domenica 22 Febbraio 2026
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Le certificazioni di sostenibilità dei prodotti sono attendibili?

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Tutto intorno a noi è “verde”, “responsabile” e “consapevole”. O almeno così recitano gli slogan di moltissime aziende, da quelle alimentari a quelle tessili, passando per energia pulita e costruzioni bio. La moda è stata molto brava a trasformare la sostenibilità in tendenza: ovunque circolano etichette green, simboli e diciture che hanno creato, nel tempo, più confusione che chiarezza. Chi è davvero sostenibile? Come un consumatore può identificare aziende virtuose e prodotti fatti secondo criteri di etica e rispetto dell’ambiente? Le certificazioni, nella confusione e pressapochismo generale, sono diventate un elemento chiave per distinguere il vero impegno da vuote promesse del marketing. Ma siamo davvero convinti che una certificazione garantisca davvero la sostenibilità di un’azienda o di un prodotto?

Cosa sono le certificazioni

Le certificazioni di sostenibilità sono linee guida volontarie utilizzate per dimostrare l’impegno verso buone pratiche ambientali, sociali, etiche e di sicurezza. Le prime certificazioni sono apparse verso la fine degli anni ‘80 primi anni ‘90,  soprattutto in ambito alimentare, con l’introduzione di marchi ecologici per identificare alimenti ed altri prodotti biologici. Nella moda le vediamo apparire negli anni ‘90, quando la crescente preoccupazione pubblica per l’uso di sostanze chimiche nei tessuti, le cattive condizioni di lavoro e il degrado ambientale hanno portato alla richiesta di sistemi di verifica, in grado di monitorare e garantire la qualità dei prodotti. Così, all’inizio degli anni 2000, enti indipendenti hanno iniziato a sviluppare standard per garantire che tessuti, processi e catene di fornitura aderissero a criteri ambientali ed etici misurabili. 

Secondo Textile Exchange, il numero di stabilimenti certificati secondo standard come GOTS e Organic Content Standard (OCS) è cresciuto di oltre il 34% solo nel 2020, riflettendo l’aumento esponenziale della domanda di trasparenza e responsabilità da parte dei consumatori. Un rapporto di McKinsey ha rivelato che il 67% dei consumatori considera ora i materiali sostenibili un fattore importante nelle proprie decisioni di acquisto. Le certificazioni, quindi, fungono sia da marchio di fiducia per gli acquirenti, sia da strumento per i brand che vogliono differenziarsi in un mercato affollato (e bugiardo). Il problema è che ne esistono tantissime, tutte diverse e tutte che certificano un aspetto della produzione o del prodotto, con il rischio di creare una confusione in chi si ritrova davanti un cartellino che pullula di simboli e sigle. La sfida,  per i consumatori, è sapere quali hanno davvero valore.

Breve guida alle certificazioni tessili

Orientarsi nella giungla delle certificazioni è complicato (sono numerosissime ed in continuo aumento). Esistono certificazioni relative al prodotto, ai materiali usati, alla chimica nelle lavorazioni, fino ai processi e alla responsabilità etica ed ambientale. Qui una piccola guida con alcune di quelle più comuni ed utilizzate in ambito tessile.

EU-Ecolabel: È un marchio europeo usato per certificare il ridotto impatto ambientale dei prodotti o dei servizi offerti dalle aziende che ne hanno ottenuto l’utilizzo (sempre secondo il regolamento CE n. 66/2010). Praticamente conferma che i prodotti sono stati realizzati rispettando l’ambiente durante tutto il loro ciclo di produzione e vita, dall’inizio fino allo smaltimento finale (in un’ottica di economia circolare).

Altro marchio famoso ed entrato a far parte del linguaggio comune è la certificazione GOTS – Global Organic Textile Standard. Molto difficile da ottenere, non indica solo un tessuto di origine biologica, ma valuta tutti gli aspetti della produzione: dalla coltivazione della materia prima alla commercializzazione del prodotto finito. Questa certificazione è stata sviluppata da organizzazioni internazionali leader nell’agricoltura biologica per garantire al consumatore che i prodotti tessili biologici siano ottenuti nel rispetto di controllati criteri ambientali e sociali applicati a tutti i livelli della produzione. Per prodotti tessili biologici bisogna che almeno il 95% delle fibre di cui è composto il capo sia di origine organica (bio). Il restante 5% può essere costituito da altre fibre naturali non biologiche come cotone standard, lana, canapa, oppure costituito da fibre artificiali di origine naturale come viscosa, lyocell, modal, ma anche da altre fibre ottenute grazie al riciclo di materie prime. Insomma, il 100% bio non è garantito!

