Magrissimi, quasi scheletrici, con segni evidenti di torture sul corpo. Molti sembrano malati, alcuni non possono camminare e vengono trasportati in sedia a rotelle, o a braccia. Negli occhi lo spaesamento di ritrovarsi in mezzo a una folla, la gioia di rivedere le famiglie e gli amici, dopo anni di prigionia, isolamento, torture. Eccoli, i quasi 2000 palestinesi rilasciati, gli ostaggi di cui nessuno parla, mentre i media occidentali raccontano in modo ossessivo ogni dettaglio dei venti ostaggi israeliani riconsegnati a Tel Aviv.
Oltre 1700 di loro erano stati rapiti dalla Striscia di Gaza dopo il 7 ottobre. Presi nei raid israeliani, per strada, nelle case, veri e propri ostaggi di quella che ancora viene definita “l’unica democrazia del Medio Oriente”. Altri 250 erano invece prigionieri politici, segregati nelle galere israeliane da anni e che avrebbero dovuto restarci tutta la vita o comunque decenni. Gli abusi, le torture, l’assenza di cure e di condizioni di vita basiche sono state provate da decine di ONG internazionali, e si leggono da sole sul volto degli uomini rilasciati grazie all’accordo di pace tra Hamas e il governo Netanyahu.
Ma ai media nazionali e internazionali gli ostaggi palestinesi interessano poco. Tv e giornali si sono focalizzati sui 20 ostaggi israeliani liberati; ci hanno raccontato le loro storie, le loro vite. Conosciamo i loro nomi, le loro età, se avevano figli, sogni, un lavoro. Ci stanno descrivendo le dure condizioni di vita di questi mesi di prigionia, cercando ancora una volta di collocare il torto e la disumanità dalla parte palestinese, dimenticando, troppo spesso, il contesto in cui quelle detenzioni sono avvenute. E cancellando completamente le sofferenze degli ostaggi palestinesi, prigionieri – spesso detenuti senza processo né capi d’accusa – nelle galere israeliane.
I tg seguono la consegna degli ostaggi israeliani in diretta, e giornali come il Fatto Quotidiano titolano: “Due anni sottoterra, legati, malnutriti, operati senza anestesia”. Parlano di vite di ostaggi “legate dal filo, sottile e fortuito, della sopravvivenza,” dimenticando, forse, che Gaza era un territorio che non ha avuto un attimo di pace dalle bombe per due anni. Dimenticando gli almeno 67mila morti, i bombardamenti a tappeto di case, tende, ospedali, scuole. Parlano di ostaggi lasciati senza cibo, affamati, e non ricordano le centinaia di persone, tra cui molti bambini e anziani deceduti o in condizioni critiche per la mancanza di cibo dato il blocco totale degli aiuti umanitari, in un territorio dove la fame è stata usata come arma. Parlano di persone operate senza anestesia ma non sottolineano che a Gaza in questi due anni essere operati era già un privilegio, data la distruzione sistematica da parte di Israele degli ospedali e l’impossibilità di far arrivare cure. Non dicono niente sui bambini che hanno subito amputazioni agli arti senza anestesia, sulle centinaia di persone morte per l’assenza di medicine voluta da Tel Aviv nella Striscia. Sull’utilizzo della fame per uccidere anche durante la distribuzione degli aiuti.
E in pochi parlano delle condizioni in cui sono usciti gli ostaggi palestinesi. I prigionieri della “democrazia”.
Nelle testimonianze che stanno venendo raccolte, la maggior parte dei prigionieri palestinesi rilasciati riporta dure sofferenze nelle prigioni israeliane. Fame, malattie, botte, e assenza di cure erano armi usate sistematicamente e volontariamente nelle celle di Tel Aviv. L’isolamento, le umiliazioni, così come torture psicologiche e fisiche, alcuni degli strumenti principe dei carcerieri israeliani. Molti riportano l’impossibilità di comunicare con i propri cari e i propri avvocati da anni, e le condizioni di vita estremamente dure, che hanno portato i detenuti a perdere decine di chili e ad ammalarsi. Ma anche stupri: come già testimoniato da ex-prigionieri di numerose strutture detentive sioniste, anche lo stupro – tramite bastoni o cani da guardia – è stata un arma utilizzata. Come se non bastasse, 154 di loro, dopo decenni in prigione, sono condannati all’esilio: non potranno restare con le loro famiglie a Gaza o in Cisgiordania, ma non costretti a emigrare in paesi terzi. A molte famiglie è stato anche negato il permesso di viaggio per andare ad accoglierli in Egitto, così come a tutte le famiglie dei prigionieri liberati a Ramallah è stata vietata ogni forma di festeggiamento. Non una novità, visto che già ad agosto 2024 era uscito un approfondito rapporto, tra l’altro redatto dall’organizzazione umanitaria israeliana B’Tselem, che dettagliava come quella descritta sia la condizione detentiva ordinaria per i palestinesi nelle carceri israeliane. Torture “democratiche” che in passato sono state anche dimostrate attraverso dei video.
Secondo Addameer, un’organizzazione palestinese per i diritti umani che tiene traccia dei prigionieri politici, il numero di persone imprigionate da Israele è aumentato da 5.200 a 11.100 dal 7 ottobre 2023. In questi due anni sono almeno 78 i morti nelle carceri israeliane: morti oscure, morti per botte, torture, assenza di cure, ma di cui di nuovo, nessuno parla. La maggior parte di quei cadaveri risiede ancora in mano israeliana.
