giovedì 12 Marzo 2026
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Repubblica è preoccupata: sull’Ucraina molti italiani dubitano dei media

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Il quotidiano la Repubblica ha recentemente commissionato un sondaggio a Demos & Pi per verificare ciò che gli Italiani pensano dell’informazione sulla guerra in Ucraina. E udite udite: per il giornale la situazione in Italia è grave. Perché una parte della popolazione, come risulta, non sempre si fida di ciò che raccontano i media. A volte, pensate, ritiene addirittura che vengano date notizie false, distorte o montate. Ciò rappresenta uno “spunto di riflessione” per Repubblica. Si. Ma non di riflessione critica, ad esempio sui motivi di tale scetticismo. O sugli errori, abbondanti, fatti in questi mesi da molti giornali. No. La riflessione è in pratica “preoccupazione” poiché le persone non credono fideisticamente tutto ciò che dicono i media, ma talvolta si fanno dei dubbi.

Brevemente: cosa mostra nello specifico Demos? I risultati del sondaggio indicano che:

  • quasi 7 persone su 10 si dicono ben informate sui fatti in Ucraina;

  • il 59% degli intervistati giudica almeno sufficiente (in una scala da 1 a 10) l’informazione sulla guerra fatta in televisione;

  • il 53% giudica almeno sufficiente quella dei giornali;

  • solo il 39% ha giudicato positivamente i talk show televisivi sulla guerra.

Non sono esattamente buoni risultati per i media, in quanto sembra che solo metà del campione abbia un parere positivo dell’informazione condotta sulla guerra. Ma quelli più importanti sono che:

  • il 46% degli intervistati concorda che l’informazione generale sulla guerra sia distorta o pilotata (il 50% invece no);

  • il 23% concorda che notizie ed immagini sui presunti crimini dell’esercito russo siano una montatura del Governo ucraino (il 72% no).

Sono questi che preoccupano Repubblica, tanto che arriva a scrivere che quello degli italiani che dubitano è un approccio “negazionista” e “complottista”:

Quasi metà degli italiani intervistati da Demos, infatti, ritiene l’informazione sul conflitto ‘distorta e pilotata’. Quasi una persona su quattro, in particolare, la ritiene faziosa. Ed esprime un approccio ‘negazionista’, quasi complottista. Ritiene, cioè, che le notizie e le immagini dei massacri compiuti siano largamente false o falsificate. Amplificate e/o costruite ad arte dal governo ucraino. E, dunque, ‘ispirate’ da Volodomyr Zelensky per delegittimare la figura di Vladimir Putin e ‘criminalizzare’ l’azione dell’esercito russo. Oltre gli stessi limiti segnati da una guerra. Per costruire un ‘nuovo muro’. Contro la Russia”.

Il giornale ha ragione: ci sono molti spunti di riflessione. Ma non nel sondaggio di Demos. Piuttosto in questo pezzo, a firma di Ilvo Diamanti. Andando a leggere direttamente la fonte del sondaggio, si nota che il giornale, nel riportarli, ha un po’ “condito” i numeri. Nelle frasi proposte al campione, Demos non parla nello specifico di “massacri”, né di mistificazioni “ispirate da Volodymyr Zelensky”, come si legge invece su Repubblica. Né ancora di doppi fini, per delegittimare e criminalizzare i russi. Agli intervistati si chiedeva solo se erano d’accordo con le seguenti affermazioni:

  • Le notizie e le immagini sui presunti crimini dell’esercito russo sono una montatura del governo ucraino;

  • Sulla guerra in Ucraina la maggior parte dell’informazione, in Italia, è distorta e pilotata;

  • In tempi di guerra è giusto che le notizie siano in parte censurate.

Quindi la prima cosa da dire è che parte di quello che ha scritto la Repubblica a riguardo, è abbellimento, narrazione. Forse per rendere più assurda agli occhi del lettore medio la posizione di quei 46% e 23% di campione intervistato.

