Per la svolta green italiana centrale è stato l’argomento sulle plastiche cosiddette compostabili, erroneamente considerate materiali a “impatto zero”. Una nuova indagine dell’Unità Investigativa di Greenpeace Italia ha messo in evidenza la cattiva gestione dei rifiuti derivanti da prodotti in plastica compostabile, in Italia per legge raccolti nell’organico mentre nella maggior parte dei Paesi europei considerati indifferenziati. Il report di Greenpeace spiega nel dettaglio il ciclo vitale delle compostabili, di cui circa il 63percento finisce in impianti in cui l’effettiva degradazione è solo che teorica. Non a caso in ogni struttura italiana analizzata dai ricercatori sono emerse svariate problematiche nel trattamento dei rifiuti a questo punto solo apparentemente green. Oppure le compostabili possono arrivare in siti dove non è detto esse rimangano tutto il tempo realmente necessario a degradarsi.
Così alla fine invece della prevista decomposizione, le plastiche compostabili vanno nelle discariche o bruciano negli inceneritori. Viene da sé come i prodotti – solo a parole – “a impatto zero” siano “riciclati” in maniera sbagliata. Un’altra incongruenza del tanto osannato Governo della Transizione ecologica? Eppure anche se con ancora molta strada da fare, il Bel Paese pareva in prima linea per rendere la raccolta differenziata il più possibile efficace, specialmente dopo l’obbligo ufficiale.
Intanto i consumatori sono ignari sia del vero ciclo dei materiali considerati del tutto rispettosi per l’ambiente, che dell’importanza di tagliare i rifiuti compostabili prima di gettarli nell’umido cosicché essi siano delle dimensioni necessarie per la successiva decomposizione. Senza parlare dei test di laboratorio volti a misurare la compostabilità della plastica, i quali ipotizzano che questa costituisca l’1 percento del rifiuto umido. Ma dall’ultimo studio CIC-Corepla (ente che raggruppa le imprese della filiera del packaging) è invece emersa la reale incidenza della plastica green presente nella raccolta dell’organico, di quasi 4 volte maggiore di quanto calcolato (circa il 3,7 percengo nel 2020).
Il report di Greenpeace dal titolo “Altro che compost” spiega poi cosa siano davvero i materiali presi in esame, ovvero “Plastiche certificate conformi allo standard europeo EN 134321 relativo agli imballaggi, o allo standard europeo EN 14995 per gli altri manufatti diversi dagli imballaggi2”. Certificazioni che assicurano un “Materiale biodegradabile e compostabile in un dato tempo in impianti di compostaggio industriale”. Nello specifico, mentre un prodotto biodegradabile si degrada sotto l’azione di microrganismi e in presenza di ossigeno, un prodotto compostabile non può decomporsi in ambienti completamente naturali. I prodotti compostabili completano invece il loro ciclo solo in appositi impianti di trattamento, senza in teoria creare alcun problema alla struttura e assicurando un compost finale di qualità.
Ecco perché l’Italia della “Transizione ecologica” ha scelto di puntare sulle compostabili, ma lo ha fatto in modo poco onesto, confermandosi come uno dei pochi Paesi in Europa ad avere “Inserito una deroga alle limitazioni di Bruxelles sulle plastiche monouso” (la Direttiva SUP – Single Use Plastic16). Nel Paese sono stati messi al bando alcuni prodotti in plastica monouso da cui però stati esclusi gli articoli realizzati in plastica biodegradabile e compostabile18, che invece nella Direttiva comunitaria sono al pari delle plastiche tradizionali. In parole povere, un modo molto sottile che permette di aggirare la direttiva.
Le etichette “Posate biodegradabili e compostabili”, “Piatti green”, “Imballaggio da gettare nella raccolta dell’umido” della “plastica ecologica” hanno in un certo senso illuso i consumatori, facendo credere loro che fosse possibile utilizzare determinati prodotti finalmente senza conseguenze dannose per l’ambiente. E sarebbe così, se questi una volta diventati rifiuti, venissero gestiti correttamente. Se i materiali usa e getta in plastica compostabile creati appositamente per decomporsi, finiscono in impianti progettati precedentemente per i rifiuti biodegradabili (che come sottolineato si decompongono differentemente dai primi) non completano il processo di riciclaggio, come chiarisce Utilitalia (Federazione di aziende operanti nei servizi pubblici della gestione di rifiuti, acqua, ambiente, energia elettrica e gas).
