giovedì 29 Gennaio 2026
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ENI non paga l’Imu sulle piattaforme: la Cassazione la condanna a risarcire i Comuni

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Dopo anni di battaglie legali, i Comuni di Cesenatico e Crotone hanno vinto la loro sfida contro Eni. La Cassazione ha stabilito in via definitiva che le piattaforme offshore della multinazionale siano assimilabili a immobili e quindi soggette al pagamento dell’Imu, ponendo fine a un contenzioso che si trascinava da quasi un decennio. La sentenza obbliga la società multinazionale a versare oltre 7 milioni di euro di tributi arretrati ai due enti locali, con possibili ricadute anche per altre amministrazioni che da tempo reclamano somme ingenti. Una decisione che segna un punto di svolta nel rapporto tra la compagnia energetica e i territori costieri dove opera, consolidando un principio giuridico destinato a fare scuola.

La vicenda nasce da un nodo giuridico mai del tutto chiarito: le piattaforme per l’estrazione di gas e idrocarburi devono essere considerate “immobili” e quindi soggette a Imu? Secondo Eni, no. Per i Comuni, invece, sì. L’amministrazione di Cesenatico, ritenendo che le strutture offshore fossero assimilabili a immobili, aveva calcolato 3,8 milioni relativi agli anni 2014 e 2015. Quella di Crotone avanzava una richiesta di 3,6 milioni per il 2016. Eni si è sempre rifiutata di pagare, sostenendo con ricorsi che i suoi impianti non rientrassero nella categoria degli immobili tassabili. Dopo un lungo braccio di ferro tra vari gradi di giudizio, i giudici della Suprema Corte hanno sposato in via definitiva la tesi degli enti locali, riconoscendo al Comune la piena legittimazione ad accertare e riscuotere il tributo.

Tuttavia, questa è solo la punta dell’iceberg. Per Crotone, sono infatti in ballo altri 11 milioni di euro per il periodo 2017-2019. Cesenatico ha invece avvisi di accertamento pendenti per ulteriori 14,8 milioni sul periodo 2012-2019. Senza contare che altri sindaci, come quello di Rimini che rivendica 20 milioni, potrebbero sfruttare il precedente per recapitare altre maxi cartelle esattoriali all’azienda. Solo nell’Adriatico tra Rimini e Ravenna, Eni ha più di 50 piattaforme. Il sindaco di Crotone, Vincenzo Voce, ha dichiarato che questo risultato rappresenta «la dimostrazione plastica dell’inversione di ogni logica del passato nel rapporto con Eni». «Quando si amministra alcune scelte sono difficili e rischiose – ha messo nero su bianco in un post su Facebook -. Quando queste scelte le fai perché sei convinto di tutelare l’interesse comune, allora non importa se dall’altra parte hai un colosso come Eni». L’assessore al Bilancio Antonio Scandale ha spiegato che circa 7 milioni di euro, già accantonati in attesa dell’esito, potranno ora essere liberati e destinati a investimenti e servizi per la città. Esulta anche il primo cittadino di Cesenatico, Matteo Gozzoli: «Dopo quasi dieci anni di battaglie legali, finalmente siamo riusciti a dimostrare la bontà delle nostre richieste – ha affermato –. Con questa sentenza incassiamo in modo definitivo 3,8 milioni e per la restante parte continueremo a far valere i diritti del comune nelle sedi giudiziarie».

Il tema si inserisce in un quadro più ampio, caratterizzato da un regime fiscale considerato favorevole alle compagnie energetiche. Fino al 2019, i canoni sulle concessioni per l’estrazione di idrocarburi in Italia variavano da 2,58 a 61,97 euro al chilometro quadrato, cifre aumentate solo con il primo governo Conte. Le royalties italiane restano tra le più basse al mondo: 10% sugli idrocarburi estratti dalla terraferma e 7% su quelli dal mare, con l’esenzione dei primi 80 milioni di metri cubi. In confronto, paesi come Norvegia, Danimarca e Regno Unito applicano royalties al 50% e tassazioni complessive vicine all’80%. Nel 2024 Eni ha chiuso il bilancio con oltre 5 miliardi di utili, beneficiando anche di questa struttura fiscale.

