mercoledì 14 Gennaio 2026
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Hollywood e il Pentagono: il complesso militare-culturale della supremazia USA

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Nel prossimo marzo uscirà nelle sale cinematografiche The Batman, con la regia di Matt Reeves e con Robert Pattinson nei panni di Bruce Wayne. In questo 2022, sempre prodotti da DC Entertainment, usciranno anche The Flash e Batgirl. Oltre che essere film prodotti dalla controllata di Warner Bros, cosa possono avere in comune i film dei supereroi statunitensi? La risposta è: il Pentagono. L’esercito statunitense è infatti attivo produttore di una lista lunghissima di film, e non solo: serie tv, programmi e show televisivi sono attentamente visionati e modificati secondo le esigenze del Dipartimento della Difesa (DoD).

Nel 2013, grazie ad una richiesta inerente il Freedom of Information Act (FOIA) prodotta da Stephen Underhill, venne rilasciata una lunghissima lista di prodotti mediatici in cui il DoD ha avuto un ruolo da protagonista. Se nella lista non sorprende trovare film di guerra, ove la consulenza da parte del settore militare è comprensibile, risulta curioso trovare film, programmi e show di ogni genere: King Kong, Hawaii Five-O, America’s Got Talent, Oprah, Jay Leno, Cupcake Wars, Iron Man, Hulk, Transformers, Jurassic Park III sono solo alcuni delle produzioni in cui il Pentagono è stato attore. I documenti vagliati da Tom Secker e Matthew Alford, autori del libro National Security Cinema, raccontano di come il DoD abbia lavorato alla produzione di circa 800 film e più di 1.000 programmi televisivi. Il pubblico nei paesi autoritari è spesso consapevole di guardare la propaganda del governo. Tuttavia, il pubblico occidentale generalmente non si rende conto che quando sta guardando è una versione modificata dello stesso fenomeno, ha spiegato Tom Secker.

I due autori spiegano che scrittori e produttori si avvicinano al Pentagono chiedendo l’accesso alle risorse militari per la realizzazione del loro prodotto, dovendo poi presentare la loro sceneggiatura agli uffici di collegamento per il controllo dell’intrattenimento. Se ci sono personaggi, azioni o dialoghi che il DoD non approva, il regista deve apportare modifiche per soddisfare le richieste dei militari. Se si rifiutano, il Pentagono impacchetta i suoi giocattoli (vedi: basi, navi, aerei, elicotteri, personale addestrato e tecnologia varia) e torna a casa. Per ottenere la piena cooperazione i produttori devono firmare contratti – accordi di assistenza alla produzione – che li bloccano nel caso in cui una sceneggiatura non sia approvata dai militari.

Phil Strub è stato l’ufficiale di collegamento del Pentagono per Hollywood per più di 25 anni. In altre parole, è stato colui che aveva l’ultima parola sulle produzioni cinematografiche e televisive. Il suo nome è apparso alla fine di molti film, nella lista delle persone che i produttori desiderano ringraziare, tra cui Transformers: Revenge of the Fallen, Lone Survivor, Iron Man, The Perfect Storm, The Day the Earth Stood Still, così come in spettacoli televisivi come Bones e 24. Strub ha raccontato come Transformers, e il suo sequel Revenge of the Fallen, abbia utilizzato tutti i rami del servizio militare: innumerevoli basi, poligoni missilistici, squadroni da combattimento e portaerei.

Roger Stahl, regista di Theaters of War (2018), ha coinvolto una serie di ricercatori, veterani, addetti alle pubbliche relazioni e produttori del settore disposti a parlare. In dettagli inquietanti, Theaters of War narra di come il Dipartimento della Difesa, con le sue varie agenzie, ha spinto le narrazioni ufficiali dei fatti mentre sistematicamente puliva dai copioni i crimini di guerra, la corruzione, il razzismo, la violenza sessuale, i colpi di stato, gli omicidi e le torture.

Todd Breasseale, un ufficiale dell’esercito in pensione ha affermato: «L’esercito è lì da quando Hollywood è stata costruita per la prima volta dai canyon e dal deserto di Los Angeles». La relazione risale ai primi anni del ‘900, fin dagli inizi, ma si rafforza nel 1927 – anno della creazione degli Academy Awards – con la produzione del film muto Wings, con protagonista Clara Bow: presentava oltre 3.000 fanti come comparse, oltre a piloti militari e aerei della US Air Force; ha vinto il primo Oscar per il miglior film.

