A Ischia è in corso un esperimento concreto per ricostruire il fondale marino danneggiato. Al centro del progetto c’è la Posidonia oceanica, pianta simbolo del Mediterraneo e fondamentale per la salute dell’ecosistema costiero. Dopo anni di degrado, torna a crescere grazie a un’operazione di riforestazione nelle acque protette dell’isola. A coordinare questo intervento è il Centro di Educazione e Ricerca Marina dell’isola, con il sostegno della Regione Campania e la partecipazione di biologi, subacquei, operatori locali e cittadini volontari. Il progetto si chiama Oasi Marina e ha un obiettivo...
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Nel nord-est del Pakistan, oltre un milione di persone è stato evacuato negli ultimi giorni a causa delle devastanti alluvioni che hanno colpito la provincia del Punjab, tra le peggiori degli ultimi anni. Le piogge monsoniche, unite al rilascio controllato di acqua da alcune dighe indiane, hanno provocato lo straripamento dei fiumi Sutlej, Ravi e Chenab, allagando più di 1.400 villaggi. La regione, cuore agricolo del Paese, con coltivazioni di grano, riso e cotone, è ora in ginocchio: oltre 1,4 milioni di abitanti sono coinvolti. Le vittime sono almeno 14 nelle ultime ore e oltre 800 dall’inizio delle piogge a giugno.
A Bologna una semplice proposta del Comune, che va nella direzione della riduzione del danno del consumo di stupefacenti, è stata trasformata da esponenti del governo nazionale in uno scandalo mediatico dove, come al solito, tutto si è trasformato in una crociata moralista. Riavvolgiamo il nastro: il Comune di Bologna, guidato dal sindaco Matteo Lepore (PD), ha deciso di avviare una sperimentazione per distribuire circa 300 pipe in alluminio gratuite destinate ai consumatori abituali di crack, nell’ambito di politiche di riduzione del danno. L’iniziativa, tra l’altro, era già partita in forma sperimentale nel 2024. Il costo dell’operazione è di 3.500 euro e le pipe saranno distribuite con l’obiettivo di ridurre lesioni come sanguinamenti, tracheiti e infezioni causate dall’uso di materiali improvvisati e condivisi. Durante la sperimentazione del 2024, 40 persone hanno partecipato volontariamente. I risultati dopo 30 e 60 giorni, pubblicati sulla rivista scientificaSubstance use & misuse, indicano miglioramenti nella riduzione del consumo della sostanza, evidenziando la scomparsa o diminuzione di problemi respiratori e orali (es. dolori alla gola, respirazione difficoltosa) e la diminuzione delle patologie secondarie come sanguinamenti, bruciature o irritazioni labiali.
Le reazioni? Stefano Cavedagna (europarlamentare FdI) ha annunciato una denuncia per «istigazione al consumo e allo spaccio di droghe». Marco Lisei (senatore FdI) ha definito l’iniziativa una scelta ideologica che «tiene i tossicodipendenti nella gabbia della droga». L’immancabile vicepremier Matteo Salvini ha definito l’operazione una «follia» e una «spesa dei contribuenti per incentivare l’uso di droga». Matilde Madrid – assessora bolognese al welfare responsabile della proposta – difende l’iniziativa, sostenendo che si fonda su basi scientifiche, come analoghe strategie di riduzione del danno, e che mira concretamente alla salute delle persone più marginali. Ma nessun commento è arrivato sul merito, solo frasi fatte buttate lì per solleticare gli istinti dell’elettorato facendo leva su pregiudizi reazionari. Dall’altro lato l’Associazione Luca Coscioni, da sempre molto attenta a queste tematiche, ha lodato Bologna per aver messo in pratica una politica di riduzione del danno riconosciuta tra i Livelli essenziali di assistenza (LEA), auspicando che l’esperimento venga replicato in altre città.
D’altra parte la misura bolognese si appoggia su una teoria che è portata avanti in molti Paesi europei da decenni perché ritenuta più efficace del proibizionismo: la riduzione del danno.
