venerdì 4 Aprile 2025
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Haiti, Medici senza frontiere lascia la capitale

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L’organizzazione umanitaria Medici Senza Frontiere ha cessato le attività nella capitale di Haiti, Port-au-Prince, per questioni di sicurezza. La decisione arriva dopo l’attacco subito venerdì 1 novembre, quando un gruppo di agenti delle forze dell’ordine haitiane ha assaltato un’ambulanza, sequestrando il personale medico e uccidendo due pazienti, sospettati di essere parte delle bande criminali che imperversano nel Paese. Nell’ultimo periodo, la violenza delle bande armate è cresciuta: queste hanno preso il controllo di gran parte della capitale e si stanno espandendo nelle aree vicine, causando la fame e lo sfollamento di centinaia di migliaia di persone.

Il Mali costringe una compagnia mineraria australiana a pagare le tasse

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La compagnia mineraria australiana Resolute Mining ha annunciato che pagherà 160 milioni di dollari al governo del Mali per risolvere una disputa fiscale con il Paese africano. L’annuncio segue l’arresto da parte delle autorità maliane dell’Amministratore Delegato della compagnia, Terence Holohan, e di altri due dipendenti. In una nota ufficiale, Resolute ha dichiarato di aver firmato con il Paese un memorandum d'intesa e di aver già effettuato un primo pagamento di circa 80 milioni di dollari, attingendo alle proprie riserve di liquidità. La compagnia prevede di saldare il resto nei prossimi ...

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Nuova Zelanda, decine di migliaia alla protesta per i diritti dei Maori

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Decine di migliaia di persone si sono radunate a Wellington, di fronte al Parlamento neozelandese, per opporsi a un disegno di legge che, secondo gli oppositori, minaccia i diritti dei Maori. La protesta, che avrebbe coinvolto almeno 42.000 persone, è stata una delle più grandi della storia del Paese. La manifestazione ha avuto inizio con una marcia che ha attraversato l’intero Paese, iniziata all’alba di lunedì 11 novembre. Al centro della contestazione c’è un disegno di legge che punta a modificare i contenuti del Trattato di Waitangi, che regola le relazioni politiche tra il governo della Nuova Zelanda e la popolazione indigena.

Danneggiati due cavi internet sottomarini nel mar Baltico: probabile atto di sabotaggio

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Due cavi internet sottomarini nel Mar Baltico sono stati improvvisamente danneggiati. Il primo a subire un’interruzione è stato il cavo che collega Finlandia e Germania. Poche ore dopo, è giunta la notizia di un secondo danneggiamento, questa volta al cavo sottomarino tra Svezia e Lituania. Se inizialmente, dopo il primo annuncio, si era ipotizzato un possibile incidente, l’interruzione del secondo cavo ha reso più plausibile l’ipotesi di un atto deliberato. Le indagini, ancora alle fasi iniziali, hanno già alimentato speculazioni su un possibile sabotaggio russo, ritenuto parte di una strategia di guerra ibrida volta a colpire, in particolare, Svezia e Finlandia. Questi due Paesi, recentemente entrati nell’Alleanza Atlantica, accusano da tempo la Russia di attacchi informali che, secondo i governi scandinavi, comprenderebbero anche l’uso dell’immigrazione come arma di destabilizzazione sociale e politica. L’episodio evidenzia l’importanza strategica e geopolitica delle infrastrutture sottomarine di telecomunicazione, mostrando come possano diventare obiettivi militari. Sebbene attacchi di questo tipo non causino vittime, i danni inflitti ai Paesi coinvolti possono essere enormi.

