giovedì 8 Gennaio 2026
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Sentenze e guerre tra bande: il Movimento 5 Stelle piomba nel caos

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Il Movimento 5 Stelle è di nuovo in fibrillazione. Questa volta, a dissestare i piani di un faticoso riassetto post-Quirinale, è stata l’ordinanza con cui il Tribunale di Napoli ha sospeso per “gravi vizi nel processo decisionale” due importanti delibere adottate dai pentastellati lo scorso agosto dopo il voto della base: quella che ha portato alla nascita del nuovo statuto e quella che, quarantott’ore dopo, ha “incoronato” Giuseppe Conte come nuovo leader.

I giudici hanno accolto il ricorso presentano da un gruppo di attivisti, rappresentati dall’avvocato Lorenzo Borrè, sancendo che, in occasione della modifica dello statuto, non sia stato raggiunto il quorum richiesto affinché la votazione producesse effetti: “L’illegittima esclusione dalla platea dei partecipanti all’assemblea del 3 agosto 2021 degli iscritti all’Associazione Movimento 5 stelle da meno di sei mesi – si legge nell’ordinanza – ha determinato l’alterazione del quorum assembleare nella deliberazione di modifica del proprio statuto. Tale delibera infatti risulta adottata sulla base di un’assemblea formata da soli 113.894 iscritti (quelli da più di sei mesi) in luogo dei 195.387 associati iscritti a quella data; con l’illegittima esclusione di 81.839 iscritti all’ente dal quorum costitutivo e deliberativo, maggiore dei soli 60.940 associati che hanno partecipato all’assemblea”. L’esclusione dalle votazioni online dei soggetti iscritti da meno di 6 mesi, che costituisce in realtà una prassi consolidata per la chiamata al voto online da parte del Movimento, è stata dunque considerata “illegittima” dal Tribunale. Di conseguenza, risulterebbe invalida anche la delibera con cui due giorni dopo, il 5 Agosto 2021, Conte è stato nominato Presidente dell’ente, specie dal momento che “lo statuto in vigore prima della sua modifica, che come visto […] risulta illegittima, non prevedeva la figura del Presidente quale organo dell’associazione. Pertanto, la sua nomina appare a sua volta in contrasto con le regole statutarie”.

Il comitato di garanzia dei 5 Stelle, organo che, tra le altre mansioni, sovrintende alla corretta applicazione delle disposizioni dello Statuto ed esprime pareri sull’interpretazione e applicazione delle sue disposizioni, in pochi giorni è stato completamente azzerato. Era infatti formato da Luigi Di Maio, che si è dimesso il 5 Febbraio, Roberto Fico e Virginia Raggi, i quali, ricoprendo incarichi istituzionali, secondo il dettato del vecchio statuto a cui è necessario riferirsi sono incompatibili con tale ruolo.  

La palla dovrebbe dunque passare all’unica figura le cui prerogative, assieme a quelle dei tre probiviri, non sono state intaccate: Beppe Grillo. Il Garante del Movimento si è finora espresso con poche parole rilasciate sul suo profilo Facebook: «Le sentenze si rispettano. La situazione, non possiamo negarlo, è molto complicata. In questo momento non si possono prendere decisioni avventate. Promuoverò un momento di confronto anche con Giuseppe Conte». Intanto per questa sera alle ore 21 è stata convocata la riunione del gruppo M5S alla Camera con all’ordine del giorno “riflessioni politiche”, mentre Giuseppe Conte ha rinviato la partecipazione al programma tv Porta a Porta prevista sempre per questa sera.

Le strade percorribili sembrano essere due: l’elezione di quella “leadership a 5” delineata dal vecchio statuto e accantonata quando si decise di virare su Conte leader; oppure, come quasi certamente accadrà, la ri-chiamata all’appello della base (questa volta, ovviamente, anche con il coinvolgimento degli iscritti da meno di 6 mesi al fine di attenersi al contenuto dell’ordinanza del Tribunale di Napoli) per rieleggere Conte Presidente attraverso una nuova modifica dello Statuto. Ospite di Lilli Gruber ad Otto e Mezzo nella serata di ieri, Conte è sembrato avere su questo le idee molto chiare: «C’è un piano politico-sostanziale e uno giuridico-formale, che segna questa sospensione. Sospensione a cui si risponde con un bagno di democrazia. Erano già in programma delle modifiche dello statuto, si aggiungerà una ratifica da parte di tutti gli iscritti, anche quelli da meno di sei mesi, senza aspettare i tempi di un giudizio processuale».

