Una maxi-richiesta di risarcimento da 2 milioni di euro per diffamazione è stata avanzata dalla Fox Petroli spa contro due attivisti ambientali di Pesaro, Roberto Malini, co-presidente di EveryOne Group, e Lisetta Sperindei, ex consigliera comunale. L’azione, giustificata dall’azienda con l’accusa che i due avrebbero diffuso informazioni false danneggianti l’immagine della società attraverso una «quotidiana campagna denigratoria e persecutoria», riguarda le contestazioni sollevate dagli attivisti sul progetto di impianto GNL e sulla presunta contaminazione dell’area di Torraccia-Tombaccia, vicino a zone abitate e a un’oasi naturalistica. La vicenda, che ha già suscitato l’attenzione di organizzazioni internazionali per i diritti umani, è considerata un caso emblematico di SLAPP (strategic lawsuit against public participation), ovvero di causa temeraria intentata per intimidire i critici.
Il conflitto nasce da un esposto presentato a maggio 2025 dagli attivisti alla Procura, ai ministeri dell’Ambiente e della Salute e ad altre istituzioni. Nel documento, Malini e Sperindei denunciavano «una situazione di grave rischio ambientale e sanitario» presso il sito Fox Petroli, segnalando «un stato di degrado» ed «evidenti problematiche di contaminazione, sia del suolo che delle falde acquifere». Secondo gli attivisti, il progetto GNL «aggraverà ulteriormente» la situazione, soprattutto considerando la vicinanza a «un’area naturalistica tutelata, l’Oasi del fiume Foglia e a un centro urbano densamente popolato». La reazione dell’azienda non si è fatta attendere. Il 14 maggio scorso, gli avvocati della Fox Petroli hanno presentato al Comune di Pesaro una richiesta formale di accesso agli atti per ottenere copia dell’esposto, nonostante questo non fosse destinato alla diffusione, poiché parte integrante di un procedimento d’indagine. Nell’atto di citazione, la società – che prevede un investimento nell’impianto di almeno cinquanta milioni di euro – ha sostenuto che le affermazioni degli attivisti «gettano discredito su una società per azioni, che ha un fatturato di decine di milioni di euro», accusando Malini e Sperindei di procurare allarme nella popolazione «diffondendo notizie false e diffamatorie».
La disputa legale è diventata anche un caso simbolo per le organizzazioni che combattono le cosiddette SLAPP (Strategic Lawsuits Against Public Participation). Organismi internazionali come Front Line Defenders e la rete Coalition Against SLAPP in Europe (CASE) hanno segnalato il caso e ne hanno denunciato le caratteristiche tipiche — sproporzione economica tra le parti e intento intimidatorio — portandolo all’attenzione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Per queste ragioni, la causa è osservata anche come test per la nuova direttiva europea anti-SLAPP che l’Italia dovrà recepire entro il 2026. Dopo il fallimento del tentativo di mediazione tenutosi presso il Tribunale di Pesaro, la prima udienza è fissata per il 22 dicembre 2025. All’uscita dal tribunale, i due attivisti sono stati accolti da circa trenta cittadini che hanno manifestato sostegno.
«La citazione civile da due milioni di euro intentata da Fox Petroli contro me e Lisetta Sperindei è arrivata dopo due nostre azioni fondamentali: un appello urgente ai Vigili del Fuoco, che ha coinvolto anche la Prefettura e ha contribuito al diniego del Nulla Osta di Fattibilità, bloccando di fatto il progetto; e un esposto alla Procura, in cui ipotizzavamo, con documenti e fotografie, la presenza di inquinanti nel sottosuolo dell’area ex industriale – ha spiegato Roberto Malini a L’Indipendente –. La Procura ha aperto un’indagine e chiesto analisi ambientali, che però ancora non sono state eseguite. La causa, nella sostanza, si concentra su un termine contenuto in un nostro comunicato stampa: “degradato”. È un termine che abbiamo scelto con attenzione, supportato da documenti ufficiali, da evidenze visibili a occhio nudo – tubazioni arrugginite, serbatoi obsoleti – e da analisi già nel 2001 che indicano presenza di idrocarburi e piombo. In un piano di bonifica commissionato dalla stessa azienda si parla esplicitamente di terreni contaminati da smaltire. Se questa parola è oggi il pretesto per una SLAPP, significa che la libertà di espressione e il diritto di critica sono sotto attacco».
«Quello che ci preoccupa, più della causa in sé, è il silenzio delle istituzioni locali, che non ci hanno espresso alcuna solidarietà, e un sistema che tollera l’uso intimidatorio delle aule di giustizia contro chi difende l’ambiente e la salute – ha proseguito Malini –. Il 29 settembre, in Tribunale a Pesaro, la mediazione obbligatoria si è svolta in un clima freddo, senza reali tentativi di confronto. Nonostante questo, proseguiamo con determinazione la nostra azione: chiediamo che le analisi sul sito vengano finalmente effettuate, contrastiamo il ricorso al TAR dell’azienda e continuiamo a informare i cittadini». «Il nostro caso – conclude l’attivista – è stato riconosciuto come SLAPP da istituzioni europee, dal Relatore ONU per i Difensori dei Diritti Umani e da reti come CASE e Front Line Defenders. Ma ora è in gioco qualcosa che va oltre l’ambiente: il diritto dei cittadini a parlare, a denunciare, a difendere ciò che è pubblico».
