sabato 28 Marzo 2026
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Usa, la Camera approva 4 misure contro Russia e Bielorussia

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La Camera statunitense ha approvato quattro provvedimenti contro la Russia e la Bielorussia. La prima misura punta a escludere i funzionari russi dalla partecipazione a incontri del G20, del comitato di Basilea per gli standard bancari e del Financial Stability Board. Il secondo provvedimento riguarda, invece, la sospensione dei pagamenti multilaterali dovuti da Kiev, mentre il terzo chiarisce che le controllate estere di istituzioni americane dovranno rispettare le sanzioni imposte dall’amministrazione Biden a Russia e Bielorussia. Infine, la quarta misura vieta al Tesoro americano di prendere parte a transazioni che riguardano lo scambio di Special Drawing Rights, i diritti speciali di prelievo che rappresentano la valuta del Fondo monetario internazionale (FMI), controllati da Russia o Bielorussia.

Mercoledì 11 maggio

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6.00 – Usa, la Camera approva il nuovo pacchetto di aiuti all’Ucraina da 40 miliardi di dollari.

8.20 – Shireen Abu Aqleh, giornalista di Al Jazeera, uccisa in Palestina: il quotidiano afferma che è stata colpita “a sangue freddo da un soldato israeliano”.

10.00 – El Salvador: donna condannata a 30 anni di carcere per un aborto spontaneo.

12.30 – Il Senato ha approvato in via definitiva la legge Salvamare.

13.00 – L’Ue presenta la legge per combattere gli abusi sui minori online.

13.30 – Muore lo storico britannico Paul Ginsborg, fondatore del movimento dei “girotondi” insieme al professor Francesco Pardi.

14.30 – Dal 16 maggio stop all’obbligo di indossare la mascherina sui voli nell’Ue.

14.50 – Il premier britannico Boris Johnson firma un patto di difesa militare con Svezia e Finlandia.

16.00 – Il Senato approva il ddl per il riconoscimento del Teatro Regio di Parma come monumento nazionale.

17.10 – Draghi a Washington: «Priorità è pace ma non a scapito dell’Ucraina. Tutti devono fare uno sforzo, Usa inclusi».

18.30 – Hacker russi attaccano i siti istituzionali dell’Italia: irraggiungibili portali di Senato e Difesa.

Attacco hacker a siti italiani: colpiti Senato e Ministero della Difesa

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È in questi istanti in corso un attacco hacker nei confronti di alcuni siti web italiani, tra cui il sito del Senato e quello del Ministero della Difesa. L’attacco informatico, che sarebbe stato rivendicato dal collettivo filo-russo Killnet, al momento non avrebbe compromesso le infrastrutture. Starebbe però rallentando, se non rendendo impossibile, l’accesso ai siti presi di mira.

Dal Senato arriva l’ok definitivo al ddl Salvamare: ecco cosa contiene

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Nella giornata di oggi l’Aula del Senato ha dato il via libera, con 198 voti a favore, nessun contrario e 17 astensioni, al cosiddetto ddl Salvamare. Il provvedimento, avente ad oggetto il recupero dei rifiuti in mare e nelle acque interne nonché la promozione dell’economia circolare, è stato approvato in via definitiva. Il percorso che ha portato a tale esito, però, è stato alquanto lungo: l’iter parlamentare, infatti, era cominciato nel lontano 2019 su iniziativa dell’allora ministro dell’ambiente Sergio Costa, che oggi esulta per il risultato ottenuto. Il fatto che ci sia voluto del tempo per giungere all’approvazione definitiva del ddl, infatti, quasi passa in secondo piano analizzando quello che è il contenuto del provvedimento, che tutela in maniera importante l’ecosistema marino. È quanto emerge soffermandosi sui dettagli del testo che, seppur non ancora pubblicati sul sito del Senato, sono stati diffusi dall’agenzia di stampa parlamentare PublicPolicy.

