“Con un’azione che ha dell’incredibile, il Ministro Cingolani ha scritto al Commissario europeo per l’Ambiente Sinkevičius una nota per chiedere che venga stravolto tutto il processo scientifico di individuazione dei Key concepts, ossia delle date di inizio migrazione e inizio del periodo di riproduzione degli uccelli selvatici che vivono in Europa”: è quanto denunciano diverse associazioni animaliste ed ambientaliste italiane – tra cui Enpa, Legambiente e WWF Italia – tramite una nota congiunta. Una richiesta, quella del Ministro della Transizione ecologica, che consisterebbe in una vera e propria estensione del periodo di caccia. “Tali date sono essenziali, tra le altre cose, per la determinazione dei periodi per l’esercizio dell’attività venatoria, stante il rigoroso divieto di caccia agli uccelli che dovessero trovarsi in fase di migrazione prenuziale, incluse le circostanze di disturbo e confusione con specie simili”, si legge infatti nella nota delle associazioni, che criticano duramente l’operato del Ministro.
“Dopo un lungo lavoro scientifico e istituzionale condotto a Bruxelles durato tre anni con la partecipazione attiva dell’Italia, di Ispra e dello stesso Ministero della Transizione ecologica, che ha portato a definire i documenti scientifici, il Ministro Cingolani ha sostanzialmente chiesto all’Europa di disconoscere tale processo, appena concluso, e di rivalutare i dati, accogliendo le pressioni dei cacciatori volte semplicemente ad estendere i periodi di caccia“. È questo ciò che in tal senso affermano le associazioni, che condannano tale posizione definendola “culturalmente inaccettabile e tecnicamente incomprensibile” dato che “il Ministro fonda la sua richiesta sulle informazioni scientifiche offerte dal nuovo Atlante europeo delle migrazioni, che invece confermano in pieno la bontà dei dati attuali e anzi li rafforzano, e che dunque dovrebbero portare a maggiori tutele anziché a più caccia”.
Non è un caso dunque che le associazioni facciano sapere di avere intenzione di scrivere al Commissario Virginijus Sinkevičius evidenziando l’incoerenza istituzionale italiana. La richiesta del ministro, infatti, non solo fa seguito al via libera del Mite (Ministero della transizione ecologica) alla caccia in preapertura alla Tortora selvatica, ma arriva a poche settimane dall’inserimento della tutela della biodiversità all’interno della Costituzione italiana e nel pieno della nuova Strategia europea per la biodiversità, che mira a portare la stessa “sulla via della ripresa entro il 2030”.
La richiesta del Ministro, infine, è stata ampiamente criticata anche dai co-portavoce nazionali del partito Europa Verde, Eleonora Evi ed Angelo Bonelli. «Non possiamo tollerare oltre un Ministro che con le sue dichiarazioni e le sue azioni di fatto oltraggia continuamente il ruolo che ricopre, mettendo in luce, una volta di più, la sua totale inadeguatezza», hanno infatti affermato a tal proposito Evi e Bonelli, ribadendo che Europa Verde continui pertanto a «chiederne con forza le dimissioni immediate».
Sin da prima che i vaccini contro il Covid fossero scoperti e prodotti, il leit-motiv di governi e istituzioni in tutto il mondo è stato che la vaccinazione avrebbe rappresentato l’unica via d’uscita dalla pandemia. Garantire un equo accesso alle dosi, dunque, sarebbe stata la chiave di volta per il ritorno a una vita pre-pandemica. Eppure, l’obiettivo di vaccinare quantomeno il 70% della popolazione mondiale entro la fine del 2021 è fallito: secondo gli ultimi dati disponibili, infatti, mentre i Paesi ad alto reddito hanno un tasso di vaccinazione (ovvero di ricezione di almeno una dose di vaccino) che si aggira intorno al 70% (e arriva a superarlo ampiamente), i Paesi africani sfiorano appena il 21%.
Un accesso equo alla tutela sanitaria
«Nessun altro evento come la pandemia di Covid-19 ha dimostrato che affidarsi a poche aziende per la fornitura di beni pubblici globali è limitante e pericoloso». È quanto ha dichiarato nel febbraio di quest’anno il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, nel corso di un summit con l’Unione europea. «A medio e lungo termine – ha aggiunto – il modo migliore per affrontare le emergenze sanitarie e raggiungere la copertura sanitaria universale è quello di aumentare significativamente la capacità di tutte le regioni di produrre i prodotti sanitari di cui hanno bisogno, con un accesso equo come obiettivo primario».
