sabato 5 Aprile 2025
Home Blog Pagina 176

Canarie, decine di migliaia contro il modello Airbnb: “Non è turismo, è colonizzazione”

2

Ieri, decine di migliaia di persone si sono radunate in piazza a Tenerife per una grande manifestazione di protesta contro l’impatto prodotto dal turismo di massa sui costi degli alloggi e della vita sull’isola. «Siamo stranieri nella nostra stessa terra», «Non è turismo, è colonialismo», «Le Canarie hanno un limite» sono solo alcuni degli slogan apparsi su centinaia di cartelli esposti dai cittadini. L’evento segue la maxi-protesta dello scorso aprile, che aveva già visto scendere in piazza 200.000 persone. Le manifestazioni si sono contemporaneamente estese oltre i confini delle isole stesse: proteste di supporto sono state infatti organizzate dagli espatriati di Tenerife a Valencia e nella capitale spagnola, Madrid.

La manifestazione di ieri è stata lanciata da movimenti ambientalisti e comitati cittadini. La mobilitazione intendeva riappropriarsi di tutti quegli spazi delle isole che vengono costantemente sottratti ai cittadini dai turisti. In occasione delle proteste a Tenerife, oltre 30.000 isolani hanno occupato la spiaggia di Las Américas, una delle attrattive più note dell’isola, lanciando un messaggio chiaro ad amministrazione e turisti: «Questa spiaggia è nostra». Parallelamente, migliaia di cittadini dell’arcipelago si sono mobilitati per riprendersi i litorali di Maspalomas (Gran Canaria), Las Américas (Tenerife), Corralejo (Fuerteventura), Puerto del Carmen (Lanzarote), Los Llanos de Aridane (La Palma) e Valverde (El Hierro). Dopo mesi di proteste, «è ancora tutto uguale», ha denunciato uno dei portavoce dei movimenti ambientalisti. «Questo modello turistico non funziona. Con oltre 18 milioni di visitatori all’anno, la nostra qualità di vita si sta deteriorando a passi da gigante».

Con la mobilitazione di domenica, gli attivisti dell’arcipelago intendevano denunciare l’insostenibilità del modello turistico di massa su cui poggia l’economia delle Canarie. Perché se da un lato è vero che la maggior parte dei posti di lavoro sono forniti dal turismo, dall’altro, denunciano i cittadini, questi stessi impieghi risultano precari, poco qualificati e mal pagati. Al disagio lavorativo, si aggiunge anche quello abitativo, visto che la maggior parte delle case viene riservata all’affitto di stagione turistica, problema che ironicamente si somma alla grande speculazione edilizia che da anni investe l’isola. Nell’arcipelago, reclamano gli attivisti, stanno infatti venendo costruite sempre più strade e strutture da destinare al turismo, che piano piano stanno erodendo le spiagge, decimando la biodiversità, e danneggiando il territorio dell’arcipelago.

Quella di ieri non è la prima volta che i cittadini delle Canarie si mobilitano per protestare contro il turismo di massa. Già ad aprile, infatti, gli isolani si sono riuniti in una manifestazione congiunta – la prima nella loro storia – contro il turismo che da anni soffoca le isole. In generale, le proteste contro tale fenomeno sono da mesi al centro dell’attenzione in tutta la Spagna. A luglio, a Barcellona, migliaia di persone hanno manifestato contro il sovraffollamento in città e contro la crescente dipendenza dell’economia locale dal turismo di massa, bloccando simbolicamente le uscite di hotel e locali affollati dai turisti con nastro adesivo e nastro rosso e bianco. Qualche giorno prima, la città di Málaga ha vissuto una intensa giornata di mobilitazione con migliaia di persone che sono scese in strada per chiedere che fossero intraprese misure per contrastare i danni del turismo di massa. In particolare, i cittadini hanno chiesto misure concrete per frenare il fenomeno degli affitti brevi e contrastare l’aumento dei prezzi degli affitti per i residenti sul mercato immobiliare, giunto a livelli considerati insostenibili. A maggio, invece, era toccato a Palma di Maiorca, dove migliaia di persone hanno protestato contro l’overtourism al grido di “Maiorca non è in vendita!”.

[di Dario Lucisano]

Che cosa sappiamo del presunto dispiegamento di soldati nordcoreani in Russia?

