martedì 10 Febbraio 2026
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Russia, ratificati protocolli con il Vietnam su petrolio e armi

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Il presidente russo Vladimir Putin ha firmato oggi provvedimenti che ratificano due protocolli con il Vietnam. Il primo estende fino al 2050 l’accordo sulla cooperazione energetica tramite la joint venture Rusvietpetro, garantendo condizioni fiscali preferenziali per le attività di esplorazione e produzione di petrolio e gas. Il secondo riguarda il prestito statale concesso ad Hanoi nel 2011 per l’acquisto di armamenti russi, introducendo un meccanismo temporaneo di rimborso in rubli per il periodo 2024-2026. Secondo il vice ministro delle Finanze russo Vladimir Kolychev, il Vietnam ha già saldato due terzi del debito complessivo.

Electronic Arts vicina all’uscita da Wall Street per un maxi accordo da 55 miliardi

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L’industria videoludica da tempo muove ricavi superiori a quelli del cinema e della musica messi insieme, confermandosi come uno dei comparti più rilevanti dello spettacolo globale. In questo scenario, Electronic Arts (EA), colosso statunitense da decenni ai vertici del settore, ha annunciato un accordo epocale per trasformarsi in una società privata, abbandonando così i listini di Wall Street dopo oltre trent’anni di presenza in Borsa. L’operazione, stimata intorno ai 55 miliardi di dollari, coinvolge tra gli altri il fondo sovrano dell’Arabia Saudita e il genero del Presidente USA ed ex consigliere della Casa Bianca per il Medio Oriente, Jared Kushner.

Le trattative hanno coinvolto un consorzio guidato da Silver Lake – già presente nel settore tech grazie a investimenti in aziende quali Dell, Klarna, Twitter e Airbnb – affiancato dal Public Investment Fund (PIF), fondo saudita da anni impegnato a diversificare l’economia del Regno nell’ambito della strategia nazionale denominata Vision 2030, e da Affinity Partners, la società d’investimento fondata da Kushner con il sostegno di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar. L’operazione è però caratterizzata da una struttura finanziaria complessa, in quanto assume la forma di un leveraged buyout (LBO), ossia è un’acquisizione sostenuta impiegando fondi presi a prestito, attraverso l’indebitamento. In altre parole, qualora l’accordo andasse in porto, 20 miliardi di dollari di oneri d’acquisto verranno caricati sulla stessa Electronic Arts, la quale dovrà poi ripagarli a JPMorgan attraverso ricavi futuri. Secondo i documenti, 18 milioni di dollari dovrebbero essere saldati in tempi contenuti, una prospettiva che suggerisce che l’azienda sarà presto protagonista di una campagna di tagli al personale. L’operazione rappresenterà uno dei più sostanziosi LBO della storia e viene etichettato come “il più grande investimento privato in contanti”.

Sin dalle prime indiscrezioni trapelate dal Wall Street Journal, il Mercato è andato in visibilio: il titolo EA ha registrato nell’arco di un weekend un rialzo superiore al 15%, segnale che gli investitori ritengono concreta la possibilità di un accordo e che la valutazione ipotizzata rappresenta una prospettiva favorevole rispetto agli attuali multipli. La società, che prima della notizia capitalizzava circa 42 miliardi di dollari, ha d’altronde dalla sua un portafoglio di franchise ben consolidati: The Sims, Battlefield, Dragon Age, Mass Effect, e soprattutto i titoli sportivi come EA Sports FC – noto fino a non molto tempo fa come FIFA – e Madden NFL. Proprio questi brand rappresentano da anni un motore di crescita, alimentato da servizi live, microtransazioni e contenuti aggiuntivi che vengono spesso considerati predatori, ma che sono anche estremamente proficui.

