La corsa dell’oro non si ferma: i futures con scadenza dicembre hanno superato per la prima volta la soglia dei 4.000 dollari l’oncia, attestandosi a circa 4.006 dollari. Contestualmente, il prezzo spot si avvicina anch’esso a quota 3.982 dollari, con un rialzo dello 0,57%. Dietro il rally si celano incertezze globali: lo shutdown negli Stati Uniti, le tensioni geopolitiche, la guerra commerciale dei dazi, le turbolenze politiche in Francia e le attese sui tagli ai tassi da parte della Fed sono tra i fattori principali che alimentano la domanda del metallo come bene rifugio.
“Il diritto internazionale conta fino a un certo punto” e altre amenità dette dal ministro Tajani
In un Paese come l’Italia, la cui capitale dà il nome a uno dei più importanti trattati costitutivi della legge internazionale, ci si aspetterebbe che il rispetto del diritto internazionale funga da punto di riferimento centrale nella delineazione della politica estera nazionale. Eppure, non sembra essere così. «Il diritto internazionale conta fino a un certo punto», ha detto infatti il vicepremier Antonio Tajani, che ricopre quella carica che la politica estera del Paese dovrebbe dettarla. Una dichiarazione a dir poco controversa che ha scatenato diverse polemiche, ma che certamente non è la prima a venire rilasciata dall’autodefinitosi «ministro degli Esteri più sfigato della storia», specialmente quando si tratta di Palestina. Le coste di Gaza sono «territorio israeliano», lo Stato palestinese non può essere riconosciuto «perché non esiste», e nonostante le sanzioni statunitensi l’Italia non fornirà assistenza alla Relatrice speciale ONU per la Palestina Francesca Albanese, perché «non è stata sanzionata come cittadina italiana».
L’ultima dichiarazione di Tajani è stata rilasciata dal ministro degli Esteri durante una puntata del programma televisivo Porta a Porta. Tajani stava parlando del fermo che la marina israeliana ha imposto alle navi della Global Sumud Flotilla, e sul ruolo che l’Italia ha giocato nella tutela degli attivisti arrestati. Il ministro ha detto che l’Italia ha chiesto a Israele di abbordare le navi senza usare violenza, e di «non intercettarle in acque internazionali»; l’operazione, tuttavia, è avvenuta proprio in acque internazionali. Dalla sala è dunque giunta una domanda di chiarimento a riguardo. «Sì, credo che sia avvenuto in acque internazionali, ma molto vicino alla zona dove c’è il blocco navale», ha detto Tajani titubante. Perché il blocco navale, secondo il ministro, comincerebbe in acque internazionali. Interrogato sulla sua personale posizione riguardo alla legittimità del blocco, Tajani ha iniziato un giro di parole che è stato prontamente interrotto dal conduttore. Ripreso il discorso, Tajani ha tagliato corto: «Comunque quello che dice il diritto è importante fino a un certo punto. Lì c’è un’area di guerra. Israele non poteva permettere che qualcuno violasse il blocco navale perché sarebbe stato un segno di debolezza» e avrebbe favorito Hamas.
Le dichiarazioni del ministro hanno scatenato una ondata di polemiche, ma non sono le prime a destare scalpore. Sempre parlando della Flotilla, Tajani sosteneva che la missione avrebbe provocato una reazione di Israele perché prevedeva di entrare nel territorio dello Stato ebraico; le navi della Flotilla tuttavia navigavano in acque internazionali e contavano di sbarcare sui litorali gazawi, ossia in acque che il diritto internazionale riconosce alla Palestina. Il territorio marittimo palestinese è infatti tracciato in una dichiarazione del 2019, che risponde alle disposizioni della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNLOCS), di cui la Palestina è firmataria dal 2015; la UNLOCS è il principale trattato internazionale che regola la gestione dei territori marittimi e riconosce come parte del territorio degli Stati tutte le acque entro le 12 miglia dalla costa. L’Italia stessa ha ratificato la Convenzione, e, con essa, oltre 160 Paesi. Lo stesso blocco navale su Gaza, inoltre, non è riconosciuto dalle istituzioni internazionali e, anche se lo fosse, non permetterebbe a Israele di bloccare imbarcazioni umanitarie o arrestare attivisti a bordo di navi che trasportano aiuti.
