In Qatar è passato con oltre il 90% dei voti un referendum costituzionale relativo alle elezioni dei membri della Shura, l’assemblea consultiva del Paese. Fortemente voluto dall’emiro Tamim bin Hamad al Thani, il referendum prevedeva l’abolizione delle elezioni dirette per la nomina del consiglio della Shura, un’assemblea che ha il potere di proporre leggi, approvare i bilanci statali, consigliare l’emiro, bloccare leggi proposte dal governo con una maggioranza assoluta e sfiduciare il primo ministro con una maggioranza di due terzi. I membri della Shura erano stati eletti solo nel 2021 e, dopo il risultato del referendum, saranno nominati dall’emiro.
Lufthansa gioca al ribasso: la vendita di ITA potrebbe saltare
Dopo circa un anno e mezzo di trattative, è in stallo l’accordo per la vendita di Ita Airways al gruppo tedesco Lufthansa. La compagnia tedesca, infatti, lunedì ha chiesto di rivedere al ribasso il prezzo dell’investimento della seconda tranche da 604 milioni dell’aumento di capitale riservato, ottenendo un secco «no» dal Ministero dell’Economia e della Finanze (MEF) italiano, socio unico di Ita. «Non cediamo ai ricatti, non siamo disposti a svendere la compagnia», avrebbe risposto il titolare del MEF, Giancarlo Giorgetti, che reputa la richiesta un tradimento degli accordi e della fiducia da parte della compagnia aerea tedesca.
Donald Trump è stato eletto 47° presidente degli Stati Uniti
Manca solo l’annuncio ufficiale: dopo la chiamata della Pennsylvania dalla maggior parte dei network statunitensi, il candidato repubblicano Donald Trump è a un passo dalla vittoria delle elezioni presidenziali 2024. L’emittente Fox News dĂ giĂ per vincitore il tycoon, con 277 grandi elettori sui 270 necessari a ottenere la presidenza, mentre CNN, CBS ed ABC gli assicurano oltre 260 voti. Anche la piĂą prudente Associated Press dipinge una vittoria ormai quasi certa del candidato repubblicano, pre-assegnandogli 267 seggi. Da tutti gli exit poll, inoltre, appare certa una maggioranza assoluta repubblicana in Senato, e sempre piĂą vicina quella della camera dei rappresentanti. Sembra prefigurarsi come una vittoria totale, insomma, quella di Donald Trump, che è giĂ salito sul palco del proprio quartier generale elettorale a West Palm Beach per ringraziare i propri sostenitori e reclamare la vittoria. Nel frattempo, dai vari leader del mondo iniziano giĂ ad arrivare i primi messaggi di congratulazioni a Trump: tra i tanti, Macron, Netanyahu, e Zelensky hanno giĂ diffuso un messaggio in cui riconoscono la vittoria del candidato repubblicano, augurandogli una buona presidenza.
I seggi per le elezioni presidenziali statunitensi sono ufficialmente chiusi alle 7:00 (ora italiana), quando anche l’Alaska ha chiuso le tende delle proprie cabine elettorali. Per avere i risultati ufficiali si dovrĂ presumibilmente attendere ancora qualche ora, ma la vittoria di Trump appare praticamente certa e schiacciante: Fox News gli assegna 277 seggi, Associated Press 267, CNN, ABC e CBS gliene attribuiscono 266. Tutti i maggiori network statunitensi, inoltre, danno ormai per scontata la vittoria repubblicana al Senato, e dipingono di rosso (il colore simbolo dei repubblicani) anche la Camera dei Rappresentanti; sembra insomma prospettarsi un trionfo a 360 gradi per Trump, che è giĂ andato a congratularsi con i suoi elettori.
Dei sette swing state (Stati in bilico) tutte le principali emittenti statunitensi ne assegnano almeno 3 a Trump: Pennsylvania (che, coi suoi 19 grandi elettori, risultava sin da subito lo Stato chiave di queste elezioni), Georgia (16 grandi elettori) e North Carolina (16). Quella della chiamata è una tradizione elettorale di giornali, agenzie di stampa e grandi network televisivi, che, ottenuto il via libera dal cosiddetto “decision desk” – un gruppo di analisti, esperti, e statistici – decidono di dichiarare il proprio vincitore in un determinato Stato. Gli altri swing state sembrano essere tutti a maggioranza repubblicana, specialmente per quanto riguarda il Wisconsin (10) e il Michigan (15). Fox News ha giĂ assegnato il Wisconsin a Trump. I due swing state rimanenti sono Arizona (11) e Nevada (6).
