Sono stati assolti anche in secondo grado i 18 attivisti che sei anni fa occuparono una ex casa cantoniera a Oulx, in Valle di Susa, per offrire sostegno ai migranti in difficoltà. La Corte di Appello di Torino ha infatti sancito che le azioni degli attivisti, accusati di invasione di edificio pubblico, non erano punibili, riconoscendo come prioritario il valore umanitario delle loro iniziative. Nel 2018, quando il leader leghista Matteo Salvini sedeva sulla poltrona più alta del Viminale, l’edificio era stato trasformato in un rifugio per migranti, offrendo fino all’anno successivo riparo e assistenza a chi cercava di attraversare il confine italo-francese in condizioni estreme, tentando di attraversare i valichi alpini anche in pieno inverno. In primo grado, i giudici del tribunale di Torino avevano assolto gli imputati sostenendo che il reato di «invasione di edificio» era stato effettivamente commesso, ma che non fosse punibile per «tenuità del fatto». Diversa la lettura della Corte d’appello, che ha scelto di applicare l’articolo 54 del codice penale, in base a cui non è punibile chi commette un fatto in quanto «costretto dalla necessità di salvare sé o altri da un pericolo di un danno grave alla persona».
È stata così accolta la richiesta della difesa, che aveva sottolineato come l’occupazione fosse dettata da uno stato di necessità, motivato dalla volontà di salvare vite umane. Testimonianze e documentazione hanno dimostrato che, grazie all’intervento degli attivisti, molti migranti sono stati sottratti a situazioni potenzialmente letali. L’ex casa cantoniera di Oulx, chiusa da tempo, era stata individuata come luogo di transito per i migranti diretti in Francia, spesso respinti al confine dalle autorità francesi. Il rifugio autogestito offriva un luogo sicuro dove riposare, ricevere cure mediche e prepararsi al viaggio. Nel 2021, l’edificio è poi stato sgomberato dalle forze dell’ordine. «Migranti con abiti estivi in pieno inverno, senza alcun luogo dove ripararsi, rischiavano conseguenze gravissime. Gli imputati, offrendo supporto, hanno concretamente evitato tragedie», ha dichiarato Danilo Ghia, uno degli avvocati difensori, in seguito alla lettura della sentenza. Alla sbarra erano finiti anche i militanti che avevano occupato una struttura sita nei pressi della chiesa di Clavière, ma per loro è stato disposto il non doversi procedere per difetto di querela.
A testimoniare in favore degli anarchici al processo era stato, nel 2022, anche il parroco di Bussoleno Luigi Chiampo, che sempre a Oulx gestisce il Rifugio Massi. «Per quei migranti la montagna era come le acque del Mediterraneo per i barconi che affondano, una causa di morte – aveva dichiarato il sacerdote -. Una quindicina di persone persero la vita per il freddo, la neve, la caduta in un dirupo. Un giovane afgano fu travolto a cinque km dal nostro rifugio mentre camminava lungo i binari della ferrovia: non poteva permettersi il viaggio in treno». «In quei due anni – aveva aggiunto don Chiampo – il flusso in Alta Valle aumentò, verosimilmente per il blocco del valico di Ventimiglia. La media fu di ottomila o diecimila passaggi. Anche nel 2021 è stata molto alta». La maggior parte delle volte, ha riferito il prete, si trattava di persone di origine di origine africana che «non conoscevano l’ambiente di montagna e non avevano mai visto la neve: c’era chi arrivava in maglietta o con le infradito ai piedi».
Dopo le prime dichiarazioni sulla pronuncia con cui la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto per il premier israeliano Netanyahu e l’ex ministro della Difesa israeliano Gallant arrivate dal ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, che aveva espresso commenti indecorosi per un esponente di uno Stato di diritto e membro della Corte Penale Internazionale, ipotizzando che la scelta di rispettare il diritto internazionale sarebbe stata subordinata al volere degli alleati, a ristabilire l’ovvio sono state le parole di Guido Crosetto, ministro della Difesa molto vicino alla premier Meloni. Il capo del dicastero di via XX settembre, intervistato a Porta a Porta su Rai 1, ha fortemente criticato una sentenza definita «sbagliata», affermando però che, se Netanyahu e Gallant giungessero in Italia, «dovremmo arrestarli, perché rispettiamo il diritto internazionale». Tale posizione riecheggia quella della gran parte dei Paesi europei, esplicata dall’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri Joseph Borrell, il quale ha sottolineato che la pronuncia è da considerare valida in tutto il territorio dell’UE. Non mancano, però, le voci discordanti, dentro e fuori dall’Europa.