Nel corso della cerimonia sono stati annunciati i primi sei stati africani (Egitto, Kenya, Nigeria, Senegal, Sudafrica e Tunisia) che quest’anno riceveranno la tecnologia necessaria per produrre vaccini mRNA direttamente nel continente, dopo che un hub globale di trasferimento delle tecnologie mRNA era già stato istituito a giugno 2021 in Sudafrica. L’obiettivo è avviare l’indipendenza dei Paesi a basso reddito da quelli ricchi, dai quali sono dovuti dipendere nel corso della pandemia per l’importazione dei vaccini e della strumentazione sanitaria (con risultati molto scarsi). Nel gennaio 2022 (sette mesi dopo l’installazione dell’hub) la compagnia africanaAfrigen, utilizzando la sequenza genetica disponibile pubblicamente utilizzata da Moderna, ha realizzato con successo un lotto da laboratorio di vaccino. Il CEO di Afrigen Petro Terblanche ha tuttavia specificato: «Abbiamo sviluppato i nostri processi perché Moderna non ci ha dato nessuna tecnologia. Abbiamo iniziato con la sequenza di Moderna, ma questo non è il loro vaccino: è il vaccino di Afrigen mRNA Hub».
Affinché il vaccino sia approvato dovrà essere prodotto in quantità sufficiente perché possa essere avviata la sperimentazione clinica ed essere approvato dall’Autorità di regolamentazione dei prodotti sanitari sudafricani (Sahpra). Tuttavia, in Sudafrica non esistono strutture con la capacità di produrre lotti di vaccini delle dimensioni necessarie per effettuare i trial clinici, motivo per il quale la produzione ha dovuto essere commissionata al di fuori del Paese. Per terminare l’intero percorso di sviluppo clinico potrebbero essere necessari sino a 3 anni. Questi processi, ha dichiarato l’OMS, sarebbero molto più semplici se le grandi case farmaceutiche condividessero la propria conoscenza riguardo la manifattura dei vaccini.
Decolonizzare il sapere
Decentrare (e decolonizzare) il processo di produzione dei vaccini era possibile da tempo. Lo aveva mostrato con chiarezza uno studio realizzato da Achal Prabhala, coordinatore del progetto AccessIBSA (volto ad estendere l’accesso ai medicinali anche alle persone più bisognose e che rifiuta categoricamente finanziamenti diretti o indiretti dalle industrie farmaceutiche) e da Alain Alsalhani, esperto di vaccini della campagna Access di Medici Senza Frontiere. Secondo i ricercatori, sono almeno un centinaio le strutture, distribuite tra Africa, America Latina e Asia, all’interno delle quali è possibile produrre vaccini. Tuttavia, numerosi critici (soprattutto all’interno delle Big Pharma) ancora sostengono che la produzione di Pfizer e Moderna sia troppo complessa perché possa avvenire senza la supervisione delle aziende, al punto che permetterne la produzione potrebbe addirittura costituire più un male che un bene. Questo mantra, accompagnato dalla riluttanza dei Paesi ad alto reddito, è stato ripetuto sin dal 2020, quando Sudafrica e India hanno avanzato la richiesta di rinuncia alla proprietà intellettuale sui vaccini. Nel marzo di quest’anno si è (forse) finalmente giunti a un accordo tra Stati Uniti, Unione Europea, India e Sudafrica riguardo una deroga parziale sui brevetti a favore dei Paesi in via di sviluppo. L’accordo potrà essere validato solamente se votato all’unanimità da tutti i 164 Stati membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) e permetterà ai produttori dei Paesi autorizzati di realizzare i vaccini senza il consenso del titolare del brevetto, per un periodo che va dai 3 ai 5 anni. Le Big Pharma, neanche a dirlo, si sono opposte duramente: una decisione del genere, dicono, minerebbe la capacità del settore di rispondere adeguatamente a future pandemie. Ad ogni modo nessuna decisione definitiva sarà presa prima di sei mesi. Troppo poco, troppo tardi.
Il prezzo del diritto alla salute
Dalla scoperta e prima realizzazione dei vaccini contro il Covid, questi sono stati accessibili per la maggior parte soprattutto dai Paesi più ricchi, che hanno potuto pagare le proprie dosi. Tanto le prime quanto i successivi richiami: in Italia l’AIFA ha autorizzato la quarta dose lo scorso febbraio. Negli Stati Uniti la media è di 166 dosi disponibili ogni 100 abitanti, in Canada 210, in Cina 224, secondo le stime di Bloomberg. Chad, Sud Sudan e Cameroon hanno a disposizione meno di 5 dosi ogni 100 persone. La Repubblica Democratica del Congo meno di una. Secondo le statistiche più recenti, la percentuale di soggetti che hanno ricevuto almeno una dose nei Paesi ad alto reddito si aggira tra il 70 e il 75%. In Africa sfiora appena il 21%. Secondo la Commissione per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali delle Nazioni Unite tale disparità ha radici nelle non troppo distanti dinamiche della schiavitù e del colonialismo, in quanto “privilegia le ex potenze coloniali a scapito degli Stati precedentemente colonizzati e dei discendenti dei gruppi schiavizzati”. L’accesso ad un adeguata assistenza sanitaria, insomma, ripropone, attualizzandole, vecchie (e mai interrotte) dinamiche di dominio.
