domenica 1 Marzo 2026
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Raid pakistano provoca 45 morti in Afghanistan: cresce la tensione tra i due Paesi

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Il 16 aprile due attacchi missilistici hanno provocato in Afghanistan almeno 45 vittime, tra cui diversi bambini. Il portavoce del governo talebano, Zabihullah Mujahid, ha affermato che: «L’Emirato islamico dell’Afghanistan condanna nei termini più forti possibili i bombardamenti e gli attacchi provenienti dal Pakistan». Si tratta di «una crudeltà che sta aprendo la strada all’inimicizia tra i due Paesi». Secondo le prime ricostruzioni, gli attacchi sarebbero avvenuti in rappresaglia per l’uccisione di sette soldati pakistani caduti in un’imboscata nella regione del Nord Waziristan, lungo il confine con l’Afghanistan. Nelle ore successive ai bombardamenti, centinaia di civili di Khost, una delle province afghane colpite (l’altra è Kunar), si sono riversati nelle strade al grido di slogan anti-Pakistan.

Centinaia di manifestanti a Khost, una delle 34 province afghane

Le tensioni tra i due Paesi si sono inasprite da quando i talebani hanno preso il potere in Afghanistan nell’agosto scorso. Da quel momento, il governo di Islamabad sostiene che Kabul stia ospitando gruppi militari accusati di incursioni sul suolo pakistano. I talebani negano, canalizzando invece la tensione sulla costruzione di una recinzione che il Pakistan sta erigendo lungo il loro confine (2.700 chilometri), noto come linea Durand. Nei suoi pressi, si è verificata giovedì scorso l’imboscata ai danni di un convoglio militare pakistano, che ha portato, secondo una dichiarazione del governo, il numero di soldati uccisi al confine dall’inizio dell’anno a 128. Nella nota si legge che “l’esercito pakistano è determinato a eliminare la minaccia del terrorismo e i sacrifici dei soldati non fanno altro che rafforzare ulteriormente questa determinazione”. Rendendo omaggio ai militari uccisi, il nuovo primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha detto che Islamabad «continuerà a combattere il terrorismo», alimentando dunque le tensioni con l’Afghanistan. Si tratta di un atteggiamento completamente diverso da quello adottato nei confronti dell’India circa la “soluzione pacifica da trovare sulla disputa del Kashmir“, una regione rivendicata da entrambi i Paesi.

Confine tra Afghanistan e Pakistan

Le tensioni tra Afghanistan e Pakistan hanno radici ben più profonde e risalgono al processo di ridefinizione dei confini attuato dall’impero britannico, a cui i due territori hanno fatto capo fino al XX secolo. La frontiera attuale, la linea Durand del 1893, ha infatti frammentato il mondo pashtun, un gruppo etnico-linguistico che si è ritrovato ad abitare tra l’Afghanistan orientale (e meridionale) e il Pakistan occidentale. Questa frammentazione ha, sin da subito, trovato l’opposizione dell’Afghanistan che, dopo aver riconosciuto il confine nel 1919 (come prezzo dell’indipendenza dall’impero britannico), cambiò posizione nel 1947, in seguito alla dissoluzione del dominio britannico in India e alla nascita del Pakistan. In quell’anno, Kabul disconobbe la linea Durand quale confine internazionale, esprimendo il proprio dissenso nei confronti del nuovo “vicino” attraverso il voto contrario al suo riconoscimento presso le Nazioni Unite. Al 1949 risale la dichiarazione di indipendenza delle tribù pashtun residenti in Pakistan, sostenuta da Kabul: l’obiettivo era ottenere la rinegoziazione del confine per spostarlo verso est, nei pressi del fiume Indo. Così nel 1952 il governo afghano pubblicò un documento in cui rivendicava non solo il territorio pashtun all’interno del Pakistan, ma anche la provincia del Belucistan. Qualche anno dopo arrivò la risposta da parte di Islamabad, il cui esecutivo decise di affrontare la questione irredentista attraverso tre elementi-chiave:

  • La presenza dei Pashtun in settori cruciali come la burocrazia e l’esercito, aumentando così la loro proporzione rispetto agli altri gruppi etnici.
  • Una politica di favore verso i Pashtun nella concessione delle licenze relative alle attività economiche.
  • L’incorporazione della questione etnica nella politica dell’islamizzazione.

