Per decenni quella del Páramo dello stratovulcano Antisana, a sud-est della capitale Quito, è stata considerata e trattata come un’area da sfruttare: pascoli intensivi, incendi, terreni compattati dal passaggio continuo di mandrie. Oggi, lo stesso paesaggio mostra segni evidenti di rigenerazione. A partire dal 2010, il Governo locale e l’azienda idrica della capitale hanno iniziato un processo graduale ma determinato di ripristino ambientale, acquistando terreni da allevatori e rimuovendo gli animali non autoctoni. Azioni che in poco tempo hanno permesso all’ecosistema e ai suoi abitanti di ri...
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Le ultime navi della Global Sumud Flotilla sono pronte per unirsi al convoglio partito il 31 agosto in direzione di Gaza, con lo scopo di portare aiuti umanitari nella Striscia. Cinquanta imbarcazioni, settecento attivisti in viaggio, e trecento tonnellate di aiutiumanitari raccolte in cinque giorni nella sola città di Genova: è questo l’ingente movimento che proverà ancora una volta a rompere l’assedio israeliano a Gaza. L’iniziativa costituisce il più grande sforzo umanitario di sempre per raggiungere la Palestina via mare, per arrivare là dove i governi non vogliono arrivare. Israele, dal canto suo, ha già preparato un piano per bloccare il convoglio e impedirgli di raggiungere la Striscia, affermando senza mezzi termini che gli attivisti a bordo delle navi verranno trattati come «terroristi». Abbiamo parlato della missione con Maria Elena Delia, portavoce del movimento in Italia.
Come è nata l’iniziativa della Global Sumud Flotillla? Quali sono gli scopi e il messaggio politico che c’è dietro?
L’iniziativa della Global Sumud Flotilla è nata al ritorno della Global March to Gaza, a metà giugno, quando migliaia di persone provenienti da tutto il mondo hanno cercato di marciare pacificamente verso il valico di Rafah, dove fino a qualche mese fa entravano gli aiuti umanitari. Tornati dall’Egitto, ci siamo resi conto che un risultato l’avevamo ottenuto: si era creato nuovamente un enorme e coeso movimento internazionale, che oggi si chiama Global Movement to Gaza. Visto che non siamo riusciti ad aprire un corridoio umanitario via terra, abbiamo pensato di riaprirlo via mare, come dal 2008 prova a fare la Freedom Flotilla Coalition. La differenza con le precedenti missioni della Freedom Flotilla è la dimensione: se prima a provare ad arrivare a Gaza erano una o due barche, in questo caso le barche saranno quasi 50 con a bordo tra le 600 e 700 persone. Il numero di partecipanti dà l’idea del messaggio politico che vogliamo lanciare a quei governi e quelle istituzioni che stanno in silenzio da quasi due anni: i cittadini non sono più disposti a non fare niente, anche a costo di intraprendere in prima persona una missione pericolosa. L’obiettivo è semplice: dire no al genocidio, rompere il blocco di Gaza, e chiedere a gran voce la riapertura dei corridoi umanitari istituzionali.
I detrattori dell’iniziativa sostengono che la missione sarebbe velleitaria, che non servirebbe a niente. C’è anche chi l’ha criticata per la scarsa presenza di palestinesi a bordo, come a ipotizzare che non vi sia il consenso palestinese. Come rispondete alle critiche?
In verità uno dei fautori dell’iniziativa è palestinese; e in barca di palestinesi ce ne sono diversi. Poi è ovvio, è una iniziativa che parte da un movimento che raduna persone di tutto il mondo: europei, nordafricani, persone del Sudest asiatico, del Sud America… ci sono rappresentanti da più di 44 Paesi del mondo. È poi vero che è una iniziativa che non parte dalla Palestina, ma quali sono le iniziative umanitarie di questi detrattori che lo fanno? Se invece vogliamo andare a ragionare sull’efficacia, posso dire che è dal 1948 che per la Palestina va sempre peggio: evidentemente anche tutte le altre modalità di intervento non sono riuscite a ottenere qualcosa. Le barche della Freedom Flotilla provano a fare quello che stiamo facendo noi dal 2008; in quell’agosto si riuscì a rompere l’assedio di Gaza. Se dobbiamo stare a dire che tanto non serve a niente, allora rimaniamo davanti alla televisione a non fare nulla.
A proposito del messaggio politico di cui parlavamo prima: come rappresentanza italiana avete avuto un confronto con il governo italiano o con il ministero degli Esteri?
No, nessuno si è fatto sentire; mi preme ricordare che noi stiamo per compiere una iniziativa del tutto legale, perché le acque in cui navigheremo sono internazionali. Non c’è alcun bisogno di contattare il governo. Certo, ci aspettavamo che dopo le dichiarazioni del ministro della Sicurezza nazionale israeliano, Ben Gvir, che ha detto che gli attivisti a bordo delle navi saranno trattati alla stregua di terroristi, ci arrivasse una chiamata di sostegno da parte del nostro governo, ma non è ancora arrivata. Naturalmente speriamo che nel momento in cui dei cittadini italiani si dovessero trovare nella piena legittimità delle loro azioni a essere sequestrati e incarcerati, il nostro esecutivo, che ha il dovere di proteggerci e di tutelarci, si muova per farlo.