Secondo quanto comunicato da Cinia, società statale finlandese specializzata nella costruzione di reti in fibra ottica e nella fornitura di servizi IT, poco dopo le 4 del mattino di lunedì 18 novembre è stato rilevato un guasto al cavo sottomarino Cinia Oy C-Lion1, che collega la Finlandia alla Germania, rendendolo inattivo. La società ha spiegato che i dettagli del guasto sono ancora sconosciuti, attualmente oggetto di indagine, e che una nave di riparazione è già in rotta verso il luogo dell’incidente. L’interruzione è stata localizzata nel Mar Baltico, all’interno della Zona Economica Esclusiva svedese, a est della punta meridionale di Öland, circa 700 km da Helsinki. C-Lion1 è un cavo sottomarino per telecomunicazioni lungo 1173 chilometri, inaugurato nel 2016, che collega le reti di telecomunicazione dell’Europa centrale alla Finlandia e agli altri Paesi nordici. L’ipotesi iniziale, di un incidente causato dall’attività di pesca o dall’urto di un’ancora, è durato poche ore, fino all’annuncio del secondo danneggiamento al cavo tra Svezia e Lituania.

Dopo che i media finlandesi hanno riportato l’interruzione dei servizi di comunicazione tra Finlandia e Germania a causa di un inspiegabile guasto a un cavo sottomarino, Andrius Šemeškevičius, responsabile tecnologico di Telia Lithuania, ha annunciato che anche il cavo di comunicazione tra Lituania e Svezia ha subito danni. Šemeškevičius ha spiegato che il cavo, gestito dalla società svedese Arelion, garantiva circa un terzo della capacità internet della Lituania. Questo collegamento sottomarino unisce Gotland, in Svezia, a Šventoji, in Lituania. Martin Sjögren, portavoce di Arelion, ha confermato i danni al collegamento BCS Est-Ovest, aggiungendo che la società è in contatto con le autorità militari e civili svedesi per approfondire l’incidente. «Il governo sta monitorando gli eventi con grande attenzione, considerando la delicata situazione della sicurezza, e resterà in stretto contatto con le autorità. È essenziale comprendere le cause che hanno portato due cavi del Mar Baltico a essere contemporaneamente fuori servizio», ha dichiarato Carl-Oskar Bohlin, ministro svedese della Difesa civile.

Anche i ministri degli Esteri tedesco e finlandese hanno espresso preoccupazione in una dichiarazione congiunta: «Siamo profondamente allarmati per il taglio del cavo sottomarino che collega la Finlandia alla Germania nel Mar Baltico. Il fatto che un simile incidente susciti immediatamente sospetti di danni intenzionali evidenzia la volatilità della nostra epoca. Un’indagine approfondita è già in corso. La sicurezza europea è minacciata non solo dalla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, ma anche da forme di guerra ibrida perpetrate da attori malintenzionati. La protezione delle nostre infrastrutture critiche condivise è essenziale per la sicurezza e la resilienza delle nostre società».

Nel frattempo, diversi media hanno iniziato a speculare sull’ipotesi di un sabotaggio orchestrato dalla Russia.

Indipendentemente dalle possibili cause o dai potenziali responsabili, qualora si trattasse di un atto di sabotaggio, questo evento sottolinea l’importanza strategica e geopolitica delle infrastrutture sottomarine di telecomunicazione. Se potenziali attacchi colpissero snodi cruciali dell’intera rete globale, le conseguenze potrebbero essere catastrofiche, causando paralisi operative con ripercussioni enormi a livello internazionale.

Nel mondo esistono oltre 450 cavi internet sottomarini, che coprono una lunghezza complessiva di circa 1,4 milioni di chilometri. Questi cavi, fondamentali per il funzionamento di internet, trasportano circa il 99% del traffico dati globale, collegando continenti, Paesi e regioni con velocità e affidabilità superiori rispetto ai satelliti. Sono composti da un nucleo in fibra ottica, protetto da strati di materiali isolanti, acciaio e polietilene, progettati per resistere alle pressioni oceaniche e ai potenziali danni causati da ancore, attività di pesca o fauna marina. La storia dei cavi sottomarini inizia nel 1858, con il primo collegamento telegrafico tra Europa e Nord America, un’impresa rivoluzionaria che segnò l’inizio delle comunicazioni globali. Con l’avvento della fibra ottica negli anni ’80, questi cavi sono diventati il cuore pulsante delle telecomunicazioni moderne. Oggi, sono gestiti principalmente da consorzi internazionali di operatori e aziende tecnologiche, rappresentando infrastrutture strategiche per economia, politica e sicurezza globale.

