sabato 3 Gennaio 2026
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Cortina ’26 tra ritardi e malagestione: tutte le opere che arriveranno dopo i Giochi

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Delle 98 opere previste per le sempre più imminenti Olimpiadi Milano-Cortina, poco meno della metà non vedranno la luce in tempo per godersi l’evento sportivo. Sono infatti almeno 44 le opere che Società Infrastrutture Milano-Cortina (SIMICO) ha in progetto che termineranno solo dopo l’avvio dei giochi olimpici, che si svolgeranno a febbraio 2026. A queste se ne aggiungono altre 5 su cui l’azienda fornisce, nel migliore dei casi, dati poco chiari. Parte delle opere che verranno “ultimate”, inoltre, lo saranno solo a metà, e altre, quelle temporanee, dovranno venire smantellate. Nella lista compaiono prevalentemente i progetti sulle infrastrutture stradali, tra i più importanti per la gestione del flusso del pubblico e tra i pochi ad avere una potenziale applicazione anche dopo l’evento. I ritardi sono solo l’ultimo dei problemi dell’organizzazione delle Olimpiadi del 2026, che sin dal lancio dei vari progetti è stata costellata da critiche e mala gestione, e che oggi deve fare fronte alla sostanziale irrealizzabilità di molte delle opere in cantiere.

Trento e Bolzano

Nell’area delle province autonome di Trento e Bolzano si contano un totale di 44 progetti, tra interventi sulle palazzine e opere infrastrutturali. Di questi, quelli che non termineranno in tempo per i giochi sono almeno 12. A Trento parte dei lavori per la riqualificazione dell’impianto da pattinaggio di velocità inizieranno a settembre dell’anno prossimo, oltre sei mesi dopo il termine dell’evento; l’opera, dal valore di 17,8 milioni di euro, prevede il miglioramento della struttura e dei locali tecnici, e la costruzione di un nuovo edificio con un campo da basket e un poligono da tiro con l’arco. A essa si aggiungono i lavori sullo stadio di sci di fondo, dal valore di 2 milioni di euro, e quelli temporanei sugli immobili pubblici, di 330mila euro, che non è noto quando inizieranno. Gli altri progetti riguardano il settore dei trasporti e quello stradale: i treni ibridi di cui doveva dotarsi la linea Trento-Bassano del Grappa – progetto da 65 milioni di euro – arriveranno a dicembre 2027; la galleria tra la Val di Cembra e l’Altopiano di Pinè, dal valore di 13 milioni, terminerà ad aprile 2027; il potenziamento della rete di trasporto pubblica locale nelle valli di Fiemme e Fassa, dal valore di 74 milioni, terminerà a dicembre 2026. Ultimi, ma non meno importanti, i lavori di collegamento tra le strade provinciali 81 e 71, che contano diversi progetti; di questi, tre, dal valore complessivo di quasi 12 milioni di euro, non termineranno prima di fine 2026.

A Bolzano, invece, sono almeno 5 i progetti che non vedranno la luce prima dell’inizio dei giochi olimpici, tutti, a esclusione di uno, proprio legati ai trasporti e alla viabilità: si tratta del bacino di accumulo dell’acqua per l’innevamento delle piste da sci da fondo di Anterselva, dal valore di 5 milioni di euro. Per quanto riguarda, invece, i lavori sulle strade, erano previste delle modifiche su due incroci della statale 49, dal valore di 31,3 milioni di euro, che inizieranno a novembre 2025 e termineranno nel 2027; sulla stessa SS49 era previsto un ampliamento con la costruzione di una terza corsia, i cui lavori inizieranno dopo i giochi e termineranno a novembre 2026. Era poi in cantiere la costruzione di una galleria nell’abitato della cittadina di Perca, dal valore di 140 milioni, che terminerà a novembre 2026. Il collegamento tra Valbadia e Cortina, sede della maggior parte degli eventi sportivi, è composto da due interventi dal valore rispettivamente di 6,3 milioni e 4,3 milioni, che tuttavia non è chiaro se termineranno; nella stessa area doveva venire eliminato un vecchio passaggio a livello, per lavori dal valore di 18,2 milioni, che tuttavia inizieranno a marzo 2026 e termineranno ad agosto 2027.