Interessante è constatare come gli effetti di questa votazione si incaselleranno nel tortuoso contesto del conflitto interno tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio, ufficialmente aperto nel corso delle trattative per il Quirinale e molto lontano dall’essere ricomposto. Ieri, su La7, Conte ha infatti dichiarato che, sebbene «l’espulsione di Di Maio non sia nell’orizzonte delle cose» e il confronto interno sulle idee debba sempre essere valorizzato, non si possa «fare finta di nulla di fronte ad un attacco così plastico» lanciato contro la sua leadership. 

Intanto, una rilevazione di SWG che ha sondato le opinioni degli elettori dei 5 Stelle sullo scontro Conte-Di Maio, ha fotografato ieri un risultato eloquente: il 75% degli intervistati si schiera con Giuseppe Conte, mentre solo il 10% sostiene l’ex capo politico. Molti opinionisti ritengono che la pronuncia del Tribunale di Napoli ridimensioni la leadership di Conte, offrendo un significativo margine d’azione alla corrente dimaiana. Eppure, ove il popolo pentastellato fosse convocato a breve per la riconferma del leader e, come è molto probabile, Conte ottenesse l’ennesimo pleibiscito, la prospettiva potrebbe rapidamente capovolgersi. Separando, forse in maniera definitiva, il destino politico di Di Maio e dei suoi fedelissimi da quello del vincitore.

[di Stefano Baudino]

Nuova Zelanda: protesta contro misure Covid, camion e camper circondano Parlamento

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Un convoglio di camion e camper ha bloccato le strade intorno al Parlamento della Nuova Zelanda, a Wellington, per contestare le misure anti Covid, con una protesta che ricorda quella che sta paralizzando la capitale del Canada, Ottawa. I manifestanti, arrivati da ogni angolo della Nuova Zelanda, hanno esposto scritte come «ridateci la libertà» e «la coercizione non è consenso». Tra i punti criticati, infatti, c’è l’obbligo di vaccinazione per alcune categorie di lavoratori, come ad esempio insegnanti, medici, e personale di polizia. Il primo ministro Jacinda Ardern, però, ha detto di non avere intenzione di incontrare i manifestanti ed ha sottolineato che la maggioranza dei neozelandesi ha mostrato il proprio sostegno al programma di vaccinazione del governo.

 

 

Gli aperitivi contro il green pass si stanno diffondendo in tutta Italia

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Durante l’ultimo fine settimana migliaia di persone hanno organizzato aperitivi all’aperto, riempiendo le strade e le piazze italiane. Da Milano a Torino, passando per Pesaro e Udine, l’obiettivo era identico: protestare contro il green pass e le ultime misure adottate dal Governo Draghi che, tra le altre cose, vietano la consumazione all’aperto nei bar a chi è sprovvisto di certificazione verde rafforzata.

Vaccinati e non si sono così riuniti in decine di città italiane, dando vita a quello che sui social è stato prontamente ribattezzato aperitivo autogestito. “I locali non vogliono noi e i nostri soldi? Peggio per loro” recita uno degli slogan di Libertà Livorno, fra i protagonisti dell’iniziativa, che come altre realtà locali aveva invitato i propri lettori a scendere in piazza per protestare contro le misure adottate dall’esecutivo, particolarmente stringenti nei confronti dei non possessori del Super Green pass.

Oltre alla stretta su bar e ristoranti, infatti, è stato disposto dal 10 gennaio il divieto di usufruire del trasporto pubblico locale, di accedere a centri culturali e ricreativi e di partecipare a sport di squadra, anche all’aperto. Quest’ultima disposizione in particolare ha suscitato diverse proteste, sfociate nella petizione firmata da dieci società sportive dilettantistiche con destinatario Palazzo Chigi. L’intento delle attività della provincia di Forlì-Cesena è di far ritornare sui propri passi l’esecutivo, per evitare “una reale discriminazione nei confronti di bambini dai 12 anni in su” che rischiano così di allontanarsi in modo definitivo dal mondo dello sport, dopo due anni di pandemia.

