La Russia ha deciso di vietare l’ingresso nel suo territorio ai leader dell’Ue: ad annunciarlo è stato il ministero degli Esteri, il quale tramite una nota ha fatto sapere che “in risposta alle massicce sanzioni unilaterali dell’Unione europea” è stato “notevolmente ampliato l’elenco dei rappresentanti degli Stati membri dell’Ue e delle istituzioni europee a cui è vietato l’ingresso nel territorio del nostro Paese”. “Le restrizioni si applicano ai leader dell’Unione europea, inclusi numerosi commissari europei e capi delle strutture militari dell’Ue, nonché alla stragrande maggioranza dei deputati del Parlamento europeo che promuovono politiche anti-russe”, ha precisato il ministero degli Esteri russo, aggiungendo altresì che nella lista nera siano inclusi anche “alti funzionari”, “i rappresentanti dei governi e dei parlamenti di alcuni Stati membri dell’Ue” ed alcuni “personaggi pubblici ed operatori dei media”.
Come ormai da tradizione(a partire dagli anni ’80), anche quest’anno Amnesty International ha redatto e pubblicato un Rapporto sulla situazione dei diritti umani nel mondo, che comprende l’arco di tempo che va dal 2021 fino ai primi mesi del 2022. La novità del report di quest’anno è l’introduzione di schede di approfondimento per molti dei Paesi analizzati, con dettagli circa il lavoro, la violenza contro le donne e la situazione pandemica. Un capitolo è dedicato anche alla situazione italiana, non particolarmente elogiata dall’organizzazione.
Ma analizziamo meglio i contenuti del report in merito alla situazione del nostro paese, suddividendo gli argomenti per macro categorie.
COVID
A luglio scorso il Governo aveva deciso di prorogare fino alla fine dell’anno lo stato d’emergenza per affrontare la pandemia da Coronavirus. Dopo qualche mese (settembre) Draghi aveva anche reso obbligatorio il “green pass” per accedere ai luoghi di lavoro pubblici e privati. Tutto questo senza preoccuparsi, ancora una volta, delle strutture ospedaliere al collasso. Gli operatori sanitari e sociosanitari avevano sollevato preoccupazioni soprattutto per le condizioni di lavoro precarie e insicure nelle strutture per anziani. La risposta* è stata quella di sottoporre i lavoratori a procedimenti disciplinari che Amnesty definisce “ingiusti”: i datori di lavoro si sono infatti serviti di licenziamenti e altre misure intimidatorie per metterli a tacere.
VIOLENZA FISICA E PSICOLOGICA CONTRO LE DONNE
Analizzando gli episodi di violenza contro le donne verificatisi negli ultimi mesi, Amnesty ha evidenziato come in Italia questi accadono ancora con una certa frequenza. In totale infatti sono state uccise 102 donne (dati risalenti a fine 2021) in casi di violenza domestica, 70 delle quali per mano di un partener o ex partner. Anche se a dicembre il Governo ha approvato un disegno di legge volto a prevenire la violenza contro le donne, i risultati sembrano ancora insufficienti. Amnesty considera una forma di violenza anche la negazione di un aborto, il cui accesso è spesso ostacolato dall’elevato numero in Italia di obiettori di coscienza.
DIRITTI DELLE PERSONE LESBICHE, GAY, BISESSUALI, TRANSGENDER E INTERSESSUATE
Anche sul fronte dei diritti nei confronti della comunità LGBTQI+ l’Italia si è mostrata molto indietro. A ottobre scorso il Senato ha negato il suo consenso all’approvazione di un disegno di legge (DDL ZAN) volto a “combattere la discriminazione e la violenza basate su sesso/genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità”.
DIRITTI DI RIFUGIATI E MIGRANTI
Anche sul fronte migrazione, l’accoglienza e la strategia italiana fa acqua da tutte le parti. Partiamo dai dati: è stato stimato che, a fine 2021, almeno 300.000 migranti erano ancora in attesa dei documenti necessari ad identificarli. Significa che 300.000 persone non hanno potuto godere appieno dei diritti che spettano ai cittadini, rimanendo in balia di abusi. A maggio scorso, infatti, un sindacato di base ha indetto uno sciopero nazionale dei lavoratori agricoli migranti, “per protestare contro l’inadeguatezza della misura di regolarizzazione”.
