venerdì 4 Aprile 2025
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Il boicottaggio pro-Palestina ha costretto Carrefour a lasciare la Giordania

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Il gruppo Majid Al Futtaim, affiliato di Carrefour in Medio Oriente, ha recentemente annunciato la chiusura definitiva delle sue attività con Carrefour in Giordania, sostituendo il marchio con una nuova catena di supermercati locale chiamata Hypermax. Una notizia che gli attivisti del movimento BDS (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) hanno accolto come il risultato di una vasta campagna di boicottaggio in solidarietà con il popolo palestinese contro aziende considerate legate a Israele, come Carrefour, McDonald's e Starbucks, portata avanti in Giordania a partire dall'escalation del con...

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Strage di Cutro, chiesto il rinvio a giudizio per sei militari

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La Procura di Crotone ha chiesto il rinvio a giudizio per i sei militari accusati di non aver impedito il naufragio del caicco “Summer Love”, che il 26 febbraio 2023 affondò davanti alle coste di Steccato di Cutro provocando la morte di 94 migranti e una decina di dispersi. Si tratta di quattro membri della Guardia di finanza e due appartenenti alla Capitaneria di Porto. L’indagine, condotta dai carabinieri del Nucleo investigativo, ha evidenziato le presunte «inerzie» e «omissioni» verificatesi nella notte fra il 25 e il 26 febbraio 2023, che avrebbero contribuito a causare la strage in mare.

 

Le proteste popolari scuotono il Mozambico, la polizia spara sulla folla

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Nelle ultime settimane, il Mozambico è stato segnato da forti proteste, represse in maniera estremamente dalle forze di sicurezza del Paese. La popolazione è infatti scesa in piazza per contestare l’esito delle elezioni generali, che si sono svolte il 9 ottobre scorso. Sarebbero almeno 24 i morti accertati, ma il numero delle vittime aumenta di giorno in giorno: le autorità stanno infatti dispiegando armi da guerra, tra cui fucili e veicoli blindati, oltre che gas lacrimogeni, per fermare i manifestanti. Il governo ha ripetutamente interrotto l’accesso a Internet in tutto il Paese e bloccato i siti di social media per quasi una settimana. Uomini armati non identificati hanno assassinato due figure di spicco dell’opposizione, mentre il leader dell’opposizione Venancio Mondlane si è dovuto nascondere per timore di essere ucciso.

Migliaia di persone si sono riversate oggi, 7 novembre, nelle strade di Maputo, la capitale del Mozambico, per protestare contro la vittoria elettorale del partito FRELIMO, accusato di brogli. Violenta la risposta della polizia, che ha usato la mano pesante, come per tutte le precedenti proteste avvenute nell’ultimo mese. A seguito delle elezioni generali del 9 ottobre scorso, i membri dell’opposizione e gli osservatori indipendenti hanno denunciato brogli elettorali, provocando il malcontento della popolazione. Il 19 ottobre, due esponenti di spicco dell’opposizione, Elvino Dias e Paulo Guambe, sono stati uccisi nella capitale del Paese. Il 21 ottobre, la polizia ha disperso violentemente una conferenza stampa indetta da Venancio Mondlane, candidato dell’opposizione, il quale ha dovuto poi nascondersi per il timore di essere assassinato anch’egli.

Il 24 ottobre, l’autorità elettorale nazionale ha dichiarato il candidato del FRELIMO, Daniel Chapo, vincitore con il 70,6%. Così, Mondlane ha indetto uno sciopero nazionale di due giorni per il 24 e il 25 ottobre, che la polizia ha poi represso nel sangue. Dallo scoppio delle proteste, i morti accertati sarebbero 24, ma ogni giorno arrivano notizie di nuove uccisioni da parte della polizia e di persone ignote, con tutta probabilità sostenitori del FRELIMO. Al momento non si hanno notizie circa i feriti, o gli eventuali morti, derivanti dalla repressione violenta della manifestazione odierna. Amnesty International ha denunciato i fatti e ha chiesto che vengano rispettati i diritti umani così come i diritti alla libertà di espressione, di riunione pacifica e di associazione. Ieri, 6 novembre, il Sudafrica ha comunicato di aver temporaneamente chiuso il suo principale valico di frontiera con il Mozambico per motivi di sicurezza. Secondo quanto riportato da  Reuters, si tratterebbe del porto di ingresso di Lebombo, nella provincia di Mpumalanga, chiuso dopo che sono giunte segnalazioni di diversi veicoli incendiati sul lato mozambicano e di una fila di auto e camion diretta alla frontiera.

