venerdì 6 Febbraio 2026
Home Blog Pagina 180

Romania denuncia sconfinamento di un drone “russo”, nuovo allarme in Polonia

0

La Romania ha denunciato la violazione del proprio spazio aereo da parte di un drone russo che avrebbe violato lo spazio aereo della Romania durante un attacco sull’Ucraina occidentale, costringendo i caccia rumeni e F-16 dell’Alleanza a decollare per intercettarlo prima che sparisse dai radar vicino a Chilia Veche. Il drone sarebbe stato rilevato nella contea sudorientale di Tulcea, vicino al confine con l’Ucraina, dove era stata diffusa un’allerta alla popolazione. In contemporanea, la Polonia ha schierato i propri caccia insieme a jet NATO in un’operazione preventiva, a causa della minaccia di attacchi con droni nelle zone limitrofe dell’Ucraina, chiudendo per ore l’aeroporto di Lublino. Le autorità di Varsavia hanno confermato che la minaccia è poi rientrata e che i sistemi di difesa e ricognizione terrestri sono tornati alla normalità. L’allerta è durata circa due ore.

L’Etiopia inaugura la diga che mette a rischio la pace con Egitto e Sudan

3

Ad Addis Abeba è stata inaugurata la cosiddetta Diga della Rinascita (Grand Ethiopian Renaissance Dam – GERD). La diga più grande del continente africano, posta sul corso del Nilo Azzurro che, all’altezza di Khartoum, si unisce al Nilo Bianco formando il fiume più lungo del mondo. Costata quasi 5 miliardi di dollari, misura 175 metri in altezza e 1,8 chilometri in lunghezza e, con una potenza di 5.500 megawatt, produrrà circa 15.700 gigawattora all’anno. Un’infrastruttura che diventerà la centrale idroelettrica più grande dell’intero continente, fornendo corrente a più di 6 milioni di famiglie etiopi, ma che creerà anche un surplus vendibile agli altri Paesi della regione. L’opera, tuttavia, rischia di compromettere gli equilibri geopolitici dell’Etiopia con Egitto e Sudan i quali, fortemente dipendenti dall’acqua del Nilo, accusano Addis Abeba di non tenere conto delle conseguenze che la costruzione di un’opera simile può avere su di essi.

L’inaugurazione è avvenuta in concomitanza con il Secondo vertice africano sui cambiamenti climatici, dove erano presenti diverse delegazioni di Paesi africani. All’evento di apertura della diga hanno partecipato il presidente keniano William Ruto e il presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud. Il capo di Stato etiope Abiy Ahmed ha dipinto la grande opera come «un’opportunità condivisa con tutta la regione», ma che alla base ha la necessità per Addis Abeba, chiara anche nel nome, di dare una spinta alla crescita economica del Paese, che, se prima della pandemia cresceva a ritmi incredibili, con picchi del 10%, con gli anni del Covid ha rallentato la corsa, per poi riprendere dal 2022.

Le esplorazioni sul corso del Nilo Azzurro per identificare la zona in cui poter innalzare la diga iniziarono già nel 1956, ma si fermarono con il colpo di Stato del ’74. Da lì non se ne parlò più fino al 2009 e il 31 marzo del 2011 venne posta la prima pietra. Già nel 2010, a Entebbe in Uganda, venne firmato l’Accordo Cooperativo per il Bacino del Nilo, volto a gestire le risorse idriche in modo equo e sostenibile per lo sviluppo della regione. L’Accordo fu firmato da Etiopia, Kenya, Tanzania, Uganda, Ruanda e Burundi, ma forse i due Paesi più interessati, Egitto e Sudan, si rifiutarono di firmare il documento. Negli anni di costruzione della diga si sono susseguite accuse reciproche tra Addis Abeba, Il Cairo e Khartoum. Infatti Egitto e Sudan hanno sempre accusato l’Etiopia di non tenere conto delle conseguenze di un’opera del genere sul comparto agricolo e sulle riserve idriche dei due Paesi a valle, affermando che la costruzione e il riempimento del bacino, da 74 miliardi di metri cubi, sono avvenuti in maniera unilaterale senza che ci fosse un accordo tra le parti per quanto riguarda la gestione del bacino e dei conseguenti flussi d’acqua. Le tensioni tra i tre Stati sono continuate fino alla settimana scorsa, quando Egitto e Sudan hanno rilasciato una dichiarazione congiunta affermando che la diga rappresenta «una minaccia alla stabilità della regione». A luglio Abiy Ahmed ha dichiarato che «l’Etiopia resta impegnata a garantire che la nostra crescita non avvenga a spese dei nostri fratelli e sorelle egiziani e sudanesi». Parole che non convincono Il Cairo, dato che dipende per più del 50% delle risorse idriche dal grande fiume africano e che sul suo corso ha costruito il comparto agricolo fin dal tempo dei faraoni. Stessa problematica è presente in Sudan, che, a soli 15 km dalla diga, sarà il primo a subirne gli effetti, mentre la crisi umanitaria portata dalla guerra civile non fa altro che peggiorare giorno dopo giorno. Ma se da una parte è grande la preoccupazione per Khartoum di vedersi ridimensionate le scorte idriche, è anche vero che dall’altra la GERD contribuirà a limitare le inondazioni nel Sudan occidentale. Dall’avvio dei lavori nel 2011 non è stato trovato un accordo vincolante che garantisse il flusso dell’acqua, il coordinamento operativo e le misure di sicurezza, con l’Egitto che ha sempre ribadito la validità e il necessario rispetto di un protocollo risalente agli inizi del ’900, dove si afferma che il 95% della portata del fiume è di proprietà egiziana con il Sudan in seconda posizione.

