Dovremmo dedicare un giorno ogni tanto a sospendere qualsiasi commento, a esercitare il silenzio stampa delle nostre reazioni, punendo così chi ci provoca, chi offende, chi vanta pretese infondate, chi insinua, chi fraintende volontariamente, chi non perdona chi sbaglia, chi si sente nella ragione comunque.
Tacere. Silenzio. Non reagire. Muti i social. Teniamoci per noi i nostri giudizi. Una grande fatica. Ma sappiate che il male si alimenta del bene.
Il delinquente che governa quel Paese del Medio Oriente e vuole cancellare chiunque decida, lui, l’Orrendo, lasciamolo senza nome, e così i suoi ministri, i suoi complici e i suoi alleati.
Silenzio, sino al giorno che non sappiamo, quando la voce della giustizia gli lascerà l’amaro in bocca. Quando il silenzio predicato dal Talmud gli aprirà le porte della preghiera, della volontà di Dio. E capirà nella solitudine di avere crudelmente sbagliato.
Capisco che si tratta di un paradosso chiamare con le parole al silenzio. Ma bisogna pur ammettere che il vero silenzio è pieno di echi, di voci inascoltate, di espressioni giuste non dette, di rimpianti per non aver urlato le proprie ragioni.
Il silenzio è lo specchio del nostro io ignoto, è il volto di chi ci accompagna, è la preghiera sospesa.
Taciamo. Ma ragioniamo, come scriveva Massimo Baldini, sulla differenza fra parole parlanti e parole parlate. Le prime si contornano di silenzi, immaginano ma non pretendono risposte, contengono amore, verità, sensazioni, stimoli che moltiplicano i pensieri.
Le parole parlate invece riempiono inutilmente i social, insultano, blandiscono, sono sempre reazioni istintive, nervose, circuiscono, sfuggono, sembrano gesti più che frasi.
Non cadiamo dunque nella trappola delle parole parlate, ascoltiamo con curiosità le voci che arrivano nel silenzio. Il silenzio che dà senso, che sa ospitare ogni giusta ragione.
Le forze israeliane hanno ordinato l’evacuazione dei residenti del centro di Gaza City verso l’area di al-Mawasi, a Khan Younis, nel sud della Striscia, indicata come “zona umanitaria”. L’IDF afferma che l’area dispone di ospedali da campo, impianti idrici e di desalinizzazione, cibo e forniture mediche. Al-Mawasi, già sovraffollata, era stata designata come zona “sicura” a inizio conflitto, ma è stato bombardata più volte, uccidendo centinaia di civili che vi si erano rifugiati. Dall’alba di oggi, almeno 21 palestinesi sono stati uccisi nei raid israeliani, 13 dei quali nella città di Gaza, secondo fonti ospedaliere citate da Al Jazeera.
20 gennaio 2024, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervistato dal Resto del Carlino, dichiara: «L’Italia ha interrotto dall’inizio della guerra di Gaza l’invio di qualsiasi tipo di armi a Israele. È tutto bloccato». 15 ottobre 2024, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in un dibattito al Senato, ribadisce: «Dopo l’avvio delle operazioni a Gaza il governo ha sospeso immediatamente ogni nuova licenza di esportazione — aggiungendo — la posizione italiana del blocco completo di tutte le nuove licenze è molto più restrittiva di quella applicata dai nostri partner, Francia, Germania, Regno Unito: noi abbiamo bloccato tutto». Eppure i fatti raccontano un’altra storia.
30 giugno 2025. La nave New Zealand della compagnia israeliana Zim, in barba alle disposizioni governative, attracca al porto di Ravenna. Non scarica merce: la carica. Munizioni, esplosivi e materiale bellico partiti dalla Repubblica Ceca e destinati a Haifa, dove arrivano puntualmente il 4 luglio. «Siamo stati avvisati da un operaio che lavora nella logistica del porto, che ha notato che i container caricati sulla nave avevano l’etichetta “esplosivi classe 1.4”, vale a dire munizioni» ha spiegato a L’Indipendente Carlo Tombola di Weapon Watch, l’osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei.
