venerdì 13 Febbraio 2026
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Alluvioni nel centro-nord Italia: frane ed esondazioni, una dispersa in Piemonte

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Un’ondata di maltempo eccezionale ha colpito gran parte del Centro-Nord Italia, seminando danni, paura e mettendo in ginocchio interi territori. Dalla Lombardia alla Liguria, dal Piemonte alla Toscana, fiumi esondati, frane e allagamenti hanno provocato evacuazioni, chiusure stradali e ferroviarie, e messo a dura prova i soccorsi. A Milano, l’esondazione del fiume Seveso ha allagato quartieri e richiesto l’evacuazione di una scuola, mentre in Liguria il fiume Bormida ha superato la soglia di guardia. Nel frattempo, i vigili del fuoco sono alla ricerca di una cittadina tedesca dispersa in provincia di Alessandria, in Piemonte. Le criticità restano alte, con allerta arancione ancora in vigore in diverse regioni.

Il Dipartimento della Protezione Civile ha mantenuto l’allerta arancione per oggi, martedì 23 settembre, in Lombardia, Veneto e Lazio, e gialla su un’ampia fetta del Centro-Nord. Il cuore della crisi è in Lombardia. A Milano, il fiume Seveso è esondato nella zona nord, nel quartiere di Niguarda, dopo che la vasca di laminazione, entrata in funzione ieri alle 7.50, si è riempita in poche ore. L’esondazione, durata circa nove ore, ha allagato strade, invaso cantine e causato blackout. Particolarmente critica la situazione alla scuola di via Val Cismon, evacuata in serata dopo che i bambini erano rimasti bloccati per ore; i vigili del fuoco hanno compiuto oltre cento interventi in città. La provincia di Monza e Brianza è stata travolta da una vera e propria piena. A Meda, il Seveso e il torrente Tarò sono esondati, inghiottendo auto e costringendo il Comune a diramare un avviso urgente alla popolazione: «Uscite di casa solo in caso di bisogno». Riprese aeree mostrano veicoli sommersi dall’acqua. Criticità anche a Bovisio Masciago, dove alcune persone sono rimaste intrappolate in auto sulla strada statale Saronno-Monza. Nel Comasco, a Cabiate, sono in corso evacuazioni con l’elicottero di persone bloccate ai piani alti delle abitazioni. La provincia è paralizzata: una frana ha chiuso la statale Lariana tra Como e Blevio, mentre il capoluogo lariano è sott’acqua, con un fiume di fango che ha invaso la zona della stazione, costringendo all’evacuazione di due famiglie.

In Liguria, l’allerta arancione ha portato alla chiusura delle scuole in tutti i capoluoghi, ad eccezione di Imperia. La Val Bormida nel Savonese è l’area più colpita: il fiume è esondato a Dego e Cairo Montenotte, dove l’ospedale San Giuseppe ha subito danni. A Dego sono caduti fino a 413 millimetri di pioggia in sole otto ore. Le intense precipitazioni hanno causato frane e allagamenti diffusi, portando alla chiusura di tratti della statale Savona-Torino e alla sospensione del traffico ferroviario sulla linea Savona-Alessandria. Proprio in provincia di Alessandria si registra un disperso: si tratta di una cittadina tedesca dispersa nel torrente Valla, a Spigno Monferrato. Sul posto sono impegnati una trentina di vigili del fuoco, supportati da droni e dall’elicottero Drago per il monitoraggio aereo della zona. La perturbazione non ha risparmiato altre regioni. In Toscana, una tromba d’aria ha danneggiato stabilimenti balneari in Versilia, mentre nubifragi hanno allagato il Grossetano e l’Isola d’Elba. In Valle d’Aosta, una frana ha chiuso una strada regionale.

L’invito ai cittadini nelle aree più a rischio fatto pervenire dalla Protezione Civile è di massima prudenza: evitare parchi, sottopassi e zone vicino ai corsi d’acqua, mentre le squadre di soccorso sono al lavoro per far fronte a un’emergenza che, con il persistere delle piogge, rischia di aggravarsi.