Negli ultimi anni il settore dei videogiochi ha conosciuto un forte processo di consolidamento. Nel 2023, Microsoft ha completato l’acquisizione di Activision Blizzard, un’operazione finita temporaneamente nel mirino dell’antitrust statunitense, mentre Sony continua a rafforzare l’ecosistema PlayStation attraverso acquisizioni mirate e il gigante cinese Tencent investe massicciamente in società occidentali per estendere la propria presenza oltre i confini nazionali. Anche nel caso di Electronic Arts non manca un aspetto geopolitico. Il fondo PIF ha acquisito partecipazioni in aziende come Nintendo, Capcom e Take-Two, con l’obiettivo di rendere l’Arabia Saudita un hub globale per l’intrattenimento e i contenuti digitali. Una strategia che si inserisce nel piano Vision 2030, volto a modernizzare e diversificare l’economia del Paese, ma che viene anche letta come una forma di sportwashing, volta a migliorare la reputazione di un regime accusato di gravi violazioni dei diritti umani e di limitazioni delle libertà civili.

La prospettiva della vendita di Electronic Arts ha sorpreso molti osservatori, tuttavia l’idea che la società sia pronta a lasciare Wall Street non ha stupito nessuno. Negli Stati Uniti sono sempre più pressanti le critiche al modello di governance finanziaria imposto dalla Borsa, in particolare per quanto riguarda la trasparenza e la pubblicazione dei risultati trimestrali, considerata un vincolo che spinge le aziende a perseguire obiettivi di breve periodo a scapito di strategie di lungo respiro. Lo stesso Presidente USA, Donald Trump, ha ventilato l’idea di ritoccare il modello consolidato per limitare la presentazione degli utili a sole due volte l’anno.

L’idea del ministro Urso: auto in crisi? Riconvertiamo aziende e lavoratori alle armi

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Dopo la Germania, anche l’Italia si prepara a convertire le fabbriche del settore automobilistico in industrie belliche. Ad annunciarlo è il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, in occasione di una visita in Veneto. In una tappa a Castelfranco, in provincia di Treviso, il ministro ha portato l’esempio di Berco, azienda metalmeccanica in crisi da tempo, che secondo Urso potrebbe andare incontro a una «diversificazione produttiva» puntando alla difesa con il sostegno del colosso italiano Leonardo. Come Berco molte altre, ha ribadito il ministro a Mestre: «In alcuni casi l’industria dell’automotive potrà produrre, diversificandosi, anche per l’industria della difesa perché sono in alcuni casi contigue». Le dichiarazioni di Urso fanno eco a un annuncio risalente allo scorso marzo, quando il ministro aveva aperto le porte a un eventuale piano per convertire le fabbriche del settore auto in industrie per la difesa.

Gli annunci di Urso sono arrivati in occasione di un viaggio del ministro in Veneto composto da più tappe. A Castelfranco, dove ha inaugurato una sede di Fratelli d’Italia, il ministro ha parlato di una possibile conversione di Berco, di cui è presente una fabbrica nel medesimo Comune. Berco produce componenti per automobili; l’azienda è in crisi da tempo e nel 2024 ha annunciato il licenziamento di 480 operai attivi nello stabilimento di Copparo, in provincia di Ferrara. Lo stesso ministero delle Imprese si è preso carico della crisi evitando i licenziamenti. Per quanto riguarda l’azienda «siamo in contatto con aziende importanti e significative come Leonardo e non solo, che possano rivolgersi a un comparto in crescita, come l’industria della difesa. Riconversione tanto più necessaria, alla luce degli ultimi avvenimenti, che ci fanno capire come purtroppo la guerra sia intorno all’Europa e come le minacce incombano nel nostro continente», ha detto il ministro.

Arrivato a Mestre per partecipare alla mostra “Identitalia – The Iconic Italian Brands”, Urso ha affermato che, in generale, le fabbriche del settore automotive si prestano bene alla conversione in industrie per le armi, che in questo momento risultano in forte crescita: «Ad esempio un chip si può fare per un’auto ma anche per un autoblindo», ha detto il ministro, facendo riferimento a possibili tecnologie a doppio uso civile e militare. «E ricordiamoci che Leonardo è impegnata in prima linea anche nella realizzazione di sommergibili», ha aggiunto. La possibilità di convertire sempre più fabbriche del settore automotive in siti di produzione per il settore bellico era stata preannunciata a marzo dallo stesso Urso. Tale scelta è arrivata anche in Germania, con il colosso bellico Rheinmetall che ha adocchiato lo stabilimento di Osnabrück, e con la Deutz AG di Colonia, azienda attiva nella produzione di motori e autocarri, che ha annunciato la propria intenzione di raddoppiare gli investimenti nel settore bellico. Il settore automobilistico, inoltre non è il solo a essere protagonista di possibili conversioni produttive. Durante il suo discorso a Mestre, Urso ha parlato anche di Superjet International, joint venture tra l’italiana Alenia Aermacchi e la russa Sukhoi Holding Company che produce aerei di linea. Anche in questo caso, i lavoratori dello stabilimento di Tessera, un totale di 150, «saranno riassorbiti nel perimetro di Leonardo», anche se non è chiaro dove e verso cosa verrebbero indirizzati.