7

Nei giorni scorsi, le agenzie di stampa e i quotidiani italiani hanno riportato la notizia di un presunto dispiegamento di soldati nordcoreani a fianco delle forze armate russe. Nelle conclusioni emerse alla fine del vertice del Consiglio europeo del 17 ottobre, l’UE ha avvisato i “Paesi terzi” a cessare ogni forma di assistenza a Mosca e molti vi hanno letto un avvertimento indiretto a Pyongyang. Come siamo arrivati a questo punto?

Dal 10 ottobre, il Guardian ha pubblicato una serie di articoli in cui, chiamando in causa una fonte anonima ucraina, si alludeva alla presenza di «decine di nordcoreani dietro le linee russe, in squadre che “supportano i sistemi di lancio per i missili KN-23”». In un articolo successivo, il Guardian riprendeva le dichiarazioni di Volodymyr Zelensky in merito a “recenti rapporti” secondo cui la Corea del Nord starebbe anche «inviando un gran numero di truppe» in Russia. Secondo l’agenzia di spionaggio della Corea del Sud, Pyongyang avrebbe inviato 1500 soldati delle forze speciali nell’Estremo Oriente russo per l’addestramento nelle basi militari locali e questi saranno “probabilmente” impiegati per combattere nella guerra in Ucraina. E attorno a quel “probabilmente” ruota tutta l’inconsistenza della narrazione. Il capo della Direzione dell’intelligence della Difesa ucraina (GUR), il generale Kyrylo Budanov, si è spinto oltre e ha riferito che sarebbero ben 11 mila i soldati nordcoreani che si stanno addestrando nella Russia orientale, e un primo gruppo di essi – circa 2600 uomini – sarebbe già pronto a combattere nella regione di Kursk a partire dal primo novembre.

Le testate internazionali, comprese quelle italiane, hanno ripreso come oro colato la sparata dell’accoppiata Zelensky & Budanov e le insinuazioni dell’intelligence di Seoul con titoli roboanti: L’esercito della Corea del Nord va in soccorso dello zar Putin; I soldati di Kim con i russi già 1.500 al confine ucraino; Seul: “Divise russe e documenti falsi, già a Vladivostok i 1500 soldati nordcoreani che combatteranno per Mosca contro Kiev’’; ‘’11mila nordcoreani pronti a combattere per i russi’’. La rivelazione degli 007 di Kiev; L’Ue risponde alla Corea del Nord per l’invio in Russia di truppe “su larga scala”; ecc. Una breve rassegna stampa spingerebbe chiunque a presumere che le informazioni riportate su queste testate siano affidabili e che il pericolo sia concreto

Il capo della Direzione dell’intelligence della Difesa ucraina (GUR), Kyrylo Budanov

Premesso che sia la Russia sia la Corea del Nord negano tali ricostruzioni, la smentita da parte del capo del Pentagono, ripresa da Reuters, è stata volutamente ignorata da quelle stesse testate che hanno deciso di sbattere in prima pagina la notizia mai confermata. Il segretario alla Difesa statunitense Lloyd Austin ha, infatti, dichiarato di non poter confermare queste notizie e che il Pentagono non ha le prove che tali insinuazioni siano vere, ma che «continua a indagare».

Che cosa sappiamo, quindi, in concreto, di queste ricostruzioni che campeggiano da giorni sulle prime pagine di quotidiani cartacei e siti online? Nulla. Nel senso che, come spesso accade con notizie di tenore propagandistico, non esistono conferme su cui costruire fantomatici reportage. Tant’è che alcuni organi di informazione hanno preferito ricorrere all’utilizzo delle virgolette per evidenziare che si tratta di notizie provenienti da “fonti di parte”, Seoul e Kiev: è il caso di Repubblica che in un articolo di Gianluca Modolo (corrispondente non si sa bene da dove) nel sommario ha preferito mettere le mani avanti e specificare che «Se fosse confermato», l’invio totale delle truppe «segnerebbe il primo coinvolgimento così massiccio in una guerra da parte dell’esercito di Pyongyang dai tempi della Guerra di Corea del 1950». Insomma, basta spingersi poco sotto il titolo per scoprire che di confermato non c’è nulla e che, per l’ennesima volta, in Occidente i mezzi di informazione rilanciano come una cassa di risonanza la propaganda di Kiev e di Seoul, senza nemmeno esserne troppo convinti. 

I numerosi precedenti che abbiamo analizzato in questa rubrica dovrebbero invitare alla prudenza. A maggior ragione quando si tratta della Corea del Nord, dove ci si trova sovente di fronte a fake news anche grottesche, diffuse da agenzie sudcoreane o da giornali satirici, ma ritenute credibili e perciò ribattute in Occidente senza averne potuto accertare la veridicità. Con ciò non si intende “difendere” o spalleggiare il regime nordcoreano, ma mostrare la dinamica che viene utilizzata con Kim Jong-un così come con altri leader stranieri al solo fine di demonizzarli. 

