sabato 29 Novembre 2025
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Serbia, in 100 mila tornano in piazza contro il governo per chiedere elezioni anticipate

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Cortei, barricate, scontri. La situazione in Serbia è tornata incandescente, con il rilancio della mobilitazione guidata dagli studenti contro corruzione e malaffare. Nel fine settimana, a Belgrado, più di centomila persone sono scese in strada per chiedere le dimissioni del governo ed elezioni anticipate. Richieste che il presidente Aleksandar Vucic ha prontamente rigettato, rispondendo a colpi di repressione. Gli studenti hanno denunciato un clima di «brutalità poliziesca eseguita per conto dell’autocrate Vucic», fatto di cariche, manganellate e inseguimenti. All’alba di domenica si contavano almeno 8 manifestanti feriti e 10 arresti. A ciò si aggiungono i fermi di questa mattina, quando la polizia ha rimosso le barricate precedentemente installate dai manifestanti nella capitale e in decine di altre città serbe.

Le ultime 48 ore restituiscono l’immagine di una Serbia in fermento, come si era vista nel marzo scorso, quando trecentomila persone hanno sfilato in piazza contro il governo e il presidente Vucic. Si tratta di segni di continuità rispetto alla rabbia sociale esplosa a fine 2024, quando il crollo della tettoia della stazione di Novi Sad ha provocato sedici morti e oltre trenta feriti. La notizia che inchiodava i precedenti lavori di restauro come irregolari e affidati dal governo a una ditta cinese senza i dovuti passaggi è stata benzina sul fuoco: il popolo serbo, guidato dagli universitari, si è presto organizzato contro clientelismo e corruzione, mettendo nel mirino la gestione del potere da parte di Vucic. Nel corso dei mesi le diverse richieste degli studenti — come la pubblicazione dei documenti sui lavori a Novi Sad o l’aumento del 20% del budget per l’istruzione universitaria — si sono ridotte a una, complice il muro istituzionale eretto da Vucic: elezioni presidenziali e parlamentari anticipate. I serbi lo hanno ricordato anche sabato scorso a Belgrado, quando si sono riuniti a piazza Slavija con cartelli contro il Partito Progressista Serbo (SNS) guidato da Vucic, striscioni col logo del movimento studentesco e bandiere e simboli nazionali. Il simbolismo è insito anche nella scelta della data: il 28 giugno, infatti, si celebra il martirio di San Vito e l’anniversario della battaglia di Kosovo polje del 1389, fonte del sentimento nazionalistico serbo.

La manifestazione si è formalmente conclusa poco dopo il tramonto, ma molti dei presenti sono rimasti in strada tra piazza Slavija e le vie adiacenti, dove la polizia in assetto antisommossa ha caricato e inseguito diversi gruppi di manifestanti. Contestualmente si sono registrati scontri con altri gruppi: da un lato lancio di pietre e bottiglie, dall’altro lacrimogeni e manganelli, cui hanno fatto seguito diversi arresti. Altri studenti erano stati fermati in precedenza con l’accusa di aver pianificato un cambio violento dell’ordine costituzionale. In risposta alla repressione, i manifestanti hanno bloccato nella notte diversi punti strategici di Belgrado e di altre città serbe con cassonetti, recinzioni e tende. Questa mattina la polizia ha rimosso le barricate, arrestando altre persone presenti. Gli studenti rilanciano, invitando la popolazione a una nuova serata di mobilitazione.

Nel tentativo di calmare gli animi dopo la manifestazione oceanica di inizio marzo, Vucic ha nominato un nuovo esecutivo accogliendo le dimissioni del precedente, anch’esso finito sotto la lente di studenti e lavoratori. La carta giocata dal presidente serbo non ha tuttavia portato i frutti sperati, complice il muro eretto nei confronti delle rivendicazioni dei manifestanti, bollati a più riprese come criminali, terroristi e agenti pagati dall’estero. Sono continuate nel frattempo le minacce di arresti e ritorsioni, come la privatizzazione delle università pubbliche. Gli studenti, dalle università occupate, non sono arretrati, lanciando una nuova fase della mobilitazione con l’obiettivo di ottenere le dimissioni del nuovo governo ed elezioni anticipate, sia parlamentari sia presidenziali, ad oggi previste per il 2027.

