venerdì 4 Aprile 2025
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Trump chiama Zelensky: le ipotesi sul piano USA per porre fine alla guerra

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L’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca ha portato numerose e significative indiscrezioni su come la nuova amministrazione statunitense potrebbe gestire il complicato scenario del conflitto in Ucraina. L’ex presidente, che ha vinto le elezioni con una campagna elettorale focalizzata su temi di sicurezza e politica estera, ha già suscitato dibattiti accesi per il suo approccio non convenzionale alle crisi internazionali. Nelle ultime ore, l’attenzione si è concentrata su una telefonata tra Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Nonostante i dettagli del colloquio non siano stati resi noti, voci sempre più circostanziate suggeriscono che Trump – che in campagna elettorale si è spesso lamentato del costo del supporto militare americano, sostenendo a più riprese che avrebbe potuto porre fine al conflitto «in un giorno» – abbia espresso l’intenzione di ridisegnare la strategia americana in merito alla guerra in Ucraina.

Non è un mistero che Donald Trump stia concretamente esplorando la possibilità di una mediazione, attraverso un possibile dialogo diretto con Mosca, in vista di un potenziale cessate il fuoco. Le indiscrezioni messe sul piatto da varie testate internazionali, tra cui il Wall Street Journal e il Financial Times – suffragate dalle anticipazioni fatte nelle ultime settimane dal nuovo vicepresidente USA James David Vance – rivelano che l’entourage di Trump starebbe concependo una proposta di intesa che stabilirebbe l’occupazione Russa di circa il 20% del territorio ucraino, con una zona demilitarizzata pari a 800 miglia. E, soprattutto, la previsione di una promessa di non unirsi alla NATO per almeno 20 anni da parte di Kiev, che in cambio chiederebbe un rafforzamento organico dei legami militari con Washington. Secondo Axios, Trump potrebbe inoltre avvalersi del suo grande supporter Elon Musk – proprietario di Tesla e X – come intermediario o consulente informale per agevolare le trattative. Musk ha proposto in passato idee di pace per l’Ucraina, che però sono state respinte da Kiev poiché considerate troppo sbilanciate in favore della Russia.

Nel frattempo, appare evidente che gli alleati della NATO e le alte gerarchie UE temano che una trattativa troppo accondiscendente possa rafforzare il capo del Cremlino. Mentre Vladimir Putin, a poche ore dalla vittoria di Donald Trump, si è congratulato con il tycoon per la sua elezione, definendolo una «persona coraggiosa» e confermando che la Russia è pronta a parlare con lui, Zelensky si incontrava in Ungheria con alcuni leader UE, che hanno espresso preoccupazione per l’approccio di Trump alla materia. La linea di Bruxelles rimane infatti quella di un supporto senza compromessi a Kiev. Lo ha fatto capire molto bene quest’oggi Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, che ha dichiarato: «Abbiamo sostenuto l’Ucraina fin dall’inizio e in questa mia ultima visita in Ucraina trasmetto lo stesso messaggio: vi sosterremo il più possibile».

Le ipotesi di un piano statunitense per la risoluzione del conflitto pongono interrogativi anche sul lungo termine. Trump ha spesso ribadito la sua filosofia di politica estera orientata al realismo strategico, esprimendo la volontà di riequilibrare l’impegno americano in Europa e Asia. Questo approccio potrebbe segnare un disimpegno progressivo degli Stati Uniti dal supporto incondizionato a Kiev, facendo pressione sugli alleati europei affinché, nel frattempo, assumano una quota maggiore della responsabilità militare e finanziaria. Il recente attacco nella regione russa di Kursk, attribuito a operazioni ucraine, ha inoltre aggiunto tensione a un contesto già esplosivo. Eventi simili potrebbero influenzare le scelte diplomatiche future di Washington, con Trump che potrebbe avere buon gioco a utilizzarli come giustificazione per promuovere un accordo in vista della cessazione del conflitto.

[di Stefano Baudino]

Gaza, proseguono i raid israeliani: 30 morti, di cui 13 bambini

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La protezione civile della Striscia di Gaza ha annunciato oggi la morte di 30 persone, tra cui 13 bambini, a causa di due attacchi dell’esercito israeliano. Il primo raid è avvenuto a Jabalia, nel nord di Gaza, provocando almeno 25 morti, tra cui 13 bambini, e più di 30 feriti. Altre cinque persone hanno perso la vita, mentre altre risultano disperse, in un altro raid che ha colpito un’abitazione nel quartiere al-Sabra di Gaza City. «Alcuni civili sono ancora sotto le macerie», hanno affermato i servizi di emergenza palestinesi.

