venerdì 4 Aprile 2025
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Immagini satellitari svelano il sito archeologico di una battaglia che cambiò la storia

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È stato identificato il sito archeologico della battaglia di al-Qadisiyyah, il quale si trova in Iraq ed è stato scovato attraverso un metodo tutt’altro che scontato, ovvero confrontando i resoconti storici con le immagini declassificate dei satelliti spia statunitensi. A rivelarlo sono i ricercatori della Durham University nel Regno Unito e dell’Università di Al-Qadisiyah in Iraq, i quali hanno dettagliato la loro scoperta in un nuovo studio sottoposto a revisione paritaria e pubblicato sulla rivista Antiquity. La battaglia, avvenuta nel 637 d.C e di cui l’ubicazione precisa non era in precedenza nota, vide vincere un piccolo esercito arabo musulmano contro una forza molto più numerosa proveniente dall’impero sasanide e rappresentò «un momento cruciale nella loro storia» secondo i ricercatori, i quali hanno in programma di continuare a mappare mappare ciò che resta e di effettuare le indagini archeologiche.

Un’immagine satellitare che mostra la probabile ubicazione del campo di battaglia. Credit: US Geological Survey

Nei primi decenni del settimo secolo dopo Cristo, l’impero arabo musulmano stava espandendo i suoi confini, confrontandosi con i potenti imperi vicini. Tra questi vi era l’Impero sasanide, il quale governava su gran parte della Persia e possedeva una forza militare considerevole. La battaglia di al-Qadisiyyah fu uno degli scontri più decisivi, segnando la fine dell’egemonia sasanide e aprendo la strada all’espansione araba in Mesopotamia e oltre. Gli arabi musulmani, pur numericamente inferiori, prevalsero grazie a una combinazione di coraggio e strategia brillante, come spiegato da Mustafa Baig, docente all’Università di Exeter non coinvolto nella ricerca. Quella vittoria determinò l’espansione del territorio musulmano in Persia e oltre, ma nonostante la sua importanza storica, la localizzazione precisa del campo di battaglia è rimasta un mistero fino ad oggi: gli scienziati stavano inizialmente mappando il percorso di pellegrinaggio di Darb Zubaydah – un antico cammino che univa Kufa, in Iraq, alla Mecca – e, utilizzando immagini satellitari spia degli anni ’70, i sono accorti che le stesse potevano essere usate per localizzare il sito della battaglia. Dopo aver tracciato le distanze descritte nei resoconti storici e sovrapponendole alle immagini ottenute, sono stati identificati un forte ed una doppia cinta muraria, poi confermate dagli stessi documenti storici. «Non potevo crederci», ha dichiarato il coautore William Deadman.

Il sito si trova a circa 30 chilometri a sud di Kufa, nella regione di Najaf, oggi zona agricola. Sebbene gran parte dei resti murari – tra cui una lunga fortificazione di circa 6 miglia – sia stata distrutta o incorporata nei terreni per la coltivazione, i ricercatori sperano di poter mappare ciò che resta e proseguire con indagini sul campo, anche se le difficoltà politiche relative alle tensioni in Medio Oriente hanno sospeso i piani per una visita diretta. Nonostante ciò, gli storici ritengono che la scoperta rappresenti una svolta nella conoscenza delle battaglie storiche e nella comprensione del periodo di espansione dell’Islam. L’individuazione del sito, inoltre, non solo arricchirebbe la storia militare, ma aprirà probabilmente nuove opportunità per il turismo secondo Baig, che prevede un grande interesse per il sito tra i turisti, religiosi o meno, una volta che il luogo sarà accessibile.

[di Roberto Demaio]

La Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto per Netanyahu

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La Camera Preliminare della Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Nel farlo, l’organismo internazionale ha respinto i ricorsi dello Stato di Israele e accolto le richieste avanzate dal Procuratore della medesima istituzione, Karim Khan. Oltre a Netanyahu, la CPI ha emesso analoghi mandati anche per l’ex ministro della Difesa israeliano, Yoav Gallant, e per il comandante delle Brigate Al-Qassam, il braccio armato di Hamas, Mohammed Diab Ibrahim Al-Masri. Netanyahu e Gallant, nello specifico, sono accusati di “crimini contro l’umanità e crimini di guerra” commessi nella Striscia di Gaza tra l’8 ottobre 2023 e “almeno il 20 maggio 2024”. Ora, secondo le leggi dello Statuto di Roma, il documento che sancisce la nascita della Corte, se il premier israeliano dovesse viaggiare in un Paese firmatario, dovrebbe essere arrestato.

