domenica 1 Febbraio 2026
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L’economia dell’IA, per adesso, è molto diversa da come viene solitamente raccontata

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L’intelligenza artificiale è ormai una tecnologia d’uso comune, volenti o nolenti tutti finiscono con il percepire i risultati del suo avvento. Eppure, nonostante la sua capillare diffusione, le aziende faticano ancora oggi a trovare degli usi applicativi capaci di garantire quel genere di stravolgimento commerciale che avrebbe dovuto stravolgere l’intero mondo imprenditoriale. Una posizione che complica non poco la possibilità di monetizzare l’IA e che rende più fragile l’intero ecosistema finanziario.

Sin dall’avvento dei primi modelli GPT, le aziende tecnologiche hanno promesso una portentosa rivoluzione industriale e scientifica. I modelli di linguaggio di grandi dimensioni e la semplificazione delle interazioni uomo-macchina avrebbero dovuto curare malattie, salvare il mondo dal surriscaldamento globale e, soprattutto, offrire nuovi mezzi su cui costruire una rinnovata crescita economica, se non addirittura un sistema di reddito universale di base. Un insieme di obiettivi ambiziosi che, però, viene solitamente presentato con estrema vaghezza.

Il Financial Times è voluto andare oltre alla dimensione aneddotica, verificando le trascrizioni dei risultati economici e i documenti depositati dalle realtà elencate nell’indice azionario S&P 500 alla Commissione per i Titoli e gli Scambi (SEC). A differenza dei comunicati aziendali e alle conferenze sugli utili, questi carteggi sono obbligati a elencare una serie di rischi percepiti che raramente finiscono all’orecchio del pubblico. Dati alla mano, la testata ha riscontrato che, nonostante la crescente diffusione di questi strumenti e i toni generalmente entusiastici, i lati positivi menzionati tendano a essere indefiniti, mentre le criticità assumono una dimensione concreta, soprattutto sul frangente della cybersicurezza. In generale, il numero delle aziende che esprime un’opinione positiva nei confronti di queste tecnologie è calato rispetto a quanto registrato nel 2022.

L’ipotesi avanzata è che, ora come ora, gli investimenti nell’IA siano più che altro dettati dalla FOMO, ovvero dalla paura di essere soppiantati da un concorrente che usa strumenti di IA. Una vera e propria “corsa alle armi” che, come le vere escalation belliche, finisce con l’autoalimentarsi. Una tendenza che viene prevedibilmente fomentata dai produttori degli strumenti: Sam Altman, CEO di OpenAI, ha scritto recentemente sul suo blog che “l’accesso all’IA diventerà un motore fondamentale dell’economia”. Nel frattempo, il report The GenAI Divide: State of AI in Business 2025, pubblicato lo scorso agosto dai ricercatori del MIT, stima che il 95% dei progetti pilota aziendali basati sull’intelligenza artificiale generativa non hanno soddisfatto le aspettative.

Sul fronte dei consumatori, uno dei più grandi ostacoli della corrente tecnologia è rappresentato dalle cosiddette “allucinazioni”, errori sistemici che fanno sì che le IA adoperate a fini generali tendano a produrre risultati inconsistenti e inaffidabili, che devono essere verificati e supervisionati da personale umano. Un processo che rischia di portare via più tempo di quanto non ne faccia guadagnare. Dal lato delle Big Tech, si aggiunge la criticità finanziaria: i prodotti commercializzati non sono attualmente sostenibili a livello economico e rappresentano anzi un costante salasso di risorse.

Con simili premesse, inizia a risultare difficile convincere gli investitori che sia il caso di continuare a scommettere cifre sempre più grandi nell’IA, tuttavia le “Magnifiche Sette” – Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet (Google), Meta, Nvidia e Tesla – rappresentano buona parte della crescita dell’S&P 500 e un loro eventuale crollo porterebbe conseguenze che riverberebbero sull’intera Wall Street.

