lunedì 26 Gennaio 2026
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Perché a Gaza è un genocidio: cosa dice il rapporto della Commissione d’inchiesta ONU

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Quello commesso a Gaza dall’esercito israeliano contro la popolazione civile palestinese è giuridicamente “genocidio”. È quanto afferma senza mezzi termini il rapporto stilato da una commissione d’inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite, istituita dal Consiglio dei Diritti Umani (OHCHR) e guidata da Navi Pillay: per la prima volta un organo ufficiale dell’ONU qualifica come genocidio le azioni condotte da Israele nella Striscia di Gaza e negli altri territori occupati. Secondo il documento, ciò che è accaduto dal 7 ottobre 2023 in avanti non può essere ridotto alla logica di una guerra asimmetrica o a un’operazione antiterrorismo. Si tratta, al contrario, di una campagna sistematica che ha comportato la distruzione deliberata delle condizioni di vita della popolazione palestinese, con l’obiettivo di annientarla in parte significativa.

Le accuse del rapporto

Navi Pillay, giurista sudafricana, ex Alta Commissaria ONU per i Diritti Umani e attuale presidente della Commissione d’inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite (OHCHR).

Il dossier stabilisce non solo che vari atti qualificabili come genocidio sono stati compiuti, ma che tali atti sono stati associati a un “intento genocida”, ravvisabile nelle azioni, nella strategia militare, nei danni arrecati e nei discorsi di figure chiave dello Stato israeliano. Il rapporto, di 72 pagine, non si limita a elencare dati e numeri. Ricostruisce invece il quadro normativo, richiama la Convenzione del 1948 per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio e applica i criteri giuridici ai fatti documentati sul terreno. Ne risulta un’accusa precisa e fondata, destinata ad avere conseguenze politiche e legali di lungo periodo. Secondo la Commissione, le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno commesso «quattro dei cinque atti genocidi» definiti dalla Convenzione del 1948 per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio. Gli investigatori delle Nazioni Unite hanno stabilito così che, quanto commesso da Israele a Gaza dall’ottobre 2023, è stato fatto con «l’intento di distruggere i palestinesi» presenti nel territorio. La commissione in questione non è un organo legale, ma i suoi rapporti possono aumentare la pressione diplomatica e servire a raccogliere prove da utilizzare nei tribunali dato che ha anche un accordo di cooperazione con la Corte penale internazionale (Cpi), con la quale «abbiamo condiviso migliaia di informazioni». Israele respinge le accuse «categoricamente», definendo il rapporto in questione come «parziale e mendace».

La definizione giuridica di genocidio

Per capire la portata delle conclusioni della Commissione, è necessario ricordare che la Convenzione sul genocidio e lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale individuano cinque atti che, se commessi contro un gruppo nazionale, etnico o religioso con l’intento di distruggerlo, configurano il crimine più grave del diritto internazionale. Non basta, dunque, la gravità dei fatti: ciò che trasforma un conflitto in genocidio è la prova dell’intento di eliminare, in tutto o in parte, il gruppo preso di mira. È questo l’elemento soggettivo, l’“intento genocida”, che spesso si rivela il più difficile da dimostrare. La Commissione afferma però che, nel caso di Gaza, tale intento risulta evidente sia dalle modalità dell’offensiva israeliana sia dalle dichiarazioni dei suoi vertici politici e militari. Secondo il rapporto, dai discorsi di alcuni leader israeliani e dalle modalità con cui sono state condotte le operazioni militari (tipo di armi, tipi di attacchi, distruzione sistematica di infrastrutture civili, blocco degli aiuti) emerge che l’intento genocida è l’unica inferenza ragionevole dati i fatti. Non si tratta, dunque, di un’interpretazione forzata, ma della conclusione a cui si giunge considerando l’insieme delle prove raccolte.