[di Michele Manfrin]

Nel Trump 2.0 i petrolieri mettono le mani su politiche energetiche e parchi pubblici

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Con l’arrivo delle nuove nomine, il prossimo governo Trump inizia a prendere forma, preannunciando gli obiettivi del prossimo quadriennio statunitense. L’ultima grande investitura è stata quella del dirigente petrolifero Chris Wright a segretario per l’Energia e membro del neoistituito Consiglio Nazionale per l’Energia, che dovrebbe gestire i parchi energetici del Paese. La nomina di Wright segue quella di Doug Burgum, politico vicino ai petrolieri statunitensi, allo stesso Consiglio per l’Energia e quella di Lee Zeldin, particolarmente critico verso le politiche di contrasto all’emergenza climatica, all’Agenzia per la protezione ambientale. Guidato dal fido Harold Hamm, uno dei pionieri della devastante pratica del fracking, la trivellazione tramite frattura delle rocce con getti di acqua e sostanze chimiche, complice di gravi contaminazioni ambientali e di rischi sismici. Trump sta gettando le basi per le prossime politiche ambientali, climatiche ed energetiche degli Stati Uniti, dandone l’intero impianto amministrativo in mano ai giganti del fossile.

La nomina di Chris Wright è stata annunciata sabato 16 novembre e completa la triade di alcune delle maggiori figure che gestiranno le politiche ambientali ed energetiche del Paese. Fondatore di Liberty Energy, una società di servizi per i giacimenti petroliferi, Wright è nuovo nella scena politica statunitense, ma è anch’esso noto per le sue posizioni particolarmente vicine alle pratiche del fracking (o fratturazione idraulica) e per esprimere posizioni che negano l’esistenza di una crisi climatica. Un anno fa aveva pubblicato un video in cui sosteneva che «non esiste una crisi climatica e non siamo nemmeno nel mezzo di una transizione energetica», una posizione che cela un evidente conflitto d’interessi. Il suo compito sarà quello di incentivare gli investimenti attraverso tagli alla burocrazia. Wright guiderà il dipartimento dell’Energia e affiancherà Doug Burgum al neonato Consiglio Nazionale per l’Energia.

Burgum è un noto imprenditore Governatore del Dakota del Nord. Nel corso delle primarie repubblicane, ha sospeso la sua candidatura presidenziale per appoggiare Trump, sviluppando un forte rapporto personale e politico con il presidente eletto. Dopo che Trump ha chiesto ai dirigenti dell’industria petrolifera di finanziare la sua campagna, Burgum ha gestito i dialoghi con i donatori a capo delle multinazionali del petrolio, e ha contribuito a guidare lo sviluppo della politica energetica della campagna del tycoon. Da quanto comunica Trump, il nuovo Consiglio Nazionale per l’Energia dovrebbe gestire l’intero parco energetico del Paese, amministrando «autorizzazione, produzione, generazione, distribuzione, regolamentazione, e trasporto di tutte le forme di energia del Paese», ed esercitando «tagli alla burocrazia e incentivando gli investimenti privati». Secondo il Washington Post, tale ufficio supervisionerà circa 500 milioni di acri di territorio federale (circa un quarto dell’intero territorio statunitense) e più di un miliardo di acri offshore.