Il Pentagono impone la censura: vietato divulgare notizie non autorizzate

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Il Pentagono ha introdotto nuove restrizioni per l’accesso dei media, come annunciato in un memorandum diffuso dal portavoce capo Sean Parnell e anticipato già a maggio dal Segretario della Guerra, Pete Hegseth. Le direttive obbligano i giornalisti accreditati a firmare un impegno formale con cui dichiarano di non poter diffondere informazioni non autorizzate senza l’approvazione preventiva di un funzionario designato. A differenza del passato, quando la stampa godeva di un accesso quasi illimitato e paragonabile a quello del Campidoglio, con la possibilità di muoversi liberamente all’interno dell’edificio e intercettare funzionari o generali in visita, d’ora in poi l’accesso sarà rigidamente regolato e controllato. Le nuove credenziali sostituiranno quelle esistenti e saranno soggette a rinnovi più frequenti, mentre il transito all’interno del Pentagono verrà limitato a zone prestabilite, spesso solo se accompagnati da personale autorizzato. In caso di violazione, la sanzione sarà il ritiro immediato dell’accredito e l’esclusione dalla copertura giornalistica delle attività del Dipartimento della Guerra (nuovo nome del Dipartimento della Difesa). Il provvedimento riguarda non solo le informazioni classificate, ma anche quelle considerate “sensibili” o “non autorizzate”, una definizione volutamente ampia che affida al Pentagono il potere di stabilire cosa può o non può essere pubblicato.

Il portavoce del Pentagono, Sean Parnell, ha giustificato le nuove direttive con la necessità di rafforzare la sicurezza operativa e prevenire fughe di notizie sensibili. Hegseth su X ha voluto invece rimarcare la natura politica del cambio di passo, dichiarando che la stampa non ha alcun diritto di dettare le regole all’interno dell’edificio simbolo della difesa americana: «Non è la stampa a gestire il Pentagono, ma il popolo. O si seguono le regole o si va a casa». Le reazioni non si sono fatte attendere e hanno attraversato il mondo dell’informazione come un fulmine. Giornalisti, associazioni e sindacati della stampa hanno parlato apertamente di censura preventiva, considerata dalla giurisprudenza statunitense una delle violazioni più gravi della libertà di stampa, richiamando il principio del Primo Emendamento della Costituzione americana. Il National Press Club ha chiesto al Pentagono di revocare le nuove regole e ha sottolineato che, se ogni notizia deve ottenere il timbro del governo prima della pubblicazione, i cittadini finiranno per leggere soltanto ciò che le autorità vogliono rendere pubblico. La Society of Professional Journalists ha definito la misura un caso da manuale di “prior restraint” (“censura preventiva”), espressione che indica nel diritto costituzionale statunitense qualsiasi misura con cui lo Stato impedisce in anticipo la pubblicazione o la diffusione di informazioni, articoli o notizie. Anche i grandi quotidiani americani, dal Washington Post al New York Times, hanno espresso preoccupazione per l’impatto di queste misure, che rischiano di ridurre il giornalismo a mera cassa di risonanza della propaganda ufficiale. Il dibattito ha assunto subito una dimensione politica, con l’amministrazione pronta a difendere la scelta in nome della sicurezza nazionale, mentre le organizzazioni per i diritti civili avvertono che la definizione troppo ampia di “informazioni non autorizzate” potrebbe trasformarsi in un grimaldello per colpire qualsiasi inchiesta scomoda. Il nodo costituzionale rimane centrale: imporre l’approvazione preventiva anche su materiale non classificato significa di fatto alterare l’equilibrio tra potere esecutivo e libertà di informazione, creando un precedente che mina l’indipendenza della stampa e rischia di restringere lo spazio di trasparenza all’interno delle istituzioni democratiche.

