sabato 31 Gennaio 2026
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Progetto Pulfar: il controverso parco eolico che incombe sul monte Craguenza

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Entro la fine di settembre, la popolazione delle Valli del Natisone (provincia di Udine) dovrebbe sapere se il suo territorio sarà interessato dalla costruzione di un parco eolico dalla potenza di 28,8 MW. Lo scorso 7 luglio, sul sito della Regione Friuli-Venezia Giulia è stata pubblicata la documentazione relativa al progetto ‘’Pulfar’’ che la società milanese Ponente Green Power srl vorrebbe costruire sul monte Craguenza: quattro pale eoliche alte 200 metri e dal diametro di 160 metri ciascuna sarebbero installate su 1,7 km lungo il crinale della montagna. Mentre l’estate avanzava e, verosimilmente, l’attenzione delle persone calava, sono partiti i trenta giorni entro i quali era possibile presentare eventuali osservazioni sul progetto che si vede davanti tre opzioni: l’approvazione senza obbligo di Valutazione d’impatto ambientale (VIA), il rinvio della proposta alla Commissione Via, oppure la bocciatura. Ma il caldo sembrerebbe non aver distratto i valligiani che in coro – amministrazioni comunali comprese – si stanno opponendo al parco eolico anche attraverso il comitato Salviamo il Craguenza formatosi dopo la diffusione della notizia del progetto.

A preoccupare maggiormente la popolazione dei comuni di Pulfero, Torreano, Cividale del Friuli, Moimacco e San Pietro al Natisone è la deturpazione del paesaggio e dell’equilibrio naturale del Craguenza, a partire dall’aspetto geologico e da quello legato all’avifauna. Nella documentazione relativa all’inquadramento geologico presentata dalla società proponente, la zona viene genericamente identificata come carsica senza riportare alcun riferimento alla specificità dell’ambiente ipogeo e alla sua fragilità. Eppure le Valli del Natisone sono caratterizzate da cavità, sorgenti e sprofondamenti e sono interessate da un’alta permeabilità il che significa che l’ambiente subaereo e il sottosuolo sono fortemente connessi. Simbolo del fenomeno carsico della zona è la Grotta di San Giovanni d’Antro, una cavità sotterranea naturale formata a seguito dell’erosione delle rocce solubili a opera delle acque piovane che si estende per almeno 4 km sotto il Craguenza. Anche questa grotta potrebbe risentire del parco eolico, poiché, con il consumo di una parte significativa del suolo, c’è il rischio che vengano alterati gli equilibri. Gli ambienti ipogei, infatti, risentono fortemente di ogni intervento fatto sia sotto terra sia in superficie: è sufficiente una minima modifica nel collegamento tra il mondo esterno e sotterraneo per far minare l’assetto naturale creando scompensi ambientali.

La società Ponente Green Power srl sembrerebbe essere stata particolarmente lacunosa anche nella relazione di inquadramento avifaunistico sia per quanto riguarda l’aspetto metodologico sia, di conseguenza, nei risultati riportati. Come spiegatoci da Michela Corsini, biologa che, insieme ad altri esperti italiani e sloveni, ha ultimato un’approfondita relazione sul tema messa a disposizione dei Comuni, il metodo con cui i proponenti dell’opera hanno effettuato i sopralluoghi finalizzati a valutare le specie ornitiche della zona presenta numerose criticità. Il mese dell’anno (aprile) e gli orari (la mattina e il tardo pomeriggio) in cui sono stati fatti i monitoraggi hanno fatto sì che i tecnici della Ponente Green Power srl individuassero un numero molto ridotto di specie (38) rispetto al reale status della zona (da un minimo di 85 a un massimo di 230). Inoltre, se ad aprile è difficile trovare molte specie di uccelli migratori, nelle ore più fresche della giornata raramente si osservano i rapaci caratterizzati da grandi aperture alari. È forse per questo che nella lista delle specie ornitiche della Ponente Green Power è assente il grifone, sebbene l’area individuata per il parco eolico sia regolarmente utilizzata da questi rapaci per il volo veleggiato – un tipo di volo passivo effettuato sfruttando le correnti d’aria senza ricorrere al battito delle ali –, l’alimentazione e lo sfruttamento delle correnti ascensionali. Con la messa in opera di Pulfar, il grifone sarebbe molto colpito: la quota a cui abitualmente vola nell’area di progetto si sovrappone direttamente con la fascia di rotazione delle quattro pale eoliche previste, una pericolosa sovrapposizione che rende la probabilità di collisione elevata. Che il crinale del monte Craguenza non sia un’area idonea per la pianificazione di impianti eolici è indicato anche nella mappa di sensibilità aviaria per lo sviluppo dell’energia eolica in Polonia e in Italia. Realizzata in collaborazione tra BirdLife International, OTOP (per la Polonia) e Lipu (per l’Italia), la mappa individua il crinale del Craguenza come zona a rischio molto elevato per le specie ornitiche e dunque non adatta alla costruzione di impianti.

Oltre a queste lacune, Corsini e colleghi hanno sottolineato grandi limiti anche nella metodologia usata per il rilievo dei chirotteri (pipistrelli). Nella relazione della società milanese sono considerate come autoctone tre specie di pipistrelli la cui presenza, seppur possibile, a oggi non è ancora stata verificata in Friuli-Venezia Giulia e invece ne mancano due tipiche della zona. Sorge dunque il dubbio che alcune parti della documentazione siano dei copia incolla di studi forniti dalla stessa società per progetti da realizzarsi nel centro e sud Italia. Cosa non impossibile da immaginare visto che tra il 2024 e il 2025 l’ingegnere firmatario del Pulfar, Leonardo Sblendido, ha posto la sua firma su almeno altri tre progetti analoghi: l’impianto “Parco eolico Campanaro” in provincia di Crotone, l’impianto eolico da realizzarsi nei comuni di Campomarino e San Martino in Pensilis (Campobasso), l’impianto eolico “Bonifati” in provincia di Cosenza. La corsa all’eolico sembrerebbe andare al ritmo delle scadenze del PNRR le cui opere finanziate devono essere ultimate entro il 2026. Nel caso del Pulfar, la Ponente Green Power srl, società fantasma con zero dipendenti e un capitale sociale di 5mila euro, ha stimato un investimento complessivo di circa 65 milioni di euro che potrebbe contare sui fondi PNRR. Inoltre, laddove il progetto passasse con la regola di assoggettamento alla VIA, grazie al decreto semplificazioni il rilascio della valutazione di impatto ambientale arriverebbe dopo 175 giorni: nel rispetto del cronoprogramma indicato nel PNRR, per le opere che coinvolgono la cosiddetta “rivoluzione verde” le tempistiche per il rilascio della VIA sono più che dimezzate. Facendo un rapido conto, laddove i cantieri dovessero cominciare, il loro inizio non sarebbe anteriore a marzo 2026 e, come dichiarato dalla società proponente, richiederebbero circa un anno di tempo. I guadagni in gioco appaiono però troppo alti per non tentare la fortuna e seguire uno schema che prevede la presentazione diffusa e superficiale di progetti e la fiducia in future proroghe delle scadenze del PNRR.

Microsoft, al centro del boicottaggio per Gaza, interrompe alcuni servizi a Israele

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Dopo un’attenta analisi, Microsoft ha annunciato di aver sospeso l’accesso ad alcuni servizi di cloud e intelligenza artificiale precedentemente messi a disposizione dell’Unità 8200, il reparto d’élite delle forze armate israeliane specializzato in spionaggio e guerra cibernetica. Ufficialmente, la decisione della Big Tech è il risultato di una revisione interna tuttora in corso, la quale suggerisce che le truppe di Tel Aviv stiano adoperando gli strumenti tech per imbastire una sorveglianza di massa del popolo palestinese, un utilizzo che viola gli accordi contrattuali siglati con l’azienda. Anche se è ovvio ipotizzare che la decisione sia il frutto della pressione che da tempo ha colpito la multinazionale americana, al centro della campagna di boicottaggio internazionale. Che la piattaforma Azure fosse impiegata in ambito militare era tema di contestazione già da tempo; la svolta annunciata oggi appare dunque tardiva e la precedente inerzia dell’azienda ha contribuito a trasformare il caso in un incidente politico che coinvolge per vie traverse anche l’Unione Europea.

“Non forniamo tecnologia che possa facilitare la sorveglianza di massa dei civili”, ha scritto  questo giovedì Brad Smith, in una lettera ai dipendenti. “Abbiamo applicato questo principio a ogni nazione del mondo e abbiamo mantenuto questa posizione ripetutamente, per più di due decenni”. Lo sdegno del dirigente suona però artefatto, considerando che già da mesi fughe di informazioni, documenti trapelati e testimonianze dirette avevano mostrato come Azure fosse utilizzato in contesti repressivi. 

Il gruppo “No Azure for Apartheid”, formato da attivisti, ma anche dipendenti ed ex dipendenti di Microsoft, porta avanti le sue proteste pubblicamente almeno dal 2024, denunciando la complicità dell’azienda con il sistema di controllo israeliano. Nel gennaio 2025, la testata inglese The Guardian, la pubblicazione israelo-palestinese +972 Magazine e il giornale in lingua ebraica Local Call avevano invece documentato nei dettagli le applicazioni oppressive di Azure e delle IA da parte di Israele, citando documenti interni che suggerivano come Microsoft, in competizione con i giganti coinvolti nel “Progetto Nimbus”, avrebbe deliberatamente evitato di approfondire le reali intenzioni dei militari israeliani. All’epoca, l’azienda aveva dichiarato di “non aver trovato prove” che i propri strumenti venissero usati “per colpire o danneggiare civili” nelle aree controllate e bombardate dalle Forze di difesa israeliane (IDF).

Le stesse testate sono tornate sul tema lo scorso agosto, rivelando l’esistenza di un sistema capace di intercettare e registrare “un milione di chiamate all’ora”. Un volume di dati tale da eccedere il potenziale di conservazione dei server israeliani, con il risultato che una parte consistente di queste informazioni è finita sui server europei dei Paesi Bassi e, possibilmente, dell’Irlanda, ambo nazioni in cui vigono le leggi sulla privacy dettate dal GDPR. Nella sua lettera, Smith ha sostenuto che il rispetto della privacy dei clienti ha limitato la possibilità di accorgersi per tempo degli abusi e che solo le ultime rivelazioni giornalistiche sono state in grado di portare alla luce il problema.

Resta da capire se la mossa di Microsoft rappresenti un cambio di rotta sostanziale o se il tutto sia un’operazione di facciata. Secondo indiscrezioni, l’Unità 8200 avrebbe già trasferito in estate i circa 8.000 terabyte di dati che erano conservati nei Paesi Bassi, quindi è facile credere che le informazioni trafugate ai palestinesi siano già state messe al sicuro altrove. Secondo indiscrezioni, sulla piattaforma di Amazon Web Services (AWS), sussidiaria della multinazionale del commercio online Amazon. Inoltre, la recente sospensione è circoscritta a solamente una manciata di casi specifici: l’azienda ha “disabilitato” l’accesso ai servizi che supportavano il progetto di sorveglianza e ha congelato “alcune” forme di accesso alla sua IA, tuttavia la decisione non ha impattato sul più ampio rapporto commerciale che lega Microsoft all’IDF.

Moldavia: escluso dalle elezioni un partito perché “filorusso”

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Il comitato elettorale centrale della Moldavia ha escluso il partito Cuore di Moldavia dalle elezioni parlamentari previste per la prossima domenica perché considerato filorusso. Cuore di Moldavia fa parte del Blocco Elettorale Patriottico, una coalizione di partiti accusati di essere troppo vicini alla Russia di Putin; il partito è stato fondato l’anno scorso da Irina Vlah, ex governatrice della regione della Gagauzia già in passato protagonista di scontri politici con l’amministrazione della presidente Maia Sandu. L’esclusione del partito alle elezioni fa seguito a una sentenza del tribunale che ne ha limitato l’attività per un anno.

GLADIO: l’organizzazione segreta americana che per 40 anni ha sorvegliato l’Italia

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È forse di Vincenzo Vinciguerra, militante di Ordine Nuovo e reo confesso per l’eccidio di Peteano, la migliore sintesi di quello che è successo in Italia durante trent’anni di Guerra fredda, tra la Liberazione dai tedeschi e la vittoria della Germania Ovest ai mondiali di calcio, qualche mese prima di riunificarsi con quella Est (per misurare il tempo come se Berlino fosse un metronomo): «Destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare l’ordine politico». Una lunga forbice nella quale in Europa si aggirava lo spettro comunista, nel senso che i Paesi occidentali si aspettavano da un momento ...

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La CEDU ha stabilito che l’anarchico Alfredo Cospito può restare al 41-bis

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La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha dichiarato «manifestamente infondato» il ricorso di Alfredo Cospito contro il regime carcerario del 41-bis. I giudici hanno stabilito che le autorità italiane hanno fornito prove sufficienti per giustificare la misura detentiva, anche considerando il peggioramento delle sue condizioni di salute, causato dallo sciopero della fame che l’anarchico ha portato avanti per mesi per protestare contro un regime carcerario definito “di tortura” non solo dal legale di Cospito, Flavio Rossi Albertini, ma anche da un rapporto di Amnesty International e, in alcuni suoi aspetti, in passato proprio dalla stessa CEDU. Il 41-bis è un regime carcerario di totale isolamento pensato originariamente per i boss mafiosi, tuttavia Cospito ci si trova dal maggio 2022 in quanto accusato di aver pubblicato proclami giudicati “sovversivi” su riviste anarchiche mentre si trovava in carcere. Il ricordo era stato presentato alla CEDU il 15 marzo 2023. Per quasi sei mesi Cospito non ha mangiato, mettendo a rischio la propria vita per denunciare le proprie condizioni carcerarie e dei quasi 750 detenuti che vivono nelle stesse sezioni. Davanti alla corte Cospito ha ribadito che il 41-bis gli era stato applicato arbitrariamente, denunciando la natura invasiva delle restrizioni subite in quel regime nonché la mancanza di un’adeguata motivazione per la quali era lì recluso. Ha anche ribadito che le sue condizioni di salute erano incompatibili con la detenzione e che temeva di essere obbligato a cure mediche forzate, dato il lungo sciopero della fame a cui si stava sottoponendo, iniziato il 20 ottobre 2022 e finito il 9 aprile 2023. La Corte Europea in passato aveva evidenziato criticità tra il regime del 41-bis e tre articoli della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: il numero 3 (che vieta la tortura e i trattamenti inumani e degradanti), il numero 8 (che stabilisce il diritto inviolabile alla vita privata e familiare) e il numero 13 (che prescrive il diritto a un ricorso effettivo da parte dei detenuti). Nonostante questo, la CEDU ha rigettato il ricorso sentenziando che: “l’ordinanza ministeriale dà una descrizione dettagliata e personalizzata, basata su prove fornite da diversi organismi e agenzie statali, tra cui, tra l’altro, i precedenti penali, le sue condanne penali, il suo ruolo all’interno di quelle che sono definite associazioni sovversive e, in particolare, alcuni movimenti anarchici”, evidenziando come le comunicazioni dalla prigione del detenuto “incitassero alla violenza”. Sulle condizioni di salute, la CEDU sostiene che Cospito fosse informato sugli effetti e sulle conseguenze dello sciopero della fame e anche del tipo di trattamento medico gli sarebbe stato somministrato a causa del deterioramento delle sue condizioni di salute. Alfredo Cospito è stato condannato a 23 anni per “strage”, nonostante “l’attentato” di cui è stato giudicato responsabile è stato il collocamento di un ordigno esplosivo a basso potenziale e collocato appositamente di notte, quando non vi era nessuno che potesse rimanere ferito, fuori da una caserma dei carabinieri. Da maggio 2022 è sottoposto al regime di 41-bis nel carcere di Bancali, a Sassari, in Sardegna, rinchiuso per 23 ore al giorno in una cella posta in parte sotto al livello del mare. Dopo lo sciopero della fame è stato inoltre sottoposto ad aggiuntive forme di controllo e pena, giudicate punitive e di vendetta dall’avvocato, come il divieto di acquistare libri e il sequestro della foto dei genitori morti che teneva appesa dentro la cella. Vari processi per la quale è stato accusato sono caduti in un nulla di fatto, come l’inchiesta Sibilla, una delle ragioni per la quale è stato mandato in 41-bis. Un’inchiesta che accusava 12 persone tra cui Cospito di istigazione a delinquere e di istigazione all’eversione, aggravate dalla finalità di terrorismo semplicemente per la pubblicazione di una rivista anarchica denominata Vetriolo. «Prendiamo amaramente atto della decisione, tutto sommato scontata, la giurisprudenza della Cedu è nota e non lasciava grandi speranze di successo», ha dichiarato l’avvocato difensore, Flavio Rossi Albertini. «Tra pochi mesi scadrà il termine di quattro anni del provvedimento applicativo e vedremo quali saranno i pareri che giungeranno al Ministro Nordio sulla necessità o meno del rinnovo. Già nel 2022 la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo aveva rivisto il proprio parere sulla necessità del 41 bis per Cospito associandosi alla difesa nel richiedere una revoca anticipata del l’afflittivo regime detentivo. Nonostante l’attuale fase politica sia improntata al populismo penale e alla repressione del dissenso, speriamo che la direzione nazionale confermi il convincimento espresso».

L’avviso della BCE in caso di crisi: tenete una riserva di contanti in casa

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La Banca Centrale Europea (BCE) consiglia ai cittadini europei di tenere in casa una piccola riserva di contanti, tra i 70 e i 100 euro a persona, per affrontare eventuali crisi o blackout dei sistemi digitali. Una raccomandazione che rientra nella più ampia strategia di preparazione alle emergenze già promossa dall’Unione Europea. L’invito a dotarsi di una scorta minima e prudenziale di contanti per gestire emergenze improvvise era presente anche nel kit di sopravvivenza per le prime 72 ore, presentato nei mesi scorsi dalla commissaria all’Uguaglianza e alla Gestione delle crisi Hadja Lahbib. Il piano “di preparazione” degli Stati e dei cittadini europei a possibili situazioni di crisi come guerre, pandemie, disastri naturali o attacchi informatici invitava a tenere con sé una borsa che includeva beni essenziali come acqua, cibo in scatola, medicine, torcia, power bank, documenti, radio portatile e una quantità limitata di contanti: “Nel bel mezzo di una crisi la carta di credito può diventare solo un pezzo di plastica”, aveva spiegato Lahbib.

Trump firma memorandum per ripristinare pena di morte a Washington D.C.

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Il presidente statunitense Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che consente al Dipartimento di Giustizia di reintrodurre la pena di morte a Washington D.C., abolita dal Congresso locale nel 1981. “Se uccidi qualcuno, o se uccidi un agente di polizia, c’è la pena di morte”, ha dichiarato nello Studio Ovale. Trump ha definito la misura “una pena capitale per la capitale” e “un deterrente molto potente”. La procuratrice generale Pam Bondi ha precisato che l’amministrazione punta a estendere la misura a livello nazionale. Negli Stati Uniti la pena di morte resta in vigore in 27 dei 50 Stati.

Taranto: le proteste impediscono lo sbarco a una petroliera diretta in Israele

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«La nave Seasalvia, diretta a Taranto per rifornirsi di 30mila tonnellate di greggio destinato all’aviazione militare israeliana, non entrerà in porto». È questo, comunica l’Unione Sindacale di Base, il risultato del presidio organizzato mercoledì 24 settembre 2025 da USB e Cobas davanti al porto mercantile di Taranto. Un centinaio di manifestanti, ai quali si sono unite diverse realtà sociali autoconvocate, sono scesi in piazza per «fermare la nave e, con essa, la logistica di guerra che alimenta il massacro del popolo palestinese». La protesta, culminata con un corteo verso la Capitaneria di porto, ha ottenuto l’annullamento delle operazioni di carico, impedendo, almeno temporaneamente, una fornitura di carburante sospettata di essere ad uso bellico.

«È stato il comandante della Capitaneria di porto di Taranto – ha comunicato USB in una nota – a riferire ai manifestanti l’annullamento delle autorizzazioni per l’attracco della nave comunicato dall’Eni, responsabile dell’area di ormeggio e delle operazioni di carico del greggio». La Capitaneria ha confermato che Ashkelon «è il porto dove doveva andare, ma la nave non entra più a Taranto». La Seasalvia, di proprietà della compagnia greca Thenamaris e presa a nolo dalla Shell, stazionava in serata nel golfo di Taranto, ma le operazioni sono state bloccate. Tuttavia, «resta ancora incerta la nuova destinazione della nave e il rischio che possa portare a termine altrove la propria missione». Le motivazioni della protesta sono state ribadite in una lettera inviata dalle due organizzazioni sindacali alle istituzioni locali. In essa si sostiene che «si tratta, con ogni evidenza, di una fornitura ad uso bellico in favore di uno Stato coinvolto in operazioni di guerra e responsabile di gravi violazioni dei diritti umani che va impedita per ragioni umanitarie, di legittimità costituzionale e per concretizzare l’interruzione di ogni rapporto con lo Stato di Israele».

L’azione di Taranto si inserisce in un movimento più ampio. «È quanto avviene già da tempo sotto l’esempio dei portuali di Genova, Livorno, Ravenna – prosegue il sindacato – che hanno indicato la strada per bloccare gli ingranaggi della complicità». Proprio da quelle esperienze è partito il segnale per lo sciopero generale del 22 settembre scorso, nella cui cornice centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici hanno incrociato le braccia e manifestato in solidarietà con la Palestina, contro la mattanza in atto a Gaza, al fine di difendere la missione di umanità della Global Sumud Flotilla e denunciare un sistema economico e politico che, affermano senza remore i sindacati, «alimenta l’orrore». Per questo, conclude, «sarà fondamentale tenere alta l’attenzione a Taranto come in tutti gli altri porti e, in generale, negli snodi logistici del Paese». L’impegno è di proseguire la mobilitazione, come dimostra un’altra protesta pro Palestina programmata per sabato con un corteo da Grottaglie verso lo stabilimento di Leonardo.

Aerei russi nei cieli internazionali: la NATO alza la tensione con Mosca

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Nuovi episodi di tensione tra NATO e Russia hanno monopolizzato le prime pagine dei giornali, con toni allarmistici che parlano di “incursioni” e “provocazioni” russe. Secondo quanto riferito dall’Alleanza Atlantica, alcuni caccia di Mosca sono stati intercettati nei cieli internazionali, prima in prossimità della Lettonia e poi tra l’Alaska e le isole Aleutine. Nel Baltico, due caccia Gripen ungheresi della Nato Baltic Air Policing sono decollati dalla base di Siauliai in Lituania in risposta a un Su-30, un Su-35 e tre MiG-31 russi che volavano in prossimità dello spazio aereo lettone, senza mai oltrepassarne i confini. Analogo copione in Nord America: caccia F-22 e F-16 statunitensi, supportati da aerei radar AWACS, hanno intercettato jet russi che si muovevano nello spazio aereo internazionale, senza che vi fosse alcuna violazione territoriale. Episodi che appartengono alla normale prassi di pattugliamento reciproco, ma che vengono sistematicamente descritti come segnali di un’aggressività crescente da parte di Mosca, mentre si tace sul fatto che la NATO compia regolarmente missioni analoghe ai margini dello spazio aereo russo. In parallelo, la stampa europea ha rilanciato la notizia della presenza di droni “non identificati” nei cieli danesi e norvegesi. In Danimarca, lo scalo di Aalborg, che è anche base aerea militare, è stato chiuso per diverse ore nella serata del 24 settembre. Il governo di Copenaghen ha dichiarato di aver avviato un’indagine, senza specificare quanti droni siano stati avvistati, né tantomeno le caratteristiche o il modello. Jesper Bojgaard Madsen, ispettore capo della polizia dello Jutland settentrionale, ha precisato che «Finora non abbiamo nulla da dire su chi li manovrasse».

In assenza di dettagli e di prove concrete che possano ricondurre l’avvistamento dei droni a un Paese ostile, alcuni media e fonti militari hanno sfruttato il pretesto per alimentare il clima di sospetto nei confronti del Cremlino, lasciando intendere che i mezzi fossero russi. È significativo che tali annunci vengano diffusi proprio mentre si intensificano le esercitazioni militari occidentali lungo i confini russi, nel Baltico e nell’Artico, a conferma di una strategia che mira a mantenere alta la tensione. A rendere più teso il contesto ci hanno pensato le discussioni interne all’Alleanza sulle regole di ingaggio: diversi quotidiani occidentali hanno riportato che, in caso di sconfinamento, i piloti NATO avrebbero la facoltà non solo di scortare, ma persino di colpire gli aerei russi. Intanto, sebbene non sia di sua competenza, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in un’intervista alla CNN, ha dichiarato che l’opzione di abbattere un caccia che si intromette nello spazio aereo della NATO è «sul tavolo». «La mia opinione – ha spiegato von der Leyen – è che dobbiamo difendere ogni centimetro del territorio». Un linguaggio che testimonia l’innalzamento della soglia dello scontro e che appare come un monito politico più che come una reale necessità operativa, volto a convincere l’opinione pubblica di essere sempre più vicini alla guerra. Di fronte a questa nuova ondata di accuse, il Cremlino ha prontamente smentito qualsiasi violazione dello spazio aereo NATO o statunitense. Il portavoce Dmitrij Peskov ha liquidato le notizie diffuse dall’Alleanza come “isteria” e “provocazioni mediatiche”, sottolineando come i voli dei velivoli russi si siano svolti esclusivamente in aree internazionali, nel pieno rispetto del diritto internazionale. Mosca ribadisce che le proprie attività rientrano in routine consolidate e accusa l’Occidente di strumentalizzare ogni episodio per consolidare l’immagine della Russia come minaccia costante. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, in un’intervista alla Tass, ha precisato: «Il presunto avvertimento dell’Europa a Mosca circa la sua disponibilità ad abbattere aerei militari russi è una fantasia alimentata dalla russofobia». L’ambasciatore russo in Francia, Alexey Meshkov, ha avvertito che se la NATO dovesse abbattere aerei russi che presumibilmente violano lo spazio aereo di Paesi membri dell’alleanza, «Ci sarebbe la guerra» e ha aggiunto che «Un bel po’ di aerei violano il nostro spazio aereo, accidentalmente e non accidentalmente. Nessuno li abbatte». Meshkov ha anche affermato che l’Europa non ha fornito «alcuna prova materiale» che dimostri il coinvolgimento della Russia negli incidenti con i droni segnalati in Europa.

Nonostante la smentita ufficiale del Cremlino, le cancellerie occidentali continuano a diffondere la narrazione dell’“aggressione russa”, trasformando normali operazioni di pattugliamento in pretesti per giustificare nuove spese militari e rafforzare il controllo politico sull’opinione pubblica, in un momento di graduale disimpegno USA nei confronti del conflitto russo-ucraino. In questo scenario, secondo alcune indiscrezioni, la Polonia starebbe pianificando di abbattere i droni russi in Ucraina senza il permesso della NATO o dell’UE: Varsavia starebbe discutendo emendamenti legislativi che consentirebbero all’esercito polacco di abbattere i droni russi in Ucraina senza la previa approvazione della NATO o dell’UE. Il disegno di legge dovrebbe essere esaminato con urgenza. È il segnale di un’Europa che, invece di cercare spiragli di dialogo, sembra preferire l’escalation, trascinando il continente in un clima di tensione permanente. L’allarme costante, funzionale a cementare la coesione interna dell’Alleanza, produce però un rischio concreto: più le regole di ingaggio vengono irrigidite e più la diplomazia viene sostituita dalla propaganda, maggiore diventa la possibilità che un errore di calcolo o una reazione sproporzionata trasformino un episodio marginale in la scintilla di un conflitto incontrollabile.

USA, ex capo FBI incriminato per falsa testimonianza su Russia e Trump

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Un tribunale federale della Virginia ha incriminato l’ex direttore dell’FBI James Comey per falsa testimonianza e intralcio ai lavori del Congresso. Se riconosciuto colpevole, rischia fino a cinque anni di carcere. L’accusa riguarda una deposizione resa nel 2020 alla commissione Giustizia del Senato, in cui negò di aver autorizzato la diffusione di informazioni segrete sui presunti tentativi della Russia di influenzare le elezioni presidenziali del 2016 a favore di Trump. Il suo ex vice, Andrew McCabe, ha invece affermato il contrario. L’incriminazione è stata presentata mentre la Casa Bianca ha preso provvedimenti per esercitare un’influenza senza precedenti sulle azioni del Dipartimento di Giustizia.