venerdì 4 Aprile 2025
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Mancati aumenti alle pensioni minime: in tutta Italia monta la protesta

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Tre euro in più al mese? È «elemosina». È questa la risposta che i pensionati di tutta Italia stanno urlando in piazza al governo, protestando contro il mancato aumento delle pensioni. Negli ultimi due giorni i pensionati si sono sollevati a Milano, Padova, Perugia, Bari, e Catanzaro, sostenuti da SPI-CGIL, che ha lanciato una mobilitazione in tutte le Regioni. Le varie proteste sono state accompagnate da un più generale moto di contestazione contro la manovra di bilancio 2025, specialmente per quanto riguarda il settore della sanità.

Elkann boicotta il Parlamento rifiutando di parlare del futuro di Stellantis in Italia

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Il presidente di Stellantis, John Elkann, è al centro di un’accesa polemica per aver rifiutato l’invito a discutere in Parlamento il futuro del gruppo automobilistico, attualmente segnato dal calo dei volumi produttivi e delle immatricolazioni, nonché dalla previsione di significativi tagli occupazionali nel nostro Paese. Dopo un’audizione del CEO di Stellantis, Carlos Tavares, considerata insoddisfacente dalle forze politiche di governo e di opposizione, alcuni leader dell’area progressista hanno chiesto che Elkann stesso si presentasse in Parlamento. Quest’ultimo, però, ha affermato di non avere «nulla da aggiungere» rispetto a quanto già esposto da Tavares, decidendo di sottrarsi all’esame dei parlamentari. Sullo sfondo, vi è la crisi nera dell’automotive a livello europeo, che ha recentemente portato il colosso tedesco Volkswagen a manifestare l’intenzione di chiudere tre fabbriche in Germania.

In una missiva indirizzata al presidente della Commissione Attività produttive della Camera, Alberto Luigi Gusmeroli, Elkann ha scritto: «Le mozioni approvate dalla maggioranza dell’assemblea della Camera dei deputati nella seduta di mercoledì 16 ottobre, impegnano il Governo a convocare entro la fine dell’anno un tavolo con tutte le parti interessate a Palazzo Chigi. Non essendoci aggiornamenti dall’audizione dello scorso venerdì 11 ottobre da Lei stesso presieduta, non abbiamo nulla da aggiungere rispetto a quanto già illustrato dall’amministratore delegato». Venti giorni fa, Tavares era infatti comparso in audizione alla Camera lo scorso 11 ottobre, in seguito alla quale era stato bersaglio degli attacchi delle forze di governo e di minoranza, che lo avevano accusato di non avere spiegato come intendesse invertire il declino industriale del settore automobilistico in Italia. «Ribadendo la disponibilità a un dialogo franco e rispettoso, Stellantis prosegue le interlocuzioni con il ministero delle Imprese e del Made in Italy nell’ambito del tavolo di confronto istituito presso il dicastero, in attesa della convocazione ufficiale presso la presidenza del Consiglio», ha aggiunto il patron di Stellantis, ringraziando Gusmeroli e i membri della Commissione «per l’attenzione» dedicata «al settore dell’automotive ed alle sue evoluzioni in Italia, in Europa e nel mondo». In seguito a questa comunicazione, su Elkann sono piovute le critiche di leader e parlamentari di centro-destra e centro-sinistra. A reagire è stato anche il presidente della Camera dei deputati, Lorenzo Fontana, che in una nota ha scritto: «Apprendo con sconcerto da fonti stampa che il Presidente di Stellantis non vorrebbe riferire in Parlamento sulla situazione aziendale. Mi auguro che questa posizione possa essere presto chiarita. Scavalcare il Parlamento sarebbe un atto grave».

