mercoledì 21 Gennaio 2026
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Decine di migliaia di utenti senza rete: Starlink sotto accusa per i suoi blackout

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Nella mattina di lunedì 15 settembre, il servizio satellitare Starlink ha subito un’interruzione che ha lasciato decine di migliaia di utenti senza connessione a Internet. Il disservizio, stando alle prime ricostruzioni, si è protratto per meno di due ore e risulta ormai rientrato. Nonostante ciò, molti utenti lamentano che simili blackout stiano diventando sempre più frequenti, mentre l’azienda raramente offre spiegazioni trasparenti sull’accaduto.

Per avere un quadro d’insieme, occorre guardare ai dati di Downdetector, portale che monitora in tempo reale la tenuta dei servizi sul web aggregando segnalazioni da varie fonti. Secondo la piattaforma, oltre 40.000 utenti statunitensi hanno iniziato a riscontrare problemi intorno alle sei del mattino (ora italiana). Il 40% degli utenti ha subito un blackout totale dei servizi, mentre il 59% ha evidenziato difficoltà di accesso alla rete. IlSebbene le segnalazioni siano state più consistenti negli Stati Uniti, disservizi sono stati riportati anche in altri Paesi. Italia i clienti del servizio hanno segnalato un 65% di disconnessioni complete e un 34% di problemi d’accesso a internet. “Starlink sta subendo un’interruzione di servizio. Il nostro team sta investigando”, ha dichiarato l’azienda in un post, poi rimosso.

Questo inciampo, seppur di breve durata, arriva in un momento delicato per Starlink. La costellazione satellitare è promossa come strumento utile a portare Internet nelle aree rurali e nei territori non coperti dalla fibra. Un intento nobile, se non fosse che l’impresa ostacola attivamente le azioni governative che consentirebbero l’estensione delle infrastrutture di fibra ottica. La bontà dell’utilizzo di Starlink come sostituto del cablaggio tradizionale è però costantemente messa in discussione. Lo scorso giugno, il ricercatore NASA Denny Oliveira ha per esempio condiviso uno studio che mostra come le tempeste solari possano accelerare il rientro in atmosfera dei satelliti Starlink, riducendone la vita utile più di quanto stimato ufficialmente dall’azienda.

Il 23 luglio, Starlink ha dato il via alla sua collaborazione con l’azienda telefonica T-Mobile per portare la connessione satellitare direttamente sugli smartphone personali. Il 24 luglio, il giorno dopo, i servizi hanno subito un arresto su scala globale. Non è chiaro se ci sia un collegamento tra i due fenomeni. Il Vicepresidente di Starlink Engineering, Michael Nicolls, si è limitato a giustificare il disservizio parlando genericamente di un difetto legato a problemi coi software che vengono impiegati per gestire la rete. Elon Musk, proprietario e CEO dell’impresa, ha rassicurato su X che il problema è stato risolto e che non si sarebbe più ripresentato. 

Anche le cause dell’ultimo blocco non sono state adeguatamente precisate. Online ci si lancia in mille teorie: c’è chi ipotizza un errore in fase di aggiornamento, chi chiama in causa le tempeste solari. Quel che è certo è che il blackout cade in un periodo strategico per l’azienda. L’11 settembre, Starlink ha investito 17 miliardi di dollari per comprare da EchoStar le licenze di spettro che gli permetteranno di configurare servizi 4G/5G. Nello stesso periodo, Musk ha inoltre rivelato che la sua azienda satellitare ha intenzione di sviluppare nell’arco dei prossimi due anni delle soluzioni tecniche che siano in grado di connettere gli smartphone direttamente ai satelliti, senza passare attraverso un operatore intermedio.

Questi sviluppi hanno alimentato le speculazioni su un possibile ingresso diretto di Starlink nel settore della telefonia, una prospettiva che si è ripercossa immediatamente sulle valutazioni in borsa di giganti quali AT&T, T-Mobile e Verizon. Tuttavia, l’abitudine di Musk a promettere risultati ambiziosi in tempi ridotti – spesso senza rispettare le scadenze dichiarate – unita ai blackout ricorrenti, solleva dubbi sulla reale solidità delle infrastrutture di Starlink e sulla sua possibilità che queste possano soppiantare, più che affiancare, le reti di terra.