OEKO-TEX® Standard 100, dal 1992 è un sistema di controllo e certificazione indipendente per i prodotti tessili (materie prime, semilavorati, e prodotti finiti) che garantisce che i prodotti tessili non contengono o rilasciano sostanze dannose per la salute umana. La certificazione viene rilasciata in seguito a test per sostanze nocive che tengono presente l’uso di destinazione del prodotto tessile: quanto più un tessuto deve entrare a contatto con la pelle (e quanto più sensibile è la pelle) maggiori sono i requisiti umano-ecologici che si devono soddisfare. Per i prodotti per bambini o intimo ci sono restrizioni e standard molto alti.

Altro nato in casa Oeko è Oeoko tex ® – Made in Green, un marchio di tracciabilità per i prodotti tessili sostenibili realizzati con materiali privi di sostanze nocive in impianti a basso impatto ambientale e luoghi di lavoro sicuri. La peculiarità di questa certificazione è che ogni prodotto che presenta questo marchio possiede un codice QR con il quale tracciare la produzione.

Global Recycle Standard – o GRS si occupa di certificare le aziende che producono abbigliamento con una determinata quantità di materiale riciclato. GRS certifica sia i prodotti, in particolare lana riciclata/rigenerata, poliestere e poliammide riciclati, cotone rigenerato/riciclato e il cuoio riciclato; sia le aziende produttrici. Si valutano regole ambientali ma anche il rispetto delle condizioni di lavoro. Purtroppo questa certificazione internazionale ha dei limiti: il primo è che si può applicare a prodotti che presentano almeno il 20% di fibre riciclate (un po’ pochine); il secondo è che questa percentuale, che può variare dal 20 al 100%, non è indicata sulle etichette. Questa certificazione viene applicata al tessuto, ma questo simbolo si può trovare anche sui capi prodotti utilizzando quello specifico materiale.

OCS – Organic Content Standard è una certificazione tessile che garantisce l’origine biologica di una fibra tessile. Si applica solo ai tessuti naturali (di origine vegetale o animale), ma principalmente viene usata per il cotone. Ne esistono due versioni Organic Content Blended – quando solo il 5% è bio; e Organic Content 100 – quando il tessuto contiene il 95% di fibra bio.

REACH è il regolamento entrato in vigore nel 2007 per tutta Europa che registra, valuta, autorizza e limita l’uso delle sostanze chimiche, andando ad escludere quelle nocive per l’ambiente e per la salute durante tutte le fasi di produzione del prodotto. Si tratta di una vera e propria serie di regole che tutte le industrie sono tenute a seguire: cosmetica, tessile, giocattoli, ecc. In generale tutti i prodotti realizzati al 100% in Europa hanno un certificato REACH o sono fuori legge. Questo non vale per i prodotti importati dagli altri Paesi. Per esempio se un abito viene realizzato con un tessuto importato dall’India, non abbiamo nessuna garanzia del rispetto dell’uso delle sostanze chimiche se non un’autocertificazione dell’azienda stessa. REACH può sembrare simile a Oeko-Tex; mentre la prima è una normativa obbligatoria, la seconda è una certificazione volontaria (ovvero sono le aziende a doverla richiedere e pagare).

BLUESIGN® è una certificazione indipendente nata in Svizzera nel 1997, il cui scopo principale è aiutare fornitori, produttori e marchi di moda a ridurre l’impronta ambientale dei tessuti, con particolare attenzione alle sostanze chimiche utilizzate. Qui non si analizza il prodotto finito, ma tutte le fasi di produzione: le sostanze e le materie prime vengono verificate prima del loro utilizzo in una catena produttiva. Bluesign® non solo certifica, ma aiuta anche le aziende a trovare soluzioni per migliorarsi. Per ricevere questo bollino c’è un iter molto lungo che analizza ogni singolo passaggio.

Forest Stewardship Council (FSC) è un certificato internazionale nato principalmente per impedire la deforestazione massiccia con le conseguenze sociali/ambientali connesse a questa pratica. È una sigla che ci racconta che i prodotti che stiamo acquistando provengono da albereti coltivati in maniera sostenibile. Un marchio già visto nei prodotti di carta, ma utilizzato anche nella moda per quelle fibre derivate dalla cellulosa (come la viscosa e le sue varianti, lyocell e modal).

Forest Stewardship Council (FSC) è un certificato internazionale nato principalmente per impedire la deforestazione massiccia con le conseguenze sociali/ambientali connesse a questa pratica.

