mercoledì 11 Febbraio 2026
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I droni sono sempre più protagonisti della guerra in Ucraina

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In Ucraina, i blindati, i carri armati e le truppe di terra si stanno manifestando con una presenza che è palpabile e scenografica, tuttavia si stanno muovendo anche altri mezzi bellici, mezzi che forse sono meno evidenti, ma che rappresentano una parte integrante dei campi di battaglia odierni: gli Unmanned Aerial Vehicle (UAV), colloquialmente noti come droni.

Topiche sono ormai le immagini aeree diffuse dal Governo di Kiev in cui i carri nemici vengono fatti detonare con bombardamenti mirati. Tenendo conto della scarsa frequenza dei fotogrammi dei video in questione, è facile intuire che le clip siano state registrate dai droni stessi, più nello specifico da quei Bayraktar TB2 di fabbricazione turca che figurano nell’arsenale ucraino. I droni turchi prodotti dalla Baykar Technologies non sono particolarmente sofisticati, ma sono efficienti e relativamente economici, inoltre, prima dell’invasione, l’Ucraina si stava preparando ad avviarne la costruzione in loco predisponendo stabilimenti che, non a caso, pare siano stati tra i primi bersagli colpiti dal Cremlino. A latere, l’Amministrazione ucraina sta inoltre cercando di intensificare la capillarità della propria Intelligence chiedendo a tutti i civili esperti di droni hobbistici di partecipare alla sorveglianza del nemico con gli apparecchi che hanno a disposizione. 

Sull’altro fronte, la Russia ha schierato con una certa titubanza gli Orion prodotti dal Kronstadt Group, mastodonti dall’apertura alare di sedici metri, potenti strumenti di sorveglianza e guerra che, nonostante abbiano preso parte attiva all’attacco, vengono più che altro adoperati per identificare il posizionamento degli obiettivi, una reticenza che è giustificata dal loro essere facile bersaglio della contraerea. Per compensare questa vulnerabilità, Mosca starebbe dunque confidando sull’agilità dei droni da ricognizione Orlan-10 e sugli UAV kamikaze ZALA KYB, velivoli che si scaraventano sul bersaglio e, al momento della detonazione, eiettano con forza un’ampia rosa di sfere d’acciaio, generando danni ingenti.

Droni kamikaze sono in procinto di unirsi anche ai ranghi ucraini per “bontà” della Casa Bianca. Gli USA hanno infatti annunciato aiuti militari da 800 milioni nei quali figurano dei Switchblade della AeroVironment, armi che, più che droni, potrebbero essere considerate vere e proprie bombe a ricerca. Sparato da un mortaio, lo Switchblade è in grado di essere manovrato in remoto e di coprire distanze che raggiungono gli 80 chilometri. Nello specifico, il senatore repubblicano Mike McCaul ha annunciato che sta «lavorando con gli alleati» per inviare a Kiev una maggiore quantità di Switchblade 300, modelli che sono relativamente inefficienti contro i mezzi blindati, ma letali contro gli esseri umani.

Nel frattempo, l’Italia è divenuta invece crocevia di velivoli di ricognizione. La Naval Air Station statunitense ospitata a Sigonella sta facendo decollare senza sosta dei Northrop Grumman RQ-4B, UAV meglio noti come Global Hawk, in direzione Ucraina, Polonia, Bielorussia e Mar Nero. Bisogna sottolineare che i velivoli in questione siano, per quanto ci è dato sapere, strumenti di pura sorveglianza, ovvero che non siano caratterizzati da un carico missilistico. Allo stesso tempo è anche importante ricordare che la posizione dell’Italia nei confronti dei droni bombardieri sta rapidamente cambiando: appena pochi mesi fa, un documento della Difesa aveva infatti sibillinamente lasciato a intendere che i droni nostrani stiano venendo armati, dettaglio di cui abbiamo chiesto conferma alle autorità, senza però ricevere alcuna risposta.