E come movimento globale? Quei leader internazionali che sono generalmente percepiti come sostenitori della causa hanno mostrato apertura per fornire una qualche forma di supporto?
La maggior parte dei Governi ha taciuto, come a fornire un lasciapassare a Israele per agire indisturbata. Però c’è chi ha sostenuto la lotta dal basso pubblicamente. Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha dichiarato che la Spagna farà di tutto per proteggere e tutelare i suoi cittadini a bordo delle imbarcazioni. Anche il presidente colombiano Gustavo Petro ha inviato un messaggio di solidarietà, così come il governo malese, da sempre al fianco della questione palestinese. Non si tratta di aiuti “concreti” come potrebbe essere un finanziamento, ma sono dichiarazioni politiche forti, specialmente di fronte a quanto detto da Ben Gvir. Anche perché una volta che sono state rilasciate pubblicamente, si è tenuti a onorarle.
Riguardo alle dichiarazioni di Ben Gvir: se doveste venire intercettati, come vi comportereste?
Io stessa in questo momento sto svolgendo un training obbligatorio di comportamento non violento assieme agli attivisti che partiranno dalla Sicilia. Noi siamo nel giusto, siamo nella legalità. Insomma, non faremmo niente. Non forzeremmo nulla, ma ci fermeremmo e ci limiteremmo ad alzare le mani; e se ci dovessero chiedere di tornare indietro ci rifiuteremmo, perché Israele non ha la potestà di imporre le proprie decisioni in acque internazionali. Dopodiché, sono i nostri governi a dovere intervenire e a dovere dire che noi abbiamo tutto il diritto di andare avanti, perché altrimenti si crea un precedente pericoloso: il problema non siamo noi, il problema è che nel momento in cui si concede a uno Stato di contravvenire a una regola che tutti gli altri Paesi devono rispettare, si crea una iniquità, uno squilibrio. Oggi tocca ai palestinesi, domani chissà a chi.
C’è qualcosa che volete comunicare a tutti coloro che vi hanno sostenuto e che rimarranno a terra?
L’unica cosa che mi sento di aggiungere è che, al di là di ogni retorica, l’ondata di solidarietà che abbiamo riscontrato ci ha davvero sconvolto positivamente. E come facciamo ogni volta che possiamo, chiediamo a tutte e a tutti di sostenerci nel momento in cui le comunicazioni dovessero saltare o se dovesse succedere qualcosa a queste barche. Non per noi, ma per il fatto che siamo strumenti al servizio dei palestinesi: scendete in piazza, chiedete a chi di dovere di intervenire quando noi non potremo farlo perché ci avranno bloccato le comunicazioni. Tutti insieme, forse, ce la possiamo fare.
Un giudice federale statunitense ha bloccato il dispiegamento della guardia nazionale nello Stato della California, sospendendolo fino al 12 settembre. L’iniziativa era stata promossa dall’amministrazione Trump lo scorso giugno, ed era già stata contestata dai tribunali californiani. Con essa, Trump aveva ordinato a 4.000 soldati della guardia nazionale e a 700 membri della marina statunitense di recarsi a Los Angeles con lo scopo dichiarato di combattere la criminalità e contrastare l’immigrazione.
Oltre mille ebrei ungheresi hanno una lanciato una lettera aperta per denunciare il massacro di Israele in Palestina. La lettera è stata inizialmente firmata da 300 persone, per poi venire pubblicata e resa aperta a tutti. Essa intende colmare il vuoto nel dibattito pubblico ungherese, e fornire una posizione diversa da quella sostenuta dal presidente Orbán, fortemente schierato dalla parte di Israele. In Ungheria, «le manifestazioni vengono vietate, le opinioni delle organizzazioni internazionali ignorate, la stampa indipendente attaccata», si legge nella lettera. In questo contesto, continua, le voci critiche nei confronti dello Stato ebraico vengono silenziate e tacciate di antisemitismo. «Non si può continuare così». L’iniziativa ungherese si colloca all’interno di una sempre più vasta presa di coscienza da parte delle comunità ebraiche del mondo, che intendono criticare le aggressioni israeliane in Palestina e mostrare solidarietà alla popolazione araba.
La lettera degli ebrei ungheresi prova a proporre un’alternativa alle posizioni espresse dalle autorità del Paese e dai rappresentanti della comunità ebraica ungheresi. Nei suoi contenuti esprime solidarietà nei confronti di tutte le persone coinvolte nel conflitto in Palestina e critica i massacri condotti dall’esercito israeliano e le posizioni espresse dall’attuale esecutivo, prendendovi le distanze. L’Ungheria, si legge nella lettera, vieta manifestazioni per la pace, ignora i rapporti delle organizzazioni umanitarie, attacca chi racconta i massacri israeliani in Palestina, ed è solidamente schierata a favore di Netanyahu. Il Paese, ricorda la lettera, si è ritirato dalla Corte Penale Internazionale per permettere al premier israeliano di entrare nel Paese, ed è privo di piattaforme impegnate a creare un dibattito reale sulla questione palestinese. «Inoltre, negli ultimi mesi, hanno attivamente rifiutato gli inviti di personalità ebraiche che non rappresentano la posizione del governo estremista israeliano».
