giovedì 15 Gennaio 2026
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Vulnerabili e costosi: Paesi europei in fuga dagli F-35 americani, l’Italia ne ha comprati 25

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Il programma degli F-35, l’aereo da combattimento di quinta generazione prodotto dalla statunitense Lockheed Martin, continua a dividere gli alleati europei. Negli ultimi mesi, diversi Paesi hanno ridimensionato o abbandonato i loro piani di acquisto, segnalando i costi crescenti e l’eccessiva dipendenza da Washington. L’Italia, invece, ha scelto di muoversi nella direzione opposta, confermando nuove commesse e rafforzando il proprio impegno con l’acquisto di 25 F-35, per una spesa complessiva di 7 miliardi entro il 2035. Nato per sostituire i vecchi caccia F-16 e promettere superiorità tecnologica, l’F-35 si è trasformato in un simbolo di costi fuori controllo, dipendenza strategica dagli Stati Uniti e vulnerabilità operativa. Il disimpegno di alcuni Stati evidenzia vari nodi legati agli F-35: progettati come caccia leggeri e multiuso, si sono trasformati in velivoli pesanti e onerosi, con un prezzo medio superiore ai 100 milioni di dollari ciascuno e costi di gestione che il Pentagono stima in oltre 1.450 miliardi di dollari nel lungo periodo.

Il Portogallo ha rinunciato a prendere parte al programma, dichiarando apertamente che i caccia lo avrebbero reso troppo dipendente da Washington. La manutenzione, gli aggiornamenti software e la fornitura dei pezzi di ricambio restano, infatti, sotto il controllo esclusivo degli Stati Uniti e una rottura della catena di approvvigionamento significherebbe paralizzare l’intera flotta. Un’analisi che ha trovato eco anche in altri Paesi, preoccupati di affidare a una potenza esterna non solo la logistica, ma persino la possibilità di attivare o disattivare le funzioni del velivolo. Anche la Svizzera, dopo il referendum che nel 2020 ha approvato l’acquisto di 36 F-35, si trova ora a fronteggiare un imprevisto aumento dei costi fino a 1,3 miliardi di dollari in più. Il governo difende l’impegno preso, ma parallelamente investe nello sviluppo di un’industria bellica europea, consapevole che legarsi a un solo fornitore extraeuropeo rappresenta un rischio strategico. Il caso svizzero evidenzia la tensione tra la volontà politica di garantire la sicurezza e la crescente insofferenza dell’opinione pubblica verso contratti miliardari stipulati con un partner così ingombrante. La Spagna ha scelto una via ancora più netta, cancellando un programma da circa 6,25 miliardi di euro. Il motivo ufficiale riguarda la necessità di contenere le spese, ma il dibattito interno ha evidenziato anche la volontà di non subordinare le proprie capacità militari a un sistema interamente americano. A Madrid prevale oggi la linea dell’autonomia strategica europea, che punta a rafforzare progetti comuni (Eurofighter e il Programma FCAS, il caccia di sesta generazione europeo) e ridurre la dipendenza da Washington. La Danimarca si trova in una posizione ambigua. Ha già ricevuto 17 dei 27 aerei ordinati, ma all’interno delle forze armate e nei servizi di intelligence serpeggia il timore che la completa dipendenza tecnica dagli Stati Uniti possa rivelarsi un boomerang. Uscendo dai confini europei, anche il Canada, inizialmente tra i partner più entusiasti, ha cominciato a rivalutare la propria posizione. L’acquisto di 88 aerei, di cui 16 già consegnati, ha visto i costi crescere dai 19 miliardi di dollari previsti a oltre 28 miliardi, con un’aggiunta di 5,5 miliardi destinati a infrastrutture e armamenti. Le tensioni politiche con gli Stati Uniti durante l’era Trump hanno accentuato la percezione di vulnerabilità: pur non essendosi formalmente ritirato, Ottawa discute apertamente se sia ancora sostenibile legarsi a un programma che rischia di divorare il bilancio della difesa per decenni.