Dagli anni ’60 e ’70 l’identità islamica è diventata così la principale strategia del Pakistan per ridurre al minimo l’irredentismo pashtun. Durante e dopo gli anni della guerriglia anti-sovietica in Afghanistan (1979-1989), Islamabad proiettò la propria forza all’esterno, supportando le correnti più radicali del fronte islamista presenti nello Stato confinante. In questo modo ha contribuito alla radicalizzazione della scena religiosa del Paese e all’affermazione dei talebani, formatisi proprio nelle scuole coraniche pakistane (oltre a quelle afghane). L’obiettivo era la creazione di un potere stabile a Kabul. Tuttavia, tra le parti non si trovò nessun accordo. Da quel momento le relazioni fra i due Paesi viaggiano ai minimi storici, tra il risentimento reciproco fra le due popolazioni e le accuse rimbalzate da un esecutivo all’altro sul problema del terrorismo.

[Di Salvatore Toscano]

Palestina, la polizia israeliana irrompe di nuovo nella moschea di Al-Aqsa

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La polizia israeliana è entrata nel complesso della moschea di Al-Aqsa mentre i fedeli erano riuniti per le preghiere del mattino, due giorni dopo aver arrestato centinaia di persone presenti nella stessa moschea. Le autorità israeliane hanno giustificato l’irruzione nel complesso affermando che l’obiettivo fosse quello di “facilitare le visite di routine degli ebrei al luogo sacro”, in un contesto pericoloso, alimentato da i palestinesi “che avevano accumulato pietre e installato barriere nel complesso”. Secondo gli operatori sanitari palestinesi sarebbero almeno 17 le persone rimaste ferite. Tre di queste sono state trasferite in ospedale dopo essere state colpite da proiettili di gomma. Lo riferisce la Croce Rossa Palestinese, a cui è stato negato l’accesso al complesso.

Il più grande furto di crypto della storia è passato inosservato

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29 marzo 2022, il Pattern Bar di Los Angeles brulicava di decine e decine di persone in festa, tuttavia, più che a un party, sembra di assistere a una fiera tech. Si potevano scorgere businessman con il colletto della camicia allentato e giovani informatici che sembravano appena scappati da uno skatepark, ma anche tutta una seria di personaggi alieni all’ambiente che si sono avvicinati al settore attratti dalle potenzialità speculative del blockchain. Nella folla, inabissato in una felpa nera e con lo sguardo afflitto, c’era anche il trentunenne Jeff "The Jiho" Zirlin, organizzatore dell’event...

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Francia, in migliaia manifestano contro l’estrema destra

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Nelle scorse ore migliaia di manifestanti, molti non aperti sostenitori di Emmanuel Macron, sono scesi in piazza a Parigi e nel resto della Francia per esprimere il proprio dissenso nei confronti dell’estrema destra, al grido di “Meglio un voto che puzza che un voto che uccide”. Le manifestazioni sono avvenute a otto giorni dal secondo turno delle elezioni presidenziali, che vedrà il presidente uscente al ballottaggio contro Marine Le Pen. Secondo i dati forniti dal ministero dell’Interno, si sarebbero mobilitate circa 13.600 persone in più di 50 manifestazioni avvenute nelle varie regioni della Francia e 9.200 a Parigi. 

Sabato 16 aprile

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7.00 – Secondo fonti di Kiev sarebbero 2.500 – 3.000 i soldati ucraini morti finora nel conflitto.

8.00 – Serbia: in migliaia manifestano a Belgrado contro la NATO.

9.10 – Gli Usa concederanno migliaia di ettari di terreni pubblici per nuove trivellazioni petrolifere.

10.10 – Nuovi bombardamenti su Kiev dopo circa due settimane di pace nella capitale.

11.00 – Twitter approva un piano per impedire l’acquisizione dell’azienda ad Elon Musk.

13.40 – Una petroliera con 750 tonnellate di carburante è affondata al largo della Tunisia.

15.00 – Stefano Puzzer, leader dei portuali no green pass, è stato licenziato “per giusta causa”.

15.30 – L’Italia vieta i propri porti a tutte le navi battenti bandiera russa.

18.00 – Zelensky: fine negoziati se forze ucraine verranno distrutte a Mariupol.

