martedì 20 Gennaio 2026
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Burkina Faso: esplosione provoca 59 morti

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Un’esplosione nei pressi di una miniera d’oro situata nel sud-ovest del Burkina Faso ha causato la morte di almeno 59 persone, ferendone più di cento. Secondo una prima ricostruzione, l’esplosione sarebbe avvenuta lunedì 21 febbraio a Gbomblora a causa dei prodotti chimici usati per trattare l’oro, depositati in quantità considerevole all’interno del sito. I dati, forniti dalle autorità regionali, sono in continuo aggiornamento.

Italia, la maggioranza di Governo si è spaccata sul Green Pass

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Nella mattinata di ieri la Lega ha presentato un emendamento per eliminare il Green Pass a partire dal 1° aprile, dal momento che ad ora la data prevista per il termine dell’emergenza sanitaria è il 31 marzo e il Governo sembra deciso a non volerne prorogare oltre i termini. Il Movimento 5 Stelle si era inizialmente mostrato favorevole ad appoggiare l’emendamento, ma dopo la sospensione del voto e il suo rinvio al pomeriggio ha rivisto le sue posizioni e la proposta è stata bocciata. A votare a favore dell’abolizione del Green Pass sono stati, oltre la Lega, Alternativa e Fratelli d’Italia, mentre Forza Italia si è astenuto. Tra le file dei 5 Stelle permane tuttavia un certo scontento, che mostra come la maggioranza sia tutt’altro che unita sulla questione della certificazione verde.

È la prima volta che tra le fila della maggioranza si intravede una spaccatura netta sulla questione del Green Pass. Nella giornata di ieri, infatti, la Lega ha scatenato una bufera in commissione Affari Sociali alla Camera con la proposta di emendamento che avrebbe voluto l’abolizione della certificazione sanitaria a partire dal 1° aprile, ovvero all’indomani del termine dello stato di emergenza. Le discussioni sono state rinviate al pomeriggio, ma sembrava che l’emendamento potesse far tremare la tenuta della maggioranza, dopo l’apparente intenzione del Movimento 5 Stelle di appoggiare la proposta della Lega. Tuttavia nel pomeriggio le posizioni sono cambiate e, dopo la votazione, l’emendamento è stato bocciato. In questo modo la maggioranza ha tenuto per un pelo, anche se il collante che la tiene insieme minaccia di cedere da un momento all’altro.

Forza Italia si è astenuto dalla votazione, seppure Berlusconi abbia ammesso di ritenere che sia ormai ora di superare le restrizioni e seguire l’esempio degli altri Paesi europei. Le modalità, tuttavia, dovrebbero essere differenti: a tal proposito il presidente di FI ha dichiarato che il proprio partito sta lavorando a un piano graduale di dismissione del Green Pass a partire dai contesti meno a rischio, che verrà consegnato al Governo nei prossimi giorni. Dal canto suo, il PD si schiera contro la proposta della Lega, che Letta commenta come «fuori da una logica di maggioranza». Affermazione che appare quantomeno dubbia, visto il caos che si è venuto a creare ieri in aula.

«Non si vede perché complicare la vita a chi lavora» ha dichiarato Salvini. Per il leader della Lega la situazione è ora sotto controllo e, se nei prossimi giorni fosse confermata l’attuale tendenza al miglioramento, non si vede la necessità di mantenere in essere restrizioni come il Green Pass obbligatorio per i lavoratori over 50. Di tutt’altro parere sembrano essere Draghi e Speranza, che si muovono su una linea assai più prudente. Il ministro della Salute ha infatti dichiarato di non riuscire nemmeno a prevedere un momento nel quale il virus non esisterà più e le restrizioni cesseranno di esistere tutte insieme. Curioso che proprio il ministro della Salute ignori una realtà scientifica data per assodata nel resto d’Europa, ovvero che il virus non cesserà di esistere, motivo per il quale sarà necessario adattarsi ad una futura convivenza.

