mercoledì 25 Marzo 2026
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Kaliningrad, la base militare russa nel cuore d’Europa

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Dopo essere rimasta a lungo nell’oblio, Kaliningrad – oblast russo nel cuore dell’Europa – è tornata sotto i riflettori a causa dell’importante ruolo tattico-strategico che può assumere negli equilibri militari del Vecchio Continente, specie dopo le dichiarazioni di Svezia e Finlandia su un possibile ingresso nella NATO. Corrispondente all’antica città prussiana di Konigsberg che ha dato i natali al filosofo tedesco Immanuel Kant, dopo essere stata bombardata da Alleati e Armata rossa durante la Seconda guerra mondiale, fu annessa all’Urss nel 1945 con il nome di Kaliningrad. Così, ancora oggi costituisce una parte di territorio russo in piena Unione Europea: vasto 15000 chilometri quadrati e incastonato tra Lituania e Polonia, l’oblast rappresenta anche un importante avamposto militare russo che dista 1400 kilometri da Parigi e Londra, 530 da Berlino e 280 da Varsavia.

Se con la presidenza di Boris Eltsin l’enclave era stata pensata come una zona economica di libero scambio, con Vladimir Putin ha assunto una rilevanza strategica soprattutto in risposta all’adesione delle Repubbliche Baltiche e della Polonia all’Alleanza Atlantica e all’Unione Europea. Kaliningrad si trova, infatti, in una posizione chiave per due ragioni: da una parte, il porto sul Mar Baltico che ospita la base della flotta navale russa si trova in una delle poche zone dove il mare non ghiaccia e da qui sottomarini e missili di vario tipo possono colpire ovunque in Europa; dall’altra, attraverso il controllo del corridoio di Suwalki – che collega l’oblast alla Bielorussia e, contemporaneamente, unico passaggio via terra tra la Polonia e i Paesi baltici – Mosca con una sola mossa potrebbe isolare Lettonia, Estonia e Lituania e imporsi facilmente su Varsavia.

Le recenti dichiarazioni di Svezia e Finlandia su una possibile adesione alla NATO hanno suscitato la prevedibile reazione del Cremlino che in risposta a tale decisione intende potenziare il proprio arsenale di Kaliningrad dotandolo di testate nucleari. Il presidente del Consiglio di Sicurezza della Russia, Dmitrij Medvedev, citato dall’agenzia russa Tass, aveva reso noto che sarebbe stato necessario “rafforzare seriamente il gruppo di truppe di terra e il sistema di difesa aerea e schierare consistenti forze navali nel Golfo di Finlandia. In questo caso, non si può più parlare dello status non nucleare dei Baltici, l’equilibrio deve essere ripristinato. Fino ad oggi, la Russia non ha intrapreso tali misure e non aveva intenzione di farlo”.

La Lituania e altre fonti occidentali sostengono che già da tempo Mosca possieda ordigni nucleari nell’enclave. Sebbene ciò non sia confermato, la regione risulta una delle più militarizzate d’Europa: già nel 2016, infatti, la Russia cominciò a spostare a Kaliningrad sistemi Iskander, ossia missili balistici tattici ipersonici a corto raggio in grado di portare testate nucleari, con una gittata massima di 500 chilometri.

Nonostante, dunque, la regione fosse già armata, solo ora le recenti dichiarazioni di Medvedev hanno messo in allarme i Paesi europei e in particolare la Germania: avendo una portata dichiarata di 500 chilometri, infatti, gli Iskander potrebbero colpire Berlino e altre capitali europee come Varsavia, Copenaghen, Vilnius e Riga. Inoltre, risulta che la Germania non sia dotata di uno scudo antimissile valido per proteggersi dai vettori russi, sia da quelli posizionati a Kaliningrad, che al ridosso del confine orientale della NATO.
Da ciò risulta evidente come la continua espansione dell’Alleanza Atlantica verso est sia causa di una drammatica escalation di tensione e di corsa agli armamenti che danneggia la stabilità e la sicurezza di tutta l’Europa: le basi NATO ai confini della Federazione rappresentano, infatti, per Mosca una minaccia alla sicurezza della Russia – fatto noto agli USA e sottolineato più volte dal Presidente Vladimir Putin ben prima dello scoppio del conflitto in Ucraina – e l’adesione di determinati Stati nell’alleanza militare guidata da Washington rischia ogni momento di sfociare in un conflitto aperto tra Russia e NATO su cui grava lo spettro dell’uso di armi nucleari. Nonostante ciò, proprio ieri la Finlandia ha ribadito la sua intenzione di aderire velocemente e “senza indugi” alla NATO.

