Scatta oggi, 27 agosto 2025, il raddoppio dei dazi USA sulle esportazioni indiane: dal 25% al 50%. Motivata dagli acquisti di petrolio russo da parte di Nuova Delhi, la misura — formalizzata dal Dipartimento della Sicurezza Interna — prevede una tassa base del 25% più una sovrattassa punitiva uguale. Colpisce settori tradizionali dell’export indiano come tessuti, gioielleria, calzature, mobili, chimica, pelletteria, meccanica e prodotti ittici. Restano però esclusi comparti strategici quali elettronica e semiconduttori, farmaci, auto passeggeri, acciaio, alluminio e rame, per non intaccare filiere vitali per l’industria americana.
Il Venezuela dispiega navi militari sulle coste del Paese
Il ministro della Difesa venezuelano, Vladimir Padrino López, ha annunciato che il Paese dispiegherà navi e droni militari per pattugliare le coste del Paese. L’annuncio arriva dopo che i media statunitensi e internazionali hanno riportato che gli Stati Uniti avrebbero inviato verso il Venezuela uno squadrone anfibio composto da tre navi da guerra, un incrociatore lanciamissili, un sottomarino d’attacco rapido e un totale di 4.500 soldati per combattere il narcotraffico. Padrino López ha parlato di un «significativo» dispiegamento di forze lungo la costa caraibica, e di navi «più a nord nelle nostre acque territoriali». Il Paese invierà inoltre 15.000 soldati al confine con la Colombia per combattere i gruppi del narcotraffico.
L’agricoltura della Costiera Amalfitana diventa patrimonio dell’umanità
I terrazzamenti agricoli della Costiera Amalfitana, modellati nei secoli con la tecnica della pietra a secco e coltivati con limoni, ulivi e viti, sono entrati nel patrimonio mondiale dell’agricoltura. Il riconoscimento, attribuito dal comitato scientifico della FAO nell’ambito del programma GIAHS, porta a 102 i siti globali tutelati, con l’Italia che raggiunge quota tre insieme agli ulivi di Assisi-Spoleto e ai vitigni del Soave. La candidatura, promossa dal Comune di Amalfi, mira a valorizzare un paesaggio unico e a estendere la tutela a tutta la Costiera, rafforzando sostenibilità e difesa idrogeologica.
Turchia, non si ferma la repressione: centinaia di arresti tra gli oppositori di Erdogan
Nel silenzio stampa del mondo, gli episodi di repressione delle opposizioni in Turchia non si stanno fermando. Dopo l’avvio dell’ondata di arresti dello scorso marzo, inaugurata con l’incarcerazione del principale leader dell’opposizione, Ekrem İmamoğlu, le autorità turche hanno infatti continuato ad arrestare sindaci, politici e avvocati vicini alla maggiore forza di opposizione del Paese, il Partito Popolare Repubblicano (CHP). L’ultimo episodio risale proprio a oggi, martedì 26 agosto, con l’arresto di uno dei due legali di İmamoğlu. Erdoğan descrive la propria stretta repressiva come un’operazione di epurazione della corruzione dal Paese, per combattere «la piovra con tentacoli in tutta la Turchia e all’estero». Nel frattempo, il governo sta stringendo la morsa anche attorno ai gulenisti, i seguaci del movimento dell’ex alleato Fethullah Gülen, accusato di aver orchestrato il fallito colpo di Stato contro Erdoğan nel 2016.
L’ultimo episodio di repressione che ha coinvolto un esponente del CHP risale alla scorsa settimana. Ad essere arrestato è stato il sindaco di Beyoğlu, distretto di Istanbul, İnan Güney, assieme ad altre 44 persone; di queste, 27 sono state rilasciate sotto controllo giudiziario. Le accuse mosse a Güney sono le stesse rivolte agli altri esponenti del CHP, e lo ritraggono coinvolto in una fitta rete di frode e corruzione che affonderebbe le radici in tutto il Paese. L’arresto di Güney ha scatenato un’ondata di proteste da parte del CHP, che si è scagliato contro il presidente Erdoğan. In generale, la stretta repressiva dell’AKP (il partito del presidente) ha fatto esplodere un duro scontro con il principale partito di opposizione che, utilizzando la stessa metafora di Erdoğan, sostiene che la vera “piovra” sarebbe proprio l’AKP, «una struttura tentacolare di corruzione con molte armi, protetta dal silenzio e dall’impunità».