BCE, confermato obiettivo inflazione del 2%

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In Francia è entrato in vigore il divieto di fumare all’aperto

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Da ieri, domenica 29 giugno, in Francia è ufficialmente vietato fumare in numerosi spazi pubblici all’aperto, in particolare in quelli frequentati da bambini. Il divieto riguarda spiagge, parchi e giardini pubblici, pensiline degli autobus e le immediate vicinanze di scuole, biblioteche, impianti sportivi e piscine: in questi ultimi casi, non si potrà fumare entro un raggio di almeno dieci metri. La misura, fortemente voluta dal Ministero della Salute e pubblicata in Gazzetta Ufficiale sabato scorso, ha l’obiettivo di ridurre l’esposizione dei minori al fumo passivo e di spingere i cittadini a smettere di fumare.

«Dove ci sono bambini, il tabacco deve scomparire. Un parco, una spiaggia, una scuola: sono luoghi dove giocare, imparare e respirare. Non per fumare», ha dichiarato la Ministra della Salute Catherine Vautrin insieme al ministro delegato per la Salute Yannick Neuder. La misura si inserisce nel programma nazionale di controllo del tabacco 2023-2027, che punta a una «generazione senza tabacco» entro il 2032. Il decreto prevede multe per i trasgressori a partire da 135 euro, con la possibilità di sanzioni fino a 750 euro in casi particolari. Tuttavia, il ministero della Salute ha annunciato che, in questa prima fase di applicazione, non ci saranno multe immediate: sarà infatti adottato un approccio educativo, per consentire ai cittadini di abituarsi gradualmente al nuovo regolamento. Un ulteriore testo di legge specificherà nei prossimi giorni la segnaletica – probabilmente un pittogramma – da usare per delimitare le nuove zone senza fumo.

Nonostante l’ampiezza del provvedimento, alcune eccezioni hanno sollevato critiche. Il divieto non riguarda infatti le sigarette elettroniche – molto diffuse tra i giovani – né i dehors e le terrazze dei bar e ristoranti, dove dunque si potrà continuare a fumare. Una scelta che ha suscitato la disapprovazione di diverse associazioni antifumo e dell’Alleanza francese contro il tabacco, secondo cui «il divieto, che consente la denormalizzazione del consumo di tabacco negli spazi pubblici, è un passo nella giusta direzione, ma rimane insufficiente». Critiche anche dal Comitato nazionale contro il fumo, che avrebbe voluto estendere il divieto proprio alle terrazze dei caffè, considerate come «veri e propri assortimenti di fumo e fumatori». Dal canto loro, i rappresentanti del settore della ristorazione hanno espresso preoccupazione, sostenendo che vietare il fumo anche all’aperto avrebbe solo spostato il problema: «Chi si trova sulle terrazze andrebbe a fumare accanto ai locali».

Il divieto è stato introdotto in concomitanza con l’inizio delle vacanze scolastiche estive, sottolineando ancora una volta l’obiettivo prioritario della tutela dei minori. Secondo l’Osservatorio francese sulle droghe e le dipendenze, nel 2023 meno del 25% dei cittadini tra i 18 e i 75 anni fumava, una cifra storicamente bassa. Inoltre, un sondaggio pubblicato a maggio dalla Lega contro il cancro ha rivelato che oltre il 60% della popolazione francese è favorevole a un ampliamento dei divieti di fumo nei luoghi pubblici.

La Francia si unisce così ad altri Paesi europei che hanno introdotto misure simili, come Regno Unito, Svezia e Spagna, dove in alcune località – tra cui Barcellona, Ibiza e Maiorca – è già vietato fumare in spiaggia. Anche in alcune città italiane esistono provvedimenti simili: a Milano è vietato fumare in quasi tutte le aree pubbliche, a Torino il divieto si applica nei parchi e alle fermate degli autobus, a Roma nei parchi, a Napoli durante eventi pubblici, a Bibione in spiaggia. A livello globale, anche Melbourne, New York, California, Parigi e Tokyo hanno adottato restrizioni simili. In Bhutan, l’unico luogo in cui è permesso fumare è la propria casa.

