Gli Stati Uniti hanno posto il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che chiedeva un cessate il fuoco immediato e permanente nella Striscia di Gaza, il rilascio degli ostaggi e la rimozione delle restrizioni agli aiuti umanitari. Il testo, presentato dai dieci membri non permanenti e approvato dagli altri 14 membri del Consiglio, è stato bloccato dal solo voto contrario di Washington. Gli USA hanno motivato la decisione sostenendo che la bozza non condannava esplicitamente Hamas e stabiliva un “pericoloso falso parallelismo” con Israele. La risoluzione definiva la situazione a Gaza “catastrofica” e chiedeva l’accesso immediato e sicuro degli aiuti per i 2,1 milioni di palestinesi nella Striscia. Il veto ha messo in evidenza l’isolamento degli Stati Uniti all’interno del Consiglio e ha riacceso le tensioni diplomatiche sulla gestione del conflitto.
Ucraina, ricevuti dalla Russia i corpi di mille soldati caduti
Oggi, giovedì 18 settembre, l’Ucraina ha ricevuto i corpi di mille soldati caduti nel conflitto, raro gesto di collaborazione tra i due Paesi mentre i negoziati di pace restano bloccati. Il quartier generale per il trattamento dei prigionieri di guerra ha annunciato che gli ufficiali effettueranno gli esami necessari per identificare i corpi «nel più breve tempo possibile». L’operazione segue diversi scambi di prigionieri, l’ultimo ad agosto con 146 detenuti trasferiti da ciascuna parte. Gli scambi di prigionieri e l’accordo per il ritorno in patria dei caduti sono tra i pochi risultati concreti dei tre round di colloqui di Istanbul, svoltisi da maggio a luglio.
La Commissione UE ammette: vaccini Covid rilasciati senza dati sulla sicurezza completi
La Commissione Europea ha ammesso che i vaccini contro il Covid-19 sono stati messi in circolazione e somministrati ai cittadini in assenza di dati completi sulla sicurezza. Nel documento del Berliner Zeitung, emerge che l’eurodeputato austriaco Gerald Hauser (FPÖ) ha chiesto in una dichiarazione: «Perché la Commissione non ha informato i cittadini che l’efficacia e la sicurezza dei vaccini – come stabilito nel Trattato – non erano garantite?». Nella risposta arrivata a fine agosto, la Commissione ha spiegato: «L’approvazione condizionata è stata concessa per i primi vaccini Covid. Questo tipo speciale di autorizzazione facilita l’accesso ai farmaci che devono colmare una lacuna nelle cure mediche in situazioni di emergenza come la pandemia di Covid, mentre non è ancora disponibile un dossier completo dei dati». L’ammissione segna un momento di rottura rispetto alla narrazione prevalente che ha sostenuto fin dall’inizio dell’emergenza sanitaria che questi vaccini fossero stati approvati seguendo standard regolatori consueti e condizioni di urgenza giustificata.
I contratti tra la Commissione Europea e le case farmaceutiche imponevano standard severi di efficacia e sicurezza. Eppure, al momento dell’autorizzazione condizionata, parte di quei dati non era stata ancora raccolta o valutata. L’accordo siglato il 20 novembre 2020 con BioNTech-Pfizer, pubblicato in versione parzialmente oscurata, è rivelatore: nei “consideranda” si ammette che lo sviluppo fosse accelerato, che il percorso clinico potesse fallire, che l’approvazione regolatoria non fosse garantita e che le caratteristiche stesse del prodotto fossero ancora da definire. Il documento chiariva inoltre che il produttore non poteva assicurare né la piena disponibilità del vaccino né la sua efficacia nel prevenire l’infezione, né tantomeno escludere la comparsa di effetti collaterali gravi. Gli Stati membri, consapevoli di queste incognite, accettarono di condividere i rischi, anche attraverso indennizzi al produttore e ai partner industriali coinvolti. La Commissione, dal canto suo, ricorse a procedure straordinarie – rolling review e autorizzazioni condizionali – giustificate dall’urgenza della pandemia. Resta il fatto che, al momento dell’immissione sul mercato, mancavano ancora dati completi: studi clinici di lungo periodo, follow-up estesi e valutazioni definitive sugli effetti. Nonostante ciò, l’EMA ritenne che i benefici disponibili superassero i rischi, basandosi sulle evidenze raccolte fino a quel momento. Già nell’ottobre del 2022, al Parlamento europeo, Janine Small, presidente della sezione di Pfizer dedicata allo sviluppo dei mercati internazionali, aveva ammesso che il vaccino non era stato testato per fermare la trasmissione del virus prima che entrasse sul mercato.
