venerdì 30 Gennaio 2026
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USA, ex capo FBI incriminato per falsa testimonianza su Russia e Trump

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Un tribunale federale della Virginia ha incriminato l’ex direttore dell’FBI James Comey per falsa testimonianza e intralcio ai lavori del Congresso. Se riconosciuto colpevole, rischia fino a cinque anni di carcere. L’accusa riguarda una deposizione resa nel 2020 alla commissione Giustizia del Senato, in cui negò di aver autorizzato la diffusione di informazioni segrete sui presunti tentativi della Russia di influenzare le elezioni presidenziali del 2016 a favore di Trump. Il suo ex vice, Andrew McCabe, ha invece affermato il contrario. L’incriminazione è stata presentata mentre la Casa Bianca ha preso provvedimenti per esercitare un’influenza senza precedenti sulle azioni del Dipartimento di Giustizia.

 

Amazon pagherà 2,5 miliardi di euro per la controversia su Prime

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Amazon ha raggiunto un accordo con la Federal Trade Commission (FTC) statunitense, accettando di pagare 2,5 miliardi di euro per chiudere una causa legata all’iscrizione a Prime. La somma include 1 miliardo di multa e 1,5 miliardi di risarcimento ai consumatori. L’accusa della FTC sosteneva che Amazon avesse progettato il suo sito con un design «manipolatore». Un pulsante prominente iscriveva facilmente gli utenti a Prime senza chiarire i costi, mentre l’opzione per rifiutare era poco visibile. Inoltre, il processo per disdire l’abbonamento era volutamente complesso, richiedendo numerosi passaggi per dissuadere gli utenti. L’agenzia ha definito queste pratiche ingannevoli per decine di milioni di clienti.

‘Ndrangheta e massoneria: l’ex senatore di Forza Italia Pittelli condannato per concorso esterno

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È arrivata l’ennesima batosta giudiziaria per Giancarlo Pittelli, ex numero uno di Forza Italia in Calabria. L’avvocato, già parlamentare della Repubblica e membro della massoneria, ha infatti subìto una condanna in primo grado dai giudici del Tribunale di Palmi a 14 anni di carcere per concorso esterno con la ‘Ndrangheta nel processo denominato “Mala Pigna”: secondo l’accusa, avrebbe agito da intermediario tra gli ‘ndranghetisti e gli organi della pubblica amministrazione, anche arrivando a veicolare informazioni pervenutegli dai capi della cosca Piromalli al 41-bis sia all’interno che all’esterno delle mura carcerarie. Pittelli era già stato condannato in primo grado a 11 anni in un altro importante processo, “Rinascita Scott”, dove è stato considerato il perno tra ‘Ndrangheta, ambienti della massoneria e imprenditoria collusa.

Secondo la Procura, come si legge nel capo di imputazione, Giancarlo Pittelli avrebbe garantito «la sua generale disponibilità nei confronti del sodalizio a risolvere i più svariati problemi degli associati, sfruttando le enormi potenzialità derivanti dai rapporti del medesimo con importanti esponenti delle istituzioni e della pubblica amministrazione». L’ex parlamentare e coordinatore di Forza Italia in Calabria, infatti, poteva contare su «illimitate possibilità di accesso a notizie riservate e a trattamenti di favore», riuscendo dunque a fungere «da postino per conto dei capi della cosca Piromalli», per i quali «veicolava informazioni all’interno e all’esterno del carcere tra i capi della cosca detenuti in regime di 41 bis». A subire una pesante condanna nell’ambito del medesimo processo – 22 anni di galera per associazione mafiosa – è stato anche l’imprenditore Rocco Delfino, inserito organicamente nel clan Piromalli, che per la cosca avrebbe gestito un grosso traffico di rifiuti. Per gli investigatori, l’imprenditore sarebbe divenuto nel tempo «capo ed organizzatore della cosca con compiti di decisione, pianificazione e di individuazione delle azioni delittuose da compiere e degli obiettivi da perseguire», intrattenendo «legami con ambienti della massoneria» e con «esponenti infedeli delle forze di polizia e dei servizi segreti», ai quali avrebbe fornito negli anni informazioni, «ottenendone in cambio favori personali ed economici».

