Gli USA hanno approvato la vendita di armi per quasi 1 miliardo di dollari alla Nigeria, nonostante le preoccupazioni riguardo gli abusi dei diritti umani da parte del governo nigeriano. Gli stessi funzionari statunitensi avevano denunciato l’uso di “forza eccessiva” da parte dei militari sui civili disarmati. La Nigeria sta inoltre affrontando un aumento di rapine a mano armata e rapimenti per riscatto nelle zone controllate dalle bande armate. Secondo quanto riportato da Al Jazeera, la preoccupazione statunitense è che per via delle sanzioni alla Russia e alla Bielorussia, in precedenza partner militari della Nigeria, lo Stato possa ora decidere di acquistare armi dalla Cina.
Venerdì 15 aprile
9.00 – Scontri tra palestinesi e polizia israeliana presso la Spianata delle moschee, almeno 150 feriti.
9.30 – 5 regioni italiane fanno ricorso al Tar contro la decisione del governo di riprendere le trivellazioni petrolifere.
10.00 – Ucraina: pesanti combattimenti a Mariupol, buona parte della città è in mano russa.
11.00 – L’ANPI in vista del 25 aprile: no a paragoni tra la resistenza ucraina e quella contro il fascismo.
11.15 Di Maio afferma che non ci sono elementi per dire che la Russia stia commettendo un genocidio.
11.30 – Pechino ribadisce che la riunificazione con Taiwan ci sarà a prescindere dagli Usa.
15.10 – Segretario di Stato americano Antony Blinken: «la guerra può durare per tutto il 2022».
18.57 – Riaperta l’ambasciata italiana a Kiev.
Sudafrica, governo denunciato per negligenza contro clisi climatica
Un gruppo di organizzazioni per la giustizia climatica ha presentato una denuncia penale contro il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa e alcuni membri del suo governo per non aver intrapreso “azioni pratiche per affrontare la crisi climatica”. La denuncia arriva in seguito alla notizia della morte di oltre 400 persone nella provincia di KwaZulu Natal, dopo che la tempesta subtropicale Issa si è abbattuta sulla zona. Secondo la coalizione, il governo sudafricano sarebbe direttamente responsabile delle morti nella regione in quanto non avrebbe mai messo in atto misure per “prevenire ulteriori emissioni e proteggere i vulnerabili dall’aumento della disuguaglianza e della povertà”.
Non si presenta nessuno: la quarta dose vaccinale per ora è un flop in tutta Italia
Ieri il consulente del ministero della Salute Walter Ricciardi ha affermato che «in autunno sarà necessaria una nuova dose per tutti», visto che «sarà un momento delicato e difficile, perché ci saranno le condizioni favorevoli per la propagazione del virus e ci sarà un’attenuazione della protezione vaccinale in tutta la popolazione». Tuttavia una prima risposta significativa in tale direzione è avvenuta da chi, secondo le autorità sanitarie, potrebbe e dovrebbe già sottoporsi alla somministrazione della quarta dose: cittadini over 80 e soggetti super fragili. Si tratta di milioni di italiani che, per il momento, stanno declinando l’invito. In un mese e mezzo sono state somministrate infatti soltanto 71 mila dosi.
Un vero e proprio flop, come ha sottolineato Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, la fondazione che fornisce al governo italiano dati e strategie in merito alla pandemia. Si tratta di un esito «alimentato dal senso di diffidenza per il nuovo richiamo». Per questo motivo la seconda dose booster «non può essere affidata esclusivamente all’adesione volontaria, ma richiede strategie di chiamata attiva», ha affermato Cartabellotta, lasciando intendere l’apertura verso forme di obbligo vaccinale per aumentare le somministrazioni. Per il momento, dall’esito della campagna di vaccinazione emerge chiara la reticenza dei cittadini a sottoporsi a un nuovo ciclo vaccinale. Una realtà che percorre il Paese da nord a sud. In Campania, dove si è scelto di non ricorrere alle prenotazioni, si sono presentate la miseria 164 persone su una platea di 300.000 soggetti vaccinabili. In Lombardia, le prenotazioni ammontano a circa 11.000 persone, su un totale di 830.000 interessati. Numeri leggermente migliori, certo, ma pur sempre meno di un cittadino su 80.