Non si tratta di un fulmine a ciel sereno. Negli ultimi anni, il rapporto tra Pentagono e media si era già irrigidito, con restrizioni crescenti sull’accesso degli inviati, limitazioni logistiche e una progressiva riduzione degli spazi di autonomia. Con le direttive di Hegseth, però, la soglia è stata superata: non si parla più soltanto di accesso contingentato, ma di controllo diretto sui contenuti. È un passaggio che ridefinisce il confine tra sicurezza nazionale e diritto a informare, segnando un punto di non ritorno nelle relazioni tra potere militare e stampa. I rischi sono evidenti. La nuova disciplina può indurre testate e giornalisti a praticare l’autocensura pur di mantenere l’accredito, riducendo la capacità di portare alla luce scandali, abusi o decisioni discutibili. Il controllo pubblico sulle operazioni militari, già difficile in un contesto dominato dal segreto, rischia così di diventare quasi impossibile. Inoltre, l’esempio del Pentagono potrebbe aprire la strada a misure analoghe in altre agenzie federali, contribuendo a diffondere una cultura della segretezza istituzionalizzata. Sul piano giuridico non è escluso che la partita si sposti presto nei tribunali, con associazioni e gruppi per i diritti civili pronti a contestare la costituzionalità del memorandum. Il Congresso potrebbe a sua volta intervenire, se la pressione dell’opinione pubblica dovesse crescere. Nel frattempo, a livello internazionale, la vicenda rischia di minare ulteriormente l’immagine degli Stati Uniti come paladini della libertà di stampa, proprio in un’epoca in cui Washington rivendica di difendere i valori democratici contro i regimi autoritari ma, si sta incamminando progressivamente lungo la china della deriva autoritaria, strumentalizzando l’omicidio di Charlie Kirk per silenziare i “nemici” interni, punire il dissenso e militarizzare il Paese. Il cambio di nome del Dipartimento della Difesa in “Dipartimento di Guerra” non è soltanto simbolico: in tempi di conflitto e disordine mondiale, anche la libertà di stampa viene compressa, fino a rischiare di soccombere. Il bavaglio imposto al Pentagono non è quindi soltanto una questione interna, ma un banco di prova che riguarda l’intero sistema democratico. La posta in gioco è chiara: la possibilità, per i cittadini americani e per l’opinione pubblica mondiale, di continuare ad accedere a informazioni libere, pluralistiche e indipendenti sulle decisioni del Paese più potente del mondo.

Jimmy Kimmel torna in tv: la Disney revoca la sospensione dopo le polemiche

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La Disney ha annunciato che “Jimmy Kimmel Live!” tornerà in onda martedì, sei giorni dopo la sospensione decisa a seguito di un monologo del conduttore in cui aveva accusato il movimento MAGA di aver strumentalizzato la morte dell’attivista conservatore Charlie Kirk. La decisione era arrivata dopo le pressioni da parte della Casa Bianca e di Brendan Carr, presidente della Federal Communications Commission (FCC), che aveva condannato pubblicamente le affermazioni di Kimmel, avvertendo Disney e ABC che sarebbero potute arrivare conseguenze regolatorie se non fossero stati presi provvedimenti. Disney afferma che il ritorno dello show è stato deciso dopo “conversazioni approfondite” con Kimmel. Turning Point USA, l’organizzazione fondata da Charlie Kirk, ha criticato la scelta della rete di far tornare lo show sugli schermi, denunciando una resa alle pressioni. Il caso ha acceso un dibattito sulla libertà di espressione nei media, sui limiti del commento satirico politico e sul ruolo delle emittenti nel gestire contenuti controversi.

Dieci nuovi Paesi riconoscono la Palestina: l’Italia rimane quasi sola in difesa di Israele

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Con l’avvio dell’ottantesimo ciclo dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite altri dieci Paesi si sono uniti alla lista degli Stati che riconoscono la Palestina. Si tratta di Andorra, Australia, Belgio, Canada, Francia, Lussemburgo, Malta, Monaco, Portogallo e Regno Unito, a cui nei prossimi giorni potrebbero seguire altri Stati. Tra questi ultimi, tuttavia, non figura l’Italia: davanti a una platea di rappresentanti che annunciavano il proprio riconoscimento della Palestina, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha detto che «l’Italia supporta con forza il sogno del popolo palestinese di avere uno Stato»; l’ennesima dichiarazione verbale priva di reale contenuto, volta a mostrare il sostegno italiano alla causa palestinese solo attraverso slogan e frasi fatte, rilasciata mentre nelle piazze di tutto il Paese centinaia di migliaia di persone manifestavano il proprio supporto concreto alla Palestina.

