lunedì 5 Gennaio 2026
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Leoncavallo: perché rimaniamo sempre soli di fronte al potere

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Oggi leggo del Leoncavallo. Confesso, ne so troppo poco. Tuttavia mi sento di dire che la buona democrazia deve sempre tenere accesi i fuochi che la insidiano, deve amare chi non è d’accordo, e nello stesso tempo deve diventare rauca a forza di urlare le sue ragioni.

Deve, come in una buona nave, tenere pronti i salvagente, sentire le urla di chi ha bisogno, salvare anche i presunti propri nemici.

La democrazia infatti ha perfino qualcosa di religioso. Non è d’accordo, non condivide, non farebbe la stessa cosa al loro posto, ma rimane paziente, forte delle proprie ragioni, determinata e generosa nell’ intendere.

C’è chi chiama cultura tutto questo, un macrocosmo colmo di contraddizioni che sa ospitare i microcosmi di ognuno, consapevole, raziocinante.

L’oppressione mai. La repressione quasi mai. Perché? Perché si deve essere drastici se la gente corre rischi ma col dissenso ci vuole un capitale di ascolto e di autocritica. Infine, la fermezza, il no autorevole, soltanto quando non c’è altra soluzione.

La democrazia deve rivendicare i diritti di tutti, deve rappresentarli, anche quelli che non piacciono.

Niente paternalismi beninteso ma dialettica, tempo, tempi e spazi da dedicare a capirsi perché capire è il risultato sempre vincente, perché deliberare con ragione e non con spirito di vendetta è la vera gloria di chi governa con intelligenza.

Salvaguardate le minoranze pensanti e avrete le maggioranze con voi, anche quelle silenziose.

Sempre che vi interessi il vostro Paese e non soltanto la vostra ragione di parte, il vostro partito preso.

Voi che governate lasciate spazio al disaccordo, tollerate la disobbedienza, siate garanti di chi dissente, soprattutto se rappresenta parte del nostro futuro.

Altrimenti noi governati, che la pensiamo in un modo o nell’altro, ci sentiremo sempre soli, frustrati e incazzati, e daremo inevitabilmente ragione a Michel Foucault: sorvegliare senza punire? Impossibile. 

Dichiarazioni di Salvini contro Macron: Eliseo richiama ambasciatrice italiana

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Il governo francese ha convocato l’ambasciatrice italiana Emanuela D’Alessandro per protesta contro le «inaccettabili dichiarazioni» del vicepremier Matteo Salvini sul presidente Macron. Salvini ha infatti attaccato ripetutamente il leader francese in merito al progetto di un esercito di Volenterosi per l’Ucraina, suggerendo sarcasticamente che si recasse personalmente a Kiev con «caschetto» e «giubbetto», mentre era in corso il vertice di Washington tra i leader UE e Trump. Parigi ha definito le dichiarazioni del leghista in contrasto con lo storico rapporto di fiducia tra i due paesi alleati, attendendo invano una presa di distanza ufficiale da Roma.

Pieve del Grappa: la battaglia dei cittadini contro l’antenna 5G

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A Pieve del Grappa, un piccolo Comune in provincia di Treviso, la costruzione di una grande antenna 5G ha scatenato le proteste dei residenti. La comparsa del cantiere, avviato lo scorso primo agosto, ha rappresentato un colpo basso per la cittadinanza, che ha scoperto l’intervento solo a lavori già iniziati, senza alcuna comunicazione preventiva. L’impianto, alto 29 metri, è stato progettato in una zona densamente popolata, a pochi passi da scuole e residenze familiari. Preoccupati per i possibili rischi per la salute, i cittadini si sono organizzati nel “Comitato Antenna Pieve del Grappa”, chiedendo la sospensione immediata dei lavori e una valutazione pubblica sull’impatto ambientale e sanitario dell’opera.

