giovedì 3 Aprile 2025
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“Pronti al peggio”: Bruxelles ha approvato il libro bianco della Difesa

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Guidata dalla paura della Russia e dai dubbi sul futuro della protezione degli Stati Uniti, la Commissione Europea ha varato la versione definitiva del libro bianco sulla Difesa europea, che sarà discusso tra oggi e domani dai capi di Stato e di governo dell’UE per una ratifica che ormai sembra del tutto formale e senza sconvolgimenti. L’impianto di base è confermato così come le soluzioni finanziarie. Soprattutto, resta immutato il senso di urgenza ad «essere pronti al peggio». Il piano prevede una «preferenza europea» ma apre alla possibilità di lavorare assieme ai partner extra-europei, il che si traduce in possibili appalti congiunti con Norvegia, Regno Unito, Canada, Giappone, India e Corea del Sud, sebbene, secondo i piani, il grosso della produzione dovrà avvenire in Europa.

La Commissione Europea ha pubblicato ieri il testo finale del libro bianco sulla Difesa europea il quale, tra oggi e domani, aspetta la firma e il via libera da parte dei capi di Stato e di governo dell’UE. Allo stesso tempo, è stata presentata la proposta definitiva del regolamento del Consiglio che istituisce l’azione di sicurezza per l’Europa (SAFE) attraverso il rafforzamento dello strumento europeo dell’industria della difesa. I documenti presentati, discussi in questi giorni, mirano a mobilitare il piano ReArm Europe annunciato dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che stanzierà 800 miliardi di euro per la Difesa europea. Il documento esorta l’Europa a colmare le «lacune di capacità» in settori quali la difesa aerea e missilistica, l’artiglieria, le munizioni e i missili, i droni, il trasporto militare, l’intelligenza artificiale, la guerra informatica e la protezione delle infrastrutture.

L’Alta rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’UE, Kaja Kallas, invita ad attenersi al piano messo a punto dal collegio dei commissari perché, sottolinea, «dobbiamo essere preparati al peggio». Si teme che la Russia di Putin possa «testare la nostra capacità di risposta militare da qui a cinque anni», ha detto il commissario per la Difesa, Andrius Kubilius, senza circostanziare con prove o argomenti. D’altronde, il libro bianco della Difesa europea definisce la Russia come una «minaccia esistenziale». La difesa dell’Ucraina contro «una minaccia esistenziale per la sicurezza europea» diventa così un obiettivo a breve termine di primaria importanza per l’Unione, che esorta i suoi Stati a rimanere «fermamente» dalla parte di Kiev. La Russia rappresenta infatti, al momento, «la minaccia diretta e indiretta più significativa per l’UE e la sua sicurezza, nonché per la sicurezza dei Paesi candidati e dei partner dell’UE», è scritto nel libro bianco europeo.

Kubilius ha poi dichiarato che «450 milioni di cittadini dell’Unione europea non dovrebbero dipendere da 340 milioni di americani per difenderci da 140 milioni di russi, che non possono sconfiggere 38 milioni di ucraini». Per fare questo, il piano della Commissione prevede lo stanziamento di 150 miliardi di euro in prestiti ai governi dell’UE da spendere in progetti di Difesa, così come l’allentamento delle norme UE sulle finanze pubbliche, affinché possano essere mobilitati altri 650 miliardi di euro. Inoltre, viene sospeso per quattro anni il patto di stabilità interno per permettere agli Stati membri di accrescere gli investimenti nel settore della Difesa fino a tutto il 2028. A ogni Paese membro verrà concesso di spendere fino all’1,5% di PIL in più ogni anno, potendo anche sforare il 3% del tetto deficit/PIL. Il nuovo assetto da guerra dell’economia europea è stato recepito dalle case automobilistiche che, con il benestare della politica, si dicono pronte alla riconversione o all’allineamento della produzione.

Il libro bianco prevede una «preferenza europea», seguendo tre principi: cercare una soluzione europea; negoziare con produttori e fornitori europei la riduzione di prezzi e tempi di consegna (con il sostegno dell’Unione); qualora una soluzione europea non fosse disponibile ai prezzi o alle tempistiche richiesti, gli Stati membri dovrebbero rivolgersi insieme a fornitori di Paesi terzi chiedendo pieno controllo del processo. E qui lo sguardo dovrebbe volgersi verso Paesi come Norvegia, Regno Unito, Canada, Giappone, India e Corea del Sud, anziché verso gli Stati Uniti.

