Fin dal momento della sua nascita, Israele si rifugia dietro il principio del “diritto a difendersi” per giustificare le proprie operazioni di espulsione, di segregazione e di guerra. È una narrativa strategica usata per presentare attacchi offensivi come atti di legittima difesa. Dal bombardamento del reattore di Osirak, nel 1981, agli attacchi mirati contro le infrastrutture nucleari iraniane nel 2025: quarant'anni in cui Israele ha elevato l'attacco preventivo a dottrina strategica, giustificandolo sistematicamente come autodifesa e ridefinendo i confini della legalità internazionale a prop...
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All’età di 89 anni si è spento l’attore Robert Redford, icona del cinema americano e vincitore di numerosi premi, tra i quali due premi Oscar (per Gente Comune, nel 1981, e per la carriera, nel 2002) e tre Golden Globe. Classe 1936, la sua carriera inizia nel 1959 a Broadway e nel 1962 sul grande schermo. Fu protagonista di innumerevoli pellicole celebri del cinema americano, tra le quali A piedi nudi nel parco, Come eravamo, Il Grande Gatsby, I tre giorni del Condor, Tutti gli uomini del presidente, La mia Africa e Proposta indecente.
Un uomo di 41 anni è deceduto all’ospedale di Reggio Emilia dopo essere stato colpito con un taser dalla polizia durante un intervento avvenuto alle prime ore del mattino di ieri, lunedì 15 settembre, a Massenzatico. La vittima, descritta come in stato di forte stato di agitazione al momento del fermo, è stata soccorsa ma non ha superato la crisi. La Procura ha aperto un’inchiesta per chiarire le circostanze. Si tratta del terzo decesso in meno di un mese legato all’uso della pistola elettrica, dopo quelli di Gianpaolo Demartis a Olbia ed Elton Bani nell’hinterland genovese. Il taser, ufficialmente strumento di dissuasione, è stato già associato ad altri casi mortali in Italia, sollevando polemiche sulla sua pericolosità: tra il 2024 e i primi mesi del 2025, si contano altri cinque decessi avvenuti dopo il suo utilizzo da parte delle forze dell’ordine.
«Il taser resta uno strumento necessario per contenere soggetti violenti evitando il ricorso al contatto fisico o all’uso di armi letali» ha dichiarato Giuseppe Tiani, segretario generale del SIAP (Sindacato Italiano Appartenenti Polizia). Le polemiche al riguardo «non possono diventare un pretesto per attaccare strumentalmente le forze di polizia», riferisce Tiani, che definisce «infondato, offensivo e irresponsabile» paragonare il taser alla tortura. Era stata Irene Testa, garante dei detenuti della Sardegna, l’ultima a definire il taser uno strumento di tortura all’indomani della morte di Gianpaolo Demartis, bloccato con un taser dalle forze dell’ordine lo scorso agosto e successivamente deceduto a bordo dell’ambulanza intervenuta per soccorrerlo.
I decessi sempre più numerosi legati all’utilizzo della pistola a impulsi elettrici rendono la definizione di «arma non letale» sempre meno calzante. Se utilizzato su persone cardiopatiche, o con attività cardiaca alterata dall’uso di droghe, il taser (che a contatto col bersaglio liberaonde da 50 mila volt) può infatti portare al decesso del soggetto colpito. Proprio per questo motivo, una settimana fa è stata presentata un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Interno Piantedosi, nella quale il deputato Magi (+Europa) ha ricordato l’esistenza di una «ampia letteratura» sulla pericolosità dell’arma, anche alla luce dei decessi recenti. Piantedosi ha tuttavia escluso che gli ultimi eventi letali di cronaca siano collegati all’uso del taser – nonostante le indagini siano ancora in corso – e ha definito la pistola a impulsi elettrici un «elemento imprescindibile» per gli agenti. In quanto «strumento difensivo e non offensivo, dissuasivo e non repressivo, non deve essere oggetto di polemiche ideologiche, pretestuose e infondate nei confronti dell’operato delle Forze di Polizia».
