La Procura di Vicenza ha chiuso le indagini sulla Superstrada Pedemontana Veneta, l’arteria a pagamento lunga 95 km che attraversa le province di Treviso e Vicenza, accusando 12 persone, tra manager del Consorzio SIS, amministratori della Strada Pedemontana Veneta S.p.A., direttori tecnici e responsabili di cantiere, di inquinamento ambientale e omessa bonifica. Le indagini riguardano i lavori svolti dal 28 giugno 2021 al 23 gennaio 2024 per le gallerie di Malo e di Sant’Urbano (Vicenza). Secondo l’accusa, nelle opere è stato impiegato un additivo per cemento contenente PFBA (un composto della famiglia dei Pfas), in concentrazioni superiori a quanto consentito, provocando contaminazione delle acque superficiali e sotterranee nei comuni di Castelgomberto, Malo, Montecchio Maggiore, Isola Vicentina e Costabissara. La Regione Veneto, tramite l’ARPAV, segnala di aver attivato controlli e monitoraggi ambientali fin dall’inizio dell’opera e di avere trasmesso a luglio 2025 uno studio di impatto ambientale al Ministero.
“No Kings”, in milioni a manifestazioni contro Trump negli USA
Negli Stati Uniti si è svolta una giornata di proteste su larga scala organizzata con lo slogan “No Kings”, in oltre 2.600 località di tutti i 50 Stati. Secondo gli organizzatori 7 milioni di persone manifestato contro le politiche dell’amministrazione Trump che vengono definite “autoritarie” e contro lo shutdown governativo. Le proteste fanno riferimento al presidente come a un “re” non eletto e hanno chiesto un ritorno ai princìpi democratici tradizionali, citando in particolare misure su immigrazione, uso della forza e diritti civili. Le manifestazioni sono rimaste pacifiche, mentre da parte del partito repubblicano sono arrivate accuse di radicalismo e antinazionalismo nei confronti dei partecipanti. Trump ha risposto alle mobilitazioni definendole “contro l’America”. Su Truth Social ha poi condiviso un video creato con l’Intelligenza artificiale in cui lo stesso presidente lancia letame sui manifestanti.
Rapina al Louvre: museo chiuso e indagini in corso
Una rapina è avvenuta nelle prime ore di oggi al Museo del Louvre di Parigi. Il ministero della Cultura francese ha confermato l’accaduto, precisando che non sono al momento noti i dettagli né se oggetti siano stati effettivamente trafugati. Stando a quanto riferito dai media, i malviventi si sarebbero introdotti nel museo nei primissimi momenti dell’apertura, mentre cominciavano ad arrivare i primi visitatori. Secondo quanto riportato da Le Parisien, i ladri avrebbero rubato nove pezzi della collezione di gioielli di Napoleone e dell’Imperatrice. Tuttavia, le circostanze del colpo sono ancora poco chiare e non è stato confermato il bottino del colpo. Il museo resterà chiuso per l’intera giornata di domenica, mentre la polizia ha avviato le indagini sul luogo.
Bosnia, nominata presidente ad interim nell’entità serba
Il parlamento della Republika Srpska (entità a maggioranza serba della Bosnia-Erzegovina) ha nominato Ana Trišić Babić presidente ad interim in sostituzione di Milorad Dodik, dopo che nel agosto scorso a quest’ultimo era stato revocato il mandato a seguito di una condanna a un anno di reclusione e sei anni di interdizione politica per disobbedienza perpetua alle delibere dell’Alto Rappresentante internazionale in Bosnia ed Erzegovina. La nomina è avvenuta con 48 voti favorevoli e 4 contrari. Trišić Babić rimarrà in carica fino alle elezioni anticipate del 23 novembre.
Israele continua a fare a pezzi la tregua: strage di civili e valico di Rafah ancora chiuso
La tregua tra Israele e Hamas, concordata nove giorni fa a Sharm el Sheik, appare già compromessa. Nella notte di venerdì, l’esercito israeliano ha colpito un autobus nel quartiere di Zeitoun, a Gaza City, uccidendo undici persone, tra cui donne e bambini. Un portavoce dell’agenzia di protezione civile palestinese, Mahmoud Bassal, ha riferito alla BBC che i morti appartengono tutti a una stessa famiglia, che stava rientrando in città per controllare la propria casa. L’esercito israeliano ha confermato di avere colpito il bus, sostenendo che si trattasse di un veicolo sospetto. L’episodio è avvenuto mentre dovrebbe essere in corso un cessate il fuoco, parte dei primi accordi di pace mediati dagli Stati Uniti. Hamas ha denunciato che Israele ha violato l’accordo di cessate il fuoco, in vigore dal 10 ottobre, 47 volte, con attacchi contro la popolazione che hanno causato la morte di 38 persone.
