lunedì 1 Dicembre 2025
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L’AIEA smentisce Trump: nessun danno decisivo al nucleare iraniano

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Il danno statunitense al programma nucleare iraniano è stato «severo», ma «non totale», e la Repubblica Islamica ha tutte le capacità per riprendere l’arricchimento. A dirlo non sono le autorità iraniane, ma quelle dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Secondo il direttore dell’AIEA, Rafael Mariano Grossi, l’Iran ha «chiaramente» le possibilità di proseguire il proprio programma nucleare. I danni alle strutture non sono infatti tali da impedire a Teheran la ripresa delle operazioni, e le centrifughe potrebbero tornare operative entro qualche mese. Non è, tuttavia, una questione di tempistiche: «Le conoscenze ci sono e la capacità industriale pure», ha detto il direttore. «Dobbiamo capire che, operazioni militari o meno, il problema non si risolverà militarmente». Per bombardare l’Iran, gli USA hanno manipolato il contenuto di un rapporto dello stesso Grossi, accusando Teheran di stare costruendo una bomba atomica. In quel rapporto, l’AIEA non parlava di armi nucleari, ma Grossi ha affermato che «molte persone» gli hanno chiesto di inserire nel documento riferimenti alle presunte aspirazioni iraniane.

Le dichiarazioni di Rafael Grossi sono state rilasciate alla emittente statunitense CBS, in occasione di un’intervista con la giornalista Margaret Brennan. Nel corso dell’intervista, Grossi, pur rimanendo sul vago quando parla dei danni alle strutture iraniane, è piuttosto chiaro nello stabilire che questi non sono stati «totali» come invece affermato da Trump: «Francamente, non si può dire che tutto sia scomparso e che non ci sia più niente». Secondo Grossi, gli Stati Uniti sarebbero riusciti a infliggere danni significativi al programma nucleare iraniano, ma i dubbi circa l’efficacia degli attacchi sono diversi.

In primo luogo, resta ancora da capire dove siano quei 400 chilogrammi di uranio arricchito di cui l’Iran era a disposizione prima dell’attacco. Come rimarca la stessa Brennan, «questi vengono stoccati in piccoli contenitori, relativamente facili da spostare» e Teheran potrebbe averli trasferiti prima dell’attacco, come del resto sembravano suggerire le immagini satellitari dello stabilimento di Fordo scattate nei giorni antecedenti al bombardamento statunitense. «Possiamo supporre, e credo sia logico presumere, che quando [le autorità iraniane] hanno annunciato che avrebbero adottato misure di protezione» del programma nucleare, lo spostamento dei barili di uranio «rientrasse tra queste misure», ha detto Grossi. Successivamente, sottolinea Grossi, va considerato che «l’Iran aveva un programma molto vasto e ambizioso», ma soprattutto aveva, e ha tutt’ora, una solida base industriale, tecnologie avanzate, e sviluppate conoscenze tecniche: «Non si può “disinventare” tutto questo». La soluzione, insomma, non può essere militare; e questo non per ragioni politiche, ma per questioni strutturali: «Non si possono distruggere le conoscenze o le capacità» di qualcuno. Nel corso dell’intervista, come in quelle precedenti, Grossi ha rimarcato che quando si tratta di nucleare, non è una questione di tempi, ma che, se dovesse avanzare stime, l’Iran potrebbe riprendere l’arricchimento entro una «manciata di mesi».

In quella che è stata definita “Guerra dei 12 giorni”, Trump e Netanyahu hanno manipolato il contenuto di un rapporto dello stesso Grossi, in cui il direttore sosteneva che l’Iran stava aumentando l’arricchimento dell’uranio, accusando il Paese di tramare in segreto per dotarsi di armi atomiche. Tale ipotesi è poi stata smentita dallo stesso Grossi, oltre che da varie agenzie di intelligence statunitensi. Nel corso di questa ultima intervista, il direttore dell’AIEA è stato piuttosto esplicito: «Davvero, chi può credere che questo conflitto sia avvenuto a causa di un rapporto dell’AIEA?», ha detto Grossi. «Per l’agenzia, l’Iran non aveva armi nucleari». Ciò su cui il rapporto sollevava dubbi, «erano altre cose poco chiare. Ad esempio, avevamo trovato tracce di uranio in alcuni luoghi dell’Iran, che non rientravano nelle normali strutture dichiarate». Nessun riferimento, insomma, a presunte aspirazioni iraniane; Grossi tuttavia ha affermato di essere stato oggetto di pressione perché venissero inserite nel rapporto: «molti, posso assicurarvelo, dicevano: “Nel vostro rapporto, dovete dire che hanno armi nucleari, o che sono molto vicini ad averle”», ha rivelato il direttore. «Noi però non lo abbiamo fatto perché non era ciò che vedevamo».