In questo scenario di ritirate e ripensamenti, l’Italia rappresenta un’eccezione. Roma ha già acquistato 25 F-35, pagandoli circa 280 milioni di euro ciascuno considerando software, sensori e pacchetti di supporto, vale a dire più del triplo del prezzo ufficiale. Eppure, il governo ha deciso di proseguire. Secondo il Documento programmatico pluriennale della Difesa 2024-2026, l’Italia spenderà altri 7 miliardi di euro entro il 2035 per acquisire 15 F-35A a decollo convenzionale (portando così il totale a 75) e 10 F-35B a decollo e atterraggio verticale (portando a 40 il numero di velivoli di questo tipo a disposizione). La spesa comprende motori, equipaggiamenti, aggiornamenti, supporto logistico e interventi infrastrutturali come l’adeguamento della nave Trieste affinché possa operare con i nuovi velivoli e della base di Grottaglie. Così la flotta nazionale passerà da 90 a 115 velivoli, avvicinandosi all’obiettivo storico dei 131 esemplari fissato già nel 2009. Considerate le spese già effettuate negli anni, la spesa totale per le casse dello Stato raggiunge i 25 miliardi di euro. Da un lato, il governo rivendica la necessità di mantenere un rapporto privilegiato con Washington e di garantire la modernizzazione delle forze armate, dall’altro, emergono critiche per i costi fuori scala, aggravati da un contesto economico segnato da tagli e ristrettezze in altri settori. Non mancano neppure i dubbi operativi: gli stessi vertici militari statunitensi ne hanno ammesso i limiti: il generale Charles Brown Jr., Capo di Stato maggiore dell’aeronautica, ha definito gli F-35 aerei «costosi e inaffidabili», zavorrati da una tecnologia complessa soggetta a «frequenti bug». L’Europa appare, quindi, divisa tra chi cerca di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti e chi, come l’Italia, consolida la sua fedeltà al programma, accettando l’acquisto dei caccia multiruolo di quinta generazione come prezzo inevitabile per rimanere ancorata all’ombrello atlantico.

Netanyahu blocca la visita di Macron: “Cambi idea su Palestina”

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Netanyahu nega la visita di Macron in Israele, chiedendo il ritiro dell’iniziativa francese sul riconoscimento dello Stato di Palestina. Giovedì il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar in una telefonata con l’omologo Jean-Noel Barrot ha ribadito che “non c’è spazio” per una visita presidenziale “finché Parigi persiste nella sua iniziativa e nei suoi sforzi che danneggiano gli interessi di Israele”. La decisione acuisce la frattura tra i due Paesi e segna un nuovo fronte di scontro tra Israele e l’Occidente. Israele condanna anche le parole della vicepresidente UE Teresa Ribera, che ha parlato di “genocidio” a Gaza. L’Idf afferma di controllare il 40% di Gaza City, mentre continua l’offensiva: 62 morti nelle ultime 24 ore secondo fonti locali.

In Scozia il primo progetto mondiale per rafforzare i legami tra padri detenuti e figli

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programma padri e figli in carcere in scozia

Per la prima volta, un carcere diventa il luogo dove si ricostruiscono relazioni familiari. Non attraverso visite sorvegliate dietro un vetro, ma con giochi, esercizi fisici e pasti condivisi tra padri detenuti e i loro figli. Succede in Scozia, all’HMP Barlinnie, la prigione più grande del Paese, dove alla fine del 2024 è stato avviato un programma pilota che potrebbe cambiare il modo in cui si guarda alla detenzione. Il progetto si chiama Healthy Dads, Healthy Kids – “Papà sani, bambini sani” – ed è nato in Australia. Un programma che mira a portare il carcere alle finalità rieducative che d...

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Nigeria, scontri tra esercito e Boko Haram: 28 morti

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L’esercito nigeriano ha ingaggiato due scontri contro milizie affiliate a Boko Haram, uno dei principali gruppi islamisti della regione, uccidendo almeno 28 miliziani. Il primo è avvenuto nella foresta di Sambisa, nello stato nord-orientale del Borno, sede di diversi avamposti del gruppo; qui l’aviazione ha preso di mira un nascondiglio dei miliziani, uccidendo almeno 15 combattenti. Il secondo, sempre nel Borno, è avvenuto tra le truppe terrestri e una squadra di assalitori che aveva organizzato una imboscata sulla strada che collega Gubio e Damasak. Gli insorti hanno fatto esplodere due ordigni esplosivi e hanno iniziato a sparare, ma l’esercito ha risposto al fuoco, uccidendo 13 persone e facendo fuggire gli altri.