Altra figura di spicco nella prossima agenda energetica e ambientale statunitense è quella di Lee Zeldin, che sarà a capo dell’Agenzia per la protezione ambientale. Zeldin è un politico repubblicano di stampo conservatore che si è sempre battuto contro le limitazioni all’impiego di fonti fossili. Nel 2019 ha votato contro l’estensione della moratoria sulle trivellazioni offshore sulla costa del Golfo della Florida, e si è opposto al disegno di legge che avrebbe protetto il rifugio nazionale dell’Artico da nuove locazioni di petrolio e gas. Zeldin è sempre stato vicino a Trump, sostenendolo nelle varie cause che lo hanno visto coinvolto negli ultimi anni; tra l’essere una figura di fiducia e uno strenuo oppositore delle politiche anti-petrolio, egli rappresenta la guida perfetta del gabinetto dedicato all’ambiente. Nel comunicato di Trump si legge che Zeldin avrà il ruolo di tagliare le regolamentazioni sulle imprese energetiche del Paese, «mantenendo i più alti standard ambientali».

A guidare le scelte del tycoon, tra cui la nomina di Wright, in materia di politica energetica è stato uno dei suoi più fidati consiglieri: il magnate del petrolio Harold Hamm, uno dei pionieri del fracking. La fratturazione idraulica è un’attività estrattiva, promossa dagli Stati Uniti fin dai primi anni 2000, finalizzata a ricavare petrolio e gas di scisto da rocce argillose nel sottosuolo. La tecnica consiste in una prima perforazione finalizzata a raggiungere i giacimenti nei quali, successivamente, si inietta ad alta pressione una miscela di acqua, sabbia e prodotti chimici di sintesi allo scopo di facilitare la fuoriuscita degli idrocarburi. Ad oggi, le criticità legate a questa pratica, oltre all’appurato aumentato rischio sismico, sono diverse, e vanno dall’enorme spreco idrico, alla potenziale contaminazione delle falde acquifere, senza contare poi le conseguenze climatiche e l’inevitabile rilascio di gas ad effetto serra.

Come già preannunciato dagli ingenti finanziamenti alla campagna elettorale da parte di colossi del fossile, l’agenda di Trump su energia e ambiente sembra ormai avere preso forma: il prossimo quadriennio degli Stati Uniti vedrà probabilmente degli USA impegnati a investire in maggiore misura sulle fonti fossili, puntando su una deregolamentazione e incentivando gli investimenti dei grandi colossi degli idrocarburi. Nel frattempo, il presidente uscente Joe Biden sembra provare a mettere i bastoni tra le ruote a Trump, similmente a come sembrerebbe voler fare concedendo all’Ucraina di colpire il territorio russo usando missili ATACMS. Nella prima storica visita di un presidente degli Stati Uniti in carica alla foresta amazzonica, egli ha firmato un proclama che designa simbolicamente il 17 novembre come Giornata internazionale della conservazione, e ha annunciato ulteriori finanziamenti statunitensi fino a 83,4 milioni di dollari per il fondo Amazzonia; questi ultimi investimenti, tuttavia, richiederanno un’azione del Congresso, ed è improbabile che vengano rilasciati con i repubblicani al controllo.

[di Dario Lucisano]

UNICEF: in soli due mesi in Libano uccisi oltre 200 bambini

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Negli ultimi due mesi, in Libano sono stati uccisi più di 200 bambini e 1.100 sono rimasti feriti, ha dichiarato oggi l’agenzia delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF).
Il conflitto in Libano si protrae da oltre un anno ed è sfociato in una guerra totale a fine settembre, quando Israele ha lanciato un’intensa offensiva. «Nonostante oltre 200 bambini siano stati uccisi in Libano in meno di due mesi, le loro morti sono accolte con inerzia da coloro che sono in grado di fermare questa violenza», ha affermato il portavoce dell’UNICEF James Elder in conferenza stampa a Ginevra. «Per i bambini del Libano, è diventata una silenziosa normalizzazione dell’orrore».

