarazzanti per il presidente degli Stati Uniti. Che ha incontrato Bobulinsky nel 2017, come affermato da quest’ultimo, per definire (in uscita dalla Casa Bianca come vicepresidente) i termini del business coi cinesi, un progetto che aveva richiesto due anni di lavoro. Quella del “pesce grosso” non è l’unica email che tira in ballo l’inquilino della Casa Bianca negli affari di famiglia: in un’altra, Hunter si lamenta con la figlia per le pretese troppo esose di suo padre. Ce n’è anche una in sui Eric Schwerin, uno dei soci dei Biden, chiede di spostare denaro tra i conti correnti dei due Biden. Una ricca e dettagliatissima inchiesta, insomma, che il NYT però ha pubblicato con 17 mesi di ritardo. Perché?
Chiomonte, paese della Val di Susa nei pressi del quale si trova il cantiere dell’Alta Velocità, è stato invaso nei giorni scorsi da nubi di fumi tossici provenienti dal cantiere. La causa, secondo la denuncia del movimento No Tav, sarebbe lo smaltimento illegale dell’esplosivo utilizzato all’interno del tunnel per aprire le nicchie. Gli attivisti sono riusciti a filmare uno degli operai intento a bruciare gli scarti dell’esplosivo, operazione che causa il rilascio di una densa nube biancastra.
In Val di Susa la repressione nei confronti del movimento No Tav prosegue imperterrita, mentre sembra che gli addetti ai lavori possano procedere indisturbati anche nel mettere in atto azioni illegali e dannose per la salute dei cittadini. Per la seconda volta negli ultimi mesi, infatti, il paese di Chiomonte si è visto invaso da fitte nubi di fumi tossici e maleodoranti. L’origine sembrano essere i roghi con i quali gli operai del cantiere, sito a meno di un chilometro in linea d’aria dal paese, smaltiscono gli esplosivi utilizzati per aprire le nicchie all’interno del tunnel dell’Alta Velocità. A cogliere sul fatto uno degli operai sono stati alcuni vignaioli della zona, la cui attività può essere gravemente compromessa dalla presenza di queste nubi velenose.
Come ricorda il movimento nel proprio comunicato, nella valle è in vigore un divieto di accendere roghi a meno di 50 metri di distanza dai boschi o dai terreni coperti di arbusti. Se anche tale attività rientrasse nelle possibili deroghe giustificate da motivi di lavoro, rimangono seri dubbi riguardo al fatto che quella filmata costituisca la corretta procedura di smaltimento dei materiali. Come specificato nel comunicato, infatti, “nelle linee guida di questi materiali si sconsiglia vivamente di farli bruciare vicino ad aree popolate e di transito, come di evitare di smaltirli in terra senza alcun tipo di protezione in quanto altamente inquinanti”.
Nei giorni scorsi hanno avuto luogo diverse operazioni di polizia nei confronti degli attivisti No Tav, tra i quali l’arresto di Stefano Mangione, giustificato dal tentativo di appendere uno striscione in sostegno a una militante sotto processo al di fuori del Tribunale di Torino. Il 10 marzo, inoltre, 2 arresti e 11 misure cautelari sono stati messi in atto contro 13 attivisti, per fatti avvenuti nel 2020. In quest’occasione sono anche stati perquisiti i presidi di San Didero e dei Mulini, ma non è chiaro cosa le forze dell’ordine stessero cercando. Mentre è evidente una certa solerzia nell’intraprendere azioni contro il movimento, rappresentato a livello mediatico come un gruppo composto da violenti che lottano senza una causa, non si può dire che lo stesso trattamento sia riservato nei confronti di coloro occupati nella costruzione della grande opera.
