venerdì 6 Marzo 2026
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Uk e India firmano patto di difesa e sicurezza

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Nelle scorse ore, l’India e il Regno Unito hanno firmato un nuovo trattato di “partnership estesa di difesa e sicurezza”. L’accordo è stato siglato dal premier indiano, Narendra Modi, e da quello britannico, Boris Johnson, che oggi è in visita a Nuova Delhi. I due Paesi, hanno dichiarato i premier in conferenza stampa, «hanno un interesse condiviso nel mantenere la regione Indo-Pacifica aperta e libera». Per questo motivo è nata la nuova partnership che costituirà un «impegno decennale» per India e Regno Unito.

Lo scambio di criptovalute china il capo all’UE

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Il quinto pacchetto di sanzioni definito a inizio mese contro la Russia dall’Unione Europea è un pacchetto atipico, se non altro perché va tra le altre a inasprire le misure imposte a un settore giovane i cui confini sono ancora estremamente fumosi, quello delle criptovalute. A distanza di qualche settimana, le misure in questione hanno infine convinto la più importante piattaforma di scambio del settore blockchain, Binance, ad alterare il proprio modus operandi incrinando il sogno di un blockchain fatto di finanza decentralizzata.

Non che Binance sia felice della cosa, sia chiaro. L’azienda ha anzi informato i clienti delle nuove restrizioni con un comunicato estremamente secco e che non manca di sottolineare come la decisione sia stata presa in relazione a un’imposizione dell’UE. Considerando che Binance è un’impresa cinese con sede legale alle isole Cayman, è facile che la realtà sia più articolata, ovvero che il CEO Changpeng Zhao abbia scelto di ottemperare alle richieste europee nell’ottica di portare avanti il suo progetto di trasformazione del portale in un’istituzione finanziaria di stampo tradizionale, tuttavia resta il fatto che qualcosa è cambiato.

Nello specifico, Binance ha notificato agli utenti russi che i portafogli digitali con somme che superano i 10.000 dollari siano ormai parzialmente congelati. I conti non potranno accogliere ulteriori depositi, né compiere transazioni e investimenti, la loro funzione sarà limitata alle richieste di prelievo e gli account colpiti avranno 90 giorni per terminare eventuali futures. Non solo, perché tutto funzioni l’azienda sta sollecitando tutti gli iscritti a verificare il proprio domicilio attraverso l’invio di documenti, cosa che a sua volta potrebbe far storcere il naso ad alcuni internauti.

Binance è il primo grande servizio di crypto-exchange a sottostare al pacchetto UE, ma l’azienda dice di essere certa che anche gli altri major dovranno presto adeguarsi a queste nuove regole, tacitamente suggerendo che sia indispensabile chinare il capo all’UE per rimanere nei giochi. La situazione impone comunque una riflessione sulla situazione del blockchain decentralizzato e sulla direzione che esso sta prendendo. Che si voglia “fregare il sistema” o circumnavigare le limitazioni di sistemi economici formali soffocanti, le criptovalute sono effettivamente una possibile alternativa al sistema finanziario di stampo classico, tuttavia la bontà liberatoria di queste monete digitali è anche condizionata da alcuni fulcri critici che ne minano l’efficacia.

Il gigante guidato da Zhao, per esempio, ha resistito fino alla fine alle richieste di Kiev di bloccare in maniera coatta ogni portafoglio digitale operante in Russia, tuttavia ignorare la pressione politica dell’Ucraina è una cosa, contrastare l’Unione Europea è un’altra. Binance, in quanto azienda, si dev’essere fatta quattro conti in tasca, capendo che una resistenza adamantina ai pacchetti sanzionatori avrebbe fatto più male di quanto non stia facendo la pubblicità negativa sviluppatasi attorno al suo atteggiamento remissivo.

Il gesto di cedimento del portale è tuttavia perlopiù simbolico: Bloomberg stima che dei 10 milioni di utenti iscritti sul portale, solamente 50.000 siano effettivamente dotati di portafogli che eccedono le somme indicate ed è difficile che questi siano tutti di origine russa. Quella dell’azienda sarebbe dunque una concessione più formale che pratica, tuttavia permane il dubbio che questo tipo di atteggiamento possa finire con il far sì che il blockchain sia vincolato dalle stesse dinamiche da cui molti vorrebbero che si scostasse, ovvero che broker, exchange e banche siano ormai la voce di riferimento di un potere che si sarebbe dovuto sviluppare orizzontalmente.