Lawrence Suid, autore di The Making of the American Military Image in Film, ha spiegato come la seconda guerra mondiale abbia creato ancor più commistione tra l’industria cinematografica statunitense e il settore militare. I Aim at the Stars, uscito nel 1960, è stato voluto fortemente dal Pentagono: il film racconta la storia Wernher von Braun, l’ingegnere che ha sviluppato il programma missilistico della Germania nazista e che, con la fine della guerra, diventerà capo della NASA; doveva essere rappresentato come eroe americano.

Appare chiaro il controllo del governo degli Stati Uniti su Hollywood, compresa la capacità di manipolare le sceneggiature o addirittura impedire che vengano realizzati film troppo critici nei confronti del Pentagono – per non parlare dell’influenza su alcuni dei franchise cinematografici più popolari degli ultimi anni. Ciò solleva nuove domande non solo sul modo in cui funziona la censura nella moderna industria dell’intrattenimento, ma anche sul ruolo poco conosciuto di Hollywood come macchina di propaganda per l’apparato di sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

[di Michele Manfrin]

Tempesta Eunice: 13 morti in Europa

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La tempesta Eunice, abbattutasi nella giornata di ieri sull’Europa occidentale e caratterizzata da venti fino a 190km all’ora, ha provocato la morte di 13 persone. Nello specifico, le vittime sono state segnalate in Irlanda, Olanda, Belgio, Germania, Polonia e Gran Bretagna, dove i servizi di emergenza sono al lavoro da diverse ore per ripristinare la corrente elettrica alle oltre 400mila persone rimaste al buio. Le autorità hanno inoltre invitato i cittadini a non viaggiare per evitare una situazione di caos totale nei trasporti dopo che alcune tratte ferroviarie sono state chiuse a causa della tempesta, in Gran Bretagna così come in Olanda. Infine, anche in Francia Eunice ha generato danni, dato che 75mila persone sono rimaste senza elettricità.

Tassonomia, gas e nucleare: il coro stonato dei giornali italiani

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ExxonMobil operation near Chicago, IL, summer of 2014

Nucleare e gas non entrano nella tassonomia”. “Gli esperti UE bocciano nucleare e gas”. A sfogliare la rassegna stampa dei giornali italiani nelle scorse settimane, sembrava chiaro e assodato a tutti che l’Unione Europea avesse bannato l’energia nucleare (e il gas) dal proprio futuro energetico e dal dizionario delle fonti rinnovabili. Una decisione presa grazie all’autorevole parere della scienza, si evinceva leggendo i resoconti che parlavano della “Eu Platform for Sustainable Finance”. Per gli ambientalisti e per chi ritiene che il referendum sul nucleare sia una pietra miliare nelle scelte di politica energetica, certamente un giorno di sollievo e un motivo per guardare al futuro con più ottimismo.

Peccato, però. Peccato perché non era vero nulla. Una notizia totalmente infondata, come si diceva una volta. O una fake, come va di moda adesso. Anche in questo caso, in occasione della discussione in merito all’inserimento nella tassonomia europea di queste fonti, è successo quello che accade sempre più spesso nella stampa italiana: qualcuno ha preso – male, praticamente al contrario – la notizia da qualcun altro, e tutti gli altri gli sono andati dietro. 

Il coro che ne è uscito, senza distinzioni tra Repubblica, Corriere, Il Fatto, l’Ansa stessa, e via via tutti gli altri, ha preso quindi una stecca clamorosa. A conferma del fatto che nelle redazioni è sempre più difficile trovare qualcuno che abbia voglia di leggere bene le notizie che arrivano, di verificarle e magari di porsi anche qualche domanda. 

Il punto di partenza, intanto, è che non c’è stata nessuna Commissione di esperti. O meglio, che la Commissione citata da tutti non è affatto un consesso di scienziati. Si tratta della “Eu Platform for Sustainable Finance” ed è una Commissione variegata come la macedonia. Al suo interno, rappresentanti di gruppi industriali, finanziari, banche, associazioni ambientaliste e di consumatori. Un organismo consultivo, tra l’altro, i cui pareri quindi non sono assolutamente vincolanti: sono appunto pareri di persone che rappresentano altre persone, più in generale gli investimenti di chi finanzia l’economia rinnovabile. Siamo molto lontani, quindi, da quello che si poteva immaginare leggendo i resoconti della stampa italiana all’indomani dell’opinione espressa dalla Commissione. Che al suo interno, per capirci, ha rappresentanti di Airbus, BNP Paribas, Bloomberg, Cassa Depositi e Prestiti, iberdrola e tante altre sigle del mondo economico e finanziario, oltre a diverse del mondo ambientalista e green. Molte voci, molti interessi, ma nessuno di loro che parla da esperto.

