giovedì 3 Aprile 2025
Home Blog Pagina 157

Donald Trump è stato eletto 47° presidente degli Stati Uniti

7

Manca solo l’annuncio ufficiale: dopo la chiamata della Pennsylvania dalla maggior parte dei network statunitensi, il candidato repubblicano Donald Trump è a un passo dalla vittoria delle elezioni presidenziali 2024. L’emittente Fox News dà già per vincitore il tycoon, con 277 grandi elettori sui 270 necessari a ottenere la presidenza, mentre CNN, CBS ed ABC gli assicurano oltre 260 voti. Anche la più prudente Associated Press dipinge una vittoria ormai quasi certa del candidato repubblicano, pre-assegnandogli 267 seggi. Da tutti gli exit poll, inoltre, appare certa una maggioranza assoluta repubblicana in Senato, e sempre più vicina quella della camera dei rappresentanti. Sembra prefigurarsi come una vittoria totale, insomma, quella di Donald Trump, che è già salito sul palco del proprio quartier generale elettorale a West Palm Beach per ringraziare i propri sostenitori e reclamare la vittoria. Nel frattempo, dai vari leader del mondo iniziano già ad arrivare i primi messaggi di congratulazioni a Trump: tra i tanti, Macron, Netanyahu, e Zelensky hanno già diffuso un messaggio in cui riconoscono la vittoria del candidato repubblicano, augurandogli una buona presidenza.

I seggi per le elezioni presidenziali statunitensi sono ufficialmente chiusi alle 7:00 (ora italiana), quando anche l’Alaska ha chiuso le tende delle proprie cabine elettorali. Per avere i risultati ufficiali si dovrà presumibilmente attendere ancora qualche ora, ma la vittoria di Trump appare praticamente certa e schiacciante: Fox News gli assegna 277 seggi, Associated Press 267, CNN, ABC e CBS gliene attribuiscono 266. Tutti i maggiori network statunitensi, inoltre, danno ormai per scontata la vittoria repubblicana al Senato, e dipingono di rosso (il colore simbolo dei repubblicani) anche la Camera dei Rappresentanti; sembra insomma prospettarsi un trionfo a 360 gradi per Trump, che è già andato a congratularsi con i suoi elettori.

Dei sette swing state (Stati in bilico) tutte le principali emittenti statunitensi ne assegnano almeno 3 a Trump: Pennsylvania (che, coi suoi 19 grandi elettori, risultava sin da subito lo Stato chiave di queste elezioni), Georgia (16 grandi elettori) e North Carolina (16). Quella della chiamata è una tradizione elettorale di giornali, agenzie di stampa e grandi network televisivi, che, ottenuto il via libera dal cosiddetto “decision desk” – un gruppo di analisti, esperti, e statistici – decidono di dichiarare il proprio vincitore in un determinato Stato. Gli altri swing state sembrano essere tutti a maggioranza repubblicana, specialmente per quanto riguarda il Wisconsin (10) e il Michigan (15). Fox News ha già assegnato il Wisconsin a Trump. I due swing state rimanenti sono Arizona (11) e Nevada (6).

Per vincere la corsa alla presidenza, i candidati devono ottenere almeno 270 dei 538 grandi elettori distribuiti nei cinquanta Stati federati del Paese; il Collegio elettorale statunitense è infatti composto da 538 elettori che votano per le due cariche di presidente e vicepresidente a maggioranza assoluta. Ogni Stato fornisce un numero di elettori in proporzione alla popolazione. Sebbene in cabina elettorale i cittadini statunitensi scelgano un candidato presidente, il loro voto serve (a eccezione di Maine e Nebraska) a determinare i grandi elettori dello Stato seguendo il sistema “winner takes all”, in base al quale il candidato che ottiene più voti popolari ottiene tutti i grandi elettori di quello Stato. Questo sistema elettorale finisce per dare grande rilevanza agli swing state; in sede di campagna elettorale, è infatti difficile che un candidato alla presidenza dedichi molta attenzione a uno degli Stati tradizionalmente orientati dalla sua parte, perché la vittoria è considerata già sicura.

