La Corte statale bosniaca ha emesso un mandato di arresto nazionale per il presidente della Republika Srpska, l’entitĂ del Paese a maggioranza serba, Milorad Dodik. Emanati mandati anche per Radovan Višković e Nenad Stevandić, rispettivamente primo ministro e presidente dell’Assemblea Nazionale della Republika Srpska. La decisione della Corte arriva dopo l’emissione di mandati d’arresto da parte della Procura generale del Paese, rilasciati il 12 marzo, dopo che i tre non si sono presentati a delle convocazioni per un interrogatorio. Ora qualsiasi agente di polizia nel Paese che li incontri sarebbe tenuto ad arrestarli immediatamente. I tre sono accusati di aver “attaccato l’ordine costituzionale”.
Il libro bianco della Difesa Europea definisce la Russia «minaccia esistenziale»
La Russia è la minaccia principale per l’Europa, seguita dalla Cina. Questo il messaggio centrale del libro bianco sul futuro della difesa europea, documento strategico approvato dalla Commissione UE che delinea un’Europa in stato di allerta permanente. La Russia, «minaccia esistenziale» per la sicurezza stessa dell’Unione, si avvale poi dell’appoggio di altri Paesi quali «la Bielorussia, la Cina, la Corea del Nord e l’Iran», i quali costituiscono, di riflesso, pericoli altrettanto seri per l’Unione. Pechino, in particolare, è accusata di alterare gli equilibri nell’Indo-Pacifico, sfruttando strumenti economici e informatici, mettendo così in atto una politica estera pericolosa per Bruxelles. Il quadro delineato dall’Unione appare così giustificare pienamente la corsa al riarmo e le politiche belliciste europee, nelle quali Bruxelles sta spendendo tutte le sue risorse.
La difesa dell’Ucraina contro «una minaccia esistenziale per la sicurezza europea» diventa così un obiettivo a breve termine di primaria importanza per l’Unione, che esorta i suoi Stati a rimanere «fermamente» dalla parte di Kiev. La Russia rappresenta infatti, al momento, «la minaccia diretta e indiretta piĂą significativa per l’UE e la sua sicurezza, nonchĂ© per la sicurezza dei Paesi candidati e dei partner dell’UE». Una eventuale svolta nel conflitto con l’Ucraina, scrive il documento, «dipende quasi interamente dagli europei», motivo per il quale all’Ucraina servono piĂą armi «prima della fine dei negoziati». L’ombra è quella di una plausibile (secondo Bruxelles) volontĂ di conquista della Russia, che potrebbe muoversi «contro altri Paesi, compresi eventualmente Stati membri dell’UE». Per questo motivo gli Stati membri sono invitati a «revocare tutte le restrizioni all’uso dei sistemi d’arma occidentali forniti all’Ucraina contro obiettivi militari nel territorio russo». Allo stesso tempo, tuttavia, si invitano gli Stati a «individuare una soluzione pacifica alla guerra», basata «sul pieno rispetto dell’indipendenza, della sovranitĂ e dell’integritĂ nazionale dell’Ucraina».
Proprio «dati i suoi precedenti [della Russia, ndr] di invadere i suoi vicini e le sue attuali politiche espansionistiche, il bisogno di una deterrenza da un’aggressione armata russa rimarrĂ anche dopo un giusto e duraturo accordo di pace con l’Ucraina». La minaccia russa, insomma, è presente e costante per l’Europa, che si arrivi o meno a una pace con l’Ucraina. In questo contesto, la Cina, oltre a rappresentare un rischio in quanto alleata della Russia, sta «erodendo l’ordine internazionale» perseguendo politiche estere «assertive e ostili in ambito economico e di concorrenza» e costituendo quindi una minaccia per gli interessi europei. In questo contesto, Pechino sta anche «investendo somme ingenti nelle sue forze armate». A completare il quadro vi è poi l’instabilitĂ del Medio Oriente, che minaccia i confini dell’Europa meridionale.
La «minaccia esistenziale» per l’Europa delle ipotetiche mire espansionistiche della Russia funge quindi da intero motore per il supporto alle politiche bellicistiche e di riarmo dell’Unione. Solamente una settimana fa, infatti, il Parlamento europeo ha dato il via libera al piano ReArm Europe, che prevede l’investimento di 800 miliardi di euro nella difesa – ovvero nel mercato della guerra. Nelle scorse ore, inoltre, l’Alto Rappresentante dell’UE Kaja Kallas ha proposto lo stanziamento di 40 miliardi aggiuntivi per armare Kiev, che tuttavia sembra non aver trovato il favore dei Paesi UE.