Veneto

La vecchia pista da bob di Cortina Eugenio Monti, oggetto della riqualifica

In Veneto, SIMICO ha in progetto la costruzione di due varianti stradali sulla statale Alemagna, una a Longarone, dal valore di circa 396 milioni di euro, e una a Cortina, per quasi mezzo miliardo; i lavori per le varianti non sono ancora cominciati e la loro conclusione è prevista rispettivamente per il 2029 e il 2032. Sempre a livello stradale, era prevista la sistemazione delle strade cortinesi, progetto da 20 milioni di euro che terminerà a giugno del 2026, e la costruzione di una strada secondaria che dovrebbe penetrare nell’abitato di Cortina, dal valore di circa 52 milioni di euro, che dovrebbe iniziare a venire costruita a maggio 2026.

Ai progetti stradali si uniscono le opere per le Olimpiadi in quella che, almeno sulla carta, dovrebbe essere la sede più importante dell’evento: la ristrutturazione del trampolino simbolo delle Olimpiadi del 1956 (10 milioni), dove avrebbero dovuto essere costruite aree ristoro e sale d’aspetto, terminerà solo in parte; del cosiddetto progetto di “mobilità intermodale”, fiore all’occhiello di SIMICO, pensato per collegare infrastrutture e sedi dell’evento (127 milioni di euro), verrà ultimata solo la cabinovia, malgrado esso comprenda anche stazioni e mezzi di trasporto, un maxi-parcheggio per 750 auto, e un edificio con servizi e aree ristoro; la riqualificazione di Piazza Mercato (7,5 milioni), dove avrebbe dovuto essere costruito un parcheggio sotterraneo, dovrebbe iniziare a giugno 2026, e l’appalto non è ancora stato assegnato; infine, il nuovo impianto a fune nella tratta Apollonio – Socrepes (35 milioni) terminerà nel luglio del 2026.

C’è poi il complesso della pista da bob Eugenio Monti, tra le opere di riqualifica che più hanno fatto discutere. Contro la sua ristrutturazione si sono mossi centinaia di cittadini e diversi movimenti per l’ambiente, che hanno denunciato i danni ambientali e il consumo di suolo legati all’opera. La costruzione dello stadio dovrebbe terminare a novembre, ma alcune delle opere collaterali non finiranno per tempo: si tratta del memoriale dedicato alle discipline del bob, skeleton e slittino (2,5 milioni), che terminerà a dicembre 2026, e della foresteria per atleti che fa parte del medesimo progetto a più lotti, dal valore di 4,8 milioni, che inizierà a venire costruito solo a maggio 2026. Ai ritardi sulle opere cortinesi si aggiungono gli interventi per l’accessibilità dell’Arena di Verona, dove si terranno la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi e quella di apertura delle Paralimpiadi, (progetto di circa 19 milioni di euro), che termineranno a dicembre del 2026.

Lombardia

Tra tutte le regioni coinvolte nelle opere per le Olimpiadi invernali, la Lombardia è senza ombra di dubbio quella più indietro coi lavori. In Lombardia sono previsti un totale di 29 progetti: di questi, uno solo è terminato, 7 dovrebbero finire entro l’inizio dell’evento e 20 non termineranno in tempo; sull’ultimo non ci sono dati disponibili. Dei 20 progetti in ritardo, inoltre, la metà esatta inizierà a venire costruito solo dopo le Olimpiadi, e uno a Olimpiadi in corso. I problemi in Lombardia partono dalla stessa Milano, dove doveva venire potenziato il parcheggio già esistente nella venue di pattinaggio, (progetto da 1,7 milioni). I lavori inizieranno ad aprile 2026. Spostandosi un po’ più a ovest, ci sono i cantieri sulla statale 336, verso Varese, dal valore di 56 milioni; anch’essa inizierà dopo la fine delle Olimpiadi (precisamente a settembre 2026) e terminerà nel 2030. Analogo destino per le strade di Entratico, Trescore Balneario e Zandobbio – nel bergamasco –, dal valore di 179 milioni, che inizieranno a marzo del 2027 e termineranno sempre nel 2030; il secondo lotto del medesimo progetto, dal valore di 47 milioni, inizierà a marzo 2027 e finirà nel 2029.