Le implicazioni di questa ammissione sono molteplici e l’ammissione della Commissione apre scenari delicati. I contratti con le case farmaceutiche parlavano di sicurezza ed efficacia, ma l’assenza di dati completi ne ridimensiona la portata. La trasparenza è mancata: i cittadini non sapevano che molte verifiche erano ancora in corso. L’urgenza della pandemia è stata usata come giustificazione, ma il risultato è stato un dossier incompleto, con test condotti di fatto sulla pelle della popolazione. Le rolling review hanno permesso un monitoraggio in corsa, senza però la solidità di un percorso sperimentale ordinario. Intanto, nonostante il muro di gomma istituzionale, sono emersi e stanno continuando a emergere segnalazioni di effetti avversi che hanno colpito anche i giovani o le categorie vulnerabili mai pienamente tutelate. Le istituzioni europee ora dovranno rispondere a domande precise: quali vaccini specifici sono stati approvati con dati incompleti, su quale base è stata ritenuta accettabile tale carenza, quali sono le misure adottate per colmare queste lacune e come sono state adottate le procedure di compensazione per chi ha subito effetti avversi. È in gioco la definizione di un modello regolatorio per le emergenze future: senza trasparenza e responsabilità, ogni decisione si traduce in un esperimento sanitario, in cui a pagare non sono le aziende o i governi, ma i cittadini.
Călin Georgescu accusato in Romania di tentato colpo di Stato
L’ex candidato presidenziale Călin Georgescu è stato incriminato per “attentato all’ordine costituzionale” dai pubblici ministeri rumeni. La procura lo accusa, insieme ad altre 21 persone, di aver pianificato un colpo di Stato in seguito all’annullamento delle elezioni del novembre 2024, invalidate dalla Corte costituzionale dopo le accuse di violazioni elettorali e per sospette “interferenze russe”. Georgescu, filorusso e contrario agli aiuti a Kiev, era arrivato al primo turno con il 23% dei voti, ma era stato escluso dalla nuova tornata vinta a maggio dal pro-UE Nicușor Dan. Secondo gli inquirenti, avrebbe discusso con l’imprenditore e mercenario Horațiu Potra, ora latitante, un piano per trasformare le proteste in rivolta. Georgescu rischia fino a 20 anni di carcere se riconosciuto colpevole.
Dopo tre morti in un mese Genova blocca il taser alla polizia
Il periodo di sperimentazione per l’impiego dei taser da parte delle forze dell’ordine a Genova non partirà. Lo ha annunciato l’assessora alla Sicurezza Arianna Viscogliosi in consiglio comunale, chiarendo che l’amministrazione guidata dalla sindaca Silvia Salis non intende proseguire la procedura avviata nel 2022 dalla precedente giunta di centrodestra. Una scelta arrivata in un contesto nazionale reso ancora più teso da tre morti avvenute in poche settimane dopo l’uso della pistola a impulsi elettrici da parte delle forze dell’ordine.
In Italia, l’iter per l’introduzione dell’utilizzo della pistola a impulsi elettrici è iniziato nel 2014, con l’autorizzazione a dare l’arma in dotazione alla polizia contenuta nel dl 119/2014. Successivamente, l’art. 19 del dl 113/2018 ha previsto l’estensione della dotazione anche alla polizia locale in tutti i capoluoghi di provincia e i Comuni al di sopra dei 100 mila abitanti, per un periodo di prova non superiore ai sei mesi (previa adozione di un apposito regolamento comunale). Un emendamento al dl Milleproroghe approvato quest’anno ne ha poi ulteriormente esteso l’utilizzo in forma sperimentale a tutti i Comuni, a prescindere dal numero di abitanti. L’arma, definita «non letale», funziona attraverso una scarica elettrica da 50 mila volt, che induce una paralisi temporanea nel soggetto che la riceve. Gli effetti, su persone con malfunzionamenti cardiaci o con l’attività cardiaca compromessa dall’uso di droghe, possono essere molto gravi, se non letali.