VeganOK è una certificazione riconosciuta in Europa che garantisce che un prodotto sia vegano al 100%, ovvero privo di ingredienti di origine animale e non testato su animali. Promuove inoltre pratiche etiche e sostenibili, garantendo che i prodotti soddisfano standard di produzione responsabili. Questa certificazione è utilizzata nei settori alimentare, cosmetico, tessile e in altri settori, aiutando i consumatori a identificare opzioni in linea con uno stile di vita vegano e rispettoso dell’ambiente.

Certificazioni: un territorio accessibile a pochi

Pur essendo uno strumento valido in grado di garantire maggiore sicurezza e credibilità, quello delle certificazioni non è un mondo facile e, come ogni cosa, presenta limiti e lati oscuri. Il primo, indubbiamente, è relativo al costo oneroso di queste operazioni. Ottenere una certificazione ha un prezzo, sia economico sia in termini di tempo: i procedimenti, i controlli e le operazioni necessari per mettersi in regola ed essere certificati hanno tempi lunghi, spesso necessitano l’intervento di consulenti esterni e di cambiamenti interni all’azienda. Raccogliere i dati, compilare report e seguire le ispezioni sono lavori extra che comportano esborsi notevoli. Ostacolo, questo, per moltissime piccole e micro imprese che non riescono ad ottenere la tanto agognata certificazione. Con il risultato che questo mondo rimanga esclusivo appannaggio di grandi aziende, dove è la capacità economica a permettere di acquistare bollini verdi in grado di confermare il loro impegno. Uno squilibrio evidente, dove tutti i grandi marchi possiedono certificazioni (sembrando affidabili), mentre le micro imprese no (sembrano meno impegnate), che alimenta una narrazione distorta. Forse, anche in questo caso, andrebbe rivisto il sistema rendendolo accessibile e garantito a tutte le imprese, qualsiasi siano dimensioni e possibilità economiche.

In Europa i popoli sono con la Flotilla, i governi non dicono nulla

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Mercoledì sera, poco dopo che la Global Sumud Flotilla è stata intercettata dalla marina militare israeliana, le piazze europee si sono animate da cortei e manifestazioni di solidarietà. In tutte le principali piazze, la popolazione ha dato il via a cortei spontanei per chiedere di intervenire contro l’aggressione di Israele alle imbarcazioni che portano aiuti umanitari a Gaza, oltre che di porre fine alla complicità con il governo di Tel Aviv e la fine del genocidio nella Striscia. Tuttavia, ad ora, quasi nessuno tra i governanti europei ha profferito parola su quanto sta accadendo.

Le proteste non sono state pianificate o promosse da forze politiche dominanti, ma si sono generate dal basso, spinte dalle notizie dell’abbordaggio navale. In città come Roma, Parigi, Berlino, Madrid, Atene e Bruxelles decine di migliaia di cittadini hanno marciato, acceso fiaccole o presidiato davanti ad ambasciate, chiedendo che non venga ignorato il dramma della Striscia assediata. A Parigi i manifestanti si sono radunati in Place de la République chiedendo la liberazione degli equipaggi delle navi abbordate dalle forze israeliane; a Berlino la stazione centrale è stata circondata con lo slogan “Free Palestine” su vasta scala; a Bruxelles un corteo ha occupato Place de la Bourse. A Barcellona e Istanbul si sono segnalate massicce proteste davanti ai consolati israeliani; nella capitale turca altri manifestanti hanno marciato davanti al consolato degli USA. In Italia, la cronaca racconta di 35 città mobilitate simultaneamente, con una partecipazione eterogenea che ha unito studenti, sindacati di base e famiglie con presidi e manifestazioni.

A Milano il Pirellone è stato illuminato con la scritta “Free Gaza” e i cortei sono partiti da Piazza della Scala verso Cadorna, con occupazione di binari ferroviari in segno di protesta. A Bologna il corteo ha raggiunto la Prefettura per chiedere le dimissioni del governo; a Roma i manifestanti hanno affollato la zona di Termini per avvicinarsi a Palazzo Chigi. A Napoli attivisti e studenti del Collettivo autorganizzato universitario hanno occupato i binari della stazione Centrale, causando il blocco momentaneo del traffico ferroviario in arrivo e in partenza. Lasciata la stazione, il corteo di manifestanti si è diretto verso la facoltà di Lettere e Filosofia della Federico II a Porta di Massa. Manifestanti anche a Torino, dove l’ingresso centrale della stazione ferroviaria di Porta Nuova è stato chiuso, per cercare di evitare eventuali blocchi; occupata la Facoltà umanistica di Palazzo Nuovo. Circa 500 manifestanti hanno occupato i binari della stazione ferroviaria di Pisa. Ad Ancona sono attivi presidi fissi organizzati dal Coordinamento Marche per la Palestina nel quartiere Archi. Cortei anche a Palermo, Genova, Firenze, La Spezia, Livorno, Lodi, Siena, Padova Trieste, Forlì: “Siamo pronti a bloccare tutto”, è il messaggio dei giovani di Cambiare Rotta e dei collettivi. Il fatto è che l’azione navale non è un episodio isolato: è il segnale che il confronto sul Mediterraneo è divenuto diretto, e che la missione della Flotilla è vista come una sfida politica e simbolica. Il carattere della missione non lascia spazio a definizioni semplicistiche: il convoglio ha l’obiettivo dichiarato di rompere il blocco israeliano su Gaza e consegnare aiuti vitali. Già nei giorni scorsi alcune imbarcazioni avevano denunciato attacchi tramite droni o sistemi di disturbo delle comunicazioni.