La ferocia israeliana contro i palestinesi di Tulkarem: 1500 arresti e case distrutte

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La repressione a Tulkarem non fa che aumentare. Mentre la città palestinese entrava nel suo 228° giorno di occupazione permanente da parte dell’esercito israeliano, ieri si è assistito a una nuova pagina della pulizia etnica in corso in tutta la Cisgiordania occupata. Giovedì 11 settembre le forze di occupazione israeliane hanno condotto una campagna di arresti su larga scala, fermando centinaia di palestinesi nella città. I video mostrano lunghe file di uomini, costretti a camminare uno dietro l’altro in fila indiana, sotto la stretta sorveglianza di militari israeliani armati e di veicoli blindati. Diversi palestinesi della città, interpellati da L’Indipendente, raccontano una giornata di terrore con distruzione di case, arresti di massa, uomini rastrellati dentro ai negozi e nelle automobili. Gli arresti sarebbero circa 1.500: una forma di vendetta collettiva dopo che ieri la resistenza palestinese ha fatto esplodere un blindato dell’esercito di Tel Aviv, ferendo due soldati.

«La prima cosa che hanno fatto (i militari israeliani, ndr) è di andare per le strade e di svuotarle. Hanno arrestato tutte le persone che hanno trovato per strada. Poi sono andati nei supermercati, nelle farmacie, in tutti i negozi della città è hanno iniziato ad arrestare tutte le persone che trovavano, lasciando i negozi vuoti, anche se aperti» racconta J., uno degli abitanti di Nur Shams Camp a L’Indipendente per telefono. «Poi hanno fermato le auto lungo le strade, arrestando le persone che c’erano dentro. Era una città fantasma: le macchine sono ferme lungo le strade, i negozi sono aperti ma sono vuoti, nessun essere umano è in giro. Poi si sono mossi ancora su un altro livello, e hanno iniziato a perquisire molte decine di case e arrestare tutti i maschi presenti. Tuttora stanno perquisendo case. Ci sono soldati ovunque». Anche suo cugino è stato arrestato: era uscito dalle prigioni di Tel Aviv solo 9 mesi fa, dopo due anni di carcere.

All’inizio della giornata, l’occupazione israeliana ha imposto un rigido blocco su Tulkarem, chiudendo i cancelli metallici agli ingressi sud e est e impedendo il passaggio dei veicoli. Sono stati inoltre sparati colpi di arma da fuoco contro residenti e automobili nel quartiere occidentale, mentre una forte esplosione ha scosso la città. Secondo la Società della Mezzaluna Rossa Palestinese, alle ambulanze è stato negato l’accesso alla zona.
Secondo i giornali israeliani, la campagna di arresti e la repressione di massa è stata la risposta a un attacco avvenuto nella mattinata di ieri, quando un veicolo blindato israeliano Panther è stato fatto esplodere in città.

«Hanno speso 9 mesi a Tulkarem per eliminare la resistenza, e sono rimasti molto sorpresi ieri quando la resistenza ha fatto esplodere uno dei loro blindati», ha riferito R., un giovane di Tulkarem Camp a L’Indipendente. R. è una delle persone che ha perso la casa, distrutta dai militari d’Israele in questi ultimi mesi. Tutta la sua famiglia ha dovuto lasciare il campo profughi in cui viveva dal 1948. «Quindi, come sempre, i soldati israeliani fanno arresti di massa come forma di punizione collettiva», dice. Le persone intervistate riportano la morte di un soldato israeliano e di un altro ferito; i giornali israeliani invece parlano solo di due feriti “leggermente”.

«Quello che è successo ieri è quello che sta accadendo molto spesso, anche se su scala minore,» riferisce A., un altro degli abitanti della città a L’Indipendente. «Puniscono le persone di Tulkarem, ieri hanno occupato la casa di mio cugino, accanto alla mia, per tutta la notte. Hanno spaccato la porta, hanno rubato vari oggetti… sono partiti la mattina ma sono tornati oggi pomeriggio, chiedendo documenti e cercando dei giovani. Questa è la situazione a Tulkarem». Poi si corregge: «Le chiamiamo punizioni collettive, ma sarebbe da trovare un altro termine. “Punizione” implica che stiamo commettendo un errore. Ma non c’è nessun errore: resistere all’occupazione è un nostro diritto, in tutte le sue forme. Forse la potremmo chiamare “vendetta” di Israele, o semplicemente genocidio».

