venerdì 2 Gennaio 2026
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Canada: i camionisti rifiutano di fermare le proteste contro le restrizioni

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In Canada, i camionisti in protesta contro l’obbligo vaccinale e le restrizioni anti-Covid si sono rifiutati di lasciare il centro cittadino della capitale federale Ottawa nonostante le richieste delle autorità. Il governo Trudeau ha infatti recentemente chiesto la fine delle proteste ed ha cercato di delegittimare la condotta dei contestatori spiegando che essa costi alle casse pubbliche 800.000 dollari canadesi al giorno. Tale esortazione però a quanto pare non ha generato i risultati sperati dato che, come riportato dalla CBC – il servizio pubblico radiotelevisivo nazionale in Canada – oggi la protesta è proseguita nel centro cittadino per il quinto giorno consecutivo.

Un insegnante si è dato fuoco, apparentemente per protesta

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Un insegnante di 33 anni è ricoverato in condizioni gravissime in seguito alle ustioni che si era provocato dandosi fuoco attorno alle ore 10 di ieri, 31 gennaio, davanti alla caserma dei Carabinieri di Rende, in Calabria. Una vicenda dai tratti oscuri, in quello che appare, per il luogo scelto, un evidente atto di protesta. Resa ancor più torbida da una serie di indizi, poi scomparsi, che legavano l’atto ad una protesta a seguito dalla sospensione dal servizio per non essersi vaccinato e quindi per non essere in possesso del super green pass. Questo è quanto avevano affermato i colleghi del sindacato Uil Scuola Monza e Brianza (l’insegnante era in servizio in Lombardia) che in un comunicato su Facebook avevano scritto: “Sembrerebbe che all’origine del gesto ci sia la sospensione dal servizio per non aver effettuato la vaccinazione anti-Covid”. Il messaggio è stato poi rimosso senza spiegazioni, così come nulla trapela sui media, con i principali giornali che non hanno dedicato nemmeno una riga all’accaduto. Anche il portale specializzato in informazione scolastica Orizzonte Scuola, aveva dedicato un pezzo alla vicenda, ma poi ha scelto di rimuoverlo e il link all’articolo riporta ora a una pagina di errore.

Una schermata del tweet, poi rimosso, dedicato alla vicenda poi rimosso del sindacato Uil Scuola Monza e Brianza

Difficile capire l’atteggiamento del sindacato e se si sia trattato di una cancellazione dovuta dalla presa d’atto di aver scritto un’inesattezza o se la decisione abbia altre ragioni. La redazione de L’Indipendente ha provato a contattare la sede Uil per chiarimenti, al momento senza risposta. Nel frattempo un quotidiano locale ha negato che la questione sia correlata all’obbligo vaccinale scrivendo che l’insegnante aveva concluso la doppia dose vaccinale a metà agosto e il suo green pass sarebbe stato valido sino a metà febbraio in attesa della terza dose.

Quale che sia la verità rimane l’estremo atto di protesta di un insegnante (le cui generalità non sono ancora state rivelate) che ha deciso di tentare di togliersi la vita in modo atroce, cospargendosi di benzina prima di darsi fuoco. Possibile dietro la scelta ci siano scelte personali e che cercare altre ragioni sia sbagliato, tuttavia il luogo scelto per l’atto, ovvero la caserma dei Carabinieri, lascia perplessità. Quali che siano le cause risuona frastornante il silenzio dedicato alla vicenda da tutti i principali quotidiani italiani che alla notizia, almeno per ora, non hanno dedicato nemmeno una riga. In rete è circolato un video amatoriale della scena, per dovere di cronaca segnaliamo il link al contenuto, ma le immagini sono molto crude e quindi ne sconsigliamo la visione.

Rettifica ore 23:06 del 01/02/22: nella versione originale dell’articolo avevamo scritto che l’insegnante era deceduto. Così era stato riportato da diversi media locali. Un aggiornamento diffuso in serata specifica che l’insegnante è ancora in vita seppur in condizioni critiche. Ci scusiamo con i lettori e la famiglia per l’errore.