La costruzione di una antenna 5G in via Montenero a Crespano del Grappa, iniziata il 1° agosto 2025, ha scatenato una mobilitazione cittadina contro l’impianto. La società Cellnex, operante nel settore delle telecomunicazioni, ha ottenuto il permesso di installare una stazione radio base (SRB) per potenziare la rete mobile in una zona che, pur non mancando di copertura per la telefonia, è carente nella velocità di trasmissione dei dati. Accertata l’indisponibilità di suoli pubblici idonei, la società ha trovato un accordo con un privato in via Montenero per l’installazione su suo terreno. La Conferenza dei Servizi, convocata dal Comune, ha raccolto pareri positivi da tutti gli enti competenti, ovvero Arpav, Soprintendenza e Contarina. Il SUAP (Sportello Unico per le Attività Produttive), avendo «accertato il rispetto di tutte le regole», ha quindi concesso l’autorizzazione il 29 maggio 2025. Così, poco più di due mesi dopo, sono iniziati i lavori.

Il punto cruciale della protesta risiede nel fatto che questo intervento, seppur legalmente autorizzato, è stato condotto senza che la popolazione residente fosse informata o coinvolta in alcuna fase del processo decisionale, nonostante l’alto impatto paesaggistico e la prossimità delle abitazioni all’antenna in costruzione. I cittadini, costituitisi in comitato, contestano non solo il metodo ma anche il merito, chiedendo la rilocalizzazione dell’infrastruttura in un’area meno impattante. «Siamo fermamente convinti che un apparecchio che genera forti campi elettromagnetici a poca distanza dalle case in cui vivono anche bambini o adolescenti sia assolutamente da evitare, e siamo altresì convinti che un’opera simile vada a penalizzare gli immobili e i terreni adiacenti che potrebbero subire una svalutazione economica considerevole – hanno scritto i residenti in una nota subito dopo avere scoperto il cantiere –. Crediamo inoltre che in zona siano presenti aree e siti con impatto minore dal punto di vista paesaggistico, lontane dalle abitazioni, più adatte ad una simile installazione». I consiglieri di opposizione hanno presentato un’interrogazione sul tema, chiedendo al sindaco di fornire la cronistoria del procedimento e l’iter seguito dagli uffici comunali al fine di rilasciare l’autorizzazione, l’apertura di un tavolo di confronto tecnico-partecipativo con la cittadinanza e l’eventuale sospensione dei lavori ove ne ricorressero i presupposti.

La disputa si inserisce in un quadro normativo nazionale che limita fortemente il potere di intervento degli enti locali. La Legge Gasparri del 2004 e il recente innalzamento dei limiti elettromagnetici a 15 V/m (L. 214/2023) hanno infatti centralizzato le autorizzazioni, riducendo gli spazi di manovra dei Comuni. Tuttavia, alcuni enti locali come Comano Terme e Roncade sono riusciti a ottenere risultati favorevoli ricorrendo al TAR o avviando trattative, dimostrando che una via di opposizione, seppur complessa, esiste. Nel frattempo, il comitato prende di mira anche la prima cittadina del Comune, Annalisa Rampin. «La Sindaca ha incontrato la cittadinanza, spiegando inizialmente di non poter intervenire sulla questione; successivamente, a fronte della crescente pressione dei cittadini, ha dichiarato, in via informale, di aver preso contatti con la ditta responsabile dell’impianto, annunciando possibili trattative e rassicurando che i lavori si sarebbero interrotti dopo la gettata di cemento – hanno scritto in un comunicato i cittadini, riunitisi in un comitato –. Ad oggi, però, tali impegni non hanno trovato riscontro nei fatti: i lavori non solo non si sono fermati, ma stanno proseguendo anche con l’installazione degli impianti». Una circostanza che, proseguono i membri del gruppo, «aumenta la sfiducia dei residenti e la determinazione del comitato a chiedere con forza chiarezza, trasparenza e rispetto per la comunità». La crescente indignazione ha portato a una raccolta firme sfociata finora in oltre 300 sottoscrizioni.