Il sondaggio in sé, come strumento di indagine, è solo una fotografia. Parziale, perché approssimativa, e soprattutto neutrale, in quanto priva di valore positivo o negativo. Se i media volessero utilizzarlo come strumento di autoriflessione reale, ci sono certamente delle domande che il sondaggio dovrebbe sollevare: vi sono motivi specifici che portano così tante persone a dubitare dell’attendibilità dell’informazione? Quali? Oppure sulla fondatezza di questo scetticismo: i media commettono errori? Ci sono casi di bufale o propaganda? Solo dopo aver chiarito ciò si potrebbe concludere che la situazione in Italia è “preoccupante”.

Tuttavia il giornale né si interroga né integra ulteriori informazioni, dà invece in automatico un “significato” nefasto ai risultati del sondaggio. Quel che è peggio etichetta l’atteggiamento scettico di una parte della popolazione italiana come “negazionista” e “complottista”, che significa escludere a priori la possibilità non solo che queste persone dubitino a ragione, ma anche e soprattutto che i mezzi di informazione possano commettere errori sulla guerra in Ucraina.

Un atteggiamento autoassolutorio che non trova riscontro nella realtà. In questi due mesi di conflitto, infatti, sono emersi fin troppi casi di errori, propaganda e bufale da parte dei principali media italiani. Si può ricordare ad esempio la bufala della “dichiarazione di guerra pre-registrata” da Putin. Quella sul Memoriale alla Shoah a Kiev, che non era affatto stato bombardato dai russi, né tanto meno di proposito. Oppure i molteplici errori commessi dai fact-checkers di Open. Sarebbero veramente tantissimi gli esempi da fare. Non si possono ignorare, a meno che non si scelga deliberatamente di non vederli, come fa Repubblica e non solo.

In conclusione la “preoccupazione” di Repubblica per lo scetticismo espresso dal campione di Demos non fa che suscitare ulteriori punti interrogativi sull’imparzialità dei mezzi di informazione. In alcuni casi, forse, fornisce pure qualche conferma. Ma c’è anche qualcosa di ironico alla fine. L’uso di quei termini denigratori, “negazionista” e “complottista, finisce per tradire che ad essere “negazionista”, in realtà, è proprio la Repubblica. Perché nega a priori che i media possano distorcere, disinformare e fare propaganda, quando ciò non è una teoria del complotto ma, nel caso della guerra in Ucraina, un fatto.

[di Andrea Giustini]

Niger, approvato reinsediamento forze europee dal Mali

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Nella giornata di ieri il Parlamento del Niger hanno approvato un disegno di legge che permette un maggiore dispiegamento di forze speciali europee per contenere l’avanzata jihadista nel Sahel. In particolare, il Paese ospiterà le truppe francesi che si stanno ritirando dal Mali, dopo il deterioramento dei rapporti tra i due governi. La decisione incontra una netta ostilità da parte dei membri dell’opposizione nigerina e della società civile, contrari alla prolungata presenza di truppe straniere nel territorio.

5 eurodeputati denunciano la Commissione UE per mancata trasparenza sui contratti Covid

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Un gruppo di eurodeputati sta facendo causa alla Commissione europea a causa della mancanza di trasparenza sui contratti siglati con le Big Pharma per l’acquisizione dei vaccini contro il Covid-19. I cinque deputati hanno presentato la loro causa alla Corte di Lussemburgo, chiedendo che la Commissione riveli il prezzo di ciascuna unità di vaccino, i pagamenti avvenuti in anticipo e le donazioni, oltre a fornire informazioni sulle responsabilità e sugli indennizzi. Ad oggi, infatti, i dettagli dei contratti che hanno ad oggetto i vaccini contro il Covid non possono essere resi pubblici a causa delle clausole di riservatezza, necessarie, a detta della Commissione UE, per tutelare gli interessi commerciali delle aziende.

