giovedì 3 Aprile 2025
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Un pianeta racconta come potrebbe essere la Terra fra 8 miliardi di anni

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Gelida, arida, totalmente inospitale per la vita e situata oltre l’orbita di Marte, ruotando intorno a un Sole ormai invecchiato e trasformato in una nana bianca: è il viaggio nel futuro offerto dalle immagini ottenute dal telescopio Keck e inserite in uno studio condotto da ricercatori dell’Università della California (UC) a Berkeley, sottoposto a revisione paritaria e pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Astronomy. Tali risultati sono stati ottenuti grazie alle analisi condotte su un pianeta simile al nostro e situato a 4.000 anni luce di distanza che, scoperto grazie a un raro fenomeno chiamato “microlensing”, ci permette di gettare uno sguardo verso il nostro futuro: sulla Terra l’umanità potrà rimanere al massimo per un altro miliardo di anni ma, come spiegano i ricercatori, con l’espansione del Sole potremmo spostarci e colonizzare le lune di Giove, che diventeranno potenzialmente abitabili e ricche di oceani.

Immagini dell’area dell’evento di microlensing, indicata da linee bianche perpendicolari, anni prima dell’evento (a), poco dopo il picco di ingrandimento della stella di sfondo nel 2020 (b) e nel 2023 dopo la sua scomparsa (c). Il sistema planetario con una nana bianca, un pianeta simile alla Terra e una nana bruna non può essere visto; il punto di luce in (c) proviene dalla stella sorgente di sfondo che non è più ingrandita. Credit: OGLE, CFHT, WM Keck Observatory

Il sistema, costituito da una nana bianca, da un pianeta simile alla Terra e da almeno un altro corpo celeste ancora da classificare, è stato scoperto grazie al fenomeno chiamato “microlensing”: si tratta di un evento in cui la luce di una stella lontana viene amplificata a causa di un oggetto interposto – in questo caso la nana bianca del sistema poi analizzato – che spesso, spiegano i ricercatori, permette agli astronomi di rilevare oggetti che altrimenti sarebbero invisibili. Secondo le analisi, il passaggio del sistema planetario davanti a una stella più grande ha aumentato la luce di quest’ultima di un fattore 1.000, rendendo nulla la possibilità di non notarlo. «Il microlensing si è trasformato in un modo molto interessante di studiare altri sistemi stellari che non possono essere osservati e rilevati con i mezzi convenzionali, vale a dire il metodo del transito o il metodo della velocità radiale. C’è un intero set di mondi che ora si stanno aprendo a noi attraverso il canale del microlensing, e ciò che è entusiasmante è che siamo sul punto di trovare configurazioni esotiche come questa», ha spiegato Joshua Bloom, astronomo dell’Università della California e coautore della ricerca. Gli studi successivi hanno mostrato che il corpo simile alla Terra si trovava a una distanza compresa tra 1 e 2 unità astronomiche dalla stella – ovvero circa il doppio della distanza Terra-Sole – e che presentava caratteristiche simili al nostro, consentendoci di inferire i diversi scenari possibili per il futuro del nostro pianeta.

È infatti noto che, nei prossimi miliardi di anni, il Sole si gonfierà come un pallone più grande dell’orbita terrestre odierna, inghiottendo Mercurio e Venere. Tuttavia, durante il processo perderà massa e offrirà ai pianeti come la Terra una piccola opportunità di sopravvivere “scappando”, ovvero ingrandendo l’orbita intorno al Sole. Alla fine però, gli strati esterni della gigante rossa saranno spazzati via per lasciare dietro di sé una densa nana bianca non più grande di un pianeta ma con la massa di una stella e, secondo le analisi effettuate, se la Terra sopravviverà entro quella data, probabilmente finirà in un’orbita doppia rispetto a quella attuale. «Non si sa se la vita possa sopravvivere sulla Terra durante quel periodo (di gigante rossa). Ma certamente la cosa più importante è che la Terra non venga inghiottita dal Sole quando diventa una gigante rossa. Questo sistema scoperto è un esempio di pianeta, probabilmente un pianeta simile alla Terra originariamente su un’orbita simile alla Terra, che è sopravvissuto alla fase di gigante rossa della sua stella ospite», ha affermato Jessica Lu, professoressa associata di astronomia presso la UC Berkeley e coautrice della ricerca. Tuttavia, anche se la Terra venisse inghiottita durante la fase di gigante rossa che inizierà entro un miliardo di anni, potrebbe esistere un rifugio situato nel sistema solare esterno: «Diverse lune di Giove, come Europa, Callisto e Ganimede, ed Encelado attorno a Saturno, sembrano avere oceani di acqua ghiacciata che probabilmente si scongeleranno man mano che gli strati esterni della gigante rossa si espandono. Quando il Sole diventerà una gigante rossa, la zona abitabile si sposterà attorno all’orbita di Giove e Saturno, e molte di queste lune diventeranno pianeti oceanici. Penso che, in quel caso, l’umanità potrebbe migrare là fuori», conclude Keming Zhang, un ex studente di dottorato presso l’UC Berkeley e anche lui coautore dello studio.