Ampliando lo sguardo sullo scenario italiano, si può constatare come, tre anni dopo l’avvio del Piano Italia 5G, la promessa di una connessione ultraveloce per tutti si è scontrata con la realtà: sulla base dei dati diramati a luglio, a un anno dalla scadenza fissata dal PNRR, è infatti stato completato solo il 38,63% delle aree da coprire. I cantieri si muovono al rallentatore tra contenziosi legali e un braccio di ferro tra Inwit, cui è stato affidato il progetto, e i Comuni sul canone d’affitto per le antenne. In molte regioni si diffondono progressivamente le proteste dei comitati e delle associazioni. Lo scorso settembre, la Regione Toscana ha inoltre avviato un’indagine incentrata sui potenziali effetti dei campi elettromagnetici prodotti dalle nuove antenne 5G, commissionandola all’Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpat) e all’Agenzia regionale di Sanità (Ars) della Toscana. In particolare, l’analisi si propone di indagare se e in quale misura tali impianti possano rappresentare un rischio per la salute, con particolare riguardo all’incidenza di malattie come i tumori.

Gaza, prosegue il massacro: almeno 34 palestinesi uccisi dall’alba

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Dall’alba, nella Striscia di Gaza, almeno 34 palestinesi sono rimasti uccisi a causa dei raid israeliani. Tra questi, otto sono stati assassinati mentre erano in cerca di aiuti. In particolare, quattro bambini sono stati uccisi e molti altri sono rimasti feriti in un attacco aereo israeliano nel Sud di Khan Younis, riferiscono fonti ospedaliere a Gaza. I bambini sono stati raggiunti dal fuoco israeliano mentre si riparavano in tende per i palestinesi sfollati. Nel frattempo, il ministero della Salute di Gaza riferisce che nelle ultime 24 ore sono 71 le persone uccise in attacchi israeliani nella Striscia.

Draghi: “Nel nuovo equilibrio geopolitico l’Europa non ha più peso”

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In un discorso senza precedenti davanti al pubblico del Meeting di Rimini, Mario Draghi ha lanciato un severo monito sull’irrilevanza geopolitica dell’Unione Europea nel nuovo scenario mondiale. L’ex Presidente del Consiglio e della BCE ha infatti esposto un’analisi spietata, dipingendo un’Unione Europea isolata dai grandi attori globali, costretta a subire decisioni altrui e incapace di difendere i propri interessi e valori sul palcoscenico internazionale. Sia nel complicato scacchiere bellico, con un ruolo definito «marginale» nelle trattative sul conflitto russo-ucraino e «da spettatrice» davanti ai massacri di Gaza, sia in quello economico, caratterizzato da uno spirito di «rassegnazione» di fronte all’imposizione dei dazi da parte di Donald Trump.

Nel suo intervento al festival di Comunione e Liberazione, Draghi ha affermato senza mezzi termini che «per anni l’Unione Europea ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e nelle relazioni commerciali internazionali», ma che il 2025 «sarà ricordato come l’anno in cui questa illusione è evaporata». La prova di questa evaporazione è sotto gli occhi di tutti: l’Europa si è dovuta «rassegnare ai dazi imposti dal nostro più grande partner commerciale e alleato di antica data, gli Stati Uniti» ed è stata spinta dallo stesso alleato ad «aumentare la spesa militare» in «forme e modi che probabilmente non riflettono l’interesse dell’Europa».

Il Vecchio Continente è ridotto a spettatore anche nei teatri di crisi più cruciali. «L’Unione Europea, nonostante abbia dato il maggior contributo finanziario alla guerra in Ucraina, e abbia il maggiore interesse in una pace giusta, ha avuto finora un ruolo abbastanza marginale nei negoziati per la pace», ha ricordato Draghi, aggiungendo che è stata «spettatrice» anche «quando i siti nucleari iraniani venivano bombardati e il massacro di Gaza si intensificava». Nemmeno la Cina considera l’Europa un partner paritario, dal momento che «usa il suo controllo nel campo delle terre rare per rendere la nostra dipendenza sempre più vincolante».

