“È un delitto commesso da chi usa in modo illecito la propria forza, la propria autorità o un mezzo di sopraffazione costringendo con atti, prevaricazione o minaccia (esplicita o implicita) a compiere o a subire atti sessuali contro la propria volontà”. È così che la giurisdizione definisce la violenza sessuale: un fenomeno diffuso in tutto il mondo, le cui dinamiche si perpetuano identiche a prescindere dalla cultura o dall’etnia di chi la pratica o subisce. Quello che spesso fa la differenza, invece, oltre all’esistenza di un sistema legislativo che tuteli le vittime, è che queste siano a co...
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Seggi aperti per il secondo turno delle presidenziali in Francia, dove circa 48,7 milioni di cittadini sono chiamati alle urne per scegliere il nuovo presidente della Repubblica. A sfidarsi nel ballottaggio sono il capo di Stato uscente Emmanuel Macron e la leader di estrema destra Marine Le Pen. Macron risulta essere avanti nei sondaggi, ma mai prima d’ora l’estrema destra è arrivata così vicina ad una possibile elezione all’Eliseo. A pesare sarà l’incognita astensionismo – oltre il 26% al primo turno delle presidenziali – ed il bacino di voti della sinistra radicale, che al primo turno ha premiato Jean-Luc Mélenchon con il 22%.
La Turchia ha chiuso il suo spazio aereo ai «voli militari e civili russi diretti in Siria»: è ciò che, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Tass, avrebbe affermato il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu. Ogni volta «rilasciavamo un permesso di tre mesi, che ora scade ad aprile», avrebbe inoltre dichiarato Cavusoglu a tal proposito.
Con la conclusione della clausura da pandemia, l’invasione russa dell’Ucraina e la concorrenza sempre più agguerrita, Netflix si trova ad affrontare un primo trimestre del 2022 che è tutto meno che glorioso e il suo bacino di abbonati è calato di 200.000 unità. Poca roba se si considera che gli iscritti toccano i 222 milioni, tuttavia si tratta della prima volta in dieci anni che il gigante dello streaming si è trovato a incassare un colpo negativo, primato che è stato immediatamente notato da Wall Street. Essendo le previsioni future altrettanto pessimistiche, l’azienda è corsa ai ripari, rivelando agli investitori l’intenzione di accogliere sul suo portale spot e pubblicità.
Nell’analizzare i dati finanziari di inizio anno, il presidente e fondatore della società Reed Hastings ha infatti ammesso di star valutando la possibilità di stravolgere il format del servizio introducendo una fascia di abbonamento “low budget”, la quale imporrebbe però al pubblico una quantità ancora indefinita di inserzioni promozionali. Hasting, da sempre ostile a questo genere di idea, ha giustificato il cambio di rotta adducendo a uno sforzo imprenditoriale atto a soddisfare le «scelte del consumatore». Tradotto dal linguaggio corporativo, Netflix ha intenzione di debellare dalla sua piattaforma tutti gli abusivi che sfruttano illecitamente la condivisione degli account, quindi di riaccoglierli immediatamente facendo leva sulla competitività di un tariffario “popolare”.
Una pessima notizia per chi oggi guarda le serie sfruttando di nascosto la password dell’ex, ma anche per gli esattori delle tasse, i quali speravano ormai di aver appianato i grattacapi fiscali legati al servizio di streaming. Sebbene Netflix fosse nota per far defluire i suoi ricavi europei in una società offshore situata nei Paesi Bassi e per depauperare i singoli Governi delle tasse loro dovute in favore di un regime fiscale agevolato, l’azienda ha recentemente ottemperato alla direttiva europea “Servizi Media AudioVisivi” inaugurando in diverse parti d’Europa delle sedi nazionali che rispondano con solerzia a quei principi di fiscalità internazionale che sono oggi in via di rinegoziazione.
In tal senso, a partire dall’inizio del 2022 l’Italia può contare su Netflix Services Italy S.R.L., la quale dovrebbe garantire al Bel Paese un pagamento delle tasse regolare e in linea con i ricavi effettivi sviluppati grazie agli abbonamenti locali. Non si tratta di piccoli numeri, Il Sole 24 ore suggerisce che esistano 14,5 milioni di account italiani attivi che usufruiscono dei vari servizi di video-on-demand, quindi Netflix, ma anche DAZN, Amazon Prime e Disney+.
