venerdì 16 Gennaio 2026
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Francia: Macron si aggrappa al potere dopo la caduta del terzo governo in un anno

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Dopo poco meno di un anno dall’inizio della legislatura, in Francia è caduto il terzo governo. Il crollo dell’esecutivo è avvenuto in seguito a un voto di fiducia presso l’Assemblea Nazionale, richiesto dallo stesso primo ministro Bayrou per forzare l’approvazione della contestata legge finanziaria. La proposta di bilancio prevedeva, tra le varie cose, il congelamento delle spese sociali, e contro di essa si era scagliata l’intera opposizione, dalla destra di Le Pen alla sinistra di Mélenchon. Nei giorni che hanno preceduto il voto, le opposizioni hanno chiesto a Macron di indire nuove elezioni, ma il presidente ha già annunciato che accetterà le dimissioni di Bayrou e che assegnerà l’incarico a qualcun altro. Tiene, insomma, la presidenza Macron, che tuttavia ora si trova con poche carte tra le mani e un Paese in piena crisi economica.

Il voto di fiducia al governo Bayrou si è tenuto ieri, lunedì 8 ottobre, alle 19. Dopo una discussione di 4 ore, il parlamento ha approvato la caduta del governo con 364 voti, mentre Bayrou ha preso 194 voti a suo sostegno (15 gli astenuti). La fiducia riguardava la manovra finanziaria, con la quale Bayrou proponeva un «anno bianco» nelle specie sociali, con un congelamento delle spese e dei finanziamenti sociali, un accorpamento di diversi bonus previdenziali in un assegno unico, un taglio ai giorni di ferie e un aumento delle franchigie mediche. Lo scopo dichiarato era quello di «dire “stop al debito”». Contro la proposta si sono scagliati sia a destra che a sinistra; i partiti dell’opposizione, tuttavia, hanno opinioni diverse sulla direzione che dovrebbe prendere il Paese in questo momento.

A destra, la leader del Rassemblement National (singolo partito che coi suoi 123 parlamentari conta il maggior numero di seggi in Assemblea) Marine Le Pen chiede lo scioglimento del parlamento e l’indizione di nuove elezioni, sostenendo che la chiamata alle urne sia ormai «un obbligo, e non più una opzione». Mélenchon, capo del principale partito della coalizione di sinistra (Nouveau Front Populaire), La France Insoumise (71 seggi), si è spinto ancora oltre, chiedendo direttamente le dimissioni di Macron da presidente della Repubblica. Socialisti (66 seggi) ed Ecologisti (38 seggi), rispettivamente secondo e terzo partito dell’NFP, invece, chiedono a Macron di assegnare l’incarico di formare un governo alla sinistra, rivendicando la vittoria delle elezioni parlamentari dell’anno scorso. Infine, il Partito Comunista (16 seggi), quarta forza della coalizione, è rimasto vago.

Macron ha sempre rifiutato in maniera netta l’opzione di dimettersi. Il presidente, inoltre, ha affermato che non intende sciogliere l’Assemblea e che assegnerà l’incarico a qualcun altro nei prossimi giorni, dopo essersi consultato con i vari partiti. Nonostante i rifiuti di abbandonare il proprio posto e di sciogliere il parlamento, a Macron restano poche opzioni. Il presidente può assegnare l’incarico alla sinistra come richiesto da Socialisti ed Ecologisti, ma Mélenchon si è detto apertamente contrario, criticando i propri alleati di coalizione. Può provare a sfruttare le momentanee divergenze interne dell’NFP, tentando di formare un esecutivo centrista aperto alla presenza dei Socialisti; i media francesi ripresentano ciclicamente questa opzione a ogni crisi di governo, perché considerano Olivier Faure, il leader del partito, più vicino a Macron di quanto non lo sia Mélenchon; lo stesso Faure, tuttavia, ha detto di volere formare un governo di minoranza con soli rappresentanti di sinistra, escludendo esplicitamente un appoggio macroniano. Il presidente può anche guardare al Rassemblement National, ma per quanto i suoi leader non si siano espressi in merito, le parole di Le Pen sembrano non lasciare spazio a una esplorazione dell’incarico; in generale, tale opzione sembra la più irrealizzabile, a causa delle storiche resistenze francesi nei confronti di un ipotetico governo di destra.

