giovedì 5 Febbraio 2026
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Costi oscuri e dubbi ambientali: la Corte dei Conti ferma il Ponte sullo Stretto

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Sul Ponte sullo Stretto è arrivato un duro colpo per il governo Meloni e per il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini. La Corte dei Conti ha infatti bloccato l’iter dell’opera, rispedendo al mittente la delibera con cui il Cipess, il 6 agosto scorso, aveva approvato il progetto definitivo. I magistrati contabili, in un documento inviato alla presidenza del Consiglio, hanno sollevato una serie di rilievi sostanziali, chiedendo chiarimenti su profili procedurali, economici e ambientali. La relazione del Cipess viene giudicata carente, più simile a una ricognizione che a una valutazione ponderata. Il ministero replica definendo «fisiologica» l’interlocuzione, ma il progetto, per ora, torna indietro, con l’invito della Corte a ritirarlo in autotutela. Al ministero delle Infrastrutture è stato dato un termine di 20 giorni per rispondere: senza integrazioni la Sezione potrà decidere «allo stato degli atti».

Il verdetto dei magistrati, arrivato mercoledì 24 settembre, suona come una bocciatura. La Corte contabile scrive, in via generale, che «risulterebbe non compiutamente assolto l’onere di motivazione difettando, a sostegno delle determinazioni assunte dal Cipess, anche in relazione a snodi cruciali dell’iter procedimentale, una puntuale valutazione degli esiti istruttori». In pratica, la delibera del Cipess sembra più «una ricognizione delle attività intestate ai diversi attori istituzionali del procedimento che come una ponderazione delle risultanze di dette attività, sotto il profilo sia fattuale che giuridico». Non è chiaro, cioè, il motivo per cui il Comitato abbia dato il via libera. I problemi procedurali sono molteplici. Innanzitutto, la trasmissione degli atti è avvenuta in modo anomalo, tramite «link» che rimandavano al sito della società Stretto di Messina, una modalità atipica per comunicazioni tra pubbliche amministrazioni e Corte. Per questo i magistrati chiedono «chiarimenti in ordine alla formale acquisizione di detti atti da parte del Mit e di codesto Comitato». Inoltre, alcuni atti sarebbero dovuti pervenire per il controllo prima dell’approvazione, non dopo.

Sul piano sostanziale, i rilievi sono ancor più gravi. La Corte chiede spiegazioni sulle valutazioni del Cipess in relazione ai «motivi imperativi di interesse pubblico» invocati dal governo, anche legati alla «salute dell’uomo e sicurezza pubblica o relative conseguenze positive di primaria importanza per l’ambiente», e sull’asserita «assenza di idonee alternative progettuali». Questa procedura d’urgenza, che punta a classificare il ponte come opera di interesse strategico militare, è vista da molti come un escamotage per bypassare i vincoli ambientali europei. Non a caso, la Corte chiede «aggiornamenti in merito all’interlocuzione che sembra avviata, sul punto, con la Commissione europea», dopo che Bruxelles ha a sua volta richiesto documenti.

Il cuore delle perplessità riguarda i costi. I magistrati evidenziano un «disallineamento tra l’importo asseverato dalla società Kpmg in data 25 luglio 2025 – quantificato in euro 10.481.500.000 – e quello di euro 10.508.820.773 attestato nel quadro economico approvato il 6 agosto 2025». Vengono sollecitate integrazioni su diverse voci, dagli oneri per le condizioni contrattuali (cct) a quelli per la sicurezza, lievitatì da 97 a 206 milioni di euro rispetto al progetto preliminare. Fondamentale è poi la questione delle stime di traffico, alla base della sostenibilità economica. La Corte chiede chiarimenti sulle «stime di traffico – al piano tariffario di cui allo studio redatto dalla TPlan Consulting – poste a fondamento del Pef», anche in merito alle «modalità di scelta della predetta società di consulenza».