Il regime di Pyongyang è particolarmente chiuso rispetto al resto del mondo; quindi, è difficile ottenere notizie attendibili provenienti dal suo interno e questo, di conseguenza, ha favorito la diffusione di bufale sul suo conto, che sono state usate dalla propaganda sudcoreana. Il leader nordcoreano ha alimentato storie fantasiose talmente assurde che si fatica a credere che siano state rilanciate dai media di massa, dallo zio Jang Song-thaek, che sarebbe stato sbranato da 120 cani (la notizia falsa proveniva da un giornale semi-satirico di Hong Kong, il «Wen Wei Po»), all’ex fidanzata di Kim, la cantante Hyon Song-wol, che sarebbe stata fucilata il 20 agosto 2013,  dopo essere stata condannata per violazione delle leggi contro la pornografia (la “notizia” proveniva dal quotidiano sudcoreano Chosun Ilbo, grazie a “fonti” interpellate in Cina; nel maggio del 2014, Hyon Song-wol ricomparve pubblicamente, viva e vegeta, in un concerto cui presenziava lo stesso Kim), dalla morte del ministro della Difesa, che sarebbe stato giustiziato con la contraerea per un pisolino di troppo (smentita addirittura dai Servizi segreti sudcoreani ma rilanciata dai media italiani) alla macabra uccisione di un generale gettato in una vasca di piranha. 

Oggi lo schema è lo stesso: sulla base di notizie infondate, si chiede all’opinione pubblica un atto di fede. Si vuole far credere di avere la prova definitiva che «la Russia non vuole davvero la pace» per legittimare una escalation del conflitto che rischia di incendiare l’Europa. Prima di farsi trascinare in una guerra globale sarebbe almeno il caso di verificare l’attendibilità delle fonti

[di Enrica Perucchietti]

USA, pacchetto di 400 milioni all’Ucraina

0

Il Segretario della Difesa degli Stati Uniti d’America, Lloyd Austin, ha annunciato un nuovo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina del valore di 400 milioni di dollari. L’annuncio è arrivato oggi, in occasione di una visita di Austin a Kiev. Di preciso, secondo quanto comunica il segretario, gli USA forniranno nuovi veicoli corazzati, munizioni, proiettili d’artiglieria da 155 millimetri, e nuove piattaforme di lancio per razzi di tipo HIMARS all’Ucraina.

Una ricerca ritiene di aver individuato le cause di formazione dei meteoriti

0

Capire da dove provengano le stelle cadenti e i meteoriti è una delle domande che gli scienziati si pongono fin dall’antichità. Ora, nuove analisi sembrano aver trovato una soluzione: i risultati, ottenuti da un team internazionale di ricercatori del Centre national de la recherche scientifique (CNRS), dell’Osservatorio europeo australe (ESO) e della Charles University, sono stati pubblicati in tre studi sottoposti a revisione paritaria e apparsi sulle prestigiose riviste scientifiche Astronomy & Astrophysics e Nature. Se fino a poco tempo fa solo il 6% delle cadute di meteoriti era stato collegato alla loro origine, oggi tale percentuale è salita a oltre il 90%, rivelando che circa il 70% di tutte le cadute proviene da tre giovani famiglie di asteroidi.

I meteoriti noti sono oltre 70.000, ma fino ad oggi solo il 6% era stato chiaramente identificato come proveniente dalla Luna, da Marte o da Vesta, uno dei più grandi asteroidi della fascia principale. La provenienza del restante 94% dei meteoriti era rimasta sconosciuta. Per risolvere questo enigma, i ricercatori hanno condotto un’indagine telescopica della composizione delle principali famiglie di asteroidi nella Fascia Principale, situata tra Marte e Giove, a una distanza compresa tra i 100 e i 300 milioni di chilometri. Questa analisi, combinata con simulazioni computerizzate avanzate e estesa a tutte le famiglie di meteoriti, ha identificato nuove fonti primarie oltre a quelle già conosciute della Luna, di Marte e di Vesta.