Per la prima volta è stata scoperta acqua attorno a una giovane stella simile al Sole

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Per decenni, gli scienziati hanno pensato che l’acqua si trovasse prevalente nelle zone più esterne dei sistemi stellari e che, per questo motivo, quella sulla Terra fosse arrivata grazie a comete e asteroidi. Adesso, hanno finalmente trovato le prime prove a riguardo: è quanto scoperto da un team di ricercatori della Johns Hopkins University, i quali hanno dettagliato i loro risultati in un nuovo studio sottoposto a revisione paritaria e pubblicato sulla rivista scientifica Nature. Utilizzando i dati raccolti dal telescopio spaziale James Webb (JWST), il team ha potuto osservare ghiaccio d’acqua mescolato a finissime particelle di polvere che orbitano nella fascia più esterna del disco di detriti del sistema HD 181327, distante 155 anni luce dalla Terra e ancora nelle fasi iniziali della formazione planetaria. Si tratta quindi della prima conferma di un’ipotesi formulata nel 2008 ma mai verificata con strumenti sufficientemente sensibili. «Webb ha rilevato inequivocabilmente non solo ghiaccio d’acqua, ma ghiaccio d’acqua cristallino, come quello presente negli anelli di Saturno», ha commentato il coautore Chen Xie, aggiungendo che il ghiaccio potrebbe giocare un ruolo cruciale nella formazione di pianeti e nell’apporto di acqua a futuri mondi rocciosi.

Per anni, spiegano gli esperti, si è ritenuto che l’acqua fosse presente in abbondanza nelle zone fredde dei sistemi planetari in formazione e che, proprio da lì, potesse venire trasportata verso i pianeti interni attraverso asteroidi e comete. Un’ipotesi difficile da dimostrare fino a oggi, aggiungono, perché servivano strumenti molto più sensibili di quelli disponibili in passato. Il telescopio Webb, attivo dal 2022, ha invece reso possibile osservare direttamente sistemi giovani in fase di formazione, come HD 181327, che ha appena 23 milioni di anni, un battito di ciglia rispetto ai 4,6 miliardi del nostro Sole. Gli astronomi lo hanno studiato con lo spettrografo nel vicino infrarosso NIRSpec, capace di rilevare le firme chimiche delle particelle disperse nello spazio. Le osservazioni hanno mostrato che la parte più esterna del disco che circonda la stella contiene oltre il 20% di ghiaccio d’acqua, mentre nelle zone più interne la quantità rilevata scende drasticamente, fino a sparire del tutto vicino alla stella. Inoltre, la distribuzione non è omogenea: è più abbondante dove fa più freddo e più scarsa nelle zone centrali, troppo calde perché il ghiaccio possa sopravvivere o essere rilevato.

Immagine artistica rappresentante il disco di detriti attorno alla stella HD 181327. Credit: NASA, ESA, CSA, STScI, Ralf Crawford (STScI)

In particolare, secondo i risultati ottenuti, il ghiaccio identificato si trova mescolato a polveri finissime, formando quelle che i ricercatori descrivono come minuscole “palle di neve sporca”, simili a ciò che si osserva nella nostra Fascia di Kuiper. Ed è proprio lì, nel nostro sistema, che miliardi di anni fa si sono formati oggetti simili, i cui impatti e migrazioni potrebbero aver portato l’acqua sulla Terra. «La presenza di ghiaccio d’acqua contribuisce a facilitare la formazione dei pianeti. Materiali di questo tipo potrebbero anche essere consegnati a pianeti rocciosi che si formeranno nei prossimi centinaia di milioni di anni», spiega infatti Chen Xie. Un altro aspetto interessante, inoltre, è che la stella HD 181327 mostra una regione interna completamente priva di polvere, una sorta di “vuoto” che separa la stella dal suo disco di detriti. Più esternamente, invece, il disco appare estremamente attivo, con collisioni continue tra corpi ghiacciati che rilasciano costantemente nuove particelle rilevabili dal telescopio. «HD 181327 è un sistema molto attivo. Le collisioni tra questi oggetti rilasciano frammenti minuscoli della dimensione perfetta per essere individuati da Webb», concludono i coautori, promettendo di effettuare ulteriori analisi per approfondire e interpretare con maggiore precisione le caratteristiche rilevate in questo giovane sistema.