Il primo commento sulla sentenza della CPI – che, oltre che nei confronti di Netanyahu e Gallant, ha emesso un mandato d’arresto anche per il comandante delle Brigate Al-Qassam, Mohammed Al-Masri, era arrivato dal ministro degli Esteri Tajani, il quale, a margine del Business forum trilaterale svoltosi a Parigi, aveva detto: «Vedremo quali sono i contenuti della decisione e le motivazioni che hanno spinto a questa decisione la Corte. Noi sosteniamo la CPI ricordando sempre che la Corte deve svolgere un ruolo giuridico e non un ruolo politico: valuteremo insieme ai nostri alleati cosa fare e come interpretare questa decisione e come comportarci insieme su questa vicenda». Al contrario, a sottolineare senza indugi che il governo italiano sarà vincolato ad applicare la pronuncia è stato, alcune ore dopo, il ministro della Difesa Guido Crosetto. Il quale ha però sferrato un duro attacco contro i contenuti del verdetto. «Penso che hanno fatto una sentenza che ha messo sullo stesso piano il presidente israeliano e il ministro della Difesa con chi ha organizzato e guidato l’attentato che ha massacrato e rapito persone in Israele, cioè quello per cui è partita la guerra – ha infatti affermato il ministro di FDI –. Sono due cose completamente diverse». Si smarca, invece, il ministro dei Trasporti e leader leghista Matteo Salvini, che oggi ha detto: «Se Netanyahu venisse in Italia sarebbe il benvenuto. I criminali di guerra sono altri». Almeno per ora, la premier italiana Giorgia Meloni non ha rilasciato dichiarazioni.
A smentire la velata illazione che la CPI abbia prodotto una pronuncia “politica” è stato l’Alto rappresentante UE per gli Affari esteri, Josep Borrell. Il quale, in occasione di una conferenza stampa ad Amman con il ministro degli Esteri della Giordania, ha detto: «Non è una decisione politica, ma la decisione di un tribunale, la Corte penale internazionale, e le decisioni dei tribunali devono essere rispettate e applicate». Nello specifico, ha confermato il capo della diplomazia UE, la decisione della CPI «è vincolante per tutti gli Stati che fanno parte della Corte, che comprende tutti i membri dell’Unione europea, che sono vincolati ad attuarla». Eppure, anche in Europa qualcuno si sfila. È il caso del premier dell’Ungheria Viktor Orban, che stamane, intervenendo alla radio di Stato ungherese, ha dichiarato: «Oggi inviterò il primo ministro israeliano Netanyahu a visitare l’Ungheria, dove gli garantirò, se verrà, che la sentenza della Corte penale internazionale non avrà alcun effetto in Ungheria e che non ne rispetteremo i termini». Orban si pone dunque sulla stessa scia degli Stati Uniti, il cui presidente uscente, Joe Biden, ha definito «scandalosa» la sentenza, affermando che gli USA saranno «sempre al fianco di Israele contro le minacce alla sua sicurezza». «Nessuna scandalosa decisione anti-israeliana ci impedirà, e mi impedirà, di continuare a difendere il nostro Paese», aveva invece dichiarato il premier israeliano Netanyahu.
La pronuncia della Corte Penale Internazionale è arrivata nella giornata di ieri. Netanyahu e Gallant sono accusati di «crimini contro l’umanità e crimini di guerra» commessi nella Striscia di Gaza tra l’8 ottobre 2023 e «almeno il 20 maggio 2024». Il dibattito che si è scatenato sull’applicazione della pronuncia nel nostro Paese è a dir poco surreale. L’Italia ha infatti ratificato lo Statuto di Roma, attraverso cui si è sancito che le decisioni della Corte Penale sono vincolanti e i Paesi firmatari hanno l’obbligo di rispettarli. I mandati di cattura, nello specifico, stabiliscono che i Paesi arrestino le persone coinvolte nel caso in cui esse mettano piede nel loro territorio, per poi consegnarle al Tribunale. Uno dei principi fondativi dell’Italia e di quasi tutti i Paesi europei è poi quello della separazione dei poteri: Nel caso in cui Netanyahu dovesse atterrare in Italia, a prendersi carico dell’onere sarebbe l’autorità giudiziaria. Rispetto alla cui azione il governo, almeno fino a quando la parte della Costituzione che lo prevede non verrà cambiata, non ha poteri di intervento.
Una raffica di attacchi aerei dell’esercito israeliano ha causato la morte di almeno 47 persone nella regione orientale di Baalbek, in Libano. Lo ha riportato l’emittente Al Jazeera, che ha riferito che diverse città e villaggi sono stati presi di mira nei raid. Il ministero della Salute libanese ha reso noto che sono rimaste ferite anche 22 persone. Le operazioni di soccorso sono in pieno svolgimento. Nel frattempo, nuovi attacchi aerei dell’IDF hanno colpito stamane la periferia sud di Beirut, dopo la richiesta da parte di Israele di evacuare la zona.
Sui media italiani è passata senza godere di grande attenzione il viaggio di Giorgia Meloni in Argentina, dove ha fatto visita al suo omologo, l’autoproclamato “anarcoliberista” Javier Milei. Tuttavia si è trattato di un appuntamento importante, suggellato dalle dichiarazioni di entrambi i leader, che ipotizzano un’alleanza e si esprimono reciproca ammirazione. Esplicita e palpabile l’intesa tra i due, che si è tradotta in abbracci e sorrisi, ma soprattutto nell’elogio, da parte del capo del governo italiano, delle politiche dell’ultraliberista Milei e dei millantati valori occidentali che vanno di pari passo con un atlantismo sfrenato: «Nel nostro bilaterale abbiamo riscontrato la volontà di lavorare insieme perché è molto forte la nostra unità di vedute su molti dossier, penso alla guerra in Ucraina, penso al conflitto in Medio Oriente, penso anche alla crisi che sta attraversando il Venezuela». Una comunanza di vedute che include tanto il piano economico quanto quello geopolitico. Meloni, infatti, ha incensato le liberalizzazioni intraprese dal governo Milei e la posizione del governo argentino verso Nicolas Maduro, che Milei ha definito un «criminale», responsabile di una «dittatura omicida». «Non riconosciamo, come abbiamo già detto, la proclamata vittoria di Maduro a seguito di elezioni ben poco trasparenti, continuiamo a condannare la brutale repressione del regime che ha portato alla morte di decine di manifestanti», ha affermato la premier.