Sia Pittelli che Delfino sono già stati condannati in primo grado allo storico Maxiprocesso “Rinascita Scott”, rispettivamente a 11 e 5 anni di carcere. In tutto, il Tribunale di Vibo Valentia ha comminato oltre 200 condanne agli imputati, per un totale di 2.200 anni di carcere, e circa 100 assoluzioni. Secondo la ricostruzione dei pm Pittelli, membro della massoneria, avrebbe infatti favorito il clan dei Mancuso e Rocco Delfino, costituendo «la cerniera tra i due mondi» in una «sorta di circolare rapporto ‘a tre’ tra il politico, il professionista e il faccendiere». I boss calabresi, infatti, lo avrebbero nominato loro avvocato «in quanto capace di mettere mano ai processi con le sue ambigue conoscenze e rapporti di ‘amicizia’ con magistrati». Egli avrebbe lavorato come «affarista massone» degli ‘ndranghetisti, con cui si interfacciava tramite «circuiti bancari», «società straniere», «università» e «le istituzioni tutte». Nelle motivazioni, i giudici hanno scritto che in sede dibattimentale «è emersa un’assoluta e sistematica messa a disposizione del Pittelli nei confronti dei membri del sodalizio criminale, soprattutto quando la richiesta di favori proveniva dal capo Luigi Mancuso». Quest’ultimo, dice il Tribunale, si rivolgeva a Pittelli – con cui intratteneva un rapporto «di natura sinallagmatica» – sapendo di poter contare «sulla fitta rete di relazioni del difensore, politico navigato, onde consolidare il radicamento e la forte penetrazione della ’ndrangheta in ogni settore della società civile».

Pittelli non è certo il primo storico esponente di Forza Italia a subire condanne – nel suo caso ancora non definitive – per i legami con le consorterie mafiose del territorio. Celebri i casi che negli ultimi anni hanno visto alla sbarra e poi condannati in via definitiva altri personaggi storici del partito berlusconiano, come Marcello Dell’Utri (7 anni), Nicola Cosentino (10 anni) e Antonino D’Alì (6 anni). Proprio Silvio Berlusconi, mai condannato per mafia, era stato inquadrato nella sentenza Dell’Utri come contraente di un “patto di protezione” con Cosa Nostra, cui versò ingenti somme di denaro dal 1974 almeno fino al 1992. Al momento della sua morte, avvenuta il 12 giugno 2023, Berlusconi risultava indagato insieme a Marcello Dell’Utri nell’inchiesta della Procura di Firenze sui mandanti occulti delle stragi del 1993.

La Slovenia ha dichiarato Netanyahu persona non gradita

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Il governo sloveno di Robert Golob ha approvato una risoluzione per dichiarare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu «persona non gradita». Con tale misura, Netanyahu non potrà viaggiare nel Paese. La Slovenia «si aspetta il rispetto costante delle decisioni delle corti internazionali e del diritto internazionale umanitario, ha dichiarato il governo». La mossa della Slovenia segue una analoga misura presa contro i ministri estremisti Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, anch’essi dichiarti personae non gratae. In generale, Lubiana è uno dei Paesi che europei che più si sono mossi per denunciare il genocidio in corso a Gaza e sanzionare lo Stato di Israele.

L’economia dell’IA, per adesso, è molto diversa da come viene solitamente raccontata

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intelligenza artificiale visori realtà virtuale

L’intelligenza artificiale è ormai una tecnologia d’uso comune, volenti o nolenti tutti finiscono con il percepire i risultati del suo avvento. Eppure, nonostante la sua capillare diffusione, le aziende faticano ancora oggi a trovare degli usi applicativi capaci di garantire quel genere di stravolgimento commerciale che avrebbe dovuto stravolgere l’intero mondo imprenditoriale. Una posizione che complica non poco la possibilità di monetizzare l’IA e che rende più fragile l’intero ecosistema finanziario.

