Il ministro della Difesa venezuelano, Vladimir Padrino López, ha annunciato che il Paese dispiegherà navi e droni militari per pattugliare le coste del Paese. L’annuncio arriva dopo che i media statunitensi e internazionali hanno riportato che gli Stati Uniti avrebbero inviato verso il Venezuela uno squadrone anfibio composto da tre navi da guerra, un incrociatore lanciamissili, un sottomarino d’attacco rapido e un totale di 4.500 soldati per combattere il narcotraffico. Padrino López ha parlato di un «significativo» dispiegamento di forze lungo la costa caraibica, e di navi «più a nord nelle nostre acque territoriali». Il Paese invierà inoltre 15.000 soldati al confine con la Colombia per combattere i gruppi del narcotraffico.
L’agricoltura della Costiera Amalfitana diventa patrimonio dell’umanità
I terrazzamenti agricoli della Costiera Amalfitana, modellati nei secoli con la tecnica della pietra a secco e coltivati con limoni, ulivi e viti, sono entrati nel patrimonio mondiale dell’agricoltura. Il riconoscimento, attribuito dal comitato scientifico della FAO nell’ambito del programma GIAHS, porta a 102 i siti globali tutelati, con l’Italia che raggiunge quota tre insieme agli ulivi di Assisi-Spoleto e ai vitigni del Soave. La candidatura, promossa dal Comune di Amalfi, mira a valorizzare un paesaggio unico e a estendere la tutela a tutta la Costiera, rafforzando sostenibilità e difesa idrogeologica.
Turchia, non si ferma la repressione: centinaia di arresti tra gli oppositori di Erdogan
Nel silenzio stampa del mondo, gli episodi di repressione delle opposizioni in Turchia non si stanno fermando. Dopo l’avvio dell’ondata di arresti dello scorso marzo, inaugurata con l’incarcerazione del principale leader dell’opposizione, Ekrem İmamoğlu, le autorità turche hanno infatti continuato ad arrestare sindaci, politici e avvocati vicini alla maggiore forza di opposizione del Paese, il Partito Popolare Repubblicano (CHP). L’ultimo episodio risale proprio a oggi, martedì 26 agosto, con l’arresto di uno dei due legali di İmamoğlu. Erdoğan descrive la propria stretta repressiva come un’operazione di epurazione della corruzione dal Paese, per combattere «la piovra con tentacoli in tutta la Turchia e all’estero». Nel frattempo, il governo sta stringendo la morsa anche attorno ai gulenisti, i seguaci del movimento dell’ex alleato Fethullah Gülen, accusato di aver orchestrato il fallito colpo di Stato contro Erdoğan nel 2016.
L’ultimo episodio di repressione che ha coinvolto un esponente del CHP risale alla scorsa settimana. Ad essere arrestato è stato il sindaco di Beyoğlu, distretto di Istanbul, İnan Güney, assieme ad altre 44 persone; di queste, 27 sono state rilasciate sotto controllo giudiziario. Le accuse mosse a Güney sono le stesse rivolte agli altri esponenti del CHP, e lo ritraggono coinvolto in una fitta rete di frode e corruzione che affonderebbe le radici in tutto il Paese. L’arresto di Güney ha scatenato un’ondata di proteste da parte del CHP, che si è scagliato contro il presidente Erdoğan. In generale, la stretta repressiva dell’AKP (il partito del presidente) ha fatto esplodere un duro scontro con il principale partito di opposizione che, utilizzando la stessa metafora di Erdoğan, sostiene che la vera “piovra” sarebbe proprio l’AKP, «una struttura tentacolare di corruzione con molte armi, protetta dal silenzio e dall’impunità».
Prima di Güney, a luglio, le forze dell’ordine hanno portato avanti una massiccia operazione anticorruzione, che aveva portato all’arresto dei sindaci di Adana, Adalia e Adıyaman, anch’essi esponenti del CHP. Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Reuters, da gennaio a luglio le autorità turche hanno arrestato oltre 500 esponenti dell’opposizione, e di questi almeno 220 sono stati incarcerati. I sindaci arrestati sono almeno 18. Secondo il New York Times, invece, dalla stretta repressiva inaugurata a marzo con l’arresto di İmamoğlu fino a metà agosto le autorità turche hanno arrestato 390 esponenti dell’opposizione. «Eppure la posizione geopolitica di Erdoğan», fa notare il NYT, «appare solida». Il quotidiano rileva come, nonostante l’aumento di arresti e l’uso della violenza nelle manifestazioni, media e governi occidentali non dicano una parola sulla condotta dell’AKP, attribuendo tale silenzio alla posizione privilegiata che il Paese ricopre nei dialoghi con la Siria e la Russia. Qualunque sia il motivo dietro l’assenza di condanne da parte dei governi occidentali, l’unica iniziativa a sostegno del CHP emersa è stata organizzata da alcuni sindaci ed ex sindaci europei (tra cui figura l’ex sindaco di Firenze, Dario Nardella), che hanno annunciato che visiteranno Istanbul per mostrare solidarietà a İmamoğlu.