Amazon ha cominciato a comprarsi i programmi scolastici americani

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L’Inland Empire è una regione metropolitana della California meridionale con circa 4,5 milioni di abitanti, adiacente alla California costiera della contea di Los Angeles, le cui due maggiori città sono San Bernardino e Riverside. Questa zona è dominata dalla presenza di Amazon: i suoi camion e i suoi furgoni sono dappertutto e intasano il traffico della regione; l’azienda di Jeff Bezos è il maggior datore di lavoro. Nell’Inland Empire, in cui l’80% della popolazione appartiene a comunità afroamericane e latinoamericane, Amazon impiega circa 40.000 lavoratori (il doppio rispetto alla situazione pre-pandemica) in ben 14 centri logistici e due hub aerei. Dal 2018, la Cajon High School di San Bernardino ha dato vita ad Amazon Logistics and Business Management Pathway, una serie di corsi “di marca” sul settore della logistica. Leggendo i programmi dei corsi è semplice capire il perché dell’interesse della multinazionale verso la formazione dei giovani, quello che si insegna infatti non è logistica dal punto di vista esclusivamente tecnico, ma una vera e propria dottrina del mondo del lavoro e dello sviluppo progettato dall’azienda di Jeff Bezos.

Sono 96 gli studenti attualmente iscritti al percorso di studi offerto da Amazon, che ha speso 50.000 dollari per fornire i materiali necessari per avviare il programma. Sul sito del Distretto Scolastico si legge: «L’Amazon Logistics Pathway presso la Cajon High School è il primo nel suo genere, che insegna agli studenti la tecnologia delle informazioni e delle decisioni, i sistemi di gestione e la leadership aziendale. Il programma consente agli studenti di praticare capacità di pensiero innovative e critiche mentre sviluppano soluzioni ad autentici problemi logistici vissuti da Amazon». Insomma, un bell’affare per Bezos che con un piccolissimo investimento potrà avere qualche idea e soluzione a costo irrisorio, assicurandosi di poter formare a suo piacimento le nuove generazioni dell’Inland Empire, la quale potrebbe essere rinominata Amazon Empire.

L’aula dove si svolgono i corsi della Amazon Logistics and Business Management Pathway di San Bernardino

Il corso di formazione, tutt’altro che imparziale, propone le tecniche utilizzate all’interno del colosso come linee standard e modelli che non possono essere cambiati ma solo implementati. Per tale motivo nei programmi si affrontano i principi del taylorismo, imperanti nella gestione scientifica del lavoro di Amazon orientata alla massima efficienza di produzione. Proprio sulla base dei principi elaborati da Frederick Taylor, il colosso creato e guidato da Bezos ha imposto politiche del lavoro disumane in cui il controllo e la gestione del tempo sono spinti a livelli estremi, tali da non tener di conto neanche dei bisogni fisiologici umani. Proprio in tal proposito, nel percorso formativo ci si sofferma anche sullo studio della piramide dei bisogni di Maslow e come questa possa essere utilizzata per aumentare l’efficienza dei lavoratori.

Altro argomento scottante che riguarda Amazon e il suo modello di lavoro è l’organizzazione sindacale, o meglio, la mancanza di organizzazione sindacale. Il corso specifico si chiama “Gestione delle risorse umane e delle relazioni sindacali” in cui si spiega come formare e valutare il lavoratore e quali siano le importanti da sapere riguardo l’organizzazione dei lavoratori. Come parte di questo corso, gli studenti partecipano ad uno stage di lavoro presso Amazon oppure in altra azienda del settore logistico.

“Logistica e concetti globali” è il nome di uno dei corsi proposti nel programma formativo sponsorizzato da Amazon: gli studenti apprendono le catene di approvvigionamento globali, per cui Amazon ha dimostrato una enorme capacità di gestione. Amazon e “il suo impatto sui settori dell’e-commerce e della logistica” riguarda la storia evolutiva e organizzativa dell’azienda e la sua visione.

Il percorso di studi viene svolto all’interno di una classe per cui, come detto all’inizio, Amazon ha sborsato 50.000 dollari per i materiali, oltre che per lo studio e l’applicazione di un ambiente che ponesse gli studenti in uno stato di sudditanza al colosso di Bezos. L’aula, colorata con i colori dell’azienda, è ricoperta di scritte sui muri in cui si riportano gli slogan e i principi che ogni lavoratore Amazon deve sapere e rispettare: insomma, sui muri dell’aula vi è la “Bibbia di Amazon”, i “Comandamenti di Bezos”. In occasione dell’inizio dei corsi del 2019, la preside della Cajon High School, Teenya Bishop, come una normalissima dipendente Amazon, è stata fotografata con la polo – la divisa – dell’azienda.