Gli atti accertati

Il documento elenca quattro atti previsti dalla Convenzione che sarebbero stati effettivamente commessi. In primo luogo, vi è l’uccisione diretta di migliaia di civili, donne e bambini compresi, attraverso bombardamenti e attacchi indiscriminati. Secondo la Commissione, «Israele ha utilizzato munizioni pesanti non guidate, con un ampio margine di errore, in aree residenziali densamente popolate. L’esito di questi attacchi è coerente con la strategia dichiarata impiegata da Israele. Come ha affermato un portavoce delle forze di sicurezza israeliane, “ci concentriamo su ciò che provoca il massimo danno”». La Commissione ha osservato che «le forze di sicurezza israeliane hanno ripetutamente sottoposto le aree urbane della Striscia di Gaza a pesanti bombardamenti con armi esplosive ad ampio raggio, anziché con armi di precisione (o “intelligenti”), portando alla distruzione completa di interi quartieri». In secondo luogo, viene sottolineato il danno fisico e mentale arrecato alla popolazione: ferimenti, amputazioni, traumi psicologici, malattie non curate per il collasso del sistema sanitario. La Commissione ha anche dettagliato nei suoi precedenti rapporti «l’uso sistematico, da parte di Israele, della violenza sessuale e di genere». Un terzo atto riguarda l’imposizione di condizioni di vita insostenibili, dal blocco degli aiuti umanitari alla distruzione di ospedali e infrastrutture essenziali, fino alla mancanza di acqua potabile e cibo. Infine, la Commissione cita episodi in cui sono state colpite e smantellate le strutture mediche per la fertilità e la riproduzione, interpretandole come misure volte a impedire la nascita di nuovi membri della comunità palestinese. Il quinto atto tipico del genocidio, cioè il trasferimento forzato di bambini, non è stato invece accertato con lo stesso livello di evidenza. Ciò non riduce, tuttavia, la gravità delle conclusioni: quattro su cinque atti previsti dalla Convenzione sono stati considerati realizzati.

L’intento genocida

Il punto centrale del rapporto è la dimostrazione dell’intento. Gli investigatori sostengono che l’unica inferenza ragionevole che si può trarre dal complesso delle prove è che Israele abbia agito con l’obiettivo di distruggere, almeno in parte, la popolazione palestinese. A supporto di questa affermazione vengono riportati i discorsi di esponenti israeliani di primo piano, in cui si parla di “guerra santa” o si evoca l’annientamento e la cancellazione della Striscia, del calibro di: «Li ridurremo in macerie… andatevene ora perché opereremo con forza ovunque» (Netanyahu, 7 ottobre 2023), «È un’intera nazione laggiù ad essere responsabile… Non è affatto vero che i civili non fossero coinvolti» (Isaac Herzog, 13 ottobre 2023) o «Polverizzeremo ogni maledetta porzione di terra… la distruggeremo e la sua memoria… fino a quando non sarà annientata» (Brigadiere Generale David Bar Khalifa). Dichiarazioni di questo tipo non possono essere liquidate come “retorica politica”: per la Commissione rappresentano segnali concreti di incitamento al genocidio. A queste parole si aggiunge uno schema di condotta militare difficilmente spiegabile come semplice azione difensiva. La sistematicità dei bombardamenti su infrastrutture civili, la distruzione di scuole e ospedali, il blocco degli aiuti, l’assedio che impedisce alla popolazione di rifugiarsi o sopravvivere dignitosamente delineano un disegno coerente, incompatibile con l’idea di limitare il danno collaterale in un’operazione militare: «Tali azioni hanno creato condizioni di vita calcolate per provocare la distruzione fisica del gruppo palestinese, in tutto o in parte». È questo insieme di elementi a costituire la prova dell’intento genocida.