Per vincere la corsa alla presidenza, i candidati devono ottenere almeno 270 dei 538 grandi elettori distribuiti nei cinquanta Stati federati del Paese; il Collegio elettorale statunitense è infatti composto da 538 elettori che votano per le due cariche di presidente e vicepresidente a maggioranza assoluta. Ogni Stato fornisce un numero di elettori in proporzione alla popolazione. Sebbene in cabina elettorale i cittadini statunitensi scelgano un candidato presidente, il loro voto serve (a eccezione di Maine e Nebraska) a determinare i grandi elettori dello Stato seguendo il sistema “winner takes all”, in base al quale il candidato che ottiene più voti popolari ottiene tutti i grandi elettori di quello Stato. Questo sistema elettorale finisce per dare grande rilevanza agli swing state; in sede di campagna elettorale, è infatti difficile che un candidato alla presidenza dedichi molta attenzione a uno degli Stati tradizionalmente orientati dalla sua parte, perché la vittoria è considerata già sicura.
[di Dario Lucisano]
I media guardano già altrove, ma nella Comunità Valenciana la situazione è al collasso
A una settimana dalle alluvioni che hanno colpito le regioni sudorientali della Spagna, l’attenzione mediatica di molte testate italiane ha già virato verso altre questioni, in primis la celebrazione delle elezioni negli Stati Uniti d’America. Nonostante ciò, la situazione nelle zone maggiormente colpite dal passaggio della DANA resta drammatica, con 216 vittime, un numero al momento incalcolabile di dispersi e danni infrastrutturali, che, secondo le stime, si aggirano intorno ai 2,6 miliardi di euro.
Tra lunedì 4 e martedì 5 novembre Carlos Mazón, presidente della Comunitat Valenciana, e e Pedro Sánchez hanno annunciato pacchetti di aiuti per un valore di 10 miliardi di euro, destinati alle entità comunali e ai cittadini, con sgravi fiscali per i residenti colpiti e piani di ricostruzione e ristrutturazione dei centri urbani. Tuttavia, nonostante la politica abbia attivato un processo di risposta economico, la percezione della popolazione colpita denuncia una distanza abissale tra istituzioni e cittadinanza, che sembrano muoversi su due parallele completamente differenti.
Se nelle prime 48 ore dal disastro i social network sono stati il mezzo principale utilizzato dai cittadini per lanciare appelli, denunciare la scomparsa dei propri cari e richiedere aiuto urgente, nei giorni successivi hanno iniziato a rappresentare lo specchio reale della situazione, soprattutto in quei luoghi dove l’interesse mediatico non è arrivato. Le immagini inviate alla redazione de L’Indipendente sono desolanti. Attraverso le testimonianze dei residenti è possibile osservare quanto la situazione sia rimasta invariata, nonostante siano già passati sette giorni dall’alluvione. Le automobili accatastate, i detriti davanti alle porte di casa, la melma e il fango per le strade sono solo alcuni degli elementi che denunciano una condizione di concreto abbandono.
Con l’aiuto ineccepibile dei volontari, accorsi immediatamente in migliaia da Valencia e da ogni parte della penisola, si è potuto offrire soccorso alla popolazione, recando acqua, generi alimentari e beni di prima necessità . A questo si è sommata la forza lavoro per pulire, dove possibile, le strade, svuotare i garage inondati e portare assistenza a quelle persone ancora isolate. Ma sembra evidente che senza l’intervento di mezzi pesanti, che possano rimuovere le carcasse delle automobili e così sbloccare la viabilità , e il lavoro di corpi speciali inviati dalle istituzioni la situazione non potrà che rimanere invariata.