 

Zelensky: fine negoziati se forze ucraine verranno distrutte a Mariupol

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La distruzione delle forze ucraine che difendono la città di Mariupol metterebbe fine ai negoziati con la Russia: è ciò che avrebbe dichiarato il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, secondo quanto riportato dal Kyiv Independent. Zelensky, inoltre, avrebbe affermato che la Russia vorrebbe la resa dei difensori di Mariupol ma che l’Ucraina non si fidi di Mosca “alla luce della battaglia di Ilovaisk del 2014, quando i delegati russi massacrarono i soldati ucraini disarmati”.

Pensare il tempo

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Nello scorrere del tempo, nella sua immagine fluviale si nasconde il numero, la successione, la durata, l’ordine. Dato che il tempo scorre, diventa necessario misurarlo, scandirne il corso, i passaggi. Dagli ordinamenti celesti e planetari alla articolazione in giorni, alle convenzioni nella suddivisione in mesi e in anni.

Per il tempo è nell’andare avanti, nel generarsi delle forme la sua ragion d’essere. Il tempo è irreversibile, proprio come il torrente che si può arginare con una diga, rallentare con degli sbalzi, incanalare nel percorso, deviare ma non far scorrere al contrario, tant’è vero che il procedere delle acque verso la sorgente costituiva nell’antichità un adùnaton, un impossibile.

Paradossale allora la scrittura, narrativa o cinematografica, che nel suo avanzare tenta invano di rincorrere il tempo, sa di non riuscire a tener testa al suo farsi e disfarsi, e quindi deve compiere dei salti per inseguirlo, fare scatti all’indietro e in avanti.

Gli accadimenti, meno che mai i pensieri, non accettano una descrizione che li esaurisca, essi devono riservarsi un margine di banalità o di sorpresa, d’incompiuto o d’incognito fondandosi o su passaggi scontati o su orizzonti plurali che devono ancora chiarirsi e che nella loro molteplicità possibile producono attenzione, incertezza, tensione.

Al tempo non basta un asse cartesiano, non basta incernierarsi con lo spazio. Prima di tutto, allora, è necessaria una psicologia del tempo, una decisione concernente la posizione e l’attesa che ogni soggetto assume di fronte a ciò che accade, nella realtà o in una qualsiasi rappresentazione.

L’ansia, ad esempio, sino alle declinazioni della suspense, ha una matrice religiosa, è la dea del solstizio d’inverno, si affaccia nei giorni più corti dell’anno, negli ‘angusti dies’, è quell’angustia che dà poi ‘angst in tedesco, un senso di chiusura, di soffocamento, di risposte che non arrivano.

Lo spettatore, ad esempio, sente che i tempi si accorciano, che tutto si accelera, che c’è qualcosa che non si lascia pienamente comprendere, che c’è bisogno di una svolta, ma  teme che lo svelamento arrivi troppo presto, che il solstizio del film stringa d’assedio il senso, lo concluda in maniera non attesa, pur rispettando la logica di un’armonia che si ripete.

Quest’ansia, questa suspense, questa contrazione del divenire l’antica Roma la custodiva con il silenzio, con la dea Angerona, dalla bocca bendata o con un dito sulle labbra. Un silenzio connaturato all’origine stessa del cinema, alla sua natura fantasmatica.

Il tempo non soltanto scorre ma passa, appare sempre presente, si fa pre-sentire, avvertire, anzi preavvertire, ma in realtà è subito passato, è andato attraverso, è finito in una specie di setaccio, di colino che lo separa immediatamente da qualcos’altro: il tempo viene macinato.

Passare al vaglio, screening, ‘passare’ non è soltanto del prima e del poi, passare è appunto vagliare, ‘lasciar passare’ al vaglio, separando il fine dal grezzo, il sottile dallo spesso, il liquido dal denso; ‘passare’ è filtrare, montare immagini e suoni, costruire sequenze, decidere, in ultima analisi, ‘affermare’, ‘non negare’, ‘permettere’, ‘non impedire’. Il tempo e il lasciapassare appartengono allo stesso mondo semantico: il filtro, il tornello, la scheda magnetica, ciò che mette in relazione, accettando o rifiutando.

Il tempo dà il suo assenso, separando il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, il prima dal poi, il passabile dal non accettato, il presente dal futuro, il qui ed ora dall’altrove e dal dopo.

