venerdì 4 Aprile 2025
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Conservazione, un progetto high-tech per salvare gli orsi polari dall’estinzione 

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Da anni gli archeologi di tutto il mondo sono alla ricerca della tomba di Genghis Khan, il grande imperatore mongolo del XIII secolo. Si dice che questo, prima di esalare l’ultimo respiro, chiese di essere seppellito in segreto, e che per rispettare tale volere, un esercito in lutto trasportò la sua salma uccidendo chiunque incontrasse sul proprio cammino. Sono passati 800 anni e nessuno ancora ha scoperto la tomba dell’imperatore, ma le ricerche hanno ispirato un progetto innovativo, che potrebbe aiutare a preservare l’esistenza degli orsi polari.

Si tratta del radar ad apertura sintetica, in inglese Synthetic-aperture radar (SAR), tecnologia utilizzata dagli archeologi per la ricerca del sepolcro di Genghis Khan nelle foreste della Mongolia, ma importante anche per trovare superstiti dopo catastrofi naturali come le valanghe. Per questo i ricercatori della PBI (Polar Bears International) e gli studenti della BYU (Brigham Young University), hanno pensato di montare un dispositivo SAR sull’aereo militare Cessna O-2A Skymaster, al fine di scovare le tane degli orsi polari sull’altopiano della foresta di Manti-La Sal, nello Utah. Gli esperti hanno utilizzato il Synthetic-aperture radar al posto del consueto Forward-looking infrared (FLIR), il quale si basa sul rilevamento del calore ed è efficace meno del 50%. Il SAR utilizza invece le onde radio e, non solo offre una scansione più ampia e dati più precisi, ma è anche in grado di funzionare in condizioni atmosferiche avverse e nell’oscurità della notte.

Il fine della ricerca è quello di munirsi di una tecnologia sofisticata che permetta di setacciare gli habitat degli orsi polari e di effettuare censimenti più accurati, così da poterli proteggere dal cambiamento climatico e dalle attività petrolifere dell’uomo. Lo scioglimento dei ghiacci sta rendendo sempre più difficile il reperimento di cibo per questi grandi mammiferi, i quali sono spesso costretti a lunghi periodi di digiuno o a intraprendere spostamenti pericolosi. Sono rimasti meno di 26mila esemplari sulla Terra, pertanto individuare le tane e proteggere il più possibile gli orsi – in modo particolare i cuccioli – è essenziale.

[di Eugenia Greco]

Sudafrica: morta regina reggente Zulu

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E’ morta Shiyiwe Mantfombi Dlamini, 65 anni, che solo un mese fa aveva assunto le veci di reggente alla morte del marito, il re Goodwill Zwethilini. La notizia è stata data dalla famiglia reale degli Zulu. Un successore per la guida della nazione Zulu, che conta 11 milioni di sudafricani, non è ancora stato scelto. Il primo ministro ha assicurato che non vi saranno vuoti di potere.

Francia, la Renault licenzia? Gli operai sequestrano i dirigenti

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A Caudan, in Bretagna, nei giorni scorsi la tensione è stata altissima. I lavoratori della fonderia del marchio Renault hanno organizzato una manifestazione di protesta contro la vendita dell’impianto che causerebbe il licenziamento dei 350 lavoratori che operano nel sito. Non vedendo accolte le richieste di dialogo, dopo settimane di mancate risposte alle richieste dei rappresentanti sindacali, i lavoratori hanno circondato la fabbrica non permettendo a nessuno di uscire, neanche ai dirigenti. L’intero sito è stato bloccato e la fabbrica occupata dai lavoratori: la liberazione dei dirigenti è avvenuta dopo oltre dieci ore.

Già dal mese di marzo i lavoratori si sono mobilitati per scongiurare la vendita e/o la chiusura dell’impianto senza però ottenere risposte soddisfacenti circa il loro futuro. Ad inizio settimana il governo francese aveva deciso di istituire un fondo da 50 milioni di euro, in parte sostenuto dalla stessa Renault e dal gruppo Stellantis, per la riqualificazione dei lavoratori delle fonderie francesi, compresa quella di Caudan, che rischiano il posto di lavoro in virtù della decisione del governo e dei costruttori di auto di puntare su veicoli elettrici. La Renault punta a ridurre i costi per oltre 3 miliardi di euro in tre anni con una serie di misure come il taglio di 4.600 dipendenti.

Così, martedì mattina è scoppiata la protesta in maniera aperta, con lo sciopero dei lavoratori che è proseguito ad oltranza fino alla decisione, del giorno seguente, di trattenere i dirigenti all’interno della fabbrica per ottenere quelle risposte che non avevano ancora ricevuto. Alla fine, i dirigenti sono stati lasciati uscire tra gli applausi ironici degli stessi lavoratori della fonderia.