Ecco anche spiegato come nella maggior parte dell’Europa sia normale gettare i prodotti in plastica compostabile nell’indifferenziato. In Italia invece si è diffuso quello che Greenpeace ha denunciato come un “Greenwashing di Stato”, perché i prodotti in plastica compostabile gettati nell’umido diventano dannosi per l’ambiente al contrario di ciò che è stato fatto credere, e proprio per il modo in cui vengono trattati una volta diventati rifiuti.
È in corso dalle 22 di giovedì un attacco hacker a vari portali istituzionali italiani. L’offensiva informatica, rivendicata dal collettivo filorusso Killnet, ha preso di mira circa 50 siti, tra cui quelli del Consiglio Superiore della Magistratura, dell’Agenzia delle Dogane e dei ministeri di Esteri, dell’Istruzione e dei Beni Culturali. Con alcuni di questi è ancora impossibile stabilire una connessione, nonostante il lavoro della Polizia Postale. Si tratta del secondo attacco hacker rivolto alle istituzioni italiane nel giro di pochi giorni, dopo l’offensiva informatica dell’11 maggio scorso.
Se c’è una cosa per cui il Botswana – Paese dell’Africa meridionale – deve essere preso come esempio da molte altre nazioni è l’estenuante lotta all’HIV che sta portando avanti da anni. Anche se nel 2020 nell’Africa subsahariana viveva il 67% di tutte le persone affette dal virus nel mondo (24,7 milioni), grazie ad alcune recenti strategie interne adottate, il tasso delle infezioni in Botswana si è drasticamente ridotto, specie tra donne e bambini, le due categorie più colpite. Un traguardo riconosciuto dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), che nel dicembre scorso ha conferito al Botswana “lo status di livello argento”, ottenuto in passato anche da paesi come Bermuda, Cuba, Sri Lanka e Thailandia, ma che in questo territorio assume un valore ancora più alto: in nessun altro paese era in corso un’epidemia così grave come quella del Botswana.
Quello dell’OMS è un riconoscimento importante, ottenuto solo dai Paesi che hanno portato il tasso di trasmissione dell’HIV da madre a figlio a meno del 5%. Che significa? Il territorio in questione deve dimostrare di fornire assistenza prenatale e trattamento antiretrovirale a oltre il 90 % delle donne in gravidanza e avere un tasso di casi di HIV inferiore a 500 ogni 100.000 bambini nati vivi.
Il risultato del Botswana è stato ottenuto grazie all’introduzione – negli ultimi 20 anni – di una metodologia di controllo più meticolosa: il Paese infatti sottopone a periodici esami quasi tutte le donne incinte – come richiesto dall’OMS – ed effettua diversi test anche sulle donne risultate sieronegative. Nello specifico i controlli avvengono ogni tre mesi durante la gravidanza, da sei a otto settimane dopo la nascita e durante i primi tre mesi di allattamento (fornendo anche latte artificiale alle donne che non possono allattare al seno). La cura prosegue anche negli anni successivi. Nel 2014 il Botswana ha anche introdotto il trattamento con terapia antiretrovirale (ART) per tutti i bambini sotto i cinque anni. Si tratta di un processo che prevede l’assunzione per bocca di combinazioni di farmaci che aumentano le probabilità di sopprimere la replicazione di HIV, riducendo la carica virale. Nel 2015, invece, il Paese ha esteso tale strategia (chiamata in questo caso Opzione B+) a tutte le donne in gravidanza HIV-positive, che dovranno assumere i farmaci indicati per tutta la vita.