“In Val Susa ormai sembra valere tutto: dalla militarizzazione, alla repressione dei manifestanti, alla violazione delle norme, anche quelle che sono finalizzate a tutelare i cittadini” dichiara Francesca Frediani del Movimento 4 Ottobre, il progetto politico nato in Piemonte in seno al Movimento 5 Stelle. “Ci aspettiamo che gli enti preposti si attivino con celerità e approfondiscano la situazione, per chiarire se e come siano state eseguite le procedure di smaltimento dei rifiuti”.
«Non vorremmo che la logica del ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire, che ha dichiarato la totale guerra finanziaria ed economica alla Russia, trovasse seguaci in Italia e provocasse una serie di corrispondenti conseguenze irreversibili»: è quanto avrebbe dichiarato all’agenzia Ria Novosti il direttore del dipartimento europeo del ministero degli Esteri russo, Alexei Paramonov. «Ci aspettiamo che a Roma, come in altre capitali europee, tornino comunque in sé, ricordino gli interessi profondi dei loro popoli, le costanti pacifiche e rispettose delle loro aspirazioni di politica estera», avrebbe in tal senso aggiunto Paramonov.
«Ha nevicato giusto l’altro ieri notte, ma non è neve che durerà questa: ne abbiamo già persi almeno 10 centimetri» afferma Roberto, uno dei gestori del rifugio Mila, mentre mi sporge un caffè caldo dall’altra parte del bancone del bar. All’interno della grande sala da pranzo vi siamo solo io e un altro paio di avventori. Tillo, il cane-mascotte della struttura, gironzola per la sala scodinzolando. Fuori dalle finestre il bacino del lago e le pendici della montagna sono ammantati da una coltre bianca abbagliante: lo strato, tuttavia, è molto sottile e in qualche punto sta già cominciando a sciogliersi e mischiarsi con la terra sottostante.
Siamo a Ceresole Reale, nella valle dell’Orco, a un’ora e mezza di macchina da Torino. L’altitudine è oltre i 1600 metri. «L’ultima volta che ha nevicato è stato l’8 dicembre scorso: da allora non abbiamo più avuto precipitazioni» racconta Roberto. Sono trascorsi 95 giorni prima che la neve tornasse a imbiancare la valle. Solo a quest’altitudine, e solo per una notte. «Noi risentiamo anche dell’impatto che questa situazione ha sul turismo, perché molta gente veniva al lago per praticare lo sci di fondo e poi si fermava qua al rifugio. Gli ultimi sciatori sono venuti il 10 dicembre, ma poi la neve si è sciolta». La portata del lago, un immenso bacino dal perimetro di circa 8 chilometri, arriva a 35 milioni di metri cubi quando si trova a pieno regime. «Al momento rimangono circa tre milioni di metri cubi. Iren non lo svuota mai del tutto, anche per garantire la vita della fauna qui intorno».
«È chiaro che trattandosi di un lago artificiale normalmente viene svuotato due volte all’anno, in primavera e autunno, per aspettare che si riempia nuovamente per effetto dello scioglimento della neve e dei ghiacciai in alta quota in estate e per effetto delle precipitazioni primaverili e autunnali, ma è circa un anno e mezzo che di acqua qui non ne abbiamo». Secondo Roberto, in questi giorni particolari a influire sulla quantità d’acqua residua è anche il caro prezzi dell’energia. «Ovviamente con quello che costa l’energia in questo periodo, Iren utilizza tutta l’acqua che può: appena c’è n’è un po’ viene immediatamente utilizzata». Il lago di Ceresole alimenta infatti la centrale idroelettrica di Rosone, un paese poco più a valle, di proprietà di Iren, in grado di produrre 250 Gigawattora all’anno.
