Due vigili del fuoco sono stati uccisi e un terzo è rimasto gravemente ferito in un’imboscata a colpi d’arma da fuoco nell’Idaho settentrionale, mentre tentavano di spegnere un incendio boschivo. L’agguato è avvenuto domenica a Canfield Mountain, vicino a Coeur d’Alene. Secondo lo sceriffo della contea di Kootenai, Bob Norris, l’incendio sarebbe stato appiccato intenzionalmente dal sospettato, poi trovato morto dopo ore di scontri con le forze dell’ordine. Il movente è ignoto. Sono intervenuti oltre 300 agenti, inclusi elicotteri con cecchini. L’uomo avrebbe usato un fucile sportivo ad alta potenza per colpire rapidamente i soccorritori.
1.600 scienziati chiedono all’Europa di fare di più per tutelare la biodiversità
Oltre 1.600 scienziati europei hanno firmato una lettera aperta, promossa da Scientists for Future Austria, per chiedere alla Commissione europea un aumento deciso dei fondi per la biodiversità nel prossimo Quadro finanziario pluriennale. Attualmente, oltre l’80% degli habitat dell’Unione è in condizioni «cattive» o «scadenti». Il divario stimato tra le necessità e gli stanziamenti è di 19 miliardi di euro l’anno. L’obiettivo UE di destinare il 10% del bilancio alla biodiversità entro il 2027 appare difficile da raggiungere. Senza nuovi investimenti, affermano i firmatari, saranno compromessi gli impegni del Green deal e la resilienza economica dell’Europa.
L’appello arriva mentre l’Unione europea si prepara a pubblicare, il 16 luglio 2025, la prima bozza del prossimo Quadro finanziario pluriennale (Qfp), che stabilirà le priorità di spesa dell’Ue per il periodo 2028–2034. «Sebbene il QFP 2021-2027 abbia segnato un passo avanti – si legge nella lettera – la biodiversità riceve ancora solo una frazione del bilancio dell’UE. Attualmente, il 6 per cento del bilancio dell’UE sostiene obiettivi relativi alla biodiversità, compresi i finanziamenti del piano di ripresa NextGeneration EU. L’UE si era impegnata ad aumentare questa quota al 7,5 per cento nel 2024 e ulteriormente al 10 per cento entro il 2026-2027». Eppure, il divario tra risorse disponibili e necessità resta ampio: «gli attuali livelli di spesa rimangono ben al di sotto di quanto necessario per colmare il deficit di finanziamento e persino l’obiettivo di finanziamento del 10 per cento sarà difficile da raggiungere», scrivono gli scienziati. Mancano infatti all’appello 19 miliardi di euro l’anno.
Secondo gli scienziati, l’attuale mancanza di risorse destinate alla protezione degli ecosistemi compromette gli obiettivi del Green Deal europeo, la sicurezza alimentare e la resilienza dell’Europa di fronte a crisi future. Nonostante una maggiore consapevolezza politica, la biodiversità resta fortemente sottorappresentata nel bilancio Ue. L’80% degli habitat europei è in condizioni «cattive» o «scadenti» e il degrado degli ecosistemi intacca i servizi essenziali da cui dipendono l’agricoltura, l’approvvigionamento idrico, la protezione dal clima estremo e il benessere umano. Il World Economic Forum stima che oltre la metà del PIL globale dipenda in larga parte dalla natura, mentre la perdita di biodiversità figura al secondo posto tra i rischi globali a lungo termine nel suo Global Risks Report 2025. Per gli scienziati, un mancato intervento non solo aggraverebbe il collasso ecologico, ma metterebbe a rischio la stessa competitività futura dell’Unione.
Dato il contesto, gli studiosi chiedono alla Commissione un cambio di rotta urgente. Tra le altre misure, si sollecitano «finanziamenti dedicati e ben finanziati per la biodiversità nel prossimo QFP e una continuazione del programma LIFE, con una destinazione chiara e indipendente, distinta dalla spesa generale per l’ambiente o il clima», «soglie di spesa per la biodiversità nei piani di investimento nazionali» e «requisiti rigorosi basati sulle prestazioni che includano risultati positivi per la natura per i grandi investimenti, in particolare infrastrutturali». Si chiede inoltre la piena attuazione di un principio rafforzato di «non arrecare danno significativo» in settori specifici e il «blocco dei fondi in caso di violazione del principio, insufficiente attuazione del diritto ambientale dell’UE o violazione degli obiettivi e delle tappe fondamentali della politica ambientale». In ultimo, si chiede «l’istituzione di un Fondo dedicato al Ripristino della Natura» e garanzie affinché «i finanziamenti dell’UE per lo sviluppo strategico non vadano a scapito delle aree protette, della connettività ecologica o della salute degli ecosistemi a lungo termine».