Perché è così importante un intervento sanitario di questo tipo? Senza le dovute precauzioni, le probabilità che la madre trasmetta il virus al figlio sono comprese tra il 15% e il 45% durante tutto il periodo che va dalla gravidanza all’allattamento. Non essendoci (ancora) una cura capace di eradicare completamente l’HIV, è importantissimo infatti concentrarsi sulla prevenzione, partendo dalle prime fasi della gravidanza.
I bambini sono particolarmente colpiti dalla diffusione dell’HIV: ogni giorno circa1.400 di loro diventano sieropositivi e 1.000 muoiono per cause legate all’HIV. Focalizzandoci sull’Africa subsahariana, su 2,5 milioni di bambini under 15 che nel mondo convivono con HIV\AIDS, 1,9 milioni sono proprio qui (anche se negli ultimi 10 anni le infezioni si sono quasi dimezzate).
Nel 2020 UNAIDS (il Programma delle Nazioni Unite per l’HIV/AIDS) ha dichiarato di voler sradicare il virus entro il 2030, facendo in modo che: il 95% di tutti coloro che vivono con l’HIV conoscano il proprio stato, che il 95% di coloro che sono consapevoli del proprio stato siano in cura e che nel 95% delle persone in cura sia soppressa la carica virale.
“Questo è un enorme risultato per un paese che ha una delle epidemie di HIV più gravi al mondo: il Botswana dimostra che una generazione libera dall’AIDS è possibile“, ha dichiarato Matshidiso Moeti, a capo dell’OMS per l’Africa.
9.30 – Draghi al Senato: “Pronti a rafforzare la presenza NATO in Europa orientale”, “Italia attiva per soluzione di pace, che però deve essere accettata da Ucraina”.
9.40 – Un quadro del pittore Tiziano, ritenuto perduto, è stato recuperato dai carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale di Torino.
10.00 – Domani si svolgeranno manifestazioni contro la guerra in tutta Italia, organizzate dai sindacati di base.
12.30 – Mosca: arresi 1.730 combattenti all’acciaieria Azovstal, tra loro vicecomandante del battaglione Azov.
15.00 – Identificato anche in Italia il primo caso di vaiolo delle scimmie in un uomo rientrato dalla Canarie.
16.00 – Secondo l’Istituto di economia mondiale di Kiel sono già stati stanziati aiuti militari per 64,5 mld di dollari all’Ucraina da parte di 38 Paesi.
17.00 – Pakistan: siglato cessate il fuoco tra talebani e governo.
18.00 – Lo Sri Lanka annuncia ufficialmente il default dopo mesi di crisi economica.
19.00 – Il Consiglio dei ministri autorizza Draghi a porre il voto di fiducia sul “dl concorrenza”.
“Quattro indicatori chiave del cambiamento climatico – concentrazioni di gas serra, innalzamento del livello del mare, calore oceanico e acidificazione degli oceani – hanno raggiunto nuovi record nel 2021”: è quanto afferma, tramite un comunicato, l’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo), ovverosia l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di meteorologia. “Questo è un altro chiaro segno che le attività umane stanno causando cambiamenti su scala planetaria relativamente alla terra, all’oceano e all’atmosfera, con ramificazioni dannose e durature per lo sviluppo sostenibile e gli ecosistemi”, si legge a tal proposito nel comunicato, che si basa su un rapporto dell’Organizzazione intitolato “Stato del clima globale nel 2021”.
“Con un’azione che ha dell’incredibile, il Ministro Cingolani ha scritto al Commissario europeo per l’Ambiente Sinkevičius una nota per chiedere che venga stravolto tutto il processo scientifico di individuazione dei Key concepts, ossia delle date di inizio migrazione e inizio del periodo di riproduzione degli uccelli selvatici che vivono in Europa”: è quanto denunciano diverse associazioni animaliste ed ambientaliste italiane – tra cui Enpa, Legambiente e WWF Italia – tramite una nota congiunta. Una richiesta, quella del Ministro della Transizione ecologica, che consisterebbe in una vera e propria estensione del periodo di caccia. “Tali date sono essenziali, tra le altre cose, per la determinazione dei periodi per l’esercizio dell’attività venatoria, stante il rigoroso divieto di caccia agli uccelli che dovessero trovarsi in fase di migrazione prenuziale, incluse le circostanze di disturbo e confusione con specie simili”, si legge infatti nella nota delle associazioni, che criticano duramente l’operato del Ministro.