Sin dall’avvento dei primi modelli GPT, le aziende tecnologiche hanno promesso una portentosa rivoluzione industriale e scientifica. I modelli di linguaggio di grandi dimensioni e la semplificazione delle interazioni uomo-macchina avrebbero dovuto curare malattie, salvare il mondo dal surriscaldamento globale e, soprattutto, offrire nuovi mezzi su cui costruire una rinnovata crescita economica, se non addirittura un sistema di reddito universale di base. Un insieme di obiettivi ambiziosi che, però, viene solitamente presentato con estrema vaghezza.

Il Financial Times è voluto andare oltre alla dimensione aneddotica, verificando le trascrizioni dei risultati economici e i documenti depositati dalle realtà elencate nell’indice azionario S&P 500 alla Commissione per i Titoli e gli Scambi (SEC). A differenza dei comunicati aziendali e alle conferenze sugli utili, questi carteggi sono obbligati a elencare una serie di rischi percepiti che raramente finiscono all’orecchio del pubblico. Dati alla mano, la testata ha riscontrato che, nonostante la crescente diffusione di questi strumenti e i toni generalmente entusiastici, i lati positivi menzionati tendano a essere indefiniti, mentre le criticità assumono una dimensione concreta, soprattutto sul frangente della cybersicurezza. In generale, il numero delle aziende che esprime un’opinione positiva nei confronti di queste tecnologie è calato rispetto a quanto registrato nel 2022.

L’ipotesi avanzata è che, ora come ora, gli investimenti nell’IA siano più che altro dettati dalla FOMO, ovvero dalla paura di essere soppiantati da un concorrente che usa strumenti di IA. Una vera e propria “corsa alle armi” che, come le vere escalation belliche, finisce con l’autoalimentarsi. Una tendenza che viene prevedibilmente fomentata dai produttori degli strumenti: Sam Altman, CEO di OpenAI, ha scritto recentemente sul suo blog che “l’accesso all’IA diventerà un motore fondamentale dell’economia”. Nel frattempo, il report The GenAI Divide: State of AI in Business 2025, pubblicato lo scorso agosto dai ricercatori del MIT, stima che il 95% dei progetti pilota aziendali basati sull’intelligenza artificiale generativa non hanno soddisfatto le aspettative.

Sul fronte dei consumatori, uno dei più grandi ostacoli della corrente tecnologia è rappresentato dalle cosiddette “allucinazioni”, errori sistemici che fanno sì che le IA adoperate a fini generali tendano a produrre risultati inconsistenti e inaffidabili, che devono essere verificati e supervisionati da personale umano. Un processo che rischia di portare via più tempo di quanto non ne faccia guadagnare. Dal lato delle Big Tech, si aggiunge la criticità finanziaria: i prodotti commercializzati non sono attualmente sostenibili a livello economico e rappresentano anzi un costante salasso di risorse.

Con simili premesse, inizia a risultare difficile convincere gli investitori che sia il caso di continuare a scommettere cifre sempre più grandi nell’IA, tuttavia le “Magnifiche Sette” – Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet (Google), Meta, Nvidia e Tesla – rappresentano buona parte della crescita dell’S&P 500 e un loro eventuale crollo porterebbe conseguenze che riverberebbero sull’intera Wall Street.

Secondo un rapporto a Gaza ci sono 4.000 bambini amputati: è il tasso più alto al mondo

