A due settimane dallo sgombero del centro social Leoncavallo, migliaia di persone – quindici mila secondo la stampa locale – sono scese in piazza per manifestare. Il primo corteo è partito alle 13:00 dalla Stazione Centrale per poi unirsi alle 15:00 al secondo, partito da Porta Venezia e in arrivo – secondo gli organizzatori – a piazza Duomo, nonostante questa mattina sia stato notificato il divieto di arrivare davanti alla cattedrale con indicazioni di terminare in Piazza Fontana. Tra i manifestanti anche sigle come Avs, Cgil, Anpi e Arci che hanno voluto far sentire la loro presenza.
La Spagna ha approvato un grande piano per la prevenzione dei disastri climatici
Il governo spagnolo ha presentato una proposta di Patto di Stato per affrontare e prevenire i disastri climatici, un piano di ampio respiro che mira a trasformare la gestione delle catastrofi naturali da risposta emergenziale a prevenzione strutturale. L’iniziativa, annunciata dal premier Pedro Sánchez, intende coordinare su scala nazionale la protezione civile, creare una rete di rifugi climatici e infrastrutture verdi nelle città e nei paesi, istituire fondi permanenti per la ricostruzione e obbligare le imprese a rendicontare le proprie emissioni. Il lancio del piano arriva in una fase cruciale: l’estate del 2025 è stata segnata da incendi devastanti che hanno colpito soprattutto il nord-ovest del Paese: Galizia, Castiglia-e-León, Asturie ed Estremadura hanno visto bruciare oltre 300.000 ettari di boschi, con un elevato bilancio di vittime, oltre a evacuazioni di massa e gravi danni alle infrastrutture che pesano sulle casse dello Stato con danni per 32 miliardi di euro. L’ampiezza e la rapidità di propagazione delle fiamme hanno dimostrato la fragilità del sistema di protezione civile e la difficoltà di coordinare le risposte a livello regionale. A questo si somma il ricordo ancora vivo della tragica alluvione del 29 ottobre 2024, che provocò oltre duecento morti e miliardi di danni, soprattutto nella Comunità Valenciana. L’evento mise in evidenza la debolezza delle previsioni, la scarsa efficacia dei sistemi di allerta e la mancanza di infrastrutture di protezione adeguate.
Al centro della proposta del governo c’è la creazione di un’Agenzia statale per la protezione civile e le emergenze, destinata a coordinare in modo unitario l’azione su tutto il territorio, superando la frammentazione delle competenze regionali. Accanto a questa struttura è prevista la realizzazione di una rete nazionale di rifugi climatici, che i comuni dovranno attivare per proteggere la popolazione dalle ondate di calore sempre più frequenti e fuori stagione. Il piano contempla fondi permanenti per la ricostruzione e la rinaturalizzazione dei territori devastati, la modernizzazione della gestione forestale, il rilancio del pascolo e la reforestazione con specie resistenti. Sul fronte idrico sono in programma nuove infrastrutture per difendersi da siccità e inondazioni. Particolare attenzione viene posta alla tutela dei lavoratori, con regole specifiche per ridurre i rischi dello stress termico, e all’educazione dei più giovani, che nelle scuole dovranno ricevere una formazione orientata alla prevenzione. Il patto ha un’impronta inclusiva: Sánchez ha invitato partiti politici, autonomie regionali, sindacati, comunità scientifiche e mondo rurale a collaborare. È previsto, inoltre, un coordinamento con Francia e Portogallo, per affrontare insieme le emergenze transfrontaliere. A livello economico, il patto introduce l’obbligo per le imprese di rendicontare in maniera trasparente le proprie emissioni di carbonio, rafforzando la dimensione di responsabilità sociale e ambientale. Infine, sono stati incrementati gli aiuti alle vittime di incendi e alluvioni, con l’estensione delle aree di emergenza in sedici comunità autonome. L’ambizione dichiarata dal governo è passare dalla gestione delle catastrofi alla costruzione di un sistema strutturato di protezione e adattamento, valido per tutto l’anno e non limitato ai mesi estivi. In questo senso, il patto non si presenta solo come un insieme di misure tecniche, ma come un cambiamento di paradigma politico e culturale.
