Continuano i raid israeliani nella Striscia e continua a salire il bilancio delle vittime palestinesi: almeno 70 dalla notte di oggi, sabato 27 settembre, tra cui vittime civili e il giornalista Mohammed al-Dayah colpito mentre si trovava in una tenda nel centro di Gaza. È quanto riferiscono i reporter di Al Jazeera e dell’agenzia Wafa, citando fonti mediche sul campo. Nel frattempo, Ali Larijani, importante funzionario della sicurezza iraniana ha invitato i paesi della regione a mettere da parte i disaccordi e a collaborare strettamente in risposta alle attività di Israele contro di loro.
I MAGA si spaccano su Israele, Tucker Carlson contro Trump: “controllato da Netanyahu”
Nel panorama instabile della destra americana, il fronte MAGA (Make America Great Again) mostra crepe fino a poco tempo fa impensabili. Dopo i malumori per l’insabbiamento del caso Epstein e le giravolte presidenziali, l’ultima scossa interna è arrivata da Tucker Carlson, figura storica del conservatorismo mediatico che, ospite nel podcast “System Update” del giornalista e Premio Pulitzer Glenn Greenwald, ha rotto gli indugi e ha accusato il presidente Donald Trump di essere “controllato da Netanyahu”, insinuando che il premier israeliano eserciti un’influenza indebita sulla politica statunitense. L’ex conduttore di Fox News ha rimproverato Trump per aver abbracciato decisioni filoisraeliane che, a suo giudizio, tradiscono il principio di “America First” e ha dichiarato: «Bibi [Netanyahu, ndr] se ne va in giro – questo è un fatto, non sto tirando a indovinare, perché ho parlato con persone a cui lo ha detto – se ne va in giro per il Medio Oriente, nella sua regione, nel suo stesso Paese e dice alla gente senza mezzi termini, lo afferma chiaramente: “Io controllo gli Stati Uniti. Io controllo Donald Trump”». Carlson ha chiarito che il suo attacco era rivolto più ai vertici del governo del proprio Paese che a Israele. Secondo lui, i leader statunitensi vengono sottoposti a un “rito di umiliazione” nel loro sostegno a Israele che da americano, non riesce e “sopportare”.
Le sue accuse sono rimbalzate sui social che hanno amplificato l’impressione di una frattura ormai aperta con la Casa Bianca. La reazione nella base MAGA è stata immediata. Alcuni esponenti fedeli a Trump hanno denunciato Carlson come un “traditore”, mentre commentatori vicini a correnti più “non interventiste”, insofferenti al sionismo che soffoca ed eterodirige le politiche americane, hanno accolto le sue parole con favore, giudicandole un richiamo al realismo strategico. Il dibattito ha acquistato connotati personali quando Netanyahu stesso è intervenuto durante una conversazione con il commentatore politico di destra indiano-americano, Dinesh D’Souza per rispondere direttamente alle accuse, definendole “false e irresponsabili”. Dopo aver difeso il suo Paese («Siamo la Silicon Valley in Medio Oriente, una società democratica di fronte a enormi attacchi da parte di Paesi che vogliono annientarci ogni giorno»), il premier israeliano ha ribadito la propria legittima autonomia e ha respinto qualsiasi insinuazione di manipolazione politica degli Stati Uniti. Netanyahu ha poi proseguito rivolgendosi direttamente a Carlson: «Chi sta difendendo Tucker Carlson? Sono persone che gridano “Morte all’America!”» e ha concluso spiegando che «Il presidente Donald J. Trump è il più grande amico che Israele abbia mai avuto. Capisce che stiamo combattendo un nemico comune. L’Iran vuole distruggervi. Noi gli ostacoliamo la strada. Sono molto orgoglioso del fatto che Israele sia in prima linea in questa battaglia di civiltà contro la barbarie che minaccia tutte le società libere». La veemenza delle parole di Netanyahu non ha spento le tensioni: al contrario, ha trasformato la polemica in uno scontro di leadership all’interno del MAGA. Alle tensioni personali si somma un confronto sui princìpi politici. Carlson ha argomentato che il coinvolgimento