Il bilancio delle vittime del crollo di un collegio islamico in Indonesia, avvenuto lo scorso 30 settembre, è salito a 36 secondo l’agenzia nazionale per la gestione delle emergenze. Proseguono per il settimo giorno le ricerche di 27 studenti ancora dispersi, per lo più adolescenti tra i 13 e i 19 anni, rimasti intrappolati sotto le macerie. Sul posto sono state impiegate gru per rimuovere i detriti, con le operazioni di ricerca completate al 60%. Le autorità prevedono di concludere le operazioni e rimuovere completamente le macerie entro lunedì.
A chi difende i diritti degli animali viene detto: come puoi preoccuparti degli animali quando nel resto del mondo vi sono guerre, carestie e problemi ben più importanti di cui occuparsi? Come è possibile mettere sullo stesso piano la vita degli animali con quella degli uomini? Ed è giusto, parlando degli animali domestici, dedicare tempo, attenzioni ed energie nel coltivare un rapporto con un essere vivente che non appartiene alla nostra razza? Queste domande in realtà nascondono ben altro dietro. Quali valori cioè ci governano? Quali sono gli impulsi che ci guidano? Cosa determina e cosa orienta il nostro agire, il nostro comportamento, la nostra capacità di amare?
Tra gli argomenti più in voga usati contro gli animalisti vi è l’accusa di aver umanizzato gli animali domestici e di trattare come figli. Sia ben chiaro, sui social alle volte assistiamo a scene di animali domestici con indosso vestitini e accessori che giustamente sollevano obiezioni critiche, ma il punto in questione è un altro. L’attaccamento affettivo per un animale domestico diviene spesso oggetto di critiche da parte di coloro che accusano chi ha un cane o un gatto di volergli bene in modo eccessivo. E di preferire l’animale domestico alla procreazione. Si tratta di una falsa dicotomia, perché non esiste nessuna correlazione tra l’affetto per gli animali e la mancanza dei figli.
Il basso tasso di natalità in Italia ha ragioni storiche, culturali ed economiche che non hanno nulla a che vedere con il possesso o meno di un animale da compagnia. Ma è interessante notare come nella dimensione affettiva ed emotiva vengano applicate delle gerarchie che soggiacciono ad argomenti puramente razionali.
Lo studio condotto dal biologo giapponese Miho Nagasawa ha rivelato le basi ormonali del legame che ci unisce ai nostri animali domestici. Questo legame passa dallo sguardo: il contatto visivo genera nel cervello di entrambi un’impennata dell’ossitocina, l’ormone alla base dei legami affettivi. Nel legame che si sviluppa tra un cucciolo (di cane, di gatto o di qualsivoglia specie) e un essere umano si attivano quegli ormoni, come l’ossitocina e le endorfine, che sono alla base del legame madre-figlio. O più precisamente madre-neonato.
La natura indifesa di un cucciolo, di un essere inerme che dipende dalle nostre cure, attiva in noi un istinto innato che ci spinge a prendercene cura. Se dal punto di vista razionale siamo spinti a stabilire delle gerarchie nella sfera degli affetti e dei sentimenti, il nostro sistema neuro-endocrino non va tanto per il sottile. E non fa differenza. Chiunque abbia vissuto con un animale lo intuisce, ma la Scienza ci ha fornito per la prima volta una spiegazione biologica di quella verità che potremmo riassumere poeticamente con «l’amore trascende ogni barriera e ogni distinzione». Non solo di razza, cultura, lingua ma è in grado di superare anche i confini che dividono le specie. Non soltanto da parte nostra, ma anche da parte degli animali.
La biologa Simona Kossak visse per trent’anni nella foresta di Bialowieza per osservare e studiare il comportamento della fauna selvatica. La sua capanna era talmente in sintonia con la foresta che una cerva la scelse come luogo per partorire i suoi cuccioli, che furono allattati dalla stessa biologa. Tra la Kossak e questi cuccioli si sviluppò un legame a dir poco unico, come racconta lei stessa:
«Un giorno i cervi, che avevo allevato con il biberon e che per molti anni mi seguirono nei boschi, manifestarono segni di paura e non vollero entrare nella foresta a pascolare. Come mi ci diressi io si fermarono, le orecchie rizzate e il pelo diritto sul fondoschiena. In apparenza doveva esserci qualcosa di assai minaccioso nella foresta. Attraversai metà dello spazio aperto e mi fermai, perché i cervi stavano producendo un terribile coro di latrati alle mie spalle. Mi voltai e ce n’erano cinque, rigidi sulle zampe, che mi guardavano e chiamavano: Non andare, non andare, c’è la morte laggiù! Devo ammetterlo, restai di stucco ma alla fine andai. E trovai che c’erano tracce di una lince, una lince aveva attraversato la foresta. Trovai le sue feci più avanti. Cos’era successo? Un carnivoro era entrato nella fattoria, i cervi lo avevano notato ed erano spaventati. Poi hanno visto la loro “madre” andare verso la morte, completamente inconsapevole, e dovevano avvisarla – per me, lo dico onestamente, quel giorno fu una conquista. Avevo attraversato il confine che ci divide dagli animali, un muro che non sembrava possibile abbattere. Se mi avevano avvisata voleva dire una sola cosa: sei un membro del branco, non vogliamo che tu sia ferita».
Questa testimonianza è fondamentale non soltanto per ridisegnare i confini della nostra etica nei confronti degli animali, ma ci spinge anche domandarci: quali sono le basi etiche su cui abbiamo costruito la nostra società?