Non è la prima volta che cose di queste genere accadono in Francia. Il caso più famoso risale al 2015, quando i dipendenti di Air France assaltarono la sede della compagnia aerea, per protestare contro i licenziamenti, tennero i manager chiusi dentro e poi li aggredirono facendoli fuggire con gli abiti eleganti fatti a brandelli.

[di Michele Manfrin]

Rinviate elezioni palestinesi di maggio

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Il presidente Abu Mazen ha annunciato che le elezioni palestinesi di maggio sono state rinviate fino a quando non sarà possibile votare anche a Gerusalemme est. Hamas ha accolto la decisione dicendo che Fatah – il partito di Abu Mazen – si “è assunta tutta la responsabilità per questa decisione e le sue conseguenze”.

Scontri tra Kirghizistan e Tagikistan

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Scontri al confine tra Kirghizistan e Tagikistan. Le autorità kirghise hanno reso noto anche che circa 20.000 persone sono state evacuate dai distretti di Leilek e Batken. Sedici persone sono morte

Ue: l’Europarlamento ha approvato il certificato verde

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La proposta della Commissione europea avente ad oggetto il certificato verde digitale è stata approvata dal Parlamento europeo con 540 voti a favore, 119 contrari e 3 astenuti. Il documento certificherà l’avvenuta vaccinazione contro il Covid-19 o, in alternativa, la negatività o la guarigione dal contagio. Esso servirà a favorire gli spostamenti all’interno dell’Unione Europea durante la pandemia e dovrebbe restare in vigore per un anno. Tuttavia, assicurano i deputati, non servirà in nessun caso come documento di viaggio né sarà un prerequisito per l’esercizio della libertà di movimento.

Isole Faroe, riprende il massacro delle balene: Sea Shepherd lotta per fermarlo

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Nella giornata di ieri 8 barche hanno inseguito ed ucciso più di 40 balene pilota nelle Isole Faroe, nello specifico si sono verificati 2 massacri: il primo ha causato la morte di 30 balene ed il secondo, avvenuto a distanza di 3 ore, di altre 10-12 di loro. In più, in seguito alla carneficina alcune persone (ignote) hanno infilzato la testa sanguinolenta di una delle balene uccise su una scultura a forma di amo. Si tratta del primo Grindadrap dell’anno, ossia la tradizionale caccia effettuata nei confronti di vari tipi di cetacei tra cui soprattutto le balene pilota: ne vengono uccise più di 900 ogni anno. Tale caccia è approvata dalle autorità faroesi e rappresenta una delle più grandi risorse economiche delle Isole Faroe, tuttavia quest’ultima non è classificata come un’attività commerciale e possono parteciparvi tutti i cittadini. In tal senso, la maggior parte di essi ritiene il Grindagrap una importante tradizione ed è favorevole alla prosecuzione di questa mattanza.

La notizia del massacro è stata riportata da Sea Shepherd Italia, una Ong che opera a livello internazionale e si occupa della tutela e della salvaguardia della fauna ittica e degli ambienti marini da oltre 40 anni. Precisamente, Sea Shepherd persegue questo scopo svolgendo attività come: difendere le specie più vulnerabili del pianeta, combattere la pesca illegale e rimuovere attrezzature da pesca potenzialmente pericolose dal mar mediterraneo.

[di Raffaele De Luca]

 

Torino: protesta dei tassisti davanti al Comune

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Oltre duecento tassisti hanno protestato questa mattina a Torino, in Piazza Palazzo di Città, a causa della crisi provocata dalla gestione della pandemia. “Siamo ridotti alla fame e dalle istituzioni non è stata data nessuna soluzione. I ristori che ci vengono dati non bastano a coprire nemmeno i soldi delle tasse che dobbiamo continuare a pagare”, hanno affermato i manifestanti tra petardi e fumogeni. Inoltre, i tassisti hanno dichiarato che se non vi saranno cambiamenti entro due settimane in tal senso, busseranno nuovamente alle porte del Comune.

ING sarà la prima banca in Italia ad abolire il contante

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ING, una delle banche più conosciute in Italia con più di 1,3 milioni di clienti, sarà la prima a dire addio al contante nel nostro paese: a partire dal primo luglio, infatti, per prelevare e versare denaro o assegni non si potranno più utilizzare gli Atm e le casse automatiche in quanto saranno dismessi in tutta Italia. I clienti del gruppo bancario olandese per effettuare prelievi dovranno rifarsi agli sportelli ATM di altri Istituti Bancari rispettando, però, le condizioni economiche inserite nel loro contratto e potranno effettuare versamenti di assegni inviandoli via posta alla ING. La rivoluzione riguarda anche le filiali ING: alcune di esse verranno chiuse ed i clienti potranno recarsi presso le restanti filiali solo per le attività connesse ai servizi di investimento e per effettuare richiesta di nuovi prodotti bancari, finanziari ed assicurativi. Per qualsiasi altra esigenza, invece, dovranno usufruire dei servizi a distanza quali il sito web, l’app ed il servizio clienti della banca.