statunitense nelle operazioni in Medio Oriente, favorito da Trump, è stato eccessivo e controproducente: un’adesione quasi automatica alle richieste israeliane che ha esposto gli Stati Uniti a rischi strategici. In un recente discorso, ha ricordato la figura di Charlie Kirk, sostenendo che l’influencer conservatore era “scioccato” dall’uso che Netanyahu faceva dell’influenza americana per guidare il suo piano di espansione. Le sue affermazioni sono state giudicate da molti come evocazioni di teorie cospirative sul potere ebraico, dando adito ad accuse di antisemitismo. Le contestazioni si sono acuite quando, durante la commemorazione funebre per celebrare Kirk, Carlson ha evocato immagini che alcuni hanno letto come antisemite, parlando di uomini in una «stanza illuminata da lampade che mangiano hummus» mentre complottano. Le accuse non sono rimaste confinate ai media, ma il nodo centrale resta la reinterpretazione del progetto “America First” che Trump incarna. Carlson sostiene che il tycoon abbia tradito quella visione accettando una subordinazione implicita alle strategie israeliane e alle lobby sioniste. Altri esponenti della base MAGA, come Marjorie Taylor Greene e Matt Gaetz mostrano una maggiore avversione all’ingerenza militare statunitense in Medio Oriente, riscoprendo istanze “non interventiste” che Trump aveva cavalcato a corrente alternata.
Ora, quella stessa base che ha sostenuto il Presidente americano, ora si divide: da un lato quanti interpretano l’alleanza con Israele come un pilastro dell’identità conservatrice, dall’altro quanti ritengono che la priorità nazionale imponga autonomia di giudizio dalle pressioni estere e condannano la ferocia del governo Netanyahu. In questo contesto, la posizione di Carlson assume una portata simbolica: non è solo uno sfogo di un giornalista deluso dalle politiche intraprese da Washington, ma una dichiarazione di dissenso che mette in crisi l’unità ideologica del movimento. Quella che sembrava una coalizione monolitica deve fare i conti con la complessità di una destra che non è più un blocco uniforme, ma un campo di tensioni interne e contraddizioni che oggi emergono con chiarezza inattesa. Trump aveva già rigettato le accuse di Carlson come “infondate” all’indomani dell’attacco all’Iran: il presidente USA aveva riaffermato di essere lui stesso l’artefice del concetto “America First”, dunque, il solo interprete legittimo del suo significato e aveva sottolineato che la lotta all’Iran – strettamente connessa al conflitto israelo-iraniano – è nei «veri interessi americani», difendendo la scelta di sostenere le operazioni israeliane. Il dibattito, tuttavia, ha ormai varcato la sfera delle alleanze strategiche ed è diventato un banco di prova per l’identità futura del MAGA e del conservatorismo americano. Le divisioni che emergono e che si sono acuite anche per il caso Epstein, investono non solo i singoli rapporti personali, ma le fondamenta del consenso. Se Trump vuole mantenere il controllo del movimento, dovrà conciliare due anime che guardano al mondo con lenti diverse: chi crede nell’alleanza incondizionata con Israele e chi, più scettico, ritiene che l’America non debba essere subordinata a interessi altrui. Carlson ha gettato il guanto di sfida sul tavolo pubblico: la leadership MAGA dovrà gestirlo o rischiare una spaccatura irreparabile.
Mondiali di pallavolo, l’Italia batte la Polonia e vola in finale
La nazionale italiana di pallavolo maschile ha battuto la Polonia in tre set per 25-21, 25-22, 25-23 e accede quindi alla finale. La Polonia si è dimostrata un avversario di valore, ma l’Italia ha giocato con lucidità nei momenti importanti. La Polonia parte bene in tutti e tre i set, vola 12-7 nel terzo. Ma l’Italia c’è, rimonta e chiude 25-23. Gli azzurri, dopo l’ottima prestazione di oggi, sfideranno la Bulgaria – che ha già sconfitto la Repubblica Ceca per 3-1 in semifinale – domani, domenica 28 settembre, alle 12:30.