Uno studio pubblicato l’anno scorso su Nature ha identificato nella perdita di biodiversità la principale causa ambientale che favorisce la diffusione e la pericolosità delle malattie infettive. La ricerca, una vasta meta-analisi basata su 2.938 osservazioni relative a 1.497 combinazioni ospite-parassita in quasi tutti i continenti, mostra che tra i principali fattori di cambiamento globale, la scomparsa di specie è quella che più aumenta il rischio epidemico. Seguono, in ordine d’impatto, i cambiamenti climatici, l’inquinamento chimico e l’introduzione di specie aliene. I ricercatori hanno sottolineato che molti fattori ambientali sono interconnessi: ad esempio, i cambiamenti climatici e l’inquinamento contribuiscono alla frammentazione degli habitat, aggravando così la perdita di biodiversità e, di conseguenza, il rischio di nuove epidemie.
L’Ucraina si ritirerà dalla Convenzione di Ottawa: via libera alle mine antiuomo
Dopo Finlandia, Polonia, e Paesi baltici, anche l’Ucraina ha annunciato la propria intenzione di uscire dalla Convenzione di Ottawa contro l’utilizzo delle mine antiuomo. La scelta, si legge in una nota del ministero degli Esteri di Kiev, arriva per fronteggiare «l’asimmetrico vantaggio» bellico che il presunto utilizzo di tali armamenti avrebbe dato alla Russia nel conflitto in corso. Prima di entrare effettivamente in vigore, la decisione dovrà essere ratificata dal parlamento ucraino, nonché attendere sei mesi dall’invio della pratica al Segretario generale delle Nazioni Unite. Dopo tale periodo, il Paese potrà uscire dal Trattato, ma se dovesse ancora trovarsi in stato di guerra sarà ancora tenuto a rispettarne gli obblighi. La Convenzione di Ottawa è stata ratificata nel 1997 da oltre 160 Paesi (tra cui la Russia non è inclusa), con lo scopo di porre fine alle sofferenze e alle vittime causate dalle mine antiuomo. Tale armamento, infatti, causa danni devastanti su civili e territorio, anche in tempi non di guerra, ed è ancora oggi responsabile di migliaia di morti all’anno.
Zelensky ha firmato il decreto per ritirarsi dalla Convenzione di Ottawa ieri, domenica 29 giugno. Nella nota del ministero degli Esteri ucraino, il Paese sottolinea che da quando ha ratificato il trattato nel 2005, le condizioni di sfondo sono mutate e che la Russia «dal 2014, ha fatto ampio uso delle mine antiuomo come metodo di guerra». Kiev, continua la nota, si sarebbe così ritrovata «in una situazione iniqua e ingiusta che limita il suo diritto all’autodifesa, come sancito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite». Per tale motivo, «l’Ucraina ha preso la difficile ma necessaria decisione politica di interrompere l’attuazione degli obblighi irrilevanti previsti dalla Convenzione di Ottawa», esattamente come fatto da altri cinque Paesi confinanti con Russia e Bielorussia. Tale scelta viene giudicata «necessaria e proporzionata ai livelli di minaccia» che la Russia rappresenterebbe: «La comunità internazionale deve comprendere che la situazione della sicurezza regionale è notevolmente peggiorata da quando l’Ucraina e questi Stati hanno aderito alla Convenzione di Ottawa».
Di mine antiuomo in Ucraina si era già parlato lo scorso novembre, quando l’allora presidente USA Biden prese la decisione di inviare a Kiev proprio un carico di tale armamento. Con il decreto di ieri, l’Ucraina diventa il sesto Paese europeo ad annunciare le sue intenzioni di uscire dalla Convenzione di Ottawa nell’arco di una manciata di mesi; come l’Ucraina, tutti i Paesi che lo hanno fatto, ossia Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania e Finlandia, hanno motivato la loro scelta facendo riferimento a una presunta minaccia di Mosca. Perché esso diventi valido, si deve attendere in primo luogo la conferma da parte del parlamento ucraino; il Paese sarà poi tenuto a mandare la richiesta di ritiro e le motivazioni di tale decisione agli altri Stati firmatari del Trattato, al Consiglio di Sicurezza dell’ONU e al Depositario della Convenzione, ossia il Segretario generale delle Nazioni Unite. Come sancito dall’articolo 20 del Trattato, il “recesso avrà effetto solo sei mesi dopo il ricevimento dello strumento di recesso da parte del Depositario. Tuttavia, se alla scadenza di tale periodo di sei mesi lo Stato Parte che recede è impegnato in un conflitto armato, il recesso non avrà effetto prima della fine del conflitto armato”.
