Una seconda possibilità di vita per gli animali salvati dal traffico illegale. È questo che offre il Bioparcola Reserva, un fondo a scopo di lucro che contribuisce alla conservazione della fauna, della flora e delle risorse naturali colombiane, attraverso progetti di educazione ambientale e ricerca sulla biodiversità degli ecosistemi colombiani. Il rifugio, che accoglie decine di animali riscattati ai trafficanti, è immerso in un ambiente naturale a 30 chilometri da Bogotà, in Colombia, conta 1,5 ettari edificati e 19 di riserva e riproduce 7 dei 50 ecosistemi tipici del Paese sudamericano: dalla foresta umida ai boschi degli altipiani andini.
Il progetto nasce nel 2008, su iniziativa di un gruppo di ricercatori guidati da Iván Lozano nel tentativo di contrastare il traffico illegale degli animali in Colombia. Da allora sono stati salvati circa 250 animali. Negli anni, la Reserva è diventata anche un centro di studio e di visita. Secondo i fondatori, infatti, almeno 150.000 studenti sono riusciti a toccare con mano i miracoli della Natura, imparando a distinguere le specie e osservando come si adattano e quali esigenze hanno.
Per Iván e il suo gruppo non è stato facile realizzare questo parco. Rettili, anfibi e volatili sono sempre più spesso nel mirino dei contrabbandieri perché richiesti dal mercato internazionale. In Colombia, come in molti Paesi dove questa caccia si è fatta forsennata, il traffico di fauna selvatica è vietato; tuttavia, qui si registra il numero più alto di omicidi tra gli attivisti ambientali.
Le aree più afflitte dal business sono quelle più ricche: le regioni del Pacifico e dell’Amazzonia. Solo nel 2021, l’organizzazione WSC, che si occupa del contrabbando di animali, ha rivelato a El Pais di aver contabilizzato 1.800 esemplari vivi di 217 specie in Colombia, Ecuador, Perú, Bolivia e Brasile. La maggioranza (43%) erano uccelli, seguiti da mammiferi (37%), rettili (16%), pesci e anfibi (3%). Oltre a 1.822 uova, la maggioranza di tartaruga Taricaya o Peta del fiume.
La cattura di un animale non comporta grandi sforzi. Trasferirlo, di nascosto, da un Paese all’altro è molto più complicato. Chi li cattura e contrabbanda vuole spendere il meno possibile, incassare il massimo e sbarazzarsene velocemente. Il problema nasce quando questi animali devono essere liberati. Infatti, gli zoo non sono adatti e non si può pensare nemmeno di lasciarli in natura, dopo i maltrattamenti. Hanno bisogno di ambienti particolari dove possano essere protetti e curati. Per questo motivo La Reserva offre loro una seconda opportunità. L’unica, in fondo.
Lo ha dichiarato oggi a “Face the Nation” il Segretario di Stato americano, quando gli è stato chiesto se il governo polacco, membro della NATO, potesse inviare aerei da combattimento in Ucraina. “In questo momento stiamo parlando con i nostri amici polacchi di cosa potremmo essere in grado di fare per soddisfare i loro bisogni se in effetti scegliessero di fornire questi caccia agli ucraini.”
Se a dominare le attenzioni è al momento il conflitto in Ucraina, c’è un altro “fronte” caldo, meno conosciuto e chiacchierato: il Mediterraneo Orientale. Sebbene concentrati sempre a guardare a Nord, il dimenticato Mare Nostrum, soprattutto nel quadrante orientale, rimane una regione di alta rilevanza geostrategica. Anche in questo caso, la sfida politica ha una grande dose energetica e si innesta su conflitti mai veramente sopiti: Grecia e Turchia sono i perni principali dello scontro che ha come oggetto principale Cipro e altre isole minori che si trovano nel Mar Egeo. Le gran quantità di riserve energetiche fossili, soprattutto gas, che si trovano sotto i fondali del Mediterraneo hanno esacerbato le tensioni già presenti in tutta la regione centro-orientale, al di là dello scontro tra Turchia, Grecia e Cipro, con amicizie, partnership e alleanze abbastanza mutevoli e capaci di spostare gli equilibri precari della regione.
