sabato 5 Aprile 2025
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Roma: la piazza pro-Europa è stata pagata con 270mila euro di fondi comunali

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Un evento raccontato come «spontaneo», «autoconvocato dal basso» e «richiesto dai cittadini», ma in realtà organizzato e finanziato con 270mila euro di denaro pubblico. È infatti questa la cifra stanziata dal Comune di Roma per la manifestazione pro-Europa che si è tenuta lo scorso 15 marzo in Piazza del Popolo, lanciata dal giornalista di Repubblica Michele Serra e sostenuta dal sindaco Roberto Gualtieri. L’amministrazione capitolina ha coperto tutte le spese: palco, impianto audio-video, sicurezza, pulizia della piazza, transenne, logistica e persino i costi di viaggio e alloggio dei relatori. Una scelta che ha scatenato forti polemiche, con la Lega che ha presentato un esposto alla Corte dei Conti, mentre il Movimento 5 Stelle capitolino ha annunciato un’interrogazione urgente sulla vicenda.

La conferma è arrivata da funzionari della stessa amministrazione Gualtieri al Giornale, che hanno spiegato che, a detta loro, sarebbe «tutto regolare». Secondo il Campidoglio, la manifestazione non aveva finalità politiche, bensì un carattere istituzionale per promuovere i valori europei. Tuttavia, la piazza è apparsa fortemente connotata dal punto di vista partitico, con la presenza di Elly Schlein, l’appoggio del Partito Democratico e di altre forze di centrosinistra, in un contesto che ha visto contrapporsi le posizioni sul riarmo dell’Europa, con una divisione evidente tra i partecipanti. Ma soprattutto la manifestazione ha rappresentato un grande spot per la testata Repubblica, che non ha attinto ai fondi del suo gruppo o promosso una raccolta fondi privata per organizzarla, ma si è giovata di una considerevole somma elargita direttamente dalle casse della Capitale. Le spese per la manifestazione sono state gestite dalla municipalizzata Zetema, che normalmente si occupa della valorizzazione del patrimonio artistico e culturale. A carico delle casse comunali non ci sono stati solo il palco e i servizi tecnici, ma anche la pulizia straordinaria della piazza da parte di Ama, il servizio d’ordine e la gestione degli accrediti riservati alla stampa. A rendere la situazione ancora più controversa è il fatto che in passato la stessa amministrazione Gualtieri abbia negato l’utilizzo di spazi istituzionali per eventi considerati «divisivi». Nel 2022, ad esempio, fu vietato un incontro sull’educazione gender nelle scuole, mentre nel 2023 venne impedita la proiezione del documentario “Invisibili” sui danneggiati da vaccino Covid.

Dal Partito Democratico si difendono, affermando che l’evento è stato bipartisan e che la manifestazione ha visto la partecipazione anche di sindaci di centrodestra. Nel frattempo, però, la commissione Trasparenza del Comune di Roma, presieduta da Federico Rocca (Fratelli d’Italia), ha deciso di presentare un accesso agli atti per verificare i dettagli delle spese. Anche la Lega ha sollevato la questione in Parlamento, chiedendo chiarimenti sullo stanziamento dei fondi e sulla regolarità amministrativa dell’operazione, presentando l’esposto davanti alla Corte dei Conti. In un comunicato, il Movimento 5 Stelle ha annunciato un’interrogazione urgente. «Parliamo di centinaia di migliaia di euro pubblici, utilizzati anche per biglietti dei treni e altre spese di trasporto, il palco, le luci e il servizio. Tutto per una piazza che non rappresenta certo la Capitale nella sua interezza e anzi, come ben sappiamo, è estremamente divisa al suo interno anche su temi fondamentali come quello del riarmo», hanno dichiarato i pentastellati capitolini.

[di Stefano Baudino]

Repubblica Democratica del Congo: nuovi incontri di pace, il governo guarda a Trump

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Il presidente ruandese Paul Kagame e la sua controparte congolese Felix Tshisekedi si sono incontrati a Doha, in occasione di un summit trilaterale con l’Emiro del Qatar  Tamim bin Hamad Al Thani. L’incontro, inaspettato, è il primo dal lancio, nei primi giorni di quest’anno, dell’offensiva della milizia ribelle M23 nelle regioni orientali del Congo, dove questa è riuscita a conquistare i due capoluoghi regionali di Goma e Bukavu. Nella dichiarazione congiunta rilasciata insieme alla presidenza qatariota, viene chiesto un cessate il fuoco «immediato e incondizionato» e si sottolinea la necessità di «proseguire le discussioni avviate a Doha al fine di stabilire solide basi per una pace duratura come previsto nel processo di Luanda/Nairobi». 

