martedì 17 Marzo 2026
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Il Governo della “transizione” spinge su nuovi rigassificatori e inceneritori

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Il governo, attraverso un decreto legge approvato lunedì scorso, ha dato il via libera a delle nuove figure istituzionali: dei commissari per i rigassificatori e per gli inceneritori. Nulla di simile, invece, è stato pensato per guidare l’indispensabile sviluppo delle energie rinnovabili. Nel mentre, per fronte alla crisi energetica, si punta però a far lavorare a pieno regime 4 centrali a carbone, il più impattante tra i combustibili fossili. Eppure il decreto legge, varato “in materia di politiche energetiche nazionali, produttività delle imprese e attrazione degli investimenti, nonché di politiche sociali e di crisi in ucraina”, dovrebbe portare – come spiegato dallo stesso Premier Mario a Draghi – a numerose liberalizzazioni e semplificazioni volte ad accelerare la transizione ecologica.

Ma sul fronte delle rinnovabili non sembra sia stato fatto un decisivo passo in avanti. Al contrario, per ospitare il Gas Naturale Liquefatto degli Stati Uniti – che di sostenibile ha poco o niente – è stata pensata perfino una figura ad hoc. Il governo ha infatti stabilito che «saranno nominati uno o più Commissari straordinari da dedicare alle opere finalizzate all’incremento della capacità di rigassificazione nazionale e alla realizzazione di nuove unità galleggianti di stoccaggio e rigassificazione, nonché le connesse infrastrutture». Secondo Palazzo Chigi, si tratta di «interventi di pubblica utilità, indifferibili e urgenti». Ma l’urgenza non era abbandonare, immediatamente, ogni fonte fossile? A quanto pare la crisi energetica, per ora, batte la crisi climatica. Discorso a parte va invece fatto per la decisione, prevista dal medesimo decreto, di istituire dei commissari per l’incenerimento dei rifiuti. Anzi, un commissario: per la precisione, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri. ln questo modo, il primo cittadino della Capitale potrà operare in deroga al Piano rifiuti della Regione Lazio, andando a gestire direttamente i rifiuti della città, regolamentando le attività di gestione, elaborando il piano per la bonifica delle aree inquinate, nonché approvando i progetti di nuovi impianti (alias, il nuovo termovalorizzatore).

Per quanto apparentemente contraddittoria, quest’ultima misura, se non altro, potrebbe finalmente sbloccare l’annosa e drammatica situazione rifiuti romana. Di veramente irragionevole c’è altro. Come, ad esempio, il costruire in fretta e furia nuove infrastrutture da dedicare alla trasformazione di una fonte fossile proveniente dall’altra parte dell’oceano e impattante in ogni sfumatura del suo ciclo di vita. Oppure, sempre in nome della crisi energetica, il far lavorare a pieno regime 4 centrali a carbone che erano in via dismissione.  «Una fase transitoria – dichiarano dai vertici – che durerà 12, massimo 24 mesi. Le centrali emetteranno più CO2, ma nel frattempo accelereremo così tanto con le rinnovabili che tali emissioni verranno presto compensate». Presto, quando? Non è dato saperlo. Nel frattempo, 170 GW di energia pulita da solare ed eolico restano al palo.

[di Simone Valeri]

Frontex, Parlamento UE si rifiuta di approvare il budget

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Il Parlamento europeo ha rimandato a questo autunno il discarico del bilancio 2020 di Frontex, ovvero la procedura di verifica (e approvazione) delle spese effettuate, lanciando così un forte segnale politico nei confronti dell’agenzia. Tra le motivazioni figurano le indagini in corso sull’operato dell’agenzia da parte dell’Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF). I deputati hanno dichiarato di non poter prendere una decisione informata riguardo la procedura di discarico in quanto non hanno ancora potuto leggere la relazione completa dell’indagine. Il capo di Frontex, Fabrice Leggeri, ha rassegnato le proprie dimissioni la scorsa settimana.