In Italia il 90% delle scuole non è in regola con le certificazioni di sicurezza

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Nove scuole su dieci in Italia non sono in regola con le certificazioni obbligatorie di sicurezza. Le cifre, raccolte nel dossier di Tuttoscuola, rivelano che su circa quarantamila edifici scolastici statali soltanto il dieci per cento è in regola con tutte e cinque le certificazioni previste per legge: il certificato di agibilità, quello di prevenzione incendi, l’omologazione della centrale termica, il piano di evacuazione e il documento di valutazione dei rischi. In totale, sono trentaseimila i plessi scolastici dove mancano di una o più certificazioni. Ben 3.588 edifici (il 9% del totale) risultano completamente privi di ogni tipo di attestazione, nonostante ogni giorno vi entrino circa settecentomila tra studenti, insegnanti e personale amministrativo. Mentre da decenni si parla di sicurezza, si moltiplicano le normative, si scrivono leggi e decreti, nella quotidianità le scuole restano luoghi insicuri.

L’analisi di Tuttoscuola, testata specializzata nel settore scolastico, realizzata sulla base dei dati ufficiali per l’anno scolastico 2023-24 pubblicati il 14 luglio scorso dall’Anagrafe nazionale dell’edilizia scolastica, la banca dati del Ministero dell’Istruzione e del Merito, è la prima ad aver scandagliato edificio per edificio, ricostruendo un quadro puntuale che smonta ogni illusione: non siamo di fronte a casi isolati, ma a un problema strutturale che attraversa l’intera penisola. Naturalmente, non tutte le Regioni si trovano nella stessa situazione: la distribuzione territoriale mostra squilibri profondi. Al Nord le percentuali di scuole a norma si attestano attorno al cinquanta per cento, con Piemonte, Veneto e Friuli-Venezia Giulia che raggiungono valori poco sopra la metà del totale. La Valle d’Aosta rappresenta un’anomalia virtuosa: lì quasi l’88 per cento dei plessi è dotato di tutte le certificazioni, un dato che stride con quello di altre Regioni e che dimostra come la messa in sicurezza non sia un miraggio impossibile, ma una scelta politica e amministrativa. Scendendo lungo la penisola la situazione peggiora rapidamente. La maglia nera va al Lazio, con appena il 12,7 per cento delle scuole risulta in regola, la percentuale più bassa a livello nazionale. Nelle isole, e in particolare in Sardegna, i numeri precipitano ulteriormente: soltanto il 14,2 per cento degli edifici ha tutte le carte in ordine. Nel resto del Sud e del Centro-Sud si oscilla attorno al trenta per cento, nonostante i plessi scolastici siano spesso situati in luoghi di vulnerabilità sismica e idrogeologica. In Liguria il dato si ferma al 31,1 per cento, mentre regioni come Abruzzo e Campania faticano a superare la soglia del trenta. Lombardia e Marche restano intorno al cinquanta.

Fonti del Ministero dell’Istruzione e del Merito hanno provato a ridimensionare alla stampa l’impatto del dossier, sottolineando che i dati si riferiscono all’anno scolastico 2023-2024 e non tengono conto dei lavori già avviati grazie ai fondi del PNRR e ai finanziamenti ministeriali. Secondo fonti ufficiali, sono in corso interventi su oltre diecimila edifici, che corrispondono al ventidue per cento del patrimonio edilizio scolastico, e si tratterebbe del più grande piano di messa in sicurezza mai avviato in Italia. Il problema, tuttavia, è che i risultati saranno visibili soltanto tra alcuni anni e, nel frattempo, gli studenti continueranno a frequentare scuole che mancano delle certificazioni basilari. Il ministero precisa, inoltre, che la responsabilità degli interventi antisismici e delle manutenzioni spetta in prima battuta agli enti locali. Un rimpallo che dura da decenni e che finora non ha risolto nulla: le amministrazioni comunali e provinciali, spesso prive di risorse, hanno rinviato gli interventi o si sono limitate a tamponare le emergenze. Così si accumula un’eredità di incuria lunga sessant’anni, mentre le nuove generazioni crescono dentro mura che rischiano di crollare o impianti che non rispettano gli standard di sicurezza. Quando si parla di sicurezza scolastica, il discorso pubblico si limita a pochi slogan, mentre il tema scompare rapidamente dall’agenda politica e mediatica, salvo riemergere in seguito a crolli, cedimenti strutturali o tragedie sfiorate, quando l’indignazione dura lo spazio di un giorno. Poi cala di nuovo l’oblio.