Gli ultimi riconoscimenti della Palestina da parte degli Stati dell’ONU sono stati inaugurati domenica 21 settembre da Canada, Portogallo e Regno Unito. Ieri, si sono uniti all’appello anche gli altri sette Paesi, che hanno così portato il numero di Stati membri dell’ONU che riconoscono la Palestina a 157 su un totale di 193, tra cui figurano anche i tre membri del G7 appena aggiuntisi (Canada, Francia e Regno Unito). Il ministro degli Esteri del Belgio ha spiegato alla emittente RTL Info che riconoscerà la Palestina in due fasi: prima «politicamente» per dare «un forte segnale diplomatico» nell’attuale momento di crisi; poi arriverà «il momento della formalizzazione giuridica tramite decreto reale». Gli annunci dei dieci Paesi arrivano dopo quello rilasciato dal presidente francese Macron lo scorso luglio, che ha dichiarato che la Francia avrebbe riconosciuto la Palestina con l’avvio del nuovo ciclo dell’Assemblea Generale dell’ONU. Le dichiarazioni di Macron hanno aperto la porta ad analoghi annunci, che si stanno lentamente concretizzando. Tra i Paesi che stanno valutando il riconoscimento della Palestina figurano ancora almeno Lichtenstein, Nuova Zelanda e San Marino.

Il recente slancio dei Paesi occidentali nel riconoscimento dello Stato di Palestina arriva dopo un primo moto avviato l’anno scorso da diversi altri Stati tra cui figurano Irlanda, Slovenia e Spagna. Con queste nuove aggiunte, la maggioranza dell’UE riconosce ufficialmente lo Stato di Palestina; tra i maggiori Paesi comunitari, continuano tuttavia a mancare all’appello l’Italia e la Germania, altri due membri del G7. Le parole usate ieri da Tajani sono in linea con le dichiarazioni rilasciate negli ultimi due anni dal governo italiano: forti nei toni, vuote nei fatti. L’Italia, ha detto il ministro, crederebbe fortemente nella soluzione a due Stati e appoggerebbe l’istituzione di uno Stato palestinese; nonostante ciò, non ha intenzione di riconoscerlo. L’esecutivo ha spesso sostenuto che un riconoscimento formale della Palestina sarebbe controproducente schierandosi più volte a favore di un riconoscimento soggetto al benestare e alle condizioni israeliane. Per quanto gli altri Paesi abbiano fatto passi avanti formali nel riconoscimento della Palestina, le condizioni italiane non differiscono troppo da quelle degli altri Stati. La Palestina che è stata riconosciuta dalla Francia è infatti uno Stato soggetto a supervisione politica e militare esterna, e ancora lontano dall’esistenza di fatto; per permettere realmente l’istituzione di una entità palestinese, andrebbe infatti fermato il genocidio in Palestina, attraverso misure concrete contro lo Stato di Israele, come sanzioni, embargo e sospensioni degli scambi commerciali e istituzionali.

‘Ndrangheta, maxi blitz contro i Piromalli: 26 arresti, il boss in manette

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Ventisei persone sono state arrestate nell’operazione “Res Tauro” contro la potente cosca Piromalli, coordinata dalla Dda di Reggio Calabria e condotta dai carabinieri del Ros. Tra i fermati figura il boss ottantenne Pino Piromalli, detto “Facciazza”, già detenuto per 22 anni al 41 bis e scarcerato nel 2021, ora indicato come capo e promotore del clan di Gioia Tauro. Gli indagati devono rispondere di associazione mafiosa, estorsione, riciclaggio, armi e altri reati aggravati dal metodo mafioso. L’inchiesta, guidata dal procuratore aggiunto Stefano Musolino, ha ricostruito gli assetti della cosca.

“Droni non identificati” in Danimarca e Norvegia: chiusi gli aeroporti

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Nella sera di ieri, lunedì 22 settembre, Danimarca e Norvegia hanno detto di avere registrato la presenza di droni non identificati nel proprio spazio aereo. Il primo rilevamento è avvenuta attorno alle 20:30, presso l’aeroporto della capitale danese, Copenaghen; le autorità sostengono di avere registrato l’attività di due o tre droni senza riuscire a identificarli e hanno disposto la chiusura dell’aeroporto, che ha sospeso le proprie attività per circa quattro ore. Il secondo rilevamento è avvenuto verso mezzanotte nella capitale norvegese, Oslo, dove sarebbe stato presente un drone; anche in questo caso, l’aeroporto è stato chiuso. Le autorità dei due Paesi stanno collaborando nelle indagini sulla provenienza dei velivoli.

