Due migranti sono morti e altri 14 sono in gravi condizioni dopo lo sbarco avvenuto sul molo Favarolo dell’isola. I 14 erano a bordo di un barcone intercettato a circa 16 miglia da Lampedusa, all’arrivo sono stati identificati tra i soccorsi anche una donna e cinque minorenni. L’imbarcazione – segnalata da un elicottero – trasportava 85 persone ed è stata soccorsa da motovedette della Guardia di Finanza e della Guardia Costiera. L’ipotesi è che l’inalazione di idrocarburi nel sottocoperta abbia provocato il decesso dei due migranti e le condizioni critiche degli altri. Per trasferire i feriti, sono stati mobilitati tre elicotteri, uno già operativo sull’isola e altri due in arrivo da Palermo e Pantelleria.
Cermis 1998, la tragedia che ci ricorda che l’Italia è una colonia americana
Una doppia scia di sangue lunga oltre trenta metri, vergata con violenza sulla neve candida: proprio come la frustata di un aereo che sfreccia a folle velocità sopra le case e gli alberi, facendo tremare la terra, nel cuore di una valle che era un presepe vivente e in un battito di ciglia è diventata un cimitero ai piedi delle montagne. La cabina di una funivia piena di sciatori che precipita nel vuoto da 108 metri, scivolata via da un cavo di acciaio reciso come per un colpo di forbici. In sette secondi, un tempo brevissimo ma dilatato all’infinito dal terrore e dalle grida disperate, si sfracella al suolo insieme a venti persone. Una catasta di lamiere gialle, il colore della cabina, sci, scarponi, giacche a vento, pezzi di vita schizzati ovunque e cadaveri aggrovigliati buttati alla rinfusa e senza pietà dallo schianto, diversi mutilati e irriconoscibili. Il colpo di forbici che ha tranciato la fune traente della funivia, l’alfa e l’omega della strage del Cermis, è opera di un Grumman Prowler EA-6B dell’Aeronautica militare statunitense, precisamente del corpo dei marines.
La maledizione della montagna
Un aereo da guerra che, sfrecciando con manovre spericolate e tra le risate dei piloti a bordo, ha falciato una funivia e con essa la vita di chi aveva appena finito una festosa giornata sugli sci. Il 3 febbraio 1998 la Val di Fiemme, sotto alla catena del Lagorai, ha vissuto quella che ai più è parsa una maledizione. Ventidue anni prima, il 9 marzo 1976, la funivia era infatti diventata la tomba di 41 persone (una sola sopravvissuta, Alessandra Piovesana, 14 anni), precipitate in caduta libera per l’accavallamento delle funi. Ma non c’è stata nessuna fatalità, la seconda volta. La seconda volta, la tragedia è stata attribuita alla bravata di un top gun americano, un pilota esaltato da un gioco folle insieme ai suoi colleghi, fino a quando non è venuta a galla una verità molto peggiore, molto più inconfessabile: quei voli scriteriati, quelle acrobazie senza rete dei jet americani che terrorizzavano la popolazione della valle, andavano avanti da anni nel silenzio di tutti, e il lugubre resoconto del disastro è stato la cronaca di un disastro annunciato.
Aviano, Texas
A riavvolgere il nastro di questa storia, si trova il capitano Richard Ashby che, come i suoi colleghi, è di stanza nella base di Aviano, una cittadella a stelle e strisce ai piedi delle Prealpi Carniche. L’aeroporto Pagliano e Gori, come è intitolato, è una base aerea italiana utilizzata dall’USAF, Aeronautica militare statunitense. Fu concepita, ai tempi della Guerra fredda, come un avamposto americano sui Balcani, una specie di portaerei pronta a far decollare i suoi aerei verso est. Attualmente, è una delle 111 basi militari statunitensi nel territorio del Belpaese. Ad Aviano, oltre ai cacciabombardieri F15 e altre tipologie di aerei, c’è – ormai è assodato, così come a Ghedi nel bresciano – una bella scorta di testate nucleari americane. Ci sono, tutt’oggi, anche le lamentele furibonde della popolazione locale, che non ne può più da tempo del frastuono e delle vibrazioni dei jet che sfrecciano indisturbati giorno e notte: ma come le proteste della Val di Fiemme, anche quelle dei friulani sembrano cadere perennemente nel vuoto, come un prezzo che ancora dobbiamo pagare ai nostri liberatori per un debito senza fine. Aviano è stata descritta, nel corso del tempo, come una grossa enclave yankee nel cuore del Nord-est, con più di cinquemila americani, le auto, i negozi, un panorama che ricorda più una cittadina del Texas che un tranquillo paese nella pianura veneto-friulana, compresa la lotta nel fango delle soldatesse della base, riferita da alcune cronache colorite.