Napoli, forte scossa di terremoto ai Campi Flegrei di magnitudo 4.6

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Una scossa di terremoto di magnitudo 4.6 è stata avvertita alle 12:47 nell’area dei Campi Flegrei, con epicentro a Bacoli. Il sisma è stato percepito chiaramente anche in diversi quartieri di Napoli, come il Centro Direzionale e la zona della Ferrovia. Si tratta della magnitudo più alta negli ultimi 40 anni. Non si registrano al momento danni a persone o edifici, ma è crollata una parte del costone dell’isolotto di Pennata, nel golfo di Pozzuoli. Alcune scuole sono state evacuate durante gli orali della maturità. È in corso uno sciame sismico e la Protezione Civile sta monitorando la situazione.

Torino, esplosione in un appartamento: un morto e 5 feriti

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Nella notte, a Torino, un’esplosione in un appartamento di via Nizza 389 ha provocato il crollo parziale del tetto dello stabile e un incendio. L’allarme è scattato intorno alle 3.15; sul posto sono intervenuti 23 vigili del fuoco con una dozzina di mezzi. Il bilancio è di cinque feriti, tra cui un bambino di 12 anni in prognosi riservata, che ha riportato ustioni sul 30% del corpo. Dopo ore di ricerche, è stato trovato il corpo senza vita di un uomo di 35 anni. Coinvolti quattro appartamenti su tre scale del palazzo, tutti sgomberati. Le cause sono ancora da accertare.

DDL Sicurezza: la maggioranza rilancia proponendo nuove forme di impunità per la polizia

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Dopo la dura bocciatura della Cassazione al decreto Sicurezza per ragioni di metodo e di merito, la maggioranza rilancia il suo progetto securitario. Fratelli D’Italia ha depositato una proposta di legge che introduce uno “scudo” per le forze dell’ordine, evitando l’iscrizione nel registro degli indagati per chi commette reati nell’esercizio delle funzioni o in legittima difesa. Il testo modifica l’art. 335 del codice di procedura penale: se vi è una causa di giustificazione, il pm non iscrive l’autore nel registro ma ha 7 giorni per effettuare accertamenti preliminari. In parallelo, la Lega chiede un nuovo provvedimento per rafforzare la «tutela processuale» degli agenti, ventilando l’introduzione del taser nelle carceri e proponendo di rivedere il reato di tortura.

A muoversi per primo, venerdì scorso, è stato Galeazzo Bignami, capogruppo di FDI alla Camera, depositando una proposta di legge che prevede una modifica dell’articolo del codice di procedura penale inerente il registro delle notizie di reato. Il testo, firmato anche dal deputato Giovanni Maiorano, è chiaro: se un reato avviene in circostanze che potrebbero configurare una causa di giustificazione – come l’uso legittimo delle armi o l’adempimento di un dovere – il pubblico ministero non dovrà procedere all’iscrizione dell’indagato, ma disporre accertamenti preliminari da concludersi entro sette giorni. Solo se questi accertamenti porteranno a escludere la legittimità dell’azione, si procederà con l’iscrizione nel registro degli indagati. La proposta nasce sulla scia di casi come quello di Francavilla Fontana, dove un brigadiere è stato ucciso da alcuni ladri in fuga e due colleghi sono finiti sotto inchiesta per eccesso colposo nell’uso delle armi. «Episodi che – è stato scritto nella relazione tecnica – hanno evidenziato una falla nell’attuale sistema». Secondo la relazione tecnica della proposta, l’iscrizione nel registro degli indagati, sebbene non equivalga a una condanna, «espone l’iscritto a una vera e propria gogna mediatica» e a «conseguenze dannose», specie se si tratta di agenti impegnati in azioni di polizia.