Per scovare dati più precisi è necessario affidarsi alla testimonianza di Tinni Andreatta, responsabile delle produzioni originali italiane di Netflix, il quale, sotto sollecitazione dell’Associazione Produttori Audiovisivi, ha parlato nel 2021 di 4 milioni di utenti attivi. Una simile mole di iscrizioni dovrebbe portare alle casse dello Stato svariate decine di milioni di euro di tasse, tuttavia in questo calcolo non si prendono ovviamente in considerazione quegli introiti eventuali che deriverebbero dalle pubblicità. Ammesso e non concesso che Netflix faccia il grande passo, c’è da chiedersi come queste possano essere conteggiate e se il più noto portale di streaming sia destinato ad allontanarsi dalle sue radici per muoversi verso un concetto televisivo più tradizionale.
Ci eravamo svegliati all’alba, convinti di non trovare nessuno, oltre quel van di olandesi che erano come noi sprofondati nella nebbia serale di Cabo Espichel, Portogallo, all’estremità della penisola di Setubal.
Invece, nel deserto della zona davanti al mare, accanto al faro, alla chiesa e agli altri edifici abbandonati, si erano sistemati, il mattino, dei banchi del mercato e di street food, veramente coraggiosi, visto che le prime case erano a trenta chilometri di distanza.
Quindi sono sceso a fare quattro parole, gettando lo sguardo, interrotto dai tendoni, laggiù sul precipizio dell’Oceano.
Miguel era un vecchio contadino, un personaggio dell’Alentejo di José Saramago, erede di lotte ancestrali. Vendeva i suoi semplici prodotti, e soprattutto piccoli grappoli d’uva. Abbiamo subito parlato, anche di politica, di giustizia e della difficoltà a vendere al minuto, laggiù lontano da tutti.
«Vede, io ho commesso una grave colpa nella vita!»
Io immaginavo già storie di qualche delitto, chissà, di odii di famiglia. No, niente di tutto questo.
Miguel diceva di non perdonarsi una mancanza. Quella di non aver studiato, di essere andato a scuola troppo poco.
Ogni tanto, sono passati molti anni, penso a Miguel, alla sua coscienza sociale, al suo gilet multicolore che lo faceva sembrare un artista, un uomo dalle idee chiare ma dalla scarsa fortuna.
Era estate, la stagione della utopia, il faro lanciava segnali intermittenti. Un mulino sovrastava, inutilizzato, la spianata. Un’ora dopo ci saremmo tutti fermati a mangiare qualcosa, nel fremito di una frittura, la gioia di una amicizia on the road.
La vraie liberté c’est le vagabondage: questa è una semplice verità per noi camperisti.
[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]
“Gli indicatori congiunturali a marzo hanno confermato il netto indebolimento dell’economia italiana”: è quanto fa sapere il centro studi di Confindustria, specificando che la guerra in Ucraina stia frenando l’Europa ed in particolare l’Italia. “Il conflitto in Ucraina amplifica i rincari di energia e altre commodity, accresce la scarsità di materiali e l’incertezza”, sottolinea in tal senso il centro studi precisando che, insieme agli effetti dei contagi, ciò “riduce il Pil nel 1° trimestre 2022 e allunga un’ombra sul 2°”. “L’andamento in aprile è compromesso e le prospettive sono cupe”, comunica a tal proposito il centro studi, il quale specifica altresì che “gli interventi pubblici siano ancora insufficienti”.
Il quotidiano la Repubblica ha recentemente commissionato un sondaggio a Demos & Pi per verificare ciò che gli Italiani pensano dell’informazione sulla guerra in Ucraina. E udite udite: per il giornale la situazione in Italia è grave. Perché una parte della popolazione, come risulta, non sempre si fida di ciò che raccontano i media. A volte, pensate, ritiene addirittura che vengano date notizie false, distorte o montate. Ciò rappresenta uno “spunto di riflessione” per Repubblica. Si. Ma non di riflessione critica, ad esempio sui motivi di tale scetticismo. O sugli errori, abbondanti, fatti in questi mesi da molti giornali. No. La riflessione è in pratica “preoccupazione” poiché le persone non credono fideisticamente tutto ciò che dicono i media, ma talvolta si fanno dei dubbi.