E conclude: «Centinaia delle persone detenute ieri sono state rilasciate nella mattina presto di oggi, ma i militari stanno continuando a fare perquisizioni e detenere persone. Stanno anche demolendo alcune case al limite dei campi profughi. Questa è la vita che stiamo vivendo qui».

Tulkarem è una delle città del nord della Cisgiordania occupata che più sta subendo la violenza di Israele. Da due anni i campi profughi cittadini vengono attaccati dai soldati di Tel Aviv, che con la scusa di eliminare il “terrorismo” (ossia la resistenza palestinese), hanno ucciso almeno 200 persone, arrestandone altre centinaia oltre che distruggere centinaia di case. Ma dal 27 gennaio, con l’inizio dell’Operazione Iron Wall, la città è sotto assedio. I due campi profughi – Nur Shams Camp e Tulkarem Camp – sono stati sgomberati con la forza dall’esercito israeliano. La devastazione di questi luoghi è totale, e l’obbiettivo di Tel Aviv è proprio quello di rendere i campi profughi invivibili. Tutte le strade, le infrastrutture vitali come acqua, elettricità, internet, così come centinaia di negozi, scuole e case, sono stati intenzionalmente distrutti. Dal 27 gennaio i campi profughi sono diventati avamposti militari e gli abitanti denunciano la continua distruzione delle proprie case oltre che l’utilizzo delle abitazione come caserme dove interrogare e torturare i palestinesi detenuti. Dall’inizio dell’operazione Iron Wall, solo per le città di Tulkarem e di Jenin, si contano 40mila profughi rimasti senza casa.

USA: arrestato un sospettato dell’omicidio Kirk

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Donald Trump ha annunciato che una persona sospettata di avere ucciso l’attivista statunitense Charlie Kirk è stata arrestata. Il sospetto assassino, è un individuo di nome Tyler Robinson, 22 anni, proveniente dallo Utah, stesso Stato nella quale università è stato ucciso Kirk. Verso le 16, il direttore dell’FBI Kash Patel e il governatore dello Utah Spencer Cox hanno tenuto una conferenza stampa, confermando la notizia. Robinson non è uno studente della Utah University, ed è stato segnalato alle autorità dal padre. Charlie Kirk, 31 anni, era un attivista politico di destra; sostenitore di Trump, Kirk ha fatto campagna elettorale per il presidente; è stato ucciso il 10 settembre da un colpo di fucile.

Roma, bomba carta contro un centro sociale e scritte contro Di Battista

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All’alba di oggi, a Roma, una bomba carta è stata fatta esplodere davanti al centro sociale La Strada, davanti ai cui muri esterni è comparso uno striscione con la scritta “Di Battista pu***na di Hamas”. «La matrice è chiara», ha detto Luciano Ummarino, Assessore alla Cultura del Municipio VIII. «Ambienti filo-israeliani che vogliono colpire chi, come noi, si batte per la fine del genocidio a Gaza». Lo striscione è stato ritirato dalla polizia scientifica. Quello di questa notte, ha spiegato un frequentatore del centro, è il terzo attacco esplosivo subito dal centro sociale da ottobre 2024.

Il governo albanese ha affidato il ministero dei lavori pubblici a un’intelligenza artificiale

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diella su portale e-albania

L’11 settembre si è tenuta in Albania l’Assemblea nazionale del Partito socialista. In questa occasione, il Primo Ministro Edi Rama ha annunciato la composizione del nuovo governo del suo quarto mandato, distribuendo incarichi tra figure già note e volti meno conosciuti. L’evento ha però preso una piega inattesa quando Rama, con il massimo della serietà, ha presentato Diella: “il primo membro [del governo] che non ha una presenza fisica, ma è stato creato virtualmente dall’intelligenza artificiale”. Un’IA che, nelle intenzioni dichiarate, avrà il compito di gestire gli appalti pubblici, con l’obiettivo di aggirare la corruzione endemica che da decenni affligge il Paese.