Ai danni infrastrutturali si sommano chiaramente i gravi disagi che la popolazione vive nel tentativo di recuperare la propria quotidianitĂ . In alcuni dei paesi colpiti, come Alfafar, Massanassa e Paiporta, non è ancora stato ripristinato il servizio di erogazione dell’acqua, con le chiare conseguenze che l’assenza d’acqua può comportare. A questo si aggiungono le difficoltĂ nel muoversi in un territorio fortemente malsano, ad altissimo rischio infettivo, senza nemmeno la possibilitĂ di lavarsi. Inoltre, le foto non riescono a raccontare la totalitĂ dei disagi: molti residenti e volontari lamentano l’irrespirabilitĂ dell’aria, a causa dell’indescrivibile fetore scatenato dalla distruzione dei sistemi fognari, dal fango e dalla melma.Â
«Voglio mostrarvi come stiamo ancora, affinché tutti lo sappiano e ci aiutino» dice un’utente mentre registra la distruzione che la circonda. La voce rotta dal pianto descrive le immagini di un panorama che sembra uscito da un film post-apocalittico. «Dovete raccontarlo a tutti, non credete alla televisione, credete a noi» questo è l’appello mosso da una cittadina, mentre ci accompagna virtualmente tra le strade di un paese che sembra essere abbandonato a se stesso.
Mentre i media si preparano a raccontare la notte elettorale statunitense, a riportare le dichiarazioni, gli attacchi e le risposte delle più alte cariche istituzionali del mondo occidentale, contemporaneamente, in questi luoghi completamente distrutti, una popolazione disperata continua a lavorare, con l’aiuto dei volontari, nella speranza di trovare ancora un barlume di vita e iniziare a dare un senso a ciò che da una settimana non sembra più averlo.
Dietro l’affanno di chi rincorre nuove notizie, per poi abbandonarle verso altre più nuove, il nostro dovere di giornalisti è quello di continuare a raccontare le storie di chi, fino a poco tempo fa, era sulla bocca di tutti.
[di Armando Negro]
Moda: alla ricerca della qualitĂ che dura (che non c’entra per forza con il prezzo)
In un momento storico particolarmente devoto alla velocitĂ , alla voracitĂ e all’impermanenza, qualcosa che dura a lungo è una raritĂ . Qualsiasi cosa, dalle relazioni al lavoro, dalla lavatrice fino ad un paio di jeans: tutto sembra disfarsi rapidamente, pronto ad essere sostituito con la variante piĂą nuova, piĂą bella e in linea con le tendenze. Belli i tempi in cui i cappotti duravano una vita e si tramandavano di generazione in generazione, portando con sĂ© qualitĂ e ricordi, vestendo la vita delle persone per anni. Quando le cose erano progettate e studiate con pazienza, realizzate con minuziosa attenzione ad ogni singolo dettaglio affinchĂ© potessero resistere al tempo e all’usura quotidiana. Una volta, l’intenzione era diversa.Â
Oggi l’obiettivo è produrre le cose affinché durino il minimo indispensabile, quel che basta per poi far sostituire rapidamente l’oggetto o il capo in questione. La chiamano obsolescenza programmata, ma sarebbe più opportuno definirla «truffa premeditata ai danni del consumatore». Latouche l’ha identificata come «uno dei pilastri della società dei consumi» e, di fatto, meno le cose durano, più rapidamente vengono sostituite, andando ad alimentare il sistema e ad arricchire le imprese. La durabilità , dunque, sembra una qualità trascurabile e della quale si possa fare a meno, eppure ultimamente è stata sventolata come bandiera per dimostrare l’impegno verso la sostenibilità di svariate aziende. Di fast fashion.