Il caso di Kaliningrad mostra come l’adesione di nuovi Stati all’Alleanza Atlantica non possa certo considerarsi senza indugio una garanzia di stabilità e sicurezza per gli altri paesi membri – come richiesto dall’articolo 10 dello stesso trattato della NATO – ma, al contrario, possa comportare una minaccia. L’esercitazione russa nell’enclave risalente allo scorso 4 maggio, quando sono stati simulati attacchi con missili balistici nucleari, ne appare conferma. Infatti, oltre ad essere una risposta alle esercitazioni NATO nell’est Europa, costituisce motivo di allarme e di monito per tutta l’area e in particolare per le principali capitali europee.

[di Giorgia Audiello]

Strage piazza Loggia, nuovo processo per Maurizio Tramonte

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La Corte d’appello di Brescia ha accolto l’istanza di revisione del processo presentata da Maurizio Tramonte, condannato all’ergastolo per la strage di piazza Loggia del 28 maggio 1974, nella quale persero la vita 8 persone e ne furono ferite 102. Tramonte, fascista e informatore dei Servizi segreti di Stato (Sid), era già stato condannato in via definitiva all’ergastolo, ma ha sempre sostenuto di essere innocente e di non trovarsi in piazza Loggia il giorno della strage. Verrà così avviato un nuovo processo, il sesto: l’8 luglio verranno ascoltate le dichiarazioni della sorella e della moglie di Tramonte.

Venerdì 13 maggio

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10.40 – L’Unione Europea annuncia altri 500 mln di aiuti a Kiev «per l’acquisto di armi pesanti».

11.00 – Lavrov (ministro Esteri Russia): L’Unione Europea si è trasformata «da piattaforma economica ad attore aggressivo».

12.30 – Twitter, Elon Musk “sospende temporaneamente” l’accordo da 44 miliardi per l’acquisto.

13.30 – Il presidente turco Erdogan si è detto contrario all’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO.

14.00 – Ucraina, primo procedimento contro soldato russo per crimini di guerra: avrebbe sparato a un civile disarmato.

14.30 – Gerusalemme, la polizia israeliana attacca il corteo funebre della giornalista Shireen Abu Akleh, uccisa l’11 maggio.

15.00 – Per la prima volta dall’inizio della guerra i capi della difesa di Russia e Usa hanno avuto un colloquio telefonico.

16.30 – Florida, ricercatori sono riusciti a far crescere piante nel suolo lunare trasportato sulla Terra.

18.00 – La Russia ha annunciato che sospenderà le forniture di elettricità alla Finlandia da domani.

 

Un rapporto fa luce sul commercio illegale di pelle d’asino

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Ogni anno 4,8 milioni di asini vengono macellati esclusivamente per la loro pelle: è questa la stima contenuta all’interno di un rapporto del The Donkey Sanctuary, un’organizzazione britannica che si occupa del benessere dei somari. Dal documento in questione, che nello specifico ha fatto luce per la prima volta sul commercio illegale online delle pelli d’asino, è emerso che a giocare un ruolo chiave in tal senso è il web, con i social media che sostanzialmente consentono di tenere in piedi il mercato grazie ai loro algoritmi con cui “inavvertitamente ma efficacemente mettono in contatto gli acquirenti con i commercianti illegali”. Un commercio particolarmente florido in Cina, dove le pelli entrano tra gli elementi utilizzati ai fini della medicina tradizionale, alimentando un commercio non solo illegale ma altresì fonte di sofferenza per gli animali, che vivono e vengono uccisi in condizioni brutali.

