La NATO ha emesso un comunicato nel quale riferisce che numerosi Paesi stanno “rafforzando il loro sostegno politico e pratico all’Ucraina”. Gli aiuti consistono in “migliaia di armi anticarro, centinaia di missili per la difesa aerea e migliaia di armi leggere e munizioni” che stanno per essere inviate, secondo quanto riferito. In particolare, “Belgio, Canada, Repubblica Ceca, Estonia, Francia, Germania, Grecia, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Portogallo, Romania, Slovacchia, Slovenia, Regno Unito e Stati Uniti hanno già inviato o stanno approvando consegne significative”, mentre “l’Italia sta provvedendo a un sostegno finanziario”.
L’Ucraina accetta i colloqui di pace con Mosca
Secondo quanto riportato da diversi media, il governo ucraino avrebbe accettato di tenere colloqui di pace con la Russia. Le delegazioni delle due parti dovrebbero incontrarsi in un luogo non specificato lungo il confine bielorusso, ma non sono state date informazioni sull’orario. Nelle scorse ore Zelensky aveva rifiutato le richieste di Mosca di tenere colloqui in Bielorussia, vista l’ingente presenza di truppe russe nel Paese. Lukashenko, presidente della Bielorussia e alleato di Putin, si sarebbe impegnato a garantire che “tutti gli aerei, elicotteri e missili che stazionano sul territorio bielorusso rimangano a terra durante il viaggio, i colloqui e il ritorno della delegazione ucraina”.
Crisi Ucraina, Italia invia 110 milioni di euro a governo Kiev
Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio avrebbe appena firmato una delibera che dispone l’erogazione immediata di 110 milioni di euro destinati al governo ucraino, “come espressione concreta della solidarietà e del sostegno dell’Italia a un popolo con cui coltiviamo un rapporto fraterno”. Lo riferisce l’Ansa, che riporta come nella mattinata di oggi Di Maio abbia presieduto una riunione di coordinamento della Farnesina con l’ambasciata di Kiev. Nel pomeriggio il ministro parteciperà alle riunioni straordinarie del G7 Esteri e del Consiglio Affari Esteri.
Draghi dichiara lo stato di emergenza per la guerra in Ucraina: cosa significa?
Nella giornata di venerdì 25 febbraio il Consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato di emergenza per l’intervento all’estero della durata di tre mesi per far fronte alla crisi in Ucraina e consentire interventi straordinari mirati alla protezione della popolazione civile. Il provvedimento non ha perciò nulla a che vedere con l’emergenza sanitaria e le iniziative adottate nel contesto della pandemia, ma è stato dichiarato con l’unico scopo di permettere alla Protezione civile di inviare aiuti alla popolazione ucraina vittima della guerra.
Con lo scoppio del conflitto in Ucraina l’Unione europea si è immediatamente mobilitata per offrire aiuti umanitari alla popolazione civile. Il governo di Zelensky ne aveva fatto richiesta quando l’invasione russa era ancora un’ipotesi, per quanto del tutto probabile, chiedendo all’Unione Europea di impegnarsi in eventuali iniziative di sostegno alla popolazione ucraina. Il Commissario europeo per la Gestione delle Crisi Janez Lenarčič aveva in quell’occasione dichiarato che “L’UE offre piena solidarietà alla popolazione ucraina, anche con supporti concreti. Quando l’Ucraina ha richiesto il nostro aiuto, abbiamo lavorato 24 ore al giorno per aiutare le autorità. Aiuti immediati alla popolazione civile sono già in arrivo. Slovenia, Romania, Francia, Irlanda e Austria hanno già fatto le prime offerte ed io mi aspetto ulteriori aiuti nei prossimi giorni da parte degli altri membri degli Stati europei”.