L’approccio della riduzione del danno è una strategia di sanità pubblica che parte da un presupposto realistico: alcune persone useranno sostanze comunque, anche se sono illegali, e l’obiettivo non può essere solo quello di “eliminare” il consumo, ma di ridurre i rischi immediati e a lungo termine per la salute individuale e collettiva. È stato adottato in vari paesi dagli anni ’80 e ’90 (soprattutto in risposta all’epidemia di HIV) e il fatto che in Italia faccia parte dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), significa che è un approccio riconosciuto come un diritto alla salute. Non solo, perché il tema della riduzione del danno sia stato inserito per la prima volta l’anno scorso in una risoluzione Onu approvata durante la 67essima sessione dei lavori della Commission on Narcotics Drug.
Secondo chi difende la strategia della riduzione del danno contro quella del proibizionismo, la guerra alla droga(che è l’impostazione internazionale derivata dagli ultimi 70 anni di proibizionismo sfrenato) anche se viene presentata come una battaglia contro il narcotraffico è una battaglia indirizzata essenzialmente contro chi la droga la consuma: non tocca gli enormi monopoli che mafie e criminali hanno sulla gestione degli stupefacenti e non si occupa dei cittadini che li assumono, se non per mandarli in galera pensando così di risolvere un problema che in realtà si autoalimenta in un circolo vizioso. Miliardi di euro spesi per controlli e repressione in quello che si è trasformato in un corto circuito sociale: al consumo di stupefacenti la risposta è la prigione, mentre la droga circola come in ogni società umana dall’alba dei tempi, i criminali guadagnano miliardi, e spendiamo soldi pubblici per inasprire i controlli e mandare semplici consumatori in galere sempre più sovraffollate. A giugno 2025 i dati raccontano di oltre 62mila detenuti nelle carceri italiane, a fronte di 51mila posti: il tasso di sovraffollamento è del 134,3%.
La maggioranza dei Paesi Onu, da anni, chiede di mettere fine a questa ideologia che venne imposta a partire dagli anni ’50 dagli Stati Uniti, optando per le depenalizzazioni per le droghe leggere e per approcci di riduzione del danno per quelle pesanti. Nel 2022 un lungo documento firmato dagli esperti dell’Onu nei diritti umani chiese la fine della guerra alla droga e di passare dalla repressione ai diritti. Nel settembre 2023 l’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (OHCHR) è tornato sull’argomento pubblicando un report in cui mette in evidenza innanzitutto che la guerra alla droga – lanciata in Usa dal Nixon nel 1971 – è diventata innanzitutto una guerra contro le persone che la utilizzano. La raccomandazione degli esperti dell’Onu è dunque quella di «adottare alternative alla criminalizzazione, alla tolleranza zero e all’eliminazione delle droghe, prendendo in considerazione la depenalizzazione dell’uso e una regolamentazione responsabile, per eliminare i profitti del traffico illegale, della criminalità e della violenza».
La misura presa dal Comune di Bologna, piaccia o meno, si inserisce in questa cornice e quindi non centra nulla con «l’incentivare il consumo di droga», a meno che non si creda al fatto che le persone inizieranno o smetteranno di utilizzare il crack a seconda che i servizi comunali mettano a disposizione o meno delle pipe sterili per non infettarsi.
L’aviazione israeliana ha condotto un massiccio bombardamento aereo contro la capitale dello Yemen, Sana’a. In totale, sono stati scagliati dieci attacchi aerei; le navi da guerra israeliane avrebbero partecipato ai bombardamenti. L’attacco è avvenuto in contemporanea con un discorso del leader del movimento Ansar Allah, meglio noto con il nome di Houthi. Da quanto riporta l’esercito israeliano, gli attacchi avevano l’obiettivo di uccidere i vertici di politici e militari di Ansar Allah, radunati in uno dei luoghi colpiti con missili di precisione; per ora non sono state segnalate vittime. I media arabi riportano una affermazione del leader del movimento, che avrebbe affermato che l’operazione israeliana è stata «un fallimento».