Raggiungo la postazione di Iren a piedi, percorrendo il margine del lago dal lato abitato. Nella valle regna un silenzio quasi totale spezzato solo dal rumore dei miei scarponcini che affondano nella neve e dal respiro affannoso del mio cane che corre su e giù senza sosta. «Come dipendenti Iren non siamo autorizzati a rilasciare dichiarazioni» mi dicono i guardiani una volta raggiunta la loro postazione a lato della diga, «ma come residenti della zona possiamo dirti questo: il lago d’inverno è sempre vuoto, non è una novità questa. Certo, però, questa è una zona dove d’inverno vengono anche due metri e mezzo di neve. Quest’anno ne sono scesi appena pochi centimetri». «In questo periodo dovrebbe appena iniziare a sciogliersi la neve in alta quota, quindi il lago e i torrenti dovrebbero iniziare a breve ad avere una portata più grande. Il problema è l’assenza di precipitazioni. Il lago d’inverno è sempre stato praticamente vuoto, ma coperto dalla neve. Quest’anno non ne è scesa nemmeno un po’». Mentre parliamo mi indicano i punti lungo le pendici delle montagne dove si trovano i letti asciutti dei torrenti che fanno da affluenti al torrente Orco, che serpeggia per circa 90 km nella valle prima di gettarsi nel Po.
La diga del lago di Ceresole
«Le anomalie termiche sono state impressionanti: a dicembre di un grado superiore alla norma, a gennaio quasi due, 1.9 per la precisione». Stefano Fenoglio, esperto di ecologia fluviale e tra i fondatori del Centro per lo Studio dei Fiumi Alpini (AlpStream), dipinge un quadro della situazione attuale abbastanza preoccupante. «Oltre i tremila metri c’è stato lo zero termico per giorni e giorni» mi spiega al telefono, «Se non piove e le temperature fondono quello che era presente grazie alle precipitazioni precedenti si verificano dei deficit idrici, che si traducono nel fatto che adesso in molti fiumi c’è la metà dell’acqua che dovrebbe esserci in questo periodo». Riguardo la situazione del lago di Ceresole, Fenoglio mi spiega che il fatto che sia senza acqua «è un grosso allarme, perché è un lago grosso e il fatto che i fiumi che vi dovrebbero portare l’acqua siano a secco è grave. Se si svuota perché non si ricarica più è un discorso ben diverso dal fatto che si svuota perché è l’uomo a farlo».
Il problema della siccità non si presenta solo in alta quota. Costeggiando il Po lungo i Murazzi, a Torino, non si può non rimanere impressionati dall’immagine delle pietre e del fondale che in certi punti affiorano in superficie, uno spettacolo anomalo in quasi tutte le stagioni. «Ci sono dei casi come il Po, dove la portata d’acqua è dimezzata, o come il Pellice o lo Stura di Piemonte, ancora più gravi perché l’acqua è il 70% in meno rispetto alla media stagionale» afferma Fenoglio. Il dato più preoccupante, a suo parere, è che non si tratti di un fenomeno episodico quanto di un trend che si ripete da anni: «Questo è l’ottavo anno di fila nel quale si registrano problemi di approvvigionamento idrico. Sicuramente, quest’anno è stato particolarmente siccitoso rispetto ad altri».
Il fiume Po all’altezza dei Murazzi, a Torino
L’allarme per la siccità in Piemonte è stato lanciato anche dall’Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po, che sottolinea come nel Nordovest la situazione particolarmente grave. In questa zona sono stati registrati ovunque oltre 90 giorni senza precipitazioni significative. A causa di ciò, il Po si trova ai valori minimi dal 1972, dato che definisce una situazione di “estrema siccità idrogeologica”. Le ripercussioni sull’agricoltura e sulla produzione di energia idroelettrica potrebbero rivelarsi assai gravi, dal momento che “la disponibilità d’acqua attuale difficilmente potrà colmare i fabbisogni della prima parte dell’estate”.