Il governo ha venti giorni di tempo per rispondere. Trascorso questo termine, la Corte «potrà decidere allo stato degli atti, ferma restando la facoltà di codesta amministrazione di ritirare il provvedimento in sede di autotutela». Il Mit, tramite una nota, ha assicurato che «tutti i chiarimenti e le integrazioni chieste dalla Corte dei Conti fanno parte della fisiologica interlocuzione tra istituzioni e saranno fornite nei tempi previsti». Ha inoltre ribadito che «il Ponte sullo Stretto non è in discussione e gli uffici competenti sono già al lavoro». Intanto, l’opera è ferma. Senza la “bollinatura” della Corte dei Conti, la delibera Cipess non può essere pubblicata in Gazzetta Ufficiale e non si possono aprire i cantieri, nemmeno quelli preparatori, senza rischiare il danno erariale.

Il via libera al progetto definitivo del Ponte da parte del CIPESS era arrivato a inizio agosto ed era stato celebrato dall’esecutivo Meloni con toni trionfalistici. Le Associazioni Greenpeace, Lipu, Legambiente e WWF avevano immediatamente lanciato il guanto di sfida al governo in una nota comune, giudicando la decisione del CIPESS «un vero e proprio azzardo», sia per motivi economici sia «per il quadro d’incertezza» del progetto. «Come si è sempre dato per scontato il parere della Commissione VIA, oggi si dà già per acquisito il parere della Corte dei Conti che, invece, ancora deve pronunciarsi», avevano scritto con lungimiranza le associazioni. «Si tace sul fatto che la cosiddetta apertura dei cantieri sarà poco più che simbolica e riguarderà interventi preliminari sia perché il progetto esecutivo non è ancora stato redatto, sia perché la modifica di legge voluta dal governo per procedere ad una cantierizzazione a fasi spezzetterà il progetto esecutivo lasciando sino all’ultimo aperta l’incognita sui risultati sulle prove da fatica sulla tenuta dei cavi e sugli approfondimenti sismici prescritti dalla Commissione VIA», avevano concluso. A ogni modo, il ministro dei Trasporti Matteo Salvini aveva annunciato per l’ennesima volta la data di inizio dei lavori (che si sposta di volta in volta sempre un poco più avanti nel tempo), indicandola «tra settembre e ottobre». Lo scenario suggerisce che così non sarà.

Droni in Danimarca: chiuso temporaneamente lo spazio aereo

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Ieri sera la Danimarca ha chiuso temporaneamente lo spazio aereo sopra l’aeroporto di Aalborg a causa del rilevamento di alcuni droni non identificati. Non è stato comunicato quanti droni avrebbero sorvolato i cieli danesi, ma pare che sarebbero stati rilevati droni anche presso Esbjerg, Sønderborg e Skrydstrup. Le indagini sulla loro origine sono ancora in corso. Quello di ieri è solo l’ultimo caso in cui un Paese europeo denuncia la presenza di droni non identificati nei propri cieli, e il secondo il Danimarca. In tutti i casi, i Paesi coinvolti, tra cui figurano anche Estonia, Norvegia, Polonia e Romania, hanno accusato la Russia, che ha sempre respinto le accuse.