“Molti asini sperimentano una sofferenza estrema a causa dei commercianti: sono spesso trasportati su lunghe distanze, in camion o a piedi, senza cibo, acqua e riposo adeguati. Vengono poi trattenuti, spesso per giorni e giorni, nuovamente senza cibo o acqua adeguati, prima di essere massacrati in condizioni brutali e poco igieniche. Altri vengono rubati ai loro proprietari durante la notte e sono spietatamente macellati prima che la loro pelle venga rimossa e le carcasse lasciate marcire”. È questo ciò che si legge all’interno del rapporto, nel quale si parla altresì del fatto che lo stato di salute degli asini macellati sia sconosciuto e che ciò comporti “rischi inerenti alla biosicurezza, con possibili conseguenze significative a livello globale”. Infatti, la “lavorazione molto limitata” delle pelli di tali animali fa sì che chiunque entri in contatto con le stesse sia “potenzialmente a rischio di contrarre una zoonosi”.

Venendo poi alla domanda del prodotto, dal documento si apprende che le pelli d’asino siano molto richieste in Cina, dove vengono esportate per far fronte al bisogno di “ejiao”. Si tratta di un tipico prodotto utilizzato nella medicina tradizionale cinese, una sorta di gelatina che si ritiene sia in grado di curare tutta una serie di disturbi. Per ottenerla, però, c’è appunto bisogno della pelle d’asino, la quale viene prontamente messa a disposizione dai commercianti in maniera illegale grazie ai social media, che permettono ad essi di aggirare facilmente le leggi dei propri paesi di appartenenza.

La pelle d’asino riesce dunque così ad essere venduta dai trafficanti che vivono in paesi in cui il commercio in questione è vietato, tra cui Nigeria, Ghana e Kenya, dove è stata rilevata un’importante offerta a riguardo. Nel gennaio 2021 – si legge infatti nel rapporto – una società con sede in Kenya affermava di avere “2000 pezzi di pelle/pelli d’asino disponibili per la vendita” e di poterli spedire “ovunque nel mondo”. Interessante notare che tale annuncio era stato fatto grazie a Facebook, con la società keniana che aveva diffuso tali informazioni pubblicando un post sulla sua pagina. Il ruolo giocato dal social di Mark Zuckerberg, però, appare alquanto inaspettato dato che proprio Facebook nel 2018 aveva co-fondato, insieme ad altre aziende ed organizzazioni come il Wwf, la “Coalition to End Wildlife Trafficking Online”: una coalizione lanciata con l’obiettivo di “porre fine al traffico di animali selvatici online”, che evidentemente non viene ancora perseguito in maniera impeccabile.

Oltre a ciò, dal rapporto si apprende altresì che il commercio delle pelli d’asino sia collegato a quello illegale di animali selvatici. Nel documento, infatti, vengono citati i risultati di una ricerca con cui sono stati identificati 382 commercianti che vendevano pelli d’asino su siti di e-commerce, da cui è emerso che quasi il 20% di essi vendevano anche prodotti connessi alla fauna selvatica, tra cui parti di specie animali in via di estinzione come gli elefanti. «Questo è importante perché rivela come i clienti che acquistano pelli d’asino possono facilmente imbattersi in altri prodotti in vendita insieme a queste pelli, contribuendo potenzialmente alla crisi della biodiversità in continuo peggioramento», ha affermato a tal proposito il coautore della ricerca Ewan Macdonald.

[di Raffaele De Luca]

Turchia, Erdogan contrario a ingresso Finlandia e Svezia nella NATO

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Il presidente turco Erdogan ha dichiarato di essere contrario all’ingresso di Svezia e Finlandia all’interno dell’Alleanza atlantica, adducendo come motivazione il fatto che i due Paesi “sono sede di molte organizzazioni terroristiche”. La sua posizione potrebbe costituire un ostacolo ai piani di Svezia e Finlandia, in quanto è necessaria la volontà unanime di tutti i membri della NATO affinché nuove nazioni possano entrare a farne parte. I ministeri degli esteri finlandese e svedese non hanno ancora commentato le dichiarazioni di Erdogan.