Negli Stati Uniti, dove viene impiegato fin dagli inizi degli anni 2000, dal 2001 al 2018 sono stati oltre mille i casi di decesso legati all’utilizzo del taser, come ricorda Amnesty International. «Gli studi medici a disposizione sono concordi nel ritenere che l’uso delle Taser abbia avuto conseguenze mortali su soggetti con disturbi cardiaci o le cui funzioni, nel momento in cui erano stati colpiti dalla Taser, erano compromesse da alcool o droga o, ancora, che erano sotto sforzo, ad esempio al termine di una colluttazione o di una corsa». A questo, si aggiungono i potenziali danni permanenti a cuore e sistema respiratorio che possono seguire alle scariche multiple. Nonostante ciò, il governo attuale punta a estenderne sempre più l’utilizzo anche in Italia.
Otto persone sono rimaste ferite la scorsa notte in una sparatoria avvenuta in un accampamento di senza tetto a Minneapolis. L’episodio è avvenuto meno di 12 ore dopo un altra sparatoria, a due miglia di distanza, dove erano rimaste ferite cinque persone. Il sindaco Jacob Frey ha detto che le forze dell’ordine stanno valutando un possibile collegamento tra i fatti. Quattro dei feriti nell’ultimo episodio hanno lesioni potenzialmente letali e due sono stati colpiti alla testa. Gli investigatori ritengono che si sia trattato di un attacco mirato, con testimoni che riferiscono di oltre 30 colpi sparati.
In un’epoca segnata da infodemia e disinformazione, la Global Sumud Flotilla ha scelto la trasparenza, trasformando la sua traversata verso Gaza in un racconto visibile. Il cuore di questa operazione è il tracker GPS live, accessibile da tutti attraverso il sito ufficiale della coalizione. Ogni imbarcazione della flottiglia è infatti dotata di un dispositivo di localizzazione che trasmette costantemente la sua posizione. Sulla mappa, le navi appaiono come punti colorati in movimento nel Mar Mediterraneo, e cliccando su ciascun marcatore è possibile ottenere informazioni dettagliate sull’imbarcazione. La scelta della massima trasparenza funge anche da deterrente contro potenziali interventi militari o azioni di intercettazione. Per seguire in diretta la missione della Global Sumud Flotilla, potete cliccare su questo link.
Mai prima d’ora una missione umanitaria diretta a Gaza è stata così esposta mediaticamente, permettendo a chiunque nel mondo di seguirne ogni movimento in tempo reale. Questo strumento non è una semplice mappa interattiva. Progettato da Forensic Architecture, centro di ricerca londinese specializzato in investigazioni sui diritti umani, il tracker rappresenta una forma di protezione attiva. Rispetto ai modelli precedenti, la tecnologia odierna è più avanzata, con capacità di registrazione e trasmissione rafforzate per resistere a eventuali interferenze o tentativi di bloccare il segnale. In caso di incidenti, i dati raccolti e conservati dal sistema costituiranno preziose prove digitali da utilizzare in sede legale.
La documentazione a bordo è amplificata dalla presenza di giornalisti, parlamentari e attivisti distribuiti sulle oltre 50 imbarcazioni, che forniscono testimonianze dirette. Per garantire una connessione internet continua anche in alto mare, la flottiglia si affida alla tecnologia Starlink, che consente streaming live e aggiornamenti costanti sui social media. Oltre al tracker, per seguire la missione in diretta sono attivi i profili social della Flottiglia. L’account Instagram @globalsumudflotilla pubblica foto e video direttamente dalle imbarcazioni, mentre su Twitter @GlobalSumudF vengono diffusi bollettini tecnici con coordinate GPS, rotte e condizioni meteo. I contenuti, disponibili in più lingue tra cui l’italiano, rendono questo viaggio di 3.000 chilometri un esperimento senza precedenti di attivismo marittimo globale e trasparente.
La Global Sumud Flotilla è una iniziativa della società civile internazionale organizzata dalla Freedom Flotilla Coalition, un gruppo di organizzazioni pro-Palestina. Il suo obiettivo principale è rompere il blocco navale israeliano imposto sulla Striscia di Gaza e portare attenzione sulla situazione umanitaria nell’enclave. Il nome “Sumud” è una parola araba che significa “resistenza perseverante” o “fermezza”, rappresentando la resilienza del popolo palestinese. A differenza delle semplici missioni di aiuto, la flottiglia ha un forte carattere simbolico e politico, cercando di sfidare direttamente l’assedio attraverso un atto di disobbedienza civile pacifica. Oltre a tentare di portare aiuti, a bordo delle navi vi sono attivisti e personaggi pubblici che fungono da testimoni per documentare e denunciare la situazione a Gaza. La missione si colloca quindi al crocevia tra aiuto umanitario, attivismo per i diritti umani e advocacy politica.