L’insofferenza di una certa parte del M5S è evidente dopo che in un primo momento alcuni deputati si erano mostrati favorevoli ad appoggiare l’emendamento della Lega, per poi decidere di cambiare idea prima della votazione nel pomeriggio. Di fatto, le posizioni contrastanti all’interno del Movimento potrebbero creare non pochi problemi alla tenuta della maggioranza.

[di Valeria Casolaro]

 

Nord Stream 2: Berlino sospende l’autorizzazione

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La Germania ha appena sospeso l’autorizzazione del Nord Stream 2, gasdotto che trasporterebbe il gas naturale dai giacimenti russi alle coste tedesche raddoppiando il tracciato dell’attuale Nord Stream.
Ad annunciarlo, a poche ore dall’entrata delle truppe russe in Donbass, è il cancelliere Olaf Scholz che ha chiesto di interrompere il processo di revisione dell’infrastruttura da parte dell’autorità di regolamentazione tedesca. In questo modo non può essere rilasciata alcuna certificazione del gasdotto e «Nord Stream 2 non può entrare in funzione», ha infine aggiunto.

Iran, restituiti 820 mila vaccini perché prodotti negli USA

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L’Iran avrebbe restituito 820 mila dosi di vaccino AstraZeneca donate dalla Polonia, in quanto prodotte negli Stati Uniti, considerati “fonte non autorizzata”. Lo scrive Al Jazeera, che riporta come l’Iran al momento accetti vaccini occidentali solo se non provenienti da Stati Uniti o Gran Bretagna. Nel Paese, alla sesta ondata del virus, il 90% della popolazione sopra i 18 anni avrebbe ricevuto due dosi di vaccino, il 37% la terza. La Polonia ha comunicato che le dosi verranno ritirate e sostituite con altre provenienti “da fonti autorizzate”.

Come e da chi è stato smantellato il Servizio sanitario nazionale italiano

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Se c’è un elemento che la pandemia di Covid19 ha involontariamente messo in luce è l’inadeguatezza del Servizio sanitario nazionale (SSN), da imputarsi ai sistematici tagli di spesa effettuati in questo settore in particolare tra il 2010 e il 2019: in questo periodo sono stati effettuati definanziamenti per un totale di 37 miliardi di euro. Mentre l’incremento di risorse stanziato negli stessi anni è stato pari a 8,8 miliardi, una cifra inferiore al tasso d’inflazione che ha prodotto di fatto una riduzione del budget: secondo i dati dell'osservatorio Gimbe, infatti, a fronte di una crescita an...

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Non c’è nessuna trasparenza sui dati dei vaccini: ora lo scrive anche il New York Times

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Il CDC (Centers for Disease Control and Prevention), ovvero l’organismo di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti, non sta pubblicando molti dei dati relativi al Covid in suo possesso: a sostenerlo è il quotidiano statunitense New York Times, secondo cui a mancare sarebbero in maniera particolare quelli sull’efficacia della dose booster dei vaccini. “Per più di un anno, il CDC ha raccolto dati sui ricoveri per Covid-19 negli Stati Uniti suddividendoli per età, razza e stato di vaccinazione, ma non ha reso pubbliche la maggior parte delle informazioni”, si legge all’interno dell’articolo del quotidiano, il quale ritiene che “quando il CDC ha pubblicato i primi dati significativi sull’efficacia dei booster negli adulti di età inferiore ai 65 anni due settimane fa, ha omesso quelli relativi ai soggetti dai 18 ai 49 anni”. Dunque, a non essere stati diffusi sarebbero i dati di una “enorme fetta” della popolazione in questione, che tra l’altro avrebbe “meno probabilità di beneficiare di dosi extra”.