Verona, blocco stradale e presidio contro il ddl 1660

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Oggi pomeriggio a Verona un gruppo di manifestanti appartenenti a diverse realtà, tra cui Ultima Generazione, ha bloccato per circa venti minuti la strada su Ponte Nuovo, lanciando della vernice lavabile arancione. La contrarietà al disegno di legge 1660, attualmente in discussione al Senato, e alla repressione delle lotte sociali erano alla base dell’azione dei manifestanti, che dopo una negoziazione con la Digos si sono diretti verso Piazza dei Signori, luogo designato per il presidio contro la norma liberticida.

La verità sulla “caccia agli ebrei” di Amsterdam (e su chi sono gli ultras del Maccabi)

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La stampa italiana ha confermato ancora una volta il suo atavico vizio di riportare in modo parziale le notizie. Le pagine di giornale, le trasmissioni radiofoniche, i servizi in tv sono affollati dagli scontri avvenuti ad Amsterdam la sera di giovedì, 7 novembre, in cui i seguaci del Maccabi Tel Aviv hanno avuto la peggio. La stampa mainstream li ha descritti in termini di “pogrom organizzati” e “caccia all’ebreo”, gridando all’antisemitismo. Una ricostruzione demistificante, che volutamente relega gli eventi ad azioni estemporanee e sorvola su quanto successo prima (una dinamica che ben conosciamo dal 7 ottobre), nelle ore precedenti alla partita tra Ajax e Maccabi Tel Aviv, finita 5-0 per i padroni di casa. I sostenitori gialloblu del Maccabi sono tra i più violenti del panorama calcistico israeliano e lo hanno confermato seminando odio nelle strade della capitale olandese, tra cori contro i palestinesi, aggressioni e bandiere strappate via dalle case. La violenza è continuata anche all’interno della Johan Cruijff Arena, dove il settore ospiti ha fischiato durante il minuto di silenzio dedicato alle vittime dell’alluvione nella Comunità Valenciana.

A guidare la spedizione gialloblu ad Amsterdam è stato il suo gruppo principale: i Fanatics, legati agli ambienti dell’estrema destra israeliana, in particolare al ministro suprematista Ben Gvir, e connotati da una certa matrice razzista. Nel 2014 costrinsero, per le sue origini arabe, il giocatore israeliano Maharan Radi a lasciare il Maccabi Tel Aviv. L’anno seguente si opposero all’iniziativa della UEFA a favore dei rifugiati siriani, srotolando in curva un eloquente striscione con scritto: “Refugees Not Welcome”. Il loro odio si estende oltre a palestinesi e rifugiati anche verso la comunità lgbtqia+. Negli anni hanno esportato la loro violenza in giro per l’Europa; soltanto pochi mesi fa ad Atene, in occasione di Olympiakos-Maccabi Tel Aviv, gli ospiti hanno aggredito in gruppo un uomo che portava con sé una bandiera palestinese.

Proprio il simbolo di una palestinità che i sionisti fanno fatica ad accettare è stato, giovedì scorso, oggetto di violenze. Diversi video ritraggono i seguaci del Maccabi Tel Aviv intenti ad arrampicarsi sulle finestre delle case per strappare le bandiere palestinesi, violando la proprietà dei cittadini olandesi solidali con il popolo assediato a Gaza e in Cisgiordania.

Dalla sera precedente i supporter gialloblu hanno intonato nel centro di Amsterdam cori contro la Palestina e i palestinesi, aggredendo un tassista e finendo per trovare lo scontro con la popolazione locale in diverse zone della città. I disordini sono continuati appunto anche il giorno seguente. Nel pomeriggio gli hooligan del Maccabi Tel Aviv hanno aggredito un cittadino arabo, che è stato poi allontanato dalla polizia. In avvicinamento alla gara con l’Ajax, hanno inneggiato nei pressi della stazione centrale agli stupri e alla vittoria dell’esercito israeliano ai danni dei palestinesi. I cori discriminatori sono andati avanti anche durante il match, accompagnati dalla violazione del minuto di silenzio disposto per le vittime della Comunità Valenciana. D’altronde la Spagna ha riconosciuto a maggio lo Stato di Palestina ed è impegnata attivamente nel boicottaggio di import-export di armi nei confronti di Israele.