Non si parla nemmeno dei corpi dei 90 palestinesi uccisi che sono stati restituiti e che sono arrivati all’ospedale di Nasser martedì e mercoledì. «Ci sono segni di tortura ed esecuzioni», ha affermato Sameh Hamad, membro di una commissione incaricata di ricevere i corpi all’ospedale Nasser ad Al Jazeera. I corpi appartenevano a uomini di età compresa tra i 25 e i 70 anni. La maggior parte aveva delle fasce intorno al collo, compreso uno che aveva legata una corda. La maggior parte dei corpi indossava abiti civili, ma alcuni indossavano uniformi, il che suggerisce che fossero combattenti palestinesi. «Quasi tutti avevano gli occhi bendati, erano stati legati e avevano ricevuto colpi di pistola tra gli occhi. Quasi tutti erano stati giustiziati», ha detto il dottor Ahmed al-Farra, capo del reparto pediatrico dell’ospedale Nasser, secondo quanto riporta The Guardian. «C’erano cicatrici e macchie di pelle scolorita che dimostravano che erano stati picchiati prima di essere uccisi. C’erano anche segni che indicavano che i loro corpi erano stati maltrattati dopo la morte».
Yahya Saree, portavoce militare del gruppo yemenita Ansar Allah, meglio noto con il nome di Houthi, ha annunciato la morte del capo di stato maggiore del movimento, il Tenente Generale Mohammed Abdul Karim Al-Ghamari. Al-Ghamari è stato ucciso in un raid dell’esercito israeliano, assieme al figlio Hussein, di 13 anni. Saree non ha specificato quando sia avvenuto l’attacco israeliano; l’ultimo grande bombardamento delle IDF sullo Yemen risale allo scorso 10 settembre. Al-Ghamari aveva rilasciato una dichiarazione pubblica il 1° settembre, dopo un attacco scagliato dall’aviazione israeliana sulla capitale yemenita Sana’a, in cui era stato ucciso il primo ministro di Ansar Allah.
Nonostante le proteste e gli scioperi generali, il parlamento greco ha approvato la legge che consente l’allungamento della giornata lavorativa. La legge permette ai datori di lavoro di ampliare la giornata lavorativa fino a 13 ore al giorno per un massimo di 37 giorni l’anno, su base volontaria. La modifica aveva ricevuto diverse critiche dal mondo della politica e dai sindacati, che denunciavano uno «smantellamento dei diritti dei lavoratori» affermando che in molti, sebbene dotati di facoltà di scegliere se aderire all’allungamento della giornata lavorativa, non avrebbero potuto rifiutare a causa delle basse paghe e dello squilibrio di potere tra datore di lavoro e impiegato. Contro di essa sono state organizzate diverse manifestazioni in tutte le maggiori città greche, tanto che solo nel mese di ottobre sono scoppiati due scioperi generali, che hanno bloccato treni, traghetti e traffico in tutta la penisola ellenica.
La legge sull’ampliamento della giornata lavorativa fa parte di una più ampia riforma delle norme sul lavoro che mira a rendere le regole da seguire nel mercato lavorativo più flessibili. In Grecia si lavora di norma otto o nove ore al giorno con un massimo di tre ore di straordinario, pagate il 40% in più della normale paga oraria. La misura prevede un ampliamento del tetto degli straordinari a quattro ore lavorative per non più di 37 giorni l’anno e su base volontaria; essa vuole inoltre che il monte ore settimanale resti invariato, così come il totale delle ore straordinarie permesse in un anno, che in Grecia ammonta generalmente a 150. La nuova legge si inserisce sulla scia di analoghe manovre sul lavoro proposte negli anni precedenti dall’attuale governo Mitsotakis, che ha precedentemente introdotto la settimana lavorativa da sei giorni e permesso ai dipendenti di lavorare fino a 74 anni, 7 anni oltre l’età pensionabile attualmente prevista. È anche per tale motivo che è stata contestata dalle opposizioni e dai lavoratori, che denunciano come la Grecia sia uno dei Paesi dell’UE in cui si lavora di più e guadagna di meno.
La misura era stata approvata mesi fa, ma è stata discussa dal parlamento ieri, e approvata oggi, giovedì 16 ottobre. Contro di essa, sono state organizzate diverse proteste, tra cui due scioperi generalinel solo mese di ottobre. L’ultimo, martedì 14 ottobre, ha visto migliaia di manifestanti riversarsi nelle piazze del Paese, e bloccare le infrastrutture elleniche. Lo sciopero è durato 24 ore, ha impedito ai treni di circolare, interrotto i servizi locali di trasporto pubblico, il traffico automobilistico, e i servizi di traghetti. A Tessalonica e Atene sono state organizzate ampie proteste; nella capitale i manifestanti hanno raggiunto piazza Syntagma, protestando davanti al palazzo del parlamento.
Secondo i dati Eurostat, la Grecia è il Paese dell’UE dove si lavora di più, con gli uomini che raggiungono una media settimanale di 42,8 ore e le donne con 39,1. Sebbene non siano toccati da questa norma, anche i lavoratori autonomi ellenici risultano i più carichi di lavoro, con una media di 46,6 ore per settimana. Il Paese è il terzo peggiore per salario annuo corretto per il tempo pieno (che stima, in termini assoluti, quanto guadagnerebbero i lavoratori di un Paese se tutti lavorassero a tempo pieno), e il peggiore per reddito reale, seguito proprio dall’Italia. Nel Belpaese non è possibile lavorare più di 13 ore al giorno, e il monte ore di straordinari annuale è generalmente fissato a 250 ore, nonostante le variazioni previste per i singoli contratti collettivi.