I firmatari intendono cambiare la narrazione dominante all’interno del Paese e mostrare solidarietà alla popolazione palestinese. «Criticare le azioni del governo israeliano in un dato momento non equivale ad antisemitismo, ma è un valore e un interesse democratico». Paradossalmente, si legge, è proprio questa sovrapposizione tra le critiche a Israele e l’odio verso gli ebrei che «contribuisce alla crescita dell’antisemitismo». Il contenuto della lettera cerca di porsi in una posizione mediana ed evita di usare parole come “genocidio” e “apartheid”. Una delle promotrici ha spiegato che la scelta di non usare tali termini è voluta, proprio perché l’iniziativa è stata pensata per aprire le porte a una posizione diversa da quella che sembra l’unica presente nel Paese. Malgrado i toni edulcorati della lettera, i suoi firmatari hanno scatenato un’ondata di sdegno in tutti i principali canali mediatici del Paese e sono stati attaccati e definiti “sostenitori di Hamas”. «La tempesta di critiche che abbiamo scatenato dimostra che c’era davvero bisogno di questa voce, che fino ad ora non c’era stata, almeno pubblicamente», ha affermato l’attivista.
L’iniziativa degli ebrei ungheresi è una delle tante che interessa le varie comunità ebraiche del mondo, che negli ultimi mesi stanno prendendo sempre più piede. In Israele, Standing Together, movimento di base che riunisce nella lotta contro l’occupazione militare dei territori palestinesi e la discriminazione razziale le comunità araba e ebrea, ha organizzato diverse marce per la pace; dopo le critiche a Francesca Albanese, diversi gruppi ebraici hanno sottoscritto una dichiarazione condivisa in cui prendono una posizione netta a difesa dell’esperta, contestando l’uso strumentale delle critiche per “antisemitismo” che le vengono rivolte. All’interno della società israeliana ci sono inoltre politici che parlano apertamente di genocidio, come Ofer Cassif, da tempo attivo per i diritti del popolo palestinese, che è stato silenziato più volte per avere criticato i massacri israeliani in Palestina.
L’episodio del presunto incidente dell’aereo di Ursula von der Leyen, che avrebbe perso il segnale GPS durante l’avvicinamento a Plovdiv, in Bulgaria, è diventato in poche ore un caso mediatico internazionale. La Bulgarian Air Traffic Services Authority ha confermato l’incidente in una dichiarazione al Financial Times, sottolineando che dal febbraio 2022 si è registrato un aumento significativo di episodi di jamming e spoofing GPS, tecniche che disturbano o bloccano i segnali satellitari. La cronaca di un’anomalia tecnica si è trasformata, nei titoli di giornali e agenzie, in una sentenza geopolitica che non lasciava spazio al dubbio: dietro c’è la mano di Mosca. I media italiani e internazionali hanno rilanciato con toni drammatici la notizia dell’“attacco elettronico” russo contro il volo che trasportava Ursula von der Leyen in Bulgaria parlando apertamente di una “guerra ibrida” di Mosca.
Senza attendere verifiche tecniche né rapporti ufficiali, testate come AP, Reuters, Guardian, The Timese Al Jazeera hanno pubblicato articoli che attribuivano la responsabilità alle “interferenze russe”, spesso senza nemmeno usare i condizionali d’obbligo, dando per scontata la matrice moscovita. La stessa linea è stata replicata a cascata da gran parte della stampa occidentale. Anche in Italia, il tam-tam è stato immediato: titoli e sottotitoli parlavano di “attacco deliberato”, “jamming russo”, “provocazione”. Ansa ha titolato “I russi mandano in tilt il Gps del volo di von der Leyen, Mosca: ‘Noi non c’entriamo’”, senza usare condizionali, limitandosi a inserire la smentita del Cremlino. Dogmatico Avvenire: “Attacco informatico russo all’aereo di Von der Leyen, Mosca nega”. Corriere della Sera, il Giornale e Repubblica hanno pubblicato titoli che attribuivano senz’altro la responsabilità a Mosca: “Interferenze Gps dei russi, l’aereo di von der Leyen costretto ad atterrare con le mappe cartacee in Bulgaria”; “Interferenze Gps dei russi, l’aereo di von der Leyen costretto ad atterrare. Il capo dell’esercito tedesco: ‘Colpito anche io’” e “In tilt il volo di von der Leyen. “Un atto di cyberguerra”, a Bruxelles i sospetti su Mosca”, mentre La Stampa ha cavalcato l’onda parlando di “Attacchi elettronici, cresce l’allarme anche in Italia”. Il Sole 24 ore evoca l'”ombra della Russia” e dà per scontato che fantomatici hacker abbiano manomesso il GPS dell’aereo. Nessun segno grafico che suggerisca cautela, nessuna formula dubitativa, nessuna distanza dalle accuse formulate dalle autorità bulgare. Il meccanismo è sempre lo stesso: partire da un sospetto formulato dalle autorità bulgare e trasformarlo in verità assodata, senza fornire alcuna evidenza tecnica.