Con una decisione che ha fatto rumore ben oltre i confini nazionali, il governo del Burkina Faso ha ordinato la sospensione definitiva del progetto Target Malaria, iniziativa di ricerca sostenuta dalla Fondazione Gates e da Open Philanthropy e guidata dall’Imperial College di Londra, che prevedeva il rilascio di zanzare geneticamente modificate per combattere la malaria. Il governo di Ouagadougou ha ordinato la chiusura dei laboratori e la distruzione dei campioni, trasformando un atto tecnico in un gesto dal forte valore simbolico e geopolitico: riaffermare la propria sovranità nazionale e opporsi a quello che viene definito nel Paese come una forma di «neocolonialismo scientifico», in cui le popolazioni vulnerabili diventano cavie di tecnologie ad alto rischio. Le preoccupazioni relative all’influenza coloniale sono un tema ricorrente del governo di Ibrahim Traore: il leader panafricano, che ha preso il potere con il colpo di Stato del 30 settembre 2022, si è allontanato dall’Occidente, cercando di limitare sempre più il coinvolgimento straniero nella politica interna.
Attivo in Burkina Faso dal 2012, Target Malaria si proponeva di ridurre la trasmissione della malaria intervenendo direttamente sui vettori della malattia: le zanzare Anopheles. La strategia più controversa è quella delgene drive, una tecnica di ingegneria genetica basata su CRISPR che forza la trasmissione di un tratto genetico in tutta la popolazione naturale, fino a renderlo dominante. In questo caso, il tratto serve a produrre solo maschi o a sterilizzare le femmine, con l’intento di ridurre drasticamente la popolazione delle zanzare.
Secondo la sociologa e accademica canadese Linsey McGoey, Target Malaria «è un esempio emblematico del tecnoscientismo filantropico che traveste da bene comune l’interesse privato. Dietro la retorica della lotta alla malaria, si nasconde la volontà di imporre tecnologie radicali come il gene drive, con effetti potenzialmente irreversibili sugli ecosistemi e sulle comunità locali. Le popolazioni africane, spesso escluse dal dibattito, subiscono così le scelte di attori globali che dettano l’agenda della salute pubblica». Si tratta, infatti, di soluzione radicale, che promette di colpire alla radice la malattia, ma che suscita preoccupazioni per i suoi effetti ecologici imprevedibili e difficilmente controllabili sugli ecosistemi e solleva dilemmi etici su chi abbia la legittimità di decidere sul suo impiego, soprattutto quando gli esperimenti si svolgono in comunità vulnerabili del Sud globale.
Già nel 2016 la National Academies of Sciences degli Stati Uniti aveva avvertito che gli organismi gene-drive non erano pronti per rilasci ambientali. L’OMS nel 2021 aveva raccomandato prudenza e un coinvolgimento reale delle comunità. Nel 2024 la Convenzione sulla Diversità Biologica aveva auspicato valutazioni più ampie su impatto socio-economico, culturale ed etico, soprattutto sulle comunità locali – in linea con il principio di precauzione e decisioni precedenti della COP e del Protocollo di Cartagena. Da segnalare anche i timori che la tecnologia possa essere sfruttata in futuro a fini commerciali (ad esempio, se sviluppata per controllare i parassiti agricoli) o persino come arma biologica.
