venerdì 4 Aprile 2025
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Gaza, ondata di attacchi israeliani nella notte: morti e feriti

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Come riportato dall’agenzia di stampa Wafa e da Al Jazeera, dalla scorsa notte fino a stamattina si è verificata un’ondata di attacchi aerei israeliani nella striscia di Gaza, che hanno provocato decine di vittime e feriti. Corpi di bambini sono stati recuperati dalla Mezzaluna Rossa Palestinese dopo un attacco missilistico contro un’abitazione in Nassr Street, a nord-ovest di Gaza City. Si registrano morti anche a Wadi al-Arayes, a sud-est della città. Numerose vittime anche nel campo profughi di Shati, colpito dall’IDF nelle ore notturne. Le forze israeliane hanno aperto il fuoco anche sulle zone occidentali del campo di Nuseirat, nella Striscia di Gaza centrale.

 

 

Brescia: carico e scarico di armi in aeroporto, lavoratore sanzionato per averlo denunciato

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Negli scorsi giorni, il rappresentante sindacale di USB presso l’aeroporto civile di Montichiari di Brescia, Luigi Borrelli, ha denunciato pubblicamente che si sarebbero verificati vari movimenti di carico e scarico di materiale bellico all’interno dello scalo bresciano. In seguito a queste dichiarazioni, la società GDA Handling ha mosso nei suoi confronti una contestazione disciplinare. In risposta, ieri mattina il sindacato USB Brescia ha tenuto una conferenza in difesa di Borrelli. In occasione dell’incontro, Dario Filippini di USB ha evidenziato che, negli scorsi mesi, la sigla sindacale ha più volte organizzato «iniziative finalizzate a conoscere quali sono i carichi che vengono fatti all’aeroporto, che tutti denunciano essere armi». Già lo scorso giugno i lavoratori addetti al carico e scarico avevano infatti segnalato attività di trasporto merci pericolose, tra cui armi ed esplosivi, «con tutti i conseguenti rischi per i lavoratori e le popolazioni limitrofe» all’interno dell’aeroporto bresciano.

Presso il nodo aeroportuale di Brescia transitano ogni giorno voli postali e cargo di Dhl, Poste Italiane, Amazon e altre linee addette al traffico merci. Ma qualcosa, per molti lavoratori, non torna. «In questi giorni ci hanno detto che ci sarebbero stati due voli che avrebbero trasportato merci pericolose, ma non dicono che tipo di merce. All’ultimo momento, quando carichi, ti rendi poi conto che si tratta di materiali bellici -, aveva dichiarato Borrelli a inizio ottobre a Radio Onda D’Urto -. Te ne accorgi quando lo posizionano in un aerea al di fuori del parcheggio normale. Lì ci si allerta e si capisce che ci saranno armi». «Non sappiamo esattamente da dove arrivano, fanno scali su scali, tecnici o per rifornirsi di carburante, né conosciamo la destinazione finale», aveva aggiunto, affermando che i lavoratori dell’aeroporto non vogliono essere coinvolti in nessuna «guerra per procura». In seguito al provvedimento disciplinare spiccato dalla GD Handling, USB ha innalzato le barricate, esprimendogli solidarietà e promettendo battaglia. «Tutti pensano si tratti di armi: abbiamo chiesto un incontro al prefetto che non ci ha ancora dato e, nel frattempo, l’azienda “nicchia”… per questo siamo autorizzati a pensare che siano armi», ha spiegato il sindacalista di USB Dario Filippini in conferenza stampa. «Intanto l’azienda ci spieghi al più presto cosa sta succedendo, in modo tale che noi possiamo prendere decisioni», ha detto, sostenendo che quanto accaduto a Borrelli è «grave», poiché «ha colpito colui che è chiamato a tutelare i lavoratori dal punto di vista della fatica che della prospettiva lavorativa». Per Filippini, infatti, Borrelli ha «semplicemente fatto il suo lavoro, rispetto a qualcosa che tutti sapevano». Sul punto sono già state depositate negli scorsi mesi due interrogazioni parlamentari, attraverso cui sono state richieste delucidazioni su quanto è accaduto e ancora accade nell’aeroporto.