[di Walter Ferri]

Il Comune di Venezia sperimenterà l’uso del QR Code per monitorare i turisti

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Nelle ultime settimane stanno nascendo nuovi campi di applicazione per il sistema QR Code già sperimentato per la certificazione verde. Dopo l’idea del governo di un election pass, è arrivato il turno degli enti locali minori. Il Comune di Venezia ha deciso di sperimentare un sistema di prenotazioni rivolto ai turisti a partire dalla prossima estate. Inizialmente, sarà facoltativo e darà accesso a diversi incentivi come sconti o priorità su alcuni servizi gestiti dal Comune o dalle sue partecipate. Dal 2023, oltre alla prenotazione e relativo QR Code, sarà necessario anche pagare un contributo d’accesso, proprio come avviene già per musei, teatri e cinema.

Il controllo del QR Code, nelle intenzioni comunali, servirà allo scopo di verificare che tutti i turisti siano in regola con il pagamento della tassa di soggiorno, permettendo loro l’accesso alla città. L’altro obiettivo dichiarato è quello di venire a conoscenza, con anticipo, del numero di persone presenti nel centro storico, per controllare i flussi turistici. In seguito ai 140.000 visitatori di Pasqua e i 100.000 del giorno successivo, il Presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, e il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, hanno ribadito la loro fiducia nella misura. «È fondamentale che si trovi una soluzione per arginare il fenomeno, magari approfittando delle nuove tecnologie che permettono a tutti di noi di prenotare da qualsiasi parte del mondo il posto in aereo o al cinema. In questo caso sarà il museo open air che è Venezia», ha dichiarato Zaia.

[Di Salvatore Toscano]

A Taranto è stato inaugurato il primo parco eolico del Mediterraneo

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È stato inaugurato ieri 21 aprile, a Taranto, Beleolico, il primo parco eolico off-shore dell’intero bacino del Mediterraneo. L’impianto ha una potenza complessiva di 30 Megawatt (Mw) e, a regime, potrà coprire il fabbisogno annuo di circa 60mila persone, con le sue dieci turbine in grado di generare 58 mila Megawatt/ora (Mwh) di energia. Nelle intenzioni del governo Draghi, Beleolico è il primo passo di una marcia che si vorrebbe spedita, data la recente decisione da parte del Consiglio dei Ministri di sbloccare la costruzione di sei parchi eolici tra Puglia, Sardegna e Basilicata. Il parco inaugurato ieri in una area di circa 131 mila metri quadrati nel golfo della città più inquinata d’Italia è certamente una speranza per un futuro migliore per una zona che ha legato il proprio sviluppo industriale alle industrie dell’acciaio e degli idrocarburi e ai malanni di salute da queste provocati. Anche se la presenza all’inaugurazione, al fianco dei ministri Giorgetti (Sviluppo) e Giovannini (Infrastrutture), del presidente delle Acciaierie d’Italia, Enrico Giovannini, sarà parsa quantomeno di infausto presagio a molti cittadini.

Il parco eolico rappresenta un investimento totale da 80 milioni di euro e la sua costruzione è stata realizzata da una società per azioni di nome Rexenia, secondo i cui calcoli nell’arco del suo ciclo di vita Beleolico consentirà un risparmio di circa 730mila tonnellate di CO2.

Rimane però il bisogno di velocizzare le tempistiche, perché per quanto la notizia di oggi sia positiva, ci sono voluti ben quattordici anni per arrivarci. Contro gli iter europei che invece, solitamente, durano circa sei mesi. Il problema di movimenti tanto lenti, oltre all’urgenza energetica e ambientale, sta nel fatto che nel frattempo gli impianti diventano obsoleti. Se si vuole davvero arrivare a 20 mila megawatt di potenza dell’eolico entro il 2030, nei prossimi otto anni il Bel Paese dovrebbe essere in grado di snellire certe procedure e aumentarne la velocità di almeno tre volte. Una situazione che Legambiente ha ben chiara, tanto da indire un flash mob proprio mentre il nuovo parco eolico veniva inaugurato. I partecipanti hanno fatto appello al premier Mario Draghi perché si renda conto dell’urgenza di un decreto sblocca rinnovabili, mentre al ministro della Cultura Dario Franceschini è stato chiesto di smettere di “ostacolare” la transizione ecologica, dopo fin troppi ostracismi da parte di Sovrintendenze, Regioni, Comuni e comitati locali.