Nella società odierna l’assunto «la vita animale non vale una vita umana» è un principio universalmente condiviso dalla maggior parte della popolazione. Come potremmo infatti giustificare la macellazione, le sperimentazioni sugli animali, gli allevamenti intensivi che trasformano la complessità di un essere vivente in prodotti alimentari, se la vita animale non venisse percepita come «inferiore» a quella dell’uomo? Di epoca in epoca alcuni individui, da Pitagora a Seneca a Kant, passando per Tolstoj e Rousseau si sono domandati perché venga inflitta, in modo deliberato o inconsapevole, una grande sofferenza a creature dotate di sensibilità e di sentimenti anche complessi. Ma tali individui hanno sempre rappresentato una minoranza.
Se in passato le carestie, la fame, la scarsa diffusione della tecnologia avevano reso l’uomo dipendente dallo sfruttamento della vita animale per garantire la propria sopravvivenza, oggi tale necessità non sussiste. Almeno non nel mondo occidentale. Eppure gli animali continuano a essere considerati una fonte appropriata e lecita di cibo. Alla base di quest’atteggiamento vi è la convinzione che vi siano vite meno meritevoli di altre di essere vissute. Vi è cioè una scala gerarchica che assegna un determinato valore alla vita in base a dei presupposti non biologici ma culturali.
Simona Gabriela Kossak con il Corvo Korasek (foto Lech Wilczek)
Ma facciamo un passo indietro. Per capire il pregiudizio ideologico che si nasconde dietro ciò, è necessario capire da dove nasce e perché. Questa questione, infatti, non riguarda soltanto il rapporto uomo-animale, ma investe aspetti fondamentali della nostra società e della nostra cultura. Aspetti che a loro volta sono stati la causa delle peggiori atrocità della storia.
Porsi la domanda quale vita sia più degna di essere vissuta, ha avuto sempre conseguenze nefaste per il genere umano. Nella Germania nazista alcune categorie di persone, ebrei, rom, polacchi, omosessuali e via dicendo venivano considerate immeritevoli di vivere. Oggi le vittime del 7 ottobre vengono strumentalizzate per giustificare il genocidio in corso a Gaza; alla base di ciò vi è il presupposto inconscio che la vita di un palestinese valga meno di quello di un israeliano. O viceversa. Nel corso della storia quegli individui affetti da handicap e disabilità cognitive sono stati trattati come individui di serie b, come se il diritto alla vita fosse legato allo sviluppo e all’estensione delle facoltà razionali.
La nostra società, infatti, è figlia del razionalismo di matrice illuminista, del cartesiano «penso, dunque sono». Il penso dunque sono è il valore fondante della nostra cultura. Il rapporto uomo-animale, e la dialettica che plasma e orienta questo rapporto deve continuamente fare i conti con argomenti e obiezioni circoscritte all’ambito della sola razionalità.
Eppure nel mondo antico, questo rapporto non era così sistematico e assoluto. Se il filosofo greco Pitagora fu uno dei primi a esprimersi contro la violenza sugli animali per ragioni razionali, Arthur Schopenhauer, ritenendo gli animali capaci di emozioni profonde, si domandava: «Chi è crudele nei confronti degli animali come può essere una buona persona?»
Fu tuttavia il filosofo Jeremy Bentham a porre nella percezione della gioia e della sofferenza la qualità che accumuna i membri di ogni specie: «Il problema non è “Possono ragionare?”, né “Possono parlare?”, ma “Possono soffrire?”». Ecco quindi uno slittamento dal «penso, dunque sono» al «sento, dunque sono».
Chiunque abbia vissuto con un animale, sa quanto questi esseri siano capaci di provare emozioni profonde come gioia, affetto, paura, attaccamento. Se fino ad ora i computer e le IA sono riusciti ad emulare in una forma approssimativa i rudimenti del pensiero logico, ed è probabile che in futuro la tecnologia possa arrivare a mimare il pensiero logico-razionale, non è mai esistita né è mai stata ipotizzata l’esistenza di una macchina in grado di riprodurre e provare la vasta gamma di emozioni e sentimenti umani. Emozioni e sentimenti che condividiamo con gli animali. Nel film Equilibrium diretto da Kurt Wimmer ci viene mostrata una società distopica dove le persone non hanno perduto la facoltà di ragionare ma di sentire. Gli esseri umani sono obbligati ad assumere una droga che li priva della capacità di provare emozioni, al fine di eliminare qualsiasi forma di conflitto. Le persone conducono una vita meccanica, priva di emozioni, di sentimenti, di sensazioni e pur avendo mantenuta intatta la capacità di ragionare sono simili a dei robot; camminano, mangiano, respirano, pensano ma non hanno più nulla di ciò che rende un uomo vivo. E allora sorge spontanea la domanda: quali sono quelle qualità che ci rendono umani? La capacità di pensare? Di elaborare pensieri complessi e calcoli astratti? O la capacità di sentire? E se gli animali provano emozioni e hanno sentimenti proprio come noi, perché non hanno diritto alla vita?
Ed ecco anche perché sostengo, e lo sostengo con fermezza, che il modo in cui trattiamo gli animali determina e influenza i rapporti con i nostri simili. Seneca era convinto che ci fosse un legame tra l’uccidere gli animali e il massacrare i propri simili in guerra. Circa 1800 anni dopo lo scrittore russo Lev Tolstoj fu dello stesso avviso: «Fino a quando ci saranno i macelli, ci saranno anche i campi di battaglia. La grandezza di una nazione e il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali.»
Le interazioni con gli animali ci spingono a ridimensionare l’importanza che assegniamo alla razionalità, in favore di un modo d’intendere la vita più improntato al sentimento. Con gli animali non parli, non costruisci discorsi logici, non elabori discorsi ma senti. Accrescono in noi quei sentimenti di tenerezza e sensibilità di cui non possiamo e non dovremmo fare a meno.
