I carabinieri del Comando Provinciale di Roma hanno effettuato questa mattina una maxi operazione anti-droga: è stata infatti eseguita, in varie regioni, un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 51 persone, emessa dal gip di Roma su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia. I soggetti in questione facevano parte di un’organizzazione criminale che gestiva il narcotraffico nella borgata romana di Tor Bella Monaca. Era di 600.000 euro mensili il giro di affari dell’organizzazione, alla quale viene contestata anche l’aggravante del metodo mafioso.
Gli Usa hanno stanziato oltre un miliardo per influenzare i media cinesi
Il 21 aprile scorso, la Commissione relazioni esterne del Senato statunitense ha approvato all’unanimità lo “Strategic Competition Act” che ha come obiettivo principale la Cina. Sostanzialmente, la nuova legge pone la Cina come nemico numero uno degli USA e fornisce un quadro complesso e globale della portata della sfida. Nel documento si può leggere come gli USA intendano contrastare, in tutti i campi, la crescita cinese: nell’economia e nella produzione, nelle questioni diplomatiche e politiche, nel campo tecnologico e della sicurezza come anche nell’info-sfera. Insomma, gli USA definiscono l’intero globo terrestre, fisico e digitale, come il terreno di scontro con la potenza cinese.
Tra le moltissime cose che si possono trovare nel documento, al sottotitolo “D” – “Countering Chinese Communist Party Influence” – si può leggere di una mastodontica operazione di propaganda anticinese finanziata al costo di 300 milioni di dollari l’anno per il periodo 2022-2026, definita di contrasto «alle attività e all’influenza maligna del Partito Comunista Cinese». Al riguardo, al punto “E” si può leggere cosa gli Stati Uniti intendano fare in tale ambito: promuovere trasparenza, responsabilità e ridurre la corruzione; sostenere la società civile e mezzi di comunicazione indipendenti sull’impatto negativo della Nuova via della Seta; contrastare l’influenza indebita della Repubblica popolare cinese esponendone la disinformazione e la propaganda.
Alla sezione 136 del documento si specifica come si intende raggiungere gli obiettivi sopra esposti. L’Agenzia degli Stati Uniti per i media globali (USAGM) e le entità federali e non federali affiliate dovranno formare giornalisti e fornire servizi di supporto tecnologico e tecnico. Ad esempio, si delinea l’espansione della copertura nazionale e dei servizi di Radio Free Asia, aumentandone i finanziamenti per servizi linguistici in mandarino, tibetano, uiguro e cantonese. L’Open Technology Fund deve invece continuare ad espandere il lavoro per aggirare la censura e la sorveglianza del Partito Comunista cinese, dentro e fuori la Cina, fornendo strumenti tecnici e tecnologici di supporto. Il Bureau of Democracy, Human Rights, and Labor continuerà a supportare i programmi di libertà di Internet e di contrasto alla violazione dei diritti umani.
Non può mancare un riferimento anche alla Russia per cui «Voice of America istituisce uno strumento di tracciamento della disinformazione in tempo reale simile a Polygraph per la propaganda e la disinformazione in lingua russa», come scritto nel documento. Come fa notare William Jones, analista politico del Chongyang Institute for Financial Studies della Renmin University of China, il documento riporta anche l’esigenza di orientare l’opinione pubblica interna statunitense in funzione anti-cinese visto che questa non sembra essere così in linea con il sentimento dell’establishment USA, operando dunque anche all’interno del proprio territorio.
L’analista britannico di politica e relazioni internazionali, Tom Fowdy, sottolinea invece l’enorme ipocrisia del doppiopesismo americano: «Il giornalismo finanziato da Cina e Russia è “disinformazione”, ma quando Washington spende milioni in agenzie di stampa “indipendenti” e compra giornalisti per ottenere una copertura favorevole delle sue politiche, si chiama “diffusione di informazioni”».
