martedì 3 Febbraio 2026
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L’Ue vuole introdurre una legge contro la “disinformazione straniera”

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L’Unione europea sta valutando l’idea di introdurre un meccanismo di sanzioni contro la “propaganda di disinformazione” condotta da “regimi oppressivi attraverso fonti maligne”, con “la Russia in prima linea”. La misura rappresenterebbe dunque una sorta di estensione della decisione presa la scorsa settimana relativa alla messa al bando di alcuni media russi: Sputnik e RT. Così come il conflitto armato, «anche la propaganda di Vladimir Putin è uno strumento di guerra che bombarda le menti di russi, ucraini e cerca di colpire anche le nostre» ha affermato l’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, in un intervento avvenuto martedì 8 marzo durante il dibattito in sessione plenaria del Parlamento comunitario sulle interferenze straniere nell’Unione Europea.

Ritornando sulle sanzioni precedenti, Borrell ha tenuto a precisare che «Sputnik e RT fossero strumenti nelle mani del Cremlino capaci di condurre guerre di informazione che dunque andavano bloccate, perché sul combustibile dell’informazione si basano le azioni politiche dei cittadini e lo stato della democrazia». Riemerge quindi il tema della prevenzione, legato a un trattamento quasi paternalistico da parte delle istituzioni europee nei confronti dei suoi cittadini, evidentemente ritenuti non abbastanza capaci di giudicare da soli cosa sia vero e cosa no, o di confrontare versioni e fonti differenti.

La strada di un “meccanismo di sanzioni contro la propaganda di disinformazione” sembrerebbe tracciata da alcune decisioni prese in passato dall’Unione, come nel caso della legge approvata il 28 aprile 2021 per “contrastare la diffusione di contenuti digitali di matrice terroristica“. Se i fini potrebbero sembrare nobili, i mezzi preposti alla loro realizzazione nascondono non pochi dubbi: secondo la norma, le piattaforme, una volta ricevuto un avvertimento dalle autorità nazionali rispetto all’esistenza di un contenuto sospetto, devono procedere alla sua eliminazione entro un’ora. Questo termine è molto ristretto e potrebbe dunque facilitare le aziende e piattaforme più grandi e ricche, a discapito di quelle con modeste dimensioni. Inoltre, non va trascurato il pericolo di una censura digitale, così come sostenuto da diversi gruppi schierati a difesa dei diritti civili: a giudicare la validità dei contenuti sono stati designati degli algoritmi che potrebbero infatti non riconoscere quelli ambigui, magari di natura satirica, andando a minare la libertà di espressione e di opinione di milioni di utenti. Allo stesso modo, anche l’eventuale legge relativa a un meccanismo di difesa contro la “disinformazione straniera” potrebbe rappresentare un ostacolo a uno dei principi cardine della globalizzazione: la libera circolazione delle informazioni.

È interessante riflettere sul modo con cui l’Unione europea, ad oggi, è intenzionata a rispondere a un Paese che il 4 marzo scorso ha approvato una legge che, “in caso di diffusione di fake news”, può prevedere addirittura una reclusione di 15 anni per l’imputato. La strada scelta sembrerebbe essere quella del filtraggio, a discapito della fiducia nei confronti dei propri cittadini, del ragionamento logico e della forza dei dati, gli unici in un contesto democratico capaci di smentire notizie false.

[Di Salvatore Toscano]

Covid, Austria: sospeso l’obbligo vaccinale

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Il governo austriaco ha deciso di sospendere la legge sulla vaccinazione obbligatoria contro il Covid: ad annunciarlo è stata la ministra per gli affari costituzionali Karoline Edtstadler, che durante una conferenza stampa svoltasi a Vienna ha fatto sapere che la misura non sia più proporzionata all’andamento attuale della pandemia. Tale decisione, che è stata presa in virtù delle indicazioni date da una commissione di esperti, blocca dunque l’obbligo introdotto il mese scorso per la popolazione maggiorenne ma solo temporaneamente: come specificato dal ministro della Salute Johannes Rauch, infatti, le autorità valuteranno di nuovo la necessità eventuale di reintrodurlo tra 3 mesi.