L’impeto europeista di Draghi torna perentoriamente in campo quando l’ex premier ragiona sulle possibili soluzioni a questa irrilevanza, auspicando un balzo in avanti nell’integrazione. «L’UE deve trasformarsi da spettatore in attore protagonista – ha affermato –. Deve mutare anche la sua organizzazione politica che è inseparabile dalla sua capacità di raggiungere i suoi obiettivi economici e strategici». Le riforme economiche delineate nel suo celebre rapporto pubblicato nell’estate dell’anno scorso, come l’eliminazione delle barriere interne e massicci investimenti comuni in tecnologia, a detta di Draghi, sono necessarie ma non sufficienti. Il suo appello conclusivo è un invito ai cittadini: «Trasformate il vostro scetticismo in azione, fate sentire la vostra voce. L’Unione Europea è la nostra migliore opportunità per un futuro di pace, sicurezza, indipendenza: è una democrazia e siamo noi, voi, i suoi cittadini, gli europei che decidono le sue priorità». Un finale, come da tradizione, che pullula di retorica, ma che non mette in ombra le tante – e inesorabili – osservazioni che lo precedono.

Paesi Bassi, ministro degli Esteri si dimette per stallo su sanzioni a Israele

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Il ministro degli Esteri olandese, Caspar Veldkamp, si è dimesso per non essere riuscito a ottenere l’ok del governo a ulteriori sanzioni contro Israele. Veldkamp ha riconosciuto di non poter adottare misure efficaci a causa della resistenza interna. Tra i suoi sforzi rientra l’imposizione di divieti di ingresso ai ministri israeliani di estrema destra, Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, citando il loro ruolo nell’incitamento alla violenza dei coloni contro i palestinesi. Veldkamp ha inoltre revocato tre permessi di esportazione per componenti di navi militari, mettendo in guardia dal «deterioramento delle condizioni» a Gaza e dal «rischio di un utilizzo finale indesiderato».

 

 

 

La massiccia campagna israeliana per censurare i post pro Palestina su Facebook e Instagram

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Abbiamo forse l’impressione di vedere un buon numero di messaggi postati sui social media a favore della resistenza palestinese, ma in realtà, secondo un gruppo di whistleblower (informatori) impiegati presso Meta – la Big Tech che gestisce Facebook, Instagram e WhatsApp – i messaggi che vediamo effettivamente sono solo una piccola parte di tutti i messaggi pro-Palestina che sono stati postati. La maggior parte non la potremo mai vedere perché è svanita nel nulla, censurata. E, sempre secondo questi informatori, a promuovere la massiccia censura dei post contro il genocidio in corso a Gaza c’è lo Stato sionista di Israele, con la piena complicità dei dirigenti di Meta.

Milioni di post spariti nel nulla

La denuncia appare in due documenti bomba che rivelano come oltre 90.000 post pro-palestinesi siano stati indebitamente rimossi da Facebook e da Instagram su richiesta specifica del governo israeliano. I documenti offrono persino un esempio delle email che Israele ha scambiato con Meta per far sopprimere tutti quei post che Tel Aviv giudica «pro-terroristi» o «antisemiti» (in realtà, dicono gli informatori, si tratta di normali messaggi di solidarietà per la causa palestinese.) Inoltre, a causa dell’effetto a cascata insito negli algoritmi usati da Meta per vagliare in automatico i messaggi postati sulle sue piattaforme, altri trentotto milioni di post pro-Palestina sarebbero spariti nel nulla dal 7 ottobre 2023. In pratica, si tratta della più grande operazione di censura di massa nella storia moderna, concludono questi informatici militanti che ora, con il loro sito ICW (International Corruption Watch), hanno indossato anche i panni di giornalisti investigativi alla Julian Assange.