Macron, infine, può cercare di formare un altro governo di minoranza di centro, formato dai parlamentari del proprio partito e dal centrodestra repubblicano; tanto il governo Bayrou quanto quello del suo predecessore, Michel Barnier, godevano infatti del sostegno esterno del Rassemblement National, che, pur non appoggiandoli, non vi si opponeva come la sinistra. La formazione di un governo centrista perseguirebbe lo stesso scopo dei suoi predecessori, ossia quello di escludere dalla guida dell’esecutivo la sinistra e la destra, cercando al contempo di non scontentare almeno una delle due parti. Le richieste del Rassemblement National e le parole di Le Pen, tuttavia, sembrano andare contro tale opzione.

Corruzione, ai domiciliari il coordinatore di Forza Italia a Caserta

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Il sindaco di Arienzo e coordinatore provinciale di Forza Italia, Giuseppe Guida, è stato posto ai domiciliari nell’ambito di un’inchiesta della Dda di Napoli su corruzione, turbativa d’asta e riciclaggio che ha portato a 17 misure cautelari. Coinvolto anche l’imprenditore dei rifiuti ed ex consigliere regionale Nicola Ferraro, già condannato per concorso esterno in camorra, per il quale è stato disposto il carcere. Indagati inoltre l’ex direttore generale dell’Asl di Caserta Amedeo Blasotti e l’ex consigliere regionale Luigi Bosco, oggi in Azione: per entrambi il Gip ha respinto le misure richieste.

L’arte al tempo dell’intelligenza artificiale

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L’autrice fantasy Joanna Maciejewska ha scritto, all’inizio del 2024, in un post affidato ai social «Voglio un’IA che mi faccia il bucato e lavi i piatti, così da potermi dedicare all’arte e alla scrittura; non un’IA che mi sostituisca nell’arte e nella scrittura, costringendomi a fare il bucato e lavare i piatti». La sua osservazione, tanto semplice quanto incisiva, ha trovato eco in un giornalista del magazine inglese Edge, che l’ha riportata nel numero cartaceo di luglio. Sostenendone il messaggio, alcuni lettori hanno fotografato l’estratto e lo hanno quindi condiviso online. Così, un cont...

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È morto lo scrittore Stefano Benni

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Oggi, martedì 9 settembre, è morto Stefano Benni. Benni, 78 anni, nato a Bologna, era uno degli scrittori più noti nel panorama letterario italiano, conosciuto per avere scritto i romanzi “La Compagnia dei Celestini”, “Margherita Dolcevita”, e l’antologia di raccolte “Bar Sport”. I libri di Benni sono stati tradotti in più di 30 lingue, e negli ultimi anni della sua attività ha scritto racconti inediti tradotti dalla rivista araba Al Doha. Nella sua carriera, Benni ha lavorato anche come drammaturgo e sceneggiatore, e ha collaborato con diverse riviste e giornali, tra cui periodici satirici. Questa vena ironica era centrale nella sua poetica, fatta di luoghi immaginari che spesso rappresentavano criticamente la società italiana.

L’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione totale e immediata di Gaza City

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L’esercito israeliano ha ordinato ai cittadini di Gaza City di abbandonare la città. L’ordine è rivolto «a tutti i residenti di Gaza City e di tutti i suoi quartieri, dalla Città Vecchia e da Tuffah a est fino al mare a ovest», che, secondo le stime, dovrebbero corrispondere a circa 1,2 milioni di persone. Ai cittadini è stato ordinato di dirigersi a sud, verso il campo profughi di Al Mawasi, nel Governatorato di Khan Younis, passando attraverso l’asse Rashid (lunga strada costiera che connette il centro di Gaza City a Khan Younis). Questo ultimo ordine di evacuazione rappresenta il primo dei passi fondamentali per portare a compimento il piano di invasione della capitale della Striscia approvato recentemente; con esso, Israele intende spingere in massa la popolazione gazawi verso sud, occupando il resto della Striscia e spianando il terreno attraverso la demolizione mirata delle abitazioni.