Gli attacchi diretti alle imbarcazioni sono già iniziati. Intorno alle 23.30 di lunedì 8 settembre (mezzanotte e mezza in Italia), la Family Boat, una delle imbarcazioni principali della Global Sumud Flotilla, è stata colpita da un drone mentre si trovava nel porto di Tunisi, riportando diversi danni. Nella notte tra martedì 9 e mercoledì 10 settembre è stato condotto un nuovo attacco incendiario contro una seconda imbarcazione della Global Sumud Flotilla nel porto di Tunisi. Analogamente a quanto già successo, l’equipaggio ha dichiarato di aver sentito prima il ronzio di un drone, poi un oggetto infuocato si è abbattuto sul mezzo, danneggiandolo.
L’emittente Al Jazeera ha reso noto oggi che la Global Sumud Flotilla ha raggiunto le acque internazionali ed è stata affiancata da altre navi provenienti dal Nord Africa in partenza dai porti tunisini, raggiungendo circa 40 unità. Sarà presto raggiunta in un punto del Mediterraneo non ancora reso noto da una flotta italiana e una greca prima di intraprendere il viaggio verso Gaza. Come si può constatare dal tracker, sabato 13 settembre è infatti partito il convoglio italiano: 18 navi, contenenti decine di attivisti da tutto il mondo eun totale di 45 tonnellate di aiuti umanitari, sono salpate dal porto di Augusta, in Sicilia.
Nella notte, l’esercito israeliano ha lanciato una massiccia invasione di Gaza City con raid aerei, droni, elicotteri e mezzi corazzati. I tank e le unità speciali hanno raggiunto il centro urbano. Washington ha ribadito il sostegno a Israele, con Trump che ha avvertito Hamas di non usare i prigionieri come scudi umani. Su X, il portavoce per i media arabi delle Forze di difesa israeliane (Idf), il colonnello Adraee, ha invitato i residenti a evacuare «il più rapidamente possibile». L’Idf sostiene di controllare già il 40% della città. Nel frattempo, le famiglie degli ostaggi israeliani protestano davanti alla residenza del premier Netanyahu.
Il 10 settembre, Charlie Kirk, influencer e attivista di spicco del movimento MAGA statunitense, è stato assassinato in un campus dello Utah, ucciso da un colpo d’arma da fuoco al collo. Prima ancora che venisse confermato il decesso o identificato il colpevole, i principali volti dell’estrema destra hanno indirizzato accuse alla “sinistra”, al mondo “woke”, alle persone trans e ai movimenti antifa. In breve tempo, questa narrativa si è tradotta in una campagna di doxing contro chiunque avesse espresso opinioni sulla vittima che potessero essere intese in chiave negativa.
Figura divisiva per eccellenza, Kirk era noto per le sue posizioni controverse: antiabortista, negazionista del cambiamento climatico, sostenitore dell’idea che le donne dovessero privilegiare la maternità rispetto al lavoro. Era un megafono della disinformazione trumpiana e un fervente difensore del diritto a possedere armi. A suo dire, “valeva la pena” accettare qualche vittima in sparatorie pur di difendere la sacralità del Secondo Emendamento. Non sorprende quindi che il suo omicidio abbia suscitato reazioni polarizzate, incluse esternazioni apertamente celebrative.
Le motivazioni dell’attentato restano ancora oggi oscure e non sembrano riconducibili a uno schema politico lineare. Nei giorni successivi all’attentato è stato arrestato un sospetto, Tyler Robinson, 22 anni, il quale non sta però collaborando con gli inquirenti. Quel poco che è emerso dal profilo pubblico del giovane lascia intendere che le sue visioni politiche siano incoerenti, che integrino al loro interno elementi appartenenti all’intero spettro ideologico. Ciò non ha impedito al presidente Donald Trump di attribuire la responsabilità alla “sinistra radicale”, rea di equiparare le idee di Kirk alla dottrina nazista. “Questa retorica è direttamente responsabile del terrorismo che stiamo vedendo oggi nella nazione e deve essere fermata immediatamente”, ha dichiarato in conferenza stampa.