[di Roberto Demaio]

All’interno di un luogo che invecchia: lo spopolamento del Salento

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Secondo il rapporto Svimez del 2023, la popolazione italiana nel ventennio 2001-2022 è cresciuta di solo un milione e 858.000 individui, ma questo dato non riguarda l’intero paese, bensì denota un’ulteriore spaccatura tra Centro-Nord e Sud. La fascia centro-settentrionale della penisola, infatti, ha registrato una crescita di ben 2 milioni e 555.000 residenti, mentre il Sud ha segnato una decrescita di 698.000 unità. A questo dato, si aggiunge il fatto che nello stesso lasso di tempo, 2 milioni di persone hanno lasciato il Mezzogiorno, stabilendosi (81%) al nord, mentre soltanto la metà ha fat...

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Martinica, la Francia annuncia il coprifuoco nell’isola

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L’amministrazione dell’isola caraibica della Martinica, sotto dominio francese, ha annunciato un’estensione delle misure di sicurezza appena terminate «per garantire la sicurezza di persone e proprietà». La decisione arriva dopo le violente proteste della popolazione contro l’aumento del costo della vita. Le nuove misure includono un coprifuoco dalle 21:00 alle 5:00, in vigore fino al 21 ottobre. Le precedenti restrizioni, scadute ieri, lunedì 14 ottobre, prevedevano il divieto di acquisto di prodotti che potevano essere utilizzati per provocare incendi.

Il Tribunale conferma: a Milano c’è un sodalizio tra Cosa Nostra, Camorra e ‘Ndrangheta

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In Lombardia, le associazioni mafiose Cosa Nostra, Camorra e ‘Ndrangheta hanno sancito un “patto” per portare avanti all’unisono i loro affari criminali. Lo ha attestato il Tribunale del Riesame di Milano, chiamato a esprimere un giudizio sul ricorso di 79 dei protagonisti dell’inchiesta Hydra, nella cui cornice la Procura aveva spiccato ben 153 richieste d’arresto. Accogliendo le tesi dei pm, che un anno fa non erano state avallate dal GIP – che aveva dato l’ok all’arresto solo di 11 persone –, il Riesame ha ritenuto «ampiamente dimostrato che il sodalizio contestato abbia fatto effettivo, concreto, attuale e percepibile uso, anche con metodi violenti o minacciosi, della forza di intimidazione nella commissione di delitti come nella acquisizione del controllo e gestione di attività economiche», ovvero degli «ambiti di attività che, secondo il parametro normativo, tipizzano la natura mafiosa del gruppo». Al momento, il Riesame ha confermato l’associazione mafiosa per 13 soggetti, tra cui i vertici di Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra romana.

I giudici hanno dunque ufficialmente riconosciuto la presenza di un’alleanza tra le tre grandi consorterie mafiose dello Stivale in Lombardia, che era stata ampiamente documentata dalle ricostruzioni dei carabinieri del Nucleo investigativo di Milano in merito agli incontri tra i loro esponenti, interamente confluite nell’inchiesta Hydra. Al centro del “patto” vi sarebbero stati la gestione del traffico di droga, l’infiltrazione del tessuto economico e imprenditoriale della regione, il riciclaggio e le estorsioni. «Con il placet delle associazioni di riferimento», ha evidenziato il Riesame, demolendo l’impianto dell’ordinanza del gip, è nata «una collaborazione sistemica limitata, nei termini accertati, ad un certo contesto territoriale (quello lombardo), che ha prima di tutto in sé oltre che nelle azioni concrete una connotazione mafiosa, senza che ciò implichi né fusione tra associazioni mafiose né abiura della appartenenza mafiosa genetica». I giudici hanno inoltre evidenziato come l’associazione «non nasce dal nulla e non ha necessità di imporsi ex novo sul territorio conquistando dal nulla la propria fama criminale», dal momento che «il nome Fidanzati, il nome Rispoli, il nome Errante Parrino, il nome Nicastro avevano già conquistato una negativa notorietà proprio in quelle stesse zone». Infatti, il loro peso e la loro influenza sul territorio lombardo aveva prodotto negli anni «un clima di omertà e intimidazione, uno stato di soggezione che è tanto più eclatante nelle richieste di “sostegno” per piccoli e grandi problemi da parte di onesti cittadini».