Sentiamo spesso parlare di disinformazione e propaganda russa o cinese, o di qualsiasi altro paese scomodo all’Occidente, ma mai sentiamo parlare delle PSYOPS condotte dai paesi occidentali, Stati Uniti su tutti, portate avanti con l’impiego di think thank, media e social network, ONG e con tutto ciò che asserisce al cosiddetto “softpower”, che certamente non hanno niente da invidiare agli altri paesi e l’atteggiamento posto con tale legge ne è una fulgida dimostrazione. Come sempre, può essere interessante riflettere su una semplice domanda: come reagirebbero gli Usa se la Cina mettesse nero su bianco l’intenzione di influenzare l’opinione pubblica americana e i suoi media?
[di Michele Manfrin]
Vienna: riprendono i negoziati sul nucleare iraniano
A Vienna va in scena una nuova tornata dei negoziati dell’accordo sul nucleare iraniano. I colloqui, avviati a inizio aprile, si svolgeranno in presenza tra la Repubblica islamica e i 4+1 (Francia, Germania, Regno Unito, Russia e Cina). Gli Stati Uniti continueranno invece a seguire gli sviluppi in un tavolo separato, dopo il ritiro unilaterale deciso da Donald Trump nel 2018
Gli ambientalisti hanno salvato parte della foresta Maya, acquistandola
Le foreste sono vitali per il nostro pianeta. Oltre a contribuire alla tutela della biodiversità ospitando tantissime specie di animali, riducono gli effetti dei cambiamenti climatici e delle catastrofi naturali. Queste immense distese verdi forniscono materie prime, cibo e mezzi di sussistenza per tantissime popolazioni indigene, e fungono anche da polmoni della Terra, perché in grado di stoccare ingenti quantità di anidride carbonica. Purtroppo però, l’avidità dell’uomo le distrugge e le brucia, contribuendo a un danno ambientale irreversibile.
Danno, che in Belize alcune organizzazioni ambientaliste locali hanno voluto esorcizzare, comprando una parte della Selva Maya. Situata tra Belize, Guatemala e Messico, è la più grande foresta tropicale del Mesoamerica. Si parla di oltre 4 milioni di ettari di aree protette, le quali ospitano circa venti ecosistemi diversi e 600 mila individui di vari gruppi indigeni. In questo paradiso di biodiversità c’è un ulteriore punto preziosissimo, ma allo stesso tempo “tallone di Achille”: il Maya Forest Corridor. Si tratta di un collegamento tra le aree montuose e quelle forestali, il quale garantisce la sopravvivenza di molte specie di fauna selvatica, tra cui alcune a rischio estinzione. Questo “corridoio” però, negli ultimi dieci anni è stato ridotto del 65% a causa della deforestazione, il cui tasso è quadruplicato rispetto alla media del Belize, principalmente per fare spazio alle coltivazioni intensive.
Per questo motivo, gli ambientalisti hanno deciso di comprare 95 mila ettari di foresta, inizialmente appartenente a una società statunitense privata. Quando l’area è stata messa in vendita, una quindicina di organizzazioni, tra cui Global Wildlife Conservation, ha deciso di acquistarla per preservarla. L’annuncio è stato diramato proprio il 22 aprile, in occasione della Giornata della Terra. La nuova area protetta si aggiunge a quella della riserva del Rio Bravo, sotto la protezione di The Nature Conservancy.
[di Eugenia Greco]
Birmania: gruppo ribelle assalta base militare
Il gruppo ribelle Karen National Union (KNU) ha assaltato e dato alle fiamme una base militare nell’est del paese, vicino al confine con la Thailandia. Il gruppo ha più volte condannato il colpo di stato che il 1 febbraio ha destituito Aung San Suu Kyi
Genova: protesta dei ristoratori contro divieto di aprire locali al chiuso
A Piazza De Ferrari, la principale piazza di Genova, i ristoratori del gruppo «ProtestaLigure» hanno posizionato tavolini e sedie per protestare contro la decisione del governo di non far riaprire i locali al chiuso. Nello specifico, sono stati allestiti una quindicina di tavoli ai quali si sono sedute alcune persone con l’ombrello aperto a causa della leggera pioggia. «Ad oggi ci troviamo con 5 milioni di vaccinati, tanti guariti e non si capisce perché non possiamo fare ciò che facevamo durante la seconda ondata. È una cosa assurda», ha affermato un manifestante.