Nel lecchese, una delle aree più interessate dai cantieri, i progetti sono quasi tutti in ritardo: la ciclabile di Abbadia Lariana, dal valore di 32 milioni, terminerà nel 2027; la galleria di Vercurago, tra Calolziocorte e la stessa lecco, dal valore di 253 milioni di euro, inizierà a venire edificate a novembre del 2027 e terminerà nel 2033; la rotatoria che dovrebbe venire costruita allo svincolo di Dervio, dal valore di 48 milioni, inizierà a giochi in corso (il 13 febbraio) e terminerà nel 2027; i lavori di potenziamento sulla linea ferroviaria Milano-Tirano (che collega il capoluogo meneghino con la Valtellina passando dal lecchese), 33 milioni di euro, sono in corso da anni, ma termineranno solo a settembre 2026.

La Valtellina e in generale la provincia di Sondrio non sono messe meglio. Il cosiddetto “svincolo Sasselladi Castione Ardevenno, criticato ampiamente dai comitati locali che ne contestano i danni ambientali e paesaggistici, vale 21 milioni, ma inizierà a marzo 2026, e terminerà nel 2027; la tangenziale sud di Sondrio, dal valore di 43,5 milioni terminerà solo in parte, e finirà completamente nel 2027; la soppressione dei passaggi a livello insistenti sulla Statale 38, relativi alla linea ferroviaria Sondrio–Tirano, dal valore di 66 milioni, terminerà nel 2027; la galleria a Ponte di Legno, dal valore di 62 milioni, inizierà a gennaio 2027 e terminerà nel 2029; un’altra galleria, da edificare sul passo del Tonale, vale 16 milioni di euro, inizierà a gennaio 2027 e terminerà nel 2029; l’adeguamento funzionale dell’impianto sportivo dedicato al biathlon di Valdidentro, dal valore di 8 milioni, inizierà a maggio 2026 e terminerà nel 2027.

Chiudono la lista Bormio e Livigno, due dei centri valtellinesi più interessati dai progetti. Nella prima, è prevista la costruzione di un impianto a fune, dal valore di 44,6 milioni, che dovrebbe terminare nel 2027; anche qui, come a Trento, era in programma una riqualifica di immobili comunali che tra le altre cose sarebbero dovuti servire all’accoglienza e al supporto (lavori per un valore di 6 milioni), ma non ci sono dati sul progetto. Per quanto riguarda Livigno, invece, della analoga riqualifica degli immobili (anch’essa da 6 milioni), adibiti a ospitare para-atleti, si sa che i lavori inizieranno ad aprile 2026, un mese dopo la chiusura delle stesse Paralimpiadi. In ritardo anche la costruzione delle cabinovie per collegare i versanti sciistici della località montana (47 milioni), l’intervento sulla pista Livigno Aerials & Moguls, da un milione, che inizierà a maggio 2026, e il parcheggio interrato in località Bondi, dal valore di 33,8 milioni, che verrà concluso a settembre 2026.

Florida, una giudice ordina lo smantellamento di Alcatraz

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Giovedì, la giudice federale Kathleen Williams ha ordinato la chiusura del carcere per immigrati irregolari “Alligator Alcatraz” in Florida, gestito dal governo federale e voluto da Donald Trump, entro 60 giorni. La Florida ha annunciato ricorso, il che potrebbe sospendere l’ordine, permettendo la continuazione della struttura. La sentenza vieta anche nuovi ingressi e impone il trasferimento dei detenuti. La causa è stata avviata da gruppi ambientalisti e nativi americani, che hanno denunciato la mancanza di valutazioni sull’impatto ambientale, dato che la struttura è situata nelle Everglades.

