giovedì 15 Gennaio 2026
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Gli USA schierano navi da guerra ed esercito al largo del Venezuela

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Negli ultimi giorni, le acque caraibiche sono diventate teatro di una nuova prova di forza tra Stati Uniti e Venezuela che richiama dinamiche da guerra fredda e strategie di pressione che sembravano appartenere al passato. Washington ha schierato un imponente dispositivo militare composto da cacciatorpediniere, navi anfibie, due sottomarini nucleari, elicotteri, aerei da ricognizione e oltre ottomila uomini. L’operazione è stata presentata come parte della lotta al narcotraffico, con l’obiettivo di bloccare le rotte della cocaina e del fentanyl verso il Nordamerica. Resta da capire se la manovra americana sia solo un atto dimostrativo o il preludio a una nuova e più ampia escalation contro il Paese. Questa scelta ha alimentato il timore di un nuovo possibile golpe (dopo il tentativo fallito nel 2020, appoggiato dalla prima amministrazione Trump). Così, Caracas ha risposto convocando un vertice straordinario dell’ALBA, l’alleanza regionale di sinistra, con i leader di Paesi come Cuba, Nicaragua e Bolivia, e schierando esercitazioni militari spettacolari, con la mobilitazione di migliaia di uomini

Un’esibizione di forza orchestrata dal presidente Nicolás Maduro, assistita con entusiasmo da alti vertici militari e politici, in risposta a quella che è stata definita una «aggressione imperialista». «Se un giorno toccheranno il Venezuela, tutta l’America si solleverà per noi, per il popolo di Bolívar», ha dichiarato Maduro. Le immagini trasmesse dalla televisione di Stato mostrano parate, esplosioni simulate e droni in volo. È uno spettacolo coreografico che ha soprattutto una funzione psicologica: cementare l’idea di un Paese assediato ma compatto e trasformare l’aggressione esterna in collante nazionale. In realtà, il numero di miliziani dichiarato appare improbabile in un Paese svuotato da anni di emigrazione e segnato da una profonda crisi demografica ed economica. Il Venezuela non dispone della forza militare per un vero confronto con Washington. La mossa di Maduro sembrerebbe dunque soprattutto simbolica: la costruzione di un immaginario eroico di resistenza antimperialista per mostrarsi forte davanti al popolo e a rispondere con la retorica patriottica a un nemico che gode di una schiacciante superiorità militare. 

L’amministrazione Trump (che solamente poche settimane fa ha aumentato la taglia sulla testa di Maduro a 50 milioni di dollari) ha ordinato il dispiegamento di otto navi da guerra nelle acque caraibiche e del Pacifico, supportate da sottomarini d’attacco nucleari e aerei Poseidon per la sorveglianza. Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha dato il via all’operazione inviando il Gruppo Anfibio di Dispiegamento Immediato Iwo Jima (Iwo Jima Amphibious Ready Group) della Marina statunitense, composto dalla nave d’assalto anfibio USS Iwo Jima, dalla nave da trasporto anfibio USS San Antonio e dalla nave da sbarco USS Fort Lauderdale. A bordo dei cacciatorpediniere, dotati di missili Tomahawk e sistemi di combattimento Aegis, si trovano anche reparti della Guardia Costiera incaricati di arresti legati al traffico di droga. L’entità di questa mobilitazione è anomala. Per contrastare il narcotraffico, in passato Washington ha utilizzato pattugliamenti della Guardia Costiera o missioni mirate. Oggi, invece, mette in campo risorse paragonabili a quelle di una campagna militare. È evidente che la finalità non si esaurisce nella lotta al crimine organizzato: la pressione è diretta contro Maduro e il suo governo, accusati di essere alla guida del cosiddetto Cártel de los Soles e di utilizzare il Paese come hub per i traffici illeciti. La domanda cruciale è se l’attuale mobilitazione preluda a un intervento militare o se si tratti solo di una dimostrazione di forza. La storia americana conosce precedenti di invasioni “mirate”, come quella di Panama del 1989, condotte con la giustificazione della lotta al narcotraffico e culminate in un cambio di regime.