Alla mangiatoia della mega infrastruttura però non ci sono solo i Paesi della regione. Infatti nel 2019 Pechino ha chiuso un accordo tra la compagnia energetica etiope Ethiopian Electric Power e la cinese China Gezhouba Group per 40 milioni di dollari sulle attività energetiche della diga. Ma anche l’Italia, ex potenza coloniale in Etiopia, è presente con il gruppo Webuild, che opera nel settore delle costruzioni e si è aggiudicato il contratto da 5 miliardi della mega infrastruttura. «La GERD è molto più di una diga – ha dichiarato l’amministratore delegato di Webuild Pietro Salini – è l’incarnazione dello sviluppo sostenibile per tutta l’Africa». Il CEO della compagnia di costruzioni ha anche affermato che quest’opera «è in linea con la strategia del Piano Mattei: portare acqua, energia, sanità e infrastrutture dove servono, con investimenti che generano sviluppo reale, perciò il coinvolgimento delle imprese italiane risulta strategico».

In una regione da sempre alle prese con guerre fratricide e devastanti per il controllo delle risorse naturali come petrolio e oro, l’acqua potrebbe essere l’ultima goccia.

Regno Unito, oltre 100.000 persone per la manifestazione “Unite the Kingdom”

0

Nel pomeriggio di oggi, sabato 13 settembre, decine di migliaia di manifestanti – oltre centomila secondo le autorità locali – hanno marciato nel centro di Londra sventolando bandiere nazionali per un corteo critico verso l’immigrazione, organizzato dall’attivista Tommy Robinson e chiamato “Unite the Kingdom”. I partecipanti hanno scandito slogan contro il Primo Ministro Keir Starmer, indossato cappelli MAGA del Presidente statunitense Trump e mostrato cartelli tra cui alcuni con la scritta “Rimandateli a casa”. Nella capitale britannica, si è tenuta nelle vicinanze anche una contro-manifestazione chiamata “Stand Up to Racism” ma, al contrario della principale, ha visto la partecipazione di molti meno contestatori, circa 5mila secondo le autorità.

La Global Sumud Flotilla è partita dal porto di Augusta

1

Dopo giorni di attesa è finalmente partito il convoglio italiano della Global Sumud Flotilla, la flotta navale che intende rompere l’assedio israeliano su Gaza portando aiuti umanitari alla popolazione palestinese. Le navi della coalizione sono partite oggi, sabato 13 settembre, alle 15 dal porto di Augusta, in Sicilia. Dall’isola sono salpate di 18 navi, contenenti decine di attivisti da tutto il mondo e un totale di 45 tonnellate di aiuti umanitari. Le imbarcazioni si uniranno alle navi provenienti da Spagna, Grecia e Tunisia in un punto del Mediterraneo non ancora reso noto, per poi salpare tutte insieme alla volta di Gaza.