In tal senso, innanzitutto il provvedimento disciplina la gestione dei rifiuti pescati casualmente. Questi ultimi, definiti rifiuti accidentalmente pescati (Rap), sono precisamente i rifiuti raccolti in mare, nei laghi, nei fiumi e nelle lagune dalle reti durante le operazioni di pesca nonché quelli raccolti occasionalmente nei medesimi luoghi con qualunque mezzo. Ebbene, il comandante della nave o semplicemente il conducente del natante potrà portare, dopo averli pesati, tali rifiuti all’impianto portuale appositamente predisposto per la raccolta dall’Autorità di sistema portuale o dal Comune. Il conferimento è gratuito per il soggetto in questione, in quanto i costi di gestione sono a carico della collettività: una componente – di cui sostanzialmente si occupa l’Arera (Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente) – viene infatti aggiunta alla tassa o tariffa sui rifiuti. Tali disposizioni sono in linea con la direttiva europea n. 883 del 2019 dell’Ue, la quale infatti prevede che anche i rifiuti accidentalmente pescati debbano essere raccolti.

Il ddl, poi, definisce anche i rifiuti volontariamente raccolti (Rvr), facendo rientrare in tale deonominazione tutti quelli raccolti mediante i sistemi di cattura, purché questi ultimi non interferiscano con “le funzioni ecosistemiche dei corpi idrici”. In tal modo, pare che si voglia dunque agevolare ed incentivare le attività di raccolta effettuate volontariamente, finora rese difficoltose, se non addirittura vietate. Vere e proprie campagna di pulizia possono inoltre essere attuate in modo da favorire la raccolta volontaria dei rifiuti, che può dunque essere effettuata mediante i sistemi di cattura sopracitati: la dettagliata disciplina a riguardo, però, viene rimessa ad un decreto ministeriale. Sempre in ottica campagna di pulizia, il provvedimento prevede un riconoscimento ambientale a favore degli imprenditori ittici che partecipano alle stesse, nonché per quelli che utilizzano materiali di ridotto impatto ambientale e conferiscono i rifiuti. Un riconoscimento può infine essere attribuito anche da parte del Comune ai possessori di imbarcazione che raccolgono e conferiscono a terra i rifiuti in plastica accidentalmente pescati così come quelli volontariamente raccolti. In ottica prevenzione, inoltre, il ddl si occupa anche delle attività di monitoraggio e controllo dell’ambiente marino: a riguardo, il provvedimento demanda a specifiche linee guida interministeriali, da diffondere entro tre mesi, di stabilire il quadro all’interno del quale far rientrare le attività tecnico-scientifiche funzionali alla protezione dell’ambiente marino che comportano l’immersione subacquea in mare al di fuori degli ambiti portuali.

Venendo poi nello specifico alle misure relative alla raccolta dei rifiuti nei fiumi, il provvedimento impone alle Autorità di distretto di introdurre nei propri atti di pianificazione delle misure sperimentali che – rispettando le esigenze idrauliche e di tutela degli ecosistemi – siano utili a catturare i rifiuti galleggianti ed impedire così che gli stessi arrivino in mare. Viene dunque affidato al Ministero della transizione ecologica l’avvio di un programma sperimentale triennale a riguardo.

Ad un decreto del ministro della Transizione ecologica, inoltre, viene dato il compito di determinare i criteri e le modalità con cui tutti i tipi di rifiuti – sia quelli raccolti accidentalmente che quelli raccolti volontariamente – non possono più essere definiti come rifiuti. A tal proposito, infatti, il ddl contiene delle disposizioni in ottica “gestione delle biomasse vegetali spiaggiate”, prevedendo la loro reimmissione nell’ambiente naturale. In più, sempre ad un decreto ministeriale viene destinata la definizione di criteri specifici per la disciplina di autorizzazione degli scarichi degli impianti di desalinizzazione. Con riferimento a questi ultimi, infatti, il provvedimento prevede la preventiva valutazione di impatto ambientale.