Recensioni indipendenti: Hambachers, una resistenza ecologista nel cuore d’Europa

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Un documentario di 47 minuti (visibile sulla piattaforma streaming OpenDDB) diretto da Leonora Pigliucci e Claudio Marziali, premiato con la menzione speciale al Festival del Cinema di Bellaria 2019 e tuttora in fase di distribuzione in Italia e all’estero. L’idea del documentario nasce dalla sensibilità dei due registi verso tematiche ecologiste e il desiderio di conoscere più a fondo la quotidianità di una comunità che richiama alla mente la Biblica storia di Davide e Golia, ma la realizzazione non è stata priva di difficoltà. Gli Hambachers sono schivi, non hanno nessun desiderio di pubblicità respingono ogni forma di protagonismo e diffidano di telecamere e macchine fotografiche. Infatti non amano farsi fotografare e spesso si mostrano con il viso coperto, non hanno documenti e usano dei soprannomi per non essere identificabili, principalmente per paura di ritorsioni e repressione da parte della polizia e dal servizio di sicurezza privato della potentissima RWE.

I due autori per riuscire ad introdurre le loro telecamere all’interno della comunità hanno dovuto fare un vero e proprio percorso di integrazione per conquistare la loro fiducia, condividendo con loro tutte le attività della vita quotidiana e collaborando attivamente in tutti i vari aspetti della resistenza. Gli Hambacher, che dal 2012 vivono nella foresta millenaria di Hambach nel nord della Renania in Germania, sperimentano un modello unico di resistenza ecologista ma anche di una vita diversa che si allontana dagli attuali modelli condizionati da un’invasiva tecnologia e suggeriscono una convivenza più consapevole in armonia con tutti gli elementi della natura. La filosofia degli Hambachers, fondata sui principi di un’assoluta uguaglianza e libertà tanto da diventare oltre che un esempio di disobbedienza civile un simbolo per tutti gli ecologisti di mezza Europa, di fatto si ricollega ai valori sostenuti dall’Hambacher Fest, importante manifestazione  popolare, svoltasi per la prima volta nel maggio 1832 presso il Castello di Hambach, e che coinvolse allora come adesso persone provenienti da diversi Paesi, accomunate da ideali di democrazia, libertà, libertà di parola e di stampa e impegno civile.

Il lavoro di Leonora Pigliucci e Claudio Marziali ci introduce in una dimensione apparentemente astratta e assolutamente utopistica ma non è così. La vita quotidiana e le azioni di tutti gli appartenenti alla comunità è assolutamente reale e si oppone con azioni concrete alle ruspe del colosso energetico tedesco RWE, una multinazionale che gestisce miniere di carbone a cielo aperto e che vorrebbe trasformare la foresta di Hambach, vecchia di 12.000 anni e già ridotta del 90%, nell’ennesimo bacino estrattivo per il carbone. Attualmente in quello che rimane della foresta di Hambach si ritrovano attivisti ed attiviste da ogni parte della Germania e da altri paesi nord europei, principalmente dall’Olanda e dal Belgio, unendo in un unico ideale ogni tipo di attivismo politico e sociale, incrociando e sviluppando lotte vecchie e nuove, inserendosi di fatto come prima linea del fronte nella lotta contro il cambiamento climatico e contro il modello di produzione imposto dall’economia capitalistica.

Gli Hambachers hanno fatto una scelta radicale contrastando con una forma pacifica questa devastazione, prima di tutto vivendo nella foresta nell’assoluto rispetto di quanto li circonda, facendo degli alberi la loro casa, del sottobosco un luogo di aggregazione e convivialità, della loro presenza fisica e costante una barriera contro l’insensata ricerca di un profitto che non si cura della desolazione che lascia dietro di se, e sono ben consapevoli che solo una presa di posizione estrema portata avanti con determinazione e coraggio, potrà indurre in un auspicabile futuro ad un cambiamento di direzione.

[di Federico Mels Colloredo]

Consiglio Ue: nuove sanzioni contro la Bielorussia

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“Facendo seguito alle misure restrittive adottate il 2 marzo in risposta al coinvolgimento della Bielorussia nell’aggressione militare russa ingiustificata e non provocata contro l’Ucraina e in considerazione della persistente gravità della situazione, il Consiglio Ue ha adottato in data odierna misure settoriali supplementari destinate al settore finanziario bielorusso”. Ad annunciarlo è lo stesso organo in una nota. Tra le misure varate rientra la limitazione della fornitura di servizi specializzati di messaggistica finanziaria (Swift) a Belagroprombank, Bank Dabrabyt, e alla Banca di Sviluppo della Repubblica di Bielorussia, così come alle loro filiali bielorusse. A questa si aggiungono poi le decisioni di limitare “significativamente gli afflussi finanziari dal Paese verso l’Ue, vietando l’accettazione di depositi superiori a 100.000 euro da cittadini o residenti bielorussi” e la cessazione della fornitura di banconote denominate in euro alla Bielorussia”.