Vari ministeri europei della Difesa stanno già rivalutando la dipendenza dagli Stati Uniti. Un problema noto è che i punti dati chiave dei sistemi d’arma americani vengono inviati automaticamente negli Stati Uniti, gli aggiornamenti software cruciali dipendono dai produttori statunitensi e molti sistemi d’arma provengono dagli Stati Uniti. Queste sono dipendenze problematiche in un momento in cui l’Europa sta pensando di andare da sola. Però, sebbene la narrazione rifletta, oltre che sull’avversione alla Russia, sullo scollamento con lo storico alleato statunitense, il libro bianco dell’UE sottolinea che la NATO dovrebbe rimanere l’organizzazione che garantisce la difesa collettiva dell’Europa. Ciò significa che gli sforzi dell’UE dovrebbero essere diretti a sostenere la NATO e i requisiti di capacità dei singoli Stati membri. Di fatto, l’Europa che vuole riarmarsi per fronteggiare la Russia e smarcarsi dagli Stati Uniti di Trump, di fatto sta facendo proprio quanto il presidente USA aveva chiesto: sobbarcarsi maggiormente i costi della NATO.

[di Michele Manfrin]

L’annuncio di Macron: la Francia vuole avere centomila riservisti pronti per la guerra

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In un’intervista rilasciata ad alcuni quotidiani regionali francesi, Emmanuel Macron ha annunciato che la Francia aumenterà la sua forza militare di riserva da 40.000 a 100.000 unità. «Esamineremo le leve della mobilitazione civile», spiega Emmanuel Macron, assicurando di voler «consolidare» la «mobilitazione della società di fronte alle crisi». Nel contempo, il presidente francese ha comunicato che, nelle prossime settimane, avverrà una «grande revisione» del Servizio Nazionale Universale (SNU), il programma di servizio civile che si rivolge a tutti i giovani dai 15 ai 17 anni, con estensioni fino ai 25 anni. Scopo della riforma sarebbe quello di modificarlo per adattarlo alle «esigenze della nazione». «Per me, per gli altri, per la Francia», è il motto dello SNU, all’interno del quale ci sono già programmi per i giovani francesi da svolgere nelle forze dell’esercito. L’annuncio di Macron estenderebbe gli obiettivi già fissati lo scorso anno con la legge sulla programmazione militare 2024-2030, per la quale, nel complesso, sono stati stanziati 413,3 miliardi di euro.

Come assicurato da Macron, questa revisione non avrà nulla a che vedere con un eventuale ritorno del servizio militare obbligatorio, soppresso nel 2001: «Non è un’opzione realistica», ha detto il presidente francese. Con la professionalizzazione dell’esercito, infatti, lo Stato francese non ha più una base logistica per gestire la coscrizione obbligatoria e centinaia di migliaia di giovani. Dunque, per arrivare all’obiettivo di ingrandire l’esercito, specie le file dei riservisti, passando da 40.000 a 100.000 entro il 2035, si deve passare attraverso il convincimento della società civile, soprattutto i giovani e i giovanissimi. Da qui l’idea di potenziare il Servizio Nazionale Universale (SNU), il programma di servizio civile che si rivolge a tutti i giovani dai 15 ai 17 anni, con estensioni fino ai 25 anni, come strumento di disciplina e di proselitismo per le forze armate.

Oltretutto lo SNU ha già una vasta fetta di programmi che si inseriscono proprio nell’ambito della Difesa e della Sicurezza. Infatti, oltre a servizi quali la «riserva civica» e i «giovani vigili del fuoco», vi sono anche la «riserva operativa della Polizia nazionale», la «riserva operativa negli eserciti», la «riserva della Gendarmeria nazionale», il «servizio militare volontario», il «servizio militare adattato» e gli «squadroni aerei giovanili dell’esercito dell’aeronautica e dello spazio». Questi programmi, previsti per la seconda fase dello SNU, dopo una prima fase della durata di 12 giorni, hanno una durata che va dai 3 mesi a un anno, a seconda del programma scelto. «Poiché siete una gioventù profondamente impegnata, lo SNU vi offre l’opportunità di rafforzare il vostro senso dell’azione attraverso iniziative individuali e collettive molto concrete al crocevia delle vostre preoccupazioni e delle sfide che il Paese deve affrontare», si legge sul sito in cui vengono presentati i vari programmi.

