mercoledì 28 Gennaio 2026
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Green pass, il governo ha ormai deciso: cosa cambierà dal 1 aprile

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Da settimane le indiscrezioni su come le regole relative al green pass base e rafforzato verranno modificate si susseguono. Per evitare di prendere parte all’inutile fiera delle indiscrezioni che serve solo a riempire pagine di giornale confondendo l’opinione pubblica, fino ad ora abbiamo evitato di parlarne data la mancanza di fonti autorevoli. Nella mattina di oggi, però, è arrivata la prima indiscrezione degna di nota con l’intervista rilasciata dal sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, al programma radiofonico Radio anch’io su Rai Radio1. «Nei prossimi giorni il governo emanerà un decreto in cui verrà stabilito un vero e proprio cronoprogramma e dal 1 aprile inizierà una fase di allentamento delle misure restrittive», ha infatti affermato il sottosegretario, sottolineando che «sin da subito ci saranno delle situazioni dove il green pass non sarà più necessario, ad esempio negli spazi all’aperto tra cui bar e ristoranti». «Poi si procederà con un ulteriore graduale allentamento e credo che entro giugno avremo uno scenario che ci consentirà di arrivare all’estate senza restrizioni», ha inoltre aggiunto Costa.

Per quanto riguarda invece l’obbligo vaccinale per gli over 50, Costa ha affermato che esso «resterà fino al 15 giugno», tuttavia il sottosegretario ha specificato che «una valutazione che si sta facendo, sulla quale personalmente sono d’accordo, è quella di trasformare prima del 15 giugno il green pass rafforzato in green pass base», cosa che permetterebbe «a molti cittadini di tornare a lavorare ovviamente facendosi il tampone».

A quanto pare, dunque, si procederà con un allentamento delle restrizioni, tuttavia il governo non sembra comunque mostrare alcuna intenzione di revocarle totalmente, dato che dalle parole del sottosegretario emerge non solo che dopo il primo aprile il lasciapassare sanitario sarà ancora necessario per svolgere determinate attività, come ad esempio accedere ai locali al chiuso, ma altresì che l’obbligo vaccinale per gli over 50 rimarrà in vigore. Si tratta quindi di piccoli passi rispetto a quelli attuati da praticamente tutti gli Stati europei, dove il certificato verde sostanzialmente non esiste più. Tra questi vi sono anche paesi come l’Austria, che negli scorsi mesi si era distinta – insieme al Bel Paese – per la particolare rigidità delle restrizioni imposte.

Naturalmente quello di Costa non è un annuncio definitivo, seppur la sicurezza con la quale egli ha parlato lascia intendere che le linee guida siano già state delineate. Quel che è certo però è che, ancora una volta, le regole in vigore dal primo aprile – nonostante la fine dello stato di emergenza – non verranno dal dibattito e dal voto parlamentare, ma nuovamente nasceranno al chiuso delle discussioni governative con i rappresentanti eletti dai cittadini che non potranno fare altro che ratificare quanto deciso all’interno del Consiglio dei ministri guidato dal premier Mario Draghi.

[di Raffaele De Luca]

La città di Los Angeles ha fatto causa alla multinazionale Monsanto

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Il 7 marzo la città di Los Angeles ha fatto causa a Monsanto, multinazionale statunitense di biotecnologie agrarie, che conta un fatturato annuo di circa 14.5 miliardi di dollari. L’impresa è accusata di aver inquinato le falde acquifere per decenni con i policlorobifenili (pcb), cioè una miscela di idrocarburi che potremmo definire come composti organici inquinanti. Secondo Mike Feuer, avvocato della città di Los Angeles, la Monsanto (che dal 2018 è di proprietà della tedesca Bayer) era a conoscenza degli effetti tossici che i pcb avrebbero avuto sugli esseri umani almeno dagli anni cinquanta. Nello specifico, la causa indetta dalla città di Los Angeles è stata depositata il 4 marzo presso la Corte Superiore e cita in giudizio, oltre alla Monsanto, altre due società: Solutia Inc. (sussidiaria di Eastman Chemical Co) e Pharmacia LLC (sussidiaria di Pfizer).