Mancando i dati relativi al richiamo vaccinale negli individui sopracitati, quindi, gli “esperti esterni a cui le agenzie sanitarie federali si rivolgono per ottenere un parere hanno dovuto fare affidamento sui dati di Israele per formulare le loro raccomandazioni sulle iniezioni”. Di conseguenza, ci si chiede per quale motivo sarebbero stati omessi dati che avrebbero permesso di comprendere in maniera migliore se soggetti sani avessero effettivamente bisogno di sottoporsi al booster, e la risposta a tale domanda sarebbe arrivata direttamente da Kristen Nordlund, portavoce del CDC, la quale avrebbe spiegato al New York Times che il motivo risiederebbe, tra l’altro, nel fatto che le informazioni potrebbero essere interpretate erroneamente. In tal modo, Nordlund avrebbe così confermato quanto comunicato al quotidiano da un non meglio specificato “funzionario federale”, secondo cui l’agenzia sarebbe stata appunto riluttante a rendere pubblici i dati proprio perché sarebbero potuti essere interpretati erroneamente come dati a favore dell’inefficacia dei vaccini. Oltre a ciò, Nordlund avrebbe altresì dichiarato che i dati rappresenterebbero solo il 10% della popolazione degli Stati Uniti: eppure il CDC – ricorda il New York Times – “ha fatto affidamento per anni sullo stesso livello di campionamento per monitorare l’influenza”.

A tutto ciò si aggiunga il fatto che l’anno scorso l’agenzia è stata “ripetutamente criticata” poiché non avrebbe tracciato le “cosiddette infezioni rivoluzionarie negli americani vaccinati” (ossia i casi di individui contagiatisi nonostante fossero vaccinati) e si sarebbe invece concentrata solo sui soggetti ammalatisi gravemente e dunque ricoverati in ospedale o morti. Il problema, fondamentalmente, è che l’agenzia avrebbe infatti “presentato queste informazioni per effettuare un confronto del rischio con gli adulti non vaccinati, piuttosto che fornire istantanee tempestive di pazienti ospedalizzati stratificati per età, sesso, razza e stato vaccinale”. Eppure il CDC, secondo il funzionario federale sopracitato, avrebbe raccolto regolarmente informazioni a riguardo da quando i vaccini Covid sono stati lanciati.

Un’altra questione sollevata dal New York Times, poi, è quella relativa all’analisi delle acque reflue, con cui è possibile capire se sia imminente una nuova ondata di casi Covid. Il CDC, infatti, ha recentemente lanciato sul suo sito Web una dashboard sui dati delle acque reflue da aggiornare quotidianamente, tuttavia ciò sarebbe stato fatto con ritardo dato che alcuni Stati “avevano condiviso le informazioni sulle acque reflue dall’inizio della pandemia”. Va detto però che la lentezza del CDC nel rendere pubblici i dati sembrerebbe essere comprensibile in quanto, come affermato dalla Nordlund, il CDC avrebbe dato la possibilità di “presentare i dati negli ultimi mesi”. Tuttavia, secondo il New York Times il CDC avrebbe comunque rilasciato i dati una settimana dopo il previsto, mentre il tracciatore dei livelli di Covid nelle acque reflue statunitensi verrebbe “aggiornato solo il giovedì e il giorno prima della data di rilascio originale”.

Detto questo, bisogna infine ricordare che la preoccupazione per l’interpretazione errata dei dati non riguarda solo le agenzie statunitensi ma anche quelle scozzesi. Public Health Scotland, l’ente nazionale che si occupa della sanità pubblica in Scozia, ha infatti scritto all’interno del suo recente rapporto statistico sul Covid che “a causa del crescente rischio di interpretazioni errate, non segnalerà più i casi di Covid-19, ricoveri e decessi per stato vaccinale su base settimanale”.

[di Raffaele De Luca]

Trento, vietata la plastica negli eventi pubblici

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La Provincia Autonoma di Trento ha disposto il divieto, a partire da luglio 2022, di utilizzare la plastica monouso in tutti gli eventi pubblici che siano patrocinati, organizzati o finanziati dalla Provincia o dagli Enti ad essa collegati. Da gennaio 2023 il divieto sarà esteso a tutti i servizi di somministrazione e vendita di cibo all’interno degli enti pubblici. La decisione, innovativa e coraggiosa, ha subito scatenato le proteste delle principali aziende e associazioni del settore, tra le quali Unionfood, Mineracqua e Sanpellegrino, le quali hanno immediatamente fatto ricorso al Tar.