Turchia, Cipro, Grecia: il triangolo pericoloso
I dissidi storici tra Turchia e Grecia derivano dalla contesa riguardante Cipro, abitata per metà da etnia turca e per metà da etnia greca. Cipro divenne indipendente nel 1960, liberandosi dal dominio coloniale britannico, ma fin dai primi anni si fecero vedere i segni del conflitto tra le due comunità cipriote. Nel luglio del 1974, la giunta militare che governava autoritariamente sui cittadini greci mise in atto un colpo di Stato a Cipro col fine di annettere l’isola alla Grecia. In risposta a quest’azione, cinque giorni più tardi, il governo turco diede l’ordine di effettuare l’invasione di Cipro per far rispettare gli accordi presi tra i due Paesi a Londra nel 1960. La conseguenza di questi avvenimenti è stata la cristallizzazione della divisione cipriota in due stati: la Repubblica di Cipro, appartenente alle Nazioni Unite e, dal 2004, parte dell’Unione Europea; l’altra, la Repubblica Turca di Cipro del Nord, riconosciuta solamente da Ankara. La contesa dell’isola è la contesa delle sue acque e dei suoi fondali. Due anni fa ci fu addirittura un incidente che avrebbe potuto offrire un casus belli: nelle manovre di un’esercitazione navale congiunta tra Grecia e Francia, una nave greca e una turca andarono in collisione; solo l’intervento di Angela Merkel, l’ex Cancelliere tedesca, portò alla distensione tra i due Paesi.
Lo scacchiere del Mediterraneo Orientale
La situazione politica è resa ancor più complicata dal fatto che i due Paesi coinvolti maggiormente appartengono entrambi alla NATO e che altri attori in gioco ne fanno parte o sono partner strategici o in qualche modo amici o ammaestrati dall’Alleanza. La Grecia, ancora lacerata dalla crisi economica, dallo scorso anno ha avviato un programma di modernizzazione del proprio esercito con l’intenzione di portare avanti una strategia di coercizione nei confronti della Turchia. Oltre all’accumulo di armi, la Grecia sta lavorando duramente per espandere la sua rete di alleanze in Medio Oriente, aumentando al contempo la sua campagna di pressione anti-turca in Europa e negli Stati Uniti. In questo contesto, la Grecia vuole aumentare le sue capacità offensive, espandere il numero dei suoi alleati e garantire un embargo internazionale contro la Turchia per costringere quest’ultima a fare marcia indietro dai suoi interessi vitali nella regione.
Nel settembre scorso è scoppiato un incidente diplomatico a seguito del patto di difesa sancito dal governo greco con quello francese: il patto strategico di cooperazione militare e di difesa tra i due Paesi NATO vincola le parti all’intervento difensivo in caso di attacco da terzi, oltre che ad una componente commerciale militare dal valore di 3 miliardi di euro. Immediata la reazione della Turchia, anch’essa appartenente all’Alleanza atlantica. L’incidente diplomatico è stato causato dal valore che la Grecia ha dato all’accordo, chiaramente anti-turco, ma che non poteva supporre un possibile conflitto tra paesi appartenenti alla medesima alleanza militare. Da Parigi, la Ministro della Forze armate, Florence Parly, si è affrettata a precisare che l’accordo non riguarda la zona economica esclusiva che la Grecia si è attribuita e che la Turchia non riconosce, cercando così di mettere una pezza alla situazione poco gradita. Grecia e Francia hanno siglato accordi che porteranno ad Atene nuovi jet da combattimento e tre fregate.
Nell’aprile 2021 è stato invece firmato un importante accordo tra Grecia e Israele: 1,68 miliardi di dollari per un centro di addestramento alla simulazione di aerei da combattimento per l’Aeronautica ellenica, da parte dell’appaltatore della difesa israeliana Elbit Systems, per un periodo di 22 anni. Il più grande accordo commerciale-militare tra i due Paesi ha certamente una connotazione politica anti-turca, viste le relazioni non amichevoli tra Israele e Turchia, con la seconda che sostiene il popolo palestinese denunciando l’occupazione di Gaza e della Cisgiordania. Sebbene dal 2018 sono stati ritirati i rispettivi ambasciatori, timidi segnali di tentativi di distensione si sono intravisti nel luglio scorso con una telefonata tra i rispettivi leader di Stato.
I disegni turchi e l’incognita israeliana
L’Egitto, la Grecia e Cipro hanno fin dal 2014 stretto legami di amicizia e collaborazione su vari fronti come quello energetico, con attività esplorativa del gas, quello della lotta al terrorismo internazionale e quello della demarcazione delle frontiere (marine). I tre paesi hanno anche a più riprese intrapreso esercitazioni militari congiunte. L’Egitto vede nella Turchia un competitor regionale scomodo e le relazioni tra i due paesi sono guaste, aggravate dalle posizioni opposte assunte dai due Paesi circa la situazione politica in Libia.