Eppure, il salto tra le piazze e le istituzioni appare smisurato. I governi europei, benché sollecitati dalle proteste, mantengono un’imbarazzante prudenza diplomatica. A Copenaghen i leader UE, impegnati a dare “ampio sostegno” al muro anti-droni e al prestito all’Ucraina con soldi russi, non hanno espresso commenti sull’accaduto. In Italia, la gestione dell’ordine pubblico è stata affidata alle forze di polizia, senza dichiarazioni né prese di posizione chiare. A livello centrale, l’esecutivo ha adottato un silenzio assordante sulle manifestazioni di sostegno alla Flotilla, preferendo toni blandamente diplomatici e a tratti contraddittori sull’abbordaggio. Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha fatto sapere che è stato in contatto con il Ministro degli Esteri israeliano Sa’ar in merito all’assistenza dei cittadini italiani a bordo della Flotilla, in stato di fermo da parte della Marina israeliana, senza spendere parole per le manifestazioni. Il vicepremier ha voluto spendere parole positive per Tel Aviv, evidenziando che gli abbordaggi «sono stati pacifici e senza violenze e preparati da numerose misure di avvicinamento, partendo dalla nave madre Alma», mentre su X si è limitato a postare le immagini del primo corridoio universitario da Gaza. La premier Giorgia Meloni, da Copenaghen per il vertice informale del Consiglio europeo, ha criticato la missione: «In questa fase, di fronte a una possibilità che sarebbe storica, insistere in una iniziativa che ha dei margini di pericolosità e di irresponsabilità», insinuando il dubbio che «forse le sofferenze del popolo palestinese» non siano la «priorità». Nel mezzo della crisi internazionale, la premier italiana ha optato su X per un messaggio di auguri a “tutti i nonni d’Italia”, postando una foto con la nonna. Solamente dopo, alle 10.30 del mattino (quando l’aggressione israeliana è ormai in corso da oltre 12 ore), ha commentato brevemente i fatti ribadendo la propria contrarietà alla missione. Silenzio anche dal ministro dei trasporti, Matteo Salvini, che sta valutando la precettazione dello sciopero generale proclamato per venerdì 3 ottobre da CGIL, USB e altre sigle sindacali. Fuori dall’Italia, il premier svedese Ulf Kristersson ha intimato all’attivista Greta Thunberg, sua concittadina, di «tornare a casa». In Spagna, il premier Pedro Sánchez ha chiesto che Israele non consideri la missione una “minaccia”, ribadendo che si tratterebbe di un’azione umanitaria. Tali dichiarazioni restano, però, isolate e prive di conseguenze operative tangibili, mentre a livello interazionale diversi governi, dalla Turchia alla Colombia  – accusano Israele di un “atto terrorismo” contro la Flotilla. In questo contesto, il silenzio dei leader europei, che si limitano ad appelli alla moderazione, risulta tanto più greve: a fronte di mobilitazioni transnazionali – centinaia di migliaia di persone che chiedono il rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale – le cancellerie rispondono con toni neutri, ambigui o deleganti. Il vuoto politico che si spalanca espone i governi europei a un’accusa implicita: quella di complicità per omissione. Le piazze continueranno a chiedere che il silenzio non sia il nascondiglio delle responsabilità.

Manchester, attacco con coltello davanti a sinagoga: 2 vittime, morto aggressore

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A Manchester, nel Regno Unito, un uomo ha investito alcune persone con l’auto e poi le ha accoltellate davanti alla sinagoga Heaton Park Hebrew Congregation durante lo Yom Kippur. Inizialmente la polizia aveva parlato di quattro feriti, tra cui una guardia di sicurezza, ma ora si contano almeno due vittime. La polizia ha sparato all’aggressore e ha dichiarato che la situazione è sotto controllo. Il sindaco Burnham ha dichiarato che l’uomo è stato ucciso. Il primo ministro Keir Starmer ha interrotto una visita in Danimarca per una riunione di emergenza.