[di Walter Ferri]

In Messico è riesplosa la guerra dei narcos

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Lo scorso 14 marzo il governo degli Stati Uniti ha annunciato che il consolato nella città messicana di Nuevo Laredo chiuderà temporaneamente dopo essere stato bersagliato da diversi colpi di arma da fuoco. La comunicazione del governo Usa impone al personale rimasto sul territorio di rispettare il coprifuoco notturno. Una misura alla quale i diplomatici sono abituati solo in scenari di guerra aperta. Ma in Messico non è in corso nessuna guerra, almeno formalmente. Perché la realtà racconta altro, ovvero di un conflitto strisciante che da tempo oppone i cartelli della droga alle autorità del Paese. Una guerra che vede i narcos capaci di schierarsi come un vero e proprio esercito di guerriglia, senza timore alcuno di ingaggiare scontri militari non solo contro l’esercito messicano ma anche contro il personale della potenza a stelle e striscie. La vicenda che ha portato di nuovo le violenze sopra il livello di guardia è stata l’arresto di un boss locale di Nuevo Laredo, Juan Gerardo Trevino detto “El Huevo”. La risposta dei narcos è stata immediata: hanno messo a ferro e fuoco la città bloccando strade, bruciando veicoli e sparando all’impazzata. Proiettili che avevano tra i principali obiettivi il consolato americano e alcuni edifici dell’esercito messicano. Su Trevino, leader del Cartello del Nordest, un ramo del cartello de Los Zetas, nonché boss del gruppo di sicari “Tropas del Infierno” (Truppe dall’Inferno), pende infatti un ordine di estradizione negli Stati Uniti.

 

Le violenze dei cartelli della droga in Messico non sono certo una novità. Nel 2021, in Messico sono stati registrati 33.308 omicidi, un piccolo miglioramento rispetto al 2020 quando gli omicidi furono 34.514. Quasi due mila in meno rispetto all’anno record, il 2018, quando gli omicidi furono 35.964. Dati comparabili, se non superiori, a quelli di una guerra vera e propria. Ad esempio nella regione ucraina del Donbass, tra il 2014 e il 2021, i morti registrati nel conflitto sono stati 13.000, circa un terzo di quelli annuali del Messico.
Uno degli indicatori solitamente usati per valutare il livello di sicurezza di un determinato paese è il tasso di omicidi, ossia il numero di omicidi commessi ogni 100.000 abitanti. Utilizzando appunto questo indicatore il Messico, con circa 130 milioni di persone, non risulta nemmeno nei primi tre posti delle classifiche del Sud America.

I dati totali però parlano pero di una realtà diversa, la Giamaica che risulta al primo posto di questa classifica nel 2021 ha registrato 1.493 omicidi. Ossia circa 30.000 in meno rispetto al Messico. Numeri che non sono spiegabili esclusivamente dalla differenza in termini di abitanti tra i due paesi. Quello che non ha praticamente uguali in ogni altra parte del mondo è il livello dell’intensità che gli scontri hanno raggiunto. Nel marzo 2021, a Coatepec Harinas, distante qualche centinaio di chilometri dalla capitale Città del Messico, in un imboscata vennero uccisi 13 poliziotti. La regione di Coatepec Harinas è al centro di una guerra tra vari gruppi criminali, tra cui Familia di Michoacan e Jalisco Cartel New Generation (Cartel Jalisco Nueva Generación – CJNG). Le guerre tra i cartelli della droga sono legate al controllo dei territori in cui si concentra la produzione della droga, marijuana, oppio e droghe sintetiche. E nei territori di confine con gli Stati Uniti dove queste sostanze vengono poi contrabbandate. Gli stati messicani al centro di questa guerra sono sei: Guanajuato, Baja California, Michoacán, lo Stato del Messico, Chihuahua e Jalisco. In questi territori sono stati registrati oltre la metà di tutti gli omicidi nello scorso anno. Ma le violenze in Messico, non sono esclusivamente legate alle lotte tra bande criminali, nel febbraio 2021, una dozzina di poliziotti messicani, di un reparto d’élite addestrato negli Stati Uniti, vennero implicati nel massacro di 19 migranti nello stato del Tamaulipas.

