venerdì 4 Aprile 2025
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Gaza, raid israeliano a Beit Lahiya: almeno 87 morti

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Nelle scorse ore, pesanti attacchi dell’esercito israeliano verificatisi a Beit Lahiya, città palestinese sita a nord di Jabalya, hanno provocato la morte di almeno 87 persone e il ferimento di altre 40. Lo ha reso noto il ministero della Salute di Gaza, che ha definito l’attacco l’ennesimo «massacro» e ha parlato di un bilancio ancora provvisorio. Nel suo ultimo aggiornamento, il ministero ha aggiunto che molte persone sono ancora sotto le macerie e su strade che le squadre dei soccorritori e le ambulanze non riescono a raggiungere.

 

Come ci siamo abituati alla guerra totale, un concetto che per millenni non è esistito

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«Noi diamo per scontato che la guerra moderna coinvolge tutti i cittadini e mobilita la maggioranza della popolazione; che essa è condotta con armamenti che vengono usati in quantità inimmaginabili, per la cui produzione si richiede la riconversione dell’intero apparato economico; che essa causa distruzioni indicibili e che trasforma profondamente la vita dei Paesi coinvolti. Tutti questi aspetti appartengono solo alle guerre del nostro secolo». Così Eric Hobsbawm introduce il tema della “guerra totale” nel suo monumentale Secolo Breve, opera con la quale lo storico tratta del periodo che va d...

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Criticità in tutta Italia per il maltempo: 1 morto a Bologna

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Le forti piogge hanno causato un aggravamento della situazione in diverse regioni italiane, con esondazioni e allagamenti da nord a sud, che hanno anche aumentato il rischio di frane. A Catania una strada è stata sommersa dall’acqua, mentre a Palermo l’aeroporto è stato temporaneamente chiuso. Esondazioni anche in Calabria, prevalentemente nelle zone ioniche, e smottamenti anche nelle Marche. Emessa l’allerta meteo in aree di Lombardia, Piemonte, Basilicata e Veneto. La situazione più critica, tuttavia, si registra in Emilia, sommersa da oltre 175 mm di pioggia. Molte aree del reggiano e del bolognese risultano alluvionate. A Pianoro (BO) è stato trovato morto un giovane di 20 anni.

Gaza, Israele rade al suolo un intero isolato residenziale: almeno 73 morti

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Al quindicesimo giorno di assedio totale dell’area settentrionale della Striscia di Gaza, Israele non sembra volere dare tregua al governatorato di Nord Gaza, dove continua a compiere una strage dietro l’altra. Ieri, dopo avere bombardato due scuole, continuato l’assedio di un ospedale, sparato su un’ambulanza, bersagliato tende e rifugi per sfollati, e prelevato indiscriminatamente persone da deportare a sud, è arrivato l’ennesimo massacro: nella sera, l’aviazione israeliana ha lanciato un bombardamento su un intero blocco residenziale della città di Beit Lahia, uccidendo almeno 73 persone e ferendone decine. Molti sono ancora intrappolati sotto le macerie, e il numero delle vittime sembra destinato ad aumentare. Tra feriti e dispersi, non è ancora possibile definire il numero totale delle persone coinvolte, anche perché i medici stanno riscontrando sempre più difficoltà nel prelevare i corpi di defunti e feriti: dall’inizio dell’assedio, Israele ha infatti cinto l’intera area di carri armati e soldati, impedendo l’accesso a cibo, acqua, medicine, e carburante, e ha continuato a bersagliare gli operatori medici della zona.

Il massacro di Beit Lahia è stato annunciato ieri, qualche minuto prima delle 22:30. A essere preso di mira è stato un intero isolato residenziale, raso al suolo da un’intensa serie di bombardamenti dell’aviazione israeliana. Dopo il raid aereo, avvenuto senza preavviso, i quadricotteri delle IDF hanno iniziato a prendere di mira i paramedici che tentavano di raggiungere i feriti e le persone intrappolate sotto le macerie. Vista la portata della devastazione causata dall’attacco, non si sa ancora quante persone siano state uccise o ferite da quest’ultimo massacro. Il primo bilancio delle vittime arrivava a 60 morti, ma poco dopo le fonti ufficiali lo hanno alzato a 73. Da allora, non ci sono ulteriori notizie riguardo al possibile numero di morti, feriti e dispersi, perché gli operatori sanitari non stanno riuscendo a soccorrere le persone, tra complicazioni logistiche nello spostamento dovuti alla mancanza di carburante, questioni di natura medica derivanti dalla scarsità di medicine, e non indifferenti problemi di sicurezza, visto che gli ospedali sono assediati, le ambulanze vengono colpite dal fuoco dei soldati, e i medici sono oggetto dei medesimi attacchi che colpiscono i veicoli. Secondo il giornalista palestinese Hossam Shabat, che risulta ancora attivo nell’area di Nord Gaza, il numero di morti dovrebbe essere salito a 80.