Giovanni Melillo: il nuovo procuratore antimafia non piace all’antimafia

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Ha vinto il candidato meno noto all’opinione pubblica e carrieristicamente più “contiguo” al potere politico, ha perso una delle personalità più celebri della lotta alla criminalità organizzata. È questo il bilancio della votazione del Consiglio Superiore della Magistratura, che ha nominato il nuovo Procuratore Nazionale Antimafia: l’ha spuntata il capo della Procura di Napoli Giovanni Melillo, che ha prevalso sul Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri per 13 voti a 7 e prenderà il posto di Cafiero De Raho, dimessosi dal vertice della Direzione Nazionale Antimafia a Febbraio. Per la nomina non è stato dunque necessario ricorrere al ballottaggio, come si era ipotizzato negli scorsi giorni, poiché Melillo ha ottenuto la maggioranza assoluta del plenum: a favore del vincitore hanno votato i 5 membri togati di “Area” e i 3 togati di “Unicost”, i vertici della Cassazione, il primo presidente Pietro Curzio e il procuratore generale Giovanni Salvi, i componenti laici Alberto Benedetti e Filippo Donati (quota 5 Stelle) e Michele Cerabona (Forza Italia). Hanno invece votato per Gratteri i due togati di “Autonomia&Indipendenza” Giuseppe Marra e Ilaria Pepe, i membri laici Stefano Cavanna ed Emanuele Basile (quota Lega), così come l’altro laico in quota 5 Stelle Fulvio Gigliotti; ma i voti simbolicamente più “pesanti” espressi a favore del Procuratore di Catanzaro sono arrivati dai togati “indipendenti” Nino Di Matteo (che è stato pm del processo “Trattativa Stato-mafia”) e Sebastiano Ardita (per nove anni direttore dell’Ufficio detenuti del Dap), bandiere di quelle associazioni antimafia che si trovano sulle barricate in seguito alle pronunce giurisprudenziali e ai provvedimenti legislativi che, negli ultimi anni, hanno depotenziato il cosiddetto “sistema Falcone”, imperniato sul 41-bis, sull’ergastolo ostativo e sullo strumento della collaborazione con la giustizia dei “pentiti” di mafia.

Gratteri, il magistrato anti-‘ndrangheta più noto dello Stivale, sotto scorta dal 1989, è l’autore del Maxiprocesso alla mafia calabrese “Rinascita-Scott“, il più importante processo a un’organizzazione mafiosa dopo il Maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino contro gli uomini di Cosa Nostra.

Melillo è in magistratura dal 1985. Dopo un’esperienza come pretore a Barra e a Napoli, nel ’91 diviene sostituto procuratore del capoluogo campano. Nel 1999 viene collocato fuori ruolo come magistrato addetto al Segretariato generale della Presidenza della Repubblica. Dal 2001 al 2009 passa alla Direzione Nazionale Antimafia, dove lavora come sostituto. Nel 2009 torna a Napoli, svolgendo le funzioni di procuratore aggiunto. Dal 2014 è di nuovo fuori ruolo: diventa infatti capo di gabinetto del Ministro della Giustizia Andrea Orlando. Nel 2017 è sostituito pg a Roma e, nell’estate dello stesso anno, viene nominato al vertice della procura di Napoli.