Come spiegato dall’osservatorio sulla criminalità Insight Crime: “Il panorama criminale del Messico è diventato sempre più frammentato e predatorio, creando un clima di iperviolenza. Le armi da fuoco vengono utilizzate nella maggior parte degli omicidi e i gruppi criminali possono fare affidamento su un flusso costante di armi ad alta potenza dagli Stati Uniti. Sebbene il traffico di droga sia ancora un fattore importante che contribuisce a focolai di violenza, in particolare le droghe sintetiche, anche i rapimenti e le estorsioni sono diventati sempre più redditizi”.

[di Enrico Phelipon]

In Cina dopo due anni sono tornati i contagi: quasi 40 milioni in lockdown

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La Cina torna alle prese con una crescita dei contagi da Covid, dopo che per due anni il Paese era riuscito a tenere ad un livello molto basso la diffusione del virus, recentemente vi è stato un incremento netto nel numero di casi registrati. Lunedì scorso, secondo quanto riportato dalla Commissione Nazionale di Sanità cinese, sono stati registrati 3.602 nuovi casi, segnando il record dei contagi dalla prima (e fino ad ora unica) ondata subita dalla Cina nei mesi di gennaio e febbraio ’20. Numeri che, visti dall’Italia, sono da niente (il nostro paese continua ad avere circa 60.000 casi al giorno con una popolazione 23 volte inferiore a quella del gigante asiatico). Ma le autorità di Pechino, fedeli alla strategia “zero Covid” perseguita fin dall’inizio, hanno posto prontamente in lockdown 37 milioni di persone. Ai residenti delle città di Changchun (situata nella prima provincia in lockdown dal 2020, lo Jilin) Shenzhen e Dongguan è stato vietato di lasciare i quartieri di residenza se non in caso di stretta necessità e ciascuna famiglia ha avuto il permesso di inviare una sola persona a fare la spesa ogni 2/3 giorni. Nella città di Langfang, invece, a tutti i residenti è stato vietato di lasciare le loro case se non per motivi di emergenza.

Se i numeri, confrontati a quelli a cui siamo abituati in Europa non sono certo impressionanti, è vero che in Cina l’aumento è giunto inaspettato e sta facendo discutere: il Paese infatti fin dall’inizio si è rifatto a un modus operandi molto rigido per contrastare l’emergenza sanitaria, la cosiddetta “strategia zero-Covid”, con cui si è puntato a stroncare possibili focolai sul nascere prevedendo test di massa e la chiusura delle città anche solo in presenza di pochi casi di coronavirus. Questa modalità ha permesso di mantenere i contagi e i decessi molto bassi, dato che a quanto pare nella Cina continentale si sono verificati in totale 127mila casi e 4.636 decessi: numeri davvero contenuti se comparati, sempre per rendere l’idea, a quelli dell’Italia, dove vi sono stati 13,7 milioni di casi e 158mila decessi. Tuttavia seppur fino ad ora tale politica sembrava aver prodotto buoni risultati, adesso in Cina – dove quasi l’88% della popolazione si è sottoposta al ciclo di vaccinazione primario – i casi sono in drastico aumento, motivo per cui, alla luce anche delle conseguenza economiche ad essa legate, ci si chiede se possa ancora essere sostenuta a lungo.

Le autorità cinesi spiegano il rialzo dei contagi con l’arrivo anche nel loro paese della più contagiosa variante Omicron: come affermato al Global Times da Wu Zunyou, capo epidemiologo presso il Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie, la variante ha infatti ora sostituito Delta come ceppo dominante nel Paese, rappresentando circa l’80% dei casi recenti. Di conseguenza, uno dei motivi per cui i casi si sono diffusi così velocemente potrebbe essere dovuto ai sintomi più lievi di Omicron, che la renderebbe più difficilmente rintracciabile. Tale tesi sarebbe inoltre maggiormente plausibile alla luce della presenza nel Paese della sotto-variante “BA.2” della Omicron, che secondo le prime evidenze scientifiche avrebbe una trasmissibilità maggiore rispetto alla “BA.1”, ovverosia l’originale variante Omicron.