La strage silenziosa di cani randagi in Marocco in vista dei Mondiali di Calcio del 2030
Una strage silenziosa si sta consumando in Marocco: migliaia di cani randagi sarebbero stati uccisi, avvelenati e bruciati, sotto l’occhio distratto della politica e delle istituzioni internazionali. Secondo le denunce delle associazioni animaliste marocchine e internazionali, in occasione del Campionato Mondiale di Calcio del 2030, che si terrà in vari Paesi (Spagna, Portogallo, Uruguay, Paraguay, Argentina e Marocco), il governo di Rabat starebbe perpetrando uno sterminio di cani con l’obiettivo di «abbellire» le città che ospiteranno la competizione calcistica.
Attraverso una petizione, la People for the Ethical Treatment of Animals (PETA), associazione che si occupa attivamente di diritti per gli animali, ha accusato lo stato nordafricano di voler compiere un massacro in occasione dei mondiali e sterminare il «99% dei cani randagi (circa tre milioni) in tutto il paese».
Secondo le accuse, le autorità starebbero applicando metodi inumani per sbarazzarsi di questi animali; ad alcuni cani viene sparato indiscriminatamente in strada, sotto gli occhi delle persone presenti, altri sono bruciati vivi, mentre altri ancora vengono avvelenati attraverso l’uso di sostanze come la stricnina, altamente tossica e da tempo resa illegale in Europa. I cuccioli invece sarebbero separati dalle madri e chiusi in gabbie senza cibo né acqua e fatti morire di stenti.
A questa denuncia si sono aggiunte le testimonianze e il materiale foto e video diffuso dalla International Animal Coalition (IAWPC), che già da anni denuncia trattamenti aberranti applicati dal Marocco verso i cani randagi. La mattanza starebbe avvenendo nelle principali città del paese, generalmente interessate da un flusso turistico costante e in questo caso dai preparativi della competizione.
Le autorità marocchine hanno negato i fatti e hanno affermato di agire secondo la legge; difatti nel 2025 il governo di Rabat ha approvato il disegno di legge 19-25 attraverso il quale si rinnova l’impegno nel contrastare il fenomeno del randagismo. Le misure prevedono sanzioni pecuniarie fino a 3000 dirham per coloro i quali vengono sorpresi a sostentare e prestare assistenza a cani in contesti pubblici. A questo si aggiunge l’obbligo di registrare i propri animali domestici su una piattaforma elettronica e fornire le documentazioni sanitarie. Alla base di queste nuove restrizioni ci sarebbe l’intento di arrestare la diffusione di malattie come la rabbia e diminuire l’insicurezza generale nelle strade.
Nonostante queste nuove misure, il governo nell’articolo 36 del medesimo disegno legge inasprisce le sanzioni e le pene detentive – fino a sei mesi di carcere – per chi tortura, uccide o ferisca intenzionalmente gli animali randagi.
Per monitorare e risolvere il problema del randagismo, il governo avrebbe dato vita ad una rete di rifugi e canili nei quali gli animali, dopo essere stati catturati, vengono diretti per essere sterilizzati, vaccinati e nutriti. Quest’ultima misura, perno sul quale si fonda la nuova legge, è stata utilizzata come risposta alle denunce ed in particolar modo alle accuse che affermano come le autorità catturino i cani per poi ucciderli in strutture definite “rifugi”.
Alla disumanità delle esecuzioni sommarie si aggiunge il pericolo dell’utilizzo di armi da fuoco in luoghi pubblici: la IAWPC afferma come siano state numerose le persone ferite da proiettili indirizzati agli animali e che molti bambini sono stati costretti al trauma di vedere i cani uccisi violentemente.
Le denunce mosse dalle associazioni animaliste hanno trovato inizialmente eco grazie ad un articolo della CNN, che è riuscito ad attirare l’attenzione del Parlamento Europeo. Attraverso un’interrogazione scritta diretta alla Commisione Europea presentata nel maggio del 2025 dall’eurodeputato del Partito Popolare Europeo (PPE) Fulvio Martusciello, si fa richiesta alla Commissione di valutare azioni a riguardo, facendo riferimento al partenariato strategico tra l’Unione e il Marocco e alla partecipazione di stati europei all’interno della competizione calcistica. Nonostante la richiesta, al momento l’interrogazione si è risolta con un nulla di fatto.