Eppure, i fatti raccontano un’altra storia. Non esistono rapporti tecnici ufficiali che attestino l’avvenuto disturbo. Non sono state diffuse informazioni sulle frequenze colpite, sulla durata del presunto blackout né sulla tipologia di jammer utilizzato. Non c’è stata alcuna inchiesta internazionale indipendente che abbia confermato le accuse di Sofia. Il velivolo, peraltro, ha continuato a trasmettere regolarmente fino all’atterraggio, senza alcuna deviazione significativa né procedure d’emergenza. Ma nei titoli a nove colonne, la narrazione si è cristallizzata immediatamente: la Russia è colpevole, punto. A gettare ulteriore luce (e scompiglio) è intervenuto un attore insospettabile: Flightradar24. Il servizio che monitora i voli civili e militari in tempo reale ha ricordato che il transponder dell’aereo ha segnalato un valore NIC buono, ovvero una qualità costante del segnale GPS, dal decollo fino all’atterraggio. Sul proprio account ufficiale X, ha precisato: “Alcuni rapporti affermano che l’aereo è stato in un circuito di attesa per 1 ora. Questo è ciò che possiamo dedurre dai nostri dati. Il volo era programmato per durare 1 ora e 48 minuti. Ha impiegato 1 ora e 57 minuti. Il transponder dell’aereo ha segnalato una buona qualità del segnale GPS dal decollo all’atterraggio”. E ancora: “Il segnale del transponder trasmesso dall’aereo contiene un valore NIC. Il valore NIC codifica la qualità e la coerenza dei dati di navigazione ricevuti dall’aereo. Flightradar24 utilizza questi valori NIC per creare la mappa delle interferenze GPS su https://flightradar24.com/data/gps-jamming Il volo con Ursula von der Leyen a bordo ha trasmesso un buon valore NIC dal decollo all’atterraggio”. In altre parole, non c’è traccia di un’interruzione tale da compromettere la navigazione. Un’informazione cruciale, che smentisce la ricostruzione della Commissione europea e del Financial Times secondo cui l’aereo avrebbe atteso più di un’ora per atterrare, completamente ignorata da gran parte dei media che avevano già confezionato la narrativa dell’attacco russo.
Post pubblicato dall’account ufficiale di Flightradar24 su X
Il punto non è negare l’esistenza del jamming. È noto che la Russia, come altri Paesi, abbia già utilizzato tecniche di disturbo in teatri come il Baltico, la Siria e l’Ucraina. In quei casi, le interferenze sono state documentate da analisi tecniche indipendenti, con dati chiari e verificabili. Nel caso del volo di von der Leyen, invece, non c’è nulla di tutto questo. Solo dichiarazioni, sospetti e titoli trasformati in granitiche certezze. Questo episodio è l’ennesima conferma di come la stampa mainstream operi: un evento incerto diventa immediatamente il tassello di un mosaico geopolitico preconfezionato. Non si tratta di fare l’avvocato del diavolo della Russia, ma di rilevare come i princìpi del giornalismo – verifica delle fonti, uso del condizionale, distinzione tra fatti e interpretazioni – vengano spesso sacrificati in nome della propaganda. Mentre i cittadini si ritrovano bombardati da titoli allarmistici, i dati tecnici restano nell’ombra e il dubbio, elemento fondante del pensiero critico, viene sostituito da una convinzione costruita ad arte: il colpevole è sempre lo stesso, Mosca.
Il documento denominato Gaza Reconstitution, Economic Acceleration and Transformation Trust (GREAT Trust), propone la completa trasformazione della Striscia di Gaza in un hub turistico e tecnologico di lusso. Il piano è stato elaborato da alcuni degli stessi israeliani che hanno creato e avviato la controversa Gaza Humanitarian Foundation(GHF), sostenuta da Stati Uniti e Israele, mentre la pianificazione finanziaria è stata curata da un gruppo che all’epoca lavorava per il Boston Consulting Group. L’immaginario proposto dal documento è quello di una Gaza proiettata verso un futuro scintillante, con skyline ispirati a Dubai, distretti digitali hi-tech, centri congressuali, parchi urbani e resort balneari destinati a un turismo globale. La devastazione attuale viene cancellata e sostituita con una vetrina di modernità e investimenti. In realtà, leggendo con attenzione le 38 pagine del documento, si scopre che la sua premessa fondamentale è il trasferimento “volontario” di circa due milioni di palestinesi presentata come scelta opzionale, ma che nei fatti equivale a una deportazione soft, resa possibile dall’uso di incentivi economici in un contesto di devastazione totale. Il progetto GREAT Trust è un’operazione di ingegneria demografica travestita da ricostruzione. La sua logica non è quella della rinascita, ma della sostituzione: i palestinesi vengono spinti a lasciare la loro terra sotto la pressione di incentivi che mascherano un contesto coercitivo, mentre Gaza viene ridisegnata come parco giochi per investitori, startup e turisti.
