domenica 15 Febbraio 2026
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Il governo Meloni è stato denunciato alla CPI per complicità con il genocidio israeliano

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Complicità con il governo di Israele nei crimini di guerra, contro l’umanità e di genocidio e mancanza di protezione alla Global Sumud Flotilla, la flotta civile intercettata e sequestrata illegalmente da Israele mentre portava aiuti umanitari a Gaza, in un atto «assimilabile alla pirateria»: queste le due azioni legali che il Gruppo Avvocati per la Palestina (GAP) ha presentato contro il governo italiano e Leonardo Spa, l’azienda produttrice di armi partecipata dallo Stato, di fronte alla Corte Penale Internazionale (CPI). La denuncia, che coinvolge la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, nonchè il ministro degli Esteri Antonio Tajani, quello della Difesa Crosetto e l’AD di Leonardo Roberto Cingolani, accusa l’Italia di continuare la cooperazione militare con Israele e di aver sospeso solo parzialmente le esporazioni di armi. L’iniziativa, sostenuta da decine di avvocati, docenti universitari e parlamentari, nonchè da migliaia di cittadini italiani, contesta anche il blocco dei fondi all’UNRWA.

La denuncia del GAP intende fornire elementi aggiuntivi all’inchiesta della CPI sui crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati da Israele nella Striscia di Gaza, la quale ha già prodotto un mandato d’arresto internazionale nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della difesa Yoav Gallant (che l’Italia si è prontamente impegnata a non rispettare). Secondo quanto riporta il testo, infatti, «la denuncia si sofferma su alcune delle complicità internazionali, in particolare quelle del governo italiano, che hanno reso presumibilmente possibile la commissione di crimini di guerra e contro l’umanità dell’indagine sui quali questa Corte è da tempo incaricata, come pure l’attuazione del piano genocida sul quale è in corso il giudizio della Corte Internazionale di Giustizia». Allo stesso tempo, la denuncia «si inserisce nel caso di giurisdizione contenziosa promosso dal Sudafrica e in seguito da molteplici altri Stati di fronte alla Corte Internazionale di Giustizia contro Israele, accusata di genocidio, dato che verte sulla complicità nello stesso da parte dell’Italia, che si concretizza nella fornitura di armamenti e in altri comportamenti volti ad agevolare la commissione dei crimini in questione».

Quanto messo in atto da Israele, denunciano gli avvocati del GAP, non sarebbe mai stato possibile senza la complicità da parte dell’Italia, che avrebbe fornito armamenti e altri strumenti per «agevolare» la commissione dei crimini dei quali Israele è accusato – dall’uccisione di oltre 60 mila civili, dei quali almeno un terzo bambini, nonchè delle morti per fame causate dalla carestia provocata da Israele stesso per via del blocco degli aiuti umanitari. «Sosteniamo che vi sia una presumibile complicità del governo italiano nei crimini israeliani menzionati e che la relativa responsabilità sorga presumibilmente in capo ai principali componenti del governo italiano e cioè il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il ministro degli Esteri nonchè vicepremier Antonio Tajani e il ministro della Difesa Guido Crosetto», questi ultimi colpevoli in quanto «titolari del potere decisionale in ordine alla cooperazione militare e di sicurezza con Israele e all’autorizzazione delle forniture di armi». I rappresentanti del governo, sostengono gli avvocati del GAP, dovrebbero essere giudicati «senza che possano opporre alcuna immunità di natura personale e funzionale», dal momento che le violazioni sarebbero avvenute «nel più evidente dispregio delle norme interne e internazionali». Insieme ai rappresentanti del governo, poi, andrebbe indagata anche la responsabilità nei crimini di guerra di Roberto Cingolani, amministratore delegato e direttore generale di Leonardo Spa – la principale azienda di produzione di armamenti italiana.

Nonostante il governo italiano abbia ripetutamente negato di aver inviato armi a Tel Aviv, i container carichi di materiale bellico caricato dal nostro Paese sono a più riprese partiti dai porti italiani, anche dopo il 7 ottobre 2023. D’altronde, lo stesso sottosegretario Sili ha ammesso l’esistenza di tali operazioni (212 all’11 aprile 2024, per un totale di 4,3 milioni di euro), assicurando però che si trattava di licenze precedenti al 7 ottobre e che le armi inviate non avrebbero colpito i civili – senza fornire elementi a supporto di tali dichiarazioni. A supporto della propria denuncia, gli avvocati del GAP procedono a riassumere l’enorme mole di dati che costituirebbe prova della continua collaborazione militare dell’Italia con Israele (dalla vendita di cannoni utilizzati per bombardare Gaza dal mare all’assistenza tecnica fornita da Leonardo per l’assistenza tecnica da remoto, riparazione materiali e fornitura di ricambi per la flotta di velivoli M-346 impiegati per l’addestramento dell’aviazione israeliana, passando per la produzione della bomba GBU-39, «principale strumento del genocidio», e la presenza, segnalata dai portuali di tutta Italia, di container carichi di materiale bellico diretto verso Israele).