Al termine della partita, dopo due giorni di disordini provocati dai seguaci del Maccabi Tel Aviv, sono scoppiati nuovi scontri con gruppi di manifestanti vicini alla causa palestinese. Il bilancio parla di 62 arresti e di 5 israeliani feriti. Il governo di Tel Aviv aveva annunciato l’intenzione di inviare due aerei di soccorso per rimpatriare i cittadini, salvo poi fare dietrofront e optare per i voli commerciali messi a disposizione dalla compagnia israeliana El Al. Una volta arrivati all’aeroporto Ben Gurion, i supporter hanno ripreso a cantare, intonando: «Non ci sono scuole a Gaza perché non ci sono più bambini».

Mentre il primo ministro Benjamin Netanyahu ha messo in moto la macchina della propaganda evocando l’immagine della notte dei cristalli, Ursula von der Leyen si è detta «indignata per gli attacchi vili della notte scorsa contro cittadini israeliani ad Amsterdam. Condanno con forza questi atti inaccettabili. L’antisemitismo non ha assolutamente posto in Europa. E siamo determinati a combattere tutte le forme di odio». Si è dunque di fronte all’ennesima strumentalizzazione del concetto di antisemitismo, avallata dalla retorica israeliana che svilisce l’Olocausto, comoda a temporeggiare di fronte al primo genocidio in diretta social della storia.

[di Salvatore Toscano]

Cremona, Tamoil usa il fotovoltaico per aggirare l’obbligo di bonificare l’area inquinata

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tamoil cremona

A Cremona, Tamoil ha presentato un progetto per la costruzione di un parco fotovoltaico di 5-6 megawatt sull’ex area della sua raffineria, convertita in deposito circa 13 anni fa. Il progetto, consegnato al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, secondo alcune associazioni rappresenta una strategia della società petrolifera per eludere l’impegno alla bonifica, sfruttando lacune normative e lasciando così a Cremona una pesante eredità ambientale irrisolta.

Per la città e i suoi abitanti, il nuovo parco fotovoltaico potrebbe quindi essere un abbaglio: una promessa di energia pulita che non riesce però a dissipare le ombre di un inquinamento ancora presente. La riconversione dell’area Tamoil era già stata delineata nel 2011, quando l’azienda cessò la lavorazione del greggio. L’accordo con le istituzioni e le parti sociali, firmato presso l’allora Ministero dello Sviluppo Economico, prevedeva sia misure di sostegno economico per i dipendenti con ammortizzatori sociali, sia l’avvio delle opere di bonifica nelle aree interne e la creazione di una barriera idraulica per proteggere l’ambiente circostante. Tuttavia, gli interventi di bonifica non sono mai iniziati: una normativa permette infatti di rimandare tali operazioni finché l’area ospita attività produttive, e Tamoil ha mantenuto operativo sul sito il suo stesso deposito. 

Per questo motivo il progetto del parco fotovoltaico ha suscitato critiche soprattutto da parte delle associazioni ambientaliste e dei cittadini, poiché, se da un lato rappresenta un passo verso l’energia rinnovabile, dall’altro rischia di compromettere definitivamente una bonifica completa dell’area, dove l’inquinamento da idrocarburi è ancora irrisolto. L’area industriale Tamoil ha causato infatti nel tempo gravi danni ambientali, portando il Comune di Cremona ad avviare azioni legali per ottenere risarcimenti. Dopo una lunga battaglia legale, il Comune ha raggiunto un accordo con la compagnia ottenendo 1,4 milioni di euro, a cui si è aggiunto un milione versato dopo il processo penale per disastro ambientale. Tuttavia, la cifra è ben lontana dai 40 milioni inizialmente richiesti per i danni ai terreni e alle falde acquifere.

Malgrado l’accordo, l’inquinamento sembra persistere. Alla fine del 2023, test ambientali condotti dalla Canottieri Leonida Bissolati – una storica società sportiva situata accanto all’ex sito Tamoil – hanno rilevato la presenza di contaminanti, in particolare idrocarburi surnatanti, ossia sostanze che non si mescolano con l’acqua e restano in superficie. Sebbene la barriera idraulica installata da Tamoil sia teoricamente contenitiva, i contaminanti continuano a interessare le falde acquifere dell’area, superando in alcuni casi i limiti di contaminazione consentiti.