Secondo le ipotesi avanzate dalla Procura, il “sistema mafioso lombardo” avrebbe riunito Cosa Nostra, ‘Ndrangheta e Camorra con l’obiettivo di gestire «risorse finanziare, relazionali ed operative, attraverso un vincolo stabile tra loro caratterizzato dalla gestione e ottimizzazione dei rilevanti profitti derivanti da sofisticate operazioni finanziarie realizzate mettendo in comune società, capitali e liquidità». All’interno dell’inchiesta figurano personaggi e cosche di grande spessore criminale. Per quanto riguarda la ‘Ndrangheta, ci sono il locale di Legnano – Lonate Pozzolo e le famiglie Iamonte e Romeo. Per la Camorra, a operare in Lombardia ci sarebbe il clan napoletano Senese, già radicatissimo a Roma. Cosa Nostra è invece rappresentata dal clan Fidanzati, in cui spiccano i nomi di Giuseppe e Stefano, rispettivamente figlio e fratello del capomafia Gaetano Fidanzati (condannato al Maxiprocesso di Palermo dopo essere stato accusato dai pentiti Buscetta e Contorno), le famiglie gelesi Nicastro e Rinzivillo, la cosca catanese dei Mazzei. Un aggregato criminale è poi riconducibile a elementi direttamente collegati al clan di Castelvetrano, che fu il feudo del superboss Matteo Messina Denaro. Tra questi, il suo parente Errante Parrino, i membri della famiglia Pace, organici ai trapanesi, il canicattese Gioacchino Amico, legato ai Senese, e gli imprenditori Rosario e Giovanni Abilone, che avrebbero messo a disposizione del network criminale circa 200 società per il riciclaggio di denaro.

[di Stefano Baudino]

Corruzione, arrestato in flagrante dirigente Sogei

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Ieri sera, a Roma, la Guardia di Finanza ha arrestato Paolo Iorio, direttore generale di Sogei – società in house controllata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze – e un imprenditore. Ai due è contestato il concorso in corruzione. L’arresto è avvenuto in flagranza di reato, dopo lo scambio di 15 mila euro. Secondo i pm, «a fronte di una serie di contratti stipulati con Sogei Spa», Iorio «si impegnava ad acquistare prodotti e servizi forniti dalle imprese per un valore complessivo di oltre 100 milioni di euro». Lo scambio di denaro fra i due, «dell’ordine di decine di migliaia di euro», avveniva «circa due volte al mese, almeno dal novembre 2023».

 

Desio: 400 euro di multa per aver esposto lo striscione “stop al genocidio”

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Una multa di 430 euro per avere esposto uno striscione con su scritto “Stop al genocidio”. È questa la storia che ha coinvolto Marco Borella, proprietario di Api e Nanni Apicoltura, allevamento d’api con sede a Caslino d’Erba, in Provincia di Como. Preparato il banchetto del miele in occasione del mercato settimanale di Desio, l’apicoltore è stato raggiunto da due carabinieri che gli hanno intimato di rimuovere lo striscione, pena la multa. Borella si è rifiutato di farlo, e dunque è stato redatto un verbale per “propaganda politica non autorizzata”. «Sarebbe stato ingiusto e umiliante accettare di rimuovere lo striscione per il quieto vivere, per continuare ad accettare il silenzio della nostra società» ha scritto il commerciante in un messaggio sui social; «Questa non è la lotta di Marco, ma è e deve essere ancora una lotta comune per tutte/i noi, condivisa e diffusa quanto più possibile». Questa assurda storia si colloca infatti in un contesto di sempre più stringente repressione del dissenso, specialmente per quanto riguarda le voci che si sollevano a favore della Palestina. E, continua Borella, «il dissenso disturba, il dialogo tra le persone impaurisce, e la richiesta di giustizia viene negata».