“Sotto alle Alpi ci sono le palme”
Nel 1998, Aviano era il trampolino della NATO e delle forze USA per controllare i cieli della Bosnia, dopo che gli accordi di Dayton hanno lasciato spazio all’operazione Deliberate Guard, una sorta di pattugliamento aereo per garantire stabilità e sicurezza in quelle regioni dilaniate dalla guerra nei Balcani. L’anno successivo, tuttavia, dopo le recrudescenze e la spirale di tensioni, dalla stessa base di Aviano decollavano i bombardieri diretti a martellare Belgrado e la Serbia, nell’ambito dell’operazione Allied Force, nella quale il disinvolto utilizzo di bombe all’uranio impoverito ha causato malattie e morte anche tra diversi soldati del contingente italiano che ha utilizzato quei micidiali ordigni a sua insaputa. La necessità di addestrarsi ai voli in terra slava, da parte dei piloti americani di Aviano, li spingeva in quel periodo a utilizzare il cielo delle Dolomiti come una palestra naturale, sfruttando la conformazione orogeografica del territorio. Ma, molto spesso, in modo sconsiderato e pericoloso per la popolazione. I voli radenti, o a bassa quota, erano una consuetudine e un vizio dei piloti statunitensi, al punto che nella base avevano coniato il detto “sotto alle Alpi, ci sono le palme”. Evidente il significato: per i top gun del 31 Fighter Wing, la Val di Fiemme era come il deserto del Nevada: non c’era proprio nulla di cui curarsi, sotto alle ali dei loro jet. Nessuna considerazione né rispetto per la popolazione, i centri abitati e, soprattutto, la vita delle persone.
Un top gun con la valigia in mano
Quel maledetto giorno di febbraio 1998, il capitano Ashby, pilota del Prowler, era al suo ultimo volo prima di tornare negli Stati Uniti, dove si era guadagnato l’ingresso nella scuola di addestramento dei caccia bombardieri F18 per le sue eccelse qualità alla cloche. Al suo fianco, il navigatore Joseph Schweitzer – che per una strana coincidenza aveva un cognome praticamente uguale a quello di Carlo Schweizer, il manovratore della cabina della funivia precipitata nel 1976 e unico colpevole del disastro, condannato per aver disattivato i sistemi di sicurezza al fine di velocizzare l’impianto. William Raney e Chandler, Electronic Warfare Officers, completavano l’equipaggio dell’aereo che era considerato il migliore al mondo nella guerra elettronica, sia per accecare i radar e le difese aeree. Caratteristica del Prowler la copertura in oro della cabina, per proteggere dalle radiazioni emesse e ricevute.
Un proiettile sopra le case
Il volo è in programma alle 13.30, ma il Prowler decolla da Aviano solo alle 14.36. Il motivo del ritardo racconta molto di questa storia cupa: proprio Ashby, al momento di accendere i motori, si ricorda di aver dimenticato il nastro per la telecamera VHS con cui ha intenzione di riprendere il volo, così scende dall’aereo per andare a recuperarla, poi monta la telecamera. Un’abitudine, tra i piloti, o forse un vizio, quello di registrare acrobazie e piroette, imprese da condividere con i colleghi davanti a una birra. Un barilotto di birra pare infatti fosse il premio più in voga nelle scommesse tra i piloti di Aviano per chi compiva l’impresa più ardita e sfacciata. E la più ardita e sfacciata di tutte, la sfida delle sfide, era proprio quella di passare a velocità supersonica sotto ai cavi della funivia, in una sfida di abilità che metteva a rischio la vita delle persone.