Ma non si tratta soltanto di denunce di atti di censura. Le rivelazioni dell’ICW mostrano come l’Intelligenza Artificiale (IA) possa essere facilmente manipolata per dare risposte tendenziose: proprio quelle volute da chi abbia avuto i mezzi per “avvelenare il pozzo” dei dati, come, in questo caso, Israele. Si tratta di una denuncia che ci deve far riflettere tutti. Perché se l’IA può essere manipolata, allora anche noi possiamo essere manipolati ogni volta che leggiamo una cosiddetta risposta “obiettiva” generata dall’IA in una ricerca su Google, ogni volta che poniamo un quesito a un’app IA che si professa “imparziale” come ChatGPT o, infine, ogni volta che scegliamo di guardare un video segnalatoci da una lista creata dall’IA di YouTube in base a sedicenti criteri di “popolarità”. (In un precedente studio, l’ICW ha mostrato come, in realtà, gli algoritmi di YouTube – in maniera estremamente sottile – spingano a visionare video politicamente orientati a destra.) In altre parole, l’apparente neutralità degli algoritmi usati non solo da Meta ma da tutte le Big Tech è puramente illusoria e dobbiamo esserne consapevoli.

Una protesta pro-palestinese contro la censura di Meta

Per Meta i meccanismi sono imparziali

Meta sostiene, invece, che i meccanismi che usa per censurare determinati messaggi postati sui suoi social media siano imparziali. Infatti, spiega Meta, in alto a destra di ogni post che appare su Facebook o su Instagram c’è un tasto «Report» («Segnala») per consentire a chiunque di segnalare che quel post andrebbe rimosso – perché, ad esempio, sprona alla violenza, usa la calunnia o costituisce bullismo. Quindi tutti gli utenti possono fare una “proposta di rimozione” (takedown request) riguardante qualsiasi post che essi giudicano offensivo; saranno poi gli algoritmi di Meta a decidere se un post è davvero da rimuovere o meno, in base a una valutazione “obiettiva”. In conclusione, secondo Meta, se spariscono tanti post pro-palestinesi dalle sue piattaforme, è soltanto perché molti utenti li hanno segnalati come offensivi e l’algoritmo “obiettivo” di Meta ha convalidato questo giudizio.

Ma chi abbia usato il tasto «Report» sa benissimo che solo in alcuni casi una richiesta di rimozione fatta da un utente qualsiasi viene accettata. La procedura illustrata da Meta non può spiegare la sparizione di trentotto milioni di post pro-palestinesi.

Ciò che Meta non dice pubblicamente, infatti, è che esiste anche un secondo canale per far rimuovere post indesiderati ed è proprio quello che ha usato Israele. Si tratta di un indirizzo email riservato, divulgato solo a governi o a grossi enti internazionali, che consente loro di presentare richieste di rimozione che verranno prese in carico prioritariamente, non da un algoritmo, ma da un essere umano (un “verificatore”). Molti governi, infatti, ricorrono a questa procedura per far censurare messaggi postati dai loro cittadini malcontenti. Meta accoglie le loro richieste, almeno in parte, sia per compiacenza, sia per evitare che le sue piattaforme vengano oscurate in quei Paesi.

Israele, invece, è un caso a parte. Inoltra a Meta richieste di censurare i commenti critici postati dai propri cittadini solo nell’1,3% dei casi. (A titolo di paragone, il 95% delle richieste di rimozione fatte dal governo brasiliano riguarda messaggi postati dai cittadini brasiliani.) Ciò significa che nel 98,7% dei casi il governo israeliano chiede a Meta di censurare messaggi pro-Palestina postati sui social da cittadini che abitano fuori da Israele. E lo fa attraverso una sua Cyber Unit creata appositamente. Così Israele risulta il Paese con il maggior numero di richieste di rimozione pro capite – tre volte di più di qualsiasi altro Paese.