Denunciando una situazione di alto rischio per la sicurezza dei lavoratori, «con l’utilizzo di carrelli elevatori, scarico di pallet-contenitori di armi dai camion, collocati nei piazzali dell’aeroporto, e successivo carico sugli aeromobili» in un aeroporto civile, USB aveva organizzato un presidio contro la guerra andato in scena lo scorso 4 ottobre davanti allo scalo, che ha visto la partecipazione di altre realtà associative. Il sindacato aveva manifestato anche lo scorso 29 giugno con un altro presidio, cui si era aggiunta l’iniziativa di protesta dell’associazione Donne in Cammino per la Pace di Brescia, che aveva organizzato una marcia di 6 km, poi confluita nella manifestazione di USB.

[di Stefano Baudino]

Il nuovo “piano per la vittoria” che secondo Zelensky costringerà la Russia alla resa

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Il presidente ucraino Zelensky ha rivelato il suo atteso “piano per la vittoria” costituito da cinque punti che, a suo dire, dovrebbero costringere la Russia alla resa: «Insieme ai nostri partner, dobbiamo cambiare le circostanze in modo che la guerra finisca. Indipendentemente da ciò che Putin vuole. Dobbiamo tutti cambiare le circostanze in modo che la Russia sia costretta alla pace», ha affermato davanti ai legislatori del parlamento ucraino. I cinque punti del piano comprendono l’adesione dell’Ucraina alla NATO, il rafforzamento della Difesa del Paese, il dispiegamento di un pacchetto completo di deterrenza strategica non nucleare, accordi economici con gli alleati di Kiev che consentirebbero alle nazioni occidentali di sfruttare le grandi risorse minerarie dell’Ucraina e l’utilizzo delle forze armate ucraine per rafforzare la sicurezza della NATO in uno scenario post-bellico. Un piano che suona come un appello urgente agli alleati occidentali a continuare a sostenere l’Ucraina proprio mentre l’esercito russo avanza nel Donbass e nella regione russa di Kursk, attaccata agli inizi di agosto dalle forze ucraine, e che non necessariamente sarà accolto nella sua interezza dagli alleati. Il neosegretario generale della NATO Mark Rutte, infatti, ha già precisato: «non posso dire che sostengo tutti i punti del piano».

Nel dettaglio, secondo il presidente ucraino, Kiev avrebbe bisogno subito di un invito incondizionato a aderire alla NATO, cosa che fino ad ora Washington ha di fatto sempre escluso. Allo stesso tempo, la capacità dell’Ucraina di difendersi dovrebbe essere «rafforzata in modo irreversibile», attraverso il rafforzamento della sua industria della difesa, l’incremento delle capacità di difesa aerea e soprattutto l’autorizzazione all’uso di armi occidentali a lungo raggio per colpire il territorio russo. Zelensky poi, come terzo punto, ha spiegato che è necessario «un pacchetto completo di deterrenza strategica non nucleare che sarà sufficiente a proteggere l’Ucraina da qualsiasi minaccia militare proveniente dalla Russia», perché servirebbe a scoraggiare Mosca da ulteriori aggressioni. Non è sceso però nei dettagli spiegando in che cosa consisterebbe questa deterrenza strategica. Il capo di Kiev ha solo detto che esiste una parte aggiuntiva segreta rispetto a questa parte del piano.

Gli ultimi due punti, invece, sembrano volti a incentivare l’Occidente a continuare a sostenere Kiev, cosa non semplice vista la stanchezza, il grande investimento economico-finanziario e gli scarsi risultati sul campo di battaglia delle forze ucraine. Così, Zelensky ha proposto un accordo con Stati Uniti e Unione Europea che consentirebbe investimenti congiunti e l’uso delle risorse naturali dell’Ucraina, che secondo il presidente valgono migliaia di miliardi di dollari. «Tra queste rientrano in particolare l’uranio, il titanio, il litio, la grafite e altre risorse di valore strategico che rafforzeranno la Russia e i suoi alleati, oppure l’Ucraina e il mondo democratico nella competizione globale», ha affermato. Non è un caso, dunque, che il senatore repubblicano americano Lindsey Graham abbia detto lo scorso giugno che «L’Ucraina è seduta su minerali critici che valgono 10-12 trilioni. Potrebbe essere il paese più ricco d’Europa. Non voglio che quella ricchezza e quelle risorse finiscano a Putin per essere condivise con la Cina», svelando così indirettamente una delle vere ragioni del sostegno incondizionato occidentale a Kiev. L’ultimo argomento del piano, infine, fa leva sulla capacità dell’Ucraina di rafforzare la NATO dopo la guerra, sostituendo alcune delle forze statunitensi di stanza in Europa.