La denuncia, trasmessa in questi giorni al procuratore della Corte Penale Internazionale, è stata sottoscritta da personalità quali Stefania Ascari, Emanuele Dessì e Franco Russo (deputati), Pino Arlacchi (ex vicesegretario ONU), Luigi de Magistris e Domenico Gallo (magistrati), insieme a una lunga lista di avvocati e altre personalità note insieme a migliaia di cittadini. Essa allega un modulo (al fondo del documento) che può essere sottoscritto da chiunque, indipendentemente dalla propria professione, per sostenere simbolicamente la causa.

Francia: al via il governo Lecornu con nomina di 18 ministri

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Il presidente Emmanuel Macron ha annunciato la formazione del nuovo esecutivo guidato dal primo ministro Sébastien Lecornu, con 18 ministri al centro del governo. Gran parte della squadra è composta da volti già noti: su 18 nomine, 12 erano già nel precedente governo. Tra le conferme, Jean-Noël Barrot agli Esteri e Gérald Darmanin alla Giustizia restano al loro posto, mentre Bruno Retailleau assume il Viminale. Le novità includono il “macronista” Roland Lescure come ministro dell’Economia & Finanze, e il ritorno di Bruno Le Maire nel dicastero della Difesa. Il primo ministro ha invitato i ministri a farsi “negoziatori” in Parlamento e a costruire compromessi, nella consapevolezza di un’Assemblea Nazionale frammentata. Il vero banco di prova resta l’approvazione del bilancio 2026, in un contesto politico segnato da instabilità e divisioni profonde.

È entrato in vigore il trattato globale che ferma gli incentivi alla pesca dannosa

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È ufficialmente entrato in vigore l’atteso accordo globale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) sulle sovvenzioni alla pesca dannosa. Dopo oltre vent’anni di campagne e negoziati, il trattato vieta i finanziamenti pubblici che alimentano la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, oltre a quelli che favoriscono lo sfruttamento eccessivo degli stock ittici. Ratificato da 111 Paesi, l'accordo rappresenta una tappa storica per la tutela dell’ambiente marino e un passo concreto verso l’obiettivo di sviluppo sostenibile 14.6 delle Nazioni Unite.
L’accordo, adottato nel 2022 m...

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Nepal e India, piogge torrenziali causano almeno 62 morti

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Almeno 62 persone sono morte a causa delle frane provocate dalle piogge torrenziali che, da ieri sera, hanno colpito la provincia di Koshi, nel Nepal orientale, e nel confinante stato indiano del Bengala Occidentale. Lo scrive l’agenzia di stampa Press Trust of India. In Nepal si contano morti a Manebhanjyang, nel comune di Suryodaya, nel distretto di Ilam, e altri nelle aree di Pategaun, Mansebung, Deuma, Dhusuni, Ratmate e Ghosang. L’esercito nepalese ha inviato un elicottero per le operazioni di soccorso e le truppe sono state dispiegate nelle aree colpite, ma i soccorsi sono stati ostacolati dalle intemperie. Operazioni di soccorso senza sosta anche in India.

La vicenda di Roberto e Lisetta: attivisti a cui una multinazionale petrolifera chiede 2 milioni

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Una maxi-richiesta di risarcimento da 2 milioni di euro per diffamazione è stata avanzata dalla Fox Petroli spa contro due attivisti ambientali di Pesaro, Roberto Malini, co-presidente di EveryOne Group, e Lisetta Sperindei, ex consigliera comunale. L’azione, giustificata dall’azienda con l’accusa che i due avrebbero diffuso informazioni false danneggianti l’immagine della società attraverso una «quotidiana campagna denigratoria e persecutoria», riguarda le contestazioni sollevate dagli attivisti sul progetto di impianto GNL e sulla presunta contaminazione dell’area di Torraccia-Tombaccia, vicino a zone abitate e a un’oasi naturalistica. La vicenda, che ha già suscitato l’attenzione di organizzazioni internazionali per i diritti umani, è considerata un caso emblematico di SLAPP (strategic lawsuit against public participation), ovvero di causa temeraria intentata per intimidire i critici.

