giovedì 3 Aprile 2025
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L’Europa ci ha messo 4 giorni per decidere che è “preoccupata” dagli attacchi israeliani

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Dopo giorni di forti dichiarazioni, gravi condanne, e intenso dibattito, i ministri degli Esteri dell’Unione Europea sono riusciti a esprimere unitariamente la loro «grave preoccupazione» per le azioni israeliane in Libano, in particolare riguardo alla missione UNIFIL. Nella dichiarazione, non una parola è stata spesa sugli oltre 2.000 morti e sul milione di sfollati in Libano, né una nota a margine è stata fatta su Gaza. Anche la discussione che ha seguito la dichiarazione sembra essersi concentrata prevalentemente sulla condotta dell’esercito israeliano nei confronti di UNIFIL. In sede di conferenza stampa, Josep Borrell, Alto Rappresentante per gli Affari Esteri dell’UE, è apparso con le mani legate: «Non basta dire che il diritto umanitario debba essere rispettato», bisogna farlo rispettare. Eppure, quando si tratta di compiere azioni concrete affinché questo avvenga, sembra non esserci nulla da fare. «Preferirei poter rilasciare una dichiarazione più velocemente», ha detto Borrell, ma i ministri sono divisi: se alcuni chiedono un embargo di armi nei confronti di Tel Aviv, c’è ancora chi, dopo decine di migliaia di morti, «chiede che vengano consegnate più armi a Israele».

Malgrado il coro unanime di condanne che Israele ha attirato su di sé dopo i suoi continui attacchi al contingente UNIFIL, la forte presa di posizione dei grandi leader europei sembra starsi rivelando un fuoco di paglia. La dichiarazione del Consiglio per gli Affari Esteri dell’UE, pubblicata nelle ultime ore di domenica 13 luglio, tratta esclusivamente della situazione in Libano, ignorando completamente il resto del Medio Oriente. Il tema principale del documento è costituito proprio dagli attacchi israeliani all’UNIFIL, sui quali i 27, dopo quattro giorni di discussione, sono finalmente riusciti a manifestare nero su bianco il proprio disappunto. Ironicamente, dei ben più gravi attacchi alla missione internazionale avvenuti la stessa domenica non vi è stata alcuna menzione, né nella dichiarazione, né prima della conferenza stampa, né durante il colloquio con i giornalisti. Josep Borrell sembra essere consapevole della a tratti tragicomica situazione delle istituzioni europee quando si tratta di criticare Israele: «Ci vuole troppo tempo per dire alcune cose che sono abbastanza evidenti. È evidente che dovremmo essere contrari agli attacchi israeliani contro l’UNIFIL, soprattutto perché i nostri soldati sono lì», ha risposto a un giornalista; «sarei lieto se gli Stati membri riuscissero a raggiungere un accordo in merito più rapidamente». Intanto, l’ONU ha dichiarato che non intende spostare i propri caschi blu.

A rendere grottesco lo scenario europeo non basta il fatto che, di fronte a immagini di morti bruciati vivi, l’UE discuta sulle telecamere rotte dell’UNIFIL, ma si aggiunge anche la quasi totale assenza di voci – a eccezione delle solite Irlanda e Spagna – che chiedano di fare qualcosa di concreto. Interrogato in merito alla proposta di rivedere gli accordi di Associazione con Israele avanzata da Dublino e Madrid, Borrell ha dichiarato che proverà a fare quel che può perché «il Consiglio si assuma le sue responsabilità», suggerendo tuttavia che l’emergere di una decisione in tempi celeri sia improbabile. «Il fatto che Israele soddisfi il lato politico dell’Accordo di Associazione è», infatti, «un elemento di competenza del Consiglio, non della Commissione», ha puntualizzato Borrell. Le norme europee sugli accordi di scambio impongono che i patti multilaterali si svolgano nel pieno rispetto dei diritti umani, e l’Accordo UE-Israele non fa eccezione. Borrell ha dichiarato senza mezzi termini che «il diritto umano è sotto le macerie a Gaza», ma, nonostante ciò, i 27 sembrano voler fare poco affinché esso venga rispettato.