L’amministrazione Rama non ha mai nascosto il proprio entusiasmo per tutto ciò che riguarda l’intelligenza artificiale. Anzi, il premier ha spesso abbracciato la visione secondo cui tali strumenti possano rappresentare una sorta di panacea universale, soprattutto per le fragilità politiche e istituzionali. Un tecno-ottimismo che porta con sé potenziali derive autoritarie, ma che si intreccia anche con la volontà di mantenere un dialogo positivo con l’Unione Europea. Già nel dicembre 2023, Rama aveva rivelato di essere entrato in contatto con la connazionale Mira Murati, allora Chief Technology Officer di OpenAI, al fine di esplorare soluzioni di IA utili ad accelerare il percorso di adesione dell’Albania all’UE, previsto ambiziosamente per il 2030.

Non a caso, la lotta alla corruzione e la trasparenza degli appalti figurano tra le richieste prioritarie avanzate dalle istituzioni europee, ben consapevoli del fatto che la nazione sia regolarmente sconvolta da scandali riguardanti una torbida gestione delle finanze. Ad aprile, il governo aveva dunque annunciato di voler affrontare queste criticità proprio attraverso l’intelligenza artificiale: Diella, la “servitrice virtuale degli appalti pubblici”, sembra la traduzione concreta di questa promessa. Resta però incerto quale sarà, in concreto, il suo ruolo. Rama ha dichiarato con enfasi che l’Albania diventerà “un Paese in cui gli appalti pubblici saranno al 100% esenti da corruzione”, tuttavia i dettagli tecnici e formali dell’operazione non sono stati resi noti.

L’ambiguità è accentuata dal fatto che la definizione stessa di intelligenza artificiale è vaga. Non è chiaro se Diella poggi su di un sistema algoritmico sviluppato ad hoc per la gestione pubblica o, più verosimilmente, su di un modello linguistico fornito da aziende terze. Nel caso, non si sa con certezza quale modello venga utilizzato, né chi lo controlli. Rama ha dichiarato però che le decisioni sulle gare d’appalto saranno prese dai singoli ministeri per poi essere affidate a Diella, un dettaglio che suggerisce che Diella sia più un chatbot che un vero sistema di automazione amministrativa. Questa ipotesi è corroborata dal fatto che, nei giorni seguenti all’annuncio, il Primo Ministro abbia pubblicato su X uno scambio intrattenuto con l’avatar, il quale, facendo riferimento ai membri dell’opposizione, lo avrebbe invitato a “non ostacolare mai un avversario che sta commettendo un errore”: un’uscita conversazionale dai toni faziosi che non risulta pertinente alla funzione che lo strumento dovrebbe esercitare.

Al di là del fatto che Diella sia uno strumento efficace o una copertura utile a millantare un cambiamento che non avverrà, è indubbio che l’Albania si stia ritagliando un ruolo da protagonista nella corsa alla digitalizzazione. Il governo prevede di eliminare la cartamoneta entro il 2030, sostituendola integralmente con i pagamenti digitali, e ha già trasferito gran parte dei servizi pubblici sulla piattaforma e-Albania. Quest’ultima è affiancata da un assistente digitale che ha a sua volta le fattezze di Diella e che viene alimentato dai modelli di OpenAI tramite il servizio Azure di Microsoft. Non è dato sapere se lo strumento presente su e-Albania sia il medesimo che dovrà determinare l’assegnazione degli appalti. L’entusiasmo albanese per l’IA assume spesso anche tratti performativi: basti ricordare che il 16 maggio 2025, in occasione della sesta riunione della Comunità Politica Europea ospitata a Tirana, i leader europei furono accolti da un video che li ritraeva come bebè sorridenti generati dall’intelligenza artificiale.

Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

UE, ok al rinnovo della “lista nera” dei russi

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L’Unione europea ha prorogato di sei mesi le sanzioni contro oltre 2.500 persone ed entità accusate di aver favorito l’invasione russa dell’Ucraina e di aver violato la sovranità territoriale del Paese. Tra gli inseriti nella lista nera figurano Vladimir Putin, Sergey Lavrov, deputati, generali, oligarchi, dirigenti d’azienda, propagandisti e mercenari, nonché i responsabili del rapimento di bambini ucraini. La decisione è stata presa oggi, venerdì 12 settembre, a Bruxelles durante una riunione degli ambasciatori, confermata dalla presidenza danese; le obiezioni di Ungheria e Slovacchia non hanno evitato alcuna esclusione.