Da citare infine la situazione presente ad Hong Kong, dove è stato registrato un elevato tasso di mortalità: la media giornaliera ad oggi è infatti di 37 morti al giorno per milione di abitanti, il che conferisce alla regione amministrativa cinese il più alto tasso al mondo attuale. In tal senso però, da sottolineare è senza dubbio la bassa percentuale di vaccinazione tra gli anziani, che in molti ipotizzano essere alla base di tali numeri. Seppur infatti attualmente l’82% delle persone di età pari o superiore a 12 anni abbia ricevuto due dosi di vaccino, solo il 38% delle persone di età pari o superiore ad 80 anni si è sottoposto a due dosi.

[di Raffaele De Luca]

Cina: si schianta aereo con 132 persone a bordo

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Un aereo passeggeri con 132 persone a bordo è precipitato nella provincia meridionale del Guangxi, in Cina: a riportarlo sono i media cinesi, tra cui l’agenzia di stampa ufficiale Xinhua. Secondo quanto riferito da quest’ultima, l’incidente avrebbe coinvolto precisamente un Boeing 737 della compagnia China Eastern Airlines, che si sarebbe schiantato nella contea di Teng provocando un incendio sul fianco di una montagna. Le operazioni di soccorso e ricerca sarebbero state attivate, anche se al momento non si avrebbero notizie sul numero di eventuali morti e feriti.

Crisi Ucraina: oggi nuovo round di trattative

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Nella mattinata di oggi si dovrebbe tenere, in collegamento video, un nuovo round di negoziati tra Russia ed Ucraina con l’obiettivo di trovare una soluzione alla crisi nel Paese: a comunicarlo è l’agenzia di stampa ucraina Unian, la quale sottolinea che a riferirlo sarebbe stato il capo dei negoziatori di Kiev e consigliere del presidente Volodymyr Zelensky, Mykhailo Podoliak. «Il nuovo round è stato preceduto da uno sforzo estremamente intenso nei sottogruppi di lavoro», avrebbe inoltre affermato in tal senso Podoliak.

Il Portogallo approva la fornitura di assorbenti gratuiti per le studentesse

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Martedì scorso, la proposta avanzata dal Partito Socialista (PS) è stata ufficialmente approvata dall’Assemblea municipale di Lisbona: le studentesse delle scuole pubbliche avranno diritto a dei prodotti per il periodo mestruale del tutto gratuiti. Si parla di assorbenti e delle cosiddette “coppette mestruali”, che sono riutilizzabili. Un modo non solo per finalmente riconoscere il diritto delle donne ad avere gratuitamente una fornitura di prodotti necessari e spesso fin troppo costosi, ma anche per promuovere pratiche sostenibili. Assorbenti e coppette mestruali riutilizzabili verranno quindi distribuiti in più di cento scuole pubbliche nella città di Lisbona. Una scelta essenziale anche per combattere la disinformazione dell’ancora troppo “occulto” argomento delle mestruazioni, spesso causa di imbarazzo quando non dovrebbe e troppo difficilmente riconosciuto come causa di veri e propri disagi, mai presi davvero sul serio.

Per chi ha votato a favore, è inoltre importante che non si dimentichi di essere inclusivi, dando quindi possibilità anche agli studenti transgender di fruire del nuovo servizio gratuito. Non solo, ma se questo è un primo importante passo, si vorrebbe arrivare a riconoscere come “l’assorbente” non sia uno sfizio o un capriccio, ma un’esigenza che si ripete in continuazione. Allora, estendere la novità anche alle donne senzatetto e bisognose, sarebbe un altro importante obiettivo. E magari, prima o poi, riuscire a facilitare l’accesso a determinati prodotti o perlomeno trovare un modo per limitarne il prezzo creerebbe una società più giusta e inclusiva per le donne. E se il Portogallo sta facendo passi avanti in un modo che molti anche in Italia ammirano, viste le sollecitazioni che da tempo vanno avanti sull’argomento, rimangono alcuni schieramenti interni alla politica del Paese che hanno invece votato contro, urlando all’ingiustizia.