L’inaspettata visita dei carabinieri a Borella è avvenuta la mattina di ieri, lunedì 14 ottobre. L’apicoltore si trovava al mercato di Desio, dove aveva allestito il proprio banchetto del miele. Su di esso, aveva calato un lenzuolo bianco con su scritto in rosso in inglese “stop ai bombardamenti su Gaza. Stop al genocidio”. Quando i due carabinieri hanno chiesto all’apicoltore di rimuovere lo striscione perché costituiva “propaganda politica non autorizzata”, egli ha risposto di non essere d’accordo. «Era, è, la richiesta urgente, legittima e inascoltata, di porre fine a un massacro indiscriminato, un genocidio tremendo», ha puntualizzato Borella. La sua voleva essere «una richiesta di pace». Nonostante ciò, i carabinieri hanno proceduto con la redazione del verbale di contestazione e della conseguente multa da 430 euro. In un’intervista a Radio Popolare, il commerciante ha dichiarato di avere contattato il suo avvocato, e che farà ricorso contro il verbale. Nonostante ciò, si trova con le mani legate: quella di ieri non era la prima volta che esponeva il suo striscione, e la sua volontà sarebbe quella di continuare a farlo; «ma non posso prendermi il rischio di venire sanzionato per più di 400 euro ogni volta». Se l’intento era quello di impedire a Borella di esporre nuovamente il lenzuolo, insomma, la multa ha svolto egregiamente il suo compito.

«Ciò che mi è successo oggi purtroppo è indice di un clima politico pericoloso, fatto di intimidazioni e repressione del dissenso», ha scritto Borella. Quella di ieri, in effetti, non è la prima volta che le autorità si muovono per silenziare le voci che si alzano a favore della Palestina. A gennaio, l’educatore algerino Seif Bensouibat era stato colpito da una perquisizione domiciliare da parte della Digos ed era stato prima sospeso e poi licenziato dal liceo nel quale lavorava per il solo fatto di aver pubblicato contenuti sui social a sostegno della resistenza palestinese. Analogamente, è successo all’Imam di Bologna, Zulfiqar Khan, recentemente espulso dall’Italia per «motivi di sicurezza dello Stato», con l’accusa di fanatismo religioso. I divieti a manifestare vicinanza alla Palestina non toccano solo singoli individui, ma anche interi gruppi o eventi. Solo questo mese, è stata vietata la manifestazione nazionale di Roma del 5 ottobre, mentre a Udine, in occasione della partita di calcio Italia-Israele, è stato impedito a un corteo di sfilare vicino allo stadio, la cui zona circostante stato completamente militarizzato.

[di Dario Lucisano]

Migranti, 27 sbarchi e 1.000 arrivi in 24 ore

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Oltre mille arrivi in 27 distinti approdi nelle ultime 24 ore; è questo l’ultimo numero relativo ai migranti sbarcati in territorio italiano. A far superare quota 1.000 è stato l’arrivo, all’alba di oggi, di altri 48 migranti, aggiuntisi ai 960 di ieri, giunti in Italia in oltre 23 sbarchi. Gli ospiti stanno venendo trattenuti all’hotspot di contrada Imbriacola, a Lampedusa, dove ieri erano state trasferite 233 persone. Per questa mattina, invece, la prefettura di Agrigento ha disposto lo spostamento di 220 migranti a bordo di un traghetto di linea diretto a Porto Empedocle; nel pomeriggio, altri 168 migranti verranno imbarcati su un volo dell’Organizzazione internazionale per le Migrazioni diretto a Milano.

Il numero degli animali selvatici nel mondo è più che dimezzato in mezzo secolo

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Le popolazioni di animali selvatici stanno scomparendo a un ritmo allarmante, una situazione descritta come “catastrofica” dal WWF. L’analisi, basata su oltre 35.000 popolazioni di più di 5.000 specie diverse, mostra un declino globale del 73% negli ultimi 50 anni. Questa perdita sarebbe particolarmente grave in America Latina e nei Caraibi, dove alcune regioni hanno visto un crollo del 95%. Il Living Planet Index, curato dal WWF e dalla Zoological Society of London, e a cui hanno contributo oltre 125 esperti di tutto il mondo, traccia l’andamento delle popolazioni di vertebrati come anfibi, uccelli, mammiferi, rettili e pesci. I dati evidenziano che le popolazioni di acqua dolce sono le più colpite, con un calo medio dell’85%. Anche le popolazioni terrestri e marine hanno subito diminuzioni significative, rispettivamente del 69% e del 56%.