Nonostante siano passati oltre 27 anni dalla convenzione di Ottawa, le mine antiuomo non hanno cessato di essere un problema per il mondo. Secondo il rapporto 2024 dell’osservatorio Landmine Monitor, nel solo 2023 le mine antiuomo hanno ucciso e ferito almeno 5.757 persone, mentre dal 1999 a oggi le vittime sono state 114.228, di cui 91.011 civili. Oltre a uccidere migliaia di civili anni dopo la fine dei conflitti, le mine antiuomo causano grossi problemi al territorio, che diventa inutilizzabile sia dal punto di vista agricolo che da quello edilizio. La stessa Ucraina risulta uno dei Paesi più minati al mondo: a causa del conflitto in corso, riporta Landmine Monitor, quasi un terzo del territorio risulta a rischio contaminazione, e dovrà venire sottoposto a esami per valutare le condizioni del terreno; solo nel 2023, inoltre, il Paese ha registrato almeno 580 vittime per mine antiuomo tra morti e feriti. Dal 2022 a oggi, tanto Mosca quanto Kiev sono state accusate di avere impiegato mine antiuomo nel corso della guerra. Human Rights Watch ritiene di avere le prove che la Russia abbia ricoperto i territori ucraini conquistati di mine, e di avere il sospetto che anche l’Ucraina abbia fatto ricorso a tali armamenti.
Turchia: 30 arresti per il pride
La polizia turca ha arrestato almeno 30 persone nel centro di Istanbul mentre cercavano di partecipare a una marcia per la settimana del Pride. A dare la notizia è Kezban Konukcu, un parlamentare del partito filo-curdo DEM che ha partecipato al corteo. L’ufficio del governatore di Istanbul aveva precedentemente dichiarato la marcia illegale e ha affermato che i gruppi che promuovevano l’evento operavano «illegalmente». Le manifestazioni per il Pride sono annualmente bandite e represse dalle autorità turche; nonostante ciò, i gruppi di attivisti continuano a organizzare ogni anno cortei e manifestazioni.
Canada: revocata la tassa sui servizi digitali
Il Canada ha revocato la tassa sui servizi digitali, che colpiva le aziende tecnologiche statunitensi, per favorire i negoziati con gli Stati Uniti sulla questione dei dazi. Da quanto si legge in una nota del Ministero delle Finanze canadese, il Primo Ministro canadese Mark Carney e il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump riprenderanno i negoziati commerciali per raggiungere un accordo entro il 21 luglio. La revoca della tassa arriva poche ore prima della sua entrata in vigore, in un momento di stallo nei negoziati causato proprio dall’interruzione delle trattative da parte di Trump come ritorsione per la tassa.
Massacri a Gaza, oltre 85 morti in sole 24 ore
Secondo il Ministero della Salute di Gaza, solo nelle ultime 24 ore si contano almeno 85 morti e 365 feriti a Gaza a causa degli attacchi dell’esercito israeliano. In totale, dal 7 ottobre 2023 si contano almeno 56.500 palestinesi rimasti uccisi e 133.419 feriti nei raid dell’IDF. Numerose vittime restano sotto le macerie, irraggiungibili per ambulanze e soccorritori, ha riferito il Ministero. Le fonti locali riportano che tra i morti in seguito agli attacchi condotti all’alba c’è anche un operatore umanitario. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa segnala inoltre almeno 66 bambini morti per malnutrizione durante il conflitto nella Striscia di Gaza.
Roma, 15mila persone in piazza con “Schierarsi” per Gaza
Oltre 15mila persone hanno partecipato a Roma, in piazza di Porta San Paolo, alla manifestazione “Non in mio nome, dalla parte del popolo palestinese”, promossa dall’associazione Schierarsi, di cui è vicepresidente l’ex deputato Alessandro Di Battista. L’evento ha unito artisti, attivisti e cittadini in un’iniziativa di solidarietà con Gaza e Cisgiordania, con raccolta fondi per Medici Senza Frontiere. Sul palco si sono alternati Ghali, Silvestri, Mannarino, Vicario, Ovadia, Jebreal e altri, tra musica, testimonianze e appelli politici. Ha chiuso l’attivista Maya Issa, presidente degli studenti palestinesi in Italia. La piazza ha gridato unita: “Palestina libera!”, sventolando bandiere italiane insieme a quelle palestinesi.
Radar Linate ko: stop voli Nord‑Ovest, ora traffico tornato alla normalità
Un guasto al centro radar Enav di Milano Linate ha paralizzato per circa due ore ieri, sabato 28 giugno, lo spazio aereo del Nord‑Ovest (Liguria, Piemonte, Lombardia, Valle d’Aosta), bloccando ogni volo tra Milano, Torino, Modena e Pisa. A partire dalle 20:40, oltre 300 rotte in partenza o in arrivo a Milano, Bergamo, Genova e Torino sono state cancellate, ritardate o dirottate, con migliaia di passeggeri coinvolti e disagi anche negli scali limitrofi. Enav ha sospeso temporaneamente partenze e arrivi per motivi di sicurezza, risolvendo il problema di trasmissione dati poco dopo le 22:00. Entro le 7 di oggi il traffico aereo è tornato alla normalità.
