Avrebbe dovuto svolgersi a Roma il prossimo 11 settembre il Defence Summit, l'evento organizzato dal Sole24Ore dedicato a riarmo e politiche della difesa al quale avrebbero preso parte anche governo, Stati Maggiori, esercito e industrie del settore bellico. Invece, gli organizzatori hanno fatto sapere che l'evento sarà rimandato a data da destinarsi, per via «dell'acuirsi delle tensioni globali». A riferirlo è la campagna Stop Rearm Europe, che attribuisce la vittoria alla mobilitazione dal basso contro l'evento. «Vigileremo per capire se si tratti di un annullamento mascherato da rinvio (come...
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Una richiesta di informazioni di routine si trasforma in un caso di potenziale violazione della privacy e di mancanza di sensibilità verso l’universo delle disabilità. È quanto accaduto tra Marco Macrì, vigile del fuoco genovese e padre di un bimbo disabile, e Gardaland, il celebre parco divertimenti italiano. La vicenda ha inizio con una semplice email inviata a Gardaland da Macrì, che annunciava una visita familiare a settembre e chiedeva chiarimenti su bigliettazione, accesso prioritario e strutture alberghiere sensibili ai bisogni del figlio, specificando la condizione di disabilità. In risposta, il Customer Care di Gardaland lo ha avvertito che, per valutare la richiesta, il parco chiede espressamente l’invio di una «certificazione di disabilità» che sia «completa di diagnosi», specificando di aver bisogno del verbale 104 INPS completo senza omissis. Da qui la protesta di Macrì, che ha contattato L’Indipendente per fare luce sul caso, segnalando l’accaduto al Garante della Privacy.
«Per poter valutare la Sua richiesta in anticipo, La invitiamo cortesemente ad inoltrarci in allegato la certificazione di disabilità in Suo possesso (verbale 104 INPS completo, NO OMISSIS, NO Disability Card) completa di diagnosi. Una volta ricevuto quanto richiesto, inoltreremo la documentazione all’Ufficio preposto, che procederà alla valutazione del caso». Questo il contenuto della mail inviata da un impiegato di Gardaland a Macrì, visionata da L’Indipendente. Il genitore del bambino disabile ha risposto in maniera molto dura, accusando il Parco divertimenti di aver messo in atto una «prassi totalmente inappropriata e chiaramente in contrasto con le normative sulla privacy». La richiesta del parco, quindi, viene tacciata dal vigile del fuoco di essere «invasiva, contraria alla legge e profondamente indelicata». Secondo la denuncia di Macrì, risulta in palese contrasto con il GDPR (che protegge i dati sanitari come categorie particolarmente sensibili), bypassando del tutto lo strumento della Disability Card, istituita proprio per «tutelare la privacy delle persone con disabilità» senza dover «divulgare informazioni personali e delicate».
In seguito a questa presa di posizione, Gardaland ha replicato attraverso un altro impiegato, cercando di chiarire le proprie ragioni. La richiesta della certificazione completa viene motivata con l’esigenza di garantire la massima sicurezza e di erogare servizi aggiuntivi, come l’accesso prioritario, solo a chi ne ha effettivo diritto. Il parco spiega di avere un ufficio dedicato (Welcome Desk) per personalizzare l’esperienza e che, nel caso di disabilità non visibili, la certificazione sarebbe l’unico modo per accertare l’eligibilità ai servizi. Pur ammettendo di accettare la Disability Card per la sola emissione del biglietto d’ingresso, il parco ne esclude l’utilizzo per la valutazione dell’accesso prioritario.