Inoltre viene data la possibilità di effettuare campagne di sensibilizzazione sulla gestione dei rifiuti urbani alle Autorità di sistema portuale e ai comuni territorialmente competenti, mentre nelle scuole di ogni ordine e grado viene promossa la realizzazione di attività atte a rendere gli studenti consapevoli dell’importanza della conservazione dell’ambiente e delle corrette modalità di conferimento dei rifiuti. Infine, viene anche istituito presso il ministero della Transizione ecologica un tavolo interministeriale di consultazione permanente, le cui funzioni sono relative al contrasto dell’inquinamento marino, all’ottimizzazione dell’azione dei pescatori ed al monitoraggio dell’andamento del recupero dei rifiuti.

[di Raffaele De Luca]

I colossi della carne investono nell’alimentazione coltivata (e vegetale)

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Superare il consumo di carne per abbattere le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera e coprire una maggiore domanda in vista della crescita della popolazione mondiale è la sfida accettata dalle aziende che negli ultimi anni stanno cercando un’alternativa alle proteine animali. In Italia il dibattito ha subito creato due schieramenti opposti: da un lato, i sostenitori della cosiddetta “carne sintetica”, coltivata in laboratorio; dall’altro, la grande industria delle proteine animali, che definisce il primo prodotto come fake meat, carne finta. Il fronte conservatore può contare sulla presenza di Filiera Italia – l’associazione di industriali e agricoltori che vede tra i promotori Coldiretti insieme a Ferrero, Inalca/Cremonini e Consorzio Casalasco – schierata contro “le multinazionali del cibo sintetico”. Al di fuori del nostro paese, la distinzione diventa meno netta, come dimostrano gli investimenti delle multinazionali della carne nelle alternative coltivate in laboratorio e vegetali, all’interno di un mercato a nove zeri.

A provare l’iniziativa intrapresa dai giganti del settore sono due rapporti recenti: uno di IPES-Food e l’altro dell’organizzazione no profit Food & Water Watch. Al loro interno, vengono citati gli investimenti da parte di Cargill e JBS, rispettivamente l’azienda a controllo familiare più grande del mondo e il colosso della lavorazione della carne, che negli ultimi mesi hanno speso milioni di dollari in attività incentrate sullo sviluppo di proteine ​​vegetali e carni coltivate in laboratorio, rilevando diverse società più piccole. Si tratta di prendere parte a un mercato in continua evoluzione, stimato nel 2020 in 4,2 miliardi di dollari di vendite che potrebbero arrivare alla soglia dei 30 miliardi nei prossimi cinque anni. Nel 2021, JBS ha acquistato l’azienda BioTech Foods e l’impresa olandese Vivera, specializzata in carne vegetale. La Cargill ha investito invece in Aleph Farms, una startup del settore alimentare e tecnologico che ha l’obiettivo di produrre carne partendo da cellule di manzo. Ad oggi, nonostante gli investimenti e l’interesse da parte di imprenditori miliardari (tra cui Bill Gates), il settore è accompagnato da diversi limiti, uno su tutti il rapporto costo/benefici.

Tra la carne coltivata (e vegetale) e la grande industria delle proteine animali occorre segnalare una terza strada: il ritorno al biologico e a un modello produttivo “meno aggressivo”. In un mondo ideale, l’etichetta bio posta su un prodotto significherebbe il rispetto da parte di quest’ultimo di determinate condizioni: nel caso della coltivazione, parliamo di stagionalità e di assenza di prodotti chimici di sintesi. Per quanto riguarda l’allevamento, invece, si parla di alimentazione con mangimi biologici, provenienti da aziende agricole locali, e del non ricorso a trattamenti farmacologici e antibiotici (se non strettamente necessario), come invece accade negli allevamenti intensivi, dove spesso il benessere dell’animale è posto all’ultimo gradino degli interessi degli imprenditori. Tuttavia, negli anni abbiamo assistito a innumerevoli scandali riguardanti questo modo di fare agricoltura, con il risultato di una scarsa fiducia da parte dei consumatori, nonostante la produzione “a rilento” sia meno aggressiva nei confronti del territorio e più rispettosa verso le materie prime.