Mentre la Global Sumud Flotilla è stata bloccata a poche miglia dalle coste palestinesi, e le oltre 470 persone che ne componevano gli equipaggi sono nelle mani degli israeliani, un’altra flotta è attualmente in viaggio verso Gaza: si tratta della Freedom Flotilla Coalition, che, insieme alle Thousand Madleens to Gaza (TMTG), hanno lasciato i porti del sud Italia sabato 27 settembre. Altre 45 imbarcazioni sono invece partite il 2 ottobre dal porto turco di Arsuz, diventando di fatto una flotilla più numerosa di quella appena fermata. Non sono organizzate insieme, ma l’obiettivo è sempre lo stesso: sfidare il blocco imposto da Israele sulla Striscia di Gaza, continuando a fare pressione sui governi affinché prendano delle misure concrete per fermare Tel Aviv.
«Siamo undici barche, partite da Otranto e da Catania» dice Andrea Usala, membro delle Thousand Madleens to Gaza a L’Indipendente, esprimendo «massima solidarietà alla Global Sumud Flotilla: noi siamo l’ondata successiva che prova a rompere l’assedio israeliano». Come spiega Andrea, Thousand Madleens to Gaza è un movimento dal basso nato in Francia su ispirazione della barca Madleen, imbarcazione della Freedom Flotilla Coalition bloccata e sequestrata nelle acque internazionali dall’esercito israeliano il 9 giugno di quest’anno. «Sulle barche ci sono diplomatici, giornalisti, e membri della società civile. Il punto è fare pressione politica: portare aiuti umanitari è limitato, è chiaro che non saranno le poche tonnellate che portiamo che riusciranno a cambiare le cose, dato che ci sono migliaia di tonnellate bloccate ai valichi di Gaza,» continua Andrea. «Quello che può cambiare le cose è la pressione politica sul nostro governo, affinché rompa la complicità con Israele, affinché agisca, attraverso embargo militare, sanzioni, rottura degli accordi commerciali. Per questo continueremo a violare il blocco israeliano sulla Striscia di Gaza».
Come ricorda Michele Borgia, portavoce della Freedom Flotilla Italia a L’Indipendente, questa è la quarta missione della Freedom Flotilla Coalition quest’anno. «La Conscience è stata colpita il 2 maggio da due droni mentre si trovava in acque internazionali al largo di Malta; il 9 giugno la Madleen è stata sequestrata con il suo equipaggio dagli israeliani. A fine luglio la Handala, altra nave della FFC, ha subito la stessa sorte. Ora ripartiamo con una dozzina di navi, tra cui la Conscience». La Freedom Flotilla Coalition è una coalizione internazionale apartitica che dal 2010 lotta per rompere l’assedio e l’embargo a Gaza. Lavora da anni al fianco del popolo palestinese, cercando sostegno nella società civile più che nei governi, spesso complici dei crimini israeliani. Sono un centinaio le persone salpate da Catania e da Otranto, e nelle settimane successive partirà anche un’altra barca della FFC, un’imbarcazione medica, che porterà circa cento medici e infermieri verso Gaza.
«C’è una ragione per la quale partiamo dalla Puglia: è la prima regione che ha rotto i rapporti con Israele. Il governo centrale non fa quello che deve fare, anzi; non soltanto non taglia i ponti con Israele ma continua ad esserne complice, vendendo e trasportando armi, e continuando a dare appoggio politico, economico e militare. Noi partiamo dal basso, e spingiamo affinché le amministrazioni locali, i comuni, le province, le regioni, prendano posizione e taglino tutti i ponti con Israele, rompano tutte le collaborazioni militari, commerciali e anche delle università. Forzando così anche il governo centrale a fare quello che dovrebbe fare se solo ascoltasse le centinaia di migliaia di persone che sono scese nelle piazze di tutta Italia per lo sciopero per Gaza il 22 settembre», continua Michele.
Il portavoce ricorda anche l’incidente del 31 maggio 2010, quando si svolse l‘ultima missione “collettiva” prima della Sumud: sei navi salparono per Gaza dalle coste di Cipro con più di 600 persone a bordo, tra cui decine di parlamentari e politici, anche quella volta nel tentativo di rompere l’assedio alla Striscia e consegnare aiuti alla popolazione. La marina israeliana intercettò e assaltò la flottilla in acque internazionali al largo della Striscia: l’operazione si concluse con scontri a bordo della nave principale, la turca Mavi Marmara, il cui equipaggio cercò di difendersi con mezzi di fortuna. Nove attivisti vennero uccisi dai soldati israeliani, e un decimo perse la vita pochi giorni dopo. Almeno altre 60 persone rimasero ferite.
«L’attenzione sulla Flotilla deve rimanere alta: ma senza dimenticare che tutti gli occhi e i riflettori devono rimanere accesi su Gaza,» ricorda. «Il punto è Gaza, fermare il genocidio, rompere l’assedio. Non la Freedom Flotilla». E conclude. «La difesa di Gaza e delle Palestina è la difesa di tutti noi. Perché se la Palestina è un laboratorio delle forme di oppressione più sofisticate sia dal punto di vista militare ma anche per l’intelligenza artificiale usata e non solo, se la Palestina viene soppressa, è come se sopprimessero tutte le altre lotte del mondo. Anche per questo dobbiamo ribellarci, al fianco del popolo palestinese».