«Al cinema, nei musei, allo stadio è sufficiente esibire la Disability Card europea, strumento ufficiale riconosciuto dall’UE e dallo Stato italiano per attestare la condizione senza rivelare dati sensibili – dice Macrì a L’Indipendente –. La prassi di Gardaland appare dunque in contrasto con le normative europee e italiane». Macrì aggiunge che il Regolamento UE 2016/679 (GDPR) e il Codice della Privacy (D.lgs. 196/2003) «stabiliscono che i dati sanitari sono “categorie particolari di dati personali”, trattabili solo con garanzie rafforzate e in stretta necessità» e dunque «chiederli via email non cifrata è una palese violazione delle regole di sicurezza». «Aggiungo che la Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia nel 2009 – conclude Macrì – sancisce il diritto di accedere alla vita culturale, ricreativa e al tempo libero senza discriminazioni né umiliazioni burocratiche». Per questo motivo, il vigile del fuoco ha inviato una PEC al Garante della Privacy chiedendo «un intervento urgente a tutela della riservatezza e della dignità delle persone con disabilità».
Che quella denunciata da Marì sia una prassi consolidata da parte di Gardaland è ampiamente riscontrabile visionando le recensioni online dell’esperienza del Parco divertimenti. «Ferragosto a Gardaland con un figlio disabile, doveva essere una bella giornata di divertimento, invece… – scrive Roberta G. sul portale Tripadvisor -. Ci presentiamo con i biglietti per tutta la famiglia e all’ingresso riservato ai disabili con l’intento di chiedere il salta coda ci viene chiesta documentazione che attesta la disabilità. Presentiamo la disability card come già fatto in altri parchi divertimento e sempre accettata, ci viene chiesto il verbale di invalidità, lo presentiamo con le scritte OMISSIS, il ragazzo ci chiede quello con la diagnosi. Al che protestiamo per violazione della privacy, ma l’addetto dice che devono averlo, altrimenti niente salta-coda (ricatto?)». In un altro commento, pubblicato nel mese di giugno, si legge: «Ho portato i miei nipoti al parco divertimento di Gardaland. Qui ho mostrato agli addetti la Disability Card ed ho chiesto cortesemente un salta fila, che mi è stato negato: chiedevano il verbale cartaceo della commissione medica dove sono scritte le patologie e credo che la richiesta vada al di là del consentito (Privacy). Ma veramente pensate che a 75 anni sia partito da Roma per scroccare un ingresso gratuito e divertirmi a fare interminabili file, ed attendere i miei nipoti che fruiscano e partecipano ai vari eventi sotto il sole?».
Il ministro degli Esteri danese, Lars Løkke Rasmussen, ha convocato l’incaricato d’affari statunitense a Copenaghen. Il ministro ha spiegato che, secondo un rapporto di intelligence, gli USA starebbero portando avanti operazioni di influenza in Groenlandia. Il presidente degli USA Donald Trump ha spesso affermato pubblicamente che l’isola, territorio danese, costituisce una risorsa strategica importante per gli Stati Uniti e che Washington vuole impossessarsene. L’incaricato d’affari è generalmente considerato la seconda carica più importante di una ambasciata, ma, dopo il termine del mandato del precedente ambasciatore, gli USA non lo hanno sostituito.
Con una mossa che creerà un precedente rilevante, il fondo sovrano norvegese, il più grande al mondo – con un patrimonio stimato in oltre 2 trilioni di dollari – ha annunciato la dismissione di investimenti dall’azienda statunitense di macchinari edili Caterpillar, oltre che da altre sei aziende. Le motivazioni, spiega il fondo, riguardano la complicità diretta nelle violenze commesse da Israele contro i palestinesi, quali la distruzione delle case e la costruzione degli insediamenti israeliani, considerati illegali dalla comunità internazionale. La decisione segue di poche settimane il rapporto della relatrice speciale ONU Francesca Albanese, nel quale Caterpillar viene citata proprio come azienda complice del governo israeliano.
Norges Bank Investment Management (NBIM), che gestisce il fondo per conto della popolazione norvegese ed è valutato circa 2 trilioni di dollari, ha detto che c’è un «rischio inaccettabile che le società contribuissero a gravi violazioni dei diritti degli individui in situazioni di guerra e conflitto». La decisione si è basata sulle raccomandazioni del suo consiglio etico, ha detto. Oltre alla statunitense Caterpillar (nota anche come CAT), NBIM disinvestirà anche da First International Bank of Israel e il suo proprietario di maggioranza FIBI Holdings, Bank Leumi Le Israel BM, Mizrahi Tefahot Bank e Bank Hapoalim BM. Le aziende avevano fornito i servizi finanziari necessari per l’attività di costruzione negli insediamenti israeliani in Cisgiordania, che erano stati «stabiliti in violazione del diritto internazionale».
