Dopo il ritorno a Fiumicino dei quattro parlamentari della Flotilla, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato che altri 26 italiani che hanno partecipato alla missione umanitaria verranno rimpatriati nel pomeriggio. Il gruppo, trasferito alla base di Ramon e poi all’aeroporto di Eilat, volerà a Istanbul con un charter speciale, assistito dal Consolato italiano che potrà fornire documenti provvisori. Tra loro c’è anche il giornalista del Fatto Quotidiano Alessandro Mantovani. Restano invece 15 connazionali che non hanno firmato il rilascio volontario e dovranno attendere l’espulsione giudiziaria nei prossimi giorni.
Hamas ha accettato parte del piano di Trump per Gaza
Nella serata di ieri, il gruppo palestinese di resistenza Hamas ha annunciato di aver accettato in parte la proposta del presidente statunitense Donald Trump di cessare le ostilità, impegnandosi a consegnare i prigionieri rimasti nella Striscia, tanto quelli vivi quanto quelli morti. Il movimento ha poi ribadito il proprio impegno a trasferire l’amministrazione della Striscia a un governo tecnico palestinese, basato sul consenso nazionale palestinese e con l’appoggio del mondo islamico. Per quanto riguarda il resto delle richieste del presidente Trump, il gruppo ha riferito che dovranno essere discusse nell’ambito di un più ampio quadro palestinese unificato del quale Hamas rappresenta solamente una parte. Trump ha immediatamente accolto la risposta del gruppo come positiva, dichiarando che Hamas sarebbe pronto a una «pace duratura» e intimando Israele di fermare ogni attacco contro la Striscia. I bombardamenti, tuttavia, sono proseguiti per tutta la notte.
Nella risposta, pubblicata dai media palestinesi vicini al gruppo, Hamas scrive che «in linea con il raggiungimento di un cessate il fuoco completo e il ritiro totale della Striscia di Gaza, Hamas annuncia la sua approvazione al rilascio di tutti i prigionieri israeliani, sia vivi che morti, nell’ambito dello scambio delineato nella proposta del presidente Trump, a condizione che siano garantite le condizioni necessarie sul campo per lo scambio. Hamas afferma la sua disponibilità ad avviare, attraverso i mediatori, negoziati immediati per discutere i dettagli di questo processo. Il movimento ribadisce inoltre il proprio accordo sul trasferimento dell’amministrazione della Striscia di Gaza a un’autorità palestinese composta da indipendenti (tecnocrati), basata sul consenso nazionale e sostenuta dal mondo arabo e islamico. Per quanto riguarda altre questioni contenute nella proposta del presidente Trump relative al futuro di Gaza e ai diritti inalienabili del popolo palestinese, queste sono legate a una posizione nazionale palestinese unitaria, fondata sulle leggi e sulle risoluzioni nazionali pertinenti, e saranno discusse nell’ambito di un quadro nazionale globale al quale Hamas parteciperà attivamente e responsabilmente».
«Questo è un grande giorno», ha commentato Trump in un videomessaggio diffuso dopo la risposta di Hamas, «probabilmente, per molti versi, uno senza precedenti». Il presidente ha ringraziato Egitto, Qatar e il resto degli Stati arabi che hanno contribuito ai negoziati, dichiarando che «siamo molto vicini a raggiungere la pace in Medioriente». Trump ha poi proceduto a intimare a Israele di «smettere immediatamente di bombardare Gaza», in modo da poter far evacuare gli ostaggi in maniera «rapida e sicura». «Al momento è troppo pericoloso farlo» riferisce Trump. Secondo alcuni media, che citano dichiarazioni di funzionari israeliani, la richiesta avrebbe «colto di sorpresa» il primo ministro israeliano Netanyahu, il quale avrebbe voluto lavorare a una risposta congiunta tra il proprio gabinetto e il governo americano in modo che le dichiarazioni di Hamas fossero interpretate come un rifiuto di giungere a un cessate il fuoco. Secondo quanto riportato da quotidiani palestinesi, nonostante la richiesta del presidente statunitense, gli attacchi israeliani non si sono fermati, con 21 persone massacrate nel corso di un unico attacco condotto questa mattina nel quartiere di Al Tuffah, zona est di Gaza City, e altre 15 ancora intrappolate sotto le macerie dei palazzi. I bombardamenti intensi non si sono fermati per tutta la notte, secondo quanto riferito dalla Difesa Civile di Gaza, anche se al momento, dichiarano media israeliani, l’esercito avrebbe ricevuto ordine di effettuare solamente «operazioni difensive».