Entrambe le parti hanno interessi politici interni. Trump utilizza la crisi venezuelana per rafforzare la propria immagine di leader deciso e intransigente, capace di difendere i confini americani dal traffico di droga e di riaffermare la supremazia militare statunitense. Maduro, dal canto suo, sfrutta la minaccia esterna per consolidare il proprio potere, delegittimato da accuse di brogli elettorali e indebolito dal collasso economico. La posta in gioco è duplice: da un lato la stabilità del regime chavista, dall’altro la capacità degli Stati Uniti di riaffermarsi come potenza egemone nel proprio emisfero. Tuttavia, oggi il contesto internazionale è più complesso. Il Venezuela non è isolato: mantiene rapporti con Russia, Cina e Iran, potenze pronte a sostenere Caracas almeno a livello diplomatico. Un’eventuale invasione potrebbe aprire scenari imprevisti e destabilizzare l’intera regione. D’altra parte, gli Stati Uniti devono misurarsi con priorità strategiche globali, dall’Indo-Pacifico al Medio Oriente, che rendono rischioso aprire un nuovo fronte. L’attuale dispiegamento potrebbe, quindi, rivelarsi una manovra intimidatoria, destinata a mettere Maduro sotto pressione senza arrivare  a un vero conflitto. Nel mezzo, il popolo venezuelano continua a vivere una crisi economica e sociale senza precedenti, mentre l’intera regione rischia di essere travolta da una nuova escalation. Ciò che appare evidente è che, ancora una volta, l’America Latina diventa il palcoscenico di un conflitto che non è solo locale, ma globale: una nuova “diplomazia delle cannoniere” che segna il ritorno della forza militare come linguaggio privilegiato nelle relazioni internazionali.

Caro affitti, CNA: “Assorbono il 44% del salario degli operai”

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In Italia il peso dell’affitto sul reddito degli operai continua a farsi sentire: assorbe in media il 43,7% della retribuzione netta, ma a Milano sfiora il 65% e in città come Firenze, Roma e Bologna supera il 50%. È quanto emerge da un’analisi dell’Area studi e ricerche di Cna (Confederazione Nazionale dell’Artigianato e della Piccola e Media Impresa) su dati dell’Agenzia delle Entrate, che indica come solo a Torino (37,8%) e Napoli (34,4%) l’incidenza sia inferiore alla media nazionale. Si tratta di una situazione che inciderebbe anche sulle assunzioni: a Bolzano i lavoratori occupabili sono appena il 7,4% delle richieste e in un terzo delle province il mercato del lavoro appare saturo.

Gaza, continuano i raid: “Almeno 44 uccisi dall’alba”

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Già dalle prime ore di oggi, sabato 30 agosto, sono stati segnalati pesanti bombardamenti nella città di Gaza, i quali avrebbero già provocato almeno 44 decessi, di cui otto riguardanti palestinesi richiedenti aiuti. Lo riportano le agenzie di stampa locali e i reporter di Al Jazeera, citando la Protezione civile e aggiungendo che alcuni attacchi aerei hanno colpito un panificio e un gruppo di civili, tra cui bambini. Intanto, al Lido di Venezia migliaia di persone si preparano a partecipare al corteo a sostegno della Palestina previsto per le 17:00 con partenza dal Gran Viale. Le autorità prevedono un affluenza di circa tremila partecipanti.

Jeff Bezos e Bill Gates si prendono il litio del Congo devastato dalla guerra

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La Repubblica Democratica del Congo (RDC), da tempo al centro della contesa globale per le materie prime strategiche, ha concesso sette nuovi permessi di esplorazione a KoBold Metals, la compagnia statunitense sostenuta dai giganti della tecnologia e della finanza come Jeff Bezos e Bill Gates e che vanta anche il sostegno di fondi del calibro di Andreessen Horowitz e colossi minerari come BHP Group ed Equinor. Dopo anni di predominio cinese, il governo di Kinshasa apre così le porte alla società statunitense che promette di rivoluzionare la ricerca mineraria con l’intelligenza artificiale. 