I sindacati hanno proclamato un nuovo sciopero per la Palestina

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La marina israeliana ha attaccato la Global Sumud Flotilla. Gran parte dei 45 vascelli della missione umanitaria è stata intercettata e gli attivisti a bordo arrestati illegalmente. Di tutta risposta, in Italia decine di piazza si sono riempite di manifestanti al grido di “Blocchiamo tutto” e l’Unione Sindacale di Base (USB) e la CGIL hanno proclamato lo sciopero generale per l’intera giornata di domani, 3 ottobre, che si unirà dunque a quello annunciato dai Cobas il 18 settembre scorso. Saranno coinvolti tutti i settori pubblici e privati, con l’obiettivo di dare continuità allo sciopero generale del 22 settembre, quando in piazza sono scese centinaia di migliaia di italiani. Un’ipotesi che il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini intende scongiurare, valutando l’uso della precettazione che declasserebbe di fatto lo sciopero generale a disservizio.

Le richieste della mobilitazione sono chiare: «interrompere ogni relazione militare, commerciale e non, con uno Stato protagonista di un genocidio, rifiutarsi di lavorare per uno Stato che non solo vende armi e collabora a tutti i livelli con Israele, ma che destina decine e decine di miliardi alla folle corsa al riarmo invece di destinarle ad assicurare diritti sociali, salari dignitosi e servizi pubblici», come scrive USB, che ha già organizzato lo sciopero del 22 settembre. «Lo avevamo detto e lo faremo: quanto accaduto oggi alla Flotilla rende necessario tornare in piazza e bloccare nuovamente il paese per esprimere solidarietà agli attivisti della Global Sumud Flotilla e per continuare a denunciare il genocidio del popolo palestinese», aggiunge l’Unione Sindacale di Base nell’annunciare per domani lo sciopero generale senza i dieci giorni di preavviso previsti ordinariamente. Stando alla legge n. 146/90 è possibile convocare uno sciopero generale senza preavviso in risposta a eventi gravi e improvvisi: l’attacco all’ordine costituzionale e la lesione dell’incolumità dei lavoratori. Due fattispecie che gli organizzatori invocano, facendo appello a una serie di articoli della Costituzione e di trattati ratificati dall’Italia. La CGIL, nel fare eco a USB, sottolinea come l’aggressione israeliana alla Global Sumud Flotilla sia «un colpo inferto all’ordine costituzionale stesso che impedisce un’azione umanitaria e di solidarietà verso la popolazione palestinese sottoposta dal governo israeliano ad una vera e propria operazione di genocidio. Un attentato diretto all’incolumità e alla sicurezza di lavoratrici e lavoratori, volontarie e volontari imbarcati».

Non sembra essere della stessa opinione la Commissione di garanzia degli scioperi (istituita proprio dalla legge n. 146/90), secondo cui il mancato preavviso della mobilitazione annunciata da USB e CGIL non è giustificato. Appare dunque probabile l’intervento di Matteo Salvini, pronto a precettare lo sciopero e a limitarlo. La retorica adoperata è la solita: «evitare che una minoranza irresponsabile possa danneggiare milioni di italiani», come si legge sul sito del MIT. Un eccesso di zelo che puntualmente pare smaterializzarsi durante i disagi quotidiani avvertiti da residenti e pendolari per gli spostamenti su ruota e rotaia, a suon di ritardi, cancellazioni e infrastrutture fatiscenti.

In attesa di saperne di più sull’eventuale precettazione gli scioperi generali di USB e CGIL restano confermati, così come quello dei Cobas, annunciato col preavviso dei dieci giorni e quindi non a rischio di limitazione. I primi lavoratori a incrociare le braccia saranno quelli delle ferrovie, dalle 21 di questa sera alle 20:59 di domani, con due fasce di garanzie previste: dalle 6 alle 9 e dalle 18 alle 21 del 3 ottobre. Durante lo sciopero generale saranno infatti garantiti i servizi minimi essenziali. Anche il personale autostradale inizierà lo sciopero in serata, dalle 22. Dalla mezzanotte si aggiungerà invece il resto delle categorie dei lavoratori, dalla scuola alla sanità e vigili del fuoco (dalle 8 alle 14), passando per l’intero settore privato.