Cane da guardia degli interessi USA in America Latina, artefice di una distruzione dello Stato sociale senza precedenti, sostenitore radicale di Israele e del sionismo ebraico e della riduzione dello Stato nell’economia, Milei è autore di tagli selvaggi della spesa pubblica che nei primi mesi del 2024 hanno portato ad un tasso di povertà del 52,9%, secondo i dati del rapporto semestrale dell’Indec, l’agenzia statistica argentina. Il che ha indotto peraltro i cittadini a inscenare impetuose manifestazioni di protesta contro le politiche economiche del presidente autodefinitosi “anarcoliberista”, scatenando un malcontento generale tra la popolazione argentina. Nonostante ciò, nel suo discorso di ieri, Meloni ha encomiato le liberalizzazioni intraprese da Milei: «le politiche molto coraggiose di liberalizzazione del mercato e per sostenere gli investimenti che il Presidente Milei sta portando avanti possono aprire, dal nostro punto di vista, nuove opportunità, essere un ulteriore incentivo per accrescere la presenza italiana, come intendiamo fare», ha detto. Lo stesso governo italiano, del resto, ha intrapreso la strada del liberismo, approvando una legge di bilancio all’insegna dell’austerità e cedendo a fondi stranieri alcune infrastrutture strategiche nazionali, come la rete Tim.
Forse ancora più intensa è la comunanza di vedute sul piano geopolitico dove il governo italiano e quello argentino sono saldamente schierati a fianco dell’Ucraina e di Israele, palesando così la loro sudditanza a Washington, nonostante pretendano di rappresentare il concetto di sovranità delle nazioni. Anche la scelta di disconoscere l’elezione di Maduro è indice di quell’allineamento alla politica americana nel continente che mira a estromettere tutti i capi di governo scomodi alla potenza a stelle e strisce. Stessa cosa può dirsi per il sostegno all’Ucraina e a Israele: nonostante la morte di più di 43.000 civili palestinesi a Gaza, proprio ieri gli Stati Uniti hanno posto il veto su una bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu che chiedeva un «cessate il fuoco immediato, incondizionato e permanente» ed il rilascio di tutti gli ostaggi. Similmente, il presidente Joe Biden ha appena alzato l’asticella dello scontro con Mosca, consentendo l’utilizzo di missili a lungo raggio in territorio russo. Per Meloni pare che tutto ciò rientri nella difesa dell’«identità dell’Occidente»: «quella tra me e il Presidente Milei è anche una condivisione politica, e la condivisione politica tra due leader che si battono per difendere l’identità dell’Occidente, i punti cardine della sua civiltà, la libertà e l’uguaglianza delle persone, la democraticità dei sistemi, la sovranità delle Nazioni», ha affermato verso la chiusura del suo discorso.
Respira lentamente e calma la mente: non è più solo un consiglio, ma scienza. È quanto emerge da un nuovo studio condotto da neuroscienziati del Salk Institute, il quale è stato sottoposto a revisione paritaria e pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Neuroscience. I ricercatori hanno identificato il circuito cerebrale che collega il respiro volontario allo stato d’animo individuando un gruppo di cellule situate nella corteccia frontale e ciò, secondo gli autori, offre nuovi strumenti per controllare attacchi di panico, ansia e disturbo da stress post traumatico: «La nostra sc...
Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci (al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.
Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.
L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni. Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.
Per il secondo anno di fila, cresce il numero delle donne che sono state accolte nei centri antiviolenza D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza). Nello specifico, si tratta del 14% di persone in più rispetto al 2023. Esaminando i dati inerenti i primi 10 mesi dell’anno corrente, dalla rilevazione sul 97% delle strutture in questione emerge che ben 21.842 donne si sono rivolte ai centri. Se si guarda alla media su base mensile, nel 2024 i centri antiviolenza hanno accolto 2.184 donne, contro le 1.924 del 2023.
Sono passate poche ore da quando la Camera Preliminare della Corte Penale Internazionale ha deciso di emettere mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, ma sono già arrivate le prime reazioni. Da Israele, partendo dal governo e passando per l’opposizione, piovono le accuse di antisemitismo contro la CPI e contro il procuratore Karim Khan. A Bruxelles, l’Alto Commissario per gli Affari Esteri uscente, Josep Borrell, ha ricordato ai Paesi membri dell’UE che gli ordini della CPI sono vincolanti, e che in ogni Paese firmatario vige l’obbligo di arrestare gli accusati nel caso in cui si trovassero su suolo nazionale. Negli USA, invece, uno dei primi a esprimersi è stato il futuro consigliere per la Sicurezza Interna, Mike Waltz, che ha mostrato pieno sostegno a Netanyahu, così come la stessa Casa Bianca. Una domanda, tuttavia, sorge spontanea: quali sono, fuori dalle dichiarazioni, le possibili conseguenze di tale decisione? Dalle questioni giuridiche a quelle di natura politica, i potenziali scenari sono molteplici e gli effetti dei mandati meno scontati di quanto appaiano.