Intanto, anche la Lega alza il tiro. Ignorando il durissimo parere della Cassazione, che ha bocciato il decreto Sicurezza per carenza dei presupposti di “necessità e urgenza”, il Carroccio ha chiesto un nuovo intervento normativo per «rafforzare ancora di più la sicurezza, con particolare riferimento alla tutela delle Forze dell’Ordine». Per il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari, la proposta è chiara: una «tutela processuale» che eviti l’iscrizione automatica nel registro degli indagati e favorisca «accertamenti necessari in tempi rapidi» in presenza di cause di giustificazione. Ma non è tutto: negli ultimi giorni, la Lega ha rilanciato la linea dura della Lega proponendo di rivedere il reato di tortura, introdotto nel 2017 dopo anni di ritardi. Dopo i tentativi falliti di introdurre uno scudo penale e il gratuito patrocinio per le forze dell’ordine accusate di abusi, ora il partito di Matteo Salvini punta infatti a limitare l’applicazione del reato, sostenendo che ostacola il lavoro della polizia penitenziaria. Ostellari ha inoltre fatto riferimento alla prospettiva di introdurre il taser nelle carceri, parlando di «uno strumento valido».

Solo pochi giorni fa, la Corte di Cassazione ha inferto un colpo durissimo al decreto Sicurezza del governo Meloni. In un report di 129 pagine, infatti, l’Ufficio del Massimario della Suprema Corte ha formulato una lunga serie di rilievi sul metodo e sul merito del provvedimento, delineando possibili profili di incostituzionalità e disomogeneità nei suoi articoli, tanto dirimenti da poter costituire base per ricorsi alla Corte costituzionale. Sebbene non si tratti di un documento vincolante, l’autorevolezza della fonte lo rende una pietra miliare nell’attuale dibattito giuridico e politico, che negli ultimi giorni, sul punto, è tornato a infiammarsi. Tra i passaggi finiti sotto la lente della Suprema Corte, le aggravanti territoriali e di status, le norme che puniscono le rivolte in carcere e le occupazioni abusive, lo scudo penale per i servizi segreti e il divieto alla commercializzazione della cannabis light.

USA, agguato in Idaho: uccisi due vigili del fuoco

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Due vigili del fuoco sono stati uccisi e un terzo è rimasto gravemente ferito in un’imboscata a colpi d’arma da fuoco nell’Idaho settentrionale, mentre tentavano di spegnere un incendio boschivo. L’agguato è avvenuto domenica a Canfield Mountain, vicino a Coeur d’Alene. Secondo lo sceriffo della contea di Kootenai, Bob Norris, l’incendio sarebbe stato appiccato intenzionalmente dal sospettato, poi trovato morto dopo ore di scontri con le forze dell’ordine. Il movente è ignoto. Sono intervenuti oltre 300 agenti, inclusi elicotteri con cecchini. L’uomo avrebbe usato un fucile sportivo ad alta potenza per colpire rapidamente i soccorritori.

1.600 scienziati chiedono all’Europa di fare di più per tutelare la biodiversità

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Oltre 1.600 scienziati europei hanno firmato una lettera aperta, promossa da Scientists for Future Austria, per chiedere alla Commissione europea un aumento deciso dei fondi per la biodiversità nel prossimo Quadro finanziario pluriennale. Attualmente, oltre l’80% degli habitat dell’Unione è in condizioni «cattive» o «scadenti». Il divario stimato tra le necessità e gli stanziamenti è di 19 miliardi di euro l’anno. L’obiettivo UE di destinare il 10% del bilancio alla biodiversità entro il 2027 appare difficile da raggiungere. Senza nuovi investimenti, affermano i firmatari, saranno compromessi gli impegni del Green deal e la resilienza economica dell’Europa.

L’appello arriva mentre l’Unione europea si prepara a pubblicare, il 16 luglio 2025, la prima bozza del prossimo Quadro finanziario pluriennale (Qfp), che stabilirà le priorità di spesa dell’Ue per il periodo 2028–2034. «Sebbene il QFP 2021-2027 abbia segnato un passo avanti – si legge nella lettera – la biodiversità riceve ancora solo una frazione del bilancio dell’UE. Attualmente, il 6 per cento del bilancio dell’UE sostiene obiettivi relativi alla biodiversità, compresi i finanziamenti del piano di ripresa NextGeneration EU. L’UE si era impegnata ad aumentare questa quota al 7,5 per cento nel 2024 e ulteriormente al 10 per cento entro il 2026-2027». Eppure, il divario tra risorse disponibili e necessità resta ampio: «gli attuali livelli di spesa rimangono ben al di sotto di quanto necessario per colmare il deficit di finanziamento e persino l’obiettivo di finanziamento del 10 per cento sarà difficile da raggiungere», scrivono gli scienziati. Mancano infatti all’appello 19 miliardi di euro l’anno.