Prima di Güney, a luglio, le forze dell’ordine hanno portato avanti una massiccia operazione anticorruzione, che aveva portato all’arresto dei sindaci di Adana, Adalia e Adıyaman, anch’essi esponenti del CHP. Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Reuters, da gennaio a luglio le autorità turche hanno arrestato oltre 500 esponenti dell’opposizione, e di questi almeno 220 sono stati incarcerati. I sindaci arrestati sono almeno 18. Secondo il New York Times, invece, dalla stretta repressiva inaugurata a marzo con l’arresto di İmamoğlu fino a metà agosto le autorità turche hanno arrestato 390 esponenti dell’opposizione. «Eppure la posizione geopolitica di Erdoğan», fa notare il NYT, «appare solida». Il quotidiano rileva come, nonostante l’aumento di arresti e l’uso della violenza nelle manifestazioni, media e governi occidentali non dicano una parola sulla condotta dell’AKP, attribuendo tale silenzio alla posizione privilegiata che il Paese ricopre nei dialoghi con la Siria e la Russia. Qualunque sia il motivo dietro l’assenza di condanne da parte dei governi occidentali, l’unica iniziativa a sostegno del CHP emersa è stata organizzata da alcuni sindaci ed ex sindaci europei (tra cui figura l’ex sindaco di Firenze, Dario Nardella), che hanno annunciato che visiteranno Istanbul per mostrare solidarietà a İmamoğlu.
Nell’ultimo mese, il ministro dell’Interno Ali Yerlikaya ha annunciato anche gli arresti di centinaia di persone accusate di far parte di reti di corruzione, gioco d’azzardo, contrabbando, droga e cybercrimini; gli annunci delle operazioni di polizia escono con un ritmo serrato almeno due o tre volte alla settimana. I bersagli, tuttavia, oltre ai membri del CHP, sono i gulenisti. Secondo lo Stockholm Centre for Freedom, ONG ritenuta vicina al movimento del defunto predicatore islamico, nelle ultime settimane le autorità turche avrebbero arrestato almeno 49 persone affiliate ai gulenisti. Fethullah Gülen era un predicatore turco dalle posizioni neo-ottomaniste; egli riteneva che l’Islam fosse conciliabile con il secolarismo e con le idee democratiche, era vicino al dialogo con Israele e, secondo alcuni, agli Stati Uniti. Nel corso degli anni, le sue idee si diffusero molto in Turchia e, nonostante i suoi seguaci si siano sempre detti disinteressati alla politica, finirono per essere sempre più influenti. Gülen è stato un vicino alleato di Erdoğan fino al 2016, anno in cui ci fu un tentativo di golpe militare che il presidente attribuì proprio ai seguaci del predicatore. Da allora, quella che l’AKP definisce Organizzazione del Terrore Gülenista (FETÖ) è stata dichiarata un’organizzazione terroristica.
La nuova ondata di repressione in Turchia è scoppiata lo scorso marzo, con l’arresto di Ekrem İmamoğlu, sindaco di Istanbul e principale leader dell’opposizione turca. İmamoğlu è stato eletto due volte sindaco di Istanbul, la prima nel 2019 e la seconda l’anno scorso. Con l’elezione del 2019, che si dovette ripetere per decisione di Erdoğan, İmamoğlu mise fine a circa 25 anni di governo dell’AKP. Con i suoi mandati da sindaco ha acquisito grande notorietà, diventando gradualmente il principale politico dell’opposizione turca. Il raid in casa sua è avvenuto solo due giorni dopo la decisione dell’Università di Istanbul di ritirare a İmamoğlu il diploma di laurea, requisito fondamentale per candidarsi alle elezioni. İmamoğlu, inoltre, è finito più volte al centro di vicende giudiziarie che l’opposizione giudica come tentativi di delegittimazione e di ostacolare una sua possibile candidatura. Il suo arresto è avvenuto poco prima della sua conferma come candidato alle prossime presidenziali, che si dovrebbero tenere nel 2028. Tuttavia, in molti ritengono che i cittadini possano essere chiamati alle urne ben prima, così da permettere la rielezione di Erdoğan, che ha esaurito il limite di mandati. Una modifica alla Costituzione turca introdotta dallo stesso Erdoğan nel 2017, infatti, prevede una sola rielezione per presidente, ma solo se il mandato arriva a scadenza naturale. Questo significa che, in caso di scioglimento del Parlamento, il presidente può ricandidarsi anche per un terzo mandato. L’arresto di İmamoğlu ha causato un forte moto di sollevamento popolare, che ha portato all’arresto di migliaia di persone.
Romagna: tempesta abbatte 265 alberi, ma i pini “a rischio” di Lido Savio rimangono in piedi
La violenta tempesta che nel fine settimana ha colpito la riviera romagnola ha causato la caduta di 265 alberi. I pini di Lido di Savio, invece, quelli che il Comune di Ravenna vorrebbe abbattere perché ritenuti a rischio caduta, sono rimasti saldamente in piedi. A qualcuno potrebbe sembrare un paradosso, per non dire una vera e propria barzelletta: da un lato centinaia di tronchi spezzati a Milano Marittima, abbattuti da venti fino a 120 km/h, dall’altro i pini additati come pericolosi che, pur trovandosi a pochi chilometri dall’occhio del ciclone, hanno resistito alle raffiche senza muoversi di un centimetro. La contraddizione è evidente e alimenta la battaglia che da mesi porta avanti il comitato Salviamo i pini di Lido di Savio e Ravenna.
