lunedì 23 Febbraio 2026
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È impossibile non vendere un libro su Amazon? La nostra esperienza con “Boicottare Israele”

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Il libro “Boicottare Israele” non dovrebbe essere in vendita su Amazon. Non volevamo che ci fosse, perché riteniamo fondamentale agire per primi attraverso scelte coerenti con quanto descriviamo e denunciamo con la nostra attività giornalistica. La multinazionale di Jeff Bezos, infatti, è al centro della campagna di boicottaggio per il suo supporto all’occupazione israeliana della Palestina. Eppure, a distanza di un mese dalla pubblicazione della guida che abbiamo pubblicato con le istruzioni per colpire l’occupazione della Palestina attraverso il consumo critico, questa non solo si trova in vendita su Amazon, ma pure al secondo posto nella classifica dei libri di economia internazionale più venduti sulla piattaforma. Come è successo? La vicenda che stiamo per raccontarvi – per certi versi paradossale – è quella dei nostri tentativi per fare in modo che il libro non sia in vendita sulla piattaforma e del muro di gomma fatto di richieste di mail, compilazione di moduli e inutili chiacchierate con gli addetti della multinazionale che abbiamo incontrato. Un labirinto che per ora non ci ha condotto a nessun risultato e che ci porta a questa denuncia pubblica nonché a una richiesta verso i nostri lettori.

Riavvolgiamo il nastro. Come ha fatto Boicottare Israele a finire su Amazon? Il libro è comparso sulla piattaforma secondo quel meccanismo noto nel gergo tecnico come crawling (letteralmente l’atto dello strisciare), ossia il procedimento di esplorazione e indicizzazione dei nuovi contenuti: Amazon ha accesso alla banca dati ISBN, dove vengono registrate tutte le nuove pubblicazione librarie; attingendo da essa, ha preso la scheda tecnica di Boicottare Israele e ha reso il testo visibile sul sito prima ancora che fosse in vendita. Una volta che abbiamo spedito le copie al nostro distributore, questo ha inviato i libri ai singoli rivenditori che ne hanno fatto richiesta. Sono questi ultimi a usufruire dei servizi di Amazon: i rivenditori hanno effettuato l’accesso alla piattaforma e messo a disposizione le proprie copie del libro tramite il colosso della logistica. Amazon ha poi deciso di puntare sul prodotto, applicandogli un piccolo sconto sul prezzo di copertina e dando accesso alle spedizioni Prime, che permettono a chi lo ordina di riceverlo in un giorno senza costi aggiuntivi.

Abbiamo prontamente contattato l’assistenza della multinazionale per chiedere che venga rimosso dalla piattaforma. Dopo una prima conversazione con un’operatrice non abbiamo ottenuto niente, se non il suggerimento di scrivere agli indirizzi di posta elettronica certificata dell’azienda. Abbiamo così scritto a cinque diverse PEC di Amazon fino a che una di queste non ci ha fornito risposta: «La invitiamo a compilare l’apposito modulo di notifica disponibile nelle Condizioni Generali di Uso e Vendita di Amazon.it con cui i titolari di diritti e i loro rappresentanti possono segnalare le offerte che ritengano in violazione di tali diritti», si legge nella mail. Il modulo a cui fa riferimento l’ufficio di Amazon riguarda i casi in cui viene apertamente violato il diritto di proprietà di un prodotto come per esempio violazioni del copyright, di brevetto, o di marchi registrati; per compilarlo, tuttavia, serve un account Amazon che noi, come L’Indipendente, non abbiamo e non abbiamo intenzione di aprire. Oltretutto, le violazioni coperte dal modulo non c’entrano niente con il nostro caso: non è una questione di diritto; noi semplicemente vorremmo che il nostro libro non venisse venduto su Amazon.