La scelta del Burkina Faso non è solo scientifica ma geopolitica. Da un lato, c’è l’urgenza sanitaria: la malaria uccide ancora quasi 600.000 persone l’anno, perlopiù bambini africani. Dall’altro, c’è la volontà di non trasformarsi in “cavie” per la ricerca occidentale. Gli oppositori del Target Malaria sottolineano che i ceppi di zanzare modificate provengono da laboratori europei e che dietro il progetto ci sono fondazioni miliardarie occidentali che impongono la propria visione tecnologica senza un reale processo democratico locale. Ali Tapsoba, attivista della coalizione CVAB (Coalition pour le Suivi des Activités Biotechnologiques), ha parlato di tecnologia «altamente controversa, imprevedibile e potenzialmente irreversibile». Un capitolo spesso ignorato, ma essenziale per interpretare le ragioni dello stop a Target Malaria, è quello della finanziarizzazione della malaria, un fenomeno esposto con lucidità dall’African Centre for Biodiversity. In sintesi, il documento denuncia come la malaria – da emergenza sanitaria – si sia trasformata in opportunità finanziaria, sovvertendo il senso stesso della lotta alla malattia. Il Burkina Faso funge da “laboratorio vivente” in cui fondazioni cosiddette filantropiche, come quella di Gates, insieme a partenariati pubblico-privati, investono in tecnologie brevettate (vaccini, insetticidi, zanzare GM/gene-drive) attraverso modelli di sviluppo che privilegiano i profitti da royalties piuttosto che il rafforzamento dei sistemi sanitari nazionali. L’1% soltanto degli investimenti globali arriva alle istituzioni di ricerca locali, mentre il resto resta nelle sedi dei donatori. In questo schema, lo scenario è chiaro: i “risultati” più rischiosi di tecnologie sperimentali vengono testati sul continente africano e i danni – se ci saranno – peseranno sulle sue popolazioni, non su chi le ha finanziate o proposte.
Il rifiuto del Burkina Faso a Target Malaria non rappresenta solo la chiusura di un progetto scientifico, ma la dichiarazione di una volontà politica: sottrarsi al ruolo di laboratorio del mondo e rivendicare il diritto a decidere sul proprio destino. È un segnale di rottura verso il modello in cui l’Africa viene trattata come terreno di sperimentazione per i governi e le aziende occidentali. La salute pubblica del continente, secondo la nuova rotta intrapresa da Ouagadougou, non può essere subordinata agli interessi di fondazioni miliardarie, ma deve nascere da scelte condivise con le comunità locali, in nome della sovranità e dell’autodeterminazione. Il messaggio è chiaro: il futuro africano non sarà costruito da tecnologie imposte dall’alto, ma da soluzioni radicate nella conoscenza, nella cultura e nelle priorità delle popolazioni stesse.
Il governo afghano ha convocato l’ambasciatore pakistano, accusando Islamabad di aver violato il proprio spazio aereo per condurre un attacco con droni. L’attacco avrebbe colpito le province di Nangarhar e di Khowst, distruggendo alcune abitazioni, uccidendo tre persone e ferendone altre sette. Le autorità pakistane non hanno risposto alle richieste di commenti. Gli attacchi arrivano in un momento teso per i due Paesi, con il Pakistan che accusa i talebani di fornire rifugio a milizie armate che operano nel proprio territorio. L’Afghanistan nega le accuse. Recentemente, i rappresentanti dei due Paesi si sono incontrati con la mediazione della Cina per rilanciare la lotta al terrorismo.
Nel distretto di Bukkuyum, nello stato di Zamfara (Nigeria nord-occidentale), un’epidemia di colera ha causato almeno otto morti e oltre 200 contagi in 11 comunità rurali. La malattia, trasmessa dall’acqua, si diffonde rapidamente in un contesto segnato da scarsità di acqua potabile e carenza di strutture sanitarie. Villaggi come Nasarawa-Burkullu, Gurusu e Adabka risultano tra i più colpiti: molti malati sono curati in casa per mancanza di assistenza adeguata. Secondo il capo di Gurusu, Muhammad Jibci, tre persone sono decedute durante il trasferimento al Nasarawa General Hospital.
