Sull’isola d’Oléron, situata nella costa Atlantica francese, un’automobile ha investito pedoni e ciclisti, ferendo dieci persone. Quattro dei feriti si trovano in condizioni gravi. L’automobilista si stava spostando su una strada tra Dolus-d’Oléron e Saint-Pierre-d’Oléron, ed è stato arrestato dalle forze dell’ordine; si tratta di un uomo di 35 anni già autore di reati minori. L’uomo sarebbe stato arrestato mentre cercava di dare fuoco all’automobile, su cui erano presenti bombole di gas. Gli inquirenti hanno affermato che l’uomo avrebbe investito i pedoni deliberatamente, e che «i moventi non sono confermati». Hanno inoltre affermato che, dopo l’arresto, avrebbe urlato “Allah Akbar”, espressione araba che significa “Allah è grande” spesso associata all’estremismo islamico.
Il contenzioso Epic-Google è a un punto di svolta e potrebbe cambiare il mondo delle app
Il contenzioso Epic v. Google sembra aver raggiunto una svolta definitiva. Alphabet, la società madre di Google, ha annunciato di aver trovato con Epic Games, azienda nota ai più per il videogioco Fortnite, un’intesa che punta a riformulare l’ingiunzione al centro della disputa. L’accordo prevede una riforma sostanziale dell’ecosistema Android e del suo sistema di distribuzione delle app. Se approvato dal tribunale, il patto potrebbe riscrivere le regole di funzionamento degli smartphone e avere ripercussioni globali, incidendo su chiunque abbia in tasca un dispositivo elettronico.
La proposta è stata ufficialmente depositata presso il tribunale federale di San Francisco, all’attenzione del giudice distrettuale che sta seguendo il caso, James Donato. I dettagli dell’intesa sono però già stati anticipati anche sui canali social dal presidente di Google Android, Sameer Samat, e dal CEO di Epic Games, Tim Sweeney, entrambi apparsi entusiasti del compromesso intavolato. L’11 dicembre 2023, Donato aveva di fatto decretato la vittoria di Epic Games, decisione seguita, nell’ottobre 2024, da un’ingiunzione permanente che obbligava Google Play a introdurre modifiche sostanziali al proprio modello di business negli Stati Uniti, tra cui l’apertura per tre anni ai negozi digitali di terze parti.
Ingiunzione che Google ha cercato di far sospendere, ma con scarso successo. L’accordo attuale riparte proprio dai presupposti fissati dal giudice, ma ridefinendo i dettagli così che le specifiche siano dettate dalle due aziende, evitando l’intervento del sistema giudiziario. Secondo la proposta di modifica, Google introdurrà un nuovo programma da integrare nei prossimi aggiornamenti di Android, il quale permetterà ai marketplace di terze parti di registrarsi in un elenco ufficiale gestito dall’azienda, semplificandone così il download e l’installazione da parte degli utenti. La misura verrebbe inizialmente applicata negli Stati Uniti, per poi essere estesa progressivamente ad altri Paesi fino a coprire l’intero mercato globale.
Più complessa resta la questione delle commissioni sulle transazioni digitali, ambito in cui Google – come Apple – viene spesso accusata di pratiche scorrette e predatorie nei confronti degli sviluppatori. La nuova struttura prevede trattenute che variano tra il 20% e il 9% sugli acquisti in-app, una quota che viene determinata in base alla natura dell’acquisto: i miglioramenti che incidono attivamente sul gameplay saranno per esempio soggetti a tariffe più alte, mentre gli oggetti cosmetici o i servizi in abbonamento beneficeranno di aliquote ridotte. A titolo di confronto, l’attuale modello di Google Play applica una commissione standard del 30%, con alcune agevolazioni per le app minori e accordi preferenziali con gli sviluppatori più importanti. Secondo quanto riportato da The Verge, i nuovi accordi prevedono inoltre una trattenuta aggiuntiva del 5% per i pagamenti effettuati tramite il sistema Play Billing, inoltre Google si manterrebbe aperta la possibilità di imporre costi di servizio ai meccanismi di fatturazione alternativi al suo.
Restano dunque diversi margini di ambiguità e interpretazione che il giudice Donato potrebbe chiedere di chiarire in modo più puntuale. Tuttavia, è la prima volta dall’inizio di questa disputa – risalente ormai al lontano 2020 – che le due aziende sembrano essere entrambe soddisfatte da una soluzione condivisa. È opportuno chiarire che non ci troviamo davanti a una battaglia “Davide contro Golia”, nel 2022 Epic Games era stata valutata per 32 miliardi di dollari, tuttavia un’applicazione coerente e trasparente di questi principi potrebbe davvero modificare l’approccio degli sviluppatori al mercato delle app, stimolando reazioni anche in altri settori. Con una trattenuta Android ridotta al 9%, anche Apple potrebbe trovarsi costretta ad abbassare le proprie richieste finanziarie, mentre Sony, Microsoft, Valve e Nintendo – che controllano ampie fette del mercato videoludico – potrebbero essere spinte a loro volta a rivedere le proprie politiche di distribuzione.
L’UE verso un nuovo allargamento: Montenegro e Albania i prossimi, poi Moldavia e (forse) Ucraina
Bruxelles accelera sull’allargamento e guarda ai Balcani occidentali come alla prossima frontiera dell’Unione. Montenegro e Albania sono ormai a un passo dall’adesione, Moldavia e Ucraina restano in corsa, tra progressi e incognite politiche, mentre la Georgia arretra e la Turchia resta bloccata, con i negoziati di adesione fermi dal 2018. Dopo anni di promesse e rinvii, l’Unione Europea, nell’Enlargement Summit organizzato da Euronews a Bruxelles, indica per la prima volta un orizzonte concreto: il 2026-2027 come finestra temporale per l’ingresso dei due Paesi balcanici. Un segnale politico forte, che traduce la strategia europea di stabilizzare il suo “vicinato” e contenere le influenze di Mosca e Pechino. Dietro l’entusiasmo diplomatico restano, però, nodi strutturali ancora irrisolti: il rafforzamento dello stato di diritto, la lotta alla corruzione e la capacità dell’UE di accogliere nuovi membri senza compromettere la propria coesione interna.