In buona parte della Basilicata l’acqua è razionata: i cittadini scendono in piazza a protestare

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La Basilicata è alle prese con una grave crisi idrica che sta colpendo ben 29 comuni nelle province di Potenza e Matera, costretti ormai da settimane a subire razionamenti dell’acqua per 12 ore al giorno. La situazione, aggravata dalla siccità persistente e dalla scarsità di riserve idriche, sta suscitando un’ondata di proteste e tensioni sociali in tutta la regione. La mobilitazione si è intensificata negli ultimi giorni: a Potenza, centinaia di cittadini e studenti sono scesi in piazza per denunciare l’impossibilità di fare una doccia e di accedere a servizi igienici adeguati nelle scuole. Le proteste proseguiranno nelle prossime settimane.

Circa 140mila persone, in Basilicata, combattono da mesi contro l’estrema scarsità d’acqua cui la diga del Camastra – principale fonte di approvvigionamento idrico per molte comunità, dallo scorso gennaio gestita dalla società controllata dal Ministero dell’Economia “Acque del Sud S.P.A.” – non riesce a rispondere, avendo raggiunto livelli critici. L’allarme è stato lanciato dagli enti locali e da diverse associazioni ambientaliste, che puntano il dito contro la gestione inefficace delle risorse idriche e la mancanza di una strategia preventiva. La tensione si è alzata fino a portare centinaia di cittadini in piazza in seguito alla decisione dell’Unità di crisi di far confluire l’acqua del fiume Basento nella diga del Camastra. «Il Basento ci fa paura», hanno urlato in piazza le persone in protesta, che hanno manifestato la preoccupazione per i livelli di inquinamento del fiume, su cui per ora Arpa Basilicata ha fornito rassicurazioni. L’unica certezza, per i cittadini, è ad oggi lo stop giornaliero all’erogazione dell’acqua nella consueta fascia oraria 18.30-6.30. Ieri, il Comitato acqua pubblica Camastra ha protestato contro la presunta inazione del Consiglio Regionale diramando una nota in cui ha scritto: «Sconcerto e rabbia. Questi i sentimenti che proviamo dopo aver appreso che il consiglio regionale di domani non discuterà dell’emergenza idrica. Non è pensabile che, dopo le richieste pressanti della cittadinanza e di fronte a una situazione che appare ogni giorno più preoccupante, ancora una volta le massime istituzioni di questa regione decidano di non affrontare la questione. Esigiamo trasparenza, esigiamo rispetto». Stamane, nel corso della riunione dell’Assemblea lucana, alcuni rappresentanti del Comitato hanno protestato alzando dei volantini, senza però disturbare i lavori dei consiglieri. Nel frattempo, hanno indetto per sabato 23 novembre una nuova manifestazione, chiedendo massima partecipazione alla cittadinanza.

La Giunta regionale aveva deliberato a inizio settembre lo stato d’emergenza, istituendo l’Unità di crisi regionale. Lo scorso 21 ottobre, il Consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato di emergenza per una durata di sei mesi, stanziando 2,5 milioni di euro dal Fondo per le emergenze nazionali in vista dei primi interventi. Tra le motivazioni elencate nella delibera, vi era «il lungo periodo di siccità, causato sia dalla eccezionale scarsità di precipitazioni pluviometriche della stagione autunnale del 2023 e delle stagioni invernali e primaverili dell’anno 2024, sia dalle temperature rilevate più alte della media». Una circostanza che avrebbe determinato «una rilevante riduzione dei deflussi idrici superficiali, nonché la mancata ricarica delle falde e, conseguentemente, una esigua disponibilità di acqua negli invasi». Il segretario generale della Cgil di Potenza, Vincenzo Esposito – in prima linea nelle proteste –, aveva reagito puntando il dito contro la «cattiva gestione della risorsa acqua che perdura da anni, anni in cui si sono susseguiti errori e inadempienze, e di cui la governance lucana tutta, di oggi e di ieri, è responsabile». Poi, a inizio novembre, associazioni, alcuni partiti politici e sigle sindacali avevano evidenziato in un comunicato congiunto come «i mancati interventi protratti per decenni» abbiano «causato un enorme accumulo di fanghi sul fondo; di conseguenza la capienza della diga si è ridotta così tanto che, sebbene essa possa nominalmente contenere 32 milioni di metri cubi d’acqua, all’inizio del 2024, prima che iniziasse la precipitosa riduzione del volume invasato, ne conteneva soltanto 9 milioni».