[di Dario Lucisano]

Il primo atlante dei tumori potrebbe fornire nuove chiavi alla medicina del futuro

4

Contiene le mappe tridimensionali che dettagliano la struttura interna di oltre 20 tipi di tumori, tra cui quelli al seno, al colon e al pancreas, rivelando la disposizione interna delle cellule tumorali e di quelle circostanti: è il nuovo “atlante 3D” creato dallo Human Tumor Atlas Network, che include le Università di Washington, Harvard, Princeton, Stanford e Cambridge, e descritto nel dettaglio in un pacchetto di ben 12 pubblicazioni sottoposte a revisione paritaria ed inserite tra le colonne della rivista scientifica Nature. «Queste mappe 3D dei tumori sono importanti perché finalmente ci...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

Israele, Netanyahu licenzia il ministro della Difesa

0

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha licenziato il ministro della Difesa Yoav Gallant, a causa della sua opposizione alla legge che esenta gli ultraortodossi dal servizio militare. Al suo posto, Netanyahu ha offerto l’incarico all’attuale ministro degli Esteri, Israel Katz, che potrebbe essere sostituito da Gideon Sa’ar, leader del partito d’opposizione Nuova Speranza. Non è la prima volta che Netanyahu tenta di licenziare Gallant: a marzo 2023, un tentativo simile aveva scatenato proteste nazionali, costringendolo a ritirare la decisione. Nulla esclude che un simile scenario si ripeta. Il leader del partito democratico israeliano, Yair Golan, ha già chiesto alla popolazione di mobilitarsi contro il licenziamento di Gallant.

I media guardano già altrove, ma nella Comunità Valenciana la situazione è al collasso

0

A una settimana dalle alluvioni che hanno colpito le regioni sudorientali della Spagna, l’attenzione mediatica di molte testate italiane ha già virato verso altre questioni, in primis la celebrazione delle elezioni negli Stati Uniti d’America. Nonostante ciò, la situazione nelle zone maggiormente colpite dal passaggio della DANA resta drammatica, con 216 vittime, un numero al momento incalcolabile di dispersi e danni infrastrutturali, che, secondo le stime, si aggirano intorno ai 2,6 miliardi di euro.

Tra lunedì 4 e martedì 5 novembre Carlos Mazón, presidente della Comunitat Valenciana, e e Pedro Sánchez hanno annunciato pacchetti di aiuti per un valore di 10 miliardi di euro, destinati alle entità comunali e ai cittadini, con sgravi fiscali per i residenti colpiti e piani di ricostruzione e ristrutturazione dei centri urbani. Tuttavia, nonostante la politica abbia attivato un processo di risposta economico, la percezione della popolazione colpita denuncia una distanza abissale tra istituzioni e cittadinanza, che sembrano muoversi su due parallele completamente differenti.

Se nelle prime 48 ore dal disastro i social network sono stati il mezzo principale utilizzato dai cittadini per lanciare appelli, denunciare la scomparsa dei propri cari e richiedere aiuto urgente, nei giorni successivi hanno iniziato a rappresentare lo specchio reale della situazione, soprattutto in quei luoghi dove l’interesse mediatico non è arrivato. Le immagini inviate alla redazione de L’Indipendente sono desolanti. Attraverso le testimonianze dei residenti è possibile osservare quanto la situazione sia rimasta invariata, nonostante siano già passati sette giorni dall’alluvione. Le automobili accatastate, i detriti davanti alle porte di casa, la melma e il fango per le strade sono solo alcuni degli elementi che denunciano una condizione di concreto abbandono.

Con l’aiuto ineccepibile dei volontari, accorsi immediatamente in migliaia da Valencia e da ogni parte della penisola, si è potuto offrire soccorso alla popolazione, recando acqua, generi alimentari e beni di prima necessità. A questo si è sommata la forza lavoro per pulire, dove possibile, le strade, svuotare i garage inondati e portare assistenza a quelle persone ancora isolate. Ma sembra evidente che senza l’intervento di mezzi pesanti, che possano rimuovere le carcasse delle automobili e così sbloccare la viabilità, e il lavoro di corpi speciali inviati dalle istituzioni la situazione non potrà che rimanere invariata.

Ai danni infrastrutturali si sommano chiaramente i gravi disagi che la popolazione vive nel tentativo di recuperare la propria quotidianità. In alcuni dei paesi colpiti, come Alfafar, Massanassa e Paiporta, non è ancora stato ripristinato il servizio di erogazione dell’acqua, con le chiare conseguenze che l’assenza d’acqua può comportare. A questo si aggiungono le difficoltà nel muoversi in un territorio fortemente malsano, ad altissimo rischio infettivo, senza nemmeno la possibilità di lavarsi. Inoltre, le foto non riescono a raccontare la totalità dei disagi: molti residenti e volontari lamentano l’irrespirabilità dell’aria, a causa dell’indescrivibile fetore scatenato dalla distruzione dei sistemi fognari, dal fango e dalla melma. 