Quanto affermato da Macron alla stampa era già stato detto alla fine di gennaio dallo stesso presidente francese durante un discorso all’Army Digital and Cyber Support Command. In quell’occasione, aveva chiesto alle forze armate di redigere proposte che descrivessero in dettaglio come più giovani volontari potessero essere mobilitati in caso di bisogno e aveva esortato le giovani generazioni a rafforzare le capacità di Difesa del Paese. L’annuncio di Macron estende quindi gli obiettivi fissati per i riservisti previsti nella legge di programmazione militare 2024-2030 adottata nel luglio dello scorso anno. All’interno della legge, per cui vengono stanziati in tutto 413,3 miliardi di euro, si prevede infatti un aumento da 40.000 a 80.000 entro il 2030.

Insomma, in linea con la piega ultra-militarista presa dall’Europa, la Francia cerca di espandere il proprio esercito, come annunciato da altri Paesi europei attraverso varie forme e programmi. Un annuncio simile è infatti stato fatto dalla Polonia, che vuole addestrare tutti gli uomini del Paese per aumentare significativamente la forza di riserva dell’esercito. Siamo in pieno paradosso (o dilemma) della sicurezza, ovvero quella situazione di reciproca percezione di pericolo tra due o più Stati. Quando uno stato aumenta la propria sicurezza armandosi, aumenta l’insicurezza degli altri Stati, i quali a loro volta si armeranno per sentirsi più al sicuro, causando così l’aumentare dell’insicurezza degli altri che reagiranno allo stesso modo. La corsa agli armamenti finisce così per far sì che tutti siano armati e tutti si sentano in pericolo.

[di Michele Manfrin]

Sudan, l’esercito avanza nella capitale

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L’esercito del Sudan ha annunciato di essere vicino a riprendere il controllo del Palazzo Presidenziale della capitale Khartum, strappandolo al gruppo ribelle delle Forze di Supporto Rapido (RSF). Le RSF hanno preso il controllo del palazzo e di gran parte della capitale allo scoppio della guerra, nell’aprile 2023, ma negli ultimi mesi le Forze Armate Sudanesi hanno portato avanti una rapida avanzata, avvicinandosi alla città lungo il fiume Nilo. La ripresa della capitale potrebbe accelerare la presa del Sudan centrale da parte dell’esercito, dove sono ancora in corso gli scontri.

Una nuova indagine mostra le devastanti condizioni degli allevamenti intensivi italiani

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L’associazione Essere Animali ha diffuso nuove immagini raccolte, tra dicembre 2023 e febbraio 2024, da un investigatore sotto copertura all’interno di un’azienda in provincia di Venezia che alleva galline per la produzione di uova. Le immagini mostrano tutte le criticità dell’allevamento in gabbia, che ad oggi riguarda ancora il 35% delle galline allevate in Italia, tra cui alcune problematiche sistemiche non in linea con il rispetto del benessere animale.
Nell’allevamento, è emerso, gli animali morti vengono abbandonati all’interno delle gabbie, dove le galline vive finiscono per becchettare i cadaveri in avanzato stato di decomposizione, con conseguenti gravi rischi igienico-sanitari. In alcune immagini si vedono anche uova fresche sopra i cadaveri. Gli animali vivi, spesso privi di piumaggio a causa dello sfregamento contro le gabbie metalliche e dello stress da sovraffollamento, palesano le condizioni di estrema sofferenza in cui sono costretti a vivere. L’inchiesta denuncia anche gravi violazioni nelle procedure di abbattimento delle galline malate,  animali lasciati agonizzanti e privati delle cure necessarie, in contrasto con le normative vigenti. Un caso emblematico riguarda una gallina affetta da un disturbo neurologico che, incapace di nutrirsi e muoversi adeguatamente, viene lasciata a morire senza alcun intervento. Le irregolarità continuano anche durante il trasporto degli animali verso il macello. Le galline vengono lanciate e spinte con brutalità nelle gabbie di trasporto, aumentando il rischio di fratture e sofferenze evitabili. La fragilità delle loro ossa, causata da osteoporosi legata alla selezione artificiale prevista dagli allevamenti e alla mancanza di movimento, rende le pratiche ancor più crudeli.
A seguito della segnalazione dell’organizzazione, i Carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Venezia sono intervenuti, scoprendo anche casi di lavoro nero tra gli operai addetti al carico. Un sistema di gestione che viola quindi i diritti degli animali e quelli dei lavoratori, ora, quantomeno sanzionato. L’inchiesta veneta non è però un caso isolato. Anzi. Sono numerose le organizzazione che hanno diffuso in più occasioni immagini e riprese dagli allevamenti intensivi italiani e non, evidenziando ogni volta un sistema lesivo anche della più lontana forma di benessere animale. Non ultimo, il documentario Food for Profit. Frutto del lavoro investigativo durato 5 anni, di Giulia Innocenzi e Pablo D’Ambrosi, il docufilm inquadra le criticità legate alla produzione industriale di cibo, unendo sensibilità etiche, preoccupazioni sanitarie e criticità ambientali. L’inchiesta mostra poi che i problemi non riguardano solo la gestione degli allevamenti intensivi, ma anche le istituzioni europee, le quali si renderebbero complici dirette ed indirette attraverso i collegamenti tra industria della carne, lobby e potere politico. Nel complesso urge quindi la necessità di riformare il settore zootecnico, in primis ponendo fine all’era delle gabbie per garantire un futuro più giusto per gli animali e per chi lavora nel rispetto della legalità e del benessere. Secondo un’indagine, il 90% degli italiani è favorevole alla loro abolizione, ma la pratica resta diffusa, coinvolgendo milioni di animali tra galline, scrofe, vitelli, conigli e quaglie. L’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare aveva già evidenziato, nel 2023, come le gabbie siano dannose per la salute delle galline per la produzione di uova, in quanto non permettono il rispetto dei loro comportamenti naturali e li sottopongono a stress e sofferenze aggiuntive.