Mandati di arresto della CPI: accuse e reazioni
I mandati di arresto contro Netanyahu e Gallant sono stati richiesti dal procuratore della CPI, Karim Khan, lo scorso 20 maggio. Nei loro confronti sono state formulate accuse di crimini di guerra e contro l’umanità, commessi «sul territorio dello Stato di Palestina (nella Striscia di Gaza) almeno dall’8 ottobre 2023». Tra questi vi sono l’affamare la popolazione come strategia di guerra, il «causare intenzionalmente grandi sofferenze, o gravi lesioni al corpo o alla salute», l’«uccisione intenzionale» e gli «attacchi intenzionalmente diretti contro la popolazione civile», lo sterminio, la persecuzione e altri «atti inumani». Tutte le accuse lanciate da Khan sono state accolte, ed è stato analogamente riconosciuto l’intento “punitivo” verso i civili che secondo il procuratore si cela dietro i vari crimini di Israele.
Le prime reazioni ai mandati di arresto contro Netanyahu e Gallant sono arrivate poco dopo l’annuncio della CPI. Il primo a esporsi è stato il leader dell’opposizione israeliana, Yair Lapid, che ha condannato fermamente la decisione della Corte. Qualche ora dopo è arrivata la risposta di Netanyahu, che si è scagliato contro il procuratore Karim Khan: «La decisione di emettere un mandato di arresto contro il Primo Ministro è stata presa da un procuratore capo corrotto che sta cercando di salvarsi dalle accuse di molestie sessuali e da giudici prevenuti, motivati dall’odio antisemita verso Israele». Una delle prime reazioni internazionali, invece, è arrivata dal Ministero degli esteri olandese, che ha comunicato che se Netanyahu o Gallant dovessero trovarsi su suolo nederlandese, verranno arrestati. In Italia il primo a esprimersi è stato Antonio Tajani, che ha parlato con quella particolare opacità mascherata da moderatezza che contraddistingue il linguaggio della politica: «Noi sosteniamo la CPI ricordando sempre che la Corte deve svolgere un ruolo giuridico e non politico. Valuteremo insieme ai nostri alleati cosa fare e come interpretare questa decisione e come comportarci insieme su questa vicenda». La Casa Bianca, infine, ha espresso piena condanna verso la decisione della CPI.
Conseguenze giudiziarie
Le conseguenze più dirette del mandato di arresto sono certamente quelle di natura giuridica. Malgrado le dichiarazioni di Tajani, dopo l’emanazione di un mandato d’arresto da parte della CPI c’è poco da «valutare» o «interpretare»: si deve semplicemente rispondere ai propri doveri. Le decisioni della Corte Penale, infatti, sono vincolanti e i Paesi firmatari hanno l’obbligo di rispettarli. I mandati di cattura, di preciso, stabiliscono che i Paesi arrestino le persone coinvolte nel caso in cui esse mettano piede nel loro territorio, per poi consegnarle al Tribunale. Gli stessi Stati Uniti hanno ricordato spesso questi doveri ai firmatari, specialmente nel caso dei mandati contro Putin. L’ultima volta risale giusto allo scorso settembre, quando Putin è volato in Mongolia nel suo primo viaggio in un Paese firmatario dello Statuto di Roma da quando è sotto ordine di cattura internazionale. Come prevedibile, la Mongolia non lo ha arrestato.
La CPI, dopo tutto, si fonda sul principio di cooperazione degli Stati e non è dotata di alcun organo esecutivo che renda efficaci le proprie decisioni. Tra i firmatari, tra l’altro, vi è un’importante lista di grandi assenti, tra cui si annoverano Stati Uniti, Russia, Cina, e la stessa Israele. Va comunque fatto un distinguo: uno dei principi fondativi dell’Italia e di quasi tutti i Paesi europei è quello della separazione dei poteri. Nel caso in cui Netanyahu dovesse atterrare in Italia, a prendersi carico dell’onere sarebbe l’autorità giudiziaria; risulta insomma improbabile che egli non venga arrestato nel caso arrivasse in un Paese comunitario. Le conseguenze giudiziarie dei mandati di arresto, tuttavia, sono facilmente evitabili: Gallant è stato licenziato, mentre Netanyahu può farsi rappresentare in Europa dai suoi alleati, e intanto continuare a viaggiare indisturbato negli USA. Se poi la crisi interna in Israele dovesse farsi tanto forte da costringerlo a dimettersi, il nuovo capo del governo non sarebbe soggetto ad alcun mandato di cattura, e potrebbe continuare indisturbato il genocidio del popolo palestinese.
Conseguenze politiche e contro la CPI
I possibili effetti politici risultano invece più incerti. Da Israele e Stati Uniti non ci si aspetta rovesciamenti di fronte, ma è molto probabile che essi si muovano contro la stessa CPI. Dopo tutto non sarebbe la prima volta che gli USA minacciano i funzionari della Corte per avere svolto il proprio lavoro, tra cui lo stesso Khan. Era già successo nel 2020 nei confronti di due membri della Corte che avevano aperto delle indagini sui possibili crimini di guerra e contro l’umanità commessi dagli USA in Afghanistan. A giugno, poi, la Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una bolla proposta dai repubblicani che prevede l’applicazione di sanzioni e misure restrittive contro i giudici della Corte Penale Internazionale “impegnati in qualsiasi tentativo di indagare, arrestare, detenere o perseguire qualsiasi” politico statunitense o “persona protetta” dal Paese che come gli USA non riconosca la CPI. I riferimenti a Khan, Israele e Netanyahu non risultano casuali, e sono inseriti in maniera esplicita. A tal proposito, Israele è già a lavoro per formulare raccomandazioni e proposte su come punire la CPI, che presenterà all’amministrazione Trump.