Al Prowler viene assegnata la rotta Easy 10, una delle dieci disponibili per i voli di addestramento a bassa quota, che sarebbe una specie di cerchio intorno alle Dolomiti: da Aviano a Cortina d’Ampezzo, poi scendendo verso Ponte di Legno, Casalmaggiore e risalendo verso Riva del Garda, Marmolada e ritorno in Friuli. Ma quando arriva sopra alla Val di Fiemme, Ashby cala vistosamente la quota di volo e la inforca come un rettilineo, al termine del quale c’è la funivia, il “giocattolo” dei top gun di Aviano. Passato il lago di Stramentizzo, il Prowler si abbassa al punto da sorvolare i campanili e le case, già sotto la quota di volo. Non c’è contatto radio, non è previsto dal tipo di volo, ma quando sorvola Molina di Fiemme, il Prowler è già fuori rotta di oltre otto miglia, inspiegabilmente e forsennatamente. Gli americani, dopo, negheranno che lo fosse. Un proiettile lanciato a filo di terra nel cielo del Trentino: viaggia a mille chilometri all’ora e molto sotto la quota di 1000 piedi, ossia 300 metri, fissata proprio dal piano di volo. Per capirci: molto sotto all’altezza minima e molto oltre la velocità massima consentita. Poco dopo una voce dentro l’abitacolo dice “bersaglio in vista” e tutto succede in un baleno. Ashby ha portato il Prowler verso i tiranti della funivia per passarci sotto, nel suo gioco irresponsabile, ma a quella velocità non può vedere la cabina della funivia che sta scendendo e si abbassa verso destra. Il pilota tira bruscamente la cloche per effettuare una brusca e disperata virata a sinistra, ma non può evitare il devastante impatto: l’ala destra del Prowler colpisce il cavo portante della funivia, col timone di coda sbatte contro quello trainante, col jet ormai radente al suolo. Marino Costa, il manovratore dell’altra cabina che saliva vuota e che viene bloccata dal frantumarsi dell’impianto, rimane appeso nel vuoto finché i vigili del fuoco non riescono a tirarlo giù.
Nascondere le prove
Sono le 15.12: dal Prowler arriva ad Aviano una richiesta di atterraggio di emergenza che si verifica alle 15.35. La cabina non aveva toccato terra, sfracellandosi, che l’aereo era già lontano oltre un chilometro e volava via come se non fosse successo nulla. Arriva alla base friulana gravemente danneggiato, un pezzo di coda viene poi ritrovato nei pressi dell’abitato di Masi. Iniziano subito le operazioni di insabbiamento: Ashby fa sparire il nastro VHS con la registrazione del volo e fa sparire anche la scatola nera, peccato che per farlo non spenga il circuito elettrico, quindi tutti i dati sono cancellati per sempre. Per i carabinieri prontamente inviati agli hangar di Aviano, però, non è difficile capire che il responsabile della tragedia è quel Prowler che fanno appena in tempo a fotografare, prima di essere allontanati dai marines con le armi spianate: la base è italiana e gli americani sono teoricamente ospiti, ma gli uomini dell’Arma devono cedere e allontanarsi. Quando i magistrati italiani nei giorni successivi arrivano ad Aviano AB scendendo da un elicottero, forse per dare il senso della gravità dei fatti, trovano il Prowler già pronto per essere smontato, e con resti della fune di acciaio che teneva la cabina nell’ala e nell’impennaggio di coda, oltre a tracce della canapa con cui erano rivestiti i cavi. Le prove schiaccianti del delitto.
Il “club dei mille”
Nei giorni del dolore e della rabbia che seguono emerge il quadro inquietante di top gun che per abitudine e per gioco sfidano il pericolo e mettono a repentaglio l’incolumità dei civili. Si viene a sapere che ad Aviano c’è il “club dei mille”, ossia un’allegra combriccola di piloti che si vanta di passare a mille chilometri all’ora sotto ai cavi delle funivie. Va precisato che per le regole in vigore in Italia, la quota minima per questi jet è di 2000 piedi, ossia 600 metri circa, e 450 nodi (830 km/h). Nel momento dell’impatto contro la funivia del Cermis, l’aereo americano viaggiava a meno di 100 piedi (alcuni testimoni lo hanno visto sfrecciare a 70 metri) e 540 nodi, ossia 1000 chilometri all’ora. Ci sarebbe stato, peraltro, un accordo tra le autorità italiane e quelle americane che escludeva i voli di addestramento a bassa quota per le truppe impegnate in Italia nell’operazione Deliberate Guard: proprio come il Prowler pilotato da Ashby. Il divieto era previsto dalla nota SMA 175 del 21 aprile 1997 (citata anche dalla relazione della Commissione di inchiesta incaricata di indagare sul disastro).