Così il tempo, pur restando reale, diventa pensiero. E la durata diventa rappresentazione

[di Gian Paolo Caprettini]

Italia: il Covid mette in crisi i bar, quasi 7000 chiusi in due anni

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La pandemia legata al Covid-19 ha colpito in maniera importante i bar italiani: sono quasi 7000, infatti, i locali che a livello nazionale sono stati costretti ad abbassare le serrande a causa della stessa. A sottolinearlo sono state Unioncamere (l’Unione italiana delle Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura) ed InfoCamere (la società consortile di informatica delle Camere di Commercio Italiane), le quali hanno immortalato la situazione basandosi sui dati del Registro delle imprese. Da quest’ultima, infatti, è emerso che dei 169.839 bar presenti nel nostro Paese a fine 2019, ne sono rimasti 162.964 a fine 2021: si tratta, precisamente, di 6.875 locali in meno, una cifra pari al 4,05%.

Una vera e propria strage, dunque, che ha principalmente riguardato il Lazio. Nella regione, infatti, i bar che hanno dovuto chiudere i battenti perché schiacciati dalla crisi derivante dalla pandemia sono stati 1.860, una riduzione pari al 10,9%. Ad essersi posizionata seconda nella classifica in questione, poi, è stata la Valle d’Aosta, dove il fallimento ha riguardato 51 bar, numero che ha determinato una diminuzione del 9,7% di tali esercizi pubblici.

Detto ciò, bisogna ricordare che tale crisi non sia in realtà inaspettata. Già negli scorsi mesi, infatti, sul devastante impatto della pandemia sul settore della ristorazione aveva posto la lente di ingrandimento Fipe-Confcommercio, la Federazione italiana dei Pubblici esercizi. All’interno di un comunicato stampa della stessa, si leggeva che per bar e ristoranti i consumi fossero crollati di 56 miliardi nell’arco di due anni. Nel 2020 infatti i consumi nella ristorazione erano calati del 37,4%, pari a 32 miliardi di euro, rispetto al 2019, mentre nel 2021 era stato perso il 28% dei consumi, una cifra pari a 24 miliardi di euro.

[di Raffaele De Luca]

Tunisia: affonda petroliera con 750 tonnellate di carburante, rischio disastro ambientale

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Una petroliera con a bordo 750 tonnellate di carburante è affondata a circa 7 km dalle coste del golfo di Gabès, situato lungo la costa sud-orientale della Tunisia, dove era bloccata a causa delle condizioni del mare: a renderlo noto sono state le autorità tunisine, che hanno fatto sapere di star lavorando per evitare un disastro ambientale. Il Ministero dell’Ambiente di Tunisi, infatti, ha annunciato di avere attivato il piano nazionale per l’intervento di emergenza in caso di inquinamento marino causato dalla petroliera. Nello specifico si tratta della nave mercantile “Xelo”, battente bandiera della Guinea Equatoriale, proveniente dall’Egitto e diretta a Malta, che venerdì sera aveva chiesto di entrare nelle acque tunisine a causa delle cattive condizioni metereologiche. Durante il tragitto, quest’ultima aveva cominciato ad imbarcare acqua, motivo per cui l’intero equipaggio è stato poi evacuato.

L’Italia si è persa nel grande Risiko della pesca nel Mediterraneo

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9 agosto 1960, un peschereccio proveniente dalla cittadina siciliana di Mazara del Vallo viene intercettato da una motovedetta nord-africana. Parte un inseguimento, vengono sparati dei colpi, il battello viene catturato e il suo equipaggio viene segregato in attesa che la politica faccia la sua parte per risolvere la faccenda. L’imbarcazione era la “Salemi” e i militari in questione erano di Monastir, Tunisia. I colpi di fucile reclamarono la vita del comandante Nino Pagano – al secolo Antonino Genovese – e del cognato, l’armatore Luigi Licatini.

Nella storia mazarese cambiano i soggetti protagonisti dei casi di cronaca, ma la sinfonia rimane inalterata, la storia si ripete a spirali strette: primo settembre 2020, i diciotto uomini della “Antartide” e della “Medinea” vengono catturati dalle forze del Generale libico Khalifa Haftar e detenuti senza processo per 108 giorni. I dissapori patiti dai nostri pescherecci fanno parte di una tendenza che percepiamo chiaramente, ma che fa parte di uno schema più vasto che è difficile da percepire, quello della geopolitica della pesca nel Mar Mediterraneo. Si tratta di una contesa a bassa intensità, perlopiù invisibile agli occhi delle masse, ma che si sta progressivamente accendendo, intensificata da fenomeni che ne stanno fomentando concorrenzialità e portata.