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I bambini della Striscia di Gaza continuano a portare sulle proprie spalle il peso più grave del conflitto: quasi due anni di bombardamenti israeliani, culminati nell’ultima operazione di terra condotta dall’esercito, hanno trasformato scuole, quartieri e ospedali in macerie, privando un’intera generazione di sicurezza, assistenza e futuro. Come se non bastassero la devastazione e la carestia, secondo l’International Rescue Committee (IRC) –un’organizzazione non governativa globale di aiuto umanitario, fondata nel 1933 come International Relief Association, su richiesta di Albert Einstein – Gaza è oggi il luogo con il più alto numero di bambini amputati pro capite al mondo. Dall’inizio della guerra, i casi stimati raggiungono quota 4.000, un dato che racconta da solo la portata della tragedia in atto. «Si tratta di bambini che hanno perso gli arti, che si svegliano urlando a causa degli incubi, che non si sentono più al sicuro nemmeno nelle loro famiglie. I nostri team stanno facendo tutto il possibile per supportarli, ma senza un accesso sicuro e senza forniture di base, il loro recupero rischia di bloccarsi completamente», spiega Ciarán Donnelly, vicepresidente senior dell’IRC.

Le cause vanno ricercate nei bombardamenti incessanti, nelle esplosioni che colpiscono aree civili, nella distruzione degli ospedali e nell’impossibilità di garantire cure tempestive e adeguate. Le organizzazioni umanitarie segnalano un aumento vertiginoso dei casi di bambini colpiti da schegge e ferite gravi, in un contesto già segnato dalla fame crescente e dalla carenza cronica di risorse mediche. Il prezzo pagato dai minori non si misura solo nelle amputazioni e nelle mutilazioni permanenti. A ogni ferita visibile se ne affiancano altre invisibili: ansia, incubi ricorrenti, aggressività, paura costante. L’infanzia viene violata due volte, nel corpo e nello spirito. Molti bambini, incapaci di camminare o costretti a convivere con disabilità permanenti, si trovano spinti a mendicare o a lavorare per sopravvivere. La scarsità di protesi, la mancanza di personale sanitario qualificato e la distruzione delle strutture ospedaliere rendono la riabilitazione un miraggio. A questo si somma la malnutrizione diffusa: decine di migliaia di bambini sotto i cinque anni sono a rischio di denutrizione acuta e intere aree della Striscia vivono già in condizioni assimilabili alla carestia. La valutazione dell’IRC condotta il mese scorso tra 469 famiglie sfollate a Gaza City, Deir El Balah e in alcune zone di Khan Younis ha rilevato che un bambino su tre sotto i tre anni non aveva mangiato nulla nelle 24 ore precedenti l’indagine, mentre quasi tre quarti delle famiglie con bambini piccoli hanno riportato segni visibili di malnutrizione.

Dati che collimano con quelli dell’ONU che ha dichiarato ufficialmente lo stato di carestia nella Striscia di Gaza, usando la classificazione IPC (Integrated Food Security Phase Classification), un organismo sostenuto dalle stesse Nazioni Unite che si occupa di monitorare i livelli di fame nel mondo. Circa 514.000 persone – quasi un quarto della popolazione – soffrono di gravi carenze alimentari, con 280.000 nella sola Gaza settentrionale. Per qualificare la carestia, è richiesto che almeno il 20% della popolazione subisca penuria estrema di cibo, che un bambino su tre sia malnutrito acutamente e che due persone su 10.000 muoiano ogni giorno per fame o malattie correlate. La fame, insieme alle ferite, aggrava ogni quadro clinico e riduce le prospettive di sopravvivenza. I numeri forniti dall’IRC e condivisi anche dall’UNRWA non rappresentano semplici statistiche, ma il segnale di un futuro negato. Il richiamo delle agenzie umanitarie è chiaro: senza un cessate il fuoco e senza un incremento immediato degli aiuti, le conseguenze sui bambini di Gaza saranno irreversibili. La guerra non solo produce amputazioni e lutti, ma genera traumi destinati a trasmettersi alle generazioni future, minando la stabilità psicologica e sociale dell’intera comunità. Ogni giorno di conflitto aggiunge nuove cicatrici a una popolazione infantile che ha già perso la propria infanzia.