Il problema, mi spiega Fenoglio, ha anche ben altra portata. Oltre alla quantità di acqua disponibile, infatti, vi è anche una questione di qualità, che non va affatto trascurata. «Un fiume riesce a depurare anche in base alla quantità di acqua che ha a disposizione. I depuratori funzionano perché c’è un certo numero di abitanti equivalenti, cioè di persone che immettono i propri scarichi nei fiumi, e un certo volume del corpo recettore, ovvero la quantità di acqua nella quale noi versiamo i reflui del depuratore. Il numero di abitanti equivalenti è sempre lo stesso, ma la portata dei fiumi è crollata: molti fiumi ora sono inquinati non perché noi inquiniamo di più, ma perché c’è meno acqua e ciò che vi viene immesso rimane più concentrato. La qualità dell’acqua peggiora di conseguenza: questo ha certo una serie di impatti notevoli, perché l’acqua potrebbe finire per non essere più utilizzabile». A Torino la scuola di dottorato Sustnet si occupa dello studio della qualità dell’acqua e delle possibili soluzioni future.
La coltre grigia che incombe su Ceresole nella mattinata fa sperare in una nuova prossima nevicata. Nel primo pomeriggio, tuttavia, le nuvole si squarciano lasciando spazio al cielo azzurro e a un sole tiepido. Presto di tutto questo bianco non vi sarà più traccia. Il pensiero suscita in me una sorda malinconia. Seduta all’esterno del rifugio Mila, mentre i cani giocano rincorrendosi in quel deserto di neve, fumo un’ultima sigaretta prima di rientrare a Torino.
Presso la Corte Federale di San Josè, in California, è stata presentata un’azione legale contro Google, accusata di sistematici pregiudizi razziali nei confronti dei dipendenti di colore. La società li destinerebbe infatti allo svolgimento di mansioni di livello inferiore, non adeguatamente retribuiti e senza possibilità di avanzamenti di carriera. Secondo l’accusa, i dipendenti di colore rappresenterebbero appena il 4,4% dei dipendenti dell’azienda.
‘La condizione umana’, 1933, è in quell’anno titolo di un quadro di René Magritte e di un romanzo di André Malraux. Magritte mostra da surrealista le ambiguità di un quadro di paesaggio con una cornice equivoca, che fa confondere realtà e sua rappresentazione.
Il romanzo di Malraux segue con ansia crescente, da thriller cinematografico, l’insurrezione di Shanghai del 1927 con l’emergere degli scontri delle fazioni e il cambiamento di rotta di Chiang Kai-shek.
Nel tumulto della lotta, nel destino travolgente di milioni di persone, quello che si manifesta è però la solitudine e l’incrocio di inganni e agguati che minano la fiducia in un potere che si nutre di tradimenti, mettendo nelle condizioni ciascuno di decidere da solo, quasi con il puro istinto di sopravvivenza.
Si tratta di una tematica presa in carico qualche anno dopo, 1938, anche da Jean Paul Sartre ne “La nausea”. Un’opera, quella di Malraux, che avrebbe ispirato lo straordinario film: “Apocalypse now” di Francis Ford Coppola: le guerre coinvolgono le masse ma sono decise da pochi individui la cui esaltazione è causa psicologica e ambientale di guasti irreparabili.
La follia è prima di tutto paura, poi solitudine, scriveva Dostoevskij in “Delitto e castigo”, ma ancor prima è perdita dei contorni tra illusione e realtà, come mostrava la finestra sul mondo di Magritte.
Una realtà, però, totalmente disabitata, nelle mani di pittori che non conosciamo perché restano al di fuori di quel che ci è dato vedere.
Un velivolo militare statunitense è precipitato nel corso di un’esercitazione NATO in Norvegia. A bordo vi erano 4 Marines, ma al momento non si hanno ulteriori notizie sulla loro sorte. L’esercitazione alla quale il velivolo stava prendendo parte è denominata Cold Risponse ed ha l’obiettivo di testare la capacità della Norvegia di ricevere rinforzi esterni in caso di aggressione. La causa dell’incidente è “sotto indagine”: al momento si sa solamente che le condizioni meteorologiche erano alquanto difficili e in via di peggioramento.
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