La guerra del gambero rosso

Il gambero rosso è tra i frutti più ambiti del Mediterraneo, il cosiddetto “oro rosso di Sicilia” che può essere piazzato sui mercati dai 50 ai 120 euro al chilo. I pescherecci sono disposti a inoltrarsi in mare aperto pur di recuperare il prezioso crostaceo, tuttavia proprio questa propensione a spingersi verso l’esterno incappa frequentemente in dispute burocratiche e amministrative. Nel migliore dei casi questi dissapori vengono sedati tra nazioni appartenenti all’Unione Europea, nel peggiore coinvolgono quei Paesi del Nord Africa il cui panorama amministrativo è autoritario e frastagliato.

Complessivamente, questi contrasti vengono normalmente etichettati con la pittoresca definizione di “guerra del gambero rosso”, formula descrittiva che riassume in maniera accattivante quello che è al contempo un problema diplomatico e socio-economico. In molti casi gli arresti si concludono infatti con una semplice multa, tuttavia altri episodi vengono tramutati in vere e proprie leve strategiche con cui imporre volontà attraverso strategie coercitive. Nel caso della “Salemi” si aprì la strada a un’escalation dai toni belligeranti che è infine culminata nella stesura di accordi di pesca per cui Roma si impegnava a pagare Tunisi, mentre quello della “Antartide” e “Medinea” si è tradotto in una concertazione – tutt’altro che trasparente – tra l’Italia e il Generale Haftar, militare la cui autorità è formalmente disconosciuta dal Bel Paese. I pescatori vengono quindi tradizionalmente usati come pedine di un gioco d’ampio respiro, un gioco per cui l’Italia non sembra essere particolarmente portata.

Una mancanza tutta italiana

A questo punto è necessario spiegare cosa siano le zone economiche esclusive (ZEE), ovvero aree di mare in cui uno Stato costiero vanta lo sfruttamento esclusivo delle risorse naturali, incluse quelle ittiche. Le ZEE possono estendersi ben oltre alle acque territoriali e i Governi possono disegnarle unilateralmente, a patto che le aree rivendicate non “invadano” gli Stati adiacenti e frontisti. Partendo da questo presupposto, è importante dunque evidenziare che non solo l’Italia sia priva di una sua personale zona economica esclusiva, ma che i suoi pescatori siano soliti accedere illegalmente a quella altrui.

Nel caso della Libia, per esempio, sentiamo spesso parlare di “acque contese”, tuttavia lo Stato in questione si è assicurato di prendere il controllo di uno specchio d’acqua i cui confini non superano la linea mediana che divide le sue sponde da quelle sicule, quindi Tripoli è legittimata nelle sue scelte pur non avendo interpellato Roma. In altre parole, le motovedette libiche hanno tutti i motivi di arrestare e multare i pescherecci che si avventurano entro la sua ZEE.

La cosa è ovviamente nota al Governo, il quale preferisce però mantenere in merito una posizione pubblica che è sibillina e ambigua, favorendo un forte fraintendimento nell’identificazione di quale parte sia in torto. I politici provano un certo imbarazzo ad ammettere che la pesca italiana faccia affidamento anche su risorse rubate, con la massima ammissione di colpa che è stata registrata nelle parole del Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, il quale ha definito la ZEE libica al pari di acque «pericolose e proibite». I pescatori di Mazara del Vallo sono a loro volta consapevoli dell’infrazione, tuttavia non possono fare a meno di rivendicare quel tratto di mare appellandosi a un eventuale “diritto storico” e, ancor più, sono costretti a violare la legge a causa di concrete necessità economiche.

Area portuale di Mazara del Vallo.

