giovedì 3 Aprile 2025
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Torino: protesta dei tassisti davanti al Comune

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Oltre duecento tassisti hanno protestato questa mattina a Torino, in Piazza Palazzo di Città, a causa della crisi provocata dalla gestione della pandemia. “Siamo ridotti alla fame e dalle istituzioni non è stata data nessuna soluzione. I ristori che ci vengono dati non bastano a coprire nemmeno i soldi delle tasse che dobbiamo continuare a pagare”, hanno affermato i manifestanti tra petardi e fumogeni. Inoltre, i tassisti hanno dichiarato che se non vi saranno cambiamenti entro due settimane in tal senso, busseranno nuovamente alle porte del Comune.

ING sarà la prima banca in Italia ad abolire il contante

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ING, una delle banche più conosciute in Italia con più di 1,3 milioni di clienti, sarà la prima a dire addio al contante nel nostro paese: a partire dal primo luglio, infatti, per prelevare e versare denaro o assegni non si potranno più utilizzare gli Atm e le casse automatiche in quanto saranno dismessi in tutta Italia. I clienti del gruppo bancario olandese per effettuare prelievi dovranno rifarsi agli sportelli ATM di altri Istituti Bancari rispettando, però, le condizioni economiche inserite nel loro contratto e potranno effettuare versamenti di assegni inviandoli via posta alla ING. La rivoluzione riguarda anche le filiali ING: alcune di esse verranno chiuse ed i clienti potranno recarsi presso le restanti filiali solo per le attività connesse ai servizi di investimento e per effettuare richiesta di nuovi prodotti bancari, finanziari ed assicurativi. Per qualsiasi altra esigenza, invece, dovranno usufruire dei servizi a distanza quali il sito web, l’app ed il servizio clienti della banca.

Nell’ultimo periodo si sta assistendo ad una crescita progressiva della richiesta del mercato di servizi bancari e finanziari digitalizzati e, per questo, la decisione della ING di soddisfare queste mutate esigenze potrebbe essere presa in futuro anche da altri istituti di credito.  Infatti alcune importanti testate finanziarie, come ad esempio il Sole 24 Ore, non escludono che si possa trattare dell’inizio di un ampio processo destinato ad allargarsi ad altre realtà bancarie.

[di Raffaele De Luca]

La multinazionale Total sta scappando dal Mozambico: una vicenda che insegna alcune cose

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La multinazionale francese del petrolio e del gas TOTAL ha deciso di sospendere il “Total Mozambique LNG” un progetto da 20 miliardi di dollari per le operazioni di esplorazione del gas naturale liquido. Tutto il personale è stato evacuato e il provvedimento dichiarato come dovuto a «causa di forza maggiore». La decisione è evidentemente la conseguenza dei sanguinosi attacchi terroristici del 24 marzo di quest’anno in Mozambico, dove decine di persone sono state uccise nella città di Palma (provincia di Cabo Delgado). Ritenendo la situazione di estremo pericolo, in un comunicato ufficiale, la Total esprime solidarietà al governo e al popolo del Mozambico sperando in un rapido ripristino della sicurezza e della stabilità nella provincia di Cabo Delgado in modo duraturo. Non è chiaro però se e quando riprenderà la realizzazione del progetto.

L’instabilità del Mozambico, ex colonia portoghese affacciata sull’oceano Indiano, è ben nota ma gli attacchi terroristici organizzati dal gruppo jihadista, conosciuto come al-Shabaab, si sono intensificati soprattutto in quella zona dove, nello specchio di mare davanti alla provincia settentrionale di Cabo Delgado, si trovano grandi riserve di gas e dove è attiva la concessione Offshore Area 1, per la costruzione di un impianto di liquefazione con una capacità di circa 13 milioni di tonnellate all’anno.

Rilevamenti fatti fra il 2011 e il 2014 da alcune società petrolifere, tra cui anche ENI, hanno stabilito che, con riserve di gas accertate di circa 3.000 miliardi di metri cubi, il Mozambico è il terzo paese africano per risorse gassose, alle spalle di Nigeria e Algeria. Per sfruttare questa grande quantità di risorse le multinazionali prevedono investimenti per almeno 60 miliardi di dollari, quattro volte il Pil del Paese.

La Total nel comunicato in cui annuncia la ritirata esprime solidarietà al popolo mozambicano, tuttavia l’azione di questa e delle altre multinazionali estrattive è complice del problema che si è venuto a creare, a causa di azioni che fomentano il malessere popolare. Secondo un rapporto pubblicato a metà giugno dalla Ong ambientalista Friends of the Earth “Gas in Mozambico, una manna per l’industria, una maledizione per il paese” il settore del gas ha già fatto sprofondare lo stato mozambicano in una profonda crisi economica, alimentando così la violenza nella provincia maggiormente interessata, quella di Cabo Delgado. La condizione di marginalizzazione socio-economica e l’esclusione delle comunità locali dallo sfruttamento delle risorse naturali del territorio che ne derivano, sono da considerarsi una violazione dei diritti umani e costringono numerose comunità ad abbandonare le proprie case e vivere come profughi in assoluta povertà. Molti giovani che non vedono negli enormi investimenti delle compagnie petrolifere alcun beneficio per la popolazione e che si sentono abbandonati dall’indifferenza di un governo corrotto, si avvicinano all’ideale jihadista, entrando a far parte anche di gruppi armati e contribuendo alla loro espansione sul territorio. Di fatto, dall’ottobre 2017, i gruppi jihadisti hanno aumentato gli attacchi a Cabo Delgado contro le popolazioni civili, scontrandosi sempre più spesso con le forze militari e soprattutto con i mercenari (o contractor che dir si voglia) delle “società di sicurezza privata” sempre più presenti sul territorio. Il conflitto ha causato ad oggi oltre 1.100 morti e ha sfollato più 100mila persone.