L’alt-right si è rapidamente mobilitata. “Se siete così malati da celebrare la sua morte, preparatevi a vedere distrutte le vostre aspirazioni professionali”, ha scritto su XLaura Loomer, influencer vicina all’amministrazione Trump e una delle celebrità che han deciso di indurre i propri follower a segnalare ai datori di lavoro chiunque avesse reagito positivamente all’assassinio di Kirk. Intorno a questa “missione” è sorto addirittura un portale, charliesmurderers, il quale raccoglieva e pubblicava le informazioni pubbliche di tutti coloro che venivano considerati colpevoli di odio.
Il sito, lanciato in forma anonima, ospitava screenshot di profili social e ha innescato ondate di cyberbullismo contro i soggetti che sono stati esposti. La definizione di contenuto celebrativo si è dimostrata peraltro estremamente elastica: la giornalista Rachel Gilmore, ad esempio, è stata presa di mira per un messaggio che, letto oggi, appare più premonitore che aggressivo. “Sono terrorizzata all’idea che i fan di estrema destra di Kirk possano trasformare questo lutto in un’occasione di ulteriore radicalizzazione”, aveva scritto su X. “Finiranno con il credere che le loro paure sono state confermate e penseranno di avere il diritto di ‘vendicarsi’ a prescindere da chi ci sia veramente dietro alla sparatoria?”.
L’homepage del sito charliemurderers.com. In primo piano è scritto: «Charlie Kirk è stato assassinato. Un tuo dipendente o studente sta supportando la violenza politica online? Cercali su questo sito web».
Oggi charliesmurderers risulta inaccessibile (ma non cancellato) e l’iniziativa è confluita in un sito meno esplicito e compromettente, gestito da un account denominato Charlie Kirk Data Foundation. Nel frattempo, le campagne di denuncia mosse dall’alt-right hanno già avuto conseguenze tangibili: oltre alle numerose molestie ricevute dai bersagli, secondo un’inchiesta di Al Jazeera, almeno 15 persone sono state licenziate per le opinioni espresse nei confronti dell’attentato. Una statistica in progressiva crescita. L’attività di denuncia assumerebbe una proporzione ancora più importante qualora si realizzassero le intenzioni del Segretario di Stato Marco Rubio, il quale sostiene che bisognerebbe revocare il visto a tutti coloro che celebrano l’assassinio di un personaggio politico. “Perché mai dovremmo voler portare nel nostro Paese persone che adotteranno comportamenti negativi e distruttivi?”, ha dichiarato ai microfoni di Fox News.
L’incontro tra politica e doxing non è un fenomeno inedito. Già all’indomani dell’assalto al Campidoglio era comparso il controverso sito Faces of the Riot, il quale raccoglieva immagini e video caricati su social Parler dai manifestanti, facilitandone l’identificazione attraverso il crowdsourcing. Nel 2018, una strategia simile era stata adottata dall’artista Kyle McDonald per individuare i funzionari dell’agenzia di immigrazione statunitense. Ciò che avviene oggi non è quindi un episodio isolato, ma l’ennesimo passo in un’escalation che vede il web trasformarsi in strumento di sorveglianza partecipata. Una deriva degna d’attenzione, soprattutto perché non si limita a colpire chi compie azioni illegali, ma tende a criminalizzare la parola stessa.
Donald Trump ha avviato una causa per diffamazione da 15 miliardi di dollari contro il New York Times e quattro giornalisti, accusandoli di aver diffuso dichiarazioni false e dannose. Il procedimento, presentato in Florida, fa riferimento a articoli e un libro pubblicati in vista delle elezioni del 2024, descritti come parte di una campagna decennale di diffamazione deliberata. In un post su Truth Social, Trump ha accusato il quotidiano di essere diventato «portavoce» dei Democratici. Il tycoon ha già intrapreso azioni simili, tra cui una causa da 10 miliardi contro il Wall Street Journal e Rupert Murdoch.