Corina Borsuk, portavoce del distretto scolastico unificato di San Bernardino, in merito alle critiche poste ha risposto: «Il percorso prende il nome da Amazon in ringraziamento per la generosa donazione dell’azienda e Amazon è stato portato come esperto del settore, qualcosa che tutti i percorsi di apprendimento collegato dovrebbero avere».

Il percorso formativo targato Amazon della Cajon High School non è l’unico in cui l’azienda è protagonista: diverse scuole e altre organizzazioni giovanili partecipano al programma Amazon Future Engineers. Proprio seguendo quest’ottica di formazione e fidelizzazione diretta di migliaia e migliaia di giovani, all’inizio di questo anno Amazon ha annunciato una partnership con Girl Scouts of the USA (GSUSA).

Insomma, colossi multinazionali come Amazon non si accontentano di vendere e far enorme profitto monopolizzando interi settori ma vogliono, oltre che la forza lavoro, anche la mente delle nuove generazioni in un percorso di fidelizzazione molto pressante che sembra voler sostituire le vecchie carcasse della propaganda e della formazione statale. Amazon, e soggetti affini, stanno ponendo le basi per una graduale sostituzione delle prerogative pubbliche e statali.

[di Michele Manfrin]

Sanità: medici di base proclamano stato di agitazione

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«Proclamiamo lo stato di agitazione per la Medicina Generale»: è quanto comunicato tramite una nota congiunta da alcune organizzazioni sindacali dei medici di base tra cui Fp Cgil Medici e Dirigenti Ssn (struttura di categoria della Confederazione Generale Italiana del Lavoro) e la Federazione C.I.Pe (Confederazione Italiana Pediatri). Sono diversi i motivi alla base di tale decisione: tra questi, le disfunzioni e la burocrazia legata al Covid-19, il «mancato recepimento delle proposte delle organizzazioni sindacali sulla riorganizzazione della medicina territoriale» ed il «mancato riconoscimento dell’attività svolta dai medici di medicina generale e pediatri di libera scelta nella gestione dei pazienti Covid sul territorio». Tra le richieste avanzate, poi, vi è il riconoscimento, la valorizzazione e la protezione del ruolo svolto dai medici di medicina generale e la semplificazione delle procedure e dei percorsi amministrativi.

Il Mali ha deciso a furor di popolo la cacciata dei francesi

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Lunedì 31 gennaio, il governo del Mali ha dato 72 ore di preavviso all’ambasciatore francese Joel Meyer per lasciare il paese. La decisione di allontanare l’amabasciatore, arriva in seguito a dichiarazioni ritenute “ostili e oltraggiose” fatte da Parigi, sull’operato del governo di transizione.

Venerdì scorso, Jean-Yves Le Drian ministro degli esteri francese, aveva infatti dichiarato che la giunta militare al governo del paese fosse “fuori controllo” e responsabile di aver contribuito al deterioramento dei rapporti con la Francia e gli altri partner europei. Nelle sue dichiarazioni Le Drian, aveva inoltre denunciato la giunta militare come illegittima. Le relazioni tra Francia e Mali, sono deteriorate rapidamente nelle ultime settimane a seguito della decisione della giunta militare di rimandare le elezioni, inizialmente previste in febbraio, al 2025. Truppe francesi sono presenti in Mali dal 2013, quando Parigi scelse di intervenire militarmente nella ex colonia per contrastare le rivolte armate scoppiate nelle regioni del nord.

La giunta militare ha preso il potere in Mali con un colpo di stato nel 2020, costringendo alle dimissioni l’allora presidente Ibrahim Boubacar Keita. Da quel momento le tensioni con la Francia sono aumentate sensibilmente, Keita veninva infatti considerato molto vicino agli interessi di Parigi. Anche la decisione della giunta militare di dispiegare nel paese i mercenari russi del gruppo Wagner ha contribuito ad aumentare le tensioni. Parigi e altri paesi europei avevano infatti definito la presenza dei mercenari russi come “incompatibile” con la presenza delle loro truppe. Incompatibilità’ probabilmente dovuta più’ a interessi politici, evitare che la Russia potesse avere influenze nel paese, piuttosto che da motivi strategico-militari.