L’ordine di evacuazione totale di Gaza City è stato annunciato oggi dal portavoce delle IDF in lingua araba, Avichay Adraee, alle 7 italiane. Dopo l’annuncio, l’esercito ha iniziato a lanciare volantini di avviso in tutta la città, distribuendoli attraverso gli aerei. In questo momento non è chiaro quante persone abitino nella capitale; stando alle ultime stime e dichiarazioni della Protezione Civile della Striscia, tuttavia, dovrebbero esserci circa 1,2 milioni di persone. Secondo il quotidiano israeliano Israel Hayom, tra le 100mila e le 300mila persone potrebbero rimanere a Gaza City. Il maxi-ordine di evacuazione dalla capitale è stato emanato nell’ambito del piano Gedeone 2 di occupazione totale della città. Esso prevede la distruzione di tutti i 51.544 edifici residenziali di Gaza City, per livellare la città e accelerare lo sfollamento forzato della popolazione palestinese. In questi giorni, l’esercito sta prendendo di mira specialmente le torri abitative, che contengono decine di appartamenti; Netanyahu sostiene che finora siano state demolite 50 torri.

Nel frattempo, continuano le aggressioni nel resto della Striscia: dall’alba di oggi, Israele ha ucciso almeno 11 persone e altre 6 persone sono morte per carestia. Dall’escalation del 7 ottobre, Israele ha distrutto, danneggiato o reso inutilizzabile il 92% delle case (l’ultimo aggiornamento è di agosto 2025), l’83% delle terre coltivabili e il 71% delle serre (i dati più recenti sono di aprile 2025), il 91,8% delle scuole (dato aggiornato all’8 luglio 2025), l’89% delle strutture idriche (febbraio 2025) e, in generale, il 78% di tutte le strutture della Striscia (8 luglio 2025); la metà esatta degli ospedali risultano funzionanti (31 agosto 2025), e l’86,5% del territorio della Striscia è sotto ordine di evacuazione o interdetto ai civili. In totale, l’esercito israeliano ha inoltre ucciso direttamente almeno 64.522 persone, anche se il numero totale dei morti potrebbe superare le centinaia di migliaia, come sostenuto da un articolo della rivista scientifica The Lancet e da una lettera di medici volontari nella Striscia.

Messico, incidente tra treno e autobus: 10 morti e 61 feriti

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In Messico si è verificato un incidente tra un treno merci e un autobus passeggeri a due piani, che ha provocato la morte di dieci persone e il ferimento di altre 61. Secondo le autorità messicane, alcuni dei feriti erano in gravi condizioni. La collisione è avvenuta in una zona industriale sull’autostrada che collega Atlacomulco, una città a circa 115 km a nord-ovest della capitale Città del Messico, e Maravatio, nello Atato di Michoacán. Secondo l’operatore ferroviario, l’autobus stava tentando di passare davanti al treno in movimento; tale versione non è stata ancora confermata da fonti ufficiali.

Un’imbarcazione della Global Sumud Flotilla è stata attaccata da un drone

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Intorno alle 23.30 di ieri sera, lunedì 8 settembre (mezzanotte e mezza in Italia), la Family Boat, una delle imbarcazioni principali della Global Sumud Flotilla, è stata attaccata da un drone mentre si trovava nel porto di Tunisi. L’equipaggio dell’imbarcazione, che batte bandiera portoghese, è in salvo, ma il mezzo ha registrato diversi danni. Le autorità tunisine hanno in un primo momento categoricamente escluso che si trattasse di un attacco con droni, parlando di un malfunzionamento a bordo, ma le dichiarazioni sono state subito smentite dalle immagini delle telecamere di sicurezza diffuse dall’equipaggio della flotta. Per questi ultimi, non vi è dubbio che dietro le operazioni vi sia Israele.

