giovedì 3 Aprile 2025
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È morta Milva: la cantante aveva 81 anni

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Milva, la storica voce della musica italiana, è morta questa mattina all’età di 81 anni. Il decesso della cantante ed attrice teatrale di Goro si è verificato nella sua casa milanese, città dove viveva insieme alla figlia. Proprio quest’ultima ha confermato la scomparsa della madre ed ha affermato che ella fosse malata da tempo.

Il Consiglio di Stato ha accettato il ricorso del governo contro le cure domiciliari

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Il Consiglio di Stato ha accettato il ricorso presentato dal ministero della Salute e dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) contro l’ordinanza del Tar del Lazio, che il 4 marzo scorso stabilì che i medici potessero non uniformarsi al protocollo nazionale per le cure Covid che prevede somministrazione di Paracetamolo e “vigile attesa”. Il Consiglio di Stato ripristina quindi il protocollo Aifa, con la motivazione che non si può attendere fino alla data in cui vi sarà la trattazione di merito dinnanzi al Tar (prevista per il prossimo 20 luglio) senza avere delle linee guida ministeriali in vigore. Il pronunciamento del Consiglio di Stato non è ancora stato reso pubblico sul portale dell’istituzione ma è stato reso noto dall’avvocato Erich Grimaldi, che in rappresentanza del Comitato cure domiciliari Covid-19 presentò il ricorso al Tar.

Il Consiglio di Stato non è entrato nel merito scientifico delle cure. La sua ordinanza precisa che: «la natura dell’atto impugnato porta ad escludere l’esistenza di profili di pregiudizio dotati dell’attributo dell’irreparabilità, dal momento che la nota Aifa non pregiudica l’autonomia dei medici nella prescrizione, in scienza e coscienza, della terapia ritenuta più opportuna. Laddove la sua sospensione fino alla definizione del giudizio di merito determinerebbe al contrario il venir meno di linee guida, fondate su evidenze scientifiche documentate in giudizio, tali da fornire un ausilio (ancorché non vincolante) a tale spazio di autonomia descrittiva comunque garantito». In parole povere: il Consiglio di Stato afferma che la libertà di cura dei medici è comunque ammessa e garantita e linee guida Aifa non sono vincolanti ma servono solo a fornire una guida che viene giudicata scientifica e necessaria.

Difficile non notare, però, come esistano ormai molti dubbi – scientificamente documentati – sulla maggiore efficacia delle linee guida stabilite dall’Aifa rispetto alle cure domiciliari. Basta guardare a paesi che stanno gestendo indubbiamente meglio dell’Italia l’emergenza pandemica, a cominciare dalla Gran Bretagna, il cui premier Boris Johnson, ha appena istituito una task force medica per trovare entro il prossimo autunno un protocollo di cura domiciliare che possa prevenire nel numero più ampio possibile dei casi un decorso negativo della malattia e l’ospedalizzazione. Le stesse cose che, con un ordine del giorno approvato quasi all’unanimità, il Senato della Repubblica italiana ha chiesto al governo pochi giorni fa. Ma il ministro della Salute, Roberto Speranza, per ora ha deciso di agire in direzione esattamente contraria, continuando nella difesa di un protocollo che ha portato pessimi risultati, facendo dell’Italia uno dei paesi con il più alto tasso di mortalità per Covid-19 nel mondo.

Al seguente link è consultabile il testo dell’Ordinanza emessa dal Consiglio di Stato: Ordinanza Consiglio Di Stato n. 02221/2021

Israele: più di 30 razzi lanciati da Gaza

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Durante la notte più di 30 razzi sono stati lanciati dalla Striscia verso il sud di Israele. Lo ha reso noto il portavoce militare, il quale ha aggiunto che 4 di questi sono stati intercettati dall’Iron Dome, il sistema di difesa. In seguito all’attacco subito, l’aviazione israeliana ha colpito più volte obiettivi militari di Hamas, a Gaza. «Il terrorismo punta i civili. Noi puntiamo il terrorismo», ha affermato l’esercito tramite un tweet.

Stop del Garante per la privacy ai Green Pass vaccinali

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Il Garante per la privacy ha bocciato le “certificazioni verdi” annunciate nel recente decreto del governo, in quanto quest’ultimo “non garantisce una base normativa idonea per l’introduzione e l’utilizzo dei certificati verdi su scala nazionale”.
Il decreto sarebbe inoltre “gravemente incompleto e privo di una valutazione dei possibili rischi su larga scala per i diritti e le libertà personali” nonché “in contrasto con quanto previsto dal Regolamento europeo”. Per queste e ulteriori criticità il Garante ha inviato un avvertimento formale in cui si richiede ai ministri di intervenire urgentemente per modificare il decreto in questione.