Quello di Ravenna non è un caso isolato e non è l’unico in Italia, ma la vicenda del porto romagnolo è esemplare delle modalità con cui armi ed esplosivi continuano a muoversi verso Israele, a volte in transito da altri Paesi, altre volte direttamente prodotti in Italia sulla base di autorizzazioni rilasciate prima del 7 ottobre 2023. «Ci eravamo già occupati di Ravenna — continua Tombola — dopo il 7 ottobre avevamo chiesto all’allora presidente dell’autorità portuale Daniele Rossi del transito di armi dirette a Israele. Rossi rispose con una lettera nella quale condannava la strage di Hamas e affermava che, per quanto ne sapesse, non c’era materiale bellico che partiva da Ravenna e che, in caso contrario, se ne sarebbe dovuta occupare la magistratura.»
E la magistratura, effettivamente, se ne è occupata.
A febbraio di quest’anno è stato scoperto un carico di oltre 14 tonnellate di componenti in metallo diretti a Israele in partenza da Ravenna. Sulla carta figuravano come manovelle, lamiere, bracci e cilindri, ma in realtà erano componenti bellici. «Anche questa volta se ne sono accorti gli operai — spiega Tombola — e non è stato neanche troppo difficile, visto che il destinatario era IMI, acronimo di Israel Military Industries.» Ciononostante, prima della denuncia, erano già partiti almeno tre carichi: «In pratica c’era questa piccola ditta di Lecco, la Valforge, che faceva da intermediaria per una grande fabbrica di Varese, la Riganti, e spediva i carichi facendoli passare per materiale civile mentre invece erano ad uso militare».
Dalla ricostruzione emergono due pratiche ricorrenti: la prima è camuffare componenti bellici da materiale civile. La seconda riguarda armi prive di autorizzazione che transitano attraverso l’UE: nel caso del 30 giugno le munizioni provenivano dalla Repubblica Ceca e avrebbero dovuto viaggiare in ambito intra-UE, quindi senza necessità di autorizzazioni nazionali, ma poiché la destinazione finale era Israele l’ufficio doganale italiano avrebbe dovuto bloccarne il passaggio, cosa avvenuta solo grazie alla segnalazione dei portuali.
In molti casi, tuttavia, non c’è bisogno di alcun trucco per aggirare i limiti imposti dal governo italiano. Il punto centrale è la differenza tra nuove licenze e licenze già attive. Le dichiarazioni del governo parlano infatti di «sospensione delle nuove autorizzazioni», ma non annullano quelle concesse in passato. In base alla legge 185/90, che regola l’export militare italiano, i contratti già firmati e finanziati dalle imprese della difesa possono continuare a essere eseguiti, salvo un esplicito stop politico. Uno stop che, ad oggi, non è mai arrivato.
Secondo la Relazione annuale dell’UAMA 2024, analizzata dal sito Altraeconomia, l’Italia ha autorizzato esportazioni militari verso Israele per circa 21 milioni di euro. Tra i principali fornitori figurano Leonardo, che ha inviato sistemi avionici ed elettronici, e Fincantieri, coinvolta in forniture per il settore navale e difensivo.
Le associazioni che monitorano il commercio di armi sottolineano una contraddizione: mentre le autorità italiane proclamano un blocco totale, in realtà le forniture continuano. A Ravenna, come nei porti di La Spezia, Genova e Livorno. «A La Spezia c’è la fabbrica di Leonardo che produce cannoni navali e molto altro, Genova è il principale porto italiano, ideale per far passare la merce con maggiore discrezione, mentre Livorno ha a due passi la più grande base americana in Italia, Camp Darby.»