Von der Leyen ci ricasca: sotto indagine per chat cancellate sull’accordo Mercosur

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Dopo lo scandalo Pfizergate, un altro messaggio scomodo sparisce dai telefoni di Ursula von der Leyen. La presidente della Commissione europea torna al centro di un caso che mette in discussione la trasparenza delle istituzioni europee. Von der Leyen è finita sotto la lente dell’Ombudsman UE, ovvero il Mediatore europeo, per la cancellazione automatica di un messaggio inviato da Emmanuel Macron in merito all’accordo Mercosur, l’intesa commerciale tra i 27 Paesi membri dell’UE, da una parte, e l’area di libero scambio sudamericana composta da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, dall’altra. Il testo, rivelato da Politico e inoltrato da Parigi nel gennaio 2024, avrebbe espresso obiezioni circa l’impatto dell’intesa commerciale sui contadini francesi, eppure è sparito nei meandri dei dispositivi digitali. La Commissione ha ammesso che sui telefoni della presidente era attiva la funzione “messaggi a scomparsa” tramite l’app Signal, giustificando che il contenuto non avrebbe avuto “effetti amministrativi o legali” tali da dover essere archiviato. «Gli sms possono essere archiviati in determinate circostanze – se hanno effetto legale o amministrativo – ma in questo caso è stato ritenuto che non fosse così, seguendo le procedure previste» ha commentato un portavoce della Commissione europea.

Il ricorso era stato avanzato da un giornalista investigativo del portale Follow The Money, Alexander Fanta, che voleva accedere al messaggio di testo. La richiesta fu respinta, e ora la Mediatrice europea, Teresa Anjinho, che ha avviato l’indagine, esaminerà sia la legittimità del rifiuto sia le modalità di conservazione delle comunicazioni ufficiali di altissimo livello. Bruxelles dovrà consegnare i documenti richiesti entro il 10 ottobre: un nuovo banco di prova sulla capacità dell’UE di coniugare riservatezza e responsabilità. Al centro resta, ancora una volta, il nodo della trasparenza, già emerso nel quadro del Pfizergate, lo scandalo dei messaggi cancellati tra von der Leyen e il numero uno di Pfizer, Albert Bourla, in piena crisi pandemica. Nell’aprile del 2021 era stato il New York Times ad accendere i riflettori sulla corrispondenza informale tramite SMS tra von der Leyen e Bourla con cui era stata negoziata la fornitura di vaccini da due miliardi e quattrocento milioni di euro. Dinanzi alla richiesta di pubblicazione dei messaggi, la Commissione aveva affermato di non averli conservati a causa della loro “natura effimera e di breve durata” e per questo non contenenti “informazioni importanti su politiche, attività o decisioni della Commissione”. La vicenda si trascinò davanti ai tribunali dell’Unione, e nel maggio 2025 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha annullato la decisione della Commissione di negare l’accesso ai messaggi di testo: si è stabilito che non era sufficiente affermare “non li possediamo”, senza spiegare con chiarezza perché fossero spariti. La Corte ha riconosciuto che tali messaggi dovevano essere trattati alla stregua di documenti poiché inerenti a decisioni di rilievo pubblico. Uno dei quesiti chiave: cancellare non è distruggere con dolo, ma l’effetto è lo stesso quando nessuno può più controllare.

Alla fine, più che stabilire responsabilità personali, la sentenza ha posto un monito al modello di governance dell’Unione: non esiste trasparenza se chi decide si riserva l’archivio e cancella ciò che è scomodo. Il leitmotiv è ormai chiaro e nel nuovo caso Mercosur, la presidente cade esattamente nella stessa trappola: nuova richiesta, nuova negazione, nuovo messaggio che sparisce. Se il messaggio fosse stato reso pubblico, avrebbe forse potuto svelare retroscena politici, pressioni bilaterali o addirittura tentativi di revoca dell’accordo. Invece è svanito, nascosto dietro procedure tecniche e dietro una interpretazione blandamente flessibile del concetto di “documento”. Von der Leyen, al centro di entrambi gli scandali, dimostra così una costanza nella gestione opaca che non è mera dimenticanza, ma strategia sistemica, muovendosi con crescente autonomia e disinvoltura su dossier strategici che spaziano dalla politica industriale alla difesa, dagli accordi commerciali alle forniture di vaccini. L’immagine che emerge è quella di una leader che agisce dietro le quinte, bypassando i canali istituzionali per rafforzare il proprio potere decisionale.