Nonostante l’illegalità del blocco, Tajani ha di fatto legittimato le operazioni israeliane sulle navi della GSF. Tajani ha così indirettamente legittimato lo stesso blocco navale su Gaza e scaricato la responsabilità degli attacchi israeliani sugli stessi attivisti. Il fatto che Tajani abbia indebitamente riconosciuto le acque gazawi come israeliane e il blocco navale come legale non stupisce se si considera che il ministro ha negato la stessa esistenza dello Stato palestinese: «Riconoscere lo Stato palestinese non è possibile perché non esiste uno Stato palestinese», ha detto, dimenticandosi non solo che la Palestina è riconosciuta da 157 Stati, ma che se manca dei requisiti per la sovranità è perché Israele glieli nega da decenni. Secondo il diritto internazionale, infatti, i requisiti fondamentali perché uno Stato possa dirsi sovrano sono tre: una popolazione permanente, un territorio definito e un governo che abbia potere su quel territorio in maniera indipendente; Israele caccia la popolazione dalle proprie case, occupa il territorio palestinese e impedisce all’amministrazione di esercitare i propri poteri.
Nel corso della puntata di Porta a Porta Tajani suggerisce che il diritto internazionale non sarebbe poi così importante quando si tratta di prove di forza. Una posizione che pare poco da ministro degli Esteri di uno Stato del G7, firmatario di tutte le maggiori carte e convenzioni internazionali e sui diritti umani. Di queste vale la pena ricordarne almeno una, lo Statuto di Roma, con cui è stata istituita la Corte Penale Internazionale: il fatto che a Roma sia stata firmata la carta fondamentale della CPI, tuttavia, sembra contare poco. Il ministro lo dimostrava lo scorso gennaio quando, dopo l’emissione di mandati di arresto contro Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa Gallant, affermava apertamente che l’Italia non avrebbe arrestato il premier israeliano se si fosse trovato in Italia. Secondo Tajani, non solo Netanyahu non sarebbe stato arrestato, ma la CPI sarebbe dovuta finire sotto inchiesta per le sue decisioni considerate politiche.
Non è stata invece considerata politica, o comunque degna di essere questionata, la scelta di sanzionare Francesca Albanese da parte degli Stati Uniti. Albanese è una cittadina italiana che ricopre un incarico internazionale presso le Nazioni Unite e in quanto tale dovrebbe ricevere un supporto diplomatico dal governo del proprio Paese. Secondo Tajani, tuttavia, l’Italia può fare poco, perché le sanzioni USA «non sono contro una cittadina italiana in quanto cittadina italiana» e sono unilaterali. Per assurdo, le stesse ragioni per cui Tajani sostiene che l’Italia non può fare nulla contro le sanzioni sono quelle per cui dovrebbe muoversi: le sanzioni ad Albanese violano infatti l’immunità funzionale della giurista garantita dall’incarico che ricopre.
Russia e India avviano una esercitazione militare
Russia e India hanno avviato esercitazioni militari congiunte nello stato nord-occidentale del Rajasthan, in ‘India. Le esercitazioni denominate “Indra 2025” sono volte a migliorare le operazioni antiterrorismo congiunte; i militari si addestreranno in azioni tattiche congiunte, testeranno i sistemi di comunicazione e condivideranno pratiche per operazioni di combattimento con truppe miste. Si stanno svolgendo presso il poligono di Mahajan e proseguiranno fino al 15 ottobre.