La “Trump Gaza Riviera”
Il presidente Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in un incontro alla Casa Bianca. Luglio 2025
Non è chiaro se la proposta dettagliata e completa del GREAT Trust sia ciò che l’amministrazione Trump ha in mente, ma stando a fonti interpellate dal Washington Post, che ha reso pubblico il piano, alcuni elementi importanti della pianificazione sarebbero stati specificamente progettati per realizzare la visione del presidente americano di una “Riviera del Medio Oriente”. Dopo la promessa della Casa Bianca di possedere e “riqualificare” Gaza, spingendosi oltre il linguaggio diplomatico e rivendicando un ruolo diretto di appropriazione e trasformazione del territorio, il 26 febbraio, Trump pubblicò sul suo social Truth un video generato dall’intelligenza artificiale che divenne virale: in quella clip, battezzata “Trump Gaza”, appariva una versione surreale della Striscia completamente reinventata come resort di lusso sul modello di Dubai. Le immagini mostravano Trump e Netanyahu rilassati in costume da bagno, una statua dorata del presidente stagliata sul lungomare, Elon Musk che ballava mentre dal cielo piovevano banconote, e figure grottesche di uomini barbuti che danzavano in abiti da spiaggia. Quella rappresentazione, concepita inizialmente come satira, finì per assumere il valore di manifesto politico e fornì di fatto una cornice visiva e narrativa al progetto. Da quel momento, un gruppo di imprenditori israeliani cominciò a lavorare per tradurre la suggestione in un piano concreto. A guidare l’iniziativa furono Michael Eisenberg, imprenditore israelo-americano noto nel settore del venture capital, e Liran Tancman, ex ufficiale dell’intelligence militare israeliana, i quali mobilitarono reti economiche e politiche per dare sostanza alla “Riviera di Gaza”. Entro la primavera, la gestione passò anche a un team del Boston Consulting Group con sede a Washington, che nel frattempo era stato incaricato dal principale appaltatore statunitense di predisporre il programma umanitario per la distribuzione alimentare sotto l’egida della Gaza Humanitarian Foundation (GHF). A quel punto, il BCG cominciò a lavorare a modelli finanziari dettagliati e a scenari urbanistici, formalizzando la proposta sotto il nome di GREAT Trust e trasformando l’utopia mediatica di un video virale in un progetto economico-politico dal respiro internazionale.
Le proposte nel dettaglio
Il piano prospettato per il GREAT Trust sembra realizzare sulla carta la visione futuristica di Trump. Il documento immagina che Gaza, una volta disarmata e privata di Hamas, passi inizialmente sotto la custodia bilaterale di Stati Uniti e Israele, per poi evolvere verso una forma di amministrazione fiduciaria multilaterale. L’architettura finanziaria si basa su un investimento pubblico compreso tra 70 e 100 miliardi di dollari, finalizzato ad attirare ulteriori 35-65 miliardi di capitale privato. L’obiettivo dichiarato è la creazione di resort di lusso sul modello di Dubai, smart city integrate con sistemi digitali avanzati, distretti industriali ad alta tecnologia e infrastrutture idriche e logistiche estese fino al Sinai. Il tutto viene presentato come parte integrante della cornice regionale degli Accordi di Abramo e del corridoio economico IMEC, volto a ridisegnare le connessioni tra Mediterraneo e Golfo. A chi possiede un terreno, il trust offrirebbe un token digitalein cambio del diritto di riqualificare la propria proprietà, da utilizzare per finanziare una nuova vita altrove o eventualmente riscattabile per un appartamento in una delle sei-otto nuove “smart-cities, basate sull’intelligenza artificiale”, che saranno costruite sulle macerie di Gaza. Ogni palestinese che scegliesse di andarsene riceverebbe un pagamento in contanti di 5.000 dollari e sussidi per coprire quattro anni di affitto altrove, oltre a un anno di cibo.