“Qui la gente ha paura”
La tragedia che ha spazzato via la vita di cittadini tedeschi, belgi, polacchi (la vittima più giovane è il 14enne Philip Strzelczyk), austriaci e un olandese, oltre a tre italiani, scoperchia una lunga serie di denunce e richieste di intervento non ascoltate. Da una decina di anni gli abitanti della Val di Fiemme denunciavano i passaggi di quei jet, troppi e troppo bassi. Qualcuno ha anche segnalato la caduta di pietre dalla catena del Latemar, perché gli aerei sfrecciano così forte e così vicini da far tremare le montagne. Si contano 73 tra denunce e segnalazioni e diversi cittadini hanno scritto al 3° Stormo dell’Aeronautica di Verona per lamentarsi. La risposta è salomonica: «Ha il numero di serie dell’aereo?», ossia il numero di targa di un apparecchio che vola a quasi trecento metri al secondo. Senza mezzi termini, dicono «qui la gente ha paura». Le acrobazie funamboliche e i passaggi sotto ai cavi della funivia erano noti a tutti, da anni, tanto che il presidente della Provincia di Trento, Carlo Andreotti, aveva scritto al governo per chiedere un divieto di sorvolo dei centri abitati (allora al capo del governo vi era Romano Prodi, alla Difesa Beniamino Andreatta e ai Trasporti Carlo Burlando). La lettera è del 22 agosto 1996, due anni prima della strage. Andreatta gli ha risposto dopo quattro mesi dicendo in sostanza che i voli a bassa quota sono indispensabili per l’addestramento e che è sostanzialmente colpa dell’eccessiva antropizzazione del territorio montano italiano, troppo popolato per non creare disagi. Vietare i voli è fuori discussione, scrive il ministro. Al massimo l’Aeronautica si può impegnare per disturbare meno possibile.
Colpo di spugna e giurisdizione americana
Fatto sta che per guasti, avarie e atterraggi sbagliati, tra gennaio 1990 e giugno 1994 in Italia ci sono stati 26 incidenti per voli militari. Dal 1919, su 135 incidenti aerei verificatisi in Italia, 42 sono imputabili a velivoli militari: uno ogni 2 anni. Nei tre mesi precedenti la strage del Cermis (che qualcuno ha ribattezzato la strage dei top gun), si sono contati 499 voli a bassa quota, 84 dei quali in Trentino. Lo stesso Prowler pilotato da Ashby ha effettuato 11 voli radenti in sei mesi, prima dello schianto contro la funivia. Per il caso, come si era intuito dalle prime fasi, è in arrivo un gigantesco colpo di spugna. Non senza motivo, a caldo dopo la tragedia, il generale Wesley Clark, all’epoca comandante in capo delle forze USA in Europa, dichiarò che il volo del Prowler «era una missione nazionale statunitense». Il motivo è semplice: Clark aveva messo le mani avanti, invocando l’applicazione della Convenzione di Londra del 1951, ratificata dall’Italia nel 1955 (legge 1335, articolo 7). La quale prevede per i militari NATO «l’esenzione dalla giurisdizione dello Stato territoriale per reati realizzati nello svolgimento di mansioni ufficiali». In poche parole, il capitano Ashby e il navigatore Schweitzer (gli altri due membri dell’equipaggio furono subito prosciolti) avevano diritto di essere processati e giudicati negli Stati Uniti, nonostante il fatto che tutto sia successo in Italia e che la Procura di Trento avesse ipotizzato i reati di disastro, omicidio colposo plurimo e attentato colposo alla sicurezza dei trasporti.
Corte marziale: assolti e felici
Davanti alla Corte marziale riunita a Camp Lejeune, in North Carolina, Ashby e il navigatore furono processati per violazione dei propri doveri, danno colposo a proprietà militare (l’aereo), danno colposo a proprietà non militare (la funivia), strage e omicidio colposo. Mentre il procuratore colonnello Daugherty fece una requisitoria severissima sulla condotta di Ashby, l’avvocato dei piloti disse che le manovre erano state “ragionevoli”. Il primo fu assolto, la posizione del secondo fu archiviata. Schweitzer ammise poi la distruzione del nastro con la registrazione del volo e patteggiò per l’accusa di intralcio alla giustizia e complotto per nascondere materiali probatori per cui Ashby fu invece condannato a sei mesi di reclusione (ne ha scontati 4 e mezzo) e radiato con disonore dal corpo dei marines. Nel 2008 ha chiesto l’annullamento del provvedimento per non perdere la pensione.
