Filippo Turetta ha inviato una lettera agli uffici giudiziari di Venezia per comunicare la sua decisione di rinunciare al processo d’appello contro la condanna all’ergastolo per il femminicidio di Giulia Cecchettin. Turetta era stato condannato lo scorso aprile per avere ucciso con 75 coltellate la propria ex fidanzata l’11 novembre 2023. La difesa aveva presentato istanza contro l’accusa di premeditazione, ma con la rinuncia all’appello, Turetta accetta la condanna all’ergastolo. A presentare appello era stata anche la Procura di Venezia, specificatamente sul mancato riconoscimento dell’aggravante della crudeltà; tale istanza resta attiva, e il processo è previsto il prossimo 14 novembre.
Fotovoltaico in Sardegna: 90 ettari di pannelli in un’area protetta UNESCO
A tre anni dalla prima presentazione del progetto, il Ministero per l’Ambiente e la Sicurezza Energetica (MASE) ha dato il via libera alla realizzazione di una centrale fotovoltaica nel territorio di Putifigari, nel nord della Sardegna. La nuova centrale, della potenza complessiva di 72,6 MW, sorgerà nei territori di Monte Siseri e Seddonai, occupando un’area di poco inferiore ai 90 ettari. Secondo quanto prevede il progetto, parte di essa si troverà all’interno di una zona considerata patrimonio dell’UNESCO per la presenza delle domus de jana, case funerarie tipiche dell’isola risalenti alla Sardegna prenuragica.
Nel documento del MASE si legge chiaramente che, proprio per questa ragione, il parere rilasciato in precedenza dal Ministero della Cultura sulla realizzazione dell’opera era negativo. Alcune porzioni del tracciato del cavidotto rientrano infatti all’interno della fascia di rispetto di 500 metri dai beni culturali vincolati, «risultando, quindi, solo parzialmente localizzate in area idonea». Eppure, il problema sembra non porsi nemmeno, dal momento che il Comitato tecnico PNRR-PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima) ha decretato che il progetto possa inserirsi senza problemi «nel contesto paesaggistico» e che le compensazioni previste, ovvero «opere a verde perimetrali», siano sufficienti a mitigare «gli impatti visivo-percettivi». Il progetto è d’altronde considetato dal Ministero di importanza strategica, dal momento che «concorre al raggiungimento degli obiettivi del PNIEC e del Piano per la Transizione Ecologica (PTE)».
La decisione del MASE, riporta il Coordinamento Gallura contro la speculazione eolica e fotovoltaica, «calpesta con arroganza istituzionale il lunghissimo e dettagliatissimo parere contrario del Ministero della Cultura (MIC) e della soprintendenza ABAP di Sassari». Oltre a trovarsi nel mezzo della zona cuscinetto della domus de jana di Monte Siseri, infatti, questa sarà ad appena 70 metri dai pannelli di Nuraghe Pedra de Fogu, a 10 metri circa dalle strutture di Monte Siseri e a 250 metri dalla domus de janas S’Ena Cocciada, in un punto dove si trova «una concentrazione di storia millenaria che sarà non solo deturpata nel paesaggio, ma letteralmente minacciata nelle sue fondamenta da un progetto industriale». Il Coordinamento invoca quindi la Regione Sardegna, chiedendo che si opponga alla delibera del MASE e non rilasci l’Autorizzazione Unica. Nel frattempo i comitati sardi, da tempo impegnati nella difesa del proprio territorio dall’assalto delle infrastrutture e dalla “speculazione energetica”, promettono battaglia.
Il presidente del Madagascar dissolve l’Assemblea
Il presidente del Madagascar, Andry Rajoelina, ha annunciato di avere sciolto l’Assemblea Nazionale per «ristabilire l’ordine nella Nazione e rinforzare la democrazia», dando «spazio ai giovani». L’annuncio del presidente arriva dopo settimane di proteste, a cui recentemente si sono aggiunti anche i membri dell’esercito. Le proteste, lanciate dai giovani del Paese, chiedevano che venissero garantiti i servizi idrici ed elettrici; nei giorni, si sono allargate in un più ampio moto antigovernativo, che ha portato alla fuga dello stesso Rajoelina dal Paese.