Le elezioni politiche in Repubblica Ceca segnano la netta affermazione del movimento nazional-populista Ano dell’ex premier Andrej Babis, che con il 34,85% dei voti ha battuto la coalizione di governo del premier Petr Fiala, scesa al 23,14%. Gli alleati liberali del partito dei Sindaci si sono fermati all’11,14% e i Pirati all’8,8%, troppo poco per garantire una maggioranza. I post-comunisti restano fuori dal Parlamento. Babis ha ottienuto 81 seggi su 200: vittoria netta ma senza maggioranza assoluta. I primi interlocutori per la formazione del governo saranno gli “Automobilisti per se stessi” (che hanno ottenuto poco meno del 7%), critici verso Bruxelles.
Il mercato spinge a presentare i chatbot non solo come motori di ricerca o assistenti personali, ma anche come consulenti legali, psicoterapeuti, coach o amici su cui fare affidamento. Invece di assumersi la responsabilità delle gravi criticità legate a tali usi impropri, le aziende stanno imboccando una strada diversa: si tutelano dagli oneri legislativi introducendo forme inedite di sorveglianza. Il nuovo approccio prevede infatti che ogni confidenza dell’utente ritenuta problematica possa essere eventualmente segnalata alle autorità, una scelta che mina la privacy individuale e apre la strada a un modello di controllo di massa.
Per comprendere l’attuale contesto è necessario compiere un passo indietro. Da oltre un anno, negli Stati Uniti si registrano casi di persone che, dopo aver interagito con i chatbot, sprofondano nella psicosi, danno sfogo a idee che portano al loro arresto, avviano pratiche di autolesionismo o arrivano addirittura a togliersi la vita. In molti di questi episodi, i protagonisti non erano caratterizzati da precedenti clinici pertanto i cronisti, i politici e i parenti delle vittime si sono focalizzati sugli scambi intrattenuti da questi soggetti con le IA, attribuendo alle macchine la responsabilità di quanto accaduto.
Il problema, verosimilmente, è più complesso e affonda le radici in carenze strutturali profonde. Chi si affida a uno “psicologo IA”, per esempio, lo fa spesso perché non può accedere a cure specialistiche di stampo tradizionale. Eppure questo non cambia la percezione pubblica: l’idea che i chatbot possano causare sofferenza e disturbi mentali sta progressivamente prendendo piede. A fine agosto, i genitori di Adam Raine – un sedicenne morto suicida dopo numerose interazioni con ChatGPT – hanno intentato causa contro OpenAI. Dalle carte processuali sono emerse conversazioni inquietanti: la macchina, programmata per convalidare le idee dell’utente, finiva per assecondare il disagio del giovane, un atteggiamento che, secondo l’accusa, avrebbe contribuito a spingerlo verso la tragedia. Pochi giorni dopo l’emergere della vicenda, OpenAI ha pubblicato un annuncio sul proprio blog, promettendo “un sostegno concreto alle persone nel momento del bisogno”.
In pratica, questo “sostegno” consiste nell’inoltrare alcune conversazioni sensibili a un “team addestrato”, ovvero a revisori umani che possono decidere a loro discrezione se girare il caso alle autorità competenti. Sebbene Sam Altman – CEO di OpenAI – avesse in passato dichiarato di confidare in un futuro in cui i chatbot avrebbero ottenuto la stessa riservatezza garantita oggi a uno psicoterapeuta, l’azienda si mostra attualmente pronta a monitorare e segnalare alla polizia ogni forma di potenziale reato violento. Sulla scia di OpenAI, anche Anthropic, Google e Microsoft hanno a loro volta adottato politiche affini. Una scelta che assume in questo senso contorni ancora più significativi, visto che queste imprese stanno costruendo ecosistemi di servizi integrati che vanno ben oltre i chatbot. Stiamo parlando di sistemi di posta elettronica, assistenti alla programmazione o segretari digitali, capaci di penetrare in ogni sfera della vita online.
In merito, il Garante della Privacy italiano ha recentemente lanciato un segnale d’allarme, sottolineando come le normative vigenti – Digital Services Act, GDPR e persino l’AI Act – lascino ampie zone grigie su questa forma di “controllo digitale automatizzato”. “Le multinazionali dell’intelligenza artificiale hanno già dispiegato sistemi di monitoraggio che superano le capacità di sorveglianza tradizionali”, ha spiegato Agostino Ghiglia, componente del Garante per la protezione dei dati personali. “E lo hanno fatto aggirando completamente il processo di approvazione democratica europeo”. In un’intervista a Il Giornale, Ghiglia è ancora più esplicito: “ogni parola può diventare un fascicolo. Il confine tra sicurezza e sorveglianza massiva si assottiglia ogni giorno”.
Usare i chatbot come confidenti non significa solamente affidarsi a strumenti inaffidabili e soggetti a “allucinazioni”: equivale, di fatto, a fornire il proprio consenso a essere denunciati. Ciò dipende dalle interpretazioni più ampie del cosiddetto “interesse legittimo”, il principio giuridico a cui le grandi aziende digitali si appellano senza sosta per giustificare la raccolta e il trattamento massivo dei dati utente. Sul piano normativo, si potrebbe però fare affidamento su qualche argine improvvisato: strumenti giuridici teoricamente applicabili potrebbero dimostrarsi utili a contenere questi eccessi e a difendere i diritti fondamentali legati alla privacy, tuttavia si tratta di regole pensate per altri contesti, che dovrebbero essere interpretate e adattate per star dietro a una tecnologia che corre molto più veloce della legge stessa. Il vero problema è la volontà politica: oggi manca la determinazione ad applicare le norme già esistenti. Anzi, la tendenza sembra andare nella direzione diametralmente opposta, con governo e istituzioni europee che discutono di alleggerire l’AI Act e il GDPR per favorire il “progresso” e la “competitività” industriale. Nel frattempo, cresce anche la tentazione di cedere a misure securitarie permeabili e invasive come il Chat Control, proposta normativa che vuol far sì che sia possibile scansionare in tempo reale le chat private, al fine di rendere più efficace la lotta contro gli abusi sessuali sui minori.