La strage di ieri si inserisce nel più ampio piano di assedio totale del nord della Striscia, dove da 15 giorni le forze israeliane hanno intrappolato circa 400.000 persone, bloccando sin dall’1 ottobre l’accesso a cibo, acqua, medicine e carburante. Dal 6 ottobre, invece, le città di Jabaliya, Beit Hanun, e Beit Lahia risultano completamente accerchiate e isolate dal cordone di soldati e carri armati. In questi 15 giorni, l’esercito israeliano ha emesso vari ordini di evacuazione, prendendo tuttavia di mira gli stessi civili in fuga, e non fornendo ai cittadini il tempo sufficiente per andarsene. Nel frattempo, ha iniziato ad assediare gli ospedali e le strutture mediche dell’area, senza risparmiare dai propri colpi medici e giornalisti. Venerdì 18 ottobre è stata infine interrotta la copertura internet della zona, rendendo ancora più difficile a civili e giornalisti comunicare verso l’esterno e documentare quanto accade. Dall’inizio dell’assedio, Israele ha ucciso oltre 500 persone. In generale, in tutta la Striscia di Gaza, dall’escalation del 7 ottobre, l’esercito israeliano ha ucciso direttamente almeno 42.519 persone, anche se il numero di morti totale potrebbe superare le centinaia di migliaia di persone, come sostenuto da un articolo della rivista scientifica The Lancet, e dalla recente lettera di medici volontari nella Striscia.

[di Dario Lucisano]

Napoli, scontri alla manifestazione per il G7 Difesa

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Ieri a Napoli si è tenuta una manifestazione in occasione del G7 Difesa, durante la quale si sono verificati scontri tra polizia e manifestanti. A un certo punto del corteo, i manifestanti hanno deviato su Via Mezzocannone, in direzione di Palazzo Reale, dove era ancora in corso l’incontro dei vertici della Difesa, e hanno provato a sfondare il cordone di forze dell’ordine. Dal corteo sono stati lanciati fumogeni e sanpietrini, a cui la polizia ha risposto con manganellate e lacrimogeni. Gli scontri sono durati qualche minuto, dopo cui i dimostranti hanno ripreso la via verso il centro antico, arrivando in piazza del Gesù Nuovo, dove la manifestazione si è conclusa.

Drone su abitazione Netanyahu, per il premier si tratta di “agenti dell’Iran”

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“Gli agenti dell’Iran che oggi hanno cercato di assassinare me e mia moglie hanno commesso un amaro errore. Questo non scoraggerà me e lo Stato di Israele dal continuare la guerra di rinascita contro i nostri nemici per garantire la nostra sicurezza per generazioni”: lo ha dichiarato il premier israeliano Netanyahu in un post su X, poche ore dopo che un drone si è abbattuto sulla sua abitazione a Cesarea, senza causare vittime. Il primo ministro non era in casa al momento dell’attacco, che per il momento non è stato rivendicato da nessun gruppo (compreso Hezbollah).

Ghana: le proteste costringono il governo ad abrogare la legge sulle miniere

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Dopo settimane di proteste da parte della popolazione, il governo ghanese ha annunciato il ritiro della legge che consentiva l’estrazione mineraria nelle riserve forestali. Secondo il Ghana Institute of Foresters, nell’anno successivo all’approvazione della norma, sono stati concessi contratti di locazione mineraria su un quinto delle aree forestali del Paese. All’inizio di questo mese, una coalizione di cittadini ha organizzato una manifestazione di tre giorni contro l’attività mineraria, denunciando che la legge stava, tra l’altro, favorendo le estrazioni illegali su larga scala.

La norma, risalente al novembre 2022, consentiva l’estrazione nelle riserve forestali, compresi gli hotspot di biodiversità, delle zone particolarmente ricche di diversità biologica già considerata a rischio. Di fatto, un colpo di grazia per numerose specie animali e vegetali, nonché per gran parte delle comunità esposte agli impatti delle miniere. Per queste ragioni, diverse coalizioni di cittadini, prima fra tutte la Coalizione dei cittadini preoccupati per il galamsey, hanno iniziato a protestare duramente. Il galamsey – termine locale derivante dall’espressione “raccogliere e vendere” – consiste nell’estrazione mineraria illegale su piccola scala, la stessa pratica illecita che i cittadini ritengono stia ampliando il suo raggio d’azione proprio per colpa della suddetta legge. I manifestanti, guidati dal gruppo che rappresenta tutti i sindacati del Ghana, hanno così minacciato un blocco nazionale per lo scorso 10 ottobre e richiesto il ritiro della dibattuta norma, lo stato di emergenza per affrontare l’estrazione mineraria illegale e l’applicazione di misure più severe per eliminare il fenomeno dalle riserve forestali. La sola intimidazione sembra sia stata sufficiente. I leader sindacali hanno infatti revocato lo sciopero dopo essere stati ricevuti dai vertici del governo. Contestualmente, il presidente Nana Akufo-Addo ha accolto parte delle richieste, tra cui la revoca della legge pro-miniere.