Il conflitto nasce da un esposto presentato a maggio 2025 dagli attivisti alla Procura, ai ministeri dell’Ambiente e della Salute e ad altre istituzioni. Nel documento, Malini e Sperindei denunciavano «una situazione di grave rischio ambientale e sanitario» presso il sito Fox Petroli, segnalando «un stato di degrado» ed «evidenti problematiche di contaminazione, sia del suolo che delle falde acquifere». Secondo gli attivisti, il progetto GNL «aggraverà ulteriormente» la situazione, soprattutto considerando la vicinanza a «un’area naturalistica tutelata, l’Oasi del fiume Foglia e a un centro urbano densamente popolato». La reazione dell’azienda non si è fatta attendere. Il 14 maggio scorso, gli avvocati della Fox Petroli hanno presentato al Comune di Pesaro una richiesta formale di accesso agli atti per ottenere copia dell’esposto, nonostante questo non fosse destinato alla diffusione, poiché parte integrante di un procedimento d’indagine. Nell’atto di citazione, la società – che prevede un investimento nell’impianto di almeno cinquanta milioni di euro – ha sostenuto che le affermazioni degli attivisti «gettano discredito su una società per azioni, che ha un fatturato di decine di milioni di euro», accusando Malini e Sperindei di procurare allarme nella popolazione «diffondendo notizie false e diffamatorie».

La disputa legale è diventata anche un caso simbolo per le organizzazioni che combattono le cosiddette SLAPP (Strategic Lawsuits Against Public Participation). Organismi internazionali come Front Line Defenders e la rete Coalition Against SLAPP in Europe (CASE) hanno segnalato il caso e ne hanno denunciato le caratteristiche tipiche — sproporzione economica tra le parti e intento intimidatorio — portandolo all’attenzione dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani. Per queste ragioni, la causa è osservata anche come test per la nuova direttiva europea anti-SLAPP che l’Italia dovrà recepire entro il 2026. Dopo il fallimento del tentativo di mediazione tenutosi presso il Tribunale di Pesaro, la prima udienza è fissata per il 22 dicembre 2025. All’uscita dal tribunale, i due attivisti sono stati accolti da circa trenta cittadini che hanno manifestato sostegno.

«La citazione civile da due milioni di euro intentata da Fox Petroli contro me e Lisetta Sperindei è arrivata dopo due nostre azioni fondamentali: un appello urgente ai Vigili del Fuoco, che ha coinvolto anche la Prefettura e ha contribuito al diniego del Nulla Osta di Fattibilità, bloccando di fatto il progetto; e un esposto alla Procura, in cui ipotizzavamo, con documenti e fotografie, la presenza di inquinanti nel sottosuolo dell’area ex industriale – ha spiegato Roberto Malini a L’Indipendente –. La Procura ha aperto un’indagine e chiesto analisi ambientali, che però ancora non sono state eseguite. La causa, nella sostanza, si concentra su un termine contenuto in un nostro comunicato stampa: “degradato”. È un termine che abbiamo scelto con attenzione, supportato da documenti ufficiali, da evidenze visibili a occhio nudo – tubazioni arrugginite, serbatoi obsoleti – e da analisi già nel 2001 che indicano presenza di idrocarburi e piombo. In un piano di bonifica commissionato dalla stessa azienda si parla esplicitamente di terreni contaminati da smaltire. Se questa parola è oggi il pretesto per una SLAPP, significa che la libertà di espressione e il diritto di critica sono sotto attacco».

«Quello che ci preoccupa, più della causa in sé, è il silenzio delle istituzioni locali, che non ci hanno espresso alcuna solidarietà, e un sistema che tollera l’uso intimidatorio delle aule di giustizia contro chi difende l’ambiente e la salute – ha proseguito Malini –. Il 29 settembre, in Tribunale a Pesaro, la mediazione obbligatoria si è svolta in un clima freddo, senza reali tentativi di confronto. Nonostante questo, proseguiamo con determinazione la nostra azione: chiediamo che le analisi sul sito vengano finalmente effettuate, contrastiamo il ricorso al TAR dell’azienda e continuiamo a informare i cittadini». «Il nostro caso – conclude l’attivista – è stato riconosciuto come SLAPP da istituzioni europee, dal Relatore ONU per i Difensori dei Diritti Umani e da reti come CASE e Front Line Defenders. Ma ora è in gioco qualcosa che va oltre l’ambiente: il diritto dei cittadini a parlare, a denunciare, a difendere ciò che è pubblico».