Secondo un rapporto a Gaza ci sono 4.000 bambini amputati: è il tasso più alto al mondo

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I bambini della Striscia di Gaza continuano a portare sulle proprie spalle il peso più grave del conflitto: quasi due anni di bombardamenti israeliani, culminati nell’ultima operazione di terra condotta dall’esercito, hanno trasformato scuole, quartieri e ospedali in macerie, privando un’intera generazione di sicurezza, assistenza e futuro. Come se non bastassero la devastazione e la carestia, secondo l’International Rescue Committee (IRC) –un’organizzazione non governativa globale di aiuto umanitario, fondata nel 1933 come International Relief Association, su richiesta di Albert Einstein – Gaza è oggi il luogo con il più alto numero di bambini amputati pro capite al mondo. Dall’inizio della guerra, i casi stimati raggiungono quota 4.000, un dato che racconta da solo la portata della tragedia in atto. «Si tratta di bambini che hanno perso gli arti, che si svegliano urlando a causa degli incubi, che non si sentono più al sicuro nemmeno nelle loro famiglie. I nostri team stanno facendo tutto il possibile per supportarli, ma senza un accesso sicuro e senza forniture di base, il loro recupero rischia di bloccarsi completamente», spiega Ciarán Donnelly, vicepresidente senior dell’IRC.

Le cause vanno ricercate nei bombardamenti incessanti, nelle esplosioni che colpiscono aree civili, nella distruzione degli ospedali e nell’impossibilità di garantire cure tempestive e adeguate. Le organizzazioni umanitarie segnalano un aumento vertiginoso dei casi di bambini colpiti da schegge e ferite gravi, in un contesto già segnato dalla fame crescente e dalla carenza cronica di risorse mediche. Il prezzo pagato dai minori non si misura solo nelle amputazioni e nelle mutilazioni permanenti. A ogni ferita visibile se ne affiancano altre invisibili: ansia, incubi ricorrenti, aggressività, paura costante. L’infanzia viene violata due volte, nel corpo e nello spirito. Molti bambini, incapaci di camminare o costretti a convivere con disabilità permanenti, si trovano spinti a mendicare o a lavorare per sopravvivere. La scarsità di protesi, la mancanza di personale sanitario qualificato e la distruzione delle strutture ospedaliere rendono la riabilitazione un miraggio. A questo si somma la malnutrizione diffusa: decine di migliaia di bambini sotto i cinque anni sono a rischio di denutrizione acuta e intere aree della Striscia vivono già in condizioni assimilabili alla carestia. La valutazione dell’IRC condotta il mese scorso tra 469 famiglie sfollate a Gaza City, Deir El Balah e in alcune zone di Khan Younis ha rilevato che un bambino su tre sotto i tre anni non aveva mangiato nulla nelle 24 ore precedenti l’indagine, mentre quasi tre quarti delle famiglie con bambini piccoli hanno riportato segni visibili di malnutrizione.

Dati che collimano con quelli dell’ONU che ha dichiarato ufficialmente lo stato di carestia nella Striscia di Gaza, usando la classificazione IPC (Integrated Food Security Phase Classification), un organismo sostenuto dalle stesse Nazioni Unite che si occupa di monitorare i livelli di fame nel mondo. Circa 514.000 persone – quasi un quarto della popolazione – soffrono di gravi carenze alimentari, con 280.000 nella sola Gaza settentrionale. Per qualificare la carestia, è richiesto che almeno il 20% della popolazione subisca penuria estrema di cibo, che un bambino su tre sia malnutrito acutamente e che due persone su 10.000 muoiano ogni giorno per fame o malattie correlate. La fame, insieme alle ferite, aggrava ogni quadro clinico e riduce le prospettive di sopravvivenza. I numeri forniti dall’IRC e condivisi anche dall’UNRWA non rappresentano semplici statistiche, ma il segnale di un futuro negato. Il richiamo delle agenzie umanitarie è chiaro: senza un cessate il fuoco e senza un incremento immediato degli aiuti, le conseguenze sui bambini di Gaza saranno irreversibili. La guerra non solo produce amputazioni e lutti, ma genera traumi destinati a trasmettersi alle generazioni future, minando la stabilità psicologica e sociale dell’intera comunità. Ogni giorno di conflitto aggiunge nuove cicatrici a una popolazione infantile che ha già perso la propria infanzia.