Più ottimista il sindaco di Cremona, per cui l’area non è formalmente classificata come sito da bonificare, bensì come zona di riutilizzo, e quindi Tamoil non ha obblighi legali di bonifica. Tuttavia, tale posizione è stata fortemente criticata dalle associazioni ambientaliste locali. Già negli anni scorsi Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia, e Pierluigi Rizzi, presidente di Legambiente VedoVerde Cremona, interrogati sulla vicenda avevano ricordato che una sentenza definitiva del 2018 sul disastro ambientale aveva riconosciuto danni irreparabili al territorio.

Il progetto di Tamoil arriva in un momento in cui la transizione energetica e le energie rinnovabili sono al centro del dibattito pubblico. Ma il caso dell’ex raffineria di Cremona solleva interrogativi su quanto un parco fotovoltaico possa effettivamente rappresentare una soluzione sostenibile quando quello che non si vede, il sottosuolo, è ricco di sostanze altamente velenose. 

[di Gloria Ferrari]

Banca Mondiale: “C’è uno spettro di disoccupazione globale”

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«Nel cuore delle economie emergenti una vasta generazione di 1,2 miliardi di giovani è pronta a entrare nella forza lavoro. Tuttavia, il panorama delle opportunità non si sta espandendo allo stesso ritmo: si prevede che si produrranno 420 milioni di posti di lavoro». A riferire dello “spettro della disoccupazione” è Ajay Banga, presidente della Banca Mondiale presente all’Università Bocconi per l’inizio dell’anno accademico. Sulle risposte da mettere in campo Banga fa riferimento alla privatizzazione, cardine del sistema neoliberista che la Banca Mondiale contribuisce a perpetuare.

Perché quello israeliano è un genocidio: intervista alla Relatrice ONU Francesca Albanese

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Nei giorni scorsi, la Relatrice Speciale dell’ONU per i Territori Occupati Palestinesi, Francesca Albanese, ha presentato il proprio rapporto ufficiale nel quale si dettaglia come quello israeliano a Gaza sia da considerare, alla luce del diritto internazionale, un genocidio. Lo stesso report, che si intitola senza giri di parole Il genocidio come cancellazione coloniale, accusa i governi occidentali di aver garantito a Israele un’impunità che gli ha permesso di «diventare un violatore seriale del diritto internazionale». La relatrice italiana, ma che da molti anni vive all’estero, è stata attaccata con inaudita violenza: l’ambasciatrice statunitense all’ONU l’ha accusata di antisemitismo, mentre la lobby filo-israeliana UN Watch ha lanciato una campagna per cacciarla dalle Nazioni Unite con l’accusa di diffondere «antisemitismo e propaganda di Hamas». Accuse surreali alle quali risponde anche in questa intervista rilasciata in esclusiva a L’Indipendente. Lo fa senza arretrare di un millimetro, anzi dettagliando perché quella che Israele sta scrivendo a Gaza sia da considerare una delle pagine «più nere e luride della storia contemporanea» e denunciando il clima di intimidazione che colpisce sistematicamente chi, all’interno delle istituzioni internazionali, cerca di agire concretamente per inchiodare il governo israeliano alle proprie azioni.

Poche settimane fa è stato ucciso il capo di Hamas Yahya Sinwar. I governi e i media occidentali hanno celebrato l’evento, affermando che la sua eliminazione abbia reso il mondo più sicuro e avvicinato la pace in Medio Oriente. Cosa ne pensa?

Da giurista, mi sentirei più sicura in un mondo che permette alla giustizia internazionale di funzionare. Vorrei vedere proseguire il procedimento avviato dal Procuratore della Corte Penale Internazionale, Karim Khan, che aveva chiesto un mandato di arresto internazionale non solo per Sinwar e altri capi di Hamas, ma anche per il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e per il ministro della Difesa Yoav Gallant. Il modo in cui Sinwar è caduto, combattendo fino all’ultimo respiro in battaglia, lo ha trasformato in un mito di resistenza per molti, in particolare per gli oppressi del mondo. Quindi credo che le analisi occidentali lascino il tempo che trovano, dimostrandosi chiacchiere da intellettuali da salotto.

Quali sono attualmente le condizioni a Gaza? 

Per capire cosa sta avvenendo a Gaza, è importante innanzitutto definire i fatti. Quello a cui assistiamo non è una guerra, che presuppone lo scontro tra due eserciti, ma la violenza di uno stato occupante contro un popolo occupato. Non ci sono parole per descrivere le condizioni di vita a Gaza oggi; la situazione è catastrofica da mesi. Le testimonianze che raccogliamo sono tremende: centinaia di massacri, esseri umani bruciati vivi sotto le tende, uccisioni di civili stipati negli ospedali. Sappiamo di soldati israeliani che hanno deliberatamente ucciso bambini sparando loro alla testa; abbiamo video e fotografie che lo dimostrano. Tutto questo è incluso nel rapporto Genocide as Colonial Erasure che ho preparato per le Nazioni Unite. È il momento di riaffermare il diritto internazionale, sacrificato dall’idea degli Stati Uniti e di Israele che ogni linea rossa sia superabile di fronte all’idea, peraltro irrealistica, di sconfiggere un movimento politico usando la forza militare. Quella in corso a Gaza non è solo una crisi umanitaria, ma una crisi di umanità.