A livello europeo, la battaglia per l’abolizione delle gabbie sta però facendo passi avanti, grazie soprattutto alla campagna End the Cage, l’Iniziativa dei Cittadini Europei che, con il sostegno di 170 associazioni di 28 Paesi, nel 2018 ha chiesto la fine dell’uso di ogni tipo di gabbia per allevare animali a scopo alimentare. La Slovenia intanto ha annunciato di voler vietare l’allevamento in gabbia entro il 2028. E, nel 2024, per la prima volta, è stato nominato un Commissario alla Salute e al Benessere Animale, l’ungherese Olivér Várhelyi, all’interno della nuova Commissione europea. Durante la sua prima audizione davanti al Parlamento UE, Várhelyi ha rassicurato che nel 2026 verranno pubblicate nuove proposte di revisione della direttiva sugli animali, con particolare attenzione al problema delle gabbie negli allevamenti. Gli attivisti chiedono ora che anche l’Italia – sempre in prima linea nella difesa degli interessi industriali del settore zootecnico – prenda una posizione decisa, sostenendo gli allevatori nella transizione verso sistemi più etici e sostenibili.

[di Simone Valeri]

La norma che legittima l’abuso: i servizi segreti potranno fare reati per “difendere lo Stato”

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Le commissioni Affari costituzionali e Giustizia del Senato hanno approvato l’articolo 31 del DDL Sicurezza, una norma che concede poteri straordinari ai servizi segreti italiani, riducendo al minimo i controlli e, come molti critici hanno sottolineato, aprendo la strada a possibili abusi. Questo articolo obbliga le pubbliche amministrazioni, le società pubbliche e persino università e ospedali a fornire ai servizi segreti qualsiasi informazione richiesta, anche in deroga alle leggi sulla privacy. Ancora più significativa appare la legittimazione di reati per il personale dei servizi, che potrà infiltrare e persino dirigere organizzazioni sovversive senza incorrere in conseguenze penali. La misura ha suscitato la dura protesta di numerose frange della società civile, tra cui quella del Coordinamento nazionale delle Associazioni dei familiari di vittime delle stragi, che ha denunciato come la norma metta potenzialmente in pericolo le libertà e diritti fondamentali dei cittadini.

L’art. 31 del DDL Sicurezza modifica la legge del 2007 sulla riforma dei servizi segreti, ampliando le prerogative dell’AISE (sicurezza esterna) e dell’AISI (sicurezza interna). La norma obbliga le pubbliche amministrazioni, le aziende partecipate e chi eroga servizi di pubblica utilità a collaborare con i servizi segreti senza possibilità di rifiuto. Questo significa che scuole, ospedali, università e perfino procure dovranno fornire dati personali senza limiti chiari. Il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS) potrà inoltre stipulare convenzioni con enti privati e pubblici per definire modalità di collaborazione e gestione delle informazioni. L’aspetto più critico della norma è la possibilità di aggirare i vincoli della riservatezza: le informazioni potranno essere comunicate «in deroga alle normative di settore in materia di riservatezza». In pratica, i servizi segreti potranno ottenere dati sensibili senza limiti e senza alcuna tutela per la privacy dei cittadini.