Uno strano comunicato dell’ambasciata Usa consiglia di evitare viaggi in Italia

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Gli Stati Uniti sconsigliano ai cittadini americani di viaggiare in Italia a causa dell’elevato rischio di contrarre il Covid-19 e del pericolo di attacchi terroristici nel territorio italiano. È quanto si apprende da un comunicato pubblicato sul sito ufficiale dell’Ambasciata degli Stati Uniti, nel quale si legge che la possibilità che in Italia si verifichino attacchi terroristici sia presente da molto tempo. «I terroristi possono attaccare con poco o nessun preavviso, prendendo di mira località turistiche, snodi di trasporto, mercati/centri commerciali, strutture del governo locale, hotel, club, ristoranti, luoghi di culto, parchi, grandi eventi sportivi e culturali, istituzioni educative, aeroporti e altre aree pubbliche». Dunque, per questi motivi l’Italia è stata inserita all’interno dell’elenco dei Paesi di «livello 4», ossia quelli verso i quali è appunto sconsigliato di effettuare viaggi. Si tratta di una forte raccomandazione, la quale comunque non impedisce ai cittadini americani di recarsi nei Paesi appartenenti a questo livello di rischio.

Ma l’Italia non è l’unico paese classificato in tal modo: questa settimana 116 nazioni sono state aggiunte in questa categoria. Sono ora 150 in totale gli Stati di livello 4 mentre in precedenza, riporta l’agenzia di stampa Reuters, soltanto a 34 Paesi era stato assegnato questo livello. Nello specifico, le stesse indicazioni date per i viaggi in Italia vengono fornite per quelli nel Regno Unito, in Germania ed in Belgio. Per quanto riguarda la Francia e la Spagna, invece, oltre al rischio Covid ed a quello di attentati terroristici viene indicato anche il pericolo di «disordini». Al momento rimangono sconosciute le motivazioni che hanno portato gli Usa a diramare l’allerta.

[di Raffaele De Luca]

Ema: ok seconda dose vaccino AstraZeneca

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Il comitato dell’Ema, l’Agenzia europea per i medicinali, ha raccomandato di continuare a somministrare la seconda dose del vaccino AstraZeneca tra le 4 e le 12 settimane successive alla somministrazione della prima. L’Ema, infatti, ritiene che i benefici superino i rischi in ogni fascia di età. Inoltre, si stima che gli effetti collaterali più pericolosi derivanti dal vaccino, ossia i coaguli di sangue, si verifichino in 1 su 100.000 soggetti vaccinati.

Danimarca, per i migranti non c’è scelta: assimilazione o rimpatrio (siriani inclusi)

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PADBORG, DENMARK - JANUARY 06: Danish police escort a family from Syria seeking asylum in Denmark after finding them while checking the identity papers of passengers on a train arriving from Germany on January 6, 2016 in Padborg, Denmark. Denmark introduced a 10-day period of passport controls and spot checks on Monday on its border to Germany in an effort to stem the arrival of refugees and migrants seeking to pass through Denmark on their way to Sweden. Denmark reacted to border controls introduced by Sweden the same day and is seeking to avoid a backlog of migrants accumulating in Denmark. Refugees still have the right to apply for asylum in Denmark and those caught without a valid passport or visa who do not apply for asylum are sent back to Germany. (Photo by Sean Gallup/Getty Images)

Negli ultimi anni, la Danimarca ha usato il pugno di ferro in fatto di immigrazione. Soprattutto a partire dall’elezione, nel 2019, della socialdemocratica Mette Frederiksen – che guida un governo di coalizione con la sinistra radicale – il paese ha preso una strana svolta: economicamente porta avanti politiche socialiste, ma in fatto di identità nazionale e immigrazione ha assunto caratteri marcatamente conservatori.

L’ultima decisione, presa martedì 20 aprile da Frederiksen insieme ad una coalizione di partiti liberali e conservatori, è quella di porre ulteriori limiti nel concedere la cittadinanza. Non si parla più nemmeno di “integrazione,” ma di “assimilazione.” Chiunque voglia essere cittadino danese deve mostrare di sposare i “valori danesi.” Criminali e disoccupati sono quindi automaticamente esclusi. Le definizioni sono molto rigide. È “criminale” chiunque abbia ricevuto multe cumulative pari a 3000 corone danesi, o 485 euro, per reati commessi. È “disoccupato” chiunque non abbia lavorato continuativamente per 3 e mezzo dei 4 anni precedenti alla richiesta di cittadinanza. Secondo il ministro dell’integrazione, lo scopo di queste regole è garantire che chi ottiene la cittadinanza sia già pronto ad essere integrato, avendo già dimostrato di sposare i valori danesi. Il governo voleva anche stabilire un limite per il numero di richieste di cittadinanza accettate, ma la misura non è stata approvata.