Un incontro, quello di Doha, che arriva in un momento in cui sembrava che la diplomazia avesse fallito ancora. Mercoledì della scorsa settimana, infatti, il presidente angolano Joao Laurenco, oggi Presidente di turno dell’Unione Africana e  intermediario per le parti in lotta nelle ricche regioni orientali della RDC, aveva annunciato che questa settimana si sarebbe tenuto un incontro a Luanda tra la presidenza della RDC e i rappresentanti dell’M23 e dell’AFC (Alleanza del fiume Congo). Lunedì, 24 ore prima dell’incontro, la delegazione delle forze ribelli ha annunciato che non avrebbe partecipato ai colloqui. L’AFC, di cui fa parte l’M23, ha dichiarato di ritirarsi, da quelli che sarebbero potuti essere i primi negoziati diretti tra Kinshasa e i ribelli, a causa delle sanzioni imposte dall’Unione Europea nei confronti dell’M23 e di funzionari ruandesi. In una nota pubblicata su X l’AFC afferma che le sanzioni imposte dall’UE e singoli paesi occidentali mirano a «ostacolare i colloqui tanto attesi». 

Il Presidente della Repubblica del Ruanda Paul Kagame

Fino alla scorsa settimana era la presidenza della RDC ad aver rifiutato più volte l’incontro diretto con le milizie ribelli, sostenendo che l’M23 è solamente il braccio armato di Kigali. Accusa quest’ultima sempre negata dal Ruanda di Paul Kagame, nonostante le diverse prove fornite da indagini delle Nazioni Unite e indipendenti riguardo l’appoggio logistico di Kigali ai ribelli e la presenza di almeno 5.000 effettivi ruandesi in RDC. Dall’inizio del mese sono incominciate ad arrivare le prime sanzioni internazionali nei confronti di alcuni comandanti delle milizie ribelli, ma anche e soprattutto nei confronti del Ruanda. Prima il Regno Unito ha tagliato fondi e congelato accordi con Kigali, poi gli USA hanno sanzionato alcuni esponenti politici ruandesi e infine l’UE ha sanzionato nove individui tra  ribelli e funzionari ruandesi. Alla messa in pratica di queste sanzioni, lunedì il Ruanda ha tagliato i rapporti diplomatici con il Belgio, proprio quando l’AFC ha annunciato di non partecipare ai colloqui. Kigali ha intimato ai funzionari belga di abbandonare il territorio ruandese entro 48 ore, accusando Bruxelles di «voler sostenere un piano neo coloniale» e di «schierarsi sistematicamente contro il Ruanda». A seguito della decisione di Kigali non si è fatta attende la risposta del ministro degli Esteri belga, Maxime Prévot, che dal suo profilo X  ha definito «sproporzionata» la reazione di Kigali e ha annunciato che anche Bruxelles dichiarerà i diplomatici ruandesi persone non grate e sospenderà gli accordi governativi tra i due paesi. Ma i colloqui di Doha mostrano come le sanzioni abbiano già avuto dei risultati sul piccolo paese dei Grandi Laghi, che si trova nella necessità di mettere fine agli scontri, tanto quanto lo vuole Kinshasa. 