Che dire invece dei leader europei? Continueranno a mandare armi a uno Stato il cui Presidente è accusato di crimini di guerra e contro l’umanità? Lo proteggeranno in sede internazionale? Proveranno a incontrarlo volando a Tel Aviv? Gli scenari possibili sono molteplici, e indubbiamente l’emissione del mandato della CPI ha una sua rilevanza dal punto di vista politico. Tuttavia, è difficile che esso faccia scaturire una reazione nell’immediato da chi, come l’Italia, è sempre rimasto, nel migliore dei casi nella comoda zona d’ombra dell’astensionismo. Con ogni probabilità, invece, potrebbe rilanciare le cause spagnola e irlandese, che in Europa sono i due Paesi che più si sono spesi a favore di un riconoscimento della Palestina e di un embargo contro lo Stato ebraico. In generale, il mandato potrebbe spingere Madrid e Dublino ad aumentare la pressione a livello internazionale – e in prima istanza tra le mura dei palazzi di Bruxelles – perché gli Stati si coordinino per fare qualcosa di concreto che scongiuri le azioni di Israele in Palestina.
Le reazioni possibili sono diverse, ma è difficile dire con certezza cosa succederà. Probabilmente i più eviteranno di esporsi troppo dal punto di vista politico, e aspetteranno di vedere come la presidenza Trump gestirà la cosa. Focale, a tal proposito, potrebbe risultare l’eventuale cambio di politica commerciale degli USA che, in caso di eccessiva rottura con l’UE, potrebbe spingere alcuni Paesi comunitari a riconsiderare il proprio rapporto con Washington e di conseguenza anche le altre relazioni internazionali.
Dopo il recente via libera all’utilizzo di missili a lunga gittata in territorio russo, il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha deciso di concedere all’Ucraina anche l’impiego di mine antiuomo. A dare la notizia è il segretario della Difesa Lloyd Austin, che ha spiegato che il loro scopo è quello di rallentare l’avanzata russa, che si sta facendo sempre più forte e difficile da contenere. «Ce le hanno chieste e penso sia una buona idea», ha commentato il vertice del Pentagono, senza menzionare il fatto che l’Ucraina sia uno dei firmatari della convenzione di Ottawa del 1997, che vieta l’uso, lo sviluppo, la produzione, l’acquisizione, lo stoccaggio e il trasferimento di tale apparecchiatura. Essa è stata ratificata da oltre 160 Paesi, con lo scopo di porre fine alle sofferenze e alle vittime causate dalle mine antiuomo. Tale armamento, infatti, causa danni devastanti su civili e territorio, anche in tempi non di guerra, ed è ancora oggi responsabile di migliaia di morti all’anno.
L’annuncio di Austin è arrivato ieri, mercoledì 20 novembre, e segue di qualche giorno l’autorizzazione a utilizzare i missili a lungo raggio ATACMS per colpire il territorio russo rilasciata da Biden a Kiev. Lo scopo delle mine è quello di contrastare la sempre più dirompente avanzata russa: invece di avanzare con un’avanguardia di carri armati e veicoli blindati, spiega Austin, le truppe di Mosca ora combattono con squadroni più piccoli e sparsi. L’esercito ucraino «ha bisogno di equipaggiamento che possa aiutare a rallentare questo sforzo», tra cui proprio le mine antiuomo. Non si sa ancora, tuttavia, quando queste verranno consegnate. Giusto due giorni fa, mercoledì 19 novembre, è stato annunciato un pacchetto di aiuti da 275 milioni di dollari in equipaggiamento militare, ma, vista la lista degli armamenti inclusi nel pacchetto recentemente pubblicata dalla Casa Bianca, non sembra che le mine verranno spedite a questa tornata.
Austin ha rassicurato i giornalisti dicendo loro che le mine che verranno utilizzate dall’Ucraina, essendo a batteria, avrebbero un limitato periodo di vita, e possono essere attivate a distanza. Questo, tuttavia, denunciano numerose associazioni come Human Rights Watch, non giustifica l’invio e l’utilizzo di simili armamenti: le mine antiuomo, infatti, sono tecnologie dal devastante impatto distruttivo, di cui il mondo sta ancora cercando di liberarsi. Il percorso per rendere illegali le mine non è stato privo di ostacoli e ancora oggi c’è chi sostiene che questi esplosivi siano indispensabili per difendere le nazioni da invasioni e attacchi terroristici. Tra coloro che non condannano l’uso delle mine antiuomo figurano tra le altre la Russia, l’India, il Pakistan, la Siria, il Marocco, ma anche Israele, la Corea del Sud e gli Stati Uniti. Una posizione diversa è stata assunta da 164 nazioni, le quali hanno aderito alla Convenzione internazionale per la proibizione dell’uso, stoccaggio, produzione, vendita di mine antiuomo e relativa distruzione, un accordo che, a partire dal 1997, ha posto un freno alla diffusione di questo esplosivo: esso è meglio conosciuto come “trattato di Ottawa”.