A marzo, il governo aveva preso un’altra misura molto rigida per contenere l’immigrazione: un numero massimo di stranieri per quartiere. Nel 2018, il governo precedente aveva introdotto un sistema molto controverso di classificazione dei quartieri a seconda della loro “vulnerabilità”. Quartieri con un reddito basso, un livello di istruzione sotto la media, una criminalità elevata ed un alto tasso di disoccupazione erano stati ribattezzati “ghetti.” Il cosiddetto “pacchetto ghetto” di Frederiksen, un emendamento alla riforma esistente, prevede l’introduzione di un numero massimo di residenti stranieri per quartiere (fissato al 30%). La motivazione è quella di evitare l’emergere di “società parallele” e quindi di nuovi ghetti.

Ma la durissima linea danese in fatto di immigrazione non si riduce al concetto di “assimilazione.” Lo scopo ultimo è il rimpatrio, per arrivare, come ha dichiarato Frederiksen, ad accogliere “zero” richiedenti asilo. Questa settimana, la Danimarca si è infatti distinta in quanto primo paese europeo a voler revocare i permessi di soggiorno ai rifugiati siriani, ricevuti temporaneamente, per rimpatriarli. Tra questi rifugiati vi sono anche 70 bambini. La decisione è stata presa perché, secondo le autorità danesi, la situazione in Siria è in questo momento sufficientemente sicura – nonostante il paese non sia ancora uscito da una guerra durata 10 anni, che ha creato milioni di sfollati e danni economici stimati in 442 miliardi di dollari totali, una cifra enorme che fa sì che non vi siano possibilità di una vita degna in un Paese devastato da una guerra voluta e fomentata dallo stesso Occidente.

[di Anita Ishaq]

Naufragio al largo della Libia: morti più di 100 migranti

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Più di 100 migranti sono annegati al largo della Libia. Lo ha dichiarato Francesco Creazzo, l’addetto stampa della Ong Sos Mediterranee, il quale ha affermato che nella giornata di ieri Alarm Phone aveva dichiarato che vi fossero tre barche in pericolo: una avente a bordo 40 persone «mai rintracciata» e due gommoni con all’interno tra le 100 e le 120 persone ciascuno. Il primo è stato trovato capovolto da Sos Mediterranee mentre il secondo è stato riportato in Libia dalle autorità. «Abbiamo avvistato dieci corpi ma il mare era molto mosso, impossibile ci siano sopravvissuti», ha aggiunto Creazzo.

Salvare i mari dall’inquinamento: trenta paesi si uniscono nel progetto GloLitter

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Le acque del nostro pianeta pullulano di rifiuti che li inquinano danneggiandone fauna e flora. La situazione è ormai al limite e, per far fronte a questo greve scenario, è stata promossa un’importantissima iniziativa a protezione dell’ecosistema marino. Si tratta di GloLitter, progetto nato grazie al finanziamento iniziale di 4,5 milioni di dollari del governo norvegese e alla collaborazione dell’IMO (Organizzazione Marittima Internazionale) e della FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura). GloLitter si pone l’obiettivo di assistere i Paesi in via di sviluppo nella prevenzione dell’inquinamento marino. Il fine è infatti quello di ripulire i mari e gli oceani dai rifiuti, specialmente quelli provenienti dal trasporto marittimo e dalla pesca. 

Una vera e propria partnership che coinvolge 30 paesi di cinque aree specifiche del mondo: Asia, Africa, Caraibi, America Latina e Pacifico. I dieci Paesi partner leader sono Brasile, Costa Rica, Costa d’Avorio, India, Indonesia, Jamaica, Kenya, Madagascar, Nigeria e Vanuatu. Gli altri venti sono Argentina, Capo Verde, Colombia, Ecuador, Gambia, Mozambico, Nicaragua, Panama, Perù, Filippine, Senegal, Sri Lanka, Isole Salomone, Sudan, Tanzania, Thailandia, Timor Leste, Togo, Tonga e Vietnam.

GloLitter si propone di valutare non solo l’adeguatezza delle strutture portuali di raccolta, ma anche di rafforzare la consapevolezza nei settori della navigazione e della pesca, suggerendo la marcatura degli attrezzi ittici, cosicché possano essere ricondotti al proprietario se smarriti o smaltiti in mare. Misura volta a sensibilizzare anche le fasce della popolazione non ancora pienamente coscienti dell’importanza di salvaguardare le risorse marine e costiere. A tal proposito verranno fornite ai Paesi partner gli strumenti necessari – documenti di orientamento e di formazione – e strategie per aiutarli a rispettare e far rispettare le normative esistenti. Inoltre, nei primi mesi, gli esperti della FAO e dell’IMO li affiancheranno per assistenza tecnica e per ottimizzare la comunicazione tra loro.  