Ma si sa, i colloqui non sono una sicurezza e per Kinshasa la necessità di trovare una soluzione è oggi più che mai un imperativo. Dall’inizio del mese infatti ci sono stati diversi contatti tra alcuni esponenti del governo congolese e funzionari americani. Sembrerebbe che la presidenza della RDC sia disposta a trovare un accordo sulla scia di quello proposto da Washington a Kiev, per il quale l’Ucraina cede una quota del 50 percento dei ricavi minerari per usufruire di un impegno finanziario a lungo termine degli Stati Uniti. Ancora non ci sono dei dettagli su un possibile accordo, ma quello che è sicuro è che Kinshasa potrebbe cedere parte dei suoi minerali se in cambio avrà forniture militari e forse anche truppe americane schierate nei Kivu. Sempre lunedì il presidente congolese Felix Tshisekedi si è incontrato con Ronny Jackson, presentato come inviato speciale dell’amministrazione Trump in RDC. Jackson al termine dell’incontro ha dichiarato: «vogliamo lavorare affinché le aziende americane possano venire a investire e lavorare nella RDC. E per farlo, dobbiamo assicurarci che ci sia un ambiente pacifico» . Un ‘incontro che arriva una settimana dopo che Washington si è detta disposta ad aprire un dialogo con Kinshasa al fine di trovare un accordo sui minerali. «Gli Stati Uniti sono aperti a discutere di partnership in questo settore» ha dichiarato mercoledì scorso un  portavoce del Dipartimento di Stato americano, che ha precisato «sempre se il tutto rimane in linea con l’agenda America First della presidenza Trump». 

L’incontro di lunedì 17 marzo tra il Presidente della RDC, Félix Tshisekedi, e Ronny Jackson, inviato speciale dell’amministrazione Trump in RDC

Sul campo le parole servono a poco e l’offensiva dell’M23 non accenna a fermarsi. Dopo aver conquistato le due capitali regionali del Nord e Sud Kivu, rispettivamente Goma e Bukavu, i ribelli ieri sono entrati a Walikale, importante centro minerario a circa 100 chilometri da Goma. Mercoledì, tramite il profilo X dell’AFC, i ribelli hanno dichiarato di aver conquistato la cittadina di 12mila abitanti e che non serviranno dialoghi a Doha o Lunanda, perché «l’AFC non ha altra scelta che difendere il prpoprio popolo». Ormai l’M23 è a poco meno di 400 chilometri da Kisangani, quarta città del paese, e sembra pronta a conquistarla.

Durante la loro avanzata le milizie ribelli hanno incontrato una leggera resistenza da parte di diversi gruppi armati fedeli all’esercito congolese, ma nulla è bastato per frenare l’offensiva. Nemmeno le taglie che il governo di Kinshasa ha messo sulle teste dei comandanti dell’M23 e dell’AFC, sono servite. Le autorità della RDC hanno offerto una ricompensa di 5 milioni di dollari per la cattura di Corneille Nangaa, Bertrand Bisimwa e Sultani Makenga. Processati in contumacia a Kinshasa, tutti e tre gli uomini furono giudicati colpevoli e condannati a morte nell’agosto 2024. Un altro colpo alle forze congolesi è arrivato giovedì scorso, quando  la SADC (South african development community) ha dichiarato che le sue forze di pace schierate sul campo inizieranno la fase di ritiro, dopo che dall’inizio dell’anno decine di soldati schierati dai diversi paesi dell’Organizzazione regionale hanno perso la vita negli scontri con i ribelli. 

Secondo quanto riporta l’UNICEF dall’inizio dell’anno l’offensiva dell’M23 ha costretto alla fuga più di 850mila persone, la metà delle quali minori, che si aggiungono ai già presenti 7,5 milioni di sfollati interni. L’agenzia dell’ONU ha sottolineato come ci sia stato un forte aumento di gravi violazioni contro i bambini, queste includono violenza sessuale, uccisioni, mutilazioni. il reclutamento e l’uso di bambini da parte di gruppi armati. «Stiamo affrontando una crisi di protezione senza precedenti. I bambini sono presi di mira. Vengono uccisi, reclutati, strappati alle loro famiglie ed esposti a orribili violenze sessuali e fisiche» ha dichiarato Jean François Basse, rappresentante ad interim dell’UNICEF nella RDC. 

[di Filippo Zingone]

Turchia, proteste a favore del sindaco di Istanbul

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Dopo l’arresto di Ekrem Imamoglu, sindaco di Istanbul e principale leader dell’opposizione turca, i cittadini di Istanbul hanno lanciato un’ampia mobilitazione a favore del primo cittadino. Nonostante la chiusura di diverse strade e il divieto di manifestazione imposto dalle autorità turche, migliaia di manifestanti sono scesi in piazza, nei campus universitari e nelle stazioni della metropolitana, scandendo slogan antigovernativi. Secondo quanto riportato dai media locali, si sono registrati scontri tra manifestanti e polizia, che ha usato lo spray al peperoncino per disperdere la folla fuori dall’Università di Istanbul. Nei prossimi giorni sono previste altre manifestazioni.