Il Texas approva la legge che vieta la censura su internet

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Come in una lotta greco-romana, i tribunali texani si stanno metaforicamente azzuffando in un carnaio di mosse e contromosse pur di far entrare in vigore una divergente legge che mira a tutelare la “libertà di parola” dalla censura dei social media. Ieri la svolta: l’ingiunzione che ne bloccava l’attuazione è stata sospesa, quindi il Texas potrà rivalersi sulle censure imposte ai cittadini dalle Big Tech.

A scuotere gli animi politici è il cosiddetto HB 20, un codice introdotto formalmente l’anno scorso e che era stato prontamente bloccato da un giudice federale. Un brutto colpo per i Conservatori, i quali avevano progettato la legge in risposta ai ban subiti dai propri colleghi di partito per colpa delle loro controverse esternazioni, Donald Trump su tutti. Una censura che sapeva di onta e che è stata dipinta come un vero e proprio affronto al Primo Emendamento.

Il Primo Emendamento, tuttavia, si occupa di tutelare i cittadini dalla censura di Stato e non si applica alle scelte editoriali delle singole aziende. Ecco dunque che HB 20 evidenzia immediatamente i paradossi libertari: da una parte i diplomatici texani sostengono di volere che le aziende possano agire senza incappare nel giogo governativo, dall’altra fanno il possibile perché lo Stato imponga alle imprese regole capaci di tutelarli. Anche a costo di fare carte false.

Per assicurarsi che la legge potesse essere liberata dall’ingiunzione federale, gli avvocati del Texas hanno dipinto i social media al pari di «moderne piazze pubbliche», così da spingere i giudici a rivedere la definizione dei portali in questione, i quali sono passati da “siti internet” a “internet provider”. La variazione di nomenclatura ha garantito per vie traverse l’applicabilità di HB 20.

Un “trucchetto” che permetterà di tutelare la libertà di parola anche all’interno delle piattaforme dei Big Tech, ma che non tutti – nemmeno all’interno delle organizzazioni che si battono per la democrazia – vedono di buon occhio. Il limite da stabilire è quello, ormai annoso, tra diritti individuali e della comunità. Chi vorrebbe un certo grado di controllo sui contenuti, ed eventualmente di censura, cita ad esempio i diversi studi che dimostrano che le parole xenofobe e colme d’odio tipiche delle narrazioni autoritarie non solo finiscono per soffocare le possibilità di espressione delle minoranze, ma le danneggiano direttamente. Un esempio pratico: quando il Primo Ministro britannico Boris Johnson ha comparato le donne che indossano il burqa ai ladri di banche, il Regno Unito ha immediatamente registrato un picco di abusi e violenze anti-musulmane. Chi invece difende la libertà di parola a qualsiasi costo – fosse anche il diritto a scrivere frasi discriminatorie o diffondere notizie false – ritiene che ogni grado di censura costituisca già in partenza una china pericolosa e da contrastare.

Di certo con la legge del Texas si rilancia un dibattito che ci accompagnerà anche nei prossimi anni, con le società occidentali chiamate a stabilire il limite tra la tutela della pluralità delle opinioni e i limiti entro i quali i punti di vista di alcuni sono autorizzati anche ad avere conseguenze negative sugli altri.

[di Walter Ferri]

Twitter, Musk “sospende temporaneamente” l’accordo da 44 miliardi

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Elon Musk ha riferito in un Tweet che l’accordo per l’acquisto di Twitter, del valore di 44 miliardi di dollari, è stato “temporaneamente sospeso”, poiché in attesa di “dettagli che supportino il calcolo che gli account spam/fake rappresentano effettivamente meno del 5% degli utenti”. Musk si è tuttavia detto “ancora impegnato nell’acquisizione”, ma il titolo di Twitter è immediatamente crollato del 20%. Tuttavia i numeri degli account falsi presenti sulla piattaforma sono noti da alcuni giorni: per questo motivo in molti ritengono che Musk stia cercando di ottenere una cifra d’acquisto più vantaggiosa.