Considerato l’andamento della guerra, lo stesso Zelensky sa bene che non tutti gli alleati potrebbero condividere il piano: «Sentiamo la parola “negoziati” dai partner e la parola “giustizia” molto meno spesso. L’Ucraina è aperta alla diplomazia, ma deve essere una diplomazia onesta”, ha detto. Secondo il settimanale tedesco Die Zeit, che cita fonti governative, il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha espresso la volontà di parlare telefonicamente con il presidente russo Vladimir Putin, in vista del G20 di novembre in Brasile, ma la notizia non è confermata. Parlando al Bundestag, invece, il cancelliere ha sostenuto la necessità di tenere una conferenza di pace sull’Ucraina con la partecipazione della Russia. Pare difficile, del resto, costringere alla resa un avversario che sta avanzando sul campo di battaglia: nella regione di Donetsk, infatti, è caduta la roccaforte di Ugledar (Vuhledar per gli ucraini) che da due anni resisteva agli assalti russi, mentre a nord, le forze moscovite avanzano nelle regioni di Luhansk e Kharkiv dove i russi continuano a premere su Kupyansk e per cacciare gli ucraini dalla sponda orientale del fiume Oskol. Non va meglio nella regione russa di Kursk dove le truppe ucraine perdono terreno.

Da parte sua, Mosca ha criticato duramente il piano ucraino definendolo un diktat degli Stati Uniti. Secondo il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, il piano rivela la volontà di Washington di usare Kiev contro la Russia «fino all’ultimo ucraino». Peskov ha aggiunto che un piano di pace vero potrebbe esistere solo a condizione che Kiev «riconosca la futilità delle sue attuali politiche, accetti la necessità di un approccio più realistico e comprenda le cause sottostanti che hanno portato al conflitto in corso». Il piano per la vittoria sarà discusso questa settimana a Bruxelles dai ministri della Difesa della NATO.

[di Giorgia Audiello]

Automotive, al via a Roma manifestazione metalmeccanici

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È ufficialmente iniziata questa mattina a Roma la manifestazione nazionale dei sindacati dei metalmeccanici promossa da Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm, in cui si prevede la presenza di migliaia di lavoratori da tutta Italia per difendere l’occupazione e rilanciare il futuro dell’industria dell’auto in Italia, a partire dai siti Stellantis. Le persone hanno cominciato a riempire di bandiere e striscioni piazza Barberini, sotto lo slogan “Cambiamo marcia: acceleriamo verso un futuro più giusto”. Alla manifestazione, che vedrà un corteo fino a piazza del Popolo – dove interverranno i segretari generali – sono presenti delegazioni di sindacati europei e mondiali.

 

Il CBD potrebbe costituire un’arma naturale contro una delle zanzare più letali al mondo

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Una recente ricerca ha rivelato che il cannabidiolo (CBD), una sostanza chimica presente nella pianta della Cannabis sativa, potrebbe diventare un efficace insetticida naturale, capace di uccidere le larve di zanzara in modo rapido e potente. Gli scienziati hanno studiato l’effetto del CBD principalmente sulla zanzara Aedes aegypti, nota per trasmettere malattie come dengue, Zika e febbre gialla. Un insetto quindi molto pericoloso per la salute pubblica, associato alla trasmissione di 54 virus e 2 specie di parassiti - in generale le zanzare sono considerate l’animale più letale al mondo. 
Il ...

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Emilia-Romagna, alluvionati protestano davanti al Palazzo della Regione

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Più di 600 persone si sono radunate stamattina sotto il palazzo della Regione dell’Emilia-Romagna, protestando contro la mala gestione dei danni prodotti dalle alluvioni che hanno colpito il territorio negli ultimi anni. I cittadini, scesi in piazza anche con trattori e cavalli, hanno chiesto alle autorità «sicurezza» e di smetterla «di scaricarsi la responsabilità a vicenda». Alcuni di loro hanno sversato davanti all’ingresso del palazzo della Regione decine di alberi portati via dai fiumi esondati. I manifestanti si sono anche appellati al governo nazionale, chiedendo l’immediata erogazione dei ristori e semplificazioni.