«Voglio mostrarvi come stiamo ancora, affinché tutti lo sappiano e ci aiutino» dice un’utente mentre registra la distruzione che la circonda. La voce rotta dal pianto descrive le immagini di un panorama che sembra uscito da un film post-apocalittico. «Dovete raccontarlo a tutti, non credete alla televisione, credete a noi» questo è l’appello mosso da una cittadina, mentre ci accompagna virtualmente tra le strade di un paese che sembra essere abbandonato a se stesso.

Mentre i media si preparano a raccontare la notte elettorale statunitense, a riportare le dichiarazioni, gli attacchi e le risposte delle più alte cariche istituzionali del mondo occidentale, contemporaneamente, in questi luoghi completamente distrutti, una popolazione disperata continua a lavorare, con l’aiuto dei volontari, nella speranza di trovare ancora un barlume di vita e iniziare a dare un senso a ciò che da una settimana non sembra più averlo.

Dietro l’affanno di chi rincorre nuove notizie, per poi abbandonarle verso altre più nuove, il nostro dovere di giornalisti è quello di continuare a raccontare le storie di chi, fino a poco tempo fa, era sulla bocca di tutti.

[di Armando Negro]

Moda: alla ricerca della qualità che dura (che non c’entra per forza con il prezzo)

0

In un momento storico particolarmente devoto alla velocità, alla voracità e all’impermanenza, qualcosa che dura a lungo è una rarità. Qualsiasi cosa, dalle relazioni al lavoro, dalla lavatrice fino ad un paio di jeans: tutto sembra disfarsi rapidamente, pronto ad essere sostituito con la variante più nuova, più bella e in linea con le tendenze. Belli i tempi in cui i cappotti duravano una vita e si tramandavano di generazione in generazione, portando con sé qualità e ricordi, vestendo la vita delle persone per anni. Quando le cose erano progettate e studiate con pazienza, realizzate con minuziosa attenzione ad ogni singolo dettaglio affinché potessero resistere al tempo e all’usura quotidiana. Una volta, l’intenzione era diversa. 

Oggi l’obiettivo è produrre le cose affinché durino il minimo indispensabile, quel che basta per poi far sostituire rapidamente l’oggetto o il capo in questione. La chiamano obsolescenza programmata, ma sarebbe più opportuno definirla «truffa premeditata ai danni del consumatore». Latouche l’ha identificata come «uno dei pilastri della società dei consumi» e, di fatto, meno le cose durano,  più rapidamente vengono sostituite, andando ad alimentare il sistema e ad arricchire le imprese. La durabilità, dunque, sembra una qualità trascurabile e della quale si possa fare a meno, eppure ultimamente è stata sventolata come bandiera per dimostrare l’impegno verso la sostenibilità di svariate aziende. Di fast fashion.

La durabilità nella moda

Su un piano puramente fisico, un capo di abbigliamento è durevole se rimane funzionale e indossabile senza richiedere troppa manutenzione o riparazione, quando affronta le sfide quotidiane durante il lavaggio e l’usura nel corso della sua vita. Gli indumenti con elevata resistenza fisica rimangono funzionali e indossabili per lungo tempo; ciò dipende da fattori come la costruzione del capo  (resistenza delle cuciture, rifiniture, ecc), le prestazioni funzionali (se è fatto in maniera adeguata per il  suo uso finale; es. un jeans o una giacca a vento hanno funzioni differenti), la composizione del tessuto, la stabilità dell’articolo e la resistenza allo sbiadimento o alla perdita di colore (relativa alle tecniche di tintura e bilanciamento delle sostanze chimiche presenti nei colori tessili). Quando si parla di moda, però, entra in ballo anche un altro principio, relativo alla durabilità emotiva, quella legata all’esperienza personale e alla percezione che abbiamo di quel capo/accessorio. Si parla quindi di stile, di comfort e di come ci fa sentire, di rilevanza, di essere “in linea” con le tendenze o “fuori” (una linea di demarcazione che miete ancora vittime, di tutte le età). Un po’ perché i capi si rovinano prima, un po’ perché la creazione di bisogni e di nuovi imperdibili must have ci fa sentire fuori luogo, le cose nell’armadio durano sempre meno. In un’ottica di sostenibilità e di circolarità, mantenere in vita i capi più a lungo, curandoli come si deve e riparandoli al bisogno, aiuterebbe tantissimo. 

Indumenti realizzati con l’utilizzo di materiali di natura vegetale

Estendere la vita degli abiti di nove mesi in più riduce l’impronta di carbonio, di rifiuti e di acqua fino al 30%, così da avere un impatto minore sull’ambiente. Tornare a fare le cose bene, “come una volta”, dovrebbe essere un imperativo per tutte le aziende di moda che si definiscono impegnate per la sostenibilità del settore. Tutte, da quelle del lusso a quelle di fast fashion. 