Per la prima volta è stato fotografato un buco nero al centro della Via Lattea

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Per la prima volta è stato fotografato un buco nero al centro della Via Lattea. Gli scienziati hanno impiegato anni per ottenere la fotografia e, finalmente, ci sono riusciti: è stata confermata l’esistenza di Sagittarius A* (l’asterisco sta per “star”) nella costellazione del Sagittario, e dista 27mila anni luce dalla Terra.

Lo scatto, tuttavia, non mostra direttamente il buco nero, bensì uno spesso anello di gas brillante che circonda un’area centrale scura definita “ombra”. L’anello “colorato” è prodotto dalla luce distorta dalla potente gravità di Sagittarius A*, il quale ha una massa pari a quattro milioni di volte quella del Sole. Un buco nero non può essere visto o fotografato direttamente, in quanto possiede un campo gravitazionale così intenso che nulla di ciò che contiene al suo interno può sfuggirgli, nemmeno la luce. Pertanto è necessario tenere in considerazione che “l’alone colorato” visibile – detto orizzonte degli eventi – segna il confine entro il quale si verificano le condizioni per cui niente può tornare indietro una volta inghiottito.

I ricercatori sono riusciti a ottenere l’immagine grazie a otto radiotelescopi, grandi antenne che, a differenza dei classici telescopi ottici, utilizzano le loro parabole per rilevare le onde radio emesse dagli elementi presenti nello Spazio. Questi otto strumenti, funzionando all’unisono, hanno trasformato la Terra in un unico enorme radiotelescopio. In generale, più sono grandi le parabole, più precise risultano le osservazioni e, per questa ragione, alcuni anni fa i ricercatori hanno pensato a come trasformare il nostro pianeta in una sorta di grande antenna. Ci sono riusciti col progetto Event Horizon Telescope (EHT), il quale comprende più radiotelescopi situati in diverse parti del globo. Nell’aprile del 2017, EHT è stato puntato verso il centro della nostra galassia per più notti, raccogliendo molti dati per diverse ore di seguito, come quando si attua un’esposizione lunga con la macchina fotografica.

Per sviluppare la foto ci sono voluti anni, anche se il buco nero è molto più vicino rispetto a quello immortalato dall’EHT qualche anno fa. Nel 2019, infatti, per la prima volta è stata ottenuta l’immagine di un buco nero, precisamente di quello situato al centro della galassia Virgo A, a circa 55 milioni di anni luce dalla Terra. A differenza di questo, Sagittarius A* è molto più vicino a noi, anche se più piccolo e meno attivo. Event Horizon Telescope ha raccolto una quantità enorme di dati per ottenerne una fotografia, nello specifico 3,5 milioni di gigabyte, i quali sono stati portati dai radiotelescopi ai centri di ricerca e analisi negli Stati Uniti e in Germania. Le informazioni analizzate e poi selezionate, dimostrano che il buco nero della Via Lattea non è particolarmente vorace, e che la quantità di materia da lui inghiottita è piuttosto contenuta. Ora i ricercatori sono intenzionati ad aggiungere ulteriori radiotelescopi, al fine di creare un sistema di osservazione più preciso.

[di Eugenia Greco]

Borrell, dall’Ue altri 500 milioni a Kiev per armi pesanti

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«L’Unione europea darà un contributo ulteriore di 500 milioni di euro all’Ucraina per finanziare l’acquisto di armi», toccando quota 2 miliardi di finanziamenti, ha affermato l’Alto commissario per la politica estera Ue Josep Borrell al G7, precisando che il denaro servirà per comprare «carri armati, munizioni, blindati, artiglieria pesante, tutto quello che serve per combattere questa guerra». Da Mosca, il ministro degli Esteri Lavrov, ha dichiarato che l’Unione europea «da piattaforma economica costruttiva si è trasformata in un attore aggressivo e militante che sta già dichiarando ambizioni oltre l’Europa».