A bordo della Family Boat si trovano i membri del Comitato Direttivo della missione, come Greta Thunberg, Ysemin Acar e Thiago Avila. Il ministro dell’Interno tunisino, citato dai media, ha subito dichiarato che le ipotesi di un attacco con droni non avessero «alcuna base veritiera», tuttavia i video mostrano chiaramente un oggetto infuocato cadere sul lato dell’imbarcazione principale. In un video diffuso da Francesca Albanese, presente sul luogo perchè residente a Tunisi, si sente distintamente il ronzio di quello che potrebbe essere a tutti gli effetti un drone, poco prima che le fiamme si sviluppassero sul lato dell’imbarcazione. «Sono qui in qualità di esperto indipendente e quello che ho trovato è molto shock, perchè a quanto pare la nave principale della Flotilla è stata attaccata da un drone. Ovviamente dovrà tutto essere verificato, ma c’è una storia di attacchi alla Flotilla da parte di Israele» ha dichiarato Albanese. «Se verrà confermato che si tratta di un attacco con droni, allora si tratterebbe di una aggressione contro la Tunisia e la sua sovranità. Si tratta di un comportamento che non possiamo continuare a tollerare e a normalizzare». In passato, infatti, Israele aveva già attaccato con droni e dirottato un’imbarcazione della Freedom Flotilla che tentava di arrivare a Gaza per portare aiuti umanitari, per poi sequestrarne l’equipaggio e trattenerne illegalmente alcuni membri in prigione per alcuni giorni.

«Lo abbiamo detto molte volte: azioni di questo tipo non ci fermeranno» ha dichiarato Saif Abukeshek, attivista palestinese imbarcato con la missione, già tra gli organizzatori della Global March to Gaza, «finchè l’equipaggio è al sicuro, continueremo a cercare di rompere l’assedio a Gaza». La Global Sumud Flotilla è una missione civile composta da decine di imbarcazioni provenienti da oltre 40 Paesi, che intende arrivare a Gaza per portare tonnellate di aiuti umanitari alla popolazione e rompere l’assedio di Israele, che da due anni sta portando avanti un genocidio.

Sono pochi i governi e le istituzioni che si sono pronunciati per dichiarare apertamente la protezione dei civili salpati con la flotta. E tra tutti, la Commissione UE ha fatto sapere in maniera chiara ed esplicita che «non incoraggiamo la Flotilla e le azioni di questo genere», in quanto rischiano di «portare a un’escalation» oltre a mettere a rischio la vita delle persone che si trovano sulle imbarcazioni (anche se «questo non significa che gli attacchi alla Flotilla siano giustificati»). La miglior maniera per consegnare gli aiuti umanitari, ha dichiarato Eva Hrncirova, portavoce della Commissione, è dunque «attraverso i nostri canali istituzionali». La risposta da parte dei membri della missione non si è fatta attendere: «ci spiace che un’istituzione che dovrebbe rappresentare tutti noi europei non faccia altro che ripetere le posizioni di sempre, senza riuscire ad andare oltre il perimetro politico dell’inconsistenza», riporta un comunicato. Il suggerimento di fare affidamento ad altri canali, già avanzato nei giorni scorsi dalla presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, viene duramente criticato: «la Hrnicirova ha dichiarato che stanno cercando di aumentare il numero di camion che entrano a Gaza, ma dovrebbe essere a conoscenza del fatto che se prima del 7 ottobre ogni giorno entravano a Gaza 500 camion di aiuti (circa 15 mila al mese), da inizio anno ad oggi ne sono entrati circa 1.400 in totale, nessun camion tra marzo e maggio, da quando Israele ha impunemente violato il cessate il fuoco».

Regno Unito: chiusa la fabbrica di armi al centro delle proteste di Palestine Action

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La fabbrica di armi Elbit Systems UK a Bristol, una delle sedi britanniche della più grande azienda bellica israeliana, ha cessato le attività. A rivelare la notizia è stato il quotidiano inglese The Guardian, che nei giorni scorsi ha visitato il sito, trovandolo completamente deserto, eccezion fatta per una guardia di sicurezza all’ingresso. Nessun annuncio ufficiale da parte dell’azienda, ma l’immobilità del sito alimenta l’ipotesi di una chiusura definitiva. Attiva dal 2019 (con prospettive di durata almeno fino al 2029) la sede di Bristol era uno dei principali bersagli delle azioni dirett...