Dopo la scoperta delle armi non autorizzate in partenza da Ravenna è partito il consueto scaricabarile delle responsabilità: il sindaco Alessandro Barattoni ha puntato il dito contro il Ministero dei Trasporti, Salvini ha dichiarato che chi doveva vigilare era l’autorità portuale e quest’ultima ha indicato l’Agenzia delle dogane, ultimo anello della catena in quanto non era possibile evocare il gatto che si mangiò il topo. «La responsabilità è di tutti — continua Tombola — a cominciare dalle dogane, attraverso le quali passano tutti i documenti, fino al Comune e alla Regione che sono i proprietari del porto. È il motivo per cui il 16 settembre ci sarà una manifestazione di protesta a Ravenna, lo stesso giorno in cui nel porto si terrà un incontro a porte chiuse con i rappresentanti del Ministero della Difesa di Israele, accusato di crimini contro l’umanità, e con l’azienda di armamenti Rafael.» La contraddizione, insomma, resta aperta: da un lato la politica annuncia il blocco, dall’altro la realtà dei moli racconta di un traffico che continua.
Dopo che la Commissione UE ha inflitto una multa di 2,45 miliardi di euro al colosso della tecnologia Google, con l’accusa di avere violato le norme sulla concorrenza, il presidente USA Trump ha minacciato l’UE di innalzare ulteriormente i dazi. Il presidente ha infatti dichiarato che potrebbe avviare un’indagine «ai sensi della Sezione 301», ovvero la norma del Trade Act USA che permette al presidente di imporre dazi agli altri Paesi per pratiche commerciali ingiuste nei confronti delle aziende americane, «per annullare le sanzioni ingiuste».
Lo scorso 9 luglio, Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, è stata colpita da pesanti sanzioni statunitensi. Il motivo? Aver dettagliato, nel suo ultimo rapporto redatto per le Nazioni Unite, le complicità di molte imprese e istituzioni – in particolare quelle con sede negli Stati Uniti – nel progetto israeliano di svuotamento genocida dei territori palestinesi allo scopo di colonizzarli e sfruttarne le risorse. Le sanzioni contro Albanese comportano non solo il divieto di entrare negli USA ma anche il congelamento dei suoi beni. Per esaminare l’impatto effettivo di queste misure punitive, ieri (4 settembre) l’intergruppo parlamentare per la pace tra Palestina e Israele ha indetto una conferenza al Senato nella quale Francesca Albanese ha raccontato gli effetti sulla sua vita personale delle sanzioni che l’hanno colpita.
L’incontro si è svolto presso la sala Caduti di Nassirya del Senato con la presenza della stessa Albanese insieme a Domenico Gallo, ex magistrato della Corte di Cassazione, Nazzareno Gabrielli, direttore generale di Banca Etica, e Duccio Facchini, direttore di Altreconomia.
L’impatto effettivo delle misure punitive è enorme, ha spiegato Albanese. Infatti, la giurista italiana non può recarsi nel suo ufficio presso la sede dell’ONU a New York per relazionare con chi le ha conferito l’incarico. Non solo: non può avere un conto in banca, né negli Stati Uniti né in Italia. Il suo attuale conto italiano è stato congelato e, quando ha cercato di aprirne uno nuovo presso Banca Etica, l’istituto ha dovuto rifiutare la richiesta. Altrimenti», ha spiegato Nazzareno Gabrielli, con grande rammarico, «la banca rischierebbe sanzioni secondarie e una salatissima multa; inoltre verrebbe bloccato ogni scambio in dollari, impedendo così le sue transazioni internazionali».
Non solo: per via del provvedimento statunitense, Albanese non può compiere nessuno scambio che abbia un valore economico, nemmeno con un privato – fosse anche solo l’accettazione di un caffè al bar (se a offrirlo fosse un cittadino statunitense, egli rischierebbe 20 anni di carcere e una multa miliardaria). Così, ha concluso Albanese, queste sanzioni hanno avuto come effetto quello di creare intorno a lei un vuoto, che percepisce anche in Italia – la gente ha paura delle eventuali conseguenze.
