Il Garante per la protezione dei dati personali ha sospeso temporaneamente il sistema di “FaceBoarding” all’aeroporto di Milano Linate. La decisione resterà valida fino alla conclusione dell’istruttoria avviata per verificare la conformità del servizio alle norme europee sulla privacy. Il FaceBoarding, su base volontaria e riservato ai maggiorenni iscritti, consente ai passeggeri di effettuare tutte le fasi del check-in e dell’imbarco tramite riconoscimento facciale, senza presentare i documenti. L’Autorità ha sollevato criticità sulla gestione dei dati biometrici, conservati in un archivio centralizzato senza un reale controllo da parte degli utenti. SEA, società che gestisce lo scalo, difende la regolarità del sistema e auspica di poterlo riattivare una volta risolte le questioni legate alla tutela dei dati personali.
PFAS: l’Europa allenta i divieti sugli inquinanti eterni
L’Agenzia europea delle sostanze chimiche ha rivisto la proposta di restrizione sui PFAS, le sostanze chimiche “eterne” che accumulandosi nell’ambiente e negli organismi umani provocano gravi danni alla salute, escludendo otto interi settori produttivi dal divieto, rinviandoli a una fase successiva, senza date precise. Si apre così la strada a deroghe che ne riducono drasticamente la portata. È un passo indietro rispetto alle ambizioni annunciate nel 2023, quando Bruxelles, su impulso di cinque Stati membri e con il supporto tecnico dell’ECHA, aveva promesso una delle restrizioni più ampie mai concepite sotto il regolamento REACH (la normativa europea che mira a migliorare la protezione della salute umana e dell’ambiente dai rischi delle sostanze chimiche): il divieto quasi totale dei PFAS. Era stato annunciato un intervento risolutivo, accompagnato da una consultazione pubblica senza precedenti. Citando come ragioni principali i limiti di tempo e il Piano d’azione per l’industria della Commissione europea di luglio, la giustificazione formale di questo compromesso è che mancherebbero alternative affidabili in quei settori, ma la percezione diffusa è che l’agenzia abbia ceduto alle pressioni dell’industria, con il rischio di compromettere l’efficacia dell’intera normativa, rinviando a data da destinarsi la regolamentazione di comparti ad alto impatto ambientale.
Le categorie rimosse coprono aree strategiche e ad alta intensità di consumo chimico. Si tratta delle applicazioni di stampa, come inchiostri e rivestimenti; delle sigillature, fondamentali in edilizia e nell’industria pesante; dei macchinari, dove i PFAS vengono impiegati per ridurre attriti e usura; degli esplosivi, sia civili sia militari; delle forniture per la difesa, che comprendono rivestimenti e componenti ad alte prestazioni; dei tessili tecnici, usati ad esempio per abbigliamento da lavoro o dispositivi di protezione; delle applicazioni industriali più ampie, come solventi e catalizzatori; e infine di alcuni usi medici, inclusi imballaggi immediati e materiali di rilascio di farmaci. Settori che, secondo l’organizzazione ambientalista svedese ChemSec, rappresentano non eccezioni marginali, ma fonti consistenti di inquinamento. Parallelamente, il nuovo documento dell’ECHA non si limita a rinvii, ma apre spazi di deroga anche nei comparti rimasti dentro la restrizione. Tre scenari sono allo studio: il primo prevede un divieto completo con appena diciotto mesi di transizione; il secondo introduce esenzioni temporanee, tra cui cinque anni aggiuntivi per il packaging alimentare in plastica e per le superfici antiaderenti industriali; il terzo consente l’uso laddove le emissioni possano essere “strettamente controllate”, una formulazione che lascia ampio margine interpretativo.