Se l’Europarlamento, seppur timidamente, ha dimostrato una parvenza di interesse in merito alla questione, il silenzio più assordante viene indubbiamente dalla FIFA.
Nonostante le accuse e le incursioni di attivisti durante lo svolgimento di alcune partite di calcio, il presidente della federazione calcistica Gianni Infantino ha deliberatamente preferito il silenzio. Difatti la FIFA non solo non ha risposto alle richieste di chiarimenti mosse dalle associazioni animaliste, ma continua a mostrare aperto sostegno al paese organizzatore, come dimostrato dai recenti viaggi di Infantino per presenziare alle inaugurazioni degli stadi di Rabat e Tanger.
Non è la prima volta che la FIFA evita sfrontatamente di prendere posizione sulle accuse mosse da collettivi e associazioni nei confronti dei paesi organizzatori del mondiale di calcio. Già nel 2022 Infantino non si pronunciò sulle gravi violazioni dei diritti umani imposte dal Qatar sui lavoratori impiegati nella costruzione delle infrastrutture e degli stadi per la competizione. Anche in quest’occasione la federazione sembra non voler minimamente disturbare l’elefante nella stanza.
Il Marocco ancora una volta ha la possibilità di agire indisturbato sotto gli occhi di tutti: questo mondiale si celebrerà con la collaborazione delle istituzioni europee mentre il governo di Rabat impone un’apartheid sulla popolazione saharawi, mentre le carceri si riempiono di dissidenti accusati senza prove e mentre si verifica una mattanza di cani randagi motivata «dall’abbellimento delle città» pronte ad accogliere tifosi più o meno coscientemente ignari di tutto.
Cassino, scoperta in un bunker enorme fabbrica clandestina di sigarette
La Guardia di finanza di Ancona ha scoperto a pochi chilometri da Cassino (Frosinone) un’imponente fabbrica clandestina di sigarette, nascosta in un bunker sotterraneo di oltre 3.200 mq accessibile tramite un sofisticato congegno idraulico. L’impianto, completamente invisibile dall’esterno, era dotato di tre linee di lavorazione e confezionamento, capace di produrre oltre 7 milioni di sigarette al giorno (2,7 miliardi l’anno). All’interno sono state sequestrate circa 150 tonnellate di sigarette di contrabbando, 170 tonnellate di precursori, 12 milioni di cartoncini contraffatti, 15 milioni di filtri e numerosi macchinari industriali per la lavorazione del tabacco. L’operazione ha permesso di sottoporre a sequestro beni per un valore di oltre 53 milioni di euro
“Gabbiani”, una poesia di Vincenzo Cardarelli (1942)
Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.
I due orizzonti del poeta moderno sono, il primo, la sua posizione nel mondo, diciamo pure l’autobiografia, il secondo, il lavoro con il linguaggio: la poesia insomma come gioco, il cui meccanismo, scriveva Jurij Lotman, consiste nella costante coscienza della possibilità di altri significati, diversi da quelli che vengono immediatamente recepiti.
I significati “scintillano”, secondo Lotman, perché quelli attuali, presenti, si rifrangono su altri che possono scaturire dalla visione dei lettori o che i versi contengono impliciti, pronti a manifestarsi.
Sul lato autobiografico Cardarelli è stato esplicito. In un suo scritto osserva che il poeta, lui, è nato povero «ed è rimasto tale, per orgoglio di casta» e che «ad ogni nuovo inverno si ritrova esposto al freddo, senza panni sufficienti, come l’uomo delle caverne. E la sua caverna è una camera d’affitto, dove egli vive la vita mortificata e servile del subinquilino… Impossibile, dunque, per lui, cambiare alloggio, muoversi, viaggiare, sottrarsi, anche per breve periodo, alla tirannia del domicilio».