Il piano di Trump per Gaza, presentato questa settimana, ruota sugli stessi punti chiave avanzati negli scorsi mesi: il cessate il fuoco e la completa smilitarizzazione della Striscia, oltre al rilascio completo di tutti gli ostaggi, la riapertura dei corridoi umanitari e l’istituzione di un organo di monitoraggio esterno, presieduto da Trump con il supporto dell’ex leader britannico Tony Blair. Questo si occuperebbe della supervisione del processo di disarmo, lasciando la gestione della Striscia a un «gruppo civile palestinese pacifico» e quella della sicurezza a Israele. Di fatto, Hamas ha apertamente accettato solamente due di questi punti, lasciando la discussione aperta sul resto delle richieste.
Aeroporto di Monaco: nuovo stop per rilevamento droni, lenta ripresa
Nuovo stop ai voli all’aeroporto di Monaco il 4 ottobre 2025 per il rilevamento di due droni, con traffico aereo sospeso per la seconda notte consecutiva. Le operazioni sono riprese dalle 7 con un graduale aumento, ma la direzione dello scalo ha avvertito di ritardi e cancellazioni per tutta la giornata, invitando i passeggeri a consultare le compagnie aeree. Secondo i dati ufficiali, circa 6.500 viaggiatori sono stati coinvolti e molti hanno trascorso la notte nello scalo. Intanto, in Belgio, 15 droni sono stati segnalati presso la base militare di Elsenborn, dove è stata aperta un’inchiesta.
Armenia: condannato un arcivescovo
Un tribunale armeno ha condannato un arcivescovo a due anni di carcere accusandolo di avere incitato a un cambio di governo. L’arresto dell’arcivescovo Mikael Ajapahyan avviene sulla scia di un duro scontro tra il governo armeno di Nikol Pashinyan e la chiesa armena, accusata di tramare un colpo di Stato. Oltre ad Ajapahyan, figurano al momento in carcere diversi altri esponenti del clero tra cui un altro arcivescovo, Bagrat Galstanyan, che ha guidato le proteste di piazza contro Pashinyan lo scorso anno; Galstanyan si trova in questo momento sotto custodia cautelare e deve rispondere di accuse penali.
La Francia in piazza contro l’austerità: proteste in 200 città
Continua la protesta dei cittadini francesi contro le politiche di austerità, dopo gli scioperi e le mobilitazioni che si erano già svolti il mese scorso con il movimento “Bloquons tout” (“Blocchiamo tutto”), in seguito alla caduta del governo di François Bayrou. Ieri migliaia di manifestanti sono scesi in piazza in oltre 200 città per esprimere il proprio dissenso contro i tagli alla spesa pubblica, per chiedere l’annullamento dell’innalzamento dell’età pensionabile e un aumento delle tasse sui redditi più alti. Secondo la CGT (Confederazione generale dei sindacati), hanno preso parte alle proteste circa 600.000 persone, mentre secondo il ministero dell’Interno, fino a mezzogiorno circa 85.000 persone avevano protestato in tutto il Paese, segnando un calo di oltre la metà rispetto alla partecipazione agli scioperi di settembre. «Dobbiamo porre fine una volta per tutte a tutti i sacrifici richiesti ai lavoratori e indicati nella proposta di bilancio», ha dichiarato a BFM TV Sophie Binet, segretaria generale della CGT.
Secondo il sindacato CGT, si sono svolte proteste in più di 240 località in tutta la Francia, tra cui Digione, Metz, Poitiers e Montpellier. Il ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha dispiegato 76.000 agenti, di cui cinquemila a Parigi, avvertendo che «non saranno tollerati eccessi» e che i facinorosi saranno «immediatamente consegnati alla giustizia». A Bordeaux e Montpellier gli studenti hanno bloccato alcuni licei, mentre in alcune fabbriche si sono verificati scioperi: a Valenciennes i manifestanti hanno impedito l’accesso allo stabilimento Stellantis, mentre azioni di protesta hanno colpito anche Michelin e Thales. Anche la Tour Eiffel, monumento simbolo di Parigi, è rimasta chiusa, in quanto la società di gestione Sete ha votato a larga maggioranza per l’adesione allo sciopero.