Soprattutto, non è nemmeno vero che si sono espressi contro l’energia nucleare e il gas come riportato per i lettori italiani. O almeno, solo in parte. I giornali italiani infatti hanno preso in massa spunto da un articolo del Financial Times, attribuendo a quello la paternità della fonte e la notizia. Ma evidentemente, o i giornalisti italiani non hanno letto l’articolo del FT, oppure l’hanno letto e ci hanno capito il giusto: più probabile che si siano fermati al titolo. Il FT infatti riporta che la Commissione si è dilungata soprattutto sul gas, proponendo limiti più stringenti alle emissioni (100 grammi per KwH invece degli attuali 270), e affermando in modo analogo per il nucleare che nella costruzione degli impianti è necessario assumere criteri più severe in ordine allo smaltimento e nell’ottica della decarbonizzazione del pianeta.

La notizia era talmente fake che, come riporta il Financial Times, non c’è stata nessuna bocciatura. Anzi, si legge, il testo della bozza sottoposto alla Commissione sarebbe stato quasi sicuramente approvato per come era stato redatto. E infatti, come noto, alla fine nella tassonomia UE sono entrati sia l’energia nucleare che il gas. Ossia tutto il contrario di quello che si era letto e capito dai giornali italiani in corso d’opera, mentre la vera Commissione scientifica UE, che si chiama JRC (Joint Research Centre) e fornisce pareri indipendenti in cinque paesi dell’Unione (tra cui l’Italia), un anno fa in un dossier di 387 pagine aveva già espresso il suo parere in materia di nucleare, concludendo che non ha un impatto ambientale peggiore (non ce ne sono le evidenze scientifiche, secondo gli scienziati JRC) di quello delle altre tecnologie esistenti per produrre energia rinnovabile. Hanno parlato di “danno non significativo”, per la precisione.

Questo, ovviamente, è un altro discorso e comunque la si pensi in materia, di certo non ha aiutato leggere i resoconti dei giornali italiani che poi, come se nulla fosse, hanno pubblicato l’inserimento nella tassonomia di nucleare e gas: come se l’avessero sempre scritto e previsto. 

[di Salvatore Maria Righi]

Giustizia climatica significa giustizia del debito

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Se da un lato sono le politiche indiscriminate di sfruttamento delle risorse e di industrializzazione dei Paesi sviluppati che hanno contribuito in maniera determinante alla crisi climatica, a farne le spese sono i Paesi in via di sviluppo, i quali subiscono maggiormente gli effetti di eventi meteorologici devastanti causati proprio dal cambiamento climatico. Gli Stati del nord del mondo hanno di fatto contratto un debito climatico nei confronti di questi Paesi il quale, per essere saldato, richiede che vengano messe in campo misure concrete e immediate per rimediare alla crisi ambientale e fa...

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Aifa, approvata quarta dose di vaccino per immunodepressi

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La Commissione tecnico scientifica dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) si è riunita nella giornata di venerdì 18 febbraio e ha approvato la somministrazione di una quarta dose di vaccino contro il Covid ai soggetti immunodepressi. La dose verrà somministrata con vaccini mRna, quindi Pfizer o Moderna, con gli stessi tempi di somministrazione della dose booster, quindi all’incirca quattro mesi.