Von der Leyen ci ricasca: sotto indagine per chat cancellate sull’accordo Mercosur

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Dopo lo scandalo Pfizergate, un altro messaggio scomodo sparisce dai telefoni di Ursula von der Leyen. La presidente della Commissione europea torna al centro di un caso che mette in discussione la trasparenza delle istituzioni europee. Von der Leyen è finita sotto la lente dell’Ombudsman UE, ovvero il Mediatore europeo, per la cancellazione automatica di un messaggio inviato da Emmanuel Macron in merito all’accordo Mercosur, l’intesa commerciale tra i 27 Paesi membri dell’UE, da una parte, e l’area di libero scambio sudamericana composta da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, dall’altra. Il testo, rivelato da Politico e inoltrato da Parigi nel gennaio 2024, avrebbe espresso obiezioni circa l’impatto dell’intesa commerciale sui contadini francesi, eppure è sparito nei meandri dei dispositivi digitali. La Commissione ha ammesso che sui telefoni della presidente era attiva la funzione “messaggi a scomparsa” tramite l’app Signal, giustificando che il contenuto non avrebbe avuto “effetti amministrativi o legali” tali da dover essere archiviato. «Gli sms possono essere archiviati in determinate circostanze – se hanno effetto legale o amministrativo – ma in questo caso è stato ritenuto che non fosse così, seguendo le procedure previste» ha commentato un portavoce della Commissione europea.

Il ricorso era stato avanzato da un giornalista investigativo del portale Follow The Money, Alexander Fanta, che voleva accedere al messaggio di testo. La richiesta fu respinta, e ora la Mediatrice europea, Teresa Anjinho, che ha avviato l’indagine, esaminerà sia la legittimità del rifiuto sia le modalità di conservazione delle comunicazioni ufficiali di altissimo livello. Bruxelles dovrà consegnare i documenti richiesti entro il 10 ottobre: un nuovo banco di prova sulla capacità dell’UE di coniugare riservatezza e responsabilità. Al centro resta, ancora una volta, il nodo della trasparenza, già emerso nel quadro del Pfizergate, lo scandalo dei messaggi cancellati tra von der Leyen e il numero uno di Pfizer, Albert Bourla, in piena crisi pandemica. Nell’aprile del 2021 era stato il New York Times ad accendere i riflettori sulla corrispondenza informale tramite SMS tra von der Leyen e Bourla con cui era stata negoziata la fornitura di vaccini da due miliardi e quattrocento milioni di euro. Dinanzi alla richiesta di pubblicazione dei messaggi, la Commissione aveva affermato di non averli conservati a causa della loro “natura effimera e di breve durata” e per questo non contenenti “informazioni importanti su politiche, attività o decisioni della Commissione”. La vicenda si trascinò davanti ai tribunali dell’Unione, e nel maggio 2025 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha annullato la decisione della Commissione di negare l’accesso ai messaggi di testo: si è stabilito che non era sufficiente affermare “non li possediamo”, senza spiegare con chiarezza perché fossero spariti. La Corte ha riconosciuto che tali messaggi dovevano essere trattati alla stregua di documenti poiché inerenti a decisioni di rilievo pubblico. Uno dei quesiti chiave: cancellare non è distruggere con dolo, ma l’effetto è lo stesso quando nessuno può più controllare.

Alla fine, più che stabilire responsabilità personali, la sentenza ha posto un monito al modello di governance dell’Unione: non esiste trasparenza se chi decide si riserva l’archivio e cancella ciò che è scomodo. Il leitmotiv è ormai chiaro e nel nuovo caso Mercosur, la presidente cade esattamente nella stessa trappola: nuova richiesta, nuova negazione, nuovo messaggio che sparisce. Se il messaggio fosse stato reso pubblico, avrebbe forse potuto svelare retroscena politici, pressioni bilaterali o addirittura tentativi di revoca dell’accordo. Invece è svanito, nascosto dietro procedure tecniche e dietro una interpretazione blandamente flessibile del concetto di “documento”. Von der Leyen, al centro di entrambi gli scandali, dimostra così una costanza nella gestione opaca che non è mera dimenticanza, ma strategia sistemica, muovendosi con crescente autonomia e disinvoltura su dossier strategici che spaziano dalla politica industriale alla difesa, dagli accordi commerciali alle forniture di vaccini. L’immagine che emerge è quella di una leader che agisce dietro le quinte, bypassando i canali istituzionali per rafforzare il proprio potere decisionale.