UE: Vertice di Copenaghen rafforza ruolo dei ministri della Difesa

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I leader dei Ventisette, riuniti a Copenaghen in un vertice europeo informale, hanno deciso di conferire ai ministri della Difesa un ruolo “più incisivo” nella gestione della sicurezza comune, attribuendo loro maggiore autonomia politica e operativa fra una sessione del Consiglio europeo e l’altra. Antonio Costa, Presidente del Consiglio europeo, ha spiegato che il rafforzamento mira a superare il modello attuale, nel quale i ministri sono confinati all’ambito del Consiglio Affari Esteri, e a integrarli più direttamente nei processi decisionali tra i più alti vertici dell’Unione. Sull’Ucraina l’unità dei Ventisette inciampa nelle resistenze di Budapest. Il premier Viktor Orban ha ribadito con fermezza che, per Kiev, “basta accordo strategico, non un’adesione” all’UE. Orban si è opposto anche all’idea di aprire capitoli di adesione a maggioranza qualificata, sostenendo che “mai e poi mai” Budapest acconsentirà a modifiche del meccanismo decisionale. L’esito del vertice appare, quindi, doppio: mentre l’UE prova a dotarsi di una struttura difensiva più integrata, il dissenso intraeuropeo, in particolare sull’allargamento verso l’Ucraina, resta una spina nel fianco della politica comunitaria.

Taranto, le mani della mafia sul Comune di Statte: 35 condanne, 4 anni all’ex sindaco

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Un sistema di potere basato sullo scambio tra voti e favori è sfociato in un processo conclusosi con 35 condanne, che complessivamente superano i 200 anni di carcere, nel processo “Dominio” sulla infiltrazione mafiosa nel Comune di Statte, in provincia di Taranto. Il giudice del Tribunale di Lecce, Giulia Proto, ha emesso la sentenza al termine del rito abbreviato, infliggendo 4 anni e 5 mesi di reclusione all’ex sindaco Francesco Andrioli, alla vicesindaca Marianna Simeone e all’ex assessore Ivan Orlando per voto di scambio politico-mafioso. La condanna più pesante, 20 anni, è toccata a Davide Sudoso, riconosciuto come il capo dell’organizzazione criminale che avrebbe condizionato le elezioni comunali del 2021.

L’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, coordinata dal pm Milto De Nozza, ha svelato un meccanismo perverso in cui la cosca guidata da Sudoso avrebbe assicurato il sostegno elettorale ad Andrioli in cambio di benefici economici. Secondo l’accusa, il clan avrebbe ottenuto denaro, buoni pasto, schede carburate, biglietti per le giostre e l’impegno a favorire imprese vicine al clan. Un vero e proprio sistema di dominio che ha compromesso la regolarità della competizione elettorale, tanto che il giudice ha disposto un risarcimento di 100mila euro in favore del Comune di Statte, riconoscendo il danno subito dall’ente. Le elezioni del 2021, che avevano visto la vittoria di Andrioli con ampio margine sulle forze avversarie, si sono rivelate in realtà pilotate. Il crollo dell’amministrazione è arrivato a gennaio dello scorso anno, quando l’operazione della Guardia di Finanza e della DDA ha portato a 29 misure cautelari, decapitando il Comune e arrestando lo stesso sindaco e due assessori.

Oltre a quella comminata a Sudoso, sono pesantissime le condanne per gli altri esponenti del sodalizio criminale: a Francesco Simeone sono stati inflitti 15 anni, a Giuseppe Palumbo 14 e a Luigi Scialpi 12. A seguire, Antonio Pace è stato condannato a 10 anni, Fabiana Notaristefano a 9 anni e 6 mesi, Antonio Paolo Nannavecchia a 9 anni e 2 mesi. L’impianto accusatorio dei magistrati ha messo in luce il lato più sconcertante dell’infiltrazione mafiosa: la capacità di corrompere le istituzioni locali attraverso lo scambio elettorale politico-mafioso, solo uno dei capi d’imputazione a cui si sono aggiunti quelli di associazione di tipo mafioso, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione e detenzione illegale di armi. Trentacinque condanne che, pur con alcune assoluzioni (Francesco Angarone, Cosimo Lomartire, Giulio Modeo, Luigi Scialpi e William Sudoso per alcuni capi d’imputazione), consegnano alla storia giudiziaria una delle più significative operazioni contro le infiltrazioni mafiose negli enti locali pugliesi.

Il terremoto giudiziario legato ai sempre più evidenti rapporti tra criminalità organizzata e politica pugliese non riguarda soltanto la provincia di Taranto. Solo pochi giorni fa, infatti, il maxiprocesso nato dall’inchiesta “Codice interno” a Bari ha portato alla condanna a 9 anni di reclusione per l’ex consigliere regionale Giacomo Olivieri, arrestato all’inizio del 2024 e alla sbarra con altre 103 persone. Il politico era accusato di scambio elettorale politico-mafioso ed estorsione, essendosi assicurato, secondo la ricostruzione della Procura, i voti di tre clan del capoluogo al fine di favorire l’elezione al consiglio Comunale di sua moglie, Maria Carmen Lorusso, nel 2019. La donna effettivamente è risultata eletta. Complessivamente, sono state inflitte 103 condanne, dai 2 anni e due mesi ai 14 anni e 8 mesi di reclusione, con la pena più alta che riguarda Radames Parisi e Silvio Sidella, imputati per reati mafiosi.