Nella discussione che ha anticipato il voto del Csm, Nino Di Matteo ha sottolineato la “maggiore e più spiccata idoneità allo scopo del procuratore Gratteri, il più idoneo a dare rinnovato slancio alla Direzione Nazionale Antimafia”. Per il giudice palermitano, bersaglio nel 2013 delle minacce di Totò Riina dalle mura del carcere di Opera, Gratteri è “uno dei magistrati più esposti al rischio. Sono state acquisiste notizie circostanziate di possibili attentati nei suoi confronti poiché in ambienti mafiosi ne percepiscono l’azione come un ostacolo e un pericolo concreto. In questa situazione una scelta eventualmente diversa suonerebbe inevitabilmente come una bocciatura del dottor Gratteri e non verrebbe compresa da quella parte di opinione pubblica ancora sensibile al tema della lotta alla mafia e agli occhi dei mafiosi risulterebbe come una presa di distanza istituzionale da un magistrato così esposto. Dobbiamo avvertire la responsabilità di non cadere negli errori che in passato, troppe volte, hanno tragicamente marchiato le scelte del Csm in tema di lotta alla mafia e che in certi casi hanno creato quelle condizioni di isolamento istituzionale che hanno costituito il terreno più fertile per omicidi e stragi“.

Anche Ardita, con parole molto nette, ha sottolineato l’importanza dell’appuntamento e la necessità “storica” della nomina di Gratteri come nuovo Procuratore Antimafia: “È come se la storia non ci avesse insegnato nulla. La tradizione del Csm è di essere organo abituato a deludere le aspirazioni professionali dei magistrati particolarmente esposti nel contrasto alla criminalità organizzata, finendo per contribuire indirettamente al loro isolamento. L’esclusione di Gratteri sarebbe non solo la bocciatura del suo impegno antimafia, ma un segnale devastante a tutto l’apparato istituzionale e al movimento culturale antimafia”.

Entrambi, senza citarlo testualmente, hanno evocato un episodio tristemente noto: la bocciatura di Giovanni Falcone, reduce dalla vittoria al Maxiprocesso e pronto a succedere ad Antonino Caponnetto come nuovo capo dell’ufficio istruzione al Tribunale di Palermo, da parte dei membri del Csm nel 1988. Allora, i componenti del plenum gli preferirono il magistrato Antonino Meli, la cui biografia era però scevra di esperienze professionali nel campo della lotta alla mafia.

Un paragone azzardato? Forse. Quel che è certo, senza nulla togliere a Melillo, è che a pochi giorni dal trentennale dalla morte di Giovanni Falcone, che fu l’ideatore della DNA, le frange più attente e attive del movimento antimafia, abituate a scorgere nei dettagli della memoria storica le stelle polari per la battaglia contro il potere mafioso, speravano in un esito ben diverso.

[di Stefano Baudino]

Decreto riaperture: la Camera approva la fiducia

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La Camera dei Deputati ha approvato il disegno di legge di conversione del decreto riaperture con 395 favorevoli e 46 contrari. Il provvedimento, su cui il governo ha posto la fiducia martedì scorso, passerà ora all’esame del Senato. Al suo interno sono contenute le “disposizioni urgenti per il superamento delle misure di contrasto alla diffusione dell’epidemia da Covid, in conseguenza della cessazione dello stato di emergenza”, che spaziano dall’utilizzo della mascherina all’obbligo vaccinale, passando per la didattica digitale integrata e la gestione dei casi di positività.

Mercoledì 4 maggio

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7.00 – Zelensky (presidente Ucraina): nostro obiettivo è ripristinare integrità territoriale, Donbass incluso.

8.00 – Usa, proteste a New York e molte grandi città per il diritto all’aborto minacciato dalla Corte Suprema.

9.00 – Toscana, non si ferma la lotta contro la nuova base militare: centinaia a presidio di protesta.

9.30 – Italia, 19 piccole isole diventano laboratori di sostenibilità ecologica, stanziati i finanziamenti.

10.00 – UE approva nuove sanzioni a Mosca, ma embargo petrolio entrerà in vigore tra sei mesi per opposizioni di diversi paesi membri.

12.40 – Melillo nuovo procuratore nazionale Antimafia al posto di Gratteri, scontento delle associazioni antimafia.

13.50 – Mascherine, governo decide che resta obbligo in tutti i casi di “condivisione degli ambienti di lavoro, anche all’aperto”.