A tal proposito, Amazon ci ha tenuto a sottolineare che «in ragione delle norme in tema di principio di esaurimento dei diritti di proprietà intellettuale e libera circolazione delle merci all’interno dell’Unione europea, una volta che un bene protetto da un diritto di proprietà intellettuale viene messo in commercio con il consenso del titolare nel territorio di uno Stato appartenente allo Spazio Economico Europeo, non può esserne impedita la successiva commercializzazione». Tradotto: non potete farci niente. Una volta che il libro è in commercio, nessuno può impedire ad Amazon di venderlo. E questo non vale solo per Boicottare Israele, ma per tutto: se qualcuno non volesse che il proprio prodotto, di cui possiede proprietà intellettuale o di altra natura, venga commerciato su Amazon, non potrebbe farci nulla. È la dura legge del cosiddetto “libero mercato”, che in questa maniera genera un vero e proprio cortocircuito: in nome della tutela della circolazione dei beni, colossi come Amazon finiscono per essere avvantaggiati davanti alle piccole e medie attività. È infatti pressoché impossibile competere con una multinazionale come Amazon in fatto di capacità di distribuzione e di offerta nei prezzi. Se a una persona viene data la possibilità di ottenere un prodotto che desidera a prezzo scontato e in tempi di consegna fulminei, perché mai dovrebbe spendere e attendere di più?

Davanti a queste condizioni non ci resta che sottolineare che noi non abbiamo messo né abbiamo intenzione di mettere a disposizione Boicottare Israele su Amazon. Amazon fornisce, tramite il progetto Nimbus, infrastrutture di archiviazione dati, intelligenza artificiale e altri servizi tecnologici al governo e alle forze militari israeliani: per tale motivo invitiamo voi, nostri Lettori, a boicottare l’azienda, come suggeriamo nello stesso libro. E sebbene lo scarto nelle capacità di vendita e distribuzione sia incolmabile, vi chiediamo di comprare il testo direttamente dal nostro negozio online, dai rivenditori fisici o agli eventi pubblici di BDS Italia (il movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro l’apartheid israeliana che ha collaborato alla stesura e alla distribuzione del testo). Invitiamo, inoltre, gli stessi commercianti a non vendere le proprie copie di Boicottare Israele sulla piattaforma, così da dare un senso concreto al titolo del volume.

Quello che vi chiediamo è un piccolo sacrificio: acquistandolo sul nostro shop online spenderete 48 centesimi di euro in più e dovrete attendere qualche giorno. Ma eviteremo tutti di essere complici di una multinazionale americana che è complice di quanto accade in Palestina e nota per lo sfruttamento dei lavoratori. Grazie.

“Danni neurologici causati dal vaccino Covid”: ministero della Salute condannato a risarcire

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Il Tribunale civile di Asti ha riconosciuto con sentenza di primo grado «il nesso di causa» tra la vaccinazione anti-Covid e un grave danno neurologico che ha impedito a una donna di 52 anni, titolare di una tabaccheria ad Alba, di camminare. Il Ministero della Salute, che in sede amministrativa aveva respinto la domanda di indennizzo, è stato così condannato al riconoscimento del legame tra il vaccino e la patologia (mielite/poliradicolonevrite) e gli è stato imposto di erogare un indennizzo – non si tratta di un risarcimento – pari a circa 3.000 euro al mese, con versamento ogni due mesi.

A rendere nota la sentenza di primo grado del Tribunale di Asti, emessa il 26 settembre, sono stati i legali della donna, i torinesi Renato Ambrosio, Stefano Bertone, Chiara Ghibaudo e Stefania Gianfreda, dello studio Ambrosio & Commodo di Torino. La donna, vaccinata con due dosi di Comirnaty (Pfizer-BioNTech), aveva manifestato i primi sintomi nell’aprile 2021 ed era stata ricoverata a Orbassano, in provincia di Torino, il 10 febbraio 2022. Qui ha ricevuto la diagnosi di «sospetta mielite infiammatoria trasversa». Nel referto con cui il 17 febbraio è stata dimessa, i medici scrivevano che «non è escludibile un ruolo scatenante del vaccino». Dopo la diagnosi, la donna ha, quindi, avanzato in sede amministrativa la richiesta di indennizzo, respinta inizialmente dal Ministero della Salute e Aifa (Agenzia italiana del farmaco). La perizia elaborata dai due consulenti tecnici di ufficio, Agostino Maiello e Stefano Zacà, nominati dal giudice civile ha messo un parere diverso, dando ragione alla donna. Le consulenze tecniche hanno, infatti, accertato il legame tra il vaccino e la patologia con «probabilità sufficiente», rigettando altre possibili cause. I tecnici hanno concluso «un nesso di causa molto forte fra l’evento e il danno grave subito», spiega l’avvocato Bertone, mentre Ghibaudo ha sottolineato che «i danni fisici permanenti patiti» dall’assistita «sono davvero gravi: basti pensare che la signora non deambula più da sola».