A parlare di «mancanza di rispetto» verso il Parlamento è stata anche Giorgia Meloni. Il suo esecutivo ha recentemente rinvigorito il braccio di ferro con Stellantis, con una manovra che taglia per 3,7 miliardi gli incentivi al Fondo dell’Automotive per il sostegno alla transizione alle auto elettriche. A giovarsene sarà invece il settore della Difesa, per il quale saranno messi sul piatto 2,5 miliardi in più all’anno dal 2025, per un totale di 34 miliardi di euro da qui al 2039. Nonostante, dal 1975 ad oggi, nelle casse di Stellantis – sommando tutte le voci, tra cui cassa integrazione per i dipendenti, prepensionamenti, rottamazioni, costruzione di stabilimenti – dallo Stato italiano siano stati veicolati ben 220 miliardi di euro, negli scorsi mesi l’ad dell’azienda era tornato a battere cassa per ottenere aiuti pubblici dallo Stato italiano, con un metodo che è esplicitamente suonato come un ricatto. «L’Italia dovrebbe fare di più per proteggere i suoi posti di lavoro nel settore automobilistico anziché attaccare Stellantis (…) se non si danno sussidi per l’acquisto di veicoli elettrici, si mettono a rischio gli impianti in Italia», aveva infatti affermato Tavares a febbraio. Nel frattempo, la crisi europea del settore dell’automotive è sempre più tangibile. Con una decisione che non ha precedenti, il comitato aziendale del gigante automobilistico tedesco Volkswagen ha appena confermato l’intenzione di chiudere tre stabilimenti in Germania. I dati raccontano che quasi un terzo dei principali impianti di autovetture delle cinque più grandi case automobilistiche europee – BMW, Mercedes-Benz, Stellantis, Renault e VW – nell’arco del 2023 sono stati sottoutilizzati, producendo meno della metà dei veicoli che hanno la capacità di produrre.

[di Stefano Baudino]

Georgia, la commissione elettorale conferma i risultati delle elezioni

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La commissione elettorale centrale della Georgia ha terminato il riconteggio parziale dei voti espressi in occasione delle elezioni di sabato 26 ottobre, confermando la vittoria di Sogno Georgiano. Il trionfo del partito considerato filorusso aveva sin da subito sollevato una grande polemica all’interno e all’esterno del Paese, tanto che la Presidente della Repubblica, Salome Zourabichvili, aveva denunciato brogli e accusato la Russia di avere interferito nelle votazioni. Martedì 29 ottobre è così iniziato un riconteggio che, secondo quanto comunica la commissione, ha interessato il 14% delle schede, relative al 12% dei seggi, che sono risultate «solo leggermente differenti in circa il 9% dei seggi elettorali analizzati».

Come un asteroide che colpì la Terra 3 miliardi di anni fa aiutò la nascita della vita

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Provocò un gigantesco tsunami, fece ribollire gli oceani e ricoprì il cielo per anni con un fitto strato di polveri, ma allo stesso tempo pose le basi per la formazione della vita sulla Terra: è l’apocalittico scenario che caratterizzò il nostro pianeta oltre 3 miliardi di anni fa, quando un enorme asteroide, 200 volte più grande di quello che causò l’estinzione dei dinosauri, colpì la Terra. A scoprirlo è stato un team di ricercatori guidato da Nadja Drabon, che ha pubblicato i risultati in un nuovo studio sottoposto a revisione paritaria sulla rivista scientifica Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS). L’impatto, denominato S2, avrebbe arricchito l’ambiente di elementi chiave per i batteri, favorendo la comparsa della vita sul pianeta. «Pensiamo che gli eventi di impatto siano disastrosi per la vita. Ma ciò che questo studio sta evidenziando è che questi impatti avrebbero avuto benefici per la vita, specialmente all’inizio, e potrebbero aver effettivamente permesso alla vita di prosperare», ha commentato la ricercatrice Nadja Drabon.

Gli studi degli scienziati si sono concentrati sulla Terra primordiale, periodo caratterizzato da una frequenza elevata di impatti meteoritici e da forme di vita limitate a batteri e archea, un gruppo di microrganismi unicellulari noti per la loro capacità di vivere in condizioni estreme, come sorgenti termali, bocche idrotermali oceaniche e saline. Attraverso la raccolta e l’esame di campioni di roccia prelevati dalla Barberton Greenstone Belt in Sudafrica, sono state trovate prove di almeno otto eventi di impatto, tra cui quello causato dall’asteroide S2. Si tratta di un corpo fino a 200 volte più grande di quello che, 60 milioni di anni fa, sterminò i dinosauri e che, con i suoi 50 chilometri di diametro, avrebbe causato uno tsunami tale da trasportare enormi quantità di ferro dalle profondità oceaniche agli strati più superficiali. «Immagina di essere in piedi al largo della costa di Cape Cod, in una piattaforma di acque poco profonde. È un ambiente a bassa energia, senza forti correnti. Poi, all’improvviso, hai uno tsunami gigante che ti travolge e squarcia il fondale marino», ha spiegato Drabon.

Ciò, combinato al fosforo che sarebbe arrivato dalla roccia spaziale, avrebbe creato una composizione chimica che stimolò la crescita di batteri specializzati, contribuendo all’evoluzione di nuovi organismi. «L’analisi di Drabon mostra che i batteri che metabolizzano il ferro sarebbero quindi proliferati subito dopo l’impatto. Questo spostamento verso batteri che favoriscono il ferro, per quanto di breve durata, è un tassello fondamentale del puzzle che descrive la vita primitiva sulla Terra. Secondo lo studio di Drabon, gli eventi di impatto dei meteoriti, sebbene si dica che uccidano tutto ciò che incontrano sulla loro scia, hanno avuto un risvolto positivo per la vita», concludono i ricercatori.