Da parte sua, Sebastien Lecornu, quinto primo ministro di Macron in due anni, ha promesso un bilancio che garantisca maggiore «equità fiscale». Per ora restano però escluse alcune richieste chiave dei sindacati come una tassa sui grandi patrimoni e l’annullamento dell’innalzamento dell’età pensionabile. Proprio oggi Lecornu ha annunciato che non avrebbe usato l’articolo 49.3 della Costituzione per approvare il bilancio. Tale articolo consente la votazione di un testo senza votazione, ossia senza dibattito parlamentare ed è stato utilizzato per approvare tutti i bilanci dalla rielezione di Emmanuel Macron nel 2022. Poiché la base comune (blocco di destra e centro) non dispone della maggioranza nell’Assemblea, questa decisione del Primo Ministro aumenta di fatto il potere del Parlamento, secondo quanto riferito dal giornale francese Le Figaro.
Il nuovo governo francese si ritrova a dover affrontare, da una parte, il malcontento dei cittadini che chiedono la fine dell’austerità e, dall’altra, un Parlamento che concorda sulla necessità di ridurre il deficit di bilancio, ma non su come farlo. Nel 2024 il deficit di bilancio francese ha raggiunto il 5,8% del Pil (Prodotto interno lordo), vale a dire quasi il doppio del limite del 3% previsto dai parametri di Maastricht. Ciò significa che i francesi non si stanno ribellando solo contro i primi ministri del presidente Emmanuel Macron, ma contro gli stessi parametri europei e la sua impalcatura economico improntata all’austerità che non ha fatto altro che aumentare la povertà nelle nazioni europee.
Lo scorso 8 settembre, l’ex primo ministro François Bayrou, è stato sfiduciato dal parlamento proprio a causa del suo piano di bilancio lacrime e sangue, pensato per fare risparmiare alle casse statali quasi 44 miliardi di euro. È proprio l’austerità di Bayrou che ha innescato le ampie proteste verificatesi a settembre e che stanno proseguendo anche questo mese. La crisi in cui versa la politica francese evidenzia la distanza presente tra i vari governi che si sono succeduti negli ultimi anni durante “l’era Macron” e la popolazione, ma anche la profonda debolezza che attraversa la democrazia francese, in particolare, e in generale buona parte delle cosiddette democrazie liberali, subordinate ai poteri finanziari e ai diktat delle istituzioni comunitarie europee e, di conseguenza, incapaci di dare risposte concrete alle esigenze dei cittadini.
Nigeria, Boko Haram conquista una città: 5000 sfollati
I militanti dell’organizzazione islamista Boko Haram hanno conquistato la città di Kirawa, nello Stato nigeriano del Borno, causando lo sfollamento di oltre 5.000 persone. Da quanto comunicano fonti locali, i miliziani avrebbero attaccato una caserma militare e palazzi politici e incendiato diverse abitazioni. I cittadini sfollati stanno fuggendo verso il Camerun. Lo Stato nigeriano del Borno è da tempo teatro di scontri tra i miliziani di Boko Haram e le forze regolari. Nell’ultimo anno, il gruppo ha lanciato sempre più incursioni, invadendo basi militari e comunità locali.
Una imprenditrice vuole fondare una colonia israeliana in Salento
«Israeli Colony in Salento» è il nome di un progetto ideato dall’imprenditrice israeliana Orit Lev Marom, che starebbe cercando di mettere in atto attraverso la società immobiliare Coral 37, fondata appositamente «per aiutare gli investitori ad acquisire immobili di prim’ordine nella regione del Salento». Il progetto è descritto come «una visione per una comunità agricola e turistica autosufficiente dove le famiglie israeliane possono stabilire case, coltivare il proprio cibo e sviluppare strutture educative e sanitarie condivise». Insomma, la donna israeliana sarebbe promotrice di una vera e propria colonizzazione basata sull’acquisto di grandi appezzamenti di terreno con casolari e altri edifici.
Non molto tempo fa vi abbiamo raccontato del malessere che si sta diffondendo a Cipro per il grande aumento del numero degli israeliani che si stabiliscono sull’isola costruendo comunità chiuse e socialmente indipendenti con scuole, supermercati kosher e sinagoghe; il tutto mentre salgono continuamente le tensioni nella regione tra Israele e Turchia. A quanto pare il rischio di un simile fenomeno potrebbe ripetersi anche in Italia, precisamente in Salento, Puglia. Orit Lev Marom, imprenditrice israeliana che ammanta un passato lavorativo tra Cipro, Grecia, Portogallo, Spagna, Germania, Inghilterra e Stati Uniti, per tramite della società da lei co-fondata, Coral 37, sta promuovendo un progetto che sul sito è riportato alla voce «Pensiero visionario e progetti innovativi» e che prende il nome di «Israeli Colony in Salento». Tale progetto è definito «una visione per una comunità agricola e turistica autosufficiente dove le famiglie israeliane possono stabilire case, coltivare il proprio cibo e sviluppare strutture educative e sanitarie condivise». In altre parole una comunità chiusa, autonoma e autosufficiente, di cittadini israeliani su suolo italiano.