Secondo il tribunale, la ridotta distanza temporale tra la vaccinazione e la comparsa dei sintomi è stata un elemento determinante per decidere. La sentenza, dello scorso 26 settembre, cita inoltre il database dell’AIFA, che riporta 593 casi di mielite trasversa registrati dopo la vaccinazione fino al 2022, di cui 280 associati ai vaccini a mRna. «Sono stati individuati – spiega Bertone – casi isolati in cui il vaccino con virus inattivo e i vaccini di base di mRna hanno provocato sindromi acute di demielinizzazione del midollo spinale, come la sclerosi multipla e la neuromielite ottica». La sentenza non parla di un risarcimento nel senso civilistico – cioè, della responsabilità per colpa – bensì di indennizzo previsto dalla legge, che non implica necessariamente un comportamento illecito da parte dell’ente pubblico.

Questa pronuncia si aggiunge a una fila crescente di decisioni analoghe: a marzo la decisione era arrivata per una donna di Terni di 67 anni, ad aprile per un’altra di 60 anni di La Spezia, a luglio per una terza di Pescara, 70 anni. Nel gennaio 2023, una donna italiana di 67 anni, rimasta semiparalizzata dopo la somministrazione del vaccino anti-Covid (AstraZeneca) aveva ottenuto dall’ente pubblico un indennizzo mensile di 913 euro come «equa indennità». La Commissione medico-ospedaliera aveva riconosciuto un nesso causale tra il danno neurologico permanente e la vaccinazione obbligatoria per la sua fascia d’età. Nel gennaio 2024, una commissione medica di Messina aveva riconosciuto a una donna di 36 anni un indennizzo a vita per «danni irreversibili» da vaccino anti-Covid: le è stata attribuita una miocardite con lesione cardiaca correlata alla vaccinazione. Nel febbraio 2024, a Colletorto, in Molise, era stato riconosciuto il nesso causale tra la somministrazione del vaccino anti-Covid a un uomo di 72 anni e il suo decesso, avvenuto circa venti giorni dopo l’iniezione. La Commissione medico-ospedaliera, nell’autopsia, aveva attribuito il decesso a uno «scompenso multiorgano» correlato a coaguli, stabilendo responsabilità vaccinale.

La base giuridica degli indennizzi vaccinali è la legge 25 febbraio 1992, n. 210, che riconosce compensazioni per «complicanze irreversibili» da vaccinazioni obbligatorie, trasfusionali o emoderivati, la cui platea di riferimento è stata aggiornata dalla sentenza della Corte Costituzionale del 26 maggio 2020, che ha riconosciuto l’obbligo di indennizzo anche per le vaccinazioni non obbligatorie. Con la recente sentenza n. 35/2023, la Corte Costituzionale ha stabilito che il termine di prescrizione per avanzare la domanda decorre non dal momento in cui si verifica il danno, bensì da quello in cui il danneggiato ha conoscenza anche della sua indennizzabilità – applicando il principio “contra non valentem agere non currit praescriptio” (“contro chi non può agire non decorre la prescrizione”). Tale interpretazione ha favorito l’accesso all’indennizzo per chi ha scoperto tardivamente il collegamento tra vaccino e patologia neurologica. Nel diritto italiano, casi di condanne del Ministero a risarcire o indennizzare danni post-vaccinali non sono nuovi. Un esempio storico è la sentenza n. 696/2021 della Corte di Cassazione, pubblicata il 30 marzo 2021 (R.G. n. 784/2017), che accertò responsabilità dello Stato per paraplegia conseguente a vaccino antipolio del 1978. Inoltre, la Consulta ha recentemente dichiarato incostituzionale, in parte, una norma che negava l’indennizzo ai soggetti danneggiati da vaccini raccomandati (non obbligatori) come l’HPV, ampliando il raggio di tutela. Questi precedenti illustrano che lo Stato italiano è stato già chiamato a rispondere, con forme economiche, per danni sanitari derivanti da misure profilattiche pubbliche. È una linea che attraversa i decenni e che oggi, a quattro anni esatti dall’introduzione del Green Pass come obbligo per i lavoratori, impone al sistema giuridico e sanitario una riflessione sul bilanciamento tra interesse collettivo e tutela individuale.