[di Roberto Demaio]

Italia, +60% alle spese militari in dieci anni: nel 2025 spenderà 32 miliardi

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Nel 2025, per la prima volta nella storia, l’Italia supererà la soglia dei 30 miliardi di spesa per il settore bellico. La notizia arriva dall’Osservatorio Milex sulle spese militari, che, calcolatrice alla mano, ha esaminato il disegno di legge di bilancio, stimando un aumento della spesa militare di oltre 2 miliardi e arrivando al nuovo record di oltre 32 miliardi, segnando un incremento del 12% in dieci anni. Di questi, 13 miliardi andranno all’industria militare per nuove armi. Di preciso, l’Osservatorio ha condotto “un’analisi delle allocazioni relative alla sfera della Difesa e degli armamenti”, giungendo così alla valutazione della spesa militare prevista per il prossimo anno. Come già preannunciato, è alla Difesa, insomma, che sono destinati parte dei fondi provenienti dai tagli di tutti gli altri ministeri. Giusto qualche giorno fa era emerso che la prima vittima sarebbe stata il Fondo dell’Automotive: esso punta a sostenere la transizione alle auto elettriche, e scenderà da un miliardo a 200 milioni l’anno, con un risparmio per lo Stato di 3,7 miliardi nel prossimo quinquennio.

L’analisi dell’Osservatorio Milex parte dal bilancio del ministero della Difesa, che costituisce “il punto di partenza di base per qualsiasi stima delle spese militari”, e ammonta a 31,295 miliardi di euro. A questa cifra vanno sottratte le voci di spesa con scopi differenti da quelli militari e aggiunte quelle esterne al Ministero con scopi militari. Dalle tabelle dell’Osservatorio, emerge come la spesa totale per il personale ammonti a un totale di oltre 11,7 miliardi di euro, che comprendono anche i carabinieri impiegati in missioni all’estero. Il totale delle voci non operative, come quelle di natura gestionale e amministrativa, è di 2,6 miliardi di euro, i fondi provenienti dal ministero delle Imprese e del Made in Italy valgono 3,2 miliardi, le missioni internazionali contano 1,21 miliardi, e i fondi pensionistici ammontano a 4,5 miliardi.

Ultima, ma non meno importante, la voce di spesa relativa agli investimenti per nuovi sistemi d’arma, particolarmente in crescita: per i “programmi di ammodernamento e rinnovamento degli armamenti, ricerca, innovazione tecnologica, sperimentazione e procurement militare” vengono stanziati 2,6 miliardi, mentre a “pianificazione generale delle Forze Armate e approvvigionamenti militari e infrastrutturali” saranno indirizzati 7,1 miliardi. Tutte queste voci, sommate, arrivano a oltre 32 miliardi di euro in spese militari dirette. Se a questa cifra si aggiungono poi le spese indirette, relative ai costi ed investimenti (dentro e fuori bilancio Difesa) per basi militari, e alle quote di compartecipazione per spese di natura militare in ambito UE – entrambe pari a circa mezzo miliardo -, si arriva a un totale di spese militari dirette e indirette di oltre 33 miliardi di euro. La somma complessiva di queste voci porta ad una valutazione – secondo la metodologia Mil€x – della spesa militare italiana diretta per il 2025 a 32.023 milioni di euro, ulteriore record storico con un aumento del 12,4% rispetto al 2024 (+3,5 miliardi in un anno) e del 60% sul decennio (rispetto alla spesa valutata da Mil€x per il 2016 di 19.981 milioni di euro (a valori correnti)

La spesa militare in Italia è in crescita da anni. Durante il suo mandato, il governo Meloni ha aumentato la spesa per la difesa, nonché per l’acquisto di aerei e carri armati. In generale, anche gli esecutivi precedenti avevano incrementato l’esportazione di armamenti, così come la spesa militare. Questo aumento di investimenti, produzione, esportazione, e acquisto nel settore bellico risulta pienamente in linea con le richieste della NATO, dell’UE, e di Draghi. L’Alleanza Atlantica ha infatti raccomandato agli Stati di arrivare a spendere più del 2% del PIL nel settore militare, l’Unione Europea si sta muovendo per la costruzione di un piano di difesa comune, mentre il “Rapporto Draghi” consiglia molto caldamente di riservare più fondi e meno burocrazia al settore delle armi.