Le responsabilità dei vertici

La Commissione non si ferma a un’analisi astratta. Indica con chiarezza le responsabilità politiche di Benjamin Netanyahu, Primo Ministro, di Isaac Herzog, Presidente dello Stato, e di Yoav Gallant, già Ministro della Difesa. Le loro dichiarazioni, secondo gli investigatori, hanno contribuito a incitare al genocidio, mentre le autorità israeliane non hanno adottato alcuna misura efficace per prevenire gli atti o per punirne i responsabili. Si tratta di un’accusa diretta che apre scenari inediti: per la prima volta, i massimi vertici di uno Stato alleato dell’Occidente vengono formalmente accusati da una Commissione ONU di aver istigato un genocidio. Leggiamo, infatti, nel rapporto: «Le dichiarazioni dei leader israeliani, incluso il Primo Ministro, costituiscono una prova diretta dell’intento genocida. La Commissione conclude che il modello di condotta delle operazioni militari, considerato unitamente al linguaggio ufficiale, non lascia altra inferenza plausibile che l’intento fosse quello di distruggere, almeno in parte, il gruppo palestinese a Gaza».

Il metodo dell’inchiesta

Il lavoro della Commissione si basa su interviste a vittime, testimoni, operatori sanitari e umanitari, integrate da dati forniti da ONG, agenzie delle Nazioni Unite e organizzazioni indipendenti. Le immagini satellitari hanno consentito di verificare la distruzione sistematica di interi quartieri, mentre la raccolta di documenti open-source ha permesso di incrociare testimonianze e fonti. Israele non ha collaborato con l’inchiesta, ma secondo la Commissione questa mancanza non intacca la solidità delle conclusioni raggiunte. Anzi, il rifiuto di fornire dati e accesso può essere interpretato come un ulteriore ostacolo alla trasparenza. Non sorprende che Israele abbia respinto il rapporto, definendolo un attacco politico e negando qualsiasi intento genocida.

Le implicazioni internazionali

Il rapporto richiama anche gli obblighi della comunità internazionale: nessuno Stato può rimanere complice, sia attraverso forniture di armi sia con sostegni diretti o indiretti a un conflitto qualificato come genocidio. Da qui la raccomandazione di sospendere immediatamente assistenza e cooperazione militare con Israele, di adottare sanzioni mirate e di rafforzare il sostegno agli strumenti della giustizia internazionale, dalla Corte Penale Internazionale alla Corte Internazionale di Giustizia. L’appello è rivolto anche alle Nazioni Unite, cui si chiede di monitorare costantemente la situazione, riferire al Consiglio di Sicurezza e valutare la creazione di meccanismi di protezione internazionale per la popolazione di Gaza. La portata del documento è, quindi, duplice. Da un lato, fornisce una base giuridica autorevole per eventuali procedimenti giudiziari che potrebbero influire sui procedimenti già avviati, come la causa del Sudafrica presso la Corte Internazionale di Giustizia e che potrebbero coinvolgere direttamente la leadership israeliana, dall’altro obbliga gli Stati a prendere posizione. Il rapporto della Commissione ONU segna, pertanto, un passaggio decisivo e rompe un tabù diplomatico: quello che avviene a Gaza e nei territori occupati non è l’“effetto collaterale” di una guerra: è un crimine assoluto che richiede prevenzione, punizione e cessazione immediata.

Sanità pubblica: in Italia la spesa è la più bassa del G7

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Nel 2024 l’Italia si colloca al 14° posto tra i 27 Paesi OCSE europei per spesa sanitaria pubblica pro-capite e ultima tra i membri del G7. La spesa si ferma al 6,3% del PIL, sotto la media OCSE (7,1%) ed europea (6,9%), con un gap di 43 miliardi di euro rispetto agli altri Paesi UE. Secondo la Fondazione Gimbe, il sottofinanziamento è ormai strutturale e genera crescenti tensioni politiche e difficoltà regionali nel garantire i livelli essenziali di assistenza. Le conseguenze ricadono sui cittadini, costretti a fare i conti con liste d’attesa infinite, pronto soccorso al collasso, carenza di medici, disuguaglianze territoriali e spese sempre più frequenti di tasca propria.

Ravenna si ribella: migliaia al porto per bloccare le armi dirette a Israele

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Nel momento in cui Israele compie un ulteriore passo nell’offensiva nella Striscia di Gaza, occupando Gaza City, e mentre la comunità internazionale continua ad esitare nel fare dei passi decisivi ancora dopo due anni di genocidio contro la popolazione civile, da Ravenna si alza forte la voce dei cittadini. Ieri, martedì 16 settembre, migliaia di persone sono scese in piazza contro l’invio di armi dal porto romagnolo, da cui continuano a partire forniture a sostegno dell’esercito di Netanyahu.