Insomma, lontano dalla retorica di portare sviluppo, le multinazionali petrolifere in Africa mostrano il loro profilo reale: approfittando di governi deboli e corruttibili portano a casa permessi di estrazione molto convenienti, quindi estraggono quanto più possibile senza lasciare alcunché alle popolazioni interessate, visto che il personale lavorativo arriva quasi tutto da fuori. Ed al primo problema scappano, lasciando sul territorio problemi di sicurezza e terreni da bonificare.

[di Federico Mels Colloredo]

Vaticano: stretta anti-corruzione

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Amministrativi, dirigenti vaticani e responsabili di Enti dovranno sottoscrivere una dichiarazione in cui attestano di non avere condanne o indagini per terrorismo, riciclaggio, evasione fiscale; non potranno avere beni nei paradisi fiscali o investire in aziende che operano contro la Dottrina della Chiesa. Lo ha deciso il Papa con Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio recante disposizioni sulla trasparenza nella gestione della finanza pubblica

Intesa San Paolo è la “banca più fossile” d’Italia

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A coal fired power plant on the Ohio River just West of Cincinnati

Ormai dovremmo saperlo. L’azione e l’attivismo politico non passa solamente attraverso qualche partito ma sempre più deve essere coscienza quotidiana delle moltissime scelte che tutti i giorni compiamo e delle relazioni che ripetutamente instauriamo e assodiamo oppure che sfacciamo. Nei giorni scorsi, per quanto concerne la questione ecologica, vi abbiamo parlato della necessità di essere coscienti anche della banca che scegliamo, visto il ruolo che rivestono nella nostra società. Con nostro grande piacere abbiamo riscontrato molto interesse e varie domande sono giunte. Un nuovo report di ReCommon e Greenpeace Italia ci aiuta a far maggior luce e chiarezza sull’argomento.

Il report si intitola: “Una banca insostenibile: Intesa Sanpaolo contro il clima, l’ambiente e le comunità”. L’analisi dei prestiti e degli investimenti del più grande gruppo bancario italiano non lascia alcuno spazio di incertezza e ne fa «la banca fossile numero uno in Italia». Carbone, petrolio e gas sono i settori in cui le aziende continuano a ottenere prestiti e investimenti miliardari da parte del gruppo. Messico, Balcani, Mozambico e persino la regione artica, sono interessati dagli affari di Intesa Sanpaolo e nemmeno l’Accordo di Parigi sembra aver sortito alcuno effetto. Intesa Sanpaolo, come riportato nel documento, ha messo sul piatto sporco 13,7 miliardi di dollari nel periodo 2016-2020, i cui principali beneficiari sono stati: Eni, Exxon, Novatek, Equinor, Cheniere Energy, Kinder Morgan. Nel solo 2020, il gruppo bancario italiano avrebbe concesso 2,7 miliardi di euro di finanziamenti all’industria fossile.

Nella rassegna delle società e dei giacimenti, ciò che salta all’occhio è la sempre maggior attenzione ad una regione dall’ecosistema fragile e in rapido cambiamento: l’Artico. Infatti, con lo scioglimento sempre maggiore della calotta polare e la maggior facilità di navigazione, la regione è sempre più sottoposta alla penetrazione e allo sfruttamento. Tra investimenti e finanziamenti, Intesa Sanpaolo ha puntato un miliardo di euro con Eni ma anche 195 milioni con la francese Total, 77 milioni con la statunitense ConocoPhillips e 60 milioni con la norvegese Equinor.

Sono molti gli istituti bancari, finanziari e assicurativi che sostengono lo sfruttamento delle fonti fossili, traendone profitto e socializzando i costi ecologici e sociali di tali attività. Già vi avevamo parlato di Unicredit e di come addirittura violi la propria stessa policy riguardo al tema.

Anche il gruppo Generali è passata sotto la lente d’ingrandimento di ReCommon e Greenpeace Italia. In vista dall’Assemblea degli azionisti di Assicurazioni Generali, al via quest’oggi, 29 aprile, le due organizzazioni hanno lanciato “Cambiamento climatico assicurato” un rapporto che analizza il supporto di Generali al business del carbone in Europa, in particolare in quei Paesi che dipendono ancora fortemente dal più inquinante dei combustibili fossili: Polonia, Repubblica Ceca e Germania.