Con l’esplodere della guerra, è stato così attivato dalla Commissione europea il Meccanismo europeo di Protezione civile, istituito nel 2001 e volto a portare aiuti umanitari in un Paese quando un’emergenza ne supera le capacità di risposta. Affinché la Protezione civile italiana possa contribuire è necessario attivare una specifica procedura, che richiede la dichiarazione “dello stato di mobilitazione del Servizio nazionale della protezione civile per intervento all’estero” e la “deliberazione dello stato di emergenza per intervento all’estero“, ovvero quello emanato dal Consiglio dei ministri. Lo stesso decreto deve individuare “le risorse finanziarie nei limiti degli stanziamenti del Fondo per le emergenze nazionali”, le quali ammontano in questo caso a tre milioni di euro. Come specificato nel comunicato del Consiglio dei ministri, i fondi “comprendono, al netto di quanto sarà rimborsato dall’Unione europea, gli oneri che verranno sostenuti per il trasporto, il dispiegamento e il reintegro dei materiali”.
Nel contesto della guerra in Ucraina, la Protezione civile nazionale italiana si impegna a fornire 200 tende da campo, per una capacità totale di 1000 posti letto. Queste si vanno ad aggiungere ai contributi di altri Paesi europei, che comprendono aiuti quali kit di primo soccorso, indumenti protettivi, generatori di corrente e pompe d’acqua.
[di Valeria Casolaro]
Australia, bomba d’acqua nel nordest: sette vittime
Eccezionali fenomeni meteorologici si sono abbattuti nel nordest dell’Australia, con temporali e alluvioni che in poche ore hanno sommerso la città di Brisbane, capitale del Queensland, causando almeno 7 vittime. Nella giornata di domenica vi sono state evacuazioni e interruzioni di corrente che hanno coinvolto decine di migliaia di abitazioni in tutta la regione. Il premier Palaszczuk ha parlato di eventi meteorologici “inaspettati” e “implacabili”. Lunedì almeno un centinaio di scuole rimarranno chiuse.
Ucraina: attacco hacker a siti governativi russi
Il sito della presidenza russa ed altri siti governativi di Mosca risultano essere irraggiungibili a causa di un attacco informatico che sarebbe stato condotto da individui appartenenti ad Anonymous, il collettivo di hacker più famoso al mondo. “La Russia potrebbe usare bombe da sganciare su persone innocenti, ma Anonymous usa i laser per distruggere i siti web del governo russo”, ha infatti scritto su Twitter il collettivo, aggiungendo che sono in corso “operazioni per mantenere offline i siti web del governo e per inviare informazioni al popolo russo in modo che possa essere libero dalla macchina della censura statale di Putin”.
È la pubblicità, bellezza: quando la reclame si traveste da notizia
E’ la pubblicità, bellezza. O per meglio dire, l’invasione pubblicitaria delle pagine dei quotidiani. E, soprattutto, il vizio – per essere gentili – dei quotidiani stessi di mescolare le notizie con la reclame. Di fare il gioco delle tre carte tra articoli e redazionali, tra titoli e inserzioni, in modo che il confine tra il giornalismo e il commercio sia sempre più sottile. Sempre meno percepibile. Il problema è etico, di etica e deontologia della professione, ma è anche sostanziale, perché se diversi contenuti sono ispirati o orientati verso prodotti di consumo o servizi, invece che verso tematiche o argomenti “veri”, la qualità complessiva dell’informazione decade pesantemente.
Le pagine col trucco, potrebbero essere chiamate cosi, i pezzi che ammiccano a qualche marchio o sigla di cui si leggono a volte intere pagine a pagamento, si sono intensificate negli ultimi anni per motivi vari. Il primo dei quali riguarda ovviamente le condizioni economiche e finanziarie dei giornali, aziende che in buona parte hanno bilanci in rosso o comunque in forte affanno. Il crollo della diffusione e della vendita ha spostato sulla pubblicità e sugli introiti commerciali l’unica fonte di reale sopravvivenza delle testate, che per questo hanno aperto le porte agli inserzionisti senza badare più alle regole della professione, anzi calpestandole sempre più spesso.