Secondo diversi schieramenti politici, una deroga ai brevetti avrebbe fatto poca differenza in termini di possibilità di accesso ai vaccini. Di un simile parere è Andrei Iancu, direttore dell’Ufficio Brevetti e Marchi commerciali degli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump, che ha dichiarato che i problemi “non hanno nulla a che fare con la proprietà intellettuale”, ma dipendono dagli ostacoli normativi e dai problemi di spedizione. Sarebbe come dire che non vi è nessun bisogno di offrire l’opportunità ai Paesi a basso reddito di produrre da sé i vaccini, dobbiamo solo organizzare meglio le spedizioni. Un approccio che non fa altro che reiterare i meccanismi di dipendenza e mantenere i Paesi in via di sviluppo in una condizione di subordinazione, per ragioni che in tutta evidenza hanno più a che fare con interessi di tipo commerciale che motivazioni di tipo sanitario.
COVAX: tra filantropia e interessi politici
La possibilità di accompagnare i Paesi a basso reddito verso una progressiva autonomia del processo produttivo e di distribuzione dei vaccini è stata, quindi, accantonata sin da subito (per essere poi ripresa di recente, ora che la pandemia da Covid-19 sembra avviarsi verso le fasi finali). In alternativa, è stato fondato nel 2020 COVAX, il programma di collaborazione internazionale creato con l’obiettivo di garantire un accesso equo ai vaccini per il Covid, nonché ai test diagnostici e alle terapie. Il programma è co-gestito da CEPI, Gavi (realtà associative che si occupano dello sviluppo e di garantire un’equa distribuzione dei vaccini nel mondo) e OMS, con l’UNICEF come partner chiave. Il progetto è nato proprio dal “fallimento globale nella condivisione equa dei vaccini”, dovuto al fatto che “La maggior parte dei produttori ha ampiamente rifiutato le opportunità di condividere la tecnologia, il know-how e le licenze orientate alla salute pubblica” nonostante l’esistenza di progetti volti ad ottenere questo scopo, tra i quali l’hub creato dall’OMS in Sudafrica. Tra i 190 Paesi che vi hanno aderito, solamente quelli ricchi avrebbero potuto avere accesso alle dosi pagandole a prezzo pieno.
Il progetto mirava, con il sostegno dell’ONU, a distribuire oltre 2 miliardi di dosi nel 2021, delle quali almeno 1,3 miliardi da destinare ai Paesi a basso reddito. La realtà dei fatti, tuttavia, si è dimostrata essere molto diversa dalle aspettative: le dosi consegnate nel 2021 sono state meno della metà di quelle previste (910 milioni), una cifra irrisoria rispetto alle 9,25 miliardi di dosi somministrate globalmente nel 2021. L’intento filantropico alla base dell’iniziativa si è poi completamente dissolto nel momento in cui le singole nazioni hanno agito perseguendo unicamente i propri interessi diplomatici e commerciali, trasformando COVAX in un’istituzione mossa da motivazioni in primo luogo politiche, al servizio degli interessi dei partner più ricchi pur mantenendo viva una retorica di equità e solidarietà. Questo ha fatto sì che l’intero progetto assumesse quei toni paternalistici e caritatevoli dai quali inizialmente aveva mostrato di volersi tener lontano, parlando di equo accesso globale alle cure.
I fallimenti nella logistica
Così, spesso, le dosi promesse sono state consegnate in ritardo, in quantità nettamente inferiori a quelle promesse e con termini di scadenza molto brevi, tutti elementi che hanno di fatto reso impossibile la pianificazione di una campagna vaccinale nei Paesi svantaggiati. L’obiettivo di soddisfare interessi divergenti tra loro, ovvero la richiesta di vaccini da parte sia dei Paesi al alto reddito che di quelli più poveri, è stato fortemente minato dalle accentuate asimmetrie di potere inerenti all’organizzazione stessa. Complice di tutto ciò vi è la mancanza di trasparenza e meccanismi di attribuzione di responsabilità all’interno della struttura di governance estremamente complessa di COVAX, che si pone come partnership pubblico-privata che deve tutelare sia gli interessi dei governi che quelli dei partner aziendali. Spesso, in barba al meccanismo dell’equa ridistribuzione, alcune nazioni hanno scelto di destinare grossi quantitativi di materiale a specifici Paesi riceventi. Così, il 30% delle donazioni di dosi a livello globale non è avvenuto tramite COVAX, ma grazie ad accordi bilaterali, come nel caso delle donazioni di Russia, India e Cina ai Paesi vicini o alleati. Va sottolineato poi come nessuna azienda farmaceutica ad oggi abbia effettuato alcun tipo di donazioni al progetto.