Nigeria: attacco jihadista, morti almeno 31 soldati
In Nigeria, almeno 31 soldati sono morti ieri nel nord-est del Paese in seguito ad una imboscata al loro convoglio effettuata da parte di jihadisti legati all’Isis. Lo hanno riferito due ufficiali nella giornata di oggi. Inoltre, secondo quanto affermato da un’autorità militare in condizione di anonimato, tra i soldati che hanno perso la vita ci sarebbe anche il loro comandante, un tenente colonnello.
Come Facebook e Google stanno comprando il giornalismo
Da quando si è iniziato a leggere le notizie principalmente tramite i social media, il giornalismo ha subito un crollo repentino e uno sconvolgimento nel suo modello di business. I grandi tramiti, Google e Facebook, sono diventati dei partner obbligati per le testate giornalistiche. Senza di loro, quasi nessuno raggiungerebbe gli articoli. Questo cambiamento è stato particolarmente deleterio per i giornali locali, quelli meno conosciuti e, soprattutto, per i media “alternativi.” La tendenza è infatti all’accentramento. Tra il 2004 e il 2019, negli Stati Uniti un giornale su quattro ha chiuso i battenti.
Le testate hanno provato ripetutamente a farsi pagare per i contenuti e anche i governi hanno provato ad adottare politiche più severe, capaci di regolamentare almeno parzialmente un commercio così intangibile come quello delle notizie sui social media. Un caso esemplare è stato l’Australia. A fare le conquiste più significative però sono stati Google e Facebook.
L’iniziativa Facebook News, recentemente, ha contribuito al processo di concentrazione canalizzando enormi risorse finanziarie verso i soliti sospetti: New York Times, Washington Post, Wall Street Journal e pochi altri. Lo scopo è sovvenzionare le testate più importanti d’America. Facebook paga il New York Times più di 3 milioni di dollari l’anno per pubblicare i link dei loro articoli su Facebook News, un’entrata non indifferente nemmeno per il giornale più importante degli Stati Uniti. Come le altre testate coinvolte nell’iniziativa, il giornale si è di fatto ritrovato schiavo di questi finanziamenti: uscirne è molto complesso.
Questa iniziativa va inserita in un contesto più ampio: già dal 2018 i Big Tech hanno messo le mani sul giornalismo. Praticamente non c’è grande giornale negli Stati Uniti che non riceva dei finanziamenti dalla Silicon Valley. Nel 2020, si trattava di un investimento pari a ben 700 milioni di dollari. Tra i canali attraverso cui si esercita questo controllo: la Google News Initiative e il Facebook Journalism Project, ma anche iniziative di fact-checking. E non solo: finanziamenti per giovani giornalisti emergenti, borse di studio, offerte di stage e somme donate ai più importanti convegni di giornalismo in giro per il globo.
Iniziative come Facebook News, oltre a colpire i giornali piccoli o alternativi, ovviamente minano l’indipendenza dei percettori di questi finanziamenti. È una condizione di opacità, in cui di fatto le testate sono soggette alle decisioni e ai criteri imposi dai Big Tech. Un’altra conseguenza preoccupante è l’omogeneizzazione dell’offerta (mentre il giornalismo dovrebbe fornire più prospettive concorrenti). Sembrerebbe insomma che Facebook e Google stiano cercando di comprarsi i giornali e questo è in primo luogo un problema per la democrazia.
[di Anita Ishaq]