Nell’ultimo mese, il ministro dell’Interno Ali Yerlikaya ha annunciato anche gli arresti di centinaia di persone accusate di far parte di reti di corruzione, gioco d’azzardo, contrabbando, droga e cybercrimini; gli annunci delle operazioni di polizia escono con un ritmo serrato almeno due o tre volte alla settimana. I bersagli, tuttavia, oltre ai membri del CHP, sono i gulenisti. Secondo lo Stockholm Centre for Freedom, ONG ritenuta vicina al movimento del defunto predicatore islamico, nelle ultime settimane le autorità turche avrebbero arrestato almeno 49 persone affiliate ai gulenisti. Fethullah Gülen era un predicatore turco dalle posizioni neo-ottomaniste; egli riteneva che l’Islam fosse conciliabile con il secolarismo e con le idee democratiche, era vicino al dialogo con Israele e, secondo alcuni, agli Stati Uniti. Nel corso degli anni, le sue idee si diffusero molto in Turchia e, nonostante i suoi seguaci si siano sempre detti disinteressati alla politica, finirono per essere sempre più influenti. Gülen è stato un vicino alleato di Erdoğan fino al 2016, anno in cui ci fu un tentativo di golpe militare che il presidente attribuì proprio ai seguaci del predicatore. Da allora, quella che l’AKP definisce Organizzazione del Terrore Gülenista (FETÖ) è stata dichiarata un’organizzazione terroristica.
La nuova ondata di repressione in Turchia è scoppiata lo scorso marzo, con l’arresto di Ekrem İmamoğlu, sindaco di Istanbul e principale leader dell’opposizione turca. İmamoğlu è stato eletto due volte sindaco di Istanbul, la prima nel 2019 e la seconda l’anno scorso. Con l’elezione del 2019, che si dovette ripetere per decisione di Erdoğan, İmamoğlu mise fine a circa 25 anni di governo dell’AKP. Con i suoi mandati da sindaco ha acquisito grande notorietà, diventando gradualmente il principale politico dell’opposizione turca. Il raid in casa sua è avvenuto solo due giorni dopo la decisione dell’Università di Istanbul di ritirare a İmamoğlu il diploma di laurea, requisito fondamentale per candidarsi alle elezioni. İmamoğlu, inoltre, è finito più volte al centro di vicende giudiziarie che l’opposizione giudica come tentativi di delegittimazione e di ostacolare una sua possibile candidatura. Il suo arresto è avvenuto poco prima della sua conferma come candidato alle prossime presidenziali, che si dovrebbero tenere nel 2028. Tuttavia, in molti ritengono che i cittadini possano essere chiamati alle urne ben prima, così da permettere la rielezione di Erdoğan, che ha esaurito il limite di mandati. Una modifica alla Costituzione turca introdotta dallo stesso Erdoğan nel 2017, infatti, prevede una sola rielezione per presidente, ma solo se il mandato arriva a scadenza naturale. Questo significa che, in caso di scioglimento del Parlamento, il presidente può ricandidarsi anche per un terzo mandato. L’arresto di İmamoğlu ha causato un forte moto di sollevamento popolare, che ha portato all’arresto di migliaia di persone.
Romagna: tempesta abbatte 265 alberi, ma i pini “a rischio” di Lido Savio rimangono in piedi
La violenta tempesta che nel fine settimana ha colpito la riviera romagnola ha causato la caduta di 265 alberi. I pini di Lido di Savio, invece, quelli che il Comune di Ravenna vorrebbe abbattere perché ritenuti a rischio caduta, sono rimasti saldamente in piedi. A qualcuno potrebbe sembrare un paradosso, per non dire una vera e propria barzelletta: da un lato centinaia di tronchi spezzati a Milano Marittima, abbattuti da venti fino a 120 km/h, dall’altro i pini additati come pericolosi che, pur trovandosi a pochi chilometri dall’occhio del ciclone, hanno resistito alle raffiche senza muoversi di un centimetro. La contraddizione è evidente e alimenta la battaglia che da mesi porta avanti il comitato Salviamo i pini di Lido di Savio e Ravenna.