La polizia keniota ha sparato sulla folla radunatasi presso lo stadio Kasarani per celebrare il funerale dell’ex primo ministro e storico leader dell’opposizione Raila Odinga, uccidendo 4 persone. Non sono chiare le dinamiche dell’accaduto: un video che circola online mostra una folla di persone che corre mentre si sentono spari in sottofondo. Odinga è morto ieri, mercoledì 15 ottobre, mentre si trovava ricoverato presso l’ospedale di Devamatha, nello Stato indiano del Kerala. L’ex premier era una figura molto popolare tra i cittadini e dopo l’annuncio della sua morte sono sorti cortei spontanei per in sua commemorazione.
Da un mese, in Ecuador la popolazione indigena sta protestando contro le misure neoliberiste imposte dal governo del presidente Daniel Noboa. Ad accendere la miccia del malcontento popolare è stata, in particolare, la decisione di abolire il sussidio sul diesel, in vigore dal 1974, che ha fatto impennare il prezzo del carburante. Dal 15 settembre blocchi stradali e cortei paralizzano la nazione, in particolare la provincia di Imbabura e la zona di Otavalo. Il governo ha deciso di rispondere seguendo la linea repressiva, dichiarando lo stato di eccezione in 7 province e inviando esercito e forze di polizia. Almeno due persone sono state uccise fino ad ora, oltre un centinaio quelle ferite. Altre cento persone almeno sono state arrestate e una dozzina sono scomparse, mentre altrettante sono a processo per atti di terrorismo. Il 14 ottobre, in uno degli atti repressivi più violenti dall’inizio delle proteste, migliaia di militari hanno fatto irruzione nella città di Otavalo a bordo di quello che il governo aveva definito un «convoglio umanitario», lanciando lacrimogeni e granate stordenti direttamente contro le persone e le abitazioni e ferendo gravemente bambini e anziani.
Sono oltre una trentina gli arresti «arbitrari» avvenuti nel corso di questa sola ultima operazione, più di 50 i feriti. «La forza pubblica ha bloccato l’accesso agli ospedali e ha fatto irruzione nei centri di salute, infastidendo il personale medico e negando la possibilità di attendere i feriti, in piena violazione del diritto internazionale umanitario» denuncia la CONAIE (Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador), che sottolinea come «queste azioni costituiscono violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani». Un uomo della comunità kichwa di 30 anni, José Guamán, sarebbe inoltre stato ucciso da un proiettile sparato dalle forze dell’ordine, che lo ha colpito in pieno petto. Un’altra persona, Rosa Elena Paui, sarebbe deceduta per arresto cardiorespiratorio causato dall’inalazione di gas lacrimogeni.
⭕ #SOSImbabura | Condenamos el atroz asesinato de José Guamán, comunero kichwa de 30 años, padre de dos niños, fue herido de muerte por un disparo en el pecho por las Fuerzas Armadas en #Otavalo, durante la violenta represión ordenada por el Gobierno Nacional.
L’assedio armato dello Stato è tale che la CONAIE ha indetto una colletta di viveri, medicine e beni basici per aiutare le comunità colpite dell’Imbabura e ha chiesto la fine della repressione e il ritiro delle forze militari da Otavalo, oltre all’attenzione medica «urgente, imparziale e senza persecuzioni» nei riguardi dei feriti, la liberazione immediata delle persone detenute, indagini indipendenti sugli «abusi della forza pubblica» e l’intervento urgente di organismi per la tutela dei diritti umani, come la Corte Interamericana per i Diritti Umani (CIDH), l’ONU e l’OHCHR (l’Ufficio ONU per i Diritti Umani), per documentare quanto accaduto. Nel frattempo, la Confederazione ha smentito le informazioni circolate su alcuni mezzi stampa nazionali riguardo un presunto incontro tra il suo presidente, Marlon Vargas, e rappresentanti del governo, che avrebbe portato a una sospensione delle proteste.
In un comunicato stampa, la CIDH ha riferito di aver assistito a casi di uso eccessivo della forza da parte delle autorità e di deliberati atti di violenza contro le persone che stavano protestando, mentre condanna la morte, avvenuta il 28 settembre, di Efraín Fueres, le cui circostanze sono ancora al vaglio delle autorità. Non si salvano nemmeno i giornalisti, con oltre 20 casi di aggressione fisica e vessazione contro chi si occupava di raccontare le mobilitazioni registrati dal Relatore Speciale per la libertà di espressione (RELE). Inoltre sarebbe stata sospesa per 15 giorni la trasmissione di informazione indigena TV MICC, su disposizione dell’Agenzia di Regolazione e Controllo delle Telecomunicazioni (ARCOTEL), col motivo di garantire l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale (e con il probabile obiettivo di inibire la partecipazione sociale, denuncia il RELE).
Lo Stato ha risposto alle accuse dicendo che ha agito nel rispetto dei principi di legalità, necessità, proporzionalità e temporalità per proteggere i diritti dei cittadini e di stare investigando sulle accuse di uso eccessivo della forza, aggiungendo che i disordini sono stati causati dall’infiltrazione del crimine organizzato nelle proteste. Nel frattempo, la Croce Rossa ecuadoriana, in una lettera inviata al governo e citata dai media, ha smentito le dichiarazioni delle forze armate in merito alla propria partecipazione al cosiddetto “convoglio umanitario” inviato in Imbabura, ma confermato la propria presenza sul luogo per aiutare i feriti.
Su un’autostrada a est della città di Deir al-Zor, capoluogo dell’omonimo governatorato siriano, è stato condotto un attacco su un veicolo in seguito a cui sono state uccise 4 persone. Le vittime facevano parte del personale militare a sorveglianza della sicurezza nel giacimento petrolifero di Teim, e stavano rientrando a casa dopo il loro turno lavorativo. Nessun gruppo ha rivendicato la responsabilità dell’attacco.