Al parlamento europeo saranno votate due mozioni di sfiducia contro von der Leyen

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Per la prima volta nella storia del Parlamento europeo, Ursula von der Leyen si trova a dover fronteggiare due mozioni di sfiducia presentate a poche ore di distanza l’una dall’altra. La prima è arrivata mercoledì dal gruppo di estrema destra Patrioti per l’Europa, che ha annunciato di aver raccolto 85 firme, superando la soglia minima delle 72. Giovedì è stata la volta del gruppo di sinistra, che ha raggiunto le 72 firme (un decimo dei membri del Parlamento) necessarie per dare il via al processo. Entrambe le mozioni di censura hanno come obiettivo le dimissioni della presidente della Commissione e dell’intero Collegio dei Commissari, accusati di aver tradito il mandato politico dell’Unione. La discussione e il voto sono attesi per la plenaria di ottobre a Strasburgo. Le due iniziative condividono l’obiettivo di rovesciare la presidente della Commissione, ma divergono nelle motivazioni politiche. La loro presentazione quasi simultanea costringerà l’aula a discutere e votare entrambe le proposte nella stessa sessione, un evento senza precedenti nella storia dell’Eurocamera.

I Patrioti per l’Europa, il nuovo gruppo di estrema destra guidato da Jordan Bardella, hanno messo al centro della loro mozione di censura le accuse di fallimento sulla pace, sulla competitività e soprattutto sulle migrazioni, un tema centrale nella loro agenda. Il documento critica in particolare l’accordo di libero scambio con il Mercosur e il recente quadro commerciale con gli Stati Uniti, presentati da Ursula von der Leyen come passi avanti strategici. Per Bardella e la vicepresidente Kinga Gál, quegli accordi sono, invece, l’ennesima dimostrazione di una Commissione “subalterna a Washington e incapace di difendere l’agricoltura e le imprese europee”. Una mozione simile, sempre proveniente da deputati di estrema destra, è stata votata in Parlamento a luglio, con solo 175 deputati a favore, ben lontani dal raggiungere il numero minimo. Diverso, ma non meno duro, l’approccio della sinistra. La mozione presentata da The Left ha raccolto 72 firme, includendo oltre ai 46 deputati del gruppo anche esponenti dei Verdi – soprattutto spagnoli e italiani –, alcuni indipendenti come la sinistra radicale tedesca Sahra Wagenknecht Alliance e persino un eurodeputato dei Socialisti e Democratici, l’irlandese Aodhán Ó Ríordáin. Alla base c’è la denuncia di una tendenza autoritaria della Commissione, accusata di “far passare le cose con la forza” e di imporre intese commerciali “asimmetriche e non reciproche” senza mandato democratico. L’accordo con gli Stati Uniti viene bollato come un atto che riduce l’Unione a “vassallo di Donald Trump”, mentre quello con il Mercosur viene indicato come una minaccia “che non farà altro che uccidere l’agricoltura europea”. Il secondo pilastro della mozione riguarda la guerra a Gaza. La sinistra accusa la Commissione di aver voltato lo sguardo davanti a una tragedia che, secondo i firmatari, ha provocato oltre 60 mila morti. Manon Aubry, co-presidente del gruppo di sinistra, ha parlato di “incapacità di agire” e ha chiesto misure immediate: sospendere l’accordo di associazione con Israele, imporre sanzioni e avviare un embargo globale sulle armi. L’accusa è che l’esecutivo comunitario abbia lasciato l’Europa inerte davanti a una delle peggiori crisi umanitarie del secolo. La mozione aggiunge anche la critica per la gestione del clima e della crisi sociale interna, accusando la Commissione di incapacità e immobilismo. In entrambi i casi, la conclusione dei firmatari è identica: von der Leyen e i suoi commissari hanno perso legittimità politica e dovrebbero dimettersi.