Secondo i risultati ottenuti, circa il 70% di tutte le cadute di meteoriti conosciute ha origine da tre giovani famiglie di asteroidi chiamate Karin, Koronis e Massalia (quest’ultima da sola è responsabile del 37% dei meteoriti conosciuti). Queste famiglie si sarebbero formate tramite collisioni nella Fascia Principale avvenute rispettivamente 5,8, 7,5 e 40 milioni di anni fa. Gli autori spiegano che il motivo per cui queste tre famiglie costituiscono l’origine di così tanti meteoriti è legato alla loro giovinezza: sono caratterizzate da un’abbondanza di piccoli frammenti, residui delle collisioni, che aumentano il rischio di ulteriori impatti e favoriscono la fuga di detriti dalla cintura verso la Terra. Le famiglie formatesi in collisioni più antiche, invece, sono considerate «fonti esaurite di meteoriti», poiché la quantità di piccoli frammenti che le costituiva si è erosa e dispersa nel corso di decine di milioni di anni. Di conseguenza, i ricercatori concludono che «Karin, Koronis e Massalia coesisteranno inevitabilmente con nuove fonti di meteoriti da collisioni più recenti, e alla fine saranno sostituite da queste ultime».

Inoltre, l’approccio utilizzato ha permesso di tracciare l’origine di asteroidi di dimensioni chilometriche, che potrebbero rappresentare una minaccia per la vita sulla Terra. Ad esempio, sembra che gli asteroidi Ryugu e Bennu, recentemente campionati dalle missioni Hayabusa2 (Japanese Aerospace Exploration Agency, JAXA) e OSIRIS-REx (NASA) e studiati in laboratori di tutto il mondo, in particolare in Francia, derivino dallo stesso asteroide genitore della famiglia Polana. Tuttavia, gli autori concludono che rimane ancora da scoprire l’origine del restante 10% dei meteoriti conosciuti, e per completare la ricerca il team intende proseguire le analisi concentrandosi sulla caratterizzazione delle famiglie formatesi meno di 50 milioni di anni fa.

[di Roberto Demaio]

Mozambico, proteste per le elezioni, scontri con la polizia

0

Oggi a Maputo, capitale del Mozambico, si è tenuta una manifestazione per denunciare irregolarità nello svolgimento delle elezioni, di cui si stanno ancora aspettando i risultati, e sono scoppiati scontri con le forze dell’ordine. La polizia ha caricato i manifestanti, lanciando loro gas lacrimogeni e disperdendoli. La protesta intendeva contestare le elezioni presidenziali del 9 ottobre, per cui le opposizioni hanno sin da subito denunciato brogli. Venerdì, dopo l’uccisione di due collaboratori di Venâncio Mondlane, il principale candidato dell’opposizione, si è verificato un aumento della tensione nel Paese, in seguito a cui è stata indetta la manifestazione di oggi. La commissione elettorale dovrebbe ufficializzare i risultati nelle prossime ore.

 

Moldavia spaccata dal referendum per aderire all’UE: il sì vince di un soffio

3

Mancano ancora una decina di seggi da scrutinare, ma l’atteso risultato del referendum moldavo sull’adesione del Paese all’Unione Europea sembra ormai definito: la Presidente Maia Sandu ha vinto la scommessa delle urne per appena una decina di migliaia di voti, riconsegnando, in sede di consultazione, un Paese spaccato a metà. Il risultato pare rispecchiare la cronica divisione interna della stessa Moldavia: da una parte, gli europeisti del governo centrale, con lo sguardo rivolto verso Bruxelles, e, dall’altra, i russofoni della Gagauzia o della separatista Transnistria, inclinati verso Oriente. Anche le elezioni presidenziali, svoltesi parallelamente al referendum, sembrano rispecchiare questa sostanziale spaccatura. Maia Sandu risulta ampiamente avanti rispetto ai rivali, ma non riesce ad assicurarsi la rielezione al primo turno, e al ballottaggio dovrà vedersela con il candidato filorusso Alexandr Stoianoglo, che probabilmente potrà godere del sostegno degli esponenti degli altri partiti più vicini a Mosca. Decisivo nel definire la rottura del Paese, il fronte degli astenuti, pari a poco meno della metà degli aventi diritto.

