A New York undici funzionari eletti del Partito Democratico sono stati arrestati durante una protesta contro le condizioni di detenzione degli immigrati in un centro ICE (agenzia federale USA che si occupa del controllo delle frontiere e dell’immigrazione). L’azione è seguita a un’ordinanza federale che aveva imposto all’agenzia di migliorare celle sovraffollate e insalubri. Tra gli arrestati figurano il revisore dei conti Brad Lander, già fermato in giugno, e il difensore civico Jumaane Williams. Alcuni hanno tentato di ispezionare le celle al decimo piano di Federal Plaza, altri hanno bloccato i garage usati dai furgoni ICE, esponendo uno striscione “NYers against ICE”.
Turchia, i tracciati smascherano le bugie di Erdogan: nessun divieto al commercio israeliano
A fine agosto il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha tenuto un discorso davanti al Parlamento del Paese per parlare dell’attuale situazione a Gaza. «Nessun altro Paese al mondo ha adottato più misure della Turchia in materia di sanzioni», ha annunciato Fidan con tono trionfale. La Turchia, sostiene il ministro, avrebbe chiuso i porti alle navi israeliane, impedito alle imbarcazioni turche di attraccare nei porti di Israele, chiuso lo spazio aereo del Paese agli aerei diretti verso lo Stato ebraico e addirittura «completamente interrotto i suoi scambi commerciali con Israele». Tutte affermazioni false o nel migliore dei casi controverse, tanto che alcune di esse sono state smentite dallo stesso governo turco. Altre, invece, sembrano basarsi su una autentica manipolazione dei dati: se le esportazioni verso Israele figurano azzerate, infatti, quelle verso la Palestina sarebbero aumentate esponenzialmente, tanto da toccare picchi di crescita del 120.000%.
Il ministro Fidan ha annunciato la chiusura dello spazio aereo e portuale turco ai mezzi legati a Israele lo scorso 29 agosto, in un discorso in Parlamento ripreso dai media del Paese: «Abbiamo chiuso i nostri porti alle navi israeliane. Non permettiamo alle navi turche di accedere ai porti israeliani», ha detto Fidan; analogamente, «non permettiamo agli aerei di entrare nel nostro spazio aereo». L’Indipendente ha provato a verificare le affermazioni di Fidan, trovando non poche incongruenze. Per quanto riguarda le dichiarazioni sugli aerei, consultando il sito di monitoraggio Flight Radar, è possibile notare che sin dall’annuncio di Fidan i velivoli diretti verso Israele hanno continuato senza alcun problema a sorvolare lo spazio turco. Dopo tutto, poche ore dopo l’intervento del ministro lo stesso governo avrebbe smentito sé stesso: un funzionario del ministero degli Esteri avrebbe infatti dichiarato all’agenzia di stampa Reuters che le parole di Fidan erano state interpretate male; «Le dichiarazioni del ministro si riferiscono ai voli ufficiali israeliani e ai voli che trasportano armi o munizioni in Israele. Ciò non si applica ai voli commerciali in transito», avrebbe detto il funzionario.
Il funzionario citato da Reuters non parla delle dichiarazioni relative ai porti, cosa che suggerisce che la Turchia avrebbe effettivamente impedito l’accesso ai porti del Paese a tutte le navi legate a Israele e negato alle navi turche di viaggiare verso porti israeliani. La notizia è confermata dalle istituzioni portuali del Paese, che hanno diffuso le nuove regole da seguire per i porti e le navi turche. «Le imbarcazioni battenti bandiera turca non potranno attraccare nei porti israeliani» recita la prima regola. Allo stesso tempo, si legge nella regola 2, «alle imbarcazioni battenti bandiera israeliana e affiliate [ndr. a Israele] non è consentito attraccare presso le strutture costiere del nostro Paese», così come ricevere alcun tipo di assistenza navale e portuale; tali restrizioni, sostiene la regola 8, si applicano anche «agli yacht privati e commerciali battenti bandiera israeliana». Le affermazioni di Fidan circa il traffico portuale del Paese, insomma, non lasciano spazio a interpretazioni. Eppure, anche in questo caso, non sembrano corrispondere al vero.