È morto Giorgio Armani

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Oggi, giovedì 4 settembre, è morto Giorgio Armani. La notizia è stata comunicata dal gruppo Armani; da sabato a domenica sarà aperta la camera ardente e i funerali si svolgeranno lunedì privatamente. A Milano, città dove ha avviato la sua attività, è stato proclamato il lutto cittadino. Soprannominato “Re Giorgio” per il suo impatto nel mondo della moda, Armani, 91 anni, è stato uno degli stilisti più noti al mondo. Ha iniziato la sua attività presso la casa di moda Nino Cerruti, dove nel 1965 contribuì alla progettazione della linea maschile, avviando la sua carriera nel design di moda. Dieci anni dopo fondò la Giorgio Armani Spa, azienda che segnò la moda maschile.

Perché la Russia è fuori dal calcio e Israele no? La UEFA ammette: “solo pressioni politiche”

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Se le squadre russe sono escluse da tutte le competizioni calcistiche internazionali e quelle israeliane no, è solo per motivi politici. Ad ammettere quanto già evidente da quasi due anni è lo stesso presidente della UEFA, la confederazione calcistica europea, Aleksander Ceferin. Ceferin ha detto di essere contrario all’esclusione delle squadre israeliane dalle coppe europee, prendendo in generale posizioni a favore degli atleti. Per la Russia, tuttavia, la questione è diversa: «Con la situazione in Russia e Ucraina, c’era una pressione politica molto forte», ha spiegato. Per Israele «è più una pressione della società civile che dei politici»; e «i politici sono molto pragmatici». L’esclusione delle squadre russe, insomma, è avvenuta su richiesta di organi extra-calcistici, e se lo stesso criterio non sta venendo applicato anche nei confronti di Israele, è perché quei medesimi organi non lo vogliono.

Le dichiarazioni di Ceferin sono arrivate in occasione di una intervista rilasciata al giornale statunitense Politico. Durante l’intervista sono stati affrontati diversi temi, tra cui quello dei legami tra sport e politica. In generale, Ceferin ha detto di essere contrario alla introduzione di questioni politiche all’interno del mondo del calcio. Secondo il presidente della UEFA, escludere gli atleti sarebbe sbagliato in ogni situazione. «Secondo me lo sport deve provare a indicare la via da percorrere, ma non impedendo agli atleti di competere», ha detto Ceferin. «Perché cosa può fare un atleta al proprio governo per fermare una guerra?». Il conflitto russo-ucraino sarebbe per il presidente della UEFA un buon esempio della scarsa utilità della pratica di esclusione degli atleti, perché la guerra va avanti da tre anni e mezzo nonostante le contromisure prese in ambito sportivo.

Nel corso dell’intervista Ceferin ha mostrato di avere una opinione molto solida riguardo alla separazione tra politica e sport. A tal proposito, ha parlato anche del caso dell’Ungheria, finita in mezzo alle polemiche quando la UEFA ha individuato nella Puskás Aréna di Budapest lo stadio dove disputare la finale della prossima Champions League: «Se pensate che assegneremo i concorsi solo a chi è in linea con la politica dominante, vi sbagliate». Anche perché, sottolinea il presidente, «non credo che coloro che criticano più aspramente [l’Ungheria] siano esattamente dei paladini dei diritti umani».

Nonostante le posizioni di Ceferin, gli atleti russi non possono competere con la propria nazionale e alle squadre del Paese è stata impedita la partecipazione alle competizioni europee. «Con la guerra tra Russia e Ucraina abbiamo avuto una reazione politica quasi isterica», ha spiegato Ceferin. «Siamo stati tra i primi ad agire, convinti che lo sport potesse contribuire a porre fine a questa tragedia. Purtroppo, la vita ci ha dimostrato il contrario». Ceferin ha spiegato che le motivazioni dietro l’esclusione della Russia e dei suoi atleti dalle competizioni internazionali risiedono proprio dietro questaisteria” generalizzata del mondo politico; non è stata, insomma, una decisione interna alla federazione calcistica europea. Anzi, la UEFA avrebbe anche provato a permettere ai ragazzi sotto i 17 anni di tornare a competere nelle gare continentali: anche allora si è sollevata una «isteria politica». In tale situazione la politica ha «esercitato pressione su alcuni membri del comitato esecutivo»; non è riuscita, sostiene Ceferin, a fare cambiare loro idea, ma ha costretto i membri a chiedere alla confederazione di congelare l’iniziativa «perché erano attaccati privatamente e personalmente a tal punto, da non reggere più».