ChemSec non ha usato mezzi termini. Per l’organizzazione, l’aggiornamento dell’ECHA rappresenta «un disastro» perché frammenta la restrizione, ne svuota la portata e rischia di premiare proprio quei settori che non hanno investito in alternative più sicure. L’ONG sottolinea come migliaia di cittadini, associazioni e imprese abbiano partecipato alla consultazione pubblica chiedendo un bando ambizioso, e come queste richieste siano state sostanzialmente ignorate. Il rinvio degli otto settori, unito alla possibilità di deroghe prolungate, mina la credibilità stessa dell’Unione europea come leader nella lotta all’inquinamento chimico. Questa decisione premia, inoltre, le industrie che hanno omesso informazioni durante la consultazione pubblica e penalizza invece le aziende lungimiranti che hanno già investito nella sostituzione dei PFAS in queste otto categorie di utilizzo aggiuntive. Le prossime tappe sono già fissate: entro il 2026 i comitati scientifici dell’ECHA dovranno esprimersi, ma la decisione finale spetterà alla Commissione e non arriverà prima del 2027. Nel frattempo, i PFAS continueranno a diffondersi. L’Italia conosce bene la portata del problema: ad Alessandria, come già accaduto in Veneto, il sangue dei cittadini risulta contaminato dai composti prodotti da Solvay, con conseguenze che vanno dall’aumento delle patologie tiroidee e tumorali fino a disturbi dello sviluppo nei bambini. La multinazionale ha prodotto per anni composti fluorurati, scaricandoli nel fiume Bormida e contaminando la falda. In Veneto, a giugno 2025, una sentenza storica ha condannato fino a 17 anni di carcere i dirigenti della Miteni, riconoscendone le responsabilità nella contaminazione che ha colpito oltre 350 mila persone: un verdetto che dimostra come i tribunali, quando la politica esita, possano intervenire a sancire la gravità dei crimini ambientali. Ogni deroga, ogni rinvio, ogni concessione all’industria significa prolungare l’esposizione quotidiana di milioni di persone. Di fronte a questo scenario, l’allentamento delle restrizioni appare come una resa politica che sacrifica la salute dei cittadini europei agli interessi economici di pochi gruppi industriali. Una resa che rischia di pesare per generazioni, perché i PFAS, una volta dispersi nell’ambiente, restano lì per sempre.
Gli USA mettono il veto alla risoluzione ONU per l’ingresso di aiuti a Gaza
Gli Stati Uniti hanno posto il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che chiedeva un cessate il fuoco immediato e permanente nella Striscia di Gaza, il rilascio degli ostaggi e la rimozione delle restrizioni agli aiuti umanitari. Il testo, presentato dai dieci membri non permanenti e approvato dagli altri 14 membri del Consiglio, è stato bloccato dal solo voto contrario di Washington. Gli USA hanno motivato la decisione sostenendo che la bozza non condannava esplicitamente Hamas e stabiliva un “pericoloso falso parallelismo” con Israele. La risoluzione definiva la situazione a Gaza “catastrofica” e chiedeva l’accesso immediato e sicuro degli aiuti per i 2,1 milioni di palestinesi nella Striscia. Il veto ha messo in evidenza l’isolamento degli Stati Uniti all’interno del Consiglio e ha riacceso le tensioni diplomatiche sulla gestione del conflitto.
Ucraina, ricevuti dalla Russia i corpi di mille soldati caduti
Oggi, giovedì 18 settembre, l’Ucraina ha ricevuto i corpi di mille soldati caduti nel conflitto, raro gesto di collaborazione tra i due Paesi mentre i negoziati di pace restano bloccati. Il quartier generale per il trattamento dei prigionieri di guerra ha annunciato che gli ufficiali effettueranno gli esami necessari per identificare i corpi «nel più breve tempo possibile». L’operazione segue diversi scambi di prigionieri, l’ultimo ad agosto con 146 detenuti trasferiti da ciascuna parte. Gli scambi di prigionieri e l’accordo per il ritorno in patria dei caduti sono tra i pochi risultati concreti dei tre round di colloqui di Istanbul, svoltisi da maggio a luglio.