Le decisioni della Camera preliminare I della Corte penale internazionale nella sua composizione per la situazione nello Stato di Palestina sono state prese all’unanimità oggi, giovedì 21 novembre. Le accuse a Netanyahu e Gallant sono quelle di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Tra i crimini di guerra figura l’aver “privato intenzionalmente e consapevolmente la popolazione civile di Gaza di beni indispensabili alla sua sopravvivenza, compresi cibo, acqua, medicinali e forniture mediche, nonché carburante ed elettricità”. Tra i crimini contro l’umanità, invece, vengono citati “omicidi, persecuzioni e altri atti disumani”, oltre alle già menzionate privazioni intenzionali e calcolate di cibo, acqua e assistenza umanitaria ai danni della popolazione civile. A tal proposito, la Camera ha ritenuto che Netanyahu e Gallant “abbiano ciascuno responsabilità penale in quanto superiori civili per il crimine di guerra di aver diretto intenzionalmente un attacco contro la popolazione civile”. Il tribunale, inoltre, ritiene che i crimini contro l’umanità di cui accusa Gallant e Netanyahu siano “parte di un attacco diffuso e sistematico contro la popolazione civile di Gaza”. I mandati di arresto della CPI hanno valore vincolante. Ora, i Paesi che hanno ratificato lo Statuto di Roma hanno l’obbligo di arrestare Gallant o Netanyahu nel caso in cui essi arrivino sul loro territorio. La lista di Stati che hanno firmato lo Statuto è lunga, e include la maggior parte dei Paesi europei. Esclusi, tra gli altri, USA, Cina, e Russia, oltre allo stesso Stato di Israele.

[di Dario Lucisano]

Pakistan, attacco a veicoli passeggeri: almeno 38 morti

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Uomini armati oggi hanno aperto il fuoco su veicoli adibiti a trasporto passeggeri nel distretto tribale di Kurram, nel nord-ovest del Pakistan, uccidendo almeno 38 persone e ferendone 29. Lo ha reso noto il segretario capo della provincia di Khyber Pakhtunkhwa, Nadeem Aslam Chaudhry, il quale ha aggiunto che il bilancio delle vittime è destinato a salire. Tra le persone uccise ci sono anche una donna e un bambino. Da decenni sussistono tensioni tra musulmani sciiti e sunniti armati a causa di una disputa territoriale nella zona tribale al confine con l’Afghanistan. Nessun gruppo ha per ora rivendicato la responsabilità dell’attacco.

Come le nostre città sono diventate invivibili (Monthly Report)

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Le nostre città stanno cambiando, e lo stanno facendo a una velocità tale che forse nemmeno ce ne rendiamo conto. I centri urbani si stanno progressivamente trasformando in aziende, luoghi a misura di consumatore, dove ogni dettaglio è funzionale ad attrarre nuovi turisti, nuovi capitali, e nuovi cittadini-consumatori transitori (ed economicamente benestanti). Le dinamiche di questo mutamento accomunano pressoché la totalità dei centri urbani italiani e occidentali. Non si tratta affatto di fenomeni casuali, ma del risultato di dinamiche in atto, mai discusse pubblicamente e portate avanti sulla pelle dei residenti.

Negli anni, la maggiore autonomia delle amministrazioni locali è stata accompagnata da tagli al bilancio, costringendo i Comuni a cercare nuove entrate e strategie per mantenere i conti in ordine. Così, servizi di base per i cittadini – come trasporti, sanità e impianti sportivi – sono stati progressivamente ridotti in favore di iniziative destinate a promuovere l’immagine della città come vetrina di attrattive appetibili sul piano internazionale. In questo senso, le dinamiche di cambiamento che attraversano le città non sono altro che la ripercussione locale del sistema neoliberista. Se lette in questa cornice, la dissoluzione dei servizi, l’aumento dei prezzi degli affitti e la progressiva trasformazione dei centri storici in infinite distese di tavolini non appaiono più come fenomeni a sé stanti, ma come fattori concorrenti di un unico processo, che in sociologia viene definito “gentrificazione” o “turistificazione”.

