A luglio il debito pubblico italiano è sceso di 14,5 miliardi rispetto al mese precedente, attestandosi a 3.056,3 miliardi di euro. Lo comunica la Banca d’Italia, spiegando che la diminuzione è dovuta principalmente all’avanzo di cassa delle amministrazioni pubbliche (14,2 miliardi). Hanno contribuito anche la riduzione delle disponibilità liquide del Tesoro, calate di 0,2 miliardi a 46,8 miliardi, e altri fattori tecnici per 0,1 miliardi, tra cui scarti e premi all’emissione e rimborso dei titoli, la rivalutazione di quelli indicizzati all’inflazione e le variazioni dei tassi di cambio.
Anche l’Italia lavora a un piano per preparare gli ospedali allo stato di guerra
Dopo Francia e Germania, anche l’Italia si muove per garantire la sicurezza degli ospedali in caso si verificasse un conflitto militare. Il governo Meloni sta studiando un piano che coinvolge Ministero della Salute, Difesa e Infrastrutture, che ha portato all’istituzione di un tavolo tecnico interministeriale che si è già riunito un paio di volte dall’estate e ha avviato le prime interlocuzioni per definire una strategia sulla resilienza in campo sanitario. Mentre cresce la tensione per il conflitto russo-ucraino e gli scenari geopolitici si fanno sempre più instabili, in Europa diversi Paesi si attrezzano a non voler più lasciare nulla al caso sul fronte della sanità in tempo di guerra: aggiornano i piani di crisi, definiscono protocolli congiunti tra enti civili e Difesa, individuano strutture e reparti alternativi da attivare in caso di emergenza per essere pronti a fronteggiare l’imprevedibile. Francia e Germania hanno già avviato misure concrete. A Parigi, una circolare del ministero della Salute ha chiesto alle agenzie sanitarie regionali di predisporre, in collaborazione con la Difesa, strutture straordinarie capaci di gestire un afflusso massiccio di feriti, civili e militari, in caso di escalation. Berlino, dal canto suo, lavora a un piano nazionale di difesa civile che mira a preparare gli ospedali all’eventualità di un conflitto su larga scala, con programmi di formazione specifici per il personale medico: dal trattamento di ferite da esplosione a traumi complessi e amputazioni, fino alla definizione di criteri rigorosi per garantire la continuità dell’assistenza anche in condizioni estreme.
L’Italia non è rimasta a guardare e con un apposito decreto di aprile scorso (che attua il Dlgs 134/2024 a sua volta in attuazione della direttiva europea 2022/2557) ha istituito un tavolo tecnico al ministero della Salute presso l’ufficio di gabinetto, un organismo con dieci componenti, con l’obiettivo di «definire una strategia sulla resilienza in campo sanitario che stabilisca ruoli e responsabilità dell’insieme degli organi, istituzioni ed enti coinvolti» nella predisposizione di piani e misure per la gestione di emergenze sanitarie su vasta scala. Il piano prevede anche scenari validi non solo di guerra “frontale”, ma anche in presenza di eventi CRBN (Chimici, radiologici, biologici e nucleari) oppure, in ipotesi di attivazione degli articoli 3 e 5 del Trattato Atlantico (cioè, l’impegno collettivo previsto per i Paesi membri della NATO). Fra le linee guida che emergono dalle discussioni c’è l’idea di rafforzare la collaborazione fra sanità civile e medica militare, definire catene di comando chiare in situazioni estreme, attivare esercitazioni congiunte e percorsi formativi che preparino il personale ad affrontare traumi di guerra, grandi evacuazioni, collegamenti con ospedali da campo o strutture esterne. Si discute anche di tre fasi operative: accoglienza dell’arrivo delle truppe (o del coinvolgimento militare), mobilità interna in caso di crisi, partecipazione in missioni all’estero con eventuale rientro per le cure. Rimangono ancora diverse questioni aperte. Non è chiaro quali ospedali saranno designati come poli di riferimento per la gestione del trauma da guerra su vasta scala, né come sarà definito l’assetto di risorse, personale e reparti specializzati. Alcune strutture (ospedali come il Niguarda di Milano) che già operano in emergenze nazionali sono citate come possibili hub, ma serve trasparenza sugli standard che si chiederanno, su come verranno integrate le risorse militari con quelle civili, e su quanto rapido possa essere il passaggio da uno stato “regolare” a uno di emergenza. Difficoltà maggiori sono previste nella definizione delle responsabilità fra ministeri, regioni, Protezione civile, Difesa e altre agenzie, così come nella reperibilità di fondi straordinari e nell’adeguamento infrastrutturale (adeguamenti strutturali, sistemi antibomba, reparti CRBN, presidi mobili).