Che cosa spera di ottenere la città con questa causa? Attraverso il loro avvocato, i cittadini chiedono un risarcimento per i costi che in passato Los Angeles ha sostenuto per ripulire la contaminazione da pcb, denaro a cui va aggiunto una sorta di tesoretto da tenere da parte per le spese future. “Finora la città ha speso milioni e milioni di dollari e continuerà a spendere milioni e milioni di dollari per rimediare a questo problema”, ha ribadito il legale.

Che cosa sono, nello specifico, i pcb? I cittadini sostengono che queste sostanze tossiche siano sono state a lungo utilizzate in numerosi prodotti, tra cui apparecchiature industriali ed elettriche, fluidi idraulici, ignifughi, prodotti di carta, inchiostri e vernici. Anche se sono stati banditi negli Stati Uniti a partire dal 1979 (ai sensi del Toxic Substances Control Act), i pcb rimangono comunque oggetto di molte discussioni, soprattutto perché spesso sono direttamente collegati all’insorgenza di gravi malattie, come il cancro. In questi luoghi anche mangiare pesce o nuotare può esporre le persone a forti rischi. La quantità di pcb prodotti è stata negli anni così alta che, nonostante il divieto, le acque piovane e quelle reflue analizzate nel porto di Los Angeles, nei laghi e nei corsi d’acqua continuano ad avere alti valori di pcb. Nel testo della denuncia si legge inoltre che la Monsanto ha prodotto il 99% dei pcb utilizzati negli Stati Uniti tra il 1929 e il 1977.

Come hanno risposto alle accuse le aziende in questione? Bayer ha scritto in una dichiarazione che, esaminando la causa, i fatti sono infondati e non sussistono. “La Monsanto ha cessato volontariamente la sua produzione legale di pcb più di 40 anni fa, e non ha mai prodotto, utilizzato o smaltito pcb nelle acque di Los Angeles. Quindi non dovrebbe essere ritenuta responsabile per la contaminazione denunciata dalla città” si legge.

Per quanto riguarda Pfizer, invece, la sua portavoce Pamela Eisele ha dichiarato in una email che la presunta attività in questione è antecedente all’acquisizione di Pharmacia da parte di Pfizer e che quindi non ha niente a che vedere con l’azienda.

[di Gloria Ferrari]

Cina: la NATO è responsabile per la guerra in Ucraina

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Mentre i retroscena geopolitici dipingono il governo di Pechino attivo per cercare di favorire una soluzione negoziale al conflitto ucraino, il portavoce degli Esteri cinese Zhao Lijian ha ribadito quelle che per il governo cinese sono le responsabilità per la guerra in corso: «La Nato e gli Usa hanno spinto le tensioni tra Russia e Ucraina fino al punto di rottura». Attacco anche verso le sanzioni: «Brandire il bastone non porterà mai pace e sicurezza». La Cina ha ribadito nuovamente «le buone relazioni» con il governo di Putin. Al punto che, secondo la testata finanziaria Bloomberg, il governo di Pechino starebbe valutando un ingresso azionario in Gazprom e in altri colossi dell’economia russa.

L’invenzione mediatica del “fronte pro Putin”

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Secondo alcuni quotidiani, in particolare la Repubblica e Open, in Italia esisterebbe un “fronte pro Putin”. “Da Fusaro a Mattei”, scrivono. Oppure “da Fusaro a Dessì”. Un gruppo di intellettuali, politici, attivisti e quant’altro che, stando ai giornalisti, difenderebbe “lo Zar” per la guerra in Ucraina. 
In realtà non esiste nessun “fronte pro Putin italiano”, per due ragioni. La prima è che le persone citate nei vari articoli non costituiscono un gruppo omogeneo a livello di pensiero, né politicamente attivo, tanto da giustificare l’uso della parola “fronte”. L’unica cosa che hanno in comun...

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La guerra in Ucraina avrà anche conseguenze spaziali

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Se i rapporti tra Russia e mondo occidentale erano incrinati ancor prima dell’invasione dell’Ucraina, ora sono ridotti in macerie. Per quanto i risultati di questa tensione siano evidenti sul piano politico-economico, le sue ripercussioni riverberano anche sulla sfera accademica della ricerca scientifica, con il progetto della International Space station (ISS) che rischia di essere profondamente compromesso.