Le nuove licenze riguardano vaste aree tra Manono (Tanganyika) e Malemba Nkulu (Haut-Lomami), comprendendo anche il maxi-giacimento di Manono, uno dei più grandi al mondo per litio. L’accordo quadro prevede l’esplorazione su oltre 1.600 km², con la prospettiva di trasformare la regione nel cuore della corsa al “nuovo petrolio” del XXI secolo: il litio, elemento imprescindibile per le batterie dei veicoli elettrici ma anche per pc, smartphone e altri dispositivi elettronici. 

I sette permessi concessi a KoBold Metals sono la cartina al tornasole di una partita più grande: la transizione energetica globale non è solo questione di tecnologia verde, ma il nuovo volto di una guerra economica che ridefinisce rapporti di potere e sfere d’influenza. La missione di KoBold è chiara: individuare depositi di litio, cobalto, nichel e rame – i mattoni fondamentali della green economy – combinando tecnologie avanzate di mappatura e modelli di analisi dei dati. In questo contesto, Bezos e Gates non sono semplici investitori: rappresentano la volontà di un’élite tecnologica americana di entrare nel cuore della catena del valore delle materie prime, assicurandosi margini di controllo anche sull’approvvigionamento. L’azienda ha già notificato alle autorità congolesi la volontà di risolvere la disputa legale che oppone Kinshasa all’australiana AVZ Minerals, estromessa dal progetto Manono e ora in arbitrato internazionale. KoBold promette, inoltre, assunzioni e investimenti infrastrutturali, ma la domanda di fondo resta: Kinshasa saprà trasformare la ricchezza mineraria in infrastrutture, sanità, istruzione, sviluppo per la sua gente, o si limiterà a cambiare padrone, passando dalla dipendenza cinese a quella americana?

Negli ultimi vent’anni, infatti, la Cina ha investito miliardi nelle miniere congolesi, assicurandosi il controllo del cobalto e del rame – essenziali per le sue filiere tecnologiche. Nel 2008 venne siglato il cosiddetto «accordo del secolo»: una concessione di 25 anni estesa dal Paese al consorzio cinese Sicomines per l’estrazione di 10 milioni di tonnellate di rame e 600 mila tonnellate di cobalto

Ora, Washington tenta di colmare il divario, mobilitando il settore privato con il sostegno politico della Casa Bianca e promuovendo corridoi logistici alternativi, come quello di Lobito, sostenuto da USA e UE, per creare una rotta alternativa di export dai bacini minerari dell’Africa australe e ridurre la dipendenza dalle infrastrutture controllate da Pechino. Il governo congolese cerca di sfruttare questa competizione a proprio vantaggio ed è consapevole che la sua ricchezza mineraria lo pone in una posizione di forza, tuttavia, la fragilità delle istituzioni, la corruzione endemica e le tensioni interne rischiano di vanificare i vantaggi. L’est della RDC è, infatti, ancora devastato da conflitti armati. A Doha è stata firmata di recente una Dichiarazione di princìpi tra il governo congolese e la milizia M23, che da mesi controlla città chiave come Goma e Bukavu. L’accordo, salutato come «storico» da ONU e Unione Africana, prevede la fine degli attacchi e il ripristino dell’autorità statale, eppure, la tregua appare fragile. Troppi precedenti di accordi falliti, troppe fazioni armate, troppi interessi legati al controllo delle miniere. 