[di Dario Lucisano]

Messico, esplosione in un’acciaieria: 13 morti

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13 persone sono morte in Messico, nello Stato centrale di Tlaxcala, a causa di un’esplosione avvenuta in un’acciaieria. Lo ha comunicato il governo locale in un comunicato. L’incidente si è verificato intorno alle 3 del mattino in una torre del complesso dell’azienda Grupo Simec – filiale di Industrias CH, uno dei principali produttori di acciaio del Paese -, all’interno di un parco industriale situato nel comune di Xaloztoc. In una nota, il Grupo Simec ha spiegato che la fabbrica ha registrato una «fuoriuscita di acciaio liquido con perdita di vite umane» che ha al momento bloccato le sue operazioni.

Argentina: licenziata la ministra degli Esteri per un voto pro-Cuba

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Il Presidente dell’Argentina Javier Milei ha licenziato la ministra degli Esteri, Diana Mondino, dopo che la delegazione Argentina all’ONU ha votato a favore della revoca dell’embargo statunitense su Cuba. Il voto è avvenuto ieri ed era relativo a una risoluzione non vincolante a cui si sono opposti solo gli USA e Israele. Al suo posto, il Presidente ha nominato Gerardo Werthein, l’attuale ambasciatore dell’Argentina negli Stati Uniti. Dopo avere licenziato Mondino, Milei ha rilasciato una nota in cui ha dichiarato che «il Paese si oppone categoricamente alla dittatura cubana».

In Brasile un uomo ha piantato alberi per 20 anni riforestando la città di San Paolo

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brasile riforestazione Helio da Silva

Helio da Silva, ex dirigente dell’industria alimentare e oggi settantatreenne, ha trascorso oltre vent’anni a trasformare un angolo degradato di San Paolo, una delle città più popolose del Brasile, in un'oasi verde. Nel corso di due decenni, ha piantato oltre 40.000 alberi, creando il Parco Tiquatira, uno spazio di 3,2 chilometri che rappresenta oggi un polmone verde fondamentale per i residenti e per l’ambiente della metropoli. Originario di Promissao, una cittadina a circa 500 chilometri da San Paolo, Da Silva ha sempre desiderato lasciare un segno positivo nella città che lo ha accolto. La ...

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Alluvioni in Spagna, il bilancio delle vittime sale a 95

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È di 95 l’ultimo bilancio delle vittime causate dalle forti piogge che si sono abbattute oggi sulla Spagna, colpendo prevalentemente le comunità di Valencia e Castiglia-La Mancia. Un numero ancora provvisorio, che potrebbe aumentare ulteriormente. Le autorità hanno mobilitato migliaia di operatori tra squadre di protezione civile e militari, utilizzando anche mezzi aerei e cani addestrati per rintracciare vittime e dispersi. Circa 120.000 persone risultano senza elettricità e copertura telefonica, mentre la linea ferroviaria che collega Valencia a Madrid è stata interrotta a causa dell’allagamento dei binari. Il ministro delle politiche territoriali, Ángel Víctor Torres, ha annunciato tre giorni di lutto nazionale.

La Francia stringe accordi commerciali col Marocco sulla pelle dei Saharawi

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Dopo tre anni di tensioni diplomatiche, il presidente francese Emmanuel Macron si è recato ieri, 29 ottobre, in Marocco dove ha ripristinato le relazioni con il Paese dell’Africa settentrionale, firmando una serie di accordi commerciali con Rabat per un valore complessivo di più di dieci miliardi di euro. In un raro gesto di onore verso un ospite straniero, il re Mohammed VI si è recato personalmente ad accogliere il capo dell’Eliseo e la moglie Brigitte all’aeroporto, prima di trasferirsi al palazzo reale marocchino per la firma degli accordi. Il tutto a scapito dei Saharawi, la popolazione del Sahara occidentale che da anni lotta per l’autodeterminazione e l’indipendenza dalla corona marocchina, sostenuta in questo anche dall’Algeria, rivale storica del Marocco. Dopo anni in cui ha assunto un atteggiamento ambiguo per non indisporre Algeri – importante partner commerciale di Parigi – a luglio Macron ha sostenuto le rivendicazioni del Marocco sul Sahara occidentale, aprendo la strada alla riconciliazione con Rabat. «La Francia riconosce un piano per l’autonomia della regione del Sahara Occidentale sotto la sovranità del Marocco come unica soluzione per risolvere un’annosa disputa sul territorio», aveva affermato Macron in una lettera.