Il leader spagnolo, travolto dal “caso Koldo” e bersaglio di numerose critiche per la gestione della sua amministrazione, ha chiesto “lealtà istituzionale” all’opposizione. “Abbiamo bisogno di un patto di Stato”, ha spiegato Sánchez durante un’intervista al canale TVE, in cui ha anche spiegato che “l’emergenza climatica sta superando tutte le stime degli scienziati”. Non mancano, tuttavia, le critiche. Ester Muñoz, portavoce del Partito Popolare, ha subito attaccato le parole del leader socialista in quella che ha definito la sua “prima intervista in un anno”, accusando Sánchez di voler coprire gli errori della passata gestione e considerando la proposta una mera “cortina fumogena” con cui il governo vorrebbe distogliere l’attenzione dalla sua responsabilità nella gestione degli incendi, la cui prevenzione ed estinzione sono di competenza dei governi regionali. Vox, invece, continua a negare che esista un’“emergenza climatica”, mentre i partiti della sinistra radicale giudicano il piano troppo lento nell’attuazione. Molti osservatori sottolineano, inoltre, come l’efficacia dipenderà dalla capacità di applicare le misure in tutte le regioni, spesso restie a cedere competenze allo Stato centrale. Il Patto di Stato si inserisce comunque in una traiettoria più ampia e si propone come un tassello ulteriore, volto ad affrontare in modo organico fenomeni sempre più frequenti e distruttivi. La Ley 7/2021, nota come Ley de cambio climático y transición energética, approvata nel 20 maggio 2021, ha fissato la neutralità carbonica al 2050. Nel 2024, dopo le alluvioni, è stato introdotto un “congedo climatico” retribuito, che consente ai lavoratori di assentarsi per alcuni giorni in caso di emergenze ambientali. Esistono poi piani di adattamento come l’Horizon 2035, dedicato alla riduzione dei rischi naturali. Il governo presenterà una nuova proposta rafforzata entro la fine dell’anno: la sua efficacia dipenderà dalla capacità di applicare le misure promesse, superare le divisioni politiche e garantire che le risorse vengano impiegate con rapidità e concretezza.
Trump cambia nome al Pentagono: “Da ora è il Dipartimento della Guerra”
Il presidente statunitense Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per rinominare il Dipartimento della Difesa in “Dipartimento della Guerra”. Lo riportano le agenzie di stampa internazionali a seguito dell’ordine esecutivo mostrato dallo stesso Trump nello Studio Ovale della Casa Bianca, il quale ha dichiarato: «È un cambiamento molto importante, perché è un cambiamento di atteggiamento. Si tratta davvero di vincere». Intanto, anche il titolo sulla porta del Segretario della Difesa Pete Hegseth è stato cambiato con quello di “Segretario alla Guerra”. «Andremo all’attacco, non solo alla difesa. Massima letalità, non tiepida legalità. Effetto violento, non politicamente corretto», ha commentato Hegseth.
Scudo penale per i medici: per accertare la colpa si terrà conto delle “scarse risorse”
Il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge delega che istituzionalizza lo scudo penale per i medici. La misura, già sperimentata in forma emergenziale durante la pandemia e poi prorogata, diventa ora una disposizione stabile del sistema giuridico italiano. Secondo il testo, i professionisti sanitari saranno punibili solo in caso di “colpa grave”, a condizione di aver rispettato linee guida o buone pratiche clinico-assistenziali adeguate al caso concreto. Il giudice dovrà valutare la condotta del medico tenendo conto di una serie di fattori: la scarsità delle risorse umane e dei materiali disponibili, le carenze organizzative inevitabili, la complessità delle patologie trattate, l’urgenza della situazione clinica e la limitatezza delle conoscenze scientifiche o delle terapie disponibili al momento del fatto. Il provvedimento riconosce, di fatto, la scarsità di mezzi di cui dispongono i medici per far fronte al proprio lavoro, ma non vengono proposte soluzioni per ovviare al problema.
L’obiettivo dichiarato dal governo è duplice: da un lato, ridurre la medicina difensiva – ossia la pratica di prescrivere esami e terapie superflue per timore di azioni legali, un fenomeno che costa al Servizio sanitario oltre dieci miliardi di euro l’anno – dall’altro, rendere più attrattiva la carriera pubblica e frenare la fuga di professionisti verso il privato, in un contesto segnato da turni massacranti, organici ridotti e carenze strutturali che espongono i medici al rischio di errori. Il disegno di legge contiene anche altre misure, come l’istituzione di una Scuola di specializzazione per i medici di famiglia al posto dei corsi regionali, incentivi per gli specializzandi e una riorganizzazione della governance sanitaria, compresa la regolazione dell’uso dell’intelligenza artificiale.