Nel frattempo, l’escalation di violenza prosegue: lunedì, l’esercito israeliano ha effettuato il suo primo attacco nel nord del Libano, colpendo la città di Aitou, a maggioranza cristiana. L’attacco ha colpito una casa di sfollati e ha ucciso almeno 21 persone. Continuano, inoltre, i raid nel sud del Paese e nella valle della Bekaa, così come l’invasione terrestre. Domenica, invece, Hezbollah ha lanciato una vasta offensiva con droni su una base militare a Binyamina, a sud di Haifa. L’attacco, indirizzato contro la Brigata d’élite Golani, ha causato la morte di 4 persone e decine di feriti. Ieri, inoltre, il movimento libanese ha attaccato Tel Aviv. A Gaza aumentano i morti dell’assedio nel nord, dove solo ieri le IDF hanno ucciso 29 persone. Dall’escalation del 7 ottobre, l’esercito israeliano ha ucciso direttamente almeno 42.289 persone, anche se il numero di morti totale potrebbe superare le centinaia di migliaia di vittime, come sostenuto da un articolo della rivista scientifica The Lancet, e dalla recente lettera di medici volontari nella Striscia.

[di Dario Lucisano]

In Portogallo basteranno pochi euro per viaggiare sulla rete ferroviaria nazionale

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Il Portogallo ha introdotto un nuovo abbonamento ferroviario mensile, il Green Rail Pass, che permette a turisti e residenti di viaggiare illimitatamente sulla rete ferroviaria nazionale per 20 euro al mese. L'abbonamento è valido per 30 giorni, ma è possibile acquistarlo anche per periodi di 60 e 90 giorni, rispettivamente al costo di 40 e 60 euro. La tessera può essere ricaricata in qualsiasi giorno del mese, rendendo la sua gestione particolarmente flessibile.
Questo pass consente di viaggiare su quasi tutte le linee urbane, regionali, interregionali e interurbane della compagnia ferroviari...

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UE, sanzionate 14 entità iraniane per sostegno alla Russia

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L’Unione Europea ha sanzionato 14 realtà iraniane per avere fornito supporto missilistico alla Russia. Di preciso, le misure hanno colpito 7 persone e 7 entità, tra cui il viceministro della Difesa, Seyed Hamzeh Ghalandari, alcuni funzionari del Corpo delle Guardie rivoluzionarie islamiche, e gli amministratori delegati delle società Iran Aircraft Manufacturing Industries e Aerospace Industries Organization. Tra le aziende sanzionate, figurano tre compagnie aeree, due fornitori di droni e due produttori di propellenti per razzi e missili. Le sanzioni includono il congelamento dei beni e il divieto di viaggiare nell’Unione Europea. Gruppi e individui europei, inoltre, non potranno condurre affari con loro.

Calcio, la nazionale israeliana in Italia: vietato protestare allo stadio

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Alle 20:45 di oggi, a Udine, la nazionale di calcio italiana scenderà in campo per affrontare la formazione israeliana, in un incontro valido per la Nations League. Numerose voci di protesta hanno chiesto che l’Italia prendesse una posizione, e che la partita non si svolgesse. Contro la presenza dell’undici di Tel Aviv, e in opposizione al patrocinio del Comune di Udine, che quest’ultimo ha deciso di concedere nonostante le richieste contrarie da parte dei cittadini, diverse organizzazioni hanno indetto un corteo, iniziato alle 17:00 in Piazza della Repubblica. La risposta del Comune non si è fatta attendere: in occasione della manifestazione, contro i dimostranti, è stato imposto un divieto assoluto di avvicinarsi allo stadio, e, parallelamente, è stata istituita una zona rossa militarizzata attorno all’impianto.