La sua vita reale, tuttavia, nomade ma solitaria trova riscontro nell’inquietudine dei gabbiani, nello sfiorare la realtà per acciuffarne un senso come preda.
Il linguaggio della poesia permette al mondo descritto – e dunque anche al poeta – di uscire dai propri confini, di trasformare la percezione fisica del “mare” in un immaginifico “destino” illimitato. Il ritmo dei versi che prima vede “loro/volo/sfioro” e “nido/cibo” a formare due sequenze allitteranti, sospese poi nella quiete, produce un cambio di registro, traduce le immagini in uno scopo, in una visione: “balenando in burrasca” genera una immagine luminosa dentro l’oscurità della tempesta.
La creazione artistica si innalza fotograficamente in una luce sfolgorante. «Il vero amore è una quiete accesa»: scriveva Giuseppe Ungaretti (in Silenzio in Liguria) e Montale ne La bufera : «il lampo che candisce/ alberi e muro e li sorprende in quella/ eternità d’istante».
Dire ‘vita’ per il poeta è dire appunto burrasca in una eternità, breve ma dirompente, che esce dai limiti dell’ordinario, gelosa quasi di scintillanti segreti immaginari.
Intesa anti-concorrenza, maxi multa di Antitrust a sei compagnie petrolifere
L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha inflitto una maxi multa da oltre 936 milioni di euro a sei colossi del petrolio – Eni, Esso, Ip, Q8, Saras e Tamoil – accusati di aver creato un cartello per coordinare il valore della componente bio nei carburanti. Secondo l’Antitrust, tra il gennaio 2020 e il giugno 2023 le compagnie si sarebbero accordate per applicare aumenti di prezzo su un elemento reso obbligatorio per legge. L’indagine, avviata da una segnalazione interna, ha portato a sanzioni differenziate: la più pesante a Eni (336 milioni). Escluse Iplom e Repsol.
Crisi dell’auto: Stellantis sospende la produzione in sei stabilimenti europei
È arrivato un nuovo, duro colpo per il settore automotive europeo: il gruppo Stellantis, secondo costruttore del continente dopo Volkswagen, ha annunciato una serie di stop temporanei della produzione in sei stabilimenti strategici del continente. La decisione, motivata dalla necessità di adeguare la produzione a un mercato giudicato «difficile» e di gestire le scorte in un contesto di domanda stagnante, coinvolge impianti in Italia, Francia, Germania, Spagna e Polonia. L’annuncio getta un’ombra sulle prospettive dell’azienda, alle prese con un calo delle vendite dell’8,1% nei primi sette mesi del 2025 e con le difficoltà di modelli chiave come la Fiat Panda e l’Alfa Romeo Tonale.
In Italia, l’epicentro della sospensione è lo stabilimento di Pomigliano d’Arco, dove la linea della Fiat Panda – storico cavallo di battaglia che mostra segni di debolezza (-10% di immatricolazioni in Italia) – resterà ferma dal 29 settembre al 6 ottobre. In contemporanea, la produzione dell’Alfa Romeo Tonale sarà sospesa dal 29 settembre al 10 ottobre. La direzione ha annunciato il ricorso al contratto di solidarietà. Anche Torino-Mirafiori, dove si produce la Fiat 500 elettrica, è interessata da uno stop, segnale di una riflessione sulla transizione elettrica. Oltre le Alpi, la situazione è analoga. In Francia, lo stabilimento di Poissy, l’ultima fabbrica di assemblaggio nell’Île-de-France, chiuderà per 15 giorni, dal 13 al 31 ottobre, lasciando circa 2.000 dipendenti in cassa integrazione. In Germania, il sito di Eisenach, dove si produce il Suv Opel “Grandland”, si fermerà per due giorni, il 1° e 2 ottobre. La Polonia, con lo stabilimento di Tychy, registrerà sempre nel mese di ottobre nove giorni di stop, mentre in Spagna gli impianti di Saragozza e Madrid si fermeranno rispettivamente per cinque e quattordici giorni.