In questo nuovo numero del Monthly Report, il mensile d’inchiesta e approfondimento de L’Indipendente, ci confrontiamo con un tema che interessa direttamente la vita di tanti cittadini, in particolare di coloro che vivono in centri abitati di medie o grandi dimensioni. Come di consueto, lo facciamo attraverso inchieste e approfondimenti che mirano a comprendere a fondo il fenomeno e a spiegarlo, proponendo un’intervista illuminante a una delle maggiori esperte italiane del fenomeno della “turistificazione” e dando spazio ai movimenti di opposizione che, in molte città, stanno crescendo, oltre a esplorare le alternative possibili.

L’indice del nuovo numero:

  • Senza darci il tempo di accorgendo le nostre città stanno irrimediabilmente cambiando
  • Prima i cittadini, poi la città
  • Il paradigma dietro al cambiamento delle città: Intervista a Lucia Tozzi
  • Urbanistica del transito e del consumo: la città come non-luogo
  • Mutualismo e movimenti sociali: il fronte della resistenza contro la città neoliberista
  • Il re è nudo: come Airbnb soffoca il mercato italiano con il turismo di massa
  • I movimenti popolari spagnoli guidano le proteste per il diritto alla città
  • “Dagliele all’occupante”: l’emergenza abitativa nel racconto distorto dei media dominanti
  • Autorecupero degli immobili inutilizzati: un progetto che, tra mille difficoltà, esiste solo a Roma
  • “Come un vecchio sul letto di morte”: Il turismo di massa a Venezia
  • Qui intorno è tutto una friggitoria: perché dobbiamo salvare Napoli dai turisti
  • Smart city o città della sorveglianza? Il caso di Trento

Il mensile, in formato PDF, può essere acquistato (o scaricato dagli abbonati) a questo link: lindipendente.online/monthly-report/

Trapani, due anni di torture sui detenuti: coinvolti 46 agenti, 11 arrestati

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46 agenti di polizia penitenziaria del carcere Pietro Cerulli di Trapani sono indagati per aver consumato o coperto sistematici abusi e violenze su alcuni detenuti attraverso azioni reiterate nel tempo, in un periodo compreso tra il 2021 e il 2023. Nello specifico, i poliziotti sono accusati a vario titolo dei reati di tortura, abuso d’autorità e falso ideologico in concorso. L’indagine, coordinata dalla Procura di Trapani, ha portato all’arresto di 11 agenti e alla sospensione di altri 14, mentre per molti degli altri indagati è scattata la perquisizione domiciliare. Secondo quanto ricostruito dai pm grazie a testimonianze, intercettazioni e videoriprese, i detenuti venivano percossi, costretti a camminare nudi lungo i corridoi, scherniti con commenti sui genitali e colpiti con lanci di acqua e urina dagli agenti.