La durabilitĂ nella moda
Su un piano puramente fisico, un capo di abbigliamento è durevole se rimane funzionale e indossabile senza richiedere troppa manutenzione o riparazione, quando affronta le sfide quotidiane durante il lavaggio e l’usura nel corso della sua vita. Gli indumenti con elevata resistenza fisica rimangono funzionali e indossabili per lungo tempo; ciò dipende da fattori come la costruzione del capo  (resistenza delle cuciture, rifiniture, ecc), le prestazioni funzionali (se è fatto in maniera adeguata per il suo uso finale; es. un jeans o una giacca a vento hanno funzioni differenti), la composizione del tessuto, la stabilitĂ dell’articolo e la resistenza allo sbiadimento o alla perdita di colore (relativa alle tecniche di tintura e bilanciamento delle sostanze chimiche presenti nei colori tessili). Quando si parla di moda, però, entra in ballo anche un altro principio, relativo alla durabilitĂ emotiva, quella legata all’esperienza personale e alla percezione che abbiamo di quel capo/accessorio. Si parla quindi di stile, di comfort e di come ci fa sentire, di rilevanza, di essere “in linea” con le tendenze o “fuori” (una linea di demarcazione che miete ancora vittime, di tutte le etĂ ). Un po’ perchĂ© i capi si rovinano prima, un po’ perchĂ© la creazione di bisogni e di nuovi imperdibili must have ci fa sentire fuori luogo, le cose nell’armadio durano sempre meno. In un’ottica di sostenibilitĂ e di circolaritĂ , mantenere in vita i capi piĂą a lungo, curandoli come si deve e riparandoli al bisogno, aiuterebbe tantissimo.Â

Estendere la vita degli abiti di nove mesi in piĂą riduce l’impronta di carbonio, di rifiuti e di acqua fino al 30%, così da avere un impatto minore sull’ambiente. Tornare a fare le cose bene, “come una volta”, dovrebbe essere un imperativo per tutte le aziende di moda che si definiscono impegnate per la sostenibilitĂ del settore. Tutte, da quelle del lusso a quelle di fast fashion.Â
Lo studio di Primark per sfatare il mito secondo cui il prezzo è sinonimo di qualità e durata
Che il prezzo non sia una variabile che va di pari passo con la qualità è cosa abbastanza nota, tanto più quando si parla di marchi di lusso (che hanno comunque gli stessi problemi del pronto moda, sia per quanto riguarda lo sfruttamento del lavoro che quando si parla di materiali e rifiniture). Eppure lascia perplessi la dichiarazione del colosso fast fashion Primark per introdurre il suo ultimo studio sulla durabilità e secondo cui «La durata non dovrebbe essere un lusso, è una necessità ». L’obiettivo della ricerca è dimostrare che è possibile creare una moda conveniente che duri, sfatando il mito secondo cui il prezzo equivale alla qualità : anche le magliette da cinque euro possono durare quanto, o più a lungo, delle loro costose controparti!
Il Primark Durability Framework è l’ultima ricerca del colosso britannico fatta per stabilire uno standard per indumenti piĂą durevoli, dimostrando che anche la moda “conveniente” può resistere alla prova del tempo. Questo studio prende in considerazione due test, uno di lavaggio esteso e uno di qualitĂ fisica, con tre livelli aggiuntivi sotto ogni pilastro che si basano sul suo livello di conformitĂ minima esistente: fondamentale, progressivo e ambizioso. E le ambizioni, effettivamente, non mancano. Gli obiettivi prefissati entro il 2030 riguardano sia l’incremento della durabilitĂ di ogni singolo capo sia il loro essere progettati fin dall’inizio per essere riciclabili (cosa che al momento non sono) e pure l’inserimento di fibre riciclate nei loro tessuti. Ma gli obiettivi si estendono anche al pianeta, promettendo una riduzione delle emissioni di carbonio, e alle persone, «proteggeremo e miglioreremo i mezzi di sussistenza e la resilienza delle persone che realizzano i nostri vestiti» (altra cosa che attualmente non sussiste).Â

In concreto i test hanno analizzato le prestazioni di alcune categorie di indumenti (jeans, t-shirt e calzini) a seguito dei vari lavaggi: dai 5, requisito di conformità minima dopo il quale il capo riceve l’ok per essere messo sul mercato (abbastanza scarso come standard, cinque lavaggi di un paio di calzini si fanno in un mese e mezzo a dir tanto), fino ai 45 aspirazionali (che facendo una media di un lavaggio a settimana si copre a malapena un anno di vita). La strada è lunga e contiene larghi margini di miglioramento, ma quello che il report ci tiene a mettere in evidenza è che delle 33 magliette testate, di vari marchi e dai prezzi variabili (tra i 5 ed i 150 euro), i dati hanno mostrato che il prezzo non prevede quanto sarà durevole.  Pagare il doppio per una maglietta non significa che durerà il doppio.