La ricerca sui nuovi antibiotici e il “modello Netflix”: la nuova idea del WEF

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Investire per produrre nuovi antibiotici costa tanto e il ritorno economico è incerto? Le big pharma hanno la soluzione: gli stati acquistino i nuovi medicinali a scatola chiusa, senza nemmeno la certezza che saranno efficaci, in modo da suddividere tra i cittadini i costi della ricerca senza intaccare i profitti aziendali. A metterlo nero su bianco, con una prosopopea decisamente più rassicurante, sono stati il colosso delle consulenze finanziarie Boston Consulting Group (BCG) e la “confindustria” che rappresenta gli interessi delle più grandi multinazionali e dei fondi d’investimento globali, ovvero il World Economic Forum (WEF). I due soggetti hanno redatto un report con la proposta di elaborare un “modello di abbonamento” basato su un pagamento fisso annuale per un periodo prestabilito. Si legge, infatti, nella sintesi del documento, che “i governi devono trovare un modo per fornire una cifra stabilita che sia sufficiente a compensare tutti i costi di investimento in ricerca e sviluppo prima che il prodotto sia pronto ad entrare sul mercato”. Questo schema di pagamento periodico – ribattezzato il “modello Netflix degli antibiotici” – è già stato sperimentato in Gran Bretagna e in Svezia e dovrebbe servire a promuovere la produzione di nuovi farmaci antibatterici: da molti anni, infatti, sono state interrotte le ricerche in questo settore, in quanto sono molto onerose e ritenute non redditizie, mentre gli antibiotici in commercio si sono rivelati obsoleti e spesso dannosi, a causa di un loro eccessivo utilizzo che ha portato all’emergere di nuovi “superbatteri” resistenti. Nel report in questione viene sottolineata l’esigenza di una nuova forma di collaborazione tra pubblico e privato in base alla quale il settore pubblico si dovrebbe assumere interamente i rischi e i costi delle attività di ricerca e sviluppo di aziende private, senza specificare nulla sulla suddivisione degli eventuali profitti.

Poiché le aziende farmaceutiche non accettano più il rischio di produrre antibiotici, il modello che vede lo stato finanziatore risulta quello prescelto, in quanto offre alle case produttrici una sicurezza sia in termini di ricavi, sia in termini di domanda, fornendo una prevedibilità finanziaria e rimettendo i rischi unicamente in capo al settore pubblico. Per questo, la conclusione del report è che – dopo avere analizzato cinque potenziali modelli per promuovere nuovi investimenti – quello chiamato “modello di pagamento in abbonamento” appare l’opzione migliore e più praticabile per rinvigorire il settore dello sviluppo di nuovi farmaci antibatterici.

Il problema dell’antibiotico-resistenza si prospetta, secondo il BCG, come una nuova potenziale pandemia all’orizzonte che – si legge – “potrebbe causare più morti e malattie gravi rispetto al Covid-19”. Da qui nasce l’esigenza di coinvolgere i governi, instaurando una nuova collaborazione tra pubblico e privato, per prevenire una crisi sanitaria globale: a causa di questo fenomeno si sono registrate complicanze anche gravi rispetto ad infezioni in precedenza facilmente curabili e la rivista scientifica The Lancet ha affermato in uno studio che si stimano 3500 decessi giornalieri direttamente correlabili alla resistenza antimicrobica. Si tratta di un problema reale, decenni di abuso di farmaci antibiotici uniti alla mancanza di ricerca su farmaci aggiornati, hanno portato al fenomeno dell’insorgenza di nuovi batteri resistenti agli antibiotici attualmente disponibili. Un fenomeno particolarmente diffuso anche in Europa.

La pandemia di Covid19 e il problema della resistenza antimicrobica vengono accostati, sottolineando l’importanza di una collaborazione transnazionale “per affrontare una minaccia che riguarda la salute globale”. Il sottotesto è chiaro: nelle intenzioni delle multinazionali anche la necessità di sviluppare nuovi antibiotici deve seguire lo stesso canovaccio dei vaccini anti-Covid: la ricerca deve godere di ampie sovvenzioni pubbliche, poiché le aziende non sono disposte a sobbarcarsi i rischi d’impresa.

Si legge quindi che “tutti gli stakeholders devono unire le loro forze con un senso di urgenza e solidarietà globale”, in quanto se il nuovo modello dovesse fallire, le conseguenze della resistenza antimicrobica sarebbero catastrofiche: “Se fallissimo, avremmo appena cominciato a vedere la sofferenza umana e i problemi sociali che la resistenza antimicrobica comporta”. Gli stakeholders nel linguaggio finanziario sono i “portatori di interessi”, termine con il quale si raggruppano tutti i soggetti che hanno incarichi e interessi su un certo tema, in buona sostanza – in questo caso – politici con voce in capitolo, aziende farmaceutiche e altri soggetti economici (finanziarie, società di consulenza, ecc) con specifici interessi in gioco. La proposta del WEF è netta e ricalca la teorizzata governance 4.0, quella in cui governi e portatori d’interessi privati governano a braccetto, che è il vero obiettivo già esplicitato del consesso di Davos.