Si chiamava Danilo Riahi e aveva 17 anni. È morto in carcere quattro giorni dopo l’arresto, effettuato da agenti che lo hanno immobilizzato con un taser, la pistola elettrica in dotazione alle forze dell’ordine. Dopo un tentativo di fuga dalla polizia, il ragazzo è stato immobilizzato con l’arma e, al posto di venire portato subito in ospedale, sarebbe stato condotto presso il carcere per minori di Treviso. La versione ufficiale parla di un tentato suicidio, ma per gli attivisti sono molti gli interrogativi rimasti aperti. Il Collettivo Rotte Balcaniche e i centri sociali locali hanno organizzato per oggi un presidio, che si terrà fuori dal carcere di Treviso in via Santa Bona Nuova alle 19, per chiedere verità sulla morte del ragazzo.
Danilo era arrivato in Italia l’anno scorso dal Mediterraneo. Il ragazzo è stato arrestato il 9 agosto, a Vicenza, dopo vari tentativi di furto e una fuga dalla polizia. In «evidente stato di agitazione», è stato colpito dagli agenti armati di taser e condotto presso il carcere minorile di Treviso dove, subito dopo, avrebbe tentato il suicidio. È morto il 13 agosto all’ospedale Ca’ Foncello dopo quattro giorni in terapia intensiva, mentre fuori dalla struttura il questore Vicenza celebrava «il lavoro encomiabile» delle forze dell’ordine. «Come mai è stato portato in un carcere minorile invece che in un ospedale? È stato visitato dopo essere stato colpito con il taser? Cosa (non) è stato fatto per accertarne le condizioni di salute psico-fisica prima di rinchiuderlo in un carcere? Per quanto tempo è stato privo di sorveglianza mentre tentava il suicidio?». Sono queste le tante domande che il Collettivo Rotte Balcaniche, il Centro Sociale Django di Treviso e il Centro Sociale Arcadia di Schio hanno posto dopo la sua morte.
Gli interrogativi rimasti aperti, insomma, sono tanti. Per tale motivo oggi, alle 19, è stato organizzato un presidio davanti al carcere minorile di Treviso per chiedere «verità e giustizia» per Danilo: «Le autorità dovranno rispondere delle loro azioni e delle loro omissioni, perché troppi punti di domanda rimangono aperti», scrivono gli organizzatori; «Vogliamo sapere esattamente che cosa è successo al momento dell’arresto, in carcere, in ospedale, perché un ragazzo di diciassette anni è morto mentre si trovava sotto la custodia dello Stato. Dalla questura di Vicenza alla polizia penitenziaria di Treviso, fino agli operatori dell’ospedale: chi ha avuto un ruolo in questa vicenda deve assumersene la responsabilità».
Secondo le linee guida sull’utilizzo del taser, «dopo ogni utilizzo del dispositivo, indipendentemente dalle condizioni fisiche in cui versa il soggetto attinto, lo stesso deve rimanere sotto il costante controllo degli operatori di polizia e va richiesto l’intervento di personale sanitario che dovrà rilasciare apposita certificazione medica descrittiva»; questo significa che ogni volta che le forze dell’ordine colpiscono una persona con la pistola elettrica, questa deve essere visitata da personale medico-sanitario che deve rilasciare una certificazione scritta sul suo stato di salute. Allo stesso modo, quando una persona detenuta viene identificata come soggetto a rischio di suicidio, deve venire sottoposta a supervisione medica, controlli regolari, e rimanere osservazione e vigilanza.
L’Ungheria ha presentato una causa davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea contro il Consiglio dell’Unione Europea, contestando gli aiuti all’Ucraina. Di preciso, Budapest contesta il programma del Fondo Europeo per la Pace, con il quale l’UE ha consegnato 11 miliardi a Kiev prendendoli dagli interessi generati dai beni russi congelati. Secondo l’Ungheria, l’approvazione della misura non avrebbe rispettato il principio di uguaglianza degli Stati e il principio del funzionamento democratico dell’UE, perché non ha preso in considerazione il suo veto. Il Consiglio ritiene invece che l’Ungheria non potesse partecipare alla votazione in quanto non era uno «Stato membro contributore». La Corte ha ha rinviato la causa al Tribunale dell’Unione Europea.