Altro punto assai controverso dell’articolo 31 è la sua disposizione sulle «condotte scriminabili», ovvero azioni che normalmente sarebbero reati, ma che per gli agenti dei servizi segreti non saranno punibili. Il provvedimento introduce infatti modifiche significative all’attività dei servizi segreti, consentendo agli operatori di AISI e AISE non solo di infiltrarsi in organizzazioni illegali, ma persino di guidarle. Secondo il dossier del Servizio Studi del Senato, il provvedimento legittima reati come la direzione o l’organizzazione di associazioni terroristiche, la detenzione di materiale con finalità di terrorismo, la fabbricazione e detenzione di esplosivi. Inoltre, rende permanenti disposizioni introdotte nel 2015, autorizzando gli agenti a compiere azioni che altrimenti sarebbero reati, in nome della sicurezza nazionale. Tra queste, l’addestramento a scopi terroristici, il finanziamento di attività sovversive e l’istigazione alla violenza. Le preoccupazioni sono amplificate dai precedenti storici delle stragi italiane, dagli anni ’60 agli attentati mafiosi del 1992-93, in cui apparati deviati dello Stato hanno avuto un ruolo nei depistaggi e persino nel concepimento e nell’organizzazione degli attentati.

A muoversi compatti contro l’art. 31 del DDL Sicurezza sono stati i membri del Coordinamento nazionale delle Associazioni dei familiari di vittime delle stragi, che hanno subito manifestato il loro “disappunto” per la mancata audizione del coordinamento, prima della votazione del DDL, alla Camera dei deputati. In un comunicato diramato lo scorso 5 marzo, il Coordinamento aveva chiesto formalmente di poter essere audito dalle Commissioni Giustizia e Affari costituzionali «per un confronto che consenta di poter riportare entro parametri costituzionalmente accettabili il contenuto dei mandati operativi che detto DDL, e in particolare il suo art. 31, intenderebbe delineare». La sola risposta arrivata, però, «dice che sono trascorsi i termini e non è più possibile essere ricevuti in audizione, di mandare una memoria scritta», ha spiegato a L’Indipendente Salvatore Borsellino, componente del Coordinamento, che ha annunciato una protesta contro l’approvazione del provvedimento. «Gli ampi margini operativi che verrebbero concessi a ruoli istituzionali dello Stato quali gli stessi Servizi Segreti, per l’ampiezza dei mandati a loro conferiti, si presterebbero, grazie anche alle immunità concesse, a una potenziale gestione “non consona”, per non dire pericolosa, e che potrebbe mettere a rischio diritti costituzionali nonché le stesse libertà e diritti fondamentali dei cittadini – ha scritto il coordinamento nella nota –. Tra le righe di questa legge si intravedono ampi spazi di movimento per possibili depistaggi e dannose omissioni, laddove da parte degli agenti operanti si fosse ispirati e guidati, con il rischio di interferenze anche di “agenti esterni”, da interessi in contrasto con quelli cui si ispira la nostra Costituzione e quelle sue leggi emesse a garanzia di uno Stato democratico».

Sulla medesima scia si è posto l’avvocato ed ex magistrato Antonio Ingroia, che a L’Indipendente ha evidenziato i profili «palesemente autoritari» del DDL Sicurezza, che, oltre a introdurre nuovi reati e inasprire le pene «mettendo a rischio i diritti costituzionali di riunione e libera manifestazione del pensiero», con il pretesto di garantire la sicurezza nazionale, «conferisce poteri straordinari e immunità molto ampie ai Servizi Segreti, il tutto sottratto al controllo parlamentare del Copasir e al controllo di legalità della magistratura». Ingroia aggiunge che a far suonare il campanello d’allarme sui potenziali rischi di tale misura sono proprio i passaggi fondamentali della storia della nostra Repubblica, «condizionata dallo stragismo politico-mafioso e terroristico-eversivo», che spiega come «sovente le deviazioni degli apparati istituzionali» abbiano «segnato trame criminali torbide e insanguinato il percorso per l’attuazione della Costituzione, ancora oggi incompiuto».

[di Stefano Baudino]

Gaza, prosegue il massacro: altre 71 vittime nei raid israeliani

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È di almeno 71 morti il bilancio degli attacchi israeliani che hanno colpito nella notte la Striscia di Gaza. Lo ha reso noto l’emittente Al Jazeera, sulla base di quanto riferito da fonti sanitarie. Nello specifico, l’IDF ha preso di mira undici edifici residenziali a Khan Younis, Rafah e Beit Lahiya. Tra le vittime, sorprese nel sonno, figurano anche donne e bambini. Come dichiarato da un portavoce dell’ospedale dei Martiri di al-Aqsa all’emittente Al Arabiya, in sole 48 ore è arrivato ad almeno 710 il numero di palestinesi uccisi nei raid aerei messi a segno da Israele, mentre i feriti sono circa 900.