Non solo, ma a differenza di altri Paesi, Israele beneficia di un tasso di accettazione delle sue richieste del 94%, cifra che l’ICW giudica palesemente forzata e anche pericolosa. Infatti, siccome le accettazioni dei verificatori umani vengono poi usate per addestrare gli algoritmi di IA, quegli algoritmi subiscono un “avvelenamento” anti-palestinese e cominciano poi a censurare in automatico ogni futuro post con contenuti simili ai post rimossi dai verificatori umani su richiesta della Cyber Unit. In questa maniera, Israele riesce a censurare il resto del mondo.

Un dato sorprendente emerge poi dalle rivelazioni dei whistleblower dell’ICW. Il Paese con il maggior numero di richieste di rimozione fatte dalla Cyber Unit non sono gli Stati Uniti o un paese europeo, bensì l’Egitto, che vanta il 21% del totale delle richieste di rimozione israeliane. Perché questa attenzione particolare all’Egitto? I documenti sul sito dell’ICW non lo dicono ma è facile indovinare: Facebook è il primario strumento di comunicazione tra gli egiziani ed è stata proprio una valanga di post su Facebook che ha innescato, nel gennaio e febbraio del 2011, manifestazioni antigovernative gigantesche in piazza Tahrir al Cairo (alcune con due milioni di partecipanti) e la conseguente caduta del regime del dittatore Mubarak. Oggi, un simile massiccio tam-tam di post su Facebook contro il blocco degli aiuti umanitari per Gaza al valico di Rafah potrebbe innescare un assalto popolare a quel varco. Infatti, esso si trova a sole cinque ore di macchina dal Cairo. Chiaramente, dunque, Israele ha ogni interesse a prevenire una simile protesta: se i manifestanti fossero due milioni come nel 2011, il loro assalto al varco sarebbe incontrollabile. Donde l’assoluta priorità data alla rimozione dei post egiziani pro-palestinesi.

In foto: Hosni Mubarak, l’ex dittatore egiziano dal 1981 all’11 febbraio 2011. È stata proprio una valanga di post su Facebook che ha innescato manifestazioni antigovernative gigantesche in piazza Tahrir al Cairo e la conseguente caduta del regime

I documenti fatti trapelare dai whistleblower di Meta sono stati elaborati da un informatico specializzato in IA, che si fa chiamare “nru”, per creare due documenti che egli ha poi pubblicato sul sito ICW: Meta Leaks Part 1 l’11 agosto 2025 e Meta Leaks Part 2 il 15 agosto 2025. I due documenti esistono anche in formato pdf: la prima parte si trova qui e la seconda parte qui. Una bozza della prima parte è apparsa l’11 aprile 2025 su DropSite News ma senza provocare reazioni. Ciò non significa, tuttavia, che la censura dei post pro-palestinesi da parte di Meta sia passata inosservata o che non susciti interesse.

Non si tratta del primo caso

Anzi, già un anno e mezzo fa (21 dicembre 2023), Human Rights Watch (HRW) ha formalmente accusato Meta di censurare con sistematicità una buona parte dei commenti pro-palestinesi postati su Instagram e Facebook. Come prove, HRW ha raccolto e analizzato le lamentele di un migliaio di utenti di queste piattaforme i cui post sono stati fatti sparire da Meta. Purtroppo, si tratta di prove necessariamente indirette perché HRW non ha accesso agli algoritmi usati; quindi Meta ha potuto attribuire le soppressioni dei post a non meglio precisati “bug” che ha poi promesso di correggere col tempo. E così, tutto è finito lì. Fino ad oggi. 