Il questore di Sassari ha emesso fogli di via dalla citta di Olbia contro alcuni attivisti che, lo scorso 31 agosto, hanno fermato per alcune ore pullman carichi di turisti israeliani in vacanza in Sardegna. Il provvedimento è stato motivato dalla «pericolosità sociale» dei soggetti, nonostante la protesta si sia svolta pacificamente e senza scontri – tanto che, nel pieno del suo svolgimento, a nessun cittadino è stato contestato alcun illecito. L’azione non è stata l’unica di questo genere: durante il mese di agosto e di settembre, numerosi cittadini sardi si sono recati in presidio all’aeroporto di Olbia, per protestare contro lo sbarco di cittadini e militari israeliani che intendevano trascorrere le ferie estive sull’isola, «mentre in Palestina il loro governo compie un genocidio in diretta streaming».
I collettivi presenti, come A’ Foras, riferiscono che la mattina del 31 agosto decine di attivisti, studenti e lavoratori hanno «tenuto in “ostaggio”» per due ore i pullman che avrebbero dovuto portare i turisti in villeggiatura. Secondo quanto riferito dal collettivo, nel corso della manifestazione la polizia ha fermato e identificato due manifestanti che avevano tirato fuori una bandiera palestinese durante l’imbarco dei turisti in partenza. Le proteste si sono ripetute anche con i successivi arrivi di turisti israeliani, tanto che gli scali dei voli provenienti da Tel Aviv sono regolarmente protetti da forze dell’ordine in tenuta antisommossa e con diverse camionette. A’ Foras riporta che il 4 settembre, presso l’aeroporto di Olbia, la polizia ha identificato arbitrariamente cinque persone, di cui un bambino, solo perchè si trovavano a passeggiare fuori dall’aeroporto mentre avveniva lo scalo dei turisti israeliani. Le persone sono anche state «minacciate di denunce penali per manifestazioni non organizzate», nonostante nessun simbolo o bandiera fosse stato esposto.
I presidi presso l’aeroporto non si sono mai interrotti. Di fatto, già a giugno i collettivi avevano segnalato che voli diretti tra Israele e la Sardegna erano in programma per tutta l’estate, con i turisti tutelati da un «protocollo di sicurezza rafforzata» che avrebbe permesso a militari israeliani in borghese di occuparsi della sicurezza dei propri concittadini in vacanza. D’altronde, proprio la Sardegna è stata scelta come luogo di incontro tra l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff, il ministro israeliano Ron Dermer e il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani, i quali, lo scorso luglio, hanno discusso su un mega-yacht di lusso al largo della Costa Smeralda i dettagli della guerra genocidiaria di Israele a Gaza.
Il messaggio dei collettivi, a fronte di ciò, è chiaro: «il turismo sionista non è il benvenuto in Sardegna». Le azioni hanno avuto un tale risalto che c’è stata anche una interrogazione parlamentare per il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi alla Camera, il quale ha riferito della necessità di proteggere i turisti israeliani dai pericoli «dell’antisemitismo». Per Piantedosi, questi gruppi non rappresentano altro se non «comitive culturali» potenzialmente a rischio di «atti di intolleranza». «Non voglio pensare che si potesse pensare di lasciare questi individui alla mercé di possibili malintenzionati», ha riferito il ministro.
Dal canto loro, i collettivi mandano un messaggio ben preciso: «la nostra terra non può essere la villeggiatura di militari e riservisti di uno stato genocida che sgancia le bombe prodotte a Domusnovas su civili e bambini e si esercita al genocidio nei poligoni militari imposti alla nostra terra».
Nelle ultime settimane, il Nepal è stato attraversato da un’ondata di proteste senza precedenti che ha scosso le fondamenta politiche del Paese. Migliaia di giovani, organizzati in modo spontaneo e diffuso soprattutto attraverso piattaforme digitali, sono scesi in piazza per opporsi a un decreto governativo che imponeva forti limitazioni a molte piattaforme internet e forme di controllo alla comunicazione digitale accusate di voler silenziare il dissenso. Le proteste, iniziate a Kathmandu e rapidamente dilagate in tutto il Paese, hanno assunto proporzioni tali da provocare, nel giro di pochi g...
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