Secondo il piano approvato dall’amministrazione, finanziato con i fondi del PNRR, nel viale principale della piccola frazione balneare dovranno essere abbattuti 71 pini per lasciare spazio alla riqualificazione urbana prevista dal progetto Parco Marittimo. Un intervento da 17 milioni di euro che riguarda l’intera costa ravennate e che, secondo il Comune, non può prescindere dalla rimozione di alberi giudicati instabili. Una scelta contro cui cittadini e associazioni come Italia Nostra e WWF hanno presentato ricorsi, respinti dalla magistratura che ha condannato i ricorrenti anche al pagamento delle spese legali.
Sono state raccolte oltre duemila firme per chiedere all’amministrazione di rivedere il piano, salvando i maestosi pini che da 50 anni affiancano il viale e regalano ombra con le loro folte chiome verdi. Il Comune, da parte sua, ha sempre sostenuto che la decisione di abbatterli sia dovuta all’instabilità degli alberi, ritenuti a rischio caduta e quindi da eliminare.
Eppure la tempesta sembra avere rovesciato i ruoli: mentre a Milano Marittima e Rimini sono caduti platani, ulivi e soprattutto pini domestici, quelli di Lido di Savio, tanto discussi e già sottoposti a prove di trazione per dimostrarne la fragilità, sono rimasti intatti. Una beffa per chi, come il comitato cittadino, denuncia da tempo che le analisi del Comune siano viziate da metodi discutibili e che la rimozione dell’asfalto attorno alle radici rischi di creare instabilità piuttosto che eliminarla. Lo stesso inventore delle prove di trazione, l’esperto tedesco Lothar Wessolly, ha definito «inadeguati e fuorvianti» i test condotti su quegli alberi.
Gli attivisti parlano di un caso esemplare di “capro espiatorio”: l’albero come simbolo fragile e facile da abbattere per rassicurare la popolazione, mentre la vera sfida sarebbe quella di proteggerlo e curarlo. «Sarebbe facile gioire del fatto che i pini di Lido di Savio abbiano resistito alla tempesta – scrivono – ma il punto è un altro: gli alberi sono indispensabili per la salute pubblica, per la biodiversità, per la mitigazione delle isole di calore. Non vanno tagliati per paura, vanno salvaguardati e affiancati da nuove piantumazioni».

Gli episodi di questo fine settimana segnano un punto a favore del comitato, che però in realtà sta perdendo la sua battaglia: già nei mesi scorsi il Comune, seppur con alcune pause dovute ai ricorsi in tribunale, ha iniziato l’opera di abbattimento e ora dei 70 pini rimasti ne restano circa 40, anch’essi destinati alla stessa sorte.
Il messaggio è chiaro: se oggi si sacrificano i pini con la scusa della sicurezza, domani saranno i tetti, gli edifici e le infrastrutture a crollare di fronte alla violenza crescente degli eventi climatici estremi. La tempesta ha dunque lasciato un’eredità amara: centinaia di alberi spezzati, ma anche un paradosso che pesa come un macigno sulle scelte politiche del Comune di Ravenna.
Pakistan, pericolo inondazioni: evacuate 150mila persone
Il Pakistan ha evacuato almeno 150.000 persone nelle aree lungo tre fiumi dopo essere stata avvisata dall’India di un imminente rilascio di acqua. I due Paesi sono da giorni colpiti da intense piogge, che hanno provocato centinaia di morti e feriti. Le piogge hanno causato anche il riempimento di due dighe indiane, che Nuova Dehli vuole aprire per liberare parte dell’acqua, aumentando il rischio di inondazioni per il Paese limitrofo. Dopo un primo avviso da parte dell’India, le autorità pakistane hanno iniziato le operazioni di evacuazione. Ieri è arrivato un secondo avviso sull’imminente rilascio di acqua dalla diga di Madhpour; le operazioni di evacuazione hanno coinvolto la regione pakistana del Punjab.
Vietnam, tifone Kajiki causa tre morti e ingenti danni
Il tifone Kajiki ha colpito il Vietnam tra lunedì e martedì, causando tre morti, 13 feriti e danni a migliaia di case. I venti, con raffiche superiori a 117 km/h, e le piogge intense hanno provocato allagamenti a Hanoi e danni alle infrastrutture, incluso un blackout in diverse regioni. Oltre 28mila ettari di risaie sono stati sommersi, mentre centinaia di pali della luce sono stati abbattuti. Prima dell’arrivo della tempesta, il governo ha evacuato 600mila persone e chiuso due aeroporti. Più di 16mila soldati e 100mila soccorritori sono coinvolti nelle operazioni di emergenza.