Infine, grazie alla loro denuncia della tecnica di “avvelenamento del pozzo” dei dati praticata da Israele, abbiamo un’idea più chiara dei limiti dell’Intelligenza Artificiale. L’IA è palesemente un “pappagallo stocastico”, ovvero una creatura che “parla” usando calcoli di probabilità al posto di una vera consapevolezza di quello che dice. Questo pappagallo può essere ammaestrato, poi, a presentare prioritariamente le informazioni che i suoi padroni hanno voluto con maggiore insistenza fargli incamerare. In altre parole, apprendiamo che chiunque controlli l’addestramento di un’IA controllerà le basi e influenzerà le possibilità di deduzione grazie a cui quell’IA creerà le sue risposte. Oggi chi controlla l’IA in Occidente è una manciata di miliardari della Silicon Valley legati alla lobby sionista ma anche a tutte le più grosse lobby.

In conclusione, l’IA è da usare sì, ma con cautela; in quanto ai prodotti Meta (Facebook, Instagram, WhatsApp), meglio smettere di usarli. Per quanto riguarda la vicenda Meta Leaks, essa svela soltanto una parte degli intrighi sionisti per soffocare il grido che sale da Gaza.

Libia: attaccata la sede della missione ONU

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La Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia ha dichiarato che il suo quartier generale di Tripoli è stato attaccato. L’attacco, sostiene il ministero degli Interni libico, sarebbe stato condotto con un missile anticarro, ma sarebbe stato sventato dalle forze del Paese. Il missile avrebbe tuttavia colpito una abitazione a Janzour, città nel distretto di Zawiya, nella regione della Tripolitania. Le autorità hanno dichiarato di avere sequestrato un pick-up con a bordo altri due missili e una piattaforma di lancio. Non sono registrate vittime. Ignoti gli autori dell’attacco.

Iran, scontri a fuoco nel Belucistan: 5 morti

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Oggi pomeriggio, in Iran, cinque poliziotti sono stati uccisi in un attacco nella provincia sud-orientale del Sistan e Belucistan. La notizia è apparsa sui media iraniani, che attribuiscono l’attacco ai beluci dell’organizzazione separatista Jaish al-Adl. Secondo un resoconto della polizia provinciale, gli autori dell’attacco avrebbero preso di mira due unità di pattuglia della polizia del distretto di Damen, nella contea di Iranshahr, mentre erano in servizio. Le operazioni per identificare gli aggressori sono ancora in corso. I beluci sono una minoranza distribuita in una regione chiamata Belucistan, situata a cavallo tra Iran, Afghanistan e Pakistan. In questi tre Paesi sono attive diverse firme separatiste per l’indipendenza dei beluci.

L’ONU lo dichiara ufficialmente: a Gaza è carestia

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L’ONU ha dichiarato oggi ufficialmente la carestia a Gaza attraverso la Classificazione Integrata della Sicurezza Alimentare (Integrated Food Security Phase Classification – IPC), un organismo sostenuto dalle stesse Nazioni Unite che si occupa di monitorare i livelli di fame nel mondo. L’IPC ha dichiarato che 514.000 persone, ovvero circa un quarto dei palestinesi di Gaza, stanno soffrendo di grave malnutrizione. Tra queste, 280.000 si trovano nella regione settentrionale di Gaza City, dichiarata in stato di carestia. Si tratta della prima dichiarazione di questo tipo relativa all’enclave palestinese. Perché un’area venga classificata in stato di carestia, almeno il 20% della popolazione deve soffrire di gravi carenze alimentari, con un bambino su tre affetto da malnutrizione acuta e due persone su 10.000 che muoiono ogni giorno di fame, malnutrizione e malattie. Parallelamente un’inchiesta indipendente ha rivelato che la percentuale di vittime civili a Gaza è di gran lunga superiore rispetto a quella dei militanti legati alle sigle islamiche come Hamas o la Jihad islamica.