Lo studio di Primark per sfatare il mito secondo cui il prezzo è sinonimo di qualità e durata

Che il prezzo non sia una variabile che va di pari passo con la qualità è cosa abbastanza nota, tanto più quando si parla di marchi di lusso (che hanno comunque gli stessi problemi del pronto moda, sia per quanto riguarda lo sfruttamento del lavoro che quando si parla di materiali e rifiniture). Eppure lascia perplessi la dichiarazione del colosso fast fashion Primark per introdurre il suo ultimo studio sulla durabilità e  secondo cui «La durata non dovrebbe essere un lusso, è una necessità». L’obiettivo della ricerca è dimostrare che è possibile creare una moda conveniente che duri, sfatando il mito secondo cui il prezzo equivale alla qualità: anche le magliette da cinque euro possono durare quanto, o più a lungo, delle loro costose controparti!

Il Primark Durability Framework è l’ultima ricerca del colosso britannico fatta per stabilire uno standard per indumenti più durevoli, dimostrando che anche la moda “conveniente” può resistere alla prova del tempo. Questo studio prende in considerazione due test, uno di lavaggio esteso e uno di qualità fisica, con tre livelli aggiuntivi sotto ogni pilastro che si basano sul suo livello di conformità minima esistente: fondamentale, progressivo e ambizioso. E le ambizioni, effettivamente, non mancano. Gli obiettivi prefissati entro il 2030 riguardano sia l’incremento della durabilità di ogni singolo capo sia il loro essere progettati fin dall’inizio per essere riciclabili (cosa che al momento non sono) e pure l’inserimento di fibre riciclate nei loro tessuti. Ma gli obiettivi si estendono anche al pianeta, promettendo una riduzione delle emissioni di carbonio, e alle persone, «proteggeremo e miglioreremo i mezzi di sussistenza e la resilienza delle persone che realizzano i nostri vestiti» (altra cosa che attualmente non sussiste). 

Di lusso non vuol dire durevole nel tempo

In concreto i test hanno analizzato le prestazioni di alcune categorie di indumenti (jeans, t-shirt e calzini) a seguito dei vari lavaggi: dai 5, requisito di conformità minima dopo il quale il capo riceve l’ok per essere messo sul mercato (abbastanza scarso come standard, cinque lavaggi di un paio di calzini si fanno in un mese e mezzo a dir tanto), fino ai 45 aspirazionali (che facendo una media di un lavaggio a settimana si copre a malapena un anno di vita). La strada è lunga e contiene larghi margini di miglioramento, ma quello che il report ci tiene a mettere in evidenza è che delle 33 magliette testate, di vari marchi e dai prezzi variabili (tra i 5 ed i 150 euro),  i dati hanno mostrato che il prezzo non prevede quanto sarà durevole.  Pagare il doppio per una maglietta non significa che durerà il doppio.

Questo chi lavora nel settore lo sa già, essendo i capi dei marchi di lusso spesso prodotti nelle stesse aziende e con gli stessi materiali di chi cuce per il fast fashion. Dunque? Lasciate ogni speranza, o voi che comprate, perché allo stato attuale nulla sembra essere progettato per durare a lungo. A meno che non andiate a curiosare nella “Terra di mezzo”.

[di Marina Savarese]

Boeing, trovato l’accordo tra sindacato e azienda: finisce lo sciopero

0

Gli operai della Boeing, la principale azienda statunitense produttrice di aeroplani, hanno accettato i termini del nuovo contratto proposto dall’azienda, mettendo così fine allo sciopero che andava avanti da sette settimane. L’offerta arriva dopo due rifiuti da parte del sindacato e prevede un aumento salariale del 38% da distribuire in quattro anni, un bonus di firma da 12.000 dollari, e disposizioni di tutela previdenziale e sanitaria. Il sindacato ha approvato le condizioni con il 59% dei voti. Alcuni sindacalisti chiedevano maggiori contributi previdenziali e un aumento salariale del 40%.