Nelle Filippine nasce una nuova area protetta grazie agli sforzi delle comunità locali

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Le Filippine hanno ufficialmente istituito una nuova area marina protetta, la Bitaug Marine Protected Area (MPA), dopo una campagna durata 18 anni promossa dalle comunità locali, associazioni di pescatori, organizzazioni della società civile e agenzie governative. L'annuncio è stato dato lo scorso 13 agosto dalla Wildlife Conservation Society (WCS), che ha affermato come all'interno dell'area protetta sia vietato pescare squali e razze, tranne che per scopi di ricerca. Inoltre, il piano di gestione dell'MPA consente attività di ecoturismo, come snorkeling e immersioni, con i proventi che saran...

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Veneto, dichiarato stato d’emergenza dopo allagamenti

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Il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, ha dichiarato lo stato di emergenza regionale a causa degli allagamenti nelle province di Padova e Venezia, causati da forti piogge. Non si segnalano danni significativi a persone o strutture, ma gli allagamenti hanno creato disagi, interrompendo la circolazione ferroviaria tra Padova e Venezia, ora ripristinata, e causando un blackout a Mestre che ha coinvolto circa mille utenze. Le reti fognarie delle città hanno avuto difficoltà a smaltire l’acqua, ma le vasche di laminazione a Venezia, Mestre e Marghera hanno ridotto la pressione sugli argini.

A Milano è stato sgomberato il centro sociale Leoncavallo

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“Il prefetto Piantedosi l’aveva promesso alla destra: il centro sociale più famoso d’Italia deve scomparire. I simboli fanno paura, la storia ancora di più. Lanciamo un presidio e un’assemblea pubblica oggi alle ore 18.00 in via Watteau. Ora decide Milano!”. È il messaggio lanciato via social dallo spazio pubblico e autogestito del Leoncavallo, da questa mattina sotto sgombero da parte delle forze dell’ordine, che ricorda l’annuncio dell’oggi ministro dell’Interno Piantedosi, quando era ancora un prefetto. Il Leoncavallo identificato come simbolo da abbattere nella Milano in mano ai palazzinari, un luogo pubblico di cultura e alternative che non può essere accettato nella città della speculazione edilizia per eccellenza, dove conta solo il profitto.

Anche le tempistiche non sembrano essere casuali: l’ufficiale giudiziario era atteso il prossimo 9 settembre per il 133esimo tentativo di sfratto. Ma sono stati anticipati i tempi, proprio in questa estate del 2025, che ha visto la Procura di Milano aprire un’inchiesta pesantissima sul cosiddetto “sistema” di speculazione edilizia, che sarebbe stato favorito da scorciatoie procedurali, appalti pilotati e processi decisionali deviati nella gestione urbanistica del Comune. Tra gli indagati figurano figure di primo piano, tra cui il sindaco Giuseppe Sala, l’assessore all’Urbanistica Giancarlo Tancredi, l’immobiliarista Manfredi Catella (Coima), l’ex presidente della Commissione Paesaggio Giuseppe Marinoni, l’architetto Stefano Boeri e altri professionisti. Ad aggiungere ulteriore pressione sulla situazione, manco a dirlo, sono i soldi. La Corte d’appello civile di Milano, il 9  ottobre  2024, ha stabilito che fosse il ministero dell’Interno a dover risarcire i proprietari dell’immobile, la società L’Orologio srl (gruppo Cabassi), di circa 3 milioni di euro per il mancato sgombero del centro sociale. Successivamente, lo stesso Ministero chiede all’associazione identificata come responsabile dell’occupazione (Le Mamme Antifasciste del Leoncavallo) di rimborsare la somma. In pratica: lo Stato paga, ma poi pretende che l’associazione ricopra quell’importo, in un ribaltamento paradossale di responsabilità.

Mentre lo sgombero è in atto, la destra al governo esulta. “Decenni di illegalità tollerata, e più volte sostenuta, dalla sinistra: ora finalmente si cambia. La legge è uguale per tutti: afuera!”, scrive il segretario della Lega Matteo Salvini sui social, al quale fa eco proprio Piantedosi: “Il Governo ha una linea chiara: tolleranza zero verso le occupazioni abusive. Dall’inizio del nostro mandato sono già stati sgomberati quasi 4mila immobili, tra alloggi di edilizia residenziale pubblica ed edifici di particolare rilievo. Lo sgombero del Leoncavallo è solo un altro passo di una strategia costante e determinata che porteremo ancora avanti”.
La domanda delle domande, che corre sulla bocca di tutti, è soltanto una: perché se la linea del governo è quella della “tolleranza zero verso le occupazioni abusive” non si riserva lo stesso trattamento a Casa Pound? E non se lo chiedono solo gli “antagonisti” dei centri sociali, ma anche un ex ministro di Forza Italia come Elio Vito, che sui social si domanda: “A Milano è stato sgomberato lo storico centro sociale del Leoncavallo. Adesso toccherà a Casapound, vero?”.