Dal canto suo, la Turchia vuole tornare ad essere un paese egemone della regione, specie nel vicino Medio Oriente. Di fatto, il governo di Ankara controlla i due stretti, quello dei Dardanelli e quello del Bosforo: il primo collega il Mar Egeo con il Mar di Marmara, il quale a sua volta si collega con il Mar Nero attraverso lo stretto del Bosforo. Questo rappresenta un dettaglio politico importante da far valere nei confronti degli alleati NATO, specie di questi tempi con venti di guerra in Ucraina. Intanto, nei confronti dell’Unione Europea, il governo di Ankara si è giocato più volte la carta dei migranti come misura politica di contrattazione.
Fregata della marina militare turca
Il ritorno della Gran Bretagna nella “colonia” Cipro
Nel frattempo, la “nuova” Gran Bretagna post Brexit ha annunciato il mese scorso, per bocca di un portavoce del ministero della Difesa britannico, che implementerà una delle due basi che mantiene a Cipro. Il progetto avrà luogo in un sito in disuso a Dhekelia Garrison, nell’angolo sud-orientale dell’isola, e prevede la realizzazione di un centro di comunicazione all’avanguardia. La Gran Bretagna vuole in maniera crescente portare la propria rinnovata potenza in regioni che ritiene di fondamentale importanza per il Commonwealth. Cipro rappresenta senz’altro un avamposto geostrategico importante. D’altronde, fin dal 2020, la presenza della forza militare navale britannica è tornata a farsi vedere in tutto il Mediterraneo, anche in proiezione indo-pacifica per tramite del canale di Suez.
La geopolitica del gas
Il Qatar si è avvicinato molto alla Turchia da quando, nel 2017, le relazioni di Doha si sono deteriorate rispetto a paesi solitamente vicini come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrain ed Egitto, che hanno accusato il Paese mediorientale di finanziare e sostenere il terrorismo. I legami tra il Qatar e i quattro paesi arabi che gli avevano imposto l’embargo sono stati riallacciati lo scorso anno in Arabia Saudita, ad al-Ula, con una mossa che cerca di ricompattare i paesi arabi del Golfo. Nel dicembre scorso, il Qatar ha rafforzato la sua presenza nel Mediterraneo Orientale: Qatar Energy, di proprietà del governo, e il gigante statunitense ExxonMobil hanno firmato un contratto con Cipro per l’esplorazione di petrolio e gas nella zona chiamata Blocco 5. Già nel 2019 le due compagnie avevano ottenuto la possibilità di esplorare ed estrarre risorse dal Blocco 10, ove sarebbe presente la riserva più grande mai scoperta fin ora nella regione. La Turchia ha presto annunciato di non riconoscere il nuovo accordo, accusando Cipro di violare la sua piattaforma continentale. Seppur Turchia e Qatar siano alleati, Ankara ha minacciato di impedire alle due società di poter trivellare.
Il quadro degli interessi in gioco nella disputa del gas, economici e politici, si complicano se consideriamo l’accordo provvisorio raggiunto dall’Unione Europea per il regolamento RTE-E. Gli ambasciatori presso l’UE hanno infatti approvato, il 15 dicembre scorso, un accordo politico provvisorio sulla revisione del regolamento relativo alle reti trans-europee dell’energia (RTE-E), raggiunto tra la presidenza del Consiglio e i negoziatori del Parlamento europeo. Come si può leggere dal sito del Consiglio, il punto che qui più ci interessa è il seguente: “nel caso di Cipro e Malta, che non sono ancora interconnessi con la rete transeuropea del gas, consentire che ciascuno di questi Stati membri abbia un’interconnessione in fase di sviluppo o di pianificazione a cui sia stato concesso lo status di progetto di interesse comune e che sia necessaria per garantire l’interconnessione permanente di Cipro e Malta con la rete transeuropea del gas”. La pipiline EastMed, considerata dall’UE come progetto di interesse comune, farebbe arrivare il gas israeliano e cipriota all’Italia e al continente europeo. Il progetto risale al 2013 ma solamente nel 2020 si è arrivati ad un accordo tra le parti ufficialmente coinvolte: Israele, Cipro e Grecia. Il gasdotto si estenderebbe per 1.900 chilometri e la sua realizzazione è affidata al consorzio formato da Public Gas Corporation of Greece e dall’italiana Edison. Il punto di arrivo dell’EastMed è previsto