Le voci di protesta contro l’evento sportivo vanno avanti da mesi. A luglio, il Sindaco di Udine, Alberto Felice De Toni si era inizialmente rifiutato di concedere il patrocinio del Comune alla partita, attirando dure contestazioni da parte di politici e della regione. «La nostra scelta poteva essere diversa solo se ad oggi fosse stato annunciato un cessate il fuoco», aveva dichiarato De Toni. «Purtroppo così non è». Secondo il sindaco fornire il patrocinio «come se non esistesse una guerra» sarebbe stato come «mettere la testa sotto la sabbia». Solo qualche giorno fa, però, è avvenuto il cambio di rotta: il 9 ottobre, a meno di una settimana dalla partita, il sindaco ha cambiato idea, e ha deciso di concedere il patrocinio, nonostante la presa di posizione di tre mesi prima. La manifestazione in corso a Udine si è mossa anche per criticare l’incoerenza del primo cittadino, oltre che per denunciare la presenza della nazionale israeliana in città.

Il corteo è stato organizzato dalle comunità palestinesi di Friuli e Veneto, assieme ai Giovani Palestinesi, al comitato per la Palestina di Udine, e ai Ragazzi dell’Olivo di Trieste. La manifestazione è partita da Piazza della Repubblica per un percorso che, passando per Via Aquileia arriva a Piazza XX settembre, ben lontana dallo stadio. Nonostante ciò, la città è stata blindata. Le autorità hanno disposto posti di blocco all’ingresso della città e nei punti chiave, schierando circa un migliaio di agenti, in particolare nelle zone limitrofe allo stadio. Proprio le strade adiacenti alle aree d’accesso alla struttura sono state chiuse al traffico sin dalla mattina, e in questo stesso momento stanno venendo effettuati controlli stringenti sugli spettatori.

Un’analoga richiesta di interdire agli atleti israeliani di partecipare a un evento sportivo era emersa in occasione delle ultime Olimpiadi. Tale rivendicazione era portata avanti dal gruppo Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni ai sensi della Convenzione internazionale contro l’apartheid nello sport, un documento redatto nel 1985 sulla scia della precedente Dichiarazione contro l’apartheid nello sport del 1977, concepita per affermare la piena condanna internazionale all’apartheid in Sudafrica. La Convenzione e la Dichiarazione sono due documenti sui quali si fonda l’intero universo del diritto sportivo, e sono alla base della concezione dello sport come mezzo di promozione dei diritti umani. Le due carte condannano fermamente le violazioni di quei valori generalmente riconosciuti come universali, tanto da stabilire che chiunque se ne macchi dovrebbe venire escluso dalle competizioni sportive; allo stesso Sudafrica fu impedito di partecipare alle Olimpiadi per anni per non avere riconosciuto l’apartheid. Le migliaia di persone scese in piazza oggi a Udine, intendono denunciare proprio questo: «La partita Italia Israele non ha soltanto un valore sportivo, ma rappresenta una scelta politica ben precisa, ovvero la legittimazione internazionale dello Stato di Israele e del suo operato», hanno scritto gli organizzatori; «Questa partita non deve trovare spazio né a Udine né altrove».

[Dario Lucisano]

Cosa sappiamo sui centri di detenzione per migranti in Albania

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Dopo mesi di polemiche, annunci e ritardi, sono entrati oggi ufficialmente in funzione i Centri per i migranti che il governo Meloni ha appaltato all'Albania. L'accordo, che costerà all'Italia quasi un miliardo di euro, ha la durata di cinque anni e potrà essere tacitamente rinnovato per altri cinque. Si tratta di un caso unico in Europa, in quanto è la prima volta che la gestione dei richiedenti asilo di uno Stato viene affidata a un Paese terzo. Secondo il ministro Piantedosi, sono già numerosi gli Stati membri che guardano al modello Italia-Albania con interesse. Il parere di numerosi esper...