Green pass, il governo ha ormai deciso: cosa cambierà dal 1 aprile

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Da settimane le indiscrezioni su come le regole relative al green pass base e rafforzato verranno modificate si susseguono. Per evitare di prendere parte all’inutile fiera delle indiscrezioni che serve solo a riempire pagine di giornale confondendo l’opinione pubblica, fino ad ora abbiamo evitato di parlarne data la mancanza di fonti autorevoli. Nella mattina di oggi, però, è arrivata la prima indiscrezione degna di nota con l’intervista rilasciata dal sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, al programma radiofonico Radio anch’io su Rai Radio1. «Nei prossimi giorni il governo emanerà un decreto in cui verrà stabilito un vero e proprio cronoprogramma e dal 1 aprile inizierà una fase di allentamento delle misure restrittive», ha infatti affermato il sottosegretario, sottolineando che «sin da subito ci saranno delle situazioni dove il green pass non sarà più necessario, ad esempio negli spazi all’aperto tra cui bar e ristoranti». «Poi si procederà con un ulteriore graduale allentamento e credo che entro giugno avremo uno scenario che ci consentirà di arrivare all’estate senza restrizioni», ha inoltre aggiunto Costa.

Per quanto riguarda invece l’obbligo vaccinale per gli over 50, Costa ha affermato che esso «resterà fino al 15 giugno», tuttavia il sottosegretario ha specificato che «una valutazione che si sta facendo, sulla quale personalmente sono d’accordo, è quella di trasformare prima del 15 giugno il green pass rafforzato in green pass base», cosa che permetterebbe «a molti cittadini di tornare a lavorare ovviamente facendosi il tampone».

A quanto pare, dunque, si procederà con un allentamento delle restrizioni, tuttavia il governo non sembra comunque mostrare alcuna intenzione di revocarle totalmente, dato che dalle parole del sottosegretario emerge non solo che dopo il primo aprile il lasciapassare sanitario sarà ancora necessario per svolgere determinate attività, come ad esempio accedere ai locali al chiuso, ma altresì che l’obbligo vaccinale per gli over 50 rimarrà in vigore. Si tratta quindi di piccoli passi rispetto a quelli attuati da praticamente tutti gli Stati europei, dove il certificato verde sostanzialmente non esiste più. Tra questi vi sono anche paesi come l’Austria, che negli scorsi mesi si era distinta – insieme al Bel Paese – per la particolare rigidità delle restrizioni imposte.

Naturalmente quello di Costa non è un annuncio definitivo, seppur la sicurezza con la quale egli ha parlato lascia intendere che le linee guida siano già state delineate. Quel che è certo però è che, ancora una volta, le regole in vigore dal primo aprile – nonostante la fine dello stato di emergenza – non verranno dal dibattito e dal voto parlamentare, ma nuovamente nasceranno al chiuso delle discussioni governative con i rappresentanti eletti dai cittadini che non potranno fare altro che ratificare quanto deciso all’interno del Consiglio dei ministri guidato dal premier Mario Draghi.

[di Raffaele De Luca]

La città di Los Angeles ha fatto causa alla multinazionale Monsanto

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Il 7 marzo la città di Los Angeles ha fatto causa a Monsanto, multinazionale statunitense di biotecnologie agrarie, che conta un fatturato annuo di circa 14.5 miliardi di dollari. L’impresa è accusata di aver inquinato le falde acquifere per decenni con i policlorobifenili (pcb), cioè una miscela di idrocarburi che potremmo definire come composti organici inquinanti. Secondo Mike Feuer, avvocato della città di Los Angeles, la Monsanto (che dal 2018 è di proprietà della tedesca Bayer) era a conoscenza degli effetti tossici che i pcb avrebbero avuto sugli esseri umani almeno dagli anni cinquanta. Nello specifico, la causa indetta dalla città di Los Angeles è stata depositata il 4 marzo presso la Corte Superiore e cita in giudizio, oltre alla Monsanto, altre due società: Solutia Inc. (sussidiaria di Eastman Chemical Co) e Pharmacia LLC (sussidiaria di Pfizer).