Pakistan e Afghanistan riaprono la frontiera

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Ieri, Pakistan e Afghanistan hanno riaperto il valico di Torkham, dopo che gli scontri tra le reciproche forze di sicurezza ne avevano causato la chiusura. Secondo quanto riferito all’agenzia di stampa Reuters da un funzionario del governo pakistano, il valico di frontiera di Torkham, la principale arteria per i viaggi e il commercio tra il Pakistan e l’Afghanistan, sarà inizialmente aperto al commercio. Il valico era stato chiuso il 21 febbraio a causa di scontri tra le forze di sicurezza, scoppiati dopo la costruzione di un nuovo avamposto di confine da parte del Pakistan.

Negli ultimi dieci anni la popolazione dei lupi in Europa è più che raddoppiata

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Negli ultimi dieci anni, la popolazione di lupi in Europa è aumentata del 58%, passando da circa 12.000 a oltre 21.500 esemplari. Un risultato significativo, soprattutto in un’epoca in cui le popolazioni di grandi carnivori sono in declino in tutto il mondo. A favorire questa espansione sono state le politiche di tutela e il divieto di caccia in molti paesi, che hanno permesso al lupo di riconquistare ampie porzioni del suo habitat storico. Un ritorno accolto positivamente da molti, ma che solleva inevitabilmente interrogativi sulla convivenza con le attività umane, in particolare con l’alleva...

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Congo, l’M23 riprende l’avanzata

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I ribelli dell’M23, sostenuti dal Ruanda, si sono spinti più in profondità nel territorio congolese. L’improvvisa avanzata arriva il giorno dopo che i presidenti del Congo e del Ruanda hanno firmato un cessate il fuoco «immediato e incondizionato», in un incontro a cui avrebbe dovuto partecipare anche lo stesso M23. Secondo quanto riportato da fonti locali all’agenzia di stampa Reuters, l’M23 sarebbe entrato nella periferia della città di Walikale, che si trova in un’area ricca di minerali. Walikale si trova a circa 125 km da Goma, la città più grande del Congo orientale, conquistata dai ribelli a gennaio, e a 400 km da Kisangani, la quarta città più grande del Congo.

Gaza: il genocidio ricomincia con un massacro, l’Occidente non dice nulla

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«Israele combatterà e vincerà. Riporteremo a casa la nostra gente e distruggeremo Hamas. Non ci arrenderemo finché non raggiungeremo tutti questi obiettivi vitali». Così Benjamin Netanyahu chiude il suo messaggio alla nazione, rilasciato ieri sera dopo un’intensa giornata di bombardamenti sulla Striscia di Gaza che hanno ucciso oltre 400 persone. Tra ieri e oggi, l’esercito israeliano ha colpito tutti i governatorati della Striscia, e l’intenzione sembra quella di non fermarsi. Netanyahu ha infatti detto che l’attacco di ieri costituisce «solo un inizio» e che da ora in avanti tutti i negoziati per una tregua andranno avanti «sotto il fuoco», rilanciando la mobilitazione terrestre. Nel frattempo, l’impunità verso i crimini israeliani continua a regnare sovrana: gli Stati Uniti offrono il loro più incrollabile appoggio a Israele, mentre ONU e Unione Europea rilasciano le loro rituali condanne a Tel Aviv, come al solito, senza muovere realmente un dito.