Bankitalia, a luglio debito pubblico calato di 14,5 miliardi di euro

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A luglio il debito pubblico italiano è sceso di 14,5 miliardi rispetto al mese precedente, attestandosi a 3.056,3 miliardi di euro. Lo comunica la Banca d’Italia, spiegando che la diminuzione è dovuta principalmente all’avanzo di cassa delle amministrazioni pubbliche (14,2 miliardi). Hanno contribuito anche la riduzione delle disponibilità liquide del Tesoro, calate di 0,2 miliardi a 46,8 miliardi, e altri fattori tecnici per 0,1 miliardi, tra cui scarti e premi all’emissione e rimborso dei titoli, la rivalutazione di quelli indicizzati all’inflazione e le variazioni dei tassi di cambio.

Anche l’Italia lavora a un piano per preparare gli ospedali allo stato di guerra

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Dopo Francia e Germania, anche l’Italia si muove per garantire la sicurezza degli ospedali in caso si verificasse un conflitto militare. Il governo Meloni sta studiando un piano che coinvolge Ministero della Salute, Difesa e Infrastrutture, che ha portato all’istituzione di un tavolo tecnico interministeriale che si è già riunito un paio di volte dall’estate e ha avviato le prime interlocuzioni per definire una strategia sulla resilienza in campo sanitario. Mentre cresce la tensione per il conflitto russo-ucraino e gli scenari geopolitici si fanno sempre più instabili, in Europa diversi Paesi si attrezzano a non voler più lasciare nulla al caso sul fronte della sanità in tempo di guerra: aggiornano i piani di crisi, definiscono protocolli congiunti tra enti civili e Difesa, individuano strutture e reparti alternativi da attivare in caso di emergenza per essere pronti a fronteggiare l’imprevedibile. Francia e Germania hanno già avviato misure concrete. A Parigi, una circolare del ministero della Salute ha chiesto alle agenzie sanitarie regionali di predisporre, in collaborazione con la Difesa, strutture straordinarie capaci di gestire un afflusso massiccio di feriti, civili e militari, in caso di escalation. Berlino, dal canto suo, lavora a un piano nazionale di difesa civile che mira a preparare gli ospedali all’eventualità di un conflitto su larga scala, con programmi di formazione specifici per il personale medico: dal trattamento di ferite da esplosione a traumi complessi e amputazioni, fino alla definizione di criteri rigorosi per garantire la continuità dell’assistenza anche in condizioni estreme.

L’Italia non è rimasta a guardare e con un apposito decreto di aprile scorso (che attua il Dlgs 134/2024 a sua volta in attuazione della direttiva europea 2022/2557) ha istituito un tavolo tecnico al ministero della Salute presso l’ufficio di gabinetto, un organismo con dieci componenti, con l’obiettivo di «definire una strategia sulla resilienza in campo sanitario che stabilisca ruoli e responsabilità dell’insieme degli organi, istituzioni ed enti coinvolti» nella predisposizione di piani e misure per la gestione di emergenze sanitarie su vasta scala. Il piano prevede anche scenari validi non solo di guerra “frontale”, ma anche in presenza di eventi CRBN (Chimici, radiologici, biologici e nucleari) oppure, in ipotesi di attivazione degli articoli 3 e 5 del Trattato Atlantico (cioè, l’impegno collettivo previsto per i Paesi membri della NATO). Fra le linee guida che emergono dalle discussioni c’è l’idea di rafforzare la collaborazione fra sanità civile e medica militare, definire catene di comando chiare in situazioni estreme, attivare esercitazioni congiunte e percorsi formativi che preparino il personale ad affrontare traumi di guerra, grandi evacuazioni, collegamenti con ospedali da campo o strutture esterne. Si discute anche di tre fasi operative: accoglienza dell’arrivo delle truppe (o del coinvolgimento militare), mobilità interna in caso di crisi, partecipazione in missioni all’estero con eventuale rientro per le cure. Rimangono ancora diverse questioni aperte. Non è chiaro quali ospedali saranno designati come poli di riferimento per la gestione del trauma da guerra su vasta scala, né come sarà  definito l’assetto di risorse, personale e reparti specializzati. Alcune strutture (ospedali come il Niguarda di Milano) che già operano in emergenze nazionali sono citate come possibili hub, ma serve trasparenza sugli standard che si chiederanno, su come verranno integrate le risorse militari con quelle civili, e su quanto rapido possa essere il passaggio da uno stato “regolare” a uno di emergenza. Difficoltà maggiori sono previste nella definizione delle responsabilità fra ministeri, regioni, Protezione civile, Difesa e altre agenzie, così come nella reperibilità di fondi straordinari e nell’adeguamento infrastrutturale (adeguamenti strutturali, sistemi antibomba, reparti CRBN, presidi mobili).