Nel dibattito incentrato sul ruolo e sul peso della carne all’interno dell’ambiente, va infine citata un’ipotesi già nota in diverse parti del mondo, in particolare nel sudest asiatico, ovvero il consumo di insetti. L’entomofagia va, infatti, oltre al consumo di suolo e di energia legato all’attuale filiera della carne, che potrebbe essere mitigato ma non eliminato del tutto da un eventuale (e difficile) ritorno al biologico. Secondo la Food and Agriculture Organization (FAO) circa 1.900 specie d’insetti sono effettivamente una fonte di cibo a livello globale, con i coleotteri che rappresentano il 31% del totale. Oltre ad avere un impatto positivo sull’ambiente, una dieta così composta potrebbe essere la soluzione alla malnutrizione che colpisce soprattutto i paesi meno ricchi e quelli in via di sviluppo, i principali territori coinvolti, secondo le stime, nell’aumento della popolazione che avverrà nei prossimi decenni.

[Di Salvatore Toscano]

Covid, Ue: dal 16 maggio stop a obbligo mascherina sui voli e negli aeroporti

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A partire dal prossimo 16 maggio, all’interno dell’Unione europea non vi sarà più l’obbligo di indossare la mascherina sui voli e negli aeroporti. A prevederlo sono le nuove “misure di sicurezza sanitaria per i viaggi aerei” pubblicate dall’Agenzia dell’Unione europea per la sicurezza aerea (Easa) e dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc). «Per i passeggeri e il personale di volo, questo è un grande passo in avanti nella normalizzazione del trasporto aereo», ha affermato a tal proposito il direttore esecutivo dell’Easa Patrick Ky, sottolineando però che «un passeggero che tossisce e starnutisce dovrebbe prendere in seria considerazione l’idea di indossare la mascherina per rassicurare coloro che sono seduti nelle vicinanze».

Giovani: le vittime dimenticate delle politiche pandemiche

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“I giovani sono la nostra speranza, i giovani sono il futuro” si è soliti ripetere, ma la realtà dei fatti racconta tutt’altro. Quella degli ultimi due anni, in particolare. I più giovani sono scomparsi dai ragionamenti delle politiche pandemiche, quasi come se non contassero nulla. Se da un lato, infatti, la priorità è stata proteggere i più fragili, dall’altro, per nulla si è dibattuto della necessità di proteggere una vita piena, per quei soggetti che alla vita si stavano affacciando: bambini ed adolescenti che sono stati chiusi in casa per lungo tempo.
Non solo; dopo il primo lockdown, qua...

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Recensioni indipendenti: Soyalism (documentario)

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Un documentario d’inchiesta della durata di 55 minuti, prodotto e diretto dall’italo-americano Enrico Parenti e dal regista e giornalista Stefano Liberti, sostenuto dal Pulitzer Center e presentato in anteprima mondiale nel 2018 all’IDFA (International Documentary Film Festival Amsterdam). Frutto di una ricerca che, attraverso quattro continenti dagli Stati Uniti, al Sud America, all’Africa, fino alla Cina, analizza, segue il percorso e le incredibili “vie della soya”, una via strettamente collegata agli allevamenti intensivi di animali da carne dove la soia, in uso anche per l’alimentazione umana, è diventata indispensabile. Nei paesi più poveri, come ad esempio il Brasile, circa 240 mila ettari di terreno sono dedicati solo alla coltivazione di questo legume, si creano enormi monoculture così invasive da portare alla distruzione di grandi foreste con conseguenze devastanti  per l’ecosistema, danneggiando di conseguenza tutto il Pianeta.