I bombardamenti israeliani sono stati lanciati nella notte tra martedì e mercoledì 18 marzo, e sono andati avanti tutto il giorno. Nel corso di ieri e oggi sono stati attaccati tutti i governatorati: oggi, nella notte, a Rafah, nel sud della Striscia, sono state uccise almeno due persone che si trovavano presso una tenda per sfollati; nelle stesse ore, a Khan Younis analoghi attacchi hanno ucciso almeno quattro persone; a Deir al-Balah, nel centro, è stato ucciso un operatore umanitario, e altri cinque sono rimasti feriti in seguito a un attacco presso il quartier generale dell’ONU. Ucciso anche un civile presso il campo di Nuseirat, e pieno l’ospedale dei martiri di Al-Aqsa, uno dei maggiori della Striscia. Secondo i giornalisti dell’emittente Al Jazeera presenti sul campo, alcuni dei residenti starebbero preferendo non lasciare le proprie case perché non hanno «posto dove andare» né «più niente da perdere». Gaza City è stata colpita in diverse aree e quartieri, così come il governatorato di Nord Gaza, che in questo momento si trova sotto colpi di artiglieria; Israele si sta inoltre muovendo per prendere il controllo del corridoio di Netzarim, che divide il governatorato settentrionale dal resto della Striscia. In generale, dalla mattina di oggi, Israele ha ucciso 29 persone; da ieri, invece, si contano 436 morti, di cui 183 bambini. La situazione umanitaria, inoltre, resta emergenziale, con la fornitura di aiuti bloccata da settimane e le reti elettrica e idrica interrotte da giorni. A ora, circa l’85% delle strutture idriche e igienico-sanitarie di Gaza risultano contaminate o danneggiate.

L’annuncio della ripresa dei combattimenti è stato accolto con gioia dall’estrema destra israeliana di Ben Gvir, che ha deciso di rientrare nella coalizione di governo. Netanyahu, oggetto di pressioni politiche sin dalla firma degli accordi di gennaio, ha accolto a braccia aperte l’ex alleato di governo, e oggi il suo ufficio ha annunciato ufficialmente il suo rientro (e quello di altri esponenti di estrema destra) nell’esecutivo. Hamas, intanto, ha condannato le azioni israeliane e chiesto il supporto di tutte le «persone libere» del mondo, lanciando un appello alla mobilitazione globale. Il movimento palestinese, comunque, ha tenuto aperta la porta per proseguire con i negoziati, pur sottolineando che, almeno in teoria, degli accordi erano già stati raggiunti. Gli alleati e i Paesi vicini alla Palestina, oltre a supportare l’organizzazione e condannare le azioni israeliane, hanno risposto attivamente: gli Houthi, recentemente attaccati dagli Stati Uniti, hanno rilanciato le loro attività contro Israele, e l’Egitto ha annunciato che si mobiliterà per presentare il prima possibile un piano per la pace.

Dal resto del mondo, sono arrivate nella migliore delle ipotesi solo parole. Gli USA hanno rimarcato il loro supporto a Israele, sottolineando di essere stati consultati prima degli attacchi di ieri. L’Unione Europea, per voce dell’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri Kaja Kallas, ha condannato gli attacchi israeliani in una fumosa dichiarazione che chiede ad Hamas di rilasciare gli ostaggi immediatamente, strizzando l’occhio alla interpretazione di Netanyahu per cui la rottura degli accordi sarebbe stata causata dall’organizzazione palestinese. Nel corso di questi due mesi di cessate il fuoco, Israele non ha mai cessato gli attacchi, e ha ritardato i colloqui per l’implementazione della seconda fase, che prevedeva di continuare gli scambi di ostaggi e prigionieri sullo sfondo di una cessazione permanente delle ostilità e del ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia. Al suo posto, fiancheggiata dagli USA, ha proposto un semplice prolungamento della tregua temporanea.

[di Dario Lucisano]

Bangladesh, arrestato il capo di un movimento ribelle Rohingya

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Le autorità del Bangladesh hanno arrestato il leader del gruppo ribelle Rohingya dell’Arakan Rohingya Salvation Army (ARSA), Ataullah Abu Ammar Jununi. Ataullah è stato arrestato assieme ad altre dieci persone con l’accusa di omicidio, ingresso illegale, sabotaggio e attività militanti. L’arresto è avvenuto ieri, martedì 18 marzo durante un raid nella città di Narayanganj, ed è stato annunciato oggi. L’ARSA è un gruppo musulmano di etnia Rohingya che denuncia di essere perseguitato dalla maggioranza buddista della Birmania. Gli scontri con le forze birmane hanno portato a una repressione militare nel Paese, costringendo centinaia di migliaia di Rohingya a fuggire in Bangladesh.

L’Ungheria ha vietato il Pride per “proteggere i bambini”

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Con l’approvazione di un emendamento alla legge sulle assemblee, il Parlamento ungherese ha vietato lo svolgersi, a Budapest, del Pride, manifestazione che si svolge ogni anno in vari Paesi nel mondo per riportare l’attenzione sulla tutela dei diritti della comunità LGBTI. Secondo il governo, il divieto, approvato con 136 voti a favore e 27 contrari, è stato imposto al fine di «proteggere» i minori, in quanto il Pride violerebbe «i diritti dei bambini a un corretto sviluppo fisico, intellettuale e morale».