Se molto spesso si fanno mirabolanti annunci e colossali campagne che risultano puro marketing, il famoso greenwashing, i fatti risultano essere poi profondamente diversi poiché a quanto pare per certi signori resta il detto “pecunia non olet“. Risulta quindi sempre più importante, in un mondo complesso, essere ben coscienti delle azioni che compiamo, ogni giorno, più volte al giorno.

[di Michele Manfrin]

Germania: alta Corte, legge protezione clima insufficiente

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La legge sulla protezione del clima in Germania non è sufficiente, lo ha stabilito la Corte costituzionale tedesca. Con un giudizio odierno, l’alta Corte chiede ai legislatori di regolamentare nuovamente gli obiettivi sulla riduzione delle emissioni di gas dopo il 2030 poiché ritenuti insufficienti. I legislatori sono chiamati a farlo entro la fine dell’anno.

Cina lancia primo modulo della sua stazione spaziale

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“Tianhe”, il modulo centrale, ospita attrezzature di supporto e spazio vitali per gli astronauti ed è stato lanciato da Wenchang, provincia di Hainan, sul razzo ‘Long-March 5B’. E’ il primo modulo lanciato di “Tiangong” (“Palazzo celeste”) che sarà operativa entro il 2022. Il Presidente cinese, Xi Jinping, crede che la stazione sia strategica per la «costruzione di una grande nazione di scienza e tecnologia».

Lettonia: incendio in ostello «illegale», 8 morti e 9 feriti

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Almeno 8 persone hanno perso la vita ed altre 9 sono rimaste ferite a Riga, in Lettonia, in seguito ad un incendio verificatosi in un ostello definito «illegale» dal sindaco della città. Lo ha riportato l’agenzia di stampa Afp citando la polizia e le autorità locali. «I loro documenti sono andati in fiamme e serviranno test del Dna per stabilire la loro identità», ha affermato il vice comandante della polizia lettone. Inoltre, secondo quanto dichiarato dal ministro dell’Interno, Sandis Girgens, da gennaio l’ostello aveva impedito ai vigili del fuoco di svolgere i controlli di sicurezza.

Eutanasia: assolti in appello Welby e Cappato

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Mina Welby e Marco Cappato, rispettivamente copresidente e tesoriere dell’associazione Luca Coscioni, sono stati assolti dall’accusa di assistenza al suicidio offerta a Davide Trentini, l’uomo di 53 anni malato di Sla e morto nel 2017 in una clinica Svizzera dopo essersi rifatto al suicidio assistito. I giudici della Corte d’Assise d’Appello hanno infatti confermato la sentenza di assoluzione di primo grado. «È un passo avanti e adesso voglio chiedere a tutti di aiutarci a raccogliere le firme per il referendum», ha affermato Mina Welby in seguito all’assoluzione.

Nelle carceri sperimentali senza violenza crolla la recidiva e i detenuti costano meno 

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Niente armi e niente violenza nelle carceri comportano risultati positivi sia per i detenuti che per la sociatà, è una storia che arriva dal Brasile ma ha da insegnare parecchio a tutte le latitudini. Qui vi sono carceri sperimentali dove i detenuti vengono inseriti in un percorso riabilitativo e stimolante, per dire definitivamente addio al loro passato e intraprendere un nuovo percorso di vita. Si tratta dei centri di recupero dell’APAC (Associazione di Protezione e Assistenza ai Condannati) al cui interno i prigionieri non vengono considerati criminali, bensì persone da riabilitare. Questi non indossano le uniformi e ogni giorno si impegnano a seguire una routine rigorosa comprendente anche la gestione della struttura (cucina, pulizie e bucato), fondamentale per il loro reinserimento nella società. Il modello APAC ha un tasso di recidiva pari al 15%, notevolmente inferiore rispetto all’85% degli stabilimenti tradizionali. Non solo. Anche i costi di mantenimento dei detenuti sono molto più bassi. Qui infatti, mantenere un detenuto per un mese costa l’equivalente di 250 euro, nelle strutture tradizionali 644 euro. Un risparmio possibile grazie all’assenza delle guardie armate e degli agenti di polizia nelle strutture.

Il Brasile conta 760mila detenuti nelle sue carceri, dato che lo posiziona al terzo posto a livello mondiale, dopo Cina e Stati Uniti. L’APAC, fondata nel 1972 da un gruppo di volontari cristiani guidati dall’avvocato Mário Ottoboni, il quale si convinse dell’impossibilità di rieducare i carcerati col sistema penitenziario tradizionale brasiliano, ha istituito 60 centri di recupero, i quali attualmente ospitano circa 4mila detenuti. Inizialmente questi erano senza scopo di lucro e godevano solo di donazioni. Poi, nel 2020, sono stati riconosciuti dallo stato brasiliano, il quale ha iniziato a finanziarli. Così, i centri di recupero APAC si sono moltiplicati in tutto il paese, e oggi sono sostenuti anche dall’Unione Europea i cui finanziamenti, dal 2009, hanno permesso che tale modello si estendesse anche ad altri stati del Sud America (Cile, Costa Rica ed Ecuador), al fine di far valere i diritti dei detenuti e di contrastare tutte le forme di abuso, compresa la tortura.

[di Eugenia Greco]