In merito alla società USA di macchine pesanti da lavoro, come riportato dal Financial Times, il Consiglio di NBIM ha dichiarato: «I bulldozer prodotti da Caterpillar vengono utilizzati dalle autorità israeliane nella diffusa distruzione illegale delle proprietà palestinesi. Non c’è dubbio che i prodotti Caterpillar vengano utilizzati per commettere violazioni estese e sistematiche del diritto umanitario internazionale. L’azienda inoltre non ha implementato alcuna misura per prevenire tale uso».
La decisione arriva neanche due mesi dopo che la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha pubblicato un report in cui compaiono tutti i nomi delle grandi aziende che contribuiscono all’economia israeliana, quella che ha chiamato “economia del genocidio”. In questa lista c’è proprio anche Caterpillar. NBIM aveva una partecipazione di 2,4 miliardi di dollari nella società alla fine del 2024, rappresentando circa l’1,2% della proprietà. Il disinvestimento non è un atto isolato da parte del fondo norvegese ma si inserisce nella rigorosa politica di investimento supervisionata da un Comitato Etico indipendente che formula raccomandazioni al Ministero delle Finanze norvegese.
La mossa è molto più di una semplice transazione finanziaria: è un forte segnale politico ed etico per la comunità internazionale. Essa fornisce una validazione istituzionale significativa al movimento globale che spinge per una maggiore responsabilità aziendale nelle aree di conflitto, in particolare in Palestina. L’azione del fondo norvegese indica che la pressione degli attivisti e delle organizzazioni per i diritti umani sta finalmente traducendosi in conseguenze finanziarie concrete. L’episodio pone un precedente rilevante e mette in guardia le multinazionali che operano in contesti sensibili: la reputazione e la responsabilità sociale non sono più semplici appendici del bilancio, ma fattori cruciali che influenzano direttamente la fiducia degli investitori e, di conseguenza, la loro stabilità finanziaria.
Giornalmente non consumiamo solo prodotti. Ci nutriamo di parole, foto, video, suoni. Tutto quello che ci circonda ed entra in contatto con la nostra persona in qualche modo contribuisce a nutrire (o avvelenare) la nostra mente e, di riflesso, il nostro corpo. Il potere delle immagini è spesso sottovalutato ma, di fatto, quello che vediamo costantemente sotto forma di fotografie, video, campagne pubblicitarie, tendenze social, diventa parte di un linguaggio comune: codici estetici e visivi ai quali siamo abituati e che disegnano la realtà. Una realtà che, al momento, è popolata di immagini reali ed altrettante artificiali, prodotte da quelle intelligenze che, nutrite ad arte da milioni di elaborati generati dall’ingegno umano, sfornano remix di tutto rispetto. A volte. A volte le foto realizzate con l’AI producono reazioni controverse, come nel caso dell’ultima campagna di Guess pubblicata sul numero di agosto di Vogue America.
Una ragazza bionda, lineamenti perfetti, pelle liscia come quella di una bambola, vestita con un abito a zig zag beige e nero abbinato a una borsa e a un rassicurante sandalo tacco 10. La posa è quella tipica di milioni di campagne pubblicitarie di moda: spontanea ma con gli accorgimenti giusti, sorridente ma non troppo (nella moda le espressioni devono essere sempre un po’ sofferenti), maliziosa ma senza esagerare. Immagine patinata, ogni dettaglio al suo posto, dalle luci alle ombre funziona tutto. Se non fosse per quella minuscola dicitura a margine – alla quale solo certosini sfogliatori di riviste possono fare caso – che dichiara: «Prodotta da Seraphinne Vallora con l’intelligenza artificiale». Ed eccola lì, la prima campagna pubblicitaria con una modella “fantasma” ad atterrare sulla rivista di moda più famosa del mondo. Un momento effettivamente «storico», come lo hanno definito le fondatrici dell’agenzia di comunicazione incaricate di questo lavoro direttamente da Paul Marciano, sul quale, però, sono sorte polemiche su più livelli (nonostante l’apparizione sul web di modelle e influencer completamente generate con l’AI non sia certo una novità – ne avevamo parlato qui). Tutti si aspettavano che questo momento, prima o poi, sarebbe arrivato. Allora perché così tanto scalpore?