Papua Nuova Guinea, il governo approva il trattato di difesa con l’Australia

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Il governo della Papua Nuova Guinea ha approvato un trattato di difesa bilaterale con l’Australia, aprendo la strada alla firma dai leader e volto a contenere l’influenza cinese nella regione. Il premier papuano James Marape ha confermato l’ok del gabinetto e ha detto che «L’Australia ha solo un altro trattato di difesa reciproca di questo tipo e, su nostra richiesta, la Papua Nuova Guinea firmerà ora questo trattato». Marape ha aggiunto che «Ciò riflette la profondità della fiducia, della storia e del futuro condiviso tra le nostre due nazioni». Il premier australiano Anthony Albanese ha annunciato che lui e Marape firmeranno a breve.

È morta Jane Goodall, l’etologa pioniera nello studio degli scimpanzé

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Si è spenta all’età di 91 anni la celebre etologa Jane Goodall, pioniera nello studio degli scimpanzé selvatici. Secondo il Jane Goodall Institute, è deceduta per cause naturali mentre si trovava negli Stati Uniti per un tour di conferenze. Nel corso della sua carriera, iniziata nel 1960 nella riserva del Gombe in Tanzania, rivoluzionò la primatologia scavando nei legami sociali, nell’uso di strumenti e nella vita emotiva dei primati. Chiamò per nome i suoi scimpanzé e seppe coglierne le personalità individuali, un’idea allora rivoluzionaria, oggi divenuta patrimonio della letteratura scientifica. Fu anche una voce instancabile per l’ambiente e la conservazione, fondando l’Istituto che porta il suo nome e il programma educativo “Roots & Shoots”. Il suo lascito scientifico e morale rimarrà per sempre fonte d’ispirazione nel rapporto tra uomo e natura.

Il Brasile investe un miliardo di dollari nel Fondo per la protezione delle foreste

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Per spingere i governi a proteggere le foreste, forse bisogna iniziare a parlare la lingua che più conta nei tavoli internazionali: quella del denaro. È questa l’idea alla base del Tropical Forests Forever Facility (TFFF), un nuovo fondo globale che premia economicamente i Paesi in grado di preservare i propri ecosistemi forestali. Durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha annunciato che il Brasile sarà il primo Stato a investire nel meccanismo: un miliardo di dollari, pari a circa 850 milioni di euro.
Il funzionamento è diretto: i ...

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Ecuador: gli scioperi del movimento indigeno stanno bloccando il Paese contro il neoliberismo

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L’Ecuador è entrato oggi nel decimo giorno di sciopero nazionale indefinito convocato dal movimento indigeno della CONAIE (Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador). Decine di migliaia di persone da quasi dieci giorni stanno inondando le strade del Paese contro le misure economiche neoliberiste approvate dal governo Noboa con blocchi diffusi in tutte le autostrade e strade, barricate, manifestazioni e scontri con la polizia che sempre più violentemente sta cercando di reprimere le proteste crescenti. Le proteste sono state innescate dall’aumento della tassa sul carburante, che implica un importante aumento a catena dei prezzi di tutti i beni di prima necessità: un colpo letale per i settori popolari e contadini, già impoveriti dalla crisi economica che sta attraversando l’Ecuador.

«Signor Presidente, se in Ecuador regnerà il caos, l’unico responsabile sarà lei. Non vogliamo che si ripeta quanto accaduto nel 2019 e nel 2022. Siamo in grado di lottare», ha detto il presidente della CONAIE Marlon Vargas, ricordando gli ultimi due scioperi nazionali, dove le comunità indigene avevano dimostrato di poter bloccare il Paese e anche di “occupare” una parte della capitale, Quito. Lo scorso luglio l’Ecuador, sotto la presidenza del recentemente rieletto Noboa, aveva rinnovato un accordo di 48 mesi con il Fondo Monetario Internazionale con l’obbiettivo di «promuovere una serie di politiche economiche mirate alla sostenibilità finanziaria del paese». Le comunità indigene riunite nella CONAIE dichiarano che questo accordo si traduca in privatizzazioni, eliminazione di sussidi, diminuzione della spesa pubblica e furto delle terre indigene per il beneficio di imprese estrattiviste.