Il Mozambico sta attraversando uno dei periodi di crisi politica più feroce degli ultimi anni e le proteste, così come la violenza dell’apparato poliziesco, non accennano a voler terminare. Il Paese rischia così di scivolare verso una stagione di rivolta che potrebbe pure sfociare in una vera e propria guerra civile.

[di Michele Manfrin]

Amazzonia, un rapporto rivela come vengono riciclati i profitti dei crimini ambientali

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Un recente rapporto ha analizzato 230 casi di crimini ambientali commessi nei Paesi amazzonici negli ultimi dieci anni, con l’obiettivo di comprendere le modalità e le destinazioni del riciclaggio dei proventi derivanti da tali attività illecite. Lo studio è stato condotto dal gruppo FACT Coalition, un’alleanza di oltre 100 organizzazioni impegnate nella lotta alle pratiche finanziarie corrotte. Nel rapporto, l’associazione rivela che gli Stati Uniti rappresentano la destinazione estera più comune per i prodotti e i profitti degli eco-reati commessi nella regione amazzonica. La modalità più diffusa per il riciclaggio del denaro coinvolge l’uso di società di comodo e di facciata, mentre la corruzione emerge come il crimine collaterale più frequente.

Il rapporto di FACT Coalition è stato pubblicato a fine ottobre, ed è stato redatto da Julia Yansura, direttrice del programma per la criminalità ambientale e la finanza illecita presso la FACT Coalition. Esso analizza le fonti aperte sui 230 casi di crimine ambientale per comprendere meglio come vengano commessi, e come vengano riciclati i profitti ad essi associati. I crimini registrati includono disboscamento illegale, estrazione mineraria illegale, e traffico di animali selvatici, nella maggior parte dei casi portati avanti grazie all’ausilio di società di comodo per coprire le attività illecite. I Paesi principalmente toccati dai crimini sono Colombia, Ecuador e Peru, ma la maggior parte dei prodotti arriverebbe nelle casse di aziende statunitensi. Secondo lo studio, infatti, il 25% dei casi totali e il 44% dei casi in cui era in corso un’indagine parallela avevano come destinazione una località estera. I numeri relativi ai casi esteri potrebbero però essere molto più alti, e il problema sono proprio quelle che Yansura chiama “società di copertura”.

Il rapporto conta un numero di società di copertura pari al 76% dei casi coinvolti. Il motivo per cui nella maggior parte dei casi sono coinvolte società statunitensi è che “storicamente, in larga misura, alle imprese statunitensi non è stato richiesto di identificare i loro veri titolari effettivi presso il Dipartimento del Tesoro”. Un altro motivo per cui gli Stati Uniti risultano avere un ruolo centrale in questa rete è che il settore immobiliare del Paese è esente da molte regole relative alla lotta al riciclaggio di denaro: “Reti di società di comodo e investitori stranieri” finiscono dunque spesso per acquistare “beni immobili al fine di riciclare miliardi di dollari di profitti generati, tra le altre cose, dalla criminalità ambientale”, scrive il rapporto. Le organizzazioni criminali transnazionali, insomma, utilizzano le aziende statunitensi per sfruttare le normative federali che garantiscono la poca trasparenza di cui hanno bisogno. Chi acquistando immobili e chi esportando prodotti, i gruppi criminali usano a proprio favore le leggi estere, così da riciclare il denaro e finanziare le proprie attività illecite.