In un clima crescente di militarizzazione e di tensione prebellica, l’Italia, costretta a rincorrere gli esempi di Francia e Germania, si muove dentro un paradosso evidente: da anni si tagliano fondi, posti letto e personale alla sanità pubblica, mentre oggi si invoca la necessità di approntare ospedali da guerra, addestrare medici a traumi bellici e predisporre protocolli per scenari da conflitto mondiale. Invece di rafforzare davvero la sanità pubblica e di restituirle risorse, il governo preferisce seguire i diktat europei e atlantici, adattando la popolazione a un orizzonte di paura e rassegnazione. Il nostro Paese si trova ora di fronte a una sfida che è innanzitutto politica: far maturare nella popolazione la persuasione che, pur non essendo in guerra, il rischio esiste e la preparazione preventiva è un esercizio necessario. È l’ennesimo cortocircuito che rivela come il paradigma emergenziale sia ormai la chiave con cui si governa la società: ogni pretesto viene sfruttato per inoculare paura e per spingere i cittadini ad accettare misure eccezionali come se fossero inevitabili. Il rischio è che l’opinione pubblica venga trascinata in un clima di psicosi permanente: prima il Covid, ora la guerra. Lo schema si ripete identico, tra stati d’eccezione e narrazioni apocalittiche, fino a rendere l’emergenza una condizione permanente. Il vero pericolo, però, non è solo la guerra che incombe, ma la guerra psicologica che prepara i cittadini a viverla come destino ineluttabile.

L’assedio finale a Gaza City: tank israeliani la circondano, 300mila palestinesi in fuga

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L’esercito israeliano sta intensificando il proprio assalto a Gaza City, bombardando a tappeto edifici residenziali, oltre che le tende nei campi di sfollati, costringendo alla fuga centinaia di migliaia di persone. Solamente questa mattina, circa venti persone persone, inclusi diversi bambini, sono state uccise in attacchi contro il campo di al-Mawasi, a ovest di Gaza City, e contro due abitazioni in Al-Jalaa Street, mentre numerosi sono i feriti (incluso un bambino) dei bombardamenti sul quartiere di Remal. Pesanti bombardamenti sono stati registrati anche a Shujayea, a ovest della città. Fonti militari avrebbero riferito ai media che tank israeliani stanno circondando la città, pronti a lanciare l’assalto finale. Nel frattempo, la carestia causata da Israele sta continuando a uccidere, con oltre 420 persone morte di fame ad oggi.

Secondo quanto riferito dall’ufficio stampa del governo di Gaza, l’IDF sta lanciando attacchi senza sosta contro edifici residenziali, prendendo di mira la popolazione civile. Solamente nella giornata di ieri, domenica 14 settembre, almeno 16 edifici sono stati distrutti dai bombardamenti. Secondo Al Jazeera, a Gaza City sono presenti ancora circa 900 mila persone, ma il numero diminuisce rapidamente: diversi media riportanto che oltre 300 mila persone hanno abbandonato la città per via dell’intensificarsi degli attacchi condotti nel finesettimana, dirigendosi verso il Sud della Striscia. Lo stesso ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha definito Gaza City una «torre di carte» e postato alcuni video dell’IDF che distrugge edifici nella città, commentando che «lo skyline di Gaza sta cambiando». Commentando le immagini del crollo di un palazzo, Katz ha riferito: «L’uragano continua a colpire Gaza. La torre del terrore Burj al-Nour crolla e gli abitanti di Gaza sono costretti a evacuare e spostarsi verso sud».

L’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi, ha riferito in una lettera che «nessuno» e «nessun luogo» è sicuro a Gaza. Gli attacchi aerei nel nord della Striscia si stanno intensificando, riporta l’agenzia, creando un numero sempre maggiore di sfollati, costretti a muoversi «verso l’ignoto». Solamente negli ultimi giorni, 10 strutture dell’UNRWA sono state colpite dai bombardamenti a Gaza City, tra le quali «sette scuole e due cliniche attualmente utilizzate come rifugi per migliaia di sfollati». Nel frattempo, «siamo stati costretti a interrompere l’assistenza sanitaria nel campo di Beach, l’unica struttura sanitaria disponibile a nord di Wadi Gaza», mentre «i nostri servizi essenziali di approvvigionamento idrico e igienico-sanitari funzionano ora solo a metà della loro capacità».