Omicidio di Ilaria Alpi: un mistero somalo lungo 31 anni

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Trentun anni dopo, un delitto senza colpevoli e senza castigo, con tante domande appese al dolore: c’è stata incertezza perfino sulla distanza da cui hanno sparato i sicari arrivati con la Land Rover blu. La prima perizia balistica, se così vogliamo chiamarla, diceva che Ilaria Alpi era stata uccisa da un colpo sparato da lontano, nonostante il fatto che il medico dell’incrociatore Garibaldi, all’epoca ammiraglia della flotta italiana e che ha effettuato l’esame esterno del corpo, avesse scritto che si era trattato di un’esecuzione. Il suo referto è finito in un cassetto di chissà quale uffici...

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Roma: la piazza pro-Europa è stata pagata con 270mila euro di fondi comunali

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Un evento raccontato come «spontaneo», «autoconvocato dal basso» e «richiesto dai cittadini», ma in realtà organizzato e finanziato con 270mila euro di denaro pubblico. È infatti questa la cifra stanziata dal Comune di Roma per la manifestazione pro-Europa che si è tenuta lo scorso 15 marzo in Piazza del Popolo, lanciata dal giornalista di Repubblica Michele Serra e sostenuta dal sindaco Roberto Gualtieri. L’amministrazione capitolina ha coperto tutte le spese: palco, impianto audio-video, sicurezza, pulizia della piazza, transenne, logistica e persino i costi di viaggio e alloggio dei relatori. Una scelta che ha scatenato forti polemiche, con la Lega che ha presentato un esposto alla Corte dei Conti, mentre il Movimento 5 Stelle capitolino ha annunciato un’interrogazione urgente sulla vicenda.

La conferma è arrivata da funzionari della stessa amministrazione Gualtieri al Giornale, che hanno spiegato che, a detta loro, sarebbe «tutto regolare». Secondo il Campidoglio, la manifestazione non aveva finalità politiche, bensì un carattere istituzionale per promuovere i valori europei. Tuttavia, la piazza è apparsa fortemente connotata dal punto di vista partitico, con la presenza di Elly Schlein, l’appoggio del Partito Democratico e di altre forze di centrosinistra, in un contesto che ha visto contrapporsi le posizioni sul riarmo dell’Europa, con una divisione evidente tra i partecipanti. Ma soprattutto la manifestazione ha rappresentato un grande spot per la testata Repubblica, che non ha attinto ai fondi del suo gruppo o promosso una raccolta fondi privata per organizzarla, ma si è giovata di una considerevole somma elargita direttamente dalle casse della Capitale. Le spese per la manifestazione sono state gestite dalla municipalizzata Zetema, che normalmente si occupa della valorizzazione del patrimonio artistico e culturale. A carico delle casse comunali non ci sono stati solo il palco e i servizi tecnici, ma anche la pulizia straordinaria della piazza da parte di Ama, il servizio d’ordine e la gestione degli accrediti riservati alla stampa. A rendere la situazione ancora più controversa è il fatto che in passato la stessa amministrazione Gualtieri abbia negato l’utilizzo di spazi istituzionali per eventi considerati «divisivi». Nel 2022, ad esempio, fu vietato un incontro sull’educazione gender nelle scuole, mentre nel 2023 venne impedita la proiezione del documentario “Invisibili” sui danneggiati da vaccino Covid.

Dal Partito Democratico si difendono, affermando che l’evento è stato bipartisan e che la manifestazione ha visto la partecipazione anche di sindaci di centrodestra. Nel frattempo, però, la commissione Trasparenza del Comune di Roma, presieduta da Federico Rocca (Fratelli d’Italia), ha deciso di presentare un accesso agli atti per verificare i dettagli delle spese. Anche la Lega ha sollevato la questione in Parlamento, chiedendo chiarimenti sullo stanziamento dei fondi e sulla regolarità amministrativa dell’operazione, presentando l’esposto davanti alla Corte dei Conti. In un comunicato, il Movimento 5 Stelle ha annunciato un’interrogazione urgente. «Parliamo di centinaia di migliaia di euro pubblici, utilizzati anche per biglietti dei treni e altre spese di trasporto, il palco, le luci e il servizio. Tutto per una piazza che non rappresenta certo la Capitale nella sua interezza e anzi, come ben sappiamo, è estremamente divisa al suo interno anche su temi fondamentali come quello del riarmo», hanno dichiarato i pentastellati capitolini.