Argentina, il neoliberismo di Milei devasta l’economia: dagli USA 20 miliardi per salvarlo
«Non sono venuto a guidare buoi, sono venuto a risvegliare i leoni»: così Javier Milei, insediatosi al governo di Buenos Aires il 10 dicembre 2023, aveva sintetizzato l’approccio con cui era intenzionato a risollevare il Paese dalla cronica crisi economica che lo attanaglia. A meno di due anni dalla sua elezione, però, il presidente argentino si trova a fronteggiare l’ennesima crisi e a fare i conti con il fallimento della sua “rivoluzione libertaria”. L’economista ultraliberista, salito al potere incarnando l’immagine di un outsider antisistema, aveva promesso di «fare a pezzi lo Stato», abolire la burocrazia e restituire al mercato la piena sovranità. In nome della “libertà economica”, ha varato il Decreto de Necesidad y Urgencia n. 70/2023, noto come il Megadecreto, un provvedimento che ha permesso al governo di legiferare in circostanze di emergenza, con cui ha smantellato decine di leggi sociali e liberalizzato settori chiave come affitti, sanità, commercio estero e tutela ambientale, producendo una deregolamentazione selvaggia. Quella che doveva essere la “cura shock” per rilanciare l’economia si è trasformata in un esperimento sociale devastante. Nel giro di pochi mesi, i salari pubblici sono stati congelati, le sovvenzioni energetiche cancellate, il welfare ridimensionato. L’inflazione, pur in calo rispetto ai picchi iperbolici del 2023 in cui aveva toccato il picco del 211,4%, continua a divorare i redditi. Nel secondo trimestre 2025 il deficit ha superato i tre miliardi di dollari, trainato dal peso degli interessi sul debito. I generi di prima necessità aumentano di settimana in settimana, mentre il peso argentino crolla nuovamente sui mercati. Le classi medie, colpite da una tassazione indiretta crescente e dal taglio dei servizi, si impoveriscono; i ceti popolari scivolano nella miseria. Negli ultimi mesi, le strade di Buenos Aires e Córdoba sono tornate a riempirsi di manifestazioni, mentre sindacati e movimenti denunciano la “dittatura del mercato”.
L’Argentina vive una contraddizione feroce, ostaggio di un governo che predica la libertà, ma impone misure coercitive che cancellano tutele e diritti sociali. Milei si è presentato come l’uomo che avrebbe combattuto “la casta”, ma è finito per governare per conto di quei poteri finanziari che denunciava e che oggi lo sostengono. Il problema centrale è la bilancia dei pagamenti: nei prossimi tre anni l’Argentina dovrà onorare impegni esteri per oltre 45 miliardi di dollari, di cui 15 al Fondo Monetario Internazionale. Il presidente statunitense Donald Trump incontrerà Milei il 14 ottobre, durante la settimana in cui la Banca Mondiale e il FMI si riuniranno a Washington. Il 26 ottobre l’Argentina voterà per le elezioni legislative di medio termine, nelle quali il partito di destra di Milei punta a ottenere seggi per rafforzare la sua posizione di minoranza. Di fronte alla crisi e al rischio di un nuovo default, Washington è intervenuta con un’operazione tanto spettacolare quanto controversa: una linea di credito da 20 miliardi di dollari per sostenere le riserve della Banca centrale e stabilizzarne il peso. L’annuncio, salutato da Milei come «un voto di fiducia dell’Occidente», porta la firma del segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, uomo di fiducia di Donald Trump e figura centrale della finanza speculativa internazionale. Dietro questo piano di “salvataggio”, si nasconde una trama di interessi privati che intreccia politica e alta finanza, promosso grazie alle pressioni di Rob Citrone, miliardario fondatore del fondo Discovery Capital e amico di lunga data di Bessent. I due si conoscono dai tempi in cui lavoravano insieme per George Soros: una rete di rapporti che ha attraversato decenni di investimenti globali, speculazioni e operazioni valutarie miliardarie. Già in passato, Citrone aveva convinto Bessent a operazioni rischiose – come la famosa scommessa sul dollaro contro lo yen – che gli fruttarono profitti enormi. Oggi, la storia sembra ripetersi, ma su scala geopolitica. Citrone è uno dei principali investitori nei titoli argentini: quando la politica di Milei ha iniziato a vacillare e il peso è crollato, le sue posizioni hanno rischiato di trasformarsi in perdite colossali. Da qui, secondo le fonti, la pressione su Bessent per ottenere un intervento di salvataggio. Poche settimane dopo, il Tesoro americano ha annunciato la linea di credito. I mercati hanno reagito immediatamente: i bond argentini, che stavano precipitando, hanno guadagnato fino al 20% in un giorno e chi li deteneva – tra cui lo stesso Citrone e diversi fondi vicini a Trump – ha incassato milioni. Nonostante le accuse di conflitto d’interesse, Bessent ha respinto ogni sospetto, sostenendo che l’obiettivo sia «stabilizzare un alleato dell’Occidente» e impedire che l’Argentina «cada nella sfera d’influenza cinese». Tuttavia, il sospetto rimane: la linea di credito americana appare meno come un atto di cooperazione e più come un’operazione di salvataggio per investitori privati legati alla Casa Bianca. Il piano, inoltre, non prevede stanziamenti a fondo perduto, ma condizioni dure: privatizzazioni accelerate, ulteriori tagli alla spesa pubblica e apertura completa al capitale straniero, legando Buenos Aires mani e piedi a Washington.