Una nuova app contro le fake news entrerà presto nelle scuole italiane. Si chiama “Missione anti-bufala” ed è un progetto promosso da La Repubblica, che sarà gestito da Vik, la start-up italiana di educazione civica digitale, con il patrocinio del Parlamento Europeo. L’iniziativa, presentata all’Università Roma Tre, è un percorso interattivo per insegnare agli studenti a riconoscere e smontare le notizie false, sarà sperimentata in diversi istituti e punta a coinvolgere migliaia di ragazzi. Attraverso quiz, missioni e giochi digitali, l’app promette di stimolare il pensiero critico e di educare all’uso consapevole delle fonti online. L’annuncio, salutato con entusiasmo dai promotori e con interesse dal mondo scolastico, ha suscitato, però, anche perplessità: che una testata giornalistica, da sempre riconoscibile per la propria linea politica e culturale, assuma un ruolo centrale nell’educazione alla “verità” nelle scuole non lascia indifferenti.
Sostenuta dalle istituzioni europee, l’iniziativa riapre così il dibattito sul confine sempre più sottile tra formazione critica e indottrinamento, tra educazione alla verifica dei fatti e legittimazione di una “informazione certificata”. Più che un semplice strumento di alfabetizzazione mediatica, l’app potrebbe diventare un mezzo di orientamento ideologico, capace di influenzare la percezione stessa delle notizie. A rendere il quadro ancora più complesso per il patrocinio UE, contribuiscono le rivelazioni contenute nel dossier “Brussels’s media machine” di Thomas Fazi sulla “macchina del consenso europea”, che denuncia il sistema di finanziamenti diretti e indiretti provenienti da Bruxelles destinati ai principali media occidentali, tra cui anche testate italiane. Secondo Fazi, attraverso sovvenzioni e partnership istituzionali, l’Unione Europea avrebbe costruito una rete di relazioni capace di orientare l’informazione verso una narrazione favorevole alle proprie politiche, presentata come “lotta alla disinformazione”.
Secondo quanto riportato da Repubblica, l’app guiderà gli studenti, attraverso un gioco interattivo, a riconoscere e smontare le fake news. L’obiettivo dichiarato è quello di «insegnare ai ragazzi a difendersi dalla disinformazione». In apparenza, nulla di male: chi potrebbe opporsi a un’iniziativa che promuove lo spirito critico? Eppure, dietro la facciata pedagogica, si cela un cortocircuito profondo. A gestire l’app sarà Vik, Very Important Kids, che realizza campagne educative sui temi dell’Agenda 2030 e corsi di formazione per studenti dai 9 ai 13 anni.La società è finanziata da FuturED, una rete che aiuta l’evoluzione delle startup, offrendo il supporto economico di aziende come Pfizer, Cisco e Vodafone. Nello specifico, a promuovere il progetto è Repubblica, che, da anni, plasma l’opinione pubblica con un approccio schierato, militante, ideologico. Non un ente indipendente, né un’università o un osservatorio pluralista, ma un editore con un chiaro interesse nel definire cosa sia “vero” e cosa no. Così, l’app rischia di trasformarsi in un cavallo di Troia mediatico, con il pretesto dell’educazione digitale usato per colonizzare le menti più giovani. Non si tratta di insegnare a ragionare, ma di insegnare come ragionare, entro i limiti imposti dalla narrazione dominante. L’iniziativa “anti-fake news” rappresenta un salto qualitativo rispetto ad analoghe iniziative: per la prima volta, un grande quotidiano entra direttamente nelle scuole, portando con sé la propria visione del mondo, i propri interessi e le proprie contraddizioni. In un contesto educativo già fragile, dove il pensiero critico dovrebbe essere incentivato e non delegato, affidare ai media di massa la funzione di arbitri della verità equivale a chiudere il cerchio della propaganda.
Chi pretende di combattere le fake news dovrebbe per primo essere immune dai peccati della disinformazione. Ma La Repubblica non lo è. Il giornale ha più volte dimostrato di essere vittima e artefice della manipolazione informativa. I nostri lettori ricorderanno quando il quotidiano, in un articolo firmato da Giuliano Foschini, insinuò (senza alcuna prova o fondamento) che L’Indipendente fosse “finanziato dai russi”. La figuraccia non è un episodio isolato. Negli anni, Repubblica ha diffuso notizie sensazionalistiche poi rivelatesi infondate. Un paio di esempi su tutti: “Mancano munizioni, russi all’assalto del nemico con le pale” (La Repubblica, 6 marzo 2023); “Perché le sanzioni contro la Russia stanno funzionando” (La Repubblica, 12 settembre 2022). Il quotidiano ha anche adottato un doppiopesismo sui bambini palestinesi e quelli israeliani, ha rilanciato campagne d’allarme prive di verifica e ha adottato una linea editoriale spesso più militante che giornalistica. Ha anche usato in maniera elastica l’accusa di “complottismo” o di “disinformazione” per delegittimare le voci scomode e divergenti e per ridicolizzare chi non si allinea al pensiero dominante. Da segnalare anche il caso di commistione tra pubblicità e informazione: fu proprio il Comitato di redazione a denunciare la pubblicazione, dietro lauto compenso, di contenuti pressoché dettati dalle aziende e spacciati come giornalistici.
