mercoledì 21 Gennaio 2026
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Resort, startup e pulizia etnica: pubblicato il piano criminale per la Gaza del futuro

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Il documento denominato Gaza Reconstitution, Economic Acceleration and Transformation Trust (GREAT Trust), propone la completa trasformazione della Striscia di Gaza in un hub turistico e tecnologico di lusso. Il piano è stato elaborato da alcuni degli stessi israeliani che hanno creato e avviato la controversa Gaza Humanitarian Foundation (GHF), sostenuta da Stati Uniti e Israele, mentre la pianificazione finanziaria è stata curata da un gruppo che all’epoca lavorava per il Boston Consulting Group. L’immaginario proposto dal documento è quello di una Gaza proiettata verso un futuro scintillante, con skyline ispirati a Dubai, distretti digitali hi-tech, centri congressuali, parchi urbani e resort balneari destinati a un turismo globale. La devastazione attuale viene cancellata e sostituita con una vetrina di modernità e investimenti. In realtà, leggendo con attenzione le 38 pagine del documento, si scopre che la sua premessa fondamentale è il trasferimento “volontario” di circa due milioni di palestinesi presentata come scelta opzionale, ma che nei fatti equivale a una deportazione soft, resa possibile dall’uso di incentivi economici in un contesto di devastazione totale. Il progetto GREAT Trust è un’operazione di ingegneria demografica travestita da ricostruzione. La sua logica non è quella della rinascita, ma della sostituzione: i palestinesi vengono spinti a lasciare la loro terra sotto la pressione di incentivi che mascherano un contesto coercitivo, mentre Gaza viene ridisegnata come parco giochi per investitori, startup e turisti.

La “Trump Gaza Riviera”

Il presidente Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu in un incontro alla Casa Bianca. Luglio 2025

Non è chiaro se la proposta dettagliata e completa del GREAT Trust sia ciò che l’amministrazione Trump ha in mente, ma stando a fonti interpellate dal Washington Post, che ha reso pubblico il piano, alcuni elementi importanti della pianificazione sarebbero stati specificamente progettati per realizzare la visione del presidente americano di una “Riviera del Medio Oriente”. Dopo la promessa della Casa Bianca di possedere e “riqualificare” Gaza, spingendosi oltre il linguaggio diplomatico e rivendicando un ruolo diretto di appropriazione e trasformazione del territorio, il 26 febbraio, Trump pubblicò sul suo social Truth un video generato dall’intelligenza artificiale che divenne virale: in quella clip, battezzata “Trump Gaza”, appariva una versione surreale della Striscia completamente reinventata come resort di lusso sul modello di Dubai. Le immagini mostravano Trump e Netanyahu rilassati in costume da bagno, una statua dorata del presidente stagliata sul lungomare, Elon Musk che ballava mentre dal cielo piovevano banconote, e figure grottesche di uomini barbuti che danzavano in abiti da spiaggia. Quella rappresentazione, concepita inizialmente come satira, finì per assumere il valore di manifesto politico e fornì di fatto una cornice visiva e narrativa al progetto. Da quel momento, un gruppo di imprenditori israeliani cominciò a lavorare per tradurre la suggestione in un piano concreto. A guidare l’iniziativa furono Michael Eisenberg, imprenditore israelo-americano noto nel settore del venture capital, e Liran Tancman, ex ufficiale dell’intelligence militare israeliana, i quali mobilitarono reti economiche e politiche per dare sostanza alla “Riviera di Gaza”. Entro la primavera, la gestione passò anche a un team del Boston Consulting Group con sede a Washington, che nel frattempo era stato incaricato dal principale appaltatore statunitense di predisporre il programma umanitario per la distribuzione alimentare sotto l’egida della Gaza Humanitarian Foundation (GHF). A quel punto, il BCG cominciò a lavorare a modelli finanziari dettagliati e a scenari urbanistici, formalizzando la proposta sotto il nome di GREAT Trust e trasformando l’utopia mediatica di un video virale in un progetto economico-politico dal respiro internazionale.