In un clima crescente di militarizzazione e di tensione prebellica, l’Italia, costretta a rincorrere gli esempi di Francia e Germania, si muove dentro un paradosso evidente: da anni si tagliano fondi, posti letto e personale alla sanità pubblica, mentre oggi si invoca la necessità di approntare ospedali da guerra, addestrare medici a traumi bellici e predisporre protocolli per scenari da conflitto mondiale. Invece di rafforzare davvero la sanità pubblica e di restituirle risorse, il governo preferisce seguire i diktat europei e atlantici, adattando la popolazione a un orizzonte di paura e rassegnazione. Il nostro Paese si trova ora di fronte a una sfida che è innanzitutto politica: far maturare nella popolazione la persuasione che, pur non essendo in guerra, il rischio esiste e la preparazione preventiva è un esercizio necessario. È l’ennesimo cortocircuito che rivela come il paradigma emergenziale sia ormai la chiave con cui si governa la società: ogni pretesto viene sfruttato per inoculare paura e per spingere i cittadini ad accettare misure eccezionali come se fossero inevitabili. Il rischio è che l’opinione pubblica venga trascinata in un clima di psicosi permanente: prima il Covid, ora la guerra. Lo schema si ripete identico, tra stati d’eccezione e narrazioni apocalittiche, fino a rendere l’emergenza una condizione permanente. Il vero pericolo, però, non è solo la guerra che incombe, ma la guerra psicologica che prepara i cittadini a viverla come destino ineluttabile.
L’assedio finale a Gaza City: tank israeliani la circondano, 300mila palestinesi in fuga
L’esercito israeliano sta intensificando il proprio assalto a Gaza City, bombardando a tappeto edifici residenziali, oltre che le tende nei campi di sfollati, costringendo alla fuga centinaia di migliaia di persone. Solamente questa mattina, circa venti persone persone, inclusi diversi bambini, sono state uccise in attacchi contro il campo di al-Mawasi, a ovest di Gaza City, e contro due abitazioni in Al-Jalaa Street, mentre numerosi sono i feriti (incluso un bambino) dei bombardamenti sul quartiere di Remal. Pesanti bombardamenti sono stati registrati anche a Shujayea, a ovest della città. Fonti militari avrebbero riferito ai media che tank israeliani stanno circondando la città, pronti a lanciare l’assalto finale. Nel frattempo, la carestia causata da Israele sta continuando a uccidere, con oltre 420 persone morte di fame ad oggi.
Secondo quanto riferito dall’ufficio stampa del governo di Gaza, l’IDF sta lanciando attacchi senza sosta contro edifici residenziali, prendendo di mira la popolazione civile. Solamente nella giornata di ieri, domenica 14 settembre, almeno 16 edifici sono stati distrutti dai bombardamenti. Secondo Al Jazeera, a Gaza City sono presenti ancora circa 900 mila persone, ma il numero diminuisce rapidamente: diversi media riportanto che oltre 300 mila persone hanno abbandonato la città per via dell’intensificarsi degli attacchi condotti nel finesettimana, dirigendosi verso il Sud della Striscia. Lo stesso ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha definito Gaza City una «torre di carte» e postato alcuni video dell’IDF che distrugge edifici nella città, commentando che «lo skyline di Gaza sta cambiando». Commentando le immagini del crollo di un palazzo, Katz ha riferito: «L’uragano continua a colpire Gaza. La torre del terrore Burj al-Nour crolla e gli abitanti di Gaza sono costretti a evacuare e spostarsi verso sud».
L’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi, ha riferito in una lettera che «nessuno» e «nessun luogo» è sicuro a Gaza. Gli attacchi aerei nel nord della Striscia si stanno intensificando, riporta l’agenzia, creando un numero sempre maggiore di sfollati, costretti a muoversi «verso l’ignoto». Solamente negli ultimi giorni, 10 strutture dell’UNRWA sono state colpite dai bombardamenti a Gaza City, tra le quali «sette scuole e due cliniche attualmente utilizzate come rifugi per migliaia di sfollati». Nel frattempo, «siamo stati costretti a interrompere l’assistenza sanitaria nel campo di Beach, l’unica struttura sanitaria disponibile a nord di Wadi Gaza», mentre «i nostri servizi essenziali di approvvigionamento idrico e igienico-sanitari funzionano ora solo a metà della loro capacità».
Nel frattempo, il segretario di Stato Marco Rubio si è recato in visita in Israele, dove ha incontrato il primo ministro Benjamin Netanyahu per discutere dei prossimi passi dopo l’attacco israeliano contro l’ufficio politico di Hamas a Doha di venerdì 12 settembre. Prima di recarsi a Tel Aviv, Rubio ha riferito che l’obiettivo del suo viaggio sarebbe stato «garantire il ritorno degli ostaggi, trovare il modo di garantire che gli aiuti umanitari raggiungano i civili e affrontare la minaccia rappresentata da Hamas», il quale «non può continuare a esistere se l’obiettivo è la pace nella regione». Dal canto suo, Netanyahu ha riferito che le relazioni tra USA e Israele «non sono mai state così solide». Nel frattempo, diversi leader del mondo arabo-islamico, incluso il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, stanno arrivando a Doha per discutere una risposta ufficiale dopo l’attacco israeliano.