L’appello degli amministratori di COVAX di condividere le dosi in anticipo è stato ampiamente ignorato sino alla seconda metà del 2021, quando è arrivata la maggior parte delle donazioni: oltre la metà della cifra totale è stata consegnata nelle ultime sei settimane dell’anno, contribuendo a causare non pochi problemi nella logistica della distribuzione nei Paesi riceventi e compromettendone la campagna vaccinale.
In una dichiarazione congiunta rilasciata da COVAX, Africa CDC (Centro per il Controllo delle Malattie) e AVAT (Fondo per l’Acquisizione dei Vaccini Africani) il 29 novembre 2021 è la stessa organizzazione a denunciare le problematiche dovute all’egoistico comportamento dei governi più ricchi, che hanno determinato una qualità scadente delle donazioni. “La maggioranza delle donazioni giunte ad oggi [29 novembre 2021] sono state ad-hoc, fornite con brevissimo preavviso e data di scadenza breve. Questo ha reso estremamente difficile per i Paesi organizzare delle campagne di vaccinazione e aumentare la capacità di assorbimento”. I sistemi sanitari dei Paesi africani infatti, già messi estremamente sotto pressione dalla pandemia in corso, non hanno così potuto organizzare la conservazione e la distribuzione delle dosi rispettando i criteri necessari (come la catena del freddo) e organizzare campagne vaccinali prima della scadenza delle dosi. Così si è dovuto assistere a episodi come quello avvenuto all’inizio del dicembre 2021 in Nigeria, un Paese dove meno del 4% della popolazione aveva allora ricevuto un ciclo completo di vaccini il cui governo ha dovuto distruggere oltre 1 milione di dosi perché scadute. Pur di disporre di qualcosa con cui vaccinare la popolazione, il Paese aveva accettato lotti giunti con scadenza brevissima. La settimana prima Reuters aveva calcolato che almeno un milione di dosi erano scadute in Nigeria nel mese di novembre.
Stando alle evidenze raccolte, è chiaro che la nozione di potere geopolitico deve includere anche il potere di cui le aziende e le fondazioni private dispongono nel determinare l’andamento di una crisi economica e sanitaria. Si tratta di un criterio da tenere bene a mente nel momento in cui si debbano fare proiezioni e ipotesi sull’andamento di future crisi sanitarie, in quella che è stata definita “l’era delle pandemie“.
La conversione in legge del decreto-legge 21/2022 è stata approvata in maniera definitiva, con 336 voti favorevoli, 51 contrari e 2 astenuti, dall’Aula della Camera. Il provvedimento, recante misure urgenti per contrastare gli effetti economici e umanitari della crisi in Ucraina, tra le altre cose proroga all’8 luglio le agevolazioni già previste dal taglia-prezzi sulle accise per i carburanti e riconosce diversi crediti d’imposta alle imprese per fronteggiare il caro-energia.
I super ricchi del pianeta oggi non sono più solo “semplici” privati che hanno accumulato grandi capitali con l'obiettivo di accrescere il loro business e la loro attività. Dispongono di imperi economici transnazionali che gli permettono di esercitare un’influenza sempre più determinante sulle sorti dell’umanità, tentando di indirizzarne il futuro e imponendo precise ideologie. Basti pensare a figure come Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum, o ai multimiliardari della Silicon Valley che sono riusciti ad imporre il culto della tecnoscienza, il connubio tra scienza e tecnica. La ric...
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Nelle scorse ore la Commissione europea ha presentato ufficialmente il piano RePowerEu, con l’obiettivo dichiarato di “rendere l’Europa indipendente dai combustibili fossili russi ben prima del 2030”. Sono tre i pilastri su cui si basa l’iniziativa, due coerenti con la politica climatica e l’altro in direzione opposta: investire in fonti rinnovabili, migliorare l’efficienza energetica e legarsi ad altri fornitori di energia fossile. Allo scopo saranno mobilitati quasi 300 miliardi di euro, di cui circa 75 in sovvenzioni e 225 in prestiti. Il 95% del finanziamento complessivo andrà ad accelerare e intensificare la transizione verso l’energia pulita, rendendo le rinnovabili degli impianti di interesse pubblico prioritario.