La pesca italiana si appoggia a una flotta che nel 2020 contava 11.926 navi, molte delle quali danno da vivere a città costiere che non avrebbero altrimenti risorse per sopravvivere. Per potersi garantire un ritorno pecuniario sufficiente a mantenersi, le ciurme si trovano spesso nella posizione di dover cacciare le proprie prede in aree in cui le acque sono profonde e fredde, aree che frequentemente coincidono con le zone economiche di altri Paesi. Imporre un’adesione puntuale e repentina delle ZEE altrui sarebbe insostenibile, tuttavia, l’Italia potrebbe risolvere ogni contenzioso attraverso la stipulazione di trattati di pesca che cadono sotto la competenza dell’Unione, la quale dovrebbe poi giudicare caso per caso, analizzando le complessità specifiche.

La Libia ha un sistema politico spaccato in cui parte del potere non ha voce istituzionale verso le orecchie UE, l’Algeria ha istituito nel 2019 una ZEE che arriva a lambire le aree di pesca antistanti le coste sarde, la Tunisia ha firmato nel 1971 con Roma un accordo che sarebbe anche l’ora di rimettere in discussione. In tutte queste situazioni, tuttavia, l’Italia si dimostra vulnerabile e remissiva evidenziando una debolezza che è in gran parte giustificata dal fatto che il Bel Paese non si sia ancora attrezzato per dichiarare una propria zona economica esclusiva, al massimo ha «autorizzato» la sua istituzione nell’attesa che un giorno questa possa essere definitivamente proclamata con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro degli Esteri. Una dichiarazione di intenti, insomma, che pare assumere più le sembianze di una leva politica che di un vero e proprio piano d’azione.

«Il diritto internazionale non prevede che la zona economica esclusiva di uno Stato debba essere riconosciuta da qualcun altro per essere valida», ci conferma Fabrizio de Pascale, Segretario nazionale di UILA Pesca. «C’è una grossa ambiguità che nasce da il non voler vedere la realtà e il raccontare un’altra realtà. Di fatto, nel Mar Mediterraneo, non esistono più le acque internazionali. Le uniche acque internazionali sono quelle al largo dei mari italiani […] In sostanza le barche di questi Paesi [quelli nordafricani, ndr] possono venire a pescare a 12 miglia dalle coste italiane perché quello è ancora alto mare, ci può andare a pescare chiunque».

Nel 2018, stando ai dati del libro bianco prodotto da Bluemed, l’Italia estraeva da sola il 15% delle catture totali del Mediterraneo e del Mar Nero, un impegno che, in assenza di una propria ZEE, rischia di ledere le possibilità dei pescatori italiani, i quali non possono accedere alle acque altrui, ma sono liberi di subire l'”invasione” della concorrenza straniera. A questa criticità si somma il fatto che Unione Europea e Organizzazione mondiale del commercio (OMC) stiano lavorando per formalizzare accordi mirati a contenere il problema del depauperamento delle risorse ittiche, impegno che potrebbe tradursi in ulteriori limitazioni per i pescherecci nostrani.

La disperazione sfocia nel Mediterraneo

Quando si analizzano i preoccupanti soprusi subiti dai pescatori italiani per mano delle motovedette straniere, capita di sovente di incappare in personaggi che propongono di attenuare le difficoltà dispiegando sul campo dei mezzi militari. Se si tiene in considerazione quanto detto in relazione alle ZEE, è evidente che una simile posizione incappi in un immediato paradosso: nel caso, la Guardia Costiera dovrebbe allontanarsi dalla propria area di competenza per accompagnare le navi a pescare di frodo.

In passato, capitava che le motovedette di Stato si trovassero in zona per pura “coincidenza”, magari mentre erano impegnate a solcare le rotte di soccorso legate all’accoglienza dei migranti. Da allora, tuttavia, il clima politico europeo è drasticamente cambiato e anche questa opzione pare ormai inverosimile. Dal 2014, anno dell’esperimento Mare Nostrum, le autorità italiane hanno infatti preferito adottare un’impostazione più ligia al rispetto delle aree ufficiali di ricerca e soccorso (SAR), delegando spesso a terzi la salvaguardia di coloro che rischiano la vita in mare. Su carta si tratta di un approccio assolutamente legittimo, tuttavia è difficile credere che non vi sia malizia alcuna nella decisione del Governo italiano di confidare ciecamente nelle competenze assistenziali dei Paesi limitrofi.

