mercoledì 28 Gennaio 2026
Home Blog Pagina 171

Le proteste per la Palestina stanno ripetutamente bloccando la Vuelta di Spagna

1

BARCELLONA – Ancora una volta la resistenza popolare scende in strada per esprimere il proprio dissenso contro il genocidio in corso a Gaza. In quest’occasione è l’ottantesima edizione de La Vuelta a España ad essere stata presa di mira dai manifestanti, che, fin dalle prime tappe della competizione, hanno agito affinché si potesse produrre un boicottaggio reale dell’evento sportivo.  A causare le proteste è, nuovamente, la partecipazione di squadre che rappresentano Israele all’interno di rassegne sportive o culturali, nonostante il genocidio e l’apartheid commessi quotidianamente dallo stato genocida a Gaza e in Cisgiordania. 

Il precedente imposto contro squadre e atleti russi ai quali, dall’inizio dell’invasione in Ucraina, è stato applicato il divieto di partecipare alle varie competizioni, se non rinunciando ai colori del proprio paese, mette in evidenza il doppio standard che in questo momento riserva, se non addirittura favorisce, ad Israele il diritto di partecipare ad ogni evento sportivo. Il paradosso è così servito: in molti casi sono le proteste o la mera presenza di bandiere palestinesi ad essere proibite.

L’invito a boicottare la Vuelta è circolato tra i vari gruppi e associazioni propalestinesi già alcune settimane prima che iniziasse la corsa. Il focus delle proteste si sta concentrando sulla partecipazione del team Israel Premier-Tech, squadra professionale israeliana che dal 2018 ha partecipato alle principali competizioni ciclistiche internazionali. Inoltre, nel corso delle settimane, la protesta si è soffermata non solo sulla presenza del team, ma anche sulle figure che finanziano e permettono la partecipazione della squadra. Tra queste spicca Sylvan Adams, imprenditore multimilionario israelo-canadese e proprietario del gruppo. Adams, che ha più volte dichiarato con orgoglio di essere sionista, è una figura vicina al premier israeliano Benjamin Netanyahu e tra i principali fautori delle politiche di softpower dello stato israeliano.

Se già durante lo svolgimento delle prime tappe nel Paese Basco la resistenza popolare aveva conseguito comunicare messaggi di sostegno alla Palestina con scritte sulla strada o attraverso l’incursione di manifestanti con bandiere palestinesi e striscioni, è durante lo svolgimento della tappa di Bilbao che la protesta ha ottenuto un risultato straordinario. Un migliaio di persone, infatti, si è radunato per le strade della città basca con l’intenzione di mostrare la propria contrarietà verso il team israeliano; la moltitudine di persone è stata tale che l’organizzazione dell’evento, quando mancavano solo venti chilometri alla fine della corsa, ha deciso di anticipare l’arrivo di tre chilometri rispetto alla meta prestabilita e lasciare così la tappa straordinariamente senza un vincitore.

Protesta anti-Israele nei pressi di una tappa de La Vuelta a España contro il genocidio e la partecipazione degli atleti israeliani alla competizione

L’occasione ha chiaramente portato a delle conseguenze: lo stesso ente organizzatore della corsa, insieme ai rappresentanti delle squadre e il sindacato dei ciclisti ha discusso a lungo sulla partecipazione della squadra israeliana. Se da un lato le motivazioni dietro all’esclusione del team possono essere motivate da ragioni di sicurezza degli atleti e dei tifosi, dall’altro indubbiamente una risposta sociale così grande non può far altro che porre sotto i riflettori una riflessione di carattere prettamente etico. Nonostante ciò, il direttore tecnico della gara, Kiko García, ha affermato che la decisione non può spettare all’organizzazione, bensì alla squadra israeliana, e che pertanto invita il team a «rendersi conto che la sua presenza non facilita la sicurezza di tutti gli altri». Se la squadra israeliana ha deciso di rimuovere la scritta “Israel” dalle maglie della squadra, per cercare di garantire la sicurezza dei propri ciclisti, la Unione Ciclistica Internazionale (UCI), principale organismo responsabile della partecipazione del team israeliano, sembra voler continuare a guardare da un’altra parte.

Il clamore mediatico scaturito dalle proteste è deflagrato alimentando il livello d’allerta da parte dell’organizzazione e delle istituzioni per le proteste previste per le tappe successive. Mentre i mezzi di comunicazione hanno iniziato ad interessarsi alle manifestazioni che si sono susseguite nei giorni seguenti, martedì 9 settembre, nella seconda tappa de La Vuelta in Galizia, intorno alla meta situata nella città di Mos la polizia ha provato a fermare con la violenza i manifestanti radunati per l’occasione.