Gli incidenti petroliferi in mare sono drasticamente diminuiti negli ultimi decenni

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Negli ultimi cinquant'anni, gli sversamenti di petrolio dalle navi petrolifere sono diminuiti di trenta volte. A dirlo sono le statistiche dell'International Tanker Owners Pollution Federation (ITOPF), una delle principali fonti di studio e consulenza tecnica marittima dell'ambito. Secondo i dati dell'ITOPF, nel 2024, il volume totale di petrolio disperso nell'ambiente a causa delle fuoriuscite di navi cisterna è stato di circa 10.000 tonnellate, contro le oltre 300.000 che si registravano con cadenza quasi annuale negli anni '70. Tale miglioramento avviene a fronte dell'aumento del commercio ...

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Bruxelles, terzo giorno di disagi per cyberattacco all’aeroporto

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Terzo giorno di disagi all’aeroporto di Bruxelles Zaventem dopo il cyberattacco che sabato ha bloccato il sistema di check-in Muse di Collins Aerospace. Oggi risultano già cancellati 30 voli e 80 sono in ritardo, con forti ripercussioni anche sui collegamenti con l’Italia: soppressi i voli per Linate e Fiumicino in mattinata, e in serata quelli per Malpensa e Roma operati da Brussels Airlines ed EasyJet. La Commissione Ue ha richiamato l’urgenza di applicare la direttiva NIS2 sulla sicurezza informatica. Collins Aerospace ha assicurato che gli aggiornamenti del sistema saranno completati entro domani.

Il governo italiano verso l’accordo con Musk e i satelliti Starlink

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A inizio 2025, Bloomberg aveva lanciato uno scoop: il governo italiano stava valutando di siglare un contratto da 1,5 miliardi di euro con SpaceX per poter usufruire per cinque anni dei satelliti Starlink. La notizia era diventata un caso politico e l’Amministrazione Meloni si era trovata ad affidare al Comitato Interministeriale per le Politiche relative allo Spazio e alla Ricerca Aerospaziale (COMINT) il compito di vagliare alternative al servizio statunitense. A distanza di mesi, il responso non lascia spazio a dubbi: Starlink rappresenta l’unica via percorribile e va intrapresa il prima possibile.

Il rapporto governativo riservato, anticipato da Giacomo Salvini del Fatto Quotidiano, ha dei toni da profezia autoavverante. Il COMINT, gruppo presieduto dal Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, era stato originariamente chiamato a sviluppare uno studio di fattibilità che vagliasse la possibilità di una costellazione satellitare nazionale, un’opzione impraticabile per molteplici motivi. Con simili premesse, le alternative sul tavolo sono due: attendere il completamento del progetto satellitare europeo Iris2, che nel migliore dei casi entrerà in funzione nel 2030, o usufruire sin da subito dei satelliti a bassa quota messi in campo da Starlink. “In tutta evidenza la Ue non potrà prescindere – a parità di prestazioni ed immediatezza delle stesse – da una stretta partnership con gli Usa in settori strategici quali le Telecomunicazioni satellitari”, recita il documento.

L’avvicinamento del governo a SpaceX risale ormai all’Amministrazione Draghi, una mossa che viene attribuita a uno sgarbo politico ed economico di portata internazionale. Secondo la relazione, nel contesto di Iris2, l’industria italiana è “sottorappresentata rispetto al potenziale, sollevando interrogativi sulla necessità di un maggiore allineamento tra ambizioni nazionali e partecipazione industriale europea”. Urso ritiene che l’infrastruttura controllata da Elon Musk  sia “nettamente superiore” alla futura alternativa europea, se non altro perché questa non è “ancora disponibile” ed è “di respiro meno ambizioso”. La valutazione del governo italiano è chiara: per esigenze immediate di comunicazione, soprattutto in ambito istituzionale e militare, bisogna affidarsi agli Stati Uniti.

“Purtroppo il tutto ha preso una piega molto poco tecnica e molto politica, con dubbi legittimi riguardo a sovranità e sicurezza”, ha fatto notare Andrea Stroppa, personaggio ritenuto il ponte degli interessi di Musk in Italia, ai microfoni di Open. “Molte persone hanno lavorato curandosi di questi temi, per non rimanere dipendenti nei confronti di un’azienda americana. Ma al momento l’opzione dei satelliti di SpaceX è la migliore, non se ne può fare a meno”. Considerando che nessuno contesta il ruolo dominante dell’azienda statunitense, è in effetti evidente che le perplessità siano prettamente di natura politica, soprattutto in un contesto in cui l’Unione Europea ha lungamente fantasticato di poter gestire in prima persona le sue infrastrutture digitali essenziali.