La ricchezza mineraria, più che generare sviluppo, ha storicamente alimentato guerre, disuguaglianze e saccheggio. La Repubblica Democratica del Congo è un esempio di come la ricchezza mineraria del suolo africano sia oggetto di interessi geopolitici e della pratica di land-grabbing, «l’accaparramento di terre». Dietro la narrazione dell’innovazione e della transizione ecologica si ripropone uno schema antico: capitale occidentale, risorse africane, comunità locali marginalizzate e sfruttamento del lavoro minorile. Il Paese produce oltre il 70% del cobalto mondiale e gran parte dell’estrazione artigianale avviene in condizioni disumane. Come ha rivelato il Washington Post nel 2016, i decessi sono frequenti, insieme alla mole di lavoratori sottopagati e minorenni sfruttati nelle miniere alla stregua degli schiavi: parliamo di bambini tra i 6 e gli 8 anni, sottoposti a condizioni estreme, con paghe infime e grossi rischi per la salute. Un recente caso giudiziario negli Stati Uniti ha mostrato la difficoltà di chiamare alle proprie responsabilità i giganti tecnologici. Nel processo Doe v. Apple Inc. (2024), un gruppo di ex minori feriti nelle miniere congolesi ha accusato aziende come Google, Apple, Microsoft, Dell e Tesla di trarre profitto dal cobalto estratto con lavoro forzato. La Corte d’Appello di Washington ha, però, assolto le multinazionali, sostenendo che il semplice acquisto di minerale attraverso catene globali di fornitura non basti a dimostrare la «partecipazione a un’impresa» con chi sfrutta il lavoro minorile. 

Un verdetto che, al di là del piano legale, mostra con feroce disincanto la realtà: l’Occidente proclama tolleranza zero verso lo sfruttamento, ma continua ad alimentare catene di approvvigionamento sporche, approfittando dei bassi costi e chiudendo un occhio di fronte alla violazione dei diritti umani e delle devastazioni ambientali. Finché il litio e il cobalto congolesi saranno contesi da élite globali e multinazionali, e i bambini continueranno a scavare nelle miniere per pochi dollari al giorno, la transizione verde avrà il colore del sangue e della miseria.

Media ucraini: ex presidente parlamento ucciso a Lviv

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Secondo quanto riportato dai media locali, l’ex presidente del parlamento dell’Ucraina Andrii Parubii sarebbe stato ucciso a colpi di pistola in strada nella città di Lviv. La sua identità sarebbe stata confermata al Kyiv Independent dalla deputata del partito Solidarietà Europea, Iryna Herashchenko. L’autore del gesto sarebbe stato vestito da fattorino e scappato subito dopo in sella a una bici elettrica: la sua identità sarebbe al momento sconosciuta. Parubii ha ricoperto un ruolo centrale nelle rivolte di EuroMaidan del 2013-14 e ha successivamente ricoperto gli incarichi di segretario del Consiglio di Sicurezza nazionale e di presidente del parlamento.

Il mare metafora infinita

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Davanti al mare le nostre identità si sospendono, proviamo la sensazione di trovarci in una condizione assoluta, dove conferma e stupore si fondono. È inevitabile fissare l’orizzonte laggiù, verso le ultime acque, ma in questo modo avviene quasi che lo spazio, il contenitore del tempo, come lo chiamava Platone, si allarghi e perda i suoi confini. La percezione contraddittoria e congiunta di un tutto concluso e di un oltre ignoto genera sensazioni di infinito, un infinito tuttavia che appare parzialmente percorribile, che fa nascere ipotesi da verificare, terre remote da immaginare, isole come oasi di una ipotetica traversata. Il mare, come dato naturale, si estenua allora, diventa rarefatto, trasforma la sua materia in colore, scivola nella metafora, si fa disponibile a contenere pensieri e a distenderli senza alcun ordine in nuovi quadri mentali. 

Il mare d’estate ci regala questo, l’utopia di una realtà senza tempo. Dove “senza tempo” significa che le condizioni determinanti la vita ordinaria non agiscono e che reale e possibile escono da ogni logica probabilistica. Un’altra condizione metaforica del mare è quella del percorso, del contenitore di varie rotte e destini. 