Torino: misure cautelari per 11 studenti dopo le proteste contro l’alternanza scuola-lavoro

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Nella mattinata di ieri la Digos di Torino ha eseguito 11 misure cautelari nei confronti di altrettanti giovani per le proteste che hanno avuto luogo lo scorso 18 febbraio di fronte alla sede di Unione Industriale in via Vela, a Torino. Tre di loro sono finiti in carcere, quattro ai domiciliari e quattro hanno obbligo di firma. I reati contestati sono lesioni aggravate, resistenza e violenza: i giovani avrebbero infatti tirato uova di vernice contro l’edificio e cercato di fare irruzione nella sede di Unione Industriali, ma sarebbero stati fermati da un cordone di carabinieri in tenuta antisommossa. Tra coloro che sono finiti ai domiciliari vi sarebbe anche una ragazza la cui unica colpa sarebbe stata quella di parlare al megafono. La protesta si inserisce nel più ampio contesto di movimenti studenteschi che hanno avuto luogo quest’anno contro i malfunziomenti del sistema scolastico dopo due anni di pandemia, e intensificatisi dopo la morte di due studenti, Lorenzo Parelli e Giuseppe Lenoci, durante l’alternanza scuola-lavoro.

Solamente un paio di settimane prima dei fatti contestati, il 28 gennaio, la polizia aveva caricato senza alcun motivo i gruppi di studenti (la maggior parte dei quali minorenni) che si erano trovati in piazza Arbarello per protestare contro la morte dei compagni e il sistema di alternanza scuola-lavoro, il cosiddetto PCTO. In quell’occasione numerosi tra i giovani erano stati portati in ospedale per i traumi subiti, ma ad oggi non risulta sia stato aperto alcun fascicolo per indagare sulla condotta degli agenti.

A partire dall’autunno 2021 sono state numerose le manifestazioni studentesche svoltesi in tutta Italia: gli studenti, categoria ampiamente trascurata dalle politiche pandemiche, hanno dato vita a una ricca stagione di contestazioni per cercare di far arrivare la propria voce al sistema scolastico e alle istituzioni. Le manifestazioni si sono intensificate in seguito alle morti violente di Lorenzo Parelli e Giuseppe Lenoci, entrambe avvenute nell’ambito dell’alternanza scuola lavoro. Si tratta dei due casi più eclatanti perché finiti in tragedia, ma sono numerosi gli episodi di gravi incidenti avvenuti durante le ore di PCTO ai danni degli studenti. Nel caso di Parelli, morto il 21 gennaio dopo essere stato colpito da una putrella in metallo, la procura di Udine ha aperto un’indagine per omicidio colposo nei confronti del datore di lavoro. Il conducente del furgone sul quale Giuseppe Lenoci ha perso la vita, invece, è indagato per omicidio stradale.

«Cercare di criminalizzare gli studenti significa non capire niente della mobilitazione che è avvenuta e della sua importanza: sono morti due studenti quest’anno, durante l’alternanza scuola lavoro» mi spiega Cecilia, studentessa di Torino. «Ne è nato un movimento enorme, abbiamo occupato quasi tutte le scuole di Torino e sì, eravamo molto arrabbiati durante i cortei. La prima manifestazione, in piazza Arbarello, si è svolta con due ore di manganellate contro di noi da parte della polizia e alla fine di tutto l’unica risposta che otteniamo continua ad essere altra repressione. Non si cerca il vero colpevole della situazione, ma si continuano a criminalizzare gli studenti». Una delle studentesse arrestate ieri mattina, secondo quanto riportato da Cecilia, sarebbe finita ai domiciliari solamente per aver preso parola con il megafono, episodio che, se confermato, richiamerebbe in maniera allarmante la vicenda della No Tav Dana Lauriola, che ha dovuto scontare due anni di carcere e “riabilitazione” per il medesimo motivo.

«Per i fatti del 28 gennaio alcuni di noi si sono ritrovati con dita rotte, braccia rotte, prognosi di più di 30 giorni e nessuno ha cercato di capire cosa fosse successo o di fare qualcosa se non di dire che gli studenti sono violenti. Ci caricano per due ore ed è ancora colpa nostra?». Nei prossimi giorni gli studenti metteranno in campo diverse iniziative di solidarietà per i compagni arrestati. «Ci stiamo già attivando: non rimarranno sicuramente da soli» afferma Cecilia.

[di Valeria Casolaro]