Francia, ex presidente Sarkozy condannato per finanziamenti da Gheddafi

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Nicolas Sarkozy, ex presidente francese, è stato condannato a cinque anni di carcere per associazione a delinquere nel processo sui presunti finanziamenti illeciti ricevuti dal regime del leader libico Muammar Gheddafi per la campagna presidenziale del 2007. La pena prevede anche 100mila euro di multa e la perdita dei diritti civili, inclusi voto ed eleggibilità. L’ex capo di Stato, già condannato in altri procedimenti, dovrà essere accompagnato in carcere entro un mese. È stato assolto dalle accuse di corruzione e appropriazione indebita. Secondo l’accusa, Gheddafi avrebbe sostenuto Sarkozy in cambio di favori politici e diplomatici.

Costi oscuri e dubbi ambientali: la Corte dei Conti ferma il Ponte sullo Stretto

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Sul Ponte sullo Stretto è arrivato un duro colpo per il governo Meloni e per il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini. La Corte dei Conti ha infatti bloccato l’iter dell’opera, rispedendo al mittente la delibera con cui il Cipess, il 6 agosto scorso, aveva approvato il progetto definitivo. I magistrati contabili, in un documento inviato alla presidenza del Consiglio, hanno sollevato una serie di rilievi sostanziali, chiedendo chiarimenti su profili procedurali, economici e ambientali. La relazione del Cipess viene giudicata carente, più simile a una ricognizione che a una valutazione ponderata. Il ministero replica definendo «fisiologica» l’interlocuzione, ma il progetto, per ora, torna indietro, con l’invito della Corte a ritirarlo in autotutela. Al ministero delle Infrastrutture è stato dato un termine di 20 giorni per rispondere: senza integrazioni la Sezione potrà decidere «allo stato degli atti».

Il verdetto dei magistrati, arrivato mercoledì 24 settembre, suona come una bocciatura. La Corte contabile scrive, in via generale, che «risulterebbe non compiutamente assolto l’onere di motivazione difettando, a sostegno delle determinazioni assunte dal Cipess, anche in relazione a snodi cruciali dell’iter procedimentale, una puntuale valutazione degli esiti istruttori». In pratica, la delibera del Cipess sembra più «una ricognizione delle attività intestate ai diversi attori istituzionali del procedimento che come una ponderazione delle risultanze di dette attività, sotto il profilo sia fattuale che giuridico». Non è chiaro, cioè, il motivo per cui il Comitato abbia dato il via libera. I problemi procedurali sono molteplici. Innanzitutto, la trasmissione degli atti è avvenuta in modo anomalo, tramite «link» che rimandavano al sito della società Stretto di Messina, una modalità atipica per comunicazioni tra pubbliche amministrazioni e Corte. Per questo i magistrati chiedono «chiarimenti in ordine alla formale acquisizione di detti atti da parte del Mit e di codesto Comitato». Inoltre, alcuni atti sarebbero dovuti pervenire per il controllo prima dell’approvazione, non dopo.

Sul piano sostanziale, i rilievi sono ancor più gravi. La Corte chiede spiegazioni sulle valutazioni del Cipess in relazione ai «motivi imperativi di interesse pubblico» invocati dal governo, anche legati alla «salute dell’uomo e sicurezza pubblica o relative conseguenze positive di primaria importanza per l’ambiente», e sull’asserita «assenza di idonee alternative progettuali». Questa procedura d’urgenza, che punta a classificare il ponte come opera di interesse strategico militare, è vista da molti come un escamotage per bypassare i vincoli ambientali europei. Non a caso, la Corte chiede «aggiornamenti in merito all’interlocuzione che sembra avviata, sul punto, con la Commissione europea», dopo che Bruxelles ha a sua volta richiesto documenti.

Il cuore delle perplessità riguarda i costi. I magistrati evidenziano un «disallineamento tra l’importo asseverato dalla società Kpmg in data 25 luglio 2025 – quantificato in euro 10.481.500.000 – e quello di euro 10.508.820.773 attestato nel quadro economico approvato il 6 agosto 2025». Vengono sollecitate integrazioni su diverse voci, dagli oneri per le condizioni contrattuali (cct) a quelli per la sicurezza, lievitatì da 97 a 206 milioni di euro rispetto al progetto preliminare. Fondamentale è poi la questione delle stime di traffico, alla base della sostenibilità economica. La Corte chiede chiarimenti sulle «stime di traffico – al piano tariffario di cui allo studio redatto dalla TPlan Consulting – poste a fondamento del Pef», anche in merito alle «modalità di scelta della predetta società di consulenza».