Antitrust apre istruttoria su Philip Morris per comunicazione ingannevole

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L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato un’istruttoria contro Philip Morris Italia per una presunta pratica commerciale scorretta nella promozione dei suoi prodotti “senza fumo”, utilizzando espressioni come “un futuro senza fumo” o “senza fumo” che potrebbero indurre in errore i consumatori. L’Agcm ritiene che tali slogan, pur riferendosi a dispositivi privi di combustione, possano risultare poco chiari od omissivi, minimizzando i rischi di dipendenza e salute. Nel corso dell’indagine, ispettori con il Nucleo Speciale Antitrust della Guardia di Finanza hanno perquisito le sedi italiane di Philip Morris e della controllata tecnologica a Bologna per acquisire documenti utili.

Quasi il 10% dei residenti in Italia vive in povertà assoluta

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5,7 milioni di persone che non possono permettersi beni e servizi essenziali per vivere in uno standard di vita accettabile, altri 8,7 milioni che si trova in difficoltà economiche per accedervi in maniera adeguata. Questa la fotografia che l’ISTAT fa dell’Italia, dove nel 2024 la povertà assoluta e la povertà relativa coinvolgono rispettivamente il 9,8 e il 14,9% degli individui residenti. Il numero di famiglie povere si attesta a 2,2 milioni e i minori che vivono in condizioni di povertà assoluta sono 1,28 milioni, il 13,8% del totale – il dato più alto dal 2014.

La situazione peggiore si registra al sud, dove a trovarsi in povertà assoluta sono 886 mila famiglie (il 10,5% del totale). Il dato scende all’8,1% al nordovest e al 7,6% al nordest (rispettivamente 595 mila e 395 mila famiglie), mentre è al centro che si registra la percentuale più bassa (6,5%, ovvero 394 mila famiglie). Il dato cambia significamente a seconda della composizione del nucleo famigliare, superando il 21% tra i nuclei composti da cinque o più membri, per dimezzarsi all’11,2% tra quelli con 4 membri e scendere all’8,6% nelle famiglie composte da tre membri. Ad ogni modo, resta il fatto che quasi una su cinque tra le coppie con tre o più figli si trova in povertà assoluta, dato che riguarda oltre una famiglia su dieci tra quelle monogenitore. Le famiglie con genitori giovani sono più giovani registrano inoltre una maggiore incidenza di povertà assoluta. Il dato riguarda soprattutto le famiglie composte interamente o in parte da stranieri (rispettivamente il 35,2 e il 30,4% del totale), mentre scende al 6,2% tra quelle composte unicamente da italiani.

Il titolo di studio incide significativamente sul dato: in generale, è sufficiente che la persona di riferimento abbia conseguito almeno un diploma di scuola superiore affinché l’incidenza della povertà assoluta scenda a un terzo rispetto alle famiglie dove la persona di riferimento ha un diploma di terza media.

La situazione si conferma in linea con i dati del 2023, fatto salvo per il peggioramento significativo della povertà assoluta tra gli individui residenti sulle Isole (dall’11,9 al 13,8%) e quella tra i minori di 18 anni, che, attestandosi al 13,8%, riguarda 1,3 milioni di ragazzi, il dato peggiore dal 2014. Il Codacons sottolinea come, rispetto al periodo pre-Covid, la situazione sia in netto peggioramento, con oltre un milione di persone in situazione di povertà assoluta rispetto al 2019. Il confronto, riporta l’ente, è «impietoso» e i numeri potrebbero peggiorare ulteriormente, soprattutto a causa dell’inflazione, che incide sul prezzo di beni primari come quelli alimentari. Proprio per questa ragione, un terzo delle famiglie italiane è costretto a tagliare le spese alimentari, diminuendo la quantità o la qualità del cibo acquistato.

Stati Uniti attaccano barca al largo del Venezuela: 6 morti

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Gli Stati Uniti hanno colpito una imbarcazione sospettata di traffico di droga al largo delle coste venezuelane, uccidendo sei persone a bordo. È il quinto episodio in cui gli Stati Uniti attaccano imbarcazioni sospettate di trasportare droghe illegali che viaggiano in acque internazionali vicino al Venezuela, dopo i tre di settembre e il più recente, a inizio ottobre, che hanno già causato vittime e tensioni diplomatiche tra i due Paesi. Washington parla di un’operazione contro le rotte del narcotraffico, mentre Caracas accusa gli USA di voler creare un pretesto per un intervento militare e destabilizzare il governo di Nicolás Maduro.