Questo chi lavora nel settore lo sa già , essendo i capi dei marchi di lusso spesso prodotti nelle stesse aziende e con gli stessi materiali di chi cuce per il fast fashion. Dunque? Lasciate ogni speranza, o voi che comprate, perché allo stato attuale nulla sembra essere progettato per durare a lungo. A meno che non andiate a curiosare nella “Terra di mezzo”.
[di Marina Savarese]
Boeing, trovato l’accordo tra sindacato e azienda: finisce lo sciopero
Gli operai della Boeing, la principale azienda statunitense produttrice di aeroplani, hanno accettato i termini del nuovo contratto proposto dall’azienda, mettendo così fine allo sciopero che andava avanti da sette settimane. L’offerta arriva dopo due rifiuti da parte del sindacato e prevede un aumento salariale del 38% da distribuire in quattro anni, un bonus di firma da 12.000 dollari, e disposizioni di tutela previdenziale e sanitaria. Il sindacato ha approvato le condizioni con il 59% dei voti. Alcuni sindacalisti chiedevano maggiori contributi previdenziali e un aumento salariale del 40%.
Il lungo autunno dell’impero americano: ritratto di un paese in declino
Mancano ormai pochissime ore per avere i risultati delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti e tutto il mondo, o almeno così riportano i giornali, è stato con il fiato sospeso in attesa di conoscerne l’esito. Trump o Harris: ecco la domanda che ha infiammato i dibattiti. Una domanda che rivela molto più della sua risposta. Ancora oggi sembra che gli Stati Uniti continuino a esercitare un primato sull’economia e sulla geopolitica mondiale. Sarebbe interessante domandarsi come e perché e fino a che punto siamo disposti a riconoscere nel governo a stelle e strisce la nostra guida, ma è ben più interessante domandarsi se e come gli Stati Uniti esercitino una supremazia mondiale. E se potranno continuare a farlo anche in futuro. Il ruolo degli Stati Uniti come guida nella leadership mondiale è davvero indiscusso? O qualcosa sta cambiando?
Ma per comprendere ciò è necessario far luce sulla storia di questo paese e in particolare sulla sua politica estera. Un desiderio di egemonia globale a Washington si affermò soltanto a partire dal 1945. Con lo sbarco in Normandia e la distruzione di Hiroshima e di Nagasaki, la supremazia militare degli Usa parve indiscussa. Fu allora che il governo di Washington si attribuì la “missione” di garantire la pace nel mondo e di esportare la pace e la democrazia, a suon di bombe certo. Per fare ciò Washington si è sempre adoperata per mantenere la propria superiorità militare, basti pensare che la spesa militare negli USA è costantemente cresciuta. L’idea alla base della politica estera degli ultimi settant’anni è molto semplice: affinchè il mondo sia sicuro e in pace è necessario che prevalga la potenza militare statunitense. Ed è altrettanto necessario che l’intero globo riconosca negli Stati Uniti la sua guida.

Quest’idea trovò la sua giustificazione filosofica in un interessantissimo saggio pubblicato dal politologo statunitense Francis Fukuyama nel 1992: The end of History and The last man, tradotto in italiano come «La fine della storia e l’ultimo uomo». La tesi avanzata da Fukuyama è che la storia umana ha raggiunto il suo culmine con le attuali democrazie liberali. La società del XX secolo ha finalmente completato il suo processo di evoluzione sociale, economica e politica fino a giungere alla sua massima e più perfetta realizzazione. Secondo Fukuyama viviamo nel “migliore dei mondi possibili”. Non esiste modello migliore del liberalismo democratico. L’uomo ha raggiunto un tale livello di perfezionamento che addirittura la “storia” si è conclusa. Non ci saranno più autentici cambiamenti, autentici stravolgimenti della società umana che si è ormai assestata nella sua forma ideale. In poche parole: la fine della storia.