Sul piano procedurale, i servizi giuridici del Parlamento dovranno verificare la validità delle firme e successivamente la presidente Roberta Metsola fisserà il dibattito in plenaria. Le mozioni saranno probabilmente discusse nella stessa settimana, a inizio ottobre. Per costringere la Commissione alle dimissioni occorrono, però, i due terzi dei voti espressi, una soglia che né l’estrema destra né la sinistra possono realisticamente raggiungere a meno che non uniscano le proprie forze. È improbabile, dunque, che i tentativi abbiano successo, anche perché la Sinistra ha già escluso di sostenere la mozione dei Patrioti, mentre il presidente dei Patrioti per l’Europa, Bardella, non ha chiuso la porta a un voto favorevole alla mozione opposta, spiegando che il suo partito Rassemblement National non ha problemi a votare testi provenienti da altre famiglie politiche, se ne condivide il contenuto. Al di là delle dichiarazioni, resta il nodo sulla guerra a Gaza che divide i due schieramenti. Criticata da destra e da sinistra, la Ursula von der Leyen affronta un passaggio che difficilmente metterà fine al suo mandato, ma che segna un indebolimento politico senza precedenti nella storia recente dell’Unione.

Brasile, Bolsonaro condannato a 27 anni di carcere per tentato colpo di Stato

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Jair Messias Bolsonaro, ex presidente del Brasile, è stato condannato dalla Corte Suprema a 27 anni e tre mesi di carcere per il tentativo di colpo di Stato del 2022 e per altri reati connessi. La sentenza, giunta l’11 settembre 2025, ha sancito la responsabilità diretta del leader della destra brasiliana in un piano volto a sovvertire i risultati elettorali e a impedire l’insediamento di Luiz Inácio Lula da Silva. Dopo i giudici Cármen Lúcia, Alexandre de Moraes, e Flávio Dino, anche il presidente del collegio, Cristiano Zanin ha ritenuto il leader di destra colpevole di tutte le accuse. Bolsonaro, attualmente agli arresti domiciliari a Brasilia, potrà presentare ricorso contro la sentenza. Con quattro voti favorevoli e quello contrario del giudice Luiz Fux, la corte ha stabilito che Bolsonaro non solo ha alimentato le accuse infondate di brogli, ma ha orchestrato un vero e proprio progetto golpista insieme a ex ministri e vertici militari. È la prima volta nella storia del Paese che un ex Capo di Stato viene giudicato colpevole per aver attentato all’ordine democratico.

Il processo, noto come Acción Penal 2668, ha svelato un disegno preciso e organizzato. Non si trattava di semplici dichiarazioni incendiarie, ma di un piano strutturato che prevedeva la proclamazione dello stato di emergenza, il coinvolgimento delle forze armate e persino la pianificazione di arresti mirati e attentati contro figure di spicco della magistratura e delle istituzioni. Tra i condannati, oltre a Jair Bolsonaro, figurano nomi di primo piano del suo governo: l’ex ministro della Difesa Walter Braga Netto, il tenente colonnello Mauro Cid – testimone centrale dell’accusa –, l’ex comandante della Marina Almir Garnier, l’ex direttore dell’intelligence Alexandre Ramagem, i generali ed ex ministri Augusto Heleno e Paulo Sergio Noguera e l’ex ministro della Giustizia Anderson Torres. Il documento di 135 pagine diffuso dalla Corte Suprema è stato decisivo: ricostruisce come tra il 2022 e il 2023 Bolsonaro e i suoi alleati elaborarono decreti per annullare il voto, arrestare giudici come Alexandre de Moraes e Gilmar Mendes, fermare il presidente del Senato Rodrigo Pacheco e convocare nuove elezioni. Alcuni vertici militari, soprattutto nella Marina, si mostrarono pronti a sostenere il golpe, mentre esercito e aeronautica si opposero. Nei mesi precedenti al voto, Bolsonaro e i suoi ministri descrivevano la competizione elettorale come una guerra, accusando il sistema di voto elettronico di frodi mai provate. Nell’estate del 2022 il clima era già esplosivo. Il 19 novembre furono presentate le prime bozze di decreto golpista; il 7 dicembre Bolsonaro riunì i capi delle Forze Armate per convincerli ad agire. Il capo della Marina Garnier aderì, altri mostrarono resistenze, ma due giorni dopo il generale Theophilo de Oliveira promise di “prendere misure per garantire il colpo di Stato”. Parallelamente, le “milizie digitali” pro-Bolsonaro diffondevano campagne d’odio contro i vertici militari contrari, accusandoli di tradimento. Alla prova dei fatti, però, le forze armate non trovarono coesione. Il 30 ottobre 2022 Lula vinse al ballottaggio con il 50,9% contro il 49,1% e si insediò il 1° gennaio 2023, in una cerimonia disertata da Bolsonaro, già rifugiatosi negli Stati Uniti. Una settimana dopo, migliaia di suoi sostenitori assaltarono Parlamento, Corte Suprema e Palazzo presidenziale a Brasilia, devastando le sedi istituzionali. Quell’episodio, definito dalla magistratura l’ultimo disperato tentativo di fermare la transizione democratica, insieme alle prove raccolte dalla polizia federale, è stato determinante per la condanna dell’ex presidente e dei suoi complici.