Francia, ex presidente Sarkozy condannato per finanziamenti da Gheddafi

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Nicolas Sarkozy, ex presidente francese, è stato condannato a cinque anni di carcere per associazione a delinquere nel processo sui presunti finanziamenti illeciti ricevuti dal regime del leader libico Muammar Gheddafi per la campagna presidenziale del 2007. La pena prevede anche 100mila euro di multa e la perdita dei diritti civili, inclusi voto ed eleggibilità. L’ex capo di Stato, già condannato in altri procedimenti, dovrà essere accompagnato in carcere entro un mese. È stato assolto dalle accuse di corruzione e appropriazione indebita. Secondo l’accusa, Gheddafi avrebbe sostenuto Sarkozy in cambio di favori politici e diplomatici.

Costi oscuri e dubbi ambientali: la Corte dei Conti ferma il Ponte sullo Stretto

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Sul Ponte sullo Stretto è arrivato un duro colpo per il governo Meloni e per il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini. La Corte dei Conti ha infatti bloccato l’iter dell’opera, rispedendo al mittente la delibera con cui il Cipess, il 6 agosto scorso, aveva approvato il progetto definitivo. I magistrati contabili, in un documento inviato alla presidenza del Consiglio, hanno sollevato una serie di rilievi sostanziali, chiedendo chiarimenti su profili procedurali, economici e ambientali. La relazione del Cipess viene giudicata carente, più simile a una ricognizione che a una valutazione ponderata. Il ministero replica definendo «fisiologica» l’interlocuzione, ma il progetto, per ora, torna indietro, con l’invito della Corte a ritirarlo in autotutela. Al ministero delle Infrastrutture è stato dato un termine di 20 giorni per rispondere: senza integrazioni la Sezione potrà decidere «allo stato degli atti».

Il verdetto dei magistrati, arrivato mercoledì 24 settembre, suona come una bocciatura. La Corte contabile scrive, in via generale, che «risulterebbe non compiutamente assolto l’onere di motivazione difettando, a sostegno delle determinazioni assunte dal Cipess, anche in relazione a snodi cruciali dell’iter procedimentale, una puntuale valutazione degli esiti istruttori». In pratica, la delibera del Cipess sembra più «una ricognizione delle attività intestate ai diversi attori istituzionali del procedimento che come una ponderazione delle risultanze di dette attività, sotto il profilo sia fattuale che giuridico». Non è chiaro, cioè, il motivo per cui il Comitato abbia dato il via libera. I problemi procedurali sono molteplici. Innanzitutto, la trasmissione degli atti è avvenuta in modo anomalo, tramite «link» che rimandavano al sito della società Stretto di Messina, una modalità atipica per comunicazioni tra pubbliche amministrazioni e Corte. Per questo i magistrati chiedono «chiarimenti in ordine alla formale acquisizione di detti atti da parte del Mit e di codesto Comitato». Inoltre, alcuni atti sarebbero dovuti pervenire per il controllo prima dell’approvazione, non dopo.

Sul piano sostanziale, i rilievi sono ancor più gravi. La Corte chiede spiegazioni sulle valutazioni del Cipess in relazione ai «motivi imperativi di interesse pubblico» invocati dal governo, anche legati alla «salute dell’uomo e sicurezza pubblica o relative conseguenze positive di primaria importanza per l’ambiente», e sull’asserita «assenza di idonee alternative progettuali». Questa procedura d’urgenza, che punta a classificare il ponte come opera di interesse strategico militare, è vista da molti come un escamotage per bypassare i vincoli ambientali europei. Non a caso, la Corte chiede «aggiornamenti in merito all’interlocuzione che sembra avviata, sul punto, con la Commissione europea», dopo che Bruxelles ha a sua volta richiesto documenti.