Gaza: dall’inizio dell’aggressione militare Israele ha ucciso almeno 200 giornalisti
In seguito al deliberato attacco del 25 agosto all’ospedale Nasser, nel sud della Striscia di Gaza, in cui sono stati uccisi 5 giornalisti, il bilancio degli operatori dell’informazione uccisi dall’inizio del massacro in Palestina è di 197, secondo i dati del CPJ (Committee to Protect Journalist). Eppure, sulla base di quanto ricostruito dall’ufficio medico di Gaza, citato dall’emittente Al Jazeera, tale quota sarebbe addirittura livellata al ribasso: in tutto, i giornalisti uccisi sarebbero infatti almeno 273. Già un anno e mezzo fa quella israelo-palestinese era stata considerata la guerra più mortale di sempre per i cronisti, avendo superato ampiamente il bilancio delle uccisioni dei reporter negli altri conflitti del nostro secolo e di quello passato. Ma il dato, di giorno in giorno, non fa che peggiorare.
L’ultimo raid israeliano che, in ordine di tempo, ha preso di mira operatori dell’informazione, è quello che si è verificato ieri all’ospedale Nasser di Khan Younis, dove sono morte in tutto 20 persone. Tra queste, cinque erano giornalisti: sul colpo sono morti il fotografo Mohammad Salama, i cameraman Moaz Abu Taha e Hossam al-Masri e la fotoreporter Mariam Abu Daqqa; successivamente, a causa delle ferite riportate, è deceduto anche il giornalista freelance palestinese Ahmed Abu Aziz. Il ministero ha dichiarato che le vittime sono state uccise al quarto piano dell’ospedale in un attacco “a doppio colpo”: un missile ha colpito prima, poi un altro pochi istanti dopo, mentre arrivavano le squadre di soccorso. Ieri sera, in un altro attacco a Khan Younis, le forze israeliane hanno inoltre ucciso il corrispondente palestinese Hassan Douhan, giornalista e accademico.
Lo scorso 10 agosto, altri cinque giornalisti palestinesi di Al Jazeera erano stati uccisi presso l’ospedale Al-Shifa di Gaza City. Tra le vittime, la più nota era la corrispondente Anas al-Sharif, di 28 anni, insieme a Mohammed Qreiqeh, e ai cameramen Ibrahim Zaher, Mohammed Noufal e Moamen Aliwa. Quando sono stati colpiti, i reporter si trovavano in una tenda dedicata alla stampa accanto all’entrata principale dell’ospedale. I giornalisti impegnati a Gaza stanno infatti utilizzando gli ospedali come basi per seguire le storie delle persone ferite, di quelle che soffrono di malnutrizione e, ovviamente, di coloro che muoiono nei viaggi in ambulanza o all’interno dei nosocomi. Eppure, la mattanza dei civili perpetrata dalle forze israeliane non risparmia nemmeno loro.
Secondo il progetto Costs of War della Brown University, dal 7 ottobre 2023, data di inizio degli attacchi, a Gaza sono stati uccisi più giornalisti che nella guerra civile americana, nella prima e nella seconda guerra mondiale, nella guerra di Corea, nella guerra del Vietnam, nelle guerre nell’ex Jugoslavia e nella guerra in Afghanistan messe insieme. Secondo fonti diversificate, il 2024 è stato l’anno più mortale in assoluto per i giornalisti. In totale, stando alle statistiche della CPJ, l’anno scorso sono deceduti 78 operatori dell’informazione, mentre nel 2025 le morti (almeno quelle confermate) sarebbero 34. Reporter Senza Frontiere (RSF), che accusa l’esercito israeliano di crimini di guerra contro i giornalisti nella Striscia di Gaza, si è unita all’appello di oltre 180 organizzazioni internazionali per la sospensione dell’accordo commerciale tra l’Unione Europea (UE) e Tel Aviv. L’istanza cita la flagrante violazione da parte di Israele dei suoi impegni in materia di diritti umani nella Striscia di Gaza.