L’inchiesta americana ha appurato che prima di quel giorno non aveva mai effettuato sorvoli a bassa quota in Italia e che né lui né i suoi colleghi avessero bisogno di quell’addestramento, evidentemente doveva essere proprio un volo-premio da ricordare portandosi via negli Stati Uniti il VHS dell’“impresa”. Dopo il verdetto americano, il Manifesto ha titolato «Sono morti di freddo», mentre Massimo D’Alema, diventato nel frattempo presidente del Consiglio, si espresse così sulla decisione dei giudici statunitensi: «Non commento le sentenze in Italia, figuratevi se lo faccio con quelle americane». Incontrando poi poco dopo Bill Clinton, ospite a Roma in quei giorni, come se nulla fosse successo.
Pedemontana Veneta: 12 indagati per inquinamento delle falde acquifere
La Procura di Vicenza ha chiuso le indagini sulla Superstrada Pedemontana Veneta, l’arteria a pagamento lunga 95 km che attraversa le province di Treviso e Vicenza, accusando 12 persone, tra manager del Consorzio SIS, amministratori della Strada Pedemontana Veneta S.p.A., direttori tecnici e responsabili di cantiere, di inquinamento ambientale e omessa bonifica. Le indagini riguardano i lavori svolti dal 28 giugno 2021 al 23 gennaio 2024 per le gallerie di Malo e di Sant’Urbano (Vicenza). Secondo l’accusa, nelle opere è stato impiegato un additivo per cemento contenente PFBA (un composto della famiglia dei Pfas), in concentrazioni superiori a quanto consentito, provocando contaminazione delle acque superficiali e sotterranee nei comuni di Castelgomberto, Malo, Montecchio Maggiore, Isola Vicentina e Costabissara. La Regione Veneto, tramite l’ARPAV, segnala di aver attivato controlli e monitoraggi ambientali fin dall’inizio dell’opera e di avere trasmesso a luglio 2025 uno studio di impatto ambientale al Ministero.
“No Kings”, in milioni a manifestazioni contro Trump negli USA
Negli Stati Uniti si è svolta una giornata di proteste su larga scala organizzata con lo slogan “No Kings”, in oltre 2.600 località di tutti i 50 Stati. Secondo gli organizzatori 7 milioni di persone manifestato contro le politiche dell’amministrazione Trump che vengono definite “autoritarie” e contro lo shutdown governativo. Le proteste fanno riferimento al presidente come a un “re” non eletto e hanno chiesto un ritorno ai princìpi democratici tradizionali, citando in particolare misure su immigrazione, uso della forza e diritti civili. Le manifestazioni sono rimaste pacifiche, mentre da parte del partito repubblicano sono arrivate accuse di radicalismo e antinazionalismo nei confronti dei partecipanti. Trump ha risposto alle mobilitazioni definendole “contro l’America”. Su Truth Social ha poi condiviso un video creato con l’Intelligenza artificiale in cui lo stesso presidente lancia letame sui manifestanti.
Rapina al Louvre: museo chiuso e indagini in corso
Una rapina è avvenuta nelle prime ore di oggi al Museo del Louvre di Parigi. Il ministero della Cultura francese ha confermato l’accaduto, precisando che non sono al momento noti i dettagli né se oggetti siano stati effettivamente trafugati. Stando a quanto riferito dai media, i malviventi si sarebbero introdotti nel museo nei primissimi momenti dell’apertura, mentre cominciavano ad arrivare i primi visitatori. Secondo quanto riportato da Le Parisien, i ladri avrebbero rubato nove pezzi della collezione di gioielli di Napoleone e dell’Imperatrice. Tuttavia, le circostanze del colpo sono ancora poco chiare e non è stato confermato il bottino del colpo. Il museo resterà chiuso per l’intera giornata di domenica, mentre la polizia ha avviato le indagini sul luogo.
Bosnia, nominata presidente ad interim nell’entità serba
Il parlamento della Republika Srpska (entità a maggioranza serba della Bosnia-Erzegovina) ha nominato Ana Trišić Babić presidente ad interim in sostituzione di Milorad Dodik, dopo che nel agosto scorso a quest’ultimo era stato revocato il mandato a seguito di una condanna a un anno di reclusione e sei anni di interdizione politica per disobbedienza perpetua alle delibere dell’Alto Rappresentante internazionale in Bosnia ed Erzegovina. La nomina è avvenuta con 48 voti favorevoli e 4 contrari. Trišić Babić rimarrà in carica fino alle elezioni anticipate del 23 novembre.