16.00 – Kharkiv, le forze ucraine espongono in strada cadaveri di soldati russi disponendoli a Z sulla strada, proteste di Mosca.

17.00 – A Firenze un Musigny Domaine Leroy del 2008 è stato battuto all’asta a 67.375 euro, record per una bottiglia di vino in Italia.

18.30 – Il Copasir effettuerà un approfondimento “sull’ingerenza straniera e sulla disinformazione” nei programmi d’informazione sulla guerra in Ucraina.

20.00 – Cina, sono 343 milioni in 46 città i cittadini obbligati in lockdown per l’aumento dei casi Covid.

21.00 – Ucraina, tregua ad acciaierie Azovstal per evacuare i civili, da domani per i prossimi tre giorni.

 

Russia sospettata di aver violato spazio aereo Finlandia

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Un elicottero militare russo è sospettato di aver violato lo spazio aereo della Finlandia: a comunicarlo, secondo quanto riportato dalla radiotelevisione di Stato finlandese Yle, sarebbe stato il Ministero della Difesa di Helsinki. La violazione dello spazio aereo si sarebbe precisamente verificata oggi lungo il confine orientale della Finlandia, tra le città di Kesälahti e Parikkala, intorno alle 10:40. Per tale motivo, la Guardia di frontiera finlandese avrebbe dunque aperto un’indagine preliminare sull’accaduto. «Questa è la seconda violazione dello spazio aereo commessa da un aereo russo quest’anno», avrebbe inoltre affermato il portavoce del Ministero, Kristian Vakkuri.

Andrea Costa assolto da tutte le accuse: l’assistenza umanitaria non è reato

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Assolto da tutte le accuse in quanto “il fatto non sussiste”: così si conclude la vicenda giudiziaria di Andrea Costa, presidente della onlus romana Baobab Experience, che lo ha visto accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Costa aveva infatti aiutato 9 migranti ad acquistare biglietti di treni e autobus per recarsi presso il Campo della Croce Rossa di Ventimiglia, dopo che il presidio dove avevano trovato rifugio a Roma era stato sgomberato dalle forze dell’ordine. È stato lo stesso pubblico ministero chiedere di far decadere tutte le accuse. La vicenda, pur nel suo esito positivo, è da inscrivere in un più ampio contesto di criminalizzazione dell’attività umanitaria che avviene in Italia ai danni degli operatori delle ONG, dalla quale questi non sono tutelati per via di una legislazione incompleta. 

Le indagini a carico di Andrea Costa sono state avviate nel 2016, quando la Direzione nazionale antimafia inizia a indagare su presunti guadagni illeciti dell’associazione intascati con il pretesto dell’accoglienza. Il via libera alle indagini lo ha fornito una conversazione telefonica, giunta dopo mesi di intercettazioni, nel corso della quale Costa parlava di aiutare 8 migranti somali e uno proveniente dal Ciad a raggiungere il campo della Croce Rossa a Ventimiglia acquistando biglietti di treni e autobus. Il presidio di Via Cupa, a Roma, all’interno del quale erano ospitati i migranti era infatti stato sgomberato proprio pochi giorni prima. La condotta di Costa è stata in quel frangente equiparata a quella dei trafficanti di esseri umani, motivo per il quale lui e altri volontari dell’associazione sono finiti nel mirino degli inquirenti.

La nozione stessa di trafficante, tuttavia, implica la definizione di un soggetto che trae vantaggio (verosimilmente economico) dal commercio che porta avanti, in questo caso quello di vite umane. In molti stati europei (non in Italia) la legislazione prevede una distinzione tra l’intervento delle azioni umanitarie e quello dei trafficanti proprio in base al profitto materiale che se ne ricava. Per tale motivo è stato possibile perseguire Costa e per tale motivo, denuncia Amnesty, è quantomai urgente una riforma dell’art. 12 del Testo Unico sull’Immigrazione, riguardante le Disposizioni contro le immigrazioni clandestine