I risultati del referendum moldavo sull’adesione all’Unione Europea erano particolarmente attesi. Esso è stato promosso dalla stessa presidente uscente Sandu e approvato formalmente dalla Corte Costituzionale il 16 aprile, e poneva ai cittadini una semplice domanda: Sostieni la modifica della Costituzione in vista dell’adesione della Repubblica di Moldova all’Unione Europea?”. Con la vittoria del sì, verranno introdotti due nuovi paragrafi al preambolo della Costituzione, uno che “riconferma l’identità europea del popolo della Repubblica di Moldova e l’irreversibilità del percorso europeo” e un secondo che “dichiara l’integrazione nell’Unione Europea un obiettivo strategico della Repubblica di Moldova”. Dopo il 99,46% dei seggi scrutinati, il sì risulta avanti con il 50,42%, dato che conferma pienamente la spaccatura interna al Paese. Se infatti da un lato il governo centrale ha una posizione ampiamente vicina all’Europa, dall’altro sono molti i politici, e le regioni, a essere ancora legate alla Russia. Malgrado la preannunciata vittoria del fronte del sì, insomma, non è scontato che gli eventuali negoziati di adesione vengano avviati senza contestazioni da parte delle realtà separatiste o semplicemente più vicine a Mosca.

Parallelamente al quesito referendario, i cittadini sono stati chiamati a decidere il nuovo presidente del Paese. Maia Sandu, che corre con il Partito di Azione e Solidarietà per il suo eventuale secondo e ultimo mandato, ne è uscita pienamente vincitrice, con il 42,31% dei voti, ma non è riuscita a farsi riconfermare al primo turno. Secondo posto per il candidato filorusso del Partito Socialista, Alexandr Stoianoglo, con il 26,09%, e terzo per un altro filorusso, Renato Usatii, con il 13,77%. Malgrado la presenza di molti più candidati orientati verso oriente, in molti danno per scontata una vittoria di Sandu al ballottaggio, che si terrà domenica 3 novembre. Risulta comunque interessante notare che, sommati, i voti presi dai politici considerati vicini a Putin risultano all’incirca gli stessi di quelli ottenuti dai candidati più europeisti. Malgrado la frammentarietà, anche le presidenziali mostrerebbero insomma, un Paese con due forti tendenze contrastanti equiparabili nell’intensità: da un lato quella filoeuropa e dall’altro quella filorussa.

Ancora limitati i commenti da parte delle varie forze politiche: ieri sera, quando il no al referendum sembrava nettamente in vantaggio, Maia Sandu è corsa subito ai ripari, denunciando brogli e tentativi di influenza esterne. Dal canto suo, proprio nelle ore serali, Ilan Shor, uno dei leader dell’opposizione filorussa, ha reclamato la sconfitta della campagna referendaria di Sandu. Curiosamente, pochi paiono essersi soffermati sul dato dell’affluenza, che restituisce un Paese ancora più spaccato a metà in quello che doveva essere uno dei voti più importanti della storia del Paese.

Il quesito referendario posto ieri ai cittadini della Moldavia si configura come una consultazione di portata storica per il Paese. Da sempre divisa tra Russia ed Europa, che si contendono l’influenza sul Paese, la Moldavia è un piccolo Stato situato a cavallo tra l’Ucraina e la Romania. Un tempo parte della Repubblica Socialista Sovietica Moldava, una delle repubbliche di cui si componeva l’URSS, i suoi confini sono ancora oggi offuscati: con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, la regione della Transnistria annunciò unilateralmente la propria indipendenza come Repubblica Moldava della Transnistria, il 2 settembre 1990. Tale dichiarazione di indipendenza precedette quella fatta dalla Moldavia, che avvenne solo ad agosto 1991. Dopo una guerra durata dal marzo al luglio del 1992, venne firmato un armistizio garantito da una commissione congiunta tripartita tra Russia, Moldavia e Transnistria con cui si decise di creare una zona demilitarizzata tra Moldavia e Transnistria comprendente venti località a ridosso del fiume Dnestr. Ancora oggi, la Transnistria non è riconosciuta dall’Occidente. Nell’ultimo periodo, alla questione della Transnistria, si è aggiunta un’intensificazione degli attriti tra il governo centrale e la regione della Gagauzia, la cui presidente, Evghenija Gutsul, risulta particolarmente vicina a Putin, al quale ha chiesto aiuto denunciando presunte «violazioni dei diritti costituzionali» dei gagauzi da parte della Moldavia. In generale, il Paese si colloca in una posizione geograficamente e strategicamente importante: la Moldavia dista infatti circa un centinaio di chilometri dalla città ucraina di Odessa, ed è il Paese più a oriente (a eccezione dell’Ucraina) non ancora sotto diretta influenza russa, a non fare parte di UE e NATO.