“Dopo un lungo lavoro scientifico e istituzionale condotto a Bruxelles durato tre anni con la partecipazione attiva dell’Italia, di Ispra e dello stesso Ministero della Transizione ecologica, che ha portato a definire i documenti scientifici, il Ministro Cingolani ha sostanzialmente chiesto all’Europa di disconoscere tale processo, appena concluso, e di rivalutare i dati, accogliendo le pressioni dei cacciatori volte semplicemente ad estendere i periodi di caccia“. È questo ciò che in tal senso affermano le associazioni, che condannano tale posizione definendola “culturalmente inaccettabile e tecnicamente incomprensibile” dato che “il Ministro fonda la sua richiesta sulle informazioni scientifiche offerte dal nuovo Atlante europeo delle migrazioni, che invece confermano in pieno la bontà dei dati attuali e anzi li rafforzano, e che dunque dovrebbero portare a maggiori tutele anziché a più caccia”.
Non è un caso dunque che le associazioni facciano sapere di avere intenzione di scrivere al Commissario Virginijus Sinkevičius evidenziando l’incoerenza istituzionale italiana. La richiesta del ministro, infatti, non solo fa seguito al via libera del Mite (Ministero della transizione ecologica) alla caccia in preapertura alla Tortora selvatica, ma arriva a poche settimane dall’inserimento della tutela della biodiversità all’interno della Costituzione italiana e nel pieno della nuova Strategia europea per la biodiversità, che mira a portare la stessa “sulla via della ripresa entro il 2030”.
La richiesta del Ministro, infine, è stata ampiamente criticata anche dai co-portavoce nazionali del partito Europa Verde, Eleonora Evi ed Angelo Bonelli. «Non possiamo tollerare oltre un Ministro che con le sue dichiarazioni e le sue azioni di fatto oltraggia continuamente il ruolo che ricopre, mettendo in luce, una volta di più, la sua totale inadeguatezza», hanno infatti affermato a tal proposito Evi e Bonelli, ribadendo che Europa Verde continui pertanto a «chiederne con forza le dimissioni immediate».
Sin da prima che i vaccini contro il Covid fossero scoperti e prodotti, il leit-motiv di governi e istituzioni in tutto il mondo è stato che la vaccinazione avrebbe rappresentato l’unica via d’uscita dalla pandemia. Garantire un equo accesso alle dosi, dunque, sarebbe stata la chiave di volta per il ritorno a una vita pre-pandemica. Eppure, l’obiettivo di vaccinare quantomeno il 70% della popolazione mondiale entro la fine del 2021 è fallito: secondo gli ultimi dati disponibili, infatti, mentre i Paesi ad alto reddito hanno un tasso di vaccinazione (ovvero di ricezione di almeno una dose di vaccino) che si aggira intorno al 70% (e arriva a superarlo ampiamente), i Paesi africani sfiorano appena il 21%.
Un accesso equo alla tutela sanitaria
«Nessun altro evento come la pandemia di Covid-19 ha dimostrato che affidarsi a poche aziende per la fornitura di beni pubblici globali è limitante e pericoloso». È quanto ha dichiarato nel febbraio di quest’anno il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, nel corso di un summit con l’Unione europea. «A medio e lungo termine – ha aggiunto – il modo migliore per affrontare le emergenze sanitarie e raggiungere la copertura sanitaria universale è quello di aumentare significativamente la capacità di tutte le regioni di produrre i prodotti sanitari di cui hanno bisogno, con un accesso equo come obiettivo primario».