Il 9 luglio il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha incluso Albanese nella lista dei soggetti colpiti dall’executive order 14023 firmato il 6 febbraio scorso dal Presidente Trump.
Domenico Gallo ha poi spiegato gli aspetti tecnici del provvedimento statunitense. Il 9 luglio – meno di una settimana dopo la pubblicazione del report di Albanese che denuncia le società che traggono profitto dalla colonizzazione genocida di Gaza e della Cisgiordania – il Segretario di Stato USA Marco Rubio ha incluso Albanese nella lista dei soggetti colpiti dall’executive order 14023 firmato il 6 febbraio scorso dal Presidente Trump e diretto contro la Corte penale internazionale, che aveva osato incriminare il primo ministro israeliano per genocidio. Quell’ordine vieta l’ingresso negli Stati Uniti ai funzionari e impiegati coinvolti nel lavoro investigativo della CPI, oltre che ai loro familiari più stretti, e prevede anche il congelamento dei loro beni; inoltre, una clausola di quell’ordine consente al Segretario di includere successivamente chiunque ritenga potesse facilitare il lavoro della CPI – come Albanese, appunto, con le sue indagini.
Gallo non ha usato mezzi termini: il famigerato executive order 14023, cancellando il ruolo della CPI, è – secondo l’eminente giurista – un «atto eversivo che viola i diritti umani fondamentali, un colpo di stato internazionale». Pertanto, ha concluso Gallo, la linea difensiva di Francesca Albanese dovrebbe essere quella di far includere quell’ordine in un meccanismo di blocco della sua validità in Europa in quanto extraterritoriale. Ma per questo è necessaria una mobilitazione su scala europea.
Albanese aveva già denunciato, davanti al Senato lo scorso 30 luglio, il carattere illegale e intimidatorio delle sanzioni che l’hanno colpita. «Sono la prima funzionaria internazionale a subire questa punizione – e spero sarò l’ultima,» ha aggiunto, in quanto le sanzioni sono «un attacco al cuore del multilateralismo. E, viste le mie origini meridionali, so bene cosa permette di vincere a questa logica mafiosa: il silenzio».
Infatti, il silenzio intorno alle sanzioni USA contro Albanese è stato rotto solo in parte dal Segretario generale dell’ONU António Guterres, dal presidente del Consiglio per i diritti umani dell’ONU, Jürg Lauber, e dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, che hanno contestato vivacemente le basi legali del provvedimento di Rubio e dello stesso executive order di Trump. Ma sono stati i soli a farlo: infatti, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, l’Alta rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza Kaja Kallas e lo stesso Parlamento europeo non hanno espresso condanne.
il silenzio intorno alle sanzioni USA contro Albanese è stato rotto solo in parte dal Segretario generale dell’ONU António Guterres, dal presidente del Consiglio per i diritti umani dell’ONU Jürg Lauber e dall’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, l’Alta rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza Kaja Kallas e lo stesso Parlamento europeo non hanno espresso condanne
Anche l’Italia si è defilata, rinunciando a difendere una propria concittadina ingiustamente colpita. Nel suo intervento al Senato oggi, il senatore De Cristofaro ha stigmatizzato come «vergognoso» il fatto che il governo italiano «non stia battendo ciglio». Per cercare di giustificare il silenzio italiano, il ministro degli Esteri Tajani si è recentemente arrampicato sugli specchi: Francesca Albanese non sarebbe stata colpita in quanto italiana ma in quanto funzionaria ONU, ha detto Tajani in una recente intervista; quindi non spetta all’Italia prenderne le difese, bensì soltanto, appunto, all’ONU.
Ecco dunque l’importanza di rompere il silenzio intorno alle gravi prepotenze del Segretario Rubio e del Presidente Trump, con iniziative come la conferenza tenutasi ieri al Senato e promossa dal senatore De Cristofaro e dai parlamentari dell’intergruppo parlamentare. Bisogna che tutte le istituzioni denuncino ad alta voce l’uso intimidatorio delle sanzioni da parte di un singolo paese per condizionare intere istituzioni multilaterali, come quella dei relatori speciali delle Nazioni Unite e quella della stessa CPI.