Il convoglio italiano della Global Sumud Flotilla doveva salpare dalla Sicilia lo scorso 4 settembre, ma la partenza è stata posticipata diverse volte a causa di problemi logistici e meteorologici. La missione italiana, come quelle degli altri Paesi, è infatti coordinata con quella della flotta appena salpata dalle coste della Tunisia, dove si trovano, tra gli altri, gli attivisti Thiago Avila e Greta Thunberg. In Tunisia, le imbarcazioni della coalizione umanitaria ha avuto non pochi problemi: lo scorso 8 settembre, la Family Boat, nave degli stessi Avila e Thunberg, è infatti stata attaccata da un drone che ha lanciato una granata incendiaria; il giorno dopo, la medesima sorte è toccata a una seconda nave della flotta.

La Global Sumud Flotilla è una iniziativa umanitaria nata dall’unione di tre gruppi, Freedom Flotilla Coalition, Global Movement to Gaza, e Sumud Convoy. Essa costituisce il più grande sforzo umanitario di sempre per raggiungere la Palestina via mare, per arrivare là dove i governi non vogliono arrivare. In totale, essa mobilita cinquanta imbarcazioni, settecento attivisti (contando solo quelli in viaggio) e centinaia di tonnellate di aiuti umanitari. Lo scopo è quello di rompere l’assedio israeliano su Gaza e di convincere i governi a mobilitarsi per fermare il genocidio palestinese.

Istat: cresce occupazione, oltre il 50% al sud dopo ventanni

0

In Italia cresce l’occupazione ad un ritmo di 226mila unità l’anno, con particolare attenzione al Mezzogiorno che dopo vent’anni supera il tasso del 50%: la prima volta dall’inizio delle serie storiche nel 2004. Lo rivelano gli ultimi dati Istat, commentati dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni come indicatori del fatto che «siamo sulla strada giusta». Istat, inoltre, segnala un record di over 50 al lavoro, oltre 10 milioni, pari al 42% del totale, mentre calano gli under 35, oggi solo 5,3 milioni con un tasso di occupazione sceso al 44,3%. Cresce l’industria, bene il Sud con il maggior incremento territoriale. Il tasso di disoccupazione resta al 6,3%, cala quello di inattività.

Palestina: l’Assemblea ONU ha votato una risoluzione a favore della soluzione a due Stati

1

Con 142 voti a favore, 10 contrari e 12 astenuti, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha voltato una risoluzione a favore di una soluzione che riconosce la Dichiarazione di New York e dunque una soluzione a due Stati per il conflitto israelo-palestinese (e, implicitamente, l’esistenza di uno Stato di Palestina). Sono già 147 gli Stati che riconoscono la Palestina, mentre numerosi hanno dichiarato l’intenzione di farlo entro l’anno – tra questi, la Francia, il Regno Unito e il Canada. Tuttavia, gli annunci non sono stati seguiti da alcun provvedimento concreto. Di fatto, l’Italia, che ha votato a favore di questa risoluzione, negli scorsi mesi si è sempre categoricamente rifiutata di riconoscere l’esistenza di uno Stato paletinese. Assenti dall’assemblea delegati palestinesi, in quanto due settimane fa gli Stati Uniti hanno bloccato loro tutti i visti proprio con l’intento di impedirne la partecipazione all’Assemblea.

Dall’inizio dell’aggressione israeliana a Gaza, l’Assemblea ha votato diverse risoluzioni per la pace in Medioriente: pur non essendo vincolanti, queste hanno tuttavia una valenza politica, che indica come si distribuiscono gli Stati sullo scacchiere geopolitico mondiale in relazione a questo conflitto. Tra i Paesi che hanno votato contro vi sono, oltre a Israele e USA, anche Argentina, Ungheria, Micronesia, Nauru, Palau, Papua Nuova Guinea, Paraguay e Tonga. Nella cerimonia di apertura, il segretario dell’ONU Antonio Guterres ha dichiarato che «la questione centrale per la pace in Medioriente è l’attuazione della soluzione a due Stati, in cui due Stati indipendenti, sovrani e democratici – Israele e la Palestina – vivono a fianco a fianco in pace e sicurezza». La Dichiarazione di New York, adottata con la votazione, è il documento finale emerso dalla conferenza internazionale svoltasi a luglio, organizzata da Francia e Arabia Saudita. Tra i suoi punti prevede un cessate il fuoco a Gaza, il rilascio di tutti gli ostaggi e la creazione di uno Stato palestinese sovrano, insieme al disarmo di Hamas e la sua sua esclusione da qualunque forma di governo futura. L’ambasciatore israeliano all’ONU Danny Danon ha dichiarato che questo voto sarà ricordato come «un altro gesto vuoto che indebolisce la credibilità di questa Assemblea» e che «Hamas è il grande vincitore di qualsiasi approvazione odierna».