Il lungo autunno dell’impero americano: ritratto di un paese in declino

4

Mancano ormai pochissime ore per avere i risultati delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti e tutto il mondo, o almeno così riportano i giornali, è stato con il fiato sospeso in attesa di conoscerne l’esito. Trump o Harris: ecco la domanda che ha infiammato i dibattiti. Una domanda che rivela molto più della sua risposta. Ancora oggi sembra che gli Stati Uniti continuino a esercitare un primato sull’economia e sulla geopolitica mondiale. Sarebbe interessante domandarsi come e perché e fino a che punto siamo disposti a riconoscere nel governo a stelle e strisce la nostra guida, ma è ben più interessante domandarsi se e come gli Stati Uniti esercitino una supremazia mondiale. E se potranno continuare a farlo anche in futuro. Il ruolo degli Stati Uniti come guida nella leadership mondiale è davvero indiscusso? O qualcosa sta cambiando?

Ma per comprendere ciò è necessario far luce sulla storia di questo paese e in particolare sulla sua politica estera. Un desiderio di egemonia globale a Washington si affermò soltanto a partire dal 1945. Con lo sbarco in Normandia e la distruzione di Hiroshima e di Nagasaki, la supremazia militare degli Usa parve indiscussa. Fu allora che il governo di Washington si attribuì la “missione” di garantire la pace nel mondo e di esportare la pace e la democrazia, a suon di bombe certo. Per fare ciò Washington si è sempre adoperata per mantenere la propria superiorità militare, basti pensare che la spesa militare negli USA è costantemente cresciuta. L’idea alla base della politica estera degli ultimi settant’anni è molto semplice: affinchè il mondo sia sicuro e in pace è necessario che prevalga la potenza militare statunitense. Ed è altrettanto necessario che l’intero globo riconosca negli Stati Uniti la sua guida.

Nube atomica ripresa dall’«Enola Gay» su Hiroshima il giorno dell’esplosione (6 Agosto 1945)

Quest’idea trovò la sua giustificazione filosofica in un interessantissimo saggio pubblicato dal politologo statunitense Francis Fukuyama nel 1992: The end of History and The last man, tradotto in italiano come «La fine della storia e l’ultimo uomo». La tesi avanzata da Fukuyama è che la storia umana ha raggiunto il suo culmine con le attuali democrazie liberali. La società del XX secolo ha finalmente completato il suo processo di evoluzione sociale, economica e politica fino a giungere alla sua massima e più perfetta realizzazione. Secondo Fukuyama viviamo nel “migliore dei mondi possibili”. Non esiste modello migliore del liberalismo democratico. L’uomo ha raggiunto un tale livello di perfezionamento che addirittura la “storia” si è conclusa. Non ci saranno più autentici cambiamenti, autentici stravolgimenti della società umana che si è ormai assestata nella sua forma ideale. In poche parole: la fine della storia.

Naturalmente questa tesi è stata ampiamente smentita, sia perché la storia umana non si è affatto arrestata, sia perché, come testimoniano le innumerevoli crisi che hanno sconvolto il mondo occidentale dopo il 1992, la società in cui viviamo non è affatto ideale. Il progresso tecnologico e industriale ha migliorato le condizioni di vita ma al tempo stesso ha amplificato i divari sociali. Ha provocato un distanziamento e una disgregazione delle comunità in tante piccole e sempre più isolate particelle. Eppure la tesi di Fukuyama sintetizza, in chiave filosofica e sociologica, l’agenda politica degli Usa. Washington ha tentato in tutti i modi d’imporsi come indiscusso leader mondiale, ma sul fatto che vi sia davvero riuscito ci sono forti dubbi.

Dal fallimento della guerra in Vietnam fino alla disastrosa guerra in Iraq all’altrettanto disastrosa guerra in Afghanistan, terminata con la precipitosa fuga da Kabul dell’agosto 2021: negli ultimi decenni gli Stati Uniti hanno collezionato un fallimento dietro l’altro. L’invasione russa dell’Ucraina ha rappresentato l’ennesimo banco di prova per testare una politica estera a dir poco fallimentare. 

Washington ha investito ingenti somme di denaro nella guerra russo-ucraina, e ha spinto i membri della NATO a seguire le sue orme. Eppure nonostante il grande dispiegamento di risorse se c’è una cosa che tale guerra ha rivelato è che l’influenza degli Stati Uniti non fa che diminuire di anno in anno. Le sanzioni contro la Russia volute da Washington non solo non hanno realmente impattato l’economia russa, ma nessuno dei Paesi non alleati vi ha aderito. L’amministrazione Biden ha cercato in tutti i modi di far tornare in auge l’idea che gli Stati Uniti, a guida dell’Occidente, rappresentino l’unico faro in difesa della democrazia. Queste ad esempio furono le parole pronunciate da Biden: «Adesso è l’ora: è il nostro momento di responsabilità, la nostra prova di risolutezza e coscienza della storia… Così salveremo la democrazia».