Israele continua a fare a pezzi la tregua: strage di civili e valico di Rafah ancora chiuso
La tregua tra Israele e Hamas, concordata nove giorni fa a Sharm el Sheik, appare già compromessa. Nella notte di venerdì, l’esercito israeliano ha colpito un autobus nel quartiere di Zeitoun, a Gaza City, uccidendo undici persone, tra cui donne e bambini. Un portavoce dell’agenzia di protezione civile palestinese, Mahmoud Bassal, ha riferito alla BBC che i morti appartengono tutti a una stessa famiglia, che stava rientrando in città per controllare la propria casa. L’esercito israeliano ha confermato di avere colpito il bus, sostenendo che si trattasse di un veicolo sospetto. L’episodio è avvenuto mentre dovrebbe essere in corso un cessate il fuoco, parte dei primi accordi di pace mediati dagli Stati Uniti. Hamas ha denunciato che Israele ha violato l’accordo di cessate il fuoco, in vigore dal 10 ottobre, 47 volte, con attacchi contro la popolazione che hanno causato la morte di 38 persone.
In una dichiarazione ufficiale, il governo di Gaza parla di «attacchi deliberati» e «crimini di fuoco diretto contro i civili». Secondo Hamas, l’esercito israeliano continua a operare con carri armati e droni in diverse aree della Striscia, in violazione del diritto internazionale umanitario. Nonostante l’intesa, i raid israeliani sono, infatti, proseguiti in diverse aree della Striscia e il valico di Rafah, principale punto di passaggio verso l’Egitto e fondamentale per gli aiuti umanitari, resta chiuso «fino a nuovo avviso», su ordine del governo israeliano, aggravando una situazione umanitaria già drammatica. La chiusura del valico ritarderà la consegna delle salme degli ostaggi che Hamas deve restituire a Israele in virtù dell’accordo di cessate il fuoco, ha commentato lo stesso movimento di resistenza islamico. Intanto, La Croce Rossa ha informato l’esercito israeliano che Hamas ha consegnato due bare, contenenti i corpi di due ostaggi uccisi. I resti saranno trasferiti all’istituto forense Abu Kabir di Tel Aviv per l’identificazione. Da parte di Israele, l’ufficio del premier israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito che Hamas deve rispettare gli impegni dell’accordo e ha specificato che «non si farà sconto» sulla restituzione delle salme degli ostaggi. Netanyahu ha annunciato in queste ore che si candiderà alle elezioni del novembre 2026 e che si aspetta di vincerle. Al canale televisivo di destra Channel 14, il premier israeliano ha anche dichiarato che la guerra a Gaza terminerà solo una volta completata la seconda fase della tregua in corso, che prevede il disarmo di Hamas. Hamas, dal canto suo, ribadisce di non volersi disarmare e di voler mantenere il controllo della Striscia. Lo ha dichiarato in un’intervista pubblicata sul sito dell’agenzia Reuters dal dirigente di Hamas Mohammed Nazzal. Questi ha inoltre assicurato che il gruppo non ha alcun interesse a trattenere i corpi rimanenti degli ostaggi israeliani deceduti, confermando che esistono, però, problemi di reperimento e aggiungendo che attori internazionali come la Turchia o gli Stati Uniti avrebbero contribuito alle ricerche, se necessario.
Mentre sul terreno, la tregua si dissolve tra accuse incrociate e un numero crescente di vittime, da Washington il presidente Donald Trump ha rinnovato la minaccia di intervenire militarmente contro Hamas se lo spargimento di sangue persiste a Gaza: «Non avremo altra scelta che entrare e ucciderli» ha scritto in un post su Truth Social. La Casa Bianca non ha fornito chiarimenti e il leader statunitense non ha spiegato come vorrebbe attuare il suo avvertimento. Trump ha poi chiarito che non invierà truppe statunitensi a Gaza: «Non saremo noi», ha spiegato il tycoon in uno scambio con i giornalisti alla Casa Bianca. «Non dovremo farlo. Ci sono persone molto vicine, molto vicine, che entreranno e faranno tutto molto facilmente, ma sotto i nostri auspici». Intanto, il Dipartimento di Stato statunitense ha diffuso un avvertimento basato su «informazioni attendibili» su un presunto piano di Hamas per colpire civili palestinesi, nella Striscia di Gaza, in violazione del cessate il fuoco. Nella breve nota del Dipartimento di Stato USA si legge che tale violazione comprometterebbe i progressi ottenuti grazie ai mediatori (Qatar, Turchia, Egitto) e che in tal caso saranno adottate «misure per proteggere la popolazione di Gaza». A Hamas viene chiesto di «rispettare gli impegni» secondo «i termini del cessate il fuoco». Nella nota non ci sono, però, dettagli sul possibile attacco, gli obiettivi o il luogo.