Dal punto di vista operativo, il piano prevede un meccanismo di land trust basato sulla tokenizzazione immobiliare: i proprietari palestinesi dovrebbero trasferire i diritti sulle loro terre ricevendo in cambio token digitali, che costituirebbero una sorta di indennizzo investibile e, teoricamente, utilizzabile per accedere alle nuove proprietà nella futura Gaza “ricostruita”. Il documento calcola che in dieci anni l’economia locale potrebbe crescere di undici volte rispetto ai livelli del 2022, con un prodotto interno lordo che passerebbe da 2,7 miliardi a oltre 30 miliardi di dollari, la creazione di un milione di posti di lavoro diretti e indiretti, la costruzione di 13.000 nuovi posti letto ospedalieri e un tasso di scolarizzazione infantile superiore all’85%. Si parla di un valore complessivo della nuova Gaza di oltre 300 miliardi di dollari e di ritorni economici stimati in 385 miliardi per gli investitori, a fronte dei 100 miliardi inizialmente immessi. Il documento non dimentica i vantaggi geopolitici: consolidare la posizione degli Stati Uniti nel Mediterraneo orientale, rafforzare l’architettura abramitica e garantire accesso privilegiato alle immense risorse di terre rare del Golfo, stimate in 1,3 trilioni di dollari.
La finta volontarietà del trasferimento
L’ex Primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin, Bill Clinton e l’ex Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Yasser Arafat durante la firma degli Accordi di Oslo, il 13 settembre 1993.
Il Washington Post evidenzia che “i promotori del trust sostengono che, in base alla dottrina consuetudinaria del diritto internazionale dell’uti possidetis juris e ai limiti all’autonomia palestinese previsti dagli accordi di Oslo del 1993, Israele ha il controllo amministrativo sui territori occupati e il potere di cederli”. Il documento non fa alcun riferimento a un’eventuale istituzione di uno Stato palestinese, ma parla della posizione di Gaza “al crocevia” di quella che diventerà una regione “filoamericana”, che darà agli Stati Uniti accesso alle risorse energetiche e ai minerali essenziali. Israele manterrebbe “i diritti generali per soddisfare le proprie esigenze di sicurezza” durante il primo anno del piano, mentre quasi tutta la sicurezza interna sarebbe assicurata da non meglio specificati “TCN” (cittadini di Paesi terzi) e da contractor militari privati occidentali. Il loro ruolo si ridurrebbe gradualmente nell’arco di un decennio, con l’avvento di una “polizia locale” addestrata. L’allontanamento dei palestinesi da Gaza – attraverso la persuasione, la compensazione o la forza – è stato oggetto di dibattito nella politica israeliana fin da quando Gaza fu strappata al controllo egiziano e occupata da Israele nella guerra del 1967. Uno degli aspetti più controversi del piano riguarda, infatti, la cosiddetta “volontarietà” del trasferimento tramite incentivi. Parlare di scelta libera in un contesto di distruzione generalizzata, fame e assenza di prospettive equivale a una distorsione semantica: quando l’unica alternativa al trasferimento è sopravvivere tra macerie e carestia, l’opzione diventa un obbligo mascherato. Non a caso, la stessa Corte Penale Internazionale ha stabilito che in un ambiente coattivo il consenso è giuridicamente nullo.
Pulizia etnica mascherata
Il piano GREAT Trust, pur presentandosi come progetto di sviluppo e di ricostruzione, rientra perfettamente nella definizione di “pulizia etnica mascherata”. La promessa di resort e startup non cancella la realtà di una spoliazione pianificata. Non è necessario l’uso di violenza diretta per configurare tale reato: basta un dispositivo sistematico che modifichi deliberatamente la composizione demografica di un territorio. Qui l’obiettivo è chiaro: svuotare Gaza della sua popolazione originaria, ricollocandola altrove con il pretesto della “volontarietà” e sostituendola con una nuova realtà urbana e turistica destinata a investitori, turisti e aziende internazionali. Dal punto di vista giuridico, il trasferimento di massa della popolazione occupata costituisce un crimine di guerra secondo l’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra e un crimine contro l’umanità ai sensi dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale.
L’aspetto “criminale” del GREAT Trust non è solo un giudizio morale o politico, ma prettamente giuridico. Il progetto contrasta con i princìpi inderogabili del diritto internazionale, a partire dal divieto di acquisizione territoriale e dal diritto dei popoli all’autodeterminazione sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. La struttura di governance prevista, una custodia esterna di lungo periodo senza alcun riconoscimento della sovranità palestinese, è una forma aggiornata di amministrazione coloniale. La trasformazione dei diritti fondamentali in strumenti finanziari, attraverso il meccanismo della tokenizzazione immobiliare, rivela una mercificazione radicale del legame con la terra, che viene svuotato di significato storico e politico per essere ridotto a un asset speculativo e potrebbe rappresentare, inoltre, un pericoloso precedente replicabile su larga scala. In questo quadro, il piano non è solo illegittimo, ma configurabile come crimine internazionale, sia per i trasferimenti forzati, sia per l’imposizione di una governance esterna su un territorio occupato.
Intanto, mentre infuria la polemica per il piano per il futuro di Gaza, la più grande associazione accademica al mondo di studiosi del genocidio ha approvato una risoluzione in cui si afferma che sono stati soddisfatti i criteri legali per stabilire che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza. Lo ha dichiarato la presidente dell’International Association of Genocide Scholars (Iags) Mary O’Brien, docente di diritto internazionale alla University of Western Australia. L’86% di coloro che hanno votato tra i 500 membri dello IAGS ha appoggiato la risoluzione, che dichiara che «le politiche e le azioni di Israele a Gaza» soddisfano la definizione legale stabilita nell’articolo II della Convenzione delle Nazioni Unite sul genocidio del 1948.