Ma perché queste nefaste sanzioni sono arrivate solo a seguito dell’ultimo report di Albanese e non prima, ad esempio a seguito del suoAnatomy of a Genocide, che denuncia implacabilmente i crimini israeliani commessi a Gaza?
Ce lo spiega Maryam Jamshidi, professoressa associata alla Facoltà di Legge dell’Università del Colorado. Albanese ha saputo, con il suo ultimo report, colpire gli USA laddove sono più sensibili: proprio nell’intoccabile meccanismo di accumulo dei profitti. Jamshidi cita il Segretario Rubio che ha protestato con veemenza contro le lettere che Albanese aveva inviato ad alcune aziende statunitensi, informandole delle loro violazioni del diritto internazionale e dando loro la possibilità di rispondere prima della pubblicazione del rapporto. Rubio ha descritto tali iniziative come una «guerra economica» che minaccia il cuore degli interessi nazionali degli Stati Uniti. Infatti, il report di Albanese, dimostrando come queste aziende abbiano partecipato e tratto guadagno dalle azioni illegali e dai crimini di Israele, minaccia l’immagine e i bilanci di tali società, che ora potrebbero dover affrontare boicottaggi da parte dei consumatori e persino procedimenti penali nelle giurisdizioni nazionali.
La Commissione Europea ha inflitto una multa da 2,95 miliardi al colosso della tecnologia Google, con l’accusa di avere violato le norme sulla concorrenza. L’UE, di preciso, accusa l’azienda di avere favorito i propri servizi pubblicitari a scapito di quelli dei concorrenti: «Google deve ora proporre una soluzione seria per risolvere i suoi conflitti di interesse e, se non ci riuscirà, non esiteremo a imporre misure drastiche», si legge in una nota della vicepresidente esecutiva della Commissione, Teresa Ribera. L’azienda ha già annunciato che presenterà ricorso contro l’iniziativa dell’UE.
Spesso si è portati a credere che l’inquinamento, non avendo confini da rispettare, colpisca tutti allo stesso modo e che le conseguenze della devastazione ambientale si riflettano nella medesima maniera sulla vita di tutti. Tuttavia, le cose non stanno proprio così. Se è vero che una nube tossica viaggia nell’aria senza badare a niente se non a dove spira il vento, è altrettanto vero che non tutti sono attrezzati allo stesso modo per difendersi. Se si considerano i siti di produzione o smaltimento, esistono enormi differenze tra gli Stati cosiddetti sviluppati e quelli in via di sviluppo o so...
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Dopo giorni in cui le principali testate italiane e internazionali hanno rilanciato con certezza granitica la notizia di interferenze al sistema GPS del volo che trasportava Ursula von der Leyen verso Sofia, parlando di una manovra di sabotaggio condotta dalla Russia, arriva la smentita da parte delle autorità della Bulgaria (nazione in cui l’aero è atterrato) e la rettifica della Commissione europea, che precisa di non aver «mai detto» che si fosse trattato di «un attacco mirato». L’episodio era rimbalzato sui media ed era stato descritto come l’ennesima dimostrazione della volontà del Cremlino di destabilizzare l’Europa e di intimidire la presidente della Commissione. Come avevamo già analizzato, però, la notizia appariva fragile sin dalle prime ore, mancando verifiche ufficiali o prove tecniche a supporto del sabotaggio. Inoltre, Flightradar24, piattaforma che monitora i voli civili e militari in tempo reale, aveva precisato che il transponder dell’aereo aveva sempre trasmesso un valore NIC buono, cioè una qualità costante del segnale GPS dal decollo fino all’atterraggio. In altre parole, non si era verificata alcuna interruzione tale da compromettere la navigazione. Un’informazione cruciale, che contraddice la ricostruzione del Financial Times, secondo cui l’aereo avrebbe atteso oltre un’ora prima di atterrare ricorrendo a mappe cartacee, ma che è stata ampiamente ignorata dai media che avevano già confezionato la narrazione dell’attacco russo.