Lo stato di emergenza, introdotto per la prima volta dall’ex premier Giuseppe Conte nel gennaio del 2020 e poi ripetutamente prorogato, a cui sono legate le misure restrittive adottate dal Governo, non dovrebbe essere prorogato oltre il 31 marzo 2022, così come ribadito dal Sottosegretario alla Salute Andrea Costa. Tuttavia non è ancora dato sapere quando e in che modo sarà ritirato l’uso della certificazione verde, considerando che si parla di ritiro «graduale».

[di Salvatore Toscano]

Filippine, legge vieta ufficialmente matrimoni con spose bambine

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Nelle Filippine è stata finalmente emanata una legge che vieta il matrimonio con persone di età inferiore a 18 anni. Ne dà notizia l’ONG Amnesty International, che spiega come il fenomeno fosse ancora diffuso nelle Filippine, dove una bambina su sei si sposava prima di aver raggiunto la maggiore età. Con la nuova legge, emanata il 6 febbraio, chiunque violi la norma ora rischia fino a 12 anni di carcere. Una deroga di un anno verrà concessa alle comunità musulmane e indigene, dove il matrimonio tra o con persone di minore età è una pratica relativamente comune.

Le minacce di Zuckerberg all’Ue nascondono molto altro

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Nel presentare il suo report annuale Meta, ovvero Facebook, non ha potuto fare a meno di discutere di una parentesi che si veste di un velo minaccioso, ovvero la possibilità di ritirare i servizi di Instagram e Facebook dal Mercato europeo. La notizia ha investito la Rete con una tale violenza da far sì che la Big Tech provvedesse repentinamente a correggere il tiro. Nonostante la “crisi” sia rientrata, la posizione di Meta non fa che rimarcare un problema che esiste a monte e che coinvolge sia la politica internazionale, che il diritto alla privacy dei cittadini.
A ben vedere, non è la prima ...

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Il ripristino dell’accordo sul nucleare iraniano potrebbe essere vicino

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E’ previsto per oggi a Vienna, quello che, se tutto dovesse andare bene, potrebbe essere l’ultimo round di incontri tra l’Iran e i paesi firmatari dell’accordo sul nucleare (Joint Comprehensive Plan of Action – JCPOA). Gli incontri tra i rappresentati di Russia, Cina, Stati Uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna e Iran erano ripresi a fine novembre 2021 dopo una pausa di alcuni mesi, a causa delle elezioni presidenziali in Iran.

Il JCPOA (uno dei pochi successi di politica estera dell’ex presidente americano Barack Obama), entrato in vigore nel 2015, venne poi interrotto unilateralmente da Donald Trump nel 2019.
L’accordo sul nucleare garantiva la sospensione delle sanzioni economiche al regime iraniano se quest’ultimo avesse limitato il suo programma nucleare per scopi esclusivamente civili e non militari. Accettando inoltre di ricevere ispezioni regolari da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). La scorsa settimana, il governo americano aveva annunciato di volere ripristinare una deroga alle sanzioni che permetterebbe alle aziende cinesi, russe ed europee di tornare a collaborare con Teheran per lo sviluppo, in ambito civile, della tecnologia nucleare. Nonostante questo “piccolo” segno di buona volontà’ per giungere ad un accordo vanno ancora superati alcuni ostacoli. L’Iran in tutti gli incontri precedenti ha sempre dichiarato che il ripristino dell’accordo debba prima passare dalla cancellazione di tutte le sanzioni economiche da parte degli Stati Uniti. Washington dal canto suo, sarebbe invece disposta a cancellarne solo alcune, ma non tutte, inserendo nel “nuovo” accordo clausole volte a limitare il programma missilistico e il sostegno ai gruppi armati da parte del regime iraniano.