Nel corso della cerimonia sono stati annunciati i primi sei stati africani (Egitto, Kenya, Nigeria, Senegal, Sudafrica e Tunisia) che quest’anno riceveranno la tecnologia necessaria per produrre vaccini mRNA direttamente nel continente, dopo che un hub globale di trasferimento delle tecnologie mRNA era già stato istituito a giugno 2021 in Sudafrica. L’obiettivo è avviare l’indipendenza dei Paesi a basso reddito da quelli ricchi, dai quali sono dovuti dipendere nel corso della pandemia per l’importazione dei vaccini e della strumentazione sanitaria (con risultati molto scarsi). Nel gennaio 2022 (sette mesi dopo l’installazione dell’hub) la compagnia africanaAfrigen, utilizzando la sequenza genetica disponibile pubblicamente utilizzata da Moderna, ha realizzato con successo un lotto da laboratorio di vaccino. Il CEO di Afrigen Petro Terblanche ha tuttavia specificato: «Abbiamo sviluppato i nostri processi perché Moderna non ci ha dato nessuna tecnologia. Abbiamo iniziato con la sequenza di Moderna, ma questo non è il loro vaccino: è il vaccino di Afrigen mRNA Hub».
Affinché il vaccino sia approvato dovrà essere prodotto in quantità sufficiente perché possa essere avviata la sperimentazione clinica ed essere approvato dall’Autorità di regolamentazione dei prodotti sanitari sudafricani (Sahpra). Tuttavia, in Sudafrica non esistono strutture con la capacità di produrre lotti di vaccini delle dimensioni necessarie per effettuare i trial clinici, motivo per il quale la produzione ha dovuto essere commissionata al di fuori del Paese. Per terminare l’intero percorso di sviluppo clinico potrebbero essere necessari sino a 3 anni. Questi processi, ha dichiarato l’OMS, sarebbero molto più semplici se le grandi case farmaceutiche condividessero la propria conoscenza riguardo la manifattura dei vaccini.
Decolonizzare il sapere
Decentrare (e decolonizzare) il processo di produzione dei vaccini era possibile da tempo. Lo aveva mostrato con chiarezza uno studio realizzato da Achal Prabhala, coordinatore del progetto AccessIBSA (volto ad estendere l’accesso ai medicinali anche alle persone più bisognose e che rifiuta categoricamente finanziamenti diretti o indiretti dalle industrie farmaceutiche) e da Alain Alsalhani, esperto di vaccini della campagna Access di Medici Senza Frontiere. Secondo i ricercatori, sono almeno un centinaio le strutture, distribuite tra Africa, America Latina e Asia, all’interno delle quali è possibile produrre vaccini. Tuttavia, numerosi critici (soprattutto all’interno delle Big Pharma) ancora sostengono che la produzione di Pfizer e Moderna sia troppo complessa perché possa avvenire senza la supervisione delle aziende, al punto che permetterne la produzione potrebbe addirittura costituire più un male che un bene. Questo mantra, accompagnato dalla riluttanza dei Paesi ad alto reddito, è stato ripetuto sin dal 2020, quando Sudafrica e India hanno avanzato la richiesta di rinuncia alla proprietà intellettuale sui vaccini. Nel marzo di quest’anno si è (forse) finalmente giunti a un accordo tra Stati Uniti, Unione Europea, India e Sudafrica riguardo una deroga parziale sui brevetti a favore dei Paesi in via di sviluppo. L’accordo potrà essere validato solamente se votato all’unanimità da tutti i 164 Stati membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) e permetterà ai produttori dei Paesi autorizzati di realizzare i vaccini senza il consenso del titolare del brevetto, per un periodo che va dai 3 ai 5 anni. Le Big Pharma, neanche a dirlo, si sono opposte duramente: una decisione del genere, dicono, minerebbe la capacità del settore di rispondere adeguatamente a future pandemie. Ad ogni modo nessuna decisione definitiva sarà presa prima di sei mesi. Troppo poco, troppo tardi.