Un pomodorino il cui nome è indissolubilmente legato alla piccola città nell’estremo sud della Sicilia dove si produce. Rosso, tondo e dolce al punto da essere diventato uno dei più apprezzati in Italia e non solo. Stiamo parlando del pomodorino di Pachino, dal lontano 2003 riconosciuto come marchio di Indicazione geografica protetta (IGP) ed emblema stesso del made in Italy al punto che il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, si è spinto a prendere ad esempio la sua promozione come simbolo dell’attenzione del governo italiano per «il nostro cibo» e la «sovranità alimentare». Tuttavia, quello che molti non sanno, è l’origine tutt’altro che italiana e tipica di questo pomodoro, arrivato a Pachino negli anni ’80 del secolo scorso grazie alla manovra di un’azienda tecnologica israeliana, che continua ad arricchirsi grazie a questo pomodoro, di varietà quasi sterile e quindi con i semi che vengono ricomprati ogni anno dagli agricoltori.
Arrivato dall’estero
Le prime coltivazioni nella zona di Pachino, in provincia di Siracusa, datano 1925. Negli anni ’60 nascono le prime serre di copertura in polietilene, che ancora oggi caratterizzano queste produzioni. In quegli anni le varietà locali di pomodoro che si coltivavano erano prevalentemente i pomodori insalatari a frutto grosso, e il piccolo ciliegino e datterino che si coltiva oggi era invece completamente assente e sconosciuto.
E qui veniamo al nocciolo della nostra storia: come ci è arrivato in Sicilia il pomodoro ciliegino tondo e succoso? Ci è arrivato direttamente da Israele, alla fine degli anni 80 del secolo scorso. Il pomodoro di Pachino, infatti, è nato in Israele nel 1989, presso una delle più importanti aziende al mondo nel settore delle ricerche genetiche in campo agricolo: la Hazera Genetics. Si tratta di una pianta ottenuta da incroci e ibridi di semi di diverse varietà di pomodoro, un modo velocizzato e artificiale di ricreare l’evoluzione e gli incroci delle specie, che avvengono in natura in tempi lunghi.
In pochi anni questi frutti, grazie anche ad una sapiente pubblicizzazione e agli accordi commerciali con la Grande Distribuzione, raggiungono una enorme popolarità ed entrano nelle case di tutti gli italiani e la tipologia ciliegino diventa sinonimo di «pomodoro di Pachino». Perché questo pomodoro ha avuto grande successo? Essenzialmente per alcune caratteristiche che gli sono state date dal lavoro in laboratorio dei biologi genetisti. Secondo il divulgatore e docente universitario Dario Bressanini infatti «determinante per il successo di questi pomodori è stata l’introduzione, da parte delle aziende sementiere, di due geni chiamati rin e nor (ripening inibitor e no ripening), che permettono di mantenere inalterate le caratteristiche del prodotto per un periodo di 2 o 3 settimane dopo la raccolta.
Per potersi conservare nel tempo i precedenti pomodori da insalata dovevano essere raccolti prima che cambiassero colore dal verde al rosato. I ciliegino invece si possono raccogliere quando sono rossi e completamente maturi». In pratica, grazie alle modifiche a livello genetico sui semi dei pomodori, il pomodoro di Pachino rimane perfettamente maturo per 2 o 3 settimane e non marcisce nel giro di pochi giorni come fanno altre varietà più naturali e autoctone. Un altro motivo per il successo del pomodoro di Pachino è legato alla stagionalità – o meglio alla non-stagionalità – poiché si riesce a coltivarlo tutto l’anno, moltiplicando le rendite.