Secondo il partito di estrema destra Chega, il partito di centrodestra Liberal Initiative (IL) e un esponente del partito cristiano di centrodestra CDS-PP, la proposta parrebbe discriminatoria. Il motivo, a loro dire, sarebbe l’esclusione degli studenti delle scuole private, visto che la distribuzione gratuita è prevista solo negli istituti pubblici, per il momento. Addirittura, Patricia Branco che è membro del partito Chega parla della misura come discriminatoria non solo per chi è nelle scuole private ma anche per alcuni uomini bisognosi di acquistare prodotti per rasarsi la barba. È abbastanza intuitiva la differenza tra prendersi cura della barba e avere il ciclo mestruale ed è chiaro che le giustificazioni di chi ha detto “No” hanno preso poco in considerazione quanto la proposta sia importante per un primo passo verso una società che riconosca non più come “nemico” e un tabù il ciclo mestruale.

[di Francesca Naima]

Ucraina, Zelensky: pronto a negoziati con Putin, ma se falliscono rischio terza guerra mondiale

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Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, durante un’intervista rilasciata alla Cnn, si sarebbe detto pronto a trattare con il presidente russo Vladimir Putin sottolineando però che, se i tentativi di negoziato dovessero fallire, si potrebbe arrivare ad una «terza guerra mondiale». «Sono pronto alle trattative con lui, lo sono stato negli ultimi due anni, e penso che senza negoziati non possiamo porre fine a questa guerra», avrebbe affermato Zelensky aggiungendo altresì che, anche nel caso in cui vi fosse «solo l’1% di possibilità di fermare questa guerra», essa «dovrebbe essere colta».

L’Italia può liberarsi di fonti fossili e dipendenza energetica, basta volerlo

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Mai come in queste settimane ci si sta rendendo conto di quanto la dipendenza dalle fonti fossili e dall’estero rappresenti un limite tutt’altro che trascurabile. L’Italia, però, può liberarsi dal gas e per farlo dovrebbe puntare la maggior parte degli sforzi nelle energie rinnovabili. Basti pensare che se il Bel Paese avesse portato avanti uno sviluppo delle fonti pulite con lo stesso incremento annuale medio registrato nel triennio 2010‐2013 (pari a 5.900 MW), oggi avrebbe potuto ridurre i consumi di gas metano di 20 miliardi di metri cubi l’anno, riducendo le importazioni di gas dalla Russia del 70%. A dirlo, sono i dati elaborati dall’ingegner Alex Sorokin, membro del comitato scientifico della Lega Ambiente. Secondo la sua visione, inoltre, gli ostacoli allo sviluppo delle rinnovabili sarebbero tutti ampiamente superabili e l’Italia, svincolandosi dalle fonti fossili, potrebbe raggiungere presto la sovranità energetica.