Il prezzo del diritto alla salute
Dalla scoperta e prima realizzazione dei vaccini contro il Covid, questi sono stati accessibili per la maggior parte soprattutto dai Paesi più ricchi, che hanno potuto pagare le proprie dosi. Tanto le prime quanto i successivi richiami: in Italia l’AIFA ha autorizzato la quarta dose lo scorso febbraio. Negli Stati Uniti la media è di 166 dosi disponibili ogni 100 abitanti, in Canada 210, in Cina 224, secondo le stime di Bloomberg. Chad, Sud Sudan e Cameroon hanno a disposizione meno di 5 dosi ogni 100 persone. La Repubblica Democratica del Congo meno di una. Secondo le statistiche più recenti, la percentuale di soggetti che hanno ricevuto almeno una dose nei Paesi ad alto reddito si aggira tra il 70 e il 75%. In Africa sfiora appena il 21%. Secondo la Commissione per l’Eliminazione delle Discriminazioni Razziali delle Nazioni Unite tale disparità ha radici nelle non troppo distanti dinamiche della schiavitù e del colonialismo, in quanto “privilegia le ex potenze coloniali a scapito degli Stati precedentemente colonizzati e dei discendenti dei gruppi schiavizzati”. L’accesso ad un adeguata assistenza sanitaria, insomma, ripropone, attualizzandole, vecchie (e mai interrotte) dinamiche di dominio.
Secondo diversi schieramenti politici, una deroga ai brevetti avrebbe fatto poca differenza in termini di possibilità di accesso ai vaccini. Di un simile parere è Andrei Iancu, direttore dell’Ufficio Brevetti e Marchi commerciali degli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump, che ha dichiarato che i problemi “non hanno nulla a che fare con la proprietà intellettuale”, ma dipendono dagli ostacoli normativi e dai problemi di spedizione. Sarebbe come dire che non vi è nessun bisogno di offrire l’opportunità ai Paesi a basso reddito di produrre da sé i vaccini, dobbiamo solo organizzare meglio le spedizioni. Un approccio che non fa altro che reiterare i meccanismi di dipendenza e mantenere i Paesi in via di sviluppo in una condizione di subordinazione, per ragioni che in tutta evidenza hanno più a che fare con interessi di tipo commerciale che motivazioni di tipo sanitario.
COVAX: tra filantropia e interessi politici
La possibilità di accompagnare i Paesi a basso reddito verso una progressiva autonomia del processo produttivo e di distribuzione dei vaccini è stata, quindi, accantonata sin da subito (per essere poi ripresa di recente, ora che la pandemia da Covid-19 sembra avviarsi verso le fasi finali). In alternativa, è stato fondato nel 2020 COVAX, il programma di collaborazione internazionale creato con l’obiettivo di garantire un accesso equo ai vaccini per il Covid, nonché ai test diagnostici e alle terapie. Il programma è co-gestito da CEPI, Gavi (realtà associative che si occupano dello sviluppo e di garantire un’equa distribuzione dei vaccini nel mondo) e OMS, con l’UNICEF come partner chiave. Il progetto è nato proprio dal “fallimento globale nella condivisione equa dei vaccini”, dovuto al fatto che “La maggior parte dei produttori ha ampiamente rifiutato le opportunità di condividere la tecnologia, il know-how e le licenze orientate alla salute pubblica” nonostante l’esistenza di progetti volti ad ottenere questo scopo, tra i quali l’hub creato dall’OMS in Sudafrica. Tra i 190 Paesi che vi hanno aderito, solamente quelli ricchi avrebbero potuto avere accesso alle dosi pagandole a prezzo pieno.
Il progetto mirava, con il sostegno dell’ONU, a distribuire oltre 2 miliardi di dosi nel 2021, delle quali almeno 1,3 miliardi da destinare ai Paesi a basso reddito. La realtà dei fatti, tuttavia, si è dimostrata essere molto diversa dalle aspettative: le dosi consegnate nel 2021 sono state meno della metà di quelle previste (910 milioni), una cifra irrisoria rispetto alle 9,25 miliardi di dosi somministrate globalmente nel 2021. L’intento filantropico alla base dell’iniziativa si è poi completamente dissolto nel momento in cui le singole nazioni hanno agito perseguendo unicamente i propri interessi diplomatici e commerciali, trasformando COVAX in un’istituzione mossa da motivazioni in primo luogo politiche, al servizio degli interessi dei partner più ricchi pur mantenendo viva una retorica di equità e solidarietà. Questo ha fatto sì che l’intero progetto assumesse quei toni paternalistici e caritatevoli dai quali inizialmente aveva mostrato di volersi tener lontano, parlando di equo accesso globale alle cure.