[di Valeria Casolaro]
Siria e Libano, concordato il cessate il fuoco dopo gli scontri
L’assegno di inclusione del governo Meloni ha lasciato senza supporto 850 mila famiglia povere
Il passaggio dal reddito di cittadinanza all’assegno di inclusione (Adi) ha penalizzato 850 mila famiglie tra le piĂą povere d’Italia. A certificarlo è l’Istat nel rapporto 2024 sulla redistribuzione del reddito, che ha evidenziato come le politiche del governo Meloni abbiano penalizzato principalmente le fasce economicamente piĂą in difficoltĂ della popolazione, contribuendo a un aumento delle diseguaglianze. Le famiglie che percepiscono il nuovo sostegno, introdotto dal governo Meloni, hanno perso in media 2.600 euro annui: tre quarti di esse sono state escluse dal beneficio, il restante quarto è stato svantaggiato dal nuovo metodo di calcolo.
L’Adi è stato pensato per supportare le famiglie in condizioni di povertà assoluta, con criteri più stringenti rispetto al Reddito di cittadinanza. Tuttavia, la misura ha lasciato scoperta una larga fetta della popolazione precedentemente beneficiaria del Rdc, aggravando la situazione economica di molti nuclei familiari già fragili. La riduzione del supporto economico ha colpito in modo particolare le famiglie con minori, quelle in affitto e i nuclei in cui è presente almeno un componente con disabilità , sebbene alcune di queste ultime abbiano potuto beneficiare di un aumento dell’importo ricevuto. Nello specifico, 620mila famiglie hanno perso completamente il diritto a qualsiasi forma di sostegno economico, mentre le restanti 230mila hanno continuato a ricevere un aiuto, seppur inferiore a quello precedente.
L’impatto della riforma non si è limitato alle famiglie direttamente coinvolte: il rapporto dell’Istat evidenzia che le misure economiche varate dal governo hanno reso piĂą diseguale la distribuzione del reddito in Italia. L’indice di Gini, che misura il livello di diseguaglianza (dove 0 indica una perfetta equitĂ ), è passato dal 30,25% al 30,40%. Questo incremento, seppur modesto, segnala un’inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti. Oltre all’Adi, il governo ha introdotto il Supporto per la formazione e il lavoro (Sfl), destinato agli “occupabili” che si impegnano in percorsi di inserimento lavorativo. Tuttavia, questa misura non ha compensato la perdita del Reddito di cittadinanza: solo una famiglia su dieci tra quelle escluse dall’Adi potrebbe avere un componente avente diritto al Sfl. Inoltre, i dati mostrano che nel 2024 solo circa 100mila persone sono riuscite ad accedere effettivamente al Sfl, a dimostrazione della sua scarsa efficacia.
Uno degli effetti più contestati della riforma è il taglio drastico delle risorse destinate al contrasto della povertà . Secondo la Cgil, nel 2024 sono stati erogati 2 miliardi di euro in meno rispetto al 2023 per le misure di sostegno alla povertà e 3,3 miliardi in meno rispetto al 2022, quando il Reddito di cittadinanza operava a pieno regime. Il risparmio complessivo per le casse dello Stato è stato di circa 2,5 miliardi di euro rispetto a quanto previsto dalla Legge di Bilancio 2024. Questi tagli non sono stati accompagnati da un aumento significativo dell’occupazione, come spesso affermato dal governo. L’Istat ha infatti confermato che in Italia ci sono ancora 5,7 milioni di persone in condizioni di povertà assoluta.
L’Assegno di Inclusione (ADI) è stato introdotto dall’esecutivo italiano a partire dal 1° gennaio 2024 in sostituzione del Reddito di Cittadinanza (RDC), abolito l’anno precedente. La misura è stata voluta dall’esecutivo guidato da Giorgia Meloni per riformare il sistema di sostegno ai cittadini in difficoltĂ economica, distinguendo tra “non occupabili” e “occupabili”. L’ADI è rivolto esclusivamente ai nuclei familiari con almeno un membro in condizioni di fragilitĂ , come minori, disabili o over 60. L’obiettivo dichiarato dal governo era quello di incentivare l’inserimento lavorativo e a ridurre la spesa pubblica. Tuttavia, giĂ a dicembre 2023 la Banca d’Italia aveva stimato che la nuova misura sarebbe stata meno efficace nel contrasto alla povertĂ e alla disuguaglianza, dal momento che “nel passaggio dall’RdC all’AdI risultano maggiori sia l’incidenza della povertaĚ€ assoluta (di 0,8 punti) sia l’indice di Gini (di 0,4 punti)”, e lo stesso allarme era stato successivamente lanciato dalla Commissione Europea. I dati Istat, oggi, lo hanno confermato.