Nell’ultimo periodo si sta assistendo ad una crescita progressiva della richiesta del mercato di servizi bancari e finanziari digitalizzati e, per questo, la decisione della ING di soddisfare queste mutate esigenze potrebbe essere presa in futuro anche da altri istituti di credito.  Infatti alcune importanti testate finanziarie, come ad esempio il Sole 24 Ore, non escludono che si possa trattare dell’inizio di un ampio processo destinato ad allargarsi ad altre realtà bancarie.

[di Raffaele De Luca]

La multinazionale Total sta scappando dal Mozambico: una vicenda che insegna alcune cose

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La multinazionale francese del petrolio e del gas TOTAL ha deciso di sospendere il “Total Mozambique LNG” un progetto da 20 miliardi di dollari per le operazioni di esplorazione del gas naturale liquido. Tutto il personale è stato evacuato e il provvedimento dichiarato come dovuto a «causa di forza maggiore». La decisione è evidentemente la conseguenza dei sanguinosi attacchi terroristici del 24 marzo di quest’anno in Mozambico, dove decine di persone sono state uccise nella città di Palma (provincia di Cabo Delgado). Ritenendo la situazione di estremo pericolo, in un comunicato ufficiale, la Total esprime solidarietà al governo e al popolo del Mozambico sperando in un rapido ripristino della sicurezza e della stabilità nella provincia di Cabo Delgado in modo duraturo. Non è chiaro però se e quando riprenderà la realizzazione del progetto.

L’instabilità del Mozambico, ex colonia portoghese affacciata sull’oceano Indiano, è ben nota ma gli attacchi terroristici organizzati dal gruppo jihadista, conosciuto come al-Shabaab, si sono intensificati soprattutto in quella zona dove, nello specchio di mare davanti alla provincia settentrionale di Cabo Delgado, si trovano grandi riserve di gas e dove è attiva la concessione Offshore Area 1, per la costruzione di un impianto di liquefazione con una capacità di circa 13 milioni di tonnellate all’anno.

Rilevamenti fatti fra il 2011 e il 2014 da alcune società petrolifere, tra cui anche ENI, hanno stabilito che, con riserve di gas accertate di circa 3.000 miliardi di metri cubi, il Mozambico è il terzo paese africano per risorse gassose, alle spalle di Nigeria e Algeria. Per sfruttare questa grande quantità di risorse le multinazionali prevedono investimenti per almeno 60 miliardi di dollari, quattro volte il Pil del Paese.

La Total nel comunicato in cui annuncia la ritirata esprime solidarietà al popolo mozambicano, tuttavia l’azione di questa e delle altre multinazionali estrattive è complice del problema che si è venuto a creare, a causa di azioni che fomentano il malessere popolare. Secondo un rapporto pubblicato a metà giugno dalla Ong ambientalista Friends of the Earth “Gas in Mozambico, una manna per l’industria, una maledizione per il paese” il settore del gas ha già fatto sprofondare lo stato mozambicano in una profonda crisi economica, alimentando così la violenza nella provincia maggiormente interessata, quella di Cabo Delgado. La condizione di marginalizzazione socio-economica e l’esclusione delle comunità locali dallo sfruttamento delle risorse naturali del territorio che ne derivano, sono da considerarsi una violazione dei diritti umani e costringono numerose comunità ad abbandonare le proprie case e vivere come profughi in assoluta povertà. Molti giovani che non vedono negli enormi investimenti delle compagnie petrolifere alcun beneficio per la popolazione e che si sentono abbandonati dall’indifferenza di un governo corrotto, si avvicinano all’ideale jihadista, entrando a far parte anche di gruppi armati e contribuendo alla loro espansione sul territorio. Di fatto, dall’ottobre 2017, i gruppi jihadisti hanno aumentato gli attacchi a Cabo Delgado contro le popolazioni civili, scontrandosi sempre più spesso con le forze militari e soprattutto con i mercenari (o contractor che dir si voglia) delle “società di sicurezza privata” sempre più presenti sul territorio. Il conflitto ha causato ad oggi oltre 1.100 morti e ha sfollato più 100mila persone.

Insomma, lontano dalla retorica di portare sviluppo, le multinazionali petrolifere in Africa mostrano il loro profilo reale: approfittando di governi deboli e corruttibili portano a casa permessi di estrazione molto convenienti, quindi estraggono quanto più possibile senza lasciare alcunché alle popolazioni interessate, visto che il personale lavorativo arriva quasi tutto da fuori. Ed al primo problema scappano, lasciando sul territorio problemi di sicurezza e terreni da bonificare.

[di Federico Mels Colloredo]