mercoledì 14 Gennaio 2026
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Da oggi i lavoratori over 50 non vaccinati saranno a casa senza stipendio

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Sarà effettiva da oggi la misura voluta dal Governo in base alla quale tutti i lavoratori sopra i 50 anni che non abbiano ricevuto le tre dosi di vaccino rimarranno a casa dal lavoro senza stipendio. Non si dispone di numeri esatti, ma si stima che il provvedimento vada a toccare all’incirca un milione e mezzo di persone tra i 50 e i 70 anni, dalle quali vanno sottratte esenti e pensionati. Esenti dalla misura sono i lavoratori che presentino certificato medico di esenzione dalla vaccinazione, mentre per i lavoratori sotto i 50 anni (appartenenti alle categorie per le quali non era già previsto un obbligo, come sanità e istruzione) rimarrà la possibilità di presentarsi a lavoro con il green pass di base, ottenibile con il tampone rapido o molecolare da effettuare ogni 48 o 72 ore. Nonostante la pandemia sembri in fase di ritiro e in molti Paesi si vada verso l’allentamento delle restrizioni, dunque, il Governo non rivede le proprie politiche e tira dritto per la sua strada, diversificando sempre di più l’accesso ai diritti in base a criteri opachi e contestabili.

Nonostante si intraveda all’orizzonte la fase calante della pandemia e nonostante si stia procedendo un po’ ovunque al progressivo rilassamento delle restrizioni, con misure quali la riapertura delle discoteche e l’abolizione dell’obbligo di mascherine all’aperto, il Governo non sembra avere intenzione di fare marcia indietro sui propri provvedimenti. Così, a partire da oggi i lavoratori over 50 che non abbiano ricevuto le vaccinazioni rimarranno a casa senza stipendio. Per chi decidesse di violare la norma sono previste sanzioni da 600 a 1500 euro, raddoppiate in caso di ripetuta violazione. Inoltre, per gli over 50, lavoratori o meno, che al 1° febbraio non abbiano regolarizzato la propria posizione vaccinale è prevista una multa una tantum di 100 euro.

La misura, tuttavia, non si applica a chi sia stato contagiato dal Covid da meno di sei mesi: in quel caso, verrà rilasciata la certificazione verde per avvenuta guarigione e il lavoratore sarà libero di andare sul posto di lavoro. Una discriminazione da non poco conto, che subordina il godimento di un diritto in base al fatto che il soggetto abbia o meno contratto una determinata malattia.

Inoltre, il decreto riguardante l’obbligo vaccinale non si esprime in materia di smartworking: a questo proposito, come reso evidente da un articolo pubblicato dal quotidiano la Verità in data odierna, si apre un vuoto legislativo di non poco conto. In caso il lavoratore svolga le proprie mansioni da casa, infatti, il datore di lavoro non è tenuto a sapere se il dipendente disponga o meno del green pass, nonostante, secondo il decreto ministeriale di ottobre, il lavoro agile non costituisca esenzione dalla vaccinazione. Nel caso in cui il dipendente si ammali e il datore di lavoro ne dia comunicazione all’Inps, tuttavia, emergerebbe immediatamente lo stato vaccinale del lavoratore il quale, in caso non avesse ricevuto le inoculazioni necessarie, non avrebbe diritto di lavorare. Ma è possibile sospendere il lavoratore da stipendio e contributi se nessun green pass è stato scansionato, come prevede la norma per la sospensione del lavoro? Inoltre non sono previsti contratti che permettano la sostituzione del lavoratore che si opponga al green pass: questi resta a casa, ma il datore di lavoro non ha modo di sostituirlo.

I dubbi sono tanti, le discriminazioni evidenti e le crepe profonde. La misura dell’obbligo vaccinale sembra inoltre dettata da puri criteri politici, dal momento che si tratta di un provvedimento drastico e dalle drammatiche conseguenze per i cittadini non supportato a sufficienza da criteri scientifici.