Un portavoce del gruppo ha affermato che si tratta di «una misura necessaria per adattare il ritmo di produzione a un mercato difficile, gestendo al contempo le scorte in modo efficiente prima della fine dell’anno». L’obiettivo dichiarato è evitare «un’ammucchiata di auto nei parcheggi delle fabbriche o dei concessionari». Tuttavia, dietro la retorica ufficiale si cela una realtà più preoccupante. Secondo le analisi, gli ordini per l’Alfa Romeo Tonale stanno crollando e si teme che per la Panda si possa passare da due a un solo turno di produzione da novembre. Questi fermi, che rappresentano 62 giorni cumulativi di produzione in meno, sottolineano le profonde difficoltà di Stellantis in Europa. La crisi non è isolata: anche Volkswagen ha rivisto al ribasso le previsioni 2025 e parla di una maxi-ristrutturazione. Il quadro è quello di un’industria sotto pressione, schiacciata tra calo della domanda interna, concorrenza cinese e incertezze sulla transizione elettrica.
Che il periodo per gli stabilimenti italiani non fosse dei migliori lo si era già capito alla fine di agosto, quando nello storico sito produttivo di Pomigliano era stato firmato un pre-accordo tra l’azienda e le sigle sindacali che ha esteso di un ulteriore anno, fino all’8 settembre 2026, la cassa integrazione in regime di solidarietà in deroga per 3.750 lavoratori. La misura, che prevede una riduzione media dell’orario di lavoro fino al 75%, arriva dopo il biennio concesso dalla cassa integrazione ordinaria, ormai esaurito. Stellantis ha inoltre comunicato ai sindacati la necessità di prolungare la durata della solidarietà per 2.297 lavoratori dello stabilimento di Mirafiori (Torino) fino al 31 gennaio. Mentre la produttività dell’azienda è in calo in tutti gli stabilimenti italiani, con flessioni fino al 72% rispetto all’anno scorso, Stellantis sta delocalizzando la produzione in Paesi africani come in Marocco e Algeria, dove conta di aumentare gli investimenti e assumere più personale.
Gli USA ritirano il visto al presidente della Colombia
Il Dipartimento di Stato USA ha annunciato il ritiro del visto del presidente colombiano Gustavo Petro, il quale venerdì 26 settembre ha preso parte a una protesta per la Palestina a Manhattan, New York. Petro si era infatti avvicinato alla folla di manifestanti pro-Palestina riunitasi all’esterno del quartier generale dell’ONU e aveva chiesto ai soldati che presidiavano il palazzo di non puntare le armi contro i manifestanti e disobbedire a Trump. In seguito a quelle che il Dipartimento di Stato ha definito azioni «sconsiderate e incendiarie», il governo ha deciso di revocargli il visto.
Ieri Netanyahu ha sorvolato l’Italia, nonostante il mandato d’arresto internazionale
Mentre la premier italiana Giorgia Meloni lancia critiche a parole contro lo Stato di Israele, e annuncia mozioni farsa per riconoscere lo Stato di Palestina, l’Italia continua a sostenere Tel Aviv. Ieri, 25 settembre, l’aereo del primo ministro Netanyahu, atteso a New York per parlare davanti alle Nazioni Unite, ha infatti sorvolato indisturbato i cieli italiani, nonostante contro di lui sia stato emesso un mandato d’arresto internazionale. L’aereo di Stato israeliano ha percorso una rotta a dir poco insolita, guardandosi bene dall’evitare lo spazio aereo francese e quello spagnolo, ma non si è fatto alcun problema a navigare su quello italiano. Per farlo, ha necessariamente ottenuto il lasciapassare dalle autorità italiane, come stabilito dalle carte internazionali che regolano il traffico aereo globale; l’Italia ha però ignorato il fatto che, secondo le regole della Corte Penale Internazionale, dovrebbe «collaborare pienamente» per far sì che i suoi mandati vengano rispettati, preferendo facilitare la vita a un criminale di guerra.