Crollo scuola in Indonesia, bilancio vittime sale a 36

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Il bilancio delle vittime del crollo di un collegio islamico in Indonesia, avvenuto lo scorso 30 settembre, è salito a 36 secondo l’agenzia nazionale per la gestione delle emergenze. Proseguono per il settimo giorno le ricerche di 27 studenti ancora dispersi, per lo più adolescenti tra i 13 e i 19 anni, rimasti intrappolati sotto le macerie. Sul posto sono state impiegate gru per rimuovere i detriti, con le operazioni di ricerca completate al 60%. Le autorità prevedono di concludere le operazioni e rimuovere completamente le macerie entro lunedì.

Perché sono un’animalista e perché l’animalismo salverà il mondo

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A chi difende i diritti degli animali viene detto: come puoi preoccuparti degli animali quando nel resto del mondo vi sono guerre, carestie e problemi ben più importanti di cui occuparsi? Come è possibile mettere sullo stesso piano la vita degli animali con quella degli uomini? Ed è giusto, parlando degli animali domestici, dedicare tempo, attenzioni ed energie nel coltivare un rapporto con un essere vivente che non appartiene alla nostra razza? Queste domande in realtà nascondono ben altro dietro. Quali valori cioè ci governano? Quali sono gli impulsi che ci guidano? Cosa determina e cosa orienta il nostro agire, il nostro comportamento, la nostra capacità di amare?

Tra gli argomenti più in voga usati contro gli animalisti vi è l’accusa di aver umanizzato gli animali domestici e di trattare come figli. Sia ben chiaro, sui social alle volte assistiamo a scene di animali domestici con indosso vestitini e accessori che giustamente sollevano obiezioni critiche, ma il punto in questione è un altro. L’attaccamento affettivo per un animale domestico diviene spesso oggetto di critiche da parte di coloro che accusano chi ha un cane o un gatto di volergli bene in modo eccessivo. E di preferire l’animale domestico alla procreazione. Si tratta di una falsa dicotomia, perché non esiste nessuna correlazione tra l’affetto per gli animali e la mancanza dei figli. 

Il basso tasso di natalità in Italia ha ragioni storiche, culturali ed economiche che non hanno nulla a che vedere con il possesso o meno di un animale da compagnia. Ma è interessante notare come nella dimensione affettiva ed emotiva vengano applicate delle gerarchie che soggiacciono ad argomenti puramente razionali. 

Lo studio condotto dal biologo giapponese Miho Nagasawa ha rivelato le basi ormonali del legame che ci unisce ai nostri animali domestici. Questo legame passa dallo sguardo: il contatto visivo genera nel cervello di entrambi un’impennata dell’ossitocina, l’ormone alla base dei legami affettivi. Nel legame che si sviluppa tra un cucciolo (di cane, di gatto o di qualsivoglia specie) e un essere umano si attivano quegli ormoni, come l’ossitocina e le endorfine, che sono alla base del legame madre-figlio. O più precisamente madre-neonato.

La natura indifesa di un cucciolo, di un essere inerme che dipende dalle nostre cure, attiva in noi un istinto innato che ci spinge a prendercene cura. Se dal punto di vista razionale siamo spinti a stabilire delle gerarchie nella sfera degli affetti e dei sentimenti, il nostro sistema neuro-endocrino non va tanto per il sottile. E non fa differenza. Chiunque abbia vissuto con un animale lo intuisce, ma la Scienza ci ha fornito per la prima volta una spiegazione biologica di quella verità che potremmo riassumere poeticamente con «l’amore trascende ogni barriera e ogni distinzione». Non solo di razza, cultura, lingua ma è in grado di superare anche i confini che dividono le specie. Non soltanto da parte nostra, ma anche da parte degli animali.

La biologa Simona Kossak visse per trent’anni nella foresta di Bialowieza per osservare e studiare il comportamento della fauna selvatica. La sua capanna era talmente in sintonia con la foresta che una cerva la scelse come luogo per partorire i suoi cuccioli, che furono allattati dalla stessa biologa. Tra la Kossak e questi cuccioli si sviluppò un legame a dir poco unico, come racconta lei stessa:

«Un giorno i cervi, che avevo allevato con il biberon e che per molti anni mi seguirono nei boschi, manifestarono segni di paura e non vollero entrare nella foresta a pascolare. Come mi ci diressi io si fermarono, le orecchie rizzate e il pelo diritto sul fondoschiena. In apparenza doveva esserci qualcosa di assai minaccioso nella foresta. Attraversai metà dello spazio aperto e mi fermai, perché i cervi stavano producendo un terribile coro di latrati alle mie spalle. Mi voltai e ce n’erano cinque, rigidi sulle zampe, che mi guardavano e chiamavano: Non andare, non andare, c’è la morte laggiù! Devo ammetterlo, restai di stucco ma alla fine andai. E trovai che c’erano tracce di una lince, una lince aveva attraversato la foresta. Trovai le sue feci più avanti. Cos’era successo? Un carnivoro era entrato nella fattoria, i cervi lo avevano notato ed erano spaventati. Poi hanno visto la loro “madre” andare verso la morte, completamente inconsapevole, e dovevano avvisarla – per me, lo dico onestamente, quel giorno fu una conquista. Avevo attraversato il confine che ci divide dagli animali, un muro che non sembrava possibile abbattere. Se mi avevano avvisata voleva dire una sola cosa: sei un membro del branco, non vogliamo che tu sia ferita».