[di Valeria Casolaro]

 

Ucraina: la Russia inizia a ritirare le truppe dal confine

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Alcune unità militari russe impegnate in un’esercitazione nei pressi del confine ucraino hanno iniziato il ritiro verso le proprie basi permanenti. “Le unità dei distretti militari meridionali e occidentali, dopo aver concluso le loro attività e completato i loro compiti, cominceranno a rientrare oggi e a trasferirsi nelle loro postazioni militari abituali” ha detto il portavoce del Ministero della difesa russo Igor Konashenkov ai giornalisti.
Nel corso della giornata avverrà inoltre l’incontro a Mosca fra il Cancelliere tedesco Olaf Scholz e il Presidente russo Vladimir Putin.

 

Canada, Trudeau dichiara l’emergenza pubblica nazionale

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Per riuscire a mettere fine alle proteste contro le restrizioni dovute al Covid che hanno causato il blocco della capitale e del traffico commerciale con gli USA, il premier canadese Justin Trudeau ha dichiarato lo stato di emergenza pubblica nazionale. La misura, che viene applicata per la prima volta dopo mezzo secolo, permette al premier di sospendere le libertà civili per ristabilire l’ordine pubblico, tramite, ad esempio, il divieto raduni pubblici o le limitazioni ai viaggi da o per zone specifiche del Paese. Affinché diventi effettiva, la misura deve essere approvata dal Parlamento entro una settimana.

Italia: è entrato in vigore il piano per la protezione delle foreste nazionali

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E’ stata pubblicata su Gazzetta Ufficiale la Strategia Forestale Nazionale (SFN), documento strategico primo nel suo genere a livello italiano. Questo ha l’obiettivo di portare le foreste nazionali a essere estese, resilienti, ricche di biodiversità e capaci sia di contribuire alle azioni di mitigazione e adattamento alla crisi climatica, sia di offrire benefici ecologici, sociali ed economici alle comunità rurali e montane, ai cittadini di oggi e alle prossime generazioni.

La validità della Strategia sarà ventennale – arco temporale minimo per pianificare nel settore forestale politiche ecologiche a difesa della biodiversità – ma verrà controllata e, se necessario, aggiornata ogni cinque anni, anche su eventuali richieste istituzionali specifiche o applicazioni di nuovi impegni internazionali. Oltre alla generale preservazione delle foreste, il piano si pone l’importante fine di coinvolgere tutti i cittadini a collaborare in azioni orientate alla sostenibilità, incentivando la tutela e l’uso consapevole e responsabile delle risorse naturali. Importantissima dal punto di vista economico, la SFN garantirà le risorse finanziarie necessarie a intraprendere una capillare pianificazione forestale.

La Strategia si articola in quanto macro-argomenti: obiettivi, azioni, strumenti finanziari, e modalità di monitoraggio e valutazione. Gli obiettivi fanno particolare riferimento al clima, alla biodiversità e allo sviluppo sostenibile; le azioni traducono sul piano operativo gli obiettivi generali e vengono distinte in azioni operative caratterizzate da un’applicazione ampia su scala nazionale, azioni specifiche riguardanti tematiche di importanza strategica ma di rilevanza territoriale specifica, e azioni strumentali, le quali si riferiscono all’organizzazione delle istituzioni e dei relativi strumenti di politica e governance a livello nazionale e locale.

La SFN, la cui realizzazione risale al 2017 in concomitanza della nascita della Direzione generale delle Foreste del Mipaaf (Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali), si pone come strumento essenziale per la delineazione delle politiche forestali nazionali nel contesto di quelle europee e degli accordi internazionali. Il documento, infatti, sarà l’input anche per il perseguimento degli obiettivi definiti da altri accordi, quali Agenda 2030, Accordo di Parigi e Green Deal. In questo modo, tutti gli stakeholders saranno riuniti e potranno impegnarsi, sotto la guida del Mipaaf, nella preservazione di interi ecosistemi.