Baobab Experience è una realtà nata nel 2015 “per sopperire alle mancanze delle Istituzioni nella tutela delle persone migranti”. Il 2015 è infatti uno degli anni di maggior afflusso dalle coste nordafricane e le Istituzioni italiane, con le loro carenze e la mancata volontà di costruire un sistema di accoglienza integrato e funzionante, hanno fatto molta fatica a gestire i flussi. Come fatto notare dalla stessa onlus sul proprio sito, anni di lotta all’immigrazione illegale non hanno mai portato all’arresto dei “trafficanti di esseri umani” contro i quali si scaglia la politica. Al contrario, ad essere attaccate sono state più e più volte le ONG e i loro operatori. Nemmeno l’operato della Guardia Costiera Libica, nonostante le evidenze riguardo la sua condotta criminale, è mai stato messo in discussione.

La solidarietà nei confronti di Andrea Costa ha valicato i confini nazionali. Mary Lawlor, relatrice speciale dell’ONU sui difensori dei diritti umani, ha sottolineato in un tweet come il processo “non avrebbe mai dovuto avere inizio” e come “Bisogna smettere di criminalizzare la solidarietà con i migranti”.

Il portavoce di Amnesty, Riccardo Noury, ha anch’egli ricordato come questa indagine si incardini nel contesto “di quel filone della criminalizzazione della solidarietà che ha fatto sì che in questi anni singole persone e organizzazioni di ricerca e soccorso di solidarietà siano state ostacolate e bloccate nella loro azione di difesa dei diritti umani”.

[di Valeria Casolaro]

 

Il Mali ha rotto definitivamente gli accordi con i colonizzatori francesi

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Per il Mali la settimana appena cominciata ha confermato quello che già da tempo era nell’aria: la giunta militare a capo del Paese ha annunciato la fine degli accordi militari presi con la Francia nel 2014. Stipulati con l’intento di combattere il terrorismo jihadista nella zona, i patti – avviati sotto la presidenza Hollande – includevano l’intervento dell’esercito francese per addestrare e assistere le forze militari del Mali.

“Il governo della Repubblica del Mali ha deciso di denunciare (e rinunciare) in primo luogo, il trattato di cooperazione in materia di difesa del 16 luglio 2014. E in secondo luogo e con effetto immediato, l’accordo del 7 e 8 marzo 2013, che determina lo statuto del distaccamento francese della forza Barkhane, e il protocollo aggiuntivo del 6 e 10 marzo 2020, che determina lo statuto dei distaccamenti stranieri della forza Takuba”, ha dichiarato il colonnello Abdoullaye Maiga, portavoce della Giunta.

Perché la decisione di interrompere il legame militare non è stata una sorpresa?

In realtà il fatto che tra Francia e Mali le cose non andassero più bene, era ormai chiaro da molti mesi. L’esercito di Macron aveva già iniziato a lasciare il Paese a inizio febbraio, dopo la decisione presa nel giugno del 2021, quando il Presidente aveva annunciato la fine delle operazioni “Barkhane” e “Takuba”.

Secondo Macron erano venute a mancare le condizioni per proseguire l’accordo. Anche per il Governo maliano qualcosa andava cambiato: a suo dire i patti erano ormai squilibrati e non paritari e le violazioni della sovranità nazionale estremamente frequenti.

Il declino dei rapporti tra i due paesi era comunque già iniziato tempo prima, dopo i due colpi di stato: rispettivamente quelli del 2020 e del 2021. Entrambi guidati dal colonnello Assimi Goïta, hanno incrinato in maniera definitiva i patti fino a quel momento esistenti. C’entra però anche la Russia. La Francia ha più volte lamentato di un eccessivo avvicinamento del paese africano a Putin e al gruppo Wagner, mercenari russi che tecnicamente a partire da dicembre hanno preso il posto di quelli occidentali sul territorio.