Il caso è emerso il 30 giugno, quando un carico partito su gomma dalla Repubblica Ceca è stato successivamente imbarcato e ha fatto tappa a Ravenna con un carico di munizioni, esplosivi e altro materiale bellico, per poi ripartire diretta a Haifa, dove è giunta il 4 luglio. Tutto ciò sarebbe avvenuto senza alcuna autorizzazione da parte dell’UAMA, l’autorità che regolamenta il transito di armamenti. A scoprirlo sono stati alcuni operai del porto, che hanno poi girato l’informazione all’osservatorio Weapon Watch e alla giornalista de il Manifesto, Linda Maggiori: «Abbiamo fatto un accesso agli atti — ha spiegato a L’Indipendente — e l’autorità delle dogane ha confermato quanto accaduto, sostenendo che si trattava di un transito intercomunitario e che quindi non fosse necessaria alcuna autorizzazione. Cosa palesemente non vera, ed è il motivo per cui abbiamo presentato un esposto in Procura per la violazione della legge 185 del 1990».

La vicenda di Ravenna non è isolata, né unica in Italia, ma è emblematica delle modalità con cui armi ed esplosivi continuano a muoversi verso Israele anche dal nostro Paese, nonostante il governo continui a ripetere di aver sospeso le licenze a partire dal 7 ottobre 2023. Il tutto alla luce del sole: secondo la Relazione annuale dell’UAMA 2024, l’Italia ha infatti autorizzato esportazioni militari verso Israele per circa 21 milioni di euro. Armi che partono da Ravenna, come dai porti di La Spezia, Genova e Livorno.

«Noi ci rifiutiamo di essere coinvolti, anche indirettamente, in quello che oggi è diventato uno sterminio di massa, un genocidio» ha detto al microfono Alex Viroli, portavoce del comitato autonomo dei portuali. Davanti a lui, migliaia di persone: membri dei comitati contro la guerra, collettivi studenteschi, ma anche semplici cittadini desiderosi di manifestare la propria indignazione. «Basta armi a Israele», «Fuori Israele genocida dal porto di Ravenna», «Fine dell’occupazione, Palestina libera», si leggeva negli striscioni che aprivano il corteo. La manifestazione, organizzata da BDS, ha ottenuto una prima vittoria parziale: l’annuncio del corteo ha infatti causato l’annullamento di un incontro programmato nell’ambito del progetto UnderSec, cofinanziato dall’Unione Europea nel quadro di Horizon Europe e che vede il porto di Ravenna collaborare con Israele e con l’azienda militare Rafael nello sviluppo di sistemi di sorveglianza e sicurezza marittima. «Israele è leader mondiale in questo campo — ha spiegato a L’Indipendente Ionne Guerrini di BDS —: dove ci sono progetti che richiedono lo sviluppo di dispositivi militari, Israele c’è, perché ha la possibilità di testarli direttamente sul campo, sulla pelle dei palestinesi». «Ufficialmente l’incontro di UnderSec è stato annullato per mancanza di iscritti — continua Linda Maggiori —, in realtà noi pensiamo sia accaduto perché la città si è ribellata».

Se da una parte i cittadini fanno sentire la propria voce, dall’altra continua il silenzio complice delle istituzioni locali e regionali che, in linea con quanto accade nei governi di tutta Europa, da un lato condannano il massacro a Gaza ma dall’altro non adottano alcuna misura concreta. Sia il sindaco di Ravenna, Alessandro Barattoni, sia il presidente della Regione, Michele de Pascale, hanno dichiarato di voler interrompere le relazioni con Israele e si sono detti sorpresi del passaggio di armi attraverso il porto. In realtà, sottolineano gli attivisti, le istituzioni sono perfettamente a conoscenza sia del progetto UnderSec sia dei traffici che avvengono nello scalo, dove la principale società di gestione, la Sapir, è controllata in maggioranza da Regione, Comune e Provincia.
 