[di Stefano Baudino]

Guerra in Ucraina: cosa cambia dopo l’autorizzazione di Biden ai missili per colpire in Russia?

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Dopo che il presidente Joe Biden ha autorizzato l’Ucraina a utilizzare i missili a lungo raggio ATACMS per colpire il territorio russo, non sono mancate le reazioni internazionali e i commenti degli analisti circa le sorti del conflitto e i rischi che tale decisione comporta. Ciò che emerge chiaramente da tale contesto è che la maggior parte degli esperti militari e dei commentatori ritiene che la decisione del presidente Joe Biden non potrà ribaltare gli esiti della guerra sul campo, dove Mosca sta prevalendo, avanzando lungo la linea del fronte. Nonostante ciò, l’autorizzazione concessa dal presidente americano apre la strada a una nuova escalation e segna un cambiamento radicale nella natura del conflitto. Ad affermarlo esplicitamente è la portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, la quale ha dichiarato che «L’uso da parte del regime di Kiev di proiettili a lungo raggio per attacchi sul nostro territorio significherà il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti e dei suoi satelliti nel combattimento contro la Russia, nonché un cambiamento radicale nell’essenza e nella natura del conflitto. In questo caso, la risposta della Russia sarà appropriata e tangibile». Non stupisce, dunque, che il 19 novembre, pochi giorni dopo il via libera di Washington, il presidente russo Vladimir Putin abbia firmato il decreto che approva la dottrina aggiornata sulla deterrenza nucleare del Paese eurasiatico, ampliando la lista di Paesi e alleanze militari soggetti a deterrenza nucleare.

Se da un lato, l’amministrazione democratica uscente degli Stati Uniti sembra aver preso in scarsa considerazione le conseguenze di attacchi ucraini in territorio russo con armi americane, dall’altro risulta evidente l’intento di mettere in difficoltà il presidente eletto Donald Trump che ha più volte dichiarato in campagna elettorale di voler porre fine alla guerra tra Mosca e Kiev il più rapidamente possibile. L’intento, dunque, sarebbe quello di indebolire la capacità di Trump di intavolare velocemente delle trattative tra le due parti belligeranti, ma anche di consentire a Kiev di recarsi ai negoziati con una posizione di forza: ad esempio, mantenere il controllo di una parte della regione russa di Kursk -occupata dalle forze ucraine lo scorso agosto – darebbe all’ex Stato sovietico un maggiore potere negoziale. Tuttavia, come anticipato, è difficile che l’uso degli ATACMS in territorio russo possa consentire a Kiev di ribaltare l’esito del conflitto o di contrastare la controffensiva russa a Kursk: secondo il New York Times, l’uso dei missili a lungo raggio non cambierà il corso del conflitto, soprattutto perché le scorte di ATACMS in Ucraina sono molto limitate e l’utilizzo di un piccolo numero di missili non farà quindi una grande differenza. Inoltre, le forze armate russe sono a conoscenza delle rotte di rifornimento militare dell’esercito ucraino: di conseguenza, i missili a lungo raggio saranno presumibilmente distrutti, in quanto considerati un obiettivo legittimo.