Il documentario (visibile su RayPlay) svela l’intera filiera, dalle coltivazioni all’allevamento intensivo degli animali fino alla trasformazione dei rifiuti organici in concime, dove i nuovi equilibri economici, politici e sociali del mondo globalizzato hanno deciso non solo di cambiare le nostre abitudini alimentari, inducendo ad uno sfrenato consumismo, ma hanno creato un modello di produzione ad “integrazione verticale”. Un vero business per poche grandi aziende che, integrando all’interno della propria attività il maggior numero di “passaggi intermedi”, permettono a prodotti coltivati in Sud America o in Africa di rifornire direttamente allevamenti dall’altra parte del Pianeta. Questa egemonia danneggia inesorabilmente, fino a farli scomparire, i piccoli produttori di tutto il mondo, parte integrante di un importante sistema sociale che non può competere con il nuovo assetto economico ormai così diffuso. La superiorità finanziaria di pochi e lo sviluppo industriale, come già nella metà dell’800 fu ipotizzato da Karl Marx e Friedrich Engels, nel “Manifesto del Partito Comunista”, porterà «a progressiva estinzione della piccola proprietà a causa dell’inarrestabile incedere del grande capitale»

Inizialmente sono gli Stati Uniti ad avvalersi del sistema verticale creando allevamenti intensivi soprattutto di suini, tra gli 8 e i 10 milioni di capi, costretti in stabilimenti dove vivono ammassati fino a 20.000 animali in un unico ambiente con ritmi di produzione estenuanti ma fornendo una carne a basso costo. Negli ultimi anni però la situazione è radicalmente cambiata, la Cina con una popolazione e un PIL in continua crescita, ha aumentato la disponibilità di cibo principalmente della carne suina, controllando l’impressionante 47% dell’allevamento mondiale, in un assalto economico senza precedenti dei territori, delle tecniche industriali e della gestione globale del cibo. Se fino a ieri indiscussi signori dell’integrazione verticale erano i colossi statunitensi Smithfield e Murphy, oggi è WH Group, di proprietà cinese, con un utile netto di 800 milioni di dollari l’anno. L’intento del Governo cinese è di cambiare le abitudini alimentari, dare alla popolazione la percezione di un maggior benessere ed allinearsi ad ogni costo allo sfrenato consumismo occidentale. Un documentario estremamente esplicativo e diretto, accompagnato da accurate e intuitive animazioni 3D, che fa conoscere una realtà a molti sconosciuta, facendoci riflettere fortemente sul necessario e urgente bisogno di creare una sostenibilità globale, mettendoci in guardia sul futuro dell’essere umano e su quello di un pianeta all’orlo del collasso.

[di Federico Mels Colloredo]

Corea del Nord: scattato un lockdown improvviso

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Nelle scorse ore ai cittadini di Pyongyang è stato improvvisamente ordinato di fare rientro alle proprie abitazioni, generando lunghe file alle fermate degli autobus e colonne di residenti diretti a piedi verso casa. L’informazione è stata diffusa dal sito NK News che da Seul studia gli avvenimenti a Nord del 38° parallelo, non specificando però la causa della misura. Alcune fonti parlano di “lockdown nazionale”, altre di “un problema nazionale”. La settimana scorsa, la Corea del Nord ha nuovamente chiuso la linea di collegamento ferroviario con la Cina, a causa della diffusione del coronavirus.

 

 

Lo Sri Lanka in rivolta: a fuoco le case dei rappresentanti del governo

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Non si arresta la spirale di violenza nella quale è scivolato lo Sri Lanka dopo l’esplosione della peggior crisi economica della sua storia recente. I manifestanti sono riusciti a ottenere le dimissioni del primo ministro Mahinda Rajapaksa, ma il presidente Gotabaya Rajapaksa non ha intenzione di fare altrettanto. Per questo motivo i sindacati hanno indetto una nuova settimana di proteste a partire da lunedì 9 maggio. Lo scopo è giungere a un completo cambio del governo, che da decenni vede esponenti della famiglia Rajapaksa occupare gran parte delle posizioni chiave. In tutto il distretto di Colombo sono stati registrati violenti scontri tra i manifestanti filogovernativi e coloro ne chiedono le dimissioni.