Tuttavia migliaia di migranti hanno continuato ad essere sfruttati sul posto di lavoro, subendo spesso attacchi razzisti e xenofobi. L’Italia, in questo senso, continua ad investire male i suoi soldi, destinandoli ad esempio al rimpatrio o alla guardia costiera libica (proverbialmente violenta nei confronti dei migranti). A maggio, Moussa Balde, un cittadino della Guinea,si è suicidato mentre era detenuto nel centro di permanenza per il rimpatriodi Torino e altre 32.425 persone sono state catturate in mare dai libici. Spesso l’aiuto offerto da singoli o organizzazioni umanitarie viene ostacolato dalla giustizia stessa. Come quella che ha condannato Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace, in Calabria, a 13 anni e due mesi di carcere per aver organizzato un sistema di accoglienza per rifugiati, richiedenti asilo e migranti.
VIOLENZE DA PARTE DELLE FORZE DELL’ORDINE
Il rischio, inoltre, per chi finisce in carcere, è di non uscirne vivo. Amnesty sostiene che “non sono cessate le preoccupazioni per la tortura e altri maltrattamenti delle persone in carcere e in custodia di polizia”. Uno degli ultimi casi risale all’aprile del 2020, quando ci fu un pestaggio di gruppo nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, in Campania, ai danni 177 detenuti (provocando la morte di uno di loro). Per quell’episodio a settembre i pubblici ministeri hanno formulato accuse di tortura e altri maltrattamenti contro 120 guardie carcerarie e alti funzionari dell’amministrazione penitenziaria.
[di Gloria Ferrari]
*31\03\2022, ore 21.21, errata corrige: in una precedente versione del testo all’interno del paragrafo dedicato al Covid si leggeva che ” La risposta è stata quella di sottoporre i lavoratori a procedimenti disciplinari che Amnesty definisce “ingiusti”. Si trattava di un errore di battitura, infatti il rapporto di Amnesty non addebita al governo italiano tali trattamenti ingiusti, ma ai dirigenti delle aziende sanitarie.
In tutta Italia si sono moltiplicate, in queste settimane, le iniziative contro la guerra e l’invio di armi in Ucraina, sostenute da varie fasce della popolazione civile. Nella giornata di oggi, nel porto di Genova, il Coordinamento nazionale dei lavoratori portuali USB ha indetto uno sciopero di 24 ore, con un presidio iniziato alle 6 di questa mattina a ponte Etiopia. Contemporaneamente, a Roma, studenti afferenti a diversi movimenti e collettivi hanno occupata la facoltà di Lettere dell’Università “La Sapienza”. Le rimostranze, viste da ottiche differenti, convergono nel medesimo punto fermo: un “no” deciso alla guerra e all’invio di armi da parte dell’Italia nei contesti di conflitto.
Da Roma a Genova, una linea rossa di solidarietà vede due contesti differenti mobilitarsi per uno stesso scopo: l’opposizione netta e irremovibile alla guerra. Nel più grande porto italiano i lavoratori afferenti al Coordinamento nazionale dei lavoratori portuali USB hanno indetto una giornata di sciopero, ritrovandosi nelle primissime ore di questa mattina per il presidio a ponte Etiopia. La protesta coincide con l’arrivo, nel porto di Genova, della nave saudita Bahri “carica di armamenti statunitensi”. Le ragioni della mobilitazione sono tanto ideologiche quanto pragmatiche. Il tema della guerra e del lavoro, scrivono i portuali sul portale del sindacato, sono strettamente collegati: pensarla diversamente “sarebbe un errore, soprattutto per noi lavoratori portuali che lavoriamo a stretto contatto con le merci e non vogliamo essere complici della guerra movimentando armamenti di qualsiasi tipo e qualsiasi destinazione nei nostri scali”.