Moldavia, elezioni: vince il partito della presidente con più del 50%

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Con oltre la metà delle preferenze, il Partito di Azione e Solidarietà della presidente della Moldavia, Maia Sandu, ha vinto le elezioni parlamentari del Paese. In cabina elettorale il PAS, di orientamento europeista, si è affermato con il 50,20% dei voti, seguito dal Blocco Elettorale Patriottico, una coalizione di partiti accusata di essere filorussa, che ha ottenuto il 24,18%. Con la votazione, tenutasi ieri, domenica 28 settembre, si chiude una turbolenta stagione elettorale per la Moldavia: la presidente ha accusato più volte la Russia di volere interferire nelle elezioni, e uno dei partiti di Blocco Patriottico è stato escluso a pochi giorni dall’avvio delle elezioni. La Russia ha sempre smentito le accuse.

Regno Unito: esplode la protesta contro l’introduzione dell’identità digitale

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Il 26 settembre scorso il Primo Ministro britannico Keir Starmer ha annunciato l’introduzione di un sistema di identità digitale obbligatorio per i lavoratori. La cosiddetta “Brit card” diventerà indispensabile per chiunque voglia dimostrare il proprio diritto al lavoro entro la fine della legislatura, prevista per il 2029. Una misura che Downing Street presenta come necessaria per rafforzare i controlli sull’immigrazione e per rendere “più equo” il sistema migratorio, ma che in poche ore ha scatenato un’ondata di proteste senza precedenti. L’esecutivo ha precisato che non sarà necessario portare con sé un documento fisico: l’ID sarà integrato in piattaforme digitali e potrà essere utilizzato anche per accedere a servizi pubblici come patente di guida, assistenza all’infanzia, welfare e dichiarazioni fiscali. Dettagli tecnici (biometria, governance dei dati) saranno definiti con consultazione pubblica e nuova legislazione. Londra ha già provato in passato ad andare in questa direzione: la Identity Cards Act 2006 del governo Blair avviò un registro nazionale, che fu abrogato nel 2010 con tutti i dati cancellati. La nuova mossa di Starmer riapre un dossier politicamente sensibile, promettendo che il nuovo sistema renderà più difficile l’impiego di lavoratori clandestini, ostacolando così l’immigrazione irregolare e riducendo le sacche di lavoro nero. L’ufficio del Primo Ministro parla di “modernizzazione” e di un “investimento nel futuro digitale del Regno Unito”, ma dietro la retorica governativa emergono le prime crepe: associazioni, giuristi e difensori dei diritti civili denunciano rischi concreti per la privacy, l’accessibilità e la libertà individuale.