Semi da ricomprare ogni anno
Quello che però in pochi sanno è che i pomodori progettati dalla multinazionale israeliana Hazera Genetics danno semi che non permettono di riprodurre le caratteristiche originarie del pomodoro. Sempre secondo Bressanini «questo significa che ogni anno gli agricoltori devono ricomprare i semi ibridi registrati, di proprietà della Hazera, per non perdere le caratteristiche agronomiche desiderate. Anzi, ormai gli agricoltori comprano direttamente le piantine dal vivaio, visto il costo delle sementi». In sostanza, non possono ripiantare le stesse piantine cresciute nei loro campi l’anno prima, determinando così un continuo enorme business a vantaggio della multinazionale israeliana. Nei sistemi di agricoltura più naturale sono invece gli agricoltori stessi a creare nuove varietà, selezionando e incrociando i migliori esemplari trovati nei campi, derivanti da mutazioni naturali dovute al clima, al vento, al terreno.
4 tipologie diverse
La tipologia di pomodoro di Pachino chiamata «ciliegino»
Uno dei luoghi comuni più diffusi identifica il Pomodoro di Pachino IGP con la varietà detta comunemente «ciliegino», ma in realtà il disciplinare classifica e tutela ben quattro tipologie diverse di pomodoro. Tali tipologie sono: il «tondo-liscio», che si presenta piccolo e rotondo, di colore verde scuro, inconfondibile per il gusto molto marcato e dai frutti di forte consistenza; il pomodoro «a grappolo», che può essere verde o rosso e si presenta tondo, liscio, dal colore brillante, con il colletto verde molto scuro; il «costoluto», di grandi dimensioni, dalle coste marcate, di colore verde molto scuro e brillante e che ha conquistato il favore del consumo nazionale sostituendo nel periodo invernale (periodo ottimale per la produzione di questa tipologia) il «tondo insalataro»; e infine il «ciliegino», conosciuto anche come «pomodorino», varietà di piccole dimensioni, a grappolo o a frutto singolo, di colore rosso intenso, profumatissimo e dal sapore estremamente dolce e succoso. Inoltre il pomodoro di Pachino non si coltiva solo a Pachino ma nei territori comunali di Pachino, Portopalo di Capo Passero, Noto e Ispica, quindi in un’ampia zona delle province di Siracusa e Ragusa.
Pachino al McDonald’s
Nel 2023 il pomodoro di Pachino IGP è entrato nel menù del colosso americano del fast food, grazie ad un protocollo firmato tra il Consorzio di Tutela del pomodoro di Pachino IGP e McDonald’s Italia. Previsto l’acquisto di 250 mila chili di pomodoro ogni anno. Questo accordo è stato favorito dal ministro Lollobrigida e dal Ministero dell’Agricoltura italiano. Questo accordo potrebbe aiutare tutti i produttori della zona di Pachino ad avere più garanzie e un reddito più stabile e sicuro? Forse si, ma tutto dipende alla fine da quanto viene pagato al Kg la fornitura di pomodori agli agricoltori. Se il prodotto è sottopagato, allora non sembra essere un grande affare. Ricordo che negli anni scorsi, per le stesse politiche intraprese dal ministero dell’agricoltura italiano (quando nel 2018 era ministro Maurizio Martina) i produttori di Pachino ebbero grossi contraccolpi e difficoltà economiche per l’importazione di pomodori dal Camerun venduti proprio nei supermercati della Sicilia, oltre che nel Nord Italia. Ad oggi però non è dato sapere quale sia il prezzo al chilo che viene riconosciuto e quali siano i reali vantaggi economici di rifornire il colosso McDonald’s (oltre ad un evidente ritorno di immagine) per i produttori della zona di Pachino. Di sicuro è un’operazione mediatica efficace da parte dell’attuale governo italiano, nel mostrare una propagandistica difesa e valorizzazione del made in Italy. Ricordo infatti che allo stesso tempo lo stesso governo promuove l’importazione di centinaia di altri ortaggi e cibi dall’estero, o per lo meno non fa nulla per limitarla, mettendo così in difficoltà le produzioni nostrane.
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