È d’accordo con chi sostiene che quello in corso a Gaza sia un genocidio?

Non ho dubbi su questo, e l’ho scritto nero su bianco nel mio secondo rapporto in qualità di Relatrice Speciale delle Nazioni Unite, dettagliando le analogie tra quanto avviene in Palestina e ciò che è accaduto in casi già classificati come genocidio in base alla legislazione vigente, come nel caso del Ruanda. Israele sta commettendo un genocidio, e questo è dimostrato non solo dalle azioni e dai massacri, ma forse soprattutto dagli intenti dichiarati e dall’incitamento di molti leader politici israeliani. Il governo israeliano sta scrivendo una delle pagine più nere e luride della storia contemporanea: sta utilizzando il genocidio del popolo palestinese come mezzo per raggiungere un fine politico dichiarato, quello della creazione di una Grande Israele come Stato ebraico senza palestinesi al suo interno, siano essi arabi o cristiani. Tutto questo sta avvenendo in diretta sui cellulari dei cittadini di tutto il mondo, mentre i leader occidentali continuano a giustificarlo parlando di diritto all’autodifesa.

Sono tante le dichiarazioni impressionanti che abbiamo letto in questi mesi da parte di leader israeliani, dalla definizione dei palestinesi come “animali umani”, alla rivendicazione del diritto di lasciarli morire di fame, fino alla loro definizione come “Amalek”, il nemico biblico contro il quale l’Antico Testamento incita all’uccisione. Quindi, sono anche queste dichiarazioni, oltre alle azioni militari, se ho capito bene cosa intende, che dimostrano la volontà genocida del governo israeliano?

Sì, è così. Nel diritto internazionale, l’articolo 2 della “Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio” è chiarissimo nel definire questo crimine. Costituisce genocidio la volontà di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo etnico, nazionale, religioso o razziale “in quanto tale”. Nel caso israeliano, un’ampia mole di dichiarazioni dei leader mostra chiaramente questa volontà. E poi ci sono le azioni, naturalmente. Secondo la Convenzione, siamo di fronte a un genocidio quando anche uno solo di questi tre atti viene messo in pratica: l’uccisione e l’inflizione di sofferenze fisiche e mentali ai membri del gruppo etnico allo scopo di creare le condizioni per la distruzione del gruppo stesso; l’uccisione e la sottrazione dei minori; la prevenzione delle nascite attraverso, ad esempio, la distruzione di ospedali e cliniche per la fertilità. Israele, a Gaza, sta portando avanti tutte e tre queste azioni in modo sistematico, per questo non c’è dubbio.

All’epoca dell’invasione russa in Ucraina, la Corte Penale Internazionale ha prontamente emesso un mandato di cattura internazionale contro Putin, mentre la richiesta di fare lo stesso contro il premier israeliano Netanyahu giace da mesi in attesa di una decisione. Non crede ci sia un pericoloso doppio standard da parte della giustizia internazionale?

Credo che i giudici della Corte siano sottoposti a una grande pressione. Attraverso il lavoro di coraggiosi giornalisti israeliani, sappiamo che già in passato i servizi segreti israeliani esercitarono fortissime pressioni e minacce contro l’ex procuratrice Fatou Bensouda per dissuaderla dal perseguire i crimini israeliani, e addirittura Donald Trump, quando era presidente degli Stati Uniti, le vietò di entrare negli USA. Inoltre, ho potuto leggere personalmente la lettera che alcuni senatori statunitensi ebbero l’ardire di inviare al procuratore Karim Khan, un messaggio di stampo mafioso con avvertimenti del tipo: «Sappiamo dove ti trovi e dove abita la tua famiglia». La lobby pro-Israele è fortissima e ramificata.

Anche lei è stata dichiarata “persona non grata” dal governo israeliano. Ha subito altri tipi di pressione per il suo lavoro di Relatrice Speciale?