Israele avrebbe ucciso il leader di Hamas Yahya Sinwar

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Il ministro della Difesa israeliano Benny Gantz ha confermato la notizia diffusasi oggi nel pomeriggio secondo la quale l’esercito israeliano avrebbe ucciso il leader di Hamas, Yahya Sinwar. L’uccisione sarebbe avvenuta nel corso di un raid condotto a Gaza, durante il quale sarebbero stati anche uccisi quelli che Israele definisce altri due «terroristi». Sinwar era stato eletto guida politica di Hamas dopo che il precedente leader, Ismail Haniyeh, era stato assassinato dall’esercito israeliano nel corso di un attacco condotto in territorio iraniano. Hamas non ha ancora commentato l’accaduto ma, se la notizia venisse confermata, si tratterebbe del secondo leader del movimento che l’IDF ha ucciso nel giro di appena due mesi, al quale si aggiunge l’omicidio del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah. Sinwar sarebbe stato ucciso nella zona di Tal as-Sultan, un’area di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza. Le foto di quello che sembrerebbe essere il suo cadavere sono state diffuse nel pomeriggio da vari media e da canali israeliani. Queste mostrerebbero come, al momento dell’uccisione, il leader si trovasse in una zona di combattimento, con il proprio fucile in mano: un’immagine che contraddice quanto fino ad ora affermato dal governo israeliano, secondo il quale durante il conflitto Sinwar sarebbe rimasto nascosto nei corridoi sotterranei di Gaza nei quali erano reclusi gli ostaggi israeliani o nelle tende dei rifugiati. Subito dopo la sua (presunta) uccisione, il suo corpo è stato prelevato dai militari israeliani e portato a Gerusalemme per effettuare i test del DNA e accertarne l’identità.

Insieme alla conferma di Gantz è giunta in questi minuti anche quella dell’IDF stesso. Yahya Ibrahim Hassan Sinwar, noto come Abu Ibrahimha fatto parte del movimento di Hamas sin dalla sua creazione, affiancando lo stesso ideatore del movimento, Sheikh Ahmed Yassin. Fu ripetutamente incarcerato (la terza volta per ben 23 anni, dopo essere stato accusato di aver pianificato il rapimento e l’uccisione di due soldati israeliani), riuscendo comunque a ricoprire il ruolo di Alto Comandante dei Prigionieri di Hamas svariate volte. Nel 2011, quando venne rilasciato in seguito a uno scambio di ostaggi tra palestinesi e israeliani, divenne uno dei principali promotori della pratica di catturare ostaggi israeliani per organizzare scambi di prigionieri con lo Stato ebraico. Rientrato a Gaza, inizia subito ad assumere ruoli di comando, e nel 2017 viene eletto capo di Hamas nella Striscia, per venire riconfermato nel 2021. Dall’escalation del 7 ottobre, la sua posizione era ignota, tanto che si ipotizzava che vivesse nascosto nei tunnel sotto Gaza.

Nonostante Haniye non potesse certamente dirsi moderato, Yahya Sinwar era da molti considerato un politico molto più radicale del proprio defunto predecessore. Egli era infatti ritenuto essere la mente dietro ai fatti del 7 ottobre, ipotesi appoggiata dai più anche per via della sua visione politica sulla gestione degli ostaggi. Sono particolarmente note le sue frasi cruente contro la presenza dello Stato ebraico in Palestina e anche la sua storica opposizione alla cosiddetta “soluzione dei due Stati”. Considerati tutti questi elementi, la sua l’elezione a capo di Hamas sembrava configurarsi come una conferma, da parte del movimento, delle proprie intenzioni a continuare per la via della resistenza. Come comunicato dallo stesso ufficio stampa di Hamas, la decisione di porre al vertice del gruppo una personalità rigida come Yahya Sinwar si configurava come un deciso «messaggio al nemico che siamo entrati in una nuova fase della lotta».

[di Valeria Casolaro]

UK, annunciate sanzioni contro navi petrolifere russe

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Il Regno Unito ha annunciato nuove sanzioni contro 18 petroliere e 4 navi che trasportano gas naturale liquefatto (GNL), in quella che si configura come la più ampia misura di sanzioni contro la cosiddetta “flotta fantasma” russa. È stata sanzionata anche la compagnia di produzione di gas liquido Rusgazdobycha. Il Regno Unito accusa le navi di aggirare le restrizioni sui combustibili russi, e di essere affiliate a Sovcomflot, la compagnia russa più importante nel trasporto marittimo di idrocarburi.