Secondo il rapporto, le specie più a rischio d’estinzione includono il gorilla di pianura orientale, il cui numero nel Parco Nazionale Kahuzi-Biega (Repubblica Democratica del Congo), ha visto un calo stimato dell’87% tra il 1994 e il 2015, principalmente a causa della caccia illegale, e il pappagallo cenerino in Ghana sud-occidentale, il cui numero è diminuito fino al 99% tra il 1992 e il 2014 a causa delle trappole usate per il commercio di uccelli selvatici e la perdita di habitat.

Le principali cause di questo declino sono legate al sistema alimentare e alle attività umane, con la distruzione degli habitat, lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, l’inquinamento e le specie invasive che esercitano una pressione costante sugli ecosistemi. La deforestazione e il cambiamento climatico, in particolare nelle regioni tropicali, sono altri fattori che contribuiscono a questa crisi.

La drastica riduzione della fauna selvatica non solo rappresenta una perdita significativa, ma compromette anche la stabilità degli ecosistemi, mettendone a rischio la sopravvivenza.

Ogni specie svolge infatti un ruolo unico e insostituibile nel mantenimento dell’equilibrio naturale. La scomparsa di una singola specie può innescare effetti a cascata sull’intero ecosistema. La fauna selvatica offre servizi ecosistemici fondamentali, come l’impollinazione, la regolazione del ciclo idrico e la decomposizione della materia organica, contribuendo alla conservazione della biodiversità. Quest’ultima è essenziale per la produttività e la resilienza degli ecosistemi, migliorando la loro capacità di resistere a eventi avversi come inondazioni, siccità e malattie.

Non tutto è però ancora del tutto perso: sappiamo anche che agendo sull’attività di conservazione delle specie possiamo allontanarci dal baratro. È stato infatti provato che terreni sterili con risaie abbandonate che vanno a fuoco ogni anno, degradati e privi di fauna selvatica possono essere completamente ripristinati e diventare un vero e proprio ecosistema per flora e fauna che aiuta le popolazioni locali: lo dimostra nello specifico uno studio sottoposto a revisione paritaria e pubblicato sulla rivista Tropical Natural History, che descrive l’impegno e i risultati ottenuti sull’isola del Borneo, in Indonesia, grazie ad un lavoro durato quasi 15 anni. Qui, dal 2009, un gruppo ambientalista locale e le comunità vicine collaborano per ripristinare i terreni seminando piante autoctone, estirpando le erbacce e irrigando la zona. Un impegno che ha portato ad un calo significativo della deforestazione e alla comparsa di oltre 47 specie di cui 18 a rischio estinzione.

[di Gloria Ferrari]

 

La Corea del Nord ha fatto esplodere parte delle strade intercoreane

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Il Comando dei capi di stato maggiore congiunti di Seul ha riferito che la Corea del Nord ha fatto saltare in aria le parti settentrionali della rete stradale intercoreana non più utilizzate, aggiungendo che la detonazione «è avvenuta intorno a mezzogiorno». La mossa, annunciata negli scorsi giorni, rappresenta un ulteriore segnale dell’intensificarsi delle tensioni tra Seul e Pyongyang. In risposta alle azioni della Corea del Nord, i militari sudcoreani hanno sparato alcuni colpi di avvertimento. Lo ha reso noto l’agenzia Yonhap, citando il Comando dei capi di stato maggiore di Seul.

L’Europa ci ha messo 4 giorni per decidere che è “preoccupata” dagli attacchi israeliani

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Dopo giorni di forti dichiarazioni, gravi condanne, e intenso dibattito, i ministri degli Esteri dell’Unione Europea sono riusciti a esprimere unitariamente la loro «grave preoccupazione» per le azioni israeliane in Libano, in particolare riguardo alla missione UNIFIL. Nella dichiarazione, non una parola è stata spesa sugli oltre 2.000 morti e sul milione di sfollati in Libano, né una nota a margine è stata fatta su Gaza. Anche la discussione che ha seguito la dichiarazione sembra essersi concentrata prevalentemente sulla condotta dell’esercito israeliano nei confronti di UNIFIL. In sede di conferenza stampa, Josep Borrell, Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’UE, è apparso con le mani legate: «Non basta dire che il diritto umanitario debba essere rispettato», bisogna farlo rispettare. Eppure, quando si tratta di compiere azioni concrete affinché questo avvenga, sembra non esserci nulla da fare. «Preferirei poter rilasciare una dichiarazione più velocemente», ha detto Borrell, ma i ministri sono divisi: se alcuni chiedono un embargo di armi nei confronti di Tel Aviv, c’è ancora chi, dopo decine di migliaia di morti, «chiede che vengano consegnate più armi a Israele».