I fallimenti nella logistica
Così, spesso, le dosi promesse sono state consegnate in ritardo, in quantità nettamente inferiori a quelle promesse e con termini di scadenza molto brevi, tutti elementi che hanno di fatto reso impossibile la pianificazione di una campagna vaccinale nei Paesi svantaggiati. L’obiettivo di soddisfare interessi divergenti tra loro, ovvero la richiesta di vaccini da parte sia dei Paesi al alto reddito che di quelli più poveri, è stato fortemente minato dalle accentuate asimmetrie di potere inerenti all’organizzazione stessa. Complice di tutto ciò vi è la mancanza di trasparenza e meccanismi di attribuzione di responsabilità all’interno della struttura di governance estremamente complessa di COVAX, che si pone come partnership pubblico-privata che deve tutelare sia gli interessi dei governi che quelli dei partner aziendali. Spesso, in barba al meccanismo dell’equa ridistribuzione, alcune nazioni hanno scelto di destinare grossi quantitativi di materiale a specifici Paesi riceventi. Così, il 30% delle donazioni di dosi a livello globale non è avvenuto tramite COVAX, ma grazie ad accordi bilaterali, come nel caso delle donazioni di Russia, India e Cina ai Paesi vicini o alleati. Va sottolineato poi come nessuna azienda farmaceutica ad oggi abbia effettuato alcun tipo di donazioni al progetto.
L’appello degli amministratori di COVAX di condividere le dosi in anticipo è stato ampiamente ignorato sino alla seconda metà del 2021, quando è arrivata la maggior parte delle donazioni: oltre la metà della cifra totale è stata consegnata nelle ultime sei settimane dell’anno, contribuendo a causare non pochi problemi nella logistica della distribuzione nei Paesi riceventi e compromettendone la campagna vaccinale.
In una dichiarazione congiunta rilasciata da COVAX, Africa CDC (Centro per il Controllo delle Malattie) e AVAT (Fondo per l’Acquisizione dei Vaccini Africani) il 29 novembre 2021 è la stessa organizzazione a denunciare le problematiche dovute all’egoistico comportamento dei governi più ricchi, che hanno determinato una qualità scadente delle donazioni. “La maggioranza delle donazioni giunte ad oggi [29 novembre 2021] sono state ad-hoc, fornite con brevissimo preavviso e data di scadenza breve. Questo ha reso estremamente difficile per i Paesi organizzare delle campagne di vaccinazione e aumentare la capacità di assorbimento”. I sistemi sanitari dei Paesi africani infatti, già messi estremamente sotto pressione dalla pandemia in corso, non hanno così potuto organizzare la conservazione e la distribuzione delle dosi rispettando i criteri necessari (come la catena del freddo) e organizzare campagne vaccinali prima della scadenza delle dosi. Così si è dovuto assistere a episodi come quello avvenuto all’inizio del dicembre 2021 in Nigeria, un Paese dove meno del 4% della popolazione aveva allora ricevuto un ciclo completo di vaccini il cui governo ha dovuto distruggere oltre 1 milione di dosi perché scadute. Pur di disporre di qualcosa con cui vaccinare la popolazione, il Paese aveva accettato lotti giunti con scadenza brevissima. La settimana prima Reuters aveva calcolato che almeno un milione di dosi erano scadute in Nigeria nel mese di novembre.
Stando alle evidenze raccolte, è chiaro che la nozione di potere geopolitico deve includere anche il potere di cui le aziende e le fondazioni private dispongono nel determinare l’andamento di una crisi economica e sanitaria. Si tratta di un criterio da tenere bene a mente nel momento in cui si debbano fare proiezioni e ipotesi sull’andamento di future crisi sanitarie, in quella che è stata definita “l’era delle pandemie“.