Il G7 ai piedi di Trump: la global tax varrà per tutti, tranne le multinazionali USA
Il vertice dei leader del G7 si è risolto in una resa incondizionata di fronte alle richieste di Washington: l’imposta minima globale sui profitti delle grandi multinazionali, varata nel 2021 per limitare l’elusione fiscale, verrà applicata a tutti gli Stati membri, ma non alle aziende statunitensi. L’accordo nasce al fine di scongiurare le “revenge tax” promesse da Donald Trump, ovvero le “tasse di vendetta” nei confronti delle aziende che fanno affari con gli USA e che provengono dai Pesi che applicano la global minimum tax. Sebbene l’OCSE abbia evidenziato che, affinché sia effettiva, la scelta dovrà essere ratificata dai 147 Stati che lo compongono, la strada sembra ormai spianata, con i Paesi componenti o partner dell’Alleanza Atlantica sempre più genuflessi ai diktat nordamericani.
I Paesi del G7 — Stati Uniti, Canada, Giappone, Regno Unito, Germania, Francia e Italia — hanno concordato di escludere le aziende statunitensi dal pagamento della global minimum tax, l’imposta minima del 15 % sui profitti delle grandi multinazionali entrata in vigore lo scorso anno. Questo “side-by-side system” è stato introdotto per evitare l’entrata in vigore della Sezione 899 del disegno di legge fiscale Usa One Big Beautiful Bill Act (OBBBA), la cosiddetta “tassa sulla vendetta” che avrebbe colpito le imprese straniere attive negli Stati Uniti. L’intesa è stata salutata da Scott Bessent, Segretario al Tesoro Usa, come un modo per «garantire maggiore stabilità e certezza al sistema fiscale internazionale in futuro», e riceve il supporto ufficiale del Dipartimento del Tesoro: «Non vediamo l’ora di discutere e sviluppare questa intesa all’interno del Quadro inclusivo», recita un comunicato.
La global minimum tax, frutto di una negoziazione globale sotto l’egida dell’OCSE, mirava in particolare ad arginare lo strapotere fiscale delle grandi aziende multinazionali – soprattutto statunitensi -, l’elusione fiscale e il fenomeno dell’offshoring. Il cancelliere del Regno Unito Rachel Reeves ha affermato sabato che il G7 ha concordato che «c’è ancora molto lavoro da fare per contrastare la pianificazione fiscale aggressiva e l’elusione fiscale e garantire condizioni di parità», aggiungendo che «il contesto più adatto affinché questo lavoro possa svolgersi è senza la prospettiva di una tassazione di ritorsione che incombe su questi colloqui, quindi la rimozione della Sezione 899 è benvenuta».
Ora però, benché il G7 affermi che il nuovo sistema «riconosce le attuali leggi statunitensi in materia di imposta minima», resta da chiarire se e in che modalità questa deroga potrà estendersi al di là dei sette. Il prossimo passaggio spetterà infatti all’OCSE, dove l’intesa dovrà essere ratificata dai 147 Paesi partecipanti all’Inclusive Framework. Mathias Cormann, Segretario Generale dell’organizzazione, ha indicato che la deroga USA rappresenta «un’importante pietra miliare nella cooperazione fiscale internazionale», ma ha avvertito che il successo finale dipenderà dall’adesione dei governi che finora non hanno preso una posizione definitiva. Più cauto Manal Corwin, responsabile della divisione fiscale dell’OCSE, il quale ha evidenziato come la dichiarazione non sia vincolante e che «il G7 da solo non può prendere questa decisione».
La rivendicazione di Trump, che a gennaio aveva escluso unilateralmente gli Stati Uniti dall’intesa del 2021, ha dunque avuto la meglio: le grandi multinazionali Usa continueranno a godere di un trattamento di favore, accentuando lo squilibrio tra Nord e Sud del pianeta e indebolendo la lotta globale contro l’elusione e la concorrenza fiscale sleale. Si tratta, in fin dei conti, dell’ennesima iniziativa con la quale i Paesi alleati si sono dimostrati proni agli Stati Uniti. Ciò è stato plasticamente visibile negli ultimi tempi con gli attacchi all’Iran, mascherati dal punto di vista politico-mediatico come operazioni di «guerra difensiva», così come con l’innalzamento delle spese militari al 5% nei Paesi NATO. Il cui segretario generale Rutte, commentando l’approccio comunicativo del presidente USA in relazione al conflitto in Medio Oriente, si è addirittura spinto a chiamarlo in pubblico «paparino».