Nonostante ciò, la decisione implica un cambiamento radicale nel conflitto e un suo inasprimento, in quanto, come ha affermato lo stesso Putin, essa sancisce il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti e di altri paesi della NATO nel conflitto in Ucraina, non solo perché forniscono le armi, ma soprattutto perché sono le forze occidentali a fornire a Kiev i dati d’intelligence da satelliti di cui l’esercito ucraino ha bisogno per colpire i bersagli in territorio russo. Le conseguenze di questa condizione sono implicitamente spiegate nell’aggiornamento della dottrina strategica nucleare russa. Il documento afferma che la Russia considererà ora qualsiasi attacco da parte di un Paese non nucleare supportato da una potenza nucleare come un attacco congiunto. Mosca, inoltre, si riserva  il diritto di considerare una risposta nucleare a un attacco con armi convenzionali che minacci la sua sovranità. Sebbene il principio fondamentale della dottrina preveda che l’uso di armi nucleari sia una misura di ultima istanza per proteggere la sovranità del paese, si tratta di un altro passo verso l’escalation anche nucleare nella guerra russo-ucraina.

Non è un caso, dunque, che diversi osservatori abbiano evocato il rischio di una guerra mondiale: il senatore repubblicano dello Utah, Mike Lee, ad esempio, ha asserito che «Il presidente degli Stati Uniti ha aperto la porta alla Terza guerra mondiale», similmente a quanto sostenuto da Donald Trump Jr., secondo il quale l’industria della difesa statunitense starebbe cercando di far scoppiare la Terza guerra mondiale prima che suo padre assuma l’incarico di presidente. Secondo un membro anonimo della squadra di transizione del presidente eletto, però, tutto ciò non influenzerà l’azione e i programmi di Trump rispetto alla guerra in Europa. Al contrario, il tycoon potrebbe riconsiderare la decisione di Biden sull’autorizzazione all’uso di missili a lungo raggio.

Alla luce di un tale quadro poco rassicurante, desta non poco stupore la decisione di alcuni Paesi europei di accodarsi alla decisione americana sull’uso degli ATACMS: anche Francia e Gran Bretagna, infatti, si sono dette favorevoli a concedere l’autorizzazione in territorio russo rispettivamente dei missili SCALP e Storm Shadow, mentre il cancelliere Scholz – in crisi di consenso e il cui governo è appena caduto – ha mantenuto il suo parere negativo sull’invio di missili Taurus all’Ucraina. Francia e Gran Bretagna continuano a seguire acriticamente la linea di Washington, nonostante le difficoltà economiche in cui versano e la crisi di consenso che registrano sia Macron che Keir Starmer. Il tutto avviene mentre Trump ha fatto capire che, una volta entrato in carica, lascerà l’Europa a se stessa, cosa che non cambierà con la recente decisione di Biden. Secondo alcune fonti, infatti, ciò non influirà sulla sua determinazione a porre fine al conflitto attraverso i negoziati. Un conflitto che è già costato una cifra ingente per le finanze sia americane che europee.

[di Giorgia Audiello]

USA e Filippine siglano nuovo accordo militare in chiave anti-cinese

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Gli USA e le Filippine hanno siglato un accordo per la condivisione dell’intelligence militare, rafforzando i loro legami di difesa. Il segretario alla Difesa statunitense, Lloyd Austin, ha firmato l’intesa insieme al suo omologo filippino, Gilberto Teodoro, presso il quartier generale militare di Manila. Qui è stato anche inaugurato un centro di coordinamento progettato per facilitare la cooperazione tra le rispettive forze armate. Durante gli anni della presidenza di Joe Biden, i legami militari tra i due Paesi si sono sensibilmente rafforzati al fine esplicito di contrastare le politiche cinesi nel Mar Cinese Meridionale e a Taiwan.

In Italia si consumano sempre più antibiotici, anche tra i bambini

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Nel nostro Paese continua a crescere l’utilizzo di antibiotici, che nel 2023 ha registrato un aumento del 6,4% rispetto al 2022. È quanto emerge dal rapporto OsMed 2023 sull’uso dei medicinali in Italia, redatto dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). Il report ha attestato che circa 4 italiani su 10 hanno ricevuto almeno una prescrizione di antibiotico, con punte al Sud (44,8% della popolazione) rispetto al Nord (30,9%) e al Centro (39,9%). Risulta inoltre in lieve costante crescita, oramai da un decennio, il consumo degli antibatterici a prevalente uso ospedaliero. L’OMS ha indicato la diffusione dei batteri resistenti agli antimicrobici come una delle grandi emergenze sanitarie che nel 2050 potrebbe provocare oltre 39 milioni di morti nel mondo.

