giovedì 5 Febbraio 2026
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Il Comune di Milano svende San Siro: Milan e Inter potranno acquistarlo per pochi milioni

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Dopo una maratona consiliare di oltre undici ore, il Comune di Milano ha approvato la vendita dello stadio di San Siro al Milan e all’Inter per 197 milioni di euro. La decisione, arrivata alle 3.50 della notte tra lunedì 29 e martedì 30 settembre, è passata con 24 voti favorevoli e 20 contrari, dopo che i consiglieri di Forza Italia hanno lasciato l’aula, abbassando il quorum necessario e di fatto spianando la strada all’approvazione. L’operazione, che include lo stadio e le aree circostanti, consentirà alle due società di procedere con il piano di demolire gran parte dell’attuale Meazza e costruire un nuovo impianto più moderno al suo posto. I comitati, nel frattempo, sono in protesta, considerando l’operazione come una vera e propria «svendita».

Il percorso verso il voto finale è stato travagliato e ha rivelato profonde spaccature persino all’interno della maggioranza. La svolta decisiva è arrivata con l’annuncio di Forza Italia, che ha scelto di non partecipare al voto. «Noi non voteremo sì, perché questa delibera rimane piena di limiti. Ma non voteremo nemmeno contro, perché significherebbe condannare Milano e i milanesi», ha dichiarato Alessandro Sorte, coordinatore di Forza Italia in Lombardia. Una posizione confermata da Letizia Moratti, presidente della Consulta Nazionale del partito ed ex sindaco di Milano. Al contrario, il capogruppo della Lista Beppe Sala, Marco Fumagalli, si è unito ai sette consiglieri di maggioranza contrari alla vendita.

L’urgenza della decisione era dettata da una scadenza ineludibile: la proposta di Milan e Inter scadeva alle 23:59 del 30 settembre. Rispettare questa tempistica era cruciale per concludere la vendita effettiva entro il 10 novembre, data in cui scatterebbe un vincolo automatico della Soprintendenza sul secondo anello dello stadio, completato nel novembre 1955. Per i beni pubblici, il vincolo si applica automaticamente dopo 70 anni dalla costruzione, dunque, ove San Siro diventasse di proprietà privata prima del 10 novembre, esso non scatterà più in automatico, semplificando notevolmente le procedure per la futura demolizione. Il prezzo di vendita di 197 milioni di euro è stato definito sulla base della valutazione dell’area data dall’Agenzia delle Entrate, a cui si aggiunge un contributo-sconto promesso dal Comune per 22 milioni. Con la delibera approvata, i prossimi 40 giorni saranno cruciali per perfezionare l’operazione. Entro il 10 novembre dovrà avvenire il rogito per la cessione dell’intera area, dopo aver ottenuto il via libera delle banche.

Ora che il via libera politico c’è, si apre la fase operativa. I piani di Inter e Milan, delineati in un dossier di quasi trecento pagine, prevedono un investimento complessivo di circa 1,2 miliardi di euro. Di questi, 700 milioni sono destinati alla realizzazione del nuovo stadio, il cui progetto è affidato agli studi di architettura di rilevanza mondiale «Foster + Partners» e «Manica». L’obiettivo è costruire un moderno impianto da 71.500 posti nell’area degli attuali parcheggi, con l’inaugurazione prevista per il 2031. Parallelamente, il destino del vecchio Meazza è segnato. Secondo il programma, esso resterà in piedi per concerti e altre attività durante i lavori per il nuovo impianto. Tra il 2031 e il 2032, si punta a smantellarlo e demolirlo al 90%. Verrà preservato solo l’angolo Sud-Est, con una torre, parte della tribuna arancio e della Curva Sud, che potrebbe essere trasformata in un museo o in uffici. Al suo posto sorgeranno un centro commerciale, parcheggi, negozi, ristoranti e persino un hotel di lusso.

Nelle ultime ore, le società Inter e Milano hanno espresso «soddisfazione per l’approvazione da parte del Consiglio comunale della vendita di San Siro e dell’area circostante», descrivendola in una nota comune «un passo storico e decisivo per il futuro dei club e della città». I piani delle società sono già oggetto di forti polemiche e si preannunciano «tanti ricorsi» da parte di chi considera questa operazione uno svendita di un pezzo di storia di Milano, consegnato ai fondi Oaktree e Redbird, proprietari dei due club. La determinazione dei comitati cittadini e dei milanesi contrari alla svendita di San Siro non si è infatti affievolita, ma si è fatta più forte nel giorno decisivo del voto. Come emerge dalle proteste del Coordinamento tutela parco ovest, 200 persone si sono radunate nel verde del parco dei Capitani in via Tesi, sotto un chiaro grido di battaglia: «Il futuro della città non si svende».