[di Eugenia Greco]

18 anni senza Pantani: tutti i dubbi sull’ultima salita del Pirata

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Il mare d’inverno non è mai stato così triste, sulla riviera romagnola, come in quel giorno di San Valentino lontano ormai 18 anni. Diciott’anni nel ricordo di Marco Pantani, un buco nero nella memoria collettiva, cercando ancora di decifrare ed esorcizzare  i demoni che se lo portarono via in quei giorni cupi come una lastra di piombo, fino a quel cadavere trovato dentro una stanza buttata all’aria, molti più dubbi che certezze. La meravigliosa e triste storia del Pirata, o di Pantadattilo nella fortunata definizione di Gianni Mura, l’epopea di una bandana gialla che è diventata un po’ come i...

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Canada: Ontario abolisce pass sanitario dopo proteste dei camionisti

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Il primo ministro dell’Ontario, Doug Ford, ha annunciato nella giornata di oggi che il Covid pass verrà revocato nella provincia canadese a partire dal primo marzo. Si tratta di una vittoria per i camionisti canadesi, che da tre settimane stanno protestando contro le restrizioni legate al Covid. A tal proposito bisogna ricordare che, mentre sta lentamente riprendendo il traffico sul principale ponte di collegamento tra Usa e Canada, l’Ambassador Bridge, bloccato dai camionisti negli scorsi giorni e riaperto nella tarda serata di ieri, la capitale Ottawa è ancora paralizzata a causa delle proteste contro le misure anti-Covid.

Oltre 100 nazioni si sono impegnate a proteggere gli oceani

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I rappresentanti di oltre 100 nazioni si sono impegnati ad adottare misure volte a preservare gli oceani, tra cui la lotta contro la pesca illegale e la riduzione dell’inquinamento da plastica: è quanto emerge dalla dichiarazione “Brest commitments for the oceans” adottata nell’ambito del “One Ocean”, un summit tenutosi dal 9 all’11 febbraio scorso a Brest, in Francia, a cui hanno partecipato i capi di governo di 41 paesi. Il vertice ha segnato il punto di partenza di una serie di importanti incontri internazionali relativi agli oceani, tra cui la Conferenza sull’Oceano dell’Onu (Organizzazione della Nazioni Unite), che si terrà a giugno a Lisbona, e la COP27 prevista in autunno a Sharm el-Sheikh, in Egitto.

“Consapevoli che la posizione degli oceani nell’agenda politica internazionale non è attualmente commisurata al suo ruolo negli equilibri climatici, ambientali e sociali o al grado di minaccia per la vita marina – si legge nella dichiarazione – i leader di Brest si sono impegnati a lavorare insieme in modo rapido e tangibile per mettere a punto un stop al degrado degli oceani, scegliendo di agire per preservare la biodiversità, fermare lo sfruttamento eccessivo delle risorse marine, combattere l’inquinamento e mitigare il cambiamento climatico“.

Nello specifico, per quanto riguarda i 27 stati appartenenti all’Ue, essi hanno lanciato con altre 16 nazioni la “High Ambition Coalition on Biodiversity Beyond National Jurisdiction”, atta a stabilire entro la fine dell’anno un accordo globale avente ad oggetto la regolamentazione dell’uso sostenibile dell’altro mare – ossia delle acque al di fuori della giurisdizione di qualsiasi paese – tutelando così la loro biodiversità. Per quanto concerne invece la pesca illegale, che “rappresenta quasi un quinto delle catture mondiali, mina gli sforzi per gestire gli stock ittici in modo sostenibile e spesso comporta condizioni di sicurezza e di lavoro pessime per i pescatori”, 14 Paesi si sono impegnati ad intensificare la lotta contro di essa su più fronti. In tal senso, l’accordo della FAO sulle misure dello Stato di approdo ad esempio, atto a controllare meglio le attività di pesca nei porti in cui vengono sbarcate le catture, sarà ratificato da altri 2 Paesi, mentre diversi Stati dell’UE si sono “impegnati a schierare le loro flotte in operazioni all’estero così da intensificare la sorveglianza della pesca illegale”.