Per quanto riguarda il divieto alle navi legate a Israele di entrare nei porti turchi, L’Indipendente non è riuscito a verificare la veridicità delle affermazioni di Fidan. Consultando la lista di navi battenti bandiera israeliana sul sito di monitoraggio marittimo Marine Traffic sembra che l’11 settembre uno yacht privato, chiamato Li Ad, fosse diretto verso la città turca di Mersin. Cercando l’imbarcazione sulla mappa ed entrando sulla pagina a essa riservata, tuttavia, la nave risultava diretta al porto di Herzliya, in Israele. Ben diversa la situazione per quanto riguarda il divieto per le navi turche di entrare nei porti israeliani: lo stesso 11 settembre, infatti, la nave Burak Deval, battente bandiera turca, era attraccata nel porto di Haifa, e la nave Medkon Mersin, di proprietà di una compagnia turca e battente bandiera panamense, era diretta verso il porto di Ashdod. Il fatto che le navi turche continuino a operare senza indugio nei porti israeliani smentisce anche le affermazioni per cui la Turchia avrebbe «completamente» tagliato i propri rapporti commerciali con Israele. Secondo l’agenzia di stampa di proprietà governativa Anadolu, infatti, a partire dal 2 maggio, la Turchia avrebbe «sospeso completamente esportazioni, importazioni e commercio di transito in tutte le categorie di prodotto, senza che avvenga alcun commercio attraverso dogane o zone franche, portando il commercio con Israele a zero».
Giornali e operatori mediatici turchi lontani dalle aree di influenza governative sono ben consci del fatto che i rapporti del Paese con Israele non sarebbero mai stati davvero interrotti: il giornalista di inchiesta turco Metin Cihan ha infatti consultato i dati governativi relativi alle esportazioni e alle importazioni del Paese. Ad agosto 2023, la Turchia aveva esportato acciaio per circa 91 milioni di dollari verso Israele, e per circa 17mila dollari verso la Palestina; l’anno dopo, tuttavia, tali figure si sono invertite. La Turchia avrebbe completamente interrotto la vendita di acciaio a Israele, ma avrebbe esportato verso la Palestina circa 20 milioni di dollari in acciaio, registrando un aumento di poco inferiore al 120.000%. L’aumento spropositato di esportazioni verso la Palestina, per quanto più ridotto di quello comunicato da Cihan, è confermato anche da Anadolu secondo cui a settembre 2024 la Turchia avrebbe esportato acciaio per oltre 48 milioni di dollari verso la Palestina, contro i 156mila del 2023, con un presunto aumento che sfiora il 31.000%. Le figure delle esportazioni turche in Palestina sono ben poco verosimili, specialmente con il genocidio in corso a Gaza. Risulta, piuttosto, assai più probabile che la Turchia registri le esportazioni di acciaio verso Israele come esportazioni verso la Palestina, manipolando i dati interni.
Stop a riconoscimento facciale “FaceBoarding” a Linate, dubbi sulla sicurezza
Il Garante per la protezione dei dati personali ha sospeso temporaneamente il sistema di “FaceBoarding” all’aeroporto di Milano Linate. La decisione resterà valida fino alla conclusione dell’istruttoria avviata per verificare la conformità del servizio alle norme europee sulla privacy. Il FaceBoarding, su base volontaria e riservato ai maggiorenni iscritti, consente ai passeggeri di effettuare tutte le fasi del check-in e dell’imbarco tramite riconoscimento facciale, senza presentare i documenti. L’Autorità ha sollevato criticità sulla gestione dei dati biometrici, conservati in un archivio centralizzato senza un reale controllo da parte degli utenti. SEA, società che gestisce lo scalo, difende la regolarità del sistema e auspica di poterlo riattivare una volta risolte le questioni legate alla tutela dei dati personali.
PFAS: l’Europa allenta i divieti sugli inquinanti eterni
L’Agenzia europea delle sostanze chimiche ha rivisto la proposta di restrizione sui PFAS, le sostanze chimiche “eterne” che accumulandosi nell’ambiente e negli organismi umani provocano gravi danni alla salute, escludendo otto interi settori produttivi dal divieto, rinviandoli a una fase successiva, senza date precise. Si apre così la strada a deroghe che ne riducono drasticamente la portata. È un passo indietro rispetto alle ambizioni annunciate nel 2023, quando Bruxelles, su impulso di cinque Stati membri e con il supporto tecnico dell’ECHA, aveva promesso una delle restrizioni più ampie mai concepite sotto il regolamento REACH (la normativa europea che mira a migliorare la protezione della salute umana e dell’ambiente dai rischi delle sostanze chimiche): il divieto quasi totale dei PFAS. Era stato annunciato un intervento risolutivo, accompagnato da una consultazione pubblica senza precedenti. Citando come ragioni principali i limiti di tempo e il Piano d’azione per l’industria della Commissione europea di luglio, la giustificazione formale di questo compromesso è che mancherebbero alternative affidabili in quei settori, ma la percezione diffusa è che l’agenzia abbia ceduto alle pressioni dell’industria, con il rischio di compromettere l’efficacia dell’intera normativa, rinviando a data da destinarsi la regolamentazione di comparti ad alto impatto ambientale.