[di Stefano Baudino]

Repubblica Democratica del Congo: nuovi incontri di pace, il governo guarda a Trump

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Il presidente ruandese Paul Kagame e la sua controparte congolese Felix Tshisekedi si sono incontrati a Doha, in occasione di un summit trilaterale con l’Emiro del Qatar  Tamim bin Hamad Al Thani. L’incontro, inaspettato, è il primo dal lancio, nei primi giorni di quest’anno, dell’offensiva della milizia ribelle M23 nelle regioni orientali del Congo, dove questa è riuscita a conquistare i due capoluoghi regionali di Goma e Bukavu. Nella dichiarazione congiunta rilasciata insieme alla presidenza qatariota, viene chiesto un cessate il fuoco «immediato e incondizionato» e si sottolinea la necessità di «proseguire le discussioni avviate a Doha al fine di stabilire solide basi per una pace duratura come previsto nel processo di Luanda/Nairobi». 

Un incontro, quello di Doha, che arriva in un momento in cui sembrava che la diplomazia avesse fallito ancora. Mercoledì della scorsa settimana, infatti, il presidente angolano Joao Laurenco, oggi Presidente di turno dell’Unione Africana e  intermediario per le parti in lotta nelle ricche regioni orientali della RDC, aveva annunciato che questa settimana si sarebbe tenuto un incontro a Luanda tra la presidenza della RDC e i rappresentanti dell’M23 e dell’AFC (Alleanza del fiume Congo). Lunedì, 24 ore prima dell’incontro, la delegazione delle forze ribelli ha annunciato che non avrebbe partecipato ai colloqui. L’AFC, di cui fa parte l’M23, ha dichiarato di ritirarsi, da quelli che sarebbero potuti essere i primi negoziati diretti tra Kinshasa e i ribelli, a causa delle sanzioni imposte dall’Unione Europea nei confronti dell’M23 e di funzionari ruandesi. In una nota pubblicata su X l’AFC afferma che le sanzioni imposte dall’UE e singoli paesi occidentali mirano a «ostacolare i colloqui tanto attesi». 

Il Presidente della Repubblica del Ruanda Paul Kagame

Fino alla scorsa settimana era la presidenza della RDC ad aver rifiutato più volte l’incontro diretto con le milizie ribelli, sostenendo che l’M23 è solamente il braccio armato di Kigali. Accusa quest’ultima sempre negata dal Ruanda di Paul Kagame, nonostante le diverse prove fornite da indagini delle Nazioni Unite e indipendenti riguardo l’appoggio logistico di Kigali ai ribelli e la presenza di almeno 5.000 effettivi ruandesi in RDC. Dall’inizio del mese sono incominciate ad arrivare le prime sanzioni internazionali nei confronti di alcuni comandanti delle milizie ribelli, ma anche e soprattutto nei confronti del Ruanda. Prima il Regno Unito ha tagliato fondi e congelato accordi con Kigali, poi gli USA hanno sanzionato alcuni esponenti politici ruandesi e infine l’UE ha sanzionato nove individui tra  ribelli e funzionari ruandesi. Alla messa in pratica di queste sanzioni, lunedì il Ruanda ha tagliato i rapporti diplomatici con il Belgio, proprio quando l’AFC ha annunciato di non partecipare ai colloqui. Kigali ha intimato ai funzionari belga di abbandonare il territorio ruandese entro 48 ore, accusando Bruxelles di «voler sostenere un piano neo coloniale» e di «schierarsi sistematicamente contro il Ruanda». A seguito della decisione di Kigali non si è fatta attende la risposta del ministro degli Esteri belga, Maxime Prévot, che dal suo profilo X  ha definito «sproporzionata» la reazione di Kigali e ha annunciato che anche Bruxelles dichiarerà i diplomatici ruandesi persone non grate e sospenderà gli accordi governativi tra i due paesi. Ma i colloqui di Doha mostrano come le sanzioni abbiano già avuto dei risultati sul piccolo paese dei Grandi Laghi, che si trova nella necessità di mettere fine agli scontri, tanto quanto lo vuole Kinshasa. 