La direzione intrapresa dal piano RePowerEu si traduce in una previsione al rialzo degli obiettivi contenuti nel pacchetto Fit for 55, un insieme di proposte della Commissione europea per rispettare gli obiettivi climatici previsti per la fine del decennio, a partire dal taglio delle emissioni del 55% tra il 1990 e il 2030. «Cominceremo con la cosa più ovvia: il risparmio energetico, il modo più rapido ed economico per affrontare il problema della crisi energetica attuale», ha affermato Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea. L’obiettivo è di ridurre i consumi finali del 13% nel breve periodo, una previsione al rialzo rispetto al 9% contenuto nel pacchetto Fit for 55. Secondo il RePowerEu, le fonti rinnovabili dovranno soddisfare entro il 2030 il 45% dei consumi energetici totali, dal 35% attuale. Per raggiungere quello che sembra essere l’impegno più complicato, la Commissione europea ha previsto diverse misure: dall’abbattimento della burocrazia, visto che «oggi le procedure autorizzative possono durare dai sei ai nove anni e l’obiettivo è la riduzione a soli 12 mesi», all’obbligo di copertura fotovoltaica per i nuovi edifici pubblici e commerciali dal 2025 (per quelli residenziali dal 2029), passando per l’incremento della produzione di biometano. Su quest’ultimo punto, l’Italia ha giocato d’anticipo sull’Unione europea, visto che all’interno del tanto discusso disegno di legge di conversione del decreto Ucraina bis è prevista “l’espansione della capacità tecnica necessaria alla produzione di energia elettrica da biogas”, dalla cui lavorazione deriva proprio il biometano.
Roma sembra essere allineata a Bruxelles anche sul terzo pilastro su cui si basa il RePowerEu, quello della diversificazione degli approvvigionamenti energetici, a cui l’Unione europea dedicherà circa 12 dei 300 miliardi stanziati. Nelle scorse settimane, si sono registrate infatti numerose spedizioni da parte dell’esecutivo italiano, accompagnato dall’ad di Eni Claudio Descalzi, per siglare nuovi accordi, o implementare quelli già esistenti, con Egitto, Mozambico, Algeria, Angola e Congo, accompagnati da non pochi dubbi etici, vista la situazione politica in cui versano. A questi, si aggiungono poi le perplessità sulle reali capacità produttive di tali paesi, soprattutto per Angola e Congo, a cui manca un sistema efficiente per valorizzare le proprie risorse.
«La NATO ha rafforzato gli sforzi sul fianco orientale, l’Italia contribuisce con 2500 unità. Nel medio periodo siamo pronti a rafforzare il nostro contributo con 250 unità in Ungheria e 750 in Bulgaria», ha dichiarato durante l’informativa al Senato il presidente del Consiglio Mario Draghi. Nel discorso è stata poi citata la necessità di portare Mosca a un negoziato e di «sbloccare immediatamente i milioni di tonnellate di grano bloccato nei porti del Sud dell’Ucraina». Infine, Draghi ha annunciato che nel pomeriggio sarà ad Ankara per un vertice bilaterale con la Turchia, con l’obiettivo di «rafforzare i rapporti tra i due paesi».
Quella che intercorre tra Twitter e il plurimiliardario Elon Musk sembra più una telenovella che la trattativa per l’anima di una gigantesca azienda tech. Da una parte c’è un eccentrico imprenditore che, con smodato entusiasmo, espone i propri pensieri superficiali sui social, dall’altra c’è un’impresa claudicante i cui azionisti non vedono l’ora di battere cassa.
Per chi si fosse perso la vicenda, a inizio aprile Musk aveva comprato una quota di maggioranza di Twitter promettendo rivoluzioni e cambiamenti in nome della “libertà di parola”. Sin da subito si è discusso del ruolo che l’imprenditore avrebbe avuto all’interno dell’azienda, con il social che ha annunciato prontamente la sua introduzione all’interno della Commissione del portale. La partecipazione alla commissione avrebbe però comportato alcuni oneri che probabilmente stavano troppo stretti a Musk, il quale ha alterato senza indugio la propria posizione.
A fine aprile, Musk ha deciso dunque che fosse più interessante acquistare l’intero Twitter, intento che ha cercato di concretizzare mettendo sul tavolo un’offerta “definitiva” di circa 43 miliardi di dollari. I miliardi sono saliti a 44 e gli investitori hanno accolto la sua proposta avviando un periodo di transizione che è stato frustrato ancor prima di partire. Il problema è che Musk ha supervalutato un’azienda che, complice il periodo nero del settore tech, vale circa il 30% di quanto lui ha proposto in fase di trattativa.
Il miliardario ha cercato dunque di tutelarsi coinvolgendo nello scambio alcuni investitori che gli avrebbero dovuto alleggerire il carico fiscale, tuttavia la piena compensazione finanziaria non è mai stata raggiunta. Musk ha intrapreso dunque un’altra strada: fare leva sull’esistenza di account di Twitter fasulli per “sospendere” la trattativa. Bisogna ammetterlo, Twitter non è certo casta e pura su questo frangente. Il problema dei “bot” è noto ormai da anni e, a seconda delle stime, si ipotizza che il 5-20% degli account presenti sul portale non si leghino ad alcuna persona fisica.