Ecco dunque che la domanda sull’eventuale esclusione delle squadre e degli atleti israeliani trova una risposta lineare: per la Russia, ha ribadito Ceferin, c’è stata una «fortissima pressione politica», mentre per Israele no. La mobilitazione civile, sottolinea il presidente, è ingente, ma non basta. «Ora c’è più una pressione della società civile che dei politici, e, quando si tratta di guerre, i politici sono ovviamente molto pragmatici. Non posso dire cosa succederà». È insomma il “pragmatismodella politica a costituire la reale differenza tra Russia e Israele; quello stesso pragmatismo con cui da quasi due anni i politici europei si limitano a rilasciare dichiarazioni di circostanza sul genocidio palestinese, senza prendere reali contromisure per fermare i massacri. È il caso degli ultimi annunci, inaugurati da Macron, con cui diversi Paesi del “blocco Occidentale” si sono detti pronti a riconoscere uno Stato di Palestina senza tuttavia fare nulla perché esista davvero; lo Stato che vogliono riconoscere è infatti smilitarizzato e sottoposto a monitoraggio politico esterno.

A Cortina i lavori del cantiere per le Olimpiadi hanno aperto una voragine nel terreno

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Alla fine è successo quello che tutti si aspettavano: a Socrepes, località nei pressi di Cortina d’Ampezzo dove si sta costruendo una cabinovia per le Olimpiadi del 2026, il terreno ha ceduto, aprendo una voragine di 15 metri di lunghezza. Eppure cittadini ed enti locali avevano avvertito tanto la Regione Veneto quanto la Sovrintendenza: questa sarebbe stata la conseguenza più che prevedibile della scelta di aprire un cantiere in un’area ad alto rischio di frane.

La costruzione dell’opera, considerata di cruciale importanza per le Olimpiadi invernali che inizieranno a febbraio 2026 in quanto dovrebbe collegare il centro di Cortina con le piste delle Tofane, era già stata bloccata nel 2024, quando il Comitato Tecnico Regionale ne aveva sospeso l’approvazione proprio per via delle criticità ambientali. Il progetto, il cui costo dovrebbe aggirarsi intorno ai 130 milioni di euro, presentava agli occhi degli esperti «discordanze e carenza di indagini», chiedendo che fossero fatte tutta una serie di integrazioni. La zona risulta infatti di pericolosità compresa tra il livello P2 (pericolosità geologica media) e P3 (periocolosità geologica elevata). Tutto poi evidentemente sistemato, dal momento che i lavori sono ripresi fino a bloccarsi questo fine settimana, dopo che nel terreno si è aperta una spaccatura.

Foto del Comitato Civico di Cortina

La consigliera comunale di Cortina, Roberta de Zanna, ha dichiarato alla stampa che «è successo quello che tutti temevamo: la coesistenza in un’area ristretta di tre mega cantieri con imponenti opere di scavo ha provocato una frattura nel terreno lunga oltre 15 metri. È noto che tutto il versante è soggetto a frane». Nell’area, oltre al cantiere della cabinovia, sono infatti presenti quello per l’ampliamento del rifugio Ria de Saco e quello della stazione di arrivo della cabinovia. Secondo de Zanna, le problematiche alla radicec dell’apertura della voragine nel terreno possono essere solo due: scarsa accuratezza delle indagini geologiche o un alto livello di compromissione dell’area.

Non si tratta certo di un fenomeno isolato: nel luglio di quest’anno le frane e gli smottamenti nella zona sono stati numerosi e hanno interessato, in particolare, proprio la zona di Cortina. Caduta di massi e cedimento del terreno sono solo gli ultimi, in ordine cronologico, tra i problemi che l’organizzazione delle Olimpiadi di Cortina ’26 deve affrontare, dopo essere già stata oggetto di critiche e mala gestione. Di fatto, molte delle opere in programma sono considerate oggi irrealizzabili, o non giungeranno in tempo per vedere l’inizio dell’evento (alcune si prevede non saranno pronte prima del 2028).