Centinaia di migliaia di persone di persone si sono ritrovate oggi a Roma per protestare contro il genocidio palestinese. Gli organizzatori parlano di un milione di presenze, per le forze dell’ordine i partecipanti sarebbero non più di trecentomila: in ogni caso, si tratta di uno dei cortei più partecipati degli ultimi anni. Il corteo, partito intorno alle 15, si è svolto senza particolari disordini. Decine gli autobus in arrivo nella Capitale fermati e perquisiti dalle forze dell’ordine ai vari caselli autostradali di Roma. In piazza, oltre a cartelli che chiedono di fermare l’aggressione israeliana a Gaza e il rilascio dei membri della Global Sumud Flotilla, anche diverse scritte contro il governo Meloni, accusato di complicità con Tel Aviv.
La manifestazione ha percorso viale della Piramide Cestia, piazza Albania, viale Aventino, piazza di Porta Capena, via di San Gregorio, via Celio Vibenna, piazza del Colosseo, via Labicana e via Merulana, prima di fermarsi nella piazza di Porta San Giovanni. La protesta è stata partecipata al punto che la coda del corteo ha raggiunto il punto di arrivo tre ore dopo coloro che si trovavano in prima fila, mentre alle 16.30 molti manifestanti dovevano ancora partire. A prendervi parte sono state tutti i collettivi e le sigle che si sono già mobilitati con blocchi e scioperi negli scorsi giorni: da USB a CGIL, passando per i vari collettivi studenteschi (tra cui OSA e Cambiare Rotta), fino al Movimento degli studenti palestinesi e all’Unione Democratica Arabo-Palestinese (UDAP). Presenti anche alcuni esponenti politici dell’opposizione, tra i quali Benedetta Scuderi (che ha fatto ritorno ieri dalla missione della Global Sumud Flotilla) e Fratoianni (AVS) e Riccardo Magi (+Europa). Da parte di Giorgia Meloni, che stamattina ha partecipato alla commemorazione per San Francesco d’Assisi, e degli esponenti del governo non sono arrivati commenti.
La protesta era in programma da settimane ed arriva a pochi giorni dal 7 ottobre, quando ricorreranno due anni dall’inizio del genocidio israeliano a Gaza. Da allora, sono quasi 70 mila i palestinesi uccisi dalle incursioni giornaliere dell’esercito israeliano, ma numerosi studi hanno riferito il sospetto che le cifre reali siano molto più alte. Centinaia di migliaia i feriti, due milioni gli sfollati, mentre nelle ultime settimane l’IDF ha intensificato la propria intensiva su Gaza City. Di fronte all’inazione dei governi, la società civile europea (e del mondo) ha risposto con proteste sempre più intense, che in Italia hanno raggiunto l’apice nella giornata del 22 settembre scorso, quando centinaia di migliaia di persone hanno scioperato in tutto il Paese – in una delle iniziative più partecipate degli ultimi anni. Durante le giornate successive sono continuati blocchi e manifestazioni, che hanno culminato nel grande sciopero di venerdì 3 ottobre, indetto dopo che Israele ha illegalmente intercettato e arrestato gli attivisti della missione umanitaria Global Sumud Flotilla in acque internazionali (e nonostane il garante lo avesse definito “illegittimo”).
L’Ordine dei giornalisti del Lazio ha inflitto una sanzione di censura a Maurizio Molinari, editorialista ed ex direttore di Repubblica, in ragione delle affermazioni rese nel corso della rassegna stampa di RaiNews 24 nel luglio 2025 riguardo a Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Secondo il Consiglio di disciplina laziale, le sue parole – che includevano accuse di finanziamenti ricevuti da Hamas e di titoli accademici non posseduti – sono state considerate lesive della dignità della destinataria e mancanti di adeguata verifica fattuale. Il provvedimento, non definitivo, è motivato dalla valutazione che Molinari abbia diffuso “accuse infondate” senza adeguate fonti credibili, violando i doveri deontologici del giornalismo. L’anticipazione della decisione era stata resa nota dal sito Professione Reporter, riportata poi anche da altri media. Il legale di Molinari, l’avvocato Maurizio Martinetti, ha contestato la pubblicazione del provvedimento disciplinare, sostenendo che non fosse stato reso pubblico né ufficialmente accessibile, e annunciando la presentazione di un reclamo nei termini di legge, e ha parlato di una «arbitraria e illegittima diffusione di dati e informazioni personali» ai danni del suo assistito. Il caso nasce da esposti che chiedevano di valutare se quelle dichiarazioni non fossero contrarie ai princìpi di prudenza e responsabilità imposti dal codice deontologico.