Non posso dire che le pressioni non ci siano state e non ci siano tuttora. Ma chi decide di servire la giustizia, dedicando la propria vita a questo, è al servizio di un imperativo categorico più alto e deve mettere da parte le ragioni personali e la paura. Devo dire una cosa, mi fa male dirla, ma devo: ognuno di noi possiede almeno una cosa preziosa nella vita, nel mio caso sono i miei figli, ma il mio imperativo è non credere che essi valgano più dei figli dei palestinesi o di chiunque altro sia in difficoltà, perché anche loro hanno diritto alla vita e alla pace come tutti i bambini del mondo. Per questo vado avanti.

Cambiamo decisamente discorso, passando alle provinciali vicende della stampa italiana: non mi è capitato spesso di vederla intervistata dai giornali mainstream né nei dibattiti televisivi. È una sua scelta o non la invitano?

Io rilascio interviste e, anche se con spirito di sacrificio e senza entusiasmo, partecipo ai dibattiti televisivi perché penso che anche tre minuti a disposizione possano essere importanti. Sono spesso presente sui media di molti Paesi, ma in Italia non mi invitano. Sono stata invitata un paio di volte a dei talk show e ne conservo un’impressione pessima. Sa, io non vivo più in Italia da 22 anni e riscontro che nel panorama mediatico italiano c’è pochissimo approfondimento. Non in tutti i Paesi è così. Un amico mi aveva avvisato prima di partecipare a un programma TV in Italia: «Attenta, i talk show italiani sono dei pollai». Io non capivo cosa intendesse, poi l’ho imparato sulla mia pelle.

Nonostante il quadro dell’informazione delineato, anche in Italia assistiamo a una grande presa di coscienza sulla questione palestinese…

Sì, è così. C’è una grande presa di coscienza, specie tra i giovani, e finalmente c’è la capacità di leggere la storia palestinese con le lenti corrette, che non sono quelle del conflitto o della guerra di religione, ma quelle di una vicenda coloniale. L’intera storia del dominio israeliano in Palestina è una vicenda di abuso coloniale, lucidamente descritta dagli stessi leader che Israele considera propri padri fondatori. Solo analizzando la situazione attraverso questa giusta prospettiva si può comprendere l’azione dei due attori in campo per quello che è realmente: la violenza di un oppressore coloniale, da una parte, e la resistenza di un popolo che lotta per l’indipendenza, che dovrebbe essergli garantita dal diritto internazionale, dall’altra.

Tra l’altro, il diritto internazionale stabilisce anche che i popoli che lottano per l’indipendenza e l’autodeterminazione sono legittimati a combattere l’occupazione straniera “con tutti i mezzi disponibili, compresa la lotta armata”. Io l’ho scritto in un editoriale ed è scoppiato un mezzo putiferio, ma è la verità, la Risoluzione ONU 37/43 del 1982 dice esattamente questo…

Sono cose che non si possono dire nella maniera più assoluta, ma è così. Dovremmo averlo chiaro, specialmente in Italia, ma purtroppo quella del 25 aprile è divenuta una ricorrenza stantia, mentre dovrebbe essere un momento per ricordare come un popolo, attraverso la Resistenza, si è liberato dall’oppressione straniera.

Specie tra gli studenti sono nate centinaia di iniziative, cortei e proteste per la Palestina. Crede che la mobilitazione dal basso possa svolgere un ruolo per fermare il genocidio?

La mobilitazione popolare è la chiave di tutto, anche per far funzionare il diritto internazionale. Spesso sento dire che il problema è la necessità di una riforma dell’ONU, certo che c’è un problema in questo, ma la chiave non sono le riforme dall’alto, bensì le mobilitazioni dal basso, che hanno la possibilità di obbligare i governi a cambiare rotta. Si può agire non solo con le proteste, ma anche con azioni giudiziarie. Abbiamo ancora un sistema della giustizia che funziona: usiamolo per citare in giudizio le aziende che forniscono assistenza e supporto al sistema militare israeliano. L’importante è che la mobilitazione sia strategica, altrimenti la gente non vede un obiettivo e si stanca. Serve organizzazione e coordinamento, a livello locale e nazionale. Siamo molto vicini a un cambiamento politico epocale, a cominciare dall’emergere di un sistema multipolare. Ci siamo così dentro da non riuscire a vederlo, ma dobbiamo continuare a lottare e a spingere affinché questo sistema crolli.

Crede che l’emergere di un sistema multipolare al posto dell’egemonia americana possa migliorare la situazione anche per quanto riguarda l’applicazione del diritto internazionale?