Il governo ha venti giorni di tempo per rispondere. Trascorso questo termine, la Corte «potrà decidere allo stato degli atti, ferma restando la facoltà di codesta amministrazione di ritirare il provvedimento in sede di autotutela». Il Mit, tramite una nota, ha assicurato che «tutti i chiarimenti e le integrazioni chieste dalla Corte dei Conti fanno parte della fisiologica interlocuzione tra istituzioni e saranno fornite nei tempi previsti». Ha inoltre ribadito che «il Ponte sullo Stretto non è in discussione e gli uffici competenti sono già al lavoro». Intanto, l’opera è ferma. Senza la “bollinatura” della Corte dei Conti, la delibera Cipess non può essere pubblicata in Gazzetta Ufficiale e non si possono aprire i cantieri, nemmeno quelli preparatori, senza rischiare il danno erariale.

Il via libera al progetto definitivo del Ponte da parte del CIPESS era arrivato a inizio agosto ed era stato celebrato dall’esecutivo Meloni con toni trionfalistici. Le Associazioni Greenpeace, Lipu, Legambiente e WWF avevano immediatamente lanciato il guanto di sfida al governo in una nota comune, giudicando la decisione del CIPESS «un vero e proprio azzardo», sia per motivi economici sia «per il quadro d’incertezza» del progetto. «Come si è sempre dato per scontato il parere della Commissione VIA, oggi si dà già per acquisito il parere della Corte dei Conti che, invece, ancora deve pronunciarsi», avevano scritto con lungimiranza le associazioni. «Si tace sul fatto che la cosiddetta apertura dei cantieri sarà poco più che simbolica e riguarderà interventi preliminari sia perché il progetto esecutivo non è ancora stato redatto, sia perché la modifica di legge voluta dal governo per procedere ad una cantierizzazione a fasi spezzetterà il progetto esecutivo lasciando sino all’ultimo aperta l’incognita sui risultati sulle prove da fatica sulla tenuta dei cavi e sugli approfondimenti sismici prescritti dalla Commissione VIA», avevano concluso. A ogni modo, il ministro dei Trasporti Matteo Salvini aveva annunciato per l’ennesima volta la data di inizio dei lavori (che si sposta di volta in volta sempre un poco più avanti nel tempo), indicandola «tra settembre e ottobre». Lo scenario suggerisce che così non sarà.

Droni in Danimarca: chiuso temporaneamente lo spazio aereo

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Ieri sera la Danimarca ha chiuso temporaneamente lo spazio aereo sopra l’aeroporto di Aalborg a causa del rilevamento di alcuni droni non identificati. Non è stato comunicato quanti droni avrebbero sorvolato i cieli danesi, ma pare che sarebbero stati rilevati droni anche presso Esbjerg, Sønderborg e Skrydstrup. Le indagini sulla loro origine sono ancora in corso. Quello di ieri è solo l’ultimo caso in cui un Paese europeo denuncia la presenza di droni non identificati nei propri cieli, e il secondo il Danimarca. In tutti i casi, i Paesi coinvolti, tra cui figurano anche Estonia, Norvegia, Polonia e Romania, hanno accusato la Russia, che ha sempre respinto le accuse.

Trump chiede, la Commissione UE esegue: verso i dazi sul petrolio russo

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La Commissione europea si prepara a introdurre dazi sul petrolio russo che ancora raggiunge il mercato interno. La notizia, filtrata da Bruxelles, segna un passo che arriva all’indomani delle pressioni esercitate da Donald Trump all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dove il presidente americano ha invitato gli europei a interrompere ogni importazione di greggio da Mosca, come mezzo per mettere pressione sul Cremlino e porre fine alla guerra in Ucraina. A conferma di un copione ormai consolidato, l’Unione sembra più incline a recepire le direttive provenienti da Washington che a difendere una propria autonomia strategica. L’iniziativa punta a colpire in particolare quei Paesi che ancora dipendono dall’oleodotto Druzhba, come Ungheria e Slovacchia, rimasti finora esclusi dall’embargo sul petrolio russo. Si stima che ciascuno di questi Paesi riceva 100mila barili al giorno di petrolio degli Urali. Si tratterebbe di un provvedimento distinto dai pacchetti di sanzioni già adottati, concepito per ridurre l’attrattiva economica delle importazioni. «Il presidente Trump ha assolutamente ragione. Ci stiamo lavorando», ha chiosato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. L’operazione, però, non nasce da un’analisi interna, ma dall’urgenza di allinearsi alla volontà americana: un segnale che la linea politica dell’Unione continua a modellarsi più sulle pressioni esterne che sugli interessi reali del continente.