L’annuncio di Meloni: “proteggeremo tutti gli italiani della Sumud Flotilla”

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In una risposta a una lettera inviata ieri dalla segretaria del Partito Democratico Elly Schlein nella quale si chiedevano garanzie per la tutela degli italiani salpati a bordo della Global Sumud Flotilla, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha replicato che «il Governo italiano assicura che saranno adottate tutte le misure di tutela e di sicurezza dei connazionali all’estero in situazioni analoghe, come sempre garantito finora». La risposta arriva in un clima di forte pressione mediatica per le istituzioni italiane, che fino ad ora non si erano pronunciate in merito a eventuali provvedimenti da attuare qualora Israele decidesse di mettere a rischio la vita degli attivisti partiti sulla flotta composta da decine di imbarcazioni cariche di aiuti umanitari per la popolazione di Gaza.

La presidente del Consiglio ha tuttavia voluto sottolineare come, per consegnare cibo alla popolazione di Gaza, sarebbe stato possibile «avvalersi di canali alternativi e più efficaci», tra i quali quelli «finora attivati dal Governo italiano, che, come è noto, svolge un ruolo di primo piano nel prestare assistenza alla popolazione civile attraverso l’iniziativa umanitaria “Food for Gaza”, con cui è stato possibile distribuire oltre 200 tonnellate di generi di prima necessità, aiuti alimentari e sanitari, toccando anche le aree più isolate e difficilmente raggiungibili della Striscia». Così facendo, sottolinea Meloni (che pur riconosce la «finalità simbolica o politica» della missione), si «eviterebbe di esporre i partecipanti all’iniziativa “Global Sumud Flotilla” ai rischi derivanti dal recarsi in una zona di crisi», oltre che evitare al governo e alle autorità statuali gli oneri derivanti dalla gestione della problematica.

La posizione della presidente del Consiglio arriva a quattro giorni di distanza dalla partenza della Global Sumud Flotilla da Genova. In questi giorni, gli attivisti hanno già segnalato in più occasioni la presenza di droni israeliani che sorvolavano le imbarcazioni, mentre il ministro israeliano dell’estrema destra Ben Gvir ha già annunciato che i volontari della flotta saranno trattati alla stregua dei «terroristi» se dovessero proseguire nel loro viaggio verso Gaza. I «rischi derivanti dal recarsi in una zona di crisi», dunque, dipendono del tutto dalle azioni di Israele che, in un clima di impunità generale, ha già negli scorsi mesi dirottato illegalmente imbarcazioni umanitarie dirette a Gaza e sequestrato l’equipaggio che vi era a bordo.

Le parole del governo sulla crisi umanitaria scatenata da Israele a Gaza, inoltre, contrastano con la realtà dei fatti: mentre da un lato va sottolineato che nella sola città di Genova la mobilitazione dal basso ha permesso la raccolta di trecento tonnellate di aiuti umanitari, poi caricati sulle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla (più di quante il governo dichiari di averne consegnate con l’iniziativa Food for Gaza), dall’altro va specificato come la complicità con il governo israeliano sia tutt’ora all’attivo. L’Italia (come l’UE) non ha adottato alcuna misura concreta per fermare il massacro in atto, confermando al contrario la cooperazione militare con Israele e inviando armi a Tel Aviv anche dopo l’inizio del genocidio. E quando, nel luglio di quest’anno, Israele ha illegalmente dirottato le navi della Freedom Flotilla e arrestato l’equipaggio, tra cui vi erano due italiani, il governo ha evitato di pronunciarsi pubblicamente o di muovere critiche contro Tel Aviv – anche se i due governi erano in contatto.

La risposta di Giorgia Meloni, dunque, sembra configurarsi come una scelta politica dettata soprattutto dalla grande pressione mediatica che accompagna l’iniziativa della flotta Sumud (dove sono imbarcati anche quattro parlamentari italiani), sulla quale sono puntati gli occhi di una porzione sempre più grande della popolazione civile.