Trump chiede, la Commissione UE esegue: verso i dazi sul petrolio russo

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La Commissione europea si prepara a introdurre dazi sul petrolio russo che ancora raggiunge il mercato interno. La notizia, filtrata da Bruxelles, segna un passo che arriva all’indomani delle pressioni esercitate da Donald Trump all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dove il presidente americano ha invitato gli europei a interrompere ogni importazione di greggio da Mosca, come mezzo per mettere pressione sul Cremlino e porre fine alla guerra in Ucraina. A conferma di un copione ormai consolidato, l’Unione sembra più incline a recepire le direttive provenienti da Washington che a difendere una propria autonomia strategica. L’iniziativa punta a colpire in particolare quei Paesi che ancora dipendono dall’oleodotto Druzhba, come Ungheria e Slovacchia, rimasti finora esclusi dall’embargo sul petrolio russo. Si stima che ciascuno di questi Paesi riceva 100mila barili al giorno di petrolio degli Urali. Si tratterebbe di un provvedimento distinto dai pacchetti di sanzioni già adottati, concepito per ridurre l’attrattiva economica delle importazioni. «Il presidente Trump ha assolutamente ragione. Ci stiamo lavorando», ha chiosato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. L’operazione, però, non nasce da un’analisi interna, ma dall’urgenza di allinearsi alla volontà americana: un segnale che la linea politica dell’Unione continua a modellarsi più sulle pressioni esterne che sugli interessi reali del continente.


Le reazioni non si sono fatte attendere. L’Ungheria ha ribadito la propria contrarietà, sottolineando che il petrolio russo rappresenta ancora oggi l’unico vettore affidabile per garantire stabilità energetica e prezzi sostenibili. Budapest rifiuta di sacrificare la propria sicurezza energetica sull’altare delle richieste statunitensi e denuncia una misura che rischia di aggravare ulteriormente i costi per i cittadini europei senza intaccare in modo decisivo le entrate di Mosca. In una recente intervista al Guardian, il ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó ha dichiarato che la fornitura di petrolio e gas è una «questione puramente fisica» che dipende dai collegamenti tra il Paese senza sbocco sul mare e i fornitori di energia e che l’Ungheria non può «garantire un approvvigionamento sicuro» senza le fonti russe di petrolio o gas. Anche la Slovacchia, seppur con toni più cauti, condivide la medesima preoccupazione. Dal canto suo, il Cremlino tramite il suo portavoce Dmitry Peskov ha riconosciuto che «Trump è un vero uomo d’affari» e che «sta cercando di costringere il mondo interno a spendere più soldi per il petrolio e il gas americani». Il nodo è evidente: finora le deroghe avevano permesso a determinati Paesi di continuare a importare greggio, giustificate dal rischio di un collasso economico interno. Introdurre ora dazi significherebbe ribaltare quell’equilibrio precario, imponendo un prezzo politico e sociale a comunità già messe a dura prova dall’aumento dei costi energetici. Per di più, il greggio russo, grazie ai suoi vantaggi di prezzo, resta concorrenziale rispetto ad altre fonti: colpirlo con nuove tariffe potrebbe semplicemente tradursi in un trasferimento di costi ai consumatori e a interi comparti industriali.


A differenza delle sanzioni, che dipendono dall’unanimità di tutti i 27 Stati membri, i dazi richiedono una maggioranza qualificata per essere approvati, il che significa che non si applicheranno veti individuali. Il quadro che emerge è quello di un’Europa debole, più reattiva alle pressioni d’oltreoceano che capace di sviluppare una propria strategia. Dietro la retorica della fermezza contro Mosca si intravede una realtà scomoda: le decisioni cruciali in materia energetica non nascono da un dibattito interno, ma vengono adottate sull’onda degli impulsi americani. L’Unione europea si trova così a dover rincorrere, incapace di elaborare una visione autonoma, intrappolata in una dipendenza che rischia di minarne la credibilità. Il tentativo di aggirare le regole dell’unanimità, ricorrendo a strumenti che consentano di bypassare i veti nazionali, accentua questa dinamica: da un lato la Commissione si piega alle richieste di Washington, dall’altro cerca di limitare le voci dissenzienti che ricordano la necessità di tutelare le esigenze dei cittadini.