in Puglia, ad Otranto, e la sua conclusione dovrebbe avvenire nel 2025 per un costo che si aggira sui 6 miliardi di euro. Il progetto è fortemente osteggiato dalla Turchia che, all’indomani dell’accordo, ha emanato, per tramite del ministero degli Esteri, una dichiarazione: «Qualsiasi progetto che miri a ignorare la Turchia con la costa più lunga del Mediterraneo orientale e miri a ignorare i turco-ciprioti che hanno uguali diritti sulle fonti naturali dell’isola di Cipro non avrà successo». Mentre l’Europa è schiacciata dai prezzi del gas, gli Stati Uniti, desiderosi di vendere nel Vecchio continente il proprio GNL, tolgono il proprio assenso all’opera. Le motivazioni sarebbero di carattere ambientale e di carattere politico. Mentre le prime non sono credibili, lo sono le seconde: cercare di distendere le tensioni nella regione e tra gli alleati NATO e al contempo cercare di imporre all’Europa il proprio gas. In più, possiamo aggiungere che nel Mediterraneo Orientale opera anche il colosso italiano del petrolio e del gas Eni, il quale si è aggiudicato cinque licenze esplorative concesse dal ministero del petrolio egiziano, per un totale di 8.410 chilometri quadrati; alcune licenze sono state ottenute in esclusiva mentre altre in partnership con Apex Petroleum e British Petroleum.
Insomma, il Mediterraneo orientale vive di un equilibrio precario e tutto il Mediterraneo, che ne siamo consapevoli o meno, rimane di elevata rilevanza geostrategica e politica.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nel suo ultimo video pubblicato sui social, ha comunicato che l’aeroporto della regione di Vinnytsia è stato distrutto da diversi razzi russi. In seguito all’attacco, Zelensky è tornato a chiedere la no fly zone per evitare ulteriori attacchi alle infrastrutture civili. Vinnytsia è una città situata nell’Ucraina centro-occidentale e si trova a sud-ovest di Kiev.
Dopo la firma del contratto per il progetto del gasdotto Soyuz Vostok con la Cina, arriva l’accordo tra Russia e Pakistan sull’importazione di gas naturale e grano. Secondo quanto riportato dai media locali, durante la visita a Mosca del primo ministro Imran Khan, i leader hanno firmato un accordo bilaterale. In un futuro prossimo, il Pakistan prevede di importare circa due milioni di tonnellate di grano dalla Russia. Inoltre, il Pakistan Stream, a lungo ritardato, verrà costruito in collaborazione con società russe. Il gasdotto di 1.100 km (683 miglia) che collega Russia e Pakistan, già concordato nel 2015, sarà quindi finanziato sia da Mosca che da Islamabad e sarà costruito da appaltatori russi. L’accordo arriva quando la maggior parte dei paesi occidentali si sta allontanando dalla Russia, imponendo pesanti sanzioni economiche al paese in risposta all’invasione dell’Ucraina.
L'elemento chiave dell’analisi è la perdita di nutrienti che avviene durante il passaggio da farina integrale (che significa integra, derivante dalla sola macinatura del chicco, senza alcuna raffinazione) a farina raffinata. Nell’opera The composition of foods gli autori McCance e Widdowson illustrano come la pasta raffinata abbia un basso contenuto di vitamine, sali minerali ed enzimi dal momento che queste sostanze diminuiscono enormemente durante il processo di raffinazione del chicco di frumento. Dopo la raffinazione infatti, rimane il 3% di tiamina (vitamina B1), il 12% di niacina (vitami...
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Visa e MasterCard sono le protagoniste dell’ultimo colpo sferrato al sistema finanziario russo dopo l’invasione dell’Ucraina. Le carte di credito dei loro circuiti non varranno più nel territorio russo e quelle emesse dalle banche russe saranno supportate solo all’interno del Paese. Continua ad aggravarsi, quindi, la situazione della popolazione russa sempre più colpita dalle sanzioni europee. Prima Visa ha annunciato lo stop con effetto immediato: collaborerà con i suoi clienti e partner in Russia per cessare tutte le operazioni Visa nei prossimi giorni; poco dopo è Mastercard ad annunciare la sospensione dei suoi servizi. Entrambe le società alcuni giorni fa avevano già bloccato diversi enti finanziari dalla propria rete, in ottemperanza alle sanzioni imposte alla Russia.