I soldati statunitensi si preparano per la prossima missione alla Forward Operating Base Bostick in Afghanistan [30 marzo 2010]
Retorica che oggi fatica sempre più a far presa. Per Andrew Bacevich, professore di Storia e relazioni internazionali alla Boston University, questo mandato missionario che gli Usa si sono auto attribuiti non soltanto pecca di arroganza ma è anche ciò che ha fatto deragliare il paese negli ultimi decenni.

Anche dal punto di vista economico il primato degli Stati Uniti non è più indiscusso. L’economia cinese è già di un quarto più grande di quella USA. I dati della Banca Mondiale  confermano una verità che gli Stati Uniti preferirebbero non ammettere: l’economia mondiale, un tempo dominata dagli Stati Uniti, ormai è dominata da altri attori. Nel 1994 dai Paesi del G7 veniva il 45,3% del PIL, oggi tale percentuale è scesa al 29%, mentre cresce sempre più l’economia di paesi come Brasile, Russia, India, Cina, Arabia Saudita.

Perfino l’egemonia del dollaro sembra avere i giorni contati. Il portavoce del Dipartimento di Stato americano Vedant Patel ha criticato il progetto di creare una valuta globale alternativa al dollaro: «Minare il ruolo del dollaro e sviluppare alternative allo Swift è una minaccia diretta alla democrazia nel mondo. Gli Stati Uniti, ovviamente, non possono permettere che ciò accada». Al solito il governo americano lega il successo, monetario in questo caso, della propria nazione al mantenimento dell’ordine e della democrazia nel mondo. Parole tuttavia, che come quelle di Biden per la Russia, restano sospese nell’aria, e non hanno il reale potere di arrestare il progetto di una valuta mondiale alternativa al dollaro. Washington non pare disposta ad ammettere e ad accettare questa nuova realtà che sta prendendo piede, restando ancorata a un sogno di leadership mondiale che sembra appartenere sempre più al passato.

Se gli Stati Uniti sembrano aver imboccato una parabola discendente, resta in sospeso la domanda su come sceglierà di reagire l’Europa a tale declino. Cosa orienterà le nostre scelte in futuro? Troveremo un altro stato da prendere come “modello” e guida? L’agenda politica europea potrà emanciparsi e diventare finalmente indipendente o continuerà ad avere bisogno di un altro tutore morale al quale appoggiarsi e dal quale dipendere? E le singole nazioni come sceglieranno di comportarsi? Ma soprattutto: il fallimento del grande sogno americano di dominio globale, quali interrogativi dovrebbe suscitarci? Può spingerci a rimettere in discussione la nostra idea di democrazia e società ideale? La storia, a dispetto delle tesi utopistiche di Fukuyama, è ancora tutta da scrivere.

[di Guendalina Middei, in arte Professor X]

Palermo si riempie di ergastolani mafiosi non pentiti in semilibertà e permesso premio

1

Palermo torna a pullulare di mafiosi responsabili di efferati omicidi, che sempre più spesso hanno accesso a benefici penitenziari pur non avendo mai aperto bocca sui loro pesanti trascorsi criminali. Nelle ultime settimane, a ottenere la semilibertà sono stati infatti lo “strangolatore” dell’Acquasanta Raffaele Galatolo e lo spietato killer di mafia Paolo Alfano, mentre sono stati elargiti permessi premio allo storico reggente del mandamento di Santa Maria di Gesù, Ignazio Pullarà, nonché ad altri importanti mafiosi come Franco Bonura, Gaetano Savoca e Tommaso Lo Presti. Alla rimpatriata palermitana manca solo Giovanni Formoso, punito con l’ergastolo per aver caricato l’autobomba utilizzata nell’attentato di via Palestro a Milano, il 27 luglio 1993, che causò 5 morti. Anche lui ha ottenuto la semilibertà – è la prima volta per un boss mafioso condannato per strage e mai pentitosi –, ma, almeno per ora, ha il divieto di tornare in Sicilia.