L’approvazione del provvedimento ha diviso la categoria. Pur salutato come un passo avanti da gran parte dei sindacati medici – il presidente della Fnomceo, Filippo Anelli, ha accolto il provvedimento come “molto atteso dalla professione” – lo scudo penale solleva anche diverse critiche. In particolare, viene sottolineata la vaghezza della nozione di “colpa grave”, che potrebbe lasciare ampio margine di interpretazione ai giudici. Il presidente della Federazione Cimo-Fesmed, Guido Quici, ha sottolineato “il rischio che, nel concreto, per i medici non cambi nulla”, poiché mancando “la definizione di colpa grave, che sarà qualificata di volta in volta dal giudice”, il professionista dovrà comunque affrontare un processo. La vaghezza di questi parametri consente di fatto anche una deresponsabilizzazione, soprattutto in un contesto sanitario nazionale cronicamente sottofinanziato, afflitto da carenze strutturali e da una gestione delle risorse spesso inefficiente. Negli ultimi anni, le denunce per malasanità sono aumentate, segnale che il problema non è l’“accanimento giudiziario” contro i medici, ma la reale insoddisfazione dei cittadini per le cure ricevute. La legge Gelli-Bianco del 2017 aveva cercato un equilibrio tra tutela dei pazienti e serenità dei professionisti; con la nuova norma questo equilibrio si rompe a favore dei secondi. Il provvedimento apre una zona grigia in cui la negligenza, se non gravissima, può facilmente confondersi con difficoltà operative: il pericolo è che chi può si rivolga sempre più al privato, mentre chi resta nel pubblico subisca un’assistenza dove l’errore medico non è solo possibile, ma difficilmente punibile. Al tempo stesso, la riforma lascia in ombra le responsabilità delle strutture sanitarie e delle direzioni ospedaliere: non sono previsti controlli rafforzati né sanzioni per inefficienze organizzative. La critica principale, però, riguarda il paradosso insito nel testo. Lo Stato riconosce la scarsità di risorse come elemento da considerare nel processo penale, ma allo stesso tempo non prevede alcun investimento strutturale per colmare quelle carenze. In altre parole, si accetta come dato di fatto che il personale sanitario operi con organici ridotti, attrezzature obsolete e turni massacranti e ci si limita a esentare il medico da responsabilità penale in simili condizioni, senza però affrontare la radice del problema. Il risultato è che si proteggono i professionisti dopo l’errore, ma non si forniscono gli strumenti per evitarlo.
Il sistema è al collasso, eppure la norma, pur proponendosi di proteggere i professionisti, non affronta il degrado strutturale, spostando così il baricentro della responsabilità e lasciando i cittadini sempre più soli di fronte agli errori sanitari. I numeri, infatti, fotografano una crisi profonda: secondo un sondaggio del 2024, il 72% dei medici del pubblico vorrebbe lasciare il Servizio sanitario nazionale, esaurito da carichi di lavoro insostenibili e da una vita personale compromessa. Inoltre, un rapporto della federazione medici denuncia che, solo negli ultimi dieci anni, sono stati chiusi oltre 100 ospedali e pronto soccorso, persi quasi 39.000 posti letto e mancano quasi 30.000 operatori tra cui oltre 4.300 medici. Nel frattempo, il cittadino rinuncia alle cure: 4 milioni di italiani hanno evitato visite o esami nel 2024 a causa dei tempi d’attesa, un aumento del 51% in un anno. Questo mentre la carenza di medici di base rischia di lasciare, entro il 2026, fino a 15 milioni di italiani senza medico di famiglia. Il rischio concreto è che lo scudo penale si trasformi in una sorta di copertura giuridica che attenua il contenzioso, ma non riduce gli errori medici. Perché gli errori diminuiscano, servirebbero investimenti in personale, formazione, tecnologia, logistica e gestione del rischio clinico. In assenza di questi elementi, la norma rischia di spostare l’attenzione dalle cause strutturali alle conseguenze giudiziarie, senza sanare i veri nodi del sistema. Il medico continuerà a lavorare in ospedali sotto organico, con macchinari insufficienti e tempi di attesa ingestibili, mentre il paziente rimane esposto agli stessi rischi di prima.