In particolare, bersaglio delle vessazioni «inumane e degradanti» da parte degli agenti erano persone ritenute «problematiche», per lo più detenuti con la semi infermità mentale. «A volte i detenuti venivano fatti spogliare, investiti da lanci di acqua mista a urina e subivano violenze quasi di gruppo, gratuite e inconcepibili», ha dichiarato in conferenza stampa il Procuratore di Trapani Gaetano Paci, il quale ha parlato di «una sorta di girone dantesco» rispetto a cui «sembra di leggere parti dei Miserabili di Victor Hugo». Prima che l’urina mista all’acqua venisse lanciata all’interno delle celle, gli agenti disattivavano la corrente, per cogliere di sorpresa le loro vittime. Le condotte degli agenti venivano ovviamente omesse nelle relazioni di servizio: i poliziotti fornivano ai superiori versioni false, in cui si evidenziavano solo presunte condotte violente dei prigionieri. Le aggressioni a danno dei detenuti avvenivano nella palazzina blu in isolamento, dove per regolamento non erano presenti telecamere di sorveglianza. Videocamere nascoste sarebbero state però successivamente installate, documentando violenze che avrebbero avuto luogo fino al 2023, quando la palazzina è stata chiusa per ragioni igienico sanitarie. «Alcuni agenti agivano con violenza non episodica ma con una sorta di metodo per garantire l’ordine», ha affermato il Procuratore, che ha aggiunto che «le telecamere nascoste che hanno documentato tutti gli abusi e le violenze che avvenivano nel reparto» sono state installate «grazie alla collaborazione della direzione del carcere e la restante parte sana dell’amministrazione penitenziaria». «Ci auguriamo che si faccia piena chiarezza su quanto accaduto, riconoscendo in sede di indagini e processuale le eventuali responsabilità», ha scritto in una nota l’associazione Antigone, da sempre in prima linea per la difesa dei diritti dei detenuti.

Sono decine i procedimenti penali aperti in Italia per il reato di tortura che riguardano violenze avvenute all’interno delle carceri del nostro Paese. La prima condanna in Italia per tale delitto è stata pronunciata il 15 gennaio 2021, quando il Tribunale di Ferrara ha punito un agente di polizia penitenziaria per il reato di cui all’art. 613 – bis c.p. – introdotto nel 2017 – riconoscendolo colpevole di aver torturato un uomo detenuto nella casa circondariale della città toscana. Da allora sono emersi molti altri procedimenti da Nord a Sud, tra cui spiccano quello a carico di 105 funzionari dell’Amministrazione Penitenziaria accusati a vario titolo di tortura, omissione di denuncia, favoreggiamento, omissione in atti d’ufficio, falsità in atto pubblico e omissione di referto per le violenze che i detenuti di Santa Maria Capua Vetere avrebbero subito il 6 aprile 2020 e la condanna di 10 agenti di polizia penitenziaria della Casa di Reclusione di San Gimignano per tortura e lesioni aggravate in concorso nei confronti di un detenuto tunisino. Recentemente, sotto l’occhio della magistratura sono finite anche le condotte di decine di guardie penitenziarie che, nel carcere di Cuneo, tra il 2021 e il 2023 avrebbero sistematicamente picchiato, umiliato e gettato in isolamento un gruppo di prigionieri, lasciandoli per ore «senza cibo né acqua, senza vestiti né coperte». A marzo, dieci agenti in servizio presso il carcere di Foggia sono stati ristretti ai domiciliari per aver partecipato a un violento pestaggio, consumato l’11 agosto del 2023, ai danni di due detenuti. È arrivato invece nella sua fase conclusiva il processo che vede imputati dieci agenti penitenziari del carcere di Reggio Emilia accusati di aver torturato un detenuto tunisino, che il 3 aprile 2023 venne incappucciato con una federa stretta al collo, denudato e percosso con calci e pugni.

[di Stefano Baudino]

Via libera alla Commissione UE: Meloni entra di fatto nella maggioranza von der Leyen

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Dopo settimane di stallo, è stato trovato l’accordo per approvare i membri della prossima Commissione Europea. Sono dunque stati sciolti i nodi politici attorno alle varie candidature giudicate controverse, prima fra tutte quella sulla nomina avanzata dal governo italiano, Raffaele Fitto. All’elezione di Fitto si opponeva principalmente il gruppo di centrosinistra dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici (S&D) in una serie di veti incrociati con il PPE che interessavano anche la nomina spagnola di Teresa Ribera. L’accordo, alla fine, dipinge il migliore degli scenari per Meloni ed ECR (Gruppo dei Conservatori e dei Riformisti Europei), di cui la premier italiana è la leader più influente: Fitto ha ottenuto non solo il posto da Commissario, ma anche quello da Vicepresidente, nonché deleghe importanti per gli obiettivi della destra italiana. Malgrado la conditio sine qua non per l’approvazione della nomina italiana sia stata l’esclusione di ECR dalla maggioranza europea, di fatto Meloni sta cementificando sempre di più il proprio rapporto con von der Leyen, che ora potrà cercare appoggio a destra laddove si vede negato quello di verdi o liberali.