Questa testimonianza è fondamentale non soltanto per ridisegnare i confini della nostra etica nei confronti degli animali, ma ci spinge anche domandarci: quali sono le basi etiche su cui abbiamo costruito la nostra società? 

Nella società odierna l’assunto «la vita animale non vale una vita umana» è un principio universalmente condiviso dalla maggior parte della popolazione. Come potremmo infatti giustificare la macellazione, le sperimentazioni sugli animali, gli allevamenti intensivi che trasformano la complessità di un essere vivente in prodotti alimentari, se la vita animale non venisse percepita come «inferiore» a quella dell’uomo? Di epoca in epoca alcuni individui, da Pitagora a Seneca a Kant, passando per Tolstoj e Rousseau si sono domandati perché venga inflitta, in modo deliberato o inconsapevole, una grande sofferenza a creature dotate di sensibilità e di sentimenti anche complessi. Ma tali individui hanno sempre rappresentato una minoranza. 

Se in passato le carestie, la fame, la scarsa diffusione della tecnologia avevano reso l’uomo dipendente dallo sfruttamento della vita animale per garantire la propria sopravvivenza, oggi tale necessità non sussiste. Almeno non nel mondo occidentale. Eppure gli animali continuano a essere considerati una fonte appropriata e lecita di cibo. Alla base di quest’atteggiamento vi è la convinzione che vi siano vite meno meritevoli di altre di essere vissute. Vi è cioè una scala gerarchica che assegna un determinato valore alla vita in base a dei presupposti non biologici ma culturali

Simona Gabriela Kossak con il Corvo Korasek (foto Lech Wilczek)

Ma facciamo un passo indietro. Per capire il pregiudizio ideologico che si nasconde dietro ciò, è necessario capire da dove nasce e perché. Questa questione, infatti, non riguarda soltanto il rapporto uomo-animale, ma investe aspetti fondamentali della nostra società e della nostra cultura. Aspetti che a loro volta sono stati la causa delle peggiori atrocità della storia. 

Porsi la domanda quale vita sia più degna di essere vissuta, ha avuto sempre conseguenze nefaste per il genere umano. Nella Germania nazista alcune categorie di persone, ebrei, rom, polacchi, omosessuali e via dicendo venivano considerate immeritevoli di vivere. Oggi le vittime del 7 ottobre vengono strumentalizzate per giustificare il genocidio in corso a Gaza; alla base di ciò vi è il presupposto inconscio che la vita di un palestinese valga meno di quello di un israeliano. O viceversa. Nel corso della storia quegli individui affetti da handicap e disabilità cognitive sono stati trattati come individui di serie b, come se il diritto alla vita fosse legato allo sviluppo e all’estensione delle facoltà razionali. 

La nostra società, infatti, è figlia del razionalismo di matrice illuminista, del cartesiano «penso, dunque sono». Il penso dunque sono è il valore fondante della nostra cultura. Il rapporto uomo-animale, e la dialettica che plasma e orienta questo rapporto deve continuamente fare i conti con argomenti e obiezioni circoscritte all’ambito della sola razionalità.

Eppure nel mondo antico, questo rapporto non era così sistematico e assoluto. Se il filosofo greco Pitagora fu uno dei primi a esprimersi contro la violenza sugli animali per ragioni razionali, Arthur Schopenhauer, ritenendo gli animali capaci di emozioni profonde, si domandava: «Chi è crudele nei confronti degli animali come può essere una buona persona?»

Fu tuttavia il filosofo Jeremy Bentham a porre nella percezione della gioia e della sofferenza la qualità che accumuna i membri di ogni specie: «Il problema non è “Possono ragionare?”, né “Possono parlare?”, ma “Possono soffrire?”». Ecco quindi uno slittamento dal «penso, dunque sono» al «sento, dunque sono». 