Eppure, oggi si propone come arbitro assoluto della verità, come se la sua storia recente non fosse costellata di errori e distorsioni. È proprio questo il paradosso: un giornale che ha contribuito a creare l’ecosistema della polarizzazione e della sfiducia nei confronti dei media pretende ora di curarlo con una app educativa. Così, la guerra alle bufale rischia di trasformarsi in uno strumento di controllo culturale, in una nuova forma di maccartismo digitale che assegna bollini di verità ai contenuti graditi al sistema e squalifica come “complottiste” le voci dissenzienti. Lo studente non sarà guidato a verificare in modo autonomo, ma a interiorizzare un paradigma di pensiero conforme alla linea editoriale dominante. È la logica dell’“ingegneria del consenso”: un pluralismo apparente che nasconde l’imposizione di una sola verità, certificata dal potere mediatico. Perché la scuola resti un luogo di libertà, occorre ribaltare la prospettiva: la lotta alla disinformazione non deve essere monopolio di chi controlla i giornali, ma uno spazio aperto al confronto tra visioni diverse. Solo un pluralismo autentico, sostenuto da strumenti trasparenti, obiettivi e indipendenti, può generare cittadini consapevoli e non sudditi digitali.
Negli ultimi mesi il settore caseario è finito al centro dell’attenzione mediatica, dopo che giornali e social media hanno riportato numerose notizie di intossicazioni alimentari. Le critiche riguardano tanto la produzione industriale quanto quella artigianale e al centro dell’attenzione vi è il latte crudo, ovvero privo di pastorizzazione. Mentre in Paesi come la Francia la tradizione casearia con il latte crudo è un vanto, in Italia sembra essere improvvisamente diventata una minaccia per la salute. Tuttavia, per limitare gli allarmismi, è necessario fare un po’ di chiarezza.
Cos’è il latte crudo
Il latte crudo è tale in quanto non ha subìto trattamenti termici di nessun tipo, come la bollitura o la pastorizzazione. Si tratta di un alimento integro, vivo, che mantiene le sue caratteristiche nutrizionali di partenza in uno stato di massima biodisponibilità per l’organismo. Questo significa che le sue proteine, vitamine, enzimi, grassi e fermenti lattici si trovano in una composizione biochimica naturale e intatta, cioè non modificata e alterata dall’intervento di stress termici o di altri trattamenti come la scrematura, con cui si rimuovono i grassi del latte. Il latte crudo è stato, ed è ancora oggi, la base di un patrimonio economico, culturale e gastronomico immenso. La cultura casearia del nostro Paese ha sviluppato nei secoli centinaia di tipologie di formaggi col latte crudo, dalle tome alpine ai caciocavalli, dai pecorini alle mozzarelle – basti pensare al Parmigiano Reggiano, al Grana Padano e alla Fontina, solo per citarne alcuni.
Allo stesso modo, è prodotta con latte crudo la maggior parte dei formaggi artigianali, frutto del lavoro di una moltitudine di piccoli produttori che custodiscono e tramandano saperi e competenze e preservano pascoli e razze locali, oltre a contribuire a mantenere vive le aree interne e la montagna (ovvero tre quarti del territorio italiano). Sono a latte crudo tutte le eccellenze casearie che il mondo ci invidia, così come lo sono i grandi formaggi francesi, svizzeri, spagnoli, belgi e tedeschi. Stiamo parlando di migliaia di produttori in tutta Europa, la stragrande maggioranza di piccola scala: tra questi, centinaia si trovano in Italia e aderiscono a consorzi DOP e IGP (28 delle 56 DOP/IGP italiane dei formaggi prevedono obbligatoriamente la produzione a latte crudo, come appunto il Parmigiano Reggiano DOP o la Fontina DOP). Il latte crudo è usato anche dall’industria, come nel caso del Parmigiano o del Grana. Questi dati basterebbero per far capire che un eventuale problema di salute pubblica non riguarda il latte crudo in sé, ma i fattori che subentrano nel processo produttivo, la cui responsabilità è da ascrivere ai singoli produttori (o consumatori) piuttosto che all’intero sistema produttivo.
Il problema, dunque, sembra riguardare più che altro la comunicazione dei mass media, la cui superficialità in molti casi mina la percezione del valore di questo patrimonio, orientando i consumi sui formaggi prodotti con latte pastorizzato e prodotti standardizzati. Se il trend politico della UE non cambia di rotta, all’enorme danno di immagine subito dal settore potrebbe così seguirne uno economico di grande entità, con ricadute gravi soprattutto sui piccoli produttori e sulle piccole aziende casearie – che, ricordiamo, sono la maggior parte, sia in Italia che in Europa.
Misure già stringenti per il latte crudo
Il Parmigiano Reggiano è fatto solo con latte crudo: eccellenza mondiale che dimostra come, in una filiera controllata, il latte crudo non sia un rischio ma un valore
Un dato molto importante del quale i consumatori dovrebbero essere a conoscenza per fare scelte di acquisto più consapevoli – ma di cui i media non parlano mai – riguarda i profili di sicurezza alimentare del latte crudo e del latte pastorizzato. In Italia, il latte crudo destinato al consumo diretto o alla trasformazione in formaggi deve soddisfare criteri rigorosi per garantire la sicurezza alimentare e l’assenza di batteri patogeni come Listeria, Salmonella e Escherichia coli, e garantire un’igiene del processo impeccabile durante la mungitura e la conservazione a freddo. L’Istituto Superiore di Sanità precisa infatti che il regolamento comunitario prevede una serie di controlli ufficiali sulla produzione di latte crudo, come avviene per la filiera del latte destinato alla pastorizzazione, che riguardano in particolare:
le aziende di produzione di latte
il latte crudo al momento della raccolta
la distribuzione e vendita di latte crudo direttamente al consumatore finale
la gestione della stalla (controlli sulle malattie infettive trasmissibili con il latte, controlli sulle pratiche di mungitura, ecc.)