Le reazioni non si sono fatte attendere. L’Ungheria ha ribadito la propria contrarietà, sottolineando che il petrolio russo rappresenta ancora oggi l’unico vettore affidabile per garantire stabilità energetica e prezzi sostenibili. Budapest rifiuta di sacrificare la propria sicurezza energetica sull’altare delle richieste statunitensi e denuncia una misura che rischia di aggravare ulteriormente i costi per i cittadini europei senza intaccare in modo decisivo le entrate di Mosca. In una recente intervista al Guardian, il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó ha dichiarato che la fornitura di petrolio e gas è una «questione puramente fisica» che dipende dai collegamenti tra il Paese senza sbocco sul mare e i fornitori di energia e che l’Ungheria non può «garantire un approvvigionamento sicuro» senza le fonti russe di petrolio o gas. Anche la Slovacchia, seppur con toni più cauti, condivide la medesima preoccupazione. Dal canto suo, il Cremlino tramite il suo portavoce Dmitry Peskov ha riconosciuto che «Trump è un vero uomo d’affari» e che «sta cercando di costringere il mondo interno a spendere più soldi per il petrolio e il gas americani». Il nodo è evidente: finora le deroghe avevano permesso a determinati Paesi di continuare a importare greggio, giustificate dal rischio di un collasso economico interno. Introdurre ora dazi significherebbe ribaltare quell’equilibrio precario, imponendo un prezzo politico e sociale a comunità già messe a dura prova dall’aumento dei costi energetici. Per di più, il greggio russo, grazie ai suoi vantaggi di prezzo, resta concorrenziale rispetto ad altre fonti: colpirlo con nuove tariffe potrebbe semplicemente tradursi in un trasferimento di costi ai consumatori e a interi comparti industriali.


A differenza delle sanzioni, che dipendono dall’unanimità di tutti i 27 Stati membri, i dazi richiedono una maggioranza qualificata per essere approvati, il che significa che non si applicheranno veti individuali. Il quadro che emerge è quello di un’Europa debole, più reattiva alle pressioni d’oltreoceano che capace di sviluppare una propria strategia. Dietro la retorica della fermezza contro Mosca si intravede una realtà scomoda: le decisioni cruciali in materia energetica non nascono da un dibattito interno, ma vengono adottate sull’onda degli impulsi americani. L’Unione europea si trova così a dover rincorrere, incapace di elaborare una visione autonoma, intrappolata in una dipendenza che rischia di minarne la credibilità. Il tentativo di aggirare le regole dell’unanimità, ricorrendo a strumenti che consentano di bypassare i veti nazionali, accentua questa dinamica: da un lato la Commissione si piega alle richieste di Washington, dall’altro cerca di limitare le voci dissenzienti che ricordano la necessità di tutelare le esigenze dei cittadini.

Il governo israeliano ha classificato movimenti e attivisti italiani che manifestano per Gaza

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Il ministero per la Diaspora del governo israeliano ha pubblicato un rapporto in cui classifica le manifestazioni italiane per lo sciopero generale del 22 settembre per livelli di rischio. Il documento, apparso prima dello svolgersi delle proteste, indica i dati precisi su diffusione sui social, luogo e orario di diversi dei concentramenti che erano previsti, ed elenca i principali gruppi che li hanno promossi. I criteri usati per classificare il livello di rischio non sono esplicitati, ma visti i nomi dei promotori e i luoghi indicati, esso sembra basarsi tra le altre cose proprio sugli organizzatori delle proteste. Il monitoraggio dei movimenti per Gaza da parte di Israele è una pratica passata indisturbata, ma che a quanto pare sta impegnando Tel Aviv sempre di più: nell’ultimo anno, il medesimo ministero ha classificato decine di eventi sul tema, mentre a partire dal 2020 fino al 7 ottobre del 2023 non ha pubblicato un solo documento a riguardo.