A notare l’insolita rotta dell’aereo di Netanyahu è stato il corrispondente di guerra dell’emittente israeliana Channel 11, Itay Blumental. Dopo avere sorvolato il territorio greco, l’aereo, al posto di seguire la solita rotta e passare dalla Francia, ha virato verso la Calabria, sorvolando lo spazio aereo italiano, per poi seguire un tracciato analogo a quello che avrebbe seguito una barca; ha dunque viaggiato sopra il mare, superando lo stretto di Gibilterra dall’alto delle sue acque, senza incrociare lo spazio aereo spagnolo. Evitare lo spazio aereo francese ha costretto il Wings of Zion (il nome dell’aereo di Stato israeliano) a percorrere 600 chilometri in più di viaggio. Le ragioni dietro questo insolita deviazione sono ancora ignote, ma i giornali israeliani ritengono che Netanyahu volesse evitare di attraversare lo spazio aereo francese per paura che Parigi implementasse il mandato di cattura varato dalla CPI nel caso in cui si fosse rivelato necessario effettuare un atterraggio di emergenza. A rafforzare tale ipotesi, c’è il fatto che il velivolo abbia circumnavigato anche lo spazio aereo spagnolo. Fonti diplomatiche francesi, tuttavia, avrebbero detto all’agenzia di stampa AFP che Parigi aveva precedentemente rilasciato a Netanyahu il permesso di sorvolare il proprio spazio aereo.
Per quanto non sia mai successo che un aereo venisse intercettato e costretto ad atterrare perché sopra di esso viaggiava una persona incriminata dalla CPI, le interpretazioni giuridiche sulla condotta che dovrebbero assumere gli Stati in questo caso sono contrastanti. L’Articolo 86 dello Statuto di Roma, con il quale è stata istituita la Corte, prevede infatti che gli Stati collaborino «pienamente» perché gli ordini del Tribunale vengano rispettati; i mandati d’arresto, inoltre, si applicano qualora un individuo si trovi nel «territorio» di un Paese membro. Il concetto di territorio, tuttavia, non è definito esplicitamente né dalla CPI, né dalle carte internazionali (che si limitano piuttosto a fornirne una definizione funzionale, in relazione ai temi affrontati dai trattati), e lo Statuto di Roma non fa riferimento esplicito allo spazio aereo degli Stati. Lo spazio aereo rientra piuttosto nella sovranità dei Paesi. A stabilirlo è l’Organizzazione internazionale dell’aviazione civile, con la sua Convenzione sull’Aviazione Civile Internazionale, nota come Convenzione di Chicago (ICAO). L’ICAO non stabilisce che lo spazio aereo di un Paese rientri all’interno del suo territorio, anche se tale accezione è comunemente accettata dal diritto consuetudinario. In generale, con “territorio” si intende quella porzione geografica nella quale uno Stato esercita la propria sovranità, e, quindi, anche lo spazio aereo; l’equiparazione tra spazio aereo e territorio non è tuttavia giuridicamente vincolante.
In ogni caso, l’Articolo 3 dell’ICAO stabilisce che «nessun aeromobile di Stato di uno Stato contraente può sorvolare il territorio di un altro Stato o atterrarvi senza autorizzazione». Questo significa che, per attraversare lo spazio aereo di un territorio, un aereo di Stato deve prima chiedere il permesso di farlo alle autorità competenti: l’Italia, dunque, glielo ha fornito. Malgrado gli obblighi di Roma in una simile situazione non siano così chiari, risulta evidente che Netanyahu ritiene l’Italia un alleato abbastanza solido da potere sorvolare il suo territorio senza temere alcuna ripercussione e che il nostro Paese non abbia intenzione di mettergli i bastoni tra le ruote, facilitandogli, piuttosto, il viaggio. L’Italia avrebbe infatti potuto impedire al Wings of Zion di attraversare il proprio spazio aereo. In passato diversi Paesi hanno negato ai voli con a bordo presidenti di altri Stati di entrare nel proprio spazio aereo per timore che essi trasportassero persone incriminate: successe all’ex presidente boliviano Evo Morales, nel 2013, mentre era di rientro dalla Russia; in quell’occasione, Francia, Spagna e Portogallo gli negarono di sorvolare il proprio territorio per timore che il velivolo trasportasse Edward Snowden, soggetto a un caso di estradizione internazionale.