Israele: ordine di evacuazione per il centro di Gaza City
Le forze israeliane hanno ordinato l’evacuazione dei residenti del centro di Gaza City verso l’area di al-Mawasi, a Khan Younis, nel sud della Striscia, indicata come “zona umanitaria”. L’IDF afferma che l’area dispone di ospedali da campo, impianti idrici e di desalinizzazione, cibo e forniture mediche. Al-Mawasi, già sovraffollata, era stata designata come zona “sicura” a inizio conflitto, ma è stato bombardata più volte, uccidendo centinaia di civili che vi si erano rifugiati. Dall’alba di oggi, almeno 21 palestinesi sono stati uccisi nei raid israeliani, 13 dei quali nella città di Gaza, secondo fonti ospedaliere citate da Al Jazeera.
Armi a Israele, il governo italiano mente: i carichi continuano a partire
20 gennaio 2024, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervistato dal Resto del Carlino, dichiara: «L’Italia ha interrotto dall’inizio della guerra di Gaza l’invio di qualsiasi tipo di armi a Israele. È tutto bloccato». 15 ottobre 2024, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in un dibattito al Senato, ribadisce: «Dopo l’avvio delle operazioni a Gaza il governo ha sospeso immediatamente ogni nuova licenza di esportazione — aggiungendo — la posizione italiana del blocco completo di tutte le nuove licenze è molto più restrittiva di quella applicata dai nostri partner, Francia, Germania, Regno Unito: noi abbiamo bloccato tutto». Eppure i fatti raccontano un’altra storia.
30 giugno 2025. La nave New Zealand della compagnia israeliana Zim, in barba alle disposizioni governative, attracca al porto di Ravenna. Non scarica merce: la carica. Munizioni, esplosivi e materiale bellico partiti dalla Repubblica Ceca e destinati a Haifa, dove arrivano puntualmente il 4 luglio. «Siamo stati avvisati da un operaio che lavora nella logistica del porto, che ha notato che i container caricati sulla nave avevano l’etichetta “esplosivi classe 1.4”, vale a dire munizioni» ha spiegato a L’Indipendente Carlo Tombola di Weapon Watch, l’osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei.
Quello di Ravenna non è un caso isolato e non è l’unico in Italia, ma la vicenda del porto romagnolo è esemplare delle modalità con cui armi ed esplosivi continuano a muoversi verso Israele, a volte in transito da altri Paesi, altre volte direttamente prodotti in Italia sulla base di autorizzazioni rilasciate prima del 7 ottobre 2023. «Ci eravamo già occupati di Ravenna — continua Tombola — dopo il 7 ottobre avevamo chiesto all’allora presidente dell’autorità portuale Daniele Rossi del transito di armi dirette a Israele. Rossi rispose con una lettera nella quale condannava la strage di Hamas e affermava che, per quanto ne sapesse, non c’era materiale bellico che partiva da Ravenna e che, in caso contrario, se ne sarebbe dovuta occupare la magistratura.»
E la magistratura, effettivamente, se ne è occupata.
A febbraio di quest’anno è stato scoperto un carico di oltre 14 tonnellate di componenti in metallo diretti a Israele in partenza da Ravenna. Sulla carta figuravano come manovelle, lamiere, bracci e cilindri, ma in realtà erano componenti bellici. «Anche questa volta se ne sono accorti gli operai — spiega Tombola — e non è stato neanche troppo difficile, visto che il destinatario era IMI, acronimo di Israel Military Industries.» Ciononostante, prima della denuncia, erano già partiti almeno tre carichi: «In pratica c’era questa piccola ditta di Lecco, la Valforge, che faceva da intermediaria per una grande fabbrica di Varese, la Riganti, e spediva i carichi facendoli passare per materiale civile mentre invece erano ad uso militare».