Il cavallo di Troia, uno di essi perlomeno, è stato l’avvento dell’infografica che ha ribaltato i rapporti di forza dentro le redazioni e nei menabò: al primato dei contenuti, della forma, diciamo della “ciccia” che si mette in pagina, è subentrato quello della forma, della bella forma. Tabelle, grafici, colori: un ciclone che ha reso molto complicato continuare a produrre pagine leggibili, prima di tutto, e appunto tenere ben distinti i confini tra ciò che è giornalismo e ciò che invece è commercio.
I redazionali di antica memoria, cioè gli articoli a pagamento che un committente commissionava ai giornali e che i giornali impaginavano mettendo molto in chiaro che si trattava appunto di un contenuto “a pagamento”, si sono trasformati in rubriche che in modo più o meno sibillino camminano sul confine tra l’uno e l’altro. E’ il caso, per Repubblica e Corriere della Sera, delle rubriche “Le Guide” e “Eventi”, nelle quali il lettore non ha nessuna indicazione grafica o testuale per capire che si trova di fronte a qualcosa di molto diverso di un articolo di cronaca o un’inchiesta.
Nei grandi giornali si accavallano sempre più spesso pagine o pezzi di pagine comprate da un inserzionista, e interviste o articoli su quello stesso inserzionista. Cosa che l’etica della professione ha ovviamente sempre considerato tra i peccati più gravi. Capita allora che sul Corriere della Sera e Sole 24 Ore l’amministratore delegato della banca Illimity venga intervistato sulla stessa edizione del quotidiano, a poche pagine di distanza, da una pubblicità della stessa banca: la reclame e l’articolo dedicati allo stesso argomento. Più sottilmente, Repubblica e Stampa (gruppo Gedi) si sono divise il compito, forse per annacquare un po’ il brodo e diluire il “connubio”: la prima ha pubblicato la pubblicità Illimity, la seconda una chiacchierata con lo stesso AD della banca.
Stesso discorso le poderose pubblicità per un nuovo negozio milanese di Armani, due pagine, che Repubblica ha pubblicato nella stessa edizione del giornale in cui si leggeva una ricca intervista che si occupava, guardacaso, proprio di quel nuovo punto vendita. Il Corriere non è stato da meno, ma ha pubblicato la pubblicità e l’approfondimento in giorni diversi. Oltre tutto, questo dimostra che l’appiattimento delle testate è ormai granitico: nell’ottica temuta da molti di una specie di “giornale unico” con testate diverse, questi contenuti “doppi” sono stati presentati praticamente uguali su quattro giornali diversi.
Ci sono anche metodi più classici e meno sottili, come dimostra il Corriere della Sera quando si occupa con titoli di favore e di celebrazione, nelle sue pagine di economia, della banca Fineco che, curiosamente, proprio in quei giorni aveva comprato diversi spazi sulle pagine del quotidiano milanese. L’intervista o il pezzo compiacente non sono una novità di questa epoca, per carità, ma diciamo che il loro utilizzo è diventato decisamente sfrontato e senza gli imbarazzi di un tempo. Vale ovviamente, e purtroppo, anche il contrario. Ossia il fatto che ben difficilmente un quotidiano farà inchieste o si occuperà giornalisticamente di aziende, istituzioni o enti da cui trae sostentamento tramite inserzioni, nel caso che questi balzino alla ribalta della cronaca per qualche motivo. Un giornale che, per esempio, ha pagine intere comprate da Eni, potrà mai commissionare ai propri giornalisti inchieste su Eni?
[di Salvatore Maria Righi]
Latte di patate: la nuova moda alimentare in arrivo sul mercato
Periodicamente vengono lanciate sul mercato nuove mode culinarie, per far salire le vendite dell’industria alimentare su particolari settori che sfruttano il marketing ingannevole, frutto di bugie o comunque di mezze verità. Basti ricordare la moda del sale dell’Himalaya, quello che veniva descritto come salutare e ricco di mille benefici ma che alla fine, dopo tanto clamore, si è rivelato un sale comune di roccia dalla composizione per nulla differente rispetto a quella del comune sale marino. L’unica caratteristica che li distingue è il tipico colore rosa, dato dalla ruggine, del sale himalayano. Il sale infatti, contiene anche ferro fra i vari minerali, ma quando il ferro si ossida si forma la ruggine (tecnicamente in chimica il nome esatto è ossido di ferro) e, com’è possibile immaginare, non ha alcuna proprietà salutare per il corpo; semmai produce l’effetto contrario: è nociva.