Nonostante siano passati oltre 27 anni dalla convenzione di Ottawa, le mine antiuomo non hanno cessato di essere un problema. Secondo il report 2024 del Landmine Monitor, nel solo 2022 le mine antiuomo hanno ucciso e ferito almeno 5.757 persone, mentre dal 1999 a oggi le vittime sono state 114.228, di cui 91.011 civili. A proposito di mine antiuomo, un caso paradigmatico è costituito dai Paesi balcanici, prima fra tutti la Bosnia Erzegovina. Secondo i diversi programmi di contrasto a tale armamento, già nel 2019 non vi sarebbero più dovuti essere esplosivi nel Paese; nel 2020 ve ne erano più di 79.000, e a oggi più di 100 chilometri quadrati del Paese sono coperti da mine. Come in Bosnia, anche in altri Paesi firmatari il territorio coperto da mine supera il centinaio di chilometri quadrati. Essi sono Afghanistan, Cambogia, Etiopia, Iraq e Turchia. L’Azerbaijan, invece, è uno dei Paesi non firmatari di Ottawa in cui il problema delle mine risulta più critico: a oggi si parla di 30.753 mine antiuomo, 18.531 mine anticarro e 60.268 proiettili inesplosi per un totale di oltre 111.207 ettari di territorio. Si tratta, in totale, di una porzione pari a circa l’1,28% dell’intero Paese. Oltre a uccidere migliaia di civili anni dopo la fine dei conflitti, infatti, le mine antiuomo causano grossi problemi al territorio, che diventa inutilizzabile sia dal punto di vista agricolo che da quello edilizio, causando danni ambientali e socio-economici.
La stessa Ucraina risulta uno dei Paesi più minati al mondo, e tanto Mosca quanto Kiev sono state accusate di avere impiegato mine antiuomo nel corso della guerra. Human Rights Watch ritiene di avere le prove che la Russia abbia ricoperto i territori ucraini conquistati di mine, e di avere il sospetto che anche l’Ucraina abbia già fatto ricorso a tali armamenti. L’autorizzazione di Biden non fa che complicare ancora di più la situazione del territorio ucraino, aumentando i futuri pericoli – e costi – che il Paese dovrà affrontare al termine dell’attuale conflitto.
L’esercitazione della NATO Dynamic Front è approdata in Finlandia, che così ospiterà per la prima volta nella sua storia un addestramento dell’Alleanza Atlantica. Dynamic Front è iniziata lo scorso 4 novembre e finirà domenica 24 novembre. Alle esercitazioni stanno prendendo parte 3.600 soldati provenienti da 24 diversi Paesi, che in questo momento si trovano proprio nel Paese scandinavo recentemente entrato a far parte della NATO e si stanno addestrando a soli 100 chilometri dal confine con la Russia. Scopo delle esercitazioni è quello di addestrare l’interoperabilità in condizioni di freddo estremo, in un poligono di tiro dall’area di 1.200 chilometri quadrati. Altre sedi dell’esercitazione sono Estonia, Germania, Polonia e Romania.
È stato identificato il sito archeologico della battaglia di al-Qadisiyyah, il quale si trova in Iraq ed è stato scovato attraverso un metodo tutt’altro che scontato, ovvero confrontando i resoconti storici con le immagini declassificate dei satelliti spia statunitensi. A rivelarlo sono i ricercatori della Durham University nel Regno Unito e dell’Università di Al-Qadisiyah in Iraq, i quali hanno dettagliato la loro scoperta in un nuovo studio sottoposto a revisione paritaria e pubblicato sulla rivista Antiquity. La battaglia, avvenuta nel 637 d.C e di cui l’ubicazione precisa non era in precedenza nota, vide vincere un piccolo esercito arabo musulmano contro una forza molto più numerosa proveniente dall’impero sasanide e rappresentò «un momento cruciale nella loro storia» secondo i ricercatori, i quali hanno in programma di continuare a mappare mappare ciò che resta e di effettuare le indagini archeologiche.
Un’immagine satellitare che mostra la probabile ubicazione del campo di battaglia. Credit: US Geological Survey
Nei primi decenni del settimo secolo dopo Cristo, l’impero arabo musulmano stava espandendo i suoi confini, confrontandosi con i potenti imperi vicini. Tra questi vi era l’Impero sasanide, il quale governava su gran parte della Persia e possedeva una forza militare considerevole. La battaglia di al-Qadisiyyah fu uno degli scontri più decisivi, segnando la fine dell’egemonia sasanide e aprendo la strada all’espansione araba in Mesopotamia e oltre. Gli arabi musulmani, pur numericamente inferiori, prevalsero grazie a una combinazione di coraggio e strategia brillante, come spiegato da Mustafa Baig, docente all’Università di Exeter non coinvolto nella ricerca. Quella vittoria determinò l’espansione del territorio musulmano in Persia e oltre, ma nonostante la sua importanza storica, la localizzazione precisa del campo di battaglia è rimasta un mistero fino ad oggi: gli scienziati stavano inizialmente mappando il percorso di pellegrinaggio di Darb Zubaydah – un antico cammino che univa Kufa, in Iraq, alla Mecca – e, utilizzando immagini satellitari spia degli anni ’70, i sono accorti che le stesse potevano essere usate per localizzare il sito della battaglia. Dopo aver tracciato le distanze descritte nei resoconti storici e sovrapponendole alle immagini ottenute, sono stati identificati un forte ed una doppia cinta muraria, poi confermate dagli stessi documenti storici. «Non potevo crederci», ha dichiarato il coautore William Deadman.