Paradossalmente, uno dei problemi principali che Yansura ha trovato nella ricerca è stata la quasi totale assenza di un’indagine finanziaria parallela, a testimonianza di quanto poco si stia facendo per contrastare questo genere di attività. Eppure, quella dei crimini ambientali “rappresenta una delle economie illecite in più rapida crescita nel mondo”, oltre che “una delle più redditizie”. A dirlo non è solo FACT Coalition, ma anche analisi indipendenti dell’Interpol, che stimano che il ritmo di crescita di tali crimini sia “2-3 volte superiore a quello dell’economia globale”, e varrebbe una cifra che va “dai 91 ai 258 miliardi di dollari”. Tuttavia, secondo Yansura si può e si deve fare di più: secondo il rapporto, infatti, la mancata conduzione di indagini finanziarie parallele porterebbe spesso al mero “arresto e perseguimento di individui di basso livello che potrebbero essere essi stessi vittime, mentre i responsabili rimangono liberi”.

[di Dario Lucisano]

Criticò Valditara: lo scrittore Christian Raimo sospeso dall’insegnamento per 3 mesi

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Il professore e scrittore Christian Raimo è stato sospeso per tre mesi dall’insegnamento, con una decurtazione del 50% dello stipendio, per aver criticato il ministro dell’istruzione Giuseppe Valditara. Il provvedimento disciplinare è stato emesso dall’Ufficio Scolastico Regionale in seguito alle critiche che Raimo aveva espresso nei confronti del capo del dicastero di Viale di Trastevere in un dibattito pubblico sulla scuola alla festa nazionale di Alleanza Verdi-Sinistra, dove aveva parlato di lui come di un «bersaglio debole da colpire», paragonandolo alla «Morte Nera» di Star Wars. A mobilitarsi esprimendo solidarietà e sostegno allo scrittore sono stati gli studenti del liceo Archimede di Roma, dove Raimo insegna.

Lo scorso settembre, dal palco della festa nazionale di AVS – partito nelle cui file si era peraltro candidato alle Europee –, Raimo aveva parlato così di Giuseppe Valditara: «C’è un impero e c’è la Morte Nera e siccome lui si pone come la Morte Nera, non è difficile da colpire, perché tutto quello che dice è arrogante, cialtrone e lurido». Un commento cui aveva immediatamente replicato il Ministro, il quale aveva affermato di essere rimasto «profondamente colpito dalla violenza delle parole usate», dal momento che «la polemica politica non può mai trascendere nei toni né usare frasi minacciose e offensive». E ora, per Raimo, è arrivata la sospensione. «Da oggi non sono in classe per tre mesi: sono sconcertato, mi sembra molto grave. Ora con il sindacato e gli avvocati cercherò di difendermi. Penso di essere la vittima in questo caso», ha dichiarato il professore all’agenzia LaPresse, aggiungendo di sentirsi «traumatizzato». Dello stesso avviso sembrano essere gli studenti della sua scuola, il liceo Archimede, i quali hanno appeso all’ingresso dell’istituto romano uno striscione con la scritta “Tre mesi di sospensione per un’opinione” e convocato un’assemblea per trovare un tavolo sulla questione con i dirigenti scolastici. Precedentemente, il professore era stato colpito da un altro provvedimento disciplinare per aver dichiarato alla trasmissione L’Aria Che Tira, su La 7, mentre si discuteva del caso Salis, che i neonazisti «vanno picchiati».

Attorno all’insegnante hanno immediatamente fatto cerchio Alleanza Verdi-Sinistra e il Partito Democratico. «Colpirne uno per educarne cento, si sarebbe detto. È così che la punizione a Raimo diventa esemplare ed è un messaggio agli altri docenti, a studenti e studentesse e alle famiglie: la libertà di espressione e la libertà di dissenso costano e lo paghi a caro prezzo e sulla tua pelle», ha scritto sulla sua pagina Facebook il segretario di AVS Nicola Fratoianni. «Il governo nella sua ansia di creare nuovi reati vuole introdurre quello di lesa maestà? Il dissenso è il cuore della democrazia e la sospensione rischia di ledere pesantemente la libertà di opinione e costituisce un precedente inquietante», hanno invece scritto in una nota congiunta i parlamentari del Pd delle commissioni istruzione di Camera e Senato.