Il governo israeliano ha classificato movimenti e attivisti italiani che manifestano per Gaza

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Il ministero per la Diaspora del governo israeliano ha pubblicato un rapporto in cui classifica le manifestazioni italiane per lo sciopero generale del 22 settembre per livelli di rischio. Il documento, apparso prima dello svolgersi delle proteste, indica i dati precisi su diffusione sui social, luogo e orario di diversi dei concentramenti che erano previsti, ed elenca i principali gruppi che li hanno promossi. I criteri usati per classificare il livello di rischio non sono esplicitati, ma visti i nomi dei promotori e i luoghi indicati, esso sembra basarsi tra le altre cose proprio sugli organizzatori delle proteste. Il monitoraggio dei movimenti per Gaza da parte di Israele è una pratica passata indisturbata, ma che a quanto pare sta impegnando Tel Aviv sempre di più: nell’ultimo anno, il medesimo ministero ha classificato decine di eventi sul tema, mentre a partire dal 2020 fino al 7 ottobre del 2023 non ha pubblicato un solo documento a riguardo.

Il rapporto del governo israeliano è apparso sulla pagina del sito dell’esecutivo dedicata alle pubblicazioni del ministero per la Diaspora e la lotta all’antisemitismo alla vigilia dello sciopero generale. Esso elenca, in ordine di orario, 18 delle manifestazioni che si sarebbero svolte il giorno seguente, indicandone il luogo preciso – con tanto di coordinate geografiche – in cui sarebbero iniziate, l’eventuale vicinanza a luoghi legati a Israele, post sui social dei principali promotori e interazioni ricevute dagli stessi post. Ciascuna manifestazione è classificata su tre distinti livelli di rischio: basso, medio e alto, indicati graficamente dai colori verde, giallo e rosso. «La mobilitazione è incentrata sull’opposizione a quello che gli organizzatori descrivono come il “genocidio a Gaza” e come risposta al silenzio e all’ipocrisia percepiti dai governi occidentali. Lo sciopero e le manifestazioni sono presentati come atti di solidarietà con Gaza e il popolo palestinese, con inviti a “cambiare la storia” e a resistere all’inazione del governo», si legge in testa al rapporto.

I criteri utilizzati da ministero per la Diaspora per classificare i livelli di rischio dei singoli presidi non sono chiari, né esplicitati direttamente. Il documento recita che «le informazioni fornite nel rapporto si basano su segnalazioni e informazioni ricevute tramite il monitoraggio della rete con l’ausilio di un sistema tecnologico», senza specificare di cosa si tratti. Da quanto emerge esaminando il documento con attenzione è che nessuno dei singoli elementi tra luogo (risultano assenti manifestazioni che si sono svolte in luoghi strategici, come quella presso il porto di Livorno), città (quella presso il campus Einaudi di Torino, città in cui le proteste sono generalmente più intense e partecipate, è classificata in verde), o interazioni sui social (la più cliccata risulta a rischio medio) ha svolto un ruolo primario nella definizione dei livelli di rischio, che piuttosto paiono sembrano essere stati valutati combinando tutti i fattori. In questo senso, anche l’identità degli organizzatori sembra svolgere un ruolo: le manifestazioni promosse dal Global Movement to Gaza, per esempio, sono tutte rosse o gialle.

Il monitoraggio di manifestazioni contro lo Stato ebraico e dei movimenti di attivisti da parte di Israele è una pratica che il ministero per la Diaspora porta avanti da anni, ma che nell’ultimo periodo ha svolto con maggiore intensità. La pagina del sito dedicata alle pubblicazioni del ministero è infatti colma di documenti analoghi a quello sullo sciopero generale del 22 settembre, che spesso interessano singole manifestazioni. L’Italia compare quattro volte, tutte nel 2025: oltre allo sciopero, vengono inseriti due casi mediatici che hanno interessato turisti israeliani (tra cui il presunto “assalto” all’autogrill di Lainate) e una contestazione all’ex primo ministro Ehud Olmert svoltasi a Parma il 21 settembre. Anche in quest’ultimo caso, il documento riporta dettagliatamente informazioni sulle pagine social dei promotori e sulle interazioni ai loro post sulla protesta.