Che cosa spera di ottenere la città con questa causa? Attraverso il loro avvocato, i cittadini chiedono un risarcimento per i costi che in passato Los Angeles ha sostenuto per ripulire la contaminazione da pcb, denaro a cui va aggiunto una sorta di tesoretto da tenere da parte per le spese future. “Finora la città ha speso milioni e milioni di dollari e continuerà a spendere milioni e milioni di dollari per rimediare a questo problema”, ha ribadito il legale.

Che cosa sono, nello specifico, i pcb? I cittadini sostengono che queste sostanze tossiche siano sono state a lungo utilizzate in numerosi prodotti, tra cui apparecchiature industriali ed elettriche, fluidi idraulici, ignifughi, prodotti di carta, inchiostri e vernici. Anche se sono stati banditi negli Stati Uniti a partire dal 1979 (ai sensi del Toxic Substances Control Act), i pcb rimangono comunque oggetto di molte discussioni, soprattutto perché spesso sono direttamente collegati all’insorgenza di gravi malattie, come il cancro. In questi luoghi anche mangiare pesce o nuotare può esporre le persone a forti rischi. La quantità di pcb prodotti è stata negli anni così alta che, nonostante il divieto, le acque piovane e quelle reflue analizzate nel porto di Los Angeles, nei laghi e nei corsi d’acqua continuano ad avere alti valori di pcb. Nel testo della denuncia si legge inoltre che la Monsanto ha prodotto il 99% dei pcb utilizzati negli Stati Uniti tra il 1929 e il 1977.

Come hanno risposto alle accuse le aziende in questione? Bayer ha scritto in una dichiarazione che, esaminando la causa, i fatti sono infondati e non sussistono. “La Monsanto ha cessato volontariamente la sua produzione legale di pcb più di 40 anni fa, e non ha mai prodotto, utilizzato o smaltito pcb nelle acque di Los Angeles. Quindi non dovrebbe essere ritenuta responsabile per la contaminazione denunciata dalla città” si legge.

Per quanto riguarda Pfizer, invece, la sua portavoce Pamela Eisele ha dichiarato in una email che la presunta attività in questione è antecedente all’acquisizione di Pharmacia da parte di Pfizer e che quindi non ha niente a che vedere con l’azienda.

[di Gloria Ferrari]

Cina: la NATO è responsabile per la guerra in Ucraina

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Mentre i retroscena geopolitici dipingono il governo di Pechino attivo per cercare di favorire una soluzione negoziale al conflitto ucraino, il portavoce degli Esteri cinese Zhao Lijian ha ribadito quelle che per il governo cinese sono le responsabilità per la guerra in corso: «La Nato e gli Usa hanno spinto le tensioni tra Russia e Ucraina fino al punto di rottura». Attacco anche verso le sanzioni: «Brandire il bastone non porterà mai pace e sicurezza». La Cina ha ribadito nuovamente «le buone relazioni» con il governo di Putin. Al punto che, secondo la testata finanziaria Bloomberg, il governo di Pechino starebbe valutando un ingresso azionario in Gazprom e in altri colossi dell’economia russa.

L’invenzione mediatica del “fronte pro Putin”

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Secondo alcuni quotidiani, in particolare la Repubblica e Open, in Italia esisterebbe un “fronte pro Putin”. “Da Fusaro a Mattei”, scrivono. Oppure “da Fusaro a Dessì”. Un gruppo di intellettuali, politici, attivisti e quant’altro che, stando ai giornalisti, difenderebbe “lo Zar” per la guerra in Ucraina. 
In realtà non esiste nessun “fronte pro Putin italiano”, per due ragioni. La prima è che le persone citate nei vari articoli non costituiscono un gruppo omogeneo a livello di pensiero, né politicamente attivo, tanto da giustificare l’uso della parola “fronte”. L’unica cosa che hanno in comun...