“Molto di ciò che sta accadendo ora, di quello che vediamo e di ciò che affrontiamo è senza dubbio un mezzo per combattere contro la Russia e, a proposito, queste sanzioni che ci vengono imposte sono come una dichiarazione di guerra”: è quanto, secondo l’agenzia di stampa russa Interfax, avrebbe affermato il presidente russo Vladimir Putin. “Grazie a Dio, le cose non sono ancora andate così lontano, ma penso che i nostri cosiddetti partner capiscano quali possano essere i risultati e che tipo di minacce rappresentino per tutti”, avrebbe inoltre aggiunto Putin.
La condizione biologica dei polli allevati per la carne non è compatibile con alcuna forma di benessere animale: è quanto si apprende da una recente inchiesta condotta da Animal Equality, dalla quale è emerso che i polli Broiler a rapido accrescimento – veri e propri ibridi commerciali che rappresentano la gran parte di quelli allevati nel mondo – sono geneticamente condannati ad una breve esistenza piena di sofferenza a prescindere dalle condizioni di vita a cui sono sottoposti. Per arrivare a tale conclusione gli investigatori di Animal Equality hanno effettuato il campionamento di sette polli Broiler deceduti in un allevamento intensivo del Nord Italia, comparando poi la loro condizione con quella di tre Broiler provenienti invece da un contesto ambientale protetto e salubre. Con l’aiuto di due cliniche veterinarie, dunque, sono state effettuati esami clinici e radiografie, da cui sono emerse tutte le sofferenze a cui questi animali sono destinati semplicemente per la loro genetica.
È stata infatti documentata innanzitutto una crescita innaturale dei polli, il cui peso corporeo si è raddoppiato già tra la prima e la seconda settimana di vita, e sono stati inoltre rilevati gravi danni alle ossa. Dalle radiografie infatti la calcificazione non è risultata essere totalmente avvenuta neppure in quella che generalmente è l’ultima settimana di vita dei Broiler di allevamento, ossia la settima: si sono dunque potuti osservare alcuni casi di deviazione delle ossa sia nei polli vissuti in allevamento intensivo sia in quelli vissuti in un luogo protetto, cosa che con ogni probabilità deriva dal sovraccarico del peso della massa muscolare su ossa non ancora attrezzate anatomicamente. Tra l’altro, poi, sono emerse anche patologie respiratorie causate, nei polli d’allevamento, dall’alto tasso di ammoniaca presente nella lettiera. Tuttavia, patologie delle vie respiratorie sono state individuate anche in un Broiler collocato in una struttura protetta e quindi non a contatto con gli alti tassi di ammoniaca: sono stati infatti rilevati chiari segni di polmonite e versamento di liquido in eccesso attorno al cuore, il che dà forza alla tesi secondo cui sarebbe appunto la linea genetica stessa a predisporre gli animali allo sviluppo di simili patologie con conseguente morte precoce.
Tali risultati rivelano, secondo Animal Equality, la contraddittorietà fra il Decreto Legislativo n.146 del 26 marzo 2001 – per la protezione degli animali negli allevamenti – e la reale condizione dei polli Broiler. All’articolo 2 del decreto, infatti, viene specificatamente richiesto agli allevatori di “adottare misure adeguate per garantire il benessere dei propri animali e affinché non vengano loro provocati dolore, sofferenze o lesioni inutili”: misure che, sostiene l’organizzazione, non possono essere applicate “in nessun contesto e in nessuna condizione ambientale, anche in quella più favorevole”. È proprio per questo quindi che Animal Equality ha lanciato una petizione, rivolta al Ministro per le Politiche Agricole e al Ministro per la Salute, per chiedere di supportare a livello europeo la messa la bando delle razze a rapido accrescimento nonché di disporre l’abbandono totale delle stesse in Italia. «I risultati dell’indagine rivelano che l’industria della carne di una delle razze più consumate al mondo si basa sulla sofferenza deliberatamente imposta dall’essere umano nei confronti di animali selezionati apposta per massimizzare i propri profitti a discapito della loro salute», ha sottolineato a tal proposito la direttrice esecutiva di Animal Equality Alice Trombetta, aggiungendo che «questo sistema nel 2022 è totalmente inaccettabile».
Il ministro degli esteri ucraino Dmytro Kuleba vorrebbe che fosse istituito un tribunale speciale per poter processare la Russia in seguito all’invasione dell’Ucraina. Kuleba avrebbe infatti affermato che la Russia si è macchiata di “crimini di aggressione” contro l’Ucraina, motivo per il quale andrebbe portata davanti ad un Tribunale internazionale. Un processo in stile Norimberga, come ha affermato l’ex premier inglese Gordon Brown, che ha appoggiato l’idea. Affermazioni del genere suscitano di certo una immediata eco politica e mediatica, ma la fattibilità è ancora tutta da verificare. Ciò che sta emergendo con maggiore forza in seguito allo scoppio del conflitto russo-ucraino è come le nozioni di “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità” siano usati in modo del tutto strumentale da parte degli Stati e delle istituzioni occidentali, andando a servire più gli interessi geopolitici che i criteri di giustizia.