Trump annuncia dazi del 100% su film prodotti all’estero e tariffe su mobili

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato nuovi dazi. I primi colpiranno i film prodotti all’estero, che verranno colpiti da una tariffa del 100%. Il presidente aveva preannunciato tale misura mesi fa; nell’annuncio, Trump si è scagliato contro il governatore della California, il democratico Gavin Newsom, attribuendo a lui il calo dell’industria cinematografica del Paese. Trump ha poi annunciato dazi aggiuntivi su tutti i Paesi che non producono mobili negli USA, senza tuttavia specificare cosa di preciso intenda fare. Tale mossa vuole salvaguardare il mercato del mobilio della North Carolina, che sta perdendo piede davanti alla crescita dei competitori cinesi.

Brescia: perquisizioni e daspo agli studenti che hanno partecipato allo sciopero per Gaza

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Nelle mattine di domenica 28 e lunedì 29 settembre, la Digos di Brescia ha effettuato perquisizioni domiciliari contro giovani studenti e attivisti che avevano partecipato allo sciopero per Gaza del 22 settembre. Agli studenti sono stati sequestrati indumenti e notificati “avvisi orali” del Questore, oltre a daspo urbani. I collettivi studenteschi e i centri sociali hanno denunciato ieri l’operato delle forze dell’ordine durante un’affollata conferenza stampa. Nel corso della protesta del 22 settembre, al quale avevano preso parte 20 mila persone circa, la polizia era intervenuta con cariche e lacrimogeni per bloccare il corteo, causando numerosi feriti, anche minorenni, per le manganellate.

Come denunciato in conferenza stampa, gli studenti che si trovano ora ai domiciliari non hanno il permesso di uscire nemmeno per recarsi a lezione a scuola. In un verbale della polizia recapitato ai comitati, gli agenti avrebbero dichiarato che l’intenzione della frangia del corteo che si è distaccata dal resto dei manifestanti fosse quella di «aggredire la polizia», oltre che di «andare alla stazione e devastare tutto». L’intervento, specifica il documento letto durante la conferenza stampa, riporta che una «carica di alleggerimento» si sarebbe resa necessaria dopo il lancio di pietre e bottiglie, che secondo i manifestanti non si sarebbe mai verificato. A smentire le dichiarazioni, dichiarano i collettivi, sarebbero gli stessi video realizzati durante gli scontri.

«Quando la parte più giovane del corteo ha tentato di arrivare alla stazione per bloccare i binari – riporta un comunicato di Collettivo Onda Studentesca – lo ha fatto con l’intento di dare un segnale forte: la solidarietà non può essere solo una parola, deve diventare azione concreta. Chi ha spinto verso la stazione erano giovani senza caschi e scudi ma con la rabbia e il coraggio di chi non vuole più stare a guardare. Davanti a loro la polizia, con la forza e la violenza che sa esercitare: colpi al volto, manganelli, lacrimogeni e intimidazioni. L’ennesimo uso sproporzionato, e lo sapevamo bene, della forza contro coloro che non volevano praticare violenza ma solo occupare la stazione».

Nell’ambito dello sciopero di lunedì 22 settembre scorso, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro il genocidio a Gaza, in una delle manifestazioni più partecipate degli ultimi anni in Italia, con numerose attività che hanno scioperato. In alcune città si sono verificati scontri, a seguito del tentativo dei manifestanti di bloccare il traffico automobilistico e dei treni. Violenze da parte della polizia sono state registrate in varie città, tra le quali Milano e Bologna, dove sono stati aperti gli idranti contro le persone sedute in strada.

Groenlandia: dove si giocano gli equilibri della geopolitica globale

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Situata all’estremità delle mappe geografiche eurocentriche, caratterizzata da un clima rigido che l’ha resa a lungo inospitale e impervia per la vita umana, la Groenlandia è tornata a fare capolino prepotentemente nelle chiacchiere politiche dei nostri tempi. Dal XX secolo ricopre un ruolo essenziale nelle mire geopolitiche delle principali potenze mondiali; avamposto essenziale tra le estremità settentrionali dei continenti europeo e americano, l’isola più grande del pianeta Terra risulta essere il perno dell’Artico e base fondamentale nelle relazioni che interessano l’Oceano Atlantico. 
Nel...