[di Giorgia Audiello]

Incendio traghetto in Grecia, confermati 12 dispersi

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Sono 12 i dispersi in seguito all’incendio che si è sviluppato venerdì 18 febbraio a bordo del traghetto Euroferry Olympia della Grimaldi Lines che stava percorrendo la tratta dalla Grecia al porto di Brindisi. Tra questi non vi sarebbero italiani, secondo quanto confermato da Grimaldi Il Fatto Quotidiano. 277 persone sono state tratte in salvo e fatte sbarcare sull’isola di Corfù. Le fiamme si sarebbero sviluppate all’interno di un garage, probabilmente da un camion.

Caro energia, via libera a dl bollette e Superbonus

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Il Consiglio dei Ministri ha approvato nel pomeriggio di venerdì 18 gennaio un dl che introduce misure urgenti per il contenimento dei costi dell’energia e uno sulla cessione dei crediti legati ai bonus edilizi. Le misure ammontano a 8 miliardi di euro, dei quali 5,5 destinati a far fronte al caro energia. Gli interventi sono mirati a «evitare che il rincaro dell’energia si traduca in minor potere d’acquisto per le famiglie e una minore competitività per le imprese» ha dichiarato Draghi durante la conferenza stampa.

La società della voce

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“La vita sociale degli esseri umani è caratterizzata dall’intenso interesse che ognuno manifesta per ciò che fanno i suoi simili”: queste parole dello scienziato Robin Dunbar suonano molto familiari nei nostri tempi attraversati quotidianamente dai social e sono ancora più interessanti se rapportate alla storia evolutiva dell’uomo che per grandissima parte è stata una storia dove il linguaggio ha presieduto relazioni di piccola scala. Le nostre menti infatti sono predisposte più per gestire rapporti di prossimità, in gruppi ristretti, piuttosto che anonimi proclami universali. Questa una delle ragioni per cui i social si sono affermati. Ma c’è un motivo più sottile, anzi più concreto.

Nelle dinamiche correnti della comunicazione c’è un continente sottaciuto, frainteso o sottostimato a cui si fa riferimento molte volte ogni giorno: si tratta della voce e più precisamente del suono, dei suoni della voce. I messaggi social sono spesso ‘urlati’ ma questo ha un significato antropologico, fisiologico prima che riguardare la buona educazione. È come se si volessero raggiungere i destinatari con la forza della voce e non con la sintassi delle parole. Il linguaggio orale, vero, finto o simulato che sia, si è preso la rivincita sulla lingua grammaticale che viene esplicitata e argomentata mediante la scrittura. E la scuola sta vivendo, e patendo, questo destino acustico-visivo dei media e anche della conoscenza.

Tutti noi siamo rimasti colpiti dalle misure inusuali del tavolo al quale si è seduto Putin per dialogare con i suoi interlocutori, i quali gli stavano parlando in veste ufficiale, non in qualità di ospiti. Una dimensione paradossale che allontana qualsiasi idea di confidenza ma anche di autenticità. Qui però non è in questione il problema della distanza sociale, quella che occorre per un sussurro, quella che fa coprire la bocca agli interlocutori per evitare che venga interpretato il cosiddetto labiale, generando equivoci o insinuazioni, quella oltre la quale è necessario, anche se poco gentile, l’urlo.

Dovremmo piuttosto parlare del suono della voce in senso scientifico, mediante le considerazioni che uno studioso italiano, Paolo Colombo, compositore e musicologo, ha dedicato fondando una nuova scienza, la ‘fonopedia’ – fisiologia e patologia della voce, in analogia con la ‘logopedia’, in rapporto alla parola – e che ha esposto in un libro coinvolgente, appena uscito (Introduzione alla fonopedia, Cartman edizioni) . Il suono della voce è musicale, ha altezza, dinamica, timbro e ritmo, può comunicare gli stati d’animo, le emozioni, l’età e il sesso dell’individuo, può essere imitativo, manipolativo ecc. 

L’intonazione è forse il dato più rivelatore. Se è vero che è il tono a fare la musica, questo è possibile perché esiste una intelligenza musicale, una traduzione mentale dei suoni della voce, quando ad esempio vi attribuiamo una determinata intenzione.