Brevemente: cosa mostra nello specifico Demos? I risultati del sondaggio indicano che:
quasi 7 persone su 10 si dicono ben informate sui fatti in Ucraina;
il 59% degli intervistati giudica almeno sufficiente (in una scala da 1 a 10) l’informazione sulla guerra fatta in televisione;
il 53% giudica almeno sufficiente quella dei giornali;
solo il 39% ha giudicato positivamente i talk show televisivi sulla guerra.
Non sono esattamente buoni risultati per i media, in quanto sembra che solo metà del campione abbia un parere positivo dell’informazione condotta sulla guerra. Ma quelli più importanti sono che:
il 46% degli intervistati concorda che l’informazione generale sulla guerra sia distorta o pilotata (il 50% invece no);
il 23% concorda che notizie ed immagini sui presunti crimini dell’esercito russo siano una montatura del Governo ucraino (il 72% no).
Sono questi che preoccupano Repubblica, tanto che arriva a scrivere che quello degli italiani che dubitano è un approccio “negazionista” e “complottista”:
“Quasi metà degli italiani intervistati da Demos, infatti, ritiene l’informazione sul conflitto ‘distorta e pilotata’. Quasi una persona su quattro, in particolare, la ritiene faziosa. Ed esprime un approccio ‘negazionista’, quasi complottista. Ritiene, cioè, che le notizie e le immagini dei massacri compiuti siano largamente false o falsificate. Amplificate e/o costruite ad arte dal governo ucraino. E, dunque, ‘ispirate’ da Volodomyr Zelensky per delegittimare la figura di Vladimir Putin e ‘criminalizzare’ l’azione dell’esercito russo. Oltre gli stessi limiti segnati da una guerra. Per costruire un ‘nuovo muro’. Contro la Russia”.
Il giornale ha ragione: ci sono molti spunti di riflessione. Ma non nel sondaggio di Demos. Piuttosto in questo pezzo, a firma di Ilvo Diamanti. Andando a leggere direttamente la fonte del sondaggio, si nota che il giornale, nel riportarli, ha un po’ “condito” i numeri. Nelle frasi proposte al campione, Demos non parla nello specifico di “massacri”, né di mistificazioni “ispirate da Volodymyr Zelensky”, come si legge invece su Repubblica. Né ancora di doppi fini, per delegittimare e criminalizzare i russi. Agli intervistati si chiedeva solo se erano d’accordo con le seguenti affermazioni:
Le notizie e le immagini sui presunti crimini dell’esercito russo sono una montatura del governo ucraino;
Sulla guerra in Ucraina la maggior parte dell’informazione, in Italia, è distorta e pilotata;
In tempi di guerra è giusto che le notizie siano in parte censurate.
Quindi la prima cosa da dire è che parte di quello che ha scritto la Repubblica a riguardo, è abbellimento, narrazione. Forse per rendere più assurda agli occhi del lettore medio la posizione di quei 46% e 23% di campione intervistato.
Il sondaggio in sé, come strumento di indagine, è solo una fotografia. Parziale, perché approssimativa, e soprattutto neutrale, in quanto priva di valore positivo o negativo. Se i media volessero utilizzarlo come strumento di autoriflessione reale, ci sono certamente delle domande che il sondaggio dovrebbe sollevare: vi sono motivi specifici che portano così tante persone a dubitare dell’attendibilità dell’informazione? Quali? Oppure sulla fondatezza di questo scetticismo: i media commettono errori?Ci sono casi di bufale o propaganda? Solo dopo aver chiarito ciò si potrebbe concludere che la situazione in Italia è “preoccupante”.
Tuttavia il giornale né si interroga né integra ulteriori informazioni, dà invece in automatico un “significato” nefasto ai risultati del sondaggio. Quel che è peggio etichetta l’atteggiamento scettico di una parte della popolazione italiana come “negazionista” e “complottista”, che significa escludere a priori la possibilità non solo che queste persone dubitino a ragione, ma anche e soprattutto che i mezzi di informazione possano commettere errori sulla guerra in Ucraina.