[di Dario Lucisano]

La dipendenza della moda dal poliestere

0

Le dipendenze sono dure da sradicare. Quella della moda dall’uso della plastica, sotto forma di poliestere (sia vergine che riciclato) forse, lo è ancora di più. Un legame molto stretto che va avanti da quando questa fibra è stata scoperta agli inizi del ‘900 e che è in aumento anno dopo anno. Lo evidenzia Textile Exchange nel suo  report annuale sui materiali, che illustra come la tendenza sia in crescita: il 57% del tessile complessivo prodotto è poliestere, confermando come questa sia ancora la fibra più utilizzata a livello globale. Un primato difficile da scavalcare e che, stando alle previsioni per i prossimi anni, potrebbe continuare ad aumentare. Un incremento dovuto sia all’eccesso produttivo del settore moda che al costo (economico, non certo ambientale) di questo materiale. Negli ultimi 40 anni, infatti, il prezzo del poliestere è passato da 10 dollari a 1 dollaro al kg! Nei paesi europei è più economico del petrolio e, a parte l’aggiunta dell’IVA, non viene tassato in altro modo (niente imposte indirette come su altri prodotti nocivi e tossici, come tabacco o alcool). Difficile farne a meno, soprattutto per un’industria ultimamente basata sulla creazione di prodotti di scarsa qualità, ottenuti riducendo al minimo i costi per favorire i margini e guadagni di pochi.

La beffa del riciclato (e delle fibre innovative)

Nel report si inseriscono anche le percentuali di poliestere riciclato, altra storia controversa che non ha ancora trovato la sua direzione realmente sostenibile. «A livello globale, la produzione di fibre di poliestere riciclate è aumentata da circa 8,6 milioni di tonnellate nel 2022 a circa 8,9 milioni di tonnellate nel 2023. Tuttavia, a causa dell’aumento della produzione di poliestere vergine, si è verificata una diminuzione della quota di mercato complessiva del poliestere riciclato da circa 13,6% della produzione globale di poliestere nel 2022 a circa 12,5% nel 2023». Riciclare il poliestere da fibra a fibra, in un’ottica completamente circolare, è ancora un miraggio (al momento rappresenta solo il 2%). Ed anche quando è presente in un capo del poliestere riciclato (ottenuto dal riciclo di bottiglie di plastica), lo vediamo sempre accompagnato da una percentuale di fibra vergine, perché la qualità del prodotto sarebbe intaccata e quindi è necessario mescolare entrambe le fibre. Se poi ci addentriamo nel mondo delle fibre di poliestere di origine biologica, la quota di mercato è talmente bassa da risultare irrilevante (0,01%); questo per questioni relative al prezzo, alla disponibilità e alla reale sostenibilità. 

Giacca di pelle realizzata con spore di funghi e fibre vegetali

Uno spiraglio di luce potrebbe arrivare dai materiali “di nuova generazione”, ottenuti dagli scarti alimentari come bucce di arancia e banana, così come quelli bio-based. Ma, nonostante il rumore su collaborazioni e lanci, e nonostante gli investimenti in start-up focalizzate sullo sviluppo di queste nuove tecnologie (parliamo di 500 milioni di euro solo nel 2023), il settore non riesce a decollare. Il problema è sempre nel prezzo: la materia prima non è di per sé costosa, ma i processi per trasformarla in un prodotto funzionale e appetibile per il  prodotto moda sì. L’ostacolo principale sta sempre lì: in quel gap economico che sta tra l’innovazione ed il profitto, dove se per realizzare qualcosa di buono bisogna rinunciare ad una parte degli incassi, meglio continuare con i vecchi e decisamente più economici materiali. E così, negli anni, tante imprese innovative hanno dovuto mettere in pausa le ricerche, chiudere gli impianti e dichiarare bancarotta, spesso abbandonate proprio da quelle aziende investitrici che hanno messo la faccia per ripulire la loro reputazione. Allo stato attuale sembra quasi impossibile liberarsi dalla pura plastica.

Come disintossicarsi?

A indicare una via possibile  un altro report di Textile Exchange The Future of Synthetics (il futuro dei sintetici), nel quale si delineano alcuni passaggi necessari affinché la moda si liberi dai materiali a base di petrolio e suoi derivati. Il primo passo è quello di fare a meno di poliestere vergine, obiettivo auspicabile entro il 2030; contemporaneamente, per entrare in un’ottica circolare, bisognerebbe rinunciare  ad utilizzare le bottiglie di plastica PET per realizzare fibre di poliestere riciclato, lasciano il packaging al settore alimentare e focalizzandosi sugli scarti dell’industria della moda.