L’esempio di Taranto è centrale perché luogo in cui è esistita un’acuta noncuranza, tra casi come la raffineria Eni e le ciminiere inquinanti dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa (l’ex Ilva). Nonostante le proteste e le battaglie legali, l’Italia iniziò davvero ad agire per la salute pubblica e ambientale solo dopo la spinta da parte della Commissione europea che invitò il Paese ad adeguarsi alla nuova Direttiva 2010/75/UE (Direttiva IED) sulle emissioni industriali e i grandi impianti di combustioni. Era il 2013 e dalle prove di laboratorio fu chiaro l’inquinamento dell’aria, delle acque e del terreno di Taranto. Che Beleolico, possa quindi far tirare “una nuova aria” e rappresentare un primo step verso l’accelerazione sul fronte delle rinnovabili.

[di Francesca Naima]

Inquinamento, NIST: “Le microplastiche sono ovunque”

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Una ricerca del National Institute of Standards and Technology (NIST) ha rilevato la dispersione nell’ambiente di microplastiche e nanoplastiche da parte dei prodotti di uso più comune, dalle tazze monouso alla carta da forno.  In particolar modo, lo studio ha dimostrato che, quando esposti a temperature elevate (come l’acqua calda), questi oggetti rilasciano migliaia di miliardi di microplastiche e nanoplastiche per ogni litro di acqua, finendo così nella catena alimentare.

Giovedì 21 aprile

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7.00 – La Procura di Roma indaga 9 ministri del governo Conte II per abusi nelle politiche pandemiche.

9.00 – I ministri delle finanze del G7 annunciano nuovo piano di aiuti all’Ucraina per 24 miliardi di dollari.

9.30 – Liberati gli attivisti di “Ultima Generazione” arrestati ieri per una proteste contro ENI a Roma.

10.00 – Putin annuncia conquista di Mariupol e l’annullamento dell’assalto alla acciaieria per «preservare i soldati».

11.25 – Il Governo Draghi pone nuovamente il voto di fiducia per il “decreto bollette” al Senato.

14.10 – L’Italia firma un accordo con il Congo per aumentare forniture di gas.

15.20 – Italia, la Commissione Giustizia vota proposta di legge che rende l’utero in affitto “reato universale”.

17.00 – Il Comune di Venezia sperimenterà l’uso del QR Code per monitorare il turismo.

 

Shrinkflation: la tecnica usata dalle aziende per mascherare l’aumento dei prezzi

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Con l’intento di mascherare l’aumento del costo del carrello della spesa, le aziende stanno mettendo in campo una tecnica potenzialmente in grado di rendere gli acquirenti inconsapevoli di tale crescita: la “shrinkflation”. A denunciarlo sono le associazioni dei consumatori, secondo cui tale metodo – con cui gli articoli vengono ridotti in termini di dimensioni o quantità mentre i loro prezzi rimangono sostanzialmente gli stessi – può facilmente ingannare i clienti. Difficilmente, infatti, il consumatore che acquista senza badare troppo all’etichetta si accorgerà di tali differenze trovandosi davanti lo stesso prezzo di sempre e lo stesso pacchetto che è abituato a comprare, o comunque solo leggermente più piccolo.