La stazione orbitale in questione nasce da una collaborazione tra le agenzie spaziali di Stati Uniti (NASA), Canada (CSA), Europa (ESA), Giappone (JAXA) e Russia (Roscosmos), ognuna delle quali ha prestato al progetto le competenze tecniche dei propri specialisti, ma anche le strumentazioni materiali che tengono in piedi l’intera struttura. Nello specifico, Mosca ha messo in campo il modulo della base che ospita i propulsori, propulsori che sono tanto vitali per modificare l’orbita dell’ISS, quanto essenziali per assicurarsi che questa non finisca a collassare contro la Terra.

Fino a non molti anni fa, Roscosmos e NASA vivevano di un rapporto simbiotico e di reciproco interesse. Da che gli USA hanno rinunciato agli shuttle, la Russia si era fatta carico del remunerativo compito di trasportare gli astronauti americani in orbita, quindi è giunta l’azienda privata SpaceX e il monopolio si è infranto. Questa rottura, affiancata ai crescenti malumori politici successivi all’invasione russa in Crimea, ha spinto Mosca a manifestare a più riprese la sua potenziale intenzione di abbandonare il progetto di ricerca, intenzione che ancora oggi non è però mai stata formalizzata ufficialmente. 

Considerando l’odierno clima belligerante, anche il più velato riferimento a una possibile defezione viene tuttavia preso profondamente sul serio e, anzi, la NASA sta già valutando il da farsi qualora la situazione dovesse volgere per il peggio. Dmitry Rogozin, uomo a capo di Roscosmos, non sta d’altronde cercando di calmare le acque, anzi getta benzina sul fuoco lanciando affermazioni provocatorie, il tutto mentre RIA Novosti, agenzia di stampa controllata dal Cremlino, pubblica un video che sornionamente mostra il modulo russo abbandonare l’ISS.

Ponendo le mani avanti, la NASA sta esercitando una certa «flessibilità» guardando con interesse alle possibili soluzioni offerte dai cargo prodotti dal gruppo Northrop Grumman, mentre Elon Musk, leader di SpaceX, si dice già pronto a scendere in campo per offrire un’improbabile soluzione salvifica. Per quanto sia un traguardo della collaborazione scientifica e un monumento alla conclusione della Guerra Fredda, la base orbitale mostra infatti profondi acciacchi di anzianità – si consideri che inizialmente si stimava di smantellarla nel 2015 – ed è difficile credere che le parti coinvolte abbiano tempo e risorse da utilizzare per sostenere un qualsiasi espediente che vada oltre al rattoppare una stazione che comunque verrà dismessa nel giro di sette o otto anni.

Rinunciare al ruolo di Roscosmos sarebbe dunque un colpo durissimo per la politica, ma anche per la base spaziale stessa e gli accademici da ambo le parti caldeggiano vocalmente perché la collaborazione sia consolidata in nome del progresso scientifico. «Sarebbe molto difficile per noi operare in solitaria», fa notare Kathy Lueders, Amministratrice del programma spaziale umano della NASA. «L’ISS nasce da una partnership internazionale che è stata creata con dipendenze condivise […], sarebbe profondamente triste per le operazioni internazionali, se non fossimo in grado di continuare a cooperare pacificamente nello spazio».

[di Walter Ferri]

L’Europa prepara l’uscita dal gas russo

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Gli Usa chiamano, l’Unione Europea risponde. Dopo le pressioni esercitate dal segretario di Stato Usa che ha chiesto ai partner europei di progettare un futuro prossimo senza l’importazione di energia da Mosca, la Commissione europea ha delineato un piano per ridurre la dipendenza dal gas russo di due terzi in un solo anno. A breve termine, il gas sostitutivo dovrebbe provenire dagli stessi Usa e dall’Africa. Inoltre, nei prossimi mesi, alcuni paesi potrebbero aver bisogno di usare più carbone da compensare con uno “sviluppo più rapido delle rinnovabili”.