Proprio a margine della conferenza dalla quale è scaturita la Dichiarazione, la Francia e altri 15 Paesi avevano firmato una lettera nella quale annunciavano di prendere in considerazione l’idea di un riconoscimento dello Stato di Palestina. Tuttavia, ad oggi nessun passo concreto in questa direzione è stato fatto. Il premier inglese Starmer si era persino spinto a dire che riconoscerà la Palestina «a meno che il governo israeliano non compia passi sostanziali per far sì che la terribile situazione a Gaza finisca, accetti un cessate il fuoco, e si impegni a implementare una pace duratura». Tradotto: il Regno Unito compierà questo passo solo se Israele continuerà a massacrare gente, una condizione che evidenzia la natura prettamente politica dell’annuncio.

Congo, almeno 193 morti in due incidenti in barca in 24 ore

0

In due distinti naufragi nel nord-ovest della Repubblica Democratica del Congo sono morte negli ultimi giorni almeno 193 persone. Lo ha reso noto il ministero degli Affari umanitari del Paese. Giovedì, un’imbarcazione con a bordo quasi 500 passeggeri ha preso fuoco e si è capovolta sul fiume Congo, con 209 sopravvissuti tratti in salvo. Solo il giorno prima, un’altra barca si è rovesciata uccidendo 86 persone, per lo più studenti. L’incidente è stato attribuito a «carico improprio e la navigazione notturna». Un gruppo della società civile contesta il bilancio ufficiale del secondo incidente, sostenendo ci siano più vittime, attribuendone la colpa al governo.

La rappresentazione della cultura indigena nel cinema: intervista ad Alessandro Martire

0

Alessandro Martire è fondatore e presidente della ONG Wambli Gleska, unico soggetto ufficialmente autorizzato in Italia a rappresentare il popolo Lakota Sicangu di Rosebud. Dal 1995, l’organizzazione diffonde cultura e tradizioni del popolo Lakota, oltre a promuoverne riconoscimenti e rapporti internazionali e salvaguardare i diritti umani della Nazione Lakota Sioux. Per le sue profonde conoscenze in questo ambito, Martire è stato scelto per fare da consulente (e recitare una piccola parte) durante la realizzazione del western all’italiana Testa o croce?, diretto da Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis, presentato all’ultimo Festival di Cannes. Nell’intervista rilasciata a L’Indipendente, Martire spiega perché è fondamentale che le produzioni cinematografiche si affidino a consulenti tecnici esperti quando parlano di altre culture e altri popoli. 

Come mai è stato chiamato dalla produzione?

Il film nasce dalla volontà di Matteo Zoppis e Alessio Rigo de Righi di fare un western all’italiana, ma non uno spaghetti western. Racconta la storia vera dell’arrivo di Buffalo Bill nel 1905 in Italia e della sfida tra i butteri della Maremma e i cowboy che erano al seguito del Wild West Show, lo spettacolo di Buffalo Bill – nel quale i butteri avranno la meglio. Nello specifico, il film racconta la storia del buttero Santino, il quale si innamora di Rosa, moglie di un signorotto locale. Santino sarà accusato dell’omicidio del marito della donna: i due decidono di scappare insieme per coronare il loro amore, ma una taglia viene posta sulla loro testa. Il Wild West Show era caratterizzato dalla presenza dei Lakota Sioux che viaggiavano insieme a Buffalo Bill (ovvero il colonnello William Frederick Cody). Io sono stato chiamato, insieme a Sergio Susani, per dare una consulenza storico-scientifica, affinché le scene fossero il più fedeli possibile alla realtà. Abbiamo collaborato nella realizzazione dei costumi di scena per 29 attori e abbiamo fornito noi stessi dei pezzi della nostra collezione di manufatti nativo-americani. La consulenza ha riguardato poi il trucco di attori e comparse così come quello dei cavalli. Questi ultimi li abbiamo truccati personalmente io e Sergio Susani. Le pitture che i Lakota, così come altri popoli nativi, facevano su se stessi e sui cavalli erano simboli che evocavano forze e spiriti particolari per affrontare la situazione a cui si andava incontro. Stessa cosa abbiamo fatto per la lingua Lakota.