La modella realizzata interamente con intelligenza artificiiale da Serapine Vallora. [Seraphine Vallora]Un lavoro di questo genere, prima di tutto, fa tremare un sistema che da anni si è retto sulle competenze di fotografi, stylist, modelle e modelli in carne e ossa, truccatori, parrucchieri, set designer e una discreta quantità di assistenti, da quelli di produzione a quelli delle luci. Aprire la possibilità di fare a meno di tutto ciò, riducendo il tutto a un computer e delle idee, mette a serio rischio svariati posti di lavoro. Minacciati dall’algoritmo, professionisti del settore hanno iniziato una vera e propria mobilitazione “social”, rispondendo alla campagna con l’hashtag #realisbetter(“il reale è meglio”), mostrando il dietro le quinte del lavoro umano. Un modo per celebrare creatività e talento, visione e originalità: tutte qualità che anche l’AI più allenata, al momento, fatica ad avere. Eppure, in questo modo, si aprono nuove vie: non si tratta di sostituire totalmente fotografi e modelli, ma di dare l’opportunità, a chi lo desidera, di fare campagne pubblicitarie usando altri strumenti.
Il modo cambia, effettivamente, con un discreto risparmio di risorse, anche economiche, e con un impatto ambientale minore (spesso per fare shooting si muovono truppe di venti/trenta persone da un capo all’altro del mondo). La sostanza, però, rimane la stessa. Quello che fa rabbrividire in questa pubblicità è la totale incapacità di uscire dai canoni. Di fatto, la modella creata dall’intelligenza artificiale non è nient’altro che la copia spudorata di un modello stereotipato che le case di moda propinano da anni e anni.
Una bambola bionda, capello sapientemente ondulato (guai ai ricci!), giovane, magra ma con le curve (quelle piatte usavano negli anni ’90 sulla scia di Kate Moss), rigorosamente bianca e con gli occhi chiari, più rassicuranti di un profondo, inquietante ed anche un po’ banale iride color nocciola. E quella pelle liscia oltre ogni filtro di Photoshop, che pure si è sempre usato nella fotografia di moda, ma almeno ultimamente era limitato a ritocchi leggeri che lasciassero alle modelle un alone di umanità. Eppure, dopo anni di battaglie, dopo qualche apparizione di modelle curvy e anche agé (over 60), la moda ha fatto il giro, rimettendoci davanti agli occhi una perfezione totalmente artificiale. Una sconfitta!
Il vero problema, qui, non è tanto la “finzione”, quanto il fatto che a dare gli input per la creazione di questo nuovo personaggio così banale da essere noioso nella sua vuota perfezione, sono state due donne, due “creative” che non sono state in grado di generare niente di più né di meno di quello che ha sempre funzionato. È quello che ancora vende, sostengono, quello su cui si clicca, quello che attira l’attenzione. E così, invece di sfruttare l’AI in maniera originale, lo si fa copia-incollando canoni estetici riesumati dagli anni ’90. Facili, sicuri, socialmente accettati, a prova di maschio medio.
La domanda da porsi, dunque, non è se le modelle artificiali sostituiranno quelle reali, ma: «perché, pur avendo a disposizione uno strumento che permette di creare qualsiasi cosa, dando vita alle estetiche più variopinte e visionarie, non riusciamo a immaginare nuove bellezze?» Forse dobbiamo accettare il fatto di essere così: umani e tremendamente convenzionali.