Incendi in Turchia: 50mila evacuati

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In Turchia occidentale proseguono le operazioni antincendio dei Vigili del Fuoco per contrastare vasti roghi boschivi che da giorni devastano le province di Smirne e Manisa. Gli incendi hanno costretto all’evacuazione di oltre 50mila persone e alla chiusura temporanea dell’aeroporto di Smirne. Quattro villaggi sono stati sgomberati per precauzione. Elicotteri e aerei continuano a sganciare acqua sulle foreste in fiamme, mentre nella provincia di Hatay, al confine con la Siria, è stato domato un incendio che minacciava aree residenziali. Le autorità restano in allerta per evitare nuovi focolai.

AGCOM compie un nuovo passo nella lotta ai call center

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La piaga delle chiamate dei call center continua a flagellare i numeri telefonici degli italiani, spingendo molti a diffidare sistematicamente dei numeri sconosciuti. I tentativi di arginare il fenomeno si sono finora rivelati inefficaci, tanto che lo Stato ha deciso di cambiare approccio, spostando l’attenzione dalla fonte agli operatori telefonici. Il 19 luglio scatteranno infatti nuovi obblighi voluti dall’Autorità garante delle comunicazioni (AGCOM) nei confronti delle grandi compagnie di telecomunicazione, le quali dovranno introdurre delle “misure tecniche” utili a contrastare il problema.

La delibera di riferimento è stata approvata il 19 maggio e, a distanza di tre mesi, comincia finalmente ad entrare in vigore. Almeno in parte. Per cominciare, AGCOM chiede alle aziende di contrastare lo spoofing, ovvero la pratica di falsificare un numero di telefono per simulare un prefisso diverso da quello reale, uno stratagemma molto diffuso nei circuiti illegali del telemarketing e del teleselling. Se vi è mai capitato di richiamare un contatto sconosciuto e ricevere la notifica che “il numero è inesistente”, è probabile che abbiate avuto a che fare con questo fenomeno. Per combattere la piaga, il regolamento impone alle compagnie telefoniche di bloccare tutte le chiamate provenienti dall’estero che fingono di avere un prefisso italiano di rete fissa.

Trascorsi sei mesi dalla pubblicazione del provvedimento, il 19 novembre prenderà dunque il via anche una seconda fase delle misure previste da AGCOM. In questo passaggio, il blocco delle chiamate con identificativo mascherato provenienti dall’estero verrà esteso anche alla rete mobile. Qui, però, la situazione si farà più delicata: per evitare di oscurare numeri legittimi, gli operatori internazionali dovranno verificare in tempo reale i contatti in entrata, confrontandoli con un archivio del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che certifica quali recapiti siano effettivamente registrati in Italia.

Nel 2022, proprio il Ministero delle Imprese e del Made in Italy aveva introdotto il Registro pubblico delle opposizioni, un servizio gratuito che consente ai cittadini di segnalare alle aziende di telemarketing la volontà di non essere contattati. In teoria, questa misura avrebbe dovuto stroncare il problema alla radice, tuttavia la realtà si è rivelata ben più complessa, poiché il fenomeno affonda le sue radici in un’ampia rete di pratiche illecite. Se un’azienda di telemarketing non è regolarmente registrata, o se subappalta le chiamate a operatori esteri di dubbia trasparenza, l’efficacia del Registro risulta infatti gravemente compromessa.

Nonostante l’introduzione del Registro, nella sua relazione del 2023 il Garante per la protezione dei dati personali ha ammesso che “il fenomeno del telemarketing indesiderato non mostra cenni di sensibile regressione” e, anzi, aneddoticamente, è facile avere l’impressione che il numero di chiamate sia addirittura aumentato, facendo sempre più leva su realtà opache e aggressive, nonché sulla mancanza di un’adeguata “catena di controllo”.