Oltre a tutto ciò, dato che “alcuni ecosistemi marini e costieri possono assorbire e immagazzinare grandi quantità di carbonio” e siccome bisogna dunque “accelerare i progetti di protezione e ripristino di tali ecosistemi, Francia e Colombia hanno lanciato una “coalizione globale per il carbonio blu” che riunirà tutti coloro che, a livello nazionale e internazionale, vorranno contribuire al “finanziamento del ripristino degli ecosistemi costieri utilizzando metodologie condivise e rigorose“.

Inoltre, un altro obiettivo da citare è senza dubbio quello della “fine dell’inquinamento plastico negli oceani”. Nove milioni di tonnellate di plastica finiscono nel oceano ogni anno”, si ricorda infatti all’interno della dichiarazione, motivo per cui la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (EBRD) si è unita alla Banca europea per gli investimenti (BEI) e alle banche di sviluppo di Francia (AFD), Germania (KfW), Italia (CDP) e Spagna (ICO), per portare avanti la “Clean Oceans Initiative” – una iniziativa atta a ridurre l’inquinamento da plastica in mare – ed hanno raddoppiato i loro sforzi in questo settore, impegnandosi a fornire 4 miliardi di euro di finanziamenti entro il 2025. Infine, un’altra mezza dozzina di Paesi si è unita invece al “New Plastics Economy Global Commitment”, un programma ambientale delle Nazioni Unite per aiutare i governi e le imprese a passare a un’economia circolare mirata al riciclaggio o al riutilizzo del 100% di tutta la plastica.

[di Raffaele De Luca]

Crisi in Ucraina: gli ultimi aggiornamenti

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Sono giorni intensi sul fronte della diplomazia per cercare una soluzione pacifica alla crisi in Ucraina. Nell’ultima settimana gli sforzi diplomatici di tutte le parti interessate ad evitare un possibile conflitto si sono infatti moltiplicati, purtroppo senza produrre, al momento, risultati evidenti.

Lo scorso martedì, è stato il turno del presidente francese Emmanuel Macron, che si è recato a Mosca per un meeting con Vladimir Putin. Incontro che non ha portato ad alcun risultato, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha infatti dichiarato che: «nella situazione attuale, Mosca e Parigi non possono raggiungere alcun accordo». Il 10 febbraio, si è tenuto invece un incontro tra il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov e la sua controparte inglese Liz Truss. Anche in questa occasione senza giungere a nulla, Lavrov ha infatti dichiarato al termine dell’incontro che: «è stata una conversazione tra un muto e un sordo».

A distanza di due giorni, tramite una videoconferenza, si sono invece parlati direttamente, anche qui senza ottenere alcun risultato, il presidente americano Biden e quello russo Putin. Mentre oggi, 14 febbraio, sarà il turno del cancelliere tedesco Olaf Scholz che si recherà prima a Kiev e poi a Mosca, nel tentativo di mediare una soluzione pacifica alla crisi. Sarebbe inoltre previsto, nelle prossime 48 ore, un meeting tra le delegazioni di Ucraina, Russia e gli altri paesi coinvolti, in quella che potrebbe essere “l’ultima spiaggia” per una soluzione diplomatica. Stando a quanto riportato da Reuters, l’ambasciatore ucraino in Inghilterra avrebbe infatti dichiarato alla BBC come il governo di Kiev, per evitare una guerra, stesse seriamente valutando la possibilità di ritirare la richiesta di ingresso nella NATO (Organizzazione del Trattato Atlantico del Nord). Possibilità che appare coerente con quanto dichiarato, nella giornata di ieri, dal presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy e quello americano Biden, di voler cercare una soluzione diplomatica alla crisi.