In questo consiste il secondo step: incentivare e sviluppare rapidamente le tecnologie per il riciclo dal tessile-al-tessile, usando tutti quegli scarti pre e post consumo generati dall’industria stessa e disponibili, a causa della sovrapproduzione, in quantità enormi. Qui, nonostante si facciano quotidianamente piccoli avanzamenti, mancano ancora infrastrutture di smistamento, l’accesso a materie prime di rifiuti tessili di alta qualità e, ovviamente, i finanziamenti per costruire strutture su larga scala e una mancanza di partnership con i fornitori. Problematiche che possono essere affrontate e risolte solo in sinergia e collaborazione tra fornitori e marchi, che dovranno rendersi disponibili a pagare di più per questo tipo di materiali. Il tutto in un’ottica di riduzione dei volumi (che se la quantità non cala, i problemi cambiano nome ma rimangono gli stessi).

Ultimo passaggio è quello di continuare ad investire in materiali di nuova generazione, con le stesse proprietà dei materiali sintetici, ma derivati da altri materiali vergini (come lo sviluppo dei  biosintetici e la cattura del carbonio) capaci di generare un impatto ambientale decisamente minore. Le opportunità per disintossicarsi dai combustibili fossili ci sono. Rimane da vedere se c’è anche il primo ingrediente fondamentale per disintossicarsi da qualsiasi dipendenza: la volontà. 

[di Marina Savarese]

Palestina un anno dopo: la guerra si allarga, la resistenza continua (Monthly Report)

0

È trascorso ormai oltre un anno da quando Israele ha lanciato la propria risposta agli attacchi della resistenza palestinese del 7 ottobre, dando il via al genocidio della popolazione tutt’ora in corso. I massacri si susseguono senza sosta: l’ultimo è avvenuto poche ore fa, quando le forze dell’esercito israeliano hanno raso al suolo un intero isolato residenziale nel nord della Striscia di Gaza, uccidendo almeno 87 persone. Numeri ormai normalizzati nella narrazione mediatica quotidiana dell’aggressione, ma spaventosi nella loro portata.

Dopo un anno di assedio, a Gaza manca tutto: medicinali, acqua, cibo, vestiti. A complicare ulteriormente la vita delle persone intrappolate in questa striscia di terra e sottoposte a bombardamenti quotidiani sono anche i continui spostamenti imposti dall’esercito israeliano. «Ogni volta che gli israeliani vogliono conquistare terreno, lanciano i volantini dove ci dicono che abbiamo 4 ore per spostarci» ci ha raccontato Sami, residente a Gaza. E mentre gli occhi del mondo sono puntati sull’enclave palestinese, Israele ne ha approfittato per accelerare l’occupazione violenta della Cisgiordania.

A partire da settembre, la guerra si è allargata anche al fronte libanese e minaccia di estendersi anche verso l’Iran. Un’operazione di tale rilievo non potrebbe essere portata a termine impunemente e con un tale successo se Tel Aviv non godesse di alleati preziosi nella comunità internazionale. Uno su tutti: gli Stati Uniti, con i quali condivide obiettivi di ordine geopolitico in Medio Oriente. Gli interessi in gioco sono talmente forti da rendere la politica internazionale cieca di fronte alle prove dei crimini e degli abusi commessi dall’esercito della «più grande democrazia del Medio Oriente» contro i civili palestinesi, tanto sul campo quanto nelle carceri – veri e propri centri di tortura, come documentato dalla ONG israeliana B’Tselem.

Nel nuovo Monthly Report, il mensile di inchiesta e di approfondimento de L’Indipendente, ripercorriamo quanto accaduto durante un anno di aggressione militare, spiegando quali siano gli interessi politici ed economici in gioco e come le istituzioni sovranazionali (l’ONU su tutte) abbiano fallito nell’elaborare una strategia politica efficace per porre fine al massacro della popolazione civile.

Il numero è disponibile in formato digitale e cartaceo per gli abbonati (qui tutte le info per abbonarsi) ed ora anche per i non abbonati (a questo link).