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Crolla scuola in Indonesia: 3 morti, decine intrappolati

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Una scuola islamica è crollata oggi nella città di Sidoarjo, in Giava Orientale, causando la morte di almeno tre studenti e intrappolando sotto le macerie altri 38 giovani, tra i 12 e i 17 anni. Secondo gli operatori di soccorso, si sarebbero udite “grida e pianti” da sotto le macerie, suggerendo la possibilità di sopravvissuti. Le operazioni sono tutt’ora in corso, con gli esperti che avvertono di procedere con cautela data l’instabilità dei resti dell’edificio.

Gaza, ecco il piano Trump-Netanyahu: Hamas accetti o “finiremo il lavoro”

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Trump e Netanyahu hanno presentato il loro personale «piano per la pace» per Gaza. I punti chiave della proposta rimangono gli stessi avanzati nei mesi: cessate il fuoco e riapertura dei corridoi umanitari in cambio del rientro immediato di tutti gli ostaggi, della smilitarizzazione completa della Striscia e dell’istituzione di un corpo di monitoraggio esterno. Quest’ultimo verrebbe presieduto dallo stesso Trump con il supporto dell’ex premier britannico Tony Blair, e supervisionerebbe il processo di ricostruzione e disarmo; lascerebbe poi spazio a un «gruppo civile palestinese pacifico» mentre Israele manterrebbe il controllo della sicurezza. Un piano Gaza-centrico che non solo non affronta la questione della Cisgiordania, ma che prevede una Palestina svuotata di ogni reale forma di rappresentanza, soggetta a controllo esterno politico e militare; Hamas non ha ancora rilasciato dichiarazioni, ma Trump e Netanyahu hanno già minacciato il gruppo, affermando che se non dovesse accettarlo, Israele finirà il lavoro, «con le buone o con le cattive».

Il piano Trump-Netanyahu è stato presentato dai due vertici dei rispettivi Stati ieri, lunedì 29 settembre, in una conferenza stampa congiunta in seguito a cui non è stato lasciato spazio alle domande dei giornalisti. Parallelamente, l’account X (ex Twitter) della Casa Bianca ha pubblicato un piano diviso in 20 punti dettagliando meglio la proposta. Essa prevede la cessazione immediata delle ostilità e una prima fase della durata di 72 ore in cui Hamas e tutte le firme palestinesi dovrebbero consegnare tutti gli ostaggi ancora nelle loro mani, vivi e morti. Nel frattempo Israele cesserebbe le aggressioni e riaprirebbe i corridoi umanitari garantendo un flusso pari almeno a quello della tregua di gennaio: verrebbero riabilitate le infrastrutture idriche ed elettriche, riaperti ospedali e panifici e gli aiuti verrebbero distribuiti da terzi come le agenzie ONU e la Mezzaluna Rossa. In questa prima fase, l’esercito israeliano si ritirerebbe «moderatamente» entro un perimetro interno a Gaza, che rimarrebbe in piedi fino a data da destinarsi. Dopo la consegna degli ostaggi, Israele rilascerebbe 250 ergastolani e altri 1.700 «prigionieri» incarcerati dopo il 7 ottobre; a questi si aggiungerebbero i corpi di 15 gazawi per ogni ostaggio israeliano deceduto.

Superata questa prima fase, l’amministrazione di Gaza verrebbe affidata a una sorta di governo tecnico formato da esperti internazionali e palestinesi filtrati da Israele. Questo sarebbe sotto la supervisione di un “corpo internazionale per la pace” formato da tecnici, politici internazionali (tra cui Blair), e Stati arabi e islamici; il corpo di pace verrebbe guidato da Trump e avrebbe il compito di definire il quadro di gestione e di gestire i finanziamenti per la ricostruzione di Gaza. Lo scopo ultimo sarebbe quello di smilitarizzare Gaza, disarmare Hamas, e garantire l’implementazione di alcuni dei piani proposti negli anni, tra cui il piano di riforme dell’Autorità Nazionale Palestinese avanzato da Trump nel 2020, il piano franco-saudita per la Palestina, e un non meglio specificato piano economico pensato dagli USA per attirare gli investimenti. In questa fase, sarebbe garantito il diritto al ritorno ai palestinesi, e i membri di Hamas che si impegnerebbero alla coesistenza riceverebbero un’amnistia. Mentre ricostruzione e disarmo procederebbero, Israele si ritirerebbe progressivamente dalla Striscia, impegnandosi a non annetterla.