Le proposte nel dettaglio

Il piano prospettato per il GREAT Trust sembra realizzare sulla carta la visione futuristica di Trump. Il documento immagina che Gaza, una volta disarmata e privata di Hamas, passi inizialmente sotto la custodia bilaterale di Stati Uniti e Israele, per poi evolvere verso una forma di amministrazione fiduciaria multilaterale. L’architettura finanziaria si basa su un investimento pubblico compreso tra 70 e 100 miliardi di dollari, finalizzato ad attirare ulteriori 35-65 miliardi di capitale privato. L’obiettivo dichiarato è la creazione di resort di lusso sul modello di Dubai, smart city integrate con sistemi digitali avanzati, distretti industriali ad alta tecnologia e infrastrutture idriche e logistiche estese fino al Sinai. Il tutto viene presentato come parte integrante della cornice regionale degli Accordi di Abramo e del corridoio economico IMEC, volto a ridisegnare le connessioni tra Mediterraneo e Golfo. A chi possiede un terreno, il trust offrirebbe un token digitale in cambio del diritto di riqualificare la propria proprietà, da utilizzare per finanziare una nuova vita altrove o eventualmente riscattabile per un appartamento in una delle sei-otto nuove “smart-cities, basate sull’intelligenza artificiale”, che saranno costruite sulle macerie di Gaza. Ogni palestinese che scegliesse di andarsene riceverebbe un pagamento in contanti di 5.000 dollari e sussidi per coprire quattro anni di affitto altrove, oltre a un anno di cibo.

Dal punto di vista operativo, il piano prevede un meccanismo di land trust basato sulla tokenizzazione immobiliare: i proprietari palestinesi dovrebbero trasferire i diritti sulle loro terre ricevendo in cambio token digitali, che costituirebbero una sorta di indennizzo investibile e, teoricamente, utilizzabile per accedere alle nuove proprietà nella futura Gaza “ricostruita”. Il documento calcola che in dieci anni l’economia locale potrebbe crescere di undici volte rispetto ai livelli del 2022, con un prodotto interno lordo che passerebbe da 2,7 miliardi a oltre 30 miliardi di dollari, la creazione di un milione di posti di lavoro diretti e indiretti, la costruzione di 13.000 nuovi posti letto ospedalieri e un tasso di scolarizzazione infantile superiore all’85%. Si parla di un valore complessivo della nuova Gaza di oltre 300 miliardi di dollari e di ritorni economici stimati in 385 miliardi per gli investitori, a fronte dei 100 miliardi inizialmente immessi. Il documento non dimentica i vantaggi geopolitici: consolidare la posizione degli Stati Uniti nel Mediterraneo orientale, rafforzare l’architettura abramitica e garantire accesso privilegiato alle immense risorse di terre rare del Golfo, stimate in 1,3 trilioni di dollari.

La finta volontarietà del trasferimento

L’ex Primo Ministro israeliano Yitzhak Rabin, Bill Clinton e l’ex Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Yasser Arafat durante la firma degli Accordi di Oslo, il 13 settembre 1993.

Il Washington Post evidenzia che “i promotori del trust sostengono che, in base alla dottrina consuetudinaria del diritto internazionale dell’uti possidetis juris e ai limiti all’autonomia palestinese previsti dagli accordi di Oslo del 1993, Israele ha il controllo amministrativo sui territori occupati e il potere di cederli”. Il documento non fa alcun riferimento a un’eventuale istituzione di uno Stato palestinese, ma parla della posizione di Gaza “al crocevia” di quella che diventerà una regione “filoamericana”, che darà agli Stati Uniti accesso alle risorse energetiche e ai minerali essenziali. Israele manterrebbe “i diritti generali per soddisfare le proprie esigenze di sicurezza” durante il primo anno del piano, mentre quasi tutta la sicurezza interna sarebbe assicurata da non meglio specificati “TCN” (cittadini di Paesi terzi) e da contractor militari privati occidentali. Il loro ruolo si ridurrebbe gradualmente nell’arco di un decennio, con l’avvento di una “polizia locale” addestrata. L’allontanamento dei palestinesi da Gaza – attraverso la persuasione, la compensazione o la forza – è stato oggetto di dibattito nella politica israeliana fin da quando Gaza fu strappata al controllo egiziano e occupata da Israele nella guerra del 1967. Uno degli aspetti più controversi del piano riguarda, infatti, la cosiddetta “volontarietà” del trasferimento tramite incentivi. Parlare di scelta libera in un contesto di distruzione generalizzata, fame e assenza di prospettive equivale a una distorsione semantica: quando l’unica alternativa al trasferimento è sopravvivere tra macerie e carestia, l’opzione diventa un obbligo mascherato. Non a caso, la stessa Corte Penale Internazionale ha stabilito che in un ambiente coattivo il consenso è giuridicamente nullo.