In una dichiarazione ufficiale, il governo di Gaza parla di «attacchi deliberati» e «crimini di fuoco diretto contro i civili». Secondo Hamas, l’esercito israeliano continua a operare con carri armati e droni in diverse aree della Striscia, in violazione del diritto internazionale umanitario. Nonostante l’intesa, i raid israeliani sono, infatti, proseguiti in diverse aree della Striscia e il valico di Rafah, principale punto di passaggio verso l’Egitto e fondamentale per gli aiuti umanitari, resta chiuso «fino a nuovo avviso», su ordine del governo israeliano, aggravando una situazione umanitaria già drammatica. La chiusura del valico ritarderà la consegna delle salme degli ostaggi che Hamas deve restituire a Israele in virtù dell’accordo di cessate il fuoco, ha commentato lo stesso movimento di resistenza islamico. Intanto, La Croce Rossa ha informato l’esercito israeliano che Hamas ha consegnato due bare, contenenti i corpi di due ostaggi uccisi. I resti saranno trasferiti all’istituto forense Abu Kabir di Tel Aviv per l’identificazione. Da parte di Israele, l’ufficio del premier israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito che Hamas deve rispettare gli impegni dell’accordo e ha specificato che «non si farà sconto» sulla restituzione delle salme degli ostaggi. Netanyahu ha annunciato in queste ore che si candiderà alle elezioni del novembre 2026 e che si aspetta di vincerle. Al canale televisivo di destra Channel 14, il premier israeliano ha anche dichiarato che la guerra a Gaza terminerà solo una volta completata la seconda fase della tregua in corso, che prevede il disarmo di Hamas. Hamas, dal canto suo, ribadisce di non volersi disarmare e di voler mantenere il controllo della Striscia. Lo ha dichiarato in un’intervista pubblicata sul sito dell’agenzia Reuters dal dirigente di Hamas Mohammed Nazzal. Questi ha inoltre assicurato che il gruppo non ha alcun interesse a trattenere i corpi rimanenti degli ostaggi israeliani deceduti, confermando che esistono, però, problemi di reperimento e aggiungendo che attori internazionali come la Turchia o gli Stati Uniti avrebbero contribuito alle ricerche, se necessario.
Mentre sul terreno, la tregua si dissolve tra accuse incrociate e un numero crescente di vittime, da Washington il presidente Donald Trump ha rinnovato la minaccia di intervenire militarmente contro Hamas se lo spargimento di sangue persiste a Gaza: «Non avremo altra scelta che entrare e ucciderli» ha scritto in un post su Truth Social. La Casa Bianca non ha fornito chiarimenti e il leader statunitense non ha spiegato come vorrebbe attuare il suo avvertimento. Trump ha poi chiarito che non invierà truppe statunitensi a Gaza: «Non saremo noi», ha spiegato il tycoon in uno scambio con i giornalisti alla Casa Bianca. «Non dovremo farlo. Ci sono persone molto vicine, molto vicine, che entreranno e faranno tutto molto facilmente, ma sotto i nostri auspici». Intanto, il Dipartimento di Stato statunitense ha diffuso un avvertimento basato su «informazioni attendibili» su un presunto piano di Hamas per colpire civili palestinesi, nella Striscia di Gaza, in violazione del cessate il fuoco. Nella breve nota del Dipartimento di Stato USA si legge che tale violazione comprometterebbe i progressi ottenuti grazie ai mediatori (Qatar, Turchia, Egitto) e che in tal caso saranno adottate «misure per proteggere la popolazione di Gaza». A Hamas viene chiesto di «rispettare gli impegni» secondo «i termini del cessate il fuoco». Nella nota non ci sono, però, dettagli sul possibile attacco, gli obiettivi o il luogo.
Hamas ha respinto le accuse, definendole “false” e «in linea con la propaganda israeliana». In un comunicato diffuso da Al Jazeera, il gruppo accusa Washington di fornire copertura ai «crimini dell’occupazione» e ha invitato la Casa Bianca a concentrarsi, invece, sulle violazioni israeliane del cessate il fuoco. L’avvertimento del Dipartimento di Stato arriva, infatti, dopo le ultime minacce di Trump a Hamas, delineando una narrazione univoca che sposta l’attenzione dalla responsabilità di Israele, che continua a colpire obiettivi civili, a un fantomatico disegno islamista non documentato. In questo modo, gli Stati Uniti si pongono sul piano internazionale come architetti della pace, presentandosi come arbitri neutri, mentre in realtà legittimano le azioni militari israeliane, ignorando apertamente le vittime palestinesi dall’entrata in vigore della tregua. Il risultato è che la promessa di cessate il fuoco si traduce ogni giorno in una realtà fatta di bombardamenti, morti tra i civili e silenzi diplomatici. Quello che avrebbe dovuto segnare un punto di svolta per avviare un percorso politico e alleviare la crisi umanitaria nella Striscia di Gaza oggi appare in stallo. La comunità internazionale osserva con preoccupazione, ma senza il coraggio di compiere passi concreti: l’accordo rischia così di restare una parentesi sospesa tra la guerra e una pace che continua a esistere solo sulla carta.