La conversione in legge del decreto-legge 21/2022 è stata approvata in maniera definitiva, con 336 voti favorevoli, 51 contrari e 2 astenuti, dall’Aula della Camera. Il provvedimento, recante misure urgenti per contrastare gli effetti economici e umanitari della crisi in Ucraina, tra le altre cose proroga all’8 luglio le agevolazioni già previste dal taglia-prezzi sulle accise per i carburanti e riconosce diversi crediti d’imposta alle imprese per fronteggiare il caro-energia.
I super ricchi del pianeta oggi non sono più solo “semplici” privati che hanno accumulato grandi capitali con l'obiettivo di accrescere il loro business e la loro attività. Dispongono di imperi economici transnazionali che gli permettono di esercitare un’influenza sempre più determinante sulle sorti dell’umanità, tentando di indirizzarne il futuro e imponendo precise ideologie. Basti pensare a figure come Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum, o ai multimiliardari della Silicon Valley che sono riusciti ad imporre il culto della tecnoscienza, il connubio tra scienza e tecnica. La ric...
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Nelle scorse ore la Commissione europea ha presentato ufficialmente il piano RePowerEu, con l’obiettivo dichiarato di “rendere l’Europa indipendente dai combustibili fossili russi ben prima del 2030”. Sono tre i pilastri su cui si basa l’iniziativa, due coerenti con la politica climatica e l’altro in direzione opposta: investire in fonti rinnovabili, migliorare l’efficienza energetica e legarsi ad altri fornitori di energia fossile. Allo scopo saranno mobilitati quasi 300 miliardi di euro, di cui circa 75 in sovvenzioni e 225 in prestiti. Il 95% del finanziamento complessivo andrà ad accelerare e intensificare la transizione verso l’energia pulita, rendendo le rinnovabili degli impianti di interesse pubblico prioritario.
La direzione intrapresa dal piano RePowerEu si traduce in una previsione al rialzo degli obiettivi contenuti nel pacchetto Fit for 55, un insieme di proposte della Commissione europea per rispettare gli obiettivi climatici previsti per la fine del decennio, a partire dal taglio delle emissioni del 55% tra il 1990 e il 2030. «Cominceremo con la cosa più ovvia: il risparmio energetico, il modo più rapido ed economico per affrontare il problema della crisi energetica attuale», ha affermato Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea. L’obiettivo è di ridurre i consumi finali del 13% nel breve periodo, una previsione al rialzo rispetto al 9% contenuto nel pacchetto Fit for 55. Secondo il RePowerEu, le fonti rinnovabili dovranno soddisfare entro il 2030 il 45% dei consumi energetici totali, dal 35% attuale. Per raggiungere quello che sembra essere l’impegno più complicato, la Commissione europea ha previsto diverse misure: dall’abbattimento della burocrazia, visto che «oggi le procedure autorizzative possono durare dai sei ai nove anni e l’obiettivo è la riduzione a soli 12 mesi», all’obbligo di copertura fotovoltaica per i nuovi edifici pubblici e commerciali dal 2025 (per quelli residenziali dal 2029), passando per l’incremento della produzione di biometano. Su quest’ultimo punto, l’Italia ha giocato d’anticipo sull’Unione europea, visto che all’interno del tanto discusso disegno di legge di conversione del decreto Ucraina bis è prevista “l’espansione della capacità tecnica necessaria alla produzione di energia elettrica da biogas”, dalla cui lavorazione deriva proprio il biometano.
Roma sembra essere allineata a Bruxelles anche sul terzo pilastro su cui si basa il RePowerEu, quello della diversificazione degli approvvigionamenti energetici, a cui l’Unione europea dedicherà circa 12 dei 300 miliardi stanziati. Nelle scorse settimane, si sono registrate infatti numerose spedizioni da parte dell’esecutivo italiano, accompagnato dall’ad di Eni Claudio Descalzi, per siglare nuovi accordi, o implementare quelli già esistenti, con Egitto, Mozambico, Algeria, Angola e Congo, accompagnati da non pochi dubbi etici, vista la situazione politica in cui versano. A questi, si aggiungono poi le perplessità sulle reali capacità produttive di tali paesi, soprattutto per Angola e Congo, a cui manca un sistema efficiente per valorizzare le proprie risorse.
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