Nonostante, fino ad ora, gli sforzi diplomatici non abbiano portato risultati, nota positiva è che, al momento, tali sforzi non siano stati del tutto abbandonati. Lasciando quindi la porta aperta ad una soluzione politica della crisi piuttosto che militare. É evidente come una guerra in Ucraina avrebbe conseguenze catastrofiche non solo per Russia e Ucraina ma anche per tutti gli altri paesi europei. Negli ultimi giorni però le informazioni relative agli sforzi diplomatici si sono spesso contrapposte a notizie che andavano in una direzione totalmente opposta. in particolare sul versante americano, il segretario di Stato Antony Blinken ha dichiarato venerdì’ scorso che: «un’invasione russa dell’Ucraina potrebbe iniziare in qualsiasi momento». Mentre l’emittente statunitense CBS, ha riportato le parole del consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan: «gli Stati Uniti sono fermamente convinti che la Russia stia creando ad arte un finto incidente per giustificare un’invasione». Si è spinta addirittura oltre la testata Politico, sostenendo che in base alle notizie ricevute, da non meglio identificati alti ufficiali americani, l’attacco russo sarebbe previsto per il 16 febbraio. A questa serie di informazioni, si vanno poi ad aggiungere una marea di notizie e reportage, più’ o meno attendibili, che si possono trovare sulla rete e nei principali social media. Dove spesso il movimento di una nave militare, di un singolo areo o di un semplice mezzo motorizzato vengono dipinti come fatti indisputabili che evidenziano come una guerra sia inevitabile. Evidentemente tutto il mondo è paese, diventano tutti generali quando si avvicina una guerra, come si diventa commissari tecnici prima delle partite della nazionale di calcio. Altre notizie, quelle si vere e verificate, possono invece risultare giustamente preoccupanti, ad esempio le evacuazioni di diverse ambasciate occidentali. Ma bisogna cercare di fare una analisi più’ approfondita, le ambasciate hanno l’obbligo di tutelare la sicurezza dei propri cittadini stando sempre dalla parte del sicuro. Un aumento delle tensioni, in un contesto di isteria da parte di molti media occidentali, ha lasciato ben pochi margini di manovra di fatto “costringendo” molti paesi a chiudere i viaggi verso l’Ucraina. Viaggi che comunque dato il COVID sono in ogni caso già fortemente limitati. Gli Stati Uniti ad esempio sconsigliano i viaggi per i propri cittadini in ben 154 paesi, tra cui l’Antartica. Ci sono anche gli esempi dei paesi che hanno scelto di non chiudere le ambasciate, come la Cina, che ha semplicemente invitato i suoi cittadini a tenere monitorata la situazione. Preoccupazioni sono arrivate anche dalle notizie inerenti alla possibile chiusura dello spazio aereo ucraino, dal 14 febbraio infatti, il gigante assicurativo inglese Lloyds ha annunciato la volontà di cancellare le polizze che coprono i rischi relativi ad un conflitto per gli aerei diretti in Ucraina. Scelta che potrebbe apparire come sinonimo di una guerra imminente, eppure lo stesso governo ucraino ha commentato tale scelta come “insensata”. Lasciando intendere che dietro la scelta di Lloyds ci siano, forse, motivazioni economiche e politiche piuttosto che di vera e propria valutazione dei rischi. Per concludere, una delle notizie più preoccupanti apparse nei social media è quella del 13 febbraio, relativa ai colpi di mortaio sparati dall’esercito ucraino contro le forze filo-russe nelle Donbass. Notizia che, seppur non ancora completamente confermata, potrebbe venir intesa come la scintilla che da il via alla guerra. Bisogna pero’ ricordare che tali schermaglie nelle regioni del Donbass sono frequenti, basti pensare che dal 1 gennaio al 30 settembre sono state ben 84 le vittime civili. Nello stesso periodo del 2020 erano state invece 127.

Le tensioni tra Russia e Ucraina esistono, e una guerra non si può certo escludere, però non stiamo parlando di un conflitto inevitabile, dato che i margini di manovra ancora esistono. Gli sforzi diplomatici dei prossimi giorni potrebbero quindi, finalmente, riportare la situazione ad una parvenza di normalità con il ripristino almeno parziale dei protocolli di Minsk del 2015. Anche considerando il fatto che, l’unica via, per sperare di avere una soluzione duratura per il Donbass e la Crimea, resta quella politica.