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Ucraina: retate nei locali per stanare i renitenti alla leva militare

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Nel fine settimana, ufficiali di reclutamento dell’esercito ucraino hanno fatto irruzione in una sala concerti, in ristoranti e bar di Kiev per controllare i documenti di registrazione militare e trarre in arresto le persone ritenute non in regola. È quanto hanno riferito testimoni e media locali, che hanno diffuso online una serie di video in cui si vedono ufficiali di stanza fuori dagli ingressi intercettare vari uomini mentre escono dalle strutture, trattenendo con la forza molti di loro. I controlli sono stati effettuati al Palazzo dello Sport di Kiev, al centro commerciale Goodwine e presso il noto ristorante Avalon. Le incursioni delle forze dell’ordine per stanare i renitenti alla leva, che raramente si verificano nella capitale, riflettono il disperato bisogno dell’Ucraina di nuove reclute da impiegare nel conflitto contro la Russia.

I video degli arresti sono stati diffusi da alcuni media ucraini, tra cui Hromadske, citati da Associated Press. Gli ufficiali si sarebbero recati in vari punti nevralgici della movida della capitale ucraina, effettuando incursioni mirate. Dai filmati trasmessi è possibile vedere gli agenti fermare alcune persone in strada, alcune delle quali sono state arrestate. In sottofondo, si sentono le urla della folla che grida «vergogna» all’indirizzo delle forze dell’ordine. Testimoni oculari hanno riferito che la polizia ha controllato tutti i documenti degli uomini intercettati. Quelli che si sono rifiutati di mostrare le carte che li avrebbero esentati dal servizio militare, o i cui documenti sono stati giudicati non conformi a quanto previsto dalla legge, sono stati trascinati via. Un portavoce del Centro territoriale di reclutamento e supporto sociale di Kiev (TRSSC) ha dichiarato in seguito a Ukrinform che gli ufficiali di leva del centro di reclutamento hanno lavorato insieme agli ufficiali delle forze dell’ordine della Polizia nazionale per condurre le perquisizioni. Da tempo, i metodi utilizzati da molti uffici di arruolamento in Ucraina sono stati oggetto di inchieste, in particolare per i presunti abusi e violenze che i suoi funzionari avrebbero commesso nei confronti di civili e coscritti. Parallelamente, la magistratura ha portato avanti indagini incentrate su un dilagante fenomeno di corruzione che avrebbe segnato l’azione di centinaia di centri di reclutamento militare, con il coinvolgimento di funzionari degli uffici e di responsabili degli esami medici, finalizzato a permettere a numerosi coscritti di eludere il servizio militare.

In Ucraina è in vigore la legge marziale, secondo la quale tutti gli uomini ucraini aventi un’età compresa tra i 25 e i 60 anni possono essere arruolati e quelli tra i 18 e i 60 anni non possono lasciare il Paese. Una nuova norma entrata in vigore questa primavera impone inoltre a coloro che hanno diritto al servizio militare di inserire le proprie informazioni in un sistema online o affrontare sanzioni. In questo contesto, le forze dell’ordine hanno la facoltà di richiedere ai coscritti un documento di registrazione militare e un documento di identità, potendo anche verificare se le persone abbiano aggiornato i propri dati in conformità con le novità normative sulla mobilitazione. Se la polizia scopre che un coscritto è ricercato dall’ufficio di registrazione e arruolamento militare, è autorizzata a trattenere e consegnare il trasgressore al Commissariato Militare. Ad aprile, il servizio di guardia di frontiera del Paese ha dichiarato che almeno 30 uomini sono morti nel tentativo di fuggire dal Paese dall’inizio della guerra, spesso annegando nel tentativo di attraversare a nuoto fiumi in piena o morendo congelati sui passi di montagna. Da alcuni mesi, come già fatto precedentemente da Mosca, l’Ucraina ha iniziato a rilasciare migliaia di detenuti al fine di inserirli nell’esercito e inviarli al fronte, rimpinguando le brigate d’assalto.