Il taglio del sussidio al diesel – il cui prezzo è aumentato nel giro di una settimana da 1,8 dollari al gallone a 2,8 – ufficializzato con il decreto esecutivo n° 126, è stato il detonatore che ha acceso la scintilla. Ma non è stato l’unico. Nelle rivendicazioni della protesta si respinge anche il referendum popolare indetto dal presidente Daniel Noboa, uno strumento che mira a consentire l’installazione di basi militari straniere, eliminare l’obbligo dello Stato di assegnare risorse alle organizzazioni politiche e dare il via a un’assemblea costituente per riscrivere la carta Magna in una chiara matrice neoliberista, eliminando molti degli articoli che proteggono le terre indigene. La costituzione ecuadoriana, scritta nel 2008, è anche la prima al mondo a riconoscere i diritti della natura.

Il movimento indigeno, che rappresenta 18 popoli e 15 nazionalità indigene dell’Ecuador, rifiuta anche l’espansione del confine petrolifero nei territori dei popoli e delle nazionalità e pretende la cessazione dell’espansione mineraria ed estrattiva. Un’altra richiesta è che l’imposta sul valore aggiunto (IVA),  aumentata al 15% nell’aprile 2024 con la motivazione di contrastare la crescente criminalità che affligge l’Ecuador, torni al 12%. Sono 10 gli obiettivi che mette in campo la CONAIE, che oltre a soluzioni concrete per la crisi del settore educativo e della salute pubblica, ora pretende ache la liberazione di tutte le persone imprigionate durante la protesta. Lo sciopero è iniziato il 22 settembre, dopo due giorni di disordini già indetti dai trasportatori. Nei giorni successivi molte organizzazioni indigene come la Fenocin, il MIT, la Confeniae, così come numerose comunità indigene di Tungurahua, Cotopaxi, Azuay, e anche della foresta amazzonica si sono unite alle mobilitazioni.

Domenica 28 settembre c’è stata la prima vittima, un uomo kichwa della comunità di Cuicocha-Inguitgzala, ucciso da proiettili dei militari. Un video mostra l’uomo ferito a terra, mentre un altro cerca di aiutarlo; quando arrivano i militari, iniziano a picchiarli selvaggiamente e, prima di andarsene, lasciano a terra i due uomini privi di sensi. Efraín Fueres è morto in ospedale poche ore dopo. Ma sono decine i feriti nelle manifestazioni che stanno incendiando soprattutto le province nella regione di Imbabura, nel nord, e gli arresti superano il centinaio. Il governo denuncia il sequestro di 17 militari e del ferimento di altri 12, nelle ore successive alla morte del manifestante in Imbabura. «Il presidente Daniel Noboa è chiaro: non negozieremo e non faremo marcia indietro», ha sottolineato la portavoce del governo, Carolina Jaramillo, durante una conferenza stampa svoltasi lunedì 29 settembre. Il pugno duro si era visto fin dai primi giorni dello scoppio dello sciopero, con l’instaurazione dello stato di emergenza in 8 province: coprifuoco dalle 22 alle 5 del mattino, divieto di riunirsi e un’enorme dispiegamento delle forze di polizia e militari sul territorio. Noboa inoltre ha normalizzato le accuse ai manifestanti per “atti di terrorismo”, minacciando arresti immediati con pene fino a 30 anni di carcere. Un’ondata di indignazione e rabbia era esplosa soprattutto a Otavalo, dopo l’arresto di 12 manifestanti che furono poi spostati alle carceri di Manabì ed Esmeraldas, quest’ultima la prigione dove il 24 settembre è avvenuto l’ennesimo massacro tra bande del crimine organizzato. Una sorta di “punizione esemplare” per instillare paura, vista la situazione delle prigioni ecuatoriane dove tra 2021 e il 2025 si sono registrati almeno 700 morti.

Poco dopo l’annuncio dello sciopero, diversi leader, dirigenti indigeni e organizzazioni sociali hanno denunciato il blocco dei propri conti bancari, tra cui quello istituzionale della CONAIE, quello del suo presidente Marlon Vargas, quello della Fondazione Pachamama, che si occupa di programmi di conservazione e diritti delle popolazioni e delle nazionalità indigene, e quello della sua presidente, Belén Páez. Una tattica dello stato per “creare caos” all’interno delle organizzazioni indigene, denunciano i leader. Si segnalano anche blocchi della linea telefonica e di internet nei territori di Cotacachi e Otavalo.

«Il vero terrore è stato imposto dal governo con la sua pressione contro il popolo», ha dichiarato Vargas, rilanciando la continuazione del paro. “Non faremo un passo indietro”.