[di Enrico Phelipon]

Yemen, Oxfam: battaglia per governatorato di Marib ha peggiorato situazione umanitaria

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“Un anno dopo l’escalation della battaglia per il governatorato yemenita di Marib, la situazione umanitaria è peggiorata”, dato che “gli attacchi aerei e le mine hanno causato lo sfollamento di quasi 100.000 persone”: è quanto afferma tramite una nota l’Oxfam, precisando che “il mese scorso 43 attacchi aerei hanno colpito obiettivi civili”, rappresentando più di un quinto degli attacchi totali nell’ultimo anno. Molti di questi attacchi, inoltre, hanno distrutto case e attività e saranno necessari diversi anni per ricostruirle. Per tali motivi, dunque, il direttore nazionale di Oxfam nello Yemen, Muhsin Siddiquey, ha affermato che l’unica via d’uscita a tutto ciò sarebbe costituita da un incontro tra le parti in guerra, che dovrebbero negoziare un accordo di pace permanente.

Quanto guadagnano i politici italiani? Pubblicate le dichiarazioni dei redditi

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Nei giorni scorsi sono state pubblicate le dichiarazioni dei redditi dei ministri, senatori e deputati italiani. Si tratta della documentazione patrimoniale presentata nel 2021 e quindi risalente alle entrate del 2020, consultabili sulle pagine personali di ciascun politico.
Tra i leader di partito spicca il reddito del segretario del PD Enrico Letta che, con 621.818 euro dichiarati, primeggia sui suoi colleghi. Completano il podio il leader di Italia Viva Matteo Renzi, con entrate pari a 571.391 euro, e Giorgia Meloni. La guida di Fratelli d’Italia ha infatti dichiarato nel 2021 un reddito di 134.206 euro.

Più staccati, invece, i leader di Leu, Sinistra Italiana e Lega che hanno presentato una documentazione patrimoniale simile. Il reddito di Roberto Speranza ammonta infatti a 107. 842 euro (+27.000 rispetto alla dichiarazione del 2020), Nicola Fratoianni dichiara entrate pari a 101.800 euro e Matteo Salvini chiude la classifica con il reddito più basso fra le guide di partito: 99.699 euro.

A Palazzo Madama la musica cambia e i primi tre in questa speciale classifica dichiarano redditi a 6 zeri. La terza posizione viene conquistata dal senatore a vita Renzo Piano, che nel 2021 ha dichiarato un reddito di 1 milione e 860 mila euro. Occupa la seconda posizione Giulia Bongiorno, avvocato e senatrice della Lega, con entrate pari a 2 milioni e 402 mila euro. Dichiarando un reddito di 2 milioni e 689 mila euro, l’avvocato di Silvio Berlusconi e senatore di Forza Italia, Niccolò Ghedini, conquista il primo posto dopo aver sfiorato i 3 milioni di euro di entrate nel 2019. Secondo le stime di Openpolis, farebbero parte del patrimonio di Ghedini 22 immobili, 5 terreni e diverse azioni in varie società. A primeggiare su tutti è lo stesso Berlusconi, ormai lontano dai confini romani e approdato a Bruxelles nel 2019 come europarlamentare, che ha dichiarato un imponibile di oltre 50 milioni di euro, fra azioni, immobili e imbarcazioni di lusso.

L’attuale Presidente del Consiglio dei ministri, Mario Draghi, ha presentato invece un reddito di 527.319 euro (56.000 in meno rispetto alla dichiarazione precedente), forte di 16 immobili, tra cui un appartamento a Londra e diverse proprietà fra Roma, Anzio, Stra (Venezia) e Città della Pieve (Perugia). A questi si aggiungono 10 mila azioni della società semplice Serena. Tra i ministri del Governo Draghi spicca infine Renato Brunetta, a capo della Pubblica Amministrazione, che nel 2021 ha dichiarato entrate complessive pari a 206.996 euro.

[di Salvatore Toscano]