[di Stefano Baudino]

Irlanda, annunciata la convocazione di elezioni anticipate

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Il Primo ministro irlandese, Simon Harris, ha annunciato che venerdì, dopo l’approvazione della legge di bilancio, intende sciogliere la camera bassa del parlamento e convocare i cittadini alle urne. L’annuncio non era inaspettato; già a ottobre Harris aveva dichiarato di aspettarsi elezioni anticipate per «chiedere un mandato ai cittadini di questo Paese». Egli infatti è diventato primo ministro solo lo scorso aprile, dopo l’annuncio di dimissioni da parte dell’ex premier Leo Varadkar. In molti ritengono che, convocando elezioni anticipate, Harris intenda sfruttare il vantaggio elettorale sull’attuale partito di opposizione Sinn Féin. Le prossime elezioni dovrebbero tenersi il 29 novembre.

Trump promette di fermare tutte le guerre, ma intanto Israele festeggia con le bombe

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Non è passato neanche un giorno dalla vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali, ma lo Stato ebraico ha preso alla lettera le dichiarazioni in cui il tycoon sosteneva che Tel Aviv avrebbe dovuto «finire il lavoro» in Medio Oriente. Tra ieri e oggi, in mezzo ad auguri e celebrazioni, Israele ha infatti deciso di festeggiare la riconferma del candidato repubblicano a suon di bombe, scagliando un ampio attacco nella valle libanese della Beqaa e a Beirut, e intensificando le aggressioni in tutta la Striscia di Gaza. Solo nel governatorato di Nord Gaza si sono contate almeno 14 persone uccise, mentre intanto continua l’assedio terrestre, che sta consumando sempre più i palestinesi rinchiusi nella zona. Un’inaugurazione brutale, insomma, che, tuttavia, vista la condotta del tycoon durante l’ultimo mandato presidenziale, rischia di rivelarsi essere la mera punta dell’iceberg.

Dopo la notizia del trionfo di Trump, Israele ha intensificato gli attacchi sia in Libano che a Gaza. L’offensiva più mortale è stata lanciata nel Paese dei Cedri, e di preciso nella già pluri-bombardata valle della Beqaa, prevalentemente nella città di Baalbek, che ha registrato danni nelle vecchie rovine romane. Gli attacchi hanno colpito aree attorno al mercato, zone del centro e diversi villaggi circostanti. Presso il comune di Ain sono state uccise 11 persone, mentre a Nassiriyah, nella Beqaa centrale, sono stati presi di mira gli sfollati, e il numero delle persone uccise è arrivato a 15. In totale, nella valle della Beqaa Israele ha ucciso più di 60 persone. Nella notte tra ieri e oggi, Israele ha poi lanciato una serie di attacchi nella periferia sud di Beirut, colpendo il quartiere Dahieh e quello di Ouzai, vicino all’aeroporto. I bombardamenti si sono estesi anche ai comuni meridionali della provincia, e al confine siriano-libanese. A Barja, città a sud di Beirut, l’aviazione dello Stato ebraico ha ucciso almeno 30 persone. Parallelamente, Israele ha continuato l’assedio di Nord Gaza, dove ha anche intensificato i bombardamenti. Secondo i giornalisti locali, gli attacchi israeliani si sono concentrati nel campo profughi di Jabalia e a Beit Lahiya, dove solo ieri Israele ha ucciso almeno 14 persone in aree densamente popolate. Le squadre di soccorso sono inattive ormai da fine ottobre, e i militari stanno impedendo alle persone di rientrare nelle proprie case, sbarrando le vie di accesso. L’aviazione israeliana ha attaccato anche il centro della Striscia, bombardando un edificio a Nuseirat e uccidendo almeno 3 persone; 5 persone uccise anche a est di Rafah, nel sud della Striscia.

Tra le varie reazioni alla vittoria di Trump, quella delle autorità dello Stato ebraico è stata senza ombra di dubbio la più calda e accogliente. Netanyahu ha definito quello del presidente repubblicano «il più grande ritorno della storia», mentre il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich si è lasciato andare in un sollevato «Dio benedica l’America». Effettivamente, negli ultimi mesi, in vista delle elezioni di martedì 5 novembre, Trump si è sempre mostrato ben più accondiscendente nei confronti dell’alleato mediorientale di quanto già non lo fosse l’uscente amministrazione Biden. In occasione del dibattito con lo stesso Biden, infatti, Trump aveva affermato che l’allora Presidente avrebbe dovuto smetterla di mettere i bastoni tra le ruote a Israele e lasciare che Tel Aviv «finisse il lavoro». Nei giorni che hanno preceduto l’attacco israeliano contro l’Iran, inoltre, Trump ha espresso il suo pieno sostegno verso una possibile offensiva israeliana sulle basi petrolifere e nucleari iraniane, a cui invece i democratici si erano opposti.