L’entità della censura assume rilievo perché si tratta di una sanzione di secondo gradodella scala disciplinare prevista per i giornalisti (dopo l’avvertimento, prima della sospensione e della radiazione). Il fatto che il Consiglio di disciplina laziale non abbia optato per un richiamo lieve ma per un provvedimento più grave segnala l’importanza attribuita alla questione e la serietà delle contestazioni. Non è irrilevante che il provvedimento non sia definitivo: Molinari può far valere i propri diritti presso il Consiglio nazionale e il giudizio può mutare in sede superiore. Alla base della censura vi è anche una questione di correttezza nei rapporti con le istituzioni internazionali: nelle segnalazioni si sottolinea che sia il portavoce dell’ONU sia l’Alto Commissario per i diritti umani, nonché il Presidente del Consiglio dei diritti umani, avevano difeso le funzioni svolte da Albanese, respingendo in varie sedi le accuse che le erano state mosse. Anche l’Unione Europea ha preso posizione per sostenere la legittimità del suo incarico. In questo contesto, Molinari avrebbe messo in discussione non solo la persona ma la credibilità dell’istituzione che Albanese rappresenta. Le sue parole a Rai News 24 nel luglio scorso – riprese anche dai media nazionali – sostenevano che Guterres avesse definito Albanese «una persona orribile» e che l’ONU avrebbe tentato di impedirne la riconferma, ma che l’organismo «che è guidato da nazioni ed è sotto l’influenza di nazioni come l’Iran» l’avrebbe riaccettata. Molinari concludeva dichiarando «che questa sia una vicenda drammatica che evince la debolezza dell’istituzione delle Nazioni Unite e spiega perché Guterres aveva tentato in ogni maniera di impedire di rinnovare l’incarico a Francesca Albanese». In tale ricostruzione, Molinari imputava alla relatrice posizioni che «delegittimerebbero l’esistenza dello Stato di Israele, accusando il governo e l’intero Stato dei crimini più orribili», assumendo un tono decisamente accusatorio e politico, più che analitico. La maggioranza del Consiglio non pare aver trovato convincenti le fonti presentate dall’editorialista, e nega che egli abbia dato prova sufficiente della veridicità delle sue affermazioni. Ora la vicenda si sposta sul piano del ricorso: Molinari intende contestare il provvedimento, credendo che la censura sia in contrasto con la libertà di espressione e con il diritto a criticare figure pubbliche. Nel procedimento disciplinare pendente, tuttavia, l’Ordine dei giornalisti esercita una funzione di garanzia dell’etica professionale, verificando che le accuse, anche quando forti e provocatorie, siano sorrette da prove.
Questa decisione dell’Ordine laziale assume una valenza più ampia del caso singolo: indica un punto di scontro tra il potere interpretativo del giornalista e i limiti imposti dalla responsabilità professionale. Quando le dichiarazioni non sono frutto di indagine autonoma ma di atti di accusa sommari, l’autorità disciplinare interviene per tutelare il diritto alla reputazione, anche qualora il destinatario fosse una figura controversa o scomoda. Molinari, da anni sul piede di guerra contro le “fake news”, si è reso autore di affermazioni gravi senza accertamenti rigidi. La censura inflitta non è di carattere politico, bensì un richiamo formale all’accuratezza, alla verifica e al rispetto dei canoni professionali. L’ipocrisia appare lampante se si confrontano le sue parole di ieri con i suoi comportamenti di oggi. Nel 2019, al Festival delle conoscenze di Novi Ligure, ammoniva gli studenti contro i pericoli della disinformazione: «È uno strumento per imporsi ai danni di qualcun altro» e le «bugie più efficaci» sono quelle «accompagnate da un’offensiva mediatica. Aiutano a identificare il nemico per creare situazione di consenso all’interno del quale poter agire». Nulla di diverso da quanto egli stesso ha praticato, lanciando accuse infondate contro Francesca Albanese, in assenza di contraddittorio e senza la solidità di prove. La libertà di critica non si esercita nella menzogna così come il giornalismo non si fonda su rivendicazioni d’autorità, ma sulla cura nell’esprimere giudizi e sulla trasparenza delle fonti. In mancanza di ciò, non è l’Ordine a silenziare la critica, ma l’inaffidabilità stessa del discorso pubblico che legittima interventi disciplinari.
Telstra, la principale azienda di telecomunicazioni australiana, è stata multata per 18 milioni di dollari australiani (circa 11,8 milioni di euro) dopo aver ridotto la velocità di connessione di quasi 9.000 clienti senza informarli. Lo ha comunicato la Australian Competition and Consumer Commission (ACCC), spiegando che tra ottobre e novembre 2020 la compagnia avrebbe dimezzato la velocità di upload degli utenti del suo marchio low-cost Belong. «La mancata comunicazione ha impedito ai clienti di valutare se il servizio fosse adatto alle loro esigenze», ha dichiarato la commissaria Anna Brakey, aggiungendo che Telstra ha accettato la decisione e rimborserà i clienti con un credito di 15 dollari al mese.
Dallo scorso sabato 27 settembre, in Marocco migliaia di persone stanno scendendo in piazza nelle principali città del Paese per protestare principalmente contro gli investimenti indirizzati alla costruzione di stadi in occasione del campionato mondiale di calcio del 2030. Più di 50.000 giovani marocchini si sono radunati sui social media, utilizzando piattaforme come Tik Tok, Instagram e Discord, con il nome di GenZ212 (numero del prefisso telefonico internazionale marocchino) e Moroccan Youth Voices per esprimere dissenso contro la corruzione nel Paese. Le proteste hanno visto le autorità rispondere con una dura repressione: sono centinaia i manifestanti arrestati durante le proteste, due quelli uccisi a colpi di arma da fuoco dalle forze dell’ordine nella città di Agadir.
“Ospedali, non stadi”
Gli slogan che danno voce alle proteste marocchine si appellano contro le gravi disuguaglianze che il Paese è costretto a vivere e che si stanno rivelando insostenibili durante i preparativi dellaCoppa d’Africa di calcio del 2025 e i prossimi mondiali di calcio del 2030. Le mobilitazioni denunciano in particolar modo le scarse condizioni infrastrutturali degli ospedali, la carente capillarità dei servizi scolastici nelle aree periferiche e il tasso di disoccupazione, che tra i giovani raggiunge fino al 36%.