Panama ha emanato una legge sui diritti della natura

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Panama ha emanato una legge sui diritti della natura, garantendole il “diritto di esistere, persistere e rigenerarsi”. La nazione si unisce così ad altri paesi, abbracciando un movimento legale che conferisce a terra, alberi, fiumi, barriere coralline e montagne diritti simili a quelli previsti per gli umani, le società e i governi. La legislazione, dibattuta per più di un anno all’Assemblea nazionale di Panama, riconosce nel mondo naturale “una comunità unica e indivisibile di esseri viventi, elementi ed ecosistemi interconnessi tra loro, con una propria serie di diritti intrinsechi”. 

Si tratta di un passo significativo che potrebbe avere positive ripercussioni sulle politiche riguardanti l’energia e il territorio. Da ora in poi, infatti, il governo dovrà sviluppare piani decisionali, politiche e programmi nel pieno rispetto della natura, impegnandosi a promuoverne i diritti a livello internazionale. Così come stanno già facendo altri paesi tra cui Bolivia, Ecuador, Brasile, Messico; altre realtà stanno ancora lottando per introdurre tali cambiamenti nelle loro giurisdizioni. La normativa di Panama comprende 18 articoli tra cui vengono specificati  “il diritto a conservare la biodiversità” e “il diritto a essere ripristinata dopo i danni causati, direttamente o indirettamente, dalla mano dell’uomo”. Inoltre, la legge riconosce la stretta relazione tra il benessere della natura e i popoli indigeni, e si impegna a promuovere e integrare la loro profonda conoscenza del territorio, nell’attuazione dei diritti e degli obblighi previsti.

Panama vanta un territorio ricco di biodiversità, caratterizzato da vaste distese di foreste pluviali e mangrovie che ospitano oltre diecimila specie di piante e animali. Purtroppo, secondo Global Forest Watch, dal 2002 al 2020 è avvenuta una drastica perdita – circa 78,4 ettari – di foresta primaria. Ciò significa che, in questo arco di tempo, l’area totale forestale è diminuita del 2,7%. Pertanto, la nuova legge sulla natura alimenta la speranza di riuscire a ripristinare parte del territorio panamense.

[di Eugenia Greco]

Ucraina: anche il Regno Unito eliminerà importazioni petrolio russo

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Il Regno Unito eliminerà gradualmente le importazioni di petrolio russo in risposta all’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca, con l’intento in tal senso che è quello di ridurre a zero le sue forniture entro la fine dell’anno: ad annunciarlo, nella giornata di oggi, è stato proprio il governo di Boris Johnson. Il Regno Unito si aggiunge così agli Usa, dato che il presidente Joe Biden in queste ore ha annunciato il bando del petrolio russo negli Stati Uniti.

Il mercato delle materie prime vive un “rally impressionante”

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Da diversi mesi è iniziata a livello globale la convivenza con il rialzo dei prezzi, a partire dal caro energia e dall’effetto domino che ha scatenato. Oggi gli ultimi tasselli, favoriti dal conflitto fra Russia e Ucraina, stanno cadendo, mostrando un quadro di assoluta incertezza e volatilità non più isolato esclusivamente al petrolio e al gas, ma esteso a una moltitudine di materie prime. Ciò significa che, nonostante la crisi globale attuale, alcuni settori sono e saranno destinati a diventare più vantaggiosi agli occhi degli investitori perché portatori di possibili profitti, non trascurando gli ovvi rischi fisiologici. Allo stesso tempo, per uno dei meccanismi alla base dell’economia, questi settori risulteranno meno convenienti per i consumatori, poiché più costosi.

Evoluzione PUN
Evoluzione PUN

Di fronte a un aumento generalizzato dei prezzi, che sfocia poi nel fenomeno dell’inflazione, il consumatore può scegliere due strade: continuare a comprare il prodotto inflazionato, magari in quantità ridotte, oppure decidere di sostituirlo con un bene simile, definito in termini economici come “succedaneo” o “sostituto”. Quest’ipotesi è dunque percorribile nel caso in cui il prodotto in questione sia facilmente rimpiazzabile, come nel classico esempio del burro e della margarina. Ma cosa accade quando il bene non può essere sostituito? I consumatori sono in un certo senso costretti a comprarlo e chi non può far fronte al repentino aumento del suo prezzo, come nel caso delle imprese, è destinato alla chiusura. È ciò che sta accadendo in diverse regioni italiane, come in Lombardia e precisamente a Brescia, dove alcune acciaierie e fonderie hanno fermato la produzione, visto la loro natura “energivora” e il costo della corrente in forte crescita. D’altronde, il PUN (Prezzo unico nazionale dell’energia elettrica) ha toccato il 7 marzo scorso quota 587 euro al MWh: si tratta di una quadruplicazione rispetto all’anno scorso e di una decuplicazione rispetto al 2020.