Nel mondo impianti di petrolio e plastica mettono a rischio la salute di 51 milioni di persone

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La produzione di plastica minaccia la salute pubblica su scala globale. Non si parla di minacce ipotetiche dovute alle conseguenze climatiche: ma di responsabilità dirette e misurabili, date dall’emissioni di polveri sottili e sostanze tossiche che colpiscono l’organismo degli esseri umani che vivono nelle vicinanze degli impianti. Un recente rapporto di Greenpeace International ha infatti rivelato che oltre 51 milioni di persone in 11 Paesi vivono entro 10 chilometri da impianti petrolchimici che riforniscono la filiera della plastica, esposte al rischio di inquinamento atmosferico da sostanze tossiche. Di questi, 16 milioni risiedono nel raggio più critico di 5 chilometri. La ricerca, dal titolo “Every Breath You Take”, analizza il livello intermedio della produzione, dove i combustibili fossili vengono trasformati in materie prime plastiche, mappando gli impianti in Thailandia, Filippine, Malesia, Indonesia, Corea del Sud, Canada, USA, Germania, Regno Unito, Svizzera e Paesi Bassi. Aree residenziali sono state individuate entro 10 km dagli impianti in tutti i Paesi considerati, denotando una coesistenza forzata tra comunità e industrie inquinanti.

Gli autori del rapporto mettono in rilievo che la fase «midstream» della produzione – gli impianti che trasformano combustibili fossili in monomeri e resine – è una fonte consistente di emissioni: composti organici volatili (VOCs), ossidi di azoto e zolfo, particolato e gas serra, molte sostanze collegate a cancro, malattie respiratorie e danni riproduttivi. L’analisi geospaziale di Greenpeace ha incrociato la posizione degli stabilimenti con dati di densità di popolazione per stimare chi vive in zone di «rischio elevato» (5 km) e «rischio esteso» (10 km). Gli Stati Uniti detengono il numero assoluto più alto di persone a rischio: oltre 13 milioni, con concentrazioni particolarmente elevate in Texas e Louisiana. Tuttavia, in termini percentuali, sono i Paesi Bassi a registrare la situazione più critica, con circa 4,5 milioni di persone (oltre un cittadino su quattro, il 25.8% della popolazione) che vive entro 10 km da un impianto. Segue la Svizzera, dove il 10.9% degli abitanti è nella stessa condizione di rischio. Il rapporto sottolinea inoltre che l’inquinamento non conosce confini: «Border zone areas in Canada, Germany, Malaysia, the Netherlands, Switzerland, and the United States contain petrochemical production facilities located within 10 kilometers of neighbouring countries», con ricadute sulle comunità di Austria, Polonia, Singapore, Belgio e Francia.

Il report presenta casi studio emblematici di queste “zone di sacrificio”, come definito dalle Nazioni Unite. In Louisiana, la celebre “Cancer Alley” ospita circa 200 impianti lungo il Mississippi e registra tassi di cancro di molto superiori alla media nazionale. In Canada, la “Chemical Valley” a Sarnia, Ontario, sorge a fianco della riserva della First Nation Aamjiwnaang, dove si respirano livelli di benzene sopra i limiti di sicurezza e si segnalano alti tassi di aborti spontanei e malattie respiratorie infantili. In Corea del Sud, lo scandalo del complesso industriale di Yeosu ha portato alla luce una collusione tra aziende e agenzie di misurazione per manipolare i dati sulle emissioni di inquinanti, tra cui il vinile cloruro, un cancerogeno di gruppo 1.

Greenpeace avverte che la crisi non è confinata al problema dei rifiuti: la produzione stessa sta crescendo, con previsioni che vedono raddoppi o più della produzione di plastica entro il 2050, e gran parte dell’espansione è destinata a articoli a breve vita (packaging monouso, fast fashion), incrementando emissioni e rifiuti esportati verso Paesi a basso reddito. Tale scenario rischia di creare nuove “zone di sacrificio” e di compromettere anche gli obiettivi climatici, poiché la plastica diventa la scommessa del settore fossile per compensare il calo di altri mercati. Per fermare questa catena, l’organizzazione chiede un intervento internazionale deciso: «Abbiamo bisogno di un forte Trattato Globale sulla Plastica, che riduca la produzione di plastica di almeno il 75% entro il 2040 per proteggere la nostra salute, le nostre comunità e il pianeta», si legge all’interno della ricerca.