Per giungere quindi ad un accordo i due “storici nemici” dovranno riuscire a mettere da parte le diffidenze reciproche, dato che entrambi hanno da guadagnarci. Per il regime iraniano la cancellazione delle sanzioni rappresenterebbe una boccata d’ossigeno per l’economia, in recessione. L’inflazione in Iran si aggira sul 40% e le esportazioni di petrolio si sono più’ che dimezzate, da quando le sanzioni sono rientrate in vigore. Per giunta, l’impossibilita’ di attrarre investimenti stranieri fa si che Teheran debba contare quasi esclusivamente su Cina e Russia come investitori e partner commerciali. Il miglioramento dell’economia inoltre andrebbe a limitare il pericolo di rivolte popolari, che in Iran sono sempre dietro l’angolo. Nonostante i forti legami che esistono con Israele (che si e’ sempre fermamente opposto al JPCOA), anche per Washington esistono dei vantaggi derivanti dal raggiungimento di un accordo. Gli Stati Uniti al momento si trovano impegnati in diversi “fronti”, in Ucraina con la Russia, e nel pacifico con la Cina, un compromesso con Teheran potrebbe aiutare ad allentare, almeno in parte, le tensioni in Medio Oriente. Il regime iraniano e’ responsabile dell’addestramento e del supporto militare di diversi gruppi armati attivi nella regione. In particolare in Libano, Iraq e Yemen. Le attività’ di questi gruppi hanno causato diverse tensioni tra Teheran e i due principali alleati americani nell’area, Israele e Arabia Saudita. Va inoltre considerato, che la possibilità’ di tornare a “fare business” e di acquistare petrolio iraniano renderebbe “felici” diversi partner europei. Il presidente Biden, dovrà’ inoltre tener conto di quelli che sono gli ostacoli “interni” per giungere ad un accordo. L’opposizione repubblicana e la potente lobby israeliana sono infatti due tra i maggiori ostacoli che il neo-presidente dovra’ tenere in conto, alla luce anche delle elezioni di midterm (per il rinnovo di camera e senato) previste il prossimo novembre.

[di Enrico Phelipon]

Siria, attacco ISIS contro gruppi filoiraniani

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Il 7 febbraio alcune milizie ISIS hanno portato a termine un ampio attacco contro alcuni gruppi armati filoiraniani supportati dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, accampati a est della cittadina di Homs (Siria centro-meridionale). L’attacco avrebbe causato almeno 8 morti e un numero non ancora determinato di feriti. I gruppi sarebbero stati attaccati dopo che nei giorni scorsi avevano condotto, con il supporto di aerei da guerra russi, alcune operazioni volte a identificare i nuclei ISIS attivi in quell’area.

Finalmente l’Islanda ha detto stop alla caccia alle balene

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È ufficiale: in Islanda, dal 2024, non sarà più possibile cacciare le balene. Secondo il governo non ci sono più ragioni per rinnovare le autorizzazioni di pesca oltre la scadenza prevista nel 2023, dati anche il calo della domanda e l’economia altamente diversificata e redditizia islandese. L’Islanda è rimasto uno degli ultimi paesi al mondo, con Norvegia e Giappone, a praticare questa attività. Nel paese nordico è permesso cacciare fino a 209 esemplari di balenottera comune – il secondo mammifero marino più grande dopo la balena blu -, e 217 di balenottera minore, uno dei cetacei più piccoli. Tuttavia, le due più importanti imprese con licenza sono in crisi da tre anni per via della concorrenza delle baleniere giapponesi, e una di loro ha di recente dichiarato l’intenzione di sospendere del tutto le attività.

La caccia alle balene a fini commerciali era stata bandita nel 1986 dalla IWC (Commissione Baleniera Internazionale). L’Islanda, però, si oppose e riabilitò la pratica nel 2006, vietando soltanto la cattura e l’uccisione della balena blu. Quella di oggi, quindi, è una notizia più che positiva, non solo per gli animali in questione, ma anche per gli ecosistemi marini, nei quali i grandi cetacei giocano un ruolo importantissimo. Ma le ragioni che stanno dietro alla decisione islandese non hanno a che fare con l’ambiente, bensì col fatto che la carne di balena non sia più economicamente vantaggiosa come un tempo. Ogni anno, prima dello scoppio della pandemia, in Islanda venivano uccisi tra i 100 e i 200 esemplari, ma con la diffusione del coronavirus i numeri sono crollati: nel 2021 è stato ucciso un solo giovane esemplare. Se il paese nordico ha deciso di cambiare rotta, Norvegia e Giappone continuano a uccidere centinaia di balene, violando ogni anno la moratoria e motivando la caccia con presunti “scopi scientifici”.