Chiunque abbia vissuto con un animale, sa quanto questi esseri siano capaci di provare emozioni profonde come gioia, affetto, paura, attaccamento. Se fino ad ora i computer e le IA sono riusciti ad emulare in una forma approssimativa i rudimenti del pensiero logico, ed è probabile che in futuro la tecnologia possa arrivare a mimare il pensiero logico-razionale, non è mai esistita né è mai stata ipotizzata l’esistenza di una macchina in grado di riprodurre e provare la vasta gamma di emozioni e sentimenti umani. Emozioni e sentimenti che condividiamo con gli animali. Nel film Equilibrium diretto da Kurt Wimmer ci viene mostrata una società distopica dove le persone non hanno perduto la facoltà di ragionare ma di sentire. Gli esseri umani sono obbligati ad assumere una droga che li priva della capacità di provare emozioni, al fine di eliminare qualsiasi forma di conflitto. Le persone conducono una vita meccanica, priva di emozioni, di sentimenti, di sensazioni e pur avendo mantenuta intatta la capacità di ragionare sono simili a dei robot; camminano, mangiano, respirano, pensano ma non hanno più nulla di ciò che rende un uomo vivo. E allora sorge spontanea la domanda: quali sono quelle qualità che ci rendono umani? La capacità di pensare? Di elaborare pensieri complessi e calcoli astratti? O la capacità di sentire? E se gli animali provano emozioni e hanno sentimenti proprio come noi, perché non hanno diritto alla vita?

Ed ecco anche perché sostengo, e lo sostengo con fermezza, che il modo in cui trattiamo gli animali determina e influenza i rapporti con i nostri simili. Seneca era convinto che ci fosse un legame tra l’uccidere gli animali e il massacrare i propri simili in guerra. Circa 1800 anni dopo lo scrittore russo Lev Tolstoj fu dello stesso avviso: «Fino a quando ci saranno i macelli, ci saranno anche i campi di battaglia. La grandezza di una nazione e il suo progresso morale si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali.» 

Le interazioni con gli animali ci spingono a ridimensionare l’importanza che assegniamo alla razionalità, in favore di un modo d’intendere la vita più improntato al sentimento. Con gli animali non parli, non costruisci discorsi logici, non elabori discorsi ma senti. Accrescono in noi quei sentimenti di tenerezza e sensibilità di cui non possiamo e non dovremmo fare a meno.

Un’altra Flotilla sta navigando verso Gaza

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Mentre la Global Sumud Flotilla è stata bloccata a poche miglia dalle coste palestinesi, e le oltre 470 persone che ne componevano gli equipaggi sono nelle mani degli israeliani, un’altra flotta è attualmente in viaggio verso Gaza: si tratta della Freedom Flotilla Coalition, che, insieme alle Thousand Madleens to Gaza (TMTG), hanno lasciato i porti del sud Italia sabato 27 settembre. Altre 45 imbarcazioni sono invece partite il 2 ottobre dal porto turco di Arsuz, diventando di fatto una flotilla più numerosa di quella appena fermata. Non sono organizzate insieme, ma l’obiettivo è sempre lo stesso: sfidare il blocco imposto da Israele sulla Striscia di Gaza, continuando a fare pressione sui governi affinché prendano delle misure concrete per fermare Tel Aviv.

«Siamo undici barche, partite da Otranto e da Catania» dice Andrea Usala, membro delle Thousand Madleens to Gaza a L’Indipendente, esprimendo «massima solidarietà alla Global Sumud Flotilla: noi siamo l’ondata successiva che prova a rompere l’assedio israeliano». Come spiega Andrea, Thousand Madleens to Gaza è un movimento dal basso nato in Francia su ispirazione della barca Madleen, imbarcazione della Freedom Flotilla Coalition bloccata e sequestrata nelle acque internazionali dall’esercito israeliano il 9 giugno di quest’anno. «Sulle barche ci sono diplomatici, giornalisti, e membri della società civile. Il punto è fare pressione politica: portare aiuti umanitari è limitato, è chiaro che non saranno le poche tonnellate che portiamo che riusciranno a cambiare le cose, dato che ci sono migliaia di tonnellate bloccate ai valichi di Gaza,» continua Andrea. «Quello che può cambiare le cose è la pressione politica sul nostro governo, affinché rompa la complicità con Israele, affinché agisca, attraverso embargo militare, sanzioni, rottura degli accordi commerciali. Per questo continueremo a violare il blocco israeliano sulla Striscia di Gaza».