[di Stefano Baudino]

Raid israeliano nel nord del Libano: 18 morti

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L’esercito israeliano ha effettuato il suo primo attacco contro la città di Aitou, a maggioranza cristiana, nel nord del Libano. Lo ha reso noto la Croce Rossa libanese, affermando che il bilancio del raid è di 18 morti e 4 feriti. Il sindaco di Aitou, Joseph Trad, ha riferito che l’attacco ha colpito una casa che era stata affittata a famiglie sfollate. Fino ad ora, le operazioni militari israeliane in libano si erano concentrate nel Sud, nella valle orientale della Bekaa e nella periferia di Beirut.

Tesla esibisce la sua visione del futuro e il titolo crolla in Borsa

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Nel weekend, Tesla ha subito un tracollo di circa il 9% del suo valore in Borsa. Il brusco calo è coinciso paradossalmente con un evento tenuto in pompa magna che avrebbe dovuto ravvivare e risvegliare il successo dell’azienda. Nei fatti, è accaduto l’esatto opposto: gli investitori, in attesa da mesi di novità rilevanti, sono rimasti delusi da ciò che è stato detto e mostrato, con il risultato che molti sono corsi ai ripari e hanno iniziato ad abbandonare la nave. Venerdì 11 ottobre, Tesla ha finalmente illustrato la sua visione del futuro in occasione dell’evento We, Robot tenutosi presso i Warner Bros. Studios californiani: robotaxi di lusso e droidi da compagnia. Le vetture autonome presentate sono state identificate come “Cybercab”, mezzi privi di volante e pedaliera pensati deliberatamente per il servizio al pubblico. Non solo, stando alle parole del dirigente e proprietario Elon Musk, questi veicoli rinunceranno del tutto all’attacco per la ricarica elettrica, facendo piuttosto affidamento esclusivo a pannelli a induzione. Una prospettiva a dir poco futuristica la cui produzione dovrebbe concretizzarsi «prima del 2027» e a cui è stato associato un prezzo di lancio inferiore ai 30.000 dollari.

Immagine del concept del Cybercab.

Su carta, tutto era straordinario: il clima era festoso, i toni entusiasti. I robot di Tesla, gli Optimus, camminavano e danzavano tra il pubblico, mentre le strade erano solcate da macchine e da “Robovan” privi di autista. Tutti i presenti celebravano le novità, soprattutto la notizia che a partire dall’anno prossimo Tesla abbia intenzione di iniziare a integrare la guida autonoma non supervisionata sui veicoli Model 3 e Model Y, a partire dalla California e dal Texas. Tuttavia, gli analisti e gli investitori non si sono lasciati coinvolgere dall’energia del momento, fin troppo consapevoli che Musk sia solito preoccuparsi più delle apparenze che della sostanza.

Il noto imprenditore promette ormai da nove anni l’avvento della guida autonoma e da almeno cinque offre rassicurazioni sul fatto che la sua azienda sia in procinto di lanciare la sua versione dei robotaxi. A suo dire, è sempre una questione di mesi, poi le scadenze si protraggono all’infinito. “Tendo a essere un po’ troppo ottimista nel definire il calendario”, ha ammesso sornionamente Musk. I tecnici e i finanziatori iniziano comprensibilmente a non fidarsi, ancor più che nella settimana precedente all’evento Tesla ha formalmente detto addio a quattro figure dirigenziali. Tra queste Daniel Ho, capo del vehicle programs, passato alla concorrente Waymo. La natura e gli scopi di We, Robot sono stati palesati dal contesto e dalla scenografia adottati dall’azienda: un set cinematografico in cui degli animatronics venivano controllati a distanza da operatori che si fingevano intelligenze artificiali. 

Clip promozionale di Optimus, il robot di Tesla.