Starlink, divenuto ormai essenziale per le comunicazioni dell’esercito ucraino, è incappato più volte in blackout dalle cause vaghe, non opportunamente chiarite, e in episodi di geofencing che hanno limitato le opportunità tattiche del governo di Kiev. I rapporti tra Stati Uniti e Unione Europea non stanno inoltre vivendo un periodo felice, quindi è legittimo temere che un’ulteriore dipendenza dagli strumenti americani possa minare ancor più la resilienza UE. Non a caso, Cina e Russia stanno confidando entrambe in soluzioni satellitari, presenti o future, che siano in grado di porsi come alternativa a quanto imbastito dagli USA. Una scelta strategica che evidenzia la necessità dei due governi di mantenere un certo grado di indipendenza tecnica, ma che assume anche la forma di hard power attraverso cui creare legami con quelle nazioni che son fin troppo spesso relegate alla periferia del mondo.

Lo sciopero per la Palestina ha bloccato le città di tutta Italia

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È iniziato lo sciopero generale per la Palestina. Lo sciopero riguarderà l’intera giornata e coprirà tutti i settori del pubblico e del privato. Per la giornata di oggi sono previste manifestazioni in oltre 80 città. I nostri aggiornamenti in diretta.


In tutta Italia stanno iniziano i nuovi cortei per la Palestina. Alle 19, a Brescia è partito un corteo da Piazza del Duomo; alla stessa ora, è iniziato un presidio a Cesena, mentre alle 19:15 è partito un corteo a Torino, che in questo momento sta percorrendo corso Giulio Cesare. Marce anche a Bergamo, Cosenza e Genova.


A Milano è trapelato un primo bilancio parziale della giornata di mobilitazioni di oggi. Secondo l’agenzia di stampa Ansa, nel capoluogo meneghino, dopo gli scontri in stazione, ci sarebbero stati oltre una decina di fermi e almeno 60 feriti; in città, intanto, prosegue un presidio stradale in via Vittor Pisani. Fermi anche a Bologna, dove la polizia avrebbe arrestato almeno 8 persone dopo una serie di scontri sulla tangenziale.

I manifestanti sulla tangenziale a Bologna.

Il corteo pro Gaza partito da piazza Cinquecento ha attraversato Roma fino a bloccare la tangenziale est. Nei pressi del Verano il corteo ha invaso anche la corsia opposta della tangenziale, paralizzando il traffico cittadino. Decine di migliaia di manifestanti hanno sfilato al grido «fuori il sionismo dall’università», entrando anche alla Sapienza con lo striscione “block the university, all eyes on the Flotilla”.

Il corteo per la Palestina di Roma sulla tangenziale est.

Il casello di Genova Ovest sull’autostrada A7 è stato chiuso in entrambe le direzioni per un corteo organizzato dai sindacati di base. Autostrade per l’Italia ha segnalato la chiusura del tratto tra il bivio A7/A10 e Genova Ovest, consigliando l’uscita a Genova Bolzaneto per chi proviene da Milano. Si registrano due chilometri di coda tra i raccordi A7/A12 e A7/A10. La protesta degli attivisti sta causando forti disagi al traffico urbano, in particolare lungo le direttrici che portano al nodo di San Benigno.


Il Ministro dei Trasporti Matteo Salvini ha accusato su X gli attivisti pro-Pal: «Altro che sciopero, questa è violenza: scontri e attacchi alle Forze dell’Ordine, stazioni prese d’assalto e assediate, sassi sui sui binari, migliaia di lavoratori bloccati e arrabbiati. Questi sono i ‘pacifisti’ di sinistra», ha scritto. È intervenuto anche il Ministro degli Esteri Antonio Tajani, che ha espresso «solidarietà alle forze dell’ordine», definendole «bersaglio incolpevole di questa violenza».


In questi minuti, l’area della Stazione Centrale di Milano è teatro di forti tensioni legate al corteo pro Palestina. La polizia ha bloccato gli ingressi per impedire l’accesso ai manifestanti, con momenti di scontro. Gli attivisti hanno divelto vetrine e lanciato oggetti. Centinaia di persone sono rimaste nell’area esterna con chioschi e negozi, senza entrare nella struttura. In via Vittor Pisani gli agenti hanno usato fumogeni per disperdere il corteo. Tutti i negozi interni sono stati chiusi e la stazione presidiata da poliziotti in assetto antisommossa.