«Questa manifestazione ha proprio lo scopo di obbligare le autorità a uscire dal silenzio — conclude Ionne Guerrini —. Le dichiarazioni della Corte penale internazionale impongono alle istituzioni di prendere provvedimenti. Altrimenti sono complici di genocidio». E purtroppo lo siamo anche noi.

GB: proiettate su Windsor immagini di Trump ed Epstein, 4 arresti

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Immagini che ritraggono Donald Trump insieme a Jeffrey Epstein sono state proiettate sulle mura del Castello di Windsor da un gruppo di attivisti, poche ore prima dell’arrivo in visita di Stato del Presidente USA. Quattro persone sono state arrestate dalla polizia della Thames Valley, accusate di “comunicazioni malevole”. L’iniziativa, firmata dal collettivo “Led by Donkeys”, mostrava articoli di cronaca sul caso Epstein, immagini delle vittime, una foto in cui Trump e il criminale pedofilo appaiono sorridenti insieme e la riproduzione di una presunta lettera di compleanno attribuita a Trump per i 50 anni del finanziere, la cui autenticità è stata smentita dalla Casa Bianca. Secondo la polizia, il Presidente USA e la First Lady Melania non erano presenti al castello al momento della proiezione, ma sono attesi per gli eventi ufficiali con re Carlo III e la regina Camilla.

Gaza, 400 mila in fuga dopo l’inizio dell’offensiva israeliana

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Sono 400 mila i cittadini di Gaza City in fuga dopo che, nella notte tra lunedì 15 e martedì 16 settembre, l’esercito israeliano ha iniziato l’assalto di terra alla città, intensificando gli attacchi contro edifici e civili. Solamente da stamattina sarebbero almeno 17 le persone uccise, oltre un centinaio nelle ultime 24 ore. Lunghe code di persone in fuga verso il sud si sono formate lungo la costa, mentre fonti dell’esercito avrebbero riferito ai media che l’operazione dovrebbe durare “diversi mesi”.

Prato, Italia: operai in sciopero per denunciare lo sfruttamento, pestati dall’azienda

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Succede in Italia, per la precisione nella civile Toscana, anno 2025: 80 anni dopo la fine del fascismo e 55 dopo l’approvazione dello Statuto dei lavoratori, che stabilì la tutela inviolabile della libertà e della dignità dei lavoratori e dell’attività sindacale. Un gruppo di operai di una stireria industriale, nel distretto della moda di Prato, è al sesto giorno di sciopero per denunciare l’uso di contratti pirata e orari di lavori di 12 ore al giorno per sette giorni la settimana. Arriva la titolare della fabbrica, che distrugge i gazebi del presidio sindacale e prende a pugni e calci gli operai. Poi arriva una macchina, dalla quale scendono degli uomini che iniziano a rincorrere gli operai e a prenderli a pugni in faccia e in testa. Un lavoratore rimane a terra, deve portarlo via l’ambulanza. È tutto vero, testimoniato dal video registrato dagli stessi lavoratori. Ed è vero anche che le reazioni da parte del governo sono state pressochè nulle e la ministra del Lavoro, Marina Elvira Calderone, non ha pronunciato una parola sull’accaduto.

È trascorso appena un anno dalla brutale aggressione contro i lavoratori del tessile di Seano, a pochi chilometri da Montemurlo, distretto del tessile di Prato. Nella notte del 9 ottobre 2024, uomini vestiti di nero fecero irruzione al picchetto della pelletteria Confezione Lin Weidong, pestando gli operai con spranghe di ferro. Secondo il sindacato, si trattava di soggetti ingaggiati dall’azienda per “punire” la protesta dei lavoratori che denunciavano turni massacranti da 12 ore al giorno, 7 giorni a settimana, spesso in assenza di contratti regolari. E non era nemmeno la prima volta che si verificavano episodi simili, raccontava allora SUDD Cobas a L’Indipendente. Oggi, la storia torna a ripetersi.