Secondo gli scienziati, l’attuale mancanza di risorse destinate alla protezione degli ecosistemi compromette gli obiettivi del Green Deal europeo, la sicurezza alimentare e la resilienza dell’Europa di fronte a crisi future. Nonostante una maggiore consapevolezza politica, la biodiversità resta fortemente sottorappresentata nel bilancio Ue. L’80% degli habitat europei è in condizioni «cattive» o «scadenti» e il degrado degli ecosistemi intacca i servizi essenziali da cui dipendono l’agricoltura, l’approvvigionamento idrico, la protezione dal clima estremo e il benessere umano. Il World Economic Forum stima che oltre la metà del PIL globale dipenda in larga parte dalla natura, mentre la perdita di biodiversità figura al secondo posto tra i rischi globali a lungo termine nel suo Global Risks Report 2025. Per gli scienziati, un mancato intervento non solo aggraverebbe il collasso ecologico, ma metterebbe a rischio la stessa competitività futura dell’Unione.

Dato il contesto, gli studiosi chiedono alla Commissione un cambio di rotta urgente. Tra le altre misure, si sollecitano «finanziamenti dedicati e ben finanziati per la biodiversità nel prossimo QFP e una continuazione del programma LIFE, con una destinazione chiara e indipendente, distinta dalla spesa generale per l’ambiente o il clima», «soglie di spesa per la biodiversità nei piani di investimento nazionali» e «requisiti rigorosi basati sulle prestazioni che includano risultati positivi per la natura per i grandi investimenti, in particolare infrastrutturali». Si chiede inoltre la piena attuazione di un principio rafforzato di «non arrecare danno significativo» in settori specifici e il «blocco dei fondi in caso di violazione del principio, insufficiente attuazione del diritto ambientale dell’UE o violazione degli obiettivi e delle tappe fondamentali della politica ambientale». In ultimo, si chiede «l’istituzione di un Fondo dedicato al Ripristino della Natura» e garanzie affinché «i finanziamenti dell’UE per lo sviluppo strategico non vadano a scapito delle aree protette, della connettività ecologica o della salute degli ecosistemi a lungo termine».

Uno studio pubblicato l’anno scorso su Nature ha identificato nella perdita di biodiversità la principale causa ambientale che favorisce la diffusione e la pericolosità delle malattie infettive. La ricerca, una vasta meta-analisi basata su 2.938 osservazioni relative a 1.497 combinazioni ospite-parassita in quasi tutti i continenti, mostra che tra i principali fattori di cambiamento globale, la scomparsa di specie è quella che più aumenta il rischio epidemico. Seguono, in ordine d’impatto, i cambiamenti climatici, l’inquinamento chimico e l’introduzione di specie aliene. I ricercatori hanno sottolineato che molti fattori ambientali sono interconnessi: ad esempio, i cambiamenti climatici e l’inquinamento contribuiscono alla frammentazione degli habitat, aggravando così la perdita di biodiversità e, di conseguenza, il rischio di nuove epidemie.

L’Ucraina si ritirerà dalla Convenzione di Ottawa: via libera alle mine antiuomo

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Dopo Finlandia, Polonia, e Paesi baltici, anche l’Ucraina ha annunciato la propria intenzione di uscire dalla Convenzione di Ottawa contro l’utilizzo delle mine antiuomo. La scelta, si legge in una nota del ministero degli Esteri di Kiev, arriva per fronteggiare «l’asimmetrico vantaggio» bellico che il presunto utilizzo di tali armamenti avrebbe dato alla Russia nel conflitto in corso. Prima di entrare effettivamente in vigore, la decisione dovrà essere ratificata dal parlamento ucraino, nonché attendere sei mesi dall’invio della pratica al Segretario generale delle Nazioni Unite. Dopo tale periodo, il Paese potrà uscire dal Trattato, ma se dovesse ancora trovarsi in stato di guerra sarà ancora tenuto a rispettarne gli obblighi. La Convenzione di Ottawa è stata ratificata nel 1997 da oltre 160 Paesi (tra cui la Russia non è inclusa), con lo scopo di porre fine alle sofferenze e alle vittime causate dalle mine antiuomo. Tale armamento, infatti, causa danni devastanti su civili e territorio, anche in tempi non di guerra, ed è ancora oggi responsabile di migliaia di morti all’anno.