Pulizia etnica mascherata

Il piano GREAT Trust, pur presentandosi come progetto di sviluppo e di ricostruzione, rientra perfettamente nella definizione di “pulizia etnica mascherata”. La promessa di resort e startup non cancella la realtà di una spoliazione pianificata. Non è necessario l’uso di violenza diretta per configurare tale reato: basta un dispositivo sistematico che modifichi deliberatamente la composizione demografica di un territorio. Qui l’obiettivo è chiaro: svuotare Gaza della sua popolazione originaria, ricollocandola altrove con il pretesto della “volontarietà” e sostituendola con una nuova realtà urbana e turistica destinata a investitori, turisti e aziende internazionali. Dal punto di vista giuridico, il trasferimento di massa della popolazione occupata costituisce un crimine di guerra secondo l’articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra e un crimine contro l’umanità ai sensi dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale.

L’aspetto “criminale” del GREAT Trust non è solo un giudizio morale o politico, ma prettamente giuridico. Il progetto contrasta con i princìpi inderogabili del diritto internazionale, a partire dal divieto di acquisizione territoriale e dal diritto dei popoli all’autodeterminazione sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. La struttura di governance prevista, una custodia esterna di lungo periodo senza alcun riconoscimento della sovranità palestinese, è una forma aggiornata di amministrazione coloniale. La trasformazione dei diritti fondamentali in strumenti finanziari, attraverso il meccanismo della tokenizzazione immobiliare, rivela una mercificazione radicale del legame con la terra, che viene svuotato di significato storico e politico per essere ridotto a un asset speculativo e potrebbe rappresentare, inoltre, un pericoloso precedente replicabile su larga scala. In questo quadro, il piano non è solo illegittimo, ma configurabile come crimine internazionale, sia per i trasferimenti forzati, sia per l’imposizione di una governance esterna su un territorio occupato.

Intanto, mentre infuria la polemica per il piano per il futuro di Gaza, la più grande associazione accademica al mondo di studiosi del genocidio ha approvato una risoluzione in cui si afferma che sono stati soddisfatti i criteri legali per stabilire che Israele sta commettendo un genocidio a Gaza. Lo ha dichiarato la presidente dell’International Association of Genocide Scholars (Iags) Mary O’Brien, docente di diritto internazionale alla University of Western Australia. L’86% di coloro che hanno votato tra i 500 membri dello IAGS ha appoggiato la risoluzione, che dichiara che «le politiche e le azioni di Israele a Gaza» soddisfano la definizione legale stabilita nell’articolo II della Convenzione delle Nazioni Unite sul genocidio del 1948.

Manifestazioni in Indonesia: scontri tra studenti e polizia

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Continuano le proteste del popolo indonesiano nell’isola di Giava. Nella giornata di oggi, martedì 2 settembre, si sono verificati scontri tra studenti e forze di polizia a Bandung, una delle maggiori città della regione. Gli scontri sono scoppiati nei pressi dei campus dell’Università Islamica di Bandung, e dell’Università di Pasundan, dove le forze di polizia hanno lanciato gas lacrimogeni sulla folla, che stava bloccando una strada. Le proteste in Indonesia vanno avanti da tempo, ma sono scoppiate con maggior vigore la scorsa settimana, dopo che la polizia ha investito un conducente di taxi su motociclo, uccidendolo. I manifestanti criticano gli elevati sussidi ai parlamentari, che ritengono corrotti.