In cambio, l’ex potenza coloniale è stata ricompensata con una serie di accordi commerciali per un valore complessivo di oltre dieci miliardi di euro, secondo quanto riferito da alcuni funzionari francesi. Tra questi, un accordo tra l’operatore ferroviario marocchino ONCF e la francese Alstom per l’acquisto di dodici carrozze ad alta velocità, mentre Rabat cerca di espandere una linea esistente più a sud, fino a Marrakech, entro il 2030. Sono stati firmati anche importanti accordi energetici: le aziende francesi Engie e EDF hanno sottoscritto un contratto per espandersi nel settore delle energie rinnovabili, mentre Total Energies ha firmato un accordo sull’idrogeno, anche se non è stato ancora reso noto alcun importo. Inoltre, la compagnia di navigazione CMA CGM ha annunciato investimenti in un terminal portuale marocchino.

Parigi sperava anche che la visita potesse portare a risolvere alcuni problemi legati alle migrazioni, un tema sul quale il governo subisce le pressioni dei partiti di destra affinché aumenti i rimpatri in Paesi come il Marocco. A tal fine, nel 2021, la Francia aveva ridotto il numero di visti rilasciati ai visitatori nordafricani per far sì che i governi facilitassero i rimpatri, ma l’iniziativa ha danneggiato sia il Marocco che la Francia e nel 2022 l’Eliseo ha posto fine alla restrizione sui visti. Rabat è in grado di influenzare i flussi migratori e non sono mancati episodi in passato in cui ha utilizzato questa questione come arma di ricatto politico. Anche per questo, Parigi ha deciso di ripristinare le sue relazioni diplomatiche con il Paese nordafricano, calpestando però il diritto all’autodeterminazione dei Saharawi e, allo stesso tempo, danneggiando i rapporti con un altro partner strategico nella regione, l’Algeria.

Algeri, infatti, sostiene l’indipendenza del Sahara occidentale e quindi il Fronte Polisario, la formazione indipendentista nata nel 1973 che si oppone a Rabat nella disputa sulla sovranità del Sahara occidentale. Quest’ultima è una regione situata a Sud del Marocco, a Ovest dell’Algeria e a Nord della Mauritania, mentre a ovest si affaccia interamente sull’Oceano atlantico. Il territorio è stato sotto l’amministrazione della Spagna fino al 1975, quando Madrid decise di cederne il controllo a Marocco e Mauritania. Le truppe spagnole abbandonarono definitivamente la regione il 26 febbraio del 1976, permettendo così la nascita della Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi, dichiarata dal Polisario nel 1976. Tuttavia, il giorno dopo, l’esercito marocchino, appoggiato dal governo statunitense, entrò nel territorio conteso, compiendo saccheggi, stupri, violenze e omicidi e obbligando la popolazione alla fuga. Ne nacque un conflitto tra le forze armate di Rabat e il Fronte Polisario che cessò solo quando le Nazioni Unite hanno mediato un cessate il fuoco nel 1991. L’organismo internazionale propose, inoltre, un referendum per l’autodeterminazione dei Saharawi, che però non ha mai avuto luogo per la contrarietà del Marocco. Ancora oggi, dunque, si svolge una guerriglia a bassa intensità tra le due parti. Durante le fasi più cruente della guerra, negli anni Settanta, l’aviazione marocchina bombardò i civili sfollati con napalm e fosforo.

Il Marocco, che rivendica diritti su quello che è un territorio ricco di fosfati, pesca e forse petrolio, ha proposto nel 2007 quello che ha definito un piano di autonomia per il Sahara occidentale, garantendo valori democratici e un’economia liberale favorevole agli investitori. Parigi è uno dei principali sostenitori di questo piano per l’autonomia sotto la sovranità marocchina, al contrario, invece, dell’Algeria che appoggia la proposta delle Nazioni Unite per un referendum con l’indipendenza come opzione. Non a caso, quando lo scorso luglio la Francia ha appoggiato il programma del Marocco, Algeri ha ritirato il suo ambasciatore in Francia. Oltre a Parigi, anche la Spagna, gli Stati Uniti, Israele e le monarchie del Golfo sostengono la sovranità di Rabat sul Sahara occidentale. Al contrario, gli Stati africani sostengono l’indipendenza del territorio conteso, ritenendolo l’ultima colonia del Continente. La Repubblica Democratica Araba Saharawi, del resto, è riconosciuta da molti governi ed è un membro a pieno titolo dell’Unione Africana.

Parigi e gli altri Stati occidentali continuano, dunque, ad assumere un atteggiamento contrario all’indipendenza e all’autodeterminazione dei Saharawi, in nome di interessi politici e commerciali.

[di Giorgia Audiello]