Pakistan e Afghanistan concordano cessate il fuoco immediato
Dopo due settimane di combattimenti lungo il confine, Islamabad e Kabul hanno concordato un cessate il fuoco immediato, mediato dal Qatar. Lo ha annunciato il ministero degli Affari Esteri del Qatar, dopo che almeno 10 persone sono state uccise in attacchi aerei pakistani dopo una precedente tregua. La violenza tra i due Paesi vicini è aumentata dall’inizio di questo mese, con ciascuna delle parti che sostiene di rispondere alle aggressioni dell’altra. L’intesa prevede la creazione di meccanismi di cooperazione e dialogo per prevenire nuove escalation e favorire una stabilità duratura nella regione. Il governo pakistano e quello afghano si sono impegnati a proseguire il confronto diplomatico, mentre Doha continuerà a svolgere un ruolo di garante del processo di pace.
Giochi Milano-Cortina: emesse 16 interdittive antimafia per imprese interessate ai lavori
Un’importante operazione di prevenzione amministrativa antimafia ha sbarrato la strada a sedici aziende, la maggior parte edili, che puntavano ad accedere agli appalti per le opere infrastrutturali delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 e alla ricostruzione post-sisma nell’Italia Centrale. I provvedimenti di interdizione sono stati emessi ieri, venerdì 17 ottobre, dalla Struttura per la prevenzione antimafia del Viminale guidata dal prefetto Paolo Canaparo, e sono scattati dopo accertati «collegamenti diretti con esponenti della criminalità organizzata in grado di incidere sulle scelte imprenditoriali». Le misure disposte mirano a impedire che capitali illeciti delle organizzazioni criminali trovino accesso agli appalti e ai finanziamenti pubblici più consistenti. Sono ormai numerosi gli indicatori che, nel corso del tempo, hanno confermato il grande interesse mafioso per le opere legate ai Giochi olimpici.
Le aziende interdette – attive principalmente nel settore edile e in prevalenza con base al Sud – avevano tutte fatto richiesta di iscrizione nell’Anagrafe Antimafia degli Esecutori, passo obbligatorio per partecipare a gare pubbliche di tale portata. La mappatura geografica delle sedi sociali è assai eloquente: ben sette imprese hanno sede nella provincia di Foggia, due in quella di Caserta, altrettante in provincia di Catania e una ciascuno nelle province di Torino, Teramo, Modena, Lecco e Ancona. Questo dato conferma il forte interesse dei clan, non solo pugliesi della Sacra Corona Unita, ma anche di mafia, camorra e ‘ndrangheta, per i capitali legati a grandi eventi e alla ricostruzione. Le indagini della struttura del Viminale hanno portato alla luce un quadro di compromissione preoccupante. Dall’analisi sono emerse «connivenze, alleanze e accordi di mutua convenienza, legami parentali e frequentazioni assidue con esponenti di clan» attraverso cui le organizzazioni criminali «da un lato esercitano sempre di più una illecita pressione ed ingerenza sul tessuto socio-economico, e dall’altro rafforzano la capacità di infiltrare e condizionare la rete produttiva anche ricorrendo a forme di intimidazione ed estorsione». Non si tratta quindi di mere suggestioni, ma di legami strutturati e pericolosi, in grado di alterare la concorrenza e il mercato.
Con i sedici provvedimenti firmati dal prefetto Canaparo, salgono a 40 le interdittive disposte nei primi dieci mesi del 2025. Un numero in netta crescita: nel 2024, infatti, le interdittive erano state 26, mentre nel 2023 se ne contavano 19. Accanto alle sedici interdittive, l’operazione ha incluso anche due provvedimenti di cosiddetta “prevenzione collaborativa” della durata di un anno, emessi nei confronti di altre due imprese di Foggia interessate ai lavori di ricostruzione post-terremoto. In questi casi, i tentativi di infiltrazione e di agevolazione dei clan pugliesi accertati dal Gruppo interforze antimafia sono stati ritenuti occasionali. Scaduti i dodici mesi, se le verifiche non evidenzieranno altri tentativi di infiltrazione mafiosa, le due imprese potranno ottenere una liberatoria. Diversamente, riceveranno a loro volta un’interdittiva.