La Russia riconosce l’indipendenza del Donbass ed entra con le truppe sul territorio

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Quando il fuso orario di Roma batteva le 19:04 di ieri, 21 febbraio 2022, il presidente della Russia Vladimir Putin ha deciso di rompere gli indugi. In diretta televisiva ha comunicato ai cittadini la decisione di riconoscere l’indipendenza delle autoproclamate repubbliche popolari di Donestsk e Luhansk, le provincie ribelli filo-russe all’interno del territorio dell’Ucraina, ed ha firmato un trattato di mutua assistenza con i presidenti delle due entità. Nel discorso il presidente russo si è spinto sostanzialmente a negare per tutta l’Ucraina lo status di nazione: «L’Ucraina non è un Paese confinante, è parte integrante della nostra storia, cultura, spazio spirituale. È stata creata da Lenin, che è stato il suo creatore e il suo architetto. […] L’Ucraina non ha mai avuto una tradizione coerente dell’essere una vera nazione». Poche ore dopo l’ulteriore mossa: Putin, nel decreto con il quale ha riconosciuto le repubbliche separatiste, ha ordinato al ministero della Difesa russo di dispiegare forze armate «per assicurare la pace» nel Donbass, in seguito alla richiesta dei leader delle due entità filo-russe.

La conseguenza di tali atti è militarmente e geopoliticamente chiara e immediata: la Russia ha in buona sostanza annesso unilateralmente oltre 50.000 km2 di territorio ucraino ai propri confini e, solo facendolo, ha mandato un ultimatum a Kiev: il prossimo colpo sparato nella regione sarà vissuto come un attacco diretto da parte di Mosca e scatenerà una risposta militare per “mantenere la pace” in quello che da oggi è suo territorio.

In verde l’Ucraina, in rosso la Russia, tratteggiate le regioni del Donbass (da ieri riconosciute da Mosca) e della Crimea (già annessa con un referendum nel 2014)

L’Ucraina quindi può scegliere tra due sole opzioni, una umiliante e l’altra suicida: accettare la sottrazione di una porzione del proprio territorio senza colpo ferire oppure entrare in guerra contro il gigante russo. Per la verità il presidente ucraino Zelens’kyj sta cercando di percorrere una improbabile terza via: nel discorso alla nazione inziato alle 01:00 ha affermato che non intende rinunciare a nessun territorio ma ha ribadito che «l’Ucraina vuole la pace» e che «intende risolvere tutto con la diplomazia». Le due cose non stanno insieme ma, data la situazione, difficilmente avrebbe potuto permettersi di dire qualcosa di diverso. Le orecchie delle cancellerie, ad ogni modo, sono certamente più attente a quanto viene detto da Washington, protettore dell’esistenza dell’Ucraina stessa. Ancor prima che Zelens’kyj parlasse il presidente americano Joe Biden aveva emesso il primo ordine, vietando ogni attività commerciale, ogni importazione ed ogni esportazione da parte di tutti i cittadini e società statunitensi con i territori di Donestsk e Luhansk. Nel documento trasmesso al Congresso il presidente Usa ha definito la situazione «una minaccia insolita e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti». Altre azioni seguiranno: a questo punto ovvie ulteriori sanzioni economiche verso Mosca da parte di Washington e molto probabilmente anche da parte dell’Unione Europea. Ovvio anche che da Mosca queste risposte siano state ampiamente messe in conto e le contromosse attentamente studiate nelle ultime settimane. Le conseguenze economiche per la Russia saranno salate, come testimoniato dal pronto crollo, tra il -15 e il -30%, di tutti i titoli quotati alla borsa di Mosca. Ma saranno tutt’altro che trascurabili anche per l’Europa, che in questi mesi ha assaggiato cosa significa non poter contare appieno sul gas russo.