Da un lato, ricordano i portuali, il punto fermo del ripudiare la guerra è stato messo da parte da decenni “in ossequio a interessi industriali e geopolitici del tutto estranei ai lavoratori”. Dall’altro, a pagare le spese del conflitto “saranno proprio i lavoratori e le lavoratrici […] attraverso l’aumento del costo dei beni energetici come gas e petrolio e delle spese militari. Tutto ciò porterà a contraccolpi devastanti per il nostro Paese. I licenziamenti di massa e le ristrutturazioni, che non si sono mai fermate, andranno avanti senza sosta”. La popolazione, riporta il comunicato, non si è ancora ripresa dalle conseguenze della pandemia e già deve subire le ripercussioni della guerra, senza che all’aumento del carovita corrispondano adeguati aumenti salariali.
Contemporaneamente, a Roma, un centinaio di studenti provenienti da varie realtà e movimenti ha occupato la facoltà di Lettere dell’Università “La Sapienza” a partire dalle ore 20 di ieri, mercoledì 30 marzo. L’iniziativa, scrivono, è volta a ricordare come “Garantire un’università pubblica necessita la fine degli accordi di Sapienza con la multinazionale Leonardo, ottava multinazionale al mondo che fa profitto con i soldi delle bombe, delle armi, e dei mezzi militari venduti in tutto il mondo, che alimentano i conflitti che Sapienza dice di ripudiare. Saperi critici e liberi non possono esistere senza eliminare le ingerenze da chi ciò che studiamo lo influenza per i propri profitti”.
Gli studenti hanno espresso piena solidarietà con la mobilitazione dei portuali, ricordando come le proteste contro l’invio di armi in contesti di guerra non siano nate nell’ambito del conflitto ucraino ma si protraggano da anni, nel silenzio della narrazione mediatica mainstream. La mobilitazione di Genova di oggi, inoltre, conferma la partecipazione del sindacato alla mobilitazione operaia generale che si terrà a Roma il prossimo 22 aprile.
«Ho espresso la mia convinzione che per risolvere alcuni nodi cruciali sia necessario un incontro con il presidente ucraino Zelensky, ma Putin mi ha risposto che i tempi non siano ancora maturi ed occorre che i negoziatori vadano avanti con le trattative»: è quanto ha affermato il presidente del Consiglio Mario Draghi – in merito al colloquio telefonico di ieri con il presidente russo Vladimir Putin- durante un incontro con la stampa estera. «Le condizioni per un cessate il fuoco non sono mature», avrebbe inoltre comunicato Putin al premier italiano anche se, ha aggiunto quest’ultimo, «è stato aperto poi il corridoio umanitario di Mariupol, che è la notizia che avete letto oggi sui giornali».
L’impatto globale della pandemia da Covid-19 sulla salute pubblica è stato, e continua a essere, senza precedenti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha infatti più volte ribadito che la salute mentale e il benessere di intere società siano state gravemente colpite dalla crisi e dalla sua gestione politica, rappresentando una "priorità da affrontare con urgenza". La diffusione del virus e le conseguenti misure di contenimento adottate a partire da marzo 2020 nel nostro Paese hanno mutato fortemente gli equilibri e le routine di tutti i cittadini, ma a pagarne le maggiori conseguenze ...
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Il Senato ha appena approvato il disegno di legge n. 2562 di conversione del decreto-legge 25 febbraio n. 14, recante “disposizioni urgenti sulla crisi in Ucraina”. La votazione, nominale con appello, è avvenuta nei confronti del testo approvato dalla Camera dei Deputati, sul quale il Governo ha posto la questione di fiducia, la 42°, come dichiarato dalla senatrice Bianca Laura Granato durante la discussione generale precedente alla votazione. Il disegno di legge è stato approvato con 214 favorevoli, 35 contrari e nessun astenuto, su un totale di 249 presenti (su 321 seggi). Il fronte del no, alla cui guida avrebbe dovuto esserci il M5S, si è mostrato poco compatto. Tra le fila dei pentastellati, così come per Forza Italia, si sono registrate diverse assenze, ma nel complesso i partiti si sono allineati alla decisione dell’esecutivo, scongiurando una spaccatura in maggioranza e quindi una crisi di Governo.