Tutte le posizioni chiave del governo dello Sri Lanka sono infatti occupate da anni da esponenti della famiglia Rajapaksa. Mahinda Rajapaksa, che ha rassegnato le dimissioni da primo ministro lunedì 9 maggio, è stato presidente durante la lunghissima guerra civile del Paese che aveva visto contrapporsi le forze governative e il gruppo paramilitare Tigri Tamil, conclusasi con la sconfitta di questi ultimi nel 2009. Durante quell’epoca l’attuale presidente Gotabaya Rajapaksa occupava la posizione di ministro della Difesa. Altre posizioni chiave nel governo erano occupate dai fratelli Basil e Chamal Rajapaksa, i quali il mese scorso hanno rassegnato le dimissioni per evitare un peggioramento della crisi. Lo stesso ha fatto Namal Rajapaksa, figlio di Mahinda.

La portavoce del governo Nalaka Godahewa ha riferito che alle dimissioni di Mahinda (giunte al termine di una giornata di violenze che ha visto la morte di 5 persone, compreso un membro del Parlamento) sono seguite quelle di tutto il suo gabinetto. Di contro, il presidente Gotabaya non ha mostrato intenzione di rinunciare dalla propria carica, motivo per il quale i manifestanti hanno deciso di proseguire con le proteste. Gli scontri hanno assunto un carattere ancora più violento in seguito all’attacco avvenuto lunedì 9 maggio ai danni dei gruppi di manifestanti pacifici che da un mese si trovavano accampati sul lungomare Galle Face, nel centro di Colombo, di fronte agli uffici governativi. Sono stati infatti violentemente assaliti da gruppi di sostenitori del governo, che hanno causato il ferimento di quasi 200 persone.

La popolazione, in tutta risposta, ha dato alle fiamme veicoli e abitazioni dei rappresentanti del governo in tutta l’isola. Nella notte di lunedì i manifestanti sono stati raggiunti da alcuni colpi di arma da fuoco mentre cercavano di entrare nella residenza del primo ministro e incendiavano un camion parcheggiato nella strada. L’ex primo ministro è stato messo in salvo e trasportato in una località segreta dall’esercito. Nella stessa giornata il legislatore Amarakeerthi Athukorala, appartenente al partito di governo, ha ucciso a colpi di pistola un uomo di 27 anni ed è stato in seguito trovato morto insieme alla sua guardia del corpo, in circostanze ancora da chiarire. Le case di 40 politici pro-Rajapaksa sono state date alle fiamme lo stesso giorno.

I manifestanti hanno anche incendiato la casa di un sindaco di una cittadina nelle vicinanze di Colombo perché aveva accompagnato otto autobus di sostenitori della famiglia Rajapaksa a esprimere solidarietà al governo. Migliaia di sostenitori della famiglia Rajapaksa sono infatti confluiti a Colombo da tutto il Paese in queste settimane.

Martedì 10 maggio il ministero della Difesa ha autorizzato le forze dell’ordine a “sparare a vista a chiunque saccheggi la proprietà pubblica o provochi danni alla vita”. I manifestanti antigovernativi hanno cercato anche di bloccare strade e aeroporti per assicurarsi che nessun politico possa abbandonare lo Stato.

Ora che Mahinda Rajapaksa non è più ministro il governo è stato sciolto, ma il principale partito di opposizione ha dichiarato che non contribuirà alla formazione di un nuovo governo fino a che il presidente non rassegnerà le dimissioni. La situazione di incertezza e sospensione nella quale si trova ora il Paese complica ulteriormente i tentativi di negoziazione con il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale per trovare una via d’uscita alla crisi economica. Al momento le riserve in valuta estera sono scese a 50 milioni di dollari, cifra che rende impossibile importare cibo, medicinali e carburante. Senza la nomina di un nuovo governo, ha fatto sapere il FMI, le trattative per i prestiti non potranno proseguire.

[di Valeria Casolaro]