Zelensky ha firmato il decreto per ritirarsi dalla Convenzione di Ottawa ieri, domenica 29 giugno. Nella nota del ministero degli Esteri ucraino, il Paese sottolinea che da quando ha ratificato il trattato nel 2005, le condizioni di sfondo sono mutate e che la Russia «dal 2014, ha fatto ampio uso delle mine antiuomo come metodo di guerra». Kiev, continua la nota, si sarebbe così ritrovata «in una situazione iniqua e ingiusta che limita il suo diritto all’autodifesa, come sancito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite». Per tale motivo, «l’Ucraina ha preso la difficile ma necessaria decisione politica di interrompere l’attuazione degli obblighi irrilevanti previsti dalla Convenzione di Ottawa», esattamente come fatto da altri cinque Paesi confinanti con Russia e Bielorussia. Tale scelta viene giudicata «necessaria e proporzionata ai livelli di minaccia» che la Russia rappresenterebbe: «La comunità internazionale deve comprendere che la situazione della sicurezza regionale è notevolmente peggiorata da quando l’Ucraina e questi Stati hanno aderito alla Convenzione di Ottawa».

Di mine antiuomo in Ucraina si era già parlato lo scorso novembre, quando l’allora presidente USA Biden prese la decisione di inviare a Kiev proprio un carico di tale armamento. Con il decreto di ieri, l’Ucraina diventa il sesto Paese europeo ad annunciare le sue intenzioni di uscire dalla Convenzione di Ottawa nell’arco di una manciata di mesi; come l’Ucraina, tutti i Paesi che lo hanno fatto, ossia Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania e Finlandia, hanno motivato la loro scelta facendo riferimento a una presunta minaccia di Mosca. Perché esso diventi valido, si deve attendere in primo luogo la conferma da parte del parlamento ucraino; il Paese sarà poi tenuto a mandare la richiesta di ritiro e le motivazioni di tale decisione agli altri Stati firmatari del Trattato, al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e al Depositario della Convenzione, ossia il Segretario generale delle Nazioni Unite. Come sancito dall’articolo 20 del Trattato, il “recesso avrà effetto solo sei mesi dopo il ricevimento dello strumento di recesso da parte del Depositario. Tuttavia, se alla scadenza di tale periodo di sei mesi lo Stato Parte che recede è impegnato in un conflitto armato, il recesso non avrà effetto prima della fine del conflitto armato”.

Nonostante siano passati oltre 27 anni dalla convenzione di Ottawa, le mine antiuomo non hanno cessato di essere un problema per il mondo. Secondo il rapporto 2024 dell’osservatorio Landmine Monitor, nel solo 2023 le mine antiuomo hanno ucciso e ferito almeno 5.757 persone, mentre dal 1999 a oggi le vittime sono state 114.228, di cui 91.011 civili. Oltre a uccidere migliaia di civili anni dopo la fine dei conflitti, le mine antiuomo causano grossi problemi al territorio, che diventa inutilizzabile sia dal punto di vista agricolo che da quello edilizio. La stessa Ucraina risulta uno dei Paesi più minati al mondo: a causa del conflitto in corso, riporta Landmine Monitor, quasi un terzo del territorio risulta a rischio contaminazione, e dovrà venire sottoposto a esami per valutare le condizioni del terreno; solo nel 2023, inoltre, il Paese ha registrato almeno 580 vittime per mine antiuomo tra morti e feriti. Dal 2022 a oggi, tanto Mosca quanto Kiev sono state accusate di avere impiegato mine antiuomo nel corso della guerraHuman Rights Watch ritiene di avere le prove che la Russia abbia ricoperto i territori ucraini conquistati di mine, e di avere il sospetto che anche l’Ucraina abbia fatto ricorso a tali armamenti.