Ma il bello della voce è che possiamo imparare ad usarla convenientemente, perché rappresenta una forma di liberazione, di esternazione, di ginnastica quasi, di un canto sconosciuto che tutti dovremmo conoscere meglio. C’è un benessere della voce che gli attori conoscono bene, una capacità di far apprezzare l’atmosfera, il contesto ambientale e sociale , prima che il senso del discorso, il fascino o il fastidio delle parole.

Maestri ne sono i doppiatori che mediante  i registri della voce sanno far valutare l’intimità, la gamma delle emozioni e delle intenzioni. La voce, in effetti, contiene una forma di apertura e di chiusura, necessita di una consapevolezza e di un controllo anche nella vita quotidiana.

Ma il problema della voce va a investire i compiti educativi perché fa parte di quell’interesse e di quella competenza, di quel materializzarsi dell’intelligenza che è nel suono, nel canto e nella musica.

Il grande pianista Arthur Rubinstein amava fin da ragazzino ogni sorta di suoni, fra cui le sirene delle fabbriche, il canto di vecchie ambulanti, le cantilene dei venditori di gelati. E così fa bene Paolo Colombo a ricordare che la pratica della musica esalta la musicalità, anche perché la voce richiama un ‘fare assieme’ fondamentale per la nostra vita, reale e simbolica.

[Gian Paolo Caprettini]

Per la prima volta una donna è guarita dall’HIV

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Per la prima volta una donna è guarita dall’HIV grazie a una cura effettuata tramite il trapianto di cellule staminali prelevate da un cordone ombelicale. Una svolta importantissima nella medicina, che alimenta la speranza di trovare terapie e soluzioni mediche al virus dell’AIDS. La donna, di mezza età e residente a New York, ha contratto l’HIV nel 2013. Col passare del tempo, l’infezione si è evoluta in un tumore del sangue – la leucemia mieloide acuta –, il quale ha portato la paziente a sottoporsi al trapianto a base di sangue cordonale, quattro anni dopo. I medici hanno presentato il caso martedì 15 febbraio 2022 alla Conferenza sui Retrovirus e le infezioni Opportunistiche a Denver, ma i risultati non sono stati ancora diffusi.

La terapia medica ha avuto inizio con un potente ciclo di chemioterapia, al fine di distruggere le cellule malate del sangue e rimpiazzarle con quelle staminali prelevate da un familiare compatibile alla donazione. Successivamente, la donna ha ricevuto altre cellule staminali provenienti dal sangue del cordone ombelicale di un neonato non consanguineo, ma portatore della mutazione necessaria a rendere le cellule resistenti all’HIV. Dopo la cura, la paziente ha smesso di prendere le medicine per il trattamento anti-retrovirale contro il virus, il quale non viene individuato nel suo organismo da 14 mesi.  Secondo gli esperti, però, non è ancora detta l’ultima parola. Il virus, infatti, potrebbe essere entrato in uno stato temporaneo di “latenza” e, se così fosse, potrebbe ripresentarsi. Inoltre, se effettivamente il soggetto dovesse essere completamente guarito, la terapia non sarebbe applicabile a chiunque. Difatti, la condizione fondamentale per sottoporsi al trapianto è paradossalmente una diagnosi di cancro al sangue.

La paziente di New York non è l’unica a essere guarita dall’infezione. Ci sono stati altri due casi, precisamente a Berlino e Londra, in cui la guarigione dei soggetti – anche loro malati di leucemia – è stata ottenuta grazie al trapianto di cellule staminali prelevate dal midollo osseo di donatori. Il primo, ha ricevuto il trapianto nel 2008 e ha vissuto sano fino al 2020, quando è venuto a mancare per via di una recidiva del cancro. Il secondo paziente si è sottoposto al trapianto ed è guarito dall’AIDS nel 2019, dimostrando che, sia lui che il paziente di Berlino, sono guariti grazie alle cellule staminali provenienti dal midollo di persone portatrici di una mutazione rara che protegge dal virus dell’HIV.

I due guariti, tuttavia, hanno manifestato serie forme di rigetto, come la perdita dell’udito o la malattia del trapianto contro l’ospite (le cellule del donatore attaccano l’organismo del ricevente). Cosa non accaduta, invece, alla “paziente di New York”, la quale non ha accusato particolari effetti collaterali. Non è ancora chiaro quale sia effettivamente il motivo per cui le cellule staminali del sangue del cordone ombelicale funzionino così bene. Secondo gli esperti è quasi ormai comprovato che queste siano in grado di adattarsi facilmente a nuovi organismi.

[di Eugenia Greco]