Continuano le proteste del popolo indonesiano nell’isola di Giava. Nella giornata di oggi, martedì 2 settembre, si sono verificati scontri tra studenti e forze di polizia a Bandung, una delle maggiori città della regione. Gli scontri sono scoppiati nei pressi dei campus dell’Università Islamica di Bandung, e dell’Università di Pasundan, dove le forze di polizia hanno lanciato gas lacrimogeni sulla folla, che stava bloccando una strada. Le proteste in Indonesia vanno avanti da tempo, ma sono scoppiate con maggior vigore la scorsa settimana, dopo che la polizia ha investito un conducente di taxi su motociclo, uccidendolo. I manifestanti criticano gli elevati sussidi ai parlamentari, che ritengono corrotti.
Il numero di detenuti nelle carceri ha ufficialmente superato le 63 mila unità, a fronte di una capacità reale di 46.705. A darne notizia è il segretario generare di UILPA Polizia Penitenziaria, Gennarino de Fazio, che riporta l’accento su di una problematica strutturale del nostro sistema per la quale il termine emergenza suona ormai inadatto. Il sovraffollamento reale sfiora così il 135% ma, come sottolinea il sindacato, si tratta solamente di un valore medio, che conta picchi che superano di molto il 200% di presenze.
Nell’ultimo report dell’associazione per i diritti dei detenuti Antigone, denominato Senza respiro (i cui dati si riferiscono ad aprile 2025), sono infatti stati registrati picchi di superamento della capienza massima del 220% – è il caso del carcere di Milano San Vittore, cui segue quello di Foggia (212%) e Lucca (205%). Secondo Antigone, 58 carceri su 189 (un terzo del totale) ha un tasso di sovraffollamento pari al 150%. Numeri che crescono esponenzialmente nell’analisi del garante nazionale dei detenuti, pubblicata a fine maggio 2025, la quale riporta che sono 157 (l’83% del totale) gli istituti in condizioni di sovraffollamento, 63 quelli dove il tasso supera il 150%. Nel carcere di Lucca, riporta il garante, il tasso di sovraffollamento arriva a superare il 236%. E negli ultimi mesi, stando ai dati UILPA, la situazione non ha fatto che peggiorare.
Del totale dei detenuti, un terzo si trova in un istituto penitenziario per reati legati alla droga, 16 mila per aver commesso reati minori. Nel giugno di quest’anno, i garanti hanno chiesto al governo che per questi ultimi sia autorizzato l’indulto (o, in alternativa, una liberazione anticipata speciale), manovra che allenterebbe notevolmente la pressione sulle carceri. Il governo, però, sembra avere altri progetti: alla fine di luglio è stato infatti annunciato il nuovo piano carceri, nel quale ci si propone in primo luogo di costruire nuovi edifici per i detenuti, con l’obiettivo di aumentare la capienza complessiva del sistema penitenziario di circa 10 mila unità. Gli interventi in programma sono in tutto 60, 30 dei quali ancora da iniziare.
Eppure, una delle problematiche determinanti per tale livello di sovraffollamento è proprio la fatiscenza delle strutture già esistenti: secondo l’analisi del garante, a fronte di una capienza regolamentare di 51.285 posti, quelli effettivamente disponibili si riducono a 46.706 (4.579 posti in meno). Questo dipende dall’inagibilità di numerose camere di pernottamento – in alcuni casi, di intere sezioni detentive. Metà dei posti che il governo intende rendere disponibili, dunque, andranno a coprire il buco attualmente esistente per via della mancata manutenzione delle strutture. Inoltre, secondo il parere di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, rivolgersi all’edilizia per risolvere i problemi delle carceri è un escamotage di lunga data, che rischia di «aggravare la situazione del sistema penitenziario».
Come scrive il garante, «il sovraffollamento degli istituti penitenziari non può essere definito una emergenza, ma piuttosto una costante del sistema penitenziario, che solo in alcuni momenti ha subito una deflazione esemplare». E, con l’attuale governo, si sta assistendo a un rapido aumento della popolazione carceraria soprattutto a causa dell’approvazione di norme che introducono nuovi reati e aggravano le pene per quelli esistenti. Si tratta del decreto Sicurezza, che introduce 14 nuove fattispecie di reato, ma anche il decreto Caivano, che sta contribuendo ad aumentare drasticamente la popolazione carceraria minorile. In quest’ambito, l’Italia è passata dal costituire un modello a livello europeo a ritrovarsi ora a dover affrontare il problema del sovraffollamento anche negli istituti minorili.
