Continuano le proteste del popolo indonesiano nell’isola di Giava. Nella giornata di oggi, martedì 2 settembre, si sono verificati scontri tra studenti e forze di polizia a Bandung, una delle maggiori città della regione. Gli scontri sono scoppiati nei pressi dei campus dell’Università Islamica di Bandung, e dell’Università di Pasundan, dove le forze di polizia hanno lanciato gas lacrimogeni sulla folla, che stava bloccando una strada. Le proteste in Indonesia vanno avanti da tempo, ma sono scoppiate con maggior vigore la scorsa settimana, dopo che la polizia ha investito un conducente di taxi su motociclo, uccidendolo. I manifestanti criticano gli elevati sussidi ai parlamentari, che ritengono corrotti.
Il Belgio annuncia che riconoscerà la Palestina
Il ministro degli Esteri del Belgio, Maxime Prevot, ha annunciato che il Paese riconoscerà lo Stato di Palestina in occasione dell’apertura del prossimo ciclo dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Prevot ha inoltre dichiarato che «al governo israeliano verranno imposte sanzioni severe», e che il Belgio si muoverà per esercitare maggiore pressione su Tel Aviv. L’annuncio di Prevot segue una serie di analoghe dichiarazioni rilasciate nel corso dell’estate dai leader di diversi Paesi. A inaugurarli è stato il presidente francese Macron che è stato seguito da Regno Unito, Canada, Australia e Portogallo.
Von der Leyen annuncia un piano europeo per la difesa e l’invio di truppe a Kiev
Mentre l’ipotesi di un incontro a tre tra Putin, Zelensky e Trump inizia a svanire, l’Unione Europea sembra avere bene in mente come fornire all’Ucraina le tanto discusse “garanzie” per frenare eventuali attacchi russi: inviare truppe comunitarie. A dirlo è stata la presidente della Commissione Ursula von der Leyen nel corso del suo tour degli Stati orientali dell’Unione, in cui ha annunciato anche un potenziamento degli investimenti nel settore bellico. Von der Leyen ha affermato che l’Unione ha una «chiara tabella di marcia» per l’eventuale invio di soldati a Kiev una volta terminata la guerra. Secondo i piani dell’UE, le truppe verrebbero coordinate da Francia e Regno Unito e troverebbero il supporto logistico degli Stati Uniti; Berlino, invece, si è detta contraria, mentre l’Italia sembra pronta a inviare sul campo i propri sminatori e a fornire supporto esterno. L’annuncio di von der Leyen arriva mentre i leader comunitari si preparano per il prossimo incontro sulla questione ucraina, previsto il prossimo giovedì a Parigi.
Le dichiarazioni di von der Leyen sono arrivate nel corso di una intervista al quotidiano statunitense Financial Times. Von der Leyen ha detto al quotidiano che i leader europei hanno in mente «piani piuttosto precisi» per potenziali dispiegamenti militari in Ucraina come principale “garanzia di sicurezza” post-bellica, punto focale delle richieste di Kiev; il piano, sostiene la presidente, avrebbe il supporto degli USA, e sarebbe stato discusso nel corso dell’ultimo incontro alla Casa Bianca tra Trump, Zelensky e i vertici dei principali Paesi europei: «Il presidente Trump ci ha rassicurato che ci sarà una presenza americana come parte del sostegno», ha affermato; «è stato molto chiaro e ce lo ha ripetutamente confermato». Le truppe dovrebbero includere decine di migliaia di personale a guida europea, mentre gli Stati Uniti fornirebbero supporto di diverso tipo, tra sistemi di comando e controllo, e risorse di intelligence e sorveglianza. Parallelamente, l’UE sta esplorando nuovi modi per finanziare le forze armate ucraine.
«Schierare le truppe è una delle decisioni sovrane più importanti di una nazione» ha ammesso la stessa presidente. Effettivamente, non tutti gli Stati sembrano pronti a dispiegare i propri soldati con leggerezza: il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, ha criticato duramente von der Leyen per le sue dichiarazioni, e i Paesi dell’Europa orientale, tra cui la Polonia, non vogliono essere coinvolti per timore di essere trascinati in un conflitto con la Russia. Anche Spagna e Grecia sembrano poco convinte. L’Italia, invece, ha detto di non volere inviare soldati in Ucraina, ma ha dato disponibilità a spedire sminatori, fornire sorveglianza aerea, e addestrare i soldati ucraini fuori dal Paese. L’annuncio di von der Leyen arriva qualche giorno prima di un incontro tra i leader europei per parlare proprio della questione ucraina. Il vertice si terrà giovedì 4 settembre a Parigi, e dovrebbe vedere la partecipazione del cancelliere tedesco Friedrich Merz, del primo ministro britannico Keir Starmer, del segretario generale della NATO Mark Rutte e della stessa von der Leyen. La premier italiana Giorgia Meloni non dovrebbe essere presente in Francia, perché ha in piano di ricevere il presidente polacco, ma non è escluso che si colleghi da remoto.