Durante tutta la giornata si sono svolte vari cortei in più punti interessati dallo svolgimento della gara: nelle località di Poio, Arcade, Soutomaior e Baiona le associazioni propalestinesi hanno organizzato varie manifestazioni lungo il tragitto percorso dai ciclisti, per poi darsi appuntamento intorno alle 16.30 vicino al traguardo per sorprendere l’arrivo degli atleti, previsto per le 17.45. 

Nel frattempo, l’organizzazione aveva già deciso di anticipare la meta di tre chilometri, come quanto avvenuto nella tappa bilbaina, anche se in questo caso eleggendo un vincitore. Nonostante ciò, decine di agenti in assetto antisommossa della Policia Nacional e della Guardia Civil hanno raggiunto le migliaia di manifestanti con l’intenzione di liberare il passaggio (nonostante fosse già nota la decisione di non far percorrere ai ciclisti la meta finale). 

Rapidamente gli agenti hanno iniziato a caricare le persone radunate per la protesta, le quali, nonostante le manganellate e le decine di arresti, hanno creato una catena umana e sono riusciti a far retrocedere, e successivamente allontanare, le forze dell’ordine.

Le proteste segnano un momento di climax per i movimenti impegnati contro il genocidio in corso a Gaza: i due attacchi in acque tunisine alle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, l’invasione delle IDF del nord della città di Gaza, l’attacco israeliano alla delegazione di Hamas in Qatar e le misure insufficienti annunciate dal presidente spagnolo Pedro Sánchez contro il genocidio stanno rapidamente alimentando il fuoco della protesta.

L’attenzione mediatica adesso è posta sulle tappe finali dell’evento, che si terranno nella Comunità di Madrid. Numerose associazioni hanno già organizzato varie manifestazioni per impedire lo svolgimento dell’ultima tappa, che si chiuderà domenica 14 settembre nella capitale spagnola. In merito alle proteste le reazioni non si sono fatte attendere: lo stesso vincitore della tappa galiziana, il danese Jonas Vingegaard, si è pronunciato affermando che queste proteste «avvengono per una ragione, quello che sta succedendo è terribile». Alcuni esponenti della politica basca, tra cui Arnaldo Otegi, coordinatore generale del partito indipendentista Euskal Herria Bildu ed ex portavoce del braccio politico di ETA, Batasuna, ha dichiarato che «il popolo basco ha dimostrato ancora una volta di essere un referente su scala mondiale della lotta per i diritti, la solidarietà e la libertà di tutti i popoli». Diametralmente opposto è il parere del sindaco di Madrid, José Luis Almeida, figura notoriamente vicina a Israele, che ha assicurato lo svolgimento della gara nella capitale e ha promesso «tolleranza zero verso i disturbi e gli incidenti violenti».

Ancora una volta le proteste in Spagna fanno sentire il loro dissenso contro la partecipazione di Israele negli eventi culturali e sportivi. Mentre in questi giorni le squadre israeliane continuano a competere indisturbatamente nel campionato europeo di basket e nelle qualificazioni dei mondiali di calcio, l’ottantesima edizione della gara ciclistica spagnola sta mettendo in evidenza il potere della protesta. Il 14 settembre si svolgerà la tappa finale de La Vuelta, ma questa volta non si parlerà soltanto della squadra vincitrice.

La Polonia annuncia restrizioni del traffico aereo

0

Il Comando Operativo delle Forze Armate polacche ha annunciato che il Paese ha introdotto restrizioni al proprio traffico aereo lungo i suoi confini orientali con Bielorussia e Ucraina. Da quanto spiega in un comunicato, i voli nella zona soggetta alle restrizioni saranno vietati dall’alba al tramonto, per tutti gali aerei a eccezione degli aeromobili dotati di transponder che mantengono aperta una comunicazione bidirezionale con le autorità aeree, e di alcuni voli militari e speciali. La scelta di limitare il proprio traffico aereo sul confine, arriva il giorno dopo una invasione dello spazio aereo nazionale da parte di droni non identificati che la Polonia sostiene essere di origine russa.