Non è detto che queste nuove contromisure riescano davvero a mettere fine a questa forma di pestilenza telefonica, né che, una volta colpito un fronte, i call center non trovino nuove scappatoie per aggirare gli ostacoli. Tuttavia, AGCOM ha mantenuto attivo un tavolo tecnico a cui partecipano associazioni di consumatori, rappresentanze d’impresa, operatori di telecomunicazioni, esperti e altri soggetti coinvolti nella lotta contro lo spoofing. “Le attività del tavolo tecnico proseguiranno per identificare ulteriori misure, in grado di contrastare altre tecniche di contraffazione dell’identità del chiamante, anche nell’ambito delle chiamate gestite interamente sul territorio nazionale, monitorare l’andamento del fenomeno e assumere le iniziative necessarie”, annuncia l’Autorità.

Gaza: almeno 66 bambini sono morti di fame in meno di tre mesi

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Sono almeno 66 i bambini gazawi morti di fame dallo scorso 2 marzo. Il dato arriva dal ministero della Sanità di Gaza, ed è in linea con quanto comunicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità lo scorso mese, che parlava di almeno 57 bambini morti di fame. Qualche giorno fa, anche l’UNICEF ha lanciato un allarme carestia, sostenendo che oltre 5.000 bambini fra i sei mesi e i cinque anni risultavano ricoverati per malnutrizione acuta, il 150% in più rispetto allo scorso febbraio. Alla carestia e alla malnutrizione si aggiungono le condizioni sanitarie: tra i bambini della Striscia è infatti iniziata a circolare una forma di meningite, che gli ospedali faticano a contenere a causa della mancanza di antibiotici. Intanto, continuano anche i bombardamenti israeliani nella Striscia. Solo nella giornata di ieri, lunedì 30 giugno, Israele ha ucciso almeno 95 palestinesi.

Le condizioni in cui versano i bambini di Gaza peggiorano ogni giorno di più. Un mese fa l’OMS riportava che circa 71.000 bambini di età inferiore ai cinque anni risultavano a rischio di malnutrizione acuta. Secondo l’ultimo rapporto di UNICEF, risalente al 20 giugno, a maggio sono stati ricoverati 5.119 bambini per malnutrizione acuta, di cui 636 per malnutrizione acuta grave(SAM), la forma più letale di malnutrizione. «Nella Striscia di Gaza in soli 150 giorni, dall’inizio dell’anno alla fine di maggio, 16.736 bambini – una media di 112 al giorno – hanno avuto accesso alle cure riguardanti la malnutrizione», si legge nel rapporto.

Ai problemi di malnutrizione si sono recentemente aggiunti nuovi problemi sanitari, con l’emergere di casi di meningite tra i bambini. A dare l’allarme è l’ospedale di Nasser, situato a Khan Younis, nell’area meridionale della Striscia di Gaza. I media ufficiali di Hamas riportano di 35 casi nella sola struttura di Nasser, che tuttavia rischiano di essere ancora di più: accanto all’appello dell’ospedale di Khan Younis è infatti arrivato quello del Dottor Marwan Al-Homs, direttore degli ospedali da campo nella Striscia di Gaza, che ha affermato che anche l’Ospedale dei Martiri di Al-Aqsa (situato nel Governatorato di Deir al Balah, nel centro della Striscia) e altre strutture mediche a Gaza City e nel nord della Striscia di Gaza hanno registrato analoghi casi di meningite infantile. Al-Homs ha lanciato un allarme epidemia, sottolineando che il sovraffollamento nei rifugi, insieme alla mancanza di igiene personale e di un’alimentazione adeguata, sono tutti fattori che minacciano la diffusione di malattie tra i bambini. Il pericolo di una diffusione incontrollata viene aggravato dalla «mancanza delle più elementari misure preventive e terapeutiche».