Di fatto, il periodo di sperimentazione a Genova non è mai iniziato. I dispositivi erano stati acquistati, un protocollo era stato firmato con la ASL per la formazione degli agenti, ma il passaggio necessario per avviare la sperimentazione – l’approvazione del regolamento comunale – non è mai stato completato. E, secondo quanto dichiarato dall’assessora Viscogliosi durante un’interrogazione in Comune, non lo sarà in futuro, anche alla luce degli ultimi fatti di cronaca. Il più recente risale al 15 settembre ed è accaduto a Reggio Emilia, dove un uomo è deceduto poco dopo essere stato colpito da un taser. Altri due decessi si erano verificati ad agosto, a Ostia e a Manesseno, alle porte di Genova. In entrambi i casi, i carabinieri coinvolti sono stati iscritti nel registro degli indagati per omicidio colposo. Anche alla luce di questi fatti, l’assessora Viscogliosi ha confermato che l’iter avviato sotto la precedente amministrazione si è interrotto e non verrà ripreso.
Il taser è infatti in uso in varie parti del mondo sin dall’inizio degli anni Duemila ed il suo impiego è accompagnato da decine di studi che ne confermano il rischio di morte. Amnesty International stima che tra il 2001 e il 2018 solo negli Stati Uniti e in Canada oltre mille persone siano morte dopo l’uso di taser. Nel 90% di questi casi, a essere colpite erano state persone disarmate. La stessa azienda produttrice ammette un rischio di morte, seppur basso, legato al dispositivo. Secondo studi come quello condotto dall’Università di Cambridge, inoltre, l’introduzione dei taser ha in alcuni casi aumentato il rischio di aggressioni contro gli agenti e l’uso eccessivo della forza.
Non è la prima volta che progetti di questo genere naufragano a Genova. Prima del taser, nel capoluogo ligure c’era già stato un tentativo (fallito) di dotare la polizia locale del bolawrap, un dispositivo in grado di immobilizzare a distanza la persona mediante un laccio lanciato verso gambe o tronco. Un progetto naufragato dopo una fase di test.
Camera, ok alla riforma della giustizia: tensioni in aula
La Camera ha approvato la riforma della giustizia che introduce la separazione delle carriere dei magistrati e nuove regole per l’elezione del Csm. Il provvedimento, accolto con 243 voti favorevoli e 109 contrari, passa ora al Senato. Dopo il voto, un lungo applauso della maggioranza e dei membri del governo ha acceso tensioni con l’opposizione: alcuni deputati sono scesi al centro dell’emiciclo e il presidente di turno Sergio Costa ha sospeso la seduta. Critico il vicepresidente dell’Anm Marcello De Chiara, secondo cui la riforma ridimensiona il potere giudiziario creando «un quarto potere».
Nuove ombre sulla storia dei “droni russi” in Polonia, uno era un missile difettoso di Varsavia
Non sarebbe stato un drone russo, ma un missile polacco difettoso, sparato da un caccia F-16 durante un’operazione di difesa aerea contro droni russi penetrati nello spazio aereo nazionale, a colpire a colpire il tetto e a sfondare il soffitto di un’abitazione nel villaggio Wyryki-Wola, nella regione di Lublino, lo scorso 10 settembre. È quanto rivela Rzeczpospolita, che cita fonti vicine ai servizi di sicurezza polacchi. Secondo la ricostruzione del quotidiano, il missile aria-aria AIM-120 AMRAAM non avrebbe attivato la testata, limitandosi a danneggiare la struttura della casa. Il viceministro della Difesa nazionale Cezary Tomczyk ha ammesso la scorsa settimana l’abbattimento di tre droni, senza però fornire la posizione. La procura di Lublino, incaricata delle indagini, non ha confermato né smentito la tesi del missile polacco, limitandosi a parlare di un oggetto che «non è stato identificato né come drone né come suoi frammenti» e dichiarando per mezzo del procuratore Agnieszka Kępka, che «tutte le versioni devono essere prese in considerazione». Restano dunque aperti scenari diversi: errore tecnico, residuo di un drone, frammento di un ordigno difensivo o altro. L’episodio aveva fatto salire la tensione internazionale in seguito all’accusa del governo polacco nei confronti di Mosca di sconfinamento.