Al porto di Marghera, a Venezia, la manifestazione pro-Palestina è stata respinta dall’intervento delle forze dell’ordine. Blindati e idranti hanno costretto i manifestanti ad arretrare di circa cento metri. I dimostranti hanno gridato slogan come «Vergogna!» e intonato cori per la Palestina. La ritirata si è fermata quando un gruppo di partecipanti si è seduto sulla carreggiata, gambe incrociate e mani alzate, creando una barriera simbolica davanti alla folla in arretramento.

Immagini degli scontri a Venezia Marghera.

A Torino circa diecimila persone stanno partecipando alle proteste. Il corteo, partito dalla stazione di Porta Nuova, sta attraversando il centro città sfilando lungo via Madama Cristina. L’ingresso principale dello scalo ferroviario è stato chiuso dalle forze dell’ordine per motivi di sicurezza. Durante la mobilitazione, un blocco studentesco si è staccato dal corteo principale occupando i binari del treno. L’iniziativa ha causato tensioni e disagi alla circolazione ferroviaria.


A Brescia i manifestanti hanno occupato la stazione Vittoria della metropolitana cittadina, bloccando l’accesso ai viaggiatori e il traffico dei treni per circa 15 minuti. Sono in centinaia davanti all’ingresso dello scalo e all’interno della stessa fermata. Gli studenti, che hanno guidato la protesta, hanno urlato slogan in difesa della popolazione palestinese, contro il governo israeliano e anche contro l’esecutivo Meloni. Attimi di tensione con le forze dell’ordine.


A Pisa migliaia di manifestanti pro-Gaza hanno invaso la Sgc Firenze-Pisa-Livorno, bloccando completamente la carreggiata in direzione mare. Il corteo è entrato sulla superstrada dallo svincolo vicino all’aeroporto, paralizzando la circolazione e costringendo numerosi automobilisti a fermarsi. In direzione Firenze il traffico, seppur rallentato dalla curiosità dei passanti, continua a scorrere.


Il corteo organizzato a Bari dai sindacati di base, che conta circa duemila persone, è arrivato davanti al consolato di Israele, dove è schierata la polizia in assetto anti sommossa. I manifestanti hanno protestato urlando «Assassini», «vergogna», «Israele fascista, Stato terrorista» sotto la struttura. Fra loro ci sono moltissimi giovani, che hanno issato le bandiere della Palestina. Il corteo si sta ora muovendo, proseguendo il suo percorso autorizzato.


Lo sciopero è arrivato anche nella stazione centrale di Napoli, che è stata bloccata dalle manifestazioni. Nel frattempo, è stato bloccato anche il porto di Trieste e a Milano migliaia manifestanti sono partiti in corteo.


I principali presidi e cortei del Paese iniziano a mobilitarsi e a vedere crescere il numero dei partecipanti. A Venezia è iniziato il concentramento di Marghera, dove si stanno riunendo persone da tutto il nord-est Italia; a Torino sono partiti i cortei dall’università e da Piazza Arbarello; a Genova, migliaia di persone sono arrivate in presidio davanti al Varco San Benigno del porto; nel fiorentino, presso Calenzano, è stata bloccata la A1, e il corteo si è mosso in direzione Campi Bisenzio e Capalle; a Bologna sono partiti i cortei studenteschi verso piazza Verdi.

Intanto, al porto di Livorno, sono arrivati ancora più manifestanti, che si sono diretti verso le banchine dell’Alto Fondale, mentre è partito un corteo anche Pisa; porto bloccato anche a Salerno.

Il corteo studentesco di Torino.

In Veneto è stato inaugurato il primo concentramento regionale. I manifestanti si sono riuniti a Padova, dove hanno rilanciato la più ampia mobilitazione di Marghera, che dovrebbe iniziare a momenti. In Romagna, a partire dalle 9, i manifestanti si sono riuniti in presidio presso Piazza del Popolo, mentre in Basilicata, a Potenza, è iniziato un corteo cittadino. Nonostante la pioggia, i manifestanti stanno iniziando a radunarsi anche a Milano, in piazza Cadorna, dove a breve dovrebbe partire una marcia verso la stazione.