Un sondaggio YouGov reso pubblico il giorno successivo l’annuncio mostra un Paese spaccato: il 45% degli intervistati si dichiara contrario, il 42% favorevole, mentre il 14% non si pronuncia. Il malcontento è esploso immediatamente online. Una petizione che definisce la misura «un passo avanti verso la sorveglianza di massa e il controllo digitale», ha superato in poche ore le 2,4 milioni di firme. La scadenza della petizione è fissata per il 9 gennaio 2026, e supera abbondantemente la soglia delle 100.000 firme che rende possibile un dibattito parlamentare. In diverse città si sono tenute manifestazioni spontanee, con cartelli che paragonano la Brit card a un lasciapassare orwelliano per sorvegliare la popolazione. Le critiche si concentrano soprattutto sulla possibilità che categorie fragili come anziani senza dimestichezza con le tecnologie, disoccupati o persone con redditi bassi vengano escluse da servizi fondamentali. A livello politico, la proposta ha ricompattato le opposizioni. Nigel Farage, leader del Reform Party, che i sondaggi danno oggi come prima forza politica, ha definito il progetto una “carta anti-britannica” destinata ad aumentare la burocrazia e il controllo statale senza incidere realmente sull’immigrazione. Dello stesso avviso i conservatori, guidati da Kemi Badenoch, che hanno ricordato la storica opposizione dei Tories alle carte di identità obbligatorie. Anche i liberaldemocratici si sono schierati contro, lanciando la campagna “No to Digital ID Cards” e denunciando un “ricatto digitale” che costringerebbe i cittadini a cedere dati personali per svolgere attività quotidiane. Non meno dura la voce di Jeremy Corbyn, ex leader laburista, oggi deputato indipendente e fondatore del nuovo partito Your Party. Corbyn ha parlato di un «affronto alle libertà civili», che rischia di complicare la vita ai più vulnerabili e di trasformare il rapporto tra cittadino e Stato in una forma di sorveglianza permanente. Per molti osservatori, la convergenza di critiche da destra e da sinistra indica che la battaglia sulla Brit card potrebbe diventare il vero banco di prova politico per il governo Starmer. Le resistenze sono particolarmente forti in Scozia e Irlanda del Nord: il First Minister scozzese John Swinney ha criticato duramente l’obbligatorietà della manovra, mentre a Belfast, Michelle O’Neill (Sinn Féin) ha definito la misura «ridicola e mal concepita», evocando anche un possibile contrasto con il Good Friday Agreement, uno dei più importanti sviluppi del processo di pace in Irlanda del Nord.

Oltre alla contrapposizione parlamentare, il dibattito sta assumendo un significato più profondo. Non è in discussione soltanto l’efficacia dello strumento nella lotta all’immigrazione illegale, ma l’idea stessa di cittadinanza in una società sempre più digitalizzata, in cui il Green Prass ha svolto, durante la pandemia, una funzione pilota di sperimentazione, offrendo l’impulso per accelerare il processo in corso. L’ID obbligatorio apre scenari che vanno oltre il confine britannico: in molti temono che Londra possa fare da apripista a un modello destinato a diffondersi in Europa. Proprio a Bruxelles, infatti, è in corso la sperimentazione del Digital Identity Wallet, il portafoglio elettronico che l’Unione europea vorrebbe introdurre per uniformare l’accesso ai servizi pubblici e privati degli Stati membri. Se a livello ufficiale l’UE presenta il progetto come uno strumento di semplificazione, utile per facilitare spostamenti, pagamenti e pratiche burocratiche, le critiche sollevate in Gran Bretagna ricalcano quelle già emerse in diversi Paesi europei: timori per la centralizzazione dei dati sensibili, possibilità di abusi da parte delle autorità e vulnerabilità informatiche che potrebbero trasformare l’identità digitale in una minaccia per la privacy. Nel Regno Unito l’assenza di un’alternativa cartacea acuisce il problema dell’inclusione digitale, in una nazione dove milioni di cittadini non dispongono di smartphone o competenze tecnologiche adeguate. La narrazione del governo Starmer, imperniata sulla lotta all’immigrazione e al lavoro nero, rischia dunque di mascherare un processo più ampio di controllo sociale: in gioco non vi è soltanto la gestione dei flussi migratori, ma la ridefinizione del rapporto tra libertà e sicurezza in un’epoca dominata dal digitale. Le piazze britanniche, animate da un dissenso trasversale e crescente, mostrano quanto profonda sia la frattura tra istituzioni e cittadini. Se la Brit card passerà o meno sarà deciso nei prossimi mesi, ma la battaglia politica e simbolica che ha innescato segna già un punto di svolta nel dibattito europeo sulle identità digitali.