Come è accaduto che da consulente ha poi avuto anche una parte nel film?

Durante le riprese del film, nel momento in cui, storicamente, Buffalo Bill inscena l’uccisione di Yellow Hand e gli leva lo scalpo, mancava una parte storica e linguistica molto poco conosciuta da chi non è esperto di storia e cultura nativo-americana. Robert Alan Packard, Lakota Yankton che nel film interpreta Yellow Hand ma che vive a Berlino ormai da 40 anni, ha dimenticato il Lakota. Così, in quel momento sono intervenuto per dare la mia consulenza e mi sono ritrovato sulla scena, dando un ulteriore contributo al film anche in veste di attore. 

Perché è importante che le produzioni cinematografiche abbiano consulenze tecniche, specie quando si parla di altre culture e popoli? Nel caso dei popoli nativi, nel mondo cinematografico, specie quello statunitense, è sempre stato fatto oppure no?

Credo che sia una cosa molto importante perché anche le grosse produzioni cinematografiche, quelle con alti budget, devono ricorrere a esperti del settore o rappresentanti di quei popoli se vogliono creare qualcosa di buono. Altrimenti non sono in grado di rappresentare fedelmente la realtà. Nessuno della grande squadra di truccatori sapeva come dovevano essere dipinti i volti dei personaggi nativi. Figurarsi i cavalli. Se il cinema vuole produrre qualcosa di quanto più veritiero possibile, deve rivolgersi a consulenti tecnici esperti in quella materia specifica.

E così abbiamo fatto disegnare i volti degli attori e i corpi dei cavalli, secondo la tradizione, la conoscenza e la spiritualità Lakota. Stessa cosa per le acconciature dei capelli. I nativi, infatti, non portavano semplicemente delle trecce: nella loro cultura i capelli erano considerati importanti perché estensione materiale dello spirito. Per quanto riguarda l’acconciatura in sé, i capelli non venivano semplicemente intrecciati tra loro, ma veniva messo anche del cotone rosso che si intrecciava al capello.

Purtroppo, gli stessi Lakota hanno perso la conoscenza della propria cultura, usanze, tradizioni e lingua. Sadie La Pointe, la ragazza Lakota che viene dalla riserva di Rosebud, che noi rappresentiamo, non sapeva come indossare un manufatto e, anziché metterlo al collo, lo ha messo in fronte. È la conferma degli effetti delle conseguenze di secoli di sterminio culturale silenzioso, dopo quello fisico. Io e Sergio Susani abbiamo fatto del nostro meglio nei giorni di permanenza a Roma per le riprese iniziali del film. No, le consulenze non sono sempre esistite nel mondo cinematografico. Per i popoli nativi americani le cose sono cambiate solo a partire dagli anni Settanta. Prima, la loro rappresentazione era affidata a persone che non ne sapevano proprio niente.

Per molto tempo è infatti esistita una certa produzione cinematografica, molto propagandistica, che ha dato un’immagine negativa di queste popolazioni.  

Sì certo. La filmografia americana ha passato un periodo storico importante con John Ford regista e John Wayne attore protagonista di tantissimi film western come Ombre rosse. In questi film, i nativi erano sempre i cattivi e, ovviamente, John Wayne era l’incarnazione del prototipo di eroe americano che sconfiggeva e civilizzava il West selvaggio. Con un colpo del suo Winchester i cattivi pellerossa cadevano sempre sconfitti. Era l’impronta colonizzatrice travestita da gesta eroiche. 

Le cose cambiarono a partire dagli anni Settanta, anni di lotte e rivendicazioni importanti. In quel decennio hanno visto la luce tre film importanti: Un uomo chiamato cavallo, Piccolo grande uomo, Soldato blu.

Con il primo film, la figura del nativo americano venne riscattata e capovolta. Per la prima volta viene posta grande attenzione ai dialoghi. Con Soldato blu viene presentato il massacro di Sand Creek, raccontato poi anche da De André nella canzone che prende il nome dal luogo dell’eccidio del 1864.

Da ricordare l’episodio del 1973 con protagonista Marlon Brando, che si rifiutò di ritirare il premio Oscar per recarsi a Wounded Knee dove era in corso una grande rivolta Lakota, la quale sarebbe poi finita in tragedia. Sul palco di Los Angeles alla consegna degli Oscar, Brando mandò al suo posto Shalin Blackfeather. Ella, che, in costume tradizionale, lesse il messaggio in cui spiegò le motivazioni per cui Brando non si era presentato a Hollywood. Tra le motivazioni anche la rappresentazione cinematografica, negativa e falsificata, delle popolazioni native. Da quegli anni in poi è stato un crescendo di pubblicazioni filmografiche sempre più accurate e dettagliate, arrivando agli anni Novanta con capolavori come Balla coi lupi.