Israele continua a bombardare tutti: adesso tocca di nuovo alla Yemen

3

L’aviazione israeliana ha lanciato un attacco aereo contro il gruppo yemenita Ansar Allah, meglio noto con il nome di Houthi. I media ufficiali del gruppo riportano che le bombe israeliane avrebbero preso di mira una struttura medica, un ufficio ministeriale, e gli uffici di due quotidiani nazionali, tutti situati nella capitale Sana’a. Colpito anche il complesso governativo ad Al Hazm, principale città del Governatorato di Al Jawf. Secondo le autorità di Ansar Allah diversi missili sarebbero stati intercettati, ma l’attacco avrebbe ucciso 35 persone, ferendone altre 131. L’offensiva contro Ansar Allah arriva in una settimana di intensa attività per l’esercito israeliano, che in soli quattro giorni ha attaccato cinque diversi Stati (contando lo Yemen), ed è accusato di averne attaccato un sesto. Stamattina, in risposta al bombardamento, l’aviazione del movimento ha lanciato un missile contro lo Stato ebraico, che pare essere stato intercettato.

L’attacco allo Yemen è stato lanciato nella sera di ieri, mercoledì 10 settembre. I media israeliani e i giornali yemeniti anti-Ansar Allah riportano che per condurre l’attacco Israele avrebbe utilizzato 10 jet e 30 bombe, e che avrebbe colpito 15 obiettivi diversi. Secondo il quotidiano israeliano Ynet, gli aerei avrebbero volato per 2.350 chilometri, facendo rifornimento in volo; in termini di distanza percorsa, sarebbe l’operazione più lunga dall’escalation del 7 ottobre. L’esercito israeliano ha dichiarato di avere preso di mira un deposito di carburante, avamposti militari, e una sede del dipartimento di informazione di Ansar Allah, venendo prontamente smentito dal gruppo: il portavoce militare del movimento, Yahya Saree, sostiene che Israele avrebbe colpito prevalentemente edifici civili, tra cui le sedi dei giornali 26 Settembre e Al Yeman, uccidendo alcuni giornalisti. I due quotidiani confermano l’attacco subito. I bombardamenti sono stati scagliati contro Sana’a e Al Hazm: nella capitale, Israele avrebbe ucciso 28 persone, ferendone altre 113; nella seconda, sarebbero state uccise 7 persone, e altre 18 sarebbero rimaste ferite. I soccorritori yemeniti stanno ancora cercando eventuali superstiti tra le macerie.

L’aggressione di ieri segue un bombardamento su Sana’a di fine agosto, nel quale Israele ha preso di mira i vertici militari e politici di Ansar Allah, riuscendo a uccidere il primo ministro del gruppo, Ahmed al-Rahawi. Esso, inoltre, è solo l’ultimo di una lunga serie di aggressioni lanciate dallo Stato ebraico negli ultimi giorni. Oltre ai quotidiani massacri a Gaza e agli altrettanto frequenti assedi in Cisgiordania, solo in questa settimana Israele ha colpito anche il sud del Libano, la Siria, e il Qatar; il più recente attacco è stato scagliato proprio contro la capitale di quest’ultimo, Doha, dove Israele ha tentato di assassinare la delegazione diplomatica di Hamas. In seguito all’aggressione, Israele ha ucciso 5 funzionari palestinesi e un militare qatariota, senza tuttavia riuscire a ledere i membri della squadra negoziale. Israele è inoltre accusato dagli attivisti della Global Sumud Flotilla di avere attaccato due imbarcazioni del gruppo attraccate a Tunisi. Entrambe le navi sono state attaccate con dei droni incendiari, la prima ieri e la seconda l’altro ieri.

L’attivista statunitense di destra Charlie Kirk è stato ucciso

0

Ieri sera, durante un dibattito presso l’Università dello Utah, negli USA, l’attivista politico Charlie Kirk è stato assassinato. Kirk era una personalità molto nota negli Stati Uniti, aperto sostenitore di Trump, per il quale ha fatto campagna elettorale; era solito dibattere con gli studenti negli atenei, rispondendo agli argomenti del pubblico lasciando il microfono aperto. Ancora ignoti autore e dinamiche dell’omicidio: secondo le ricostruzioni dei giornali, l’assassino avrebbe sparato a Kirk dal tetto di un edificio dell’università usando un fucile d’assalto. Trump ha espresso cordoglio nei confronti della famiglia, ordinando che in tutti gli edifici pubblici dentro e fuori dal Paese venisse esposta la bandiera a mezz’asta fino a domenica.