Dal 7 ottobre 2023 le autorità israeliane impediscono l’accesso indipendente della maggior parte dei giornalisti stranieri nella Striscia di Gaza: la regola pratica è che i pochi corrispondenti cui viene permesso di entrare devono farlo sotto scorta militare israeliana o con permessi eccezionali, mentre l’ingresso indipendente e non accompagnato è stato negato per mesi. Numerosi organismi per la libertà di stampa e grandi agenzie hanno lanciato appelli e denunce: il Committee to Protect Journalists e un’ampia coalizione di testate hanno chiesto «accesso immediato, indipendente e illimitato» a Gaza. Eppure, ciò non ha impedito a Tel Aviv di invitare dieci influencer internazionali nella Striscia al fine di promuovere la propaganda a proprio favore. Tutti gli influencer arrivati a Gaza stanno diffondendo sulle proprie (seguitissime) pagine social vere e proprie fake news, affermando che gli aiuti per i palestinesi ci sono, ma che Hamas li ruberebbe per mangiare a volontà sotto i tunnel e vendere il cibo a prezzi elevatissimi in modo da finanziare l’acquisto di armi, mentre l’ONU non sarebbe intenzionato a distribuirli.
La Finlandia ha inaugurato la più grande batteria di sabbia al mondo
In Finlandia è stata installata la più grande batteria di sabbia la mondo. Il modello, inaugurato a Pornainen, è alto 13 metri e largo 15 e contiene 2.000 tonnellate di steatite (pietra ollare) frantumata in sabbia. Complessivamente, questo sistema può immagazzinare fino a 100 MWh di energia per settimane, una capacità sufficiente a riscaldare l’intero centro di una città anche nel pieno dell’inverno nordico. L’accumulo di energia, specialmente quello a lungo termine, sta diventando sempre più essenziale man mano che le reti energetiche globali dipendono maggiormente da fonti variabili come il vento e il sole. I sistemi di accumulo possono catturare l’energia in eccesso per poi reimmetterla nella rete quando la domanda supera l’offerta. Nuovi tipi di batterie, come quella a sabbia, vengono sperimentate e prodotte per ovviare a problemi di efficienza ma anche per questioni di carattere ambientale e sociale.
L’impianto, gestito dalla società finlandese Polar Night Energy, è entrato in funzione nel giugno di quest’anno: ha una potenza termica di 1 MW e una capacità di accumulo di energia di 100 MWh. Questo sistema innovativo utilizza circa 2.000 tonnellate di un materiale sabbioso, in questo caso steatite frantumata, un sottoprodotto della lavorazione del produttore finlandese di caminetti Tulikivi. Così, la batteria immagazzina l’energia in forma di calore con temperature che arrivano fino a 600°C. L’energia termica accumulata viene utilizzata per alimentare il sistema di riscaldamento di Pornainen, contribuendo – nell’ipotesi più grave che non vi sia accumulo – a coprire quasi un mese di fabbisogno in estate e circa una settimana in inverno. Si prevede che questa soluzione ridurrà le emissioni annuali di CO2 di circa 160 tonnellate, ovvero quasi il 70%, eliminando completamente l’uso di petrolio e riducendo il consumo di cippato di legno del 60%.
Una batteria di sabbia è un sistema di accumulo di energia termica. A differenza delle batterie al litio che immagazzinano energia chimica, la batteria di sabbia immagazzina energia termica viene conservata in un grande serbatoio isolato riempito di sabbia. Il principio è semplice: l’elettricità in eccesso proveniente da fonti rinnovabili (come pannelli solari o turbine eoliche) viene usata per riscaldare il materiale sabbioso attraverso un sistema di resistenze. Il materiale, grazie alla sua elevata capacità termica, è in grado di immagazzinare il calore per lunghi periodi con perdite minime. Quando necessario, l’aria calda viene estratta e utilizzata per riscaldare l’acqua del sistema riscaldamento.
Le batterie di sabbia hanno costi di produzione notevolmente inferiori, stimati tra i 10 e i 20 dollari per kWh di capacità termica, a fronte dei 135-200 dollari per kWh delle batterie al litio. Questo è dovuto all’utilizzo di materiali abbondanti ed economici come la sabbia, a differenza dei minerali rari e costosi come il litio e il cobalto richiesti dalle batterie tradizionali. Le batterie di sabbia non contengono sostanze chimiche tossiche, la sabbia non si degrada con l’uso e non richiedendo complessi processi di smaltimento. Le batterie al litio, invece, presentano un impatto significativo a causa dell’estrazione dei minerali e della difficoltà di smaltimento. L’efficienza termica di una batteria di sabbia si aggira tra l’85% e il 95% mentre l’efficienza di una batteria al litio è superiore per l’immagazzinamento di elettricità (90-95%) ma è più adatta a utilizzi a breve termine, perdendo l’energia accumulata in minor tempo rispetto alla batteria di sabbia, le quali invece hanno una maggiore capacità di tenere l’energia più a lungo. Il maggior tempo di immagazzinamento è importante per risorse energetiche che non sono tutti i giorni disponibili.