Come ricorda Michele Borgia, portavoce della Freedom Flotilla Italia a L’Indipendente, questa è la quarta missione della Freedom Flotilla Coalition quest’anno. «La Conscience è stata colpita il 2 maggio da due droni mentre si trovava in acque internazionali al largo di Malta; il 9 giugno la Madleen è stata sequestrata con il suo equipaggio dagli israeliani. A fine luglio la Handala, altra nave della FFC, ha subito la stessa sorte. Ora ripartiamo con una dozzina di navi, tra cui la Conscience». La Freedom Flotilla Coalition è una coalizione internazionale apartitica che dal 2010 lotta per rompere l’assedio e l’embargo a Gaza. Lavora da anni al fianco del popolo palestinese, cercando sostegno nella società civile più che nei governi, spesso complici dei crimini israeliani. Sono un centinaio le persone salpate da Catania e da Otranto, e nelle settimane successive partirà anche un’altra barca della FFC, un’imbarcazione medica, che porterà circa cento medici e infermieri verso Gaza.

«C’è una ragione per la quale partiamo dalla Puglia: è la prima regione che ha rotto i rapporti con Israele. Il governo centrale non fa quello che deve fare, anzi; non soltanto non taglia i ponti con Israele ma continua ad esserne complice, vendendo e trasportando armi, e continuando a dare appoggio politico, economico e militare. Noi partiamo dal basso, e spingiamo affinché le amministrazioni locali, i comuni, le province, le regioni, prendano posizione e taglino tutti i ponti con Israele, rompano tutte le collaborazioni militari, commerciali e anche delle università. Forzando così anche il governo centrale a fare quello che dovrebbe fare se solo ascoltasse le centinaia di migliaia di persone che sono scese nelle piazze di tutta Italia per lo sciopero per Gaza il 22 settembre», continua Michele.

Il portavoce ricorda anche l’incidente del 31 maggio 2010, quando si svolse l‘ultima missione “collettiva” prima della Sumud: sei navi salparono per Gaza dalle coste di Cipro con più di 600 persone a bordo, tra cui decine di parlamentari e politici, anche quella volta nel tentativo di rompere l’assedio alla Striscia e consegnare aiuti alla popolazione. La marina israeliana intercettò e assaltò la flottilla in acque internazionali al largo della Striscia: l’operazione si concluse con scontri a bordo della nave principale, la turca Mavi Marmara, il cui equipaggio cercò di difendersi con mezzi di fortuna. Nove attivisti vennero uccisi dai soldati israeliani, e un decimo perse la vita pochi giorni dopo. Almeno altre 60 persone rimasero ferite.

«L’attenzione sulla Flotilla deve rimanere alta: ma senza dimenticare che tutti gli occhi e i riflettori devono rimanere accesi su Gaza,» ricorda. «Il punto è Gaza, fermare il genocidio, rompere l’assedio. Non la Freedom Flotilla». E conclude. «La difesa di Gaza e delle Palestina è la difesa di tutti noi. Perché se la Palestina è un laboratorio delle forme di oppressione più sofisticate sia dal punto di vista militare ma anche per l’intelligenza artificiale usata e non solo, se la Palestina viene soppressa, è come se sopprimessero tutte le altre lotte del mondo. Anche per questo dobbiamo ribellarci, al fianco del popolo palestinese».

Elezioni in Repubblica Ceca: trionfa la destra nazional-populista di Babis

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Le elezioni politiche in Repubblica Ceca segnano la netta affermazione del movimento nazional-populista Ano dell’ex premier Andrej Babis, che con il 34,85% dei voti ha battuto la coalizione di governo del premier Petr Fiala, scesa al 23,14%. Gli alleati liberali del partito dei Sindaci si sono fermati all’11,14% e i Pirati all’8,8%, troppo poco per garantire una maggioranza. I post-comunisti restano fuori dal Parlamento. Babis ha ottienuto 81 seggi su 200: vittoria netta ma senza maggioranza assoluta. I primi interlocutori per la formazione del governo saranno gli “Automobilisti per se stessi” (che hanno ottenuto poco meno del 7%), critici verso Bruxelles.

I chatbot possono usare le chat per denunciare possibili atti violenti alla polizia

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Il mercato spinge a presentare i chatbot non solo come motori di ricerca o assistenti personali, ma anche come consulenti legali, psicoterapeuti, coach o amici su cui fare affidamento. Invece di assumersi la responsabilità delle gravi criticità legate a tali usi impropri, le aziende stanno imboccando una strada diversa: si tutelano dagli oneri legislativi introducendo forme inedite di sorveglianza. Il nuovo approccio prevede infatti che ogni confidenza dell’utente ritenuta problematica possa essere eventualmente segnalata alle autorità, una scelta che mina la privacy individuale e apre la strada a un modello di controllo di massa.