Gli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza hanno ucciso 76 persone e ne hanno ferite 268 nelle ultime 24 ore, secondo quanto riportato dal Ministero della Salute di Gaza. Tra queste, 18 persone sono state uccise mentre cercavano aiuto. Al contempo, il dicastero ha registrato 10 decessi dovuti a carestia e malnutrizione nello stesso arco temporale, tra cui due bambini, portando il numero totale dei decessi correlati alla fame a 313, di cui 119 bambini. Il bilancio complessivo delle vittime di Israele nella Striscia supera così la quota di 62.900, con quasi 159mila feriti.
Meno di un anno dopo l’ultima crisi di governo, la Francia si trova nuovamente ad affrontare un potenziale crollo dell’esecutivo, e le ragioni sono le stesse dell’ultima volta. Il primo ministro francese François Bayrou ha infatti chiesto la fiducia all’Assemblea Nazionale per l’approvazione della legge di bilancio. Avanzata lo scorso luglio, la finanziaria per il 2026 prevede tagli in pressoché tutti i settori, dal sociale ai finanziamenti degli enti locali, e impone l’eliminazione di due giorni festivi. Escluso dai tagli, come in Italia, il settore bellico, per cui il presidente francese Macron ha chiesto un aumento della spesa di 3,5 miliardi rispetto all’anno corrente. Il voto si terrà il prossimo 8 settembre, e sembra essere destinato a fare cadere il governo: contro la finanziaria si sono infatti schierati tanto la sinistra de La France Insoumise quanto la destra di Marine Le Pen, e tutti i partiti di opposizione hanno già annunciato che voteranno contro la fiducia.
Bayrou ha annunciato che chiederà la fiducia lunedì 25 agosto, chiedendo ai partiti di opposizione di «scegliere tra caos e responsabilità». La finanziaria proposta da Bayrou prevede tagli per 43,8 miliardi di euro, con l’obiettivo di ridurre il deficit al 4,6%, contro l’attuale 5,8%. Un «anno bianco», come definito dal premier, doloroso ma necessario. Il «piano per dire “stop al debito”» prevede tagli generalizzati e misure specifiche. Tra queste ultime, una delle più contestate è stata quella di eliminare il lunedì di Pasqua e l’8 maggio, giorno della resa della Germania nazista, dal calendario dei giorni festivi; la misura, sostiene Bayrou, consentirebbe di frenare il tipico calo delle attività produttive che si registra in tali periodi dell’anno, ma è stata contestata tanto dalla destra quanto dalla sinistra.
Un’altra misura avanzata nella legge di bilancio e contestata dalle opposizioni è quella di congelare i finanziamenti sociali e le imposte, evitando dunque adeguamenti di pensioni, bonus e sussidi da una parte, e di tasse sul reddito e contributi dall’altra; sempre nel sociale, la proposta di legge prevede l’accorpamento di diversi bonus in un unico assegno. Bayrou ha proposto anche di aumentare le tasse sugli enti locali e di raddoppiare il tetto delle franchigie mediche; in ambito sanitario, il premier ha avanzato un piano per ridurre gli aiuti ai malati gravi e cronici, permettendo anche al medico di base di farli rientrare al lavoro e limitando la copertura totale dei farmaci quando lo stato di salute «non lo giustifica più».
La proposta di bilancio è stata presentata a metà luglio ed è stata sin da subito contestata da tutti i partiti di opposizione, che hanno avanzato proposte per soddisfare i bisogni della Francia, tutte rimaste inascoltate; Bayrou, dal canto suo, ha criticato i suoi oppositori, e, dopo che i dialoghi si sono arenati, i media del Paese hanno iniziato a parlare di una potenziale mozione di sfiducia bipartisan. L’annuncio del premier, insomma, arriva in un momento turbolento per la Francia, e la risposta delle opposizioni sembra preannunciare un cambio al vertice. Il Rassemblement National di Le Pen conta 123 seggi in Assemblea e ha annunciato che voterà contro la fiducia. Anche i Verdi (38 seggi) e i socialisti (66 seggi) hanno detto che si opporranno alla fiducia. Jean-Luc Mélenchon, de La France Insoumise (71 seggi), è in linea con la propria coalizione e ha chiesto le dimissioni di Macron. Queste forze da sole potrebbero far cadere il governo; a esse, tuttavia, si aggiungono i comunisti e la destra repubblicana di Eric Ciotti.