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La guerra in Ucraina avrà anche conseguenze spaziali

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Se i rapporti tra Russia e mondo occidentale erano incrinati ancor prima dell’invasione dell’Ucraina, ora sono ridotti in macerie. Per quanto i risultati di questa tensione siano evidenti sul piano politico-economico, le sue ripercussioni riverberano anche sulla sfera accademica della ricerca scientifica, con il progetto della International Space station (ISS) che rischia di essere profondamente compromesso.

La stazione orbitale in questione nasce da una collaborazione tra le agenzie spaziali di Stati Uniti (NASA), Canada (CSA), Europa (ESA), Giappone (JAXA) e Russia (Roscosmos), ognuna delle quali ha prestato al progetto le competenze tecniche dei propri specialisti, ma anche le strumentazioni materiali che tengono in piedi l’intera struttura. Nello specifico, Mosca ha messo in campo il modulo della base che ospita i propulsori, propulsori che sono tanto vitali per modificare l’orbita dell’ISS, quanto essenziali per assicurarsi che questa non finisca a collassare contro la Terra.

Fino a non molti anni fa, Roscosmos e NASA vivevano di un rapporto simbiotico e di reciproco interesse. Da che gli USA hanno rinunciato agli shuttle, la Russia si era fatta carico del remunerativo compito di trasportare gli astronauti americani in orbita, quindi è giunta l’azienda privata SpaceX e il monopolio si è infranto. Questa rottura, affiancata ai crescenti malumori politici successivi all’invasione russa in Crimea, ha spinto Mosca a manifestare a più riprese la sua potenziale intenzione di abbandonare il progetto di ricerca, intenzione che ancora oggi non è però mai stata formalizzata ufficialmente. 

Considerando l’odierno clima belligerante, anche il più velato riferimento a una possibile defezione viene tuttavia preso profondamente sul serio e, anzi, la NASA sta già valutando il da farsi qualora la situazione dovesse volgere per il peggio. Dmitry Rogozin, uomo a capo di Roscosmos, non sta d’altronde cercando di calmare le acque, anzi getta benzina sul fuoco lanciando affermazioni provocatorie, il tutto mentre RIA Novosti, agenzia di stampa controllata dal Cremlino, pubblica un video che sornionamente mostra il modulo russo abbandonare l’ISS.

Ponendo le mani avanti, la NASA sta esercitando una certa «flessibilità» guardando con interesse alle possibili soluzioni offerte dai cargo prodotti dal gruppo Northrop Grumman, mentre Elon Musk, leader di SpaceX, si dice già pronto a scendere in campo per offrire un’improbabile soluzione salvifica. Per quanto sia un traguardo della collaborazione scientifica e un monumento alla conclusione della Guerra Fredda, la base orbitale mostra infatti profondi acciacchi di anzianità – si consideri che inizialmente si stimava di smantellarla nel 2015 – ed è difficile credere che le parti coinvolte abbiano tempo e risorse da utilizzare per sostenere un qualsiasi espediente che vada oltre al rattoppare una stazione che comunque verrà dismessa nel giro di sette o otto anni.

Rinunciare al ruolo di Roscosmos sarebbe dunque un colpo durissimo per la politica, ma anche per la base spaziale stessa e gli accademici da ambo le parti caldeggiano vocalmente perché la collaborazione sia consolidata in nome del progresso scientifico. «Sarebbe molto difficile per noi operare in solitaria», fa notare Kathy Lueders, Amministratrice del programma spaziale umano della NASA. «L’ISS nasce da una partnership internazionale che è stata creata con dipendenze condivise […], sarebbe profondamente triste per le operazioni internazionali, se non fossimo in grado di continuare a cooperare pacificamente nello spazio».

[di Walter Ferri]

L’Europa prepara l’uscita dal gas russo

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Gli Usa chiamano, l’Unione Europea risponde. Dopo le pressioni esercitate dal segretario di Stato Usa che ha chiesto ai partner europei di progettare un futuro prossimo senza l’importazione di energia da Mosca, la Commissione europea ha delineato un piano per ridurre la dipendenza dal gas russo di due terzi in un solo anno. A breve termine, il gas sostitutivo dovrebbe provenire dagli stessi Usa e dall’Africa. Inoltre, nei prossimi mesi, alcuni paesi potrebbero aver bisogno di usare più carbone da compensare con uno “sviluppo più rapido delle rinnovabili”.