Il caso di Giovanni Formoso è sicuramente quello più altisonante. Il boss è stato infatti condannato all’ergastolo tra gli esecutori materiali della strage di via Palestro, uno degli attentati che, nel 1993, insanguinarono l’Italia nella cornice di una “strategia eversiva” che vide Cosa Nostra in prima linea. Esplodendo nei pressi del Padiglione di Arte Contemporanea, l’autobomba causò la morte di cinque persone. Formoso era uomo dei fratelli Graviano, registi della stagione delle stragi del ’93, nonché organizzatori dell’attentato in via D’Amelio del 19 luglio 1992, in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino insieme ai membri della sua scorta. Anche Raffaele Galatolo, tornato a Palermo, è un profilo di peso: fu uno dei membri di spicco della nota “camera della morte” di Vicolo Pipitone, dove all’inizio degli anni Ottanta venivano uccisi i nemici mafiosi del capo di Cosa Nostra Totò Riina. Centro nevralgico delle attività di Cosa Nostra, il luogo – come emerso dalle testimonianze di molti pentiti – sarebbe stato il punto di incontro tra i mafiosi e vari esponenti dei servizi segreti, tra cui Bruno Contrada, Arnaldo La Barbera e Giovanni Aiello, alias “Faccia da Mostro”. Un altro nome autorevole tra quelli dei mafiosi che hanno ottenuto benefici penitenziari è quello di Ignazio Pullarà, che sarebbe il custode dei segreti sui legami tra l’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, Silvio Berlusconi e i boss di Cosa Nostra. Nella sentenza con cui la Corte d’Appello di Palermo condannò il braccio destro dell’ex premier per concorso esterno in associazione mafiosa, si legge infatti che Vittorio Mangano – il famoso “stalliere” della villa di Arcore, boss mafioso della famiglia di Porta Nuova – fra il 1988 e il 1989 aveva manifestato lamentele a un altro mafioso per il «comportamento, che aveva giudicato scorretto, tenuto nei suoi confronti da parte di Ignazio Pullarà, reggente della famiglia di Santa Maria di Gesù, che si era appropriato delle somme che erano state versate da Berlusconi e che Mangano riteneva spettassero a lui». Altro mafioso ergastolano che è potuto rientrare nel capoluogo siciliano è poi Paolo Alfano. Condannato a 17 anni di carcere al Maxiprocesso e successivamente all’ergastolo per due omicidi, era ritenuto da Falcone e Borsellino «uno dei killer più fidati e spietati della famiglia di corso dei Mille».

Questo scenario trae origine da un approccio giurisprudenziale molto più permissivo rispetto al passato per i mafiosi che non si pentono, segnato da dirimenti sentenze da parte della Corte Europea dei Diritti Umani e della Corte Costituzionale. Nel 2019, la Corte Europea dei Diritti Umani ha infatti affermato che l’Italia dovesse «riformare la legge sull’ergastolo ostativo, che impedisce al condannato di usufruire di benefici sulla pena se non collabora con la giustizia». Nello specifico, l’ergastolo ostativo – introdotto in seguito alle stragi di Capaci e Via D’Amelio – consiste in un particolare regime carcerario, delineato dall’art. 4 Bis dell’Ordinamento Penitenziario, che esclude dalla possibilità di godere dei benefici penitenziari coloro che hanno subito condanne all’ergastolo per reati particolarmente gravi, tra cui l’associazione mafiosa e il terrorismo. La Consulta si è subito adeguata alla pronuncia della CEDU, sancendo che anche i mafiosi possono accedere ai permessi premio «pure in assenza di collaborazione con la giustizia». Nonostante il decreto con cui il governo Meloni è intervenuto sulla materia abbia eretto dei paletti molto “stringenti” per la concessione dei benefici penitenziari, la strada è segnata: come dimostrano le cronache, infatti, il divieto di permessi premio e libertà condizionale per la mancata collaborazione con la giustizia non è più assoluto, dovendo invece i Tribunali di Sorveglianza valutare caso per caso. Per i mafiosi, dunque, collaborare con la giustizia è sempre meno conveniente.

[di Stefano Baudino]

COP16: il prevedibile flop del forum per la protezione della biodiversità

0

Malgrado qualche luce tra le ombre, si è conclusa in un nulla di fatto la Conferenza delle Nazioni Unite sulla Biodiversità (COP16), svoltasi a Cali, in Colombia. Al termine degli incontri, i Paesi non hanno trovato l’atteso accordo su come mettere a disposizione le risorse finanziarie per il Global Biodiversity Framework Fund (GBF), il fondo creato appositamente per arrestare la perdita di biodiversità nelle varie aree del mondo, invertendo la tendenza alla decrescita. Due anni fa, a Montreal, gli Stati si erano impegnati a mobilitare un minimo di 200 miliardi all’anno entro il 2030 e di accrescere i finanziamenti verso i Paesi in via di sviluppo, ma gli obiettivi fissati sembrano ancora un miraggio. «Un pessimo segnale in vista della conferenza sul clima, la COP29, che si apre a Baku, in Azerbaijan, il prossimo 11 novembre», ha commentato l’Ente Nazionale Protezione Animali (ENPA), dopo quello che tutte le organizzazione attive nella lotta per l’ambiente ritengono essere un pericoloso dietrofront degli Stati in materia di tutela della biodiversità.