Il disegno di legge approvato dal Senato prevede, tra le diverse misure, “la partecipazione di personale militare italiano al potenziamento di dispositivi della NATO sul fianco Est dell’Alleanza fino al 30 settembre 2022”, la cessione di mezzi ed equipaggiamenti militari all’Ucraina a titolo gratuito e l’aumento delle spese militari, presentato tramite ordine del giorno (O.d.G.) lo scorso 16 marzo. L’ultima misura comporta l’allineamento all’accordo informale NATO del 2006 e quindi all’incremento degli investimenti nel settore fino alla soglia del 2% del PIL.
Sono 45 gli autobus predisposti per l’evacuazione della popolazione civile dalla città di Mariupol, dopo che Mosca ha accettato un cessate il fuoco per la giornata di oggi, giovedì 31 marzo, a partire dalle ore 10 locali (le 9 in Italia). Secondo quanto riportato dall’Ansa, la vicepremier Iryna Vereshcuk ha dichiarato che 17 mezzi sono già partiti da Zaporizhzhia, 220 km a nord-ovest di Mariupol. Ulteriori 28 autobus stanno attendendo l’autorizzazione a superare il checkpoint russo di Vasylivka, nei pressi di Zaporizhzhia.
Nei giorni scorsi diversi sondaggi hanno mostrato una certa lontananza tra la volontà dell’opinione pubblica e le decisioni del Governo Draghi, soprattutto in materia di spese militari e conflitto Russia-Ucraina. Due rilevazioni, realizzate da SWG e EMG su diversi campioni, hanno condotto allo stesso risultato: oltre un italiano su due (54%) è contrario all’aumento delle spese militari, fissato alla soglia del 2% del PIL da un accordo informale NATO. Nel primo sondaggio, il 34% si è dichiarato invece favorevole e il restante 12% si è astenuto. Al contrario, la rilevazione di EMG ha mostrato un equilibrio fra chi accoglierebbe positivamente l’incremento di investimenti nel settore (23%) e chi si è mostrato indeciso (23%).
Nel frattempo, tra il 28 e il 29 marzo la società Izi ha raccolto, su un campione di 1029 intervistati, diversi dati sulle opinioni degli italiani in materia di conflitto in Ucraina, aumento delle spese militari e fiducia nei media. Se da un lato è emerso che il 44,4% degli intervistati non giustifica in alcun modo la Russia, dall’altro è stato rilevato che il 48,9% non criminalizza in modo esclusivo il Paese: una parte (22,1%) “non giustifica la guerra ma afferma che la Russia stia difendendo i propri interessi”, un’altra fetta (18,4%) crede che le responsabilità “vadano attribuite ai due Stati”, e la restante quota (8,4%) afferma che il Paese “sia stato provocato dall’Ucraina e/o dalla NATO e si stia legittimamente difendendo”. Interessante poi il dato sulla fiducia verso i mezzi di informazione “che stanno raccontando e testimoniando gli sviluppi della guerra in Ucraina e la situazione in Russia”: soltanto un intervistato su tredici (7,8%) sostiene che i media stiano facendo un ottimo lavoro e quindi nutre molta fiducia in loro. Quasi un italiano su due (46,3%) fa poco affidamento, o non lo fa affatto, sulle notizie fornite dagli organi di stampa. Inevitabile quando comunicazione a senso unico e fake news fanno parte, quasi quotidianamente, dell’informazione fornita ai lettori.
Si è conclusa l’inchiesta dei carabinieri forestali di Torino, avviata con la denuncia dei residenti del comune di Canelli, riguardo lo scarico abusivo di lastre in amianto nelle campagne della Valle Belbo, avvenuto in particolare nell’estate 2020. Lo riporta La Stampa, che specifica come per la Direzione distrettuale antimafia di Torino si sia configurato il reato di traffico illecito di rifiuti che ha comportato gravi danni per l’ecosistema, tutelato dall’UNESCO. Il giudice ha disposto il rinvio a giudizio per 4 presunti responsabili: l’ex titolare di un’impresa edile specializzata nella rimozione di tetti in amianto, la proprietaria di un’altra ditta complice nello smaltimento illegale e due autisti dell’azienda. Il processo avrà inizio il 23 giugno prossimo ad Asti.
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