È per questo che il Codacons – ovverosia il Coordinamento delle associazioni per la difesa dell’ambiente e dei diritti degli utenti e dei consumatori – ha recentemente presentato un esposto all’Antitrust ed a 104 Procure della Repubblica di tutta Italia chiedendo di aprire indagini volte a verificare se tale prassi avviata dai produttori possa costituire fattispecie penalmente rilevanti, dalla truffa alla pratica commerciale scorretta. “Un trucchetto che consente enormi guadagni alle aziende produttrici ma di fatto svuota i carrelli e le tasche dei consumatori, realizzando una sorta di inflazione occulta”: è così che il Codacons definisce la “shrinkflation”, sottolineando infatti che i consumatori “tendono ad essere sempre sensibili al prezzo, ma potrebbero non notare piccoli cambiamenti nella confezione o non fare caso alle indicazioni, scritte in piccolo, sulle dimensioni o sul peso di un prodotto”.

Si tratta, a quanto pare, di una tecnica alquanto diffusa, dato che il Codacons fa sapere che secondo una recente indagine dell’Istat “i casi analoghi registrati in mercati, rivendite e super-mercati italiani sono stati 7.306”, con i picchi che si sono avuti “nel settore merceologico di zuccheri, dolciumi, confetture, cioccolato, miele (in 613 casi diminuzione della quantità e aumento del prezzo) e in quello del pane e dei cereali (788 casi in cui, però, si è riscontrata solo una riduzione delle confezioni)”. “Bibite, succhi di frutta, latte, formaggi, creme e lozioni sono le altre categorie di prodotti a cui è bene prestare particolare attenzione”, ricorda inoltre il Codacons, il quale infine sottolinea che il fenomeno della shrinkflation è stato osservato anche durante il periodo di Pasqua, con il peso di alcune colombe che “è passato magicamente da 1 kg dello scorso anno ai 750 grammi del 2022, mantenendo intatti prezzo e confezioni”.

Su quest’ultimo punto si è soffermata anche l’Unione Nazionale Consumatori – la prima associazione di difesa dei consumatori in Italia – che al pari del Codacons ha deciso di battersi contro il fenomeno. “Le colombe pasquali da 750 grammi con confezione simile a quelle da 1 Kg finiscono all’Antitrust”, si legge in una nota dell’associazione, che infatti ha presentato un esposto all’Authority sulla “shrinkflation” in virtù non solo del minor peso delle colombe pasquali, ma anche di diversi altri prodotti tra cui le mozzarelle (da 100 grammi invece che da 125), il caffè (da 225 al posto di quello da 250 grammi) ed il tè (con 20 bustine invece di 25). «La sgrammatura dei prodotti è antica, ma con la crisi attuale e gli aumenti dei costi di produzione delle aziende, dovuti ai rincari energetici di luce e gas, le segnalazioni dei consumatori si sono moltiplicate e le tecniche delle aziende si sono fatte sempre più insidiose», ha inoltre affermato a tal proposito il presidente dell’associazione Massimiliano Dona.

Infine, a denunciare tale pratica nelle scorse settimane è stata l’associazione Consumerismo no profit, che a sua volta ha presentato un esposto all’Antitrust chiedendo di accertare se la “shrinkflation” possa violare le norme del Codice del Consumo e realizzare una pratica commerciale scorretta. Si tratta di «una prassi che inganna i consumatori, i quali non hanno la percezione di subire un aggravio di spesa, e svuota i carrelli anche del -30%, poiché a parità di spesa le quantità portate a casa sono inferiori» ha infatti spiegato il presidente di Consumerismo no profit, Luigi Gabriele.

[di Raffaele De Luca]

Shanghai, nuova trovata anti-Covid: lavoratori costretti a dormire in azienda

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A Shanghai, dopo l’introduzione dell’ennesimo lockdown, la decisione di isolare dalle famiglie e mandare nei centri anti-Covid anche i bambini piccoli, e le violenze poliziesche verso chiunque non rispetti le direttive del governo, la politica “zero contagi” portata avanti dal governo cinese si arricchisce di un nuovo capitolo: molti lavoratori dovranno invece imparare a vivere in ufficio, rimanendoci di fatto per 24 ore su 24.

È un sistema definito “a bolla”, termine che rende al meglio l’idea delle condizioni di vita con cui il lavoratore deve avere a che fare. Da metà marzo, infatti, un alto numero di banche, società e altre istituzioni della città hanno dichiarato di aver invitato i propri dipendenti a trasferirsi sul posto di lavoro, per evitare di dover interrompere il proprio operato per via del Coronavirus. Alcuni dormono su brande di fortuna o giacigli improvvisati, i più attrezzati hanno allestito una vera e propria postazione da notte.