Dalla ricostruzione emergono due pratiche ricorrenti: la prima è camuffare componenti bellici da materiale civile. La seconda riguarda armi prive di autorizzazione che transitano attraverso l’UE: nel caso del 30 giugno le munizioni provenivano dalla Repubblica Ceca e avrebbero dovuto viaggiare in ambito intra-UE, quindi senza necessità di autorizzazioni nazionali, ma poiché la destinazione finale era Israele l’ufficio doganale italiano avrebbe dovuto bloccarne il passaggio, cosa avvenuta solo grazie alla segnalazione dei portuali.
In molti casi, tuttavia, non c’è bisogno di alcun trucco per aggirare i limiti imposti dal governo italiano. Il punto centrale è la differenza tra nuove licenze e licenze già attive. Le dichiarazioni del governo parlano infatti di «sospensione delle nuove autorizzazioni», ma non annullano quelle concesse in passato. In base alla legge 185/90, che regola l’export militare italiano, i contratti già firmati e finanziati dalle imprese della difesa possono continuare a essere eseguiti, salvo un esplicito stop politico. Uno stop che, ad oggi, non è mai arrivato.
Secondo la Relazione annuale dell’UAMA 2024, analizzata dal sito Altraeconomia, l’Italia ha autorizzato esportazioni militari verso Israele per circa 21 milioni di euro. Tra i principali fornitori figurano Leonardo, che ha inviato sistemi avionici ed elettronici, e Fincantieri, coinvolta in forniture per il settore navale e difensivo.
Le associazioni che monitorano il commercio di armi sottolineano una contraddizione: mentre le autorità italiane proclamano un blocco totale, in realtà le forniture continuano. A Ravenna, come nei porti di La Spezia, Genova e Livorno. «A La Spezia c’è la fabbrica di Leonardo che produce cannoni navali e molto altro, Genova è il principale porto italiano, ideale per far passare la merce con maggiore discrezione, mentre Livorno ha a due passi la più grande base americana in Italia, Camp Darby.»
Dopo la scoperta delle armi non autorizzate in partenza da Ravenna è partito il consueto scaricabarile delle responsabilità: il sindaco Alessandro Barattoni ha puntato il dito contro il Ministero dei Trasporti, Salvini ha dichiarato che chi doveva vigilare era l’autorità portuale e quest’ultima ha indicato l’Agenzia delle dogane, ultimo anello della catena in quanto non era possibile evocare il gatto che si mangiò il topo. «La responsabilità è di tutti — continua Tombola — a cominciare dalle dogane, attraverso le quali passano tutti i documenti, fino al Comune e alla Regione che sono i proprietari del porto. È il motivo per cui il 16 settembre ci sarà una manifestazione di protesta a Ravenna, lo stesso giorno in cui nel porto si terrà un incontro a porte chiuse con i rappresentanti del Ministero della Difesa di Israele, accusato di crimini contro l’umanità, e con l’azienda di armamenti Rafael.» La contraddizione, insomma, resta aperta: da un lato la politica annuncia il blocco, dall’altro la realtà dei moli racconta di un traffico che continua.
Trump minaccia nuovi dazi all’UE
Dopo che la Commissione UE ha inflitto una multa di 2,45 miliardi di euro al colosso della tecnologia Google, con l’accusa di avere violato le norme sulla concorrenza, il presidente USA Trump ha minacciato l’UE di innalzare ulteriormente i dazi. Il presidente ha infatti dichiarato che potrebbe avviare un’indagine «ai sensi della Sezione 301», ovvero la norma del Trade Act USA che permette al presidente di imporre dazi agli altri Paesi per pratiche commerciali ingiuste nei confronti delle aziende americane, «per annullare le sanzioni ingiuste».
L’UE ha multato Google per 2,95 miliardi
La Commissione Europea ha inflitto una multa da 2,95 miliardi al colosso della tecnologia Google, con l’accusa di avere violato le norme sulla concorrenza. L’UE, di preciso, accusa l’azienda di avere favorito i propri servizi pubblicitari a scapito di quelli dei concorrenti: «Google deve ora proporre una soluzione seria per risolvere i suoi conflitti di interesse e, se non ci riuscirà, non esiteremo a imporre misure drastiche», si legge in una nota della vicepresidente esecutiva della Commissione, Teresa Ribera. L’azienda ha già annunciato che presenterà ricorso contro l’iniziativa dell’UE.