Russia e Cina, l’alleanza si consolida con l’accordo storico sul gasdotto “Power of Siberia 2”

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In un contesto di crescenti tensioni geopolitiche, l’alleanza tra Russia e Cina si rafforza con un accordo che potrebbe ridisegnare i flussi energetici globali. Durante il vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), in corso a Tianjin, il presidente russo Vladimir Putin e il suo omologo cinese Xi Jinping hanno siglato una nuova intesa per accelerare la realizzazione del mastodontico gasdotto Power of Siberia 2. La capacità potenziale di trasporto della nuovainfrastruttura – fino a 50 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno, dalla Siberia alla Cina passando attraverso il territorio della Mongolia – equivale quasi alla capacità massima del gasdotto Nord Stream 1, un tempo principale fonte di approvvigionamento per l’Europa. L’accordo rappresenta un passo cruciale verso la costruzione di una nuova arteria energetica che favorisce la Russia e il rafforzarsi dei suoi legami con la Cina e con l’Asia in generale. 

Come riportato da Interfax, alla presenza di Vladimir Putin e di Xi Jinping, durante il vertice SCO si è tenuta una cerimonia di scambio di documenti tra PJSC Gazprom e China National Oil and Gas Corporation (CNPC) e sono stati firmati quattro documenti, tra cui un accordo sulla cooperazione strategica che amplia le aree di interazione tra le aziende. L’accordo si inserisce perfettamente nel quadro della “partnership senza limiti” dichiarata dai due leader, che ha trovato ulteriore conferma nel loro incontro a margine del vertice SCO. La stretta cooperazione economica ed energetica funge da pilastro per il loro fronte comune contro l’ordine mondiale dominato dagli Stati Uniti. La decisione di Mosca di investire massicciamente nel Power of Siberia 2 non è solo una mossa economica, ma anche una chiara risposta strategica al deterioramento delle relazioni con l’Occidente. 

Con le forniture di gas verso l’Europa drasticamente ridotte, la Russia sta attuando una decisa “svolta a Est”, cercando di reindirizzare i suoi enormi giacimenti verso il vorace mercato energetico cinese. Per Pechino, invece, il gasdotto rappresenta un’opportunità per diversificare le fonti di approvvigionamento e soddisfare la crescente domanda interna, riducendo la dipendenza da rotte marittime potenzialmente vulnerabili. Sebbene il primo gasdotto “Power of Siberia” sia già operativo dal 2019, la seconda fase del progetto è di gran lunga più ambiziosa e strategica. Infatti, a differenza del suo predecessore, il nuovo gasdotto si alimenterà dagli stessi giacimenti che in passato rifornivano l’Europa, cementando così la transizione del gas russo verso i mercati asiatici. Dunque, il progetto è destinato a rafforzare la solidarietà tra Mosca e Pechino, solidificando un’alleanza che va ben oltre il semplice commercio di materie prime, oltre ad essere un chiaro messaggio per l’Occidente. 

Restano da definire dettagli cruciali come il prezzo finale del gas e le condizioni di finanziamento. Tuttavia, la firma del documento politico durante un vertice di tale importanza internazionale sottolinea l’impegno reciproco e che tali accordi sono solo formalità sui cui trovare un accordo equo per entrambe le parti. La realizzazione di questo progetto non solo garantirà a Mosca un mercato vitale, ma posizionerà anche Pechino come un attore sempre più centrale nel panorama energetico globale. In un’epoca di incertezza energetica globale, la partnership tra Russia e Cina si presenta come una forza stabilizzatrice per le loro rispettive economie. Al contempo rappresenta un fattore di profondo cambiamento per il futuro dell’approvvigionamento energetico mondiale così come degli equilibri di potenza sullo scacchiere mondiale.

E non ci sono solo Russia e Cina. Se a questi aggiungiamo l’India, con cui avviene un costante lavoro diplomatico all’interno dei BRICS, così come con gli altri Paesi che fanno parte dell’alleanza, il mondo sarebbe definitivamente ridisegnato. Le mappe politiche ed economiche risulterebbero del tutto nuove. E l’intenzione è dichiaratamente questa: «Abbiamo una missione importante: costruire un consenso tra tutte le parti», ha spiegato Xi Jinping domenica durante il vertice SCO. Quest’organizzazione, insieme ai BRICS, ambisce a diventare un nuovo snodo di governance multilaterale, uno strumento per bilanciare l’ordine mondiale a trazione statunitense: un’ambizione che Putin ha sostenuto apertamente, parlando di «multilateralismo vero» e di un «nuovo sistema di stabilità e sicurezza in Eurasia». E l’abbraccio tra Xi, Putin e Modi potrebbe essere il simbolo del nuovo ordine mondiale.