E se è vero che il 2024 è stato l’anno nero dei suicidi, con 91 detenuti che si sono tolti la vita – dato mai registrato fino ad ora -, il 2025 non promette di essere migliore. Sono già 57 i detenuti e 3 gli operatori che si sono tolti la vita nei primi otto mesi di quest’anno, denuncia UILPA. D’altronde, un numero tanto alto di ristretti non si registrava dal 2013, quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato il nostro Paese per i trattamenti inumani e degradanti generalizzati all’interno delle case circondariali dello Stivale – proprio a causa, nemmeno a dirlo, del sovraffollamento diffuso.
Il ministro degli Esteri del Belgio, Maxime Prevot, ha annunciato che il Paese riconoscerà lo Stato di Palestina in occasione dell’apertura del prossimo ciclo dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Prevot ha inoltre dichiarato che «al governo israeliano verranno imposte sanzioni severe», e che il Belgio si muoverà per esercitare maggiore pressione su Tel Aviv. L’annuncio di Prevot segue una serie di analoghe dichiarazioni rilasciate nel corso dell’estate dai leader di diversi Paesi. A inaugurarli è stato il presidente francese Macron che è stato seguito da Regno Unito, Canada, Australia e Portogallo.
Mentre l’ipotesi di un incontro a tre tra Putin, Zelensky e Trump inizia a svanire, l’Unione Europea sembra avere bene in mente come fornire all’Ucraina le tanto discusse “garanzie” per frenare eventuali attacchi russi: inviare truppe comunitarie. A dirlo è stata la presidente della Commissione Ursula von der Leyen nel corso del suo tour degli Stati orientali dell’Unione, in cui ha annunciato anche un potenziamento degli investimenti nel settore bellico. Von der Leyen ha affermato che l’Unione ha una «chiara tabella di marcia» per l’eventuale invio di soldati a Kiev una volta terminata la guerra. Secondo i piani dell’UE, le truppe verrebbero coordinate da Francia e Regno Unito e troverebbero il supporto logistico degli Stati Uniti; Berlino, invece, si è detta contraria, mentre l’Italia sembra pronta a inviare sul campo i propri sminatori e a fornire supporto esterno. L’annuncio di von der Leyen arriva mentre i leader comunitari si preparano per il prossimo incontro sulla questione ucraina, previsto il prossimo giovedì a Parigi.
Le dichiarazioni di von der Leyen sono arrivate nel corso di una intervista al quotidiano statunitense Financial Times. Von der Leyen ha detto al quotidiano che i leader europei hanno in mente «piani piuttosto precisi» per potenziali dispiegamenti militari in Ucraina come principale “garanzia di sicurezza” post-bellica, punto focale delle richieste di Kiev; il piano, sostiene la presidente, avrebbe il supporto degli USA, e sarebbe stato discusso nel corso dell’ultimo incontro alla Casa Bianca tra Trump, Zelensky e i vertici dei principali Paesi europei: «Il presidente Trump ci ha rassicurato che ci sarà una presenza americana come parte del sostegno», ha affermato; «è stato molto chiaro e ce lo ha ripetutamente confermato». Le truppe dovrebbero includere decine di migliaia di personale a guida europea, mentre gli Stati Uniti fornirebbero supporto di diverso tipo, tra sistemi di comando e controllo, e risorse di intelligence e sorveglianza. Parallelamente, l’UE sta esplorando nuovi modi per finanziare le forze armate ucraine.
«Schierare le truppe è una delle decisioni sovrane più importanti di una nazione» ha ammesso la stessa presidente. Effettivamente, non tutti gli Stati sembrano pronti a dispiegare i propri soldati con leggerezza: il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, ha criticato duramente von der Leyen per le sue dichiarazioni, e i Paesi dell’Europa orientale, tra cui la Polonia, non vogliono essere coinvolti per timore di essere trascinati in un conflitto con la Russia. Anche Spagna e Grecia sembrano poco convinte. L’Italia, invece, ha detto di non volere inviare soldati in Ucraina, ma ha dato disponibilità a spedire sminatori, fornire sorveglianza aerea, e addestrare i soldati ucraini fuori dal Paese. L’annuncio di von der Leyen arriva qualche giorno prima di un incontro tra i leader europei per parlare proprio della questione ucraina. Il vertice si terrà giovedì 4 settembre a Parigi, e dovrebbe vedere la partecipazione del cancelliere tedesco Friedrich Merz, del primo ministro britannico Keir Starmer, del segretario generale della NATO Mark Rutte e della stessa von der Leyen. La premier italiana Giorgia Meloni non dovrebbe essere presente in Francia, perché ha in piano di ricevere il presidente polacco, ma non è escluso che si colleghi da remoto.
Nel corso dell’intervista, von der Leyen ha parlato anche del piano di riarmo, affermando che l’UE sta studiando un modo per aumentare i propri investimenti interni. A dirlo è stato anche il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa, che ha affermato che l’UE sta lavorando per rafforzare le proprie industrie e allo stesso tempo intensificare il commercio di armi. Anche secondo la presidenza danese di turno rafforzare l’industria della difesa europea sarebbe fondamentale; per farlo, ritiene vada implementato il processo di semplificazione della burocrazia in modo da velocizzare gli investimenti.
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