Germania, elezioni comunali: tiene la CDU, cresce l’ultradestra
Alle elezioni comunali di domenica in Renania Settentrionale-Vestfalia, la CDU del cancelliere Friedrich Merz si è confermata primo partito con circa il 33%, stabile rispetto a cinque anni fa. Il voto, il primo sotto il governo Merz, è stato interpretato come test politico nazionale. L’AfD ha registrato una crescita significativa, passando dal 5 al 15%, risultato rilevante in un Land occidentale. I Socialdemocratici, principale partito di centrosinistra e partner della coalizione di governo, sono scesi dal 24 al 22%, mentre i Verdi hanno perso terreno dal 20 al 13%. In lieve rialzo la Sinistra (Die Linke), ora attorno al 5%.
USA-Venezuela, Washington muove F-35 a Porto Rico
Continua a crescere la tensione tra Stati Uniti e Venezuela. Gli USA hanno schierato cinque caccia F-35 a Porto Rico, come parte del dispiegamento ordinato dal presidente Trump nei Caraibi per rafforzare le operazioni contro il traffico di droga. Caracas ha risposto accusando Washington di aver sequestrato un peschereccio venezuelano e ha definito la missione “una provocazione militare inaccettabile”. Il governo venezuelano ha chiesto spiegazioni formali e minacciato rappresaglie diplomatiche se non verranno restituiti il natante e l’equipaggio. All’inizio di settembre l’esercito degli Stati Uniti aveva sparato contro un’imbarcazione partita dal Venezuela e sospettata dalla Casa Bianca di trasportare droga, uccidendo 11 persone.
Cassazione: annullato licenziamento Stefano Puzzer, leader portuali Trieste
La Cassazione ha annullato il licenziamento di Stefano Puzzer, portuale di Trieste e leader delle proteste contro il Green Pass del 2021. La Suprema Corte ha stabilito che le motivazioni presentate dall’Autorità portuale non giustificavano la misura adottata. Il caso torna ora alla Corte d’Appello di Venezia, che dovrà decidere se disporre o meno il reintegro. Puzzer, noto per il suo ruolo nelle manifestazioni che portarono Trieste al centro dell’attenzione nazionale, aveva contestato il provvedimento fin dall’inizio. Con questa decisione la Cassazione apre la strada a un nuovo esame della vicenda, che potrebbe avere conseguenze anche in altri procedimenti simili. In attesa del giudizio di merito, resta sospesa la posizione lavorativa dell’ex sindacalista portuale, che ha definito la pronuncia un riconoscimento delle proprie ragioni e di quelle di chi partecipò alle mobilitazioni.
Nepal: nominata nuova prima ministra Sushila Karki
Sushila Karki, 73 anni, ex presidente della Corte Suprema, è la nuova prima ministra ad interim del Nepal. Durante il discorso d’insediamento ha promesso che il suo governo “non resterà in carica più di sei mesi”, in attesa delle elezioni previste per il 5 marzo 2026. Nella prima uscita pubblica, Karki ha annunciato che intende rispondere alle rivendicazioni della generazione “Gen Z”, chiedendo trasparenza, azione contro la corruzione e maggiore uguaglianza economica. Le autorità nepalesi hanno revocato il coprifuoco nella capitale Kathmandu e nelle zone circostanti, dopo che è tornata la calma con la fine delle proteste che hanno causato la morte di almeno 51 persone e il crollo del governo.
IDF rade al suolo grattacielo a Gaza City, Rubio oggi a Gerusalemme
Nelle prime ore di oggi un raid dell’aviazione israeliana ha colpito e completamente distrutto un edificio nel cuore di Gaza City. Lo riporta il Times of Israel. Poco prima, l’IDF aveva diffuso un avviso di evacuazione per i palestinesi residenti nel quartiere Rimal. I testimoni parlano di gravi danni anche alle abitazioni circostanti. Non è ancora chiaro il numero delle vittime, ma i soccorsi sono al lavoro tra le macerie. In un altro incidente, quattro palestinesi sono stati uccisi e decine di altri sono rimasti feriti quando le forze israeliane hanno aperto il fuoco su un gruppo di civili in attesa di aiuti nel nord di Rafah, nella parte meridionale della Striscia. Nel frattempo, il segretario di Stato americano Marco Rubio è arrivato a Gerusalemme per incontrare Netanyahu. Secondo il Dipartimento di Stato americano, lo scopo del viaggio è quello di assicurare a Israele il sostegno degli Stati Uniti malgrado il raid dell’Idf contro la leadership di Hamas a Doha e di discutere della possibilità di un’annessione israeliana di parti della Cisgiordania occupata in risposta all’annunciato riconoscimento dello Stato di Palestina da parte di numerosi Paesi occidentali.