Carceri invivibili: il sovraffollamento tocca il 134,9% della capienza

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Il numero di detenuti nelle carceri ha ufficialmente superato le 63 mila unità, a fronte di una capacità reale di 46.705. A darne notizia è il segretario generare di UILPA Polizia Penitenziaria, Gennarino de Fazio, che riporta l’accento su di una problematica strutturale del nostro sistema per la quale il termine emergenza suona ormai inadatto. Il sovraffollamento reale sfiora così il 135% ma, come sottolinea il sindacato, si tratta solamente di un valore medio, che conta picchi che superano di molto il 200% di presenze.

Nell’ultimo report dell’associazione per i diritti dei detenuti Antigone, denominato Senza respiro (i cui dati si riferiscono ad aprile 2025), sono infatti stati registrati picchi di superamento della capienza massima del 220% – è il caso del carcere di Milano San Vittore, cui segue quello di Foggia (212%) e Lucca (205%). Secondo Antigone, 58 carceri su 189 (un terzo del totale) ha un tasso di sovraffollamento pari al 150%. Numeri che crescono esponenzialmente nell’analisi del garante nazionale dei detenuti, pubblicata a fine maggio 2025, la quale riporta che sono 157 (l’83% del totale) gli istituti in condizioni di sovraffollamento, 63 quelli dove il tasso supera il 150%. Nel carcere di Lucca, riporta il garante, il tasso di sovraffollamento arriva a superare il 236%. E negli ultimi mesi, stando ai dati UILPA, la situazione non ha fatto che peggiorare.

Del totale dei detenuti, un terzo si trova in un istituto penitenziario per reati legati alla droga, 16 mila per aver commesso reati minori. Nel giugno di quest’anno, i garanti hanno chiesto al governo che per questi ultimi sia autorizzato l’indulto (o, in alternativa, una liberazione anticipata speciale), manovra che allenterebbe notevolmente la pressione sulle carceri. Il governo, però, sembra avere altri progetti: alla fine di luglio è stato infatti annunciato il nuovo piano carceri, nel quale ci si propone in primo luogo di costruire nuovi edifici per i detenuti, con l’obiettivo di aumentare la capienza complessiva del sistema penitenziario di circa 10 mila unità. Gli interventi in programma sono in tutto 60, 30 dei quali ancora da iniziare.

Eppure, una delle problematiche determinanti per tale livello di sovraffollamento è proprio la fatiscenza delle strutture già esistenti: secondo l’analisi del garante, a fronte di una capienza regolamentare di 51.285 posti, quelli effettivamente disponibili si riducono a 46.706 (4.579 posti in meno). Questo dipende dall’inagibilità di numerose camere di pernottamento – in alcuni casi, di intere sezioni detentive. Metà dei posti che il governo intende rendere disponibili, dunque, andranno a coprire il buco attualmente esistente per via della mancata manutenzione delle strutture. Inoltre, secondo il parere di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, rivolgersi all’edilizia per risolvere i problemi delle carceri è un escamotage di lunga data, che rischia di «aggravare la situazione del sistema penitenziario».

Come scrive il garante, «il sovraffollamento degli istituti penitenziari non può essere definito una emergenza, ma piuttosto una costante del sistema penitenziario, che solo in alcuni momenti ha subito una deflazione esemplare». E, con l’attuale governo, si sta assistendo a un rapido aumento della popolazione carceraria soprattutto a causa dell’approvazione di norme che introducono nuovi reati e aggravano le pene per quelli esistenti. Si tratta del decreto Sicurezza, che introduce 14 nuove fattispecie di reato, ma anche il decreto Caivano, che sta contribuendo ad aumentare drasticamente la popolazione carceraria minorile. In quest’ambito, l’Italia è passata dal costituire un modello a livello europeo a ritrovarsi ora a dover affrontare il problema del sovraffollamento anche negli istituti minorili.