Desio: annullata la multa all’apicoltore per lo striscione contro il genocidio a Gaza

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Dopo due giorni dalla compilazione del verbale, il comando dei carabinieri ha deciso di fare marcia indietro e di ritirare la sanzione a Marco Borella. L’Indipendente era stato uno dei primi giornali a diffondere la surreale notizia: Borella, proprietario di Api e Nanni Apicoltura, azienda di allevamento d’api con sede a Caslino d’Erba, in provincia di Como, era stato multato a Desio per avere esposto uno striscione con su scritto “stop al genocidio”. La notizia ha immediatamente fatto alzare un gran numero di voci di solidarietà nei confronti dell’apicoltore, tanto da arrivare anche in Senato, e da costringere le autorità ad annullare la multa. A dare l’aggiornamento è stato lo stesso Borella, che ha ringraziato tutti per il sostegno. «Portiamo avanti con determinazione il messaggio nei territori in cui viviamo», ha scritto l’apicoltore, riprendendo poi la stessa dicitura dell’incriminato lenzuolo: «Stop bombing Gaza! Stop genocide!».

La notizia dell’annullamento della multa a Marco Borella è arrivata nella serata di ieri, a due giorni dalla redazione del verbale di contestazione. Sin dalla sua diffusione, l’accaduto aveva causato parecchio scalpore, innescando una forte ondata di solidarietà verso l’apicoltore e di contestazioni verso i carabinieri coinvolti nella vicenda. In poche ore, la questione è stata tema di una interrogazione parlamentare, avanzata dai senatori Celestino Magni e Giuseppe De Cristofaro, di Alleanza Verdi-Sinistra. «È opportuna una netta presa di distanza da parte delle istituzioni competenti con riguardo a episodi, come quello accaduto a Desio, di palesi abusi di potere da parte delle forze dell’ordine», hanno scritto i senatori, poiché situazioni come questa risultano «in violazione dei diritti fondamentali costituzionali, come di certo è quello di manifestare liberamente il proprio pensiero politico». Anche l’interrogazione di AVS, insomma, sottolinea la natura fortemente repressiva dell’intervento dei carabinieri.

Marco Borella è stato multato lunedì 14 ottobre mentre si trovava al mercato settimanale di Desio, dove aveva allestito il proprio banchetto del miele. La multa, pari a 430 euro, è stata elevata da due carabinieri, i quali hanno dapprima ordinato all’apicoltore di rimuovere lo striscione, considerato, secondo loro, una forma di “propaganda politica non autorizzata”. Gli agenti hanno dunque mostrato a Borella il testo del comma 4-bis dell’articolo 23 del Codice della Strada, minacciando il sequestro del banco e sanzioni penali più severe in caso di rifiuto. Borella, però, si è rifiutato, e all’arrivo di un superiore sarebbe stato multato non più in riferimento al comma 4-bis, ma ai commi 1 e 11 del medesimo articolo 23 del Codice della Strada. «In sostanza», spiega l’interrogazione parlamentare, «nel verbale sarebbero contestate più violazioni del codice della strada relative all’articolo 23, il quale impone il divieto di collocare insegne, cartelli, manifesti», o qualsiasi altro genere di oggetto che possa «ingenerare confusione con la segnaletica stradale», complicarne la comprensione o ridurne la visibilità. Insomma, Borella sarebbe stato multato perché il suo striscione, posto sul banchetto, ostruiva la vista degli utenti della strada.

[di Dario Lucisano]

In molti ospedali di tutta Italia torna la mascherina obbligatoria

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L’avvicinarsi dell’inverno e l’aumento della circolazione dei virus respiratori sembrano aver già messo in allerta i direttori di alcuni ospedali italiani, i quali hanno deciso di reintrodurre l’obbligo della mascherina per l’ingresso alla struttura o per accedere a determinati reparti sensibili. È la scelta che, secondo quanto riferito da Federsanità alla stampa, è stata fatta in queste settimane dall’ospedale di Brescia e in «molte altre regioni del Paese», motivata con il rialzo dei casi Covid nella zona. Si tratta di un provvedimento in accordo con l’ultima circolare Covid di luglio, la quale rimuoveva l’obbligo nazionale di indossare mascherine degradandolo ad eventuale provvedimento a discrezione dei singoli direttori. La decisione è stata commentata positivamente anche da alcuni esperti come Massimo Andreoni e Fabrizio Pregliasco, mentre l’infettivologo Matteo Bassetti ha criticato il provvedimento sostenendo che gli ospedali non dovrebbero rimanere vincolati a misure anti-Covid.