Nel corso dell’intervista, von der Leyen ha parlato anche del piano di riarmo, affermando che l’UE sta studiando un modo per aumentare i propri investimenti interni. A dirlo è stato anche il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa, che ha affermato che l’UE sta lavorando per rafforzare le proprie industrie e allo stesso tempo intensificare il commercio di armi. Anche secondo la presidenza danese di turno rafforzare l’industria della difesa europea sarebbe fondamentale; per farlo, ritiene vada implementato il processo di semplificazione della burocrazia in modo da velocizzare gli investimenti.
Frana in Sudan: 1000 morti
Una frana ha distrutto un intero villaggio nella regione occidentale del Darfur, in Sudan, uccidendo oltre 1.000 persone. A dare la notizia è il portavoce del Movimento per la Liberazione del Sudan, gruppo ribelle che controlla la zona, in una dichiarazione rilasciata nella tarda serata di ieri, lunedì 2 settembre. Da quanto comunica l’MLS, la frana è avvenuta la scorsa domenica a Tarasin, sui Monti Marra, a causa delle forti piogge; in seguito al disastro, sarebbe sopravvissuto un solo abitante. L’MLS ha chiesto l’intervento dell’ONU e dei gruppi umanitari internazionali per recuperare i corpi delle vittime e gestire la crisi.
Ghana: rimosso il presidente della Corte Suprema
Il presidente del Ghana, John Dramani Mahama, ha rimosso con effetto immediato la presidente della Corte Suprema del Paese, Gertrude Torkornoo. L’annuncio è arrivato dall’ufficio presidenziale che ha spiegato che la decisione del presidente è stata presa sulla base di una relazione di una commissione di indagine che avrebbe riscontrato una non meglio precisata «cattiva condotta» da parte della presidente. L’indagine sarebbe stata lanciata all’inizio del 2025 su richiesta di un cittadino del Paese. Torkornoo ha respinto le accuse, affermando che sono infondate e motivate politicamente.
Bosnia, protesta dei trasportatori blocca la circolazione delle merci
Gli autotrasportatori bosniaci hanno inscenato una protesta in diverse città, bloccando la circolazione di tutte le merci. A organizzare la protesta è stata l’organizzazione Logistika, che rappresenta oltre 45mila lavoratori del settore trasporti in circa 600 aziende. Tra le città coinvolte, la capitale Sarajevo e le località di confine con Croazia e Serbia. I lavoratori chiedono al governo di diminuire gli oneri burocratici e abbattere le tasse, sostenendo che stiano mettendo a repentaglio la sopravvivenza del settore. Contestano, inoltre, una legge dell’UE che, essendo la Bosnia fuori dai confini comunitari, impone ai trasportatori del Paese di passare un massimo di 180 giorni entro il territorio dell’Unione, di cui non oltre 90 consecutivi.
SCO 2025: attorno a Cina e Russia si riunisce il nuovo mondo multipolare
Il 25° vertice della Shanghai Cooperation Organisation (SCO), che si è aperto il 31 agosto a Tianjin, si presenta come un crogiuolo geopolitico in cui relazioni, simboli e investimenti convergono per disegnare i contorni di quel “nuovo ordine mondiale” che da anni affiora oltre le rigide linee del consueto equilibrio Occidente‑Oriente. Mai prima d’ora l’organizzazione eurasiatica aveva convocato così tanti leader – compresi Xi Jinping, Vladimir Putin e Narendra Modi – in una sorta di piano inclinato verso la multipolarità e il superamento dell’egemonia occidentale. Il presidente cinese si è fatto autore di una performance calibrata: un discorso che osteggia la “mentalità da guerra fredda”, il “bullismo geopolitico” e il dominio unilaterale, offrendo al contempo ai suoi interlocutori – da Russia e India alle nuove leve del Sud Globale – una solida iniezione di prestiti, aiuti e la promessa di una banca di sviluppo SCO, con l’impegno a erogare prestiti per un totale di 1,4 miliardi di dollari nei prossimi tre anni ai Paesi membri.