Un atteggiamento autoassolutorio che non trova riscontro nella realtà. In questi due mesi di conflitto, infatti, sono emersi fin troppi casi di errori, propaganda e bufale da parte dei principali media italiani. Si può ricordare ad esempio la bufala della “dichiarazione di guerra pre-registrata” da Putin. Quella sul Memoriale alla Shoah a Kiev, che non era affatto stato bombardato dai russi, né tanto meno di proposito. Oppure i molteplici errori commessi dai fact-checkers di Open. Sarebbero veramente tantissimi gli esempi da fare. Non si possono ignorare, a meno che non si scelga deliberatamente di non vederli, come fa Repubblica e non solo.
In conclusione la “preoccupazione” di Repubblica per lo scetticismo espresso dal campione di Demos non fa che suscitare ulteriori punti interrogativi sull’imparzialità dei mezzi di informazione. In alcuni casi, forse, fornisce pure qualche conferma. Ma c’è anche qualcosa di ironico alla fine. L’uso di quei termini denigratori, “negazionista” e “complottista, finisce per tradire che ad essere “negazionista”, in realtà, è proprio la Repubblica. Perché nega a priori che i media possano distorcere, disinformare e fare propaganda, quando ciò non è una teoria del complotto ma, nel caso della guerra in Ucraina, un fatto.
Nella giornata di ieri il Parlamento del Niger hanno approvato un disegno di legge che permette un maggiore dispiegamento di forze speciali europee per contenere l’avanzata jihadista nel Sahel. In particolare, il Paese ospiterà le truppe francesi che si stanno ritirando dal Mali, dopo il deterioramento dei rapporti tra i due governi. La decisione incontra una netta ostilità da parte dei membri dell’opposizione nigerina e della società civile, contrari alla prolungata presenza di truppe straniere nel territorio.
Un gruppo di eurodeputati sta facendo causa alla Commissione europea a causa della mancanza di trasparenza sui contratti siglati con le Big Pharma per l’acquisizione dei vaccini contro il Covid-19. I cinque deputati hanno presentato la loro causa alla Corte di Lussemburgo, chiedendo che la Commissione riveli il prezzo di ciascuna unità di vaccino, i pagamenti avvenuti in anticipo e le donazioni, oltre a fornire informazioni sulle responsabilità e sugli indennizzi. Ad oggi, infatti, i dettagli dei contratti che hanno ad oggetto i vaccini contro il Covid non possono essere resi pubblici a causa delle clausole di riservatezza, necessarie, a detta della Commissione UE, per tutelare gli interessi commerciali delle aziende.
Sono Kim van Sparrentak, Tilly Metz, Jutta Paulus, Michèle Rivasi e Margrete Auken i nomi dei cinque membri del Parlamento europeo i quali, secondo quanto riportato da EuObserver, hanno fatto causa alla Commissione UE. Auken spiega che si tratta di una mossa in favore del diritto all’informazione dei cittadini: “La segretezza è terreno fertile per la sfiducia e lo scetticismo” ha dichiarato. La deputata Michèle Rivasi, vicepresidente della Commissione parlamentare sul Covid-19, era inoltre tra i pochi europarlamentari che si erano pronunciati contro il green pass digitale europeo.
La Commissione europea ha siglato accordi con le aziende BionTech-Pfizer, Moderna, AstraZeneca, Johnson&Johnson e Novavax, oltre ad aver esaminato accordi con Sanofi-GSK, CureVac e Valneva. Tuttavia i dettagli dei contratti sono noti solamente a una ristrettissima cerchia di persone, che comprende appena il 3% degli eurodeputati. Coloro che ne hanno preso visione hanno potuto disporre di un tempo assai limitato per la consultazione (appena 30 minuti), previa firma di una clausola di segretezza che ne impediva la divulgazione del contenuto. A rimanere segreto è anche stato lo scambio di messaggi avvenuto tra la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e l’amministratore delegato di Pfizer Albert Bourla, nonostante le proteste di eurodeputati, società civile e ONG. Secondo l’inchiesta condotta dal New York Times, lo scambio avrebbe permesso di sigillare un accordo da 1,8 miliardi di dollari per l’acquisizione del vaccino Pfizer-BionTech contro il Covid-19.
La Commissione europea avrebbe risposto alle richieste di commento ricevute venerdì 22 aprile facendosi ancora una volta scudo con il vincolo delle clausole di riservatezza. “La Commissione si occupa di rispettare i contratti” avrebbe affermato Stefan de Keersmaecker, il portavoce della Commissione.
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