Nel frattempo, continuano anche i bombardamenti nella Striscia. Solo nella giornata di ieri, Israele ha ucciso almeno 95 persone, di cui 39 in un attacco alla caffetteria Al-Baqa di Gaza City, usata dai giornalisti come punto di ritrovo per lavorare. Nell’attacco, sono stati uccisi due operatori mediatici. Sempre a Gaza City, nei distretti settentrionali della città, l’esercito israeliano ha lanciato ulteriori minacce di evacuazione forzata ai palestinesi, provocando una nuova ondata di sfollamenti. I carri armati israeliani si sono spinti anche nel sobborgo Al-Zaytun, nell’area sudoccidentale di Gaza City, uccidendo in totale 13 persone; in generale, a sudovest di Gaza, sono state uccise altre 10 persone. L’invasione terrestre si è espansa anche a Khan Younis, e le operazioni di demolizione sono continuate in tutta la Striscia.

In Cisgiordania, a Nablus, le operazioni di demolizione degli edifici sono continuate in tutta la giornata di ieri; nella stessa Nablus, i coloni hanno danneggiato alcuni veicoli dei palestinesi, mentre l’esercito ha chiuso una strada agricola che porta a un villaggio a est di Tulkarem. Lo stesso campo profughi di Tulkarem è stato bersaglio dei bulldozer israeliani, che hanno demolito 104 edifici tra cui alcune abitazioni. Nelle colline a sud di Hebron, i coloni hanno sradicato circa 150 olivi e bruciato alcuni terreni agricoli, mentre le forze di polizia hanno arrestato 15 palestinesi. Una persona è stata arrestata anche a Gerusalemme, dove l’esercito ha anche chiuso in anticipo un posto di blocco e lanciato gas lacrimogeni sulle auto dei palestinesi. A Jenin, invece, sono stati portati avanti i lavori di demolizione, che prevedono l’abbattimento di 95 edifici nel campo profughi, e l’esercito ha sparato colpi di arma da fuoco contro un gruppo di giornalisti. Le violenze dei coloni non hanno risparmiato neanche lo stesso esercito israeliano: nella notte tra domenica e lunedì, un gruppo di persone legate alla “Gioventù delle colline”, movimento estremista di coloni israeliani, ha appiccato incendi, danneggiato veicoli, spruzzato graffiti, e attaccato dei soldati in una base militare a nord di Ramallah.

Sicilia: assessora al turismo indagata per corruzione

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Elvira Amata, assessora al turismo della regione Sicilia, è indagata per corruzione. La notizia è stata diffusa da diverse agenzie di stampa, e Amata non ha rilasciato alcun commento; da quanto si apprende, la Guardia di finanza le ha notificato una richiesta di proroga delle indagini nei mesi scorsi. Amata è indagata nell’ambito di una indagine della procura di Palermo che coinvolge il presidente del Consiglio Regionale Gaetano Galvagno. La procura, di preciso, accusa Galvagno di avere assegnato a degli enti circa 300.000 euro di fondi regionali destinati a eventi, ricevendo in cambio l’assegnazione di incarichi a due suoi collaboratori.

Gli USA hanno tolto le sanzioni alla Siria

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Il presidente Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per cancellare le sanzioni statunitensi contro la Siria. Con tale decisione, Trump pone fine all’isolamento finanziario del Paese e riapre i canali con il Paese, per «fornire alla Siria una possibilità di farcela». Le sanzioni contro l’ex presidente siriano deposto Bashar al-Assad, i suoi collaboratori, i responsabili delle violazioni dei diritti umani, i trafficanti di droga, le persone legate alle attività con armi chimiche, lo Stato Islamico e gli affiliati di gruppi come ISIS e alleati rimarranno attive.

Il Messico ha vietato gli spettacoli con delfini e altri mammiferi marini

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Il Messico ha approvato una riforma della Legge Generale sulla Fauna Selvatica, sancendo il divieto di utilizzare mammiferi marini come delfini, cetacei e leoni marini negli spettacoli. Con un voto unanime della Camera dei Deputati, la cosiddetta "Legge Mincho" per la protezione degli animali marini e la lotta contro lo sfruttamento commerciale di tali specie è ora in vigore in tutto il Paese. La normativa prende il nome dal delfino Mincho, che nel 2020 subì un incidente durante uno spettacolo al Barceló Hotel nella Riviera Maya. Nonostante fosse chiaramente ferito e avesse problemi agli occhi...