Per comprendere la portata del problema, NewsWeek ha stimato che il 49,3% dei follower dell’account del Presidente USA siano artificiali, tuttavia anche la scena italiana non è migliore: nel 2019 Il Sole 24 Ore aveva riscontrato che la maggior parte dei follower di Nicola Zingaretti, Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, fossero assolutamente artefatti.
Polemiche social a parte, i documenti firmati da Musk e Twitter non consentono alcuno spazio di manovra al miliardario. Per come è stato formulato il contratto l’imprenditore dovrà acquistare l’azienda a prezzo pieno, pena una potenziale causa legale. L’unica scappatoia sarebbe per Musk quella di trovare il modo di dimostrare che Twitter abbia esplicitamente sottostimato la portata del morbo dei bot, tuttavia l’azienda si rifiuta di permettere a entità terze di portare avanti un’indagine adducendo al fatto che i suoi server contengano documenti pubblici e privati troppo sensibili per poter cedere il loro accesso a ignoti.
Considerando l’intera situazione, è facile credere che il miliardario stia sollevando un polverone mediatico più con l’intento di farsi fare uno sconto, che con il desiderio di avviare una causa a due direzioni che potrebbe durare per anni.
Henry Kissinger rappresenta uno dei cardini della diplomazia statunitense novecentesca. Attore principale del XX secolo, è stato consigliere per la sicurezza nazionale e Segretario di Stato degli Stati Uniti durante le presidenze di Richard Nixon e di Gerald Ford tra il 1969 e il 1977, vincendo il Nobel per la pace nel 1973. Il suo atteggiamento in politica estera potrebbe riassumersi con la massima: “Realismo sempre, distensione quando possibile, arrendevolezza fine a stessa mai”, ricordando le iniziative che portarono Nixon a visitare la Repubblica Popolare Cinese per “distendere le relazioni”, l’esercito statunitense a ritirarsi dal Vietnam e l’intervento in Cile per il golpe di Pinochet. Il 5 marzo 2014, a pochi giorni dalla caduta del presidente filorusso Yanukovich in Ucraina, Kissinger ha scritto quello che si è rivelato essere, a distanza di otto anni, un articolo estremamente attuale e a tratti profetico sulle politiche di Kiev, della Nato, dell’Unione europea e della Russia.
Riproponiamo, dunque, l’articolo integrale del Washington Posttradotto in Italia da Peacelink.
La discussione pubblica sull’Ucraina è tutta imperniata sulla contrapposizione [con la Russia]. Ma sappiamo dove stiamo andando? Nella mia vita ho visto iniziare quattro guerre con grande entusiasmo e sostegno pubblico, tutte guerre che non sapevamo come finire e da tre delle quali ci siamo ritirati unilateralmente. Il test della politica è come finisce, non come inizia. Troppo spesso la questione ucraina viene presentata come una resa dei conti: se l’Ucraina si unisce all’Est o all’Ovest. Ma se l’Ucraina vuole sopravvivere e prosperare, non deve essere l’avamposto di nessuna delle due parti contro l’altra: dovrebbe fungere da ponte tra di loro. La Russia deve riconoscere che tentare di costringere l’Ucraina a diventare un satellite, e quindi spostare di nuovo i confini della Russia, condannerebbe Mosca a ripetere la sua storia di pressioni reciproche in rapporto a Europa e Stati Uniti, che si avvitano in cicli capaci di autoriprodursi senza fine. L’Occidente deve capire che, per la Russia, l’Ucraina non può mai essere un semplice paese straniero. La storia russa iniziò in quella che fu chiamata Rus di Kiev. Da lì si diffuse la religione russa. L’Ucraina è stata parte della Russia per secoli e le loro storie si sono intrecciate ancor prima di allora. Alcune delle battaglie più importanti per la libertà russa, a cominciare dalla battaglia di Poltava nel 1709, furono combattute sul suolo ucraino. La flotta del Mar Nero, lo strumento della Russia per proiettare potere nel Mediterraneo, ha sede a Sebastopoli, in Crimea, con un contratto di affitto a lungo termine. Anche famosi dissidenti come Aleksandr Solzhenitsyn e Joseph Brodsky hanno insistito sul fatto che l’Ucraina fosse parte integrante della storia russa e, in effetti, della Russia. L’Unione europea deve riconoscere che la sua dilatorietà burocratica e la subordinazione dell’elemento strategico alla politica interna nel negoziare le relazioni dell’Ucraina con l’Europa hanno contribuito a trasformare un negoziato in una crisi. La politica estera è l’arte di stabilire le priorità.