La navigatio vitæ del mondo antico, la vita stessa nel suo complesso si raffigura come solco marino orientato dalle stelle e dal cielo, con le sue gioie e le sue disavventure, che caratterizzano tutto ciò che è umano e dipende da una tecnica. Ognuno salpa e prende il largo sulle onde di vari itinerari possibili, mettendo in gioco il senso dell’avventura. Da Omero a sant’Agostino la nave esprime la comunanza dei destini umani, il bisogno di una meta condivisa, la rappresentazione anche di un pilota che guida e che si può alternare con altri che lo sappiano fare. Sulla nave le mansioni vengono applicate nello sforzo comune di andare avanti, di non perdere la rotta, di affrontare le burrasche, di gestire tempi ed eventi a seconda di come si presentano le necessità. La nave, il mare richiedono competenze ma anche coraggio, costanza e creatività, un’idea di sicurezza da garantire a tutti perché il domani è comune. 

L’Ulisse di Omero nulla avrebbe raggiunto e superato senza l’aiuto divino, perché il suo mito aveva bisogno di un logos, di una ragione e insieme di una sfida, quella sfida tutta umana che avrebbe poi condannato l’Ulisse dantesco a causa di un eccesso di volontà di conoscenza. 

Il mare, però, esprime non soltanto il bisogno di oltre, di ignoto ma anche la difficile sopravvivenza, l’ottenimento di risorse. 

La pesca e il pescatore aprono un nuovo fronte metaforico a questo proposito, un fronte oggettuale dove il pesce trasfigura in destino attraverso la fatica e i rischi di quel lavoro.

Hemingway: «Vorrei poter dar da mangiare al pesce, pensò. È mio fratello. Ma devo ucciderlo e mantenermi forte per farlo» (Il vecchio e il mare). Per chi ha anche scritto Addio alle armi e Verdi colline d’Africa, la morte provocata è un tema immenso, la morte che viene dal mare poi parla di una perdita, parla di naufragi e di prede sfuggite. 

Seferis: «Dormo, ma il cuore veglia: /guarda in cielo le stelle, e la barra, / l’infiorata dell’acqua al timone». 

Nel sogno non ci sono volti. Per Seferis, la poesia è il “giornale di bordo” dell’immaginario. Anche la poesia, infatti, è una pesca, di parole e di prede simboliche, ancorate insieme all’essere e al divenire, al permanere e al trasformarsi. Come nel ritmo parallelo, incessante delle onde, ognuna per definizione diversa dall’altra. 

A Skagen, estremo nord dello Jutland, Danimarca, il mare del Nord e il Baltico sono divisi da una striscia di terra, una specie di Scilla e Cariddi nordica. La gente, in pellegrinaggio, raggiunge sulla lunga spiaggia quell’estremo quasi puntiforme e si bagna i piedi. Arrivare lì è una esperienza densa di gioia, religiosa e festosa. Lì si vedono le onde trasversali, frutto dello scontro dei due mari. E ti chiedi perché c’è qualche governante che pensa alla guerra, qui dove l’assoluto della natura canta la sua gloria e donne, uomini, bambini, cani, gabbiani, corvi e foche si abbracciano quasi senza dirsi una parola.  

Israele all’assalto di Gaza City: UE muta, Trump sanziona l’Autorità Palestinese

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L’esercito israeliano ha annunciato ufficialmente l’inizio delle operazioni militari a Gaza City: da ieri, venerdì 29 agosto, forti esplosioni si registrano all’interno della città, dichiarata ora «zona di combattimento». L’obiettivo dell’esercito israeliano è sfollare circa un milione di palestinesi e spingerli verso il sud della Striscia. Questa mattina, esplosioni sono state registrate nel quartiere meridionale di Sabra, oltre che nell’area di Abu Iskandar. Nel frattempo, mentre gli USA negano a membri dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e dell’Autorità Palestinese (AP) il permesso per viaggiare a New York per poter presenziare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, nel corso della quale diversi Stati dovrebbero annunciare il riconoscimento dello Stato di Palestina, qualcosa nel mondo si muove: ieri, la Turchia ha infatti annunciato di aver tagliato i rapporti economici e commerciali con Israele, oltre che aver chiuso a Tel Aviv il suo spazio aereo. Questa domenica, inoltre, si accinge a partire dal porto di Genova la Global Sumud Flotilla, l’iniziativa della società civile che intende rompere l’assedio di Gaza con decine di navi cariche di aiuti umanitari. Intanto, le morti nella Striscia hanno superato le 63 mila, con decine di persone – soprattutto bambini – uccisi dalla carestia dilagante provocata da Israele.