In generale, la vecchia presidenza Trump è ricordata per il suo sostegno incondizionato allo Stato ebraico da una parte e per la sua forte avversione all’Iran dall’altra. Nel 2017, infatti, gli Stati Uniti hanno riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele; nel 2018 Trump ha tagliato i fondi all’UNRWA; nel 2019 ha riconosciuto la sovranità israeliana sulle alture del Golan; nel 2020, infine, ha promosso gli Accordi di Abramo tra Israele ed Emirati Arabi Uniti, Israele e Bahrein, e Israele e Marocco (nel 2021 ha aderito anche il Sudan), i primi trattati di normalizzazione con Stati arabi dopo oltre vent’anni, che non prevedevano alcun vantaggio ai palestinesi. Per quanto riguarda la sua aperta avversione all’Iran, si potrebbero citare l’ondata di sanzioni nel 2017, il ritiro dall’accordo sul nucleare nel 2018, le minacce di attaccare il Paese nel 2019, e l’uccisione del generale Qassem Soleimani nel 2020, ma la lista di possibili esempi è ancora lunga. Visti i precedenti e le recenti dichiarazioni, insomma, l’elezione di Trump sembrerebbe sciogliere i già minimi vincoli che l’amministrazione Biden provava a imporre allo Stato ebraico, che potrebbe così sentirsi libero di intensificare le aggressioni in tutta la regione mediorientale.

[di Dario Lucisano]

Crisi dell’auto, Nissan taglia 9 mila posti di lavoro nel mondo

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Nissan, la terza più grande casa automobilistica giapponese, ha annunciato il taglio di 9 mila posti di lavoro nel mondo e la riduzione delle sue capacità di produzione del 20%. La causa sta nel cattivo andamento delle vendite, che ha spinto il gruppo a rivedere al ribasso del 70% le previsioni su ricavi e utili per l’anno 2024. In una nota, l’azienda ha spiegato di stare «adottando misure urgenti per recuperare le sue prestazioni e creare un’azienda più reattiva e resiliente».

È stata approvata la legge che garantisce l’assistenza sanitaria ai senza fissa dimora

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Dopo 15 anni di lotta da parte di un ampio network di associazioni e organizzazioni umanitarie in tutta Italia, il Parlamento ha ufficialmente dato il via libera al provvedimento che estende l’assistenza sanitaria a una delle categorie più vulnerabili della popolazione: le persone senza fissa dimora. Dopo il semaforo verde ottenuto alla Camera, la norma è passata anche in Senato, dove ha ottenuto l’approvazione definitiva all’unanimità, con 130 sì. Questa legge, frutto di un lungo dibattito politico e sociale, punta a garantire un accesso equo ai servizi sanitari di base, indipendentemente dallo status abitativo o dalla mancanza di documenti formali. Fino ad oggi, infatti, le persone senza fissa dimora, spesso prive di documenti e residenza, si trovavano escluse da una piena partecipazione al sistema sanitario.