Credo fortemente che un nuovo ordine mondiale, improntato al multipolarismo, sia un’opportunità per proteggere meglio tutti. Sulla carta, le leggi dovrebbero essere universali e uguali per tutti, ma vediamo che non è così. Un mondo multipolare rappresenta un’opportunità per rendere finalmente universale il diritto e le istituzioni che hanno il compito di applicarlo.

Considera giuste le iniziative di boicottaggio dei prodotti israeliani e quelle contro la cooperazione a livello universitario promosse dagli studenti?

Sono certamente legittime, giuste e potenzialmente molto efficaci. La campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni, ndr) lanciata contro Israele è legittima perché si muove nella legalità più assoluta e non chiede altro che l’applicazione del diritto internazionale. Il sistema di apartheid e genocidio portato avanti da Israele si nutre di radici economiche e finanziarie profondissime e capillari. Colpire queste radici è una delle chiavi per porre fine all’ingiustizia che subiscono i palestinesi.

La ringrazio per la disponibilità e, ancor di più, per il coraggio dimostrato nel rispondere in maniera netta alle domande. Prima di lasciarla andare, però, c’è un’ultima domanda che sento di doverle fare. Può apparire la più banale, ma di fatto è quella a cui nessuno ha una risposta: che futuro vede per il popolo palestinese? Riuscirà ad ottenere il proprio diritto ad avere una patria?

Questa è una delle poche certezze che ho. I palestinesi, come qualsiasi popolo indigeno, sono attaccati in modo viscerale alla propria terra. Vengono attaccati, uccisi, sradicati, ma non se ne vanno. I palestinesi hanno già fatto la storia, non il 7 ottobre, ma ogni giorno, dal 1948 a oggi, tenendo viva la propria causa di liberazione nazionale, che è una battaglia per la giustizia e i diritti di tutte e tutti. Tutto il mondo, di nuovo, si interessa a quanto accade in Medio Oriente, vede e riconosce la tragedia palestinese. Questo è successo per merito dei palestinesi stessi e, in Occidente, abbiamo la possibilità di prenderne pienamente coscienza anche grazie ai movimenti giovanili e studenteschi, che hanno avuto la capacità e la lucidità di decifrare la questione palestinese in un’ottica anticoloniale e di legarla ad altri aspetti della giustizia, come quella ambientale e sociale. È una questione centrale: solo se sapremo occuparci insieme di tutti questi aspetti, vedendo le connessioni tra gli elementi, potremo conquistare un futuro di diritti e giustizia per tutti.

[di Andrea Legni – direttore de L’Indipendente]

Gaza, raid israeliani a Gaza City e Khan Yunis: 14 morti

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Almeno 14 civili palestinesi hanno perso la vita, mentre molti altri sono rimasti feriti, a causa di una serie di attacchi sferrati dall’esercito israeliano sui centri di Gaza City e Khan Younis. Lo hanno riferito fonti palestinesi, spiegando che uno dei raid israeliani è stato condotto «contro una scuola», mentre l’altro ha colpito un campo gremito di «tende per sfollati». L’esercito israeliano, da parte sua, ha riferito di avere colpito 50 obiettivi nella Striscia di Gaza e in Libano, «tra cui strutture militari e depositi di armi», provocando l’eliminazione di «decine di terroristi».

Depistaggi nel processo Borsellino: chiesto il rinvio a giudizio per quattro poliziotti

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Gli effetti della strage di via D'Amelio, consumata il 19 luglio 1992

Non finiscono mai i processi sul più grande depistaggio della storia repubblicana, quello sulle indagini in merito alla strage di via d’Amelio. La Procura di Caltanissetta ha infatti chiesto il rinvio a giudizio per quattro poliziotti, Giuseppe Di Gangi, Vincenzo Maniscaldi, Angelo Tedesco e Maurizio Zerilli, accusati di aver reso false dichiarazioni in occasione delle loro deposizioni come testimoni al processo che ha visto alla sbarra altri tre poliziotti – a loro volta accusati di calunnia aggravata e scampati alle condanne per l’intervento della prescrizione in appello – per il depistaggio delle inchieste sull’omicidio Borsellino. Tutti e sette facevano parte della squadra “Falcone-Borsellino”, capitanata dal questore Arnaldo La Barbera, considerato dalla sentenza definitiva al processo Borsellino-Quater come il perno del depistaggio. Lo sviamento delle indagini è stato segnato dal furto dell’Agenda Rossa del giudice Borsellino da mani istituzionali nelle ore successive al massacro, nonché dall’“indottrinamento” del finto pentito Vincenzo Scarantino, il quale si autoaccusò falsamente di essere l’autore materiale dell’eccidio, ma che quattordici anni dopo venne smentito dal vero responsabile, il mafioso Gaspare Spatuzza.