Nel frattempo dal Donbass arrivano scene di giubilo popolare. La popolazione è scesa in strada con le bandiere russe e per una notte i botti dei fuochi d’artificio si sono sostituiti a quelli dei fucili. Nel 2014 in Ucraina si verificò la cosiddetta “rivoluzione arancione” che sottrasse il potere ai filo-russi, da allora il Donbass è entrato in guerra per l’indipendenza e la riannessione a Mosca: in otto anni la guerra ha provocato oltre 13.000 vittime e 1,5 milioni di sfollati. Paradossalmente quella che nel resto del mondo viene letta come la notizia che segna il possibile scoppio di una guerra pericolosissima, nel Donbass stesso viene vista come la cosa più vicina alla pace conosciuta negli ultimi anni. Chi avrà ragione lo scriverà la storia nelle prossime settimane.

[di Andrea Legni]

Cosa sta succedendo realmente in Donbass?

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Negli ultimi giorni sono state diverse le notizie provenienti dalla regione Donbass che lasciano presagire che una guerra in Ucraina sia ormai imminente. Di certo c’è che da una parte e dall’altra si spara, facendo vaccillare l’esile tregua; di certo c’è inoltre lo stato di massima allerta diffuso dalle autorità russe e ucraine nonché gli ordini di evacuazione dei connazionali disposti dalle cancellerie internazionali. Le parti coinvolte nel conflitto, esercito ufficiale ucraino da una parte e milizie popolari fedeli a Mosca dall’altra, si incolpano a vicenda di violare la tregua e volere una escalation milatare, spesso facendo uso di fake news come armi per orientare l’opinione pubblica mondiale.

Per capire meglio il conflitto in corso, è utile capire prima di tutto a cosa ci si riferisce quando si parla di Donbass. Stando ad una nota enciclopedia, per Donbass si intende quella “vasta regione dell’Europa orientale, appartenente quasi per intero all’Ucraina e per un piccolo tratto alla Russia; comprendente parte del bacino del Donez e dello Dnepr. Sono presenti vasti giacimenti di carbone. La vicinanza dei giacimenti ha favorito il sorgere dell’industria siderurgica, cui si sono poi affiancati complessi meccanici, chimici e metallurgici”. È proprio nelle zone della regione appartenenti all’Ucraina che nel 2014, all’indomani della cosidetta “rivoluzione arancione” che in Ucraina fece cadere il governo filo-russo di Victor Janukovyč, la popolazione locale dichiarò la propria indipendenza da Kiev (tramite un referendum non riconosciuto dalla comunità internazionale) e la fondazione delle repubbliche popolari di Doneck e Lugansk. Dalla dichiarazione di indipendenza iniziarono i primi scontri armati che, fino ad oggi, in queste due provincie, non si sono mai fermati. In questi 8 anni infatti sono state oltre 13.000 le vittime stimate e 1,5 milioni gli sfollati. I tentavi per trovare una soluzione diplomatica alla crisi in Ucraina non sono mancati: nel 2014 erano stati siglati i Protocolli di Minsk tra Russia e Ucraina con la mediazione di Francia e Germania, implementati poi nel 2015 con una serie di nuove misure note come Minsk II. Tentativi che però non hanno mai portato ad un cessate il fuoco duraturo, dato che le violazioni nel corso degli anni sarebbero state oltre 2.000.

La crisi nel Donbass non è però esclusivamente collegata a questioni locali, ossia la volontà delle repubbliche popolari di autodeterminare il proprio destino e quella di Kiev di non perdere parti del suo territorio. Sull’Ucraina sono in gioco anche gli interessi geopolitici di Europa e Stati Uniti. E proprio questo rende difficile l’interpretazione degli avvenimenti, dato che ogni lettura può essere interpretabile in base agli interessi delle parti coinvolte.