C’entra anche, però, una certa insoddisfazione nei confronti della Francia, che di fatto era ed è rimasta nel ruolo di colonizzatrice. La giunta militare ha infatti più volte contestato l’atteggiamento delle forze francesi, accusate di non coinvolgere il Mali nelle decisioni che invece riguardavano proprio il paese. Sarebbe “l’atteggiamento unilaterale del partner francese, che ha deciso il 3 e il 7 giugno 2021, senza consultare il Mali, di sospendere le operazioni congiunte con le forze armate maliane e porre fine all’operazione Barkhane” che avrebbe portato ad una rottura definitiva dei rapporti. E qualcuno se n’era accorto anche dall’altra parte. L’ex-ministro della Difesa francese Hervé Morin aveva ribadito che “siamo arrivati per combattere il terrorismo e ricostruire uno stato su un accordo politico e sembriamo sempre più una forza di occupazione”.

La decisione del Mali pesa – e non poco – sulla Francia, così come in generale tutto l’andamento di una missione militare – una delle più lunghe tra l’altro – che in sostanza ha tendenzialmente creato più danni anziché porre rimedio. Con l’abbandono del Mali, il paese perde infatti una delle regioni strategicamente più importanti per Parigi nel territorio africano.

Quindi non ci saranno più forze occidentali nel paese? Diciamo di no. L’attuale contingente militare francese presente in Mali (circa 4.300 soldati dispiegati nel Sahel, di cui 2.400 nel solo Mali), si sposterà nei paesi vicini.

Un bel cambiamento visto che le truppe francesi erano in Mali dal 2013. Inizialmente su richiesta del governo locale, che si rivolse a Parigi, per contrastare i ribelli Tuareg e i gruppi armati legati ad al-Qaeda che, dopo aver conquistato le regioni del nord, stavano marciando sulla capitale Bamako. Dopo un primo intervento, la Francia poi con il supporto di altri paesi decise quindi di ampliare l’aiuto militare dando il via all’operazione Barkhane.

Composta da oltre 5.000 soldati, Barkhane aveva il compito di riportare stabilità non solo in Mali ma in tutta la regione del Sahel. Agli sforzi francesi in Mali si unirono anche le Nazioni Unite con l’operazione MINUSMA e l’invio di oltre 12.000 caschi blu. Ma negli anni nel paese si è assistito alla progressiva crescita dei gruppi fondamentalisti: sono stati diversi in questi anni gli attacchi in Mali da parte di organizzazioni terroristiche legate allo Stato Islamico e ad Al Qaeda. Simbolo che, nonostante la presenza massiccia di truppe, le missioni delle potenze europee e internazionali hanno fatto acqua da tutte le parti.

[di Gloria Ferrari]

Russia: vietato ingresso nel territorio a premier giapponese Kishida

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La Russia ha deciso di vietare l’ingresso nel suo territorio a 63 cittadini giapponesi: tra questi, il primo ministro del Giappone Fumio Kishida oltre che il ministro degli Esteri Yoshimasa Hayashi e il ministro della Difesa Nobuo Kishi. A renderlo noto è stato proprio il ministero degli Esteri russo, il quale tramite una nota ha fatto sapere che la decisione di “vietare a tempo indeterminato l’ingresso nella Federazione Russa” a tali soggetti è stata presa poiché “l’amministrazione di Fumio Kisida ha lanciato una campagna anti-russa senza precedenti” sostenuta, tra l’altro, da “personaggi pubblici, esperti e rappresentanti dei media del Giappone”. È per questo, dunque, che all’interno della lista degli individui sanzionati compaiono anche direttori di media giapponesi, giornalisti, membri della comunità accademica e numerosi parlamentari giapponesi.