Sotto l’Atlantico è stata scoperta una nuova riserva d’acqua dolce

1

Una spedizione scientifica internazionale ha scoperto vasti depositi di acqua dolce intrappolati da millenni sotto le acque salate dell’Atlantico del Nord, al largo di Cape Cod, penisola nello Stato USA del Massachusetts. La scoperta, frutto della missione Expedition 501, potrebbe aprire nuove prospettive per affrontare la crescente emergenza idrica globale. I ricercatori hanno estratto circa 50.000 litri di campioni, alcuni dei quali hanno registrato una salinità di appena 4 parti per mille: un valore molto inferiore al contenuto medio di sale degli oceani, pari a 35 parti per mille.
Incoragg...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

Francia, scontri con la polizia e centinaia di arresti durante le mobilitazioni antigovernative

6

Dopo mesi dal lancio della mobilitazione, oggi, mercoledì 10 settembre, in Francia, è iniziata la giornata di blocco totale del Paese. I cittadini sono scesi in piazza all’insegna del motto “Boicottaggio, Disobbedienza, Solidarietà” (in quello che sembrerebbe un richiamo alla campagna BDS contro lo Stato di Israele), per contestare le politiche di austerità e la manovra finanziaria proposta dal dimissionario premier Bayrou. La parola d’ordine era una sola, “indigniamoci”, e i cittadini l’hanno presa alla lettera: i manifestanti hanno interrotto le autostrade, bruciato copertoni, divelto pali e cartelli, travolgendo le regioni di tutta la Nazione, mentre a Parigi il nuovo premier Sébastien Lecornu inaugurava il proprio primo giorno da presidente del Consiglio. Per l’occasione, le autorità hanno schierato 80mila agenti in tutto il Paese; nell’arco di una manciata di ore sono state arrestate centinaia di persone e sono scoppiati violenti scontri tra polizia e manifestanti.

Le manifestazioni in Francia hanno interessato tutto il Paese e sono iniziate sin dalla mattina. A Rennes a partire dalle 9, è stata completamente bloccata la tangenziale. Un video che circola online mostra lunghe code sulla strada e un gruppo di manifestanti con in mano cartelli stradali, situato dietro a delle recinzioni da cantiere in metallo; pare inoltre che sia stato dato fuoco a un autobus. La strada è stata bloccata anche a Quimper, dove tuttavia le forze dell’ordine sono intervenute per allontanare i manifestanti; analoga situazione ad Arles. Ad Aubagne è stato bloccato un tratto stradale della A50 (in direzione Marsiglia), nel dipartimento di Charente è stata bloccata la Statale 10, a Frontignan, a Sète, a Pontivy, e a Saint Brieuc sono state invase le strade cittadine, e a Clermont Ferrand ci sono stati scontri tra manifestanti e polizia; strade bloccate anche a Lione, sulla Statale 7, e a Marsiglia, dove i manifestanti hanno gettato a terra cassonetti della spazzatura e invaso una sede della catena di supermercati Carrefour; è stato interrotto anche il traffico della autostrada A1. A Tolosa sono stati schierati agenti in tenuta antisommossa: qui, le manifestazioni per strada hanno causato incendi e blocchi del traffico, e i dimostranti hanno divelto pali e cartelli stradali.

Gli episodi di maggior violenza sembrano essersi verificati a Parigi. Nella capitale, in zona Port de Vincennes i manifestanti hanno appiccato il fuoco in strada, e migliaia di persone hanno invaso i viali, impedendo alle auto di circolare. Una analoga situazione si è registrata a Port de Montreuil, a Boulevard Magenta, sulla tangenziale cittadina, e davanti alla stazione di Parigi Nord. In diverse aree della capitale, ci sono stati scontri con la polizia: nel secondo arrondissement, le forze dell’ordine hanno lanciato lacrimogeni verso i manifestanti mentre si trovavano nei pressi di una scuola materna; in centro, decine di poliziotti in tenuta antisommossa hanno caricato un gruppo di manifestanti provando a farli indietreggiare; scontri anche a Place de la Nation, alla stazione Parigi Nord e a quella di Parigi Est.