Diverse missioni militari hanno operato in Mali dal 2013 ad oggi, e praticamente tutte hanno fallito nel contenere le rivolte nelle regioni del nord del paese. Anzi negli anni quelle regioni hanno visto crescere in modo costante il numero di attacchi terroristici da parte dei numerosi gruppi fondamentalisti attivi in quelle zone. La presenza di truppe straniere, l’insicurezza e l’aumento del terrorismo sono tutti fattori che hanno portato alla crescita’ del malcontento popolare. Le recenti decisioni della giunta militare al momento infatti sembrano avere il sostegno da parte della popolazione. Anche in risposta alle sanzioni economiche contro il Mali, la popolazione non ha mancato di dimostrare sostegno alla giunta scendendo in migliaia per le strade della capitale Bamako. Le dimostrazioni che hanno attraversato il Paese in queste settimane sono state letteralmente oceaniche nelle quali i cittadini brandivano cartelli con slogan crudi e netti: “Morte alla Francia e ai suoi alleati” quello più diffuso. Storicamente le giunte militari al governo nei paesi dell’Africa, cosi come in altri continenti, hanno portato a poco di buono. In Mali però appare evidente come al momento, la volontà della giunta incontri quella della popolazione nel voler rompere i legami con la Francia, e nel riprendere in mano il proprio destino.

[di Enrico Phelipon]

Roma, blitz ecologista al Ministero della Transizione Ecologica

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Quattordici persone appartenenti alla campagna Ultima Generazione – Assemblee Cittadine ORA! del movimento Extinction Rebellion sono entrate questa mattina all’interno del Ministero della Transizione Ecologica, a Roma, e hanno lasciato sulle pareti scritte quali “Ministero della truffa” e “Ministero delle bugie”. Gli attivisti hanno intrapreso l’azione dopo il silenzio del Governo in seguito alle numerose domande di un incontro pubblico tra il gruppo, il Presidente del Consiglio e alcuni Ministri. L’intento, portato avanti con l’invio di oltre 26 mila mail al Ministero, era quello di intavolare un confronto riguardante la questione climatica.

Le azioni di stamattina rientrano nella più ampia campagna di disobbedienza civile non violenta messa in atto dal movimento Extinction Rebellion, che ha fatto sapere di avere intenzione di proseguire con azioni simili sino a che i Ministri Draghi, Carfagna, Patuanelli, Cingolani, Giorgetti e Orlando non concederanno loro l’occasione di un confronto pubblico nel quale sia esposta in maniera chiara la posizione del Governo “in merito alla necessità di aderire radicalmente per contrastare la crisi ecologica e climatica”.

L’incontro pubblico tra rappresentanti del Governo e Assemblee Cittadine, composte da “un’assemblea di cittadini/e selezionati/e” estratti casualmente perché costituiscano “un campione statistico davvero rappresentativo di tutta la popolazione” avrebbe l’intenzione di creare una comunità che possa lavorare concretamente per elaborare proposte “vincolanti per il Governo”. Il fine è poter partecipare direttamente alle decisioni riguardanti una tematica che dovrebbe essere considerata prioritaria all’interno dell’agenda politica ma che il Ministero soprannominato “della Finzione Ecologica” sembra scartare con manovre malcelate.

In caso i Ministri non rispondano alla domanda di Ultima Generazione di intavolare un’Assemblea di Cittadini nazionale deliberativa sulla giustizia climatica ed ecologica, il movimento ha fatto sapere che verrano intraprese altre azioni di protesta nel mese di aprile. Il 5 febbraio, a Roma, presso l’Orto Insorto, verrà presentata nel dettaglio la campagna di Extinction Rebellion. 

[di Valeria Casolaro]

Un triumvirato di garanzia per le oligarchie internazionali

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Con le attenzioni della stampa nazionale tutte concentrate sulla rielezione di Mattarella a capo dello Stato e sulle beghe partitiche che ne sono derivate un’altra notizia degna di attenzione è passata in sordina. Lo scorso 29 gennaio, Giuliano Amato – professore emerito di diritto pubblico comparato e per due volte presidente del Consiglio – è stato eletto all’unanimità presidente della Corte costituzionaleCon la sua elezione a capo del più importante organo di garanzia costituzionale – insieme alla rielezione di Mattarella alla presidenza della Repubblica e a Draghi presidente del Consiglio – ci troviamo di fronte a quello che può essere considerato a tutti gli effetti un “triumvirato” che avrà, tra le altre, la funzione di rassicurare le oligarchie finanziarie transnazionali sul fatto che l’Italia non si allontanerà di un millimetro dallo status quo desiderato. Non è un caso che le potenti banche d’affari americane come Goldman Sachs, i grandi fondi d’investimento quali Black Rock, ma anche le organizzazioni di categoria finanziaria e industriale come la Trilateral, nonché l’impalcatura burocratica di Bruxelles abbiano tutte quante salutato con giubilo le nomine italiane.