Secondo il piano approvato dall’amministrazione, finanziato con i fondi del PNRR, nel viale principale della piccola frazione balneare dovranno essere abbattuti 71 pini per lasciare spazio alla riqualificazione urbana prevista dal progetto Parco Marittimo. Un intervento da 17 milioni di euro che riguarda l’intera costa ravennate e che, secondo il Comune, non può prescindere dalla rimozione di alberi giudicati instabili. Una scelta contro cui cittadini e associazioni come Italia Nostra e WWF hanno presentato ricorsi, respinti dalla magistratura che ha condannato i ricorrenti anche al pagamento delle spese legali.
Sono state raccolte oltre duemila firme per chiedere all’amministrazione di rivedere il piano, salvando i maestosi pini che da 50 anni affiancano il viale e regalano ombra con le loro folte chiome verdi. Il Comune, da parte sua, ha sempre sostenuto che la decisione di abbatterli sia dovuta all’instabilità degli alberi, ritenuti a rischio caduta e quindi da eliminare.
Eppure la tempesta sembra avere rovesciato i ruoli: mentre a Milano Marittima e Rimini sono caduti platani, ulivi e soprattutto pini domestici, quelli di Lido di Savio, tanto discussi e già sottoposti a prove di trazione per dimostrarne la fragilità, sono rimasti intatti. Una beffa per chi, come il comitato cittadino, denuncia da tempo che le analisi del Comune siano viziate da metodi discutibili e che la rimozione dell’asfalto attorno alle radici rischi di creare instabilità piuttosto che eliminarla. Lo stesso inventore delle prove di trazione, l’esperto tedesco Lothar Wessolly, ha definito «inadeguati e fuorvianti» i test condotti su quegli alberi.
Gli attivisti parlano di un caso esemplare di “capro espiatorio”: l’albero come simbolo fragile e facile da abbattere per rassicurare la popolazione, mentre la vera sfida sarebbe quella di proteggerlo e curarlo. «Sarebbe facile gioire del fatto che i pini di Lido di Savio abbiano resistito alla tempesta – scrivono – ma il punto è un altro: gli alberi sono indispensabili per la salute pubblica, per la biodiversità, per la mitigazione delle isole di calore. Non vanno tagliati per paura, vanno salvaguardati e affiancati da nuove piantumazioni».

Gli episodi di questo fine settimana segnano un punto a favore del comitato, che però in realtà sta perdendo la sua battaglia: già nei mesi scorsi il Comune, seppur con alcune pause dovute ai ricorsi in tribunale, ha iniziato l’opera di abbattimento e ora dei 70 pini rimasti ne restano circa 40, anch’essi destinati alla stessa sorte.
Il messaggio è chiaro: se oggi si sacrificano i pini con la scusa della sicurezza, domani saranno i tetti, gli edifici e le infrastrutture a crollare di fronte alla violenza crescente degli eventi climatici estremi. La tempesta ha dunque lasciato un’eredità amara: centinaia di alberi spezzati, ma anche un paradosso che pesa come un macigno sulle scelte politiche del Comune di Ravenna.
Pakistan, pericolo inondazioni: evacuate 150mila persone
Il Pakistan ha evacuato almeno 150.000 persone nelle aree lungo tre fiumi dopo essere stata avvisata dall’India di un imminente rilascio di acqua. I due Paesi sono da giorni colpiti da intense piogge, che hanno provocato centinaia di morti e feriti. Le piogge hanno causato anche il riempimento di due dighe indiane, che Nuova Dehli vuole aprire per liberare parte dell’acqua, aumentando il rischio di inondazioni per il Paese limitrofo. Dopo un primo avviso da parte dell’India, le autorità pakistane hanno iniziato le operazioni di evacuazione. Ieri è arrivato un secondo avviso sull’imminente rilascio di acqua dalla diga di Madhpour; le operazioni di evacuazione hanno coinvolto la regione pakistana del Punjab.
Vietnam, tifone Kajiki causa tre morti e ingenti danni
Il tifone Kajiki ha colpito il Vietnam tra lunedì e martedì, causando tre morti, 13 feriti e danni a migliaia di case. I venti, con raffiche superiori a 117 km/h, e le piogge intense hanno provocato allagamenti a Hanoi e danni alle infrastrutture, incluso un blackout in diverse regioni. Oltre 28mila ettari di risaie sono stati sommersi, mentre centinaia di pali della luce sono stati abbattuti. Prima dell’arrivo della tempesta, il governo ha evacuato 600mila persone e chiuso due aeroporti. Più di 16mila soldati e 100mila soccorritori sono coinvolti nelle operazioni di emergenza.