La Commissione europea ha indicato Montenegro e Albania come i Paesi più prossimi all’ingresso, con negoziati avanzati e un percorso di riforme quasi completato, ma devono accelerare le riforme per non perdere il treno dell’adesione, secondo il nuovo pacchetto dell’esecutivo europeo. «Nel complesso, il 2025 è stato un anno di progressi significativi per l’allargamento dell’UE», è il bilancio tracciato da Marta Kos, commissaria per l’Allargamento. «Montenegro, Albania, Ucraina e Moldavia si distinguono» per ragioni diverse, ma in comune hanno il fatto di «essere stati loro a compiere i maggiori progressi nelle riforme nell’ultimo anno». Il Montenegro, capofila del gruppo, ha chiuso buona parte dei capitoli negoziali, mostrando un allineamento crescente alle politiche europee. L’Albania segue a ruota, spinta dal sostegno politico della Commissione e da progressi tangibili nella magistratura e nella lotta alla criminalità organizzata. L’obiettivo, dichiarato dai funzionari europei, è di arrivare a una piena adesione entro la fine del decennio, a condizione che i due Paesi mantengano la rotta sulle riforme. L’allargamento ai Balcani rappresenta per Bruxelles una scelta strategica: consolidare la propria influenza in un’area storicamente instabile e oggi cruciale per la sicurezza e l’energia del continente.
Più complesso il quadro per Moldavia e Ucraina. La Moldavia resta un partner privilegiato, ma deve ancora completare l’apertura di tutti i capitoli negoziali e rafforzare la sua tenuta istituzionale. Per l’Ucraina, la Commissione europea ha riconosciuto “progressi notevoli” verso l’adesione, ma ha messo in guardia contro “tendenze negative” legate alla corruzione e all’indipendenza della magistratura. La Commissione si dice pronta a sostenere Kiev, che continua a spingere per un’accelerazione politica del processo entro fine 2028, ma avverte: «È necessaria un’accelerazione del ritmo delle riforme, in particolare per quanto riguarda i princìpi fondamentali, in particolare lo stato di diritto». A porre un freno alle ambizioni dell’Ucraina è il veto dell’Ungheria al suo status di candidato: Viktor Orbán ha bloccato l’avvio formale dei negoziati, poiché ritiene che l’ingresso di Kiev metterebbe in pericolo l’Europa. La reazione di Volodymyr Zelensky, non si è fatta attendere e ieri, in videocollegamento al summit sull’allargamento, ha ribadito che il veto al suo Paese rappresenta un favore diretto al Cremlino: «Non vorremmo che Orbán sostenesse la Russia, perché bloccare il nostro ingresso nell’UE rappresenta un sostegno specifico a Putin», ha insinuato il leader ucraino. L’Unione si trova così di fronte a un bivio: sostenere Kiev come segnale geopolitico, ma senza compromettere i propri criteri interni di adesione.
L’accelerazione sull’allargamento segna per l’Unione Europea una svolta strategica, ma il cammino resta irto di ostacoli. Bruxelles punta a consolidare unità e stabilità nel continente, ma deve confrontarsi con i propri limiti e con le fragilità dei Paesi candidati, sotto osservazione per lo stato di diritto, l’indipendenza della magistratura, la corruzione e la lentezza delle riforme. È soprattutto Kiev a rappresentare la prova più complessa: pur avendo compiuto passi avanti significativi, continua a essere osservata speciale per la persistenza di fenomeni corruttivi, pressioni politiche e lentezza nelle riforme, aggravate dal contesto bellico. Anche Serbia e Bosnia-Erzegovina faticano a garantire efficienza e affidabilità delle istituzioni. L’Europa guarda a Est con ambizione, ma l’integrazione potrà compiersi solo se le promesse si tradurranno in riforme reali. L’allargamento è ormai una prova di credibilità, non solo di geopolitica.
USA-Cina, tregua commerciale: stop ai dazi aggiuntivi del 24%
Gli Stati Uniti e la Cina hanno stipulato un’intesa che segna un’importante deviazione nella loro guerra commerciale: la Cina estenderà per un anno la sospensione dei dazi aggiuntivi pari al 24% applicati sulle importazioni statunitensi, mantenendo però un’aliquota base del 10%. Contemporaneamente, gli USA ridurranno le tariffe “reciproche” sulle merci cinesi all’10%, in vigore dal 10 novembre. L’accordo, firmato dopo il vertice tra Donald Trump e Xi Jinping, mira a riequilibrare gli scambi e riattivare forniture strategiche, come soia e minerali critici, alleviando le tensioni che pesavano sulle catene globali.
Leonardo e Rheinmetall: primo contratto per i corazzati italiani
La joint venture tra Leonardo S.p.A. e Rheinmetall AG ha ottenuto il primo contratto per la fornitura di 21 veicoli corazzati “A2CS Combat” destinati all’Esercito Italiano, con consegna del primo mezzo prevista entro fine 2025. Il pacchetto prevede 5 unità modello Lynx KF-41 con torretta Lance e 16 mezzi configurati con torretta Hitfist 30 mm. L’accordo include anche l’aggiornamento di ulteriori 30 veicoli opzionali e sistemi di addestramento. La JV, detenuta al 50% da Leonardo e da Rheinmetall, si propone come nuovo polo strategico europeo per mezzi da combattimento.