 

Il quotidiano di Hong Kong, il South China Morning Post, ha scritto che la Commissione di economia e tecnologia dell’informazione – che in sintesi si occupa dello sviluppo industriale del paese – venerdì scorso ha pubblicato la lista delle aziende che dovranno (se non lo stanno già facendo) sottostare al nuovo regolamento: alcune imprese riguardano settori chiave come i chip, l’energia e l’automobile, tra cui il gigante cinese dei semiconduttori Smic.

Secondo quanto riportato da Bloomberg, anche la sede cinese di Tesla – società di automobili elettriche –  ha deciso di adottare per i suoi lavoratori questo sistema “a bolla”. Stando a quanto si legge, l’azienda fornirà ai dipendenti un materasso, un sacco a pelo, tre pasti garantiti al giorno e un’indennità – stabilita in base al ruolo ricoperto –  di alcune decine di dollari a tutti coloro che rimarranno a dormire nello stabilimento. Si tratta di circa 400 dipendenti, che dovranno vivere rinchiusi in fabbrica almeno fino al 1° maggio, sottoponendosi a tamponi continui e controllo della temperatura due volte al giorno.

shanghai covid misure

Quelle che Shanghai sta adottando in queste ultime settimane, sono misure estremamente rigide, probabilmente molto di più di quelle previste per il primo lockdown del 2020.  La città sta infatti cercando di rimettere in piedi la propria economia, che da sola – grazie alla presenza di migliaia di istituzioni finanziarie locali e internazionali –  vale 660 miliardi di dollari.

Al momento non ci sono date certe su quando le restrizioni saranno almeno un po’ allentate, né ci sono chiare indicazioni. Tuttavia la situazione continua ad essere critica: tra il 17 e il 18 aprile si sono registrati a Shanghai 10 morti. È la prima volta che accade dall’inizio della nuova ondata, anche se si tratta principalmente di persone la cui età è compresa tra i 60 e i 101 anni. L’obiettivo del paese è comunque quello di radunare tutte le persone positive all’interno dei centri appositi, per cercare di contenere al massimo i contagi e la rabbia che cresce tra la popolazione. Per i cittadini infatti, costretti in casa, è diventato ormai anche difficile procurarsi beni di prima necessità, cibo e farmaci.

[di Gloria Ferrari]

Dl bollette: ok definitivo Senato con 207 voti a favore

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L’Aula del Senato ha approvato in via definitiva – con 207 voti a favore, 38 contrari e nessun astenuto – la conversione in legge del decreto bollette, dopo che questa mattina nei confronti della stessa il ministro per i rapporti con il Parlamento Federico D’Incà aveva posto la questione di fiducia. Il provvedimento, che doveva essere convertito in legge entro il 30 aprile, ha ad oggetto misure urgenti per il contenimento dei costi dell’energia elettrica e del gas naturale, per lo sviluppo delle energie rinnovabili e per il rilancio delle politiche industriali.

Roma avrà un termovalorizzatore: nonostante le polemiche è una buona notizia

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Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri ha annunciato la realizzazione di un termovalorizzatore da 600mila tonnellate per la Capitale. Una mossa, a detta di molti, coraggiosa, che ha diviso gli schieramenti politici e scosso l’amministrazione regionale. L’impianto permetterà di abbattere del 90% l’attuale fabbisogno di discariche e, secondo quanto dichiarato, avrà un impatto ambientale praticamente nullo. «L’obiettivo – ha aggiunto il primo cittadino di Roma – è avere tempi rapidi, servono ovviamente alcuni anni ma vorremmo concludere il termovalorizzatore entro l’arco della consiliatura e possibilmente entro il Giubileo». Nel complesso, il Piano presentato comprende, oltre al termovalorizzatore, due biodigestori anaerobici, due impianti per la selezione ed il recupero di carta, cartone e plastica e nuovi centri di raccolta. In questo modo – spera la maggioranza capitolina – Roma potrà finalmente chiudere il ciclo dei rifiuti e mettersi al pari con le grandi capitali europee e le maggiori città italiane. Il tutto determinerà inoltre una riduzione delle emissioni del 44%, con un -15% per le emissioni su attività di trasporto, -18% sull’impiantistica e -99% sulle emissioni da discarica. Sarà poi possibile soddisfare il fabbisogno di energia elettrica di 150.000 famiglie l’anno e di ridurre la Tari – la tassa sui rifiuti – di almeno il 20%, nonché di potenziare in misura significativa le attività di raccolta e di pulizia della città.