[di Eugenia Greco]

Covid, sottosegretario Costa: dall’11 febbraio stop mascherine all’aperto

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«Credo, e direi sono certo, che dall’11 di febbraio cadrà l’obbligo di mascherine all’aperto non solo per le zone bianche ma per l’intero Paese»: è quanto ha affermato il sottosegretario alla Salute Andrea Costa, ospite del programma Tagadà su La7. Si tratta di «una discussione che sta avvenendo in queste ore, ma ho motivi per credere che si possa andare in questa direzione», ha precisato il sottosegretario.

Usa, le big pharma risarciranno i nativi per averli “distrutti” con gli oppioidi

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Negli Stati Uniti una sentenza storica della corte dell’Ohio ha stabilito che il Governo dovrà risarcire le tribù indigene locali per averle “distrutte” con la vendita di oppioidi. In particolare la casa farmaceutica Johnson & Johnson (la stessa del vaccino contro il Coronavirus) e i tre maggiori distributori di oppioidi da prescrizione degli Stati uniti (McKesson, AmerisourceBergen e Cardinal Health), dovranno pagare ai nativi d’America e dell’Alaska (cioè 6,8 milioni di persone) circa 590 milioni di dollari.

Era già accaduto che durante lo scorso settembre le stesse aziende avevano dovuto versare 75 milioni di dollari per placare l’accusa di aver dato vita ad una vera e propria epidemia di oppioidi per quasi 400.000 abitanti, residenti tra i Cherokee dell’Oklahoma.
Quella della dipendenza da sostanze oppiacee è una grossa piaga per l’America. I Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie sostengono che dal 1999 al 2019 gli oppioidi abbiano causato nello Stato almeno mezzo milione di morti per overdose. Più vittime di quelle causate dall’eroina.

Nello specifico, a pagarne maggiormente le conseguenze sono stati proprio i nativi. Secondo ricerche e studi portati avanti dalle tribù e presi in considerazione durante i processi, i nativi d’America e dell’Alaska hanno “subito alcune delle conseguenze peggiori rispetto a qualsiasi altra popolazione degli Stati uniti”. Le vittime non sono stati solo gli adulti.

W. Ron Allen, presidente della Jamestown S’Klallam e rappresentante tribale in diversi dipartimenti del governo Usa, insieme all’avvocato Geoffrey D. Strommer hanno detto al Manifesto che «l’impatto sui bambini nativi americani è particolarmente devastante. Nel 2012 uno su dieci di età pari o superiore a 12 anni ha utilizzato oppioidi da prescrizione per scopi non medici, il doppio rispetto ai giovani bianchi e tre volte quello degli afroamericani». Gli oppiacei sono infatti considerati dei farmaci psicoattivi, che si comportano nel nostro corpo esattamente come farebbe la morfina o sostanze simili ad essa. È molto probabile, dunque, che una sensazione del genere crei nel corpo di chi la assume un certo desiderio di “averne ancora”.

In questo caso sono proprio i bambini nativi che soffrono maggiormente di astinenza e che fanno fatica a controllare e gestire questo istinto. E se l’impatto di queste sostanze incide già sulla vita dei più piccoli, è facile immaginare come esse possano influire su tutto il sistema delle società tribali: «La crisi degli oppioidi ha esaurito la forza lavoro delle imprese tribali, diminuendo la produttività, aumentando i costi amministrativi e facendo perdere opportunità di crescita e sviluppo tribale», ha ribadito a tal proposito l’avvocato.

Come è stato possibile arrivare fino a questo punto? Una grossa fetta della colpa è da attribuire alle case farmaceutiche, concentrate sul generare il maggior numero di profitti. Johnson & Johnson, ad esempio, ha descritto fin dal primo momento i propri oppioidi indicati per il trattamento del dolore cronico e minore. Medicinali, dunque, all’apparenza innocui, consigliati a tutte le fasce d’età e estranei alla dipendenza. Anche le altre aziende hanno agito nello stesso modo, quando invece «avrebbero dovuto segnalare le richieste eccessive di oppioidi da prescrizione da parte delle farmacie, fermando quindi la vendita di quella valanga di pillole». Ma alla fine il profitto vale più di ogni altra vita.

[di Gloria Ferrari]