Gli ucraini sono l’elemento decisivo. Vivono in un paese con una storia complessa e una composizione poliglotta. La parte occidentale fu incorporata nell’Unione Sovietica nel 1939, quando Stalin e Hitler si divisero il bottino. La Crimea, la cui popolazione è per il 60 per cento russa, divenne parte dell’Ucraina solo nel 1954, quando Nikita Khrushchev, ucraino di nascita, gliela assegnò come parte delle celebrazioni del 300° anno di un accordo russo con i cosacchi. L’ovest è in gran parte cattolico; l’est in gran parte russo-ortodosso. L’occidente parla ucraino; l’est parla principalmente russo. Qualsiasi tentativo da parte di un’ala dell’Ucraina di dominare l’altra – come è stato finora – porterebbe alla fine alla guerra civile o alla divisione del paese. Trattare l’Ucraina come parte di un confronto est-ovest farebbe affondare per decenni qualsiasi prospettiva di portare la Russia e l’Occidente, e in particolare Russia ed Europa, in un sistema internazionale cooperativo. L’Ucraina è indipendente da soli 23 anni; in precedenza era stata sotto varie forme di dominio straniero sin dal XIV secolo. Non sorprende che i suoi leader non abbiano imparato l’arte del compromesso, tanto meno della prospettiva storica. La politica dell’Ucraina post-indipendenza dimostra chiaramente che la radice del problema risiede nei tentativi dei politici ucraini di imporre la loro volontà alle parti recalcitranti del paese, prima da parte di una fazione, poi dell’altra. Questa è l’essenza del conflitto tra Viktor Yanukovich e la sua principale rivale politica, Yulia Tymoshenko. Rappresentano le due ali dell’Ucraina e non sono stati disposti a condividere il potere. Una saggia politica degli Stati Uniti nei confronti dell’Ucraina cercherebbe di fare in modo che le due parti del paese cooperino tra loro. Dovremmo cercare la riconciliazione, non il dominio di una fazione.
La Russia e l’Occidente, e meno di tutte le varie fazioni in Ucraina, non hanno agito secondo questo principio. Ognuno ha peggiorato la situazione. La Russia non sarebbe in grado di imporre una soluzione militare senza isolarsi in un momento in cui molti dei suoi confini sono già precari. Per l’Occidente, la demonizzazione di Vladimir Putin non è una politica; è un alibi per l’assenza di una politica. Putin dovrebbe rendersi conto che, quali che siano i torti che lamenta, una politica di imposizioni militari produrrebbe un’altra Guerra Fredda. Da parte loro, gli Stati Uniti devono evitare di trattare la Russia come un soggetto aberrante a cui insegnare pazientemente le regole di condotta stabilite da Washington. Putin è uno stratega serio, nei termini della storia russa. Comprendere i valori e la psicologia degli Stati Uniti non è il suo forte. Né la comprensione della storia e della psicologia russe è stata un punto di forza dei politici statunitensi. I leader di tutte le parti dovrebbero tornare a esaminare i risultati possibili, non prendere atteggiamenti competitivi. Questa è la mia idea di un risultato compatibile con i valori e gli interessi di sicurezza di tutte le parti:
L’Ucraina dovrebbe avere il diritto di scegliere liberamente le sue associazioni economiche e politiche, anche con l’Europa.
L’Ucraina non dovrebbe aderire alla NATO, una posizione che ho preso sette anni fa, l’ultima volta che si pose la questione.
L’Ucraina dovrebbe essere libera di creare qualsiasi governo compatibile con la volontà espressa dal suo popolo. Fossero saggi, i leader ucraini opterebbero quindi per una politica di riconciliazione tra le varie parti del loro paese. A livello internazionale, dovrebbero perseguire un atteggiamento paragonabile a quello della Finlandia. Quella nazione non lascia dubbi sulla sua fiera indipendenza e coopera con l’Occidente nella maggior parte dei campi, ma evita accuratamente l’ostilità istituzionale nei confronti della Russia.
L’annessione della Crimea da parte della Russia è incompatibile con le regole dell’ordine mondiale esistente. Ma dovrebbe essere possibile porre le relazioni della Crimea con l’Ucraina su basi meno problematiche. A tal fine, la Russia riconoscerebbe la sovranità dell’Ucraina sulla Crimea. L’Ucraina dovrebbe rafforzare l’autonomia della Crimea nelle elezioni che si terranno alla presenza di osservatori internazionali. Il processo includerebbe la rimozione di qualsiasi ambiguità sullo stato della flotta del Mar Nero a Sebastopoli.