La Commissione UE scopre i danni dell’austerità: chi è povero vive 7 anni in meno

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Chi vive in povertà nei Paesi membri dell’Unione Europea può arrivare a perdere fino a sette anni di vita rispetto a chi gode di condizioni economiche più favorevoli. È quanto emerge dall’analisi diffusa dalla Commissione europea in un rapporto in cui si evidenzia come le disuguaglianze sociali e sanitarie siano profondamente radicate e aggravate dalle politiche restrittive che hanno segnato l’ultimo decennio. Si tratta di una fotografia che smaschera una contraddizione fondamentale nel modello europeo: l’Unione che oggi denuncia le conseguenze dell’austerità è la stessa che per anni ha imposto quei vincoli che hanno compromesso diritti sociali, welfare e sanità pubblica. In una prospettiva che vorrebbe essere neutrale, l’istituzione europea afferma che «le misure di consolidamento fiscale hanno avuto un impatto negativo sulle condizioni sanitarie e sulle aspettative di vita», in particolare tra i più poveri, i più fragili, le fasce giovani e deboli. Dietro alla cifra dei cinque-sette anni di via in meno, emergono gli effetti cumulativi di tagli alla spesa sanitaria, restrizioni dei servizi sociali, compressione delle risorse per la prevenzione e una riduzione della capacità redistributiva dello Stato sociale.

L’analisi parte da un dato concreto: cure, ricoveri, farmaci e servizi sanitari rappresentano un valore che incide direttamente sul reddito reale delle famiglie. La Commissione ha, infatti, adottato un approccio innovativo per misurare l’effetto che il sistema sanitario pubblico esercita su disuguaglianza e povertà, introducendo le “Transferenze Sociali in Natura sanitarie” (health STiKs) come elemento di valutazione. Il rapporto espande lo strumento EUROMOD – finora usato per simulare imposte e trasferimenti monetari – includendo la valutazione del valore monetario dei benefici in natura (cure, prestazioni, farmaci) e integrandoli nel reddito disponibile delle famiglie. Calcolando questo “reddito in natura”, emerge che in quasi tutti gli Stati membri la sanità pubblica contribuisce a ridurre in maniera rilevante disuguaglianze e rischio di povertà, in molti casi con un effetto persino maggiore rispetto ai tradizionali trasferimenti monetari. Senza tale copertura, milioni di cittadini sarebbero costretti a sostenere privatamente spese ingenti per trattamenti essenziali, con conseguenze devastanti soprattutto per i redditi più bassi. Il rapporto mostra forti differenze tra i Paesi: dove i sistemi sanitari sono più universalistici e i costi diretti per i pazienti restano contenuti, la distribuzione è chiaramente progressiva. Al contrario, laddove i ticket e le spese private sono consistenti, le famiglie più povere finiscono per rinunciare più facilmente alle cure, accumulando bisogni non soddisfatti. Il fenomeno riguarda in particolare anziani, disoccupati e residenti nelle aree rurali, cioè le fasce già più vulnerabili. Un altro nodo cruciale riguarda la sostenibilità futura. L’invecchiamento della popolazione e l’aumento della spesa sanitaria rischiano, secondo le simulazioni fino al 2070, di spostare l’onere finanziario sulle generazioni più giovani. In assenza di correttivi, questi ultimi dovranno farsi carico di una quota crescente del sistema, mentre la capacità redistributiva tenderà a ridursi. Gli esperti della Commissione indicano che un sistema basato maggiormente sulla fiscalità generale, con imposte più progressive, potrebbe migliorare l’equità rispetto a modelli fondati quasi esclusivamente sui contributi sociali. La conclusione è netta: la sanità pubblica è uno degli strumenti più efficaci per ridurre le disuguaglianze e garantire coesione sociale, ma laddove i sistemi sono stati indeboliti da anni di austerità e tagli, questo potenziale viene drasticamente ridimensionato, lasciando esposti proprio i cittadini più fragili.