Hamas ha respinto le accuse, definendole “false” e «in linea con la propaganda israeliana». In un comunicato diffuso da Al Jazeera, il gruppo accusa Washington di fornire copertura ai «crimini dell’occupazione» e ha invitato la Casa Bianca a concentrarsi, invece, sulle violazioni israeliane del cessate il fuoco. L’avvertimento del Dipartimento di Stato arriva, infatti, dopo le ultime minacce di Trump a Hamas, delineando una narrazione univoca che sposta l’attenzione dalla responsabilità di Israele, che continua a colpire obiettivi civili, a un fantomatico disegno islamista non documentato. In questo modo, gli Stati Uniti si pongono sul piano internazionale come architetti della pace, presentandosi come arbitri neutri, mentre in realtà legittimano le azioni militari israeliane, ignorando apertamente le vittime palestinesi dall’entrata in vigore della tregua. Il risultato è che la promessa di cessate il fuoco si traduce ogni giorno in una realtà fatta di bombardamenti, morti tra i civili e silenzi diplomatici. Quello che avrebbe dovuto segnare un punto di svolta per avviare un percorso politico e alleviare la crisi umanitaria nella Striscia di Gaza oggi appare in stallo. La comunità internazionale osserva con preoccupazione, ma senza il coraggio di compiere passi concreti: l’accordo rischia così di restare una parentesi sospesa tra la guerra e una pace che continua a esistere solo sulla carta.
Pakistan e Afghanistan concordano cessate il fuoco immediato
Dopo due settimane di combattimenti lungo il confine, Islamabad e Kabul hanno concordato un cessate il fuoco immediato, mediato dal Qatar. Lo ha annunciato il ministero degli Affari Esteri del Qatar, dopo che almeno 10 persone sono state uccise in attacchi aerei pakistani dopo una precedente tregua. La violenza tra i due Paesi vicini è aumentata dall’inizio di questo mese, con ciascuna delle parti che sostiene di rispondere alle aggressioni dell’altra. L’intesa prevede la creazione di meccanismi di cooperazione e dialogo per prevenire nuove escalation e favorire una stabilità duratura nella regione. Il governo pakistano e quello afghano si sono impegnati a proseguire il confronto diplomatico, mentre Doha continuerà a svolgere un ruolo di garante del processo di pace.
Giochi Milano-Cortina: emesse 16 interdittive antimafia per imprese interessate ai lavori
Un’importante operazione di prevenzione amministrativa antimafia ha sbarrato la strada a sedici aziende, la maggior parte edili, che puntavano ad accedere agli appalti per le opere infrastrutturali delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 e alla ricostruzione post-sisma nell’Italia Centrale. I provvedimenti di interdizione sono stati emessi ieri, venerdì 17 ottobre, dalla Struttura per la prevenzione antimafia del Viminale guidata dal prefetto Paolo Canaparo, e sono scattati dopo accertati «collegamenti diretti con esponenti della criminalità organizzata in grado di incidere sulle scelte imprenditoriali». Le misure disposte mirano a impedire che capitali illeciti delle organizzazioni criminali trovino accesso agli appalti e ai finanziamenti pubblici più consistenti. Sono ormai numerosi gli indicatori che, nel corso del tempo, hanno confermato il grande interesse mafioso per le opere legate ai Giochi olimpici.