Sono Kim van Sparrentak, Tilly Metz, Jutta Paulus, Michèle Rivasi e Margrete Auken i nomi dei cinque membri del Parlamento europeo i quali, secondo quanto riportato da EuObserver, hanno fatto causa alla Commissione UE. Auken spiega che si tratta di una mossa in favore del diritto all’informazione dei cittadini: “La segretezza è terreno fertile per la sfiducia e lo scetticismo” ha dichiarato. La deputata Michèle Rivasi, vicepresidente della Commissione parlamentare sul Covid-19, era inoltre tra i pochi europarlamentari che si erano pronunciati contro il green pass digitale europeo.

La Commissione europea ha siglato accordi con le aziende BionTech-Pfizer, Moderna, AstraZeneca, Johnson&Johnson e Novavax, oltre ad aver esaminato accordi con Sanofi-GSK, CureVac e Valneva. Tuttavia i dettagli dei contratti sono noti solamente a una ristrettissima cerchia di persone, che comprende appena il 3% degli eurodeputati. Coloro che ne hanno preso visione hanno potuto disporre di un tempo assai limitato per la consultazione (appena 30 minuti), previa firma di una clausola di segretezza che ne impediva la divulgazione del contenuto. A rimanere segreto è anche stato lo scambio di messaggi avvenuto tra la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e l’amministratore delegato di Pfizer Albert Bourla, nonostante le proteste di eurodeputati, società civile e ONG. Secondo l’inchiesta condotta dal New York Times, lo scambio avrebbe permesso di sigillare un accordo da 1,8 miliardi di dollari per l’acquisizione del vaccino Pfizer-BionTech contro il Covid-19.

La Commissione europea avrebbe risposto alle richieste di commento ricevute venerdì 22 aprile facendosi ancora una volta scudo con il vincolo delle clausole di riservatezza. “La Commissione si occupa di rispettare i contratti” avrebbe affermato Stefan de Keersmaecker, il portavoce della Commissione.

[di Valeria Casolaro]

Corridoi ecologici, in California nascerà il più grande al mondo

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Entro il 2025 sarà completato il Wallis Annenberg Wildlife Crossing, il più grande corridoio ecologico al mondo. Sorgerà in California, tra le montagne di Santa Monica, e connetterà gli habitat naturali tra loro, permettendo alla fauna selvatica presente sul territorio di spostarsi senza correre alcun rischio. Si tratta di un enorme cavalcavia progettato per fare in modo che gli animali attraversino in sicurezza la Highway 101 e le sue dieci corsie. Il Wallis Annenberg Wildlife Crossing è stato ideato nel 2015 da Caltrans (California Department Transportation) e dalla National Wildlife Federation. I lavori per la sua realizzazione – il corridoio sarà lungo 65 metri, largo 50 e coperto da vegetazione locale e pareti per isolarlo dalle onde sonore e luminose -, inizieranno a fine aprile 2022 e termineranno indicativamente nel 2025.

Grazie a questo progetto, numerose specie animali verranno salvate e protette: linci rosse, coyote, cervi e rettili avranno la possibilità di spostarsi in sicurezza. Così come il puma (puma concolor), uno degli animali simbolo degli Stati Uniti. Chiamato anche “leone di montagna”, questo mammifero, un tempo sacro alle civiltà precolombiane, oggi è minacciato dalla perdita di habitat e dal traffico automobilistico. Sono tanti, infatti, gli esemplari vittime di collisioni mortali con autovetture e camion, soprattutto vicino alle grandi metropoli come Los Angeles. Pertanto, anche per gli automobilisti il “cavalcavia ecologico” farà la differenza. Inoltre, a causa della frammentazione dell’habitat dovuto alle intricatissime linee stradali, negli ultimi anni i puma stanno andando incontro all’isolamento genetico, riproducendosi solo tra consanguinei e aumentando il rischio di malattie genetiche. Il ponte, quindi, permetterà nuovamente l’incontro di diversi gruppi di mammiferi, con conseguente rimescolamento genetico. Wallis Annenberg Wildlife Crossing costerà circa 90 milioni di dollari (circa 83 milioni di euro), coperti per quasi il 60% da donazioni, tra cui quelle della Fondazione Annenberg e della Leonardo DiCaprio Foundation, organizzazione del famoso attore hollywoodiano.