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Messico, trovati 20 corpi

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Le autorità messicane hanno trovato 20 corpi nello stato occidentale di Sinaloa, molti dei quali all’interno di un furgone. La notizia è stata data all’agenzia di stampa Reuters dall’ufficio del procuratore di Stato messicano, e arriva in un contesto di crescente violenza nella zona legata alla criminalità organizzata. Secondo quanto comunica Reuters, la procura avrebbe affermato che 16 corpi sarebbero stati trovati all’interno di un furgone e altri quattro sarebbero stati scoperti su un ponte sulla stessa autostrada vicino a Culiacán, capoluogo dello Stato. Almeno 6 vittime sarebbero state decapitate.

Palantir: l’azienda di sorveglianza del governo USA

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FILE PHOTO: U.S. President-elect Donald Trump sits with PayPal co-founder and Facebook board member Peter Thiel, during a meeting with technology leaders at Trump Tower in New York U.S., December 14, 2016. REUTERS/Shannon Stapleton/File Photo

L’ascesa di Palantir, la controversa azienda di sorveglianza co-fondata da Peter Thiel e guidata da Alex Karp, sta ridefinendo il rapporto tra tecnologia, governo e sorveglianza. L’azienda, da sempre legata a contratti, appalti e legami con il governo federale, sotto l’amministrazione Trump sta godendo del rapporto di Thiel con il Presidente, avendolo sostenuto finanziariamente e politicamente. Le accuse di aggregazione massiva di dati personali dei cittadini statunitensi da parte delle agenzie governative, senza un’adeguata supervisione, hanno scatenato allarmi su un potenziale strumento di spionaggio centralizzato. Nonostante queste preoccupazioni, che avrebbero dovuto causare un problema all’azienda tecnologica, Wall Street ha risposto con un’impennata del prezzo delle azioni di Palantir, consolidando l’azienda tra i giganti. 

Un modello di business tra profitto e controversie

Alex Karp, CEO di Palantir Technologies

Alex Karp, CEO di Palantir, durante una recente chiamata con gli investitori, ha apertamente celebrato il successo finanziario dell’azienda, collegandolo a operazioni che, con discutibile retorica, ha definito «omicidi di massa». «Palantir è qui per sconvolgere e rendere le istituzioni con cui collaboriamo le migliori al mondo e, quando necessario, per spaventare i nemici. E a volte, ucciderli» ha dichiarato Karp, esprimendo «super-orgoglio» per il ruolo dell’azienda in «luoghi di cui non possiamo parlare», e ha persino predetto «un’interruzione» sociale che sarebbe stata «molto buona per Palantir», suggerendo che la sua tecnologia potesse aiutare le élite a mantenere il controllo durante periodi di disordini.

Il coinvolgimento di Palantir con gli apparati di sicurezza e di intelligence statunitensi e israeliani è appurato (ve ne abbiamo già parlato in relazione all’appoggio a Trump di Peter Thiel, mentore del vice-presidente Vance, durante la campagna presidenziale). La Striscia di Gaza è un esempio lampante delle operazioni della società. Qui, i prodotti Palantir assistono Israele in un sistema di targeting IA chiamato Lavanda, accusato di dirigere operazioni di targeting per l’uccisione in massa di palestinesi. Karp ha riconosciuto il coinvolgimento, insistendo che le vittime fossero «per lo più terroristi», sollevando gravi questioni etiche.

Il 2 giugno, il prezzo delle azioni ha raggiunto un massimo storico, con un balzo del 512% anno su anno, portando il valore di mercato a circa 311 miliardi di dollari. Questa crescita è stata trainata da una serie di contratti redditizi con agenzie governative statunitensi dall’inizio dell’amministrazione Trump e dalle aspettative di futuri accordi.

L’espansione della sorveglianza domestica e globale

Il New York Times ha collegato questo aumento di valore della società ad un ordine esecutivo di Trump di marzo in cui prefigura la realizzazione di una massiccia e fluida condivisione di dati tra agenzie governative tramite l’applicazione Foundry di Palantir. L’azienda ha rastrellato oltre 113 milioni di dollari in appalti federali dall’insediamento di Trump, con un contratto esistente con il Dipartimento della Difesa rafforzato di 795 milioni di dollari, arrivando ad un totale di 1,3 miliardi di dollari in commesse governative.