Il corteo a Potenza.

Gli studenti di Cambiare Rotta hanno bloccato anche l’Università di Lecce, e la sede centrale dell’Università di Bologna; sempre a Bologna, docenti e studenti si sono riuniti davanti alla sede dell’ufficio scolastico regionale. A Genova è stata bloccata una seconda sede e gli studenti sono partiti in corteo. A Brescia, gli studenti e le studentesse delle scuole superiori si sono radunati in Piazzale Cesare Battisti, da dove partiranno alla volta del Duomo. A Torino gli studenti hanno organizzato picchetti in diversi istituti e si sono mossi verso Piazza Arbarello dove è previsto un concentramento studentesco.


Lo sciopero ha iniziato a interessare anche il settore dei trasporti. A Milano la linea 4 della metropolitana (che collega la città all’aeroporto di Linate) è chiusa, mentre le altre linee sotterranee sembrano continuare circolare. Nel capoluogo meneghino la fascia non garantita proseguirà fino alle 15; il servizio riprenderà per tre ore e potrebbe subire ulteriori interruzioni a partire dalle 18. Anche il personale ATAC, di Roma, è in sciopero; nella capitale la fascia garantita è prevista dalle 17 alle 20 e le autorità hanno disposto la chiusura della stazione Termini in vista della manifestazione, che inizierà alle 11.

Disagi previsti anche nelle ferrovie, dove il personale FS, Trenitalia, Trenitalia Tper e Trenord di tutto il Paese (Calabria esclusa) ha aderito allo sciopero. Trenitalia riporta che le linee Torino-Alessandria e Ventimiglia-Genova sono interrotte per condizioni meteo; per 7 treni è previsto un ritardo di almeno un’ora. Per quanto riguarda le tratte regionali, la fascia garantita è prevista dalle 18 fino alle 21.


Sono iniziate le prime proteste dei lavoratori della logistica piemontesi. A incrociare le braccia sono stati i lavoratori di BRT Torino, che, affiancati dagli studenti e da rappresentanti di Potere al Popolo, hanno dato il via a un presidio davanti a una sede dell’azienda. In Piemonte, hanno scioperato anche i lavoratori di SAFIM, altra azienda della logistica; in Toscana, invece, presso Marina di Carrara è stato lanciato un presidio davanti al Varco Levante del porto.


Anche gli studenti dell’Università La Sapienza di Roma hanno dato il via alla propria mobilitazione; gli studenti si sono trovati davanti a Piazzale Aldo Moro, sede dell’ingresso principale dell’ateneo, bloccando le entrate. A Bari, invece, gli studenti di Cambiare Rotta hanno bloccato l’entrata del plesso di lingue. A Torino, gli studenti si sono riuniti in presidio davanti al campus Einaudi; a Genova si sono mossi verso la sede centrale; a Milano hanno bloccato l’ingresso principale dell’Università degli Studi; infine a Bologna hanno interrotto le lezioni del Dipartimento di Matematica. Cambiare Rotta ha organizzato presidi in un totale di 36 università.

Gli studenti dell’Università La Sapienza di Roma in presidio davanti all’ateneo.

Alle 6 di questa mattina è iniziato il presidio presso il Varco Valessini del porto di Livorno. Il presidio, organizzato dal Gruppo Autonomo Portuali, è la prima manifestazione in programma per oggi delle oltre 60 previste in tutta Italia; il presidio, precisa il GAP, è iniziato in concomitanza con l’orario di avvio dei lavori al porto, e durerà tutto il giorno. Il GAP ha anche annunciato che il 24 settembre si mobiliterà contro l’arrivo di una nave israeliana carica di armi.

I lavoratori del porto di Livorno in presidio presso il Varco Valessini.

Lo sciopero generale di oggi, promosso con lo slogan “Blocchiamo tutto”, è stato lanciato dal sindacato di base USB, col fine di manifestare solidarietà verso Gaza. I lavoratori intendono chiedere la rottura con lo Stato di Israele, denunciare la corsa al riarmo, sostenere la missione umanitaria della Global Sumud Flotilla e, più in generale, affermare un impegno militante, civile e politico «con la Palestina nel cuore». La mobilitazione interesserà i settori di trasporti, scuola, logistica, commercio, energia, portualità, così come i settori industriali, con la partecipazione prevista di lavoratori, studenti e cittadini.