La biografia politica di Giuliano Amato merita di essere rinfrescata: il governo da lui guidato come presidente del Consiglio nel 1992, fu quello che mise in campo la svendita del patrimonio pubblico italiano, proprio nel periodo in cui, sotto i colpi dell’operazione giudiziaria “Mani pulite”, l’Italia transitava dalla prima alla seconda Repubblica, quella che nei fatti si sarebbe mossa come “curatrice fallimentare” dell’industria italiana e rappresentante degli interessi dei grandi potentati economici. A portare avanti la privatizzazione degli asset pubblici nazionali sul famigerato panfilo Britannia c’era proprio lui, l’uomo dei mercati, delle banche e dell’euro: Mario Draghi, allora Direttore generale del Tesoro. Incarico che avrebbe ricoperto dal 1991 al 2001, naturalmente anche per conto del governo Amato. L’azione dei due ebbe il risultato di devastare l’ascesa industriale italiane che proprio nel 1991 era diventata la quarta potenza economica globale scavalcando Francia e Regno Unito. 

maggio 1991, Corriere Della Sera

La svendita del patrimonio pubblico attraverso le privatizzazioni e la sottoscrizione del trattato sull’Unione Europea nel 1992 ebbero la conseguenza di deindustrializzare il Paese e a rallentarne la crescita, incatenandolo a rigide politiche di austerità fiscale come previsto dai famigerati parametri di Maastricht. Nel contesto di questo “disegno” vanno anche inserite due nefaste decisioni politiche intraprese dal governo Amato I: l’abolizione della scala mobile che permetteva di indicizzare automaticamente i salari in funzione dell’inflazione e il prelievo forzoso notturno del 13 settembre 1992, in seguito all’attacco speculativo alla lira da parte del noto finanziere, oggi definito “filantropo”, George Soros.

Dal canto suo, in Sergio Mattarella – come in tutti i presidenti della Repubblica degli ultimi decenni – le istituzioni globali cercano il garante dell’impianto eurocratico, liberista e atlantista in Italia, riflesso degli interessi plutocratici internazionali. Prova ne è il fatto che nel suo settennato egli abbia avallato tutti i governi e le iniziative politiche di stampo europeista, dando il suo aperto appoggio a organizzazioni sovranazionali come la Commissione Trilaterale, organizzazione delle élite economiche che esercita grande influenza sulle politiche dei Paesi occidentali e la cui dottrina è riassunta nel rapporto del 1975 “La crisi della democrazia”. Solo in un’occasione, il presidente è intervenuto risolutamente nelle vicende politiche nazionali, non per difenderle, ma per scongiurare un pericolo, peraltro inesistente, di uscita dall’euro: si oppose, infatti, alla nomina di Paolo Savona a ministro dell’economia nel primo governo Conte, in quanto colpevole di sostenere tesi euro-scettiche.

Dunque, dopo la breve e inconcludente parentesi dei (finti) partiti antisistema eletti nel 2018, la politica italiana completa la giravolta che – tradendo il voto popolare che alle urne premiò partiti che si erano presentati come anti-sistema ed euro-scettici – in appena tre anni ha riportato l’Italia non solo nel novero delle politiche liberali propugnate da Bruxelles, ma l’ha collocata addirittura all’avanguardia della governance globale, come palesato con compiacimento dal fondatore del World Economic Forum, Klaus Schwab, che in occasione dell’ultimo vertice di Davos ha definito il nostro Paese un’avanguardia della cosiddetta governance 4.0, ovvero quella in cui élite politiche nazionali ed élite economico-finanziarie globali governano a braccetto. O se preferite, mantenendo la prolissa sintassi del documento di Schwab, quella in cui il governo nazionale non agisce più “come se da solo avesse tutte le risposte”, accettando una verticalizzazione e una concentrazione dei processi decisionali che si pone al di fuori del perimetro delle istituzioni democratiche nazionali.

Tornando alla nomina di Amato a presidente della Corte costituzionale, infine, utile notare come egli, nelle sue prime esternazioni, abbia specificato che «il compito della giurisprudenza della Corte costituzionale, nelle materie in cui la scienza ha un peso, è di ascoltare le ragioni della scienza»Affermazione che lascia intendere come non vi sia alcuna intenzione di valutare la preminenza di altri diritti costituzionalmente garantiti nella fase storica in cui le big pharma e i comitati tecnici scientifici governativi si sono autoeletti a unici depositari della disciplina.