Gli operai della stireria Alba Srl erano in sciopero dall’11 settembre scorso, «per difendere il posto di lavoro e i diritti conquistati». Fino al gennaio di quest’anno infatti, gli operai (impiegati nella confezione di abiti di alta moda) erano assunti da ForService Srls, pur lavorando per Alba Srl, e nonostante svolgessero mansioni di stiro e cucito veniva loro applicato il CCNL Pulizie – con paghe nettamente inferiori a quelle dovute. Prima ancora, spiega SUDD Cobas, erano impiegati presso ReStiro Srl, sparita dopo alcuni mesi senza pagare stipendi e TFR. Grazie alle lotte sindacali i lavoratori hanno ottenuto di essere assunti direttamente da Alba Srl, ma ad aprile le macchine da cucire sono state nuovamente spostate senza spiegazione in uno stabilimento di ForService. L’intento dell’azienda, spiega il sindacato, era probabilmente quello di svuotare e chiudere lo stabilimento senza dire nulla ai dipendenti, che a fine agosto sono stati anche lasciati a casa tre settimane dopo che le forti piogge avrebbero danneggiato le macchine da stiro (ma senza che l’azienda fornisse al sindacato alcuna prova che questo fosse accaduto). Il tutto, in un contesto lavorativo «drammatico»: i lavoratori venivano «reclutati anche in altre città da un caporale e costretti a turni di dodici ore al giorno oltre che a vivere in una sorta di segregazione tra la fabbrica e l’alloggio fornito dallo stesso caporale».

Da qui la protesta. Alla quale l’azienda ha risposto con la violenza. «I brand committenti non pensino di essere estranei», sottolinea il sindacato, chiamando la popolazione alla mobilitazione, «quello che è accaduto all’Alba Srl li riguarda direttamente». A fronte di una situazione di reiterata violenza, irregolarità e sfruttamento che riguarda un intero comparto, la politica non si è smossa più di tanto. Marco Grimaldi, di AVS, ha parlato di «violenza inaudita nel silenzio del governo Meloni», mentre Cecilia Guerra (PD) ha parlato di «scene intollerabili di violenza e sfruttamento». Dalla ministra del Lavoro Calderone, nemmeno una parola.

L’Università Statale di Milano sospende gli accordi con le università israeliane

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L’Università Statale di Milano ha deciso di sospendere tutti gli accordi in vigore con le università israeliane. La decisione è stata presa dal Senato accademico con un voto unanime, al termine di una seduta straordinaria convocata per discutere la situazione in Palestina. La mozione approvata nasce dall’urgenza di prendere posizione sul conflitto in corso e dalla volontà di assumere misure concrete di fronte alle gravi violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani denunciate da numerose organizzazioni. Con questa scelta, l’ateneo milanese diventa uno dei principali poli universita...

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Zelensky presenta il conto all’UE: altri 100 miliardi per le armi, anche in caso di pace

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Meno di un mese dopo aver commissionato agli Stati Uniti ordini di armi per 90 miliardi che saranno pagati dagli alleati europei, Kiev ha presentato all’Unione Europea un nuovo, mastodontico conto. Il ministro della Difesa ucraino, Denys Shmyhal, ha infatti dichiarato che l’Ucraina avrà bisogno di oltre 100 miliardi di euro per finanziare la sua difesa nel 2026. La richiesta è stata presentata alla conferenza annuale sulla strategia europea con una precisazione che non ammette repliche: tale somma sarà necessaria sia nel caso in cui la guerra continui, sia ove si arrivasse a un accordo di pace. L’invito del governo ucraino mette sotto pressione bilanci già tesi e riapre il dibattito in Europa su quanto sostenere Kiev nel medio termine.