Per prepararsi alle manifestazioni, le autorità hanno dispiegato un totale di 80mila membri delle forze dell’ordine, che hanno effettuato cariche e arresti in tutto il Paese. Nell’arco delle prime due ore di manifestazione, sono state arrestate oltre 200 persone, di cui almeno 130 nella sola città di Parigi; a ora il bilancio degli arrestati è di 327 persone. Proprio nella capitale, la giornata di mobilitazione è coincisa con la cerimonia di insediamento del premier Lecornu, alimentando ancora di più le proteste parigine. Il movimento del 10 settembre era effettivamente nato per contestare le politiche del Paese, giudicate sempre più lontane dalle esigenze dei cittadini. Con i mesi, esso è finito per muoversi contro la proposta di bilancio avanzata dall’appena dimessosi premier Bayrou, con la quale il primo ministro proponeva un «anno bianco» per le spese sociali, tagliando giorni di ferie dal calendario, congelando i finanziamenti e le spese previdenziali, e un aumento delle franchigie mediche. Contro di essa si è mossa l’intera opposizione, e Bayrou ha chiesto un voto di fiducia, che lunedì 8 settembre è finito per fare crollare il governo.

Israele ha bombardato la capitale dello Yemen

0

L’aviazione israeliana ha lanciato un attacco aereo contro il gruppo yemenita Ansar Allah, meglio noto con il nome di Houthi. Secondo i media ufficiali del gruppo, le bombe israeliane avrebbero preso di mira una struttura medica, un ufficio ministeriale, e gli uffici di un quotidiano nazionale, tutti situati nella capitale Sana’a. Colpito anche il complesso governativo ad Al Hazm, principale città del Governatorato di Al Jawf. Secondo le autorità di Ansar Allah diversi missili sarebbero stati intercettati, ma l’attacco avrebbe ucciso 9 persone, ferendone altre 118. Dopo il bombardamento, Il gruppo ha rilanciato la propria campagna di sostegno al popolo palestinese e ha affermato che l’aggressione di oggi non sarebbe rimasta impunita.

Indonesia, inondazioni a Bali: almeno 12 morti

0

L’isola indonesiana di Bali, una delle maggiori mete turistiche del Paese, è stata colpita da una forte ondata di piogge, che ha causato diverse inondazioni. Le piogge sono iniziate nella sera di ieri, martedì 9 settembre, e hanno causato il crollo di due edifici nella capitale dell’isola, Denpasar, uccidendo almeno quattro persone. I soccorritori sono a lavoro per cercare eventuali superstiti sotto le macerie. In totale, l’inondazione ha causato la morte di 12 persone.

Soldati israeliani in vacanza in Italia: il governo chiamato a rispondere in Parlamento

2

L’Italia continua a essere meta dei soldati israeliani, che sin dal 2024 giungono nella Penisola per “decomprimere” dopo lo stress derivato dal genocidio palestinese. Stando a quanto si apprende da fonti di stampa e dai gruppi parlamentari di opposizione, i militari avrebbero scelto come mete la Sardegna e le Marche, dove sarebbero presenti in mera veste di turisti. Eppure, i membri dell’IDF giunti nel nostro Paese sarebbero “monitorati” da agenti della DIGOS, che ne registrerebbero gli spostamenti per evitare eventuali attacchi alla loro persona, fungendo di fatto come loro scorta. Di fronte alle proteste della società civile, il Movimento 5 Stelle – seguito a ruota da AVS e dal PD – ha annunciato la presentazione di interrogazioni parlamentari: il governo è chiamato a spiegare se e in quale misura abbia avuto ruolo nell’organizzazione, nell’accoglienza o nella tutela di queste trasferte.

Secondo le ricostruzioni, non si tratterebbe di episodi isolati, ma di una pratica consolidata almeno dal 2024, proseguita anche nell’anno corrente. I militari, in gruppi di decine di persone, vengono ospitati in resort di lusso, come il Mangia’s resort a Baia Santa Reparata in Sardegna, o in case private nelle Marche, tra località come Sirolo, le Grotte di Frasassi e Porto San Giorgio. Fonti informate, citate dall’agenzia ANSA, hanno precisato che non esiste una «tutela di gruppi o delegazioni di militari israeliani in quanto tali», ma un monitoraggio di «turisti che potrebbero essere soggetti a minacce» perché considerati sensibili nel contesto del conflitto e delle mobilitazioni pro-Palestina. L’Italia sarebbe stata scelta come meta perché considerata «Paese amico e sicuro». La scoperta dei soldati israeliani in vacanza in Italia ha scatenato immediate proteste da parte di attivisti locali, come il gruppo Lungoni per la Palestina, che hanno organizzato sit-in davanti ai resort. Consiglieri regionali sardi hanno inviato una lettera alla Geasar, gestrice dell’aeroporto di Olbia, chiedendo la sospensione del volo per Tel Aviv, spiegando che non si possono concedere attività turistiche a un governo «che deve rispondere di crimini di guerra e violazioni del diritto internazionale».