Malgrado il coro unanime di condanne che Israele ha attirato su di sé dopo i suoi continui attacchi al contingente UNIFIL, la forte presa di posizione dei grandi leader europei sembra starsi rivelando un fuoco di paglia. La dichiarazione del Consiglio per gli Affari Esteri dell’UE, pubblicata nelle ultime ore di domenica 13 luglio, tratta esclusivamente della situazione in Libano, ignorando completamente il resto del Medio Oriente. Il tema principale del documento è costituito proprio dagli attacchi israeliani all’UNIFIL, sui quali i 27, dopo quattro giorni di discussione, sono finalmente riusciti a manifestare nero su bianco il proprio disappunto. Ironicamente, dei ben più gravi attacchi alla missione internazionale avvenuti la stessa domenica non vi è stata alcuna menzione, né nella dichiarazione, né prima della conferenza stampa, né durante il colloquio con i giornalisti. Josep Borrell sembra essere consapevole della a tratti tragicomica situazione delle istituzioni europee quando si tratta di criticare Israele: «Ci vuole troppo tempo per dire alcune cose che sono abbastanza evidenti. È evidente che dovremmo essere contrari agli attacchi israeliani contro l’UNIFIL, soprattutto perché i nostri soldati sono lì», ha risposto a un giornalista; «sarei lieto se gli Stati membri riuscissero a raggiungere un accordo in merito più rapidamente». Intanto, l’ONU ha dichiarato che non intende spostare i propri caschi blu.

A rendere grottesco lo scenario europeo non basta il fatto che, di fronte a immagini di morti bruciati vivi, l’UE discuta sulle telecamere rotte dell’UNIFIL, ma si aggiunge anche la quasi totale assenza di voci – a eccezione delle solite Irlanda e Spagna – che chiedano di fare qualcosa di concreto. Interrogato in merito alla proposta di rivedere gli accordi di Associazione con Israele avanzata da Dublino e Madrid, Borrell ha dichiarato che proverà a fare quel che può perché «il Consiglio si assuma le sue responsabilità», suggerendo tuttavia che l’emergere di una decisione in tempi celeri sia improbabile. «Il fatto che Israele soddisfi il lato politico dell’Accordo di Associazione è», infatti, «un elemento di competenza del Consiglio, non della Commissione», ha puntualizzato Borrell. Le norme europee sugli accordi di scambio impongono che i patti multilaterali si svolgano nel pieno rispetto dei diritti umani, e l’Accordo UE-Israele non fa eccezione. Borrell ha dichiarato senza mezzi termini che «il diritto umano è sotto le macerie a Gaza», ma, nonostante ciò, i 27 sembrano voler fare poco affinché esso venga rispettato.

Nel frattempo, l’escalation di violenza prosegue: lunedì, l’esercito israeliano ha effettuato il suo primo attacco nel nord del Libano, colpendo la città di Aitou, a maggioranza cristiana. L’attacco ha colpito una casa di sfollati e ha ucciso almeno 21 persone. Continuano, inoltre, i raid nel sud del Paese e nella valle della Bekaa, così come l’invasione terrestre. Domenica, invece, Hezbollah ha lanciato una vasta offensiva con droni su una base militare a Binyamina, a sud di Haifa. L’attacco, indirizzato contro la Brigata d’élite Golani, ha causato la morte di 4 persone e decine di feriti. Ieri, inoltre, il movimento libanese ha attaccato Tel Aviv. A Gaza aumentano i morti dell’assedio nel nord, dove solo ieri le IDF hanno ucciso 29 persone. Dall’escalation del 7 ottobre, l’esercito israeliano ha ucciso direttamente almeno 42.289 persone, anche se il numero di morti totale potrebbe superare le centinaia di migliaia di vittime, come sostenuto da un articolo della rivista scientifica The Lancet, e dalla recente lettera di medici volontari nella Striscia.

[di Dario Lucisano]