Naturalmente questa tesi è stata ampiamente smentita, sia perché la storia umana non si è affatto arrestata, sia perché, come testimoniano le innumerevoli crisi che hanno sconvolto il mondo occidentale dopo il 1992, la società in cui viviamo non è affatto ideale. Il progresso tecnologico e industriale ha migliorato le condizioni di vita ma al tempo stesso ha amplificato i divari sociali. Ha provocato un distanziamento e una disgregazione delle comunità in tante piccole e sempre più isolate particelle. Eppure la tesi di Fukuyama sintetizza, in chiave filosofica e sociologica, l’agenda politica degli Usa. Washington ha tentato in tutti i modi d’imporsi come indiscusso leader mondiale, ma sul fatto che vi sia davvero riuscito ci sono forti dubbi.
Dal fallimento della guerra in Vietnam fino alla disastrosa guerra in Iraq all’altrettanto disastrosa guerra in Afghanistan, terminata con la precipitosa fuga da Kabul dell’agosto 2021: negli ultimi decenni gli Stati Uniti hanno collezionato un fallimento dietro l’altro. L’invasione russa dell’Ucraina ha rappresentato l’ennesimo banco di prova per testare una politica estera a dir poco fallimentare.Â
Washington ha investito ingenti somme di denaro nella guerra russo-ucraina, e ha spinto i membri della NATO a seguire le sue orme. Eppure nonostante il grande dispiegamento di risorse se c’è una cosa che tale guerra ha rivelato è che l’influenza degli Stati Uniti non fa che diminuire di anno in anno. Le sanzioni contro la Russia volute da Washington non solo non hanno realmente impattato l’economia russa, ma nessuno dei Paesi non alleati vi ha aderito. L’amministrazione Biden ha cercato in tutti i modi di far tornare in auge l’idea che gli Stati Uniti, a guida dell’Occidente, rappresentino l’unico faro in difesa della democrazia. Queste ad esempio furono le parole pronunciate da Biden: «Adesso è l’ora: è il nostro momento di responsabilità , la nostra prova di risolutezza e coscienza della storia… Così salveremo la democrazia».
Anche dal punto di vista economico il primato degli Stati Uniti non è più indiscusso. L’economia cinese è già di un quarto più grande di quella USA. I dati della Banca Mondiale confermano una verità che gli Stati Uniti preferirebbero non ammettere: l’economia mondiale, un tempo dominata dagli Stati Uniti, ormai è dominata da altri attori. Nel 1994 dai Paesi del G7 veniva il 45,3% del PIL, oggi tale percentuale è scesa al 29%, mentre cresce sempre più l’economia di paesi come Brasile, Russia, India, Cina, Arabia Saudita.
Perfino l’egemonia del dollaro sembra avere i giorni contati. Il portavoce del Dipartimento di Stato americano Vedant Patel ha criticato il progetto di creare una valuta globale alternativa al dollaro: «Minare il ruolo del dollaro e sviluppare alternative allo Swift è una minaccia diretta alla democrazia nel mondo. Gli Stati Uniti, ovviamente, non possono permettere che ciò accada». Al solito il governo americano lega il successo, monetario in questo caso, della propria nazione al mantenimento dell’ordine e della democrazia nel mondo. Parole tuttavia, che come quelle di Biden per la Russia, restano sospese nell’aria, e non hanno il reale potere di arrestare il progetto di una valuta mondiale alternativa al dollaro. Washington non pare disposta ad ammettere e ad accettare questa nuova realtà che sta prendendo piede, restando ancorata a un sogno di leadership mondiale che sembra appartenere sempre più al passato.
Se gli Stati Uniti sembrano aver imboccato una parabola discendente, resta in sospeso la domanda su come sceglierà di reagire l’Europa a tale declino. Cosa orienterà le nostre scelte in futuro? Troveremo un altro stato da prendere come “modello” e guida? L’agenda politica europea potrà emanciparsi e diventare finalmente indipendente o continuerà ad avere bisogno di un altro tutore morale al quale appoggiarsi e dal quale dipendere? E le singole nazioni come sceglieranno di comportarsi? Ma soprattutto: il fallimento del grande sogno americano di dominio globale, quali interrogativi dovrebbe suscitarci? Può spingerci a rimettere in discussione la nostra idea di democrazia e società ideale? La storia, a dispetto delle tesi utopistiche di Fukuyama, è ancora tutta da scrivere.
[di Guendalina Middei, in arte Professor X]