[di Eugenia Greco]

Perù, revocata protesta indigena dopo invio soldati

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È stata revocata la protesta di un gruppo di comunità indigene peruviane, che da oltre 50 giorni assediavano la miniera di rame Cuajone della Southern Copper Corp causando la sospensione della produzione. Il governo aveva dichiarato lo stato di emergenza nella regione all’inizio di questa settimana e inviato i militari per rimuovere i manifestanti. Le comunità andine protestavano contro l’iniqua ridistribuzione della ricchezza derivante dall’estrazione del metallo, della quale non beneficiano nonostante gli alti profitti delle compagnie. L’interruzione delle attività ha causato perdite per oltre 260 milioni di dollari in esportazioni e 400 milioni in entrate fiscali, bloccando il 20% della produzione nazionale di rame.

Venerdì 22 aprile

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9.00 – Ucraina: Zelensky chiede ai paesi occidentali aiuti per 7 miliardi di dollari al mese.

11.30 – Assalto alla CGIL: un arresto e 4 obblighi di dimora per i fatti accaduti al corteo no green pass del 9 ottobre.

13.00 – Mancata trasparenza su contratti per vaccini anti-Covid: eurodeputati fanno causa a Commissione UE.

14.00 – Il premier tedesco esclude l’embargo sul gas russo: «Non vedo come fermerebbe la guerra».

15.00 – La Commissione Europea apre alla possibilità per gli Stati di pagare il gas in rubli.

16.00 – Mosca: la tregua umanitaria a Mariupol inizierà quando i miliziani assediati alzeranno bandiera bianca.

18.15 – Draghi annuncia che andrà a Kiev per incontrare Zelensky.

 

Un’organizzazione internazionale chiede che il Fondo Monetario Internazionale sia processato

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Nella giornata di giovedì 14 aprile l’organizzazione politica globale Internazionale Progressista ha tenuto una seduta di inchiesta sulle attività del Fondo Monetario Internazionale (FMI), interpellando esperti e politici di nove Paesi. Al centro delle contestazioni vi è il fatto che, pur essendo il FMI un’istituzione che opera “con denaro pubblico” e “per servire lo scopo pubblico”, le condizioni imposte con i prestiti conducono spesso i governi dei Paesi richiedenti a situazioni economiche ancora più instabili. L’istituto, sostiene Internazionale Progressista, opera in un totale “disprezzo dei diritti umani” e in piena violazione dei suoi principi fondatori. Per questo è stato fatto “appello urgente e immediato alle responsabilità del FMI” e individuati alcuni possibili percorsi d’azione, tra i quali il ricorso alla Corte di Giustizia Internazionale.

Varsha Gandikota-Nellutla, presidente della sessione d’inchiesta, ha dichiarato senza mezzi termini che “quanto sta accadendo non è un incidente né un fallimento politico casuale o un’inefficacia. Il FMI è un’istituzione pubblica che presta denaro pubblico con il fine di servire lo scopo pubblico, ma non risponde a nessuno. Attualmente non c’è un’autorità in nessuna parte del mondo che ritenga il FMI responsabile delle sue azioni”. Per tale motivo personalità di spicco tra avvocati, economisti e politici di nove Paesi (Ecuador, Argentina, USA, India, Pakistan, Ucraina, Kenya, Brasile e Grecia) si sono incontrati per condurre un’indagine sull’operato del FMI e discutere possibili vie d’azione. L’istituzione è stata infatti contestata per “l’illegalità, l’impunità e il disprezzo dei diritti umani”.

Fernanda Vallejos, economista argentina ed ex membro della Camera dei Deputati, ha proposto di portare il FMI di fronte alla Corte di Giustizia Internazionale, in quanto “sede appropriata per esigere la giustizia che il nostro popolo merita“. Recentemente il suo Paese ha infatti sottoscritto un nuovo accordo per la restituzione di un debito di oltre 44 miliardi di dollari con il FMI, contratto dal governo dell’ex presidente Mauricio Macri. Alcuni studi hanno definito l’accordo “giuridicamente nullo” in quanto impone condizioni irrealizzabili per l’Argentina, basate su valutazioni inadeguate che hanno visto tra le proprie conseguenze un’impennata nei tassi di inflazione. Gli stessi studi avevano già evidenziato la “mancanza di controllo legale del FMI”. L’indagine di Internazionale Progressista costituisce, secondo Vallejos, l’opportunità per l’Argentina e molte altre nazioni di “reclamare la propria sovranità” e “smettere di essere vittime”.

Andres Arauz, politico ed economista ecuadoriano, ha proposto di imporre al FMI la sottoscrizione alla Convenzione di Vienna del 1989 sui trattati tra governi sovrani e organizzazioni internazionali, in modo che gli accordi siglati tra qualsiasi Paese e il FMI possano essere oggetto di verifica da parte delle legislature nazionali e dei tribunali internazionali. Altra strada ipotizzabile, secondo l’esperto di politiche di riforma economica e debito estero Juan Pablo Bohoslavsky, potrebbe essere portare il FMI entro il Consiglio Economico e Sociale (ECOSOC) dell’ONU, essendo il FMI formalmente e legalmente parte del sistema delle Nazioni Unite e potendo per tale motivo essere reso responsabile nei suoi confronti.

Le pratiche del FMI sono state definite da vari analisti “neocoloniali” in quanto hanno impatto diretto sulla sovranità dei Paesi. Le asimmetrie di potere che derivano da questo tipo di rapporti, per quanto tacite, permettono ai Paesi ricchi di mantenere il controllo sugli altri ponendoli in una condizione di perpetua dipendenza. Uno dei casi più recenti riguarda lo Sri Lanka. A causa della devastante crisi economica che ha sconvolto il Paese, il governo ha dovuto far ricorso ad un prestito del FMI. Tali prestiti prevedono la sottoscrizione di clausole che comprendono tagli al welfare (educazione, sanità e servizi pubblici), privatizzazioni e interventi di stampo liberista. Condizioni che già in passato hanno causato un aggravarsi della situazione dello Sri Lanka, contribuendo ad una progressiva perdita della propria sovranità e una sempre maggiore dipendenza economica.

[di Valeria Casolaro]

Italia-Spagna, in arrivo Trattato di cooperazione rafforzata

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Nella giornata di oggi 22 aprile il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha comunicato che Italia e Spagna stanno lavorando a un Trattato di cooperazione rafforzata per rendere più solide le relazioni bilaterali tra i due Paesi. Come riporta Reuters, l’Italia ha cercato di diversificare le fonti di approvvigionamento di gas dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, firmando accordi con diversi governi africani, e la Spagna dispone della più grande capacità di rigassificazione in Europa. Fonti del ministero degli Esteri italiano negherebbero l’esistenza di tensioni tra i due governi, dopo che l’Algeria (dalla quale la Spagna è fortemente dipendente per il gas) ha siglato accordi con l’Italia per un aumento delle forniture a partire dal 2024.