Nonostante lo spaccato si faccia sempre più allarmante, lo scorso agosto è terminato con un nulla di fatto il vertice di Ginevra per redigere un trattato globale contro l’inquinamento della plastica. Gli incontri si sono tenuti per dieci giorni consecutivi, con oltre 1.400 delegati provenienti da 183 Paesi diversi. Sebbene siano stati proposti due distinti testi, entrambi giudicati peraltro troppo poco ambiziosi dalle associazioni ambientaliste, al termine della seduta è mancata l’intesa per siglare la versione definitiva, con il comitato che ha deciso di rinviare i negoziati a data da destinarsi. «L’incapacità di raggiungere un accordo a Ginevra deve essere un campanello d’allarme per il mondo», ha scritto Graham Forbes, capo della delegazione di Greenpeace per i negoziati del Trattato. Secondo il gruppo, un accordo tra i Paesi non può rimanere ostaggio degli Stati e delle multinazionali petrolifere, e deve tenere conto dell’intero ciclo di vita della plastica, della sua produzione, dei danni ambientali e per la salute umana, nonché delle esigenze delle comunità indigene, che risultano le più colpite dalla crisi.

Filippo Turetta rinuncia all’appello contro l’ergastolo

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Filippo Turetta ha inviato una lettera agli uffici giudiziari di Venezia per comunicare la sua decisione di rinunciare al processo d’appello contro la condanna all’ergastolo per il femminicidio di Giulia Cecchettin. Turetta era stato condannato lo scorso aprile per avere ucciso con 75 coltellate la propria ex fidanzata l’11 novembre 2023. La difesa aveva presentato istanza contro l’accusa di premeditazione, ma con la rinuncia all’appello, Turetta accetta la condanna all’ergastolo. A presentare appello era stata anche la Procura di Venezia, specificatamente sul mancato riconoscimento dell’aggravante della crudeltà; tale istanza resta attiva, e il processo è previsto il prossimo 14 novembre.

Fotovoltaico in Sardegna: 90 ettari di pannelli in un’area protetta UNESCO

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A tre anni dalla prima presentazione del progetto, il Ministero per l’Ambiente e la Sicurezza Energetica (MASE) ha dato il via libera alla realizzazione di una centrale fotovoltaica nel territorio di Putifigari, nel nord della Sardegna. La nuova centrale, della potenza complessiva di 72,6 MW, sorgerà nei territori di Monte Siseri e Seddonai, occupando un’area di poco inferiore ai 90 ettari. Secondo quanto prevede il progetto, parte di essa si troverà all’interno di una zona considerata patrimonio dell’UNESCO per la presenza delle domus de jana, case funerarie tipiche dell’isola risalenti alla Sardegna prenuragica.

Nel documento del MASE si legge chiaramente che, proprio per questa ragione, il parere rilasciato in precedenza dal Ministero della Cultura sulla realizzazione dell’opera era negativo. Alcune porzioni del tracciato del cavidotto rientrano infatti all’interno della fascia di rispetto di 500 metri dai beni culturali vincolati, «risultando, quindi, solo parzialmente localizzate in area idonea». Eppure, il problema sembra non porsi nemmeno, dal momento che il Comitato tecnico PNRR-PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima) ha decretato che il progetto possa inserirsi senza problemi «nel contesto paesaggistico» e che le compensazioni previste, ovvero «opere a verde perimetrali», siano sufficienti a mitigare «gli impatti visivo-percettivi». Il progetto è d’altronde considetato dal Ministero di importanza strategica, dal momento che «concorre al raggiungimento degli obiettivi del PNIEC e del Piano per la Transizione Ecologica (PTE)».