USB annuncia nuovo sciopero generale per Gaza, stavolta senza preavviso

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L’Unione Sindacale di Base (USB) annuncia un nuovo sciopero generale, questa volta senza preavviso e con l’obiettivo dichiarato di «bloccare tutto», una mobilitazione diffusa con presidi e manifestazioni in cento piazze italiane per chiedere lo stop alla guerra a Gaza. La protesta, che intreccia vertenze sociali e rivendicazioni internazionali, intende denunciare il ruolo dell’Occidente nel conflitto e ribadire la solidarietà al popolo palestinese. Duro lo scontro politico: Matteo Salvini ha definito “irresponsabile” la decisione, accusando il sindacato di voler bloccare il Paese. USB replica parlando di una scelta necessaria di fronte al silenzio delle istituzioni e alla complicità del governo.

La Spagna manda una nave per “assistere” la Global Sumud Flotilla

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Il premier spagnolo Pedro Sanchez ha dichiarato che invierà una nave guardacoste a supporto della Global Sumud Flotilla, la missione umanitaria marittima che intende rompere l’assedio israeliano su Gaza. La nave partirà oggi, 25 settembre, dalle coste di Cartagena, nella regione sudorientale della Murcia, ed «è stata equipaggiata con tutti i mezzi necessari» per eventualmente «assistere i civili e portare avanti qualche salvataggio». La scelta di Sanchez segue quella del ministro della Difesa italiano Guido Crosetto, che ha deciso di inviare una nave verso il convoglio umanitario per «garantire assistenza ai cittadini italiani» che partecipano alla missione; quest’ultima è giunta dopo un attacco con droni contro diverse navi della flotta.

In Egitto è stato scarcerato un attivista simbolo della rivoluzione del 2011

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Alaa Abdel Fattah

Alaa Abdel Fattah è tornato libero. L'attivista, tra i volti più noti della rivoluzione del 2011, era in carcere dal 2019 per alcuni scritti pubblicati sui sociali in cui denunciava le violenze della polizia. La grazia è arrivata dal presidente Abdel Fattah al-Sisi, che ha incluso il suo nome, senza specificarne il motivo, in un elenco di detenuti per i quali era stata chiesta la liberazione dal Consiglio Nazionale per i Diritti Umani. Fattah, che oggi ha 43 anni, egiha trascorso buona parte dell’ultimo decennio in prigione. Il primo provvedimento risale al 2014: condannato a 15 anni per aver ...

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Israele isola dal mondo la Cisgiordania occupata: chiuso l’unico valico verso l’estero

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Israele sta blindando anche la Cisgiordania. Il valico di Allenby, unico punto di passaggio tra la Giordania e la Cisgiordania, verrà chiuso “fino a nuovo avviso” da domani “su indicazione della leadership politica”. Lo ha dichiarato un portavoce dell’Autorità aeroportuale israeliana, che sovrintende al valico, non fornendo ulteriori motivazioni per la chiusura. Army Radio, citata da Times of Israel, riferisce che i funzionari della sicurezza hanno ricevuto istruzioni dal primo ministro Benjamin Netanyahu in persona di chiudere il confine in entrambe le direzioni. Il media riporta di aver chiesto all’ufficio del primo ministro se la decisione di chiudere il valico di frontiera fosse legata all’ondata di riconoscimenti internazionali dello Stato palestinese, ma di non aver ricevuto risposta.

Il valico è di importanza vitale per i palestinesi residenti nei territori occupati della Cisgiordania: essendo l’unica frontiera attraversabile per la maggior parte dei residenti, è il punto dal quale passano molti dei palestinesi che desiderano recarsi all’estero ed è anche l’unica porta per il trasporto delle merci commerciali tra la Giordania e la Cisgiordania. La sua chiusura è una ulteriore punizione collettiva per i cittadini palestinesi già blindati in Cisgiordania tra check-points e occupazione di coloni e militari israeliani.