Per comprendere l’attuale contesto è necessario compiere un passo indietro. Da oltre un anno, negli Stati Uniti si registrano casi di persone che, dopo aver interagito con i chatbot, sprofondano nella psicosi, danno sfogo a idee che portano al loro arresto, avviano pratiche di autolesionismo o arrivano addirittura a togliersi la vita. In molti di questi episodi, i protagonisti non erano caratterizzati da precedenti clinici pertanto i cronisti, i politici e i parenti delle vittime si sono focalizzati sugli scambi intrattenuti da questi soggetti con le IA, attribuendo alle macchine la responsabilità di quanto accaduto. 

Il problema, verosimilmente, è più complesso e affonda le radici in carenze strutturali profonde. Chi si affida a uno “psicologo IA”, per esempio, lo fa spesso perché non può accedere a cure specialistiche di stampo tradizionale. Eppure questo non cambia la percezione pubblica: l’idea che i chatbot possano causare sofferenza e disturbi mentali sta progressivamente prendendo piede. A fine agosto, i genitori di Adam Raine – un sedicenne morto suicida dopo numerose interazioni con ChatGPT – hanno intentato causa contro OpenAI. Dalle carte processuali sono emerse conversazioni inquietanti: la macchina, programmata per convalidare le idee dell’utente, finiva per assecondare il disagio del giovane, un atteggiamento che, secondo l’accusa, avrebbe contribuito a spingerlo verso la tragedia. Pochi giorni dopo l’emergere della vicenda, OpenAI ha pubblicato un annuncio sul proprio blog, promettendo “un sostegno concreto alle persone nel momento del bisogno”.

In pratica, questo “sostegno” consiste nell’inoltrare alcune conversazioni sensibili a un “team addestrato”, ovvero a revisori umani che possono decidere a loro discrezione se girare il caso alle autorità competenti. Sebbene Sam Altman – CEO di OpenAI – avesse in passato dichiarato di confidare in un futuro in cui i chatbot avrebbero ottenuto la stessa riservatezza garantita oggi a uno psicoterapeuta, l’azienda si mostra attualmente pronta a monitorare e segnalare alla polizia ogni forma di potenziale reato violento. Sulla scia di OpenAI, anche Anthropic, Google e Microsoft hanno a loro volta adottato politiche affini. Una scelta che assume in questo senso contorni ancora più significativi, visto che queste imprese stanno costruendo ecosistemi di servizi integrati che vanno ben oltre i chatbot. Stiamo parlando di sistemi di posta elettronica, assistenti alla programmazione o segretari digitali, capaci di penetrare in ogni sfera della vita online.

In merito, il Garante della Privacy italiano ha recentemente lanciato un segnale d’allarme, sottolineando come le normative vigenti – Digital Services Act, GDPR e persino l’AI Act – lascino ampie zone grigie su questa forma di “controllo digitale automatizzato”. “Le multinazionali dell’intelligenza artificiale hanno già dispiegato sistemi di monitoraggio che superano le capacità di sorveglianza tradizionali”, ha spiegato Agostino Ghiglia, componente del Garante per la protezione dei dati personali. “E lo hanno fatto aggirando completamente il processo di approvazione democratica europeo”. In un’intervista a Il Giornale, Ghiglia è ancora più esplicito: “ogni parola può diventare un fascicolo. Il confine tra sicurezza e sorveglianza massiva si assottiglia ogni giorno”.

Usare i chatbot come confidenti non significa solamente affidarsi a strumenti inaffidabili e soggetti a “allucinazioni”: equivale, di fatto, a fornire il proprio consenso a essere denunciati. Ciò dipende dalle interpretazioni più ampie del cosiddetto “interesse legittimo”, il principio giuridico a cui le grandi aziende digitali si appellano senza sosta per giustificare la raccolta e il trattamento massivo dei dati utente. Sul piano normativo, si potrebbe però fare affidamento su qualche argine improvvisato: strumenti giuridici teoricamente applicabili potrebbero dimostrarsi utili a contenere questi eccessi e a difendere i diritti fondamentali legati alla privacy, tuttavia si tratta di regole pensate per altri contesti, che dovrebbero essere interpretate e adattate per star dietro a una tecnologia che corre molto più veloce della legge stessa. Il vero problema è la volontà politica: oggi manca la determinazione ad applicare le norme già esistenti. Anzi, la tendenza sembra andare nella direzione diametralmente opposta, con governo e istituzioni europee che discutono di alleggerire l’AI Act e il GDPR per favorire il “progresso” e la “competitività” industriale. Nel frattempo, cresce anche la tentazione di cedere a misure securitarie permeabili e invasive come il Chat Control, proposta normativa che vuol far sì che sia possibile scansionare in tempo reale le chat private, al fine di rendere più efficace la lotta contro gli abusi sessuali sui minori.