Le categorie rimosse coprono aree strategiche e ad alta intensità di consumo chimico. Si tratta delle applicazioni di stampa, come inchiostri e rivestimenti; delle sigillature, fondamentali in edilizia e nell’industria pesante; dei macchinari, dove i PFAS vengono impiegati per ridurre attriti e usura; degli esplosivi, sia civili sia militari; delle forniture per la difesa, che comprendono rivestimenti e componenti ad alte prestazioni; dei tessili tecnici, usati ad esempio per abbigliamento da lavoro o dispositivi di protezione; delle applicazioni industriali più ampie, come solventi e catalizzatori; e infine di alcuni usi medici, inclusi imballaggi immediati e materiali di rilascio di farmaci. Settori che, secondo l’organizzazione ambientalista svedese ChemSec, rappresentano non eccezioni marginali, ma fonti consistenti di inquinamento. Parallelamente, il nuovo documento dell’ECHA non si limita a rinvii, ma apre spazi di deroga anche nei comparti rimasti dentro la restrizione. Tre scenari sono allo studio: il primo prevede un divieto completo con appena diciotto mesi di transizione; il secondo introduce esenzioni temporanee, tra cui cinque anni aggiuntivi per il packaging alimentare in plastica e per le superfici antiaderenti industriali; il terzo consente l’uso laddove le emissioni possano essere “strettamente controllate”, una formulazione che lascia ampio margine interpretativo.
ChemSec non ha usato mezzi termini. Per l’organizzazione, l’aggiornamento dell’ECHA rappresenta «un disastro» perché frammenta la restrizione, ne svuota la portata e rischia di premiare proprio quei settori che non hanno investito in alternative più sicure. L’ONG sottolinea come migliaia di cittadini, associazioni e imprese abbiano partecipato alla consultazione pubblica chiedendo un bando ambizioso, e come queste richieste siano state sostanzialmente ignorate. Il rinvio degli otto settori, unito alla possibilità di deroghe prolungate, mina la credibilità stessa dell’Unione europea come leader nella lotta all’inquinamento chimico. Questa decisione premia, inoltre, le industrie che hanno omesso informazioni durante la consultazione pubblica e penalizza invece le aziende lungimiranti che hanno già investito nella sostituzione dei PFAS in queste otto categorie di utilizzo aggiuntive. Le prossime tappe sono già fissate: entro il 2026 i comitati scientifici dell’ECHA dovranno esprimersi, ma la decisione finale spetterà alla Commissione e non arriverà prima del 2027. Nel frattempo, i PFAS continueranno a diffondersi. L’Italia conosce bene la portata del problema: ad Alessandria, come già accaduto in Veneto, il sangue dei cittadini risulta contaminato dai composti prodotti da Solvay, con conseguenze che vanno dall’aumento delle patologie tiroidee e tumorali fino a disturbi dello sviluppo nei bambini. La multinazionale ha prodotto per anni composti fluorurati, scaricandoli nel fiume Bormida e contaminando la falda. In Veneto, a giugno 2025, una sentenza storica ha condannato fino a 17 anni di carcere i dirigenti della Miteni, riconoscendone le responsabilità nella contaminazione che ha colpito oltre 350 mila persone: un verdetto che dimostra come i tribunali, quando la politica esita, possano intervenire a sancire la gravità dei crimini ambientali. Ogni deroga, ogni rinvio, ogni concessione all’industria significa prolungare l’esposizione quotidiana di milioni di persone. Di fronte a questo scenario, l’allentamento delle restrizioni appare come una resa politica che sacrifica la salute dei cittadini europei agli interessi economici di pochi gruppi industriali. Una resa che rischia di pesare per generazioni, perché i PFAS, una volta dispersi nell’ambiente, restano lì per sempre.
Gli USA mettono il veto alla risoluzione ONU per l’ingresso di aiuti a Gaza
Gli Stati Uniti hanno posto il veto a una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che chiedeva un cessate il fuoco immediato e permanente nella Striscia di Gaza, il rilascio degli ostaggi e la rimozione delle restrizioni agli aiuti umanitari. Il testo, presentato dai dieci membri non permanenti e approvato dagli altri 14 membri del Consiglio, è stato bloccato dal solo voto contrario di Washington. Gli USA hanno motivato la decisione sostenendo che la bozza non condannava esplicitamente Hamas e stabiliva un “pericoloso falso parallelismo” con Israele. La risoluzione definiva la situazione a Gaza “catastrofica” e chiedeva l’accesso immediato e sicuro degli aiuti per i 2,1 milioni di palestinesi nella Striscia. Il veto ha messo in evidenza l’isolamento degli Stati Uniti all’interno del Consiglio e ha riacceso le tensioni diplomatiche sulla gestione del conflitto.