E se è vero che il 2024 è stato l’anno nero dei suicidi, con 91 detenuti che si sono tolti la vita – dato mai registrato fino ad ora -, il 2025 non promette di essere migliore. Sono già 57 i detenuti e 3 gli operatori che si sono tolti la vita nei primi otto mesi di quest’anno, denuncia UILPA. D’altronde, un numero tanto alto di ristretti non si registrava dal 2013, quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha condannato il nostro Paese per i trattamenti inumani e degradanti generalizzati all’interno delle case circondariali dello Stivale – proprio a causa, nemmeno a dirlo, del sovraffollamento diffuso.

Il Belgio annuncia che riconoscerà la Palestina

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Il ministro degli Esteri del Belgio, Maxime Prevot, ha annunciato che il Paese riconoscerà lo Stato di Palestina in occasione dell’apertura del prossimo ciclo dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Prevot ha inoltre dichiarato che «al governo israeliano verranno imposte sanzioni severe», e che il Belgio si muoverà per esercitare maggiore pressione su Tel Aviv. L’annuncio di Prevot segue una serie di analoghe dichiarazioni rilasciate nel corso dell’estate dai leader di diversi Paesi. A inaugurarli è stato il presidente francese Macron che è stato seguito da Regno Unito, Canada, Australia e Portogallo.

Von der Leyen annuncia un piano europeo per la difesa e l’invio di truppe a Kiev

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Mentre l’ipotesi di un incontro a tre tra Putin, Zelensky e Trump inizia a svanire, l’Unione Europea sembra avere bene in mente come fornire all’Ucraina le tanto discusse “garanzie” per frenare eventuali attacchi russi: inviare truppe comunitarie. A dirlo è stata la presidente della Commissione Ursula von der Leyen nel corso del suo tour degli Stati orientali dell’Unione, in cui ha annunciato anche un potenziamento degli investimenti nel settore bellico. Von der Leyen ha affermato che l’Unione ha una «chiara tabella di marcia» per l’eventuale invio di soldati a Kiev una volta terminata la guerra. Secondo i piani dell’UE, le truppe verrebbero coordinate da Francia e Regno Unito e troverebbero il supporto logistico degli Stati Uniti; Berlino, invece, si è detta contraria, mentre l’Italia sembra pronta a inviare sul campo i propri sminatori e a fornire supporto esterno. L’annuncio di von der Leyen arriva mentre i leader comunitari si preparano per il prossimo incontro sulla questione ucraina, previsto il prossimo giovedì a Parigi.

Le dichiarazioni di von der Leyen sono arrivate nel corso di una intervista al quotidiano statunitense Financial Times. Von der Leyen ha detto al quotidiano che i leader europei hanno in mente «piani piuttosto precisi» per potenziali dispiegamenti militari in Ucraina come principale “garanzia di sicurezzapost-bellica, punto focale delle richieste di Kiev; il piano, sostiene la presidente, avrebbe il supporto degli USA, e sarebbe stato discusso nel corso dell’ultimo incontro alla Casa Bianca tra Trump, Zelensky e i vertici dei principali Paesi europei: «Il presidente Trump ci ha rassicurato che ci sarà una presenza americana come parte del sostegno», ha affermato; «è stato molto chiaro e ce lo ha ripetutamente confermato». Le truppe dovrebbero includere decine di migliaia di personale a guida europea, mentre gli Stati Uniti fornirebbero supporto di diverso tipo, tra sistemi di comando e controllo, e risorse di intelligence e sorveglianza. Parallelamente, l’UE sta esplorando nuovi modi per finanziare le forze armate ucraine.