Le aziende interdette – attive principalmente nel settore edile e in prevalenza con base al Sud – avevano tutte fatto richiesta di iscrizione nell’Anagrafe Antimafia degli Esecutori, passo obbligatorio per partecipare a gare pubbliche di tale portata. La mappatura geografica delle sedi sociali è assai eloquente: ben sette imprese hanno sede nella provincia di Foggia, due in quella di Caserta, altrettante in provincia di Catania e una ciascuno nelle province di Torino, Teramo, Modena, Lecco e Ancona. Questo dato conferma il forte interesse dei clan, non solo pugliesi della Sacra Corona Unita, ma anche di mafia, camorra e ‘ndrangheta, per i capitali legati a grandi eventi e alla ricostruzione. Le indagini della struttura del Viminale hanno portato alla luce un quadro di compromissione preoccupante. Dall’analisi sono emerse «connivenze, alleanze e accordi di mutua convenienza, legami parentali e frequentazioni assidue con esponenti di clan» attraverso cui le organizzazioni criminali «da un lato esercitano sempre di più una illecita pressione ed ingerenza sul tessuto socio-economico, e dall’altro rafforzano la capacità di infiltrare e condizionare la rete produttiva anche ricorrendo a forme di intimidazione ed estorsione». Non si tratta quindi di mere suggestioni, ma di legami strutturati e pericolosi, in grado di alterare la concorrenza e il mercato.
Con i sedici provvedimenti firmati dal prefetto Canaparo, salgono a 40 le interdittive disposte nei primi dieci mesi del 2025. Un numero in netta crescita: nel 2024, infatti, le interdittive erano state 26, mentre nel 2023 se ne contavano 19. Accanto alle sedici interdittive, l’operazione ha incluso anche due provvedimenti di cosiddetta “prevenzione collaborativa” della durata di un anno, emessi nei confronti di altre due imprese di Foggia interessate ai lavori di ricostruzione post-terremoto. In questi casi, i tentativi di infiltrazione e di agevolazione dei clan pugliesi accertati dal Gruppo interforze antimafia sono stati ritenuti occasionali. Scaduti i dodici mesi, se le verifiche non evidenzieranno altri tentativi di infiltrazione mafiosa, le due imprese potranno ottenere una liberatoria. Diversamente, riceveranno a loro volta un’interdittiva.
Non è la prima volta che scatta il campanello dall’allarme sulle strategie mafiose di attacco ai lavori per i Giochi. A giugno, nella sua ultima relazione al Parlamento, la Direzione Investigativa Antimafia aveva segnalato il rischio concreto di infiltrazioni mafiose nei cantieri delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026. Uno dei 50 provvedimenti antimafia emessi nel 2024 in Lombardia ha infatti colpito una società edile milanese coinvolta nella costruzione di un parcheggio interrato a Sondrio, opera inserita nel piano olimpico. Gli amministratori dell’azienda sono risultati legati a cosche della ‘Ndrangheta. La DIA ha sottolineato come la criminalità organizzata, in particolare quella calabrese, stia cercando di sfruttare i grandi eventi per penetrare nell’economia legale e negli appalti pubblici.
Lo scorso febbraio, la Prefettura di Verona aveva emesso un’interdittiva antimafia nei confronti di due aziende del settore delle costruzioni che puntavano a partecipare agli appalti per le Olimpiadi invernali. Secondo quanto ricostruito dagli uffici della Prefettura scaligera, le due società – con sede legale a Verona e Legnago – avrebbero infatti avuto connessioni con personaggi organicamente attivi in un network ‘ndranghetista che da tempo operava nel territorio veronese. Nel 2022, inoltre, era stato arrestato a Milano Pietro Paolo Portolesi, presunto affiliato alla ’Ndrangheta, con l’accusa di trasferimento fraudolento di beni e valori. Una delle sue società aveva partecipato alla gara per lo smaltimento delle macerie nel cantiere del villaggio olimpico di Porta Romana, a Milano.
Firenze, migliaia in piazza con gli operai della ex GKN
Sarebbero almeno diecimila, secondo gli organizzatori, le persone scese in piazza a Firenze con il collettivo di fabbrica della ex GKN, per chiedere l’avvio del Consorzio industriale nella fabbrica di Campi Bisenzio al fine di reindustrailizzare lo stabilimento. Il consorzio era stato approvato in estate, ma non è mai partito perchè non sono state fatte le nomine. Insieme agli operai della ex GKN, da 7 mesi in disoccupazione, vi sono persone arrivate da tutta Italia. Alcuni momenti di tensione sono stati registrati quando un gruppo corteo ha deviato dal percorso entrando in aeroporto, dove ha trovato il cordone delle forze dell’ordine.