La Commissione europea non scopre, però, qualcosa di nuovo: numerosi studi accademici, rapporti nazionali e analisi indipendenti avevano già segnalato il legame tra austerità e peggioramento della salute della popolazione. In Grecia, per esempio, i dodici anni sotto il controllo della Troika hanno lasciato strascichi che ancora oggi si manifestano nei servizi pubblici e nell’efficacia del sistema sanitario del Paese, malgrado l’uscita formale dal regime di sorveglianza finanziaria: i tagli agli ospedali, il depotenziamento delle cure primarie e la crisi occupazionale hanno amplificato le disuguaglianze sociali. In Italia la ricetta europea per il periodo post-pandemico non è cambiata: austerity e licenziamenti sono stati indicati come la risposta prioritaria, come se il welfare e la salute fossero una variabile elastica, sacrificabile sull’altare dell’equilibrio di bilancio. Bruxelles, d’altra parte, non si tira indietro quando può raccomandare i tagli fondati sulla compressione del deficit e del debito pubblico. Nel 2022, la Banca Centrale Europea, con il cosiddetto “nuovo scudo anti-spread”, ha riattivato modalità di intervento simili alla Troika, imponendo condizioni rigide ai Paesi in difficoltà. Il paradosso è lampante: chi oggi denuncia gli effetti delle politiche restrittive ne è stato al tempo stesso promotore attraverso i vincoli macroeconomici che ha subordinato ai bilanci nazionali. In ambito sanitario, gli effetti si misurano non solo in anni di vita persi, ma in maggiore mortalità evitabile, peggior gestione delle malattie croniche, rinunce alle cure e disagi diffusi. Non basta denunciare i tagli senza cambiare il vincolo strutturale che li impone, legando rigore finanziario e politiche sociali. Altrimenti il monito resterà amaro: l’Unione che oggi denuncia le vittime dell’austerità è la stessa che ha imposto quelle misure.

New York, sindaco Adams si ritira da corsa rielezione a 5 settimane dal voto

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A poco più di un mese dalle elezioni municipali, Eric Adams annuncia il suo ritiro dalla campagna per la rielezione a sindaco di New York, tramite un video diffuso sui social. Rimarrà in carica fino alla fine del mandato, ma non si presenterà alle elezioni di novembre. La decisione arriva in un clima segnato da scandali, indagini poi archiviate e da un calo di consensi che lo vedeva in netto svantaggio nei sondaggi. Il passo indietro apre ora la strada agli sfidanti, tra cui il deputato progressista Zohran Mamdani, l’ex governatore Andrew Cuomo e il repubblicano Curtis Sliwa, promettendo una competizione accesa per la guida della città.

Caccia libera, il governo ci riprova: emendamenti per liberalizzare gli abbattimenti

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Dopo le polemiche della scorsa primavera, il disegno di legge che punta a stravolgere la legge sulla caccia del 1992 torna al centro del dibattito parlamentare con una pioggia di emendamenti che ne accentuano i profili più controversi. Le Commissioni Agricoltura e Ambiente del Senato sono infatti chiamate a esaminare ben 2.084 proposte di modifica al Ddl Malan, molte delle quali puntano a reintrodurre norme che il ministro Lollobrigida aveva dovuto inizialmente accantonare. Tra le proposte più radicali, la caccia in spiaggia, il declassamento dello status di protezione di lupi e sciacalli dorati, l’ampliamento delle specie cacciabili e un sostanziale depotenziamento del ruolo tecnico-scientifico dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). Uno scenario che le associazioni ambientalisti definiscono «un ritorno al Medioevo» e «un attacco frontale alla biodiversità».

Gli emendamenti saranno presumibilmente esaminati nel mese di ottobre. Nel merito, come denunciato dalle associazioni ambientaliste, le proposte più critiche riguardano la caccia nei litorali. Ben otto senatori di maggioranza hanno firmato l’emendamento 6.29 che apre alla caccia nel demanio marittimo, ovvero su scogliere e spiagge libere. Altri emendamenti, come il 6.71 e il 6.77, propongono di sopprimere del tutto il divieto, mentre il 6.78 permetterebbe di sparare negli arenili a partire dal 1° ottobre di ogni anno. Si prospettano quindi scenari inimmaginabili: fucili spianati su spiagge frequentate, mentre al largo si potrebbe sparare addirittura da imbarcazioni in movimento, come consentito dagli emendamenti 14.21 e 14.22. Sul fronte delle specie protette, l’emendamento 11.8, a firma Lega, condanna a morte l’oca selvatica, il piccione selvatico e lo stambecco, e di fatto consente la caccia dodici mesi all’anno. Altri emendamenti, come il 3.29, 3.31 e 3.32, propongono il declassamento dello status di protezione del lupo e dello sciacallo dorato, aprendo la strada ai piani di abbattimento per specie che contano poche centinaia di esemplari in Italia.