Il salvataggio americano ha offerto a Milei solo una tregua momentanea: il contesto economico resta instabile e la produzione industriale è in caduta libera, mentre il tasso di disoccupazione si è attestato al 7,6% nel secondo trimestre del 2025. L’economia argentina mostra segnali di stagnazione, con migliaia di piccole imprese chiuse dall’inizio del 2024 e consumi in forte calo. Pur essendo tecnicamente l’economia argentina uscita dalla recessione, la ripresa resta fragile e il mercato del lavoro risente della contrazione produttiva. I sussidi tagliati hanno provocato una crisi energetica nelle province del sud, mentre il costo dei trasporti e dei beni alimentari continua a crescere. Gli indicatori economici segnalano che la ripresa promessa dal governo non arriverà prima del 2026. Sul piano politico, Milei appare sempre più isolato. Il Congresso blocca molti dei suoi decreti, i governatori provinciali si ribellano ai tagli, i sindacati organizzano scioperi generali, mentre il suo elettorato inizia a disilludersi. Il sostegno statunitense, presentato come segno di forza, rischia di diventare un cappio politico: un governo che si proclama sovrano ma sopravvive solo grazie a un prestito straniero non può più dirsi indipendente. A livello internazionale, il caso argentino diventa emblematico. Per Washington, sostenere Milei significa difendere un modello economico che riduce lo Stato e privatizza tutto, ma che produce fame, disoccupazione e tensioni sociali. Per l’Occidente nel suo complesso, l’Argentina rappresenta un test: fino a che punto si può sostenere un esperimento neoliberista che genera instabilità e perdita di diritti? Dietro il linguaggio delle riforme e della libertà di mercato, si intravede una verità più amara: l’Argentina è diventata un laboratorio del neoliberismo estremo, dove la mano invisibile del mercato è manovrata da interessi ben visibili e spinge il Paese in una spirale di dipendenza e impoverimento.
Germania, accoltellata la futura sindaca di Herdecke
In Germania a Herdecke, nello Stato della Renania Settentrionale-Vestfalia, è stata accoltellata Iris Stalzer, futura sindaca della città. Stalzer, esponente del Partito Socialdemocratico, era stata eletta lo scorso mese e dovrebbe prendere ufficio a novembre; è stata trovata dal figlio, e si trova ora in condizioni critiche. Ancora poco chiara la dinamica dell’aggressione. Da quanto avrebbe riportato lei stessa al figlio, sarebbe stata aggredita da un gruppo di uomini, che la avrebbero colpita più volte alla schiena e all’addome. La polizia sta ancora cercando gli aggressori.
Ilaria Salis, Europarlamento non revoca l’immunità per un solo voto
In un voto a scrutinio segreto il Parlamento Europeo ha respinto per un solo voto la richiesta del governo ungherese di revocare l’immunità all’europarlamentare italiana Ilaria Salis. La decisione, incerta fino all’ultimo (la commissione Affari giuridici aveva mantenuto l’immunità due settimane fa), contraddice le indicazioni ufficiali dei gruppi che erano favorevoli alla revoca: il risultato sembra dovuto a voti di eurodeputati indipendenti e di membri del Partito Popolare Europeo che non hanno seguito la linea del presidente Manfred Weber. Salis, di Alleanza Verdi e Sinistra, è accusata in Ungheria di aggressione a neonazisti nel 2023, accusa che lei nega.