L’Italia non vuole le trivelle, il ministero di Cingolani portato davanti al Tar
Cinque regioni e ventiquattro comuni hanno fatto ricorso al Tar del Lazio contro le decisioni, in materia di estrazione di idrocarburi, dei ministeri della Transizione ecologica, della Cultura e dello Sviluppo economico. Ad essere contestato, in particolare, il controverso Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (PiTESAI) pubblicato lo scorso 11 febbraio in Gazzetta Ufficiale. Un Piano, da subito fortemente criticato dalle principali associazioni ambientaliste, che individua mezza Italia come idonea per l’estrazione di gas, nonostante una Transizione ecologica che dovrebbe portare all’abbandono di ogni fonte fossile. Così, ora, le critiche si sono trasformate in azioni di opposizione concrete.
Con la firma dell’avvocato Paolo Colasante e con la collaborazione del costituzionalista Enzo Di Salvatore, a ricorrere sono i Comuni di: Alba Adriatica, Martinsicuro, Pineto e Silvi, in provincia di Teramo; Baragiano, Barile, Lavello, Maschito, Montemilone, Rionero in Vulture, Ripacandida e Venosa, in provincia di Potenzia; Atena Lucana, Buonabitacolo, Monte San Giacomo, Montesano sulla Marcellana, Padula, Polla, Sala Consilina e Teggiano, in provincia di Salerno; Carpignano Sesia, in provincia di Novara; Lozzolo, in provincia di Vercelli; Noto, in provincia di Siracusa. A questi si aggiungono le regioni Abruzzo, Basilicata, Campania, Sicilia e Piemonte. La loro richiesta è semplice: il PiTESAI è illegittimo e va quindi annullato, in primo luogo, a causa del ritardo nella sua adozione. Secondo legge n.12 del 2019, infatti, il Piano avrebbe dovuto essere adottato entro il 30 settembre 2021, ben sei mesi prima di quando effettivamente è stato reso pubblico.
Inoltre, è il contenuto stesso del documento a far discutere poiché – a detta dei ricorrenti – in contrasto con la normativa e la giurisprudenza europee. Il Piano non tiene infatti conto degli effetti cumulativi dei progetti esistenti o futuri. «La pianificazione voluta dal legislatore – scrivono – avrebbe dovuto valutare se la sommatoria dei progetti esistenti e potenziali possa recare danno al bene ambientale». Invece, non vi è traccia alcuna di valutazioni di questo tipo. L’accento viene poi messo sulle recenti modifiche costituzionali le quali hanno incluso la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni, tra i principi fondamentali, subordinando la libertà di iniziativa economica alla tutela ambientale. «Tali modifiche della Carta fondamentale – sottolineano quindi regioni e comuni – non possono rimanere prive di effetti concreti». Contestato poi il carattere generale del Piano il quale, anziché definire nettamente dove è possibile e dove non è possibile svolgere attività estrattive, rappresenta un «atto di indirizzo generale al fine di guidare la gestione delle procedure».
In ultimo, il PiTESAI, sebbene garantisca che nelle aree idonee il procedere delle attività connesse ai permessi di ricerca di idrocarburi si limiti esclusivamente al gas, i ricorrenti fanno notare che, in realtà, tutte le volte in cui si menzionano dette concessioni, non si fa distinzione tra idrocarburi liquidi e gassosi e spesso ci si riferisce espressamente a entrambe le tipologie, gas e petrolio. Difatti – evidenziano i ricorrenti – non è possibile conoscere prima delle perforazioni «il contenuto di quanto deve essere ancora cercato e, pertanto, non potranno mai essere accordati permessi per una sola tipologia di idrocarburi». In definitiva il ricorso, sostenuto anche dal Coordinamento No Triv, mette in luce le falle di un Piano controverso e paradossale fin dal suo intento iniziale. Secondo quale logica sia possibile accostare i termini ‘sostenibilità’ ed ‘estrazione degli idrocarburi’, resta infatti un mistero. Un Piano, tra l’altro, inutile, dato che impedisce nuove attività di ricerca solo in regioni prive di giacimenti fossili e in aree già da tempo interdette per legge alle trivelle.
[di Simone Valeri]
Bari, 18 rinvii a giudizio per aggressione squadrista
Diciotto attivisti pugliesi di CasaPound sono stati rinviati a giudizio per i reati di riorganizzazione del disciolto partito fascista e lesioni personali aggravate. A disporre le misure è stato il gup del Tribunale di Bari, Francesco Mattiace. Il processo che inizierà il 13 ottobre avrà come oggetto l’aggressione squadrista che avrebbe avuto luogo il 21 settembre 2018. Le vittime facevano parte di un gruppo di persone che aveva partecipato a un corteo antifascista per contestare l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini.