[di Giorgia Audiello]

USA, Qatar diventa uno dei principali alleati non NATO

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Il presidente degli Stati Uniti Biden ha dichiarato nella giornata di lunedì 31 gennaio che il Qatar diventerà uno dei principali alleati non NATO del Paese. Lo status fornirà “vantaggi nelle aree di commercio della difesa e della cooperazione in materia di sicurezza”, ma senza che vi sia un impegno ad agire, come invece previsto per gli alleati NATO. L’annuncio è stato fatto subito prima dell’incontro con l’emiro del Qatar al-Thani, svoltosi a Washington, nel corso del quale si sarebbero tenute discussioni in materia di sicurezza, investimenti tra i due Paesi e rafforzamento della cooperazione commerciale. Biden starebbe anche guardando al Qatar per la fornitura di energia alternativa all’Europa, in caso di esplosione del conflitto tra Russia e Ucraina e possibile interruzione delle forniture di gas da parte delle Russia.

Per la prima volta un robot ha eseguito un intervento chirurgico

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Per la prima volta, un robot ha eseguito in completa autonomia un intervento di chirurgia addominale in laparoscopia, e il tutto è stato portato a termine in maniera eccellente e senza il minimo intervento dell’uomo. Anzi, gli studiosi hanno dichiarato che, il sistema robotico, il quale ha operato chirurgicamente quattro maiali, ha dato risultati significativamente migliori dei medici umani.

Il suo nome è Star (Smart Tissue Autonomous Robot) ed è stato progettato da un team di ricercatori della Johns Hopkins University e del Children’s National Hospital di Washington. Si tratta di un sistema di guida visiva creato appositamente per effettuare l’anastomosi, procedura che consiste nel suturare tessuti molli. In parole più semplici, tale procedimento chirurgico prevede la giustapposizione o il collegamento di due strutture cave – in questo caso due estremità dell’intestino -, che generalmente non sono in continuità tra loro. Seppur diffusa, l’anastomosi chirurgica è una delle operazioni più impegnative, poiché richiede un’elevata manualità e tantissima precisione. Basterebbe, infatti, un leggero tremore della mano del chirurgo o la posizione anomala di un punto di sutura per provocare un’emorragia fatale al paziente. Ciononostante, questo tipo di intervento è caratterizzato da azioni ripetute e quindi è un ottimo candidato per lo sviluppo di sistemi automatizzati.

Star è frutto del miglioramento del modello creato nel 2016, il quale era in grado di intervenire sull’intestino dell’animale, ma richiedeva un’ampia incisione per accedere alla cavità addominale e, di conseguenza, il coinvolgimento dell’uomo. Oggi, invece, il robot gode di nuove funzionalità che lo rendono particolarmente preciso e autonomo. Si tratta di strumenti di sutura specialistici, sistemi di imaging avanzati e algoritmi di apprendimento automatico che gli consentono di avere una miglior panoramica del campo in cui intervenire, monitorare la posizione dei tessuti e interagire con gli operatori umani che lo supervisionano. Inoltre, dati gli eventuali imprevisti che possono accadere, Star è stato dotato di un innovativo sistema di controllo che gli permette di regolare e calibrare il procedimento chirurgico in tempo reale, proprio come farebbe un chirurgo umano.

Il fatto che un robot sia riuscito a svolgere un’operazione chirurgica da solo è un passo importantissimo nella medicina. L’anastomosi robotica garantisce che gli interventi richiedenti alta precisione e ripetibilità possano essere eseguiti con maggiore accuratezza, in qualsiasi caso clinico. Il prossimo step? Implementare un sistema automatizzato in grado di migliorare l’assistenza al paziente. 

[di Eugenia Greco]

Patrik Zaki, attesa per oggi la sentenza definitiva

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La quarta udienza del processo a carico di Patrik Zaki si terrà oggi a Mansura, in Egitto. Lo ha confermato Zaki stesso all’Ansa, specificando che la sentenza definitiva potrebbe essere emessa oggi, anche se è probabile che venga rimandata di alcuni giorni affinché il giudice possa redigerla in modo definitivo. Zaki potrebbe essere assolto definitivamente o venire condannato a cinque anni di carcere in Egitto con l’accusa di diffusione di notizie false. Il processo che potrebbe concludersi oggi è infatti interamente centrato sul testo di un suo articolo del 2019 sulla discriminazione dei cristiani egiziani, per il quale è stato ipotizzato il reato di “diffusione di notizie false dentro e fuori il Paese”.