l’esecuzione di esami di laboratorio sul latte e sulle feci degli animali
A questo proposito citiamo solo un dato molto significativo: in Italia, il latte crudo destinato a processi di caseificazione o ad altre lavorazioni deve avere una carica batterica inferiore a 100.000 UFC/ml (unità formanti colonia per millilitro), un limite fissato a livello europeo. Il monitoraggio della carica batterica è insomma necessario per garantire un latte di alta qualità e soprattutto sicuro per il consumo umano. E questo monitoraggio avviene sempre, di routine, con i controlli delle aziende sanitarie locali e quelli effettuati dalle stesse aziende produttrici e dai caseifici, prima di ogni lavorazione e trasformazione in formaggi. L’osservazione di queste norme sulla sicurezza alimentare e delle buone pratiche di produzione è, da parte degli allevatori, l’unico modo per evitare problemi che potrebbero inficiare la produzione di latte da parte dei loro animali e la conseguente perdita di guadagno e/o ingente danno economico – in caso di risarcimento per intossicazioni alimentari riconducibili alla loro azienda agricola. In poche parole, se gli allevatori lavorano male ci perdono, da più punti di vista.
Informare, non criminalizzare
Anche se il latte crudo è molto controllato e sicuro, come abbiamo documentato, ciò non significa che sia esente in senso assoluto da rischio microbiologico e da contaminazioni lungo la sua filiera produttiva. Purtroppo anche su questo alimento – come per ogni altro – sono sempre possibili errori, noncuranza o contaminazioni accidentali che esulano dai controlli di sicurezza. È ancora l’Istituto Superiore di Sanità a informarci: «È bene sottolineare che normalmente il latte così come prodotto dalla ghiandola mammaria non contiene germi in grado di provocare infezioni. La contaminazione del latte con microrganismi di tale tipo può avvenire al momento della mungitura, raccolta, lavorazione, immagazzinamento e distribuzione del latte. In particolare, il contatto con superfici contaminate come, ad esempio, la pelle delle mammelle delle mucche, le mani degli operatori e le superfici degli impianti di mungitura e dei serbatoi di stoccaggio (contaminazione successiva alla mungitura) può facilitare il passaggio dei germi al latte».
Il latte così come prodotto dalla ghiandola mammaria non contiene germi in grado di provocare infezioni. La contaminazione del latte con microrganismi di tale tipo può avvenire al momento della mungitura, raccolta, lavorazione, immagazzinamento e distribuzione del latte.
E qui arriviamo alle cronache degli ultimi anni e ad alcuni spiacevoli (ma per fortuna molto sporadici) episodi accaduti in Italia e in Francia. I consumatori devono essere certamente informati su questa tematica, ma con dati scientifici e informazioni corrette, evitando di creare un immotivato danno di immagine a un settore tanto importante per il Made in Italy e il turismo.
Sia il latte crudo che i formaggi fatti con latte crudo possono essere contaminati e quindi presentare eventuali microrganismi nocivi per l’uomo, come per esempio Campylobacter, Listeria monocytogenes, Salmonella, Staphylococcus aureus ed Escherichia coli, produttore di tossina Shiga (STEC). Questi batteri patogeni possono dare dei problemi di salute in alcune categorie di individui, come le persone fragili e immunodepresse, gli anziani, le donne incinte e i bambini al di sotto dei 6 anni. I batteri in questione possono causare infezioni con sintomi lievi (febbre e disturbi gastrointestinali come diarrea e vomito), ma anche evolvere in forme più gravi come meningite, sindrome emolitico-uremica (SEU) e, in alcuni casi, portare al decesso. È importante sottolineare che questi patogeni possono contaminare anche il latte e i formaggi fatti con latte pastorizzato, non solo con quello crudo. D’altronde, le cronache sia italiane che europee sono piene da anni di casi di contaminazioni e ritiri dal commercio di prodotti a latte pastorizzato: si veda a titolo di esempio un caso recentissimo (1° settembre 2025), riguardante il richiamo da parte del Ministero della Salute italiano e conseguente ritiro dal commercio di un formaggio provolone Valpadana DOP, venduto presso i supermercati Famila e A&O, a causa di una contaminazione da Listeria.
Di episodi simili ce ne sono a decine ogni giorno in tutta la UE. Si tratta di un problema che va avanti sin dalla nascita del cibo industriale, che non è affatto più sicuro e controllato del cibo non industriale (come si tende a far credere): la mole di dati oggettivi al riguardo parla chiaro e non si può contestare. Tuttavia, a essere censurati nei mass media sono sempre e solo i formaggi a latte crudo e non anche quelli industriali a latte pastorizzato. Un altro caso emblematico di ciò e anch’esso molto recente è accaduto in Francia, alla vigilia di Ferragosto, e riguarda una intossicazione alimentare provocata da formaggi prodotti con latte pastorizzato e contaminati da Listeria. Ventuno le persone colpite, due i morti. A seguito della vicenda, Carrefour Italia ha operato il richiamo – per «rischio microbiologico: possibile presenza di Listeria monocytogenes» – di tre formaggi a latte pastorizzato prodotti dalla Chavegrand e distribuiti nel nostro Paese, tra cui il Buche Chevre La Belle du Bocage. La tragica notizia è giunta anche in Italia ed è stata diffusa in modalità terroristica anche da alcuni esponenti della classe medica, tra i quali il professor Matteo Bassetti, direttore del reparto di Malattie infettive dell’ospedale Policlinico San Martino di Genova. Questi dapprima è intervenuto con dichiarazioni rilasciate all’agenzia giornalisticaAdnKronose poche ore dopo ha pubblicato un video allarmistico nelle sue pagine social, riferendo l’episodio in Francia e avvertendo ancora una volta (in maniera del tutto errata e fuorviante in questo contesto) del pericolo dei formaggi a latte crudo. A settimane dalla clamorosa gaffe, né Bassetti né alcuna testata giornalistica tra quelle che hanno trattato in maniera errata la notizia hanno fatto precisazioni o rettifiche.