La miccia che ha fatto esplodere il movimento è stata accesa dalle morti di otto donne partorienti avvenute nell’ospedale pubblico Hassan II di Agadir, centro urbano nel sud del Paese. Il caso di malasanità ha messo ulteriormente in luce la scarsità dei servizi igienici all’interno degli ospedali, spesso interessati da infestazioni di insetti, e la penuria di medici impiegati nella salute pubblica. Secondo i dati raccolti nel 2023 dalla World Health Organization (WHO), in media in Marocco sono solo 7,4 i medici disponibili su 10.000 abitanti; in alcune aree, tra cui Agadir, il numero raggiunge i 4,4 su 10.000.
A questa situazione si aggiunge la frustrazione di una gran parte della popolazione causata dal ritardo delle istituzioni marocchine nell’erogazione dei fondi per la ricostruzione di varie aree gravemente colpite dal terremoto dello scorso autunno.
«Vogliamo ospedali, non stadi» è uno dei cori intonati dai manifestanti che in questi giorni sono scesi, tra le altre città, nelle piazze di Marrakech, Casablanca, Agadir, Tangeri, Oujda e Rabat. La rabbia della generazione Z ha preso di mira la corruzione del governo marocchino e denuncia lo stato di abbandono sofferto dalle infrastrutture pubbliche contro l’interesse istituzionale nell’organizzazione delle prossime competizioni sportive.
La violenta risposta delle autorità
Le proteste pacifiche dei manifestanti sono state represse sin dalle prime ore dalla polizia, a suon di manganellate e arresti. «C’è stata una caccia all’uomo – racconta a L’Indipendente Giorgia F., cooperante internazionale in Marocco – che ha generato disordine e caos. Le forze dell’ordine hanno prelevato dalla strada persone estranee alle manifestazioni per poi stiparle nelle camionette e portarle nei commissariati. Qui le persone, tra cui diversi minorenni, sono state lasciate per ore in stanze sovraffollate, prive delle tutele legali del caso». Sulla questione è intervenuto anche Hakim Sikouk, presidente della sezione di Rabat dell’Association Marocaine de Droits Humains (AMDH), sottolineando l’incostituzionalità delle detenzioni, avvenute in maniera arbitraria e deliberata.
La repressione poliziesca ha innescato un circolo di violenza diffusosi in tutto il Paese; nelle proteste si è alzato il livello dello scontro. A Salé, a pochi chilometri da Rabat, i manifestanti hanno dato fuoco a una filiale bancaria, un commissariato e alcune auto della polizia. Ad Oujda, due camionette della polizia hanno investito la folla, provocando diversi feriti, compreso un ragazzo a cui è stata amputata una gamba. Mercoledì sera, ad Agadir, la gendarmeria marocchina ha aperto il fuoco su due manifestanti, uccidendoli. Attraverso un comunicato, il gruppo Genz212 ha richiamato le parti alla calma, non condividendo lo strumento della protesta violenta. L’appello sembrerebbe essere stato accolto: a Rabat, Casablanca e Tangeri si sono svolte manifestazioni pacifiche, durante le quali la polizia ha ricevuto l’ordine di essere meno violenta. A differenza dei giorni scorsi, alle persone in strada è stato permesso di esprimersi, intonare cori e tenere presidi senza procedere con arresti di massa. Stando alle testimonianze dei primi ragazzi rilasciati anche le condizioni della detenzione sembrerebbero essersi ammorbidite.
Dopo cinque giorni dallo scoppio delle prime proteste, il governo marocchino ha affermato di essere disponibile ad ascoltare le richieste dei manifestanti e iniziare un percorso di riforme per migliorare le reti infrastrutturali del paese, mettendo però in evidenza la necessità di tempo per compiere una trasformazione concreta dei servizi pubblici.
Dall’UE il silenzio
Resta in silenzio il partner commerciale principale della corona marocchina: l’Unione Europea. Nonostante le proteste denuncino, tra le altre cose, la corruzione del sistema politico marocchino, le istituzioni europee sembrano preferire, ancora una volta, sorvolare sulle problematiche in seno al potere della monarchia nel paese nordafricano.
Simultaneamente, la Commissione Europea sta cercando di stipulare un nuovo accordo con Rabat in merito alle concessioni per i prodotti provenienti dai territori del Sahara Occidentale. Nonostante la sentenza del Tribunale di Giustizia dell’UE che nel settembre del 2024 annullava gli accordi commerciali con il Marocco, perché vulneravano i diritti dei Saharawi, è trapelata l’intenzione della Commissione di restaurare i patti nonostante la denuncia del Tribunale. Secondo West Sahara Resource Watch (WSRW) il nuovo accordo prevederebbe un controllo da parte delle autorità di frontiera marocchine sui prodotti etichettati come saharawi. Inoltre, il patto includerebbe il finanziamento di progetti infrastrutturali nei territori occupati e illegalmente governati dal Marocco e un aumento degli aiuti umanitari nei campi profughi controllati dal Fronte Polisario.
L’onda delle proteste organizzate dai manifestanti della “Gen Z” non sembrano fermarsi. Dopo il Nepal, l’Indonesia e il Madagascar, i giovani marocchini hanno raccolto il testimone della rabbia sociale contro gli abusi dei sistemi di potere e sono scesi in piazza per far sentire la propria voce. Il governo di Rabat al momento sembra voler prendere in considerazione le richieste dei manifestanti, forse perché consapevole del potere che questa generazione ha dimostrato in altri luoghi del mondo.
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