Libertà di stampa: l’Italia sprofonda al 58° posto nella classifica mondiale

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È uscito il nuovo World Press Freedom Index – una classifica annuale che valuta lo stato del giornalismo e il suo grado di libertà in 180 paesi del mondo – e per l’Italia non ci sono buone notizie. Il nostro paese occupa attualmente la 58esima posizione, perdendo 17 posti rispetto al 2021 e al 2020 (quando invece era stabile alla 41esima posizione). L’Italia è stata superata anche da Gambia e Suriname. Nel report, realizzato grazie a interviste rilasciate dai cronisti in forma anonima, la principale novità rispetto agli anni scorsi è legata all’autocensura, ammessa da diversi giornalisti.

Un cambio di rotta che inverte una tendenza che a partire dal 2016 sembrava andare in positivo. Da quell’anno infatti la condizione del giornalismo in Italia aveva fatto un balzo avanti rispetto, ad esempio, a sei anni fa, quando il paese era 77esimo su 180. Il 2022, quindi, ha segnato una battuta d’arresto, dovuta a molteplici fattori.

Come accennato, uno dei fattori che ha particolarmente influenzato la discesa in graduatoria dell’Italia, è l’autocensura: “i giornalisti a volte cedono alla tentazione di autocensurarsi, o per conformarsi alla linea editoriale della propria testata giornalistica, o per evitare una denuncia per diffamazione o altre forme di azione legale, o per paura di rappresaglie da parte di gruppi estremisti o della criminalità organizzata”, si legge nel report.

Il rapporto punta il dito anche su “un certo grado di paralisi legislativa”, spiegando che questa stagnazione governativa sta “frenando l’adozione di vari progetti di legge”, che avrebbero invece l’obiettivo di tutelare l’attività giornalistica. Nello specifico, queste normative andrebbero a circoscrivere meglio il reato di diffamazione (che ad oggi è descritto nell’articolo 595 del codice penale e “si concreta nell’offesa all’altrui reputazione operata a mezzo della stampa) e ad alleggerire delle procedure burocratiche che rendono “più complesso e laborioso per i media nazionali accedere ai dati detenuti dallo stato”. Soprattutto durante e dopo la pandemia.

Rimanendo sull’argomento, il World Press Freedom Index si è espresso anche sulla situazione generata dall’arrivo del coronavirus, e che principalmente ha causato una grossa crisi economica in tutto il paese. Questa difficoltà si è tradotta spesso in una dipendenza dei media dal denaro e “dagli introiti pubblicitari e da eventuali sussidi statali, mentre anche la carta stampata sta affrontando un graduale calo delle vendite”.

Una pressione e intromissione statale che ha avuto modo di farsi notare anche nella “polarizzazione della società italiana durante la pandemia”. Da questo punto di vista il rapporto sottolinea i pur sparuti casi di “giornalisti oggetto di aggressioni verbali e fisiche perpetuate durante le proteste contro le misure adottate dalle autorità per combattere la pandemia”. Non si lega invece la denunciata autocensura dei giornalisti al clima di polarizzazione che è stato alimentato dai media stessi, dove non si può certo dire che le opinioni di minoranza siano state ospitate in modo degno, ma spesso stigmatizzate.

Andando oltre l’Italia, come se l’è cavata il resto del mondo?

La vetta della classifica stilata da “Reporter senza frontiere” vede la Norvegia al primo posto, seguita da Danimarca e Svezia. Anche la Germania, come l’Italia, perde alcune posizioni, scendendo dalla 13esima alla 16esima. Un balzo invece per il Regno Unito che passa dalla 33 alla 24. L’ultimo posto spetta invece alla Corea del Nord, preceduta da Eritrea e Iran. La Russia si piazza al 155esimo posto su 180.  

In generale, l’indice ha comunque rilevato che il 73% dei paesi considerati è caratterizzato da situazioni gravi o comunque problematiche per giornalismo e giornalisti. Solo 8 paesi (rispetto ai 12 dell’anno scorso) possono dirsi in una “buona situazione”.

[di Gloria Ferrari]