Ad annunciare l’inizio ufficiale delle operazioni a Gaza City è il portavoce dell’esercito israeliano (IDF) per i media arabi, Avichay Adraee: «Abbiamo avviato le operazioni preliminari e le fasi iniziali dell’attacco a Gaza City e attualmente stiamo operando con grande intensità alla periferia della città. Intensificheremo i nostri attacchi e non esiteremo finché non avremo restituito tutti i soldati rapiti e Hamas non sarà smantellata militarmente e governativamente», ha dichiarato. Il piano, annunciato dal ministro della Difesa israeliano Israel Katz, prevede, nelle parole dello stesso ministro, di «aprire le porte dell’inferno» sui palestinesi, fino a che non «accetteranno le condizioni poste da Israele per porre fine alla guerra», inclusa la liberazione di tutti gli ostaggi e il disarmo. Tuttavia, secondo quando dichiarato dal portavoce del ministero degli Esteri del Qatar, Stato mediatore nei colloqui di pace tra le parti, Hamas ha accettato la scorsa settimana una proposta di cessate il fuoco le cui condizioni sono pressochè identiche a quelle già accettate da Israele nei mesi precedenti. Da Tel Aviv, tuttavia, non è ancora arrivata alcuna risposta in merito.

Nel frattempo, il segretario di Stato USA Marco Rubio ha disposto la revoca dei visti per membri dell’OLP e dell’AP (incluso il presidente, Mahmoud Abbas) al fine esplicito di impedirne la partecipazione alla prossima Assemblea Generale delle Nazioni Unite. «È nell’interesse della nostra sicurezza nazionale ritenere l’OLP e l’AP responsabili del mancato rispetto dei loro impegni e di aver compromesso le prospettive di pace», riporta il Dipartimento di Stato americano. In particolare, l’amministrazione ha chiesto che i due gruppi condannino il terrorismo e l’attacco del 7 ottobre. L’AP deve inoltre «porre fine ai suoi tentativi di aggirare i negoziati attraverso campagne di guerra legale internazionale, compresi i ricorsi alla Corte Penale Internazionale e alla Corte Internazionale di Giustizia, e gli sforzi per ottenere il riconoscimento unilaterale di uno Stato palestinese ipotetico». Pur non essendo membri e non riconoscendone l’autorità (salvo applaudirne l’operato in alcune occasioni, quali l’emissione del mandato di arresto internazionale contro il presidente russo Putin), gli Stati Uniti stanno infatti conducendo una feroce campagna contro i giudici della Corte Penale Internazionale (CPI), sanzionandoli per via delle azioni legali intraprese contro membri del governo israeliano.

Dal canto suo, l’Unione Europea ha preferito non esporsi troppo in merito alla nuova fase dell’offensiva israeliana. Oggi, i ministri degli Esteri dell’Unione si incontreranno in Danimarca per discutere una prima, timida iniziativa contro il genocidio commesso da Israele, ovvero la sospensione dei finanziamenti alle startup israeliane – proposta già avanzata da alcune settimane, ma sulla quale non è stata ancora raggiunta la maggioranza di voti necessaria a renderla effettiva. L’Alta rappresentante per gli Affari Esteri dell’UE, Kaja Kallas, si è detta scettica in merito al raggiungimento di un accordo oggi.