Ma si sa, i colloqui non sono una sicurezza e per Kinshasa la necessità di trovare una soluzione è oggi più che mai un imperativo. Dall’inizio del mese infatti ci sono stati diversi contatti tra alcuni esponenti del governo congolese e funzionari americani. Sembrerebbe che la presidenza della RDC sia disposta a trovare un accordo sulla scia di quello proposto da Washington a Kiev, per il quale l’Ucraina cede una quota del 50 percento dei ricavi minerari per usufruire di un impegno finanziario a lungo termine degli Stati Uniti. Ancora non ci sono dei dettagli su un possibile accordo, ma quello che è sicuro è che Kinshasa potrebbe cedere parte dei suoi minerali se in cambio avrà forniture militari e forse anche truppe americane schierate nei Kivu. Sempre lunedì il presidente congolese Felix Tshisekedi si è incontrato con Ronny Jackson, presentato come inviato speciale dell’amministrazione Trump in RDC. Jackson al termine dell’incontro ha dichiarato: «vogliamo lavorare affinché le aziende americane possano venire a investire e lavorare nella RDC. E per farlo, dobbiamo assicurarci che ci sia un ambiente pacifico» . Un ‘incontro che arriva una settimana dopo che Washington si è detta disposta ad aprire un dialogo con Kinshasa al fine di trovare un accordo sui minerali. «Gli Stati Uniti sono aperti a discutere di partnership in questo settore» ha dichiarato mercoledì scorso un  portavoce del Dipartimento di Stato americano, che ha precisato «sempre se il tutto rimane in linea con l’agenda America First della presidenza Trump». 

L’incontro di lunedì 17 marzo tra il Presidente della RDC, Félix Tshisekedi, e Ronny Jackson, inviato speciale dell’amministrazione Trump in RDC

Sul campo le parole servono a poco e l’offensiva dell’M23 non accenna a fermarsi. Dopo aver conquistato le due capitali regionali del Nord e Sud Kivu, rispettivamente Goma e Bukavu, i ribelli ieri sono entrati a Walikale, importante centro minerario a circa 100 chilometri da Goma. Mercoledì, tramite il profilo X dell’AFC, i ribelli hanno dichiarato di aver conquistato la cittadina di 12mila abitanti e che non serviranno dialoghi a Doha o Lunanda, perché «l’AFC non ha altra scelta che difendere il prpoprio popolo». Ormai l’M23 è a poco meno di 400 chilometri da Kisangani, quarta città del paese, e sembra pronta a conquistarla.

Durante la loro avanzata le milizie ribelli hanno incontrato una leggera resistenza da parte di diversi gruppi armati fedeli all’esercito congolese, ma nulla è bastato per frenare l’offensiva. Nemmeno le taglie che il governo di Kinshasa ha messo sulle teste dei comandanti dell’M23 e dell’AFC, sono servite. Le autorità della RDC hanno offerto una ricompensa di 5 milioni di dollari per la cattura di Corneille Nangaa, Bertrand Bisimwa e Sultani Makenga. Processati in contumacia a Kinshasa, tutti e tre gli uomini furono giudicati colpevoli e condannati a morte nell’agosto 2024. Un altro colpo alle forze congolesi è arrivato giovedì scorso, quando  la SADC (South african development community) ha dichiarato che le sue forze di pace schierate sul campo inizieranno la fase di ritiro, dopo che dall’inizio dell’anno decine di soldati schierati dai diversi paesi dell’Organizzazione regionale hanno perso la vita negli scontri con i ribelli. 

Secondo quanto riporta l’UNICEF dall’inizio dell’anno l’offensiva dell’M23 ha costretto alla fuga più di 850mila persone, la metà delle quali minori, che si aggiungono ai già presenti 7,5 milioni di sfollati interni. L’agenzia dell’ONU ha sottolineato come ci sia stato un forte aumento di gravi violazioni contro i bambini, queste includono violenza sessuale, uccisioni, mutilazioni. il reclutamento e l’uso di bambini da parte di gruppi armati. «Stiamo affrontando una crisi di protezione senza precedenti. I bambini sono presi di mira. Vengono uccisi, reclutati, strappati alle loro famiglie ed esposti a orribili violenze sessuali e fisiche» ha dichiarato Jean François Basse, rappresentante ad interim dell’UNICEF nella RDC. 

[di Filippo Zingone]

Turchia, proteste a favore del sindaco di Istanbul

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Dopo l’arresto di Ekrem Imamoglu, sindaco di Istanbul e principale leader dell’opposizione turca, i cittadini di Istanbul hanno lanciato un’ampia mobilitazione a favore del primo cittadino. Nonostante la chiusura di diverse strade e il divieto di manifestazione imposto dalle autorità turche, migliaia di manifestanti sono scesi in piazza, nei campus universitari e nelle stazioni della metropolitana, scandendo slogan antigovernativi. Secondo quanto riportato dai media locali, si sono registrati scontri tra manifestanti e polizia, che ha usato lo spray al peperoncino per disperdere la folla fuori dall’Università di Istanbul. Nei prossimi giorni sono previste altre manifestazioni.