Pechino assicura la riunificazione con Taiwan
il portavoce del ministero degli Esteri, Zhao Lijian, ha affermato che «ci sarà la riunificazione con Taiwan», minacciando anche l’utilizzo di «misure efficaci» a tutela di sovranità e integrità territoriale. Le dichiarazioni sono state rilasciate qualche ora dopo l’arrivo nell’isola di una delegazione del Senato statunitense che ha incontrato oggi la presidente Tsai Ing-wen. In questo modo Pechino si oppone a ogni relazione fra Taiwan e Stati Uniti. Zhao Lijian ha infine aggiunto che «le azioni dell’esercito cinese sono una contromisura alle recenti azioni negative degli Usa, compresa la visita della delegazione del Congresso», riferendosi alle manovre militari dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) nei pressi di Taiwan.
La nuova idea del governo: contro l’astensionismo serve il pass elettorale digitale
La Commissione di studio sul fenomeno dell’astensionismo elettorale ha formulato diverse misure per favorire la partecipazione dei cittadini alle elezioni. La proposta consentirebbe nuove modalità di espressione del voto, in particolare la votazione anticipata presso uffici postali e comunali (da dove le schede verrebbero spedite, e scrutinate, al seggio naturale) attraverso l’istituzione di una tessera elettorale digitale, già ribattezzata election pass. Proprio come la certificazione verde, andrebbe scaricata sul proprio cellulare o stampata, per poi essere presentata al momento delle elezioni che, secondo la proposta della Commissione voluta dal ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico d’Incà, andrebbero concentrate in due appuntamenti: uno primaverile e l’altro autunnale, così da limitare i disagi dovuti alle interruzioni didattiche per tutte quelle scuole adibite a seggi.
Alla votazione anticipata si aggiunge poi la possibilità di votare “in contemporanea”, in un seggio diverso da quello naturale o in hub elettorali temporanei (sul modello di quelli allestiti per le vaccinazioni), magari più accessibili perché vicini al territorio in cui si vive. Si tratterebbe di un’opportunità per i lavoratori e studenti fuori sede (4,9 milioni) o per gli anziani con gravi difficoltà motorie (2,9 milioni) che comunque non deve far distogliere lo sguardo dalle motivazioni principali dell’astensionismo: indifferenza, poca attrazione dall’offerta politica e sfiducia. Nel momento in cui le scelte dei cittadini vengono tradite, ormai sistematicamente, è difficile ricucire poi il rapporto, non solo con la forza politica in questione ma con tutto il sistema. Non a caso, come sottolinea lo stesso D’Incà, “alle Politiche del 1948 votò il 92% degli italiani, mentre nel 2018 poco meno del 73%”. Cos’è cambiato? Praticamente tutto. Nel 1948 il senso di appartenenza da parte dei cittadini alla vita politica e alla cosa pubblica era massimo, “favorito” da due anni di guerra civile, in cui si era combattuto per la democrazia e per la libertà. Poi sono arrivati i primi tradimenti dalla classe politica, con cui fino a qualche mese prima si era combattuto gomito a gomito. Paradossalmente avremmo potuto assistere al fenomeno dell’astensionismo anche tra gli anni ’50 e ’60, ma ciò non è accaduto per via di un compromesso: il boom economico. È vero, da un lato dilagava la consapevolezza di un sistema politico corrotto, ma dall’altro si sorvolava perché c’era il benessere economico, un miraggio dopo anni di sofferenza causati dalla guerra.

Così, andando avanti nel tempo, è sempre esistito un collante che faceva da contraltare alla consapevolezza di una classe politica corrotta. Oggi il collante è svanito: crisi del 2008 e pandemia hanno mostrato i nervi scoperti di un rapporto tossico fra cittadini e rappresentanti, fatto di sfiducia e di indifferenza. Ultima l’esperienza del 2018, quando circa 15 milioni di italiani (il 50% di chi si presentò alle urne) votarono due partiti definibili allora anti-sistema: Lega e M5S, accomunati dalla lotta all’euro. Dopo tre anni entrambi sono entrati a far parte di un Governo tecnico, ben visto dall’Unione europea e a suo supporto. Si tratta soltanto di una delle tante incongruenze a cui si è assistito negli ultimi decenni, che hanno mostrato come il problema dell’astensionismo affondi le radici in un sistema che andrebbe rivisto a tutela degli elettori, per non trattarli più come semplice strumento a cadenza cinquennale ma come fonte e riferimento.
[Di Salvatore Toscano]