Esistono produzioni indipendenti, o che comunque non arrivano al nostro pubblico, che raccontano le verità tragiche circa la condizione attuale e storica dei popoli nativi?

Sì, ce ne sono. Uno di questi lo proietteremo al Wolakota di questo anno, che si terrà a Fiesole, vicino a Firenze, tra settembre e ottobre. Il film si chiama Verità nascoste, di Georgina Lightning, ma il titolo originale è Older than America. Si tratta di una denuncia aperta all’annoso e tragico problema delle boarding school americane, potente al punto che questo film non è mai arrivato in Italia prima di ora. Forse questo è avvenuto anche per motivi legati ai rapporti tra Italia e Vaticano e la presenza della Santa Sede. 

Si tratta di un film di tutto riguardo, con attori come West Studi e Adam Beach, dove si parla di quello che veramente è accaduto nel sud del Canada e negli Stati Uniti all’interno di quegli istituti per bambini e ragazzini che venivano strappati alle proprie famiglie. Questo è importante perché, al di là del film che racconta una verità mai vista dai nostri amanti del cinema italiano, Wambli Gleska ha partecipato attraverso la mia persona al sinodo papale Laudato si indetto da papa Francesco nel 2019. Con me c’era l’allora presidente Lakota di Rosebud, Rodney Bordeaux, con cui siamo stati accolti dal papa. Fu dopo quel sinodo che Francesco volle andare in Canada per chiedere scusa per gli orrori commessi nelle boarding school. E il film che proietteremo al Wolakota parla proprio di quelle storie di abusi e violenze a cui anche la Chiesa ha partecipato in maniera attiva.

Gaza, Israele bombarda rifugi e spara su richiedenti aiuti: almeno 12 morti

0

L’esercito israeliano continua i suoi attacchi nella Striscia di Gaza, dove si contano 12 palestinesi morti dall’alba. Lo riporta l’emittente Al-Jazeera. Nelle ultime ore, sono state bombardate due scuole delle Nazioni Unite che ospitavano sfollati palestinesi a Gaza City, precisamente nel campo profughi di Shati. Poco prima, Israele aveva minacciato l’evacuazione forzata delle scuole e di un complesso residenziale di al-Rayas, che comprende quattro grattacieli nella città. Nel frattempo, le truppe hanno aperto il fuoco su un gruppo di persone in cerca di aiuti nella zona centrale di Gaza, uccidendone almeno quattro.

La NATO lancia l’operazione Sentinella dell’Est per “difendere il confine orientale”

4

La NATO ha annunciato il lancio della missione “Eastern Sentry” (Sentinella dell’Est), un’operazione volta a blindare il fianco orientale dell’Alleanza, dopo la presunta incursione di droni russi nello spazio aereo polacco, nella notte tra il 9 e il 10 settembre. L’episodio ha fatto da detonatore per il dispiegamento di circa quarantamila soldati lungo i confini orientali con la Bielorussia e la Russia e, ora, per l’iniziativa che prevede l’impiego di aerei da combattimento, fregate, sistemi radar e capacità anti-drone, con il contributo di diversi Stati membri, tra cui Germania, Francia, Regno Unito, Danimarca e Paesi Bassi. «Che l’attacco sia stato intenzionale o meno la Russia ha violato lo spazio aereo della NATO, su una scala mai vista prima», ha stigmatizzato in conferenza stampa il Segretario generale dell’Alleanza Atlantica Mark Rutte, che ha anche sottolineato che il compito della NATO di scoraggiare le aggressioni e difendere ogni alleato comporta l’importanza di salvaguardare il fianco orientale. La missione coprirà, pertanto, un’ampia fascia geografica, dal Mar Baltico al Mar Nero, con l’obiettivo di garantire sorveglianza costante e una risposta rapida a eventuali minacce. Tra le opzioni discusse figura anche l’istituzione di una no-fly zone parziale sul confine polacco-ucraino, che resta però solo a livello di ipotesi, in modo da abbattere droni “nemici” prima che entrino in territorio NATO. Per attuarla servirebbe un consenso che appare tutt’altro che scontato, specie da parte degli Stati Uniti, che mantengono ancora una riserva. La no-fly zone presuppone, infatti, capacità di ingaggio, regole chiare e comporta rischi di escalation che potrebbero trascendere il teatro polacco-ucraino.