Molta apparenza e branding, poca sostanza e nessuna possibilità di fare domande. A pesare grandemente sul riscontro in Borsa sono stati infatti gli enormi non detti. Tesla ha già avviato un confronto coi legislatori per discutere la fase di test dei veicoli autonomi? Qual è l’impatto pratico del rinunciare alla ricarica via cavo e perché usare un sistema tradizionalmente dispendioso e che danneggia le batterie? Quali sono le conseguenze normative derivanti dall’assenza di pedali e volante? Se un Cybercab dovesse essere al centro di un incidente mortale, chi sarà considerato responsabile dello stesso? Nel caso, sarà necessario ritirare e aggiornare tutti i modelli in circolazione? Finora, Tesla si è tutelata da buona parte delle conseguenze legali asserendo che, contrariamente alle sue stesse promesse pubblicitarie, i suoi veicoli non siano veramente a guida autonoma e che gli automobilisti devono comunque mantenere l’attenzione sulla strada, tuttavia l’introduzione di un sistema indipendente andrebbe a stravolgere questa strategia difensiva.

Alcuni investitori sono inoltre rimasti delusi dal fatto che Musk non abbia fornito alcun genere di informazione sullo stato di quelle ipotetiche automobili “economiche” che Tesla menziona da quasi dieci anni e che, secondo le ultime dichiarazioni, dovrebbero entrare in catena di montaggio a partire dal 2025. I Cybercab potrebbero forse incarnare quel fantomatico progetto, tuttavia sono innumerevoli gli analisti che mettono in dubbio che il mezzo possa essere realmente commercializzato al prezzo correntemente dichiarato, il che allontanerebbe definitivamente l’idea di poter distribuire un prodotto adatto anche alle masse.

[di Walter Ferri]

Nelle città spagnole non si fermano le proteste contro la speculazione immobiliare

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Nella giornata di ieri, 13 ottobre, hanno avuto luogo in Spagna numerose manifestazioni per protestare contro l’inattività del Governo in merito alla difesa del diritto all’abitare. Queste manifestazioni, che hanno avuto come punto di riferimento la grande concentrazione organizzata dal Sindacato delle Inquiline di Madrid, hanno visto la presenza di numerose organizzazioni sociali, sindacati e, in alcuni casi, di esponenti politici appartenenti ai partiti progressisti del paese, Podemos, Sumar e Izquierda Unida, che fin da subito hanno appoggiato le proteste e rivendicato la causa.

Il dibattito intorno alla tematica abitativa in Spagna non accenna a placarsi; secondo i dati aggiornati al mese di settembre del portale di annunci immobiliari Idealista, nella città di Barcellona il prezzo al metro quadro delle case in affitto ha visto un incremento in un solo mese del 3,5% e in un anno del 12,1%. Simile il caso di Madrid, dove si è potuto osservare un incremento annuale del 15,7%. Per quanto riguarda il prezzo al metro quadro delle abitazioni in vendita, la situazione risulta essere ancora più sconfortante, negli ultimi dieci anni il prezzo degli immobili della capitale spagnola è salito di circa il 56% di media (€4.756 al metro quadro) e nella città condale del 33% (€4.561).

Manifestanti nel Port Vell di Barcellona, foto di Armando Negro

La protesta dei sindacati ha investito la proposta di legge presentata dal PSOE in quanto considerata insufficiente e comunque affossata al Congresso il 17 settembre dal Partido Popular, da Vox e dal partito conservatore catalano Junts.

La proposta della ministra de vivienda Isabel Rodríguez, si fonda sull’idea di istituire un registro degli affitti brevi e turistici per il 2026 e, per quanto riguarda i nuovi alloggi destinati al turismo, propone di dare maggiore potere alle comunità condominiali al fine di controllare e impedire la nascita di nuovi appartamenti turistici. Questa possibilità, in realtà, è già presente, ma in questo caso si permetterebbe la chiusura di appartamenti dediti al turismo prima della rispettiva creazione.

Davanti alle grottesche dichiarazioni della ministra, che «si appella alla solidarietà dei proprietari», i sindacati in difesa del diritto all’abitare hanno chiesto le dimissioni e hanno organizzato le manifestazioni di domenica, per protestare contro una politica sempre più ambigua del Partito Socialista. Difatti, il Partito Socialista Catalano, al governo della Generalitat catalana, ha diffuso dei dati che presenterebbero la diminuzione del prezzo degli affitti nelle «zone di tensione». Questi dati, in realtà risultano essere parziali, in quanto prendono in considerazione esclusivamente gli affitti regolamentati, escludendo quindi la vastissima offerta di appartamenti turistici e a breve termine, che al contrario, non solo salgono di prezzo, ma si stanno gradualmente sostituendo agli immobili destinati all’affitto a lungo termine.