Peter Thiel, co-fondatore di Palantir Technologies

Palantir fornisce al Pentagono il software di targeting AI Maven, usato dalla NATO in teatri di guerra come Siria, Yemen e Ucraina. Il contratto durerà almeno fino a maggio 2029. La predilezione di Trump per Palantir, del suo sostenitore Thiel, ha portato Foundry, strumento di analisi e archiviazione dati, in almeno quattro agenzie federali, incluso il Dipartimento della Sicurezza Nazionale (DHS) e il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani. Ora sono in corso discussioni con l’Amministrazione della Sicurezza Sociale e l’Internal Revenue Service per l’adozione. Questo facilita la fusione di enormi set di dati dei cittadini.

La selezione di Palantir è avvenuta tramite il Dipartimento per l’Efficienza del Governo (DOGE)di Elon Musk, con il coinvolgimenti di diversi ex dipendenti di Palantir e aziende finanziate da Thiel. Sebbene il New York Times si sia concentrato sui rischi di una tale accentuazione di potere privato sull’aggregazione di dati sotto l’amministrazione Trump, ha ammesso che Palantir ha lavorato a lungo con il governo federale, quindi anche sotto l’amministrazione Biden, incluso il lavoro svolto nei Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie durante la gestione e la distribuzione dei vaccini Covid. 

Palantir come spina dorsale della sicurezza nazionale privatizzata

Come riportava Bloomberg nel 2018, durante la prima presidenza Trump, Palantir è stata centrale negli sforzi contro il presunto programma nucleare iraniano, creando Mosaic, uno strumento analitico predittivo usato da agenzie internazionali e statunitensi per visualizzare collegamenti tra individui, luoghi e materiali nucleari. Questo lavoro rispecchia i servizi forniti a CIA, DHS, FBI e Pentagono, che regolarmente consegnano enormi quantità di dati all’azienda. 

Documenti resi noti da Edward Snowden già nel 2013 indicano che l’intelligence statunitense e britannica (NSA e GCHQ) hanno fatto ampio uso dei prodotti Palantir, elogiandone l’intuitività e la potenza. Così come l’esercito nei teatri di guerra, anche le forze di polizia utilizzano lo strumento di aggregazione dati Gotham. Documenti di addestramento del dipartimento di polizia di Los Angeles hanno rivelato l’enorme volume di dati raccolti sui cittadini – inclusi sesso, razza, dettagli di contatto, storia lavorativa, tatuaggi e cicatrici età. – evidenziando l’ampiezza del controllo e della sorveglianza.

I servizi di Palantir sono costosi, con abbonamenti a Gotham che costano milioni di dollari all’anno. I fondatori dell’azienda, con Karp che vanta un patrimonio personale stimato in 12,2 miliardi di dollari, sono diventati estremamente ricchi, permettendo alla società di quotarsi in borsa nel settembre 2020.

Consolidamento di potere e profitti

L’affinità personale di Peter Thiel e Trump e le strette relazioni con membri chiave del gabinetto del presidente hanno facilitato l’ingresso di Palantir in aree governative sensibili, e in un momento di grandi turbolenze interne alla società statunitense. Tuttavia, la traiettoria attuale dell’azienda è il risultato di anni di sviluppo. Avendo penetrato lo stato di sicurezza nazionale dei paesi occidentali, Palantir sta lavorando per consolidare una rete transatlantica di controllo, caratterizzata da poteri senza precedenti, impatto crescente su scala globale e giganteschi profitti profitti. Palantir incarna la convergenza tra tecnologia avanzata e potere statale. La sua capacità di aggregare ed elaborare dati su vasta scala, unita ai suoi profondi legami con le amministrazioni governative e la partecipazione in contesti di conflitto, la rende un attore centrale nel dibattito globale su privacy, sorveglianza e responsabilità etica nell’era digitale. Le sue implicazioni, sia negli Stati Uniti che a livello internazionale, sono profonde e continuano a ridefinire i confini tra sicurezza nazionale, libertà individuali e il potere in espansione delle corporazioni tecnologiche.