Donbass, il documentario sulla guerra ucraina prima che il mondo se ne accorgesse

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Un film del 2018 di 121 minuti, del regista Sergei Loznitsa. Presentato in apertura nella selezione “Un Certain Regard” del 71° Festival di Cannes e vincitore del premio per la miglior regia. Sicuramente un film che a pieno titolo esprime il significato intrinseco che ”Un Certain Regard” ricerca nelle opere presentate in concorso. Il regista guarda con “uno sguardo particolare”, una diversa prospettiva, a volte spietata, eventi per lo più sconosciuti e talmente intricati che uniscono indissolubilmente dinamiche umane snaturate da un malessere profondo deteriorandosi sempre più con il passare del tempo e il progressivo aumento della perdita di ogni regola di comportamento. E’ dunque un viaggio attraverso il caos che regna nella regione del Donbass situata nel bacino del Donec nell’Ucraina orientale. Un quadro fittizio ispirato a eventi realmente accaduti tra il 2014 e il 2015,  ricco di personaggi di vario genere, che si suddivide in un mosaico di 13 graffianti episodi, differenziati nei fatti ma allineati per le dinamiche di fondo,  in cui le regole della civiltà sono ormai compromesse. In un clima gelido dominato da un celo costantemente plumbeo, Loznitsa delinea con maestria un film di finzione drammaticamente reale, in cui la verità si mescola all’inverosimile. Un ritratto tragico e satirico di un paese dilaniato nel suo tessuto sociale, dove è ormai impossibile fidarsi l’uno dell’altro, dove nessuno ne esce pulito e dove tutti tirano fuori il peggio di se mostrandoci anche con quanto cinismo i media e la TV, con l’onnipotenza delle nuove tecnologie, mescolano gli eventi fino ad alterarne i fatti solo a beneficio della spettacolarità. Con grande lucidità il regista analizza dinamiche umane ormai deteriorate e snaturate che vanno ricercate in radici profonde tanto intricate da rendere impossibile il ristabilirsi di un qualsiasi ordine civile e morale. Una spietata critica politico-sociale e anti-militarista accompagnata da un sottile umorismo caustico e grottesco che sfocia talvolta nella commedia nera. E’ un tutti contro tutti in un caos generale che regna ormai da otto anni, un inferno quotidiano  che pochi di noi conoscevano prima dei recenti e consequenziali accadimenti che vedono fronteggiarsi Russia e Ucraina in un conflitto diretto. Un film kafkiano che ha il merito, pur attraverso episodi rappresentati come in un crudele specchio deformante,  di far capire che quanto accade oggi ha origini molto lontane e ha motivazioni assai difficili da comprendere. Più difficili e complesse di quanto i tanti servizi giornalistici potranno mai spiegare. Tecnicamente il regista dimostra di saper fare bene il suo lavoro, alternando riprese con macchina a mano in stile reportage di guerra, suggestive inquadrature fisse e lunghi piani sequenza ben costruiti che uniti all’ottima fotografia livida e al minuzioso e raro lavoro sul suono fuoricampo riescono a immergere lo spettatore sempre di più nel atmosfere e nel vivo della situazione.

[di Federico Mels Colloredo]

Capire la vera portata della guerra in Ucraina: intervista al generale Fabio Mini

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b030626y 26 June 2003 Visit to Kosovo of the North Atlantic Council (NAC) with the Ambassadors of the seven invited countries Lt. General Fabio Mini, COMKFOR during the Joint Press Conference with NATO Secretary General, Lord Robertson at KFOR Headquarters, Film City, Pristina.

Si dice spesso, in un apparente paradosso, che solo i generali conoscono realmente il valore e il prezzo della pace. In Italia, tra quelli più autorevoli e senza timori di esporre la propria posizione anche quando in attrito con quelle dominanti vi è di certo Fabio Mini: già capo di Stato Maggiore del Comando NATO per il Sud Europa e alla guida del Comando Interforze delle Operazioni in Ex Jugoslavia. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente per una chiacchierata sulla situazione militare del conflitto in Ucraina e, più in generale, su quella che lo stesso generale Mini definisce “guerra per procu...

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