A quel punto si entrerebbe nella terza fase, quello della consegna di Gaza a una amministrazione politica palestinese: se il piano della Casa Bianca fa esplicito riferimento a un’ANP riformata, Trump e Netanyahu, durante la conferenza, sono stati ben più vaghi, affermando che nessun gruppo palestinese, ANP compreso, governerebbe Gaza. In ogni caso, al termine del processo, Gaza sarebbe completamente smilitarizzata, e la gestione della sicurezza verrebbe affidata nelle mani dell’esercito israeliano, che nel frattempo istituirebbe una zona di controllo interna alla Strisca. Né dal piano della Casa Bianca, né dalla conferenza stampa risultano chiari i tempi entro cui tutto questo piano si svolgerebbe. Prima fase a parte, Trump non ha parlato di alcuna scadenza né fissato alcun cronoprogramma, e non ha menzionato quale dovrebbe essere nella sua ottica il destino della Cisgiordania. Trump ha detto che il piano ha ricevuto l’appoggio di diversi Stati, chiedendo ad Hamas di accettarlo. Il gruppo palestinese, dal canto suo, non ha ancora commentato la proposta; la Palestina che disegna, tuttavia, è smilitarizzata priva di rappresentanza politica e soggetta al controllo e alla gestione militare e amministrativa di terzi che verrebbero scelti da Israele.

Regionali: Marche alla destra, Val d’Aosta agli autonomisti

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Ieri sono terminati gli scrutini delle elezioni regionali nelle Marche e in Val d’Aosta. Nella regione del centro Italia, il candidato di destra e presidente uscente Francesco Acquaroli ha preso il 52,43%, staccando il rivale dell’opposizione Matteo Ricci di quasi 8 punti. In Val d’Aosta, invece, hanno trionfato gli autonomisti di Union Valdotaine, che hanno ottenuto il 31,97%; seguono gli Autonomisti di Centro con il 14,05%, Fratelli d’Italia con il 10,99%, Forza Italia con il 10,05%. Nella regione, il governatore non viene eletto direttamente dai cittadini, ma dai consiglieri regionali. Gli autonomisti dovranno dunque allearsi con qualcuno per scegliere il prossimo presidente regionale.

In Italia cresce l’autoproduzione di energia

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autoconsumo solare in italia

Nel 2024, quasi un terzo dell’energia solare prodotta in Italia è stata utilizzata direttamente dal produttore (abitazioni private o piccole aziende) che l’ha generata. L’autoconsumo fotovoltaico ha raggiunto quota 10.701 GWh, pari al 30,2% della produzione netta nazionale, con un aumento di oltre cinque punti percentuali rispetto al 2023. Lo rileva il rapporto annuale del Gestore dei Servizi Energetici (GSE), che analizza dati tecnici, distribuzione e utilizzo degli impianti in esercizio. 
Per autoconsumo si intende la parte di energia prodotta dai pannelli solari e impiegata subito sul posto...

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Perù: storica condanna per i tagliatori di legna che uccisero i leader indigeni Saweto

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In Perù, quattro tagliatori di legna che operavano illegalmente nella regione di Ucayali sono stati condannati a 28 anni e 3 mesi di carcere per l’assassinio di altrettanti leader indigeni locali, avvenuto alla fine dell’agosto 2014. Si tratta di una sentenza «storica», spiegano gli stessi avvocati, seppur giunta a undici anni di distanza dai fatti. L’America Latina, infatti, è il territorio dove si verifica la quasi totalità degli omicidi di leader o membri di comunità locali impegnati nella difesa dell’ambiente (sono oltre una ventina quelli attualmente irrisolti nel solo Perù), ma questi rimangono per lo più impuniti. Per questo motivo, la sentenza rappresenta un importante passo avanti nella lotta per la tutela della vita e dell’operato dei membri delle comunità locali, il cui ruolo nella difesa dell’ambiente locale è fondamentale.