Petrolio e gas

Evoluzione settimanale di alcune materie prime

Petrolio e gas sono i due protagonisti dell’incremento dei prezzi delle materie prime. D’altronde tra aumento della domanda, scenari geopolitici instabili e l’idea di embargo contro il greggio russo era inevitabile un rialzo così importante. Prima di lasciare spazio ai dati è necessario, per dovere di informazione, fare chiarezza sulla distinzione fra greggio e petrolio: il primo è il cosiddetto “petrolio crudo”, risalente al momento dell’estrazione e  praticamente inutilizzabile, quindi va lavorato. Da un punto di vista finanziario è proprio il greggio, chiamato sul mercato italiano petrolio, a essere preso in considerazione. Nello specifico, si distingue il petrolio Brent da quello WTI sulla base della provenienza geografica: il primo viene estratto nel Mare del Nord, tra la Norvegia e la Gran Bretagna, mentre il secondo proviene dagli Stati Uniti. Attualmente, entrambi si avvicinano al record del 2008, viaggiando sui 130$ al barile e segnando un +70% rispetto a marzo 2021, quando un barile di petrolio costava circa 70$. Anche gasolio e gas naturale, usati ad esempio per riscaldare gli edifici, stanno vivendo una crescita simile al petrolio, con incrementi del 89% e del 24% rispetto all’anno scorso.

4,4$ a gallone

Frumento e mais

Altri due protagonisti dell’incremento dei prezzi sono il frumento e il mais, che dall’invasione russa dell’Ucraina hanno vissuto una crescita esponenziale, visto che dai due Paesi dipende il 30% della produzione mondiale di grano e un quinto del commercio del mais. A causa del caro energia sono aumentati i costi di produzione dei cereali, mettendo in difficoltà sia i produttori sia i consumatori. Ad oggi un bushel (circa 27 chili) di grano viaggia sulla cifra record di 12$ (+54% rispetto a febbraio), raggiunta nel 2008. Cifre diverse ma stesso destino per l’altro cereale che a marzo si è stabilizzato su una soglia di 7,5$/bushel.

12$ per bushel 

Nickel e palladio

Anche i metalli hanno infranto diversi record in termini economici. Il palladio, impiegato soprattutto nelle marmitte catalitiche, si è spinto fino a 3.440 dollari l’oncia sul mercato spot londinese, registrando un incremento di circa l’80% da inizio anno. La motivazione è legata alle tensioni geopolitiche attuali, visto che la Russia è responsabile del 40% dell’offerta mondiale del metallo e le esportazioni, anche causa sanzioni, sono crollate nell’ultimo periodo. Il nickel ha invece quasi raddoppiato il proprio prezzo, spingendosi al record storico di 55 mila dollari per tonnellata al London Metal Exchange (LME). Il metallo, di cui la Russia detiene circa il 10% delle esportazioni, è impiegato sia nella produzione di acciaio sia in quella di batterie.

Oro, argento, rame e platino

Due aspetti accomunano oro, argento, rame e platino: uno è la loro essenza metallica, l’altro è la crescita in termini di prezzo che stanno vivendo nell’ultimo periodo. L’oro, ad esempio, ha superato nelle scorse ore la soglia record di 2000$/oncia. Anche prima che scoppiasse la guerra tra Russia e Ucraina, la domanda delle azioni dei metalli preziosi era elevata, con ogni probabilità trainata dalla ripresa dopo la pandemia. Sul lungo periodo (3 anni) si sono registrati incrementi che variano dal 44% al 66%, segnato dall’argento, uno degli elementi più versatili presenti sulla Terra: il suo uso va dalla saldatura delle leghe alla creazione di batterie, passando per la produzione di semi-conduttori.