Il cuore delle perplessità riguarda i costi. I magistrati evidenziano un «disallineamento tra l’importo asseverato dalla società Kpmg in data 25 luglio 2025 – quantificato in euro 10.481.500.000 – e quello di euro 10.508.820.773 attestato nel quadro economico approvato il 6 agosto 2025». Vengono sollecitate integrazioni su diverse voci, dagli oneri per le condizioni contrattuali (cct) a quelli per la sicurezza, lievitatì da 97 a 206 milioni di euro rispetto al progetto preliminare. Fondamentale è poi la questione delle stime di traffico, alla base della sostenibilità economica. La Corte chiede chiarimenti sulle «stime di traffico – al piano tariffario di cui allo studio redatto dalla TPlan Consulting – poste a fondamento del Pef», anche in merito alle «modalità di scelta della predetta società di consulenza».

Il governo ha venti giorni di tempo per rispondere. Trascorso questo termine, la Corte «potrà decidere allo stato degli atti, ferma restando la facoltà di codesta amministrazione di ritirare il provvedimento in sede di autotutela». Il Mit, tramite una nota, ha assicurato che «tutti i chiarimenti e le integrazioni chieste dalla Corte dei Conti fanno parte della fisiologica interlocuzione tra istituzioni e saranno fornite nei tempi previsti». Ha inoltre ribadito che «il Ponte sullo Stretto non è in discussione e gli uffici competenti sono già al lavoro». Intanto, l’opera è ferma. Senza la “bollinatura” della Corte dei Conti, la delibera Cipess non può essere pubblicata in Gazzetta Ufficiale e non si possono aprire i cantieri, nemmeno quelli preparatori, senza rischiare il danno erariale.

Il via libera al progetto definitivo del Ponte da parte del CIPESS era arrivato a inizio agosto ed era stato celebrato dall’esecutivo Meloni con toni trionfalistici. Le Associazioni Greenpeace, Lipu, Legambiente e WWF avevano immediatamente lanciato il guanto di sfida al governo in una nota comune, giudicando la decisione del CIPESS «un vero e proprio azzardo», sia per motivi economici sia «per il quadro d’incertezza» del progetto. «Come si è sempre dato per scontato il parere della Commissione VIA, oggi si dà già per acquisito il parere della Corte dei Conti che, invece, ancora deve pronunciarsi», avevano scritto con lungimiranza le associazioni. «Si tace sul fatto che la cosiddetta apertura dei cantieri sarà poco più che simbolica e riguarderà interventi preliminari sia perché il progetto esecutivo non è ancora stato redatto, sia perché la modifica di legge voluta dal governo per procedere ad una cantierizzazione a fasi spezzetterà il progetto esecutivo lasciando sino all’ultimo aperta l’incognita sui risultati sulle prove da fatica sulla tenuta dei cavi e sugli approfondimenti sismici prescritti dalla Commissione VIA», avevano concluso. A ogni modo, il ministro dei Trasporti Matteo Salvini aveva annunciato per l’ennesima volta la data di inizio dei lavori (che si sposta di volta in volta sempre un poco più avanti nel tempo), indicandola «tra settembre e ottobre». Lo scenario suggerisce che così non sarà.

Droni in Danimarca: chiuso temporaneamente lo spazio aereo

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Ieri sera la Danimarca ha chiuso temporaneamente lo spazio aereo sopra l’aeroporto di Aalborg a causa del rilevamento di alcuni droni non identificati. Non è stato comunicato quanti droni avrebbero sorvolato i cieli danesi, ma pare che sarebbero stati rilevati droni anche presso Esbjerg, Sønderborg e Skrydstrup. Le indagini sulla loro origine sono ancora in corso. Quello di ieri è solo l’ultimo caso in cui un Paese europeo denuncia la presenza di droni non identificati nei propri cieli, e il secondo il Danimarca. In tutti i casi, i Paesi coinvolti, tra cui figurano anche Estonia, Norvegia, Polonia e Romania, hanno accusato la Russia, che ha sempre respinto le accuse.