La legge sulla «protezione dei bambini» era stata approvata in Ungheria nel 2021 ed era stata rinominata dai critici “anti-LGBT”, in quanto conteneva una serie di norme discriminatorie nei confronti di questa comunità. Proprio per questo motivo, la legge era stata duramente criticata anche da Parlamento e Commissione UE, che aveva aperto una procedura di infrazione contro l’Ungheria e accusato il governo di star gradualmente e intenzionalmente «smantellando i diritti fondamentali» della popolazione. La legge vietava, tra le altre cose, la diffusione di materiale afferente alla comunità LGBTQ+ nelle scuole e nei programmi televisivi per soggetti minori di 18 anni.

Gli organizzatori del Pride hanno criticato con forza la decisione del governo, facendo notare come in questo modo i diritti dei cittadini vengano ulteriormente ristretti. «Se una protesta può essere vietata perché non piace al governo ungherese, anche le altre proteste verranno vietate» ha commentato il gruppo Budapest Pride. Dal canto suo, il presidente ungherese Orbán ha espresso piena soddisfazione per la norma approvata: «Oggi abbiamo votato per vietare gli assembramenti che violano le leggi sulla tutela dei minori. In Ungheria, il diritto di un bambino a uno sviluppo fisico, mentale, intellettuale e morale sano viene prima di tutto. Non lasceremo che l’ideologia woke metta in pericolo i nostri figli» ha dichiarato.

Associazioni per i diritti umani come Amnesty International hanno definito il provvedimento un «attacco frontale» contro la comunità LGBTI, in quanto «riporta l’orologio indietro di tre decenni, minando ulteriormente i diritti faticosamente conquistati dalle persone LGBTI in Ungheria». La legge, aggiunge Amnesty, «è solo l’ultima di una serie di misure discriminatorie adottate dalle autorità che prendono di mira e stigmatizzano le persone e i gruppi LGBTI».

C’è da dire che sono tanti i fattori che potrebbero comportare un disturbo nel corretto sviluppo dei bambini, per i quali in Ungheria (come in molti altri Paesi del mondo) non esistono tuttavia norme regolatrici. Tra questi vi è, in primo luogo, l’utilizzo di dispositivi elettronici e social network già in giovanissima età, i quali comportani danni allo sviluppo evidenziati da numerosi studiosi. Le piattaforme digitali, inoltre, sono accusate di raccogliere una immensa mole di dati sensibili dei minori, nonostante i divieti, divenendo al contempo anche il mezzo principale per la socializzazione dei ragazzi. A questo si aggiunga il contesto di violenza generalizzata nel quale vivono immersi i bambini, tra narrazioni belliciste che dominano il discorso pubblico, immagini di genocidi, venti di guerra e un generale clima di incertezza e crisi diffusa. Un contesto non certo ideale per un «corretto sviluppo fisico, intellettuale e morale» dei più piccoli. Per il governo ungherese, tuttavia, il Pride potrebbe costituire una minaccia più grande.

[di Valeria Casolaro]

Cos’è il piano dell’UE che vuole “mobilitare” 10 mila miliardi di risparmi dei cittadini?

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Mobilitare i risparmi delle famiglie per sostenere il riarmo europeo: è una delle proposte lanciate dalla Commissione europea e contenuta nel Libro Bianco per il Futuro della Difesa Europa, il documento volto a organizzare il settore degli investimenti militari e della Difesa a livello comunitario. In particolare, i vertici di Bruxelles intendono creare una Unione dei risparmi e degli investimenti per mettere in circolo i 10 mila miliardi di risparmi presenti nei conti correnti, trasformandoli in capitali di rischio e in investimenti con l’obiettivo di sostenere la competitività dell’industria europea e il riarmo: “l‘Unione dei risparmi e degli investimenti aiuterà a convogliare l’investimento privato aggiuntivo nel settore della difesa. Essa potrebbe, da sola, attrarre centinaia di miliardi aggiuntivi all’anno nell’economia europea, rafforzando la sua competitività”, si legge nel Libro Bianco. La misura prevede, per la sua realizzazione, di eliminare le barriere finanziarie tra gli Stati membri e la possibile creazione di un “conto di risparmio e investimento” per incentivare e agevolare la partecipazione dei piccoli risparmiatori al mercato dei capitali. Inoltre, sono previste nuove regole di “due diligence” nel settore finanziario e dei provvedimenti per potenziare «l’alfabetizzazione finanziaria» tra i cittadini. Il piano sui risparmi sarà discusso oggi dalla Commissione, anche sulla scia delle considerazioni e delle proposte di Mario Draghi, e ai governi nazionali verrà presentata la proposta di comunicazione sull’Unione dei risparmi e gli investimenti.