L’omicidio di Edwin Chota, Jorge Ríos, Leoncio Quintísima e Francisco Pinedo, leader Ashéninka della comunità nativa Alto Tamaya-Saweto (nella regione di Ucayali), è avvenuto il 1° settembre 2014 lungo il confine tra Perù e Brasile, mentre i quattro erano in viaggio per incontrare altri leader nativi impegnati nella lotta per la difesa della terra. Proprio in quella zona, dal 2008, Chota e gli altri conducevano una attiva campagna contro il disboscamento illegale del territorio, ma ogni tentativo di denunciare il taglio illegale alle autorità è stato archiviato. Nessuno ha avuto loro notizie per una settimana, fino a quando, il 6 settembre dello stesso anno, sono stati ritrovati i resti dei loro corpi: dopo essere stati uccisi a colpi di arma da fuoco, i quattro leader nativi erano stati fatti a pezzi e bruciati.

La procura ha identificato in José Estrada e Hugo Flores i mandanti e nei fratelli Atachi gli esecutori materiali ed ha portato il risarcimento civile per le vedove a 100 mila soles a testa (pari a 28.500 dollari), per un totale di 114 mila dollari. Latam Maritza Quispe, avvocata costituzionalista dell’Istituto di Difesa Legale, ha dichiarato alla rivista ambientale Mongabay che si tratta di una «sentenza storica», in quanto per la prima volta la magistratura «riconosce il lavoro delle popolazioni indigene nella difesa dei diritti umani e del loro rapporto con la natura». Secondo un’altra avvocata, Rocío Trujillo Solís, il pronunciamento della procura «non solo riconosce il danno immateriale alle vedove e ai bambini, ma a tutta la comunità indigena Soweto» e che questo «genera un precedente per le altre cause di [omicidi di] difensori indigeni e un messaggio di resistenza e speranza contro la impunità»

Sono oltre una trentina, infatti, i casi ancora irrisolti di omicidio di leader nativi impegnati contro la devastazione ambientale nel solo Perù. Qui, come in altre parti dell’America Latina, le violenze sono portate a termine da soggetti che nutrono interessi per le risorse locali, che si tratti della criminalità organizzata, di persone pagate dalle multinazionali o di singoli attori. A complicare le indagini vi è il fatto che spesso i pubblici ministeri non dispongono delle risorse necessarie – in termini di fondi, ma anche di personale specializzato – per operare con le comunità locali. Dei 146 omicidi di questo genere avvenuti nel mondo lo scorso anno, 117 (l’82%) hanno avuto luogo nel solo Sud America, un trend che sostanzialmente conferma quello dell’anno precedente.

A Saweto, nonostante la comunità sia in possesso di un titolo di proprietà sul territorio, la maggior parte degli uomini è stata costretta ad allontanarsi dopo aver ricevuto minacce di morte dai tagliatori di legna illegali, che continuano a disboscare il territorio appropriandosi del legname da rivendere alle aziende. Non si tratta dell’unica attività vietata che devasta l’ambiente: nella zona sono presenti anche diversi cacciatori e pescatori che operano illegalmente in maniera analoga. Per arginare il problema nella regione di Ucayali, alla fine dello scorso agosto alcune organizzazioni native hanno presentato al ministero della Giustizia e dei Diritti Umani del Perù un piano di emergenza composto da 12 proposte concrete per proteggere i soggetti impegnati nella difesa della terra, cercando di colmare il divario tra gli impegni ufficiali assunti dal governo e la realtà sul territorio. Tra queste vi è, per esempio, l’approvazione di un Protocollo di intervento della polizia per la protezione dei difensori, in sospeso da anni, o l’installazione di centri sanitari nelle comunità maggiormente colpite dalla violenza, come di tracciare finalmente in maniera dettagliata sullo stato delle minacce contro chi protegge l’ambiente.

All’indomani della sentenza, il Difensore civico ha chiesto che siano velocizzate le procedure anche nei casi degli altri 23 leader indigeni uccisi negli ultimi anni, evitando ulteriori ritardi. Una strada per il momento tutta in salita, ma nella quale questa sentenza potrebbe segnare un punto di svolta.

Russia, ratificati protocolli con il Vietnam su petrolio e armi

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Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato oggi provvedimenti che ratificano due protocolli con il Vietnam. Il primo estende fino al 2050 l’accordo sulla cooperazione energetica tramite la joint venture Rusvietpetro, garantendo condizioni fiscali preferenziali per le attività di esplorazione e produzione di petrolio e gas. Il secondo riguarda il prestito statale concesso ad Hanoi nel 2011 per l’acquisto di armamenti russi, introducendo un meccanismo temporaneo di rimborso in rubli per il periodo 2024-2026. Secondo il vice ministro delle Finanze russo Vladimir Kolychev, il Vietnam ha già saldato due terzi del debito complessivo.