A riportare ordine è stata ieri la Bulgaria stessa, con una comunicazione ufficiale che ha tolto ogni dubbio: il primo ministro Rosen Zhelyazkov ha dichiarato in Parlamento che l’aereo di von der Leyen non ha subito «né interferenze né disturbi prolungati» e ha aggiunto: «Non c’è bisogno di indagare sulla situazione, perché questi disordini non sono né minacce ibride né minacce informatiche». Anche il vicepremier e ministro dei Trasporti, Grozdan Karadjov, in un’intervista al canale bTV, ha negato che Sofia abbia trasmesso a Bruxelles informazioni che facessero riferimento a un coinvolgimento russo. Karadjov ha spiegato che le autorità dell’aviazione civile hanno inviato all’Agenzia europea per la sicurezza aerea (Easa) il verbale della comunicazione tra il pilota e la torre di controllo, in cui si parla soltanto di «piccoli problemi» con il segnale GPS, senza alcun riferimento a interferenze di matrice russa. Il ministro dell’Interno Daniel Mitov ha specificato che «Il dipartimento per la criminalità informatica del Servizio per la lotta contro la criminalità organizzata è stato incaricato di verificare se si trattasse di un attacco informatico. Possiamo affermare categoricamente che non è così». Alla smentita della Bulgaria è seguita la rettifica della Commissione europea che, sconfessata da Sofia, è stata costretta a ridimensionare l’accaduto tramite la portavoce Arianna Podestà: «Non abbiamo mai detto che l’interferenza al segnale GPS riscontrata dall’aereo sul quale volava la presidente Ursula von der Leyen in Bulgaria sia stata espressamente contro di lei». Eppure, in conferenza stampa, la portavoce capo della Commissione europea Paula Pinho aveva confermato le interferenze al GPS e aveva spiegato che il velivolo era atterrato in sicurezza, avvalorando quanto scritto in precedenza dal Financial Times.
La dinamica non è nuova: negli ultimi anni, l’informazione mainstream ha spesso privilegiato la costruzione di un racconto polarizzato, sacrificando il rigore giornalistico in nome della narrazione politica. L’idea di fondo è che Mosca debba essere indicata come responsabile a prescindere, anche quando mancano riscontri. Questo passaggio evidenzia quanto la dinamica comunicativa sia spesso più rilevante della verità fattuale. Prima vengono le accuse, rilanciate con titoli e commenti drammatici; solo in un secondo momento, quando la notizia ha già fatto il giro del mondo, arrivano – quando arrivano – le precisazioni, che però ottengono meno visibilità e raramente vengono enfatizzate con la stessa forza. Nel momento in cui un fatto viene presentato come “atto ostile” di Mosca, esso consolida una cornice interpretativa già sedimentata: quella della Russia come minaccia onnipresente, capace di infiltrarsi ovunque, anche nei cieli europei. Che poi la notizia si riveli infondata passa in secondo piano. Il risultato è che nell’immaginario collettivo resta l’associazione immediata: Russia uguale pericolo. Questa modalità non riguarda solo la vicenda del volo di von der Leyen. È un paradigma già visto con altre storie, in cui ogni episodio diventa il tassello di una narrazione che costruisce un nemico assoluto, mentre l’assenza di riscontri viene relegata a dettaglio secondario. È il segno di un giornalismo che corre più veloce della realtà e che, nel tentativo di rafforzare la narrazione politica dominante, rischia di perdere la sua funzione più importante: raccontare i fatti, non fabbricarli.