Le dichiarazioni del presidente hanno ribadito che i corpi idrici e le riserve forestali sono “zone rosse” per l’estrazione mineraria e che le attività di rilevamento, prospezione ed esplorazione sono vietate in esse. Inoltre, il presidente ha approvato una direttiva per rafforzare la cosiddetta Operazione Halt, uno sforzo contro l’estrazione mineraria illegale che include il dispiegamento di imbarcazioni militari sui fiumi. Il governo ha poi affermato che sta lavorando con la magistratura per aumentare il numero di tribunali competenti in reati legati all’estrazione mineraria. Ciononostante, alcuni promotori della campagna di opposizione alla legge si sono detti delusi sia dalla risposta del governo che dalla decisione dei sindacati di revocare lo sciopero. «Le misure delineate dal governo per reprimere l’attività mineraria illegale non sono nuove» – ha dichiarato un attivista secondo cui i sindacati avrebbero dovuto rimanere uniti per far valere le loro richieste attraverso lo sciopero nazionale. Nel complesso, la questione è dirimente a livello politico, dal momento che il Ghana andrà alle urne il prossimo 7 dicembre per le elezioni presidenziali.

Il Ghana è il principale produttore africano di oro, un primato che sta tuttavia costando caro all’ambiente e alla popolazione del paese. L’estrazione illegale di oro in Ghana ha subito tra l’altro un’impennata dopo che, quest’anno, il prezzo del metallo prezioso è aumentato di quasi del 30% in tutto il mondo. L’estrazione d’oro comporta gravi danni per la salute degli operai, nonché l’inquinamento dei fiumi e la distruzione delle foreste. Le pratiche di galamsey in Ghana hanno già inquinato molti corsi d’acqua con sostanze chimiche nocive come il mercurio. A dirla tutta, l’estrazione su piccola scala dell’oro è la principale fonte di inquinamento da mercurio sulla Terra. In questa pratica, il mercurio metallico, utilizzato per separare l’oro dal resto del minerale, viene prima aggiunto e poi fatto evaporare, ma se inalato provoca gravi danni neurologici e altre patologie. I minatori sono quindi i soggetti più a rischio, ma anche le comunità vicine alle miniere sono colpite dalla contaminazione da mercurio, il quale si accumula nel suolo, nelle acque potabili e nei prodotti alimentari di base, come il pesce, una delle principali fonti di proteine in molte regioni in cui tali attività sono diffuse. Ad oggi, sono almeno 10 milioni le persone che usano il mercurio per estrarre l’oro in più di 70 paesi. In Ghana, la contaminazione da mercurio è così diffusa che la Ghana Water Company Limited, la principale azienda idrica del Paese, si è vista costretta a tagliare le forniture idriche a migliaia di famiglie perché molte fonti d’acqua sono state compromesse. Secondo alcuni esperti, il Ghana potrebbe persino dover iniziare a importare acqua potabile dato che almeno il 75% delle forniture è stato reso inutilizzabile.

[di Simone Valeri]

Emilia Romagna, mobilitazione straordinaria protezione civile per maltempo

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A causa dell’imperversare della pioggia e del maltempo in Emilia Romagna, dove è tornata l’allerta rossa ad appena un mese dall’ultima alluvione, il ministro Nello Musumeci ha firmato un decreto per la mobilitazione straordinaria della Protezione Civile. Il provvedimento era stato richiesto nelle scorse ore dal governo della Regione. “Il decreto consente al nostro Dipartimento nazionale di assicurare il coordinamento dell’intervento del Servizio nazionale della protezione civile a supporto delle autorità regionali, per collaborare nel contrastare gli eventi estremi” ha dichiarato il ministro.

Provando a capire cosa significa vivere a Gaza oggi: intervista a Sami Abuomar

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A Gaza oggi ci sono 1,9 milioni di sfollati interni, riporta l’Agenzia ONU per i rifugiati palestinesi (UNRWA), tra questi un milione sono minori. La popolazione gazawi è stata sfollata decine di volte dall’inizio dell’offensiva israeliana nella Striscia, ma i confini sono rimasti, come sempre, chiusi. Se le persone non possono scappare, anche gli aiuti umanitari hanno difficoltà a entrare. Come riporta sempre l’UNRWA, con la quantità di aiuti che Israele sta lasciando entrare, a oggi ci vorrebbero più di due anni per rifornire i gazawi di tutto il necessario per superare l’inverno. Siamo rius...