La Commissione UE ammette: vaccini Covid rilasciati senza dati sulla sicurezza completi
La Commissione Europea ha ammesso che i vaccini contro il Covid-19 sono stati messi in circolazione e somministrati ai cittadini in assenza di dati completi sulla sicurezza. Nel documento del Berliner Zeitung, emerge che l’eurodeputato austriaco Gerald Hauser (FPÖ) ha chiesto in una dichiarazione: «Perché la Commissione non ha informato i cittadini che l’efficacia e la sicurezza dei vaccini – come stabilito nel Trattato – non erano garantite?». Nella risposta arrivata a fine agosto, la Commissione ha spiegato: «L’approvazione condizionata è stata concessa per i primi vaccini Covid. Questo tipo speciale di autorizzazione facilita l’accesso ai farmaci che devono colmare una lacuna nelle cure mediche in situazioni di emergenza come la pandemia di Covid, mentre non è ancora disponibile un dossier completo dei dati». L’ammissione segna un momento di rottura rispetto alla narrazione prevalente che ha sostenuto fin dall’inizio dell’emergenza sanitaria che questi vaccini fossero stati approvati seguendo standard regolatori consueti e condizioni di urgenza giustificata.
I contratti tra la Commissione Europea e le case farmaceutiche imponevano standard severi di efficacia e sicurezza. Eppure, al momento dell’autorizzazione condizionata, parte di quei dati non era stata ancora raccolta o valutata. L’accordo siglato il 20 novembre 2020 con BioNTech-Pfizer, pubblicato in versione parzialmente oscurata, è rivelatore: nei “consideranda” si ammette che lo sviluppo fosse accelerato, che il percorso clinico potesse fallire, che l’approvazione regolatoria non fosse garantita e che le caratteristiche stesse del prodotto fossero ancora da definire. Il documento chiariva inoltre che il produttore non poteva assicurare né la piena disponibilità del vaccino né la sua efficacia nel prevenire l’infezione, né tantomeno escludere la comparsa di effetti collaterali gravi. Gli Stati membri, consapevoli di queste incognite, accettarono di condividere i rischi, anche attraverso indennizzi al produttore e ai partner industriali coinvolti. La Commissione, dal canto suo, ricorse a procedure straordinarie – rolling review e autorizzazioni condizionali – giustificate dall’urgenza della pandemia. Resta il fatto che, al momento dell’immissione sul mercato, mancavano ancora dati completi: studi clinici di lungo periodo, follow-up estesi e valutazioni definitive sugli effetti. Nonostante ciò, l’EMA ritenne che i benefici disponibili superassero i rischi, basandosi sulle evidenze raccolte fino a quel momento. Già nell’ottobre del 2022, al Parlamento europeo, Janine Small, presidente della sezione di Pfizer dedicata allo sviluppo dei mercati internazionali, aveva ammesso che il vaccino non era stato testato per fermare la trasmissione del virus prima che entrasse sul mercato.
Le implicazioni di questa ammissione sono molteplici e l’ammissione della Commissione apre scenari delicati. I contratti con le case farmaceutiche parlavano di sicurezza ed efficacia, ma l’assenza di dati completi ne ridimensiona la portata. La trasparenza è mancata: i cittadini non sapevano che molte verifiche erano ancora in corso. L’urgenza della pandemia è stata usata come giustificazione, ma il risultato è stato un dossier incompleto, con test condotti di fatto sulla pelle della popolazione. Le rolling review hanno permesso un monitoraggio in corsa, senza però la solidità di un percorso sperimentale ordinario. Intanto, nonostante il muro di gomma istituzionale, sono emersi e stanno continuando a emergere segnalazioni di effetti avversi che hanno colpito anche i giovani o le categorie vulnerabili mai pienamente tutelate. Le istituzioni europee ora dovranno rispondere a domande precise: quali vaccini specifici sono stati approvati con dati incompleti, su quale base è stata ritenuta accettabile tale carenza, quali sono le misure adottate per colmare queste lacune e come sono state adottate le procedure di compensazione per chi ha subito effetti avversi. È in gioco la definizione di un modello regolatorio per le emergenze future: senza trasparenza e responsabilità, ogni decisione si traduce in un esperimento sanitario, in cui a pagare non sono le aziende o i governi, ma i cittadini.
Călin Georgescu accusato in Romania di tentato colpo di Stato
L’ex candidato presidenziale Călin Georgescu è stato incriminato per “attentato all’ordine costituzionale” dai pubblici ministeri rumeni. La procura lo accusa, insieme ad altre 21 persone, di aver pianificato un colpo di Stato in seguito all’annullamento delle elezioni del novembre 2024, invalidate dalla Corte costituzionale dopo le accuse di violazioni elettorali e per sospette “interferenze russe”. Georgescu, filorusso e contrario agli aiuti a Kiev, era arrivato al primo turno con il 23% dei voti, ma era stato escluso dalla nuova tornata vinta a maggio dal pro-UE Nicușor Dan. Secondo gli inquirenti, avrebbe discusso con l’imprenditore e mercenario Horațiu Potra, ora latitante, un piano per trasformare le proteste in rivolta. Georgescu rischia fino a 20 anni di carcere se riconosciuto colpevole.