[Di Salvatore Toscano]

Faroe: il piccolo Stato che ha rifiutato il lockdown, dimostrando che non fa differenza

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Le Isole Faroe, un arcipelago a governo autonomo che fa parte del Regno di Danimarca, nonostante abbiano contrastato il Covid in maniera decisamente poco restrittiva, durante il primo anno pandemico hanno avuto numeri migliori rispetto alla vicina Islanda, dove la politica sanitaria è stata ben più rigida. Innanzitutto, infatti, bisogna ricordare che nelle Isole Faroe il governo non ha imposto alcun lockdown generalizzato: certo, durante le prime settimane di pandemia sono state ad esempio chiuse le scuole, tuttavia la lotta al virus si è basata principalmente su delle semplici raccomandazioni da parte del governo, che ha invitato i cittadini a seguire determinate regole anziché imporle.

Tra il mese di aprile 2020 ed il mese di maggio vi è poi stato un graduale ritorno alla normalità, con il governo che nei mesi successivi non è tornato sui propri passi. In risposta alle successive ondate, infatti, non sono state introdotte nuove misure di blocco e si è scelto di implementare un massiccio regime di test insieme a un rigoroso tracciamento di casi e contatti, tecnica che si è dimostrata essere efficace come documentato da alcuni studi. «La nostra gestione della pandemia durante la primavera e l’estate del 2020 è stata unica per portata ed efficacia della sua capacità di test ed infatti le Isole Faroe hanno registrato il più alto tasso di test pro capite al mondo», ha affermato in tal senso il primo ministro Bárður á Steig Nielsen sottolineando che se da un lato si è puntato praticamente tutto sui test dall’altro «a differenza della maggior parte dei governi, si è deciso all’inizio di provare ad influenzare il comportamento dei nostri cittadini emettendo raccomandazioni, non emanando leggi».

Detto ciò, è interessante confrontare, come anticipato precedentemente, lo sviluppo della pandemia durante il suo primo anno nelle Isole Faroe e nella vicina Islanda, una nazione molto simile in termini di cultura e standard di vita. L’Islanda ha implementato misure rigorose con cui sono state chiuse nel mese di marzo 2020, tra l’altro, le università, le scuole secondarie nonché poi anche tutte le piscine, i musei, ed i bar. Successivamente, a differenza di quanto fatto nelle Isole Faroe, con la nuova ondata autunnale è stata disposta nuovamente la chiusura di bar, palestre e luoghi di intrattenimento. Eppure, confrontando i numeri relativi al Covid tra le due nazioni, si nota che quelli delle Faroe siano migliori di quelli islandesi. Al 28 febbraio 2021, infatti, i casi confermati nelle Isole Faroe erano poco meno di 14.000 per milione di persone ed i decessi erano di 20 per milione, mentre in Islanda vi erano circa 16.000 casi e 80 decessi per milione nel medesimo periodo. Certo bisogna specificare che alla data del 28 febbraio 2021 nelle Faroe il 5,8% della popolazione fosse completamente vaccinata mentre in Islanda il 3,4%, tuttavia si tratta appunto di una leggera differenza che evidentemente può aver inciso in maniera alquanto limitata.

È per questo, dunque, che le differenze tra i due paesi meritano di essere prese in considerazione, in quanto potrebbero potenzialmente indicare che maggiori restrizioni non sono in maniera certa sinonimo di miglior contrasto alla pandemia. Inoltre, seppur sia comunque difficile affermare con certezza ciò, un altro elemento a favore di tale tesi è costituito dalla densità di popolazione delle due nazioni: se da un lato, infatti, il minor numero di abitanti delle Isole Faroe (circa 50.000) rispetto a quello dell’Islanda (circa 366.000) potrebbe far pensare che il paragone sia totalmente fuorviante, la densità di popolazione dimostra che ciò non sia esatto, in quanto quella delle Isole Faroe (34,8 abitanti per chilometro quadrato) è molto più elevata rispetto a quella dell’Islanda (3,09 abitanti per chilometro quadrato).

[di Raffaele De Luca]