Secondo l’ultima circolare diramata dal Ministero della Salute il 1° luglio 2024, anche nei reparti ospedalieri in cui sono presenti pazienti fragili non è più obbligatorio indossare le mascherine chirurgiche. D’altra parte però, si passa da un obbligo generalizzato ad una raccomandazione a discrezione dei singoli direttori sanitari, i quali sono chiamati a «valutare le opportunità di disporre l’uso dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie nei diversi contesti della propria struttura», considerando la «diffusione dei virus a trasmissione aerea», le «caratteristiche degli ambienti (ad esempio della ventilazione)» e la «tipologia di pazienti, lavoratori o visitatori che li frequentano».

Tale opportunità, nelle ultime settimane, è stata adottata dal direttore dell’ospedale di Brescia e da molte altre strutture di diverse regioni del Paese che, visto il rialzo dei contagi, hanno deciso di ripristinare l’obbligo di indossare i dispositivi di protezione Ffp2 per utenti, visitatori, accompagnatori e caregiver in tutti i reparti. «È una cosa giusta entrare in ospedale, dove ci sono soggetti fragili, e mantenere una ridotta circolazione di virus a trasmissione respiratoria. Quindi sono d’accordo con le strutture che scelgono di reintrodurre in vista dell’inverno l’uso della mascherina per i visitatori e l’igiene delle mani», ha commentato Massimo Andreoni, direttore scientifico della Simit, Società italiana malattie infettive e tropicali. D’accordo anche il virologo Fabrizio Pregliasco, che ha commentato così: «Con il Covid dovremo convivere, avremo continuamente fasi di salita e di discesa e adesso siamo in una fase di salita. In funzione dell’andamento delle infezioni in un determinato contesto geografico, in strutture particolari come sono gli ospedali, è giusto che siano i direttori sanitari ad assumersi la responsabilità di profilare delle misure di protezione» anti-contagio come è accaduto agli Spedali Civili di Brescia. «Meglio un approccio di buon senso, che sarebbe assurdo stigmatizzare». Di opinione completamente diversa invece l’infettivologo Matteo Bassetti, che ha dichiarato: «È assurdo. Gli ospedali non possono essere prigionieri di queste misure anti-Covid o dei tamponi che ancora vengono chiesti per il trasferimento dei pazienti o per fare gli esami e le visite. Prendiamo spunto dal caso di Brescia, ma ci sono retaggi dell’impianto di misure anti-Covid – aggiunge – ci sono una serie di centri in Italia che applicano queste norme».

A proposito di dispositivi di protezione però, la sensazione è che la scelta di reintrodurre indistintamente l’obbligo ad indossare la mascherina all’interno degli ospedali non risulti completamente concorde con le evidenze scientifiche emerse negli ultimi anni: già più di un anno fa L’Indipendente riportava che secondo uno degli studi comparati più ampi e rigorosi pubblicato per Cochrane – un’organizzazione no profit britannica considerata il punto di riferimento per eccellenza della revisione dei dati sanitari e degli studi scientifici – non vi sarebbe alcuna evidenza scientifica sul fatto che indossare le mascherine riduca la trasmissione delle malattie virali. Altre ricerche, poi, confermerebbero che persino le regole imposte ai bambini sono di dubbia solidità scientifica: una revisione sistematica sottoposta a revisione paritaria e pubblicata sul British Medical Journal ha analizzato oltre 22 studi da una selezione di 600 concludendo che solo 6 sembravano suggerire una protezione ma con un alto tasso di rischio di bias, concludendo che “l’efficacia dell’obbligo di indossare mascherine nei bambini non è ancora stata dimostrata con prove di alta qualità”. Infine, risulta impossibile ignorare il fatto che il provvedimento arriva proprio in seguito alle ammissioni di Fauci fatte nei mesi scorsi: l’immunologo ha infatti confermato che le misure che imponevano il distanziamento e l’utilizzo di dispositivi di protezione individuale non erano supportate da alcun criterio scientifico davanti alla sottocommissione sulla pandemia da coronavirus della Camera statunitense.

[di Roberto Demaio]