Tuttavia, mentre a due anni dall’inizio del genocidio gli Stati europei ancora non riescono a prendere una posizione netta se non a parole, qualcosa nel mondo si muove. Ieri, il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha annunciato la cessione, da parte della Turchia, di tutti i rapporti commerciali con Israele, oltre che la chiusura dei porti e la restrizione dello spazio aereo ai mezzi che provengono da Tel Aviv. E domenica 31 agosto, da Genova, la Global Sumud Flotilla salperà alla volta di Gaza: a bordo di decine di mezzi carichi di aiuti umanitari, la popolazione civile proverà a rompere l’assedio per dimostrare, ancora una volta, che la cecità dei governi non la riguarda.

Dazi, per Corte Appello USA sono illegali

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Una Corte d’Appello degli Stati Uniti ha dichiarato che i dazi imposti dall’amministrazione Trump a una serie di Paesi sono illegali. Secondo la Corte, infatti, non rientra tra i poteri del presidente disporre tali misure economiche. Per poterli applicare, Tump si era appellato a una legge del 1977 (International Emergency Economic Power Act), la quale, in caso di emergenze nazionali “non usuali”, permette di applicare misure straordinarie. Per poter permettere all’amministrazione del presidente di presentare ricorso alla Corte Suprema, la Corte ha concesso che questi rimangano in vigore fino al 14 ottobre.

L’Indonesia sprofonda nel caos: decine di migliaia in piazza contro il governo

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L’Indonesia sta sprofondando nel caos. Dopo mesi di contestazioni, i sollevamenti popolari inaugurati all’inizio del 2025 sono culminati in una ondata di proteste violente che ha colpito la maggior parte dei centri dell’isola di Giava, prima fra tutti Giacarta. Oggi, venerdì 29 agosto, decine di migliaia di manifestanti hanno invaso le strade delle città, incendiando auto, assediando negozi, e scontrandosi frontalmente con le forze dell’ordine, lanciandovi contro bombe molotov e pietre. A fare scattare la miccia è stata l’uccisione di un conducente di taxi su motociclo, investito da una camionetta della polizia durante le proteste dei giorni scorsi. I manifestanti accusano il governo di essere corrotto, e denunciano le politiche economiche dell’esecutivo e i privilegi riservati ai membri del parlamento.

L’ultima ondata di proteste in Indonesia è esplosa all’inizio di questa settimana, lunedì 25 agosto. I manifestanti, guidati inizialmente dalle associazioni studentesche contestano l’aumento del prezzo del paniere, le politiche militariste, gli alti stipendi dei parlamentari, e criticano i sussidi destinati ai politici. Ad alimentare il fuoco è stata la recente approvazione di una legge che fornisce ai parlamentari un bonus per le spese sugli alloggi, in un contesto di crescente instabilità dei prezzi degli affitti. I dimostranti chiedono inoltre la ratifica di una legge sulla riservatezza dei beni e, i più radicali, lo scioglimento del parlamento, perché considerano i politici corrotti. Nei giorni, i sollevamenti hanno raggiunto anche i trasportatori e si sono ampliate a fasce ampie e generalizzate della popolazione indonesiana.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso e innescato i moti di violenza è stata l’uccisione di un conducente di taxi su motociclo da parte della polizia. Da quel momento, tutti i maggiori centri dell’isola di Giava si sono sollevati contro le forze dell’ordine e hanno provato ad assaltare le sedi del potere amministrativo. Il nuovo presidente Prabowo Subianto Djojohadikoesoemo, insediatosi ad ottobre, ha aperto una inchiesta sull’accaduto, provando a predicare calma. Nonostante ciò, la rabbia dei cittadini ha prevalso. Le informazioni su quanto accade scarseggiano e i principali quotidiani nazionali del Paese si limitano a fornire aggiornamenti sulla morte del tassista o, nel migliore dei casi, a fare un limitato racconto sul campo in non più di un articolo di cronaca. La maggior parte degli eventi sta venendo narrata sui canali di privati cittadini e da fonti indipendenti. Questi ultimi riportano che i principali giornali del Paese sarebbero stati silenziati e che sarebbe stato loro imposto dall’alto di non parlare delle proteste.