Roma fornisce mezzi, addestramento e risorse a un corpo militare libico composto tra le altre da personaggi che sono accusati di essere parte attiva nella tratta umana, il tutto nonostante le stesse Nazioni Unite siano esplicite nell’affermare che i porti libici non siano da considerarsi sicuri o adatti all’accoglienza. La situazione non migliora se si tiene in considerazione la vastissima SAR che cade sotto la responsabilità di Malta. La situazione maltese è in effetti estremamente complessa: l’isola è stata controllata dal Governo britannico fino al 1964, Governo che si era assicurato ai tempi l’assegnazione di un campo di ricerca e soccorso estremamente ampio, uno stratagemma che gli ha concesso per vie traverse una Flight Information Region (FIR) altrettanto importante. Calcando sulla SAR, il Regno Unito si era dunque assicurato che gli aerei di passaggio tra Europa e Africa si affidassero ai suoi servizi di informazioni di volo, ottenendo un vantaggio strategico notevole.

Allo stesso tempo, La Valletta si guarda bene dal soddisfare puntualmente i requisiti di soccorso che le spetterebbero e piuttosto preferisce risolvere la questione siglando accordi proprio con la Libia. In altre parole, con la scusa del SAR le motovedette di Tripoli possono intervenire nella tratta del Mediterraneo che spazia dalla Tunisia alla Turchia, situazione che dovrebbe preoccupare la politica e che certamente spaventa quei pescatori italiani che si trovano assaliti dalle autorità libiche anche grazie a battelli e armamenti che sono messi gentilmente a disposizione da Roma, centro di potere che si dimostra pronto a chiudere un occhio sugli abusi subiti dai suoi cittadini pur di salvaguardare i rapporti economici e diplomatici internazionali.

Pesca come extrema ratio

La spartizione del Mar Mediterraneo è notoriamente influenzata dalla gestione delle risorse naturali, tuttavia le battaglie per le fonti ittiche devono ormai tenere conto di fattori ancora poco sondati. Uno dei motivi per cui i pescatori italiani arrivano a spingersi tanto lontano dalle acque territoriali si riscontra nel fatto che le acque europee si stiano scaldando a una velocità sorprendente, ben più velocemente di quanto non faccia l’ambiente terrestre. Pesci e crostacei che prima abitavano vicini alla costa si sono spostati verso il largo in cerca di temperature a loro più adatte, finendo con il concentrarsi in zone che finiscono irrimediabilmente per essere contese da più parti. 

Il cambiamento climatico sta inoltre impattando notevolmente nell’area circondante il Canale di Suez, passaggio solitamente noto per il suo traffico navale, ma da cui sopraggiungono anche specie marine aliene e invasive che da sempre vivono nel Mar Rosso. Stando ai dati di Legambiente, nel 2017 il Mediterraneo era già dimora permanente di almeno 600 pesci “esteri”, 42 dei quali sono ormai di casa anche in quel del Bel Paese. Questa rivoluzione non solo ha – e avrà – impatti sull’ecosistema marino, ma andrà a influenzare passivamente anche l’economia, almeno tenendo conto del fatto che molte di queste creature risultino tossiche, inadatte alla consumazione e assolutamente invendibili. Meno pesci e più concentrati, dunque, ma anche una maggiore competitività da parte delle nazioni nordafricane e del Vicino Oriente.

I contadini dell’Egitto, dell’Algeria, della Libia e del Levante si trovano a vivere in nazioni colpite da pesanti crisi finanziarie, inoltre i loro campi diventano sempre più difficili da coltivare a causa dell’innalzamento delle temperature. Il risultato è che molti di coloro che non riescono a vantare nuove prospettive lavorative finiscono con il cercare disperatamente di improvvisarsi pescatori, spesso incappando in magri risultati. Si prospettano furenti scontri diplomatici tra Unione Europea e Stati Arabi per determinare le nuove norme di pesca dell’OMC, tuttavia anche le singole nazioni e le aziende private si stanno attrezzando per siglare autonomamente concessioni previa accordi commerciali onerosi che si tengono spesso a porte chiuse. In questa sfida geopolitica, Roma sta compiendo passi timidi che vengono intorpiditi da un dibattito pubblico poco trasparente, tuttavia il tempo per negligenze amministrative e rimpalli di responsabilità sta scadendo e l’Italia necessita sempre più di trovare una voce attraverso cui confrontarsi a livello internazionale, che sia attraverso l’UE o autonomamente, via deroga. 

[di Walter Ferri]