«Schierare le truppe è una delle decisioni sovrane più importanti di una nazione» ha ammesso la stessa presidente. Effettivamente, non tutti gli Stati sembrano pronti a dispiegare i propri soldati con leggerezza: il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius, ha criticato duramente von der Leyen per le sue dichiarazioni, e i Paesi dell’Europa orientale, tra cui la Polonia, non vogliono essere coinvolti per timore di essere trascinati in un conflitto con la Russia. Anche Spagna e Grecia sembrano poco convinte. L’Italia, invece, ha detto di non volere inviare soldati in Ucraina, ma ha dato disponibilità a spedire sminatori, fornire sorveglianza aerea, e addestrare i soldati ucraini fuori dal Paese. L’annuncio di von der Leyen arriva qualche giorno prima di un incontro tra i leader europei per parlare proprio della questione ucraina. Il vertice si terrà giovedì 4 settembre a Parigi, e dovrebbe vedere la partecipazione del cancelliere tedesco Friedrich Merz, del primo ministro britannico Keir Starmer, del segretario generale della NATO Mark Rutte e della stessa von der Leyen. La premier italiana Giorgia Meloni non dovrebbe essere presente in Francia, perché ha in piano di ricevere il presidente polacco, ma non è escluso che si colleghi da remoto.

Nel corso dell’intervista, von der Leyen ha parlato anche del piano di riarmo, affermando che l’UE sta studiando un modo per aumentare i propri investimenti interni. A dirlo è stato anche il presidente del Consiglio Europeo, Antonio Costa, che ha affermato che l’UE sta lavorando per rafforzare le proprie industrie e allo stesso tempo intensificare il commercio di armi. Anche secondo la presidenza danese di turno rafforzare l’industria della difesa europea sarebbe fondamentale; per farlo, ritiene vada implementato il processo di semplificazione della burocrazia in modo da velocizzare gli investimenti.

Frana in Sudan: 1000 morti

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Una frana ha distrutto un intero villaggio nella regione occidentale del Darfur, in Sudan, uccidendo oltre 1.000 persone. A dare la notizia è il portavoce del Movimento per la Liberazione del Sudan, gruppo ribelle che controlla la zona, in una dichiarazione rilasciata nella tarda serata di ieri, lunedì 2 settembre. Da quanto comunica l’MLS, la frana è avvenuta la scorsa domenica a Tarasin, sui Monti Marra, a causa delle forti piogge; in seguito al disastro, sarebbe sopravvissuto un solo abitante. L’MLS ha chiesto l’intervento dell’ONU e dei gruppi umanitari internazionali per recuperare i corpi delle vittime e gestire la crisi.

In Indonesia le proteste fermano l’introduzione di nuovi privilegi per i parlamentari

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Dopo una settimana di intense proteste in molte città del Paese, il Governo indonesiano ha deciso di sospendere l’introduzione di una nuova indennità mensile destinata ai parlamentari. Il bonus, pari a 50 milioni di rupie (circa 2.600 euro) si sarebbe aggiunto allo stipendio già elevato dei deputati. Un incremento che, in un contesto di inflazione crescente e tagli alla spesa pubblica, è apparso a molti come una provocazione, sfociando nella rivolta cittadina. La misura era stata approvata a inizio anno, ma è diventata oggetto di contestazione soprattutto nelle ultime settimane, quando le diff...

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Ghana: rimosso il presidente della Corte Suprema

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Il presidente del Ghana, John Dramani Mahama, ha rimosso con effetto immediato la presidente della Corte Suprema del Paese, Gertrude Torkornoo. L’annuncio è arrivato dall’ufficio presidenziale che ha spiegato che la decisione del presidente è stata presa sulla base di una relazione di una commissione di indagine che avrebbe riscontrato una non meglio precisata «cattiva condotta» da parte della presidente. L’indagine sarebbe stata lanciata all’inizio del 2025 su richiesta di un cittadino del Paese. Torkornoo ha respinto le accuse, affermando che sono infondate e motivate politicamente.

“Disarmare la scuola”: la proposta dell’Osservatorio contro la militarizzazione

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L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, in collaborazione con altre associazioni, ha realizzato una campagna per «disarmare le scuole», in occasione del nuovo anno scolastico. In opposizione alla deriva militarista degli ultimi tempi, l’Osservatorio promuove «pratiche di pace», come un minuto di silenzio il primo giorno di scuola per le vittime del genocidio a Gaza e l’esposizione permanente in tutti gli edifici scolastici della bandiera della pace. A ciò si aggiunge la firma, da parte dei genitori, di «un documento da consegnare alle rispettive scuole per rifiutare che i propri figli e le proprie figlie svolgano attività che prevedano la partecipazione diretta o indiretta delle Forze Armate». Un modulo analogo – ricorda l’Osservatorio – può essere firmato dal personale scolastico «per assumere un preciso indirizzo didattico pacifista».