Il fulcro delle manifestazioni si sta concentrando a Giacarta, principale città dell’isola. Qui, circolano immagini che ritraggono decine di migliaia di cittadini intenti a bruciare autovetture, saccheggiare negozi di privati, e colpire la polizia con molotov e pietre; per sedare le rivolte, è stato schierato l’esercito, che tuttavia non sembra ancora essere intervenuto direttamente. I cittadini di Giacarta stanno provando a entrare nell’edificio del parlamento, sfondando i cancelli dell’edificio, e hanno appiccato un incendio davanti a una stazione di polizia. Analoghe proteste sono scoppiate a Yogyakarta, dove è stata incendiata un’auto subito sotto un edificio della polizia; qui, le forze dell’ordine hanno risposto agli attacchi dei manifestanti lanciando gas lacrimogeni, e secondo alcuni media indipendenti avrebbero ordinato l’evacuazione di alcune aree. Sempre a Yogyakarta, gli ospedali sarebbero sovraffollati e le ambulanze starebbero facendo fatica a raggiungere le aree degli scontri; anche qui è stato schierato l’esercito.

Le contestazioni sono arrivate anche a Surakarta, dove i manifestanti si sono scontrati con la polizia davanti alla sede dell’unità antiterrorismo; anche qui sono stati impiegati lacrimogeni, e pare che un civile sia stato colpito da un proiettile. A Bandung, la polizia ha diramato un ordine per aumentare i controlli nelle aree a rischio e i dimostranti hanno messo a fuoco alcune auto; pare sia stato appiccato un incendio anche di fronte alla casa di un funzionario del governo. I manifestanti hanno appiccato un incendio anche fuori dalla stazione di Tegal, e colonne di fumo si sono alzate anche dalle strade di Surabaya. Le proteste hanno raggiunto anche l’isola di Sulawesi, dove, nella città di Makassar, è stato incendiato un ufficio parlamentare. In totale, i media indipendenti parlano di nove morti, di cui cinque poliziotti e quattro manifestanti, almeno 3 feriti gravi e 600 arresti; non è possibile verificare tali informazioni.

Le proteste di questa settimana fanno eco a quelle scoppiate lo scorso febbraio, protrattesi a singhiozzi lungo tutto il corso dell’anno. Le richieste dei manifestanti sono le stesse da inizio 2025; a esse, tuttavia, si aggiunge anche la crescente preoccupazione sullo stato di diritto del Paese: l’aumento della spesa militare e il passato del nuovo presidente, vecchio generale dell’esercito, hanno alimentato i timori di una possibile piega repressiva. In generale, i manifestanti parlano di «tentativi autoritari di silenziare le critiche e diminuire gli spazi democratici». In tal senso, un caso curioso è costituito dal tentativo da parte del governo di contrastare l’uso di alcuni simboli adottati nel corso delle manifestazioni: nelle ultime settimane si è diffusa la tendenza a sventolare la bandiera deipirati di Cappello di Paglia” proveniente dal noto fumetto giapponese One Piece (la medesima bandiera era stata issata sull’ultima Freedom Flotilla). Nel corso del fumetto, la ciurma protagonista combatte contro il potere costituito per affermare i propri ideali di pace e libertà; in Indonesia, l’esposizione del jolly roger si è affermato come sinonimo di lotta contro l’oppressione, e il governo ha provato a dissuaderne l’utilizzo.

USA: divieto di ingresso membri dell’Autorità Nazionale Palestinese

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Il Dipartimento di Stato degli USA ha annunciato di avere revocato i visti per entrare nel Paese ai membri dell’Autorità Nazionale Palestinese e dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina. «È nel nostro interesse per la sicurezza nazionale ritenere l’OLP e l’ANP responsabili del mancato rispetto dei loro impegni e del minare le prospettive di pace», si legge in una nota governativa. La mossa arriva in vista dell’apertura del prossimo ciclo dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che si terrà a settembre a New York, e intende impedire agli ufficiali palestinesi di entrare su suolo statunitense. Diversi Paesi hanno annunciato che avrebbero riconosciuto lo Stato di Palestina in occasione della prima riunione.