Altro capitolo cruciale è il sistematico smantellamento dei controlli e dell’autorità scientifica. L’emendamento 16.27 renderebbe di fatto impossibile l’attività delle guardie venatorie, costringendole ad agire solo in presenza di agenti di polizia. Il ruolo dell’Ispra, l’istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, verrebbe fortemente ridimensionato: l’ente passerebbe sotto il controllo della Presidenza del Consiglio e il suo parere, non più vincolante, sarebbe affiancato da quello di nuovi Istituti Regionali per la Fauna Selvatica (IRFS) di nomina politica. Emendamenti come il 5.26 eliminano addirittura il parere dell’Ispra sull’allevamento dei richiami vivi, la cui cattura viene estesa a 47 specie.

Il percorso del provvedimento è stato fin dall’inizio accidentato. Dopo la fuoriuscita delle prime bozze a maggio, che avevano scatenato un polverone, il ministro Lollobrigida aveva accusato ambientalisti e personaggi pubblici di «diffondere fake news». Tuttavia, la pressione dell’opinione pubblica aveva costretto a un parziale ripensamento e all’abbandono della via preferenziale governativa, optando per un Ddl parlamentare. Il centrodestra ha però continuato a lavorare nella direzione degli interessi della lobby venatoria, inserendo misure favorevoli ai cacciatori in altri provvedimenti, come la legge sulla montagna per aggirare il divieto di caccia nei valichi montani, e la legge Calderoli per gli abbattimenti dei lupi. Ora, con gli emendamenti presentati in Commissione, si tenta di realizzare integralmente il programma originario. «Gli emendamenti presentati dalla maggioranza aggravano ulteriormente un testo già inaccettabile, confermando la fondatezza delle preoccupazioni espresse dalle associazioni ambientaliste e smentiscono clamorosamente chi, come il ministro Lollobrigida, ci accusava di diffondere fake news», ha affermato Domenico Aiello, responsabile tutela giuridica della natura per il WWF.

Se da un lato le associazioni venatorie premono, dall’altro la società civile si mobilita, come dimostrano anche le 53mila firme già depositate per una proposta di legge popolare che chiede l’abolizione della caccia. «Queste firme sono l’ulteriore dimostrazione che i cittadini vogliono che sia garantita protezione per gli animali e la natura – ha scritto la Lega Anti-Vivisezione (LAV) in un comunicato –. Ora spetta al Parlamento ascoltare questa voce diffusa e scegliere da che parte stare: con i cacciatori (e quindi con l’interesse di pochi) o con la Costituzione, l’Europa e la stragrande maggioranza degli italiani (76%) che, secondo un sondaggio Eurispes, si dichiarano contrari alla caccia».

Gaza, Israele colpisce ospedale Al Helou e ne blocca l’evacuazione

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Almeno 90 persone, tra medici e pazienti, risultano bloccate all’interno dell’ospedale Al Helou di Gaza City dopo un bombardamento delle Forze di Difesa Israeliane, riferisce l’agenzia palestinese Wafa. La struttura ospita reparti delicati, tra cui oncologia e neonatologia, dove si trovano 12 neonati prematuri. Secondo Al Jazeera, l’ospedale è circondato da carri armati e mezzi militari israeliani, rendendo impossibile l’evacuazione. Secondo i dati del Ministero della Salute di Gaza, dallo scoppio del conflitto almeno 38 ospedali di Gaza sono stati distrutti o resi inagibili, 96 centri sanitari sono stati presi di mira e 197 ambulanze sono state distrutte o danneggiate dall’esercito israeliano.

È vero che l’Italia sta diventando un paradiso fiscale per ricchi?

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«L'Italia sta facendo una politica di dumping fiscale»: è quanto dichiarato dall’ormai ex primo ministro francese Francois Bayrou circa una settimana prima del voto di fiducia che ha determinato la caduta del suo governo. Le parole di Bayrou hanno riacceso così lo scontro diplomatico tra Italia e Francia dopo le polemiche suscitate ad agosto dalle affermazioni del ministro dei trasporti Matteo Salvini dirette contro il presidente francese Emmanuel Macron. Il politico francese ha proseguito affermando «che ormai esiste una sorta di nomadismo fiscale» per cui ognuno sceglie di andare dove è fisc...

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