[di Stefano Baudino]
Congo, l’M23 si ritira dai colloqui di pace per le sanzioni UE
I ribelli dell’M23 sostenuti dal Ruanda si sono ritirati dai colloqui di pace con il governo della Repubblica Democratica del Congo. Il portavoce del movimento, Lawrence Kanyuka, ha scritto su X che «certe istituzioni internazionali stanno deliberatamente lavorando per sabotare gli sforzi di pace nella Repubblica Democratica del Congo e rendere impossibili i colloqui tanto attesi», riferendosi alle sanzioni imposte dall’UE al capo del movimento ribelle e a militari e funzionari ruandesi. I negoziati si sarebbero dovuti tenere oggi a Luanda, capitale dell’Angola.
UE aumenta sostegno ai siriani: stanziati 2,5 miliardi in aiuti
La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha presentato un piano da 2,5 miliardi di euro di aiuti supplementari per sostenere i siriani nei prossimi due anni, sia nel Paese che nei territori in cui molti di essi sono fuggiti. L’annuncio è avvenuto durante una conferenza dei donatori. Si prevede che anche i Paesi UE dichiarino impegni finanziari aggiuntivi. Il governo tedesco ha giĂ reso noto che metterĂ a bilancio 300 milioni di euro in aiuti. Il sostegno europeo alle autoritĂ de facto, guidate dall’ex comandante di al-Qaeda Ahmed al-Sharaa, arriva nonostante l’esplosione di violenze negli ultimi giorni nelle regioni costiere nord-occidentali della Siria.
Gaza, Israele rompe definitivamente la tregua compiendo un nuovo massacro: oltre 300 morti
Israele ha lanciato un bombardamento su larga scala nella Striscia di Gaza, uccidendo oltre 300 persone. Gli attacchi sono stati motivati come una «risposta al ripetuto rifiuto di Hamas di rilasciare i nostri ostaggi», si legge in un comunicato rilasciato dall’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu. Il riferimento è alle proposte provenienti da Israele e USA di prolungare il cessate il fuoco temporaneo, che di fatto stravolgerebbero il piano concordato, ritardando l’entrata in vigore di una tregua permanente. Il bombardamento, lanciato nella notte, costituisce il maggior attacco israeliano dall’inizio del cessate il fuoco e, pur senza annunciarlo apertamente, rompe di fatto gli accordi siglati lo scorso gennaio: «Da ora in poi, Israele», si legge infatti nel comunicato, «agirĂ contro Hamas con una forza militare crescente. Il piano operativo è stato presentato dall’IDF nel fine settimana e approvato dalla leadership politica».
Gli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza sono stati lanciati nella notte tra ieri e oggi, martedì 18 marzo, e si sono concentrati sulle cittĂ di Khan Younis e Rafah, nel sud della Striscia, e Gaza City e Deir al-Balah, nel centro. Secondo l’ultimo aggiornamento ufficiale, l’esercito israeliano avrebbe ucciso 326 persone, ferendone oltre 440; il bilancio, tuttavia, si aggiorna costantemente. I bombardamenti arrivati nella notte sebbene improvvisi, non sembrano affatto improvvisati: essi sono stati coordinati dal capo di stato maggiore, dal capo del servizio di sicurezza generale e dal comandante dell’aeronautica militare, riunitisi all’interno della base dell’aeronautica militare. Inoltre, giungono in concomitanza con una riorganizzazione delle forze militari di Tel Aviv. Ieri, Netanyahu ha annunciato di voler cambiare il vertice dello Shin Bet, l’agenzia di intelligence per gli affari interni israeliani, e sono stati annunciati diversi cambi nella gestione dei campi di addestramento militare.
Verso le 8 di oggi, il portavoce delle IDF in lingua araba ha diffuso un ordine di evacuazione generalizzato, in cui chiede ai residenti di Beit Hanoun, Khuza’a, Abasan al-Kabira e al-Jadida di lasciare le proprie case, in quanto «le aree designate sono considerate pericolose zone di combattimento». All’ordine di evacuazione è stata allegata una mappa della Striscia, che colora in rosso tutto il confine, suggerendo che l’intenzione israeliana sarebbe quella di schiacciare gli abitanti all’interno di Gaza. L’intento, insomma, sembra quello di rilanciare l’operazione militare nella Striscia, riprendendo i bombardamenti in maniera generalizzata. A conferma di ciò, arrivano le parole della portavoce del presidente USA, Karoline Leavitt, che ha detto che, prima degli attacchi, Washington era stata consultata, dando la propria approvazione. «Come ha chiarito il presidente, Hamas, gli Houthi, tutti quelli che cercano di terrorizzare non solo Israele ma anche gli USA vedranno il prezzo da pagare», ha detto Leavitt. «Si scatenerĂ l’inferno».
Israele ha giustificato gli attacchi come una risposta «al rifiuto di tutte le proposte ricevute dall’inviato presidenziale statunitense Steve Witkoff e dai mediatori». A partire dall’inizio di marzo, i colloqui per l’evoluzione della tregua sono infatti entrati in una fase di stallo: lo Stato ebraico, sostenuto dagli USA, ha chiesto un ampliamento della prima fase della tregua, che prevede un cessate il fuoco finalizzato allo scambio di prigionieri e ostaggi. Hamas, invece, chiede che vengano rispettati gli accordi iniziali, che in questo momento prevederebbero l’instaurazione di una tregua permanente e il completo ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia.