«Abbiamo una missione importante: costruire un consenso tra tutte le parti», ha spiegato Xi Jinping domenica, invitando i partner dell’organizzazione a sostenere i sistemi commerciali multilaterali, con un riferimento non troppo velato alla politica dei dazi avviata da Trump. La SCO ambisce a diventare un nuovo snodo di governance multilaterale, uno strumento per la Cina per bilanciare l’ordine mondiale a trazione statunitense: un’ambizione che Putin ha sostenuto apertamente, parlando di «multilateralismo vero»e di un «nuovo sistema di stabilità e sicurezza in Eurasia». Dall’altro, l’atmosfera relazionale intessuta tra Xi, Modi e Putin non è stata solo un’allegoria: la complicità visiva, accompagnata dalla celebre immagine dell’“elefante e del drago” al centro del palco, evocava quella convergenza strategica che, pur sospesa tra obiettivi divergenti, cerca una traiettoria condivisa. Ma è nelle parole di Putin, nell’intervista rilasciata a Xinhua alla vigilia del summit, che si rivela la sua cornice ideale della contesa globale: il presidente russo è tornato a difendere l’Operazione Speciale, definendola una «conseguenza di un colpo di Stato» a Kiev, «provocato e sostenuto dall’Occidente» nel 2014 e ha condannato il costante tentativo «di attirare l’Ucraina nella NATO». Il presidente russo ha anche biasimato la «distorsione della verità storica» sulla Seconda guerra mondiale, la falsificazione dei fatti e la glorificazione dei nazisti.
Dietro la sagoma proiettata dal triangolo strategico SCO, si nasconde un’altra dinamica: la rottura tra Narendra Modi e Donald Trump, e l’effetto propulsore che questa separazione ha avuto sul riavvicinamento con Pechino, dopo anni contraddistinti da forti tensioni. Le tariffe punitive decise da Washington – prima un 25% “reciproco”, poi un supplemento fino al 50% come punizione per l’import di petrolio russo – hanno rappresentato la mossa decisiva che ha frantumato anni di fiducia diplomatica tra India e Stati Uniti. La risposta cinese non si è fatta attendere: agli occhi di Nuova Delhi, Pechino si è presentata come un interlocutore stabile, capace di offrire rinnovato spazio di manovra e cooperazione economica – anche sulle materie prime strategiche, come i metalli rari. Simbolicamente, il vertice è anche la scena di una potente dimostrazione hard‑power: a Pechino si terrà la grande parata militare del 3 settembre, in occasione dell’80esimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale nel Pacifico, un incontro senza precedenti di cui il governo cinese approfitterà per mostrare i muscoli, insieme a Russia e Corea del Nord. Un’occasione anche per Kim Jong-un per tornare alla ribalta dopo un periodo di isolamento, con il suo ultimo viaggio all’estero in Russia nel settembre 2023.
Questa architettura simbolica e militare si innesta su fondamenti pratici: la SCO – nata nel 2001 con sei Paesi membri e oggi estesa a dieci (con l’aggiunta di India, Iran, Pakistan e Bielorussia) – è diventata il più esteso blocco regionale al mondo, in termini di territorio, popolazione e crescita economica. Oltre ai membri effettivi, la SCO comprende anche osservatori (tra cui Afghanistan e Mongolia) e diversi partner di dialogo (ad esempio Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Egitto, Cambogia, ecc.), che ne ampliano la portata geopolitica. In definitiva, Tianjin affronta l’Occidente con una sfida dichiarata: rilanciare la globalizzazione alternativa, cimentandosi in un “gioco multipolare”.
Il vertice di Tianjin, al netto delle sue contraddizioni, dimostra che la geografia del potere globale non è più cristallizzata come nel passato: le strategie si fanno anche nei pentagrammi ambigui della diplomazia economica, nella commistione di simboli e contratti, nella narrazione concertata che plasma le coscienze oltre le frontiere. La SCO non appare soltanto come un forum di cooperazione regionale, ma come un laboratorio politico ed economico, che si intreccia con la traiettoria già intrapresa dai BRICS. Se a Johannesburg, nel 2023, l’allargamento del gruppo aveva sancito l’ambizione di creare un polo alternativo al G7, oggi a Tianjin quella prospettiva si è arricchita di nuovi strumenti: una banca di sviluppo, pacchetti di aiuti mirati, una piattaforma diplomatica capace di attrarre attori del Sud Globale. Ciò che emerge è l’idea che SCO e BRICS possano divenire architravi complementari di un’architettura multipolare destinata a ridefinire gli standard della cooperazione internazionale, non soltanto sul terreno della sicurezza, ma anche in campo tecnologico, energetico e finanziario. Non più satelliti o semplici antagonisti dell’Occidente, bensì soggetti che rivendicano un posto al tavolo delle decisioni globali. La sfida sarà mantenere la coesione interna, trasformando rivalità storiche in cooperazione pragmatica. Se questo processo riuscirà, la convergenza tra SCO e BRICS potrà costituire la base per un nuovo equilibrio planetario, in cui l’Asia e il Sud Globale non chiedono più il permesso di entrare nella storia, ma la scrivono da protagonisti.