Lo striscione scritto in catalano recita: «Abbiamo esaurito la pazienza. Abbassiamo gli affitti». Foto di Armando Negro

Ciò che chiedono quindi i sindacati è la proposta di una legge completa, che preveda la regolarizzazione e l’istituzione di un limite al prezzo degli affitti. A questo riguardo, numerosi comuni del Paese Basco, tra i quali Errentería, stanno presentando le documentazioni al governo autonomico (governato dal Partito socialista e dal Partito Nazionalista Basco) per dichiararsi «zone di tensione» e poter applicare così la regolamentazione dei prezzi. 

A Barcellona, la manifestazione ha avuto inizio alle ore 12 nella Plaça de Correus, per poi spostarsi lungo le vie del Port Vell e il quartiere della Barceloneta. L’evento, organizzato dal Sindicat de Llogaters e da altre entità sindacali attive nella lotta alla difesa del diritto all’abitazione, si è unito alla protesta della Plataforma No a la Copa Amèrica. Un migliaio di persone, hanno sfilato con striscioni con critiche verso la Generalitat catalana e il sindaco di Barcellona, Jaume Collboni. 

«Ormai non ci fidiamo di nessun partito» mi spiegano Gloria e Victoria, due manifestanti. «Il governo centrale e catalano hanno troppi interessi economici per poter approvare una legge che difenda l’accesso alla casa».

Foto di Armando Negro

Attraverso cori, musica e performance artistiche, la Plataforma ha criticato aspramente la politica di Collboni, facendo riferimento alla scarsità di trasparenza e alla gestione del denaro pubblico, concentrando la lotta contro la possibilità di replicare l’evento velistico a Barcellona per l’edizione 2025. Come se non bastasse, l’evento inaugurale della competizione, che si è celebrato il 10 ottobre, secondo un’indagine del periodico catalano Critic, è costato 2,5 milioni di euro, per una durata di quaranta minuti.

«Noi protestiamo contro il turismo, i nomadi digitali, il progetto Marca Barcelona e i fondi di investimento che ci levano le case» afferma Gloria, mentre indossa la bandiera della Plataforma. 

La manifestazione madrilena, che ha visto la presenza di 12.000 persone, secondo le stime della delegazione del Governo di Madrid, e di alcune rappresentazioni politiche, come la deputata di Podemos Ione Belarra e l’europarlamentare Irene Montero, ha sfilato tra i punti nevralgici del centro della capitale spagnola, muovendo tra le varie richieste, l’istituzione di un organo supervisore atto al controllo in difesa del consumatore, la sospensione immediata delle licenze per gli appartamenti turistici nei quartieri con alta necessità di abitazioni e l’applicazione di una legge statale finalizzata alla regolamentazione dei prezzi, la riapprovazione dei contratti d’affitto a tempo indeterminato e la possibilità di indire «zone ad alta tensione» nelle Comunità autonome.

[di Armando Negro]  

Cina, via all’esercitazione militare vicino a Taiwan

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È cominciata l’esercitazione militare cinese “Joint Sword-2024B”, vicino alle coste di Taiwan. Secondo quanto comunica il comando dell’Esercito Orientale, l’operazione coinvolge truppe dell’esercito, della marina, dell’aeronautica e della forza missilistica cinesi, con navi e aerei che si avvicinano all’isola da più direzioni. L’area su cui si stanno svolgendo le esercitazioni comprende lo stretto di Taiwan e le acque a nord, sud ed est dell’isola. Il portavoce militare del comando orientale ha dichiarato che «le esercitazioni sono un forte deterrente contro le attività separatiste degli elementi della “Indipendenza di Taiwan” e sono azioni legittime e necessarie per salvaguardare la sovranità e l’unità nazionale».