Immediato è arrivato il commento di Donald Trump, che ha parlato di “condanna sorprendente”, affermando che quanto avvenuto al leader brasiliano è ciò che “hanno cercato di fare” con lui. Bolsonaro è stato a lungo visto non solo come un alleato politico del tycoon, ma come una sorta di “vassallo” della sua influenza: la sua presidenza si allineava alle priorità dell’amministrazione statunitense in modo quasi automatico. Per anni, Bolsonaro è stato presentato come simbolo del sovranismo e del populismo di destra, l’uomo che si opponeva al globalismo e si ergeva a paladino contro le élite e il globalismo, ma la sua traiettoria politica racconta ben altro: ha esaltato la dittatura militare e regimi autoritari come quelli di Pinochet e Fujimori, ha inizialmente difeso posizioni interventiste, salvo poi piegarsi al neoliberismo e alle logiche delle multinazionali. Durante la sua presidenza ha favorito l’agrobusiness e l’estrattivismo, aggravando deforestazione e disuguaglianze sociali, e ha stretto rapporti con figure come Elon Musk per l’accesso alle risorse strategiche del Paese. In politica estera ha oscillato tra l’allineamento a Washington e l’opportunismo dei BRICS, mostrando più sudditanza e calcolo che coerenza. Pur dipingendosi come oppositore del globalismo, Bolsonaro ha chiesto e ottenuto il sostegno degli Stati Uniti per l’ingresso del Brasile nell’OCSE, ha sostenuto Juan Guaidó contro Maduro in Venezuela, ha appoggiato Israele negando dignità statuale alla Palestina e nel 2019 si è detto favorevole a ospitare una base militare americana e ad aderire alla NATO. La condanna per il tentato golpe chiude così la parabola di un leader che ha usato lo Stato per perpetuare il proprio potere, rivelandosi parte del meccanismo che a parole voleva combattere. Intanto il Brasile, con Lula, sembra oggi aver imboccato una strada opposta, divenendo una spina nel fianco per gli Stati Uniti: rafforzando i legami con i BRICS e allontanandosi dall’orbita di Trump – soprattutto dopo la minaccia di dazi fino al 50% sulle merci brasiliane con lo scopo di punire le politiche interne e il trattamento giudiziario riservato a Bolsonaro – e si propone come attore centrale di un ordine multipolare che sfida la guerra commerciale e il protezionismo americani e cerca nuove alleanze strategiche al di fuori dell’egemonia a stelle e strisce.

Gaza, proseguono i raid israeliani: almeno 36 morti dall’alba

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Continuano i massacri israeliani nella Striscia di Gaza, dove dall’alba sono rimaste uccise almeno 36 persone. Lo ha reso noto l’agenzia di stampa palestinese Wafa. Secondo la tv del Qatar Al Jazeera, 14 civili, tutti membri della stessa famiglia, sono morti quando la loro casa è stata colpita nella zona di Al-Tuwam, a nord di Gaza City. Tra le ultime vittime ci sono quattro persone uccise a Jabalia, nel nord di Gaza, e quattro uccise nel quartiere Sheikh Radwan di Gaza City. Secondo fonti mediche locali, nella giornata di ieri gli attacchi israeliani hanno ucciso almeno 53 persone, di cui 39 nella città di Gaza.