Il valico è di importanza vitale per i palestinesi residenti nei territori occupati della Cisgiordania: è il punto dalla quale passano molti dei palestinesi che desiderano recarsi all’estero ed è anche l’unica porta per il trasporto delle merci commerciali tra la Giordania e la Cisgiordania. Fonte mappa Jordan Horizons Tour

Tel Aviv aveva appena riaperto il valico di Allenby lunedì, quattro giorni dopo che un uomo alla guida di un camion di aiuti umanitari giordano aveva ucciso a colpi di arma da fuoco due soldati israeliani. Il valico era stato chiuso in seguito alla sparatoria per poi essere riaperto ai passeggeri ma non agli aiuti umanitari diretti a Gaza, teoricamente fino al completamento delle indagini. Nella giornata del 22 settembre era stato nuovamente chiuso a causa del capodanno ebraico. La riapertura era prevista al termine della festività ebraica.

Questo ulteriore attacco alla libertà dei palestinesi arriva dopo le recenti dichiarazioni del primo ministro Netanyahu, che domenica 21 settembre aveva preannunciato la sua “risposta” ai Paesi che riconoscono lo Stato palestinese una volta tornato dalla visita negli Stati Uniti. Domenica scorsa, infatti, Gran Bretagna, Canada, Australia e Portogallo hanno dichiarato il loro riconoscimento dello Stato di Palestina, seguiti subito dopo da Lussemburgo, Belgio, Andorra, Francia, Malta, Monaco e Repubblica di San Marino. Il numero di Paesi che riconoscono lo Stato è arrivato così a circa 159 su 193 Stati membri dell’ONU. Il tentativo è quello di rilanciare verso la soluzione dei due Stati, mentre il genocidio a Gaza continua. In risposta, alcuni alleati della coalizione di destra di Netanyahu hanno affermato che il governo dovrebbe annettere la Cisgiordania. E Netanyahu ha fatto chiudere tutti i confini.

Intanto, mentre il governo spagnolo ha approvato l’embargo “totale” sulle armi a Israele, una misura parte di un pacchetto di altre iniziative volte a fermare quello che il primo ministro Pedro Sánchez ha definito “il genocidio a Gaza”, e mente sempre più Stati europei e non stanno riconoscendo lo stato di Palestina, l’Italia continua a dichiararsi solidale e alleata di Israele, rendendosi complice di un Paese che ormai non nasconde più il suo volto genocidario. Il governo Meloni sta anche ignorando le centinaia di migliaia di persone che sono scese ieri nelle piazze di tutta Italia in uno sciopero nazionale come non si vedeva da anni, dimostrando, ancora una volta, il poco interesse del governo verso l’opinione dei propri cittadini. E dando appoggio politico a un paese che continua a utilizzare forme di punizione collettiva per perseguire la sua politica di annessione e pulizia etnica.

Israele, droni yemeniti su Eilat: 24 feriti

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Nel pomeriggio di oggi, 24 settembre, è stato lanciato un attacco con droni sulla città israeliana di Eilat. L’attacco, sostengono i media israeliani, avrebbe provocato almeno 24 feriti, di cui due gravi. Le autorità israeliane sostengono che i droni siano stati lanciati dallo Yemen, e hanno attribuito l’attacco al movimento Ansar Allah, meglio noto con il nome di Houthi. Ansar Allah non ha ancora rivendicato l’attacco, ma i media ufficiali del gruppo riportano la notizia scrivendo che i droni sarebbero di origine yemenita. I droni, nota l’emittente ufficiale dell’esercito israeliano, non sono stati rilevati dai radar del Paese e hanno superato indisturbati i sistema di difesa israeliani.