Gli incontri della COP16 dovevano terminare l’1 novembre, ma secondo le poche testimonianze di giornalisti presenti sul posto, sarebbero andati avanti per oltre 12 ore, durante l’intera notte, e sarebbero finiti perché alcuni degli interlocutori presenti, impossibilitati a ritardare il loro volo, sarebbero stati costretti a lasciare il luogo per tornare in patria. Il motivo per cui i lavori si sarebbero protratti tanto a lungo risiede in quello stesso «fallimento» denunciato da numerose organizzazioni ambientaliste: il mancato raggiungimento di un accordo relativo ai finanziamenti. Era questo un tema di fondamentale importanza, che consisteva nel cercare un modo per mettere a disposizione degli Stati le risorse finanziarie per il GBF e colmare il gap totale di finanziamenti necessari per raggiungere gli obiettivi primari fissati dagli ultimi incontri del 2022. Questi ruotano attorno a 24 punti cardine da raggiungere entro il 2030, con lo scopo ultimo di arrestare e invertire la perdita di biodiversità entro il 2050. Per raggiungerli, l’accordo del 2022 prevede di aumentare la spesa annuale a 200 miliardi di dollari, mentre i Paesi sviluppati si erano impegnati a fornire 30 miliardi di dollari entro il 2030. A oggi, secondo il WWF, sono il fondo conta poco più di 400 milioni di dollari. In sintesi, al termine degli incontri, non è stato chiarito dove e da chi ottenere le risorse necessarie per finanziare le politiche di sostegno alla biodiversità.

Nonostante la sostanziale fumata nera, la COP16 ha raggiunto qualche provvedimento significativo: il più importante è certamente la nascita del Cali Fund, un fondo che ha lo scopo di ripartire in maniera equa i benefici che derivano dall’utilizzo di risorse genetiche legate alla biodiversità, permettendo anche alle popolazioni indigene di partecipare alle decisioni della Convenzione sulla Diversità Biologica. Di preciso, il 50% del fondo sarà destinato alle popolazioni indigene e alle comunità locali, tramite la mediazione dei governi statali. Va comunque sottolineato che non è tutto oro ciò che luccica: molti dei dettagli relativi all’erogazione dei fondi non sono infatti ancora stati definiti, e, in generale, la partecipazione alla piattaforma sembra essere priva di vincoli e fondata esclusivamente su base volontaria. È ancora troppo presto per comprendere se il Fondo Cali segnerà davvero una svolta nel riconoscimento dei diritti delle popolazioni indigene, ma diversi elementi suggeriscono che si sarebbe potuto fare molto di più. Sono poi stati fatti passi avanti in materia di identificazione e conservazione delle aree marine, ma anche in tal caso alcune associazioni, prima fra tutte Legambiente, sottolineano che «non mancano le criticità», tra cui «il fatto che non ci si può accontentare di aree identificate sulla carta».

Secondo molti, la COP16 non si sarebbe limitata a finire in un sonoro fallimento, ma segnerebbe una decisa battuta di arresto – se non addirittura una marcia indietro – verso gli obiettivi di tutela della biodiversità e di difesa dell’ambiente precedentemente fissati. In quest’ottica, i mancati risultati della COP16 rischierebbero di avere una eco negativa sull’ormai sempre più prossima COP29, la Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, che si terrà a Baku, in Azerbaijan, a partire dall’11 novembre. A confermare le preoccupazioni dei gruppi per l’ambiente è la stessa località in cui si svolgeranno gli incontri, dal carico simbolico fortemente rilevante: la Conferenza di Baku segue infatti quella di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, e segna così la seconda COP di fila che, ironicamente, trova sede in uno dei primi 25 produttori di petrolio al mondo.

[di Dario Lucisano]

Gaza, raid israeliani contro tendopoli: 29 palestinesi uccisi

0

Almeno 29 persone sono morte stamattina a causa di una serie di raid aerei dell’esercito israeliano contro le tendopoli che ospitano gli sfollati in diverse zone della Striscia di Gaza, tra cui Beit Lahya, Deir al Balah e Zawayda. Tra queste, secondo l’agenzia palestinese Wafa, almeno 20 sono state uccise in un attacco su una casa a Beit Lahya. Sulla base di quanto hanno affermato fonti mediche, sono almeno 70 le persone che hanno perso la vita nelle ultime 24 ore nella cornice dei bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza.