giovedì 3 Aprile 2025
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Ucraina: mentre Zelensky aspetta le presidenziali USA i russi continuano ad avanzare

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Mentre il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, attende con una certa apprensione il risultato delle presidenziali americane, l’esercito russo sta avanzando su quasi tutti i fronti, da Kursk a Zaporizhia, in quella che il comandante in capo delle forze di Kiev, Oleksandr Syrskyi, ha definito «una delle più potenti offensive russe». Secondo dati open source, citati dall’agenzia di stampa britannica Reuters, infatti, le truppe di Mosca sarebbero avanzate a settembre al ritmo più veloce da marzo 2022, conquistando nella sola settimana dal 20 al 27 ottobre quasi 200 chilometri quadrati  di territorio ucraino. Il 3 novembre, l’esercito russo ha dichiarato che le sue forze hanno preso il controllo del villaggio di Vyshneve, nella regione orientale ucraina di Donetsk, dove i russi avanzano con maggiore facilità. Le forze ucraine non hanno confermato la conquista del villaggio, ma lo Stato maggiore ha segnalato combattimenti nelle vicinanze. A confermare, invece, la perdita di  Vyshneve è stato il popolare blog di guerra ucraino Deep State, che ha anche avvertito che le forze moscovite si starebbero muovendo verso un villaggio adiacente.

La scorsa settimana, Mosca aveva annunciato la cattura della città mineraria di Selydov, vicino a Vyshneve: si tratta di un punto chiave in quanto aprirebbe la strada verso il principale snodo logistico di Pokrovsk, situato circa 20 km a nord-ovest di Selydove. Lo Stato maggiore ucraino non ha confermato la conquista della città, affermando però che gli attacchi russi più intensi lungo l’intera linea del fronte si stavano verificando nelle vicinanze di Selydove dove la Russia ha utilizzato sia aerei da caccia che bombardieri per supportare gli attacchi. Anche in questo caso, il sito ucraino Deep State ha, invece, confermato nella sua mappa che i russi controllano la periferia orientale di Selydove. Sempre nella regione di Donetsk, i russi avrebbero conquistato anche l’insediamento di Kurakhovka e buona parte della roccaforte di Toretsk. Il 3 novembre, lo Stato maggiore ucraino ha reso noto che le forze russe hanno lanciato 19 attacchi contro il settore Pokrovsk della linea del fronte lunga 1.000 km nell’Ucraina orientale. Anche nell’area di Kharkiv e Lugansk si segnalano progressi russi lungo il fiume Oskol nel settore di Kupyansk, città dove Kiev ha già ordinato l’evacuazione dei civili. Vitaly Ganchev, capo dell’amministrazione militare-civile della regione di Kharkiv, pochi giorni fa ha affermato che i soldati russi hanno fatto importanti progressi nelle aree di Svatovo e Kupyansk. In queste zone si segnalano pesanti operazioni di combattimento e le truppe ucraine avrebbero occupato le case dai civili per utilizzarle come depositi di armi e munizioni, secondo quanto riferito dal governatore della regione. Il 30 ottobre, Mosca ha annunciato di aver preso il controllo dell’insediamento di Kruhliakivka, vicino alla città chiave di Kupiansk, ma l’esercito ucraino non ha riconosciuto la conquista della città.

Per quanto riguarda la regione russa di Kursk, occupata dalle truppe ucraine lo scorso sei agosto, le forze di Mosca starebbero riguadagnando terreno: secondo blogger militari russi le forze russe sarebbero avanzate nei campi a nord e a nord-ovest di Pogrebki (a nord-ovest di Sudzha) e vicino a Novaya Sorochina (immediatamente a sud di Pogrebki), e avrebbero catturato una barriera frangivento a est di Malaya Loknya (immediatamente a sud di Novaya Sorochina). Lo riferisce l’Institute for the Study of War, affermando però di non aver potuto verificare in modo indipendente le informazioni.

Allo stesso tempo, considerate le difficoltà sul campo delle forze ucraine, Zelensky guarda con preoccupazione alle elezioni americane e accusa gli alleati di non fare abbastanza per sostenere Kiev. A pochi giorni dal voto statunitense il capo ucraino ha affermato che «Il prossimo presidente degli Stati Uniti può rafforzare o ridurre il sostegno all’Ucraina. Se tale sostegno si ridurrà, la Russia si impossesserà di altro territorio, impedendoci di vincere questa guerra». Naturalmente, ciò potrebbe accadere qualora venisse rieletto l’ex presidente Donald Trump che ha dichiarato di voler porre fine all’impegno americano in Ucraina, lasciando l’onere di sostenere Kiev ai soli Paesi europei. Per questo, il primo ministro ungherese, Viktor Orban, ha dichiarato che, in uno scenario del genere, le nazioni europee dovrebbero riconsiderare il loro sostegno a Kiev, poiché il continente «non sarà in grado di sopportare da solo il peso della guerra». Parallelamente, Zelensky agita la minaccia dei soldati nordcoreani in Russia, sostenendo che si trovino al confine con l’Ucraina. Ha quindi esortato gli “alleati” a smettere di «stare a guardare» e ad agire. Si tratta con ogni probabilità di una strategia per ottenere il sostegno occidentale che ora appare sempre più vacillante e per ottenere il permesso da parte degli USA ad utilizzare armi a lungo raggio americane contro il territorio russo.

Se da un lato, Zelensky teme che la vittoria di Trump possa comportare l’abbandono della causa ucraina, dall’altra, anche in caso di vittoria di Kamala Harris, la situazione sul campo di battaglia e la stanchezza delle nazioni europee potrebbero non garantire il successo di Kiev. Nonostante gli aiuti finanziari e militari occidentali, infatti, l’Ucraina si trova in inferiorità numerica e militare e non sembra in grado di contrastare l’avanzata russa.

[di Giorgia Audiello]

Treni, al via sciopero di 8 ore dopo accoltellamento capotreno

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In tutta Italia è ufficialmente partito alle ore 9 lo sciopero di otto ore del personale ferroviario Trenitalia, Trenitalia Tper, Fs Security, Italo Ntv, Trenord, dopo che, ieri sera, un capotreno è stato accoltellato a bordo del regionale Genova-Busalla, all’altezza della stazione di Rivarolo, da due giovani passeggeri sorpresi senza biglietto. L’uomo, 44 anni, trasportato in codice rosso in ospedale, ha ìriportato una ferita grave sul fianco sinistro. La protesta, che proseguirà dunque fino alle 17, è stata indetta dai sindacati di categoria Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Ugl Ferrovieri, Fast Confsal e Orsa Trasporti.

Medio Oriente, Ucraina, Europa: cosa cambia tra i programmi di Trump e Harris

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Dopo una rocambolesca stagione elettorale, caratterizzata da dibattiti, attentati e cambi di candidati, oggi 5 novembre i cittadini statunitensi saranno chiamati alle urne per scegliere il quarantasettesimo Presidente del Paese. I programmi dei principali contendenti, Kamala Harris e Donald Trump, differiscono su molti punti: dall'aborto ai diritti civili, dalle tasse alla spesa pubblica, dall'immigrazione alla sicurezza interna. Eppure, le elezioni statunitensi non si limitano a risolvere le sole questioni interne, ma influenzano anche la vita di molti cittadini nel mondo, tra cui la nostra, ...

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Eruzione in Indonesia, 9 morti e migliaia di sfollati

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Il governo indonesiano ha lanciato l’allerta eruzione, annunciando che farà evacuare le oltre 16.000 persone residenti nei villaggi vicini al vulcano Lewotobi Laki-Laki, situato nell’area orientale del Paese. La notizia arriva dopo l’eruzione di domenica notte, seguita da una seconda, di minore portata, la notte successiva. A seguito delle attività vulcaniche, sono morte almeno 9 persone e migliaia di case sono state distrutte. Per ora, sono state evacuate oltre 2.400 persone, ma le operazioni sono state ostacolate dai fitti strati di cenere vulcanica depositatisi sulle strade. I residenti si sono rifugiati in tre edifici scolastici e in strutture di accoglienza temporanea installate nei villaggi adiacenti, a circa 20 chilometri dal cratere.

Inghilterra: la lotta degli attivisti ferma l’estrazione di petrolio in quattro siti

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Dopo quasi cinque anni di battaglie legali, la compagnia petrolifera UK Oil & Gas (UKOG) ha deciso di interrompere le trivellazioni nel sito di Horse Hill, nel Surrey, in Inghilterra. La lotta contro UKOG è stata guidata dall’attivista Sarah Finch, con il supporto di Friends of the Earth, un gruppo ambientalista che si è opposto alla concessione del 2019 con cui la società avrebbe avuto il consenso a trivellare quattro nuovi pozzi e garantirsi vent'anni di produzione petrolifera.
Secondo gli oppositori, l'autorizzazione firmata dal Surrey County Council doveva essere ritenuta illegale, per...

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Alluvioni in Spagna: le responsabilità politiche dietro al disastro

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A cinque giorni dall’alluvione che ha colpito alcune aree della Comunità Valenziana, della comunità di Castiglia e la Mancia, del sud della Catalogna e dell’Andalusia, il conteggio delle vittime, al momento 213, non accenna a fermarsi. Nella giornata di domenica 3 novembre, A Paiporta, uno dei paesi maggiormente colpiti dal passaggio della Dana, una delegazione istituzionale, composta dai reali Felipe VI e Letizia, dal presidente del governo Pedro Sánchez e dal presidente della Comunità Valenziana Carlos Mazón, è stata attaccata con fango e oggetti dalla popolazione accorsa per protestare

«Assassini, assassini». Così sono state accolte le principali figure istituzionali dello stato spagnolo e della Comunità valenziana. A poco sono valse le parole di conforto che il re Felipe VI ha rivolto ad alcuni abitanti di Paiporta, ancora intenti a spalare il fango e i detriti dalle proprie case e dalle strade del paese.

Difatti, nonostante sia già iniziato l’imbarazzante scaricabarile tra rappresentanti del governo centrale e le rispettive opposizioni, a quasi una settimana dal disastro le responsabilità sulla prevenzione prima, e sulla gestione degli interventi dopo, sono chiare.

Seppur il presidente valenziano Carlos Mazón abbia dichiarato che la causa principale del ritardo nei servizi di allerta sia stata il «cambio di previsioni» dell’Agencia Estatal de Metereología Española (AEMET), è comprovabile che già il 28 ottobre l’ente meteorologico dichiarò l’allerta arancione in numerose aree della penisola e, dalle ore 7.42 del giorno successivo, l’allerta rossa nella zona meridionale della Comunità Valenziana. Inoltre, alle ore 12:20 il Centro de Coordinación de Emergencias de la Generalitat Valenciana pubblicò un avviso di allerta idrogeologica per le città di Torrent, Picanya, Paiporta, Alfafar, Benetússer e Sedaví, tutte attraversate dal Barranco del Poyo, già esondato alle 11.30 nel paese di Chiva, poco distante dalle già menzionate città.

A discapito degli avvertimenti, il governatore della regione alle ore 13 caricò su X un video, successivamente rimosso, nel quale dichiarava che secondo le previsioni la DANA si sarebbe diretta verso Cuenca, all’interno della penisola Iberica, e che intorno alle 18 avrebbe ridotto la sua intensità. Giusto alle 18.30 il Barranco del Poyo esondò, inondando inesorabilmente i paesi a sud di Valencia, ma solo alle ore 20.12, quando l’acqua aveva già raggiunto in alcuni casi i due metri di altezza, le persone hanno iniziato a ricevere sui propri dispositivi mobili gli avvisi di ES Alert, quando ormai era troppo tardi. Le strade dei paesi più gravemente colpiti erano ormai impraticabili, giusto mentre alcune persone tornavano a casa dal lavoro: le conseguenze le abbiamo viste tutti.

Se queste sono state le inadempienze che avrebbero potuto salvare la vita a decine di persone rimaste inghiottite nelle proprie automobili, la risposta al disastro, purtroppo, non è stata da meno.

Nonostante le opposizioni abbiano immediatamente attaccato il governo centrale di ritardo e poca collaborazione, è bene specificare che la divisione del potere esecutivo in Spagna non permette al governo nazionale di gestire direttamente la crisi, in quanto responsabilità dei governi comunitari. In questo caso, Carlos Mazón, all’aver dichiarato il secondo livello di emergenza in risposta alla DANA, mantiene il comando di tutte le operazioni e il governo non può far altro che aspettare le richieste della Generalitat valenziana. È inoltre necessario ricordare che, solo l’anno scorso, a quattro mesi dal suo insediamento, il governo di coalizione PP-Vox della regione soppresse la Unità di Emergenza Valenziana (UEV), tagliò fondi al Corpo dei Vigili del Fuoco, per indirizzarli, tra le altre cose, all’organizzazione di eventi di tauromachia.

La responsabilità dell’intervento della Protezione Civile, dell’Unità Militare di Emergenza (UME) e dei vari corpi di sicurezza dello stato, come vigili del fuoco e dell’esercito, rientra nelle competenze del governo della Comunità. Solo ieri, Sánchez, sotto richiesta di Mazón, ha annunciato l’invio di 10.000 militari, tra soldati e poliziotti, oltre ai 7.000 già presenti. 

Se le infrastrutture hanno subito i danni più evidenti, in questo momento i principali supermercati dei paesi colpiti sono completamente vuoti, a causa dell’impraticabilità delle arterie stradali. L’aiuto dei volontari provenienti da Valencia, recanti generi alimentari e beni di prima necessità, è stato provvidenziale. Inoltre, il ristagno del fango, dell’acqua e, purtroppo, la presenza dei corpi delle vittime non ancora recuperate, aumentano il rischio di infezioni e diffusione di malattie. 

La popolazione si è scagliata anche contro Pedro Sánchez, al quale viene recriminato ritardo nell’invio di forze dell’ordine verso le zone alluvionate. Oltre ai residenti, alcune compagini politiche, tra le altre Podemos, accusano il Governo centrale di non aver dichiarato lo stato di emergenza nazionale, come fece durante la pandemia da Covid 19. Soltanto così, infatti, il comando della gestione passerebbe immediatamente nelle mani del primo ministro spagnolo. Questa situazione non fa che peggiorare la percezione di una parte della popolazione verso la politica del governo, già duramente attaccata per le accuse di corruzione e lo scandalo e dalle denunce di violenze sessuali che hanno coinvolto l’ex-portavoce del partito Sumar, Ínigo Errejón. 

La condizione di totale impotenza dinanzi alla distruzione provata dalla cittadinanza colpita ha generato un’onda di rabbia e frustrazione, che inevitabilmente ha investito anche la famiglia reale, recatasi per poche ore nella cittadina di Paiporta. Il re Felipe VI, nonostante sia privo di potere esecutivo, rappresenta l’istituzione principale del paese ed era prevedibile una tale reazione nei suoi confronti. Nella giornata di ieri, i video che mostravano le lacrime della regina Letizia e il tentativo del re di mostrare empatia ed ascolto verso la popolazione colpita, hanno permesso ai media del paese di raccontare il grande coraggio e la rettezza d’animo di queste figure, che tuttavia dimostrano, ancora una volta, la grande distanza che intercorre tra loro e i problemi reali della popolazione

La responsabilità delle vittime, però, non risiede solo nella politica. Sta circolando nelle ultime ore il video del valenziano Juan Roig, multimilionario proprietario dell’azienda alimentare Mercadona, accusato da alcuni giovani, di essere responsabile della morte di molti lavoratori. Infatti, attraverso numerose denunce mosse sui social network, la suddetta azienda, nonostante l’allerta rossa dell’AEMET, ha obbligato i propri dipendenti ad andare a lavorare e, in alcuni casi, a eseguire le consegne alimentari durante le inondazioni. Tra le altre aziende responsabili figurano Glovo, Ikea, Uber, che nonostante gli avvertimenti hanno imposto ai dipendenti di recarsi sul posto di lavoro, dove spesso sono rimasti intrappolati.

Se la devastazione delle case, delle strade e delle proprietà personali non poteva essere evitata, sicuramente una comunicazione più efficace avrebbe potuto fare la differenza nel conteggio delle vittime. Mentre osserviamo l’empatia dei volontari, accorsi immediatamente per prestare aiuto, rimarranno impresse indelebilmente le responsabilità di chi, per non perdere i propri guadagni e la propria reputazione politica, ha messo fine alla vita di chi poteva, semplicemente, rimanere a casa.

[di Armando Negro]

Ungheria, prorogato lo stato di emergenza per la guerra in Ucraina

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Il parlamento ungherese ha votato a favore del prolungamento dello stato di emergenza nel Paese per fronteggiare il conflitto in corso in Ucraina. Il voto si è tenuto oggi e prolunga di sei mesi lo stato di emergenza proclamato nel 2022, allo scoppio del conflitto. Tale decisione offre maggiore spazio di manovra all’esecutivo, che potrà continuare a usufruire della maggiore libertà accelerando il consueto iter parlamentare di approvazione legislativa.

Una ricerca svela come il calcestruzzo dell’antica Roma sia durato migliaia di anni

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Mentre le costruzioni moderne crollano in pochi decenni, le strutture romane sono capaci di rimanere intatte per millenni ed una nuova scoperta ha capito il perché: il segreto risiede nell’uso di piccoli pezzi bianchi, chiamati clasti di calce, che conferiscono al calcestruzzo proprietà di auto-riparazione e, secondo gli scienziati potrebbero rivoluzionare il modo in cui produciamo tale materiale. Il merito della scoperta va ad un team internazionale di ricercatori del Massachussets Institute of Technology, di Harward e di istituti europei, i quali spiegano che tale tecnica permetterebbe di realizzare costruzioni resistenti e durature, oltre che più rispettose dell’ambiente. I risultati sono stati inseriti in un nuovo studio sottoposto a revisione paritaria e pubblicato sulla rivista scientifica Science Advances.

È da secoli che studiosi e ingegneri cercano di capire come le strutture romane potessero rimanere intatte per così tanto tempo, mentre molte costruzioni moderne crollano dopo pochi decenni. I loro sforzi si sono concentrati principalmente su un ingrediente chiave: il materiale pozzolanico, come la cenere vulcanica proveniente da Pozzuoli, utilizzato nella miscela di calcestruzzo romano. Tuttavia, un nuovo studio ha messo in evidenza che vi è un nuovo elemento fondamentale, chiamato clasti di calce. Attraverso l’analisi di campioni rinvenuti in diversi siti archeologici e sfruttando tecniche di imaging multiscala ad alta risoluzione combinate a mappatura chimica per scoprire la composizione dei materiali, gli scienziati hanno scoperto che questi clasti di calce non solo conferiscono al calcestruzzo la capacità di reagire con l’acqua, formando una soluzione satura di calcio, ma creano anche “un’architettura nanoparticellare fragile”. Si tratta di una composizione che permette alle crepe di riempirsi automaticamente, evitando che si diffondano e compromettano l’integrità strutturale. «La chiave della durevolezza del calcestruzzo romano non risiede solo nella qualità dei materiali, ma anche nei processi di produzione utilizzati. L’idea che i Romani avessero realizzato un materiale da costruzione così eccezionale utilizzando pratiche sciatte non ha mai avuto senso per me», ha dichiarato Admir Masic, professore di ingegneria civile e ambientale al MIT e coautore dello studio.

Inoltre, gli scienziati hanno dimostrato che un passaggio fondamentale nel processo di creazione del materiale era la miscelazione a caldo, in quanto riscaldare il calcestruzzo a temperature elevate non solo accelera le reazioni chimiche, ma consente di ottenere prodotti che non sarebbe possibile ottenere con metodi tradizionali. Infine, gli autori hanno aggiunto che la possibilità di replicare queste antiche tecniche di costruzione potrebbe non solo allungare la vita dei materiali di costruzione moderni, ma persino ridurre l’impatto ambientale della produzione di cemento, che attualmente contribuirebbe a circa l’8% delle emissioni globali di gas serra. «È entusiasmante pensare a come queste formulazioni di calcestruzzo più durevoli potrebbero ampliare non solo la durata di vita di questi materiali, ma anche migliorare la durata delle formulazioni di calcestruzzo stampate in 3D», ha commentato Masic, aggiungendo che il gruppo sta già lavorando per commercializzare un materiale cementizio modificato, sperando di portare in cantiere un calcestruzzo che non solo duri più a lungo, ma che sia anche più sostenibile.

[di Roberto Demaio]

Meta cade di nuovo in un uso illegittimo dei dati 

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Meta è sotto indagine federale da parte del Consumer Financial Protection Bureau (CFPB) per un presunto uso improprio dei dati finanziari raccolti da terzi a fini pubblicitari. I tratti dell’indagine non sono ancora del tutto chiari, le autorità non hanno approfondito pubblicamente i dettagli della questione e l’azienda ha semplicemente confermato di aver ricevuto comunicazione di un’indagine che si concentra sulla pubblicità per prodotti e servizi finanziari. Meta ha inoltre aggiunto che «non concorda con le accuse e ritiene che un’azione esecutiva non sia giustificata».

Israele revoca l’accordo con l’ONU che dal 1967 protegge i rifugiati palestinesi

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Nella serata di domenica 3 novembre il ministero degli Esteri israeliano ha notificato alle Nazioni Unite la cancellazione unilaterale dell’accordo tra Israele e l’UNRWA (l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Palestinesi), firmato nel 1967. L’accordo tra le parti è stato uno degli elementi principali che ha permesso le attività dell’UNRWA in Israele, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza negli ultimi 57 anni. La scorsa settimana, la Knesset ( il Parlamento israeliano) ha approvato una legge che sospende tutti i legami del Paese con l’Agenzia.

«A seguito della legislazione sull’UNRWA, lo Stato di Israele ha notificato ufficialmente al Presidente dell’Assemblea Generale la cessazione della cooperazione con l’Agenzia. Nonostante le prove schiaccianti che abbiamo presentato all’ONU che confermano l’infiltrazione di Hamas nell’UNRWA, l’ONU non ha fatto nulla per rettificare la situazione. Lo Stato di Israele continuerà a cooperare con le organizzazioni umanitarie, ma non con le organizzazioni che promuovono il terrorismo contro di noi» ha dichiarato Danny Danon, ambasciatore di Israele all’ONU. La scorsa settimana, la Knesset aveva approvato una legge che sospende tutte le attività dell’UNRWA nel Paese. Il provvedimento, approvato in seconda e terza lettura, ha vietato all’Agenzia di svolgere missioni o qualunque altro tipo di attività, «dirette o indirette», all’interno del territorio di Israele. Il Commissario Generale dell’UNRWA, Philippe Lazzarini, aveva definito il provvedimento «l’ultimo episodio della campagna in corso per screditare l’UNRWA e delegittimare il suo ruolo». Israele, già da diversi mesi, aveva infatti lanciato pesanti accuse nei confronti dell’Agenzia (rivelatesi prive di qualsiasi fondamento), quali l’aver arruolato tra le sue fila «terroristi» direttamente implicati negli attacchi del 7 ottobre e di favorire le operazioni di Hamas.

Il direttore generale del ministero degli Esteri, Jacob Blitshtein, ha inviato una lettera al Presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il camerunense Philemon Yang, informandolo che «Israele continuerà a lavorare con i partner internazionali, comprese altre agenzie delle Nazioni Unite, per garantire la facilitazione degli aiuti umanitari ai civili di Gaza in maniera tale che ciò non comprometta la sicurezza del Paese. Israele si aspetta che le Nazioni Unite contribuiscano e cooperino in questo sforzo». Mentre Tel Aviv ha lavorato incessantemente per limitare il ruolo dell’UNRWA nella fornitura di quei pochi aiuti umanitari che ha lasciato entrare nel territorio di guerra, favorendo il Programma Alimentare Mondiale, l’UNICEF e altre agenzie ONU, l’UNRWA è ancora fortemente coinvolta nelle operazioni umanitarie della Striscia, gestendo rifugi, cliniche e magazzini. Nonostante le promesse e le assicurazioni del primo ministro Benjamin Netanyahu e del ministero degli Esteri israeliano sul fatto che il flusso di aiuti non verrà interrotto, gli stessi rappresentanti dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e dell’UNICEF hanno dichiarato che non sarebbero in grado di colmare il vuoto lasciato dall’UNRWA. L’Agenzia fornisce a quasi 2 milioni di palestinesi servizi umanitari e di sviluppo umano, che comprendono l’istruzione primaria e professionale, l’assistenza sanitaria di base, i servizi sociali e di soccorso, il miglioramento delle infrastrutture e dei campi, la microfinanza e la risposta alle emergenze, anche in situazioni di conflitto armato.

Francesca Albanese, la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori Occupati Palestinesi, nel presentare il suo nuovo rapporto sul genocidio israeliano a Gaza ha dichiarato che «È arrivato il momento di fare un passo esemplare», invitando l’ONU a prendere in considerazione la sospensione di Israele dall’Organizzazione, in quanto Stato membro che «viola persistentemente» le prescrizioni dell’organismo internazionale.

[di Michele Manfrin]