L’indice del nuovo numero:

  • Un anno di massacro israeliano in Palestina
  • Silenzio per Gaza
  • Provando a capire cosa significa vivere a Gaza oggi: intervista a Sami Abuomar
  • Israele e USA contro “l’Asse del male” iraniano: la partita geopolitica dietro al massacro
  • Il fallimento delle istituzioni sovranazionali
  • Cisgiordania: dove la guerra contro i palestinesi mostra il suo vero volto coloniale
  • Israele si sta trasformando in una società razzista dove contro i palestinesi è tutto concesso
  • Benvenuti all’inferno: il rapporto sui centri di tortura israeliani

Il mensile, in formato PDF, può essere acquistato (o scaricato dagli abbonati) a questo link: lindipendente.online/monthly-report/

Italia, migliaia in piazza contro il Decreto Repressione

0

Migliaia di persone sabato si sono riversate in piazza a Roma, Milano e Brescia per manifestare contro il cosiddetto ddl “sicurezza” del governo Meloni. Al corteo nella Capitale hanno preso parte i movimenti per il diritto all’abitare e dal sindacato Si Cobas, così come la rete nazionale “Libere/i di lottare”, che ha partecipato anche all’appuntamento milanese. Molto partecipato anche il corteo di Brescia, organizzato da varie associazioni, tra cui CSA Magazzino 47 e Collettivo Onda Studentesca. Nel frattempo, gli avvocati penalisti italiani hanno proclamato tre giorni di sciopero contro il ddl, cui contestano una «matrice illiberale e autoritaria».

Valsusa: i No TAV abbattono le barriere e riconquistano il presidio di San Giuliano

0

Dopo lo sgombero di due settimane fa dello storico presidio di San Giuliano, andato in scena a causa degli espropri in corso in Val di Susa per la realizzazione della TAV, il popolo valsusino prosegue la sua battaglia. Se da un lato è partita una causa legale contro gli espropri, dall’altro la lotta continua sul “campo”. Ieri, un nutrito gruppo di manifestanti ha infatti abbattuto le barriere di sicurezza che erano state messe attorno ai terreni espropriati, riprendendo di fatto il possesso del presidio. «Cedere di fronte al sopruso vorrebbe dire rinunciare alla propria dignità e alla propria libertà di autodeterminazione», aveva scritto in un comunicato il giorno prima il Movimento No Tav, esprimendo solidarietà alle persone colpite dagli espropri.

Il presidio di San Giuliano era stato sgomberato dalle forze dell’ordine nella notte tra domenica 6 e lunedì 7 ottobre, prima dell’inizio degli espropri – e quindi, secondo quanto denunciato dal Movimento, in un momento in cui le persone avevano «pieno diritto di stare nella loro proprietà». Esso sorge infatti sulla porzione di terreno dove dovrebbe sorgere la stazione internazionale dell’Alta Velocità di Susa. Con l’avvicinarsi dell’avvio della campagna di espropri, iniziata lo scorso 10 ottobre, gli attivisti avevano iniziato a presidiare in modo permanente la zona. Tuttavia, la polizia era riuscita a costringere i presenti ad andarsene e aveva delimitato la zona con i jersey e il filo spinato. Ieri, gli attivisti hanno abbattuto la recinzione in alcuni punti e appeso bandiere e striscioni No TAV. Sono gli stessi membri del Movimento a sottolineare l’importanza del presidio, spiegando che «era vissuto da mesi dai proprietari come luogo di incontro, di socialità e di discussione sul come poter far rispettare la regolarità delle procedure di esproprio ed eventualmente opporsi alle stesse, attraverso una pacifica resistenza volta a salvaguardare il territorio e la cittadinanza dalle terribili conseguenze che una eventuale cantierizzazione porterebbe a Susa e ai paesi vicini».

Le convocazioni dei 1.092 proprietari dei terreni soggetti a esproprio sono iniziate lo scorso 10 ottobre, con un ritmo di 156 al giorno. Il terreno era stato infatti acquistato collettivamente nel 2012 da attivisti provenienti da tutta Italia, quando già si ipotizzava la costruzione della stazione in quelle zone. Per realizzare le procedure riducendo al minimo la possibilità di protesta, le autorità hanno fatto installare alcune recinzioni e chiudere temporaneamente alcuni svincoli stradali al traffico. Il Movimento ha tuttavia fatto sapere di aver intenzione di ricorrere alle vie legali per reclamare la «legittima proprietà» del territorio, ritenendo «Telt autrice di furto nel caso spostasse o continuasse a rovinare le strutture mobili e le suppellettili che stanno su quel terreno», oltre a respingere «le pelose profferte di Telt di aiuto per il loro spostamento». Lo scorso 12 ottobre, centinaia di persone hanno manifestato a Susa contro la «devastazione ambientale» causata dai cantieri (che comprende «falde acquifere compromesse, disboscamento, cementificazione e annientamento di interi habitat naturali») e contro la grande opera.

[di Valeria Casolaro]