L’accordo tra gli esponenti della maggioranza europea sulla prossima Commissione è arrivato ieri sera, dopo ore di discussione. Le audizioni dei candidati in Parlamento si sono svolte tra il 4 e il 12 novembre, ma sono state sin da subito bloccate da uno stallo politico. Tra i più importanti punti critici da risolvere c’erano quelli relativi alla finlandese Henna Virkkunen (per la nomina a Commissario della Sovranità tecnologica), alla spagnola Teresa Ribera (per il posto all’Ambiente) e, in particolare, a Raffaele Fitto (per l’ufficio di Coesione e Riforme). L’accordo è stato discusso dalla commissione Sviluppo regionale del Parlamento europeo, che ha valutato la nomina dei vari candidati per giorni, avviando le trattative. La candidatura di Fitto era appoggiata dal Partito Popolare Europeo (PPE, a cui in Italia aderisce Forza Italia), storicamente il più grande eurogruppo assieme a S&D (a cui in Italia aderisce il PD), principale oppositore della sua nomina. I motivi dietro lo stallo erano di natura prettamente politica: nel corso dell’ultima legislatura, Meloni ha virato verso posizioni più moderate in seno alle istituzioni europee, e von der Leyen si è sempre più avvicinata a lei e a ECR. Questa progressiva normalizzazione dei rapporti tra von der Leyen e Meloni non ha fatto piacere a S&D, che si è messa di traverso contro la nomina di Fitto a Commissario e Vicepresidente.

A sciogliere il nodo Fitto ha contribuito in maniera attiva la risoluzione di un altro veto, questa volta posto dal PPE: quello sulla spagnola Teresa Ribera, ministra della Transizione ecologica spagnola. Ribera, esponente di S&D, era osteggiata dai popolari spagnoli per le sue presunte mancanze nella gestione delle recenti alluvioni a Valencia. Alla base del blocco delle nomine, insomma, c’era una serie di veti incrociati di natura esclusivamente politica: da una parte S&D si opponeva a Fitto, e dall’altra il PPE si opponeva a Ribera. I partiti di maggioranza hanno ritirato i propri reciproci osteggiamenti a patto che i due commissari firmassero un accordo non vincolante: Ribera si impegna a dimettersi nel caso in cui venga coinvolta nelle indagini sui fatti di Valencia, mentre Fitto promette di fare gli interessi europei e di non rispondere al governo italiano, da cui deve rimanere «pienamente indipendente»: «Riconosciamo le sfide poste dalla situazione geopolitica, dal divario di competitività dell’Europa, dalle questioni di sicurezza, dalla migrazione, dalla crisi climatica e dalle disuguaglianze socioeconomiche. Ribadiamo pertanto il nostro impegno a collaborare con un approccio costruttivo per portare avanti un’agenda di riforme basata sugli Orientamenti politici del 18 luglio 2024 del Presidente della Commissione europea, nell’interesse dei cittadini europei».

L’accordo, in teoria, non prevede un allargamento della maggioranza europea a ECR. Nei fatti, tuttavia, esso crea quanto meno una breccia all’interno del cordone sanitario che si era formato durante lo scorso esecutivo von der Leyen attorno alla destra europea. ECR conta 78 dei 720 seggi nel Parlamento europeo, 24 dei quali forniti da Fratelli d’Italia. Se a questi si aggiungessero i 118 della destra considerata più “estrema” (86 di Patrioti per l’Europa e 25 di Europa delle Nazioni Sovrane) e i 188 del PPE, si formerebbe una maggioranza assoluta (di 377 seggi) composta da tutta l’ala destra dell’Europarlamento. Sarebbe questa la cosiddetta “maggioranza Venezuela”, palesatasi in occasione di un voto con il quale si chiedeva che l’UE riconoscesse Edmundo González Urrutia come legittimo presidente del Venezuela. Certo è che una maggioranza tanto differenziata non può stare alla base di tutte le politiche dell’esecutivo, generalmente orientate verso posizioni più liberali. L’appoggio di ECR, il partito di destra meno a destra, tuttavia, può cambiare le carte in tavola in tutte quelle situazioni in cui l’esecutivo non ottenga l’appoggio di Renew Europe (in Italia vi avrebbero aderito Azione e Italia Viva, che tuttavia non sono entrati in Parlamento) e dei Verdi. Gli stessi Verdi hanno annunciato che alle votazioni ufficiali, che si terranno il prossimo 27 novembre, si opporranno all’elezione di Fitto.