Perché il Leoncavallo non è solo un edificio, non sono solo muri di cemento da sottrarre alla cittadinanza attiva per essere restituiti al mercato immobiliare della città dove uno studente fa fatica a trovare una stanza in cui alloggiare e famiglie con due stipendi non arrivano alla fine del mese: è un simbolo che va abbattuto. A 50 anni dalla nascita di quello che è il centro sociale più conosciuto e attivo d’Italia – 31 se si considera lo spostamento nell’attuale sede – molti non possono dimenticare l’omicidio di Fausto e Iaio (Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci) entrambi 18enni, che furono ammazzati per il loro impegno in un’inchiesta sul traffico di eroina nel quartiere. L’assassinio, un agguato in piena regola, avvenne il 18 marzo del 1978 quando i due ragazzi furono freddati con 8 colpi di pistola da un killer che ancora oggi rimane senza nome e senza volto, così come i mandanti. Subito dopo l’omicidio nacque un forte impegno contro la diffusione delle droghe nel quartiere. In particolare, il gruppo Mamme del Leoncavallo – composto dalle madri dei due ragazzi insieme ad altre donne attive nel centro – si costituì fin da subito, poi formalizzandosi come associazione onlus nel 1992, con lo scopo di difendere il centro, mantenere viva l’attenzione sull’omicidio e contrastare lo spaccio di eroina. Non sono bastati 50 anni di servizi sociali (asilo e scuola materna autogestite, scuola e doposcuola popolare, mensa, consultorio, sportello sanitario gratuito), formazione e cultura (radio, concerti, festival e dibattiti, case delle donne, biblioteca e laboratori artistici, sportello migranti) messi a disposizione della comunità, e oggi, dopo la proposta del Comune di Milano di un possibile trasferimento delle attività in via San Dionigi, stiamo assistendo all’ennesimo atto di forza, che rappresenta una sconfitta per tutti.

Nigeria: espulsi 50 cittadini cinesi accusati di cybercrimini

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La Nigeria ha espulso 50 cittadini cinesi e un tunisino, accusandoli di cyberterrorismo e frode informatica. L’espulsione è stata disposta dalla Commissione per i crimini economici e finanziari (EFCC) del Paese, in coordinazione con il servizio immigrazione nigeriano. L’EFCC ha spiegato che le persone coinvolte sono state arrestate in un’operazione condotta questa notte a Lagos contro una delle maggiori organizzazioni criminali informatiche del Paese, in seguito a cui sono stati arrestati 192 cittadini stranieri. L’operazione rientra in una più ampia stretta sulle reti di criminalità informatica gestite da organizzazioni straniere, avviata il 15 agosto; da quel giorno, la Nigeria ha espulso un totale di 102 persone.

USA, le critiche a Israele zittite a suon di sanzioni: colpiti altri 4 giudici della CPI

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Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha annunciato che gli Stati Uniti emetteranno sanzioni nei confronti di altri 4 giudici della Corte Penale Internazionale, accusandoli di costituire una «minaccia» per gli USA e per Israele. I giudici in questione sono Kimberyly Prost (di nazionalità canadese), Nicolas Guillou (Francia), Nazhat Shameem Khan (Fiji), e Mame Mandiaye Niang (Senegal). La prima è stata sanzionata per avere permesso alla CPI di indagare sui crimini statunitensi in Afghanistan, mentre gli altri tre per avere autorizzato o legittimato l’emissione di mandati d’arresto contro Netanyahu e il suo ex ministro Gallant. In precedenza, gli USA avevano già emesso sanzioni contro giudici della CPI e contro il procuratore Karim Khan, che aveva chiesto l’emissione di mandati di arresto contro Netanyahu. Ora, le persone coinvolte avranno conti e proprietà negli USA congelati e nessuna realtà statunitense potrà avere legami con loro o facilitare il loro lavoro.