I conti di risparmio e investimento – che potrebbero essere i principali mezzi per attivare le risorse economiche private – dovrebbero essere strumenti finanziari che combinano le caratteristiche dei conti di risparmio tradizionali con opportunità di investimento, permettendo così di accumulare capitale nel tempo e ottenere rendimenti superiori rispetto ai conti deposito o ai conti correnti standard. Per invogliare i cittadini a investire le loro risorse, infatti, sarebbe previsto l’aumento dei rendimenti sui risparmi e l’ampliamento delle opportunità di finanziamento per le imprese. Secondo quanto riferito dal Sole 24 Ore, in alcuni Paesi questo strumento è già utilizzato e ha dato buoni risultati, grazie a piattaforme digitali semplici da usare, regole fiscali semplificate e rendimenti preferenziali. Non a caso, la Commissione ha in programma di presentare, entro giugno, «proposte di revisione della due diligence, della trasparenza e dei requisiti prudenziali per banche e assicuratori» con «un’ulteriore semplificazione» delle regole, una sorta di “deregolamentazione finanziaria” che dovrebbe promuovere la capacità di convogliare gli investimenti nel settore bellico. L’adozione di un provvedimento sui conti di risparmio è prevista entro settembre e potrebbe essere un provvedimento legislativo o meno a seconda della posizione di Consiglio e Parlamento.

Fondamentale, però, per mobilitare i risparmi a favore della Difesa e della competitività europea, è l’abolizione delle barriere finanziarie tra gli Stati membri. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, «le barriere tra gli Stati membri sui servizi finanziari nel mercato interno equivalgono a dazi del 100%». Di conseguenza, la «necessità di rimuovere gli ostacoli alle attività transfrontaliere, di semplificare e rendere proporzionale la regolamentazione, e di una maggiore attenzione all’educazione finanziaria» sarebbero obiettivi condivisi da Stati membri, industria finanziaria e società civile, con cui la Commissione UE si è confrontata negli scorsi mesi. Sempre secondo Il Sole 24 ore, il piano della Commissione riguarda «l’intero sistema finanziario dell’Unione» e richiede «molto coraggio» da parte delle capitali europee, in quanto comporta una inevitabile cessione di sovranità. Quest’ultima riguarda sia il piano finanziario che quello militare. Del resto, lo stesso Mario Draghi, parlando ieri in audizione al Senato sul futuro della competitività europea ha detto, in relazione all’integrazione degli eserciti europei, che «occorre definire una catena di comando di livello superiore […] in grado di distaccarsi dalle priorità nazionali».

A completare il quadro di cessione delle sovranità nazionali subentra poi la realizzazione di un sistema bancario integrato e l’Unione bancaria, fondamentali per rimuovere le barriere transfrontaliere e per il successo dell’Unione dei risparmi e degli investimenti. Il riarmo e il rilancio della competitività europea si configurano, dunque, come gli elementi cardine per raggiungere quegli obiettivi che l’Unione non ha raggiunto fino ad ora, vale a dire accentrare sempre di più il potere decisionale a livello comunitario e attingere al risparmio privato dei cittadini. Il tutto anche per risollevarsi da una crisi economico-industriale che sta pesando sulle industrie e il tessuto sociale, tanto che sta circolando l’ipotesi di una possibile riconversione del settore automobilistico verso la Difesa. Del resto, come disse il Senatore e ex primo ministro italiano Mario Monti, «non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi – e di gravi crisi – per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario». In questo caso, a pagare le conseguenze della crisi e il riarmo europeo potrebbero essere direttamente i cittadini con i loro risparmi.

[di Giorgia Audiello]