Il documento dell’Osservatorio è stato redatto lo scorso 12 agosto, e alla fine del mese è stata lanciata una petizione su change.org. «Istruzione, formazione, inclusione, autonomia, crescita personale e, soprattutto, far sì che ragazze e ragazzi possano presentarsi al mondo adulto come cittadine e cittadini: questi sono i compiti fondamentali della scuola italiana», si legge nel testo dell’iniziativa. L’Osservatorio intende promuovere una cultura della pace nelle scuole, muovendo innanzitutto da una condanna al genocidio palestinese e alla crescente militarizzazione del Paese. Per farlo, ha redatto un modulo da fare firmare ai docenti in cui si supportano i mezzi di risoluzione dei conflitti alternativi alla guerra come «gli strumenti del diritto internazionale, le vie diplomatiche, le forme di pressione nonviolenta, come il disinvestimento o il boicottaggio». Con la loro firma gli insegnanti si impegnano a promuovere una didattica pacifista e a «rifiutare che i propri studenti e le proprie studentesse svolgano attività che prevedano la partecipazione diretta o indiretta con le Forze Armate». Il secondo documento proposto dall’Osservatorio è rivolto ai genitori e riguarda proprio quest’ultimo punto. Con esso i genitori chiedono espressamente alle istituzioni scolastiche che i propri figli «siano esentati da ogni genere di attività che preveda il coinvolgimento di forze armate o di polizia o connesse con il mondo militare anche con riguardo al settore industriale delle armi, non ravvisandone alcuna le finalità educativa». L’Osservatorio invita i genitori a scaricare la mozione e a presentarla all’istituto in cui iscrivono i loro figli.

L’idea di combattere la militarizzazione nelle scuole, arriva in un periodo in cui la collaborazione tra scuola e polizia si fa sempre più stretta. Dall’anno scorso si sono infatti moltiplicati corsi tenuti dai soldati e gite d’istruzione nelle basi militari. Un anno fa, in Piemonte, l’esercito annunciava l’organizzazione di conferenze e visite presso le caserme per gli studenti delle scuole primarie e secondarie della regione. In Sicilia, è stato sperimentato all’Istituto Professionale di Stato “Giovanni Falcone” di Giarre (Catania) – una delle scuole siciliane che oltre un decennio fa ha sottoscritto un patto di cooperazione con i militari di US Navy impiegati alla stazione aeronavale di Sigonella – un nuovo “sport” parabellico col coinvolgimento diretto degli alunni: il tiro a segno con raggi laser. All’IISS Galileo Ferraris di Acireale, da anni si tiene invece il “tiro al drone”, una specie di tiro al bersaglio in cui si utilizzano piccoli droni da competizione e vere e proprie armi da fuoco, come i fucili calibro 12. A Catania, Imola, Siena e Vercelli sono inoltre stati organizzati corsi di cultura aeronautica organizzati dallo Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, in partnership con il ministero dell’Istruzione, con lo scopo ufficiale di «promuovere e diffondere tra gli studenti l’immagine della Forza Armata».

Bosnia, protesta dei trasportatori blocca la circolazione delle merci

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Gli autotrasportatori bosniaci hanno inscenato una protesta in diverse città, bloccando la circolazione di tutte le merci. A organizzare la protesta è stata l’organizzazione Logistika, che rappresenta oltre 45mila lavoratori del settore trasporti in circa 600 aziende. Tra le città coinvolte, la capitale Sarajevo e le località di confine con Croazia e Serbia. I lavoratori chiedono al governo di diminuire gli oneri burocratici e abbattere le tasse, sostenendo che stiano mettendo a repentaglio la sopravvivenza del settore. Contestano, inoltre, una legge dell’UE che, essendo la Bosnia fuori dai confini comunitari, impone ai trasportatori del Paese di passare un massimo di 180 giorni entro il territorio dell’Unione, di cui non oltre 90 consecutivi.