Come prevedibile, tuttavia, la decisione non è stata accolta positivamente da tutti. In primo luogo, c’è il no deciso della sinistra radicale, dei Verdi e del Movimento 5 Stelle. Poi, c’è la questione del Piano rifiuti regionale, il quale, espressamente, non prevede la realizzazione di alcun termovalorizzatore. Tuttavia, sebbene la gestione degli scarti urbani spetti alla Regione, il sindaco punta a sfruttare i suoi poteri speciali di commissario per il Giubileo per operare in deroga al suddetto Piano. Per quanto riguarda l’ubicazione dell’impianto non si sa ancora molto: qualche indiscrezione fa pensare alla zona di Santa Palomba, nell’estrema periferia sud della Capitale, ma nulla di certo. Marcata anche l’opposizione degli ambientalisti di Legambiente secondo cui la scelta è «totalmente sbagliata, contraria alle politiche ambientaliste e ai principi di sviluppo ecosostenibile ed economia circolare». Eppure, dati alla mano, la decisione avanzata da Gualtieri non sembra poi così assurda. L’impianto che si pensa di realizzare a Roma, infatti, sarà una struttura di ultima generazione che non ha nulla a che vedere con gli inceneritori di prima generazione. Gli impianti attuali recuperano, sotto forma di energia elettrica, l’85% del calore prodotto dalla combustione dei rifiuti, si tratta quindi di infrastrutture ad elevata efficienza energetica.

In termini di emissioni, invece, le cose sono un po’ diverse poiché nessuna combustione è esente dal rilascio di anidride carbonica. Tuttavia, vanno considerati diversi aspetti. Prima di tutto, va precisato, un termovalorizzatore è nel complesso meno impattante di una discarica, sia in termini di emissioni di gas serra che di inquinanti. Nella Capitale, anche se la raccolta differenziata arrivasse al 65%, sarebbe comunque necessaria una discarica dalle elevate capacità e, quindi, dall’elevato impatto ambientale. Mentre così, assicura il Sindaco, ne sarà necessaria solo una, piccola e di servizio, da 60mila tonnellate. «Nel trentennio 1990-2019 – evidenzia poi l’Informative inventory report Italy 2021 – a fronte di un incremento del quantitativo di rifiuti inceneriti, che è passato da circa 1,8 milioni di tonnellate del 1990 a circa 6 milioni nel 2021, si è avuto un forte calo del totale delle emissioni del settore incenerimento». In relazione agli obiettivi climatici, sebbene più sensata dell’ennesima discarica, chiaro è che quella del termovalorizzatore non sia l’opzione migliore. Ma anche qui è necessaria una precisazione. L’impianto, difatti, produrrà energia risparmiando le emissioni altrimenti prodotte dall’uso di combustibili fossili. Anche in un’ottica di mix energetico 100% rinnovabile, infatti, una quota del fabbisogno dovrà essere necessariamente coperta anche dalla combustione dei rifiuti. Ad ogni modo, in termini di emissioni climalteranti – secondo i dati di uno studio realizzato da diverse università italiane per conto di Utilitalia – il recupero energetico negli inceneritori ha un impatto 8 volte inferiore a quello di una discarica. L’incenerimento dei rifiuti comunque, è bene ribadirlo, non è un’opzione pienamente sostenibile e sulla sua effettiva sicurezza in termini di inquinamento atmosferico il dibattito è ancora aperto. Tuttavia, per una città notoriamente satura di scarti urbani, il cui fabbisogno per lo smaltimento di rifiuti oggi ammonta a 1.200 tonnellate al giorno, potrebbe non esserci altra alternativa rapidamente attuabile.

[di Simone Valeri]