Cerchiamo di essere chiari sin da subito: la guerra va ripudiata con ogni mezzo e in ogni caso, ed è giusto che qualcuno condanni Putin per le proprie azioni criminali. Tuttavia, il sentimento antirusso scaturito in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina ha portato l’Occidente a calpestare alcuni dei propri principi fondamentali, quale per esempio la libertà di informazione (con la censura di diversi media russi). Nel contesto di caos e tripudio mediatico che ne è scaturito, inoltre, distinguere i fatti dalla propaganda diventa un’operazione ostica. Evocare il processo di Norimberga, in questo caso, ha sicuramente una eco mediatica e politica di rilievo. Riporta la mente all’atto conclusivo di un sanguinoso squarcio nella nostra storia contemporanea, una ferita che ha impiegato decenni a risanarsi e forse ancora non è guarita del tutto. La fattibilità di tale procedimento, tuttavia, è ancora tutta da verificare.
I crimini di guerra, contro l’umanità e il genocidio sono infatti di competenza della Corte Penale Internazionale (CPI), la quale ha potere complementare a quello degli Stati membri e ha sede a L’Aia. Nel giudicare tali crimini, la CPI ha giurisdizione limitatamente al territorio dei propri Stati membri anche nel caso in cui il crimine sia commesso da uno Stato non membro. Nè la Russia né l’Ucraina hanno mai ratificato lo Statuto su cui si basa la CPI e non ne sono quindi parte, tuttavia nel 2014 l’Ucraina è riuscita ad aggirare l’ostacolo attivando una procedura speciale prevista dallo stesso Statuto. Il problema della giurisdizione, in tal caso, potrebbe così essere aggirato, ma rimane il fatto che i processi presso la CPI non possano essere svolti in contumacia.
Nel 2018 a questi tre crimini è stato aggiunto quello di aggressione, ovvero “la pianificazione, la preparazione, l’inizio o l’esecuzione, da parte di una persona in grado di esercitare effettivamente il controllo o di dirigere l’azione politica o militare di uno Stato, di un atto di aggressione che per carattere, gravità e portata costituisce una manifesta violazione della Carta delle Nazioni Unite del 26 giugno 1945”. Per quanto riguarda questo tipo di reato, la CPI può intervenire solamente se a commettere l’aggressione è uno degli Stati membri. Per tale motivo, secondo l’analisi di ISPI, intervenire per i crimini di aggressione nel caso della Russia rimane di fatto impossibile anche tramite la riforma dell’impianto normativo, in ragione del principio della irretroattività. Il fatto che la CPI abbia deciso di istituire un’indagine è ad ogni modo un forte segno della volontà di far rispettare il diritto internazionale.
A questo punto, tuttavia, pare naturale porsi il quesito: in quante altre occasioni i crimini di guerra sono stati invece ignorati, proprio in virtù di giochi di forza geopolitici? Secondo alcune stime, le “vittime collaterali” dei raid americani nei principali teatri di guerra in Medio Oriente e Africa si avvicinerebbero a un minimo di 23 mila, numero che potenzialmente potrebbe anche raddoppiare. Tuttavia, a seguito delle pressioni da parte degli Stati Uniti, nel dicembre del 2021 la CPI ha annunciato di aver sospeso le indagini a carico dei soldati statunitensi per i crimini di guerra avvenuti nel contesto del conflitto in Afghanistan.
Lo ribadiamo: quanto sta accadendo in Ucraina è disumano e va condannato con forza. Ma proprio lo scoppio di questa guerra ha mostrato come la coscienza occidentale disponga di due pesi e due misure nel valutare l’impatto e la reazione a disgrazie di questo tipo. Pesi e misure che dipendono per lo più da criteri geopolitici di convenienza. Un’ipocrisia suggellata dalla decisione dell’Unione europea di qualche giorno fa di concedere due tipi di protezioni differenti ai profughi della guerra in Ucraina in base al tipo di passaporto del quale dispongono. Come a dire, per l’ennesima volta, che uguaglianza e diritti hanno validità solo sulla carta.
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