La ricostruzione di Rzeczpospolita ha suscitato numerose tensioni interne con l’opposizione che ha chiesto trasparenza e chiarimenti al governo. L’Ufficio per la Sicurezza Nazionale, il BBN e il presidente Karol Nawrocki, hanno chiesto al governo «chiarezza immediata» sull’accaduto. A quanto si apprende, né il presidente polacco né l’Ufficio per la Sicurezza Nazionale erano mai stati informati dal governo guidato da Donald Tusk che al vaglio ci fosse anche la possibilità di un errore dell’aeronautica polacca. Il presidente Nawrocki, pur sostenendo la necessità di difendere il Paese da intrusioni esterne, ha richiesto una relazione dettagliata sull’incidente e sulla gestione della catena di comando quella notte. Il premier Tusk ha provato a contenere le polemiche e ha ribadito che l’evento rientrerebbe in una strategia di Mosca per testare le difese polacche e seminare insicurezza lungo il fianco orientale della NATO: «Tutta la responsabilità per i danni alla casa di Wyryki ricade sui responsabili della provocazione dei droni, ovvero la Russia», ha scritto su X. Il premier ha comunque assicurato che i risultati dell’indagine saranno resi pubblici appena terminata, ma ha sottolineato l’urgenza di investimenti supplementari nella difesa aerea e di un coordinamento ancora più stretto con gli alleati occidentali. Il caso si inserisce così anche in uno scontro politico interno: da un lato l’esecutivo, intenzionato a mantenere la responsabilità sulla Russia, dall’altro chi teme che un’ammissione di errore tecnico indebolisca la credibilità delle istituzioni e dell’esercito. Il dibattito riguarda anche la comunicazione pubblica. L’accusa immediata contro Mosca, lanciata in assenza di prove definitive, ha attirato l’attenzione dei media internazionali e ha alimentato letture contrastanti. Non è la prima volta che un evento di confine genera tensioni: basti ricordare l’episodio del novembre 2022 a Przewodów, quando un missile cadde in territorio polacco causando due morti. In un primo momento l’accusa fu rivolta a Mosca, salvo poi scoprire che si trattava di un ordigno antiaereo ucraino.
L’episodio di Wyryki-Wola non è un fatto isolato, ma il sintomo di un contesto più ampio. Negli ultimi due anni, la Polonia si è trasformata nel bastione orientale della NATO, moltiplicando il proprio impegno a sostegno di Kiev e assumendo un ruolo di avamposto strategico. Con un accordo miliardario firmato il 1° agosto a Gliwice, nel cuore industriale della Slesia, la Polonia ha ufficialmente imboccato la strada per diventare, entro il 2030, la prima potenza corazzata d’Europa. La pressione al confine con Ucraina e Bielorussia, le continue incursioni nello spazio aereo e il rischio di incidenti hanno reso Varsavia il punto più fragile e al tempo stesso più esposto della regione. Parallelamente, in un clima da assedio permanente, la retorica antirussa pervade il dibattito pubblico e il giornalismo mainstream, mentre il volontariato territoriale e le esercitazioni delle forze di difesa locali vengono incentivate e normalizzate. In questo scenario, la gestione della comunicazione diventa parte integrante della strategia: attribuire subito la colpa a Mosca non è solo una reazione politica, ma un atto che rafforza l’idea di una minaccia costante e legittima l’accelerazione della militarizzazione dell’Est Europa. L’accelerazione del riarmo, le missioni come la “Sentinella dell’Est”, il dispiegamento di truppe lungo i confini con Russia e Bielorussia trovano così una giustificazione immediata. L’incidente di Wyryki-Wola dimostra anche quanto sia sottile la linea di confine tra un errore tecnico, un incidente militare e un attacco deliberato, e quanto sia alto il rischio che la narrazione politica preceda, e sostituisca, l’accertamento dei fatti, piegandosi a interessi geopolitici.
Francia, al via lo sciopero nazionale contro la manovra finanziaria
In Francia è partita la giornata di mobilitazione indetta dai sindacati contro le misure di austerità della Finanziaria 2026, con forti ripercussioni su scuole e trasporti. Nel primo pomeriggio sono previsti grandi cortei in molte città, mentre il bilancio dei fermi supera quota 50: sette nell’area di Parigi e 44 nel resto del Paese. Registrati 170 tentativi di corteo e 63 blocchi stradali. A Parigi, studenti hanno bloccato il liceo Maurice-Ravel, mentre a Marsiglia la polizia ha disperso manifestanti con lacrimogeni. Attesi fino a 900.000 partecipanti, riportando la protesta ai livelli del 2023.