La lotta di agricoltori e indigeni colombiani contro gli OGM

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Gli agricoltori e i popoli indigeni colombiani si stanno battendo per promuovere una proposta di legge per vietare l’utilizzo di colture geneticamente modificate. Di preciso, la proposta intende cambiare l’articolo 81 della Costituzione del Paese, e introdurre il divieto di ingresso, produzione, commercializzazione ed esportazione di semi geneticamente modificati. Lo scopo è quello di tutelare la biodiversità e le coltivazioni di sementi locali, specialmente quella di mais, che in Colombia è presente in centinaia di varietà distinte. La proposta è stata avanzata da diverse organizzazioni locali coordinate dal gruppo Semillas, ed è stata accolta positivamente dal governo del presidente Gustavo Petro. In passato, la Corte Costituzionale si era già espressa a favore delle organizzazioni indigene, che avevano intentato una causa contro il governo per proteggere i semi tradizionali dalla contaminazione genetica. Negli anni, infatti, diversi studi hanno provato i rischi di contaminazione e trasferimento di geni da mais geneticamente modificato a colture non modificate in Colombia.

La proposta di legge contro gli OGM avanzata dalle diverse associazioni coordinate da Semillas è in cantiere da luglio del 2022, e recentemente è stata discussa anche dalla commissione costituzionale del Congresso colombiano. A promuovere l’iniziativa sono un totale di 13 realtà tra comitati locali, gruppi di indigeni, organizzazioni di agricoltori e università. Essa intende aggiungere un comma all’articolo 81 della Costituzione, che vieta “la fabbricazione, l’importazione, la detenzione e l’uso di armi chimiche, biologiche e nucleari, nonché l’introduzione di scorie nucleari e rifiuti tossici nel territorio nazionale” e sancisce che “lo Stato regola l’ingresso e l’uscita delle risorse genetiche nel Paese, nonché il loro utilizzo, nel rispetto dell’interesse nazionale”. Proprio in coda a quest’ultimo punto, verrebbe aggiunta la frase: “Sono vietati l’ingresso, l’importazione, la produzione, la commercializzazione e l’esportazione di semi geneticamente modificati”.

La battaglia contro i semi transgenici in Colombia è iniziata ben prima della proposta di legge, e uno dei casi che più la rappresenta è quello del municipio di San Lorenzo – Nariño e della sua battaglia per preservare le sementi di mais autoctone: nel 2017 la popolazione locale, ha siglato una bozza di accordo con il Consiglio comunale; con essa, il comune si impegnava a proteggere il territorio dalle colture geneticamente modificate e nominare San Lorenzo “territorio libero da OGM, per i semi, il territorio e la vita”. Presentato come iniziativa popolare all’esecutivo comunale, con il sostegno di 1.300 firme, l’accordo è stato approvato e sancito nel febbraio del 2018. Da quel momento, il comune si è battuto per promuovere una legge che estendesse tale denominazione all’intero Paese, e nel 2022 è sorta la proposta di legge.

Il tema delle colture OGM in Colombia, insomma, non nasce oggi. Già nel 2023, la Corte Costituzionale aveva ordinato al governo di varare misure volte a proteggere le colture di mais locali, sostenendo che la mancanza di norme adeguate impedisse “la creazione di un ambiente favorevole per affrontare le preoccupazioni [degli indigeni] o rischi specifici e differenziati”. Secondo i ricorrenti, tale buco legislativo minacciava i diritti all’autodeterminazione, all’identità etnica e culturale, a un ambiente sano, alla salute, all’accesso alle informazioni pubbliche e alla partecipazione effettiva, e comportava rischi per la biodiversità comprovati da diversi studi scientifici. Effettivamente, la Colombia è da tempo al centro di studi riguardanti l’impatto degli OGM sugli organismi non geneticamente modificati: alcuni di essi hanno riscontrato evidenze di contaminazione genetica, incrementato dal fatto che il polline di mais transgenico raggiunge distanze particolarmente elevate, ben superiori ai limiti di sicurezza richiesti dall’Istituto Agricolo Colombiano, finendo per investire un maggior numero di coltivazioni.