Quello che appare evidente è che, da quando si è iniziato a parlare di una guerra imminente nell’ottobre del 2021, a seguito dell’ammassamento di truppe russe presso il confine con l’Ucraina, le tensioni preesistenti sono state di fatto esacerbate dalla strumentalizzazione che ne hanno fatto i media. E probabilmente lo stesso è avvenuto anche per gli avvenimenti degli scorsi tre giorni. Testate locali e media internazionali non hanno esitato a gettare benzina sul fuoco riportando spesso informazioni di dubbia autenticità oppure utilizzando titoli quasi apocalittici. Alcuni dati posso aiutare a comprendere meglio il conflitto, per capire se questa crisi recente sia di fatto collegabile ad effettivi scontri armati oppure no. Da un report dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani si evince che negli anni i morti tra la popolazione civile causati dal conflitto in Donbass sono andati sensibilmente calando. Nel 2014 i morti erano stati 2084, 954 nel 2015 fino ad arrivare ai 26 del 2020. Numeri che evidenziano come le fasi più intense dei combattimenti risalissero ai primi due anni del conflitto e che gli scontri più recenti siano il probabile risultato delle schermaglie tra due eserciti assestati sulle loro posizioni. La volontà di una delle parti di conquistare l’altra, come è stata raccontata in questi ultimi mesi, da questi numeri non risulta. Chiaramente non si può escludere l’eventualità che la situazione possa degenerare da un momento all’altro. Di certo l’escalation continua a registrarsi nelle parole degli attori in campo. La Russia ha descritto i recenti bombardamenti da parte dell’esercito ucraino come un tentativo di genocidio ai danni delle repubbliche popolari. Mentre i leader delle due Repubbliche Popolari hanno dato il via all’evacuazione di tutta la popolazione civile verso la Russia e annunciato una piena mobilitazione militare degli uomini. Come da copione il governo di Kiev riporta invece una versione esattamente opposta: per il governo Zelens’kyj sono i russi ad aver cominciato bombardando le posizioni ucraine e causando anche diversi morti, tra cui due militari. Vista da Kiev l’escalation di questi ultimi tre giorni è un pretesto creato ad arte dal Cremlino per dare il via all’invasione. Un giornale della capitale ha addirittura pubblicato un articolo secondo cui gli Stati Uniti avrebbero informazioni credibili a sostegno del fatto che Mosca stia preparando una lista di personaggi di spicco ucraini da uccidere o mandare nei campi di concentramento.

Che gli avvenimenti nel Donbass vengano strumentalizzati non sorprende, bisogna però riconoscere che, alla luce delle recenti tensioni, anche avvenimenti che pochi mesi prima sarebbero passati in secondo piano possano ora essere causa di forte preoccupazione. In un articolo precedente avevamo sottolineato come, in relazione alla questione ucraina, il vero pericolo potesse arrivare proprio dalle azioni sconsiderate da parte dei gruppi paramilitari presenti sia tra le file dell’esercito ucraino che tra quelle filo-russe. E che tali azioni, per anni considerate schermaglie, ad oggi potessero costituire un vero e proprio “casus belli”. Né Kiev, né Mosca, né Washington né tantomeno l’Unione Europea hanno come principale obiettivo quello di entrare in una guerra aperta, e infatti anche in questi giorni di forte tensione si continua a lavorare ad una soluzione diplomatica. Resta però il rischio che questi attori ci vengano trascinati dentro ad una. Una guerra avrebbe costi altissimi a livello umano ed economico, per tutte le parti coinvolte, che spingerebbe qualunque persona razionale al non volerla. Purtroppo sappiamo bene che spesso le scelte della politica hanno poco a che vedere con il buon senso, ma piuttosto con i vantaggi-svantaggi in termini di costi politici.

[di Enrico Phelipon]

Migranti, Unhcr: allarme su violazione diritti umani alle frontiere europee

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“L’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite specializzata nella gestione dei rifugiati, è profondamente allarmata per il crescente numero di incidenti violenti e di gravi violazioni dei diritti umani contro i rifugiati e richiedenti asilo alle varie frontiere dell’Europa, molti dei quali hanno provocato tragiche perdite di vite umane”: a dichiararlo è stato l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Filippo Grandi. Quest’ultimo, ha aggiunto infatti che “violenza, maltrattamenti e respingimenti continuano a essere regolarmente segnalati in diversi punti di ingresso alle frontiere terrestri e marittime, sia all’interno che all’esterno dell’Unione Europea, nonostante i ripetuti appelli a porre fine a tali pratiche da parte delle agenzie Onu, tra cui l’Unhcr, delle organizzazioni intergovernative e delle Ong”.