L’allarme del fondatore di Telegram: l’internet libero sta per finire
«Sto per compiere 41 anni, ma non ho voglia di festeggiare. La nostra generazione sta esaurendo il tempo per salvare l’Internet libero costruito per noi dai nostri padri». Con queste parole Pavel Durov ha scelto di trasformare il giorno del suo compleanno in un monito pubblico. Niente auguri, nessuna celebrazione: il fondatore di Telegram lancia un allarme evocando un futuro in cui il tempo per salvare la libertà digitale sta per esaurirsi. Il richiamo non è rindirizzato solo ai colleghi delle Big Tech: è un appello globale rivolto a chiunque usi la rete, in tutti i continenti, prima che quello che consideravamo un diritto si trasformi in uno strumento di sorveglianza di massa. Quella che un tempo era la promessa di uno scambio di informazioni orizzontale, libero da confini e controlli, si sta oggi trasformando – secondo Durov – «nel più potente strumento di controllo mai creato».
Nei messaggi diffusi via Telegram e sul suo profilo X, Durov denuncia che Paesi che un tempo si definivano “liberi” stanno imboccando vie che sembrano uscite da romanzi distopici. La difesa della privacy, per lui, non è però solo tecnica, è anche politica e culturale. Telegram nasce, infatti, dalla libertà di pensiero dei fratelli Durov (celebre la frase di Pavel: «Preferisco morire anziché permettere a terzi di accedere ai messaggi privati su Telegram), con l’obiettivo di poter creare una piattaforma dove le comunicazioni potessero essere sicure e private, ma soprattutto libere dall’ingerenza politica. Telegram è la prima app a usare la crittografia end-to-end, ha sparso i data center in tutto il mondo e ha scelto come sede centrale Dubai. Sulla base della sua visione della libertà digitale, Durov ha criticato apertamente il Chat Control europeo, i sistemi di identificazione digitale e i controlli sull’età online. Per lui, la privacy è un diritto umano fondamentale e ogni legge o misura che la riduca rappresenta un passo verso Internet controllato e sorvegliato. E snocciola alcuni esempi: l’implementazione del sistema di identità digitale nel Regno Unito, i controlli obbligatori sull’età in Rete in Australia, la scansione di massa dei messaggi privati nel contesto europeo. Avverte che la Germania sanziona chi critica funzionari via web, che il Regno Unito procede a incarcerazioni per un tweet e che la Francia avvia indagini penali contro leader digitali che difendono privacy e libertà. Un mosaico in cui il controllo statale si estende, la dissidenza viene criminalizzata e la rete diventa un recinto.
Le sue parole assumono un peso ancora maggiore dopo le recenti vicende giudiziarie che lo hanno visto protagonista lo scorso anno. La sera del 24 agosto 2024, appena atterrato con il suo jet privato all’aeroporto di Le Bourget, l’imprenditore russo con cittadinanza nevisiana, francese ed emiratina, è stato arrestato dalla gendarmerie con dodici accuse a suo carico: dalla complicità nella diffusione di materiale pedopornografico al traffico di droga, dall’omessa collaborazione con le autorità alla fornitura di strumenti di crittografia “fuori standard”. La notizia ha fatto il giro del mondo, gettando nello scompiglio i media, dividendo l’opinione pubblica e scuotendo le fondamenta delle Big Tech: che sia solo l’inizio di una operazione di rastrellamento degli imprenditori digitali divergenti? Il suo arresto rappresenta uno spartiacque per la libertà di espressione: si inserisce in un contesto più ampio di quei tentativi sempre più aggressivi da parte dei governi di soffocare ogni voce libera o dissidente. Il nodo centrale dell’indagine era stata la mancata moderazione dei contenuti su Telegram e la scarsa cooperazione con le forze dell’ordine. Per Durov, però, l’inchiesta rappresenta qualcosa di più: il segnale che persino in Occidente la libertà digitale è ormai vista come una minaccia. Il paradosso è che con il suo arresto non è stato perseguitato da un regime autoritario, ma da un Paese – la Francia – che si proclama culla dei diritti umani. A evidenziare l’anomalia è stato persino il Cremlino, con cui non sono mai corsi buoni rapporti: «Le accuse sono gravi e richiedono prove solide – ha dichiarato il portavoce Dmitrij Peskov – altrimenti sarà evidente che si tratta di un tentativo di intimidazione». Durov non è nuovo a scontri con i governi. Nel 2014 rifiutò di consegnare al governo federale russo i dati personali di un gruppo attivo su VK, che protestava apertamente contro Putin, scegliendo l’esilio. Lo scopo principale del CEO, infatti, era quello di avere la massima libertà da ogni costrizione politica. La sua piattaforma doveva poter non essere controllata, perché la sua filosofia vede un sistema di comunicazione privo di regolamentazioni, moderazioni e costrizioni.