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Un rapporto ONU ha definito la gestazione per altri una “violenza globale”

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L’ultimo rapporto della relatrice speciale ONU contro la violenza di genere si concentra specificamente sulla gestazione per altri (GPA), ovvero la pratica per la quale una donna si assume l’obbligo di portare a termine una gravidanza per conto di una coppia sterile, impegnandosi poi a consegnarle il nascituro. Nel rapporto, la relatrice definisce la pratica come una violenza che riguarda tutte le parti in gioco e, in particolare, le madri surrogate. Trattandosi spesso di donne giovani o giovanissime provenienti da Paesi poveri o contesti economici svantaggiosi, queste sono spesso prive di ogni forma di tutela e si trovano a subire forme di violenza tanto psicologica, quanto economica, fisica e riproduttiva. Di fatto, scrive la relatrice speciale, la GPA replica rapporti di forza impari di matrice razzista e post-coloniale, nei quali coppie occidentali facoltose pagano per una pratica che compromette il benessere delle gestanti, fino a metterne a rischio la vita stessa. Tuttavia, come esplicitamente riportato nel rapporto, il fattore di rischio primario per le donne rimane, come in molti altri contesti, l’assenza di una normativa chiara e definita, che non lasci spazio a zone grige e, quindi, a pratiche di sfruttamento.

Un mercato in crescita

L’approccio alla GPA varia enormemente a seconda dei contesti: mentre alcuni Paesi (tra i quali l’Italia) hanno criminalizzato in toto la pratica, altri la ammettono tanto in forma commerciale (la madre surrogata riceve un compenso che va oltre il rimborso delle spese mediche) quanto altruistica (la pratica viene portata a termine a titolo gratuito, garantendo alla gestante solamente il rimborso delle spese mediche). In ogni caso, segnala la relatrice Reem Alsalem, la richiesta di GPA nel mondo è in costante aumento a causa dell’aumento di coppie sterili o che, per motivi personali, scelgono di non voler portare a termine una gravidanza. La copertura mediatica crescente, inoltre, sta facendo sì che sempre più donne ne vengano a conoscenza. Si tratta di un mercato talmente prolifico che si prevede che, dai 15 milioni di dollari attuali, entro il 2033 arriverà a valere quasi 100 milioni. Tuttavia, nei contesti in cui la pratica avviene dietro percezione di un compenso, i contorni che la regolano sono spesso porosi e lasciano spazio ad una lunga serie di violenze che coinvolgono in primo luogo la gestante, ma anche le coppie committenti e i bambini stessi. La dinamica è pressochè sempre la stessa: coppie di persone facoltose che cercano madri surrogate in Paesi dove la pratica è consentita – per lo più zone del mondo in condizioni economiche svantaggiate.

A rendere problematica la pratica è, innanzitutto, la scarsissima mole di studi circa gli effetti della GPA sulle parti in causa. Se da un lato si sottovaluta il peso sociale dell’infertilità sulle madri committenti, che spesso sono soggette a pressioni esterne in merito al compimento di quello che viene percepito come il loro ruolo sociale primario (diventare madre, per l’appunto), dall’altro non si sono indagate a sufficienza le conseguenze, sul nascituro, della separazione prematura dalla madre partoriente, fattore che potrebbe avere un impatto sul suo sviluppo futuro. Secondo il rapporto, infatti, gli studi disponibili mostrano che i bambini concepiti con GPA spesso nascono prematuri e con peso inferiore alla media, oltre ad essre maggiormente a rischio di difetti congeniti.

Molteplici forme di violenza

Ma è sulle madri surrogate che si riversano le conseguenze più gravi della GPA dietro compenso. La violenza è, in primo luogo, economica: secondo il report, infatti, sono i mediatori a guadagnare la cifra maggiore dalla transazione, mentre le madri surrogate (spesso donne giovani o giovanissime, che hanno già avuto un figlio e si trovano in condizioni di necessità economica) ricevono una cifra che va dal 10% al 27,5% del totale pagato dai genitori. Le madri non vengono inoltre informate in maniera adeguata circa il disagio arrecato dalle iniezioni quotidiane di ormoni, delle complicazioni legate all’anestesia e della complessità emotiva di rinunciare a un figlio biologico, oltre che dei rischi per la salute derivanti dall’assunzione di un elevato numero di farmaci che permettano un esito positivo della fecondazione. Molte delle madri surrogate, inoltre, hanno riferito di non aver ricevuto assistenza medica adeguata dopo la donazione. Questo si verifica, in particolare, in Paesi poveri come il Nepal o l’India, dove i cesarei vengono organizzati senza tener conto delle difficoltà post-operatorie che possono riguardare le donne, soprattutto quelle povere residenti in zone rurali. I rischi si moltiplicano quando le donne provengono da Paesi senza una regolamentazione sulla GPA, che rende più frequente l’accesso a pratiche clandestine che mettono a rischio la vita delle gestanti. Di contro, segnala la relatrice, negli Stati dove la GPA è permessa la procedura assume per lo più la forma di un accordo tra privati, nella quale lo Stato è di fatto assente – fattore che lascia le madri surrogate senza tutele.