Non è la prima volta che scatta il campanello dall’allarme sulle strategie mafiose di attacco ai lavori per i Giochi. A giugno, nella sua ultima relazione al Parlamento, la Direzione Investigativa Antimafia aveva segnalato il rischio concreto di infiltrazioni mafiose nei cantieri delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026. Uno dei 50 provvedimenti antimafia emessi nel 2024 in Lombardia ha infatti colpito una società edile milanese coinvolta nella costruzione di un parcheggio interrato a Sondrio, opera inserita nel piano olimpico. Gli amministratori dell’azienda sono risultati legati a cosche della ‘Ndrangheta. La DIA ha sottolineato come la criminalità organizzata, in particolare quella calabrese, stia cercando di sfruttare i grandi eventi per penetrare nell’economia legale e negli appalti pubblici.
Lo scorso febbraio, la Prefettura di Verona aveva emesso un’interdittiva antimafia nei confronti di due aziende del settore delle costruzioni che puntavano a partecipare agli appalti per le Olimpiadi invernali. Secondo quanto ricostruito dagli uffici della Prefettura scaligera, le due società – con sede legale a Verona e Legnago – avrebbero infatti avuto connessioni con personaggi organicamente attivi in un network ‘ndranghetista che da tempo operava nel territorio veronese. Nel 2022, inoltre, era stato arrestato a Milano Pietro Paolo Portolesi, presunto affiliato alla ’Ndrangheta, con l’accusa di trasferimento fraudolento di beni e valori. Una delle sue società aveva partecipato alla gara per lo smaltimento delle macerie nel cantiere del villaggio olimpico di Porta Romana, a Milano.
Firenze, migliaia in piazza con gli operai della ex GKN
Sarebbero almeno diecimila, secondo gli organizzatori, le persone scese in piazza a Firenze con il collettivo di fabbrica della ex GKN, per chiedere l’avvio del Consorzio industriale nella fabbrica di Campi Bisenzio al fine di reindustrailizzare lo stabilimento. Il consorzio era stato approvato in estate, ma non è mai partito perchè non sono state fatte le nomine. Insieme agli operai della ex GKN, da 7 mesi in disoccupazione, vi sono persone arrivate da tutta Italia. Alcuni momenti di tensione sono stati registrati quando un gruppo corteo ha deviato dal percorso entrando in aeroporto, dove ha trovato il cordone delle forze dell’ordine.
Il governo Meloni vuole inserire un membro nominato dal governo nei CDA delle università
La commissione per la riforma della governance universitaria ha presentato una proposta al Ministero dell’Università e della Ricerca che introdurrebbe una figura nominata direttamente dal governo nei Consigli di Amministrazione degli atenei. A dare la notizia è Rete 29 aprile (R29A), associazione di lavoratori e lavoratrici del mondo accademico italiano. La proposta si inserisce all’interno di un progetto di riforma della governance di ateneo che l’esecutivo ha intenzione di portare avanti da tempo, e che prevedrebbe anche «l’imposizione di due componenti nel CdA da parte degli enti locali», e il rafforzamento del mandato dei rettori. Il Ministero, inoltre, «influirebbe sulla politica dell’Ateneo anche imponendo delle ‘linee generali’, di cui il rettore dovrebbe ‘tenere conto’». Una vera e propria «ingerenza diretta» del Governo all’interno degli atenei, scrive R29A, che sembra essere volta ad accentrare gli organi universitari e a subordinarli ai dettami governativi.
La bozza visionata da R29A è stata avanzata dalla commissione per la riforma della governance universitaria, che il MUR ha istituito il 20 settembre 2024 per mezzo di un decreto ministeriale. Oltre all’inserimento di tre nuovi membri nei CdA nominati da ministro ed enti locali, la proposta si concentrerebbe sul rafforzamento delle figure ai vertici degli atenei. La bozza proporrebbe di allungare l’ufficio dei rettori da 6 a 8 anni e aprirebbe alla rielezione dei professori per un secondo mandato; a metà mandato sarebbe prevista una votazione per confermare il rettore nel suo ruolo. Allo stesso modo, regolamenterebbe anche le figure dirigenziali: i direttori di dipartimento verrebbero rinnovati in coincidenza dell’elezione e della conferma del rettore, mentre i direttori generali inizierebbero e cesserebbero il loro lavoro in parallelo al rettore, di cui dovrebbero «applicare gli indirizzi».
R29A denuncia «l’approccio dirigistico» che emergerebbe dalla proposta, giudicandolo «allarmante», e «intollerante anche a pallidi spiragli democratici»; la Rete riporta infatti che nei CdA l’unica componente elettiva sarebbe quella studentesca. R29A denuncia la «volontà di un controllo governativo sempre più capillare anche delle università». La proposta sembra infatti tesa a un accentramento del potere nelle mani degli organi universitari monocratici e degli uffici dirigenziali, rafforzando notevolmente la figura del rettore e allineando i direttori a essa. Parallelamente a questo accentramento, vi sarebbe quella «ingerenza» di cui parla R29A, incarnata dall’imposizione di figure esterne e nominate dall’alto nei CdA e della richiesta di allineamento alle «linee generali» del Ministero.