Il suo allarme, oggi, a più di un anno dal suo arresto e rilascio, non nasce dal vuoto e appare come il manifesto di un’epoca in bilico: Telegram è sempre stato un simbolo, per molti, di comunicazione libera e cifrata. Il suo messaggio funziona da catalizzatore: spinge a mettere al centro il tema della sovranità digitale, della trasparenza normativa, della governance della rete. Se l’Internet libero è davvero in pericolo, non si tratta di difendere un’idea astratta, ma una condizione essenziale per la democrazia contemporanea e la sopravvivenza stessa del pensiero critico. Dietro l’atlante delle presunte violazioni si innesta, infatti, un’idea di battaglia civile, un invito alla resistenza digitale. Durov sostiene che la generazione attuale rischia di passare alla storia come l’ultima che ha conosciuto la libertà, quella che ha permesso che le sue stesse libertà venissero progressivamente tolte. «Un mondo oscuro e distopico si avvicina rapidamente – mentre noi dormiamo», scrive. Non è solo una denuncia, ma un’esortazione implicita: mobilitarsi, creare infrastrutture di resistenza, difendere strumenti cifrati, sostenere modelli decentralizzati, fare della privacy un tema non tecnico ma politico. Tra poteri che reclamano l’accesso totale ai dati e cittadini sempre più sorvegliati, la rete rischia di smettere di essere un luogo di libertà per diventare il più sofisticato sistema di controllo globale. Durov invita a scegliere da che parte stare: è un richiamo all’azione, perché il tempo a disposizione resta poco e ogni tentennamento rischia di accelerare la corsa verso la distopia.
Processo Morandi, richiesta condanna di 18 anni e 6 mesi per Castellucci
A oltre sette anni dalla tragedia del crollo del ponte Morandi, la Procura fa le sue richieste di condanna nei confronti dei 57 imputati. Nel corso della requisitoria che si è protratta per mesi, il pm Walter Cotugno ha chiuso l’istruttoria chiedendo per l’ex amministratore delegato di Autostrade Giovanni Castellucci, già in carcere dopo la sentenza sulla strage di Avellino, una pena di 18 anni e 6 mesi, il massimo previsto dalla legge. La Procura ha motivato la richiesta sostenendo che “tutti gli indicatori per lui sono negativi”, definendo il caso un modello di dolo eventuale. La difesa di Castellucci ha replicato dichiarando che l’ormai detenuto dirigente si trova “in carcere da innocente”, chiedendo rigore nelle valutazioni processuali e sottolineando la sua estraneità alle nuove imputazioni. A Genova, con la tragedia che costò la vita a 43 persone, le prossime udienze saranno decisive per definire le richieste di pena anche per gli altri 56 imputati. A processo ci sono ex dirigenti e tecnici appunto di Aspi, dell’allora società gemella Spea, ma anche del ministero delle Infrastrutture.
Sarkozy in carcere a Parigi dal 21 ottobre per la condanna a 5 anni
L’ex presidente francese Nicolas Sarkozy entrerà nel carcere parigino di La Santé il 21 ottobre per scontare cinque anni di reclusione, tre dei quali effettivi, per associazione per delinquere in relazione ai tentativi di ottenere tangenti dal regime libico di Muammar Gheddafi per la sua campagna elettorale, vincente, del 2007. Si tratta del primo ex capo di Stato dell’Unione europea che finisce in cella per una condanna, anche se non definitiva. La Corte ha disposto l’esecuzione immediata della pena, definendo i fatti di “gravità eccezionale”. I legali preparano la richiesta di libertà provvisoria, la Corte d’Appello avrà due mesi per rispondere. Nel caso la domanda sia respinta, Sarkozy potrà presentare altre richieste identiche.
Droni e cecchini sui tetti: Udine militarizzata per la partita Italia-Israele
È una Udine completamente blindata quella che oggi si appresta a ospitare l’incontro valido per la qualificazione ai campionati mondiali di calcio Italia-Israele. Per l’occasione, sono comparsi segnali stradali temporanei, con segnati divieti di sosta e di transito, avvisi affissi sui parabrezza delle auto con su scritto «qui non si può stare» e chiuse diverse strade che portano allo Stadio Friuli, dove si disputerà l’incontro. Tuttavia, a mutare non sarà solo la viabilità cittadina: pare infatti che le forze dell’ordine si siano munite di droni, e che abbiano dispiegato anche dei cecchini sul tetto di un albergo. il centrodestra ha lanciato un appello al sindaco per vietare il corteo, che dovrebbe mobilitare almeno 10 mila persone, ma per il momento le istituzioni non hanno adottato misure in tal senso.