Il provvedimento è volto a colmare un «vuoto di tutela», in base al principio che la salute è un diritto universale sancito dalla Costituzione e dai princìpi ispiratori della legge istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale, secondo cui l’assistenza sanitaria deve essere garantita a tutti coloro che risiedono o dimorano «nel territorio della Repubblica, senza distinzione di condizioni individuali o sociali». I senza dimora, infatti, non hanno fino ad ora avuto la possibilità di essere iscritti al Servizio sanitario nazionale e di selezionare un medico di medicina generale. Il testo è stato approvato in una versione alquanto ridimensionata rispetto alla sua forma originaria, essendo necessario trovare un compromesso tra tutte le parti politiche: in particolare, anziché iniziare da una copertura totale per tutti i senza fissa dimora presenti sul suolo italiano, il primo articolo della legge prevede di partire da un «programma sperimentale», che verrà avviato il 1° gennaio 2025 con un finanziamento di 2 milioni di euro nelle 14 città metropolitane italiane (Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma, Torino e Venezia). L’obiettivo è quello di «assicurare progressivamente il diritto all’assistenza sanitaria» ai senza dimora delle città metropolitane, permettendo loro di iscriversi nelle liste degli assistiti delle aziende sanitarie locali, scegliere un medico di base e accedere alle prestazioni incluse nei Livelli Essenziali di Assistenza). Nel secondo articolo si prevede che, dall’anno successivo a quello dell’entrata in vigore della norma, il governo provveda a presentare al Parlamento entro il 30 giugno un rapporto sullo stato di attuazione del provvedimento, in particolare in merito al numero dei senza dimora iscritti nelle liste delle ASL del territorio e alle prestazioni erogate in loro favore, con un focus sui costi sostenuti e sulle eventuali problematiche emerse nel tempo.

«C’è una buona notizia per l’Italia: il Senato ha appena approvato all’unanimità e in via definitiva la mia proposta di legge per riconoscere alle persone senza dimora il diritto al medico di base», ha commentato su X il primo firmatario del provvedimento, Marco Furfaro (PD). «Parliamo, pensate, di oltre centomila persone – ha aggiunto il deputato -. Centomila persone a cui, prima di oggi, veniva negato il più basilare dei diritti: quello alla cura. In Italia, infatti, si verificava un’ingiustizia nell’ingiustizia: le persone, perdendo la casa, perdevano la residenza. E dunque il diritto al medico di base. Un vero e proprio cortocircuito che portava lo Stato ad accanirsi su chi non aveva nemmeno un tetto». «Si corona la battaglia di una vita, condivisa da tutte le associazioni che in Italia si occupano di estrema povertà e dalle associazioni dei medici – gli ha fatto ecco Antonio Mumolo, Presidente dell’Associazione nazionale Avvocato di strada e ispiratore della legge –. Garantire i diritti dei più deboli significa garantire i diritti di tutti».

[di Stefano Baudino]

La Germania verso elezioni anticipate: la crisi economica mette fine al governo Scholz

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La coalizione del governo Scholz è crollata mercoledì quando i tre partiti di governo (il Partito socialdemocratico – SPD – del cancelliere Olaf Scholz, i Verdi del ministro dell’Economia Robert Habeck e i Liberali – FDP – del ministro delle Finanze Christian Lindner) non sono riusciti a trovare un accordo per finanziare il bilancio del 2025. Il cancelliere Scholz ha licenziato il ministro delle Finanze Lindner per divergenze su come affrontare la grave crisi economica che affligge la più grande economia europea, spianando la strada a elezioni anticipate e innescando così la più importante crisi politica nel panorama europeo. Dopo il licenziamento di Lindner, tutti i ministri dell’FDP hanno annunciato che lasceranno il governo di coalizione: «Gli altri ministri dell’FDP» oltre a Lindner, che è anche presidente del partito, «hanno annunciato che presenteranno le loro dimissioni al cancelliere e al capo dello Stato», ha dichiarato alla stampa Christian Dürr, presidente del gruppo parlamentare dell’FDP.

Scholz, dunque, si appresta ora a guidare un governo di minoranza con i suoi Socialdemocratici e i Verdi, il secondo partito più grande in Germania: i due partiti, infatti, pur essendo in disaccordo su diverse questioni, sono riusciti a trovare un accordo provvisorio generale sulla spesa pubblica. Il cancelliere dovrà fare affidamento su una maggioranza parlamentare raffazzonata per approvare le leggi e ha intenzione di indire un voto di fiducia parlamentare il 15 gennaio, portando a elezioni anticipate entro la fine di marzo. Nel frattempo, avrebbe chiesto a Friedrich Merz, capo dei conservatori dell’opposizione, molto avanti nei sondaggi, di sostenere l’approvazione del bilancio e l’aumento della spesa militare. Scholz ha dichiarato di aver licenziato Lindner per il suo comportamento ostruzionistico nell’approvazione del bilancio, provocando una crisi politica il giorno successivo all’elezione negli USA di Donald Trump. Vale a dire, in un periodo estremamente delicato per i Paesi europei, che dovranno affrontare in modo unitario il problema del sostegno all’Ucraina – mentre con ogni probabilità Trump lascerà sola l’Europa sospendendo gli aiuti a Kiev – e il futuro dell’Alleanza atlantica sotto la nuova amministrazione americana.