Questi sono principi, non prescrizioni. Le persone che hanno familiarità con la regione sapranno che non tutti saranno appetibili a tutte le parti. L’obiettivo non può essere la soddisfazione assoluta, ma una equilibrata insoddisfazione. Se non si raggiunge una soluzione basata su questi o altri elementi comparabili, la deriva verso lo scontro è destinata a precipitare. Il momento arriverà abbastanza presto.
Le principali case automobilistiche del mondo – Bmw, Ford, General Motors, Hyundai, Nissan, Renault, Honda, Mercedes-Benz, Volkswagen, Toyota, Stellantis e Tesla – stanno rallentando il raggiungimento degli obiettivi climatici globali. A rivelarlo è una nuova indagine di InfluenceMap che mostra come queste multinazionali, sebbene abbiano dichiarato pubblicamente il loro sostegno all’Accordo di Parigi, stiano rimanendo indietro rispetto allo sviluppo di veicoli a zero emissioni e, contemporaneamente, stiano facendo pressioni per prolungare il commercio di motori a combustione interna. Su 12 case automobilistiche, solo Tesla si sta impegnando realmente in una politica in linea con gli obiettivi climatici.
Dopo due anni si è concluso il primo monitoraggio nazionale sulla presenza del lupo in Italia. Le stime elaborate dall’Istituto nazionale per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) confermano una tendenza di crescita dell’animale lungo tutto lo Stivale, con 3.300 esemplari. Il dato ottenuto arriva dopo un meticoloso lavoro, condotto durante la pandemia, che ha impegnato oltre 3mila persone – volontari, personale di parchi nazionali e regionali, università, musei, associazioni nazionali e locali, 504 reparti dei Comando Unità Forestali Ambientali e Agroalimentari (Cufaa) dell’Arma dei Carabinieri – da Nord a Sud.
Per l’indagine sono stati scandagliati 85mila chilometri, e la presenza del lupo è stata documentata da 6520 avvistamenti fotografici con fototrappole, 491 carcasse di ungulato predate, 1310 tracce, 171 lupi morti e 16mila escrementi. Per identificare effettivamente la specie e ottenere così la conferma assoluta di quanto rinvenuto sul territorio, sono state condotte 1500 analisi genetiche con tecniche specifiche, i cui risultati sono stati analizzati con i più recenti modelli statistici prodotti dalla comunità scientifica. Il monitoraggio è stato condotto suddividendo in celle di 10 per 10 chilometri il territorio (ne sono state selezionate mille), e conducendo due analisi differenti, una per le regioni/province autonome della zona alpina, e una per le regioni dell’Italia peninsulare. Stando ai risultati, sulle Alpi è avvenuto l’aumento più significativo, con un numero di lupi stimato intorno ai 950 (2400 sono distribuiti lungo il resto della penisola).
Fin dagli anni Cinquanta il lupo ha sempre diviso l’opinione pubblica, tra chi accettava la sua presenza e chi invece no. Difatti, le cause della diminuzione del lupo in Italia sono state principalmente due: l’ibridazione con il cane, che ha messo seriamente a rischio il patrimonio genetico della specie, e il conflitto con gli allevatori (bracconaggio). La svolta per il recupero dell’animale si ebbe negli anni Settanta, quando si contarono solo un centinaio di esemplari sul territorio, con l’approvazione del decreto ministeriale Natali (1971). Questo ha spianato la strada per l’inserimento del carnivoro nelle specie protette (1976), oltre ad averne vietato la caccia e l’avvelenamento. Così, negli ultimi anni, il lupo è ritornato a popolare le nostre terre, riproducendosi in maniera del tutto naturale e spontanea, senza interventi di reintroduzione da parte dell’uomo. Il carnivoro è quindi sotto la tutela dello Stato, poiché considerato elemento indispensabile dell’ecosistema cui appartiene e, dato che la convivenza con l’uomo non è affatto semplice, nell’esercizio della tutela, lo Stato riconosce ad allevatori e aziende gli indennizzi per le predazioni subite a causa dell’animale.
Ma i risarcimenti da soli non sono mai bastati, poiché non riducono gli attacchi del predatore. Pertanto, nel corso degli anni, si è puntato molto sulla prevenzione, con la messa in sicurezza degli allevamenti grazie a recinzioni sofisticate e cani da pastori certificati. Dinamiche che, di conseguenza, hanno contrastato il bracconaggio, la caccia e gli avvelenamenti. Significativo è stato anche l’aumento delle prede, quali cinghiali, caprioli e cervi che, oltre a distogliere l’attenzione del lupo dagli animali al pascolo, ha contribuito a salvare la specie. Infine, sono state attuate delle vere e proprie campagne di informazione da associazioni e attivisti, specialmente in quelle zone in cui il lupo é ricomparso dopo tanto tempo, al fine di aumentare la consapevolezza e l’accettazione nei cittadini.
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