Dal momento che gli sforzi di pace restano in una fase di stallo, «se la guerra continua, avremo bisogno di almeno 120 miliardi di dollari per il prossimo anno», ha affermato Shmyhal in occasione della conferenza. A ogni modo, anche se i combattimenti cessassero, «avremo bisogno di una somma leggermente inferiore per mantenere il nostro esercito in buone condizioni» in caso di un nuovo attacco russo, ha aggiunto il capo del dicastero ucraino. Una richiesta che equivale a chiedere all’Europa di farsi carico a tempo indefinito del bilancio della difesa di un paese terzo, in uno scenario di pace come di guerra. Secondo la deputata Roksolana Pidlasa, «L’Ucraina spende il 31 per cento del suo PIL per la difesa, la quota più alta al mondo», e a suo parere «un giorno di guerra costa attualmente all’Ucraina 172 milioni di dollari» rispetto ai 140 milioni di dollari di un anno fa.

Per far fronte a questa emorragia finanziaria, le autorità ucraine sostengono da tempo l’utilizzo dei circa 250 miliardi di euro di beni russi congelati in Occidente dall’inizio dell’invasione. Tuttavia, nonostante il disappunto di Kiev, l’Europa si è finora rifiutata di procedere con una confisca diretta, consapevole che si tratterebbe di una violazione senza precedenti del diritto internazionale con ripercussioni devastanti sugli investimenti. L’ex presidente russo Dmitry Medvedev ha rincarato la dose minacciando rappresaglie: «Se ciò accadesse, la Russia perseguiterà gli Stati dell’UE, così come gli eurodegenerati di Bruxelles e i singoli Paesi dell’UE che cercheranno di confiscare le nostre proprietà, fino alla fine dei tempi».

La richiesta ucraina sta già creando tensioni e fratture all’interno dei Paesi membri. In Germania, il ministro della Difesa Boris Pistorius ha segnalato la necessità di un fabbisogno aggiuntivo di oltre 10 miliardi di euro nei prossimi due anni per il sostegno militare a Kiev, rispetto alle risorse già approvate. Un documento interno del ministero, citato da Bild, rivela che per rispettare i tetti di spesa, «diverse misure con scadenza 2027 sono state stralciate o ridimensionate». La leader dell’Alleanza Sahra Wagenknecht (BSW) ha lanciato un forte allarme, sostenendo che l’attuale governo tedesco «sta imprudentemente trascinando il Paese verso un conflitto con la Russia» e avvertendo che un’escalation porterebbe a conseguenze catastrofiche, inclusa la minaccia di un conflitto nucleare. In Italia, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha ammesso che «gli impegni internazionali, le spese in Difesa e il sostegno all’Ucraina non sono gratis», sottintendendo la necessità di trovare risorse anche a scapito di altre promesse elettorali.

A Bruxelles l’Alto rappresentante (e alcuni esponenti UE) puntano invece a strumenti già disponibili: Kaja Kallas ha richiamato il Fondo europeo per la pace (EPF) come leva per rimborsare gli Stati per gli acquisti di armi, ricordando che «se riuscissimo a sbloccare i 6,6 miliardi dell’Epf, questo potrebbe fare la differenza». Ma lo sblocco è bloccato da veti e timori politici, e resta incerta la disponibilità complessiva dell’Unione a trasformare un sostegno emergenziale in un impegno strutturale. Si è dunque davanti a un bivio: sostenere incondizionatamente Kiev con cifre che fisiologicamente impatteranno sui bilanci e sulle politiche sociali europee o cercare una via più prudente che riduca i costi ma esponga l’Ucraina a un indebolimento militare.

Occorre inoltre ricordare che le forniture di armamenti statunitensi all’Ucraina, incluso l’acquisto da 90 miliardi di dollari recentemente richiesto, sono interamente finanziate dagli alleati europei. Come rivelato dal Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, gli Stati Uniti applicano un ricarico del 10% su queste vendite, trattenendo così una commissione sui trasferimenti. Questo meccanismo si inserisce in un contesto di impegni finanziari europei ben più ampi verso Washington, che includono 600 miliardi di investimenti negli USA, l’acquisto di energia per 750 miliardi e l’aumento delle spese militari con acquisti di armamenti americani, delineando un rapporto dove l’onere finanziario della difesa ucraina grava interamente sull’Europa, con un chiaro vantaggio economico per gli Stati Uniti.