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In Grecia i portuali hanno impedito l’invio di un container di munizioni a Israele

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«Non permetteremo che il porto del Pireo diventi una base di partenza per la guerra: chiediamo qui e ora che cessi ogni coinvolgimento del nostro Paese nei conflitti». È questo l’appello lanciato dall’Unione dei Lavoratori per la Movimentazione dei Container del Pireo (ENEDEP), il sindacato che rappresenta i lavoratori coinvolti nello spostamento delle merci del porto greco del Pireo, detenuto al 67% dalla compagnia di Stato cinese COSCO. La chiamata è stata diffusa dal sindacato in occasione dell’arrivo in Grecia della nave Marla BULL, che avrebbe dovuto trasportare un container pieno di munizioni verso Israele. La mobilitazione è stata accolta da un gran numero di portuali, affiancati, tra gli altri, dai lavoratori del settore metalmeccanico, dai carpentieri, e dagli studenti ellenici, ed è riuscita a bloccare il carico del container e a fare ripartire la nave senza le munizioni. Non è la prima volta che i portuali greci si sollevano per protestare a favore del popolo palestinese. In generale, in tutta Europa, la categoria sta sempre più alzando la voce, operando attivamente per interrompere il flusso di merci verso Israele.

La decisione di bloccare il container pieno di munizioni è arrivata dall’ENEDEP nella sera di mercoledì 15 ottobre. In occasione della riunione dell’assemblea generale, il sindacato ha stabilito che i portuali greci non caricheranno più alcun container con munizioni e armi, anche se questo dovesse significare doverli gettarli in mare; tale decisione è stata condivisa e appoggiata dai sindacati del settore metalmeccanico, cantieristico, e dei carpentieri. In seguito all’adozione della nuova politica sindacale, l’ENEDEP ha chiamato una mobilitazione dei portuali in una manifestazione da tenersi la sera del giorno successivo, tra giovedì e venerdì. Lo scopo dei lavoratori era semplice: bloccare il container pieno di munizioni che sarebbe dovuto essere prelevato dalla nave da trasporto Marla BULL, che naviga con la bandiera delle Isole Marshall. Il giorno seguente, decine di persone afferenti al Centro Lavoratori del Pireo, al Sindacato Metalmeccanici dell’Attica e dell’Industria di Riparazione Navale della Grecia, e al Sindacato dei Falegnami Navali, hanno occupato le strade del porto assieme a organizzazioni locali, giovani, e lavoratori COSCO, e hanno fermato il container, di fianco a cui è comparsa la scritta «fuori gli assassini dal porto». «Nel porto, dove ogni giorno combattiamo per migliori condizioni di vita e di lavoro per noi e per i nostri figli, non c’è spazio per i macellai dei popoli», ha dichiarato il sindacato; «lottiamo per la pace, affinché i popoli vivano in fratellanza. Nessuna partecipazione della Grecia alla guerra!».

Quella tenutasi nella sera tra giovedì e venerdì non è la prima manifestazione a favore della Palestina che ha interessato la Grecia. Giusto due settimane fa, migliaia di persone sono scese in piazza ad Atene per manifestare la propria solidarietà verso i popoli arabi di Gaza, Cisgiordania, e Libano, venendo caricate dalle forze dell’ordine armate di granate stordenti e manganelli. In generale, è da mesi che i fine settimana della capitale sono occupati da proteste in sostegno del popolo palestinese. Anche gli stessi portuali si erano già mossi per fermare il traffico di armi verso Israele. A giugno, i lavoratori greci avevano contestato la presenza della nave MSC Altair sulle coste greche, e avevano lanciato un appello ai colleghi italiani di Gioia Tauro, che sarebbe stata la tappa successiva della nave, perché facessero lo stesso. In generale, i cittadini e i lavoratori di tutta Europa si stanno attivando da mesi per estirpare il problema del traffico di equipaggiamento bellico alla radice. In tutta Italia, gli scioperi e le manifestazioni di categoria contro il commercio di armi vanno avanti da almeno un anno. A novembre, a Genova, i portuali si erano mossi per protestare contro il traffico di armi verso Israele, mentre a giugno erano arrivati a occupare il porto, tanto da bloccare i varchi di attracco della città; a maggio, a Venezia, i cittadini si sono mobilitati contro la presenza della nave Borkum presso il porto di Marghera, che era stata bloccata qualche giorno prima dallo stesso governo spagnolo, perché sospettata di trasportare armi verso Israele.

[di Dario Lucisano]