L’opportunità è ghiotta, come spiega l’imprenditrice israeliana sul sito di Coral 37: confrontati con quelli di molte altre mete in Occidente, o in Italia stessa, i prezzi salentini sono decisamente inferiori alla media, con possibilità di grande sviluppo economico. Una proprietà che propone l’imprenditrice, a pochi chilometri dal mare, è grande 84 ettari con opere murarie di 300 mq che possono essere aumentate fino 1.350 mq, anche suddivise in più edifici abitativi. Non viene riportato il costo dell’eventuale operazione di acquisto. Il Salento, come gran parte del Sud Italia, è una terra martoriata da decenni di politiche fallimentari; in più, subisce ancora le pesanti conseguenze della devastazione ecologica del caso Xylella e l’abbattimento di migliaia di olivi secolari. Tutto questo fa si che il valore dei terreni e degli edifici rimanga basso, lasciando questa regione esposta a progetti speculativi o, addirittura, come in questo caso, di colonizzazione.
Lev Marom dice di aver cambiato lavoro nel 2005 quando da insegnante di educazione speciale è passata nel settore dell’edilizia per essere, poco dopo, nominata CEO di Y. Yitzhakov Construction, ditta di costruzione israeliana con sede non lontano da Gerusalemme. Da quel momento sarebbe iniziata la sua avventura ventennale nel settore immobiliare in diversi Paesi. Poi due anni fa l’arrivo in Salento e l’innamoramento di una terra che dice di sentire familiare. E così l’idea colonizzatrice. Non appena la questione della colonia israeliana nel Salento è diventata nota, tutte le pagine sono state cancellate. Difficile al momento stabilire fino a che punto tale progetto sia attendibile e se ci sia qualcun altro che lavora con Lev Marom, come suggerirebbe il sito, il quale presenta l’imprenditrice israeliana come co-fondatrice di Coral 47.
Senz’altro una vicenda singolare che merita attenzione futura e monitoraggio. I cittadini del Salento, ma non solo, sono avvisati.
UE divisa su soldi a Kiev e muro anti-droni, Putin avvisa: “Pronti a rispondere”
Il vertice informale di Copenaghen, pensato per rilanciare la coesione europea sul fronte della guerra in Ucraina, ha finito per mostrare una nuova serie di fratture interne. Se da un lato la maggioranza dei leader dei Ventisette ha ribadito l’appoggio incondizionato a Kiev, dall’altro le divergenze su temi cruciali restano profonde. La costruzione di un cosiddetto “muro anti-droni” ai confini orientali dell’Unione ha spaccato i governi: alcuni, come la Polonia e gli Stati baltici, spingono per un sistema coordinato di difesa aerea sul modello israeliano, finanziato con fondi comunitari; altri, più cauti, temono i costi e le implicazioni di una militarizzazione permanente delle frontiere. Ad alimentare il clima di tensione è intervenuto il Segretario generale della Nato Mark Rutte, dichiarando che «Siamo tutti in pericolo, i più avanzati missili russi potrebbero colpire Roma, Amsterdam o Londra a cinque volte la velocità del suono». La stessa questione dell’adesione dell’Ucraina all’Unione è esplosa con forza: il premier ungherese Viktor Orbán ha confermato il suo no netto, proponendo al massimo un accordo strategico che non comporti l’ingresso di Kiev come Stato membro a pieno titolo. Secondo l’articolo 49 del Trattato sull’Unione europea, ogni nuova adesione richiede l’approvazione unanime di tutti i membri. Secondo Orbán, la direzione intrapresa dai Ventisette è dannosa per l’Ungheria e per l’intera Unione europea e ha annunciato che il suo partito di governo lancerà una petizione contro quelli che ha definito «i piani di guerra dell’UE». Una posizione che mette in discussione l’immagine di unità che Bruxelles tenta di proiettare, mostrando al contrario un’Europa frammentata e incapace di parlare con una sola voce.