L’amministrazione degli Stati Uniti ha così intensificato la sua pressione sulla Corte penale internazionale (CPI). Marco Rubio ha giustificato le sanzioni, dichiarando che i giudici sanzionati hanno partecipato «direttamente alle azioni della Corte per indagare, arrestare, detenere o perseguire cittadini degli Stati Uniti o di Israele, senza il consenso di entrambe le nazioni». Per gli USA, ha detto il segretario di Stato, la CPI rappresenta «una minaccia alla sicurezza nazionale» e uno «strumento di lotta giuridica contro i nostri alleati». Secondo Rubio, il Dipartimento di Stato è fermamente contrario alla «politicizzazione» della Corte e a quello che definisce «l’abuso di potere» da parte di quest’ultima. Il governo israeliano ha accolto con favore la decisione, con il premier Benjamin Netanyahu che ha elogiato l’iniziativa degli Stati Uniti, affermando che si tratta di un’«azione decisiva contro la campagna di diffamazione e menzogne» che avrebbe colpito il Paese e il suo esercito. La reazione della CPI è stata di forte condanna. Il tribunale ha definito le sanzioni un «flagrante attacco all’indipendenza di un’istituzione giudiziaria imparziale» e un affronto «agli Stati parte della Corte e all’ordine internazionale basato sulle regole». La Corte ha sottolineato che continuerà a svolgere «imperterrita» il proprio mandato, esortando gli Stati che ne fanno parte e i sostenitori del diritto internazionale a «fornire un sostegno fermo e costante» al suo lavoro.

Il 21 novembre 2024, la Corte Penale Internazionale (CPI) aveva emesso mandati d’arresto per il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex Ministro della Difesa Yoav Gallant, accusandoli di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi durante il conflitto a Gaza. Tra le accuse, l’uso della fame come metodo di guerra e attacchi deliberati contro la popolazione civile. In risposta, nel 6 febbraio 2025, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva firmato un ordine esecutivo imponendo sanzioni contro la CPI, che hanno previsto il congelamento dei beni e delle risorse di funzionari, dipendenti e collaboratori della Corte Penale Internazionale, estendendosi anche ai loro familiari più stretti. A queste persone è stato inoltre vietato l’ingresso negli Stati Uniti. A giugno, gli Stati Uniti avevano sanzionato quattro giudici della Corte, a causa di quella che hanno definito una «grave minaccia e politicizzazione», oltre che un «abuso di potere» da parte dell’istituzione.

In ultimo, dopo mesi di tentativi di affossamento, a luglio gli USA hanno deciso di sanzionare anche la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, l’italiana Francesca Albanese. L’ordine, firmato da Marco Rubio, si basa sullo stesso decreto con cui Trump aveva aperto la strada alle sanzioni contro membri della Corte Penale Internazionale. Albanese, insomma, è stata accusata di avere contribuito direttamente ai tentativi della CPI di indagare, arrestare o perseguire cittadini israeliani e statunitensi con il suo ultimo rapporto, “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, all’interno del quale ha smascherato le aziende che fiancheggiano Israele nel suo progetto genocidario traendone profitto. Il report, evidentemente, non è andato giù all’amministrazione statunitense: Albanese, ora, sarà soggetta a limitazioni come il divieto di entrare negli USA, e le associazioni statunitensi non potranno sostenerla nel suo lavoro.

Sabotaggio Nord Stream: arrestato a Rimini un sospettato ucraino

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Un cittadino ucraino sospettato di aver partecipato alle esplosioni del 2022 che hanno danneggiato i gasdotti Nord Stream è stato arrestato in Italia, nella provincia di Rimini, dai Carabinieri. L’uomo, identificato come Serhii K., è stato arrestato oggi su mandato di arresto europeo emesso dalla Procura federale tedesca. L’indagine ha rivelato che l’uomo e i suoi complici erano partiti da Rostock, in Germania, a bordo di uno yacht con documenti falsi. Le esplosioni, avvenute nel settembre 2022 e non seguite da rivendicazioni ufficiali, sono state considerate un atto di sabotaggio.