L’inchiesta, condotta congiuntamente dal media The Guardian, dalla rivista israelo-palestinese +972 Magazine e dal quotidiano in lingua ebraica Local Call ha messo in evidenza come cinque palestinesi su sei uccisi dall’esercito israeliano a Gaza fossero civili. Si tratta di dati tratti da un database classificato dell’intelligence militare israeliana. A maggio, secondo le autorità sanitarie di Gaza, 53.000 palestinesi erano stati uccisi dagli attacchi israeliani, un numero che comprendeva sia combattenti che civili. Sempre a maggio, i funzionari dell’intelligence dello Stato ebraico avevano segnalato 8.900 miliziani di Hamas e della Jihad islamica come morti o «probabilmente morti», secondo quanto emerso dall’indagine. Ciò significa che i combattenti rappresentano solo il 17% delle vittime totali, mentre il restante 83% è costituito da civili. Si tratta di un rapporto estremamente sbilanciato, tanto da superare anche quello di conflitti molto cruenti, come la guerra in Siria o in Sudan. Contattato per un commento da Local Call e +972 Magazine – entrambi media israeliani – l’esercito dello Stato ebraico non ha smentito l’esistenza del database né la validità dei dati rispetto alle morti dei militanti palestinesi. Tuttavia, contattati dal Guardian – come riferisce lo stesso quotidiano britannico – i rappresentanti delle forze israeliane hanno di fatto negato che i dati fossero corretti, senza ulteriori specificazioni.

Secondo quanto riportato da Local Call, anche l’esercito israeliano ritiene attendibile il bilancio delle vittime del ministero della Salute di Gaza, nonostante i politici israeliani facciano passare tali numeri come propaganda. Tuttavia, il numero dei morti è quasi sicuramente sottostimato, in quanto il Ministero della Salute di Gaza elenca solo le persone i cui corpi sono stati recuperati, non le migliaia sepolte sotto le macerie. Secondo alcune testimonianze dirette, inoltre, Israele aumenta il numero delle vittime di militanti di Hamas per bilanciare il numero delle vittime civili all’interno dei documenti. A confermare la falsificazione dei numeri è stato il generale in pensione Itzhak Brik, ex consigliere del primo ministro Benjamin Netanyahu all’inizio della guerra, ora tra i suoi critici più accaniti. «Non c’è assolutamente alcuna correlazione tra i numeri annunciati e ciò che sta realmente accadendo. È solo un grande bluff», ha affermato. Secondo i dati dell’Uppsala Conflict Data Program, che monitora le vittime civili in tutto il mondo, rispetto alla situazione a Gaza, i civili hanno costituito una percentuale maggiore di morti solo a Srebrenica (non nella guerra in Bosnia nel suo complesso), nel genocidio ruandese e durante l’assedio russo di Mariupol nel 2022.

Oggi è arrivata anche la conferma dello stato di carestia a Gaza, dopo che Gran Bretagna, Canada, Australia e molti altri Stati europei hanno dichiarato che la crisi umanitaria ha raggiunto «livelli inimmaginabili», senza tuttavia fare nulla di concreto per fermare Israele. Alcuni Stati, anzi, continuano a inviare armi allo Stato ebraico. L’IPC ha sottolineato che l’analisi pubblicata oggi riguarda solo le persone residenti nei governatorati di Gaza, Deir al-Balah e Khan Younis. Non è stato possibile, invece, controllare le condizioni e classificare il governatorato di Gaza settentrionale a causa delle restrizioni di accesso e della mancanza di dati, e ha escluso qualsiasi popolazione rimanente nella regione meridionale di Rafah, in quanto in gran parte disabitata. Precedentemente, l’IPC ha riscontrato lo stato di carestia anche in alcune zone della Somalia nel 2011, nel Sud Sudan nel 2017 e nel 2020 e nel Sudan nel 2024. L’unica differenza è che a Gaza l’eccidio della popolazione civile avviene con il coinvolgimento diretto di diverse potenze occidentali.