Il governo Bayrou è il terzo dell’attuale legislatura, che ha poco più di un anno. Esso è salito al potere lo scorso dicembre, dopo la caduta dell’esecutivo a guida Michel Barnier, durato appena tre mesi. Come il suo predecessore, anche quello di Bayrou è un governo di minoranza costituito dal centro macroniano e dal centrodestra repubblicano, e gode del sostegno esterno del Rassemblement National, che, pur non appoggiandolo, non vi si oppone come la sinistra. Tanto il vecchio governo Barnier quanto l’attuale governo Bayrou seguono la stessa logica politica: escludere dalla guida dell’esecutivo la sinistra, vincitrice delle elezioni, e il Rassemblement National, partito con il maggior numero di parlamentari, cercando al contempo di non scontentare almeno una delle due parti. Ancora una volta, tuttavia, la situazione di precarietà in cui versa l’economia francese ha causato una frattura che sembra difficile da risanare, facendo riemergere l’instabilità interna del Paese.
Scatta oggi, 27 agosto 2025, il raddoppio dei dazi USA sulle esportazioni indiane: dal 25% al 50%. Motivata dagli acquisti di petrolio russo da parte di Nuova Delhi, la misura — formalizzata dal Dipartimento della Sicurezza Interna — prevede una tassa base del 25% più una sovrattassa punitiva uguale. Colpisce settori tradizionali dell’export indiano come tessuti, gioielleria, calzature, mobili, chimica, pelletteria, meccanica e prodotti ittici. Restano però esclusi comparti strategici quali elettronica e semiconduttori, farmaci, auto passeggeri, acciaio, alluminio e rame, per non intaccare filiere vitali per l’industria americana.
La Global Sumud Flotilla è pronta a salpare dall’Europa verso la Striscia di Gaza. Decine di imbarcazioni, con a bordo «persone comuni (organizzatori, operatori umanitari, medici, artisti, sacerdoti, avvocati e marinai) che credono nella dignità umana e nel potere dell’azione non violenta», tenteranno di rompere l’assedio israeliano su Gaza via mare. Aprire un corridoio umanitario e porre fine al genocidio in corso del popolo palestinese sono le bussole di questa missione internazionale, che dall’Italia partirà ufficialmente il 31 agosto, dal porto di Genova. Nelle stesse ore salperanno altre imbarcazioni cariche di aiuti umanitari da Barcellona, cui si uniranno il 4 settembre rinforzi provenienti dalla Sicilia e dalla Tunisia. In queste ore tante voci provenienti dal mondo della cultura e dello spettacolo hanno dato risalto all’iniziativa, che riempie un vuoto istituzionale e ribadisce ancora una volta il sentimento del popolo italiano di fronte al massacro dei palestinesi.