La nomina di Fitto, insomma, lascia presagire un cambio nelle politiche europee. La maggioranza Ursula tiene, ma apre la porta alle contaminazioni di destra da parte di ECR, rendendo di fatto l’esecutivo più plastico. Il nuovo esecutivo, oltre a Fitto, Ribera, e Virkkunen vedrà altri quattro vicepresidenti: l’estone Kaja Kallas agli Esteri, il francese Stéphane Séjourné a Industria e Imprenditoria, e la romena Roxana Mînzatu all’Istruzione.

[di Dario Lucisano]

Gaza, violento raid israeliano a Beit Lahia: oltre 66 morti

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Almeno 66 palestinesi, la maggior parte donne e bambini, sono rimaste uccise a causa di un violento attacco dell’esercito israeliano verificatosi all’alba nel nord di Gaza. I bombardamenti hanno colpito e distrutto un intero isolato nei pressi di un ospedale nella città di Beit Lahia. Lo riportano media palestinesi e al Jazeera, che parlano anche di un centinaio di feriti e di numerosi dispersi. L’agenzia Wafa ha parlato di un «orribile massacro». I media riferiscono anche di altri attacchi avvenuti nelle stesse ore a Gaza, con un bilancio complessivo che è salito ad almeno 88 morti.

La Cambogia aumenta il salario minimo per i lavoratori delle fabbriche di abbigliamento

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Il governo cambogiano ha annunciato un aumento del salario minimo mensile per i lavoratori del settore tessile, dell’abbigliamento e delle calzature, portandolo a 208 dollari statunitensi a partire dal 1° gennaio 2025. L’incremento, pari al 1,96% rispetto agli attuali 204 dollari, è frutto di lunghe trattative tra il Ministero del Lavoro, sotto la guida del primo ministro Samdech Thipadei, e il Consiglio nazionale sul salario minimo, organismo incaricato di regolare i compensi in quello che è ritenuto il comparto principale per tenere a galla l’economia del Paese. Oltre al salario minimo mensi...

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Israele e USA contro “l’Asse del male”: la partita geopolitica dietro al genocidio palestinese

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Il conflitto tra Israele e Palestina, e più in generale il cosiddetto "asse della resistenza islamica" (che da Tel Aviv viene chiamato "asse del male") che coinvolge gruppi come Hezbollah e Hamas, è spesso considerato un tassello di un conflitto più ampio a livello geopolitico, in cui l’Iran e i suoi alleati regionali giocano un ruolo fondamentale. L’Iran, infatti, si presenta come uno dei principali sostenitori della resistenza palestinese, ma anche come il punto di riferimento di un blocco più vasto che si oppone all’influenza occidentale e, nello specifico, americana nel Medio Oriente. In t...

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UK e Moldavia firmano un accordo di difesa in ottica “antirussa”

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Il Regno Unito e la Moldavia hanno siglato un accordo di cooperazione nella difesa per contrastare le “minacce provenienti dalla Russia” e “rafforzare la sovranità moldava”. A darne notizia è l’Ufficio degli Esteri britannico, che in una nota spiega come l’accordo sia stato firmato durante la visita del ministro degli Esteri britannico, David Lammy, a Chisinau. Il nuovo partenariato in materia di difesa e sicurezza prevede un finanziamento di 2 milioni di sterline al dipartimento di cybersicurezza moldavo, 5 milioni per i rifugiati ucraini in Moldavia e oltre mezzo milione destinato alla lotta alla corruzione. L’accordo include anche una collaborazione per il contrasto all’immigrazione irregolare.