Il primo gruppo politico a sollevare la questione in entrambi i rami del Parlamento è stato il M5S. «Ho depositato un’interrogazione parlamentare urgente per chiedere al governo come sia possibile la presenza regolare di tali militari in vacanza sul nostro territorio – ha scritto sui propri canali social la deputata pentastellata Stefania Ascari – Esistono degli accordi tra il Governo italiano e lo Stato terrorista Israele? C’è qualcuno che li protegge? Ospitare questi soldati colpevoli di crimini di guerra e contro l’umanità, per cui la Corte Penale internazionale ha emesso mandati di arresto verso chi li ordina, è di una gravità inaudita». Le ha fatto eco la senatrice M5S al Senato Alessandra Maiorino, che ha annunciato il deposito di una interrogazione parlamentare a Palazzo Madama «per fare chiarezza su quanto riportato dalla stampa e capire chi ha spalancato le porte a questa oscena operazione, mentre a Gaza continua il genocidio e si continua a morire di fame e di sete». Anche PD e AVS si sono uniti al coro, chiedendo conto dell’ennesimo presunto tassello della «complicità politica e morale» tra Roma e Tel Aviv e censurando i «tentennamenti» di Palazzo Chigi sulla questione.

A Berlino il sabotaggio del complesso militare ha causato un grande blackout

2

Ieri un blackout ha paralizzato per diverse ore la zona meridionale di Berlino. L’incendio — doloso secondo le prime ricostruzioni della polizia — di due tralicci dell’alta tensione ha lasciato case e negozi senza corrente, per un totale di 40mila utenze. È stato costretto a fermarsi anche il complesso militare-industriale situato nel quartiere Adlershof, tra i più grandi parchi tecnologici d’Europa. Il sabotaggio è stato presto rivendicato da «alcuni anarchici» che hanno firmato una lettera-comunicato pubblicata su Indymedia, dove si legge: «Chiediamo ai residenti che ne sono stati colpiti di essere indulgenti, non era affatto nostra intenzione. Tuttavia, consideriamo questo danno collaterale giustificabile, in contrasto con la distruzione della natura e la sottomissione spesso mortale delle persone, di cui molte delle aziende con sede qui sono responsabili giorno dopo giorno».

Dalle tre del mattino di martedì migliaia di case e negozi berlinesi sono rimasti senza corrente, con disservizi segnalati per buona parte della giornata. Con semafori e tram fuori uso il traffico è andato presto in tilt, rendendo difficile la circolazione. Per diverse ore ha smesso di funzionare il parco tecnologico di Adlershof, nella zona meridionale della capitale tedesca. Il complesso militare-industriale si estende su un’area di 4,6 chilometri quadrati, contando al suo interno più di 1300 aziende e istituti di ricerca impegnati in diversi settori, tra cui IT, robotica, biotecnologia, aerospaziale, IA e armi. A quanto pare, il parco tecnologico di Adlershof sarebbe finito al centro di un sabotaggio compiuto da anarchici, i quali hanno rivendicato l’incendio dei due tralicci che ha causato il blackout a Berlino. «I loro slogan pubblicitari di innovazione, sostenibilità e progresso — si legge nella lettera firmata da «alcuni anarchici» e pubblicata su Indymedia — non sono altro che una manovra fuorviante per distrarre dal fatto che in realtà costruiscono strumenti di morte e distruzione. Ogni modello di business presente nel parco tecnologico di Adlershof funziona come stabilizzante del sistema ed è, tra l’altro, un prodotto di interessi militari. Le loro tecnologie sono la garanzia della sopravvivenza della macchina capitalista della morte. Pertanto, sono tutti l’obiettivo della nostra azione». La polizia tedesca ha confermato la natura dolosa dell’incendio e indaga su quanto dichiarato dagli anarchici.

Il sabotaggio del complesso militare-industriale berlinese non è un caso isolato. In Europa aumentano i casi simili, soprattutto a sostegno del popolo palestinese e contro Israele, che continua a ricevere armi dai partner europei, tra cui la Germania, capofila nel continente e seconda soltanto agli Stati Uniti per carichi militari venduti allo Stato ebraico.