«Se Israele e Hamas sono stati capaci di deporre le armi, i manifestanti siano capaci di deporre megafoni e striscioni», si legge nell’appello firmato dal centrodestra, che definisce le manifestazioni contro l’occupazione israeliana e il genocidio palestinese avvenute nel resto d’Italia incitazioni «all’odio verso un altro popolo». Tuttavia, a giudicare dalle indicazioni sul sito del Comune, dove sono indicate le modifiche alla circolazione stradale volte a garantire «lo svolgimento del corteo», lasciano intendere che le istituzioni non abbiano intenzione di ostacolare la protesta. D’altronde, la manifestazione si svolgerà ben lontano dallo stadio, analogamente allo scorso anno, quando, in corrispondenza del medesimo evento, il Comune aveva imposto il divieto assoluto di avvicinarsi allo stadio e istituito una zona rossa militarizzata attorno all’impianto. Come lo scorso anno, il traffico in via Candolini è stato limitato già a partire dalle 12 di sabato 11 ottobre e sarà interdetto fino alle 12 di domani, mercoledì 15. Alcuni accessi alla stessa via, come il sottopasso di via Bottechia, saranno anch’essi chiusi. Interdetta la circolazione anche in viale Ledra e via Bezzeca, in tutto il tratto intorno all’Hotel Friuli, il quale ospiterà la nazionale israeliana, mentre la sosta è vietata nella zona di via Moretti, via Fiore dei Liberi e via Muratti Moretti, tutte e tre intorno al perimetro dell’hotel.
E nonostante in alcune interviste il sindaco abbia dichiarato che «tutte le manifestazioni che sono avvenute a Udine sono pacifiche», comitati e quotidiani locali denunciano una città militarizzata, con elicotteri che la sorvolano in continuazione, droni e cecchini sui tetti. Una foto del quotidiano locale Udine Today mostra proprio quello che sembra essere un tiratore scelto sul tetto dell’Hotel Friuli. Nonostante la smentita del governo, non si esclude nemmeno del tutto la presenza di agenti in borghese del Mossad, come avvenuto in altre manifestazioni pubbliche, al fine di tutelare i cittadini israeliani. Secondo il quotidiano, saranno anche effettuate operazioni di controllo già a notevole distanza dalla struttura e chiunque si avvicinerà allo stadio sarà sottoposto a controlli.

«Alla moltitudine che ha deciso di essere solidale al popolo palestinese, che ha chiesto di non giocare alla “partita della vergogna”, il governo risponde con barriere di cemento, varchi tra grate metalliche, militari con il fucile imbracciato, numerose forze di polizia, droni ed elicotteri» scrive il Comitato per la Palestina – Udine sui propri social, confermando l’appuntamento per stasera alle 17.30. «Il rumore sordo degli elicotteri che da ieri stanno pattugliando Udine non fa che ricordarci in maniera ancora più vivida l’orrore dell’occupazione israeliana e farci sentire ancora più vicini alla popolazione palestinese».
Verona: esplosione durante sgombero di un casolare, morti tre carabinieri
Durante lo sgombero di un casolare occupato a Castel d’Azzano (Verona), si è verificata un’esplosione che ha provocato la morte di tre carabinieri e il ferimento di altri 11 militari e 4 agenti delle Uopi (Unità operative di pronto intervento) della Polizia di Stato. L’edificio, un casolare di due piani satura di gas, è crollato travolgendo le forze dell’ordine al momento dell’irruzione. Secondo le prime ricostruzioni, una donna presente nell’immobile avrebbe attivato la deflagrazione. Due fratelli sarebbero stati fermati, mentre un terzo è attualmente in fuga. Si tratta di Franco, Dino e Maria Luisa Ramponi, agricoltori e allevatori con problemi finanziarie ipotecari, già noti per due episodi con la stessa dinamica avvenuti un anno fa. I carabinieri intervenuti erano stati mobilitati in forze speciali per l’elevato rischio dell’operazione. La procura di Verona parla di “esito inaspettato e tragedia incredibile”.