Le nuove linee guida del Ministero della Salute
Ma c’è anche chi difende un intero settore e il patrimonio gastronomico a esso collegato: varie associazioni e realtà produttive cercano infatti di riportare il discorso su un piano equilibrato e informato. Tra questi una voce autorevole è l’associazione Slow Food.
Nel frattempo è cambiato anche il quadro normativo sui prodotti a latte crudo. È stata presentata alla Camera una proposta di legge che propone un provvedimento drastico: apporre sulle etichette una frase e un marchio che segnalino la pericolosità dei formaggi a latte crudo per i soggetti fragili e a rischio. A luglio 2025 sono state inoltre emanate dal governo delle nuove linee guida che riguardano nello specifico il controllo del batterio Escherichia coli STEC nel latte non pastorizzato e nei suoi derivati, le quali prevedono nuovi controlli giornalieri molto gravosi, sul latte e sui formaggi. Queste si collocano tuttavia al di là delle possibilità economiche di molti produttori e diventano praticamente inattuabili per i produttori che alpeggiano a quote elevate, in località impervie o irraggiungibili con gli automezzi. Una stima fatta da Slow Food parla di una spesa extra (che si somma a quelle già previste dal Piano di Autocontrollo igienico-sanitario) di almeno 70 euro al giorno per l’allevatore per eseguire i nuovi controlli richiesti. Dal momento che l’allevatore munge ogni giorno, la spesa a fine mese è considerevole. L’organizzazione propone invece di puntare sulla formazione: per i produttori, gli allevatori, i consumatori.
La seconda obiezione di Slow Food riguarda la comunicazione scorretta fatta finora sui media, che sta portando i clienti dei ristoranti a rifiutare i formaggi se prodotti con latte crudo. E sta spingendo molti piccoli produttori a pastorizzare il latte, a scegliere di non recarsi più nelle malghe, alcuni addirittura a chiudere l’attività. La terza osservazione è la seguente: le linee guida emanate dal Ministero richiedono l’adozione di una frase in etichetta per dissuadere le categorie fragili dal consumare formaggi a latte crudo. Le direttive europee, però, non prevedono questa indicazione, quindi i formaggi di importazione non saranno tenuti a segnalare alcun rischio specifico: il potenziale danno commerciale per i formaggi a latte crudo italiani è evidente. Infine l’obiezione più rilevante sollevata da Slow Food è la seguente: «Ci chiediamo: perché questa enorme attenzione sul rischio Escheriachia coli STEC solo nei formaggi a latte crudo? Lo STEC si può ritrovare anche nei salumi, nelle carni crude o poco cotte, nelle verdure crude, nei cereali, nelle farine, addirittura nell’acqua. Perché queste filiere non sono state prese in considerazione e non si prevedono linee guida analoghe? Perché la Listeria, che ha tassi di mortalità più elevati, per ogni età e condizione, non è considerata almeno alla stessa stregua? … Non stiamo sottovalutando il rischio per le categorie fragili, la comunicazione deve essere fatta. Noi contestiamo invece i toni allarmistici, l’intensità inspiegabile con la quale si sta investendo un settore produttivo che è già esausto a causa dei tanti adempimenti, a fronte di rischi molto ridotti rispetto ad altre fonti di contaminazione. Oltre al danno qualitativo e culturale causato dalla perdita di formaggi tradizionali a latte crudo, il passaggio alla pastorizzazione implicherebbe la diminuzione dei prezzi di mercato dei prodotti (un formaggio a latte pastorizzato può subire un calo del prezzo anche del 30%), i costi dell’energia necessaria per far funzionare i pastorizzatori triplicherebbero, servirebbe il doppio di acqua per raffreddare il latte, e di acqua ce n’è sempre meno».
In conclusione appare giustificato il timore di alcuni esperti che vedono negli attacchi portati al settore del latte crudo un ennesimo tentativo di standardizzazione della produzione alimentare, tutto a discapito di varietà, biodiversità, e maggiore ricchezza nutrizionale di produzioni tradizionali. Si viene a creare infatti il seguente paradosso industriale: filiere industriali legate a forme di allevamento intensivo (con vacche frisone iper sfruttate e trattate regolarmente con antibiotici), monocolture (e dunque pesticidi, erbicidi e fertilizzanti), inquinamento dell’aria (polveri sottili, generate dalle emissioni di ammoniaca dovute agli spandimenti di liquami) e dell’acqua (nitrati nelle falde), lavorazioni industriali (anche le peggiori, fatte con cagliate importate dall’estero e additivi) diventano rifugi rassicuranti, opzioni sicure e salutari. Mentre un formaggio di malga fatto con latte di animali al pascolo finisce alla gogna.