Nel frattempo, il segretario di Stato Marco Rubio si è recato in visita in Israele, dove ha incontrato il primo ministro Benjamin Netanyahu per discutere dei prossimi passi dopo l’attacco israeliano contro l’ufficio politico di Hamas a Doha di venerdì 12 settembre. Prima di recarsi a Tel Aviv, Rubio ha riferito che l’obiettivo del suo viaggio sarebbe stato «garantire il ritorno degli ostaggi, trovare il modo di garantire che gli aiuti umanitari raggiungano i civili e affrontare la minaccia rappresentata da Hamas», il quale «non può continuare a esistere se l’obiettivo è la pace nella regione». Dal canto suo, Netanyahu ha riferito che le relazioni tra USA e Israele «non sono mai state così solide». Nel frattempo, diversi leader del mondo arabo-islamico, incluso il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, stanno arrivando a Doha per discutere una risposta ufficiale dopo l’attacco israeliano.

Germania, elezioni comunali: tiene la CDU, cresce l’ultradestra

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Alle elezioni comunali di domenica in Renania Settentrionale-Vestfalia, la CDU del cancelliere Friedrich Merz si è confermata primo partito con circa il 33%, stabile rispetto a cinque anni fa. Il voto, il primo sotto il governo Merz, è stato interpretato come test politico nazionale. L’AfD ha registrato una crescita significativa, passando dal 5 al 15%, risultato rilevante in un Land occidentale. I Socialdemocratici, principale partito di centrosinistra e partner della coalizione di governo, sono scesi dal 24 al 22%, mentre i Verdi hanno perso terreno dal 20 al 13%. In lieve rialzo la Sinistra (Die Linke), ora attorno al 5%.

In Messico i giaguari stanno aumentando, allontanando il pericolo di estinzione

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giaguaro

In Messico, la popolazione di giaguari è aumentata del 33% in quindici anni. Un dato incoraggiante, se si considera che la specie è ancora classificata come a rischio estinzione. Secondo i risultati diffusi dalla Alianza Nacional para la Conservacion del Jaguar (ANCJ, Alleanza Nazionale per la Conservazione del Giaguaro), nel 2024 sono stati registrati 5.326 esemplari in libertà. Nel 2010 erano poco meno di 4.000. Il risultato è stato raggiunto grazie a tre fattori principali: il successo delle campagne di sensibilizzazione, il mantenimento delle aree naturali protette e la riduzione della lor...

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USA-Venezuela, Washington muove F-35 a Porto Rico

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Continua a crescere la tensione tra Stati Uniti e Venezuela. Gli USA hanno schierato cinque caccia F-35 a Porto Rico, come parte del dispiegamento ordinato dal presidente Trump nei Caraibi per rafforzare le operazioni contro il traffico di droga. Caracas ha risposto accusando Washington di aver sequestrato un peschereccio venezuelano e ha definito la missione “una provocazione militare inaccettabile”. Il governo venezuelano ha chiesto spiegazioni formali e minacciato rappresaglie diplomatiche se non verranno restituiti il natante e l’equipaggio. All’inizio di settembre l’esercito degli Stati Uniti aveva sparato contro un’imbarcazione partita dal Venezuela e sospettata dalla Casa Bianca di trasportare droga, uccidendo 11 persone.

Cassazione: annullato licenziamento Stefano Puzzer, leader portuali Trieste

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La Cassazione ha annullato il licenziamento di Stefano Puzzer, portuale di Trieste e leader delle proteste contro il Green Pass del 2021. La Suprema Corte ha stabilito che le motivazioni presentate dall’Autorità portuale non giustificavano la misura adottata. Il caso torna ora alla Corte d’Appello di Venezia, che dovrà decidere se disporre o meno il reintegro. Puzzer, noto per il suo ruolo nelle manifestazioni che portarono Trieste al centro dell’attenzione nazionale, aveva contestato il provvedimento fin dall’inizio. Con questa decisione la Cassazione apre la strada a un nuovo esame della vicenda, che potrebbe avere conseguenze anche in altri procedimenti simili. In attesa del giudizio di merito, resta sospesa la posizione lavorativa dell’ex sindacalista portuale, che ha definito la pronuncia un riconoscimento delle proprie ragioni e di quelle di chi partecipò alle mobilitazioni.

La linea MAGA sta spingendo i Paesi non allineati tra le braccia della Cina

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Make America Great Again (MAGA) non è più soltanto uno slogan elettorale, ma la bussola che orienta la politica estera statunitense. Dazi, sanzioni, richiami alla sovranità giudiziaria di altri Paesi e una retorica aggressiva verso alleati e partner commerciali mostrano come il MAGA non sia esclusivamente una forma di “populismo interno”, bensì una strategia che incide direttamente sugli equilibri globali. Le sue ricadute si manifestano, infatti, in un effetto domino: Stati che per decenni hanno oscillato tra Washington e Pechino oggi tendono sempre più a guardare verso la Cina, avvicinandos...

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Nepal: nominata nuova prima ministra Sushila Karki

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