Il comando dell’operazione sarà affidato al generale Alexus Grynkewich, Supreme Allied Commander Europe, che ha sottolineato come la missione sia stata concepita per essere “agile” e “flessibile”, in grado di adattarsi alle diverse minacce che potrebbero emergere. Rispetto ad altre iniziative già in atto sul fianco est, Eastern Sentry punta ad aumentare il coordinamento tra le forze alleate e a introdurre nuove tecnologie contro le incursioni aeree a bassa quota, in particolare quelle condotte con droni a basso costo. Sul piano operativo, l’Alleanza ha stabilito che la missione avrà un carattere modulare: tra gli asset confermati ci sono: aerei da combattimento forniti da Francia (Rafale), Germania (Eurofighter), Danimarca (F-16), una fregata danese, radar avanzati, sistemi anti-drone. Il Regno Unito ha annunciato che fornirà un contributo operativo, anche se non sono ancora stati resi pubblici i dettagli. L’insieme costituisce un rafforzamento preventivo delle capacità difensive, volto a coprire possibili lacune evidenziate dagli episodi recenti. L’attività multidominio “avrà inizio nei prossimi giorni” e proseguirà per un periodo di tempo non specificato. L’Occidente celebra la decisione come una tappa che dimostra unità e immediatezza di reazione al presunto sconfinamento di droni russi, ma l’operazione rivela, più di altro, alcuni limiti operativi e fragilità nei cieli dell’Alleanza fino a oggi ignorati o trascurati. Uno è la difficoltà di attribuire con certezza origine e intenzionalità: non esistono a oggi, prove definitive che colleghino i droni sconfinati nel territorio polacco a ordini espliciti da Mosca, né che il loro attraversamento dello spazio aereo polacco fosse intenzionale. Il Cremlino, tramite Dmitrij Peskov, ha definito le accuse di Varsavia e NATO infondate e prive di prove, mentre il Ministero della Difesa russo ha chiarito che i droni non avessero obiettivi in Polonia e, dubitando della loro capacità tecnica di raggiungerla, si è reso disponibile a chiarimenti bilaterali. Un secondo punto riguarda la preparazione difensiva: il sistema anti-droni polacco noto come “SkyCTRL” era, secondo fonti interne, in ritardo di modernizzazione di molti mesi per ragioni di bilancio e, quindi, non pienamente operativo al momento dell’incidente. Ciò indica che alcune delle difese anti-drone previste non erano pronte, oppure non erano dispiegate nei punti più critici. Un terzo limite è la copertura radar e la sorveglianza: la rapidità con cui droni a bassa quota, con ridotto segnale radar, possono eludere i controlli evidenzia che le capacità di identificazione precoce non sono uniformemente diffuse. La reazione del 10 settembre è stata possibile grazie allo sforzo coordinato di vari Stati membri, ma non sempre risulta chiaro quanto siano pronti e interoperabili i sistemi antiaerei, antidrone, radar terrestri, sistemi di allerta rapida, commando unificato.

Con Eastern Sentry, il fianco orientale dell’Alleanza diventa un’area di monitoraggio permanente, dove sistemi aerei, navali e terrestri opereranno congiuntamente per intercettare e neutralizzare eventuali nuove intrusioni. L’operazione rappresenta un banco di prova per la capacità dell’Alleanza di reagire in modo coordinato e mostra in maniera inequivocabile che l’Alleanza sta militarizzando l’est europeo con decisioni che procedono anche in assenza di prova definitiva su origine e intenzionalità delle violazioni aeree. Le conseguenze potranno essere molteplici: aumento dei costi per gli Stati membri, rischio di errori o incidenti in aree di confine dove la presenza militare si intensifica; possibili escalation dovute a fraintendimenti; pressione diplomatica crescente tra NATO e Russia. Eastern Sentry è dunque un test operativo e politico per la NATO, chiamata a dimostrare la capacità di garantire sicurezza reale e non solo deterrenza visibile. La missione richiede garanzie di trasparenza e verifiche sulle responsabilità, e solo il suo dispiegamento concreto e prolungato potrà fornire tali risposte.