La Corte di Cassazione italiana ha annullato la decisione che disponeva la consegna alla Germania di Serhii Kuznietsov, ex ufficiale ucraino arrestato lo scorso agosto a Rimini su mandato europeo per il presunto sabotaggio dei gasdotti Nord Stream 1 e 2. Il caso dovrà essere riconsiderato da un nuovo collegio giudicante, dopo che è stato accolto un ricorso della difesa, che contestava una “erronea qualificazione giuridica” dei fatti riportati nel mandato europeo, tale da compromettere il diritto di difesa dell’imputato. L’uomo, 43 anni, ex militare con trascorsi nei servizi speciali di Kiev, rimarrà dunque in Italia in attesa di una nuova valutazione della Corte d’appello.
La decisione della Cassazione ruota intorno alla corretta applicazione del mandato d’arresto europeo (MAE) e ai limiti della cooperazione giudiziaria tra Stati membri. Secondo la difesa di Kuznietsov, la Corte d’appello di Bologna avrebbe travisato il contenuto del MAE emesso dalla Germania, introducendo accuse non contemplate nel testo originario – tra cui l’associazione terroristica – aggravando così indebitamente il quadro accusatorio. Tale errore avrebbe inciso sul diritto dell’imputato di partecipare effettivamente al processo e di essere giudicato solo per i fatti specificamente contestati dall’autorità richiedente. La Cassazione ha ritenuto fondate le eccezioni, riconoscendo un vizio procedurale sostanziale che invalida il provvedimento di consegna. L’avvocato di Kuznietsov, Nicola Canestrini, ha annunciato che chiederà la scarcerazione del suo assistito, ritenendo venuto meno il titolo giuridico che ne giustificava la detenzione. La sentenza non assolve l’imputato né esclude le accuse, ma sancisce la necessità di una nuova valutazione del caso, ribadendo che neppure nell’ambito della cooperazione giudiziaria europea possono essere sacrificati i princìpi fondamentali del giusto processo.
La vicenda si inserisce in un contesto geopolitico delicatissimo. Il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream, avvenuto nel settembre 2022, fu inizialmente attribuito alla Russia, in un clima di forte tensione internazionale e di contrapposizione energetica tra Mosca e l’Unione Europea. Nel corso delle indagini, numerosi elementi hanno messo in dubbio quella versione per poi ribaltarla radicalmente: diverse inchieste giornalistiche prima e giudiziarie poi hanno evidenziato il coinvolgimento di cittadini ucraini e indicato il possibile coinvolgimento di altri soggetti legati a Paesi della NATO. Kuznietsov ha respinto ogni addebito sulla vicenda, sostenendo di essere vittima di un errore giudiziario e di pressioni politiche legate al contesto internazionale. Secondo quanto ricostruito in particolare dagli inquirenti tedeschi, sarebbe stato proprio lui a capo della missione partita alla volta dei gasdotti il 7 settembre 2022 da Rostock: con lui a bordo, quattro sommozzatori civili esperti e due militari d’élite. Proprio in questo quadro, l’arresto di Kuznietsov non è un caso isolato. All’inizio di ottobre un secondo cittadino ucraino, identificato come Volodymyr Z., è stato arrestato in Polonia, sempre su mandato della Germania, per presunta partecipazione allo stesso sabotaggio. Anche in quel caso, le autorità di Varsavia stanno valutando se procedere con l’estradizione, tra le perplessità del governo Tusk e l’irritazione di Berlino. L’inchiesta tedesca, finora, non ha fornito un quadro univoco. Alcuni rapporti interni suggeriscono che il gruppo responsabile dell’operazione potrebbe aver agito in modo indipendente, ma con accesso a mezzi tecnici di livello militare, mentre altre fonti internazionali – tra cui il giornalista statunitense Seymour Hersh – hanno ipotizzato il coinvolgimento di forze occidentali, in particolare statunitensi e norvegesi. Una tesi mai confermata, ma che continua ad alimentare divisioni e sospetti.
La decisione della Cassazione italiana arriva in un momento di crescenti tensioni diplomatiche in Europa, a margine della riunione dei ministri della Difesa NATO a Bruxelles per discutere proprio di regole comuni (tra cui una serie di misure anti-droni) e l’intensificazione del settore bellico. Il rifiuto di consegnare Kuznietsov alla Germania rappresenta, da un lato, la riaffermazione del principio di legalità e della tutela dei diritti processuali, dall’altro un potenziale attrito con Berlino, che considera l’indagine sul sabotaggio una questione di sicurezza nazionale. L’Italia, pur rispettando gli obblighi di cooperazione europea, ha scelto una linea di prudenza che sottolinea la necessità di garantire la correttezza formale e sostanziale dei procedimenti. Nei prossimi mesi, la nuova Corte d’appello dovrà riesaminare la posizione dell’ex militare ucraino. Oltre alla vicenda giudiziaria, resta l’interrogativo politico: chi ha davvero sabotato il Nord Stream? Una domanda che continua a pesare come un macigno sulle relazioni internazionali e sull’opinione pubblica europea, tra ombre di operazioni coperte, silenzi istituzionali e insabbiamenti. Il caso Kuznietsov, più che un episodio giudiziario, appare oggi come un simbolo: quello di un’Europa spaccata tra interessi strategici contrapposti, pressioni atlantiche, corsa al riarmo e l’urgenza di riaffermare la sovranità delle proprie istituzioni di fronte ai grandi giochi della geopolitica.
A Pescara, al liceo statale Marconi, una sostanza sospetta, forse ammoniaca, si è sprigionata all’interno dell’edificio, provocando malori tra studenti, insegnanti e vigili del fuoco. È stato attivato il protocollo per le maxi-emergenze: sul posto un posto medico avanzato con personale sanitario e ambulanze. Quattro persone sono ricoverate in ospedale, altre sono assistite sul luogo. Tra gli intossicati ci sarebbero anche alcuni vigili del fuoco.
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