Serbia, in 100 mila tornano in piazza contro il governo per chiedere elezioni anticipate

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Cortei, barricate, scontri. La situazione in Serbia è tornata incandescente, con il rilancio della mobilitazione guidata dagli studenti contro corruzione e malaffare. Nel fine settimana, a Belgrado, più di centomila persone sono scese in strada per chiedere le dimissioni del governo ed elezioni anticipate. Richieste che il presidente Aleksandar Vucic ha prontamente rigettato, rispondendo a colpi di repressione. Gli studenti hanno denunciato un clima di «brutalità poliziesca eseguita per conto dell’autocrate Vucic», fatto di cariche, manganellate e inseguimenti. All’alba di domenica si contavano almeno 8 manifestanti feriti e 10 arresti. A ciò si aggiungono i fermi di questa mattina, quando la polizia ha rimosso le barricate precedentemente installate dai manifestanti nella capitale e in decine di altre città serbe.

Le ultime 48 ore restituiscono l’immagine di una Serbia in fermento, come si era vista nel marzo scorso, quando trecentomila persone hanno sfilato in piazza contro il governo e il presidente Vucic. Si tratta di segni di continuità rispetto alla rabbia sociale esplosa a fine 2024, quando il crollo della tettoia della stazione di Novi Sad ha provocato sedici morti e oltre trenta feriti. La notizia che inchiodava i precedenti lavori di restauro come irregolari e affidati dal governo a una ditta cinese senza i dovuti passaggi è stata benzina sul fuoco: il popolo serbo, guidato dagli universitari, si è presto organizzato contro clientelismo e corruzione, mettendo nel mirino la gestione del potere da parte di Vucic. Nel corso dei mesi le diverse richieste degli studenti — come la pubblicazione dei documenti sui lavori a Novi Sad o l’aumento del 20% del budget per l’istruzione universitaria — si sono ridotte a una, complice il muro istituzionale eretto da Vucic: elezioni presidenziali e parlamentari anticipate. I serbi lo hanno ricordato anche sabato scorso a Belgrado, quando si sono riuniti a piazza Slavija con cartelli contro il Partito Progressista Serbo (SNS) guidato da Vucic, striscioni col logo del movimento studentesco e bandiere e simboli nazionali. Il simbolismo è insito anche nella scelta della data: il 28 giugno, infatti, si celebra il martirio di San Vito e l’anniversario della battaglia di Kosovo polje del 1389, fonte del sentimento nazionalistico serbo.

La manifestazione si è formalmente conclusa poco dopo il tramonto, ma molti dei presenti sono rimasti in strada tra piazza Slavija e le vie adiacenti, dove la polizia in assetto antisommossa ha caricato e inseguito diversi gruppi di manifestanti. Contestualmente si sono registrati scontri con altri gruppi: da un lato lancio di pietre e bottiglie, dall’altro lacrimogeni e manganelli, cui hanno fatto seguito diversi arresti. Altri studenti erano stati fermati in precedenza con l’accusa di aver pianificato un cambio violento dell’ordine costituzionale. In risposta alla repressione, i manifestanti hanno bloccato nella notte diversi punti strategici di Belgrado e di altre città serbe con cassonetti, recinzioni e tende. Questa mattina la polizia ha rimosso le barricate, arrestando altre persone presenti. Gli studenti rilanciano, invitando la popolazione a una nuova serata di mobilitazione.

Nel tentativo di calmare gli animi dopo la manifestazione oceanica di inizio marzo, Vucic ha nominato un nuovo esecutivo accogliendo le dimissioni del precedente, anch’esso finito sotto la lente di studenti e lavoratori. La carta giocata dal presidente serbo non ha tuttavia portato i frutti sperati, complice il muro eretto nei confronti delle rivendicazioni dei manifestanti, bollati a più riprese come criminali, terroristi e agenti pagati dall’estero. Sono continuate nel frattempo le minacce di arresti e ritorsioni, come la privatizzazione delle università pubbliche. Gli studenti, dalle università occupate, non sono arretrati, lanciando una nuova fase della mobilitazione con l’obiettivo di ottenere le dimissioni del nuovo governo ed elezioni anticipate, sia parlamentari sia presidenziali, ad oggi previste per il 2027.