Nel 2023 la categoria degli antibiotici ha registrato una spesa pubblica complessiva pari a 822,6 milioni di euro, con un aumento del 5,8% rispetto all’anno precedente. Quasi il 40% delle persone ha infatti ricevuto almeno una prescrizione di antibiotici, con livelli d’uso più alti nei bimbi fino a 4 anni di età e nelle persone con più di 75 anni. In proporzione, il report documenta che l’utilizzo è maggiore nella popolazione femminile rispetto a quella maschile (40,8% contro 33,7%): il distacco aumenta in particolare nella fascia anagrafica 35-54, probabilmente a causa del più ampio uso di tali farmaci nel trattamento delle infezioni delle vie urinarie nelle donne. Più nel dettaglio, l’aumento dei consumi degli antibiotici riguarda in particolare le associazioni di penicilline, inclusi gli inibitori delle beta lattamasi e le cefalosporine di terza generazione (circa +16%). Si osserva un’ampia variabilità nell’età media degli utilizzatori di questa categoria di farmaci, che va dai 38 anni per le penicilline ad ampio spettro a oltre 70 anni per aminoglicosidi, glicopeptidi e cefalosporine di IV generazione. Per quanto concerne l’età pediatrica, la categoria terapeutica a maggiore consumo è quella degli antiinfettivi per uso sistemico, che nel 2023 ha raggiunto un numero di confezioni pari a 977,3 per 1.000 bambini, registrando un aumento del 29,9% rispetto al 2022. Nei bimbi, l’associazione amoxicillina/acido clavulanico è stato il farmaco più prescritto della categoria, con ben 409,7 confezioni per 1000 individui. In costante crescita è anche l’andamento del consumo degli antibiotici a prevalente uso ospedaliero, come linezolid, tedizolid, daptomicina e fosfomicina. «Considerando che alcuni di questi antibiotici sono usati nel trattamento delle infezioni causate da microrganismi multi-drug resistant – si legge nel report –, tali dati ci suggeriscono la necessità di migliorare la sorveglianza delle infezioni nosocomiali nelle strutture sanitarie, garantendo una risposta tempestiva e adeguata alle infezioni».

L’OMS prevede che la diffusione dei batteri resistenti agli antimicrobici si rivelerà nel prossimo futuro una delle più gravi emergenze globali, rischiando di causare nel 2050 più di 39 milioni di decessi in tutto il mondo. Attualmente i batteri resistenti uccidono ogni anno più di un milione di persone. La problematica riguarda da vicino il nostro Paese, che vede la maggiore resistenza riscontrata in Europa, con 200mila pazienti l’anno colpiti da batteri resistenti e 11mila vittime. In futuro, però, la situazione potrebbe ampiamente peggiorare. Il primo studio globale sul tema, pubblicato lo scorso 28 settembre sulla rivista The Lancet e condotta dal Global Research on Antimicrobial Resistance (Gram) Project, indica infatti che i decessi provocati dalla resistenza agli antibiotici sono destinati ad aumentare in maniera costante nei prossimi decenni, con un incremento di quasi il 70% entro il 2050 rispetto al 2022, in particolare tra la popolazione anziana. La ricerca stima inoltre che nel 2050 1,91 milioni di persone potrebbero morire direttamente a causa della resistenza agli antibiotici e che il numero di decessi rispetto a cui i batteri antibiotico-resistenti giocano un ruolo potrebbe aumentare di circa il 75%, passando da da 4,71 milioni a 8,22 milioni l’anno.

[di Stefano Baudino]