«Questo è un processo su false dichiarazioni e reticenze», ha affermato al termine dell’udienza preliminare il pm Bonaccorso chiedendo il rinvio a giudizio dei quattro poliziotti della Squadra mobile di Palermo, le quali, «mascherate da “non ricordo”, si riferiscono a momenti scuri dell’attività investigativa del Gruppo “Falcone-Borsellino” che, secondo la tesi accusatoria, rappresentano dei momenti fondamentali nell’attività di inquinamento probatorio». Vi sarebbe, infatti, «una proporzionalità diretta tra i non ricordo», ha aggiunto Bonaccorso, secondo cui è andato in scena nel tempo un «atteggiamento di malafede dei testimoni al Borsellino quater e al processo depistaggio». «Questo perché – ha aggiunto il pm – c’è la percezione di muoversi in un campo minato dove una risposta sbagliata può avere conseguenze devastanti». Lo spartiacque della vicenda è stato inquadrato dalla Procura proprio nell’inizio della collaborazione con la giustizia del mafioso Gaspare Spatuzza, il quale, dal 2008, sconfessò la versione offerta da Scarantino e di chi lo aveva imbeccato. «Noi abbiamo un prima e dopo, un avanti Spatuzza e dopo Spatuzza. Come un avanti Cristo e dopo Cristo – ha detto Bonaccorso – Abbiamo un processo Borsellino uno, bis e ter prima di Spatuzza e dopo Spatuzza abbiamo il processo Borsellino quater e il depistaggio. Se andiamo ad esaminare le dichiarazioni dei poliziotti nei primi tre tronconi, quando ancora non si era il smantellato il castello di menzogne, abbiamo dei testimoni tranquilli e sereni che rendono dichiarazioni che dopo scopriremo essere totalmente false». Lo scorso giugno, nel processo parallelo che vede alla sbarra gli altri tre poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo per il depistaggio, la Corte d’Appello di Caltanissetta aveva dichiarato prescritto il reato di calunnia, essendo caduta l’aggravante di aver favorito Cosa Nostra.

A ogni modo, questa volta in sede processuale sono stati tirati in ballo direttamente i vertici dello Stato. Infatti, accogliendo le richieste degli avvocati di varie parti civili, a inizio ottobre il giudice dell’udienza preliminare David Salvucci ha citato la presidenza del Consiglio e il ministero dell’Interno quali responsabili civili. In sostanza, dunque, sono state messe alla sbarra anche le istituzioni, che avrebbero coperto gli autori del depistaggio (o comunque non avrebbero vigilato adeguatamente sulle loro condotte). Ove i poliziotti a processo incorreranno in condanne, a rispondere saranno quindi anche il ministero dell’Interno, da cui dipende la Polizia, e la presidenza del Consiglio dei ministri, da cui dipendono invece i servizi segreti. Sulle decisioni del Gip non mancano, però, alcuni punti di non ritorno. Infatti, a differenza dei figli di Paolo Borsellino, il fratello Salvatore – fondatore del Movimento delle Agende Rosse – e i familiari degli agenti di scorta rimasti uccisi in Via D’Amelio, non sono stati ammessi come parte civile. Ufficialmente, come scritto nell’ordinanza, per «difetto dei requisiti». Non è un mistero che, in merito alla lettura dei retroscena della strage, siano emerse negli ultimi anni incolmabili divergenze tra la parte della famiglia Borsellino rappresentata dai figli del giudice e quella rappresentata dal fratello.

[di Stefano Baudino]

Pakistan, bomba in stazione: almeno 22 morti

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Almeno 22 persone sono morte e più di 40 sono rimaste ferite a causa dell’esplosione di una bomba in una stazione ferroviaria a Quetta, in Pakistan. Secondo la polizia, l’esplosione è avvenuta vicino alla biglietteria poco prima della partenza di un treno, il Jaffar Ex press per Rawalpindi, in Punjab, dove erano presenti circa un centinaio di persone. Morti e feriti sono stati trasportati all’ospedale civile di Quetta. Balochistan Liberation Army (BLA), un gruppo separatista etnico baloch, ha rivendicato la responsabilità della presunta esplosione suicida «contro un’unità dell’esercito pakistano».