Ucraina, ricevuti dalla Russia i corpi di mille soldati caduti
Oggi, giovedì 18 settembre, l’Ucraina ha ricevuto i corpi di mille soldati caduti nel conflitto, raro gesto di collaborazione tra i due Paesi mentre i negoziati di pace restano bloccati. Il quartier generale per il trattamento dei prigionieri di guerra ha annunciato che gli ufficiali effettueranno gli esami necessari per identificare i corpi «nel più breve tempo possibile». L’operazione segue diversi scambi di prigionieri, l’ultimo ad agosto con 146 detenuti trasferiti da ciascuna parte. Gli scambi di prigionieri e l’accordo per il ritorno in patria dei caduti sono tra i pochi risultati concreti dei tre round di colloqui di Istanbul, svoltisi da maggio a luglio.
La Commissione UE ammette: vaccini Covid rilasciati senza dati sulla sicurezza completi
La Commissione Europea ha ammesso che i vaccini contro il Covid-19 sono stati messi in circolazione e somministrati ai cittadini in assenza di dati completi sulla sicurezza. Nel documento del Berliner Zeitung, emerge che l’eurodeputato austriaco Gerald Hauser (FPÖ) ha chiesto in una dichiarazione: «Perché la Commissione non ha informato i cittadini che l’efficacia e la sicurezza dei vaccini – come stabilito nel Trattato – non erano garantite?». Nella risposta arrivata a fine agosto, la Commissione ha spiegato: «L’approvazione condizionata è stata concessa per i primi vaccini Covid. Questo tipo speciale di autorizzazione facilita l’accesso ai farmaci che devono colmare una lacuna nelle cure mediche in situazioni di emergenza come la pandemia di Covid, mentre non è ancora disponibile un dossier completo dei dati». L’ammissione segna un momento di rottura rispetto alla narrazione prevalente che ha sostenuto fin dall’inizio dell’emergenza sanitaria che questi vaccini fossero stati approvati seguendo standard regolatori consueti e condizioni di urgenza giustificata.
I contratti tra la Commissione Europea e le case farmaceutiche imponevano standard severi di efficacia e sicurezza. Eppure, al momento dell’autorizzazione condizionata, parte di quei dati non era stata ancora raccolta o valutata. L’accordo siglato il 20 novembre 2020 con BioNTech-Pfizer, pubblicato in versione parzialmente oscurata, è rivelatore: nei “consideranda” si ammette che lo sviluppo fosse accelerato, che il percorso clinico potesse fallire, che l’approvazione regolatoria non fosse garantita e che le caratteristiche stesse del prodotto fossero ancora da definire. Il documento chiariva inoltre che il produttore non poteva assicurare né la piena disponibilità del vaccino né la sua efficacia nel prevenire l’infezione, né tantomeno escludere la comparsa di effetti collaterali gravi. Gli Stati membri, consapevoli di queste incognite, accettarono di condividere i rischi, anche attraverso indennizzi al produttore e ai partner industriali coinvolti. La Commissione, dal canto suo, ricorse a procedure straordinarie – rolling review e autorizzazioni condizionali – giustificate dall’urgenza della pandemia. Resta il fatto che, al momento dell’immissione sul mercato, mancavano ancora dati completi: studi clinici di lungo periodo, follow-up estesi e valutazioni definitive sugli effetti. Nonostante ciò, l’EMA ritenne che i benefici disponibili superassero i rischi, basandosi sulle evidenze raccolte fino a quel momento. Già nell’ottobre del 2022, al Parlamento europeo, Janine Small, presidente della sezione di Pfizer dedicata allo sviluppo dei mercati internazionali, aveva ammesso che il vaccino non era stato testato per fermare la trasmissione del virus prima che entrasse sul mercato.
Le implicazioni di questa ammissione sono molteplici e l’ammissione della Commissione apre scenari delicati. I contratti con le case farmaceutiche parlavano di sicurezza ed efficacia, ma l’assenza di dati completi ne ridimensiona la portata. La trasparenza è mancata: i cittadini non sapevano che molte verifiche erano ancora in corso. L’urgenza della pandemia è stata usata come giustificazione, ma il risultato è stato un dossier incompleto, con test condotti di fatto sulla pelle della popolazione. Le rolling review hanno permesso un monitoraggio in corsa, senza però la solidità di un percorso sperimentale ordinario. Intanto, nonostante il muro di gomma istituzionale, sono emersi e stanno continuando a emergere segnalazioni di effetti avversi che hanno colpito anche i giovani o le categorie vulnerabili mai pienamente tutelate. Le istituzioni europee ora dovranno rispondere a domande precise: quali vaccini specifici sono stati approvati con dati incompleti, su quale base è stata ritenuta accettabile tale carenza, quali sono le misure adottate per colmare queste lacune e come sono state adottate le procedure di compensazione per chi ha subito effetti avversi. È in gioco la definizione di un modello regolatorio per le emergenze future: senza trasparenza e responsabilità, ogni decisione si traduce in un esperimento sanitario, in cui a pagare non sono le aziende o i governi, ma i cittadini.