Nei fondali dell’Atlantico sono stati mappati 3000 fusti di scorie radioattive

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La missione scientifica internazionale Noddsum, lanciata dal Centre National de la Recherche Scientifique, ha individuato e mappato oltre 3.000 fusti di scorie radioattive sui fondali dell’Atlantico nord-orientale. I rifiuti individuati sono parte di una discarica sottomarina composta da centinaia di migliaia di barili scaricati tra il 1946 e il 1993 da Paesi tra cui Italia, Francia e Regno Unito. I contenitori, sebbene spesso fortemente degradati, non hanno mostrato anomalie radioattive significative. Non esiste, tuttavia, tracciabilità sui materiali, ritenuti a bassa attività. La missione è durata un mese, durante il quale sono stati impiegati robot e campionamenti per studiare i siti e l’impatto sulla biodiversità; il CNRS prevede di lanciare una seconda missione per effettuare ulteriori rilevamenti sulle zone attorno ai barili.

La missione Noddsum, acronimo per Nuclear Ocean Dump Site Survey Monitoring (Monitoraggio del Sito di Scarico Nucleare Oceanico), è iniziata lo scorso 15 giugno e la prima spedizione si è conclusa l’11 luglio. Noddsum ha l’obiettivo di mappare e analizzare l’impatto sulle acque di parte dei 200.000 barili radioattivi scaricati da Italia, Belgio, Francia, Germania, Paesi Bassi, Regno Unito, Svezia e Svizzera nel Golfo di Buscaglia, che si estende dalla costa occidentale della Francia a quella settentrionale della Spagna. In totale, la missione ha localizzato con precisione quasi 3.350 fusti distribuiti su un’area di 163 chilometri quadrati, tra i 3.000 e i 5.000 metri di profondità, a 1.000 km a sud-ovest di Brest e 650 km a nord-ovest di La Coruña.

Secondo quanto spiega la squadra di ricerca, composta da 21 membri, le condizioni dei fusti rinvenuti variano notevolmente: alcuni sono stati trovati praticamente intatti, altri aperti, e altri ancora in avanzato stato di corrosione. La missione ha rilevato possibili perdite di materiale sconosciuto: non è infatti noto cosa i fusti contengano, poiché quando vennero scaricati non vi erano regole sulla tracciabilità; tuttavia, gli studiosi hanno spiegato che con ogni probabilità i barili dovrebbero contenere rifiuti a bassa intensità radioattiva, coperti da cemento o bitume. Nonostante le perdite, non sono state registrate attività radioattive anomale.

Dopo la spedizione, la missione è continuata – e sta continuando – anche in laboratorio: gli scienziati hanno infatti prelevato 300 campioni di sedimenti a circa 150 metri dai fusti, un totale di 5.000 litri d’acqua e 17 pesci che vivono nelle profondità marine. Pesci e materiale prelevati saranno sottoposti a misurazioni di laboratorio per valutarne l’eventuale contaminazione radioattiva. Nei prossimi due anni è prevista l’organizzazione di una seconda spedizione, per prelevare campioni di organismi marini e avvicinarsi ulteriormente ai barili.

La Nuova Zelanda raddoppia le spese militari e compra velivoli USA

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Il governo neozelandese ha annunciato una spesa militare di 2,7 miliardi di dollari neozelandesi (1,3 miliardi di euro) per modernizzare le forze armate, inclusi l’acquisto di elicotteri dagli Stati Uniti. La decisione è motivata dall’aumento delle tensioni globali e dal deterioramento della sicurezza. Tradizionalmente, la Nuova Zelanda ha speso meno in difesa rispetto agli altri membri dei Five Eyes (Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada e Australia). L’acquisto di aerei ed elicotteri militari costituisce il primo annuncio di un piano governativo finalizzato a raddoppiare la spesa per la difesa dall’1 per cento al 2 per cento del Pil nel prossimo decennio.