I Paesi partner verranno incoraggiati a prendere in considerazione la Convenzione Internazionale per la Prevenzione dell’Inquinamento causato da Navi (MARPOL), la quale vieta lo scarico di plastica – attrezzi da pesca inclusi – in mare; e la Convenzione di Londra in vigore dal 1975, che regola lo scarico dei rifiuti delle navi e consente lo smaltimento solo di quelli non nocivi. Infine, è prevista la creazione di partenariati pubblici-privati per lo sviluppo di soluzioni efficaci ed economiche al fine di contrastare l’uso della plastica nei settori marini e adottare il loro riciclaggio.

[di Eugenia Greco]

Gravidanza solidale: il politically correct per l’utero in affitto

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In Parlamento è stata depositata una proposta di legge per la Disciplina della Gravidanza solidale e altruistica a firma dei deputati Guia Termini, Doriana Sarli, Riccardo Magi, Nicola Fratoianni e Elisa Siragusa, grazie al lavoro dell’Associazione Luca Coscioni e Certi Diritti. Secondo la proposta di legge, tutto avverrebbe grazie alla libera scelta di una donna che porterebbe avanti la gestazione, ospitando nel proprio utero un embrione sviluppato attraverso le tecniche di fecondazione in vitro – favorendone lo sviluppo – fino alla fine della gravidanza, compreso il parto. Non una madre surrogata, dunque, ma una madre “solidale”.

Eppure le critiche legate all’argomento sono molte e non provengono solo da dove uno se le può aspettare, come organizzazione di carattere religioso o legate ad una visione religiosa della questione. Le critiche provengono proprio da parte di quel mondo progressista che tale proposte di legge vorrebbero rappresentare. Una su tutti è Julie Bindel scrittrice e attivista femminista radicale inglese, fondatrice di Justice for Women. Gran parte del lavoro di Bindel riguarda la violenza maschile contro donne e bambini, in particolare per quanto riguarda lo stalking, il fondamentalismo religioso e la tratta di esseri umani e la legalizzazione della prostituzione.

Bindel è assolutamente contraria all’utero in affitto poiché vede cosa può accadere, e accade, in un mondo classista fatto di privilegiati e di chi invece non ha nulla: lo sfruttamento e il ricatto economico di donne bisognose. Bindel ha recentemente scritto che «tutta la maternità surrogata, compreso il tipo altruistico, è sfruttamento. Queste donne sono viste come nient’altro che uteri ambulanti, i cui bisogni umani saranno ignorati a favore di quelli dei commissari che possiedono il bambino che sta crescendo». Ha portato poi l’esempio della Gran Bretagna in cui «una madre surrogata può richiedere fino a 15.000 sterline di rimborsi spese, che equivalgono allo stipendio annuale per molte donne con un lavoro a bassa retribuzione». E non è tutto: l’attivista ha riportato un caso di marito violento che ha costretto la moglie a un accordo di maternità surrogata per poter pagare i propri debiti.

D’altronde, anche il governo progressista spagnolo del socialista Pedro Sánchez si è espresso in maniera contraria ad ogni forma di maternità surrogata, a prescindere dal nome che le si vuole dare. Nel programma di governo, alla voce “Politiche Femministe”, si legge, oltre agli obiettivi di sicurezza, indipendenza e libertà delle donne – attraverso la lotta risoluta contro la violenza sessista e per l’uguaglianza retributiva, la fine della tratta di esseri umani a fini di sfruttamento sessuale – si esprime la ferma contrarietà alle “pance a noleggio” poiché gli uteri in affitto minano i diritti delle donne, in particolare delle più vulnerabili, mercificano i loro corpi e le loro funzioni riproduttive.

Eppure, al tempo stesso, in Italia ci sono circa 35.000 minori negli orfanotrofi e ogni anno se ne aggiungono circa 400, a fronte di un soli 1.000 bambini dichiarati adottabili ogni anno. L’Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie (Anfaa) lamenta la mancanza di una banca dati, di tempi troppo lunghi, mancato sostegno per le adozioni complesse e costi troppo elevati. Rendere più facili le adozioni e meno costose, fornendo aiuti e assistenza adeguati, permetterebbe di svuotare quei luoghi dove migliaia e migliaia di bambini attendono con speranza di avere una famiglia che li ama e, contemporaneamente, dare la possibilità a chi desidera avere un figlio da amare di poterlo fare.

Comunque la si voglia guardare, certamente l’abitudine odierna del politically correct di cambiare nome alle cose per renderle accettabili non può cambiare lo stato delle cose di un mondo basato sull’iper-consumo e il profitto e, di conseguenza, su egoismo, sfruttamento, prevaricazione e tutti gli aspetti più negativi dell’essere umano che il sistema classista fomenta.

[di Michele Manfrin]