Il sito si trova a circa 30 chilometri a sud di Kufa, nella regione di Najaf, oggi zona agricola. Sebbene gran parte dei resti murari – tra cui una lunga fortificazione di circa 6 miglia – sia stata distrutta o incorporata nei terreni per la coltivazione, i ricercatori sperano di poter mappare ciò che resta e proseguire con indagini sul campo, anche se le difficoltà politiche relative alle tensioni in Medio Oriente hanno sospeso i piani per una visita diretta. Nonostante ciò, gli storici ritengono che la scoperta rappresenti una svolta nella conoscenza delle battaglie storiche e nella comprensione del periodo di espansione dell’Islam. L’individuazione del sito, inoltre, non solo arricchirebbe la storia militare, ma aprirà probabilmente nuove opportunità per il turismo secondo Baig, che prevede un grande interesse per il sito tra i turisti, religiosi o meno, una volta che il luogo sarà accessibile.
Ti ricordiamo che il nostro giornale non ospita alcuna pubblicità e non riceve alcun contributo pubblico. È un progetto che esiste solo grazie a Voi lettori.
Per continuare a leggere senza limiti e accedere a tutti i contenuti esclusivi, abbonati adesso al costo di un caffè a settimana. Oltre a sostenere un progetto editoriale unico nel suo genere, potrai beneficiare di un’informazione verificata, di qualità, coraggiosa e senza filtri.
Noi e terze parti selezionate utilizziamo cookie o tecnologie simili per finalità tecniche e, con il tuo consenso, anche per altre finalità come specificato nell'informativa sulla privacy.
Questo sito web utilizza i cookie per migliorare la tua esperienza durante la navigazione nel sito. Di questi, i cookie che sono classificati come necessari sono memorizzati sul tuo browser in quanto sono essenziali per il funzionamento delle funzionalità di base del sito web. Utilizziamo anche cookie di terze parti che ci aiutano ad analizzare e capire come utilizzi questo sito web. Questi cookie vengono memorizzati nel tuo browser solo con il tuo consenso. Hai anche la possibilità di rinunciare a questi cookie, Ma l'opt-out di alcuni di questi cookie può influenzare la tua esperienza di navigazione.
I cookie necessari sono assolutamente indispensabili per il corretto funzionamento del sito web. Questi cookie assicurano le funzionalità di base e le caratteristiche di sicurezza del sito web, in modo anonimo.
Cookie
Durata
Descrizione
__cf_bm
1 hour
This cookie, set by Cloudflare, is used to support Cloudflare Bot Management.
cookielawinfo-checkbox-advertisement
1 year
Set by the GDPR Cookie Consent plugin, this cookie is used to record the user consent for the cookies in the "Advertisement" category .
cookielawinfo-checkbox-analytics
11 mesi
Questo cookie è impostato dal plugin GDPR Cookie Consent.Il cookie viene utilizzato per memorizzare il consenso dell'utente per i cookie della categoria "Analytics".
cookielawinfo-checkbox-functional
11 mesi
Il cookie è impostato dal consenso dei cookie GDPR per registrare il consenso dell'utente per i cookie della categoria "Funzionale".
cookielawinfo-checkbox-necessary
11 mesi
Questo cookie è impostato dal plugin GDPR Cookie Consent. Il cookie viene utilizzato per memorizzare il consenso dell'utente per i cookie della categoria "Necessario".
cookielawinfo-checkbox-others
11 mesi
Questo cookie è impostato dal plugin GDPR Cookie Consent.Il cookie viene utilizzato per memorizzare il consenso dell'utente per i cookie della categoria "Altro".
cookielawinfo-checkbox-performance
11 mesi
Questo cookie è impostato dal plugin GDPR Cookie Consent. Il cookie viene utilizzato per memorizzare il consenso dell'utente per i cookie della categoria "Performance".
CookieLawInfoConsent
1 year
CookieYes sets this cookie to record the default button state of the corresponding category and the status of CCPA. It works only in coordination with the primary cookie.
csrftoken
1 year
This cookie is associated with Django web development platform for python. Used to help protect the website against Cross-Site Request Forgery attacks
JSESSIONID
session
New Relic uses this cookie to store a session identifier so that New Relic can monitor session counts for an application.
viewed_cookie_policy
11 mesi
Il cookie è impostato dal plugin GDPR Cookie Consent e viene utilizzato per memorizzare se l'utente ha acconsentito o meno all'uso dei cookie. Non memorizza alcun dato personale.
wpEmojiSettingsSupports
session
WordPress sets this cookie when a user interacts with emojis on a WordPress site. It helps determine if the user's browser can display emojis properly.
I cookie funzionali aiutano ad eseguire alcune funzionalità come la condivisione del contenuto del sito web su piattaforme di social media, la raccolta di feedback e altre caratteristiche di terze parti.