Innanzitutto – precisa l’ingegnere – l’intero fabbisogno energetico italiano richiede circa 350 Gw (gigawatt) di potenza installata. Sole, vento e acqua abbondano nella nostra Penisola e, in particolare, l’idroelettrico, coprendo il 10% del fabbisogno, darebbe stabilità alla rete in quanto fonte programmabile, in assenza di eolico e solare. Da quest’ultimo deriverebbe, invece, il 45% dell’energia senza che il paesaggio venga necessariamente deturpato. Allo scopo servirebbero pannelli fotovoltaici per venti metri quadri di superficie per abitante. Considerando che quella cementificata copre oggi circa 350 metri quadri per abitante, basterebbe installarli nelle più che abbondanti superfici impermeabilizzate senza nuovo consumo di suolo. Dall’eolico, poi, un altro 40% del fabbisogno grazie a 10 mila turbine, di cui 3 mila offshore. Biomasse, geotermia e rifiuti soddisferebbero, infine, il restante 5%. Semplificare gli iter burocratici e smetterla di trovare problemi inconsistenti, in definitiva, porterebbero quindi l’Italia a un passo dalla transizione e sovranità energetiche. Tanto più alla luce della situazione geopolitica attuale la quale ha messo in evidenza le fragilità del sistema energetico italiano. «L’esplosione della guerra in Ucraina e l’aumento delle bollette impone di accelerare la transizione energetica del nostro Paese come unica soluzione per uscire dalla dipendenza dal gas, a partire da quello della Russia». Così le principali associazioni ambientaliste italiane – Greenpeace, Legambiente e Wwf – hanno commentato la situazione energetica attuale. Con l’occasione, hanno quindi avanzato al governo Draghi 10 proposte «per affrontare in modo strutturale la dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento del gas».

In primo luogo, suggeriscono che, entro giugno 2022, si aggiorni il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) valutando di puntare ad una produzione di energia elettrica totalmente da rinnovabili entro il 2035. Entro aprile 2022 – aggiungono – bisognerebbe poi fissare un tetto ai profitti delle aziende legate al fossile e autorizzare, entro marzo 2023, nuovi impianti a fonti rinnovabili per 90 GW di nuova potenza installata, pari alla metà dei 180 GW in attesa di autorizzazione. Questo sviluppo – precisano nella terza proposta – andrà poi accompagnato con quello degli accumuli e della rete che deve essere potenziata per poter ricevere e scambiare i flussi energetici. Entro giugno 2022, propongono che si attivi il dibattito pubblico sugli impianti a fonti rinnovabili al di sopra dei 10 MW di potenza installata e che si incentivi la produzione di biometano da scarti agricoli, fanghi di depurazione e reflui zootecnici, programmando, parallelamente, una riduzione dei capi allevati. Per liberarci dalle fonti fossili – scrivono – sarà necessario inoltre escludere, entro aprile 2022, l’autorizzazione paesaggistica per il fotovoltaico integrato sui tetti degli edifici non vincolati dei centri storici e rivedere i bonus edilizi, cancellando gli incentivi per la sostituzione delle caldaie a gas. E ancora, anticipare al 2023 l’eliminazione dell’uso di quest’ultime nei nuovi edifici e istituire, entro giugno 2022, un fondo di garanzia per la costituzione delle comunità energetiche. Infine – concludono – attivare, entro maggio 2022, una strategia per efficienza e innovazione nei cicli produttivi e sulla mobilità sostenibile.

[di Simone Valeri]

Tunisia: almeno 20 migranti morti in naufragio

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Sono almeno 20 i migranti che, nel tentativo di attraversare il Mediterraneo ed arrivare così in Italia, sono morti al largo della Tunisia a causa di un naufragio verificatosi venerdì scorso: è quanto si evince dall’ultimo aggiornamento fornito a riguardo dall’agenzia di stampa Reuters, che avrebbe ottenuto ieri tale informazione da un funzionario della protezione civile. Quest’ultimo, precisando che la ricerca fosse ancora in corso, avrebbe infatti affermato che la guardia costiera avrebbe recuperato otto corpi nella giornata di ieri dopo averne trovati 12 venerdì.

Lo smart working è arrivato per restare

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Abbiamo provato a percorrere insieme un ragionamento: siamo partiti col denunciare alcune gravi storture, traendo peraltro spunto da drammatici episodi di cronaca, per poi provare a riflettere sul perché i lavoratori non riescano oggi a porre in essere adeguate azioni di autotutela. Abbiamo insistito, seppur tenendo conto di esigenze di sintesi, nel tracciare i contorni di un disegno che si realizza da almeno trent’anni. Ora ciò che intendiamo fare è provare ad argomentare come il gioco non sia fermo, come la tensione esistente tra mondo del lavoro e grande impresa non si sia per nulla allenta...

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