La decisione del MASE, riporta il Coordinamento Gallura contro la speculazione eolica e fotovoltaica, «calpesta con arroganza istituzionale il lunghissimo e dettagliatissimo parere contrario del Ministero della Cultura (MIC) e della soprintendenza ABAP di Sassari». Oltre a trovarsi nel mezzo della zona cuscinetto della domus de jana di Monte Siseri, infatti, questa sarà ad appena 70 metri dai pannelli di Nuraghe Pedra de Fogu, a 10 metri circa dalle strutture di Monte Siseri e a 250 metri dalla domus de janas S’Ena Cocciada, in un punto dove si trova «una concentrazione di storia millenaria che sarà non solo deturpata nel paesaggio, ma letteralmente minacciata nelle sue fondamenta da un progetto industriale». Il Coordinamento invoca quindi la Regione Sardegna, chiedendo che si opponga alla delibera del MASE e non rilasci l’Autorizzazione Unica. Nel frattempo i comitati sardi, da tempo impegnati nella difesa del proprio territorio dall’assalto delle infrastrutture e dalla “speculazione energetica”, promettono battaglia.

Nuove alluvioni tornano a colpire la fascia orientale della Spagna 

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A distanza di un anno dalla DANA che mise in ginocchio la Comunità Valenziana, l’Agenzia Statale di Meteorologia spagnola (AEMET) ha dichiarato l’allerta rossa sulle aree del litorale sud di Valencia per piogge torrenziali. L’allarme avvisa del pericolo di inondazioni e della crescita repentina dei fiumi della zona e invita i cittadini a muoversi con estrema precauzione, facendo ripiombare nella paura una popolazione che con difficoltà sta ancora cercando di riprendersi dopo lo shock sofferto dalla perdita dei propri cari, delle proprie case e delle attività commerciali spazzate via dalla furia della pioggia nell’ottobre del 2024

In alcune aree interessate dall’allerta rossa, le precipitazioni sono risultate particolarmente intense, in special modo nella città di Gandia dove hanno raggiunto i 110 litri per metro quadro, di cui 101 in una sola ora. Le forti piogge hanno provocato interruzioni nella viabilità: vari punti della strada statale N-340 sono stati chiusi al traffico, mentre continuano i problemi nella circolazione ferroviaria tra Barcellona e Valencia. Nel tratto che unisce Gandia e Xeraco è stato sospeso il transito dei treni per almeno due ore a causa degli allagamenti.

Nei centri urbani i vigili del fuoco hanno registrato numerose telefonate per operazioni di svuotamento di cantine, garage e piani terra delle abitazioni, mentre i servizi forestali sono stati richiamati per offrire supporto nelle aree maggiormente colpite. Differentemente dalla catastrofe dell’ottobre del 2024, i servizi d’emergenza della Comunità Valenziana si sono adoperati per diffondere rapidamente l’allerta attraverso i canali d’informazione e i sistemi ES-Alert nell’area interessata dalla zona rossa. Segno che la politica, locale e non solo, ha saputo in qualche modo correggere gli errori che un anno fa avevano scatenato la protesta dei cittadini. Lo stesso governo nazionale, guidato oggi come un anno fa’ dal socialista Pedro Sánchez, ha nel frattempo approvato un piano per la prevenzione e il contrasto dei “disastri climatici”, che contiene precisi protocolli sia sulle opere da fare a livello di prevenzione, sia nella gestione dell’emergenza. 

Durante la giornata di lunedì 13 ottobre, in una ventina di municipi delle province di Valencia e Castellón sono state sospese le attività scolastiche a causa dell’allerta, misura che ha interessato più di 110.000 studenti e studentesse. Anche alcune zone dell’area metropolitana del capoluogo valenziano, particolarmente colpite dalla DANA dell’anno scorso, sono state chiuse in seguito alla diramazione dell’avviso meteorologico.

Appare evidente come il timore di rivivere la catastrofe che colpì l’area il 29 ottobre del 2024 stia dettando nuove precauzioni nella gestione di questi eventi. In seguito alla DANA morirono 236 persone e la cittadinanza continua a chiedere ancora oggi giustizia per la negligenza espressa dal governo valenziano in quell’occasione. Tra le accuse più gravi mosse dalla politica istituzionale e dalla società civile nei confronti del presidente della Comunità Autonoma di Valencia, Carlos Mazón, c’è proprio il non aver diramato per tempo un sistema d’allerta che potesse salvare più persone possibile, nonostante gli avvisi ripetuti dell’AEMET. 