Cookie
Durata
Descrizione
yt-player-headers-readable
never
The yt-player-headers-readable cookie is used by YouTube to store user preferences related to video playback and interface, enhancing the user's viewing experience.
yt-remote-cast-available
session
The yt-remote-cast-available cookie is used to store the user's preferences regarding whether casting is available on their YouTube video player.
yt-remote-cast-installed
session
The yt-remote-cast-installed cookie is used to store the user's video player preferences using embedded YouTube video.
yt-remote-connected-devices
never
YouTube sets this cookie to store the user's video preferences using embedded YouTube videos.
yt-remote-device-id
never
YouTube sets this cookie to store the user's video preferences using embedded YouTube videos.
yt-remote-fast-check-period
session
The yt-remote-fast-check-period cookie is used by YouTube to store the user's video player preferences for embedded YouTube videos.
yt-remote-session-app
session
The yt-remote-session-app cookie is used by YouTube to store user preferences and information about the interface of the embedded YouTube video player.
yt-remote-session-name
session
The yt-remote-session-name cookie is used by YouTube to store the user's video player preferences using embedded YouTube video.
ytidb::LAST_RESULT_ENTRY_KEY
never
The cookie ytidb::LAST_RESULT_ENTRY_KEY is used by YouTube to store the last search result entry that was clicked by the user. This information is used to improve the user experience by providing more relevant search results in the future.
I cookie di performance sono utilizzati per capire e analizzare gli indici di performance chiave del sito web che aiuta a fornire una migliore esperienza utente per i visitatori.
Cookie
Durata
Descrizione
SRM_B
1 year 24 days
Used by Microsoft Advertising as a unique ID for visitors.
I cookie analitici sono utilizzati per capire come i visitatori interagiscono con il sito web. Questi cookie aiutano a fornire informazioni sulle metriche del numero di visitatori, la frequenza di rimbalzo, la fonte del traffico, ecc.
Cookie
Durata
Descrizione
_clck
1 year
Microsoft Clarity sets this cookie to retain the browser's Clarity User ID and settings exclusive to that website. This guarantees that actions taken during subsequent visits to the same website will be linked to the same user ID.
_clsk
1 day
Microsoft Clarity sets this cookie to store and consolidate a user's pageviews into a single session recording.
_ga
2 years
The _ga cookie, installed by Google Analytics, calculates visitor, session and campaign data and also keeps track of site usage for the site's analytics report. The cookie stores information anonymously and assigns a randomly generated number to recognize unique visitors.
_ga_*
1 year 1 month 4 days
Google Analytics sets this cookie to store and count page views.
_gat_gtag_UA_178106852_1
1 minute
Set by Google to distinguish users.
_gid
1 day
Installed by Google Analytics, _gid cookie stores information on how visitors use a website, while also creating an analytics report of the website's performance. Some of the data that are collected include the number of visitors, their source, and the pages they visit anonymously.
bugsnag-anonymous-id
never
BugSnag/Juicer sets this cookie for bug reporting and other analytical purposes.
CLID
1 year
Microsoft Clarity set this cookie to store information about how visitors interact with the website. The cookie helps to provide an analysis report. The data collection includes the number of visitors, where they visit the website, and the pages visited.
MR
7 days
This cookie, set by Bing, is used to collect user information for analytics purposes.
SM
session
Microsoft Clarity cookie set this cookie for synchronizing the MUID across Microsoft domains.
vuid
1 year 1 month 4 days
Vimeo installs this cookie to collect tracking information by setting a unique ID to embed videos on the website.
I cookie pubblicitari sono utilizzati per fornire ai visitatori annunci pertinenti e campagne di marketing. Questi cookie tracciano i visitatori attraverso i siti web e raccolgono informazioni per fornire annunci personalizzati.
Cookie
Durata
Descrizione
_fbp
3 months
This cookie is set by Facebook to display advertisements when either on Facebook or on a digital platform powered by Facebook advertising, after visiting the website.
_tt_enable_cookie
1 year 24 days
Tiktok set this cookie to collect data about behaviour and activities on the website and to measure the effectiveness of the advertising.
_ttp
1 year 24 days
TikTok set this cookie to track and improve the performance of advertising campaigns, as well as to personalise the user experience.
ANONCHK
10 minutes
The ANONCHK cookie, set by Bing, is used to store a user's session ID and verify ads' clicks on the Bing search engine. The cookie helps in reporting and personalization as well.
fr
3 months
Facebook sets this cookie to show relevant advertisements by tracking user behaviour across the web, on sites with Facebook pixel or Facebook social plugin.
MUID
1 year 24 days
Bing sets this cookie to recognise unique web browsers visiting Microsoft sites. This cookie is used for advertising, site analytics, and other operations.
test_cookie
16 minutes
doubleclick.net sets this cookie to determine if the user's browser supports cookies.
VISITOR_INFO1_LIVE
6 months
YouTube sets this cookie to measure bandwidth, determining whether the user gets the new or old player interface.
VISITOR_PRIVACY_METADATA
6 months
YouTube sets this cookie to store the user's cookie consent state for the current domain.
YSC
session
Youtube sets this cookie to track the views of embedded videos on Youtube pages.
yt.innertube::nextId
never
YouTube sets this cookie to register a unique ID to store data on what videos from YouTube the user has seen.
yt.innertube::requests
never
YouTube sets this cookie to register a unique ID to store data on what videos from YouTube the user has seen.