Uno dei maggiori attriti che ha portato alla dissoluzione della coalizione di governo riguarda il cosiddetto “freno al debito” e un ulteriore aumento degli aiuti all’Ucraina sostenuto dal cancelliere. Scholz avrebbe voluto aumentare il pacchetto di sostegno a Kiev di 3 miliardi di euro (3,22 miliardi di dollari) portandolo così a 15 miliardi, finanziandolo attraverso la sospensione del freno al debito, un limite di spesa sancito dalla Costituzione tedesca che lo Stato teutonico si è autoimposto senza un vero fondamento economico alla base, per poi cercare di infrangerlo ogniqualvolta le circostanze lo richiedano. Non sarebbe la prima volta, infatti, che la politica propone di non rispettare il vincolo trovando sempre però la ferma condanna della corte di Karlsruhe, la Corte costituzionale federale tedesca. Parlando dopo Scholz in conferenza stampa, dopo essere stato licenziato, Lindner ha spiegato che il cancelliere avrebbe voluto costringerlo a infrangere il limite di spesa per finanziare l’Ucraina, cosa che l’ex ministro delle Finanze si sarebbe rifiutato di accettare. «Olaf Scholz si rifiuta di riconoscere che il nostro Paese ha bisogno di un nuovo modello economico», ha detto Lindner ai giornalisti. Un’altra divergenza riguarda il fatto che i socialdemocratici di Scholz avrebbero voluto stanziare maggiori sussidi per ridurre i costi dell’energia, mentre i liberali sarebbero contrari a questo approccio. L’FDP avrebbe, al contrario, proposto tagli alla spesa pubblica, tasse più basse e meno regolamentazione come risposta al malessere, rallentando anche il passaggio della Germania a un’economia carbon-neutral.

La crisi politica tedesca arriva dopo più di un anno di grande difficoltà per l’economia teutonica e le avvisaglie di un crollo della cosiddetta “coalizione semaforo” erano presenti da tempo, con i partiti di governo che si sono dimostrati incapaci di trovare una soluzione alla recessione che a fine 2023 ha colpito quella che era considerata la locomotiva dell’economia europea. La crisi e la mancanza di competitività di Berlino sono state accelerate in particolare dall’interruzione delle forniture di gas russo a basso costo che ha comportato un aumento insostenibile dei prezzi dell’energia. Questo aspetto, insieme a una transizione energetica mal concepita, ha avuto effetti negativi soprattutto sul comparto automobilistico, portando al fallimento di importanti industrie tedesche e alla crisi di storici marchi automobilistici: proprio recentemente la Volkswagen ha annunciato di voler chiudere tre stabilimenti in Germania per la prima volta nei suoi 87 anni di storia.

È possibile considerare la Germania come il simbolo del declino politico e economico delle nazioni europee, scaturito soprattutto dal disaccoppiamento – voluto da Washington – tra Russia e Europa che, non a caso, ha avvantaggiato l’economia americana. La Germania, del resto, non è l’unica Nazione europea in sofferenza: anche l’industria francese sta subendo una preoccupante battuta d’arresto. Le turbolenze delle due maggiori economie europee in un momento particolarmente delicato per gli equilibri geopolitici internazionali potrebbe minare ulteriormente la già debole unità europea, impedendole di affrontare le molteplici sfide che provengono da un panorama geopolitico in rapido mutamento. Oltre al grave declino economico, Berlino dovrà ora affrontare il relativo terremoto politico e di consenso che conferma il fallimento delle politiche energetiche e eccessivamente “filo ucraine” e filoatlantiche intraprese dal governo Scholz, che hanno di fatto portato alla sua implosione.

[di Giorgia Audiello]