Groenlandia, Danimarca guida esercitazioni con alleati NATO

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La Danimarca ha avviato l’esercitazione “Arctic Light 2025” in Groenlandia con oltre 550 militari di Francia, Germania, Norvegia e Svezia, affiancati da osservatori di Stati Uniti, Regno Unito e Canada. Le manovre, che includono operazioni navali e simulazioni di combattimento con F-16, mirano a rafforzare la prontezza delle forze danesi e groenlandesi in un’area di crescente rilevanza strategica. Il generale Søren Andersen ha ribadito le solide relazioni con Washington, nonostante le tensioni sorte quando l’amministrazione Trump manifestò l’interesse a ottenere la giurisdizione sull’isola.

Bending Spoons: la ditta tech italiana che sta scalando il mercato

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La società milanese Bending Spoons ha messo in campo 1,38 miliardi di dollari per acquisire Vimeo, celebre piattaforma statunitense di videostreaming quotata in Borsa. Vimeo si aggiunge così a un portafoglio che comprende già realtà internazionali di grande portata quali Remini, Hopin (proprietaria a sua volta di StreamYard), Meetup e WeTransfer, rafforzando l’influenza di un’azienda considerata da molti come l’“unicorno” più rilevante dell’imprenditoria italiana.

L’operazione, legata a una transazione interamente in denaro, riconosce agli attuali investitori di Vimeo 7,85 dollari per azione, pari a un premio del 91% rispetto al prezzo medio ponderato per volume degli ultimi 60 giorni di contrattazione. L’intesa prevede inoltre che Vimeo diventi una società privata a partire dal 2026, con il conseguente ritiro dal mercato azionario. Un bottino ragguardevole che sembra aver fatto la felicità di ambo le parti.

Fondata nel 2013, Bending Spoons è spesso descritta – non senza pareri discordanti – come il secondo unicorno nato dall’imprenditoria italiana dopo Yoox, ovvero una delle poche startup del Paese a superare la valutazione simbolica del miliardo di dollari. Seconda in ordine di nascita, ma prima sul piano dell’importanza, soprattutto perché, proprio in queste settimane, Yoox ha annunciato la procedura di licenziamento collettivo. Nata come agenzia informatica, Bending Spoons aveva manifestato la sua presenza sul grande pubblico già nel 2020. Magari non in maniera consapevole, ma sicuramente in una prospettiva capillare: i suoi sviluppatori hanno infatti realizzato Immuni, l’app di tracciamento usata per monitorare le infezioni di Covid-19 in Italia.

Con il tempo Bending Spoons ha cambiato pelle, allontanandosi progressivamente dalle sue radici più prettamente tech per tradursi in un conglomerato che opera con logiche vicine a quelle della private equity. Il modello di business è ormai incentrato più sull’acquisizione e gestione di aziende terze, che sulla produzione creativa interna, un approccio che spesso si accompagna a significative riduzioni di personale. La società ristrutturato Filmic dopo appena un anno dalla sua acquisizione, un destino che è toccato anche allo staff di Evernote e, più recentemente, il 75% del personale di WeTransfer, celebre piattaforma per la condivisione dei file. Quest’ultima, parallelamente, ha brevemente introdotto – salvo poi ritirarla a seguito delle forti proteste degli utenti – una modifica alle policy che le avrebbe virtualmente consentito di utilizzare i file caricati dagli utenti per addestrare modelli di intelligenza artificiale.

Nel corso della sua crescita, Bending Spoons ha potuto contare sul supporto di importanti investitori, attuali e passati, tra cui la holding H14 legata a Fininvest e a Luigi, Barbara ed Eleonora Berlusconi, Tamburi Investment Partner (TIP), Nuo Capital, Cherry Bay Capital, Baillie Gifford, NB Renaissance e Cox Enterprises. A questi si è aggiunto il sostegno finanziario di celebrità d’alto profilo come il tennista Andre Agassi, il rapper/influencer Fedez, l’attore hollywoodiano Ryan Reynolds, il regista Taika Waititi e Andrea Wong, manager che siede nel consiglio di amministrazione di Roblox.