 

 

 

La Polonia schiera quarantamila soldati ai confini con Russia e Bielorussia

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La Polonia ha annunciato lo schieramento di circa quarantamila soldati lungo i confini orientali con la Bielorussia e la Russia. La decisione arriva alla vigilia delle esercitazioni militari congiunte Zapad-2025, che Mosca e Minsk conducono regolarmente e che, secondo Varsavia, rappresentano una minaccia diretta alla sicurezza nazionale. A questo si aggiungono le recenti violazioni dello spazio aereo polacco da parte di 19 droni non identificati, ma ritenuti “russi”, considerate un’ulteriore provocazione e un segnale che la tensione è destinata ad aumentare. Dopo aver invocato l’articolo 4 della NATO, il governo guidato da Donald Tusk ha motivato la mobilitazione come una misura difensiva. Il viceministro della Difesa, Cezary Tomczyk, ha ricordato come nel 2022 queste esercitazioni, per natura “offensive”, siano state di preparazione all’invasione in Ucraina. Contestualmente, Varsavia ha deciso di chiudere parzialmente il proprio spazio aereo, elevando lo stato di allerta interna.

Gli alleati hanno reagito in modo compatto. Il comandante supremo della NATO, il generale statunitense Alexus Grynkewich, ha comunicato al ministero della Difesa polacco un pacchetto completo di soluzioni di supporto. Londra ha annunciato la disponibilità a inviare uno squadrone di Typhoon, da integrare al sistema di difesa aerea dell’Alleanza. Berlino ha reso noto che estenderà e amplierà la propria missione di sorveglianza, aumentando a quattro gli Eurofighter schierati e prolungandone l’impiego fino a fine anno. Parigi, dal canto suo, ha deciso di mobilitare tre Rafale con l’obiettivo di rafforzare la protezione dello spazio aereo polacco. Per agevolare le operazioni radar, la navigazione civile nelle aree orientali sarà parzialmente limitata. A Bruxelles non si nasconde che l’incidente dei droni possa offrire lezioni da trarre, sebbene al momento il Cremlino abbia smentito che i droni sconfinati sul territorio polacco fossero russi. Tuttavia, la questione più spinosa resta quella delle regole d’ingaggio: impedire ai velivoli di entrare nello spazio aereo significherebbe agire oltre i confini dell’Alleanza, scenario che oggi nessuno sembra pronto ad avallare. Zelensky ha proposto la creazione di una task force congiunta ucraino-polacca per la protezione dei cieli, definita da alcuni diplomatici un passo avanti decisivo, ma al momento difficilmente realizzabile, soprattutto per la posizione prudente degli Stati Uniti. Donald Trump, pur condannando le incursioni, ha minimizzato parlando di un possibile errore e ribadendo l’intenzione di ridurre gradualmente l’impegno diretto americano in Europa. Il presidente americano vorrebbe, anzi, riaprire l’ambasciata statunitense in Bielorussia nel prossimo futuro, per normalizzare i rapporti e rilanciare le relazioni economiche e commerciali col Paese. In questo quadro di graduale disimpegno USA, il sostegno immediato a Varsavia di Londra, Berlino e Parigi assume un significato politico ancora maggiore. Intanto, la Polonia ha ottenuto la convocazione di una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, prevista per oggi pomeriggio a New York, per internazionalizzare l’accaduto e denunciare il comportamento del Cremlino.

La scelta di Varsavia mette in luce la fragilità del sistema di difesa europeo e atlantico. Le strutture non sono pienamente integrate, la protezione dello spazio aereo resta disomogenea e la gestione del contrasto ai droni evidenzia limiti tecnologici ed economici. Ne deriva un quadro instabile, in cui ogni esercitazione o violazione si traduce in motivo di allarme. La mobilitazione dei quarantamila soldati polacchi diventa così il simbolo di un’Europa che reagisce in modo frammentato, costretta a muoversi sotto pressione e incapace di dettare i tempi degli eventi. Resta tuttavia un punto decisivo: al momento non vi sono prove definitive che i droni caduti o sconfinati sul territorio polacco fossero russi. Prima ancora che venisse avanzata una prova, Tusk ha accusato la Russia di avere “aggredito” il Paese. L’affermazione si fonda sul richiamo a episodi analoghi precedenti, quando Varsavia aveva denunciato sconfinamenti russi nello spazio aereo utilizzati per colpire l’Ucraina o la caduta di droni sul territorio polacco. Da Mosca è arrivata una smentita netta. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha affermato che “nessun obiettivo russo ha colpito il territorio polacco”, definendo infondate le accuse di Varsavia. Peskov ha poi rimarcato che i leader dell’UE e della NATO accusano “quotidianamente” la Russia di varie provocazioni, “il più delle volte senza nemmeno cercare di presentare alcuna argomentazione”.