«Negli accordi commerciali di maternità surrogata – scrive la relatrice – viene attribuito un valore monetario alla capacità delle donne di concepire e dare alla luce bambini sani, il che rafforza gli squilibri di potere dannosi in cui le persone e le entità con maggiori mezzi economici esercitano il controllo sulla capacità delle donne di rimanere incinte e partorire». In questo contesto si promuove anche un linguaggio disumanizzante nei confronti della madre, che diventa «matrice» o «utero in affitto» o «incubatrice che sviluppa cellule».

Per tutti questi motivi, scrive la relatrice, la GPA è da configurarsi come una pratica di sfruttamento e violenza contro le donne e i bambini, che «mercifica il corpo delle donne ed espone le madri surrogate e i bambini a gravi violazioni dei diritti umani». Per questo, raccomanda ai governi che la pratica sia vietata a livello universale e che siano prese tutte le misure necessarie per impedire che vi si faccia ricorso. Nel rapporto viene fatto l’esempio dell’Italia, che lo scorso hanno ha dichiarato la GPA «reato universale», che mira a criminalizzare l’accesso alla pratica anche all’estero – una legge secondo molti giuristi fumosa e imprecisa dal punto di vista tecnico.

I problemi di una regolamentazione assente

Da quanto si evince dal rapporto, tuttavia, a costituire un problema centrale è la mancanza di una regolamentazione chiara e specifica, che tuteli le donne in maniera adeguata. Il fatto che quello della GPA costituisca un mercato in crescita e le possibilità economiche che ne derivano indicano che le donne vi fanno sempre più accesso, a prescindere dalla legalità o meno della pratica. E al di là dei giudizi di valore, la monetizzazione del proprio corpo è da tempo prassi comune nell’attuale sistema economico capitalistico – basti pensare al sex work: dove regolamentato, ha ridotto di molto il rischio di sfruttamento delle donne. Parlare di «mercificazione del corpo della donna», inoltre, allontana l’idea che si tratti di una libera scelta della donna. Come dimostrato in molti altri ambiti (si pensi alla prostituzione, ma anche al consumo di droghe o all’aborto), la criminalizzazione non si è mai dimostrata una scelta vincente nella risoluzione del problema. A dimostrarlo vi è il fatto che, come riportato nello stesso report dell’ONU, le donne cercano di avervi accesso anche nei Paesi dove la pratica è considerata illegale, rischiando solamente di incorrere in maggiori rischi per la propria salute poichè non adeguatamente tutelate.

Va sottolineato, inoltre, come in molti Paesi – Canada, Danimarca, Paesi Bassi, Gran Bretagna, India, Ungheria, Cipro, Israele e Australia, oltre che in diversi Stati USA – la pratica sia autorizzata esclusivamente in forma altruistica, ovvero senza prevedere compenso per la gestante (solamente il rimborso delle spese mediche). Sembra una contraddizione, in questo caso, applicare i concetti di coercizione e mercificazione del corpo della donna, dal momento che la pratica si sottrae a qualsiasi intento economico.

Francia: il governo è caduto

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Il governo francese del premier Baryou è caduto. Il crollo dell’esecutivo, il terzo nel corso di questa legislatura, iniziata appena un anno fa, è avvenuto in seguito a un voto di fiducia presso l’Assemblea Nazionale. In sede di votazione, Bayrou ha preso 194 voti favorevoli e 364 contrari. Il voto era stato richiesto dallo stesso Bayrou, per forzare la contestata legge finanziaria; contro di essa si era scagliata l’intera opposizione, dalla destra di Le Pen alla sinistra di Mélenchon. La proposta di bilancio prevedeva, tra le varie cose, il congelamento delle spese sociali, tagli ai sussidi, e un innalzamento delle franchigie mediche.