Il rapporto del governo israeliano è apparso sulla pagina del sito dell’esecutivo dedicata alle pubblicazioni del ministero per la Diaspora e la lotta all’antisemitismo alla vigilia dello sciopero generale. Esso elenca, in ordine di orario, 18 delle manifestazioni che si sarebbero svolte il giorno seguente, indicandone il luogo preciso – con tanto di coordinate geografiche – in cui sarebbero iniziate, l’eventuale vicinanza a luoghi legati a Israele, post sui social dei principali promotori e interazioni ricevute dagli stessi post. Ciascuna manifestazione è classificata su tre distinti livelli di rischio: basso, medio e alto, indicati graficamente dai colori verde, giallo e rosso. «La mobilitazione è incentrata sull’opposizione a quello che gli organizzatori descrivono come il “genocidio a Gaza” e come risposta al silenzio e all’ipocrisia percepiti dai governi occidentali. Lo sciopero e le manifestazioni sono presentati come atti di solidarietà con Gaza e il popolo palestinese, con inviti a “cambiare la storia” e a resistere all’inazione del governo», si legge in testa al rapporto.

I criteri utilizzati da ministero per la Diaspora per classificare i livelli di rischio dei singoli presidi non sono chiari, né esplicitati direttamente. Il documento recita che «le informazioni fornite nel rapporto si basano su segnalazioni e informazioni ricevute tramite il monitoraggio della rete con l’ausilio di un sistema tecnologico», senza specificare di cosa si tratti. Da quanto emerge esaminando il documento con attenzione è che nessuno dei singoli elementi tra luogo (risultano assenti manifestazioni che si sono svolte in luoghi strategici, come quella presso il porto di Livorno), città (quella presso il campus Einaudi di Torino, città in cui le proteste sono generalmente più intense e partecipate, è classificata in verde), o interazioni sui social (la più cliccata risulta a rischio medio) ha svolto un ruolo primario nella definizione dei livelli di rischio, che piuttosto paiono sembrano essere stati valutati combinando tutti i fattori. In questo senso, anche l’identità degli organizzatori sembra svolgere un ruolo: le manifestazioni promosse dal Global Movement to Gaza, per esempio, sono tutte rosse o gialle.

Il monitoraggio di manifestazioni contro lo Stato ebraico e dei movimenti di attivisti da parte di Israele è una pratica che il ministero per la Diaspora porta avanti da anni, ma che nell’ultimo periodo ha svolto con maggiore intensità. La pagina del sito dedicata alle pubblicazioni del ministero è infatti colma di documenti analoghi a quello sullo sciopero generale del 22 settembre, che spesso interessano singole manifestazioni. L’Italia compare quattro volte, tutte nel 2025: oltre allo sciopero, vengono inseriti due casi mediatici che hanno interessato turisti israeliani (tra cui il presunto “assalto” all’autogrill di Lainate) e una contestazione all’ex primo ministro Ehud Olmert svoltasi a Parma il 21 settembre. Anche in quest’ultimo caso, il documento riporta dettagliatamente informazioni sulle pagine social dei promotori e sulle interazioni ai loro post sulla protesta.

USB annuncia nuovo sciopero generale per Gaza, stavolta senza preavviso

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L’Unione Sindacale di Base (USB) annuncia un nuovo sciopero generale, questa volta senza preavviso e con l’obiettivo dichiarato di «bloccare tutto», una mobilitazione diffusa con presidi e manifestazioni in cento piazze italiane per chiedere lo stop alla guerra a Gaza. La protesta, che intreccia vertenze sociali e rivendicazioni internazionali, intende denunciare il ruolo dell’Occidente nel conflitto e ribadire la solidarietà al popolo palestinese. Duro lo scontro politico: Matteo Salvini ha definito “irresponsabile” la decisione, accusando il sindacato di voler bloccare il Paese. USB replica parlando di una scelta necessaria di fronte al silenzio delle istituzioni e alla complicità del governo.

La Spagna manda una nave per “assistere” la Global Sumud Flotilla

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Il premier spagnolo Pedro Sanchez ha dichiarato che invierà una nave guardacoste a supporto della Global Sumud Flotilla, la missione umanitaria marittima che intende rompere l’assedio israeliano su Gaza. La nave partirà oggi, 25 settembre, dalle coste di Cartagena, nella regione sudorientale della Murcia, ed «è stata equipaggiata con tutti i mezzi necessari» per eventualmente «assistere i civili e portare avanti qualche salvataggio». La scelta di Sanchez segue quella del ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, che ha deciso di inviare una nave verso il convoglio umanitario per «garantire assistenza ai cittadini italiani» che partecipano alla missione; quest’ultima è giunta dopo un attacco con droni contro diverse navi della flotta.