Una situazione che ha portato evidentemente le autorità valenziane a preferire un eccesso di cautela, diramando allerte che portano alla chiusura di scuole e altre attività – con i logici disagi che questo causa a famiglie e cittadini – piuttosto che a rischiare l’eventualità di sottovalutare le precipitazioni in arrivo rischiando che accadano disastri come quello dello scorso anno. 

Durante la mattina di martedì 14 ottobre la situazione sembra essere tornata alla normalità, eccetto nella città di Gandia dove le scuole sono rimaste chiuse durante tutto il giorno. La stessa AEMET rimuove ogni avviso di allerta, fatta eccezione per l’area interna di Castellón, ancora in avviso di livello giallo. Nonostante i disagi sofferti dalla popolazione, non si sono registrati incidenti gravi, né feriti. Si prevede una riduzione graduale dell’instabilità climatica nei prossimi giorni, per poi osservare una nuova corrente atlantica che potrebbe colpire l’area nel fine settimana.

A soffrire maggiormente le piogge della nuova DANA (rinominata «Alice») è stata l’area a sud della Catalogna, in special modo nella provincia di Tarragona, dove negli ultimi giorni si sono registrati 18 feriti, l’interruzione del traffico in sette tratti autostradali e in una linea del treno. Anche qui i cittadini dell’area hanno ricevuto gli avvisi ES-Alert inviati dalla Protezione Civile, che raccomandavano di ridurre ogni spostamento se non strettamente necessario. Nelle quattro comarche Montsià, Baix Ebre, Ribera d’Ebre e Terra Alta, a sud di Tarragona, le lezioni sono state interrotte durante le giornate di lunedì e martedì, oltre che le attività sportive e universitarie. I vigili del fuoco della Comunità autonoma catalana hanno registrato centinaia di chiamate da parte della popolazione per richiedere operazioni di salvataggio e soccorso. Durante la mattina di martedì, il presidente della Catalogna Salvador Illa ha annunciato un primo pacchetto di misure per far fronte alle conseguenze della DANA, composto da 10 milioni di euro per aiutare i municipi, le persone e i settori colpiti e 50 milioni in crediti agevolati.

Anche l’arcipelago Baleare è stato colpito in quest’inizio di settimana dall’impatto delle piogge; le isole di Ibiza, Formentera e Maiorca hanno ricevuto l’allerta arancione da parte dell’AEMET che ha avvisato la popolazione del rischio di inondazione dovuto alle precipitazioni. Per il momento non si registrano danni gravi a persone o infrastrutture.

A solo un anno dalla DANA che sconvolse la Comunità Valenziana e dopo la stagione estiva attanagliata dagli incendi nell’area centro e occidentale del paese, la Spagna torna a fare i conti con fenomeni atmosferici particolarmente critici. Sembra chiaro che la frequenza e l’impatto di questi eventi non fa che aumentare stagione dopo stagione e politica e cittadini non possono fare altro che cercare un equilibrio tra lo scorrere normale della vita quotidiana e le necessarie precauzioni.

Durante la scorsa DANA le inadempienze della classe politica contribuirono ad aggravare le conseguenze di una catastrofe che costò la vita la vita a 236 persone. A distanza di un anno le politiche spagnole sembrano improntate al detto “la prudenza non è mai troppa”. In attesa che, nella penisola iberica come in Italia, la presa di coscienza porti a pianificare finalmente la costruzione di strade, costruzioni e vie di comunicazione nel rispetto della natura e della necessità di lasciare ai fiumi e alle acque lo spazio per defluire senza causare disastri, che sono figli anche della cementificazione senza criterio che ha investito gran parte dell’Europa occidentale negli ultimi decenni. 

Il presidente del Madagascar dissolve l’Assemblea

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Il presidente del Madagascar, Andry Rajoelina, ha annunciato di avere sciolto l’Assemblea Nazionale per «ristabilire l’ordine nella Nazione e rinforzare la democrazia», dando «spazio ai giovani». L’annuncio del presidente arriva dopo settimane di proteste, a cui recentemente si sono aggiunti anche i membri dell’esercito. Le proteste, lanciate dai giovani del Paese, chiedevano che venissero garantiti i servizi idrici ed elettrici; nei giorni, si sono allargate in un più ampio moto antigovernativo, che ha portato alla fuga dello stesso Rajoelina dal Paese.