[di Dario Lucisano]
Il “pericolo antisemita” e la post-verità di regime
Nei giorni scorsi è uscito un rapporto dai contenuti allarmanti: in Italia ci sarebbe un aumento esponenziale dell’antisemitismo. Solo nel 2024 sono stati contati 877 atti di odio contro gli ebrei, praticamente il doppio dei 455 dell’anno precedente. La situazione appare inquietante, almeno a leggere i titoli di tutti i principali quotidiani. Solo alcuni esempi: Antisemitismo in Italia: aumento mai visto di insulti, minacce e vandalismi (La Repubblica); Allarme: mai così tanto antisemitismo in Italia dal dopoguerra (Avvenire); L’antisemitismo è una vera emergenza: i dati choc (Il Giornale). All’interno degli articoli si riportano acriticamente le conclusioni del documento: «Oggi siamo di fronte a una crescita di antisemitismo mai misurata prima in Italia dalla fine della guerra». Come l’etica del lavoro giornalistico prevede, in un esercizio che nessun collega pare aver avuto voglia di fare, mi sono preso un po’ di tempo per andare a verificare un campione di questi 877 atti di odio antiebraico che certificherebbero la poderosa crescita dell’antisemitismo in Italia: non c’è voluto molto per capire che si tratta di un rapporto spazzatura.Â
Il rapporto in questione è stato pubblicato dalla Fondazione CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), il cui consiglio di amministrazione è nominato direttamente dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ossia la principale organizzazione in difesa degli interessi israeliani in Italia. Non certo una garanzia di imparzialità . D’altra parte, la stessa introduzione al rapporto fa una certa confusione, scrivendo che in Italia si è diffusa «la demonizzazione e la delegittimazione dell’esistenza di Israele, accusata di rispondere in modo asimmetrico all’atroce massacro di civili». Non sarà che anche questo rapporto sia parte del solito esercizio intellettualmente scorretto di confondere volutamente antisionismo e antisemitismo per criminalizzare le critiche contro il genocidio commesso da Israele a Gaza?
Gli 877 casi sono tutti catalogati sul sito internet della CDEC. Dentro c’è di tutto e sono catalogati come atti antisemiti, ad esempio: un murales con la scritta «Palestina libera»; un adesivo dove l’acronimo RAI è storpiato in Radio Televisione Israeliana; una scritta fuori da una scuola elementare che dice «In Palestina i coetanei di tuo figlio muoiono sotto le bombe»; altri adesivi che invitano a boicottare i prodotti israeliani e la scritta «AS Roma = Israele» vergata con la bomboletta su un muro del litorale romano, evidentemente da un tifoso laziale. Secondo il rapporto rappresentano casi di antisemitismo anche lo striscione “Intifada studentesca” degli studenti dell’UniversitĂ di Torino, nonchĂ© il rifiuto da parte del Consiglio comunale di Pinerolo di conferire la cittadinanza onoraria a Liliana Segre. Casi come questi rappresentano la gran parte degli 877 «atti antisemiti» e gli unici episodi che dimostrano reale odio contro gli ebrei sono limitati al commento solitario di qualche mentecatto trovato a caso su Facebook e a un manipolo di scritte sui muri (cose del tipo «ebrei criminali») firmate con svastiche o croci celtiche. Azioni propriamente dette, violenze o minacce dirette all’interno del centinaio di casi che ho controllato? Nessuna.
Non è finita qui. Il 19 febbraio scorso, il Consiglio dei Ministri ha approvato la nuova Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo, che prevede strumenti di monitoraggio, contrasto ed educazione nelle scuole per contrastare quella che viene definita la «difficile fase di riesplosione del fenomeno» che l’Italia sta attraversando. All’interno delle 34 pagine del piano, l’unica fonte che si utilizza per giustificare la necessità della misura è proprio la relazione del CDEC, citata come un autorevole rapporto che certifica gli 877 atti di antisemitismo che hanno colpito l’Italia nel 2024.
Viviamo in una strana democrazia, dove un rapporto del genere non solo viene ripreso senza nessuna verifica da tutti i mezzi d’informazione ma addirittura è diventato la fonte per una nuova legge. E così, mentre ogni voce critica viene passata al setaccio e bollata come disinformazione, un rapporto falso diventa dogma e la narrazione di regime diviene norma. E in questo gioco di illusioni, l’uso politico di quella che George Orwell definiva la post-verità ci trascina dritti nell’era della post-democrazia.
[di Andrea Legni – direttore de L’Indipendente]