Altro trend di alcuni anni fa furono le bacche di Goji, che sembravano essere un cibo miracoloso e alla fine si sono rivelate per quello che sono: una bacca piena di pesticidi coltivata in maniera intensiva in Cina ed esportata in tutto il mondo, con meno vitamine e antiossidanti della comune mora e dei mirtilli.
Negli ultimi tempii è esplosa anche la moda del latte vegetale come sostituto più salutare del latte vaccino. Tuttavia, il latte di mandorle ad esempio, conteneva appena il 2% di mandorle e una gran quantità di zucchero, aromi, additivi aggiunti e acqua. 
Oggi però, la nuova trovata è il latte di patate e presto verrà dipinto dal marketing come l’alternativa più sana e sostenibile per l’ambiente, al latte di mucca. Ma anche questa volta sarà solo una fregatura a cui molti abboccheranno. Una azienda svedese lo ha già prodotto e lanciato sul mercato in Svezia, nel Regno Unito e presto arriverà anche in Italia e in tutti gli altri mercati del mondo occidentale.
Ma perché sarà una fregatura?
Il “latte” di patate è la creazione di Eva Tornberg, professoressa e ricercatrice presso l’Università di Lund. Nel 2017, ha trovato il modo per trasformare delle normalissime patate in un drink vegetale. Il “latte” è ottenuto mischiando le patate con olio di colza. Riscaldando la mistura, secondo specifiche modalità, è possibile ottenere un “latte” particolarmente cremoso. La bevanda è stata commercializza in una formula che contiene anche proteine di piselli, maltodestrine (zuccheri), fibra di cicoria e aromi naturali, oltre all’aggiunta di vitamine D, B12 e acido folico.
L’illusione di un prodotto salutare e sostenibile
Ovviamente il marketing di questo prodotto punterà tutto sul fatto che il latte di patate, rispetto ad altre bevande a base vegetale e al latte di mucca, è adatto a una gamma più ampia di persone perché non contiene i più comuni e diffusi allergeni alimentari, come la soia (latte di soia), la frutta a guscio (latte di mandorle o noci), il glutine (latte di avena) e il lattosio (latte di mucca). Riguardo la maggiore sostenibilità ambientale si dirà che rispetto ad altre coltivazioni come la soia e l’avena le coltivazioni di patate richiedono meno acqua e meno ettari di terra per la stessa resa. Potrebbe essere vero, ma va messo in conto anche tutto ciò che viene aggiunto nella produzione di questa bevanda e il conseguente impatto ambientale: come per l’olio di colza o gli aromi, ad esempio.
Il vero inganno però è questo: il contenuto reale di patate nel prodotto è talmente esiguo (6%) che bisogna “arricchirlo” con vitamine e proteine derivanti un’altra fonte (piselli). Inoltre, senza zuccheri e aromi, il suo sapore sarebbe quello di acqua sporca. Senza dimenticare il fatto che le patate sono naturalmente a basso contenuto di grassi e pertanto viene aggiunto del grasso extra, l’olio di colza (parliamo della versione uscita sul mercato in Svezia e Regno Unito).
Si può concludere quindi, che il latte di patate è solo un’illusione, che non può essere considerata una valida alternativa nutrizionale al latte di mucca; e quando arriverà sul mercato anche in Italia, continuare a comprare semplicemente delle buone patate, potrà far ottenere i veri benefici e i nutrienti di questo prezioso alimento.
[di Gianpaolo Usai]