Il vertice ha rilanciato l’idea di un nuovo pacchetto di sostegno economico e militare, compreso il prestito da 50 miliardi da finanziare anche con gli asset russi congelati, misura che resta fortemente controversa sia sul piano giuridico sia politico. La risposta di Mosca non si è fatta attendere. Dal Club Valdai a Sochi, Vladimir Putin ha respinto le accuse di voler attaccare l’Europa, definendole propaganda utile solo a orientare l’opinione pubblica occidentale. «È impossibile credere» a queste voci, ha dichiarato, aggiungendo che nemmeno i governi europei lo ritengono possibile, ma preferiscono alimentare timori per giustificare politiche di militarizzazione. Con tono sarcastico ha invitato i leader dell’Unione a «rilassarsi e dormire tranquilli», ricordando che i veri nodi da affrontare sono la crisi migratoria e le difficoltà economiche. Al tempo stesso, ha ribadito che la Russia non può permettersi debolezze: il conflitto in Ucraina, ha sostenuto, ha trasformato le forze armate russe in un esercito tra i più pronti al mondo, capace di adattarsi e di resistere a quello che definisce «l’intero blocco NATO». Putin ha poi polemizzato con la Francia dopo il sequestro di una petroliera “Boracay”, abbordata dalle autorità francesi, sospettata di appartenere alla «flotta ombra» russa, parlando di un atto di «pirateria» e avvertendo che in mare il rischio di incidenti crescerà sensibilmente. Ha commentato anche le parole di Donald Trump, che aveva definito la Russia una «tigre di carta»: un’espressione ironica, secondo Putin, smentita dai fatti sul campo e dalle perdite inflitte a Kiev. Positivo il giudizio sull’attuale presidente americano, che a suo avviso mostra almeno disponibilità ad ascoltare Mosca. Sul fronte militare il leader del Cremlino ha lanciato un avvertimento agli Stati Uniti: l’eventuale invio di missili Tomahawk all’Ucraina, ha detto, non cambierebbe l’esito della guerra ma aprirebbe «una nuova fase di escalation».
Il nodo più sensibile resta però quello degli asset congelati. Mosca considera il loro utilizzo da parte dell’Unione europea una «rapina legalizzata» contraria al diritto internazionale e ha minacciato ritorsioni non necessariamente limitate al piano economico. In questo contesto, riprendendo indiscrezioni pubblicate da Bloomberg, diversi media occidentali hanno parlato di un decreto di Putin per confiscare beni stranieri in Russia. Il provvedimento effettivamente emanato il 30 settembre, il decreto presidenziale n. 693, prevede soltanto una procedura accelerata per la vendita di beni federali già di proprietà dello Stato, con perizie rapide e gestione affidata alla Banca statale Promsvyazbank. Nella premessa si richiama la necessità di difendere gli interessi nazionali di fronte alle azioni ostili di USA e UE, ma non vi è alcun riferimento a espropri di aziende o governi stranieri. Più che un atto di confisca, si tratta di un messaggio politico: Mosca intende rafforzare i propri strumenti interni per resistere a quella che definisce guerra economica e finanziaria dell’Occidente. Il quadro che emerge, alla luce del vertice di Copenaghen e della risposta da Sochi, è quello di una spirale di sfiducia reciproca. L’Unione europea, divisa al suo interno, cerca di mostrare coesione attorno a un sostegno a Kiev che però assume forme sempre più militarizzate di un “riarmo permanente”. La Russia, a sua volta, denuncia la deriva occidentale e, senza ricorrere ancora a confische dirette, mette in campo provvedimenti che rafforzano il controllo statale e preparano il terreno per possibili misure più dure. A rimanere sullo sfondo sono i cittadini europei: da una parte si trovano esposti ai rischi di una guerra entrata ormai nel linguaggio della politica interna, dall’altra vedono riaffiorare i fantasmi di un continente sempre più diviso e incapace di elaborare una via d’uscita che non sia l’ennesima escalation. Il vertice informale del Consiglio europeo avrebbe dovuto segnare una svolta di unità, ma ha mostrato fragilità e contraddizioni, oltre alla consueta isteria per la “minaccia russa”: mentre Bruxelles annuncia muri e miliardi per Kiev, Mosca si prepara a rispondere, lasciando intravedere scenari in cui la pace sembra allontanarsi sempre di più.
