Dopo tre morti in un mese Genova blocca il taser alla polizia
Il periodo di sperimentazione per l’impiego dei taser da parte delle forze dell’ordine a Genova non partirà. Lo ha annunciato l’assessora alla Sicurezza Arianna Viscogliosi in consiglio comunale, chiarendo che l’amministrazione guidata dalla sindaca Silvia Salis non intende proseguire la procedura avviata nel 2022 dalla precedente giunta di centrodestra. Una scelta arrivata in un contesto nazionale reso ancora più teso da tre morti avvenute in poche settimane dopo l’uso della pistola a impulsi elettrici da parte delle forze dell’ordine.
In Italia, l’iter per l’introduzione dell’utilizzo della pistola a impulsi elettrici è iniziato nel 2014, con l’autorizzazione a dare l’arma in dotazione alla polizia contenuta nel dl 119/2014. Successivamente, l’art. 19 del dl 113/2018 ha previsto l’estensione della dotazione anche alla polizia locale in tutti i capoluoghi di provincia e i Comuni al di sopra dei 100 mila abitanti, per un periodo di prova non superiore ai sei mesi (previa adozione di un apposito regolamento comunale). Un emendamento al dl Milleproroghe approvato quest’anno ne ha poi ulteriormente esteso l’utilizzo in forma sperimentale a tutti i Comuni, a prescindere dal numero di abitanti. L’arma, definita «non letale», funziona attraverso una scarica elettrica da 50 mila volt, che induce una paralisi temporanea nel soggetto che la riceve. Gli effetti, su persone con malfunzionamenti cardiaci o con l’attività cardiaca compromessa dall’uso di droghe, possono essere molto gravi, se non letali.
Di fatto, il periodo di sperimentazione a Genova non è mai iniziato. I dispositivi erano stati acquistati, un protocollo era stato firmato con la ASL per la formazione degli agenti, ma il passaggio necessario per avviare la sperimentazione – l’approvazione del regolamento comunale – non è mai stato completato. E, secondo quanto dichiarato dall’assessora Viscogliosi durante un’interrogazione in Comune, non lo sarà in futuro, anche alla luce degli ultimi fatti di cronaca. Il più recente risale al 15 settembre ed è accaduto a Reggio Emilia, dove un uomo è deceduto poco dopo essere stato colpito da un taser. Altri due decessi si erano verificati ad agosto, a Ostia e a Manesseno, alle porte di Genova. In entrambi i casi, i carabinieri coinvolti sono stati iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo. Anche alla luce di questi fatti, l’assessora Viscogliosi ha confermato che l’iter avviato sotto la precedente amministrazione si è interrotto e non verrà ripreso.
Il taser è infatti in uso in varie parti del mondo sin dall’inizio degli anni Duemila ed il suo impiego è accompagnato da decine di studi che ne confermano il rischio di morte. Amnesty International stima che tra il 2001 e il 2018 solo negli Stati Uniti e in Canada oltre mille persone siano morte dopo l’uso di taser. Nel 90% di questi casi, a essere colpite erano state persone disarmate. La stessa azienda produttrice ammette un rischio di morte, seppur basso, legato al dispositivo. Secondo studi come quello condotto dall’Università di Cambridge, inoltre, l’introduzione dei taser ha in alcuni casi aumentato il rischio di aggressioni contro gli agenti e l’uso eccessivo della forza.
Non è la prima volta che progetti di questo genere naufragano a Genova. Prima del taser, nel capoluogo ligure c’era già stato un tentativo (fallito) di dotare la polizia locale del bolawrap, un dispositivo in grado di immobilizzare a distanza la persona mediante un laccio lanciato verso gambe o tronco. Un progetto naufragato dopo una fase di test.