«Il conto alla rovescia è cominciato. Molte barche partiranno dalla Sicilia il 4 settembre, mentre il 31 agosto barche cariche di aiuti umanitari partiranno da Genova. Questo è un movimento dal basso — dichiara Maria Elena Delia, del Consiglio Direttivo della Global Sumud Flotilla —, l’idea nasce da donne e uomini della società civile. Consapevoli che si tratta soltanto di una goccia in un oceano di bisogni, questo atto dimostra l’insofferenza e la determinazione di chi non accetta la paralisi del sistema internazionale e la complicità del nostro governo ed è pronto a intervenire per spezzare l’assedio e gettare una luce sui crimini di Israele», che proprio in queste ore sta preparando l’occupazione di Gaza City, dove attualmente vivono più di un milione di sfollati palestinesi. La Global Sumud Flotilla mette insieme le forze di tre iniziative a sostegno della Palestina: Freedom Flotilla, Global March to Gaza e Sumud Convoy, che già a inizio giugno hanno provato a rompere l’assedio israeliano sulla Striscia di Gaza, contando su migliaia di attivisti e volontari. La Freedom Flotilla ha tentato la strada marittima, mentre la Global March to Gaza e il Sumud Convoy quella terrestre. Tutte e tre hanno però trovato la repressione. Nel primo caso, l’esercito israeliano ha sequestrato l’equipaggio che portava aiuti a Gaza, rimpatriandolo dopo diversi giorni di carcere. Per quanto riguarda le iniziative via terra, a fare il lavoro sporco per Israele sono state rispettivamente le autorità egiziane e quelle libiche, che hanno bloccato migliaia di persone sul proprio territorio.
Gli attivisti provenienti da tutto il mondo hanno deciso di rispondere alla violenza e alla repressione alzando il tiro dell’organizzazione. Non più una sola imbarcazione ma un’intera flotta nonviolenta, composta da decine di imbarcazioni con a bordo centinaia di persone. Per chi resta a terra il compito di vegliare sulla missione, tenendo alta l’attenzione mediatica a suon di condivisioni,manifestazioni, scioperi. Il sito web e le pagine social della Global Sumud Flotilla sono in continuo aggiornamento (al momento risulta ancora possibile unirsi alla spedizione) e continueranno ad esserlo nel corso dei prossimi giorni. Nel nostro Paese l’iniziativa sta macinando visibilità e consensi, anche grazie ai tanti volti della cultura, dell’informazione e dello spettacolo — da Fiorella Mannoia ad Alessandro Barbero e Zerocalcare — che hanno deciso di non rimanere in silenzio.
Fino a venerdì 29 agosto, a Genova, il Global Movement to Gaza (la delegazione italiana della Global Sumud Flotilla, ndr), Music for Peace e il Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (CALP) cureranno una mobilitazione generale per la raccolta di 45 tonnellate di generi alimentari da caricare sulle barche in partenza per Gaza, in un invito all’intera cittadinanza. Non è un caso che il ramo italiano della missione umanitaria parta da Genova. La città è diventata negli ultimi tempi simbolo dell’attivismo e della solidarietà verso il popolo palestinese sotto assedio. Poche settimane fa lo sciopero dei portuali ha ad esempio impedito a tre container contenenti materiale bellico diretto a Israele di sbarcare a Genova e La Spezia. Un copione già visto a giugno, quando la collaborazione tra i lavoratori di Marsiglia, Genova e Salerno aveva boicottato un altro carico di armi destinato a Israele, che in due anni di genocidio a Gaza ha ucciso più di 60mila persone, rendendo un inferno la vita umana a suon di crimini di guerra e contro l’umanità, tra cui l’uso della fame come arma e i bombardamenti degli ospedali. L’ultimo a essere colpito è stato il complesso medico Nasser, in un attacco che ha causato almeno venti vittime, tra cui 5 giornalisti. Chi racconta il genocidio è un obiettivo costante del regime israeliano, che in due anni ha ucciso più di 200 reporter — numeri mai registrati neanche nei due conflitti mondiali.
Il ministro della Difesa venezuelano, Vladimir Padrino López, ha annunciato che il Paese dispiegherà navi e droni militari per pattugliare le coste del Paese. L’annuncio arriva dopo che i media statunitensi e internazionali hanno riportato che gli Stati Uniti avrebbero inviato verso il Venezuela uno squadrone anfibio composto da tre navi da guerra, un incrociatore lanciamissili, un sottomarino d’attacco rapido e un totale di 4.500 soldati per combattere il narcotraffico. Padrino López ha parlato di un «significativo» dispiegamento di forze lungo la costa caraibica, e di navi «più a nord nelle nostre acque territoriali». Il Paese invierà inoltre 15.000 soldati al confine con la Colombia per combattere i gruppi del narcotraffico.
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