È uscito il numero di settembre del mensile de L’Indipendente, la rivista rilegata e da conservare, con 84 pagine di contenuti esclusivi. Come sempre piene di inchieste, analisi, reportage e molte altre notizie che non troverete altrove perché noi, al contrario degli altri mezzi di informazione, non ospitiamo alcuna pubblicità e non siamo dunque influenzabili da poteri politici né interessi economici di sorta. L’inchiesta di copertina svela “la macchina della propaganda europea”, ovvero il complesso sistema di finanziamenti che la Commissione Europea ha allestito per addomesticare molti media alla propria narrazione. Bruxelles ha investito un miliardo di euro in dieci anni in programmi volti non solo a veicolare i dogmi dell’europeismo, ma a propagandare ogni decisione politica presa. Sul nuovo numero de L’Indipendente trovate tutti i dettagli su questa “macchina del consenso”, inclusi i nomi di tutte le testate (diverse anche italiane) e le cifre che hanno incassato per sacrificare la propria indipendenza giornalistica.
Il mensile de L’Indipendente ha come sottotitolo i tre pilastri che ne definiscono la cifra giornalistica: inchieste, consumo critico, beni comuni. Ogni parola è stata scelta con cura, racchiudendo ciò che vogliamo fare e che, a differenza di altri media, possiamo fare, perché non abbiamo padroni, padrini o sponsor da compiacere.
Questi tre punti cardinali rappresentano il nostro impegno per il giornalismo che crediamo necessario: inchieste (per svelare i lati nascosti della politica e dell’economia), consumo critico (per vivere meglio, certo, ma anche per promuovere scelte consapevoli capaci di colpire gli interessi privilegiati) e beni comuni (perché la nostra missione è quella di leggere la realtà nell’interesse dei cittadini e non delle élite oligarchiche che controllano i media dominanti). Al suo interno ci saranno poi, naturalmente, approfondimenti sull’attualità e sui temi che caratterizzano da sempre la nostra agenda: esteri, geopolitica, ambiente, diritti sociali.
Questi sono solamente alcuni dei contenuti che potrete ritrovare nel nuovo numero:
La fabbrica della malattia mentale: oggi secondo le linee guida bastano due settimane di “tristezza” anziché l’anno richiesto in passato per essere classificati depressi. Una patologizzazione che si misura con l’esplosione delle prescrizioni di farmaci antidepressivi, l’aumento dei TSO e il ritorno a pratiche come l’elettroshock, oggi praticato in almeno 8 centri italiani.
Groenlandia, l’ago della bilancia globale: territorio di forte interesse geopolitico, potrebbe avere gli strumenti per decidere il proprio futuro. La sua popolazione lotta strenuamente per un riconoscimento sociale, giuridico e politico, tra turismo neoliberista e sfruttamento minerario.
L’arte al tempo dell’intelligenza artificiale: l’avvento dell’intelligenza artificiale sta cambiando profondamente il mondo dell’arte, suscitando entusiasmi e tirmori: da un lato si moltiplicano le possibilità creative, dall’altro si sollevano questioni cruciali su autorialità, plagio e valore del lavoro umano…
Organizzazione Gladio: dal dopoguerra e fino alla caduta del muro di Berlino, la CIA ha gestito una organizzazione paramilitare in Italia, pronta a intervenire nel caso in cui il Partito Comunista fosse andato al potere. Una storia che racconta la democrazia “a sovranità limitata” imposta dagli americani in Italia e si intreccia con molte vicende oscure della storia repubblicana.
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La vice prima ministra britannica Angela Rayner si è dimessa a causa di irregolarità nel pagamento delle imposte sull’acquisto di un’abitazione. Rayner ha ammesso di aver pagato l’imposta sull’acquisto dell’immobile registrandolo come residenza, mentre avrebbe dovuto indicarla come seconda casa; la vicepremier sostiene di aver ricevuto indicazioni fiscali sbagliate. Questo le ha permesso di risparmiare circa 40mila sterline. Quando era stato reso noto, il movimento di Rayner aveva generato un’ondata di critiche nei confronti dell’esecutivo, già al centro di diverse polemiche. Ora, riportano i media britannici, Starmer avrebbe in mente di fare un rimpasto di governo più ampio, che non si limiti alla sola sostituzione di Rayner.
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